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Inferno

Il documento descrive l'Inferno di Dante, il primo dei tre regni dell'Oltretomba, guidato da Virgilio. L'Inferno è rappresentato come una voragine a forma di cono rovesciato, divisa in nove Cerchi, dove le anime dei dannati subiscono pene eterne. Dante, smarrito in una selva oscura, viene guidato da Virgilio attraverso questo regno, affrontando le sue paure e le anime dei peccatori.

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Il documento descrive l'Inferno di Dante, il primo dei tre regni dell'Oltretomba, guidato da Virgilio. L'Inferno è rappresentato come una voragine a forma di cono rovesciato, divisa in nove Cerchi, dove le anime dei dannati subiscono pene eterne. Dante, smarrito in una selva oscura, viene guidato da Virgilio attraverso questo regno, affrontando le sue paure e le anime dei peccatori.

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INFERNO

Volantino a dare al pubblico: È il primo dei tre regni dell'Oltretomba cristiano visitato da Dante nel
corso del viaggio, con la guida di Virgilio. Dante lo descrive come un'immensa voragine a forma di
cono rovesciato, che si spalanca nell viscere della terra sotto la città di Gerusalemme, nell'emisfero
settentrionale della Terra. Questa cavità sotterranea si è aperta quando Lucifero, cacciato dal Cielo
dopo la sua ribellione a Dio, fu scaraventato al centro della Terra dove è tuttora confitto; la terra si
ritrasse per il contatto col demonio e avrebbe formato il monte del Purgatorio, che sorge agli
antipodi di Gerusalemme, nell'emisfero meridionale.
Sulla porta dell'Inferno c'è una scritta minacciosa di colore oscuro, che preannuncia a chi la
attraversa le pene infernali e l'impossibilità di tornare indietro; la porta è scardinata e permette un
facile accesso, ciò in quanto Cristo trionfante dopo la resurrezione la sfondò per andare nel Limbo
e trarre fuori i patriarchi biblici. Non sappiamo dove si collochi con precisione questo ingresso, ma
Dante e Virgilio impiegano quasi un giorno per raggiungerlo dopo l'episodio della selva oscura.
L'Inferno è diviso in nove Cerchi, simili a delle cornici rocciose che circondano la parte interna della
voragine e che ospitano i vari dannati. C'è un Vestibolo, detto anche Antinferno, dove si trovano gli
ignavi. Questo luogo è diviso dall'Inferno vero e proprio dal fiume Acheronte, dove i dannati
vengono traghettati da Caronte sulla sua barca. Il I Cerchio, detto anche Limbo (da «lembo»,
ovvero orlo estremo dell'abisso infernale), ospita i pagani virtuosi e i bambini morti prima del
battesimo; queste anime non sono né dannate né salve e non subiscono alcuna pena, tranne il
desiderio inappagabile di vedere Dio (Virgilio è una di esse).
Dopo il passaggio dell'Acheronte, i dannati giungono davanti a Minosse, custode del II Cerchio e
giudice infernale. Le anime confessano tutti i loro peccati e Minosse indica qual è il Cerchio dove
saranno destinati, attorcigliando la lunga coda intorno al corpo.
La selva oscura (canti 1 e 2)
La notte del 7 aprile (o 24 marzo) dell’anno 1300, dunque a trentacinque anni di età, Dante si
smarrisce in una selva oscura e intricata, impossibile da descrivere tanto è angosciosa. Lui stesso
non sa dire come c’è finito, poiché era pieno di sonno quando ha perso la giusta strada: a un tratto
però, mentre sta albeggiando, si ritrova ai piedi di un colle, dalla cui vetta vede spuntare i primi
raggi del sole. Questo, oltre al fatto che è primavera, gli ridà speranza e lo spinge a tentare la
scalata del colle, dopo essersi riposato per qualche istante e aver ripensato al pericolo appena
corso (come un naufrago che guarda le acque in tempesta dalle quali è appena scampato). Il poeta
inizia quindi a salire la china del colle, ma con grande fatica e incertezza.
Mentre sta salendo il colle, gli appare improvvisamente una lonza dal pelo maculato, assai agile e
snella, che lo spinge più volte a tornare indietro. All’inizio l’ora del mattino e la stagione mite gli
danno speranza di poterne avere ragione, ma subito dopo compare un leone, che gli viene
incontro con fame rabbiosa e sembra far tremare l’aria, e una lupa famelica, tanto magra da
sembrare carica di ogni bramosia. Quest’ultima incute molta paura in Dante, che perde ogni
conforto e lentamente scende verso il basso, nella zona non illuminata dal sole.
Dante sta tornando verso la selva, quando intravede una figura nella penombra, appena visibile
nella poca luce dell’alba. Intimorito, supplica lo sconosciuto di avere pietà di lui e gli chiede se sia
un uomo in carne ed ossa oppure l’anima di un defunto. L’altro risponde di non essere più un uomo
in vita, ma di avere avuto i genitori lombardi e di essere originario di Mantova. Si presenta come
Virgilio, il poeta latino vissuto al tempo di Cesare e Augusto, ovvero durante il paganesimo, e che
ha cantato le gesta di Enea nel poema a lui dedicato. Virgilio rimprovera Dante perché sta
scivolando verso il male della selva, mentre dovrebbe scalare il colle che è principio di felicità.
Dante risponde a sua volta con ammirazione, dicendo a Virgilio che lui è il più grande poeta mai
vissuto e dichiarando che è il suo maestro e modello di stile poetico. Si giustifica indicando la lupa
come la bestia selvaggia che gli sbarra la strada, pregando Virgilio di aiutarlo a superarla.
Virgilio riprende la parola spiegando a Dante che, se vuole salvarsi la vita, dovrà intraprendere un
altro viaggio. Infatti la lupa è animale particolarmente pericoloso e malefico, incapace di soddisfare
la propria fame, che uccide chiunque incontri. Virgilio profetizza poi la venuta di un «veltro», un
cane da caccia che ucciderà la lupa con molto dolore e la ricaccerà nell’Inferno da dove è uscita.
Costui non sarà interessato alle ricchezze materiali ma ai beni spirituali, e la sua patria non sarà
nessuna città in particolare. Egli sarà la salvezza dell’Italia, per la quale già altri personaggi hanno
dato la vita, come i troiani Eurialo e Niso, la regina dei Volsci Camilla, il re dei Rutuli Turno, tutti
cantati dallo stesso Virgilio nell’Eneide.
Virgilio conclude dicendo a Dante che dovrà seguirlo in un viaggio che lo condurrà nei tre regni
dell’Oltretomba: dapprima lo condurrà attraverso l’Inferno, dove sentirà le grida disperate dei
dannati; poi lo guiderà nel Purgatorio, dove vedrà i penitenti che sono contenti di espiare le loro
colpe per essere ammessi in Paradiso. Qui, però, non sarà Virgilio a fargli da guida: egli non ha
creduto nel Cristianesimo, quindi Dio non può ammetterlo nel regno dei Cieli. Sarà un’altra anima,
più degna di lui, a guidare Dante in Paradiso, ovvero Beatrice. Dante risponde a Virgilio pregandolo
di fargli da guida in questo viaggio, poiché è ansioso di vedere la porta di san Pietro e le pene dei
dannati. Virgilio inizia a muoversi e Dante lo segue.
Sta calando la notte e Dante, che segue Virgilio lungo la strada che li condurrà alla porta
dell’Inferno, è il solo che si prepara a un percorso irto di difficoltà mentre tutte le altre creature
riposano. Il poeta invoca l’assistenza delle Muse, perché lo aiutino a ricordare ciò che ha visto nel
corso del suo viaggio.
Dante si rivolge a Virgilio e gli esprime tutti i suoi dubbi sull’impresa che sta per affrontare. Ricorda
che lo stesso Virgilio cantò di Enea, il quale fu protagonista di una discesa agli inferi quando era
ancora vivo: egli però avrebbe contribuito alla fondazione di Roma, centro dell’impero romano e
poi sede del Papato, quindi non è sorprendente che Dio gli abbia concesso un tale privilegio. Anche
San Paolo compì un viaggio nel mondo ultraterreno, al fine di corroborare la fede nella religione
cristiana di cui era zelante apostolo. Ma Dante non è Enea, né San Paolo, quindi chi gli concede di
intraprendere un viaggio simile? Egli ha dunque cambiato idea e vorrebbe recedere dal proposito
che ha assunto con tanta sicurezza alla fine del canto precedente.
Virgilio risponde accusando Dante di viltà, rinfacciandogli di aver paura proprio come una bestia
che si spaventa vedendo la propria ombra. Per convincerlo della necessità di compiere il viaggio, gli
spiega chi lo ha inviato in suo soccorso: egli si trovava nel Limbo, tra le anime sospese, quando
comparve a lui l’anima di una donna bellissima, dagli occhi lucenti come una stella e che parlava
con voce soave, al punto che lui le chiese di comandargli cosa volesse. La donna si era rivolta a lui
come al più grande poeta mai vissuto e gli aveva chiesto di soccorrere Dante, l’uomo che lei aveva
amato in modo disinteressato: Dante era alle prese con le tre fiere e stava per tornare indietro
dalla paura, quindi l’aiuto di Virgilio era quanto mai necessario. La donna si era presentata come
Beatrice e aveva detto di provenire dal Paradiso.
Virgilio racconta che aveva chiesto a Beatrice perché lei non temesse di scendere nell’Inferno, in
mezzo alle anime dannate. La donna aveva risposto che, essendo beata, non doveva temere la
miseria dei dannati perché non in grado di nuocerle. In Cielo la Vergine si era commossa all’idea
che Dante corresse pericoli nella selva, quindi aveva incaricato santa Lucia di intervenire in suo
favore. Lucia si era rivolta a Beatrice, che sedeva accanto allo scanno di Rachele, e le aveva
spiegato che Dante, l’uomo da lei amato, lottava con la morte trascinato in basso dal peccato.
Beatrice era stata allora rapida nel lasciare il Paradiso e nel venire a chiedere aiuto a Virgilio: aveva
terminato il suo racconto piangendo, cosa che aveva spinto il poeta latino a correre nella selva per
portare il suo soccorso a Dante.
Terminato il suo racconto, Virgilio si rivolge nuovamente a Dante per spronarlo a vincere i suoi
dubbi. Fa leva sul fatto che tre donne benedette (Maria, Lucia e Beatrice stessa) si curano di lui in
Cielo, quindi deve superare la sua paura e riacquistare forza e coraggio. Le parole di Virgilio hanno
il loro effetto: Dante si rinvigorisce proprio come dei fiorellini che il gelo notturno ha chiuso e che
sono riaperti dal sole del mattino. Il poeta si rivolge di nuovo a Virgilio ringraziandolo per aver
risposto sollecitamente al richiamo di Beatrice, e felicitandosi del fatto che la donna si sia presa a
cuore la sua vicenda terrena. Ora Dante è tornato al proposito iniziale: prega Virgilio di continuare
a guidarlo, quindi lo segue con rinnovato slancio.
Antinferno – gli Ignavi (canto 3)
Dante e Virgilio giungono di fronte alla porta dell'Inferno, su cui campeggia una scritta di colore
scuro. Essa mette in guardia chi sta per entrare, ammonendo che tale porta durerà in eterno e che
una volta varcata non c'è speranza di tornare indietro. Dante non ne afferra subito il senso e
Virgilio lo ammonisce a sua volta a non aver paura e a prepararsi all'ingresso nell'Inferno, tra le
anime dannate. Quindi il poeta latino prende amorevolmente Dante per mano e lo conduce
attraverso la porta.
Una volta varcata la soglia, Dante sente un orribile miscuglio di urla, parole d'ira, strane lingue che
lo spingono a piangere in quel luogo buio e oscuro. Dante chiede a Virgilio chi emetta quegli orribili
suoni e il maestro spiega che sono gli ignavi, le anime di coloro che non si schierarono né dalla
parte del bene né da quella del male e che ora risiedono nel Vestibolo dell'Inferno. Sono mescolate
agli angeli che non si schierarono né con Dio né con Lucifero; le anime degli ignavi sono tanto
misere che secondo Virgilio non sono degne di essere guardate da Dante troppo a lungo.
Dante vede che le anime corrono dietro un'insegna senza significato, che gira vorticosamente su se
stessa. Formano una schiera infinita e tra esse Dante crede di riconoscere papa Celestino V, che per
viltà rinunciò al soglio pontificio. Il poeta è sicuro che questi siano proprio gli ignavi, che spiacquero
tanto a Dio quanto ai suoi nemici: essi sono punti e tormentati da vespe e mosconi, che gli fanno
colare il sangue dal volto, il quale cade a terra mischiato alle loro lacrime e viene raccolto da vermi
ripugnanti.
Poco dopo i due poeti giungono nei pressi di un grande fiume (l'Acheronte), sulla cui sponda sono
accalcate le anime dannate. Dante è ansioso di sapere da Virgilio chi siano quelle anime e cosa le
renda in apparenza pronte a varcare il fiume, ma il maestro risponde che avrà tutte le risposte
quando raggiungeranno l'Acheronte. Dante prosegue senza aggiungere altro e poco dopo vede
giungere Caronte, il traghettatore dei dannati, che rema verso di loro a bordo di una barca: è un
vecchio dalla barba bianca, che grida minaccioso alle anime di essere venuto a prenderle per
portarle all'Inferno, tra le pene eterne.
Caronte si rivolge poi a Dante e lo invita ad andarsere, essendo ancora vivo; aggiunge anche che
Dante dopo la morte non andrà lì, bensì in Purgatorio. Il demone è zittito da Virgilio, che gli ricorda
che il viaggio di Dante è voluto da Dio e lui non può opporsi. A quel punto il nocchiero, che ha gli
occhi circondati di fiamme, tace, mentre le anime tremano di terrore e bestemmiano Dio, i loro
genitori, il momento della loro nascita.
I dannati si accalcano lungo la sponda e Caronte fa loro cenno di salire sulla sua barca: stipa le
anime dentro di essa e batte col suo remo qualunque anima tenti di adagiarsi sul fondo. I dannati si
gettano dalla riva alla barca proprio come le foglie cadono dagli alberi in autunno. Caronte le porta
dall'altra parte del fiume e, prima che siano scese, sulla sponda opposta si è formata un'altra
schiera.
Virgilio spiega a Dante che tutti i dannati finiscono sulle sponde dell'Acheronte e qui la giustizia
divina li spinge a desiderare ardentemente di passare dall'altra parte. Perciò non c'è da stupirsi se
Caronte protesta per la presenza di Dante in quel luogo, dal momento che il poeta è destinato ad
essere salvo.
Alla fine delle parole di Virgilio, il suolo infernale è scosso da un tremendo terremoto, così
spaventoso che Dante ne ha paura al solo ricordo. Si vede una luce rossastra, la quale fa perdere i
sensi a Dante; il poeta cade svenuto a terra.
Primo cerchio – Limbo – Non battezzati (canto 4)
Un forte tuono risveglia Dante dal suo sonno, per cui il poeta si rialza e si guarda intorno.
Comprende di essere al di là dell'Acheronte, nel primo dei nove Cerchi in cui è diviso l'Inferno, il cui
fondo è così oscuro che non riesce a vedervi nulla. Virgilio invita Dante a seguirlo, ma con un
pallore che allarma Dante, il quale infatti ne chiede il motivo. Virgilio risponde che la sua angoscia è
dovuta alla presenza in quel luogo di anime che lui ben conosce, essendo lui stesso uno spirito
relegato nel Limbo. Dopo aver ricordato a Dante che la strada da percorrere è lunga, lo conduce
all'interno del Cerchio.
Appena entrato nel Cerchio, Dante sente trarre sospiri da ogni parte, emessi dalle molte anime
presenti che non subiscono alcuna pena. Virgilio spiega al discepolo che queste anime non
commisero alcun peccato, ma non ricevettero il battesimo, il che li esclude per sempre dalla
salvezza. Tra di essi vi sono anche i pagani che vissero virtuosamente ma non adorarono il Dio
cristiano, compreso Virgilio stesso; la loro unica pena consiste del desiderio inappagato di vedere
Dio. Dante comprende che nel Limbo sono «sospese» anime di grandissimo valore e virtuose.
Dante chiede poi a Virgilio se mai qualcuna di queste anime sia uscita dal Limbo, per merito suo o
di altri. Virgilio risponde che poco tempo dopo il suo arrivo vide entrare Cristo trionfante (dopo la
Risurrezione), che trasse fuori dal Limbo i patriarchi biblici per portarli in Paradiso: tra essi Adamo,
Abele, Noè, Mosè, Abramo, David, Giacobbe e i suoi figli, Isacco, Rachele. Prima di loro, conclude
Virgilio, nessuno si era mai salvato.
Mentre parlano, i due poeti proseguono e si avvicinano a un punto del Limbo in cui Dante vede
una luce, tanto vivida da formare un semicerchio luminoso. Dante si avvede subito che il luogo è
abitato da anime particolarmente virtuose: chiede spiegazioni a Virgilio, il quale risponde che lì
risiedono spiriti che hanno ottenuto una tale fama in vita da meritare un grado di distinzione
nell'Aldilà. Si sente poi una voce, che invita a rendere onore a Virgilio che ritorna nel Limbo: Dante
vede quattro imponenti anime farsi avanti, che non sembrano tristi né liete. Virgilio li presenta
come Omero, che regge in mano una spada ed è come il re degli altri; Orazio, autore delle Satire;
Ovidio, autore delle Metamorfosi e Lucano, autore del Bellum civile.
I quattro si trattengono un poco a parlare con Virgilio, poi si rivolgono amichevolemente a Dante;
Virgilio sorride di ciò, come del fatto che Dante viene ammesso nel loro gruppo ed è sesto tra
cotanto senno.
I sei si avvicinano poi al punto luminoso, dove sorge un nobile castello che è circondato da sette
ordini di mura ed è cinto da un fiume. Lo superano come se fosse terra solida, attraversano sette
porte ed entrano in un verde prato, dove risiedono spiriti dall'aspetto autorevole e dallo sguardo
fiero (gli «spiriti magni»). Il gruppo si mette in disparte, in un punto alto da dove possano vedere
tutti i presenti: Dante scorge Elettra, Ettore, Enea, Cesare, Camilla, Pentesilea, il re Latino, Lavinia,
Lucio Bruto, Lucrezia, Giulia (figlia di Cesare), Marzia (moglie di Catone Uticense), Cornelia (madre
dei Gracchi), il Saladino. Dante vede anche un gruppo di filosofi, tra cui Aristotele, Socrate, Platone,
Democrito, Diogene, Anassagora, Talete, Empedocle, Eraclito, Zenone, Dioscoride. Vede anche dei
poeti, tra cui Orfeo e Lino, nonché scrittori come Cicerone e Seneca, poi Euclide, Tolomeo,
Ippocrate, Avicenna, Galeno, Averroè.
Dante non può nominarli tutti, quindi interrompe l'elenco; lui e Virgilio si separano dagli altri
quattro poeti, scendendo nel II Cerchio dove l'aria è tempestosa e buia.
Secondo cerchio – i lussuriosi (canto 5)
Usciti dal Limbo, Dante e Virgilio entrano nel II Cerchio, meno ampio del precedente ma
contenente molto più dolore. Sulla soglia trovano Minosse, che ringhia con aspetto animalesco: è il
giudice infernale, che ascolta le confessioni delle anime dannate e indica loro in quale Cerchio
siano destinate, attorcigliando intorno al corpo la lunghissima coda tante volte quanti sono i Cerchi
