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STORIA

Il documento analizza l'evoluzione delle teorie biologiche, in particolare il darwinismo e le sue conseguenze sociali, evidenziando come le idee di Darwin abbiano influenzato il pensiero sociale e politico, portando a interpretazioni razziste e all'emergere del darwinismo sociale. Viene anche discusso il contesto storico dell'industrializzazione e dell'urbanizzazione, che hanno trasformato la società di massa e la partecipazione politica, oltre a confrontare le potenze europee con quelle emergenti come Germania e Stati Uniti all'inizio del XX secolo. Infine, si esplorano le origini del razzismo e la sua teorizzazione da parte di figure come Gobineau e Wagner, evidenziando l'impatto di queste idee sulla società e sulla politica.

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STORIA

Il documento analizza l'evoluzione delle teorie biologiche, in particolare il darwinismo e le sue conseguenze sociali, evidenziando come le idee di Darwin abbiano influenzato il pensiero sociale e politico, portando a interpretazioni razziste e all'emergere del darwinismo sociale. Viene anche discusso il contesto storico dell'industrializzazione e dell'urbanizzazione, che hanno trasformato la società di massa e la partecipazione politica, oltre a confrontare le potenze europee con quelle emergenti come Germania e Stati Uniti all'inizio del XX secolo. Infine, si esplorano le origini del razzismo e la sua teorizzazione da parte di figure come Gobineau e Wagner, evidenziando l'impatto di queste idee sulla società e sulla politica.

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STORIA: Capitolo 1, 2 e 3 più slide ed.

Civica
SLIDE ED. CIVICA: Darwinismo sociale e le sue conseguenze

Contro il fissismo ( teoria biologica che sostiene l'immutabilità delle specie animali e vegetali
nel tempo, contrapposta all'evoluzionismo) comincia a diffondersi la teoria (non scientifica)
del TRASFORMISMO il cui esponente principale è Lamarck:

1 tutte le specie sono in continua trasformazione interagendo con l'ambiente


2 l’uso o il disuso di alcuni organi ne provoca lo sviluppo o la perdita
3 le caratteristiche acquisite con l’uso o il disuso si trasmettono ereditariamente. Darwin non
confermerà il 3° punto!

Darwin
Naturalista inglese: per raccogliere dati si imbarca per un viaggio sul brigantino Beagle
(1831-1836), da cui trae spunti per la sua opera famosa: L’origine della specie (1859), opera
straordinaria che incontra un favore immenso e repentino nel mondo scientifico. In
particolare rimane colpito da alcune osservazioni presso le isole Galapagos, in Ecuador
nelle quali, nonostante la vicinanza una all'altra, si presentano flora e fauna diverse. Più
avanti pubblicherà il libro L’origine dell’uomo (1871) in cui esporrà la tesi della discendenza
dell’uomo dai primati.

Chi lo influenza?
-Lyell trae l’idea di MUTAZIONE / VARIETÀ
-Lamark (importanza dell’ambiente)
-Malthus: demografo che aveva proposto un energico controllo delle nascite per evitare il
deterioramento dell'ecosistema terrestre. Nel Saggio sul principio della popolazione, scritto
nel 1798, Malthus aveva notato un endemico squilibrio tra risorse alimentari disponibili (che
seguirebbero una progressione aritmetica) e crescita demografica (che seguirebbe una
progressione geometrica) trae l’idea della lotta per la vita tra gli esseri viventi e la sua teoria
dell’EVOLUZIONISMO

Le basi della teoria Darwiniana


-in natura si verificano casualmente piccole mutazioni organiche (oggi definite genetiche)
che possono risultare più o meno utili all’individuo
-gli individui della stessa specie e le varie specie fra di loro ingaggiano una lotta per la
sopravvivenza dove sopravvivono soltanto soltanto coloro che si adattano meglio
all’ambiente (principio di selezione naturale)
-le variazioni accidentali acquisite che si rivelano utili e vantaggiose vengono trasmesse ai
discendenti e possono contribuire ad aumentare la varietà di una specie (le giraffe non
hanno aumentato il collo perché si sono sforzate, come sostenuto da Lamark!)
-esistono tra le numerose specie innumerevoli varietà intermedie (alcune eliminate, perché
meno vantaggiose: ne sono testimonianza i fossili)
-negazione di cause finali (agnosticismo: è impossibile trovare nel campo scientifico
conferme o smentite circa i principi religiosi)
-inevitabile progresso biologico di tutti gli esseri viventi (ottimismo). Ciò conduce al
darwinismo sociale che estende i concetti di selezione naturale e lotta per l'esistenza alla
società, con la divisione di uomini adatti-forti e altri meno adatti e, dunque deboli
(giustificazione delle razze)

