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INQUINAMENTO DELL’ARIA
___Indice___
Introduzione
Che cosa è
Conseguenze dell’inquinamento
Il monitoraggio dell’aria
Normativa italiana
INQUINAMENTO DELL’ARIA
Introduzione
Per inquinamento atmosferico si intende la presenza nell'aria di una o più sostanze che alterano la
composizione e l'equilibrio dell'atmosfera, causando effetti dannosi per gli uomini, gli animali, le
piante e per l'ambiente. L’inquinamento dell’aria può essere limitato anche adottando piccole azioni
quotidiane, come spegnere la luce quando non serve, utilizzare l'auto solo se necessario, riciclare i
rifiuti, non esagerare nel riscaldare o nel raffreddare gli ambienti dove viviamo. In questo modo
potremmo ridurre l'immissione in atmosfera dei gas responsabili dell’inquinamento che provoca le
piogge acide, il buco dell’ozono e l’effetto serra. Quanta importanza ha un piccolo gesto.
Che cosa è
Per inquinamento atmosferico si intende la presenza nell’aria di sostanze che modificano la
composizione e l’equilibrio dell’atmosfera e che causano effetti dannosi per l’uomo, gli animali, i
vegetali e la qualità dell’ambiente. Gli inquinanti vengono classificati in base all'origine in:
• inquinanti di origine antropica, generati dalle attività umane;
• inquinanti di origine naturale, derivanti, ad esempio, da incendi, eruzioni vulcaniche e dalla
decomposizione di composti organici.
Indipendentemente dalla loro origine, i contaminanti atmosferici possono essere classificati in:
• inquinanti primari, come il biossido di zolfo o il monossido di azoto, immessi direttamente in
atmosfera in seguito al processo che li ha prodotti;
• inquinanti secondari, come l'ozono, generati dagli inquinanti primari, a seguito di reazioni chimico-
fisiche di varia natura.
L’inquinamento di origine antropica proviene da grandi sorgenti fisse, come le industrie, gli
inceneritori e le centrali termoelettriche, da sorgenti fisse di piccole dimensioni, come gli impianti
per il riscaldamento domestico, e da sorgenti mobili, come ad esempio il traffico veicolare.
Conseguenze dell’inquinamento
Alcune sostanze inquinanti, se presenti in grandi quantità, possono produrre alterazioni chimiche e
fisiche dell'aria, compromettendone la capacità di "funzionare" correttamente e di garantire le
funzioni vitali. L'impatto sull'ambiente degli inquinanti dell'aria è variabile: alcuni composti agiscono
prevalentemente su scala locale, cioè là dove sono prodotti e diffusi; altri, invece, coinvolgono intere
regioni. Altri ancora hanno effetti su tutto il pianeta. Infatti, vi sono inquinanti atmosferici la cui
"vita" è breve, dell'ordine di alcune ore o di qualche giorno, dopo di che cadono al suolo, mentre
altri inquinanti rimangono attivi anche per lunghi periodi e possono diffondersi su un'area più vasta.
Questo ultimo tipo di inquinanti è in grado di influenzare le condizioni dell'ambiente su scala
continentale e perfino planetaria, con un impatto negativo sulla salute delle popolazioni anche in
luoghi molto distanti dalla sorgente di inquinamento. Gli inquinanti possono avere numerose
conseguenze sugli esseri viventi e sull’ambiente. Gli effetti possono essere suddivisi in effetti a breve
Ambiente / Aria / Inquinamento dell’aria
termine, se dovuti a brevi esposizioni di una sostanza, o a lungo termine, se dovuti a lunghe
esposizioni. Gli effetti patologici sull’uomo sono in gran parte dovuti all’impatto degli inquinanti
sull’apparato respiratorio, che rappresenta il principale sistema di contatto tra l’atmosfera (e tutto
ciò che essa contiene) e l’organismo stesso.
