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La newsletter analizza la recente volatilità dei mercati finanziari, evidenziando come la percezione del rischio sia tornata a crescere dopo un periodo di ottimismo ingiustificato. Si sottolinea che i dati economici, sebbene inizialmente positivi, non riflettono una ripresa solida e che l'indebitamento degli stati, in particolare della Grecia, rappresenta un rischio significativo per l'Eurozona. Infine, si mette in discussione l'affidabilità delle informazioni economiche, che spesso alimentano l'emotività del mercato senza fornire analisi concrete.

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La newsletter analizza la recente volatilità dei mercati finanziari, evidenziando come la percezione del rischio sia tornata a crescere dopo un periodo di ottimismo ingiustificato. Si sottolinea che i dati economici, sebbene inizialmente positivi, non riflettono una ripresa solida e che l'indebitamento degli stati, in particolare della Grecia, rappresenta un rischio significativo per l'Eurozona. Infine, si mette in discussione l'affidabilità delle informazioni economiche, che spesso alimentano l'emotività del mercato senza fornire analisi concrete.

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CLASSIC

Newsletter periodica sui mercati finanziari


Direttore Responsabile: Pierluigi Gerbino
Docente di Economia - 4° class. al Campionato Italiano di Trading Top Trader 2000

Anno 2010 Numero 2 del 19 Febbraio

TORNA LA PERCEZIONE DEL RISCHIO

COMMENTI E ANALISI

TOH, CHI SI RIVEDE…: LA PERCEZIONE DEL RISCHIO (di Pierluigi


Gerbino – pubblicato su [Link] il 15.2.10)

Nel mio ultimo approfondimento di analisi ([Link] del


13.1) avevo puntualizzato due idee: la prima era che i grafici al momento non davano alcun segnale
di particolare tensione e, dopo aver superato il 50% di recupero del grande crollo 2007-2009,
sembravano voler intraprendere l’impresa di estendere la risalita fino al 61,8%, a quota 1.200-1.230
dell’indice SP500.
La seconda convinzione era che il movimento in atto non avesse alcuna motivazione di tipo
economico, ma dovesse essere giustificato soltanto in termini speculativi, col rischio di una profonda
e repentina presa d’atto ribassista della realtà.
Nei giorni seguenti il mercato è proseguito al rialzo, ma con sempre minore convinzione,
raggiungendo il 19.1 il suo massimo a quota 1.150,45. Il giorno seguente si è puntualmente
realizzata la seconda idea, quella della secca correzione, con il mercato che in soli tre giorni ha
restituito i guadagni di due mesi. Dopo un rallentamento della caduta c’è stato poi un tentativo di
rimbalzo nei primi due giorni di febbraio, sull’onda della prima stima del PIL USA del 4° trimestre,
risultata prorompente e migliore delle attese. La prima settimana di febbraio è però proseguita con
un nuovo impulso ribassista, che ha portato l’indice a toccare quota 1.044,50 prima di dar vita la
settimana successiva ad un faticoso recupero di quota 1.075.
Le motivazioni di quanto successo sono riportate puntualmente Nessuno ha la sfera di
sui giornali. E’ un mestiere improbo quello del giornalista cristallo. Le opinioni e le
economico, chiamato ogni giorno a cercare motivazioni previsioni di questo report
economiche per giustificare movimenti che spesso di sensato non
derivano dall’applicazione
hanno proprio nulla. Ci avevano giustificato l’ingordo rialzo degli
di tecniche di analisi e
ultimi mesi del 2009 e della prima parte dell’anno corrente
disegnandoci un mondo risanato ed in ripresa, col sistema dall’esperienza diretta
bancario finalmente a posto e in grado di fare nuovamente utili, dell’autore. Si garantisce
la Cina che riprendeva a macinare crescita, Obama che poteva scrupolo ed indipendenza
permettersi persino di fare la voce grossa con le banche, nelle analisi. L’esattezza
minacciando tasse a chi aveva aiutato fino a qualche mese prima, delle previsioni non può
consapevole di essere ormai fuori dal tunnel. garantirla nessuno.
Improvvisamente hanno dovuto rispolverare i vocaboli di un anno
prima per descrivere “crolli delle borse”, “220 miliardi di euro bruciati in due giorni”, “la moneta
nella tempesta dei mercati”, con la sola novità che questa volta la moneta in questione non è il
dollaro ma l’euro. Ed allora ritorna la paura dei fallimenti, questa volta addirittura di interi stati, la
ripresa non è più così evidente come pochi giorni prima, si scopre il pericolo del gigantesco debito
pubblico degli stati, quel debito che nei mesi scorsi veniva osannato come l’ancora di salvezza del
sistema finanziario mondiale.
E’ ovvio che il povero risparmiatore che legge “Il sole 24 ore” o al sabato “Milano Finanza” non ci
capisca più nulla, e chi magari sia andato in viaggio per una settimana e non abbia letto i giornali, al
suo ritorno abbia il dubbio di essersi assentato per mesi.
Ci dicono che i mercati sono emotivi, ed è sacrosanto. Dovrebbero però anche dirci che
l’informazione economica non vale una cicca, perché soffia continuamente sul fuoco dell’emotività,
senza la capacità di andare contro la moda del momento, anzi, alimentandola con la continua ricerca
della spiegazione logica di quel che sta succedendo, anche quando dietro i comportamenti dei
mercati non c’è alcuna logica, che non sia la semplice e banale speculazione delle mani forti che
attirano la massa avviando un movimento, la illudono raccontando ai giornalisti le più ardite
giustificazioni e la scaricano quando hanno guadagnato abbastanza, distribuendo agli ultimi arrivati il
classico cerino acceso.
Cerchiamo allora, al di là delle parole d’ordine degli ultimi giorni, di semplificare e fare un po’
d’ordine, senza rinunciare a cercare un po’ di senso in quanto accaduto, anche se la tentazione di
limitarmi all’analisi del grafico è fortissima, poiché il grafico sintetizza in un unico dato, il prezzo,
tutte le informazioni ed i ragionamenti del mercato e rappresenta a mio parere lo strumento
privilegiato per seguire il mercato, senza affidarsi ai ragionamenti spesso ambigui, talvolta ideologici
e quasi sempre interessati degli “analisti economici”.
Se è vero che il prolungato rialzo partito da marzo 2009 si è esteso sui mercati azionari ben al di là
di quanto ci si poteva pur ottimisticamente attendere (nel marzo scorso avevo inizialmente
ipotizzato per SP500 “quota 1000”, correggendo l’obiettivo a luglio a 1.120), abbandonando ogni
cautela e percezione dei rischi, possiamo dire che in questi giorni alcuni importanti rischi sono
tornati a far capolino.
Il primo rischio ha riguardato la crescita economica, che non appare sfavillante come le statistiche
ufficiali tendono a mostrare. La prima stima della crescita USA nell’ultimo trimestre 2009 è stata
misurata il 29 gennaio scorso ad un ritmo annualizzato da paese emergente (+5,7%), ben al di
sopra del già ottimo 4,5% atteso. Tuttavia se si va oltre il dato grezzo per scendere nei dettagli, si
constata che il grosso della crescita (3,39% su 5,7) è stata merito esclusivo dell’incremento delle
scorte, mentre la spesa finale per consumi ha mostrato un contributo di 1,44%, minore del 3°
trimestre, e la spesa per investimenti fissi ha dato segni di risveglio, tornando ad un contributo
positivo, ma assai flebile (+0,43%).
L’incremento delle scorte rivela un certo ottimismo degli imprenditori, che tornano a riempire i
magazzini e scommettoino effettivamente nell’arrivo della ripresa, ma anche un aumento dei
consumi inferiore alle attese. Se si confronta il ritmo di incremento di consumi ed investimenti al
termine di quest’ultima crisi (ammesso che si sia effettivamente alla fine) con quel che era successo
all’uscita delle precedenti recessioni, si smorzano gli entusiasmi, poiché allora la ripresa dei consumi
fu molto più secca e convinta di oggi. La grande diffidenza del consumatore e la incapacità attuale di
riprendere i ritmi di spesa antecedenti alla crisi ci porta ad escludere ormai una inversione a “V” del
ciclo economico, ma più probabilmente una assai più lenta “U”, con possibilità di ricadute recessive a
fine 2010 e inizio 2011, che un certo numero di economisti ora ritiene addirittura probabili.
Oltretutto la tanto attesa svolta nel mercato del lavoro, con in ritorno alle assunzioni è stata
mortificata dal dato di gennaio sulle assunzioni non agricole, ancora negativo. Non solo. E’ stato
rivisto in peggio anche il dato di dicembre, con un raddoppio della perdita di assunti ed è stata
comunicata la revisione definitiva del periodo marzo 2008-marzo 2009. Abbiamo così scoperto che
dall’inizio della recessione la reale perdita di posti di lavoro americani, che pensavamo fosse di 7,2
milioni, è stata in realtà di 8,4 milioni. E che il tasso di disoccupazione, in miglioramento dal 10% al
9,7%, lo è a causa della rassegnazione di molti disoccupati che, rinunciando a cercare lavoro,
escono dal numero ufficiale delle forze di lavoro ed abbassano così il rapporto.
Non c’è quindi da stupirsi se i mercati hanno preso atto che la situazione non è poi così rosea.