che il dannato deve discendere. Non appena vede che Dante è vivo, lo apostrofa con durezza e lo
ammonisce a non fidarsi di Virgilio, poiché uscire dall'Inferno non è così facile come entrare.
Virgilio lo zittisce ricordandogli che il viaggio di Dante è voluto da Dio.
Superato Minosse, Dante si ritrova in un luogo buio, dove soffia incessante una terribile bufera che
trascina i dannati e li sbatte da un lato all'altro del Cerchio. Quando questi spiriti giungono davanti
a una «rovina», emettono grida e lamenti e bestemmiano Dio. Dante capisce immediatamente che
si tratta dei lussuriosi, i quali volano per l'aria formando una larga schiera simile agli stornelli
quando volano in cielo.
Dante vede poi un'altra schiera di anime, che volano formando una lunga linea simile a delle gru in
volo. Chiede spiegazioni a Virgilio e il poeta latino indica al discepolo i nomi di alcuni dannati, che
sono tutti lussuriosi morti violentemente: tra questi ci sono Semiramide, Didone, Cleopatra, Elena
(moglie di Menelao), Achille, Paride, Tristano, in compagnia di più di mille altre anime. Dopo aver
sentito tutti questi nomi, Dante è colpito da profonda angoscia e per poco non si smarrisce.
Dante nota che due di queste anime volano accoppiate e manifesta il desiderio di parlare con loro.
Virgilio acconsente e invita Dante a chiamarle, cosa che il poeta fa con un appello carico di
passione. I due spiriti si staccano dalla schiera di anime e volano verso di lui, come due colombe
che vanno verso il nido: sono un uomo e una donna, e quest'ultima si rivolge a Dante
ringraziandolo per la pietà che dimostra verso di loro. Poi si presenta, dicendo di essere nata a
Ravenna e di essere stata legata in vita da un amore indissolubile con l'uomo che ancora le sta
accando nella morte; furono entrambi assassinati e la Caina, la zona del IX Cerchio dove sono
puniti i traditori dei parenti, attende il loro uccisore.
A questo punto Dante resta turbato e per alcuni momenti resta in silenzio, gli occhi bassi. Virgilio
gli chiede a cosa pensi e Dante risponde di essere colpito dal desiderio amoroso che condusse i
due dannati alla perdizione. Poi parla a Francesca, chiamandola per nome, e chiedendole in quali
circostanze sia iniziata la loro relazione adulterina.
Francesca risponde dapprima che è doloroso ricordare del tempo felice quando si è miseri, ma se
Dante vuole sapere l'origine del loro amore allora glielo racconterà. La donna narra che un giorno
lei e Paolo leggevano per divertimento un libro, che parlava di Lancillotto e della regina Ginevra.
Più volte la lettura li aveva indotti a cercarsi con lo sguardo e li aveva fatti impallidire. Quando
lessero il punto in cui era descritto il bacio dei due amanti, anch'essi si baciarono e interruppero la
lettura del libro, che fece da mezzano della loro relazione amorosa. Mentre Francesca parla, Paolo
resta in silenzio e piange; Dante è sopraffatto dal turbamento e sviene.
Terzo cerchio – I golosi – (Canto 6)
Dante si risveglia dopo lo svenimento al termine del colloquio con Paolo e Francesca e si accorge di
essere arrivato nel III Cerchio, dov'è tormentata una nuova schiera di dannati. Una pioggia eterna,
fredda, fastidiosa cade incessante nel Cerchio, mista ad acqua sporca e neve; forma al suolo una
disgustosa fanghiglia, da cui si leva un puzzo insopportabile.
I golosi sono sdraiati nel fango e Cerbero latra orribilmente sopra di essi con le sue tre fauci. Ha gli
occhi rossi, il muso sporco, il ventre gonfio e le zampe artigliate; graffia le anime facendole a
brandelli e rintronandole coi suoi latrati. I dannati urlano come cani per la pioggia, voltandosi
spesso sui fianchi nel vano tentativo di ripararsi l'un l'altro. Quando Cerbero vede i due poeti gli si
avventa contro, mostrando i denti, ma Virgilio raccoglie una manciata di terra e gliela getta nelle
tre gole. Il mostro sembra placarsi, proprio come un cane affamato quando qualcuno gli getta un
boccone.
Dante e Virgilio proseguono e passano letteralmente sopra le anime, che essendo immateriali non
oppongono ostacolo. Tutte giacciono al suolo, ma una di esse si leva improvvisamente a sedere e si
rivolge a Dante, chiedendogli se lo riconosce, dal momento che il poeta è nato prima che lui
morisse. Dante risponde che il suo aspetto è talmente stravolto da renderlo irriconoscibile, quindi
gli domanda il suo nome, affermando che la pena sua e degli altri golosi è certo la più spiacevole
dell'Inferno, se non forse la più grave.
Il dannato risponde dichiarando anzittutto di essere stato cittadino di Firenze, la città che è piena di
invidia. Il suo nome è Ciacco ed è condannato fra i golosi, che affollano in gran numero il Cerchio.
Detto ciò, rimane in silenzio.
A questo punto Dante ribatte dicendosi pronto a piangere per l'angoscia provocata dalla pena di
Ciacco e gli pone tre domande riguardanti la loro comune patria, Firenze: Dante vuol sapere quale
sarà l'esito delle lotte politiche, se vi sono cittadini giusti, quali sono le ragioni delle discordie
intestine.
Ciacco risponde alla prima domanda con una oscura profezia, dicendo che dopo una lunga contesa
i due partiti (Guelfi Bianchi e Neri) verranno allo scontro fisico (la cosiddetta zuffa di Calendimaggio
del 1300) e i Bianchi cacceranno i Neri con grave danno. Prima che passino tre anni, però, i Neri
avranno il sopravvento grazie all'aiuto di un personaggio che si tiene in bilico tra i due partiti
(Bonifacio VIII). I Neri conserveranno il potere per lungo tempo, infliggendo gravi pene alla parte
avversa (condanne ed esili).
La risposta alla seconda domanda è che i giusti a Firenze sono solo in due, ma nessuno li ascolta.
Alla terza domanda Ciacco risponde che superbia, invidia ed avarizia sono le tre scintille che hanno
acceso le lotte politiche.
Dopo che Ciacco ha cessato di parlare lamentosamente, Dante gli domanda ancora se sa quale sia
il destino ultraterreno di alcuni celebri fiorentini, tra cui Farinata Degli Uberti, Tegghiaio Aldobrandi
degli Adimari, Iacopo Rusticucci, un Arrigo (di cui non conosciamo l'identità), Mosca dei Lamberti.
Dante ha gran desiderio di sapere se essi sono all'Inferno o in Paradiso e Ciacco risponde
prontamente che essi sono tra le anime peggiori e si trovano tutti nel più profondo dell'Inferno,
dove Dante stesso potrà vederli se scenderà fin laggiù.
Ciacco conclude il suo discorso pregando Dante di ricordarlo ai vivi una volta tornato sulla Terra,
quindi non aggiunge un'altra parola. Il dannato strabuzza gli occhi, guarda per qualche istante il
poeta e poi china la testa, ricadendo nel fango insieme agli altri golosi.
Condizione dei dannati dopo il Giudizio Universale. Pluto (94-115)
Virgilio prende la parola per spiegare a Dante che Ciacco non si solleverà più fino al giorno del
Giudizio Universale, quando udirà il suono della tromba angelica. Allora tutti i trapassati si
rivestiranno del corpo mortale, ascoltando la sentenza finale che fisserà in eterno il loro destino
ultraterreno. Mentre i due poeti attraversano la fanghiglia tra le anime, Dante chiede a Virgilio se i
tormenti dei dannati aumenteranno dopo il Giudizio, oppure saranno attenuati o resteranno
uguali.
Virgilio risponde a Dante invitandolo a pensare alla Fisica di Aristotele, in base alla quale quanto
più una cosa è perfetta, tanto più è in grado di percepire il dolore e il piacere. I dannati non
saranno mai perfetti, tuttavia è logico supporre che dopo la sentenza finale raggiungeranno la
pienezza del proprio essere (essendosi riappropriati del loro corpo), quindi implicitamente afferma
che le loro pene aumenteranno.
I due poeti aggirano a tondo il Cerchio, parlando di altri argomenti che Dante non riferisce. Quando
giungono al punto in cui si scende dal III al IV Cerchio, trovano il gran nemico Pluto.
Quarto cerchio – gli Avari e i Prodighi – (canto 7)
All'ingresso nel IV Cerchio i due poeti incontrano Pluto, custode di quella zona infernale. Il mostro,
che ha sembianze di lupo, inveisce contro di loro pronunciando parole incomprensibili, ma Virgilio
rassicura Dante del fatto che non potrà impedire il loro cammino, quindi rimprovera il demone e lo
zittisce ricordandogli la sconfitta subita da Lucifero ad opera dell'arcangelo Michele. A questo
punto Pluto cade a terra prostrato e i due poeti possono proseguire.
Dante e Virgilio entrano nel IV Cerchio, dove sono stipate moltissime anime. I dannati spingono
faticosamente enormi macigni, divisi in due schiere che procedono lungo il Cerchio in senso
opposto. Quando cozzano gli uni contro gli altri, si gridano a vicenda: «Perché tieni stretto il
masso?» e «Perché lo fai rotolare?», quindi si girano indietro e riprendono la loro bizzarra giostra.
Dante, sopraffatto dall'angoscia, chiede a Virgilio chi siano quei dannati e in particolare se le anime
che vede con la tonsura siano effettivamente tutti chierici. Il maestro spiega che tutti loro in vita
non spesero il denaro con giusta misura, peccando gli uni di avarizia e gli altri di prodigalità. Le
anime con la tonsura furono effettivamente chierici, tutti peccatori di avarizia e fra loro ci sono
anche papi e cardinali. Dante si stupisce di non riconoscere nessuno di loro, ma Virgilio chiarisce
che il carattere immondo del loro peccato ora li rende del tutto irriconoscibili. Per l'eternità le due
schiere di dannati si scontreranno nei due punti del Cerchio, finché il giorno del Giudizio gli avari
risorgeranno col pugno chiuso e i prodighi coi capelli tagliati. Virgilio conclude dicendo che i beni
terreni, affidati alla fortuna, sono effimeri e tutto l'oro del mondo sarebbe insufficiente a placare
queste anime afflitte.
Dante è colto da un dubbio e chiede a Virgilio cosa sia questa Fortuna, che sembra avere i beni
materiali tra i suoi artigli. Il poeta latino dapprima biasima l'ignoranza del mondo, quindi spiega che
Dio ha disposto varie intelligenze angeliche a governare i vari Cieli, e allo stesso modo ha creato
un'intelligenza che amministri i beni terreni. Essa, la Fortuna, stabilisce quando le ricchezze
debbano cambiare di mano e quali genti debbano prosperare o decadere, secondo
l'imperscrutabile giudizio divino. La saggezza umana non può contrastare le sue decisioni ed è
inevitabile che i mutamenti siano rapidi. Molti sciocchi la maledicono, mentre dovrebbero lodarla e
ringraziarla: essa non sente neppure queste lamentele, gira la sua ruota e opera serenamente
insieme agli altri angeli. A questo punto Virgilio invita Dante a proseguire il cammino, poiché sono
già passate dodici ore da quando ha lasciato il Limbo su invito di Beatrice.
Quinto cerchio – gli Iracondi e gli Accidiosi – (Canti 7, 8 e 9)
I due poeti attraversano il Cerchio fino all'estremità opposta, dove c'è una vena d'acqua che sgorga
dalla roccia e si immette in un fossato. L'acqua è di colore scuro e i due poeti ne seguono il corso
verso il basso: il ruscello si impaluda nello Stige, dove nel fango sono immerse delle anime che
Dante osserva con attenzione, vedendo che hanno aspetto crucciato. Questi dannati si percuotono
con schiaffi, pugni e morsi, arrivando persino a sbranarsi a vicenda. Virgilio spiega a Dante che si
tratta degli iracondi e ci sono altre anime completamente immerse nello Stige, che non si vedono
ma sospirano e fanno gorgogliare l'acqua in superficie: sono gli iracondi amari e difficili (accidiosi),
che ripetono come un ritornello una frase che riassume il loro peccato. I due poeti costeggiano la
palude percorrendo l'argine roccioso, finché giungono ai piedi di una torre.
Già prima che i due poeti siano giunti ai piedi dell'alta torre sulla sponda della palude Stigia, Dante
aveva notato che da essa era partito un segnale luminoso, cui aveva risposto un segnale identico
proveniente da un'altra torre, che sorge più lontano. Allarmato, Dante chiede a Virgilio il significato
delle luci e chi ne sia l'autore, e il maestro spiega che attraverso il vapore della palude Dante potrà
scorgere colui che stanno aspettando. Dante osserva il pantano e vede avvicinarsi una piccola
imbarcazione, che si muove assai più rapida di qualunque freccia scoccata da un arco. La barca è
governata da un solo traghettatore (Flegiàs) che apostrofa Dante scambiandolo per un dannato,
finché Virgilio lo zittisce dicendogli che lui dovrà solo trasportarli attraverso la palude. Il demone
reagisce con stizza, poi i due poeti salgono sulla barca (che affonda lievemente solo quando vi sale
Dante) e Flegiàs lascia la proda.
Mentre la barca attraversa la palude, si avvicina l'anima di un dannato che chiede a Dante chi sia
lui per giungere all'Inferno quando è ancora vivo. Dante risponde che lui presto ripartirà e chiede a
sua volta chi sia il dannato: questi non risponde e Dante lo riconosce come Filippo Adimari, detto
Filippo Argenti, al quale rivolge parole di condanna. Il dannato si protende verso la barca cercando
di afferrare Dante, ma Virgilio lo spinge via e pronuncia parole di elogio a Dante. Il poeta latino
rivolge poi una ammonizione a tutti gli uomini alteri e orgogliosi, come lo fu l'Argenti, che in vita si
credono grandi re e all'Inferno finiranno come porci nel fango.
Dante manifesta il desiderio di vedere il dannato azzuffarsi coi compagni di pena, prima di lasciare
lo Stige, e Virgilio afferma che ne avrà presto l'occasione. Poco dopo, infatti, Dante vede gli altri
dannati avventarsi su Filippo Argenti facendone strazio, spettacolo che Dante gode pienamente (lo
stesso Filippo morde rabbiosamente se stesso).
Mentre la barca di Flegiàs si allontana dagli iracondi, Dante sente un coro di voci dolorose che lo
riempiono di angoscia. Virgilio lo informa che ormai sono vicini alla città infernale di Dite, popolata
dal grande stuolo dei demoni. Dante drizza lo sguardo e vede le torri della città simili a quelle delle
moschee, rosse come se fossero roventi. Virgilio spiega che il fuoco eterno che vi è dentro la città
ne arroventa le mura rendendole di colore rossastro. La barca si avvicina ai profondi fossati che
cingono Dite, le cui mura sembrano di ferro: la barca fa un ampio giro prima di approdare
all'argine, dove Flegiàs invita con fare imperioso i due poeti a scendere perché lì c'è l'accesso alla
città.
Dante alza gli occhi e vede migliaia di diavoli sugli spalti della città, che lo guardano minacciosi e si
chiedono chi sia lui per entrare, da vivo, nell'Inferno. Virgilio fa cenno di voler parlare con loro in
disparte e i diavoli acconsentono, invitando Dante a tornare indietro trovando da solo la strada,
mentre il poeta latino dovrà rimanere nella città. Dante è colto da grande paura e invita il maestro
a riportarlo indietro, visto che il passaggio sembra loro negato. Virgilio lo rassicura ricordando che il
viaggio è voluto da Dio, quindi lo invita ad attenderlo lì e si avvicina alle mura della città, per
parlamentare coi diavoli.
Dante attende con impazienza, roso dai dubbi, mentre Virgilio scambia coi diavoli parole che lui
non può udire. Dopo poco tempo, però, i diavoli corrono dentro la città chiudendo le porte in
faccia a Virgilio, al quale non resta che tornare sconsolato da Dante, con gli occhi bassi e la
vergogna dipinta sul volto.
Virgilio rassicura nuovamente Dante sul fatto che egli vincerà la prova, rammentando che l'alterigia
dei diavoli non è nuova e fu già una volta vinta da Cristo trionfante, quando il giorno della sua
resurrezione entrò all'Inferno sfondandone la porta. Il maestro dichiara infine che un messo celeste
sta già percorrendo la discesa infernale dalla porta al punto dove si trovano, e grazie al suo
intervento il viaggio potrà proseguire.
La paura mostrata da Dante alla fine del Canto precedente induce Virgilio a nascondere la sua
preoccupazione, mentre egli tende l'orecchio in attesa dell'arrivo del messo celeste. Il poeta latino
pronuncia alcune parole di dubbio, che subito dopo corregge per non accrescere il timore del
discepolo. A questo punto Dante chiede al maestro se mai un'anima del Limbo sia discesa fino al
basso Inferno e Virgilio risponde che, benché ciò accada raramente, è già successo a lui poco dopo
la sua morte quando la maga Eritone lo aveva evocato per trarre fuori dalla Giudecca l'anima di un
traditore. Virgilio rassicura quindi Dante del fatto che conosce bene il cammino, spiegandogli che la
palude Stigia circonda completamente la città di Dite e li costringe perciò ad entrare nelle sue mura
per superarla.
Virgilio aggiunge altre parole che però Dante non ascolta, poiché il suo sguardo è attirato sulla cima
delle mura dall'apparizione delle tre Furie infernali, sporche di sangue e coi capelli serpentini.
Virgilio le riconosce subito e spiega a Dante che quella a sinistra è Megera, quella a destra è Aletto
e Tesifone è al centro. Esse si squarciano il petto con le unghie, si percuotono a palme aperte e
gridano così forte da indurre Dante a stringersi a Virgilio. Tutte invocano l'arrivo di Medusa per
pietrificare Dante, quindi Virgilio lo esorta a voltarsi e a chiudersi gli occhi con le mani per non
vedere la Gorgone. Dante obbedisce e Virgilio, non contento di ciò, mette le sue mani su quelle di
Dante per non impedirgli di guardare.
Dante a questo punto ammonisce i lettori con l'intelletto sano che dovranno ben interpretare
l'allegoria che si cela sotto i suoi versi strani. Infatti si sente un gran frastuono proveniente dalla
palude, che fa tremare entrambe le sponde ed è simile a un vento impetuoso che abbatte le
foreste. Virgilio consente a Dante di aprire gli occhi e gli dice di guardare verso il fumo della palude,
dove si vede il messo celeste avanzare senza toccare l'acqua. La creatura celeste avanza scacciando
con la mano dal viso il vapore del pantano, mentre al suo cospetto le anime degli iracondi si
dileguano. Virgilio fa cenno a Dante di inchinarsi di fronte a lui, che sembra pieno di disdegno verso
quel luogo.
Il messo giunge alla porta della città di Dite e, dopo averla aperta con un bastoncino, inizia a
rimproverare aspramente i diavoli. Biasima la loro tracotanza, il fatto che si oppongono vanamente
al passaggio dei due poeti e ricorda che già Cerbero si era rifiutato di far entrare all'Inferno Ercole,
fatto per cui ha ancora il mento e il gozzo spellati. A questo punto il messo torna da dove è venuto,
senza rivolgere parola ai due poeti i quali si avvicinano senza ostacoli alle mura di Dite.