Il monitoraggio dell’aria Per poter definire e adottare misure (che nell'insieme costituiscono una
"politica ambientale") idonee a ricondurre al principio di sostenibilità ambientale lo sviluppo di un
paese, è necessario innanzitutto avere una conoscenza precisa dello stato di salute dell'ambiente
nelle diverse aree geografiche di cui si compone un territorio. Successivamente si possono
individuare le cause che hanno portato al degrado ambientale e proporre misure di risanamento
nell’ambiente e di limitazione, o eliminazione, delle fonti di inquinamento. Nel caso dell'atmosfera
il monitoraggio della qualità dell’aria di una determinata area richiede uno studio approfondito e
prolungato nel tempo e si attua mediante una rete di monitoraggio, ovvero un insieme di stazioni
di misura distribuite sul territorio, in grado di rilevare la concentrazione degli inquinanti nella bassa
atmosfera. Le tradizionali tecniche di rilevamento dell’inquinamento consistono in analisi fisiche,
chimiche e microbiologiche, le quali indicano quali sostanze inquinanti sono presenti nell’aria e in
quale concentrazione. Il controllo della qualità dell'aria consente di rilevare i livelli di concentrazione
degli inquinanti atmosferici e verificare che i valori limite stabiliti dalla legge siano rispettati. Il valore
limite (o valore guida) per un determinato inquinante viene calcolato sulla base di criteri che variano
da paese a paese ma che risultano comunque legati alla salvaguardia della salute dell'uomo e della
natura. Solo una minima parte degli inquinanti atmosferici viene misurata in quanto, solamente per
alcuni, si dispone di tecniche di misurazione sufficientemente accurate e precise tali da consentirne
la rilevazione 24 ore su 24. Questi inquinanti consentono, comunque, di indicare con precisione il
grado di inquinamento dell'atmosfera. Un altro metodo di valutazione della qualità dell'aria che si
sta sviluppando negli ultimi anni è rappresentato dal biomonitoraggio, che va ad affiancare le
tecniche di monitoraggio tradizionale. Le tecniche di biomonitoraggio misurano l’inquinamento
atmosferico attraverso l'uso di organismi viventi, gli indicatori biologici (o bioindicatori), i quali
reagiscono con variazioni morfologiche o fisiologiche a determinate concentrazioni di inquinanti.
Il monitoraggio dell’aria
Per poter definire e adottare misure (che nell’insieme costituiscono una “politica ambientale”)
idonee a ricondurre al principio di sostenibilità ambientale lo sviluppo di un Paese, è necessario
innanzitutto avere una conoscenza precisa dello stato di salute dell’ambiente nelle diverse aree
geografiche di cui si compone un territorio. Successivamente si possono individuare le cause che
hanno portato al degrado ambientale e proporre misure di risanamento dell’ambiente e di
limitazione, o eliminazione, delle fonti di inquinamento.
Nel caso dell’atmosfera il monitoraggio della qualità dell’aria di una determinata area richiede uno
studio approfondito e prolungato nel tempo e si attua mediante una rete di monitoraggio, ovvero
un insieme di stazioni di misura distribuite sul territorio, in grado di rilevare la concentrazione degli
inquinanti nella bassa atmosfera. Le tradizionali tecniche di rilevamento dell’inquinamento
consistono in analisi fisiche, chimiche e microbiologiche, le quali indicano quali sostanze inquinanti
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sono presenti nell’aria e in quale concentrazione. Il controllo della qualità dell’aria consente di
rilevare i livelli di concentrazione degli inquinanti atmosferici e verificare che i valori limite stabiliti
dalla legge siano rispettati. Il valore limite (o valore guida) per un determinato inquinante viene
calcolato sulla base di criteri che variano da paese a paese ma che risultano comunque legati alla
salvaguardia della salute dell’uomo e della natura. Solo una minima parte degli inquinanti
atmosferici viene misurata in quanto, solamente per alcuni, si dispone di tecniche di misurazione
sufficientemente accurate e precise tali da consentirne la rilevazione 24 ore su 24. Questi inquinanti
consentono, comunque, di indicare con precisione il grado di inquinamento dell’atmosfera.
Un altro metodo di valutazione della qualità dell’aria che si sta sviluppando negli ultimi anni è
rappresentato dal biomonitoraggio, che va ad affiancare le tecniche di monitoraggio tradizionale.
Le tecniche di biomonitoraggio misurano l’inquinamento atmosferico attraverso l’uso di organismi
viventi, gli indicatori biologici (o bioindicatori), i quali reagiscono con variazioni morfologiche o
fisiologiche a determinate concentrazioni di inquinanti.
Normativa italiana
La prima legge italiana organica sull’inquinamento atmosferico, che individua l’aria come un bene
giuridico da proteggere, è la Legge del 13 luglio 1966, n. 615 “Provvedimenti contro l’inquinamento
atmosferico”. Questa legge è stata sostituita dal Decreto del Presidente della Repubblica (DPR) n.