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Casomai ci sarebbe da chiedersi come sia stato possibile nei mesi scorsi tanto ottimismo basato sul
nulla.
Il secondo rischio balzato d’improvviso agli occhi del mercato è quello sull’indebitamento. Per mesi
sia gli spread comparati che le quotazioni dei CDS sulle emissioni di obbligazioni societarie e dei
singoli stati sono costantemente scesi, scontando un generalizzato aumento di fiducia nei debitori ed
un abbassamento deciso della percezione del rischio emittente. Come se la ripresa fosse da sola in
grado di sistemare ogni magagna ed il mercato disponibile a finanziare tutti. L’enorme liquidità
messa a disposizione delle banche centrali a costo zero è stata utilizzata in speculazioni su qualsiasi
genere di bond, senza andare troppo per il sottile.
Ora però si comincia a percepire che l’immissione di liquidità non può proseguire all’infinito, anzi si
avvicina il momento in cui questa massa di denaro gratis dovrà essere ritirata. La banca centrale
cinese ha dato il buon esempio e, come era stata la prima e la più generosa ad allargare i cordoni
della borsa per impedire la recessione, ora ha iniziato la manovra restrittiva per frenare la bolla
speculativa che molti vedono sul mercato immobiliare cinese.
Contemporaneamente si è percepito che anche l’area euro, che negli ultimi anni è sempre stata
considerata la patria del rigore e della stabilità, sta dando segni evidenti di sofferenza, con alcuni
paesi partecipanti alla moneta unica (soprattutto la Grecia, ma anche il Portogallo e Spagna)
tutt’altro che virtuosi. Le necessità di sostenere le economie in grave recessione hanno fatto
esplodere il debito pubblico di questi paesi, che ora presentano rapporti deficit/PIL a doppia cifra
quando il famoso Patto di Stabilità impone di contenere il saldo di bilancio entro un deficit del 3% del
PIL. Se si aggiunge il piccolo particolare che la Grecia ha pure truccato i conti ed ha una situazione
di grave conflitto sociale interno, si capisce perché la speculazione internazionale si sia accanita
contro questo paese, portandolo sull’orlo della bancarotta. Sta di fatto però che le necessità di
sostegno alla Grecia hanno messo a nudo tutte le magagne di Eurolandia, che molti in passato
avevano già evidenziato: l’essere una ampia unione monetaria con una moneta unica controllata
centralmente da una efficiente e severa Banca Centrale non è sufficiente a dare stabilità se non si
realizza anche una convergenza economica e politica tra i vari paesi. Le istituzioni a garanzia di
questa convergenza non sono state create, per cui la politica monetaria è nelle mani della BCE, ma
le politiche economiche e di bilancio sono di esclusiva competenza dei singoli stati, che agiscono
ovviamente secondo logiche politiche nazionali, che spesso contrastano con gli interessi dell’area.
Oltretutto l’unica garanzia di virtù è rappresentata dai Patti di Stabilità concordati dalla Commissione
Europea con i singoli Stati e da un limitato potere sanzionatorio nei confronti di chi sgarra.
Quando si scopre che qualche alunno non è stato molto preciso nel fare i compiti, se non ci sono
poteri di sanzione efficaci, ci rimette tutta la classe, anche perché un alunno non può fare i compiti
del compagno. Il trattato vieta espressamente che uno stato garantisca per i debiti di un altro stato.
Se anche questo fosse possibile non sarebbe facile spiegare agli elettori francesi o tedeschi il motivo
per cui loro devono farsi carico delle voragini nei bilanci dei Greci (oggi, magari domani verrà la
volta del Portogallo e poi della Spagna). In Germania cominciano a circolare i sondaggi d’opinione se
abbia ancora senso per i tedeschi stare nell’euro oppure se sia meglio tornare al marco.
Allo stato delle cose i leader europei non possono andare molto al di là delle dichiarazioni di principio
che la Grecia verrà sostenuta ad ogni costo, che l’Europa ha piena fiducia nella capacità dei greci di
venire fuori dalla crisi, che chi specula contro l’euro non potrà vincere.
Tutte affermazioni che per ora alla speculazione anti euro hanno fatto il solletico. Anzi, rischiano di
evidenziare un senso di impotenza tipico di chi può solo abbaiare, ma non mordere, alimentando le
speranze di chi vede la possibilità che l’euro stesso possa andare a gambe all’aria. Un partito che da
sempre negli USA ha avuto molti aderenti.
Ci troviamo perciò in una situazione molto delicata.