Sesto cerchio – Città di Dite – gli Eretici – (canti 9, 10 e 11)


Dante e Virgilio entrano nella città senza alcuna opposizione e a questo punto Dante, desideroso di
vedere la condizione dei dannati, volge intorno lo sguardo scorgendo ovunque delle tombe simili a
quelle dei cimiteri di Arles e di Pola. Le tombe sono infuocate e hanno i coperchi sollevati, mentre
dai sepolcri escono lamenti miserevoli. Dante chiede spiegazioni a Virgilio e il maestro spiega che
dentro ci sono le anime degli eresiarchi e dei loro seguaci di ogni setta, condannati a bruciare in
misura maggiore o minore a seconda della gravità dell'eresia che hanno seguito in vita. Virgilio si
dirige a destra e Dante lo segue tra le tombe e gli spalti della città.
Virgilio guida Dante fra le tombe della città di Dite, costeggiando il lato interno delle mura. Dante è
incuriosito e chiede al maestro se sia possibile vedere le anime che giacciono nei sepolcri, dal
momento che i coperchi sono sollevati e non ci sono demoni a custodire le arche. Virgilio risponde
che le tombe saranno chiuse in eterno il giorno del Giudizio Universale, quando le anime risorte si
saranno riappropriate del corpo nella valle di Iosafat. Spiega inoltre che in questa sorta di cimitero
giacciono tutti i seguaci di Epicuro, che hanno proclamato la mortalità dell'anima, e promette a
Dante che sarà presto soddisfatto il desiderio che gli ha espresso e un altro che non ha svelato,
ovvero di sapere se lì c'è l'anima di Farinata Degli Uberti. Dante si giustifica dicendo che se gli tiene
celati alcuni desideri è solo per evitare di parlare a sproposito, cosa cui lo stesso Virgilio lo ha
abituato.
D'improvviso una voce proveniente da una delle tombe apostrofa Dante, identificandolo come
toscano e pregandolo di trattenersi poiché il suo accento lo indica come originario della sua stessa
città. Dante ne ha timore e si stringe a Virgilio, il quale però lo invita a voltarsi e a guardare
Farinata, che si è sollevato in una delle tombe ed è visibile da la cintola in sù. Dante obbedisce e
vede il dannato che si erge con la fronte e il petto alti, come se disprezzasse tutto l'Inferno, quindi
Virgilio lo spinge verso di lui e gli raccomanda di parlare dignitosamente.
Non appena Dante giunge ai piedi del sepolcro di Farinata, questi gli domanda chi fossero i suoi
antenati. Il poeta rivela la sua discendenza e Farinata osserva che gli avi di Dante furono aspri
nemici di lui, dei suoi antenati e della sua parte politica (i Ghibellini), tanto che li cacciò per due
volte da Firenze. Dante ribatte prontamente che, se essi furono cacciati, seppero rientrare in città
entrambe le volte, mentre non si può dire lo stesso degli avi di Farinata.
D'improvviso accanto a Farinata emerge un altro dannato, che si sporge fino al mento come se
fosse inginocchiato. Lo spirito si guarda intorno con ansia, cercando qualcuno accanto a Dante che
però non vede. Alla fine, piangendo, chiede a Dante dove sia suo figlio e perché non accompagni il
poeta in questo viaggio, se Dante è lì per l'altezza del suo ingegno. Dante comprende subito che si
tratta di Cavalcante dei Cavalcanti, padre del suo amico Guido, e risponde che in realtà lui è lì non
solo per i suoi meriti e indica Virgilio come colui destinato a guidarlo a qualcuno che, forse, il figlio
di Cavalcante ebbe a disdegno. Cavalcante si alza allarmato e chiede a Dante se davvero suo figlio
Guido sia morto: poiché il poeta tarda a rispondere, il dannato precipita nuovamente nella tomba
per non tornare più fuori.
Farinata, per nulla scomposto dall'accaduto, prosegue il suo discorso con Dante riprendendo
esattamente da dove l'avevano interrotto e dice che se i suoi avi non seppero rientrare in Firenze
dopo la cacciata, ciò gli provoca più dolore delle pene infernali. Tuttavia non passeranno più di
quattro anni fino al momento in cui anche Dante saprà quanto pesa non poter tornare nella
propria città. Il dannato chiede poi per quale motivo il Comune di Firenze è così duro in ogni sua
legge contro la sua famiglia e Dante risponde che ciò è per il ricordo della battaglia di Montaperti,
che arrossò di sangue il fiume Arbia. Farinata osserva sconsolato che a quella battaglia non
partecipò lui solo, mentre fu l'unico a opporsi alla distruzione di Firenze in seguito alla vittoria dei
Ghibellini.
Dante chiede a Farinata di risolvergli un dubbio, relativo alla facoltà che gli sembra abbiano i
dannati di prevedere il futuro e che ha causato la sua precedente esitazione nel rispondere a
Cavalcante. Farinata spiega che i dannati vedono, sì, il futuro, ma in modo imperfetto, riuscendo a
scorgere gli eventi solo quando sono molto lontani; quando si avvicinano nel tempo o stanno
avvenendo diventano loro invisibili e non sono in grado di saperne nulla, a meno che altri non
portino loro delle notizie. Perciò alla fine dei tempi, dopo il Giudizio Universale, la loro conoscenza
del futuro sarà del tutto annullata. Dante comprende l'errore commesso e prega Farinata di
informare Cavalcante che suo figlio Guido è in realtà ancora nel mondo dei vivi.
Virgilio richiama Dante, che perciò si affretta a domandare al dannato con chi condivida la sua
pena nella tomba. Farinata risponde di giacere lì con più di mille anime, tra cui quelle di Federico II
di Svevia e del cardinale Ottaviano degli Ubaldini, mentre tace degli altri. A quel punto Farinata
rientra nel sepolcro e Dante segue Virgilio, ripensando tristemente alla profezia dell'esilio.
Dopo un po' Virgilio chiede a Dante la ragione del suo smarrimento e il discepolo svela le sue
preoccupazioni. Virgilio ammonisce Dante a rammentare quello che ha udito contro di sé e gli
promette che quando sarà giunto in Paradiso, di fronte a Beatrice, lei gli fornirà ogni spiegazione
relativa alla sua vita futura. Poi il poeta latino si volge a sinistra e lascia le mura per imboccare un
sentiero che conduce alla parte esterna del Cerchio, da dove si leva un puzzo estremamente
spiacevole.
Lasciatasi alle spalle la città di Dite, i due poeti giungono all'orlo che conduce al VII Cerchio, dove
c'è un ammasso di rocce causato da un crollo. Qui si leva un gran puzzo dal Cerchio sottostante,
che costringe Dante e Virgilio a ritrarsi in un punto dove c'è l'avello di papa Anastasio II, il cui nome
è scritto sul coperchio. Virgilio consiglia di trattenersi lì giusto il tempo di abituare l'olfatto all'odore
sgradevole che arriva da sotto, poi potranno proseguire la discesa.
Dante prega Virgilio di trovare il modo di spendere utilmente il tempo che dovranno trascorrere in
quel luogo e il maestro inizia a illustrare la topografia morale del basso Inferno. Spiega che al di
sotto della città di Dite ci sono tre Cerchi, i quali puniscono i peccati di malizia. Questa ha come fine
l'ingiuria, che può ottenersi con la violenza o con la frode: e poiché la frode è più sgradita a Dio,
essa è punita nei Cerchi più bassi.
Il primo dei tre Cerchi (il VII), prosegue Virgilio, ospita i violenti ed è diviso in tre gironi a seconda di
quale sia stato il bersaglio della violenza, ovvero il prossimo, se stessi, Dio. Chi è violento contro il
prossimo compie omicidi, ferimenti, rapine e incendi: tutti costoro sono puniti nel primo girone.
Chi è violento contro se stesso può esserlo nella propria persona (i suicidi) oppure nei propri beni
(gli scialacquatori), ed entrambi si trovano nel secondo girone. Si può infine essere violenti contro
Dio, nella persona divina (bestemmiatori), nella natura (sodomiti) e nella sua bontade
(nell'operosità umana, usurai) e tutti costoro sono puniti nel terzo girone.
La frode, prosegue ancora Virgilio, può compiersi contro chi non si fida oppure contro chi si fida. La
prima è meno grave, poiché viola solo il vincolo naturale che lega gli uomini, quindi è punita
nell'VIII Cerchio: qui si trovano ipocriti, adulatori, indovini, falsari, ladri, simoniaci, ruffiani,
barattieri e altri peccatori consimili. La seconda forma di frode è più grave, perché viola anche lo
speciale vincolo che si crea tra persone (parentela, patria...) ed è quindi il tradimento: esso è
punito nell'ultimo e più basso Cerchio dell'Inferno, il IX.
Dante si dice soddisfatto della spiegazione, ma ha un dubbio: come mai i peccatori che ha visto nei
primi Cerchi infernali, vale a dire gli iracondi, i lussuriosi, i golosi, gli avari e i prodighi non sono
puniti dentro la città di Dite, visto che Dio li condanna? E se non fosse così, perché sarebbero
dannati? Virgilio risponde rimproverando Dante di non riflettere a sufficienza e invita il discepolo a
ripensare all'Etica di Aristotele, dove il filosofo antico distingue le tre disposizion che 'l ciel non
vole, vale a dire incontinenza (eccesso), malizia e matta bestialità. L'incontinenza è peccato meno
grave degli altri ed è questa colpa che scontano i dannati nei Cerchi prima della città di Dite, quindi
è perfettamente logico che detti peccatori siano puniti in modo differente da violenti e fraudolenti.
Dante manifesta nuovamente la sua soddisfazione per il dubbio chiarito e loda Virgilio per la sua
capacità di sanare ogni vista turbata, ma ha ancora un'incertezza che prega il maestro di risolvere.
Dante non ha compreso perché l'usura offende la divina bontade e Virgilio spiega che secondo la
filosofia aristotelica la natura prende corso dall'intelletto divino e dal suo modo di operare; come
appare chiaro nel libro della Fisica, l'operosità umana cerca di imitare quella di Dio, proprio come
fa il discepolo col maestro. Secondo il libro della Genesi, inoltre, l'operosità e il lavoro devono
fornire i mezzi di sostentamento all'uomo, mentre l'usuraio altra via tene e disprezza la natura e
l'operosità che è come sua figlia, dal momento che ripone in altro la sua speranza di guadagno.
Terminata la sua spiegazione Virgilio invita Dante a riprendere il cammino, poiché la costellazione
dei Pesci è già apparsa sull'orizzonte (sono circa le quattro del mattino) e quella dell'Orsa Maggiore
si trova a Nord-Ovest, nella zona del Coro (il Maestrale), mentre per discendere nel Cerchio
sottostante c'è da compiere ancora un certo cammino.
Settimo cerchio – Girone 1 – Violenti contro il prossimo – (Canto 12)
Il punto in cui Dante e Virgilio scendono dal VI al VII Cerchio è impervio, in quanto la discesa è
simile alla frana che ha percosso il letto dell'Adige. Sull'estremità superiore di questa rovina c'è il
Minotauro, che appena vede i due poeti si morde dalla rabbia. Virgilio gli grida che nessuno di loro
è Teseo, l'eroe che uccise il mostro sulla Terra, e Dante non è qui su indicazione di Arianna ma per
vedere le pene dei dannati. Il Minotauro si allontana saltellando, come un toro che ha ricevuto un
colpo mortale, e i due poeti ne approfittano per allontanarsi e calarsi giù per lo scoscendimento
della roccia.
Virgilio intuisce che Dante si sta chiedendo quale sia l'origine della ruina dove stava a guardia il
Minotauro e spiega che la prima volta in cui è passato di lì (poco dopo la sua morte, quindi prima
della nascita di Cristo) essa non c'era ancora. Però poco tempo prima che Cristo risorto traesse dal
Limbo le anime dei patriarchi biblici, tutta la valle infernale tremò scossa da un terremoto
fortissimo e fu questo a causare il crollo. Virgilio invita quindi Dante a guardare davanti a sé, dove
c'è il fiume di sangue in cui sono immersi i violenti.
Dante obbedisce e vede un'ampia fossa a forma di semicerchio, in cui scorre un fiume di sangue
bollente (il Flegetonte), e tra la parete del Cerchio e il fiume corrono dei centauri, armati di arco e
frecce. I mostri si arrestano quando vedono arrivare i due poeti e tre di loro si staccano dalla
schiera. Uno di loro chiede da lontano quale sia il peccato dei viaggiatori e li minaccia con l'arco.
Virgilio risponde che spiegherà tutto al loro capo, Chirone, e poi dice a Dante che il centauro che ha
parlato è Nesso, morto a causa di Deianira, mentre quello al centro è Chirone, che allevò Achille, e
l'altro è Folo, uno dei più violenti. Intorno al fiume ce ne sono migliaia, col compito di colpire con le
frecce i dannati che fuoriescono troppo dal sangue bollente.
I due poeti si avvicinano ai centauri e Chirone minaccia di colpirli con una freccia, indicando ai
compagni che Dante è ancora vivo. Virgilio spiega che il suo compito è mostrare al discepolo
l'Inferno, poiché questo è il volere divino e Dante non è un ladrone, né lui stesso un malfattore.
Virgilio chiede poi a Chirone di incaricare uno dei compagni di portare in groppa Dante e fargli
attraversare il Flegetonte, dal momento che Dante ha un corpo fisico. Chirone si volta alla sua
destra e incarica Nesso di guidare i due poeti fino al guado.
Nesso obbedisce e scorta Dante e Virgilio lungo il Flegetonte, dove i dannati immersi nel sangue
levano alte grida. Il centauro indica a Dante spiriti immersi sino alle ciglia e spiega che sono tiranni,
tra i quali indica un Alessadro, Dionisio di Siracusa, Ezzelino da Romano, Òbizzo d'Este. Più avanti
Dante vede dei dannati immersi sino alla gola nel bulicame, tra cui Nesso indica Guido di Montfort
che uccise a Viterbo Enrico, cugino del re d'Inghilterra. Altri dannati emergono fino al petto e tra
questi Dante riconosce più di uno, altri ancora sono immersi sino ai piedi.
Dopo che ha fatto salire sulla sua groppa Dante e ha iniziato ad attraversare il Flegetonte, Nesso
spiega che il livello del fiume si abbassa progressivamente, sino a ricongiungersi al punto opposto
dove invece è più profondo e dove sono puniti i tiranni. Nel punto di maggior profondità sono
immersi Attila, Pirro, Sesto Pompeo, Riniero da Corneto e Rinieri dei Pazzi. Dopo essere giunto
sull'altra sponda, il centauro torna da dove è venuto.

Settimo cerchio – Girone 2 – Violenti contro se stesi – (Canto 13)