203 del 24 maggio 1988, che recepiva quattro direttive europee in materia di inquinamento e qualità
dell’aria.
Il successivo DPR 203/88 può essere considerato la base della normativa italiana in materia di
inquinamento atmosferico fino al recepimento nel 1999 della direttiva quadro europea sulla
“Valutazione e gestione della qualità dell’aria”. Il DPR ha introdotto il concetto di protezione
dell’ambiente accanto a quello della salute umana, assenti nella precedente normativa. Inoltre, ha
dato una definizione chiara di inquinamento atmosferico, che viene dalla legge individuato come
“ogni modificazione della normale composizione o stato fisico dell’aria atmosferica, dovuta alla
presenza nella stessa di uno o più sostanze in quantità o con caratteristiche tali da alterare le normali
condizioni ambientali e di salubrità dell’aria; da costituire pericolo ovvero pregiudizio diretto o
indiretto per la salute dell’uomo; da compromettere le attività ricreative e gli altri usi legittimi
dell’ambiente; alterare le risorse biologiche e gli ecosistemi ed i beni materiali pubblici e privati”.
Infine, ha introdotto valori limite e valori guida per la qualità dell’aria e il concetto, di derivazione
anglosassone, di migliore tecnologia disponibile. Nel 1996 viene emanata in Europa la Direttiva
96/62/CE sulla valutazione e gestione della qualità dell’aria che ha come obiettivo quello di definire
una strategia comune volta a stabilire standard di qualità dell’aria tali da prevenire o ridurre gli
effetti nocivi degli inquinanti sulla salute umana e sull’ambiente. La direttiva, definita “quadro”
proprio perché detta politiche generali e comuni in materia di valutazione e gestione della qualità
dell’aria, individua le azioni fondamentali che gli stati membri devono attuare. Ad essa sono seguite
altre direttive “figlie” che fissavano i limiti di concentrazione in aria e i metodi di misura per i diversi
inquinanti. In Italia la direttiva quadro è stata recepita con il Decreto Legislativo 4 agosto 1999, n.
351 “Attuazione della Direttiva 96/62/CE in materia di valutazione e di gestione della qualità dell’aria
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ambiente”. Il [Link]. 351/99 stabilisce le competenze di Stato e Regioni. Le Regioni devono occuparsi
della valutazione della qualità dell’aria e dell’attuazione di piani di azione (zone a rischio
superamento), piani di risanamento (zone con livelli più alti dei valori limite) e piani di
mantenimento (zone con livelli inferiori al valore limite), mentre lo Stato deve stabilire i valori limite
e dei valori obiettivo di qualità da raggiungere, realizzando così una gestione della qualità dell’aria
attraverso una pianificazione integrata su tutto il territorio nazionale. Le direttive figlie della
96/62/CE sono state recepite da altre normative, quali:
• Decreto Ministeriale 2 aprile 2002, n. 60 del Ministero dell'ambiente e della Tutela del Territorio,
per il recepimento della prima direttiva figlia, relativa a NOx, SO2, Pb e PM10 nell'aria ambiente, e
della seconda direttiva figlia, relativa al benzene e al monossido di carbonio;
• Decreto legislativo 21 maggio 2004, n. 183, per il recepimento della terza direttiva figlia relativa
all'ozono nell'aria;
• Decreto Legislativo 3 agosto 2007, n. 152 recepisce la IV direttiva figlia, concernente la presenza
di inquinanti che comportano un rischio per la salute umana (come il cadmio, il mercurio, il nichel e
gli idrocarburi policiclici aromatici).
Infine, il Decreto Legislativo 13 agosto 2010, n. 155 attua la Direttiva 2008/50/CE relativa alla qualità
dell'aria ambiente e per un'aria più pulita in Europa”. Il decreto riorganizza ed abroga alcune
normative precedenti che disciplinavano la materia in modo frammentario e istituisce un quadro
normativo unitario in materia di valutazione e di gestione della qualità dell'aria ambiente.
Le polveri atmosferiche
Con il termine polveri atmosferiche si indica una miscela di particelle solide e liquide sospese in
atmosfera, che variano per composizione, provenienza e dimensione. Le polveri possono essere
rimosse dall'atmosfera per deposizione secca o umida e ricadere al suolo, sulla vegetazione o nei
corsi d'acqua. Le polveri atmosferiche vengono classificate in base alla dimensione del diametro
delle particelle (misurato in micrometri o μm. 1000 micrometri sono pari a 1 millimetro), che può
variare da 0,005 a 100 μm. All'interno di questo intervallo si definiscono:
• grossolane le particelle con diametro compreso tra 2,5 e 30 μ;
• fini le particelle con diametro inferiore a 2,5 μm.