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Le economie occidentali debbono dimostrare di riuscire a riprendersi senza più pretendere alcun
aiuto dagli stati, che hanno finito le cartucce. L’enorme impegno di denaro pubblico è bastato a
frenare la terribile recessione, ma non ancora a stimolare una forte ripresa. Però ha minato la
credibilità finanziaria di tutti (anche i big Germania, Francia, USA e Gran Bretagna si avviano per il
2014 verso un rapporto debito/pil intorno al 100%, chi più chi meno) ed a qualcuno già meno solido
ha fatto superare il limite della sostenibilità (non cito l’Italia per scaramanzia). Per cui ora le
economie debbono fare da sole e trovare in se stesse la fiducia per risalire. Non sarà affatto facile.
I mercati riflettono ora su queste difficoltà.
Faccio notare che gli indici azionari non stanno ancora pensando al peggio. Anzi, hanno interpretato
tutti questi fattori di rischio come una occasione per limitare l’esposizione, ed hanno perciò attuato
quella che per ora possiamo soltanto chiamare “correzione di breve periodo”.
Fino a quando SP500 riuscirà a permanere al di sopra di 1.020 non si potrà parlare di inversione di
tendenza. Certo, l’euforia della seconda parte del 2009 pare scomparsa, e a mio parere questo è un
bene. Ma il pendolo dell’umore del mercato non oscilla ancora così forte da entrare nel territorio del
“si salvi chi può”.
Anzi, se almeno qualcuno dei rischi che ho indicato si ridimensionerà, è possibile che si riprovi a
tornare ai massimi di inizio anno.
Graficamente vedo come spartiacque tra il semplice rimbalzo e l’inversione rialzista di breve periodo
il recupero di SP500 al di sopra del livello 1.104. Se nei prossimi giorni l’impresa riuscirà, si potrà
pensare di tornare verso 1.150 e magari oltre.
Se il recupero verrà respinto indietro dovremmo andare a testare quel livello di 1.020 che
rappresenta il confine tra la correzione di breve periodo e l’inversione ribassista di medio lungo
periodo. A mio parere questa è l’ipotesi più probabile.
Superato al ribasso 1.020, inizierebbe il penoso viaggio di ritorno verso i minimi del marzo 2009.
Ma a 1.020 ci dobbiamo ancora arrivare. Diamo tempo al tempo.

IL GRANDE DISEGNO (di Pierluigi Gerbino – pubblicato su [Link] il 16.2.10)