Nesso non è ancora tornato sull'altra sponda del Flegetonte, quando Dante e Virgilio si
incamminano per una orribile selva, in cui il fogliame è oscuro, i rami sono contorti e al posto dei
frutti ci sono spine velenose. I luoghi più selvaggi della Maremma non hanno una boscaglia così
aspra, mentre qui le Arpie nidificano tra gli alberi e hanno grandi ali, visi umani e zampe artigliate,
con cui producono lamenti tra le piante. Virgilio spiega a Dante che si trova nel secondo girone del
VII Cerchio, dove la selva si estende sino al sabbione infuocato del girone seguente. Lo invita poi a
guardare bene ciò che si trova nel bosco, perché vedrà cose incredibili a sentirne parlare.
Dante sente levarsi dei lamenti da ogni parte e non vede chi li emette, perciò si ferma e rimane
confuso. Egli crede che degli spiriti si nascondano tra le piante, ma Virgilio (che ha intuito l'errore
del discepolo) lo invita a spezzare un ramoscello da uno degli alberi. Dante obbedisce e appena ha
spezzato il ramo di un albero, dal tronco esce la voce di uno spirito che lo accusa di essere
impietoso, mentre dal fusto esce sangue nero. Dal tronco spezzato escono le parole, simili ad un
soffio, e insieme il sangue, cosa che induce Dante a lasciar cadere a terra il ramo e a restare in
attesa, pieno di timore.
Virgilio prende la parola e dice all'anima imprigionata nell'albero di essere stato costretto a indurre
Dante a compiere quel gesto, perché solo così egli avrebbe compreso ciò che lui stesso aveva
cantato nei versi dell'Eneide. Quindi invita il dannato a manifestarsi e a raccontare la sua storia,
affinché Dante, tornato sulla Terra, possa risarcirlo del danno subìto restaurando la sua fama.
A questo punto il dannato dichiara che l'offerta è troppo allettante per rifiutarla, quindi inizia a
raccontare la sua storia. Egli si presenta come colui (Pier della Vigna) che fu intimo collaboratore di
Federico II di Svevia, tanto fedele da diventarne il solo depositario di tutti i segreti. Aveva svolto il
suo incarico con lealtà e dedizione, al punto da perderne la serenità e la vita: infatti il suo zelo
aveva acceso contro di lui l'invidia dei cortigiani, i quali sobillarono il sovrano e lo indussero ad
accusarlo di tradimento. In seguito Pier della Vigna si era tolto la vita, credendo in tal modo di
sfuggire allo sdegno del sovrano e finendo per passare dalla ragione al torto. L'anima conclude il
racconto giurando sulle radici della pianta in cui è rinchiuso di essere innocente dell'accusa
rivoltagli a suo tempo, pregando Dante di confortare la sua memoria se mai ritornerà nel mondo.
Virgilio resta un attimo in silenzio, quindi invita Dante a rivolgere altre domande al dannato. Il
discepolo si dice troppo turbato per rivolgere la parola allo spirito, quindi è Virgilio che chiede a
Pier della Vigna in che modo l'anima del suicida venga imprigionata dentro gli alberi sella selva e se
accade talvolta che qualcuna di esse ne fuoriesca. Il tronco emette nuovamente un soffio d'aria,
quindi la voce spiega che quando l'anima del suicida si separa dal corpo e giunge davanti a
Minosse, il giudice infernale, questi la manda al VII Cerchio. Qui essa cade in un punto qualsiasi e
germoglia formando una pianta selvatica. Le Arpie, poi, nutrendosi delle foglie dell'albero,
producono ulteriore sofferenza alle anime. Il giorno del Giudizio Universale, spiega ancora il
dannato, essi andranno a riprendere le loro spoglie mortali ma non le rivestiranno: porteranno i
corpi nella selva, dove ciascuna anima appenderà il proprio all'albero dove è imprigionata, poiché
non è giusto riavere ciò che ci si è tolto violentemente.
Dante e Virgilio sono ancora accanto all'albero di Pier della Vigna, quando entrambi sentono dei
rumori all'interno della selva, simili allo stormire del fogliame quando, in un bosco, c'è una battuta
di caccia al cinghiale. Subito dopo vedono due dannati che corrono tra la boscaglia, nudi e graffiati,
che rompono rami e frasche. Quello davanti (Lano da Siena) è più veloce, mentre quello dietro
(Iacopo da Sant'Andrea) è più lento e si nasconde accanto a un basso cespuglio. Poco dopo è
raggiunto da delle cagne nere, che fanno a brandelli lui e l'arbusto dove ha tentato di celarsi,
quindi ne portano via le carni maciullate.
Virgilio allora prende per mano Dante e lo conduce accanto al cespuglio, dal quale esce sangue e
insieme ad esso la voce del suicida imprigionato all'interno. Il dannato rimprovera lo scialacquatore
che gli ha causato danno e dolore, poi Virgilio si rivolge al suicida e gli chiede di manifestarsi. Egli
chiede anzitutto ai due poeti di raccogliere i suoi rami spezzati ai piedi dell'arbusto, quindi rivela di
essere originario di Firenze, città che mutò il proprio protettore da Marte a san Giovanni Battista e
per questo è vittima di continue guerre (solo la statua del dio pagano sull'Arno, di cui sopravvive un
frammento, la preserva dalla totale distruzione). Il dannato conclude dicendo di essersi impiccato
nella propria casa.
Settimo cerchio – Girone 3 – Violenti contro Dio – (Canti 14, 15, 16 e 17)
Dante raccoglie i rami spezzati dell'albero del fiorentino suicida e li pone alle sue radici, quindi
segue Virgilio sino al confine tra il secondo e il terzo girone del VII Cerchio. Questo è una landa
desolata dove non cresce alcuna pianta ed è attorniato dalla selva dei suicidi come una dolorosa
corona. Il suolo è formato da una spessa sabbia, simile a quella del deserto libico attraversato da
Catone l'Uticense, su cui le anime dannate giacciono in modo diverso: alcune sono sdraiate supine
(bestemmiatori), altre siedono raccolte, (usurai) altre ancora camminano senza posa (sodomiti).
Queste ultime sono più numerose di quelle sdraiate, le quali tuttavia sono più facili al lamento. Su
tutto il sabbione cade una pioggia di larghe falde infuocate, simili a fiocchi di neve che cadono
senza essere sospinti dal vento e paragonabili alla pioggia di fuoco che Alessandro Magno vide
cadere dal cielo in India. Le fiammelle surriscaldano la sabbia che, arroventata, tormenta le anime
che tentano continuamente di scacciare da sé il fuoco agitando le mani.
Dante nota che un dannato dall'aspetto imponente è sdraiato sul sabbione infuocato e non sembra
preoccuparsi delle fiammelle, tanto che ha uno sguardo sprezzante e dà l'impressione che la
pioggia di fuoco non gli dia dolore. Mentre ne chiede il nome a Virgilio, il dannato sente la sua
domanda e risponde lui stesso dicendo di essere da morto tal quale era da vivo: anzi, se Giove gli
scagliasse contro tutte le folgori fabbricate da Vulcano e dai Ciclopi nell'Etna non potrebbe
vendicarsi di lui.
Allora Virgilio ribatte con un tono di voce adirato, quale Dante non ha mai sentito, accusando il
dannato di nome Capaneo di essere maggiormente punito proprio per la sua smisurata superbia.
Poi il maestro si rivolge a Dante con voce più pacata e gli spiega che lo spirito è uno dei sette re che
assediarono Tebe e sembra disprezzare Dio così come ne disconosce la potenza; tuttavia la sua
alterigia è degno ornamento al suo petto. A questo punto Virgilio invita Dante a seguirlo e a badare
bene dove mette i piedi, camminando strettamente vicino alla selva.
I due poeti proseguono in silenzio e giungono al punto in cui sgorga dalla selva un fiumiciattolo di
sangue (il Flegetonte), caldo come una fonte d'acqua sulfurea chiamata Bulicame che veniva usata
dalle prostitute come lavacro. Il fiume scorre su un fondale e tra due argini rocciosi, per cui Dante
capisce che lì è il passaggio dove potranno procedere per attraversare il girone. Virgilio inizia a
parlare e spiega a Dante che tutto ciò che ha visto dopo aver varcato la porta dell'Inferno è meno
interessante di questo fiume, che spegne tutte le falde infuocate che vi cadono dentro. Dante,
incuriosito da questo discorso, prega il maestro di proseguire la spiegazione.
Origine dei fiumi infernali. Il vecchio di Creta (94-120)
Virigilio spiega che in mezzo al Mediterraneo c'è un'isola, Creta, ora distrutta ma un tempo
governata da un re, Saturno, sotto il quale tutto il mondo fu innocente. A Creta sorge una
montagna che in passato era ricca di corsi d'acqua e foreste, il monte Ida, ora abbandonato e un
tempo scelta da Rea come il nascondiglio per il figlio Giove. Dantro alla montagna si erge un gran
vecchio, che volta le spalle a Damietta e guarda dritto verso Roma: ha la testa in oro, il petto e le
braccia d'argento, il ventre di rame, le gambe e il piede sinistro di ferro e il piede destro di
terracotta. Ogni parte del suo corpo, eccetto la testa, è piena di fessure da cui escono lacrime le
quali, raccogliendosi ai piedi della statua, forano la roccia sottostante. Le lacrime, divenute un
corso s'acqua, scendono all'Inferno e formano i fiumi infernali, vale a dire Acheronte, Stige e
Flegetonte; il corso d'acqua prosegue poi più a valle, fino al fondo della voragine, dove si raccoglie
a formare il lago di Cocito.
Dante è stupito, poiché ha visto il fiume di sangue sgorgare solo nel VII Cerchio mentre esso nasce
sulla Terra. Virgilio spiega che la voragine infernale è rotonda e anche se Dante ne ha sceso già una
buona parte, sempre procedento verso sinistra, non ha comunque ancora compiuto un giro
completo e non deve stupirsi se gli appaiono cose che non ha ancora potuto vedere. Dante chiede
ancora a Virgilio dove siano il Flegetonte e il Lete, poiché il primo sarebbe formato dalle lacrime del
vecchio e del secondo non dice nulla. Virgilio ribatte che la domanda sul Flegetonte è inutile, visto
che si tratta proprio del fiume di sangue appena visto. Quanto al Lete, Dante lo vedrà ma al di fuori
della voragine infernale, essendo uno dei due fiumi che scorrono nell'Eden e in cui si bagnano le
anime purificate per dimenticare i peccati. A questo punto Virgilio pone fine al discorso e invita
Dante a seguirlo, allontandosi dalla selva e procedendo lungo uno degli argini rocciosi entro cui
scorre il Flegetonte.
Dante e Virgilio procedono lungo uno degli argini del Flegetonte, che attraversa il sabbione
infuocato mentre il fumo che si leva dal fiume di sangue li protegge dalla pioggia di fiamme. Gli
argini di pietra sono alti e spessi, simili alle dighe costruite dai Fiamminghi per difendersi dai flutti
marini e dai Padovani per proteggere città e castelli dalle piene del Brenta. I due poeti si sono
ormai allontanati dalla selva a tal punto che Dante non riesce più a vederla, quando scorge un
gruppo di anime (sodomiti) che si avvicinano all'argine e guardano i due come si osserva qualcuno
in una notte di novilunio, stringendo gli occhi come fanno i vecchi sarti quando devono infilare
l'ago nella cruna.
Una delle anime della schiera si avvicina a Dante e lo tira per il lembo della veste, gridando la sua
meraviglia: il poeta lo guarda bene e nonostante il suo viso sia tutto bruciato dalle fiammelle lo
riconosce come Brunetto Latini. Dante lo saluta meravigliandosi di trovarlo lì e il dannato manifesta
il desiderio di staccarsi per un po' dalle altre anime e seguire il suo antico discepolo per parlare con
lui. Dante ovviamente ne è ben felice e afferma che si attarderà a conversare con lui, sempre che
ciò gli sia permesso da Virgilio. Brunetto ribatte che se un dannato di quella schiera smette un
istante di camminare, è poi costretto a restar fermo cent'anni senza potersi riparare dalla pioggia di
fuoco. Invita quindi Dante a camminare, mentre lui lo seguirà per poi ricongiugersi ai suoi
compagni di pena.
Naturalmente Dante non osa scendere dall'argine per avvicinarsi a Brunetto, tuttavia prosegue il
cammino tenendo il capo basso, per udire meglio le sue parole e in segno di deferenza. Brunetto
chiede a Dante per quale motivo egli compia questo viaggio nell'Aldilà e chi sia la sua guida. Dante
risponde di essersi smarrito in una valle prima della fine dei suoi giorni e di averla lasciata solo la
mattina del giorno precedente: Virgilio gli era apparso nel momento in cui stava per rientrarci e ora
lo riconduce sul retto cammino.
Brunetto dichiara che Dante non può fallire nella sua missione letteraria e politica, se segue la sua
stella e se lui ha ben giudicato quando era in vita. Anzi, se Brunetto non fosse morto precocemente
lo avrebbe aiutato lui stesso, visto che il cielo è stato così benevolo con Dante. Tuttavia i Fiorentini,
l'ingrato popolo disceso da Fiesole e che conserva ancora la durezza della sua origine, si faranno
nemici del poeta a causa delle sue buone azioni e ciò non deve sorprendere, perché il frutto buono
non cresce di solito tra quelli cattivi. I Fiorentini sono gente avara, invidiosa e superba e Dante deve
quindi tenersi lontano dai loro costumi. Il suo destino è invece così onorevole che entrambe le
parti politiche della città, Bianchi e Neri, vorranno sfogare il loro odio su di lui, ma non ne avranno
la concreta possibilità. I Fiorentini dovranno rivolgere il proprio astio su se stessi e non toccare quei
concittadini che, come Dante, conservano il sangue puro dei Romani che fondarono anticamente la
città.
Dante ribatte che, se dipendesse da lui, Brunetto sarebbe ancora nel mondo, dal momento che
vivo è in lui il ricordo del maestro che gli insegnò come acquistare fama eterna, quindi finché vivrà
le sue parole esprimeranno sempre questo affetto. Dante dichiara di prendere atto della oscura
profezia, riservandosi di farsela spiegare meglio da Beatrice quando la raggiungerà. Il poeta
aggiunge inoltre che è pronto ai colpi della fortuna, in quanto ha già udito una simile profezia.
Virgilio si volge allora sulla sua destra e dice a Dante che è buon ascoltatore chi prende nota di ciò
che gli viene detto.
Dante prosegue il cammino e intanto non cessa di parlare con Brunetto, al quale chiede chi siano i
suoi compagni di pena. Lui risponde che farà i nomi delle anime più note, poiché sarebbe troppo
lungo elencarle tutte. Brunetto spiega che i sodomiti di quella schiera sono tutti chierici e letterati
di gran fama, tra i quali Prisciano, Francesco d'Accorso e colui che Bonifacio VIII trasferì da Firenze
a Vicenza, dove morì lordo di tale peccato, vale a dire il vescovo Andrea de' Mozzi. Brunetto si
attarderebbe ancora, ma il colloquio si deve interrompere in quanto già vede il fumo sollevato da
un'altra schiera di sodomiti, della quale lui non può far parte. Si congeda da Dante
raccomandandogli il Trésor, che gli ha dato fama imperitura, quindi si allontana di corsa. Dante lo
paragona a un corridore che corre il palio di Verona e ne è vincitore.
Dante e Virgilio, sempre camminando sull'argine, stanno attraversando il terzo girone del VII
Cerchio, dove sono puniti i sodomiti. Sono ormai giunti vicini al punto dove si ode il rumore del
Flegetonte che si getta nel Cerchio successivo, simile al ronzio delle api, quando Dante vede tre
dannati che si staccano dal loro gruppo e che corrono verso di loro. Ognuno di loro grida al poeta
di fermarsi, poiché l'hanno riconosciuto come fiorentino, e Dante vede che sono ricoperti di piaghe
vecchie e recenti causate dalla pioggia di fuoco, per cui ne prova dolore. Virgilio invita Dante a
fermarsi e dichiara che sono tre anime di personaggi degni di rispetto, con cui è necessario essere
cortesi. I tre dannati raggiungono l'argine e per non smettere di camminare iniziano a girare in
tondo, simili a dei lottatori che si studiano per affrontarsi e tengono lo sguardo fisso sull'avversario.
Uno dei tre inizia a parlare e dice a Dante che, a dispetto del luogo miserabile e del loro aspetto
bruciato dal fuoco, la loro fama terrena dovrebbe indurlo a presentarsi e a spiegare quale privilegio
lo conduce vivo all'Inferno. Il dannato presenta il compagno che lo precede come personaggio
illustre, nipote della buona Gualdrada, e il suo nome è Guido Guerra, che tante buone azioni compì
in vita. Il dannato che invece lo segue è Tegghiaio Aldobrandi, le cui parole meritavano maggiore
ascolto, mentre colui che parla è Iacopo Rusticucci.
Dante si getterebbe nel sabbione per abbracciarli, se non glielo impedisse la pioggia di fiamme,
così deve reprimere questo desiderio. Poi il poeta dice che il miserevole aspetto dei tre gli provoca
non disprezzo ma dolore, tanto che ci vorrà tempo per superarlo. Egli si presenta come fiorentino e
dichiara di aver sempre ascoltato i loro nomi e le loro opere onorevoli col massimo rispetto. Dice
inoltre che Virgilio lo guida sino al fondo dell'Inferno per consentirgli di salvarsi l'anima.
Iacopo risponde augurando a Dante una vita lunga e grande fama dopo la sua morte, quindi gli
chiede se a Firenze ci sono ancora cortesia e valore, dal momento che un altro dannato (Guglielmo
Borsiere) giunto da poco nel girone ha portato tristi notizie. Dante risponde che la gente arrivata di
recente a Firenze dal contado e i facili guadagni hanno portato alterigia ed eccesso, cause prime
della corruzione della città. Dopo queste parole del poeta, i tre dannati si guardano l'un l'altro
stupiti, quindi rispondono a una voce ringraziando Dante della risposta cortese e sincera e lo
pregano di parlare di loro nel mondo quando sarà tornato da questo viaggio. Quindi i tre rompono
il cerchio che avevano formato e corrono via per ricongiungersi ai sodomiti della loro schiera: sono
velocissimi e Virgilio suggerisce a Dante che è il momento di riprendere il cammino.
Dante segue Virgilio e poco tempo dopo giungono vicini al suono del fiume che si getta in basso,
tanto forte da coprire le loro voci. Dante paragona il Flegetonte che si getta nell'alto burrato
sottostante alla cascata formata dall'Acquacheta presso San Benedetto nell'Appennino tosco-
emiliano, fiume che cambia nome arrivato vicino a Forlì. Dante ha intorno alla cinta una corda, con
cui aveva pensato a suo tempo di catturare la lonza: la scioglie come Virgilio gli ha chiesto di fare e
gliela porge legata e ravvolta. Il maestro si allontana di qualche passo verso destra e getta la corda
nel burrone sottostante. Dante dice fra sé che questo gesto di Virgilio deve avere un significato ed
è probabilmente un richiamo per qualcuno o qualcosa.
Virgilio intuisce il dubbio di Dante e gli preannuncia l'arrivo di un personaggio che si mostrerà ai
suoi occhi. Dante spiega al lettore che l'uomo saggio dovrebbe sempre tacere quelle verità che
hanno aspetto falso, per non essere tacciato ingiustamente di menzogna, ma in questa occasione
non può fare a meno di rivelare ciò che ha visto. Dante giura sulla sua Commedia di aver visto una
enorme figura avvicinarsi nuotando nell'aria scura e densa, simile al marinaio che torna in
superficie dopo essersi immerso per sciogliere l'ancora impigliata o rimuovere un altro ostacolo,
che ritrae le gambe per darsi la spinta e salire.
Virgilio presenta Gerione come una belva dalla coda appuntita, che è in grado di arrivare ovunque
e ovunque porta il suo fetore. Il maestro accenna al mostro di avvicinarsi all'orlo del baratro,
presso l'argine roccioso dove sono i due poeti, e Gerione obbedisce appoggiando testa e busto
sulla roccia e tenendo la coda nel vuoto. Ha il volto di un uomo giusto, il corpo di serpente, due
zampe pelose e artigliate che arrivano alle ascelle; il dorso e il petto sono dipinti con nodi e rotelle
multicolori, simili ai tessuti di Tartari e Turchi. Dante paragona l'animale a un burchiello, la barca
che approda tenendo una parte in acqua, e al castoro che nei paesi germanici attende la preda
emergendo in parte dal fiume. Gerione leva in alto la coda che ha in punta una specie di pinza
velenosa che ricorda quella di uno scorpione e Virgilio invita il discepolo ad avvicinarsi al punto
dove il mostro è giunto, cosa che i due fanno scendendo dall'argine roccioso e procedendo verso
destra sull'orlo del Cerchio, che li protegge dalla sabbia e dalla pioggia di fiamme.
Quando i due raggiungono Gerione, Dante nota che poco lontano ci sono dei dannati (gli usurai)
seduti nel sabbione infuocato, vicini all'orlo estremo del Cerchio. Virgilio invita Dante ad andare da
solo ad osservare questi peccatori, raccomandandogli di essere rapido mentre lui cercherà di
convincere Gerione a portarli sulla sua groppa in fondo al burrone.
Dante procede quindi da solo sull'orlo del Cerchio fino agli usurai, che piangono per il dolore e
usano le mani per ripararsi dalle fiamme e dalla sabbia, proprio come fanno d'estate i cani col
muso e le zampe per difendersi da mosche e altri insetti molesti. Dante osserva i dannati senza
riconoscerne alcuno, tuttavia vede che ognuno di loro porta al collo una borsa con sopra lo
stemma della loro famiglia, che ogni spirito non smette di guardare. Il poeta vede un peccatore la
cui borsa reca lo stemma di un leone azzurro su fondo giallo (i Gianfigliazzi), mentre un altro ha
una borsa che reca un'oca bianca in campo rosso (gli Obriachi).
Dante vede inoltre un altro usuraio, la cui borsa ha una scrofa azzurra in campo bianco (Reginaldo
Scrovegni), il quale lo apostrofa chiedendogli cosa fa all'Inferno da vivo e invitandolo ad andarsene.
Il dannato predice inoltre la futura dannazione del padovano Vitaliano del Dente e del fiorentino
Giovanni di Buiamonte, come del resto fanno gli altri dannati fiorentini che stanno insieme a lui.
Alla fine del discorso egli tira fuori la lingua, come un bue che si lecca il naso.
Dante teme che se si tratterrà oltre ciò irriterà Virgilio, quindi torna indietro e trova il maestro già
salito in groppa a Gerione, intento a raccomandargli di essere coraggioso. Virgilio lo invita a salire
davanti, perché lui si frapponga tra il discepolo e la coda velenosa del mostro. Dante è colto da
paura e trema come chi è colpito dal ribrezzo della febbre, tuttavia l'ammonimento di Virgilio lo
spinge ad eseguire l'ordine e si siede sulle spalle di Gerione. Dante vorrebbe chiedere al maestro di
tenerlo forte, ma questi interpreta il suo desiderio e lo abbraccia; poi Virgilio invita Gerione a
muoversi e gli raccomanda di scendere in fretta, compiendo larghi giri nell'aria.
Il mostro obbedisce e si allontana dalla parete rocciosa come una navicella che lascia la proda,
quindi allunga la coda al petto come un'anguilla e inizia a nuotare nell'aria con le zampe pelose.
Dante non vede altro che il buio intorno a sé e capisce di trovarsi nel vuoto, quindi è terrorizzato
come quando Fetonte guidò il carro del Sole incendiando il cielo e come quando Icaro volò troppo
vicino al Sole nonostante i richiami del padre Dedalo. Gerione scende lentamente e Dante non se
ne accorge se non per l'aria che lo colpisce al viso e alle gambe; sente da destra lo scroscio del
Flegetonte, si sporge e vede che si avvicina un luogo dove ci sono fuochi e pianti, per cui capisce
che la discesa è quasi terminata. Infatti Gerione si posa sul fondo del burrone, come un falcone
richiamato dal falconiere scende lentamente a terra compiendo larghi giri nell'aria; il mostro
depone i due poeti a terra, quindi si dilegua come una freccia scoccata dalla corda di un arco.
Ottavo cerchio – Bolgia 1 – I Ruffiani e i Seduttori – (Canto 18)
Ottavo cerchio – Bolgia 2 – Gli adulatori e i Lusingatori – (Canto 18)
Arrivato con Virgilio nelle Malebolge, Dante descrive questo luogo come formato tutto di pietra di
colore del ferro, come il baratro a strapiombo che lo circonda. Al centro di esso si apre un pozzo
profondo e tra questo e la parete rocciosa c'è una striscia di pietra divisa in dieci fossati concentrici
(le Bolge), del tutto simili ai fossati che cingono i castelli come protezione; le Bolge sono poi unite
da ponticelli rocciosi, simili ai ponti levatoi che vanno dalle soglie dei castelli sino alla riva dei
fossati.
Dante e Virgilio si trovano dunque nell'VIII Cerchio dopo essere scesi dalla groppa di Gerione, e il
discepolo segue il maestro che procede verso sinistra. Alla sua destra Dante vede nuovi dannati
che subiscono nuove pene, di cui è piena la I Bolgia: i peccatori sono sul fondo, nudi, e procedono
in due file parallele che vanno in direzioni opposte, una lungo il margine esterno della Bolgia
(ruffiani) e l'altra lungo quello interno (seduttori), in modo simile dunque ai Romani l'anno del
Giubileo che attraversavano il ponte di Castel Sant'Angelo. Ci sono dei demoni cornuti armati di
frusta, che colpiscono i dannati da tergo e li fanno camminare velocemente alle prime percosse.
Mentre procede lungo l'argine, Dante vede tra i ruffiani un dannato che crede di riconoscere e
torna un poco indietro a guardarlo, cosa che Virgilio accetta di buon grado. Il peccatore cerca di
nascondersi abbassando il viso, ma non può evitare che Dante lo riconosca e lo indichi come
Venedico Caccianemico, al quale chiede come sia giunto in questa Bolgia. Il dannato risponde
malvolentieri di essere colui che ha condotto la sorella Ghisolabella a soddisfare le voglie di Òbizzo
d'Este, quale che sia la versione che si dà dell'accaduto. Dichiara inoltre di non essere il solo
Bolognese nella Bolgia, che ne ospita tanti quanti sono quelli che vivono tra Savena e Reno (il che
si spiega con la loro naturale avarizia). Mentre il dannato parla, un diavolo lo sferza crudelmente e
lo manda via ricordandogli che qui non ci sono donne di cui fare mercato.
Dante si ricongiunge con Virgilio e poco dopo i due raggiungono un punto in cui dalla roccia parte
un ponte di pietra, che sormonta la Bolgia da un argine all'altro. Vi salgono sopra agevolmente e
giungono al punto più alto, da dove possono vedere l'interno della Bolgia: Virgilio raccomanda a
Dante di osservare bene l'altra schiera di dannati (i seduttori) che non hanno potuto vedere perché
prima procedevano nella loro stessa direzione. I due poeti osservano allora l'altra schiera di anime
scudisciate anch'esse dai demoni, e Virgilio indica al discepolo un dannato che procede con aspetto
regale, senza versare una lacrima nonostante il dolore: è Giasone, che con coraggio e astuzia si
impadronì del vello d'oro. L'eroe aveva sedotto e ingannato Isifile nell'isola di Lemno, lasciandola
incinta, e qui sconta questa colpa come l'inganno a Medea.
I due poeti sono ormai giunti al punto in cui il ponte roccioso si congiunge all'argine della II Bolgia,
dove sentono dannati (adulatori) che si lamentano e soffiano rumorosamente con le narici,
colpendosi con le loro stesse mani. Le pareti della Bolgia sono incrostate di muffa per i miasmi che
provengono dal fondo e che irritano occhi e naso. La Bolgia è talmente profonda e oscura che per
vedere bene i due sono costretti a salire sul punto più alto del ponte: da qui vedono gente immersa
nello sterco, simile a quello che fuoriesce dalle latrine umane. Dante osserva i dannati e ne scorge
uno, talmente coperto di escrementi che non è chiaro se sia chierico o laico (non si vede se abbia o
meno la tonsura). Il dannato rimprovera Dante di guardare solo lui, ma il poeta gli grida di averlo
già visto coi capelli asciutti e lo indica come il lucchese Alessio Interminelli. Il dannato si colpisce il
capo e afferma di scontare le adulazioni di cui la sua lingua non fu mai abbastanza sazia.
Dopo l'incontro con Interminelli, Virgilio invita Dante a spingere lo sguardo un po' più avanti, in
modo da vedere una donna sudicia e scarmigliata, che si graffia con le unghie piene di sterco e si
china sulle cosce. È la prostituta Taide, che al suo amante che le chiedeva se lei lo ringraziava,
aveva risposto: «Sì, moltissimo!». Dopodiché Virgilio invita Dante a lasciare la Bolgia e a passare in
quella seguente.
Ottavo cerchio – Bolgia 3 – I Simoniaci – (Canto 19)
Dante esordisce maledicendo Simon mago e tutti i suoi seguaci che fanno turpe mercato delle cose
sacre, per i quali è necessario che suoni la tromba del Giudizio Universale visto che sono ospitati
nella III Bolgia. Dante e Virgilio sono giunti sul punto più alto del ponte roccioso che sovrasta la
Bolgia, da dove il poeta può vedere quanta è la giustizia divina che si manifesta nel mondo. Infatti
egli vede le pareti e il fondo della Bolgia pieni di buche circolari, tutte della stessa dimensione, del
tutto simili ai fonti battesimali del battistero di San Giovanni a Firenze, uno dei quali era stato
spezzato da Dante per salvare uno che vi stava annegando. Ogni peccatore è confitto a testa in giù
nella buca, lasciando emergere solo le gambe fino alle cosce, mentre le piante dei piedi sono
accese da delle sottili fiammelle. I peccatori scalciano con forza, mentre le fiammelle lambiscono i
piedi come fa il fuoco sulle cose unte.
Dante nota che uno dei dannati sembra lamentarsi più degli altri e ha le fiammelle sui piedi di un
colore più acceso, quindi ne chiede conto a Virgilio. Il maestro risponde che, se Dante vuole, lo
porterà sul fondo della Bolgia dove potrà parlare direttamente con lui. Dante risponde che ne sarà
ben lieto, dopodiché i due giungono al termine del ponte e da lì scendono verso sinistra, sino al
fondo della Bolgia. Dante si avvicina al peccatore e gli chiede di parlare, proprio come il frate che
confessa l'assassino prima dell'esecuzione: il dannato risponde scambiandolo per papa Bonifacio
VIII e chiedendo perché sia già giunto lì e se sia già stanco di fare scempio della Chiesa. Dante resta
stupito e non sa che rispondere, quindi Virgilio lo invita a dire al dannato di non essere colui che
crede, cosa che il poeta esegue immediatamente.
A questo punto il dannato storce dolorosamente i piedi, quindi si presenta come il papa Niccolò III,
appartenente alla nobile famiglia degli Orsini e che fu assai avido nell'arricchire i suoi famigliari, al
punto che è finito all'Inferno. Sotto di lui nella stessa buca sono conficcati gli altri simoniaci, tutti
appiattiti nella roccia, e anche lui verrà spinto più in basso quando arriverà realmente colui per il
quale ha scambiato Dante (Bonifacio VIII). Ma questi rimarrà nella buca coi piedi di fuori meno
tempo di quando c'è rimasto Niccolò: infatti lo seguirà un altro papa simoniaco (Clemente V), che
spingerà di sotto entrambi dopo aver goduto in vita del favore del re di Francia, Filippo il Bello.
A questo punto lo sdegno di Dante esplode in una violenta invettiva contro Niccolò e tutti i papi
dediti alla simonia, cui il poeta chiede ironicamente quanto volle Gesù da san Pietro prima di
affidargli le chiavi del regno dei cieli, e rinfacciando che gli apostoli non pretesero alcun pagamento
da parte di Mattia quando prese il posto di Giuda. Niccolò è dunque giustamente punito e deve
custodire il denaro ricevuto per andare contro Carlo I d'Angiò. Solo il rispetto per il ruolo del papa
impedisce a Dante di usare parole ancor più gravi, poiché l'avarizia dei papi simoniaci ha sovvertito
ogni giustizia terrena. La Chiesa si è vergognosamente asservita agli interessi della monarchia
francese, dopo essersi trasformata in un'orrida bestia. I papi sono simili agli idolatri, in quanto
adorano cento dei d'oro e argento, mentre molto male ha prodotto la donazione di Costantino.
Mentre Dante accusa violentemente Niccolò, il dannato scalcia con forza come se fosse punto
dall'ira o dalla coscienza sporca, mentre Virgilio manifesta col suo volto l'approvazione per il
discorso del discepolo. Dopodiché il maestro sorregge Dante con entrambe le braccia e lo riporta
sull'argine della Bolgia, da dove parte il ponte che conduce alla IV Bolgia, fino al quinto argine.
Arrivato qui lo depone a terra, quindi i due si accingono a visitare la Bolgia seguente.