Conseguenze del Darwinismo


-Tutti i campi del sapere fanno i conti con Darwin: rivoluzione forse ancora più stravolgente
di quella copernicana (ci sono piante e animali, non più uomini, piante e animali).
-Nascono “nuovi interessi”/discipline: psicologia dello sviluppo (Piaget, 1896 - 1980) etologia
(Konrad Lorenz,1903-1989) antropologia (Cesare Lombroso)
Si sviluppano studi etici e politici:
-i pensatori di sinistra (pdv democratico e progressista) applicano l'evoluzionismo allo studio
della società umana sottolineando come la selezione di comportamenti altruistici abbia
permesso la conservazione e la sopravvivenza della società stessa (Es. Engels: il lavoro)
-i pensatori di destra pongono l’accento sulla lotta per la sopravvivenza e la selezione dei
migliori sfociando nel razzismo. Il darwinismo in parte si prestava a questa lettura, dando
base scientifica a tali ipotesi: es. selezione sessuale (ambiente seleziona esemplari più
colorati/corna milgiori..)

Cesare Lombroso
Cesare Lombroso, (Verona, 1835 – Torino, 1909), è stato un medico, antropologo, filosofo,
criminologo ebreo, fondatore dell'antropologia criminale. Il suo lavoro è stato fortemente
influenzato dalla fisiognomica e dal darwinismo sociale. La teoria evoluzionistica darwiniana
viene così interpretata: alcune caratteristiche fisico-biologiche sarebbero responsabili della
predisposizione (ereditaria) a delinquere. Il darwinismo diventa la base per un progetto di
igiene sociale: nessuna riabilitazione è possibile per i criminali (che nascono già predisposti)
che rappresentano un ritorno alla razza barbarica, primitiva, animalesca (scimmie)
caratterizzata da enormi mascelle, zigomi pronunciati e orecchie a sventola. Animato da
luoghi comuni, preconcetti, supposizioni Lombroso studia l’anatomia umana (forma del
cranio) classificando briganti e criminali in categorie diverse a seconda della pericolosità.

Origini del razzismo


il razzismo è sempre esistito (es. barbari per i Greci), ma fino al 1600 riguardava alcune
classi sociali all’interno di un popolo (con eccezione del popolo ebreo, accusato da millenni
di deicidio + “questioni economiche”). Le prime teorie che fanno riferimento alla superiorità di
alcune razze (popoli) fanno la loro comparsa intorno al 1600 (effetto del colonialismo);
tuttavia il primo teorizzatore del razzismo è un diplomatico francese, il conte Joseph Arthur
de GOBINEAU (Ville-d'Avray, 1816 – Torino, 1882), che tra il 1853 e il 1855 il saggio
L’ineguaglianza delle razze. Qui espone una visione pessimista basata sull’idea di un
declino della civiltà dovuto a questioni razziali (naturali):
-esistenza 3 razze (nera, umile e priva di intelligenza; gialla, materialista e apatica; bianca,
nobile, vitale, bella e intelligente: superiorità naturale della razza bianca),
-purezza di sangue dei bianchi, in particolare gli Ariani, responsabili della fondazione della
civiltà (razza che ha subito meno mescolamenti)
-destino di decadenza per tutte le razze a causa del mescolamento (e della democrazia)
contaminazione
-nessun segno di esaltazione della nazione o antisemitismo
Un altro importante teorizzatore del razzismo è il compositore Richard Wagner (1813-1883).
Dopo un iniziale periodo “anarchico” con idee rivoluzionarie di sinistra (letture/amicizie di/con
Proudhon e Feuerbach), e a seguito della lettura di Schopenhauer, diviene il più grande
compositore tedesco del Romanticismo (opere famose come il Parsifal o la Cavalcata delle
valchirie Wagner la cavalcata delle Valchirie), simbolo del II Reich di Bismarck, scrittore di
opere intrise di pangermanesimo, antisemitismo e dell’influenza di Gobineau (fonda un
circolo culturale in Germania basato sulle sue idee) che contribuiscono a creare un
complesso apparato mitologico della razza ariana (influenza dei fratelli Grimm: filologi
impegnati nello studio e ricostruzione storica della lingua tedesca, autori di fiabe volte a
riunire e conservare il patrimonio orale, leggendario e mitologico della cultura tedesca).
Wagner esalta il ruolo della musica (Schopenhauer), capace di far rinascere lo Spirito
tedesco (il cui capostipite sarebbe Cristo che perde l’origine ebraica) e di liberarlo dalla
schiavitù giudaica / giudaizzazione della cultura. Infine altro teorizzatore del razzismo è il
genero di Wagner (aveva sposato la figlia Eva), Houston Stewart Chamberlain (1855
–1927), stato uno scrittore e filosofo britannico naturalizzato tedesco (innamorato del popolo
tedesco). Grande amico e sostenitore di Hitler, che definisce dono di Dio per i tedeschi,
afferma principi come la lotta per la sopravvivenza capace di eliminare i deboli (= ebrei), la
purezza della razza, eliminazione delle impurità razziali mediante “allevamento selezionato”
(simile a ciò che avviene in botanica o zoologia) in linea con l'eugenetica e l'igiene razziale.