Prima dell’avvio della campagna elettorale per le elezioni regionali il Parlamento ha fatto in tempo ad
avviare l’approvazione della ventesima legge “ad personam” partorita dagli avvocati del cavalier B,
quella cosiddetta sul “Processo Breve” e subito dopo della ventunesima, approvata alla Camera a
marce forzate in pochi giorni: quella sul “legittimo impedimento”.
La legge sul processo breve verrà trasformata il legge dello Stato dopo le elezioni amministrative di
marzo. Tutti gli esperti presumono che verrà quasi subito inviata alla Corte Costituzionale (quella
composta da comunisti) per una probabile bocciatura, ma intanto avrà svolto egregiamente il suo
dovere attraverso le sue norme transitorie, che consentiranno di mandare al macero i due fastidiosi
processi che impediscono al nostro mister B. di governare, i cosiddetti processi Mills e Mediaset. La
rete di protezione preparata da Ghedini e Alfano (l’avvocato ad personam ed il ministro ad
personam, che assomigliano al gatto e la volte di Collodi) è stata pertanto completata, nell'attesa,
con la rapida e blindata approvazione della norma ponte sul “legittimo impedimento”, che prevede
che il premier sia sempre così occupato in attività istituzionali da non poter mai presenziare ai
processi, che pertanto si dovranno bloccare. Questa norma gli consentirà di continuare ad
intrattenere ospiti di vario genere alle feste di Palazzo Grazioli, di far visite private e di contenuto
segreto all'amico Putin, di presenziare agli spettacoli del Bagaglino, di partecipare alle udienze civili
per la separazione dalla moglie, dove occorre curare la spartizione del patrimonio, ma non di
partecipare ai processi penali che lo vedono imputato. Il lavoro istituzionale, per il bene di quel
popolo che lo ha proclamato premier, viene prima di tutto.
Tutto ciò in attesa della definitiva approvazione del processo breve, la vera e propria “soluzione
finale”, sdoganata ultimamente anche dal silenzio di Fini. Scommetto che anche il Capo dello Stato
lo firmerà senza obiettare, memore delle ingiurie che gli toccarono quando la Corte bocciò il Lodo
Alfano.
Verranno così spazzati via tutti i processi a carico del Premier, che in questi mesi si sono rivelati
assai più fastidiosi della famosa statuetta del Duomo, perché quella gli ha portato un po’ di dolore
fisico, accompagnato però da un clamoroso recupero nei sondaggi e dalla fondazione del partito
dell’amore, pietra miliare del processo di beatificazione che verrà aperto quando B., tra non meno di
100 anni, andrà al riposo eterno nel Mausoleo di Villa Certosa.
I processi invece sono fastidiosi e basta. Se terminassero con una condanna avremmo il primo
premier delinquente di tutto l’occidente. Un primato che sicuramente inorgoglirebbe privatamente il
nostro B. e gli permetterebbe di attribuirsi anche l’appellativo di “martire della giustizia”. Ma che
causerebbe certamente l’imbarazzo degli altri leader occidentali, dall’amico Nicolas all’amica Angela,
per non parlare dell’amico Barak, che cercheranno di evitarne la vicinanza nelle foto di gruppo o nei
pranzi ufficiali.
Gli rimarrebbe soltanto la stima e la solidarietà dell’amico Vladimir e dell’amico colonnello, che
notoriamente con la giustizia non vanno tanto per il sottile.
Per ottenere la prescrizione giudiziaria si è così messa in piedi una spaventosa macchina da guerra
che, insieme ai due processi nel mirino, spianerà altri 100.000 dibattimenti tuttora in corso. Danni
collaterali… che il popolo sopporterà in cambio del sommo bene di proteggere il suo leader dai
plotoni di esecuzione dei Tribunali.
Non solo. Se non verrà bocciata dalla Corte Costituzionale prima che la riforma della Costituzione
abolisca la Corte medesima, questa legge, che impone l’affossamento dei processi dopo un certo
numero di anni, finirà per sancire l’impossibilità di punire i reati più nocivi e difficili da accertare,
mentre gli unici processi che termineranno regolarmente saranno quelli sui reati dei poveracci, che si
svolgono in una o poche sedute. I reati dei “colletti bianchi” richiederanno troppo tempo e finiranno
in prescrizione, diventando automaticamente impunibili. Anche perché nel frattempo è in discussione
in Parlamento la norma che impedisce le intercettazioni telefoniche e toglie agli inquirenti un’arma di
indagine ormai essenziale per arrivare a scoprire molti reati moderni.
Prima lo Scudo Fiscale di Tremonti, che ha ripulito quasi 100 miliardi di euro di evasione fiscale ed
esportazione illegale di capitali all’estero, rinunciando ad accertare ed incassare quasi 40 miliardi di
imposte evase in cambio di 4 miliardi e mezzo di briciole (pochi, maledetti, ma subito!) che servono
per tappare qualche buco al disastrato bilancio pubblico, ma incentivano le future evasioni.
Ora lo Scudo Legale, che rinuncia ad accertare i reati di 100.000 processi per “risolverne” 2, e crea
le premesse per l’impunità futura di innumerevoli reati gravi.
Anche perché, sbadatamente, il governo si è dimenticato di prendere gli unici provvedimenti che
servirebbero ad accelerare i processi senza sopprimerli: una semplificazione dei codici di procedura
penale e civile (basterebbe copiare pedestremente uno qualunque dei codici esistenti negli altri paesi
europei, traducendoli senza cambiare neppure una virgola), un potenziamento degli organici dove
più serve e l’acquisto di qualche computer. E’ più semplice sopprimere 100.000 processi.
Quel che sta succedendo nel nostro paese viene guardato con sempre maggiore disprezzo dagli altri
paesi civili e spinge la stampa libera europea a disegnare dell’Italia l’immagine della Repubblica delle
Banane e del nostro premier quella dell’allegro compagno di merende dei peggiori dittatori.
Mi chiedo da tempo come sia possibile che gli italiani subiscano tutto questo. In virtù di quale strana
magia il personaggio è riuscito a rattrappire il cervello di gran parte degli italiani?
Perché gli viene consentito quel che da nessun’altra parte civilizzata sarebbe possibile?
Mi sono scervellato per parecchi giorni dietro questo dubbio infernale. Una spiegazione ci deve pur
essere...
Poi ho capito. Finalmente ho compreso che quello che appare come offuscamento della ragione è in
realtà lungimiranza.
Quello di Mister B. e dei sui consiglieri ad personam non è un semplice e maldestro tentativo di
piegare le leggi ai propri interessi di bottega, ma è un disegno di grande respiro, un progetto per
portare l’Italia a raggiungere il posto che merita nell’arena mondiale, un tentativo di mettere a frutto
