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Periodico Bimestrale - Anno XVIII - N. 68 - Aprile 1992 - Spedizione in Abb. Post. - Gruppo IV - 70% - Lire 3.000

Il documento esplora temi di anarchismo e critica sociale, affrontando questioni come la superficialità della conoscenza, la gestione democratica dei dati e la necessità di un'azione consapevole. Viene evidenziato come la comunicazione e la banalizzazione dei fatti possano svuotare il loro significato e ridurre la potenza dell'azione individuale. Infine, si discute l'importanza di una critica radicale e della riflessione personale per sfuggire alle illusioni create dalla società contemporanea.

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Periodico Bimestrale - Anno XVIII - N. 68 - Aprile 1992 - Spedizione in Abb. Post. - Gruppo IV - 70% - Lire 3.000

Il documento esplora temi di anarchismo e critica sociale, affrontando questioni come la superficialità della conoscenza, la gestione democratica dei dati e la necessità di un'azione consapevole. Viene evidenziato come la comunicazione e la banalizzazione dei fatti possano svuotare il loro significato e ridurre la potenza dell'azione individuale. Infine, si discute l'importanza di una critica radicale e della riflessione personale per sfuggire alle illusioni create dalla società contemporanea.

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numero sessantotto • il sottofondo e le nuances • cosa c’è dentro le teste rapate • immigra­

zione controllata • qualche riflessione sull’ultima guerra • abolizione della società • la pietri­
ficazione del pensiero e consigli agli affabulatori ® cyberpunk e tecnologia

Periodico bimestrale - Anno XVIII - n. 68 - Aprile 1992 - Spedizione in abb. post. - Gruppo IV - 70% • Lire 3.000
ANARCHISMO

Bimestrale
Anno XVIII - n. 68, 1992 - Lire 3.000
Redattore responsabile: Alfredo M. Bonanno
REDAZIONE E A M M IN IS T R A Z IO N E
Casella Postale 61 - 95100 Catania

Abbonamento annuo ordinario [6 numeri) L. 20.000


Estero il doppio - Sostenitore da L. 50.000 in su
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Registr. Trib. di Catania n. 434 del 14 gennaio 1975

sommario
pagine 1 -6

Il s o t t o f o n d o e le n u a n c e s
pagine 7 -9

C o s a c ’ è d e n t r o le t e s t e r a p a t e
pagine 10-11

Im m ig ra zio n e c o n tro lla ta


pagine 12-14

Q u a lc h e rifle s s io n e s u ll’u ltim a g u e rra


pagine 15-16

A b o liz io n e d e lla s o c ie tà
pagine 17-23

L a p ie trific a zio n e dei p e n s ie ro


pagine 24-26

C o n s i g l i a g li a f f a b u l a t o r i
pagine 27-30

C y b e r p u n k e te c n o lo g ia
I sottofondo e le nuances

È finito il tempo delle grossolanità 0, se si preferisce, delle certezze superficiali.


Bisogna ammettere che sia pure con circospezione anche noi ci siamo fidati dell'i­
neluttabile oggettività del dato di fatto, aspettandoci quei risultati chiarificatori che
esso sembrava promettere. L'insistente sollecitazione al chiarimento analitico,
quindi logico e metodologico, non ci ha mai posto e non ci pone al riparo delle illu­
sioni quantitative, e in questo senso un giorno dovremo fare ammenda fino in fondo,
indicando i limiti che qui ci limitiamo a presupporre.
L'infinita potenza di quello che accade si è afflosciata nella gestione massificata
dei dati di fatto, nella democratizzazione delle apparenze. Continuare a riempirsi di
lunghe descrizioni di specifiche esperienze, concordanze lontane riportate alla luce
con sigle e moduli produttivi bene in vista, non denuncia più la nostra riconosciuta
abilità investigativa, riflette soltanto la stupidaggine di chi non si accorge di essere
stato spinto fino in fondo al vicolo cieco. Strappare l'informazione per comunicarla
allo scopo di potere approntare gli strumenti idonei all'attacco, potrebbe diventare
l'ultima frontiera della mistificazione, il nuovo contributo al sotto/bna/o che ci cir­
conda col suo contatto gelatinoso e dove viviamo immersi senza accorgercene.
Approntando documentazioni giochiamo il gioco degli altri, in quanto nessun
passaggio all'azione è pensabile partendo esclusivamente dalla potenza conosci­
tiva. La sfera del conoscere non è propedeutica all'etica dell'agire se non come
possibilità aperta Con ciò non voglio affermare che la sfera trasformativa tipica
dell'azione, sia svincolata dai condizionamenti dell'ignoranza e dai limiti strumentali.
Solo che alPaumento. sotto molti aspetti ineluttabile, della conoscenza non corri­
sponde un automatico aumento dell'azione. Le possibilità della ragione, come ele­
menti, facoltà e contenuto del conoscere, dilagano in distinzioni e analisi che solo
apparentemente traboccano in un reale accesso all'azione.
Una realtà dominata dal meccanismo progressivo dell'avvenire che si realizza
comunque nella storia grazie a processi più o meno meccanici o dialettici in­
somma una realtà dove il futuro è necessariamente migliore del presente perché
‘ Cosa vuol dire vivere la
riassume e conclude tutti i processi di miglioramento che si sviluppano nei mecca­ vita?*, Anarchismo 60,
nismi sociali e vitali, rende logica la cieca corsa all'accumulazione dei dati, in vista pp. 1-11.
di una loro futura utilizzazione. E cosi la stringente logica dell'evidenza con la no­
"Aspetti soggettivi dell'aP
stra involontaria complicità produce quegli occultamenti che ormai sono usciti del
tivjtà pratico ortica".
tutto dalle scatole delle sorprese. Anarchismo 66. pp. 29-
Una realtà più disincantata la quale non crede più ai meccanismi oggettivi che 39.