Mein Kampf
-razzismo moderno teorizzato da Gobineau, Wagner, Chamberlain
-darwinismo sociale (pensiero di Darwin riletto da Spencer: selezione delle classi sociali e
dei popoli superiori)
-Eugenetica (insieme di teorie e pratiche miranti a migliorare la qualità genetica di una certa
popolazione umana): termine coniato dal cugino di Darwin, sir Francis Galton ( 1822 –
1911), antropologo e climatologo britannico che viene condizionato dal concetto di selezione
sessuale (la natura seleziona gli esemplari più attraenti) di cui aveva parlato Darwin stesso
nel libro L’origine dell'uomo
-manipolazione delle opere di Nietzsche da parte della sorella una volta morto (dottrina del
superuomo e della lotta servi-padroni)
-idealismo tedesco: esaltazione di un popolo che incarna lo Spirito

Capitolo 1

Società di massa
-Gli effetti dell’industrializzazione: Il XIX secolo aveva portato in Occidente e nel Nord
America le trasformazioni legate all’industrializzazione. Nel passaggio di secolo si assiste
ormai a una spiccata crescita economica, accompagnata da un generale aumento di
popolazione. La combinazione di questi due fattori diede origine a una società in cui, specie
nelle città, la massa si faceva particolarmente visibile (società di massa).

-Urbanizzazione: La società di inizio Novecento si trasforma proprio sotto l’effetto della


crescita del numero e delle dimensioni delle città: è il fenomeno dell’urbanizzazione, intenso
specie in Europa e negli Stati Uniti. Nel vecchio continente si contano sempre più metropoli
con più di un milione di abitanti; tra queste spicca Londra, ormai vicina agli otto milioni di
abitanti.

-Metropoli: Le grandi città di inizio secolo si presentano non soltanto come centri industriali,
ma anche come capitali politiche e finanziarie, snodi delle reti di comunicazione, basi
logistiche del commercio internazionale. Perciò esse offrono, insieme a servizi moderni
come i trasporti pubblici, opportunità di lavoro tali da attrarre sempre più popolazione dalle
campagne.

-Il trasferimento in città di tanti lavoratori fu anche determinato da importanti cambiamenti


nella produzione agricola e in particolar modo dall’avvento della meccanizzazione agricola,
la quale comportò:
1.​ una riduzione della richiesta di manodopera, che a sua volta causò l’abbandono delle
campagne;
2.​ un aumento della produzione agricola, che favorì lo sviluppo del commercio
internazionale.

-Produzione: Di conseguenza, anche le attività produttive, cruciali per lo sviluppo


economico, dovettero riorganizzarsi. A dar forma a una produzione meccanizzata efficiente
fu Fredrick W. Taylor. I principi del taylorismo furono poi messi in pratica nella catena di
montaggio dell’industria automobilistica Ford.

-Società: Nelle grandi trasformazioni in corso, lo Stato assunse un ruolo importante,


approvando leggi a carattere sociale (infortuni, orario di lavoro) e finanziando nuovi servizi ai
cittadini (istruzione, assistenza). I lavoratori che entrarono da impiegati in queste strutture
pubbliche con mansioni amministrative provenivano perlopiù dalla borghesia, che si trovò
così a crescere d’importanza.