ed organizzare su vasta scala quella che tutto il mondo riconosce essere la grande qualità degli
italiani: l’arte di arrangiarsi.
All’estero ci hanno da sempre accusati di essere un popolo di “furbi” che pensa solo ad aggirare le
leggi? Si dice che in Italia “fatta la legge, trovato l’inganno”?
Ed allora organizziamola e legalizziamola quest’arte di arrangiarsi, fornendole la dignità che merita e
facendola diventare uno strumento di crescita economica e di benessere.
Non è forse uno dei temi più cari del liberismo quello della riduzione del peso oppressivo dello Stato
nell’economia per lasciar spazio alle energie creative della società civile?
In Italia invece lo Stato ha assunto un ruolo attivo nell’economia via via crescente e la burocrazia è
diventata asfissiante, anche se a dire il vero gli italiani hanno provveduto da soli a ridurre il peso
oppressivo dello Stato e dei suoi controlli praticando con successo l’evasione fiscale, contributiva e
normativa. Siamo ai vertici dell’evasione fiscale nell’ambito dei paesi UE, dopo la Grecia, mentre
secondo un organismo di ricerca delle Nazioni Unite l’Italia occupa il secondo posto al mondo dopo
gli USA per volume d’affari dell’economia criminale, con la bellezza di 112 miliardi di dollari annui
gestiti dalle nostre mafie.
Un notevole contributo economico che però il PIL non rileva poiché tali attività sono illecite.
Le statistiche ufficiali nascondono pertanto la grandezza economica del nostro paese, che ci
vorrebbe così poco per far emergere, come ha giustamente intuito il nostro premier.
Occorre però mettere un freno alle Procure che testardamente e con assai poco senso degli affari si
ostinano ad indagare ed inquisire chi si libera con troppa disinvoltura dell’oppressione delle leggi.
Ecco quindi la necessità del salto di qualità nella creatività governativa, superando con l’innovazione
legislativa gli ostacoli della giurisprudenza tradizionale.
Un primo esempio operativo di questa nuova filosofia è stata l’Agenzia della Protezione Civile, la
famosa Bertolaso spa, che è riuscita a far miracoli di rapidità ed efficienza nella soluzione delle
emergenze, grazie ad una particolare cintura protettiva contro l’invadenza dei giudici. Infatti il
particolare regime giuridico disegnato per l’Agenzia le permette di superare ogni vincolo e controllo
di legge nell’affidamento di appalti e garantisce esenzione da fastidiosi rendiconti.
Peccato che proprio quando il sistema stava per essere perfezionato con un decreto che istituiva
l’impunità per tutti gli eventuali illeciti eventualmente compiuti negli ultimi due anni e la
privatizzazione dell’ente, che avrebbe consentito ulteriore rapidità operativa e meno seccature, siano
scattati gli arresti e le incriminazioni per Bertolaso ed i suoi collaboratori.
Un segno questo, se mai ce ne fosse ancora bisogno, di giustizia ad orologeria e quanto siano
ancora forti i nemici della rapidità e dell’efficienza.
E’ perciò non solo necessario, ma diventa urgente, per il benessere della nostra cara Italia e di tutti i
suoi tanti disastrati dalle varie emergenze, bloccare definitivamente le intercettazioni telefoniche e
riformare la giustizia una volta per tutte, al fine di ricondurre l’azione penale sotto il controllo di
opportunità da parte del governo, che non può essere ostacolato dalle bizze di qualche giudice
malato di protagonismo.
Se il governo riuscirà a portare avanti la sua meritoria opera di legislazione “antimacchia” finalmente
l’Italia riuscirà ad attivare le migliori e più intraprendenti energie del nostro paese e potrà attirare
capitali dall’estero. Diventeremo la lavanderia del mondo, il paese in cui le iniziative più fresche e
avventurose, provenienti magari dalla Russia o dai paesi arabi potranno convergere, certe di
ottenere quell’adeguato scudo legale e fiscale in grado di dare dignità, efficienza e magari anche
onore a tutte quelle attività che negli altri paesi occidentali si ostinano a considerare illegali.
Partendo da questi obiettivi voglio credere che si possa fare anche di più nell’ambito di questa
legislatura. Fornisco allora qualche modesto suggerimento ai consiglieri del premier, che sono dotati
di fervida fantasia ma con la tendenza ad utilizzarla prevalentemente per escogitare soluzioni su
misura del loro datore di lavoro.
Il “modello processo breve” potrà essere utilizzato per risolvere, oltre a quello della giustizia, che
tanto interessa, giustamente, al nostro premier, anche altre annose e fastidiose criticità che
angustiano l’economia e la società italiana.
In ambito ospedaliero propongo di istituire il “ricovero breve”, per diminuire i costi della Sanità: le
degenze non potranno durare di più di 8 giorni (12 se si tratta di intervento chirurgico). Decorso tale
termine il paziente verrà dichiarato guarito e dimesso “ope legis”, senza eccezioni. Di qualche aiuto
potrebbe essere anche l’”operazione breve”. Gli interventi chirurgici non dovrebbero superare le 2
ore, al termine delle quali il paziente dovrebbe essere comunque ricucito.
Nella scuola il Ministro Gelmini potrà trarre ispirazione da questi principi per istituire il “Diploma
Breve”: gli studenti non potranno impiegare più di sei anni per conseguire il diploma di scuola
superiore. Al termine del sesto anno il diploma dovrà essere comunque conferito per legge.
Anche il Ministro dei Trasporti avrebbe materiale per intervenire. Magari istituendo il “Traffico
breve”, una revisione del Codice della Strada per cui le attese ai semafori non possano superare i 5
minuti. Oltre tale limite si potrà passare anche col rosso.
Addirittura il ministro Scajola potrebbe proporre una norma che incentiverebbe i consumi, il che in
periodo di crisi sarebbe sicuramente apprezzato dagli italiani perspicaci: la “Cassiera breve”. Le
attese alla cassa del supermercato non si dovrebbero protrarre oltre i 10 minuti. Passato il termine il
cliente sarebbe autorizzato ad uscire senza pagare. Analogo provvedimento potrebbe essere esteso
ai ristoranti: la “pizza breve” che permetterebbe di non pagare il conto qualora il pizzaiolo ci
mettesse più di 15 minuti a preparare la pizza.
Questi sono solo alcuni esempi di come si potrà esercitare un’efficace azione di governo, una volta
che sia aperta la strada. Basta lasciar correre la fantasia per trovare mille possibili e fruttuose
applicazioni del modello di brevità per agevolare la parte più intraprendente del nostro popolo, ed
accrescere così il livello di benessere e di libertà del nostro paese, trasformandolo rapidamente in
quel che il nostro Premier ha sempre sognato: la principale “democrazia breve” dell’occidente.