Ottavo cerchio – Bolgia 4 – I maghi e gli Indovini – (Canto 20)


Dante è giunto al ventesimo Canto della prima Cantica e deve descrivere una nuova pena, quella
degli indovini della IV Bolgia dell'VIII Cerchio che bagnano il fondo della fossa di pianto angoscioso.
Il poeta vede avanzare una schiera di dannati che tacciono e piangono, avanzando lentamente
come in una processione: guardando più in basso, si accorge che la loro figura è stravolta e che il
viso è completamente rivoltato indietro, così che essi sono costretti a camminare a ritroso. Può
darsi che una paralisi abbia ridotto qualcuno in tali condizioni, ma Dante non crede che ciò sia
possibile. Il poeta è talmento sconvolto che non può evitare di piangere, specie quando vede i
dannati versare a loro volta lacrime che bagnano loro la schiena e le natiche, così che si abbandona
a un pianto dirotto che suscita l'aspro rimprovero di Virgilio (il maestro accusa Dante di provare
compassione per queste anime scellerate).
Virgilio invita perentoriamente Dante a guardare gli indovini, tra i quali c'è Anfiarao, uno dei sette
re che assediarono Tebe e che fu inghiottito dalla terra apertasi sotto di lui, cadendo sino a
Minosse; egli ha ora le spalle al posto del petto e per aver voluto vedere troppo in avanti adesso
guarda indietro e cammina a ritroso. Virigilio mostra poi Tiresia, che divenne una donna in seguito
a una metamorfosi e tornò uomo dopo aver colpito due serpenti che si accoppiavano. Lo segue
Arunte, che visse in una spelonca presso la città di Luni, sulle alpi Apuane, da dove vedeva
ampiamente le stelle e il mare. Virgilio indica ancora una dannata le cui lunghe trecce coprono il
petto: è Manto, che vagò attraverso molte terre e infine si stabilì a Mantova, la città del poeta
latino, che invita Dante ad ascoltarlo un poco.
Virgilio spiega che dopo la morte del padre di Manto e dopo che la sua città, Tebe, cadde sotto la
tirannia di Creonte, la fanciulla girò in lungo e in largo per il mondo. Nell'Italia del nord sorge un
lago (Garda), ai piedi delle Alpi che dividono l'Italia dalla Germania, detto Benaco. Il territorio tra
Garda, la Valcamonica e le alpi Pennine si bagna per mille ruscelli che poi stagnano in questo lago:
al centro di esso c'è un luogo (l'isola dei Frati o Campione) soggetto ai tre vescovadi di Trento,
Brescia e Verona, mentre dove la riva del lago è più bassa sorge la città di Peschiera, solida fortezza
contro Bresciani e Bergamaschi. Qui a Peschiera l'acqua del lago fuoriesce a formare un fiume, il
Mincio, che poi scorre tra verdi pascoli fino a Governolo, dove si getta nel Po. Nel suo alto corso il
Mincio incontra un avvallamento dove si impaluda e d'estate è talvolta in secca. La vergine Manto
passò di qui e vide una terra in mezzo alla palude, incolta e disabitata, dove si stabilì per sfuggire
ogni contatto umano per coltivare le sue arti magiche coi suoi servi, e dove morì e fu seppellita. In
seguito gli uomini che erano sparsi tutt'intorno si raccolsero in quel luogo, ben difeso dalla natura
in quanto circondato dalla palude, e costruirono una città sulla tomba di Manto che chiamarono
poi Mantova dal nome dell'indovina. Gli abitanti erano ben più numerosi prima che Pinamonte dei
Bonacolsi ingannasse il folle conte Alberto di Casalodi. Virgilio conclude dicendo che questa è la
vera origine di Mantova, se mai Dante avesse sentito un'altra versione.
Dante ringrazia Virgilio per la dotta spiegazione e chiede se fra gli indovini della Bolgia ve ne siano
altri degni di attenzione. Il maestro risponde che il dannato la cui barba gli copre le spalle è
Euripilo, che fu augure al tempo in cui la Grecia fu spopolata di maschi per la guerra di Troia e
indicò con Calcante il momento propizio per far partire la flotta degli Achei. L'Eneide dello stesso
Virgilio accenna a lui, come ben sa Dante che la conosce tutta. Un altro dannato dai fianchi esili è
Michele Scotto, sempre dedito alle arti magiche e divinatorie; poi ci sono gli astrologi Guido
Bonatti e Asdente (Maestro Benvenuto), che vorrebbe essersi dedicato solo al mestiere di calzolaio
e ora si pente tardivamente. Ci sono anche molte donne che lasciarono le opere femminili per
dedicarsi alla divinazione, facendo magie con erbe e con immagini e diventando fattucchiere. Poi
Virgilio invita il discepolo ad allontanarsi, in quanto la luna già tocca l'orizzonte e sta per
tramontare sotto Siviglia. Essa era piena la notte precedente, cosa che Dante dovrebbe ricordare
visto che la luce lunare gli giovò mentre era perduto nella selva oscura. Mentre i due parlano non
cessano di camminare.
Ottavo cerchio – Bolgia 5 – I Barattieri – (Canti 21, 22 e 23)
Ottavo cerchio – Bolgia 6 – Gli Ipocriti – (canto 23)
Dante e Virgilio, parlando di cose che il poeta non riferisce, sono giunti sul punto più alto del ponte
che sovrasta la V Bolgia dell'VIII Cerchio in cui sono puniti i barattieri, per cui Dante ne osserva il
fondo e lo vede incredibilmente oscuro. Il fossato è infatti pieno di pece bollente, simile a quella
dell'Arsenale di Venezia con cui si riparano le navi danneggiate e dove si otturano le falle degli
scafi, si aggiustano prore e poppe, si riparano i remi e si rappezzano le vele. Una pece simile bolle
anche nella Bolgia, non riscaldata dal fuoco ma dall'arte divina, e in essa Dante non vede nulla
tranne le bolle che fuoriescono in superficie e il gonfiore che si alza e si abbassa di continuo.
Mentre il poeta osserva la pece, Virgilio richiama la sua attenzione e lo allontana subito da dove si
trova. Dante si volta come colui che si attarda a vedere ciò che dovrebbe sfuggire e perciò perde
ogni coraggio, vedendo un diavolo nero che corre velocissimo e agile su per il ponte. Il diavolo ha
un aspetto feroce, mentre spalanca le sue ali e tiene sulla spalla l'anima di un dannato di cui afferra
le caviglie con la mano artigliata. Il demone grida ai Malebranche che sta portando uno degli
anziani di Santa Zita (il comune di Lucca) e invita i compagni a gettarlo nella pece mentre lui,
intanto, tornerà in quella città piena di barattieri, al punto che lì per denaro si approva sempre ciò
che bisognerebbe respingere. Il diavolo getta il dannato nella pece, quindi torna indietro come un
mastino che insegue un ladro. Il barattiere si immerge nella pece e torna a galla tutto imbrattato,
per cui altri demoni che erano rimasti nascosti sotto il ponte gli urlano che, se non vuole essere
tormentato, deve restare sotto la pece bollente. I diavoli lo afferrano con bastoni uncinati,
straziandolo e alludendo ironicamente al suo peccato di baratteria, in modo tale che sembrano
sguatteri che intingono i pezzi di carne nella pentola.
Virgilio invita Dante a nascondersi dietro una sporgenza rocciosa, per non mostrare la sua presenza
ai diavoli, mentre lui intanto andrà a trattare con loro. Il maestro esorta Dante a non aver paura,
poiché egli già un'altra volta è stato nella stessa situazione e sa perfettamente come deve
comportarsi. A quel punto Virgilio giunge al fondo del ponte fino all'argine della Bolgia, atteggiando
una certa sicurezza: i diavoli gli si fanno incontro come cani arrabbiati contro un mendicante,
minacciandolo con gli uncini, ma Virgilio li esorta a non commettere violenze e a mandare avanti
uno di loro che faccia da rappresentante per discutere con lui. Tutti i diavoli gridano che deve
andare Malacoda, dopodiché uno dei Malebranche si fa avanti e chiede a Virgilio cosa lo renda così
sicuro. Il poeta latino risponde che non è certo giunto all'Inferno senza il volere e l'aiuto divino,
quindi invita il diavolo a lasciarlo passare in quanto il cielo vuole che lui mostri a qualcun altro quel
percorso. Malacoda sembra accusare il colpo, getta a terra il bastone uncinato e dice ai compagni
di non toccare Virgilio.
A questo punto Virgilio dice a Dante di uscire dal suo nascondiglio e di raggiungerlo senza alcun
timore. Dante obbedisce e si avvicina, mentre i diavoli si fanno avanti e lo inducono a temere che
non rispettino i patti, per cui il poeta è impaurito come i fanti di Caprona quando uscirono dal
castello assediato per arrendersi. Dante si avvicina subito timoroso a Virgilio, senza staccare gli
occhi dai Malebranche che hanno un aspetto assai poco rassicurante. I diavoli abbassano gli uncini
e si esortano l'un con l'altro a colpire Dante, ma poi Malacoda li richiama all'ordine e si rivolge ai
due poeti. Il capo dei Malebranche li informa che non possono procedere oltre da quella parte,
poiché il ponte roccioso che sovrasta la VI Bolgia è crollato e quindi i due dovranno costeggiare
l'argine della V Bolgia fino a trovare un altro ponte intatto. Il diavolo spiega che il giorno prima,
cinque ore più tardi dell'ora presente, si sono compiuti 1266 anni dal crollo del ponte, avvenuto il
giorno della morte di Cristo. Malacoda propone ai due poeti di dare loro la scorta di alcuni diavoli,
che li guideranno sino al punto in cui c'è un ponte intatto che potranno attraversare e chiama a sé
dieci Malebranche: Alichino, Calcabrina, Cagnazzo, Barbariccia (che dovrà guidare la schiera),
Libicocco, Draghignazzo, Ciriatto, Graffiacane, Farfarello e Rubicante. Malacoda ordina ai diavoli di
andare a controllare i peccatori nella pece, scortando i due poeti sani e salvi sino al ponte che li
condurrà alla Bolgia successiva.
Dante non si fida dei diavoli ed esorta Virgilio a proseguire senza la loro guida, dal momento che i
Malebranche digrignano i denti e lanciano ai due occhiate minacciose. Il maestro risponde a Dante
che non deve temere, poiché i diavoli fanno così per spaventare i dannati nella pece. A questo
punto i diavoli si dirigono a sinistra lungo l'argine, ma non prima che ognuno di loro si sia rivolto a
Barbariccia stringendo la lingua tra i denti, come a segnale convenuto, al che Barbariccia aveva
risposto con uno sconcio rumore dal sedere.
Dante commenta lo sconcio segnale di Barbariccia osservando che ha già visto cavalieri mettersi in
marcia, attaccare battaglia o battere in ritirata, e ha visto cavalieri compiere scorribande e giostrare
in tornei, obbedendo a segnali fatti con trombe, tamburi, campane, fuochi: mai, però, ha sentito
un segnale come quello scurrile prodotto dal diavolo. Dante e Virgilio procedono guidati dai
Malebranche, mentre il poeta osserva la pece cercando di scorgere i peccatori all'interno. Ne vede
alcuni che ermergono solo con il dorso, come i delfini quando nuotano in mare nelle vicinanze
delle navi, pronti a tornare sotto quando si avvicina Barbariccia (li paragona anche a delle rane che
sporgono dall'acqua solo il muso e tengono il resto del corpo nascosto).
Uno dei dannati è meno rapido di altri a tornare sotto la pece e Graffiacane, che gli è proprio di
fronte, è lesto ad afferrarlo per i capelli con l'uncino e a tirarlo su come una lontra (Dante conosce i
nomi dei dieci diavoli perché ha sentito Malacoda mentre li nominava). Tutti i demoni esortano
Rubicante a scuoiare il dannato con gli artigli, ma Dante chiede a Virgilio se può domandare al
malcapitato quale sia il suo nome. Virgilio si avvicina e glielo chiede, quindi il dannato risponde di
essere originario del regno di Navarra, nato da uno scialacquatore suicida e posto dalla madre a
servizio di un signore. Dice di essere stato alla corte di re Tebaldo II, dove commise molte
baratterie che gli hanno causato la dannazione. Il suo racconto è interrotto da Ciriatto che lo
azzanna, ma poi Barbariccia lo protegge con le braccia e intima ai compagni di lasciarlo a lui perché
lo infilzi con l'uncino. Il diavolo si rivolge a Virgilio e lo esorta a chiedere altro al dannato, prima che
venga straziato.
Virgilio si affretta a domandare al dannato se con lui ci siano degli italiani e lui risponde che si è
separato da poco da un barattiere, rammaricandosi di essere finito tra gli uncini dei Malebranche.
Libicocco è impaziente e colpisce il dannato con l'uncino, straziandogli un braccio; anche
Draghignazzo lo ferisce alle gambe, ma Barbariccia intima loro con un'occhiataccia di star fermi. I
diavoli si acquietano e Virgilio domanda al dannato chi sia il compagno di pena da cui si è separato.
Il barattiere risponde che è frate Gomìta, governatore della Gallura e maestro di inganni, che ebbe
in suo potere i nemici del suo signore (Nino Visconti) e li liberò in cambio di denaro, non
tralasciando di compiere altre baratterie. Insieme a lui c'è anche Michel Zanche, già governatore di
Logudoro, che parla sempre della Sardegna con il frate. Il dannato direbbe di più, ma teme che uno
dei Malebranche
Barbariccia si rivolge a Farfarello e lo invita bruscamente a farsi in là, quindi il dannato pieno di
timore dice che se Dante e Virgilio vogliono vedere dei toscani e dei lombardi tra i barattieri lui
potrà richiarmarli con un segnale convenuto, purché i demoni stiano un po' indietro. Cagnazzo
scuote il capo e afferma che questo è un inganno escogitato dal peccatore per cavarsi d'impaccio,
ma il barattiere ribatte che sarebbe davvero troppo malizioso a mettere in piedi una beffa per
accrescere la pena dei suoi compagni. Alichino minaccia il navarrese che, se tenterà di scappare, lo
inseguirà volando e non correndo, quindi esorta gli altri diavoli a lasciarlo libero e a nascondersi
dietro l'argine che strapiomba nella VI Bolgia, in modo che i dannati nella pece non possano
vederli. Tutti i demoni obbediscono ad Alichino e lasciano il navarrese, che ne approfitta per saltare
via e immergersi sotto la pece. I Malebranche si pentono dell'errore e Alichino si getta
all'inseguimento volando sulla superficie della pece, non riuscendo però ad afferrare il dannato
come il falcone non riesce a ghermire l'anatra che si immerge sott'acqua.
Calcabrina, infuriato contro Alichino, vola verso di lui per azzuffarsi col compagno e non appena il
dannato è sparito sotto la pece rivolge gli artigli contro il demone, che però è lesto a difendersi e
ad artigliarlo a sua volta. I due finiscono dentro la pece bollente, dove il calore li induce subito a
separarsi, ma la pece imbratta loro le ali e impedisce di levarsi in volo. Barbariccia, infuriato, manda
quattro dei suoi in volo sull'altro argine e li dispone in punti precisi con gli uncini, per permettere a
Alichino e Calcabrina di levarsi dalla pece che li invischia. Dante e Virgilio ne approfittano per
scappare.
Dante e Virgilio procedono soli lungo l'argine della V Bolgia, silenziosi come frati minori, mentre
Dante pensa alla favola della rana e del topo e trova analogie con la zuffa dei Malebranche cui ha
appena assistito. Il poeta pensa a questo punto ai demoni, che la beffa subita potrebbe aver reso
furiosi, per cui teme che possano inseguirli per vendicarsi. Dante si sente arricciare i peli dalla
paura e manifesta a Virgilio il timore che i diavoli siano già alle loro calcagna, e il maestro risponde
che il suo pensiero è lo stesso e che ha letto bene questa paura nella mente del discepolo. Virgilio
aggiunge che potranno calarsi nella VI Bolgia se il pendio che vi conduce non è troppo ripido, in
modo da sfuggire alla caccia dei diavoli.
Virgilio non ha neppure terminato la frase, quando Dante vede i Malebranche volare verso di loro
per afferrarli. Il maestro, con la stessa sollecitudine con cui una madre afferra il figlioletto e lo porta
fuori dalla casa in fiamme, in piena notte, pur vestendo solo una camicia, afferra prontamente
Dante e insieme a lui si cala lungo il pendio che porta alla VI Bolgia, stando supino e reggendo il
discepolo sul petto con l'amore di un padre. I due giungono rapidissimi sul fondo della Bolgia,
proprio nell'attimo in cui i Malebranche giungono in cima all'argine: i demoni non possono
proseguire oltre, per un decreto divino che vieta loro di uscire dalla Bolgia che gli è stata assegnata.
Sul fondo della Bolgia trovano dei dannati che procedono con estrema lentezza e piangendo, con
aspetto incredibilmente stanco (sono gli ipocriti). Indossano delle pesanti cappe con bassi
cappucci, della stessa foggia dei monaci cluniacensi, dorate all'esterno e fatte di piombo all'interno,
tanto pesanti che quelle di Federico II sembrano paglia al confronto. I due poeti si volgono a
sinistra e procedono insieme ai dannati, ma quelli sono tanto lenti che Dante e Virgilio li superano
ad ogni passo.
Dante invita Virgilio a osservare i dannati per trovarne qualcuno di cui lui possa riconoscere il volto
o il nome, e uno di loro (che ha sentito l'accento del poeta) si rivolge a lui esortandolo a fermare il
passo, perché forse sarà lui a soddisfare la sua richiesta. Virgilio si rivolge a Dante e lo invita a
rallentare, in modo da adeguare il suo passo a quello dei dannati. Dante obbedisce e vede due
peccatori che mostrano col volto una gran voglia di affrettarsi a raggiungerlo, ma sono ritardati
dalle pesanti cappe e dalla via stretta. Quando raggiungono i due poeti, i dannati scrutano a lungo
Dante e osservano che sembra vivo, mentre se lui e Virgilio sono morti si chiedono per quale
privilegio sono privi delle cappe. Quindi si rivolgono a Dante e gli chiedono chi sia: il poeta
risponde di essere nato e cresciuto a Firenze e di essere effettivamente ancor vivo, poi chiede loro
chi sono e qual è la pena che sono costretti a subire. Uno di loro risponde che le cappe all'interno