-Partecipazione politica: Nella società di massa i cittadini partecipano più che in passato
alla politica. Con l’introduzione del suffragio universale maschile, la partecipazione attiva si
estende dalle classi privilegiate (nobiltà e alta borghesia) a quelle più umili (piccola
borghesia e proletariato). Per un’ulteriore estensione del diritto di voto alle donne, si battono
in Inghilterra e altrove le suffragette. L’allargamento del diritto di voto favorì lo sviluppo di
partiti di massa come l’SPD, il partito socialdemocratico tedesco, espressione del
movimento operaio. I nuovi partiti si integrarono via via nel sistema politico del proprio
Paese, contribuendo così alla coesione nazionale.

Capitolo 2

Vecchie e nuove potenze a confronto


All’inizio del nuovo secolo, il predominio dell’Europa nel mondo era indiscusso: le potenze
del vecchio continente, in particolare il Regno Unito e la Francia, controllavano vasti territori
in tutti i continenti ed esercitavano i propri commerci in ampie aree del mondo, specie in Asia
e Africa. Era l’epoca dell’imperialismo europeo. Ma cominciavano a osservarsi i primi segni
di cambiamento.

In molte parti del mondo si registrava una rapida modernizzazione: è il caso del Giappone
ma, ancor più, degli Stati Uniti. Il progresso si diffondeva ormai anche lontano dall’Europa.
Andava così affermandosi la mondializzazione, un processo che stabiliva nuove e più
intense relazioni internazionali, ma al tempo stesso faceva emergere il diverso peso politico
ed economico dei Paesi avanzati rispetto a quelli più arretrati.

Tra le potenze emergenti spiccava la Germania che, pochi decenni dopo l’unificazione
nazionale, metteva in atto una politica espansionistica (Weltpolitik) rivolta soprattutto all’Asia
orientale, all’Africa e al Pacifico. In quest’ottica, sotto l’impero del kaiser Guglielmo II, la
Germania potenziò la propria flotta navale, così da contenere il Regno Unito l’egemonia sui
mari.

Eurasia a inizio Novecento


Tra le potenze emergenti figurava anche la Russia: alla parte europea, l’Impero zarista
aveva aggregato vasti territori asiatici, fino all’oceano Pacifico, dove venne fondata
Vladivostok, che nel 1905 fu collegata a Mosca da una lunga linea ferroviaria. Ma
l’espansione avveniva anche in occidente, verso il Caucaso, zona strategica di
comunicazione con l’impero turco-ottomano, e a sud, al confine con la Persia e la Cina. In
Asia centrale la Russia entrò in contrasto con il Regno Unito, che da tempo mirava al
controllo dell’Afghanistan, via d’accesso terrestre all’India britannica. Russia e Regno Unito,
già impegnati su altri scacchieri, evitarono lo scontro militare, siglando nel 1907 un accordo
con cui si confermò il controllo cinese sul Tibet e quello inglese sull’Afghanistan. La Persia fu
divisa in due zone d’influenza: a nord quella russa, a sud quella britannica.

Stati Uniti
Alla fine dell’Ottocento gli Stati Uniti avevano consolidato abbastanza le proprie strutture
politiche ed economiche da poter rivendicare una significativa influenza in tutto il continente
americano, ma ben presto Washington cominciò a guardare a una vera e propria
espansione imperialistica. Il primo banco di prova fu la Guerra ispano-americana (1898), che
si combatté a Cuba e nelle Filippine, al termine della quale gli Stati Uniti si espansero nei
Caraibi e nel Pacifico a danno della Spagna. Sotto la presidenza di Theodore Roosevelt
(1901-09) ,gli Stati Uniti avviarono una politica di egemonia sul continente: da un lato si
assicurarono lo sfruttamento del canale di Panama, dall’altra praticarono la «diplomazia del
dollaro», con la concessione di prestiti vincolati ai governi latino-americani in difficoltà. Tale
politica era intesa ad impedire che le potenze del Vecchio Continente tentassero di
esercitare interferenze oltreoceano.