MARKET MOVERS
Sul sito [Link] pubblichiamo ed aggiorniamo ogni settimana la tabella dei principali dati
macroeconomici e societari che possono influenzare l’andamento quotidiano del mercato.
E’ possibile visualizzare la tabella seguendo il presente link:
[Link]
DETTO TRA NOI

LA PAROLA AI LETTORI
Anche questo numero di Classic contiene nutrita serie di e-mail che suscitano parecchie questioni
che mi consentono di affrontare argomenti di interesse generale, che senza tali richieste,
probabilmente non avrei affrontato.
Ringrazio quindi i lettori che si fanno carico di dedicare parte del loro tempo a far crescere la qualità
della newsletter.
Invito tutti a leggere le lettere e le risposte, perché vi si potranno trovare utilissimi approfondimenti.

Vieri:
“Buongiorno Professore,
la mia è una mail di allarme; naturalmente mio allarme dopo aver ieri prima letto un articolo sull' argomento ed
aver poi visto in serata la trasmissione Report su Rai 3. Nell' articolo si esprimeva la preoccupazione che i due
maggiori compratori di T Bond americani, ossia Cina e Giappone, sembra non siano più interessati a questi titoli
soprattutto con scadenza lunga. Quindi l' unico compratore rimarrebbe la Fed...ma fino a quando??? In più si
segnalava lo strano riposizionamento dei due paesi sopra citati che starebbero vendendo Dollari per comprare
Oro. Perchè?..si domandava nell' articolo.
In serata è poi toccato a Report, il quale senza troppi giri di parole ha parlato del punto di rottura del debito
pubblico di certi stati (compreso il nostro!) e le conseguenze che questo potrebbe portare essendo, i titoli di stato,
nelle mani di un pò tutti, privati e istituzioni. Per concludere in bellezza il servizio si paventava l'ipotesi di una
iperinflazione, soluzione indolore (o quanto meno il minore dei mali!) per la BCE per superare questo
problema...ma per i comuni cittadini???”

Carlo:
“Ho letto con molto interesse i suoi ultimi commenti su quanto ci riserva l'attuale situazione finanziaria mondiale.
Cosa mi può dire sull'ammontare del debito pubblico USA in mano alla Cina? Preferirei non diffondere notizie
allarmanti e tenere tutto per me; ma cosa possiamo fare noi piccoli investitori per aiutare la baracca ? Può
suggerirci qualcosa ? Il Papa Benedetto, parlando di finanza pubblica nella sua ultima enciclica, raccomanda ai
potenti di questo mondo di prendere provvedimenti che favoriscano l'interesse comune piuttosto che l'accumulo di
enormi ricchezze finanziarie destinate al possesso di pochi individui che non sono in grado di
utilizarle convenientemente.
Possiamo dunque ritenere che questi potenti, con i loro esperti, conoscano il danno che procurano agli altri
oppure che agiscano per semplice incoscenza o, peggio, per sete di guadagno ? Comunque sia, leggo sempre
volentieri i suoi suggerimenti giornalieri di cui la ringrazio di tutto cuore.”