sono di piombo, talmente pesanti da provocare in loro dolore e lacrime. Dichiara poi di essere
stato come il compagno un frate godente, e dice che i loro nomi sono rispettivamente Catalano e
Loderingo, chiamati da Firenze a governare la città come singoli magistrati. Si comportarono in
modo tale, aggiunge, che la loro opera è ancora visibile presso il Gardingo (punto dove sorgevano
le case fatte abbattere dai due).
Dante sta per rivolgere ancora la parola ai due dannati, quando vede improvvisamente uno spirito
crocifisso a terra e legato a tre pali. Quando il dannato lo vede, inizia a storcersi tutto e a soffiare
tra i peli della barba, mentre frate Catalano spiega che si tratta di Caifas, il sommo sacerdote che
consigliò ai Farisei il martirio di Cristo col pretesto di giovare al popolo. Catalano spiega inoltre che
Caifas è inchiodato a terra, di traverso alla via della Bolgia, per cui è inevitabile che gli altri dannati
passando lo calpestino. Alla stessa pena è condannato anche suo suocero Anna, insieme agli altri
membri del Sinedrio che condannarono Gesù. Dante nota che Virgilio è molto meravigliato di
vedere Caifas, e lo osserva particolarmente stupito.
Virgilio chiede a Catalano di indicare loro se possano trovare una via per uscire dalla Bolgia senza
che qualcuno dei Malebranche debba venire a tirarli fuori. Il dannato risponde spiegando che c'è
un ordine di ponti rocciosi che sovrasta tutte le Bolge, ma è interrotto al di sopra della VI: i due
potranno trovare un mucchio di rocce crollate sul fondo del fossato, che formano un pendio meno
ripido e potranno essere scalate. Virgilio riflette un attimo pensieroso, poi osserva che Malacoda gli
aveva dunque raccontato una bugia. Catalano ribatte di aver udito a Bologna che il diavolo ha molti
vizi, tra cui spicca proprio la menzogna. Virgilio a questo punto si allontana a gran passi e con aria
adirata, seguito da Dante che si affretta a tener dietro al suo cammino.
Ottavo cerchio – Bolgia 7 – I ladri – (canti 24 e 25)
Dante è stupito nel vedere Virgilio corrucciato per le parole di Catalano, come il contadino che alla
fine dell'inverno si alza al mattino e vede la terra coperta di brina, la scambia per neve ed è
disperato, poi però si accorge che la brina si è sciolta e, riconfortato, esce contento a pascolare le
bestie. Allo stesso modo, infatti, il maestro ha fatto preoccupare Dante che lo ha visto turbato, ma
non appena i due giungono alla rovina del ponte roccioso Virgilio si rivolge al discepolo con la
stessa dolcezza dimostrata ai piedi del colle.
Virgilio osserva con attenzione la rovina, poi apre le braccia e sorregge Dante aiutandolo nella
salita, spingendolo cioè verso uno spuntone di roccia cui possa aggrapparsi e dandogli preziose
indicazioni su come proseguire. La via è impervia, tale che i due possono a malapena compiere la
scalata, aiutati dal fatto che le Malebolge sono un piano inclinato verso il pozzo centrale e quindi la
sponda interna di ogni Bolgia è meno ripida e più corta di quella esterna. Con enormi sforzi i due
poeti raggiungono la sommità dell'argine e Dante è senza respiro, al punto che si siede appena
arrivato. Virgilio lo rimprovera dicendogli che non si raggiunge la fama stando seduto o sotto le
coperte, e senza fama la vita di un uomo è destinata a passare come fumo nell'aria e schiuma
nell'acqua. Lo esorta ad alzarsi e a vincere la sua stanchezza, dal momento che essi devono
compiere una ben più ardua salita (fino al cielo). Le parole del maestro hanno l'effetto di scuotere
Dante, che si alza e si dice pronto a proseguire il cammino.
I due poeti prendono il ponte che sovrasta la VII Bolgia, assai più stretto e disagevole di quello
percorso sopra la V Bolgia. Dante parla per non apparire troppo stanco, ma a un tratto sente una
voce proveniente dalla Bolgia, che pronuncia parole incomprensibili. Dante è già arrivato al punto
più alto del ponte e anche da lì non capisce quello che sente, salvo che chi sta parlando sembra si
stia muovendo. Guardando nel fondo della Bolgia non vede nulla per l'oscurità, quindi prega
Virgilio di raggiungere l'argine che separa la Bolgia dalla successiva e il maestro volentieri
acconsente. I due percorrono tutto il ponte sino all'argine tra la VII e l'VIII Bolgia e da qui Dante
può vedere che la fossa è piena di orribili serpenti, tutti diversi tra loro, e lo spettacolo è così
spaventoso da fargli ancora paura al ricordarlo. Il deserto di Libia non produce rettili più numerosi
e orrendi di quelli, nè l'Etiopia o l'Arabia. In questo ammasso di serpenti corrono dannati nudi e
terrorizzati (i ladri), con le mani legate dietro la schiena da serpi che insinuano il capo e la coda
attorno ai fianchi, annodandosi davanti al ventre.
Un dannato è assalito da un serpente, che lo morde sulla nuca: lo sventurato arde e in un batter
d'occhio si trasforma in cenere, per poi cadere a terra, raccogliersi e tramutarsi di nuovo nella
stessa figura di prima, in modo assai simile a ciò che si narra della fenice che muore e rinasce ogni
cinquecento anni. Il peccatore si rialza e ha l'aria sgomenta, come colui che cade a terra vittima di
un'ossessione diabolica o di una paralisi. Virgilio gli chiede chi sia e il dannato risponde di essere
finito lì dalla Toscana poco tempo prima. Il suo nome è Vanni Fucci e Pistoia è la città in cui è nato,
vivendo un'esistenza degna di una bestia.
Dante prega Virgilio di dire al dannato di non scappare e di chiedergli quale colpa lo abbia condotto
all'Inferno, dal momento che il poeta crede di averlo conosciuto in vita. Il peccatore sente le parole
di Dante e non si nasconde, rivolgendo a lui il viso con vergogna; poi dichiara di dolersi più del fatto
di essere visto da lui in questa misera condizione che non di aver perso la vita. Non potendo negare
una risposta a Dante, afferma di scontare il furto degli arredi sacri nel duomo di Pistoia, falsamente
attribuito ad altri. Poi ingiunge al poeta di ascoltare il suo annuncio, perché una volta tornato sulla
Terra non goda di averlo visto tra i dannati: profetizza che prima Pistoia caccerà i Guelfi Neri, poi
Firenze farà lo stesso coi Bianchi e poco dopo una tempesta uscita dalla Lunigiana (Moroello
Malaspina) conquisterà Pistoia e con essa l'ultimo caposaldo dei Bianchi fiorentini. Vanni conclude
la profezia precisando che ha detto tutto ciò per fare del male a Dante.
Terminata la sua profezia, Vanni Fucci solleva le mani in un gesto scurrile e pronuncia una
bestemmia contro Dio, per cui una serpe gli si avvolge intorno al collo e lo strozza, mentre un'altra
gli lega le braccia in modo da impedirgli qualunque movimento. Dante prorompe in una violenta
invettiva contro Pistoia, patria del ladro, che dovrebbe incenerirsi da sé visto che ha dato i natali al
dannato più superbo che il poeta abbia visto all'Inferno, persino più di Capaneo. Vanni si allontana
e Dante vede avvicinarsi un centauro pieno d'ira, che insegue il ladro con l'intenzione di punirlo. Il
mostro ha sulle spalle un'incredibile massa di serpenti e un drago che erutta fuoco contro
chiunque incontri. Virgilio spiega a Dante che si tratta di Caco, che spesso commise rapine e
omicidi presso l'Aventino e non è insieme ai suoi fratelli centauri per il furto che compì ai danni di
Ercole, che lo uccise a colpi di clava.
Mentre Virgilio parla e Caco si allontana, tre dannati vengono sotto i due poeti che non se ne
accorgono se non quando sentono uno dei tre chiedere loro a gran voce chi siano. I due tacciono e
li osservano: Dante non li riconosce, ma per caso uno dei tre si chiede dove sia rimasto Cianfa e il
poeta capisce che sono fiorentini, per cui prega Virgilio di restare in silenzio. Ciò che poi Dante
descrive è tale da suscitare incredulità nel lettore, ma il poeta è il primo ad avere dubbi nel riferire
ciò che ha visto: un serpente a sei piedi si avventa su uno dei tre ladri e gli si aggrappa attorno,
aderendo al ventre coi piedi di mezzo e alle braccia con quelli anteriori, mordendo poi entrambe le
guance; appoggia i piedi posteriori alle cosce, mettendo la coda in mezzo ad esse e distendendola
su per la schiena. Il mostro aderisce al dannato come l'edera abbarbicata a un albero, quindi i due
esseri si scaldano e si fondono in una sola creatura, proprio come il papiro cui si appicca il fuoco e
che cambia colore a poco a poco, passando gradualmente dal bianco al nero. Gli altri due dannati
osservano e dicono al compagno, Agnello Brunelleschi, che si sta tramutando mirabilmente.
La metamorfosi prosegue e ormai i due esseri sono fusi in una sola creatura, con le braccia umane
e i piedi posteriori del serpente che diventano due membra, mentre tutte le altre parti del corpo
assumono un aspetto mai visto. Il mostro è diventato qualcosa di ben diverso dai due esseri
originari e se ne va con passo lento.
D'improvviso un serpentello acceso d'ira, simile al ramarro che sotto il sole estivo cambia siepe e
attraversa la via come un fulmine, nero come un granello di pepe, si avvicina al ventre degli altri
due (il serpente è Buoso Donati, gli altri sono il Guercio e Puccio Sciancato) e trafigge il primo
all'ombelico, cadendo disteso davanti a lui. Il dannato resta istupidito, come assalito dalla febbre,
guardandosi a vicenda col serpente mentre esce del fumo dalla piaga del dannato e dalla bocca del
serpente, che si mescola. Lucano farebbe meglio a tacere, là dove nella Pharsalia narra delle
metamorfosi di Sabello e Nasidio, così come Ovidio là dove nelle Metamorfosi descrive la
trasformazione di Cadmo e Aretusa rispettivamente in serpente e in fonte, poiché non ha mai
narrato la contemporanea trasmutazione di due esseri l'uno di fronte all'altro come si appresta a
fare Dante. Infatti il serpente divide la coda in due, l'uomo unisce i piedi e congiunge le cosce in
modo tale che diventano subito una cosa sola; la coda del serpente divisa in due prende forma di
gambe umane, ammorbidendo la pelle mentre quella dell'uomo si indurisce. Le braccia dell'uomo
si ritirano nelle ascelle, mentre i piedi del serpente si allungano e quelli posteriori si uniscono a
formare il membro virile, mentre quello dell'uomo si divide in due. Uno si copre di peli, l'altro li
perde; uno si alza e l'altro cade a terra, senza però che entrambi smettando di fissarsi con gli occhi
maligni. L'essere in piedi ritrae il muso verso le tempie e fa uscire ai lati le orecchie, formando poi
naso e labbra; quello a terra sporge in avanti il muso e ritrae le orecchie, come la lumaca fa con le
corna, e divide in due la lingua mentre quella dell'altro si unisce.
Lo spirito trasformatosi in serpente striscia via sibilando, mentre l'altro divenuto uomo lo insegue
sputando e poi si volta verso il terzo ladro, dicendo di volere che il compagno di pena, Buoso
Donati, strisci come ha fatto lui fino a quel momento. Così Dante ha assistito alle mutazioni dei
ladri della VII Bolgia, che la sua penna ha descritto in modo forse imperfetto per la novità del tema;
e anche se i suoi occhi hanno osservato confusi quell'orribile spettacolo, non ha potuto fare a
meno di riconoscere Puccio Sciancato nel solo dannato che non ha subìto metamorfosi, mentre il
serpente divenuto uomo è Francesco dei Cavalcanti, detto il Guercio.
Ottavo cerchio – Bolgia 8 – I consiglieri di frode – (canti 26 e 27)
Dante rivolge un aspro rimprovero a Firenze, che può davvero vantarsi della fama che ha
acquistato in ogni luogo e persino all'Inferno, dove il poeta ha visto (nella VII Bolgia) ben cinque
ladri tutti fiorentini che lo fanno vergognare e non danno certo onore alla città. Ma se è vero che i
sogni fatti al mattino sono veritieri, allora Firenze avrà presto la punizione che molti le augurano,
compresa la piccola città di Prato: se anche già fosse così sarebbe troppo tardi e più passerà il
tempo, più il castigo della città sarà grave per il poeta invecchiato.
Dante e Virgilio si allontanano dalla VII Bolgia e risalgono sul ponte roccioso nel punto dove erano
scesi a fatica, quindi proseguono lungo il cammino erto in cui bisogna aiutarsi con le mani. Giunti al
culmine del ponte, Dante guarda in basso e ciò che vede lo induce a tenere a freno il proprio
ingegno, perché non agisca senza l'aiuto della virtù e perché il poeta così facendo non si privi del
bene che un destino favorevole gli ha concesso. Come il contadino, che d'estate si riposa sulla
collina alla fine della giornata e vede nella valle sottostante tante lucciole, altrettante fiamme vede
Dante sul fondo della VIII Bolgia. E come il profeta Eliseo vide il carro che rapì Elia allontanarsi nel
cielo, scorgendo solo una fiamma che saliva, così Dante vede solo le fiamme muoversi nella fossa,
senza distinguere il peccatore nascosto dal fuoco. Il poeta si sporge dal ponte per vedere,
protendendosi al punto che cadrebbe di sotto se non si aggrappasse a una sporgenza rocciosa; e
Virgilio, che lo vede così attento, gli spiega che dentro ogni fuoco c'è lo spirito di un peccatore (i
consiglieri fraudolenti) che è come fasciato dalle fiamme.
Dante ringrazia il maestro della spiegazione, anche se aveva già capito che ogni fiamma
nascondeva un peccatore, quindi gli chiede chi ci sia dentro il fuoco che si leva con due punte,
simile al rogo funebre di Eteocle e Polinice. Virgilio risponde che all'interno ci sono Ulisse e
Diomede, i due eroi greci che furono insieme nel peccato e ora scontano insieme la pena. I due
sono dannati per l'inganno del cavallo di Troia, per il raggiro che sottrasse Achille a Deidamia e per
il furto della statua del Palladio. Dante chiede se i dannati possono parlare dentro il fuoco e prega
Virgilio di far avvicinare la duplice fiamma, tanto è il desiderio che lui ha di parlare coi dannati
all'interno. Virgilio risponde che la sua domanda è degna di lode, tuttavia lo invita a tacere e a
lasciare che sia lui a interpellare i dannati, perché essendo greci sarebbero forse restii a parlare con
Dante.
Quando la fiamma giunge abbastanza vicina ai due poeti, Virgilio si rivolge ai due dannati
all'interno e prega uno di loro di raccontare le circostanze della sua morte, in virtù dei meriti che lui
ha acquistato presso entrambi, in vita, quando scrisse gli alti versi. La punta più alta della fiamma
inizia a scuotersi, come se fosse colpita dal vento, quindi emette una voce come una lingua che
parla. Ulisse racconta che dopo essersi separato da Circe, che l'aveva trattenuto più di un anno a
Gaeta, né la nostalgia per il figlio o il vecchio padre, né l'amore per la moglie poterono vincere in
lui il desiderio di esplorare il mondo. Si era quindi messo in viaggio in alto mare, insieme ai
compagni che non lo avevano lasciato neppure in questa occasione; si erano spinti con la nave nel
Mediterraneo verso ovest, costeggiando la Spagna, la Sardegna, il Marocco, giungendo infine
(quando lui e i compagni erano molto anziani) fino allo stretto di Gibilterra, dove Ercole pose le
famose colonne. La nave era giunta allo stretto, tra Siviglia e Ceuta.
Ulisse si era rivolto ai compagni, esortandoli a non negare alla loro esperienza, giunti ormai alla
fine della loro vita, l'esplorazione dell'emisfero australe della Terra totalmente disabitato;
dovevano pensare alla loro origine, essendo stati creati per seguire virtù e conoscenza e non per
vivere come bestie. Il breve discorso li aveva talmente spronati a proseguire che Ulisse li avrebbe
trattenuti a stento: misero la poppa della nave a est e proseguirono verso ovest, passando le
colonne d'Ercole e dando inizio al loro folle viaggio. La notte mostrava ormai le costellazioni del
polo meridionale, mentre quello settentrionale era tanto basso che non sorgeva più al di sopra
dell'orizzonte. Il plenilunio si era già ripetuto cinque volte (erano passati cinque mesi) dall'inizio del
viaggio, quando era apparsa loro una montagna (il Purgatorio), scura per la lontananza e più alta di
qualunque altra avessero mai visto. Ulisse e i compagni se ne rallegrarono, ma presto l'allegria si
tramutò in pianto: da quella nuova terra sorse una tempesta che investì la prua della nave,
facendola ruotare tre volte su se stessa; la quarta volta la inabissò levando la poppa in alto, finché
il mare l'ebbe ricoperta tutta.
La fiamma di Ulisse è ormai dritta e quieta, poiché il dannato ha smesso di parlare e si allontana
con il permesso di Virgilio, quando un'altra fiamma viene dietro di essa e fa voltare i due poeti
emettendo un suono confuso. Come il bue che il tiranno Falaride fece costruire a Perillo muggì per
la prima volta martirizzando il suo costruttutore, com'era giusto, e muggiva poi con la voce di chi vi
veniva ucciso così da sembrare vivo anziché di rame, così la fiamma emette il suono della voce che
all'inizio non trova spazio per uscire. Alla fine la voce esce e la fiamma inizia a guizzare, per cui il
dannato si rivolge a Virgilio come colui che ha parlato in italiano ad Ulisse e lo prega di trattenersi
un poco a parlare con lui che ne ha un forte desiderio. Il dannato (Guido da Montefeltro) vuole
sapere se la Romagna è in pace o in guerra, dal momento che lui è originario della terra posta tra
Urbino e il monte da cui sgorga il Tevere.
Dante osserva chinandosi giù dal ponte che sovrasta la Bolgia, quando Virgilio lo tocca nel fianco e
lo invita a rispondere al dannato che parla la sua stessa lingua. Il poeta è pronto a rispondere e