Estremo oriente
Mentre il Regno Unito rinsaldava il proprio controllo sul subcontinente indiano, la Francia
conquistò l’Indocina sottraendola all’influsso della Cina, risultata indebolita dalle sconfitte
nelle guerre dell’oppio (metà Ottocento) e sempre più in crisi. Tra Regno Unito e Francia si
trovò un accordo di spartizione della regione, con l’unica eccezione del regno di Siam,
indipendente e sovrano. Il controllo delle flotte delle potenze europee sul mar Cinese portò il
vastissimo Impero cinese a perdere di fatto la propria sovranità. La Cina si aprì ai commerci
e alla modernizzazione, ma precipitò in una situazione di subordinazione economica,
divenendo una sorta di semicolonia.

I progressi dell’era Meiji (1868-1912) consentirono al Giappone di sottrarre spazio alla Cina
e aspirare all’egemonia su tutto l’Estremo Oriente. Dopo alcune conquiste sul mare Cinese,
nel 1894 scoppiò la Guerra sino-giapponese, che in breve si risolse a favore di Tokyo. Gli
accordi di pace sancirono l’espansione territoriale del Giappone in Manciuria e sulle coste
del mar della Cina.

Alla fine del XIX secolo le potenze europee intensificarono la loro pressione sul sistema
economico cinese, attraverso il sistema delle concessioni e dei prestiti forzosi. Tale
situazione alimentò lo scontento della società cinese, che si raccolse attorno a movimenti
anti occidentali che diedero vita alla rivolta dei boxer (1898-1901). La repressione operata
dalle forze militari europee fu dura ed accentuò il declino del Celeste Impero.

Intanto si riaccendono i contrasti tra Russia e Giappone, che si contendevano la regione


cinese e la penisola coreana. La sanguinosa Guerra russo-giapponese (1904-05)
combattuta in Manciuria si risolse in una schiacciante vittoria del Giappone. I successivi
accordi di pace di Portsmouth e altri accordi segreti tra le due potenze sancirono
l’espansione giapponese in Manciuria meridionale, nella Mongolia esterna e in Corea, poi
annessa nel 1910.

La vittoria giapponese, primo successo di uno stato extraeuropeo su una potenza europea,
accese in Cina la speranza di emancipazione dal controllo occidentale. Alla caduta
dell’Impero cinese per una crisi dinastica, il leader nazionalista Sun Yat-sen, già protagonista
di svariate insurrezioni, divenne nel 1912 il primo presidente della Repubblica di Cina, con
capitale a Nanchino.

Capitolo 3

L’Italia di Giolitti
Alla morte di Umberto I, morto a Monza a seguito dell’attentato dell’anarchico Bresci, gli
succedette Vittorio Emanuele III. Nel periodo di distensione inaugurato dal nuovo monarca,
si registrò l’affermazione elettorale della sinistra democratica e dei liberali di sinistra. Tra
questi ultimi spiccavano Giuseppe Zanardelli e Giovanni Giolitti, che negli anni successivi, a
capo del governo nazionale, diedero impulso allo sviluppo economico italiano.

Lo sviluppo economico di inizio secolo fu originato dall’industrializzazione, che si fece


particolarmente intensa in alcuni settori chiave: siderurgico, chimico ed energetico. Tale
crescita - che ebbe riflessi anche sul settore agricolo - avvenne non solo per l’iniziativa dei
privati, ma anche grazie alla disponibilità di capitali messa in campo dal sistema bancario e
alle commesse di Stato.

Il processo di industrializzazione riguardò soprattutto il «triangolo industriale» (Torino,


Milano, Genova), mentre coinvolse solo marginalmente il resto dell’Italia. Il Meridione, in
particolare, restò prettamente agricolo, con prevalenza di colture estensive a bassa
produttività. In sintesi, lo sviluppo diseguale di inizio secolo accentuò il divario economico e
sociale tra Nord e Sud Italia e alimentò il dibattito sull’arretratezza del Mezzogiorno.

Il mancato sviluppo di vaste aree del Paese determinò il fenomeno dell’emigrazione. Tra il
1876 e il 1915, circa 14 milioni di italiani emigrarono in vari Paesi europei o anche,
affrontando i rischi di un viaggio via mare, negli Stati Uniti o in Sudamerica. L’emigrazione
italiana da un lato limitò l’incremento demografico in atto, dall’altro originò flussi di denaro
(rimesse degli emigrati) a favore delle comunità d’origine.

L’età Giolittiana
In continuità con la politica del governo Zanardelli (1901-03), il primo governo Giolitti
(1903-05) accolse le istanze dei partiti che rappresentavano le masse lavoratrici, così da
allargare la propria base sociale. Dopo l’approvazione delle riforme richieste dal leader
socialista Filippo Turati, tra cui la riduzione dell’orario di lavoro per donne e bambini (1902), il
movimento operaio si rafforzò, fino alla proclamazione del primo sciopero generale (1904).