Risposta:
Entrambe le lettere esprimono una certa preoccupazione per i rappporti tra Cina e USA e più in generale per le
difficoltà di finanziamento del debito americano. La seconda pone inoltre un più complesso quesito sulla moralità
dei mercati finanziari.
A questo proposito i fatti sono abbastanza noti. Buona parte dell’intero debito americano è in mano ai cinesi, che
lottano con i giapponesi per figurare in cima alla lista dei maggiori finanziatori degli americani.
Che questa sia una stranezza è assai evidente se guardiamo alle differenze di PIL procapite tra i due paesi. Benchè
la Cina stia crescendo a tassi a due cifre da alcuni anni, la differenza di benessere individuale (ammesso e non
concesso che abbia senso misurare il benessere individuale col PIL procapite) è enorme. Secondo il FMI nel 2008 a
fronte di un PIL cinese procapite di 5.970 dollari, quello americano è stato di 47.439. Il confronto ci dice perciò che
ci vogliono quasi 8 cinesi per guadagnare quanto un solo americano.
Il buon senso accetterebbe senza difficoltà una situazione in cui fossero gli americani a finanziare i cinesi, non
certo il contrario. Infatti quella degli americani che vivono con i soldi dei cinesi è uno dei paradossi dell’economia
mondiale e si regge su un retaggio storico duro a morire: la sovranità del dollaro nel commercio mondiale.
Ancora oggi quasi l’80% delle transazioni mondiali avviene in dollari. L’economia americana è di gran lunga la più
importante e la piazza finanziaria americana regola oltre il 40% degli scambi di strumenti finanziari.
Il dollaro nel corso del secolo scorso venne ad assumere il ruolo riconosciuto da tutti di moneta ufficiale per gli
scambi commerciali. Questo ruolo venne poi ulteriormente rafforzato nonostante a ferragosto del 1971 il Presidente
americano Nixon avesse abolito unilateralmente la convertibilità del dollaro in oro. Quella che era una implicita
dichiarazione di bancarotta degli USA non causò il crollo del dollaro, ma, grazie alla scelta dei petrolieri di
continuare ad utilizzarlo come moneta di regolamento delle transazioni petrolifere, affidò ufficialmente al dollaro il
ruolo di moneta fiduciaria mondiale e premiò l’azzardo di Nixon, attribuendo alla Federal Reserve il ruolo di
Banca Centrale del mondo. La FED ottenne quindi la capacità di stampare liberamente i dollari che le servivano
senza ulteriori vincoli oltre alla fiducia che il resto del mondo nutriva nella potenza economica e militare degli
USA. Gli altri paesi fecero buon viso a cattiva sorte e subirono il colpo di mano americano come un fatto compiuto,
continuando ad utilizzare il dollaro come moneta di scambio per quasi tutte le transazioni mondiali. In un certo
senso la FED diventò così la Banca Centrale dell’economia mondiale ed il dollaro la vera valuta commerciale,
universalmente accettata.
A tutto ciò si accompagnava il fatto che gli americani avrebbero da quel giorno potuto finanziare la loro bilancia
commericale semplicemente stampando la moneta necessaria. Potevano pagare beni e servizi importati
semplicemente stampando carta. E’ quel che fecero per quasi 40 anni e che continuano a fare tuttora.
L’indebitamento americano proseguì e si ampliò senza soste anche negli anni della globalizzazione, quando i nuovi
principi di libera circolazione di merci e capitali si mposero universalmente e molte imprese delocalizzarono la
produzione nei paesi emergenti. La Cina vide un’enorme sviluppo e diventò la fabbrica del mondo, dove tutte le
principali produzioni vennero ampiamente localizzate, con grosse conseguenze in termini di diffusione di benessere
materiale e di inquinamento.
La scelta del governo dittatoriale cinese fu quella di permettere il capitalismo industriale, al fine di specializzare il
loro paese nella produzione di beni materiali a basso prezzo per l’esportazione. La Cina sviluppò pertanto una
bilancia commerciale strutturalmente in forte attivo, esportando soprattutto in USA beni con grande competitività
di prezzo. Dice la teoria economica che quando una bilancia commerciale è in attivo strutturale, la moneta di quel
paese tende a rivalutarsi strutturalmente. Però la rivalutazione del renmimbi cinese avrebbe compromesso la
competitività e peggiorato le ragioni di scambio, limitando così lo sviluppo accelerato che il Governo di Pechino
desiderava. Si decise quindi di di legare artificialmente la moneta cinese al dollaro e questo si potè realizzare
soltanto rinunciando a convertire in moneta cinese il surplus commerciale conseguito negli USA.
I cinesi mantennero così in dollari il loro attivo commerciale, investendolo in titoli di stato ed altre attività
finanziarie americane.
Si venne quindi a creare un equilibrio piuttosto curioso, per cui i cinesi per poter continuare a lavorare come pazzi
ed esportare, si accontentano di tenere immobilizzata in America una bella fetta di ricchezza di cui approfittano gli
americani, che notoriamente consumano più di quanto producono. E possono continuare a farlo gratis fino a quando
i cinesi vorranno impedire la rivalutazione della loro moneta. Ecco qui il paradosso: i poveri cinesi finanziano i
ricchi americani, che possono così continuare ad ingrassare sulle spalle delle nazioni emergenti. Gli ultimi dati ci
parlano di un debito americano di quasi 800 miliardi di dollari sottoscritto dai cinesi.
La questione è andata avanti ingigantendosi per alcuni anni, ma comincia a diventare un problema nel momento in
cui scoppia la crisi finanziaria e il Governo americano fa esplodere ulteriormente il debito pubblico per salvare le
banche dal fallimento e l’economia dalla recessione. La qualità del debito Usa si è oggettivamente degradata. E’
vero che analoga sorte è toccata anche a tutti gli altri stati occidentali, chi più, chi meno. Resta il fatto che il
rapporto Debito/PIL americano, che nel 2007 era inferiore al 60%, tende verso il 100%, che dovrebbe essere molto
avvicinato nel 2014.
Si comprende perciò il nervosismo dei cinesi, che vedono i loro crediti un po’ più a rischio di prima. Il che spiega
sufficientemente le esigenze di diversificazione che stanno perseguendo i cinesi. Nel 2009 infatti il livello di
finanziamento cinese agli USA è cresciuto fino a maggio, poi è progressivamente calato nei mesi successivi. E’
cresciuto invece il loro possesso di bond in euro e di oro, proprio ai fini di diversificazione.
Le dimensioni del debito americano in mano ai cinesi ha però raggiunto una cifra così elevata da legare
indissolubilmente i destini dei due paesi. Se è vero che un’accelerazione del disimpegno cinese comporterebbe seri
guai per gli americani, costringendo il Tesoro ad aumentare i tassi e strozzando così la ripresa, è anche vero che la
troppo impetuosa vendita di bond americani produrrebbe la rivalutazione del renmimbi (con calo di competitività
delle esportazioni cinesi) e ingenti perdite in conto capitale per i cinesi. Quello che ho descritto, fatte le debite
proporzioni, assomiglia all’equilibrio del terrore che negli anni 80 accompagnò la corsa alle armi nucleari di USA
e URSS. Ciascuno sapeva che avrebbe potuto distruggere il nemico, ma sapeva anche chè ciò avrebbe comportato
automaticamente anche la propria distruzione.
La soluzione del rompicapo può passare soltanto attraverso il disarmo bilanciato, cioè la progressiva acquisizione
di virtù finanziaria da parte degli americani, che debbono ridurre il proprio debito atteaverso un aumento del
risparmio interno, accompagnata dall’accettazione cinese di una graduale rivalutazione della loro moneta. Accanto
a questo occorrerà che gli Usa accettino di ridimensionare il loro “signoraggio” monetario alla luce dei nuovi
equilibri economici planetari e che i cinesi accettino maggiori responsabilità nella crescita mondiale, attraverso un
modello di sviluppo basato meno sulle esportazioni e maggiormente sulla diffusione del benessere interno.
Insomma, la strada del disarmo finanziario passa attraverso un’assunzione di responsabilità da parte dei due
principali protagonisti del futuro economico mondiale.
Se ciò avverrà potremo sperare in un ordinato ritorno ad un equilibrio finanziario ormai perduto da anni.
Altrimenti, come spesso è avvenuto in passato, la storia riporterà il mondo in equilibrio in modo traumatico,
attraverso una crisi finanziaria oppure, Dio non voglia, attraverso conflitti geopolitici di vasta portata.
Queste ultime considerazioni ci portano al secondo grande tema affrontato da Carlo: la responsabilità morale delle
decisioni finanziarie. Come scrive il Papa, è necessario che i potenti prendano provvedimenti per il bene collettivo
e non per scopi egoistici. Questo principio è a parole generalmente condiviso.
Molto meno condivisa ne è l’applicazione pratica ai singoli temi. Occorre comunque che si affermi la convinzione
che l’interesse collettivo oggi non può più essere quello del gruppo sociale che ciascun politico rapppresenta, e
nemmeno più quello della nazione di appartenenza. Quel che i fatti degli ultimi anni dimostrano è che il mondo è
oggi tutto sulla stessa barca, che purtroppo è piena di falle (squilibri economici, squilibri finanziari e squilibri
ecologici). Purtroppo però non tutti i politici hanno già capito che se la barca affonda affogherà l’intera specie
umana. Speriamo che ci riescano in fretta.