dice al dannato che la Romagna non è mai stata senza guerre a causa dei tiranni che la dominano,
ma in questo momento non se ne combatte apertamente nessuna. Ravenna è nella stessa
situazione da molti anni, sotto la signoria dei Da Polenta che domina il territorio fino a Cervia. Forlì,
che sostenne un lungo assedio e fece strage dei Francesi, è dominata dagli Ordelaffi. I Malatesta,
che si sono impadroniti di Rimini eliminando violentemente Montagna dei Parcitati, dilaniano gli
avversari politici. Le città di Faenza e Imola sono governate da Maghinardo Pagani, che cambia
facilmente le sue alleanze. Cesena, che è bagnata dal fiume Savio, oscilla continuamente tra libertà
e soggezione alla tirannide. Alla fine del suo discorso Dante chiede al dannato di presentarsi e lo
prega di non esser restio più di quanto lo siano stati altri spiriti, se il suo nome conserva la fama nel
mondo.
La fiamma emette altri mugolii come già ha fatto prima, poi scuote la punta e il dannato inizia a
parlare. Egli afferma che se credesse di rivolgersi a qualcuno destinato a tornare sulla Terra non
direbbe una parola, ma dal momento che a quel che sa nessuno è mai uscito dall'Inferno,
risponderà senza temere infamia. Si presenta come Guido da Montefeltro, uomo d'armi e poi
francescano, fattosi frate credendo di espiare i suoi peccati: certo ci sarebbe riuscito, non fosse
stato per il papa (Bonifacio VIII) che lo indusse nuovamente a peccare. Guido spiega che quand'era
in vita le sue azioni furono improntate all'astuzia e conobbe tutti i raggiri e gli inganni della politica,
acquistando fama in tutto il mondo. Una volta arrivato alla vecchiaia, Guido provò dispiacere per la
vita condotta fino a quel momento e si pentì dei suoi peccati, facendosi frate.
Allora Bonifacio VIII, il principe dei nuovi Farisei, era in guerra contro i Colonna e non contro
Saraceni o Ebrei, poiché ogni suo nemico era cristiano e nessuno di questi aveva assediato Acri o
mercanteggiato coi musulmani; il papa, non avendo alcun riguardo per il suo alto ufficio né per il
cordone francescano di Guido, lo chiamò a sé come Costantino fece chiamare Silvestro per guarire
della lebbra. Bonifacio gli aveva chiesto un consiglio e Guido aveva esitato a darglielo, ma poi il
papa lo aveva rassicurato dicendogli di assolverlo in anticipo e pregandolo di dirgli come prendere
la rocca di Palestrina. Il papa gli aveva detto di possedere le due chiavi del potere papale, che il suo
precedessore (Celestino V) non ebbe care. Allora Guido fu indotto a parlare, spinto anche dal
timore di più gravi conseguenze, e consigliò a Bonifacio di promettere il perdono ai suoi nemici
senza poi mantenerlo.
Quando poi Guido morì, san Francesco venne a prendere la sua anima, ma un diavolo si oppose
dicendo che doveva in realtà andare all'Inferno per il consiglio fraudolento dato al papa e per il
quale lo aveva seguito sino a quel momento: infatti non si può assolvere chi non si pente della sua
colpa, e pentirsi e voler peccare allo stesso momento è una contraddizione in termini. Guido
ricorda di essersi disperato quando il diavolo lo prese e lo irrise dicendogli che forse non pensava
che lui fosse filosofo. Il demone lo aveva portato a Minosse il quale si attorcigliò la coda attorno al
corpo otto volte, destinandolo alla Bolgia dei consiglieri fraudolenti e mordendosi la coda stessa
per rabbia. Da allora Guido è dannato e si duole avvolto dalla fiamma.
Al termine del suo racconto il dannato si allontana, agitando la punta aguzza. Dante e Virgilio
passano oltre, percorrendo il ponte fino alla Bolgia successiva dove sono puniti i seminatori di
discordie.
Ottavo cerchio – Bolgia 9 – I seminatori di discordia – (Canti 28 e 29)
Di fronte allo spettacolo orribile della IX Bolgia dell'VIII Cerchio, in cui sono puniti i seminatori di
discordie, Dante dichiara che nessuno potrebbe rappresentare il sangue e le piaghe che lui ha visto
e che ogni linguaggio sarebbe insufficiente. Se anche si radunassero tutti i caduti in battaglia
dell'Italia meridionale nelle guerre di Roma, in quelle dei Normanni e nelle guerre scatenate dagli
Angioini (incluse le battaglie di Benevento e Tagliacozzo), la visione delle membra trafitte e
amputate sarebbe poca cosa rispetto a ciò cui ha assistito in quel luogo di tormento.
Dante vede un dannato che avanza ed è tagliato dal mento sino all'ano, proprio come una botte
che ha perso le doghe del fondo: le interiora gli pendono tra le gambe e sono visibili il cuore e lo
stomaco. Il poeta lo osserva e lui si apre il petto con le mani e lo invita a guardare bene: si presenta
come Maometto e indica il dannato che lo precede come Alì, tagliato dal mento alla fronte. Il
dannato spiega che tutti loro sono stati seminatori di scandalo e scisma, perciò sono tagliati a
pezzi; un diavolo armato di spada mozza loro parti del corpo e poi le ferite si richiudono, finché
non tornano davanti a lui.
Maometto chiede poi a Dante chi sia e perché indugi sul ponte invece di sottoporsi alla pena:
Virgilio risponde in sua vece e spiega che Dante è vivo e non un dannato, mentre lui ha il compito
di guidarlo vivo all'Inferno per mostrargli le pene dei peccatori. Alle parole del maestro, gli spiriti si
fermano e osservano Dante stupefatti, incluso Maometto che rivolge al poeta una profezia: gli dice
di ammonire fra Dolcino a procurarsi molti viveri, se non vorrà che la neve lo costringa ad
arrendersi ai Novaresi che lo assedieranno. Il dannato ha detto queste parole tenendo il piede
sospeso in aria, quindi lo posa a terra e prosegue il suo cammino.
Si avvicina un altro dannato con la gola squarciata, il naso mozzato e un solo orecchio, che dopo
aver osservato Dante emette la voce attraverso la ferita nel collo: si rivolge al poeta dicendo di
averlo conosciuto in Terra e si presenta come Pier da Medicina, originario della Pianura Padana.
Invita Dante ad ammonire Guido del Cassero e Angiolello da Carignano circa il fatto che saranno
gettati fuori da una nave e uccisi presso Cattolica, per il tradimento di un malvagio tiranno
(Malatestino da Rimini). Una simile infamia non si è mai vista in tutto il Mediterraneo: il tiranno,
che regge la terra (Rimini) che un suo compagno di pena si pente di aver visto, li attirerà in un
tranello con la scusa di parlare e poi li ucciderà prima di giungere a Focara.
Dante risponde a Pier da Medicina chiedendogli chi sia il dannato che si duole di aver visto Rimini:
l'altro afferra un compagno di pena per la mascella e gli apre la bocca, mostrando che la lingua gli è
stata mozzata. È Curione, che fu scacciato da Roma e si unì a Cesare ai tempi della guerra con
Pompeo e esortò il condottiero a varcare il Rubicone. Dante osserva che il dannato è sbalordito ora
che la lingua gli è stata tagliata, mentre l'ebbe così pronta quand'era in vita.
Si avvicina un altro dannato, che alza i moncherini delle mani mozzate da cui il sangue ricade sul
volto, presentandosi come Mosca dei Lamberti: la sua colpa fu di aver deciso l'uccisione di un
nemico della sua consorteria, cosa che scatenò gravi conseguenze per i Toscani tutti. Dante
aggiunge che ciò ha causato anche la scomparsa della sua famiglia da Firenze, per cui il dannato si
allontana come una persona triste e fuori di sé.
Dante resta a guardare i dannati e assiste a uno spettacolo che avrebbe timore a riferire, perché
potrebbe non essere creduto: lo conforta la sua buona fede e la coscienza di aver visto coi propri
occhi. Il poeta infatti osserva un dannato che avanza privo della testa, che tiene in mano per i
capelli come fosse una lanterna, che guarda i due poeti e si lamenta. Sembra due individui e uno al
tempo stesso, cosa comprensibile solo a Dio che rende possibile ciò. Quando il dannato giunge
sotto il ponte dove sono i due poeti, alza il braccio con la testa e rivolge loro alcune parole: dice a
Dante di osservare la sua pena, maggiore di qualunque altra, e si presenta come Bertram del
Bornio, che seminò discordia tra il re d'Inghilterra Enrico II e il figlio, il re giovane Enrico III. La sua
azione è paragonabile a quella di Achitofel con Assalonne, figlio del re David, e dal momento che
egli ha diviso persone così unite ora procede col capo separato dal corpo. Il dannato invita quindi
Dante a osservare in lui la pena del contrappasso.
La visione della IX Bolgia dell'VIII Cerchio ha commosso Dante alle lacrime, per cui Virgilio lo
rimprovera e gli ricorda che il suo atteggiamento è stato diverso nelle altre Bolge, aggiungendo che
sono le due del pomeriggio ed è tempo di procedere. Dante si scusa asserendo che tra i seminatori
di discordie ci dovrebbe essere un membro della sua famiglia. Il maestro gli dice che mentre Dante
stava parlando con Bertram del Bornio, un dannato lo aveva indicato minacciosamente col dito e
gli altri lo avevano chiamato Geri del Bello. Dante spiega che costui gli rimprovera il fatto che la sua
morte violenta non è stata ancora vendicata da un membro della sua consorteria, perciò se ne è
andato senza rivolgergli la parola. Mentre i due poeti parlano, raggiungono il ponte che sovrasta la
X e ultima Bolgia.
Ottavo cerchio – Bolgia 10 – I Falsari – (Canti 29 e 30)
Quando i due poeti sono arrivati sul ponte, Dante sente provenire dal basso dei lamenti così pietosi
da doversi tappare le orecchie con le mani. Se tra luglio e settembre dagli ospedali della
Valdichiana, di Maremma e della Saredegna si mettessero insieme tutti i malati, tale sarebbe lo
spettacolo e il puzzo di membra in cancrena che fuoriesce dalla Bolgia. I due poeti scendono
sull'argine e da lì Dante può vedere il fondo, dove sono puniti i falsari di metalli (alchimisti). La
pestilenza di Egina, quando l'intera popolazione fu sterminata e il paese fu ripopolato con le
formiche, non fu più grave dello sgradevole spettacolo della fossa in cui i dannati languono preda
di varie malattie. Essi giacciono sul ventre e sulle spalle l'uno dell'altro, alcuni sono sdraiati e altri
avanzano carponi. I due poeti procedono e osservano in silenzio i dannati, che non si possono
muovere.
Dante vede due dannati che siedono appoggiati l'uno all'altro, tutti coperti di croste e di scabbia;
entrambi si grattano con violenza per il tremendo prurito, come uno stalliere che striglia con forza
un cavallo, e levano via le croste come un coltello che squama una scardova o un pesce simile.
Virgilio si rivolge a uno di loro e gli chiede se fra i compagni di pena ci siano degli Italiani,
augurandogli che le unghie gli bastino per l'eternità a grattarsi. Il dannato risponde che sia lui sia il
compagno cui è appoggiato sono originari dell'Italia, chiedendo a sua volta al poeta chi sia lui.
Virgilio spiega che sta guidando Dante, ancor vivo, attraverso l'Inferno e a quel punto i due
peccatori si staccano l'uno dall'altro e fissano Dante stralunati. Virigilio invita il discepolo a
rivolgersi ai due dannati e Dante chiede loro chi siano, affinché possa portare notizie di loro sulla
Terra. Uno dei due si presenta come Griffolino d'Arezzo, condannato al rogo da Albero da Siena
non per il peccato che sconta all'Inferno, ovvero l'alchimia, ma perché scherzando gli aveva detto
di saper volare. Albero gli aveva ordinato di mostrargli se fosse vero, e poiché Griffolino non c'era
riuscito il nobile senese aveva chiesto al vescovo della città, che lo considerava come suo figlio, di
bruciarlo come eretico. Egli però è stato destinato alla X Bolgia da Minosse, cui non è lecito
sbagliare, in quanto ha praticato l'alchimia.
Dante prende spunto dalle parole di Griffolino e osserva con Virgilio che i Senesi sono un popolo di
incredibile vanità, maggiore persino di quella dei Francesi. L'altro dannato lo sente e afferma
ironicamente che tra gli abitanti di Siena devono essere salvati alcuni personaggi, tra i quali Stricca
dei Salimbeni, che si diede a spese pazze, suo fratello Niccolò, che introdusse in cucina l'uso dei
chiodi di garofano, e tutta la cosiddetta «brigata spendereccia», di cui fecero parte Caccianemico
degli Scialenghi e Bartolomeo dei Folcacchieri (detto l'Abbagliato). Il dannato si presenta poi come
Capocchio di Siena, che fu falsatore di metalli tramite l'alchimia, e Dante dovrebbe riconoscerlo
come buon imitatore della natura.
Per descrivere il furore dei falsari di persona, puniti nella X Bolgia dell'VIII Cerchio, Dante ricorre a
due similitudini: Giunone, gelosa di Semele in quanto amata da Giove e adirata contro i Tebani,
prima incenerì la fanciulla e poi fece impazzire Atamante, marito di sua sorella. Questi, vedendo la
moglie coi due figli in braccio, l'aveva scambiata per una leonessa con due piccoli e aveva afferrato
il figlio Learco per poi ucciderlo, mentre la donna si era annegata con l'altro. E al tempo in cui Troia
fu sconfitta e Priamo venne ucciso, sua moglie Ecuba fu fatta schiava e apprese in seguito della
morte dei suoi figli Polissena e Polidoro, per cui impazzì e si mise a latrare come un cane. Tuttavia,
nessuno di questi esempi di follia o di altri che colpiscono uomini o bestie possono descrivere il
furore di due anime che corrono nella Bolgia: una di esse assale Capocchio azzannandolo sul collo
e trascinandolo col ventre a terra.
Griffolino d'Arezzo resta lì tremante e dice a Dante che quell'anima è di Gianni Schicchi, per cui il
poeta si affretta a chiedergli chi sia l'altra anima che è giunta lì in preda alla furia. Griffolino
risponde che si tratta di Mirra, che si invaghì del padre contrariamente a ogni legge morale. La
donna, pur di giacere con lui, si era finta un'altra donna, mentre Gianni aveva finto di essere il
defunto Buoso Donati, per assegnarsi con un testamento falso la più bella giumenta della sua
mandria. Udite le parole dell'alchimista, Dante passa a osservare gli altri dannati della Bolgia.
Dante nota un dannato dal ventre così gonfio che sembrerebbe un liuto, se non fosse che al fondo
della pancia ha le due gambe. Ciò è effetto dell'idropisia, malattia che deforma le parti del corpo
accumulando liquido nel ventre; il dannato ha anche le labbra aperte per la sete, proprio come
accade al tisico. Il dannato apostrofa Dante e Virgilio, meravigliato del fatto che vanno per l'Inferno
senza alcuna pena, quindi si presenta come Mastro Adamo, che visse nell'abbondanza e ora brama
un goccio d'acqua. Egli ripensa sempre ai freschi ruscelli del Casentino e tale ricordo lo tormenta
assai più della malattia di cui ora è vittima: la giustizia divina lo punisce facendogli pensare a quei
luoghi dove peccò e inducendolo a sospirare di continuo. In quelle terre infatti c'è il castello di
Romena, dove lui ha falsificato i fiorini ed è stato arso sul rogo. Se solo vedesse tra i compagni di
pena l'anima di Guido, o di Alessandro o del loro fratello Aghinolfo (i conti Guidi), in cambio
rinuncerebbe a bere dell'acqua della fonte Branda: uno di loro (Guido) è già nella Bolgia, stando a
quel che dicono gli altri dannati, e se Adamo potesse muoversi anche solo di un'oncia in cent'anni
si sarebbe già messo alla sua ricerca, nonostante la Bolgia abbia una circonferenza di undici miglia
e non sia larga meno di mezzo miglio. Mastro Adamo è dannato a causa dei conti Guidi, che
l'hanno indotto a falsificare i fiorini con tre carati di metallo vile.
Dante chiede a Mastro Adamo chi sono i due dannati stesi accanto a lui, che bruciano di febbre e
fumano come le mani bagnate d'inverno. Il monetiere risponde di averli trovati lì al suo arrivo nella
Bolgia e di non averli mai visti muoversi: sono la moglie di Putifarre, che accusò falsamente
Giuseppe, e il greco Sinone, che ingannò i Troiani con lo stratagemma del cavallo di legno. A questo
punto Sinone, irritato per essere stato nominato, colpisce con un pugno la pancia gonfia di Adamo:
questi risponde con un colpo al viso, dicendo a Sinone che se non può muovere le gambe, conserva
tuttavia sufficiente agilità nelle braccia. Sinone ribatte che Adamo non era così agile quando
andava al rogo, mentre aveva le braccia sciolte mentre falsificava monete; l'altro dichiara che è
vero, ma Sinone non fu altrettanto sincero quando raccontò del cavallo a Troia. Sinone ribatte che
lui disse il falso, ma Adamo falsificò monete ed è dannato per una colpa più grave; Adamo gli
ricorda ancora lo spergiuro del cavallo e afferma che tutto il mondo ne è a conoscenza. Sinone gli
rinfaccia la sete che lo tormenta e l'acqua che gli rigonfia orribilmente la pancia; Adamo ribatte che
la bocca di Sinone è arsa dalla febbre e gli duole la testa, quindi non gli servirebbero molti inviti per
leccare qualche goccia d'acqua.
Dante osserva il volgare alterco con grande attenzione, quando d'improvviso è rimproverato da
Virgilio, che gli dice di essere sul punto di iniziare uno scontro con lui. Dante si volta subito verso il
maestro, provando tanta vergogna che ne conserva ancora il ricordo: come quello che sogna di
subire un danno e nel sogno stesso desidera che ciò non sia vero, così Dante vorrebbe scusarsi con
Virgilio ma non osa parlare, e tuttavia si scusa col suo aspetto vergognoso. Il maestro lo rassicura
dicendogli che il pentimento di Dante basterebbe a lavare un peccato maggiore, quindi non deve
pensarci più. Virgilio lo invita poi ad averlo sempre accanto nel caso assista nuovamente a una
simile rissa, perché attardarsi ad ascoltare cose simili è desiderio vile.