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Le polveri grossolane hanno origine dai processi di combustione, dai processi erosivi e dalla
disgregazione dei suoli. Pollini e spore rientrano in questa categoria di polveri. Le polveri fini
derivano dalle emissioni del traffico veicolare, dalle attività industriali e dagli impianti di produzione
di energia elettrica. Particolare attenzione viene riservata alle polveri con diametro inferiore ai 10
μm e ai 2,5 μm, denominate rispettivamente PM10 e PM2,5 (PM= Particular Matter). Il PM2,5 è
incluso nel PM10 e ne costituisce il 60%. Il PM10 è una polvere inalabile, in quanto riesce a penetrare
nell’apparato respiratorio fino alla laringe e respirabile perché, attraverso la respirazione, riesce ad
arrivare fino agli alveoli polmonari. Queste polveri presentano un interesse sanitario
superiore alle altre perché sono associate a numerose malattie dell'apparato respiratorio e
cardiovascolare. Le polveri possono avere sia origine naturale (emissioni vulcaniche, aerosol marini,
spore, pollini, erosione del suolo...) sia antropica (emissioni prodotte dal traffico veicolare, dalle
industrie e dai processi di combustione). Il benzene Il benzene è una molecola a forma di anello
composta da 6 atomi di carbonio e 6 atomi di idrogeno, che rientra nella famiglia di composti
chiamati Idrocarburi Policiclici Aromatici (IPA). È una sostanza liquida, ma a temperatura
ambiente volatilizza molto facilmente, ovvero passa dallo stato liquido a quello gassoso. Può avere
origine sia naturale, ad esempio dalle emissioni vulcaniche, sia antropica. Nei centri urbani la sua
presenza è dovuta quasi esclusivamente alle attività umane, quali il traffico veicolare, la raffinazione
delle benzine e la distribuzione dei carburanti. In particolare, questo gas viene rilasciato
principalmente dai gas di scarico e in misura minore dall'evaporazione della benzina in tutte
le fasi di trasporto, stoccaggio e distribuzione della benzina. Il fumo di tabacco rappresenta
un'importante fonte di benzene nei locali confinati, tanto che la concentrazione di questo gas nelle
abitazioni dei fumatori risulta superiore del 35% rispetto quella nelle abitazioni dei non fumatori.
Il benzene è assorbito per inalazione, contatto cutaneo o ingestione e può avere effetti cronici e/o
acuti. L'effetto più noto dell'esposizione cronica al benzene riguarda la sua potenziale
cancerogenicità.
Il benzene
Il benzene è una molecola a forma di anello composta da 6 atomi di carbonio e 6 atomi di idrogeno,
che rientra nella famiglia di composti chiamati Idrocarburi Policiclici Aromatici (IPA). È una sostanza
liquida, ma a temperatura ambiente volatilizza molto facilmente, ovvero passa dallo stato liquido a
quello gassoso. Può avere origine sia naturale, ad esempio dalle emissioni vulcaniche, sia antropica.
Nei centri urbani la sua presenza è dovuta quasi esclusivamente alle attività umane, quali il traffico
veicolare, la raffinazione delle benzine e la distribuzione dei carburanti. In particolare, questo gas
viene rilasciato principalmente dai gas di scarico e in misura minore dall’evaporazione della benzina
in tutte le fasi di trasporto, stoccaggio e distribuzione della benzina. Il fumo di tabacco rappresenta
un’importante fonte di benzene nei locali confinati, tanto che la concentrazione di questo gas nelle
abitazioni dei fumatori risulta superiore del 35% rispetto quella nelle abitazioni dei non fumatori. Il
benzene è assorbito per inalazione, contatto cutaneo o ingestione e può avere effetti cronici e/o
acuti. L’effetto più noto dell’esposizione cronica al benzene riguarda la sua potenziale
cancerogenicità.
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Le deposizioni acide
Con il termine deposizioni acide si indica il processo di ricaduta dall’atmosfera di particelle, gas e
precipitazioni acide. Se questa deposizione acida avviene sotto forma di precipitazioni (piogge, neve,
nebbie, rugiade, ecc.) si parla di deposizione umida, in caso contrario il fenomeno consiste in una
deposizione secca. Per descrivere questi fenomeni si può utilizzare anche l'espressione “piogge
acide”, con il quale, però, spesso si indica solo il fenomeno della deposizione acida umida.