Valerio:
“La prima settimana di gennaio per la borsa si è chiusa positivamente però il mese è destinato a chiudersi in
negativo. Statisticamente cosa vuol dire?”

Risposta:
La lettera è stata scritta prima della fine di gennaio, ma ora sappiamo che il mese di gennaio si è chiuso
negativamente, sia in USA che in Europa. Che cosa può comportare per il comportamento delle borse nei mesi
successivi?
Per chi crede alle strane correlazioni ricordo che ce n’è una piuttosto curiosa che afferma la tendenza della
performance annuale dei mercati a replicare il comportamento del mese di gennaio. Infatti nell’86% dei casi negli
ultimi 60 anni, se gennaio è stato positivo, così è stato l’intero anno, mentre se gennaio è stato negativo così anche
l’intero anno.
La statistica funziona anche in Italia, ma qui la correlazione è meno schiacciante: avviene solo nel 68% dei casi.
Pertanto se quest’anno si rispetterà la cabala avremo l’indice americano ed anche quello italiano negativi a fine
anno, così come lo sono stati in gennaio.
A consolazione degli ottimisti dobbiamo però notare che lo scorso anno la correlazione non si è verificata, poiché
gennaio è stato negativo, mentre i mercati azionari a fine anno sono stato molto positivi.
E allora…. Boh…

NUOVE DATE IN CALENDARIO PER I CORSI DI TRADING


Sono ripartiti di gran carriera i corsi per imparare un metodo efficace per il trading on line.
Abbiamo già toccato nel 2010 Padova, Napoli, Verona e Bologna. Nel primo semestre andremo
ancora a Formigine (Mo), Torino, Roma, Firenze, Milano, Savigliano (Cn). A Torino e Milano è
andata già esaurita la disponibilità di posti alla giornata gratuita, costringendoci ad inserire una
nuova data.
“A SCUOLA DI TRADING ON LINE”, il percorso di formazione al trading online, prevede quattro
giornate in progressione per imparare il trading on line “con metodo”, senza dare nulla per
scontato.
E’ possibile partecipare all’intero percorso oppure a singole giornate a scelta.
La tabella seguente riporta le date di svolgimento dei prossimi corsi.
Tutti i dettagli sulle singole giornate, i programmi, i prezzi e gli sconti sono disponibili alla sezione
“Corsi di Trading” del sito [Link] o sul sito di Banca Sella, dove ci si può anche iscrivere al
seguente link: [Link]
CALENDARIO CORSI [Link] & [Link]
LUOGO DATA ORARIO PREZZO
PRIMI PASSI NEL TRADING ON LINE (CORSO INTRODUTTIVO)
TORINO [Link]: c. Vercelli 168 11/03/10 Ore 9,30 – 18 GRATIS
TORINO [Link]: c. Vercelli 168 (nuova data) 17/03/10 Ore 9,30 – 18 GRATIS
FIRENZE Sede da Definire 12/03/10 Ore 9,30 – 18 GRATIS
MILANO Sella Gestioni SGR: v. Vittor Pisani 13 18/03/10 Ore 9,30 – 18 GRATIS
Sella Gestioni SGR: v. Vittor Pisani 13
MILANO 01/04/10 Ore 9,30 – 18 GRATIS
(nuova data)
SAVIGLIANO Sede da Definire 7/05/10 Ore 9,30 – 18 GRATIS
L’ANALISI OPERATIVA DEI MERCATI FINANZIARI
ROMA Banca Sella: v. Baldovinetti 132 25/02/10 Ore 9 – 17 € 150
TORINO [Link]: c. Vercelli 168 19/03/10 Ore 9,30 – 18 € 150
FIRENZE B. Sella: v. dei Mille 25/03/10 Ore 9,30 – 18 € 150
MILANO Sella Gestioni SGR: v. Vittor Pisani 13 8/04/10 Ore 9,30 – 18 € 150
SAVIGLIANO Banca Sella: P. del Popolo 25 21/05/10 Ore 9,30 – 18 € 150
FARE TRADING CON METODO
ROMA Banca Sella: v. Baldovinetti 132 26/02/10 Ore 9 – 17 € 150
FIRENZE B. Sella: v. dei Mille 26/03/10 Ore 9,30 – 18 € 150
TORINO [Link]: c. Vercelli 168 9/04/10 Ore 9,30 – 18 € 150
MILANO Sella Gestioni SGR: v. Vittor Pisani 13 22/04/10 Ore 9,30 – 18 € 150
SAVIGLIANO Banca Sella: P. del Popolo 25 28/05/10 Ore 9,30 – 18 € 150
UNA GIORNATA DI TRADING ON LINE (CORSO PRATICO)
FORMIGINE
Banca Sella: v. Mazzini 88 3/03/10 Ore 9,30 – 18 € 150
(MO)
ROMA Banca Sella: v. Baldovinetti 132 3/03/10 Ore 9 – 17 € 150
TORINO [Link]: c. Vercelli 168 15/04/10 Ore 9,30 – 18 € 150
FIRENZE B. Sella: v. dei Mille 16/04/10 Ore 9,30 – 18 € 150
MILANO Sella Gestioni SGR: v. Vittor Pisani 13 29/04/10 Ore 9,30 – 18 € 150
SAVIGLIANO Banca Sella: P. del Popolo 25 11/06/10 Ore 9,30 – 18 € 150
Dettagli ed iscrizioni: [Link] oppure NUMERO VERDE 800.142.142
Sconti per pagamenti anticipati e per chi ha frequentato precedenti corsi

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