Il pozzo dei giganti – (canto 31)


L'aspro rimprovero di Virgilio alla fine del Canto precedente, quando il poeta si era attardato ad
assistere alla rissa tra i falsari, ha fatto vergognare Dante, ma è stato lo stesso maestro a
rincuorarlo, proprio come faceva la lancia di Peleo e poi di Achille che aveva il potere di sanare le
ferite inferte al primo colpo con un secondo. I due poeti lasciano le Malebolge e si dirigono verso il
IX Cerchio, attraversando in silenzio l'argine roccioso che separa i due luoghi. C'è una luce
crepuscolare che non permette di vedere bene, ma Dante a un tratto sente risuonare un corno
fragoroso, per cui spinge in avanti lo sguardo: Orlando non suonò il suo in modo più terribile a
Roncisvalle. Dopo un po' a Dante sembra di scorgere delle alte torri e chiede spiegazioni a Virgilio:
il maestro lo avverte che guardando nell'oscurità si vedono cose che si possono fraintedere e lui lo
capirà quando saranno più avanti. Poi Virgilio prende dolcemente il discepolo per mano e lo
avverte che ciò che ha visto non sono torri, bensì giganti confitti nella roccia fino alla cintola.
Come quando la nebbia si dirada e permette di vedere ciò che poco prima celava, così Dante
spinge in avanti lo sguardo e vede le sagome dei giganti che gli incutono timore: essi cingono il
pozzo che cala nel IX Cerchio, sepolti nella roccia fino alla vita, e gli sembrano le torri che
circondano Monteriggioni. Il poeta già vede la faccia di uno di essi (Nembrod), nonché il resto della
parte superiore del corpo. Certo la natura fece bene a non creare più animali del genere, e se
continua a generare elefanti e altri pachidermi ciò è comprensibile in quanto i giganti avevano
l'intelligenza umana ed erano quindi molto pericolosi.
La faccia di Nembrod sembra lunga e grossa come la pigna di bronzo di S. Pietro, a Roma, e il resto
del corpo è in proporzione; ciò che emerge dalla cintola alla testa è tanto alto che tre abitanti della
Frisia, uno sull'altro, sarebbero arrivati a stento alle sue chiome (Dante stima che il gigante sia alto
trenta palmi dalla spalla alla vita).
Nembrod inizia a pronunciare parole incomprensibili con voce accesa, ma Virgilio si rivolge a lui
dandogli dello sciocco e invitandolo a sfogare la propria ira suonando col corno che tiene a tracolla;
se cerca bene, troverà la correggia di cuoio che lo tiene legato e che gli attraversa il petto.
Dopodiché il maestro si rivolge a Dante e gli dice che il gigante accusa se stesso, poiché è colui che
tentò follemente di arrivare in cielo con la Torre di Babele e per cui oggi si usano linguaggi diversi.
Virgilio conclude invitando Dante a lasciarlo stare e a non parlare inutilmente con lui, dal momento
che il gigante non capisce alcun linguaggio e il suo è sconosciuto a tutti gli altri.
I due poeti si rivolgono quindi a sinistra e proseguono il cammino, trovando poco dopo un altro
gigante ancor più feroce e più grande. Egli è strettamente avvinto da una catena, che gli lega un
braccio davanti e l'altro dietro la schiena, e si avvolge dal collo in giù formando cinque giri almeno
fin dove il corpo è visibile. Virgilio spiega che questo gigante volle sperimentare la sua forza contro
Giove e il suo nome è Fialte, che si unì agli altri giganti quando questi si ribellarono agli dei e per
questo ora non può muovere le braccia. Dante chiede al maestro se sia possibile vedere lo
smisurato Briareo, ma Virgilio risponde che dovrà accontentarsi di vedere Anteo che è vicino a loro
ed è sciolto, così che potrà aiutarli a scendere nel lago di Cocito. Briareo è infatti più lontano, è
legato e del tutto simile a Fialte, tranne il fatto che ha il volto più feroce. Fialte si scuote
improvvisamente e produce un frastuono simile a un terremoto, per cui Dante teme la morte e
resta vivo solo perché vede che il gigante è assicurato dalla robusta catena.
I due procedono ancora e raggiungono Anteo, che fuoriesce dalla roccia di sette metri circa senza
la testa. Virgilio si rivolge a lui e gli ricorda che un tempo, quando viveva nella valle di Zama in
Nordafrica dove Scipione sconfisse Annibale, uccise più di cento leoni e che se si fosse unito ai suoi
fratelli nella lotta contro gli dei forse avrebbero vinto i giganti. Virgilio lo prega di deporli giù al
fondo del pozzo, nel lago ghiacciato di Cocito: non deve indurli ad andare da Tizio o Tifeo, poiché
Dante può dargli fama nel mondo coi suoi versi e concedergli l'immortalità. Anteo non si fa pregare
e prende Virgilio stendendo le mani di cui Ercole sentì la terribile stretta. Il maestro dice poi a
Dante di avvicinarsi, in modo che possa afferrarlo: lo abbraccia e il gigante può sollevarli entrambi.
Come la torre della Garisenda a Bologna, che se si guarda dalla parte dove pende e passa dietro
una nuvola sembra prossima a cadere, così Anteo pare a Dante quando il gigante si china verso di
lui, al punto che il poeta vorrebbe andare per un'altra strada. Il gigante depone dolcemente i due
poeti al fondo della ghiaccia di Cocito, dove sono imprigionati Lucifero e Giuda, per poi sollevarsi di
nuovo come l'albero di una nave.
Nono Cerchio – Zona 1: Caina – Traditori dei parenti – (Canti 32 e 33)
Dante vorrebbe disporre di un linguaggio aspro e duro, per descrivere il IX Cerchio, e poiché non
ritiene il suo stile adeguato si accinge a iniziare il Canto con una certa apprensione, in quanto non è
impresa da sottovalutare quella di rappresentare il fondo dell'Inferno dove sono puniti i traditori.
Invoca pertanto l'aiuto delle Muse, proprio come aiutarono il poeta Anfione a muovere le pietre
che formarono le mura della città di Tebe. Il poeta accusa duramente i traditori confitti nel ghiaccio,
di cui è difficile parlare e che sarebbe stato meglio fossero stati sulla Terra pecore o zebre.
Dante e Virgilio iniziano a muoversi sulla superficie del lago di Cocito, dove il gigante Anteo li ha
deposti in un punto più basso dei suoi piedi. Mentre Dante ancora guarda la parete rocciosa del
pozzo, sente un dannato che lo apostrofa e lo invita a stare attento dove mette i piedi: si volta e
vede che il lago è totalmente ghiacciato, più di quanto lo sia mai stato il Danubio in Austria o il Don
in Russia, e se anche su di esso cadessero monti altissimi non ne farebbero incrinare la superficie.
Le anime dei dannati (traditori dei parenti) sono imprigionate nel ghiaccio fino al viso, come le rane
stanno a gracidare nello stagno al principio dell'estate, sono livide per il freddo e battono i denti
come cicogne. Essi tengono la faccia rivolta all'ingiù e versano lacrime verso il basso, dal che si
capisce la pena che essi soffrono.
Dante si guarda intorno, quindi vede ai suoi piedi due dannati imprigionati nel ghiaccio e così vicini
che i capelli si confondono tra loro. Il poeta si rivolge ai due e li invita a rivelare i propri nomi: essi
sollevano il collo per guardare Dante, ma così facendo le lacrime gocciolano lungo il viso fino alle
labbra e, ghiacciandosi, rinserrano i loro occhi. Essi reagiscono rabbiosamente, cozzando la testa
fra loro come due caproni. Un altro dannato, cui il freddo ha fatto cadere entrambe le orecchie,
tenendo il viso basso chiede a Dante il motivo per cui indugia a osservarli. Dichiara poi che i due
dannati vicini vissero nella Valle di Bisenzio, furono fratelli e figli di Alberto di Mangona: Dante
potrà cercare in tutta quella zona di Cocito, la Caina, senza trovare altri dannati che meritino tale
pena più di loro. Il dannato nomina dunque altri compagni di pena, tra cui il cavaliere ucciso dalla
lancia di re Artù (Mordrec), Vanni de' Cancellieri detto Focaccia, Sassolo Mascheroni che gli è
accanto e gli impedisce la vista. Il dannato conclude presentando se stesso come Camicione de'
Pazzi, che attende l'arrivo del congiunto Carlino nella zona Antenòra e la cui colpa, più grave, farà
apparire minore la sua.

Nono cerchio – Zona 2: Antenora – I traditori della patria – (canti 32 e 33)


Dante vede più di mille visi di dannati paonazzi per il freddo, cosa che gli farà sempre ricordare
quello spettacolo con ribrezzo. Mentre i due poeti procedono verso il centro di Cocito ed entrano
nella Antenòra, Dante, che trema di freddo, per caso o per destino urta col piede la testa di un
dannato che piangendo lo sgrida. Il dannato, uno dei traditori della patria, chiede a Dante perché
lo calpesta se non è venuto a vendicare il tradimento della battaglia di Montaperti, per cui lo invita
a lasciarlo stare. Il poeta, punto sul vivo, chiede a Virgilio il permesso di trattenersi un poco per
togliersi un dubbio, promettendo di non attardarsi oltre. Il maestro acconsente e Dante chiede al
dannato di rivelare il proprio nome: il traditore gli chiede a sua volta chi è lui, che va colpendo le
teste dei dannati dell'Antenòra e Dante afferma di essere vivo, promettendo sarcasticamente al
dannato di concedergli fama rivelando al mondo il suo nome. Poiché lo spirito rifiuta di
manifestarsi e invita Dante ad allontanarsi con male parole, il poeta lo afferra per la collottola e gli
intima di dire il proprio nome, strappandogli più di un capello, ma il dannato si ostina nel suo
silenzio e gli rivolge parole di sfida. Dante continua a strappargli i capelli mentre quello latra come
un cane, quando un compagno di pena si rivolge a lui chiamandolo Bocca (degli Abati) e
invitandolo a non urlare oltre a battere i denti. Dante dice che non ha più bisogno che lui parli e
che provvederà a portare nel mondo notizie veritiere sul suo destino ultraterreno.
Bocca invita ancora Dante ad andarsene e a dire di lui ciò che vuole, ma non dovrà tacere i nomi di
altri traditori della patria che sono lì insieme a lui, a cominciare da quello che ha fatto il suo nome:
si tratta di Buoso da Duera, che fu corrotto dagli Angioini perché tradisse Manfredi di Svevia. Bocca
indica inoltre Tesauro dei Beccheria, decapitato dai fiorentini, Gianni dei Soldanieri, Gano di
Maganza e Tebaldello Zambrasi che consegnò Faenza ai Guelfi bolognesi.
Dante e Virgilio si sono allontanati da Bocca degli Abati, quando il poeta vede altri due dannati
imprigionati nel ghiaccio, uno dei quali tiene la testa sopra quella dell'altro come un cappello. Il
dannato che sta sopra addenta orribilmente la testa di quello che sta sotto, nel punto in cui il
cervello si unisce al midollo spinale, in modo simile a quando Tideo rose la testa del nemico ucciso
Menalippo. Dante si rivolge al dannato e gli chiede la ragione di un tale odio verso il compagno di
pena, promettendogli, se ha ragione di lagnarsi di lui, di rendergli giustizia nel mondo rivelando ciò
che gli dirà.
Il peccatore apostrofato da Dante alla fine del Canto precedente, intento ad addentare
bestialmente il cranio del compagno di pena, solleva la bocca da quell'orribile pasto e la forbisce
coi capelli dell'altro. Egli dichiara a Dante che la sua richiesta di spiegargli le ragioni di tanto odio
rinnova in lui al solo pensiero un disperato dolore, già prima di parlarne; tuttavia, se le sue parole
dovranno infamare il nome dell'altro traditore, egli parlerà e piangerà al tempo stesso. Dopo aver
osservato che Dante gli sembra fiorentino dall'accento, si presenta come il conte Ugolino della
Gherardesca e dichiara che il suo compagno è l'arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini. Non c'è
bisogno che racconti come Ruggieri lo avesse raggirato e attirato in una trappola facendolo
catturare, poiché la cosa è nota a tutti; ma ciò che Dante non può sapere, ovvero quanto crudele
sia stata la sua morte, sarà oggetto del suo racconto e il poeta valuterà se il suo odio è giustificato.
Ugolino e i suoi quattro figli erano già rinchiusi da diversi mesi nella Torre della Muda a Pisa, che
poi sarebbe stata chiamata Torre della Fame, nella quale egli aveva visto il mondo esterno
attraverso una stretta feritoia, quando una notte egli fece un sogno premonitore. Aveva sognato
Ruggieri nelle vesti di un cacciatore che capeggiava una brigata, intenta a dare la caccia a un lupo e
ai suoi piccoli sul monte San Giuliano che scherma ai Pisani la vista di Lucca. Nel sogno, Ruggieri si
faceva precedere dalle famiglie ghibelline dei Gualandi, dei Sismondi e dei Lanfranchi, che
mettevano sulle loro tracce delle cagne macilente e fameliche: il lupo e i piccoli erano stanchi per
la corsa e venivano raggiunti dalle cagne, che li azzannavano. Il mattino seguente Ugolino si era
svegliato e aveva sentito piangere i figli, che chiedevano del pane: il conte a questo punto
interrompe il racconto accusando Dante di essere crudele a non piangere, immaginando il triste
presentimento di quella mattina. Quindi prosegue spiegando che era vicina l'ora in cui solitamente
veniva loro portato il cibo, anche se ciascuno ne dubitava per via del sogno: a un tratto i quattro
sentirono che l'uscio della torre veniva inchiodato e Ugolino fissò in viso i figli senza parlare, senza
piangere e restando impietrito, tanto che uno dei figli (Anselmuccio) gli chiese cosa avesse. Ugolino
non rispose e non disse nulla per l'intera giornata e la notte seguente, fino all'alba.
Non appena un raggio di sole penetrò nella torre e permise al conte di vedere i volti smagriti dei
figli, l'uomo fu colto dalla rabbia e si morse entrambe le mani; i figli, pensando che lo avesse fatto
per fame, si erano alzati e gli avevano offerto le proprie carni per nutrirsi. Allora Ugolino si era
calmato per non accrescere la loro pena: i due giorni successivi nessuno proferì più parola, mentre
ora il dannato si rammarica che la terra non li avesse inghiottiti. Arrivati al quarto giorno, uno dei
figli di Ugolino (Gaddo) stramazzò ai suoi piedi invocando vanamente il suo aiuto, e poi morì. Tra il
quinto e il sesto giorno morirono anche gli altri tre, poi per due giorni Ugolino, reso cieco dalla
fame, aveva brancolato sui loro corpi chiamandoli per nome: a quel punto il digiuno aveva prevalso
sul suo dolore. Posto fine al suo racconto, il conte storce gli occhi e riprende a mordere il cranio di
Ruggieri.
Dante si abbandona a una violenta invettiva contro la città di Pisa, patria di Ugolino, definita come
la vergogna dei popoli di tutta Italia: poiché le città vicine non si decidono a punirla, il poeta si
augura che le isole di Capraia e Gorgona si muovano e chiudano la foce dell'Arno, in modo tale da
annegare tutti gli abitanti della città. Forse Ugolino era sospettato di aver ceduto alcuni castelli a
Firenze e Lucca, ma i quattro figli (Uguccione, il Brigata e gli altri due prima nominati) erano
innocenti per la giovane età e non dovevano essere uccisi insieme al conte (Pisa ha commesso un
delitto che la accosta all'antica città di Tebe).

Nono cerchio – Zona 3: Tolomea – I traditori degli amici – (canto 33)


Dante e Virgilio passano nella zona successiva di Cocito, la Tolomea dove sono puniti i traditori
degli ospiti: questi sono imprigionati nel ghiaccio col volto all'insù. I dannati piangono, ma le
lacrime gli si congelano nelle orbite degli occhi formando come delle visiere di cristallo che non
permettono loro di sfogare il dolore, accrescendo ulteriormente la pena. Dante a causa del freddo
ha il viso quasi totalmente insensibile, tuttavia gli pare di sentire soffiare del vento: ne chiede
spiegazione a Virgilio, osservando che all'Inferno non ci possono essere eventi atmosferici. Il
maestro risponde che presto Dante sarà nel punto dove avrà la risposta, vedendo coi propri occhi
la causa di un tale fenomeno (cioè Lucifero).
Uno dei dannati immersi nel ghiaccio si rivolge ai due poeti e, scambiandoli per dannati, li prega di
togliergli dagli occhi le croste di ghiaccio, così da potere sfogare il dolore che gli opprime il cuore
prima che le lacrime si congelino nuovamente. Dante risponde che lo farà, ma a patto che il
peccatore riveli il proprio nome: se il poeta non manterrà la parola, possa andare fino in fondo al
ghiaccio di Cocito. Il dannato risponde di essere frate Alberigo, che qui sconta la pena per la sua
grave colpa. Dante è stupito, in quanto crede che Alberigo non sia ancora morto: il peccatore
spiega che non ha idea di come e da chi sia governato il suo corpo sulla Terra, in quanto avviene
spesso che l'anima destinata alla Tolomea vi finisca prima di giungere alla fine naturale della vita.
Per indurre Dante a togliergli più volentieri il ghiaccio dagli occhi, Alberigo aggiunge che non
appena l'anima commette il tradimento dell'ospite essa lascia il corpo e il suo posto è preso da un
demone, che lo governa fino alla fine naturale dei suoi giorni. Forse, dice il dannato, sulla Terra c'è
ancora il corpo del compagno di pena dietro di lui: è Branca Doria, imprigionato in Cocito già da
molti anni. Dante è perplesso, poiché sa per certo che Branca Doria è ancora vivo nel mondo, ma
Alberigo ribatte che Michele Zanche non era ancora giunto fra i barattieri della V Bolgia dell'VIII
Cerchio che Branca Doria, suo assassino, aveva già lasciato il demone nel proprio corpo e la sua
anima era precipitata in Cocito, come quella di un suo complice.
Alberigo invita Dante a mantenere la promessa e ad aprirgli gli occhi, ma il poeta non lo fa,
affermando che fu cortesia essersi comportato da villano con lui. Dante pronuncia poi una dura
invettiva contro i Genovesi, uomini estranei ad ogni buona usanza e pieni di vizi, che dovrebbero
essere dispersi nel mondo: infatti nella Tolomea egli ha trovato uno di loro insieme al peggiore
spirito della Romagna (cioè Alberigo), mentre sulla Terra sembra che il suo corpo sia ancora in vita.

Nono cerchio – Zona 4: Giudecca - I traditori dei benefattori – (canto 34)


Virgilio avverte Dante che si avvicinano i vessilli del re dell'Inferno (Lucifero) e lo invita a guardare
davanti a sé: il poeta obbedisce, ma in lontananza e nella semioscurità distingue solo quello che gli
sembra un enorme edificio, simile a un mulino che fa ruotare le sue pale, poi si ripara dal vento
dietro al maestro. I due proseguono ed entrano nella quarta e ultima zona di Cocito, la Giudecca, in
cui sono puniti i traditori dei benefattori. Dante vede i dannati completamente imprigionati nel
ghiaccio, da cui traspaiono come pagliuzze nel vetro: alcuni sono rivolti verso il basso, altri verso
l'alto con la testa o i piedi, altri ancora sono raggomitolati su se stessi. I due poeti avanzano un
poco, quindi Virgilio decide che è il momento di mostrargli Lucifero e lo trattiene, avvertendolo che
è giunto per lui il momento di armarsi di coraggio.
Dante invita il lettore a non chiedergli di spiegare come rimase raggelato e ammutolito di terrore
alla vista di Lucifero, perché ogni parola sarebbe inadeguata: il poeta non morì e non rimase vivo,
restando in una specie di stato sospeso. L'imperatore dell'Inferno esce dal ghiaccio di Cocito dalla
cintola in su e c'è maggior proporzione tra Dante e un gigante che non tra un gigante e le braccia
del mostro, per cui il lettore può capire quanto smisurato sia quell'essere. Se Lucifero fu tanto bello
quanto adesso è brutto, osserva Dante, e nonostante ciò osò ribellarsi al suo Creatore, allora è
giusto che da lui derivi ogni male. Il poeta si meraviglia nel vedere che Lucifero ha tre facce in una
sola testa: quella al centro è rossa e le altre due si aggiungono a questa a metà di ogni spalla,
unendosi nella parte posteriore del capo. La destra è di colore giallastro, la sinistra ha il colore
scuro degli abitanti dell'Etiopia. Sotto ogni faccia escono due enormi ali, proporzionate alle
dimensioni del mostro e più grandi delle vele di qualunque nave: non sono piumate ma sembrano
di pipistrello, e Lucifero le sbatte producendo tre venti gelidi che fanno congelare il lago di Cocito. Il
mostro piange con sei occhi e le sue lacrime gocciolano lungo i suoi tre menti, mescolandosi a una
bava sanguinolenta.
Lucifero maciulla in ognuna delle sue tre bocche un peccatore, provocando loro enorme
sofferenza. Il dannato al centro non viene solo dilaniato dai denti del mostro, ma la sua schiena è
graffiata dagli artigli e ne viene totalmente spellata. Virgilio spiega che il peccatore al centro è
Giuda Iscariota, che ha la testa dentro la bocca e fa pendere le gambe di fuori; degli altri due, che
hanno invece il capo rivolto verso il basso, quello che pende dalla faccia nera è Bruto, che si
contorce e non dice nulla, mentre l'altro è Cassio, che sembra così robusto. A questo punto il
maestro avverte Dante che è quasi notte e i due devono rimettersi in cammino, poiché ormai
hanno visto tutto l'Inferno.
Virgilio invita il discepolo ad abbracciarlo intorno al collo e il maestro, cogliendo il luogo e il
momento opportuno, quando le ali del mostro sono abbastanza aperte, si aggrappa alle costole
pelose di Lucifero. Virgilio scende lungo i fianchi del demone, tra questi e la crosta gelata di Cocito,
fino al punto in cui la coscia si congiunge al bacino: il poeta latino, col fiato grosso, si gira e si
aggrappa al pelo delle gambe, iniziando a salire verso l'alto e inducendo Dante a credere che
stanno tornando all'Inferno. Virgilio avverte il discepolo di tenersi ben stretto a lui, poiché i due
devono allontanarsi dal male dell'Inferno percorrendo quella strada, quindi esce attraverso la
spaccatura di una roccia e pone Dante a sedere sull'orlo dell'apertura, raggiungendolo poi con un
balzo.
Dante alza lo sguardo e crede di vedere Lucifero come l'ha lasciato, invece lo vede capovolto e con
le gambe in alto, restando perplesso come la gente grossolana che non capisce quale punto della
Terra ha appena oltrepassato. Virgilio esorta Dante ad alzarsi subito, poiché devono ancora
percorrere una via lunga e malagevole e sono già le sette e mezza del mattino; il percorso è in
effetti difficoltoso, attraverso un budello nella roccia che ha il suolo impervio e poca luce. Dante
prega il maestro di risolvere un dubbio, prima di mettersi in cammino: gli chiede dov'è il ghiaccio di
Cocito, com'è possibile che Lucifero sia sottosopra rispetto alla posizione precedente, e infine
come può essere già mattina essendo trascorso poco tempo. Virgilio risponde che Dante pensa di
essere ancora nell'emisfero boreale, mentre quando i due hanno oltrepassato il centro della Terra,
punto verso il quale tendono i pesi, sono passati nell'emisfero australe, opposto all'altro dove visse
e fu crocifisso Gesù. Dante poggia i piedi sull'altra faccia di una piccola sfera che costituisce la
Giudecca: in quel punto è mattina quando nell'altro emisfero è sera, mentre Lucifero è sempre
confitto nel ghiaccio come Dante l'ha visto. Virgilio spiega ancora che il demone precipitò giù dal
cielo da questa parte e la terra si ritrasse per paura del contatto col mostro, raccogliendosi
nell'emisfero boreale e formando il vuoto della voragine infernale, mentre in quello australe si
formò la montagna del Purgatorio.
Dante spiega al lettore che all'estremità della cavità rocciosa (la natural burella), c'è un luogo
distante da Lucifero tanto quanto la sua estensione, che non si può vedere ma da cui si sente il
suono di un ruscello che cade verso il basso, nella cavità che ha scavato nella roccia con poca
pendenza. Dante e Virgilio si mettono in cammino lungo il budello, per tornare alla luce del sole, e
proseguono senza riposare un attimo, col maestro che precede il discepolo facendogli da guida:
alla fine Dante intravede gli astri del cielo attraverso un pertugio tondo nella crosta terrestre e
quindi i due escono, rivedendo finalmente le stelle.

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