Le sostanze che danno origine alle deposizioni acide sono gli ossidi di zolfo (SOx) e gli ossidi di azoto
NOx), la cui origine in atmosfera può essere sia antropica sia naturale. Se questi inquinanti non
vengono in contatto con l'acqua atmosferica, si depositano al suolo, dando rapidamente origine a
composti acidi. Nel caso in cui, invece, questi inquinanti entrino in contatto con l'acqua atmosferica,
allora i composti acidi si formano prima della deposizione al suolo. Partendo dagli ossidi di zolfo e
dagli ossidi di azoto, si formano rispettivamente l'acido solforico e l'acido nitrico, che abbassano il
normale pH dell'acqua da 5,5 a valori compresi tra 2 e 5, acidificando le precipitazioni. Le deposizioni
acide modificano l'acidità delle acque dei laghi e dei fiumi (rendendo impossibile la vita a pesci e
altri organismi acquatici) e quella dei suoli (alterando la disponibilità degli elementi nutritivi, con
conseguente riduzione della loro fertilità e produttività). Le deposizioni acide possono inoltre
danneggiare direttamente la vegetazione (ad esempio, sciogliendo le cere di protezione delle foglie,
le rendono più vulnerabili all'attacco dei parassiti), gli edifici, i monumenti. L'uomo e gli animali
possono subire dei danni alla salute qualora si nutrano di alimenti provenienti da acque o suoli
acidificati.
Il problema delle piogge acide si può risolvere riducendo le emissioni in atmosfera di ossidi di azoto
e di ossidi di zolfo. Per ridurre tali emissioni è necessario contenere l'impiego di combustibili fossili
ricchi di zolfo (come il carbone) e ridurre l'uso delle automobili e le situazioni di traffico nelle nostre
città. Esistono diverse tecnologie in grado di ridurre fortemente il contenuto in zolfo nelle materie
prime impiegate per la produzione di energia elettrica da fonti fossili (bonifica dei carboni, sistemi
di desolforazione, ed altri ancora). Inoltre, le ciminiere delle centrali elettriche e delle industrie sono
state dotate di filtri che trattengono i composti solforati presenti nei fumi di scarico evitandone la
dispersione nell'atmosfera. Le emissioni di ossidi di azoto, rilasciati principalmente dalle
autovetture, possono invece essere ridotte mediante l'adozione di marmitte catalitiche. In
particolare, è importante che il parco macchine di un paese (ovvero le automobili che vengono
utilizzate dai suoi abitanti) sia giovane, poiché le auto di ultima generazione hanno dispositivi che
consentono di contenere molto più efficacemente che in passato le emissioni di ossidi di azoto.
Prima che un ecosistema danneggiato dalle piogge acide, come un lago o un fiume o una foresta,
possa ritornare allo stato di equilibrio originario, passano molti anni. L'uomo può però intervenire
accelerando questo processo con alcuni interventi mirati: ad esempio, addizionando calce ai laghi o
ai fiumi acidificati per riportare il loro pH alla neutralità(calcificazione). Tali tecniche sono però
costose e hanno un effetto di durata limitata. In questi casi è sicuramente meglio prevenire il male
piuttosto che intervenire per curare e attenuare il danno provocato.