lavorano al posto della volontà degli individui, preparando all'insaputa di questi ul­
"Teoria e azione", Panta-
timi l'avvento di tempi migliori, non può ipotizzare il futuro come coaceivo di tutti i mo­ giuel 1, pp. 6-36.
vimenti progressivi del presente, non può garantire un possibile utilizzo in senso
positivo di questi ultimi. ‘La scienza e la rivolu­
Sfuma cosi il compito della critica salvo a considerare possibile una critica radi­ zione soctaie", Panta-
gruel ?, pp. 3-37.
calmente negativa quella cioè capace di giustiziare anche,i dati di fatto e non di
farne prezioso serbatoio per tempi più fortunati. In questo modo, uscendo dai conte­
nuti essenziali del conoscere, considerati fondamento comune col nemico ma diffe­
rentemente utilizzabili, questi non scompaiono ma vengono sottratti al potere con­
servativo della ragione, costituendosi soltanto come potenza di eventuali possibi­
lità non come fatto ormai cristallizzato.
La ragione vestendo i panni della critica ci ha illuso sulle sue reali facoltà cono­
scitive, procurando per riflesso un'illusione anche sulla possibilità stessa del pro­
cesso conoscitivo, presentato propagandisticamente come salvaguardia di quanto
Anarchismo n bb'-pagina /
- :
di già conquistato, cioè dei valori positivi del mondo illuminato e progressista. Solo
che in questo mondo non si può risolvere compiutamente l'intinito e continuo trasfor­
marsi della realtà, la totalità del reale che l'azione riesce effettivamente ad attingere
nel momento in cui mette in gioco completamente l'individuo, senza residui e senza
conti in banca. Il decidersi per l'azione, interrompendo il vano sproloquio delle at­
tese del momento più idoneo, pone la propria esistenza nell'ambito del vissuto re­
ale, rompendo l'accerchiamento di quelle potenzialità che mai si realizzano del tutto,
e che illudono sulla consistenza della realtà che ci circonda.
In epoche fondate sulla speranza di movimenti oggettivi, meccanicamente asse­
condati dalla storia il sapere pretendeva di pervenire alla definitiva rappresenta­
zione dell'esistente. Si trattava soltanto di svelare quest'ultimo liberandolo dagli im­
brogli del dominio. Con ciò si cercava qualche volta inconsciamente, di nascon­
dere il concetto riduttivo che stava sotto, la riduzione del sapere alla strumentalità
del conoscere, alla funzione negativa dell'accumulo sacralizzato nella esclusiva e
quindi insufficiente, positività del processo. Ma come ora abbiamo compreso con
maggiore approssimazione, non è possibile nessun utilizzo del conoscere staccato
dall'impegno dell'atto conoscitivo reale, del movimento dell'agire, delle cose che si
fanno e non soltanto si pensano come progetto o si desiderano come speranza Se
vogliamo garantire il pensato, in quanto patrimonio, lo dobbiamo escludere dall'a­
zione che lo mette in gioco e può anche distruggerlo, ma se lo escludiamo lo can­
celliamo come fisso in se stesso, come non utilizzabile, come semplice placebo
idoneo a placare soltanto i nostri timori.
La dilagante gestione democratica del potere mette in grande evidenza la fun­
zione consolatoria e partecipativa del dato di fatto, pervenendo a dettare le condi­
zioni in base alle quali la conoscenza si regge e, a sua volta regge il meccanismo
che la garantisce e conserva proteggendola e fondandola. Qui, tutti i processi di di­
svelamento cominciano a diventare interni alla coesistenza stessa delle parti struttu­
rali che si contrappongono reciprocamente in un gioco sempre più raffinato e sottile,
almeno fin quando non verranno dettati nuovi canoni di democraticità più solidi di
quelli oggi a disposizione. Ciò fa capire meglio come non sia mai stato possibile af­
ferrare a priori il movimento complessivo del potere, allo stesso modo di tutti gli altri
movimenti di cui si compone la realtà, ma solo rappresentarlo a posteriori, in ma­
niera approssimativa. Soltanto le illusioni del processo identificavano storicistica­
mente progetti e trame, programmazioni di medio e lungo termine.
Questo problema che sto qui delineando nell'intenzione di dar conto del sotto­