Nei primi anni del secolo presero forma le prime organizzazioni sindacali di settore, tra cui
quella dei lavoratori metallurgici (FIOM), e la prima confederazione di sindacati (CGdL). A
quel tempo il movimento sindacale aveva già dei centri di coordinamento locale, le Camere
del Lavoro, presenti in molte città.

Nel 1904 Giolitti decise, in vista delle elezioni politiche, di allargare ulteriormente la base
di consenso al governo rivolgendo le proprie attenzioni all’elettorato cattolico. Dal canto suo
la Chiesa cattolica, sotto la guida del nuovo papa Pio X, si avviava a superare il divieto di
partecipazione alla vita politica italiana sancito trent’anni prima a seguito dell’annessione di
Roma, avallando a determinate condizioni la candidatura di esponenti cattolici alle elezioni
politiche.

In vista delle elezioni politiche, Giolitti faceva leva sull'impegno dei prefetti, specie al Sud,
volto a favorire i candidati filogovernativi. Contro questa pratica insorsero numerosi
intellettuali «meridionalisti», come Gaetano Salvemini, che definì Giolitti «ministro della
malavita». D’altra parte anche la borghesia del Nord prendeva ormai le distanze da Giolitti,
coltivando posizioni antisocialiste, nazionaliste e antiparlamentariste.

Guerra di Libia
L’Italia giolittiana, in fase di crescita economica e rilancio nella politica europea, riprese la via
dell’espansione coloniale. Pur rimanendo fedele alla Triplice Alleanza, l’Italia ottenne dalle
potenze presenti sulla sponda sud del Mediterraneo, Francia e Inghilterra, il via libera per la
conquista della Libia sotto dominio ottomano. Il progetto imperialista italiano fu sostenuto
da apposite campagne di stampa oltre che da ambienti finanziari e dai settori dell’opinione
pubblica di orientamento nazionalista.

Nel settembre 1911, con il consenso di re Vittorio Emanuele III, il governo italiano dichiarò
guerra all’Impero ottomano e diede inizio alla conquista della Libia. L’operazione militare,
accompagnata da un certo ottimismo, viste le difficoltà che l’impero dimostrava nel controllo
della regione balcanica, andò invece incontro a impreviste difficoltà.

Le forze italiane riuscirono a conquistare il controllo della fascia costiera, mentre


nell’entroterra dovettero affrontare una forte resistenza. Dopo due mesi di combattimenti,
alla fine del 1911 l’Italia proclamò l’annessione di Tripolitania e Cirenaica, mentre il conflitto
si allargava alle isole del Dodecaneso. Alla vigilia dello scoppio della prima guerra balcanica,
nell’ottobre 1912 l’Impero ottomano firmò la pace con l’Italia.

Nel 1912, chiuse le ostilità in Libia, Giolitti riprese l’iniziativa riformatrice. Mentre
un’ambiziosa riforma della previdenza sociale non andò in porto, si realizzò invece un
progetto di riforma elettorale che riconosceva il suffragio universale maschile, ovvero il diritto
di voto per i cittadini con almeno 21 anni e licenza elementare.

L’allargamento del diritto di voto a una quota consistente di cittadini (si passò dal 7% al 23%
della popolazione) rivoluzionò il quadro politico. L’ingresso nell’elettorato di un’ampia fascia
di lavoratori faceva perdere peso politico ai liberali a vantaggio dei socialisti. Per limitare un
rafforzamento di questi ultimi, fu siglato su iniziativa del cattolico Ottorino Gentiloni un patto
di sostegno ai candidati governativi da parte dell’elettorato cattolico, in cambio di un
impegno a adottare politiche conformi al magistero della Chiesa.

L’esito del voto, che premiò ampiamente i candidati legati al «patto Gentiloni», suscitò forti
malumori nello schieramento liberale, che alla fine spinsero Giolitti alle dimissioni. Alla carica
di presidente del Consiglio subentrò Antonio Salandra, un liberal-conservatore contrario alle
istanze socialiste che inaugurò una politica destinata a suscitare nuovi conflitti sociali e a
riportare al centro della scena le forze politiche più estremiste: i nazionalisti e i rivoluzionari.

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