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L’ozono
Il buco dell'ozono. L'ozono (O 3 ) è un gas che allo stato libero si concentra tra i 15.000 e i 40.000
metri di altezza, in una fascia della stratosfera, detta ozonosfera, che funziona da schermo naturale
nei confronti delle radiazioni solari ultraviolette, dannose per la vita degli esseri viventi. Da diversi
anni la quantità di ozono nella stratosfera risulta diminuita per effetto di alcune sostanze di origine
antropogenica, come i clorofluorocarburi (CFC), il bromuro di metile, i gas Halon e il
metilcloroformio. Questi gas, raggiunta la stratosfera, liberano cloro e bromo, atomi in grado di
interferire con le reazioni di formazione dell'ozono. A partire dagli anni Ottanta si è registrata una
lenta e graduale degradazione dell'ozono stratosferico, in modo particolarmente vistoso sopra
l'Antartide. Le dimensioni e la rapidità di formazione del buco dell'ozono allarmarono la comunità
scientifica internazionale: nel 1987 fu approvato il protocollo di Montreal, il primo documento
internazionale che ha sancito l'obbligo di riduzione dell'utilizzo dei CFC. Ad oggi più di 190 paesi
hanno aderito al protocollo di Montreal: nonostante sia stata registrata una diminuzione
nell'impiego dei CFC a livello mondiale, ci vorranno anni prima che i CFC già presenti in atmosfera
siano eliminati. La conseguenza più diretta del buco nello strato d'ozono è l'aumento della quantità
di radiazioni ultraviolette (UV -frequenza da 100 a 400 nm) che riescono a raggiungere la superficie
terrestre. Queste radiazioni sono causa di:
• maggiore rischio di tumori cutanei e di malattie degli occhi;
• diminuzione delle difese immunitarie nell'uomo e negli animali;
• riduzione della fotosintesi e danneggiamento del DNA delle piante con effetti significativi
sull'agricoltura;
• riduzione della produzione di fitoplancton nei mari, con danni rilevanti alla catena alimentare negli
ecosistemi acquatici.
L'ozono a bassa quota. L'inquinamento da ozono fa riferimento ad un incremento della
concentrazione di ozono nella troposfera, ovvero nello strato di atmosfera in cui si svolge la vita, e
non va confuso con il buco dell'ozono. L'ozono troposferico si origina indirettamente, a partire da
inquinanti primari, primo fra tutti il biossido di azoto, che interagiscono con la radiazione solare.
L'ozono è dannoso per l'uomo e per l'ambiente in quanto è un fortissimo ossidante e i suoi effetti
dipendono dalla sua concentrazione nell'aria, dal tempo di esposizione e dal quantitativo di aria
inspirata.
L’inquinamento urbano
La maggior parte delle nostre città è interessata dal problema dell’inquinamento dell’aria. Lo
confermano le centraline che misurano le concentrazioni degli inquinanti ma, anche se le stazioni di
monitoraggio non sono presenti, a volte qualche fastidio o difficoltà nel respirare ci fa pensare che
la qualità dell’aria non sia buona. Il traffico urbano è oggi la principale fonte di inquinamento
atmosferico di tutte le città. A questo si aggiungono le emissioni degli impianti di riscaldamento
durante l’inverno. Le sostanze inquinanti sono causate dalla combustione che avviene nei motori
degli autoveicoli e negli impianti termici. Tra tutti gli inquinanti prodotti, le polveri sottili
rappresentano il maggior problema per le nostre città. Infatti, in molte città italiane, il particolato
sospeso con diametro inferiore a 10 micron, detto PM10, supera sempre più spesso le soglie di
concentrazione indicate dalla normativa. Per cercare di ridurre la concentrazione di PM10, le
amministrazioni pubbliche prendono provvedimenti quali la circolazione a targhe alterne, i blocchi
del traffico, la creazione di zone chiuse al traffico dei veicoli più inquinanti. Questi provvedimenti,
però, non bastano ad abbattere l’inquinamento urbano, perché spesso si tratta di misure solo
temporanee, come le domeniche senza auto. Per ridurre sensibilmente l’inquinamento urbano sono
necessari sia cambiamenti strutturali, come ad esempio la sostituzione dei veicoli più vecchi e
inquinanti in favore di auto nuove e più “ecologiche” o la sostituzione delle caldaie ad olio
combustibile con quelle a metano, sia cambiamenti nei comportamenti di ognuno di noi. Ecco si
seguito alcune buone pratiche per ridurre l’inquinamento delle nostre città:
• Limita il più possibile l’uso dell’auto privata privilegiando altri mezzi di trasporto.
• Guida a velocità moderata: oltre a produrre meno sostanze inquinante, risparmierai energia,
perché consumerai meno carburante.
• Non parcheggiamo in modo da intralciare il traffico.
• Se è possibile, non sostiamo con il motore acceso e spegniamo il motore quando siamo fermi in
coda per lungo tempo.
• Controlliamo periodicamente il motore e lo scarico delle nostre vetture.
• Utilizza i mezzi pubblici, la bicicletta e i piedi.
• Se devi usare l’auto, cerca di viaggiare con più passeggeri e organizzati per fare car pooling.
• Se devi acquistare un’automobile scegli tra le vetture più ecologiche.
• Insieme ad altri cittadini chiedi alle amministrazioni locali di realizzare piste ciclabili, pedonali o
zone pedonali e a traffico limitato.
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