fondo cui siamo immersi, inscindibile dall'altro solo apparentemente più ampio
della comunicazione, non si racchiude nel presupposto dell'accumulo dei dati di
"Chiarimenti sul concetto
di totalità", Pantagruel 2,
fatto, ma si allarga alla funzione che il dato assolve all'Interno di una struttura demo­
pp. 73-96. cratica del potere. Il segreto consiste nel consegnare il dato alla vacuità di fondo
che lo banalizza sottraendogli quel contenuto conflittuale che dentro certi limiti lo ca­
"Gli equivoci dell'anar­
ratterizzava prima in differenti gestioni del potere.
chismo metodologico",
Pantagruel 3, pp. 32-44. Reperimento del consenso e riduzione della funzione del dato di fatto, quindi
della stessa conoscenza nel suo insieme, vanno di pari passo. Non nel senso di un
"Ma cos'è l'immagina­ progetto da realizzare, ma nel senso di un clima di un'atmosfera complessiva for­
no?", Provocazione 3,
p.6.
mante l'aura che costantemente avvolge la produzione partecipativa l'accettazione
del dominio come espressione di consenso. Nella conoscenza resta quindi sol­
tanto quello che la gestione complessiva democraticizzata identifica come possibi­
lità. ma questa possibilità non ha prospetti conflittuali, almeno non nei termini in cui
appariva chiaramente in passato. Si tratta di prospetti partecipativi, fondati spesso
sulla tolleranza e sul rifiuto dell'impegno personale e diretto. Quello che la ragione
prima affermava o negava in un'articolazione di scontri e inganni, qualche volta an­
che di illusioni e imbrogli, adesso viene ricondotto alle regole del sottofondo, uni­
camente dirette ad assicurare la salda gestione della democrazia.
Chiamando il dato di fatto a parlare al posto nostro, ci rassicuravamo di fronte al
Anarchismo-n BS-pagina 2
pericolo di sperderci, stringendoci addosso Poggettività presunta di qualcosa che
sistematicamente lo svolgersi della realtà s'incaricava poi di penalizzare. In questa
maniera i lunghi articoli, e i libri, pieni di notizie dettagliate, di misurazioni e fatti, gli in­
terventi assembleari dove ognuno rendeva conto del proprio operare in un certo
luogo, le esercitazioni minimaliste, tutto ciò era diretto a scansare il compito primario
d'ogni individuo serio e attivo, cioè il ragionare sulla base delle proprie conoscenze
ma anche il riflettere intorno alla misura di se stessi, di ciò di cui ci si sente capaci,
senza nascondersi dietro il baluardo delle cifre e dei fatti, costruito apposta come ri­
fugio e scappatoia
Concluso il lavoro documentativo, spesso, ci si sentiva soddisfatti e si poteva
tranquillamente tornare alla propriavita di tutti i giorni, al proprio lavoro in banca al­
l'insegnamento, ai minuti e miserabili desideri di carriera e di sicurezza Lo si faceva
con la coscienza pulita tenendo d'occhio e sospettando del comportamento degli
altri, di quei pochi che ai lavori e ai progetti non tornavano, ma sceglievano altro
modo di coniugare premesse e conseguenze. E molti, e per molti anni, si sono
chiesti cosa volessero questi ultimi, questa minoranza riottosa quali progetti avan­
zassero. E se di quei progetti rivoluzionari si potesse ancora una volta parlare in
modo da sommergerli sotto una coltre di dati, e di chiacchiere, perché così facendo
perdessero la loro spinta attiva trasformandosi in esercitazioni dell'attesa.
Il sottofondo attuale rivaluta questa tecnica chiede che tutti si discuta tutti, nes­
suno escluso, anche gli anarchici. Si è capito che l'ideale non nascondeva grandi
pericoli, una volta calato nella semplice fattività del quotidiano. Bastava disossarlo
lentamente, lasciando che tutti lo riducessero a semplice fantasma. Il fantasma della
chiacchiera dilaga dappertutto. Non esistono più quegli incidenti che prima pote­
vano mettere in difficoltà il meccanismo di organizzazione e controllo. L'avvenuta
era del consenso permette il riciclaggio di qualsiasi incidente, purché quest'ultimo
non rifiuti la condizione essenziale, cioè quella di essere diffuso come avvenimento,
come accadimento spettacolare, come notizia e quindi comunicazione. Il sottofondo
ha nientificato qualsiasi fondamento possibile, applicando il metodo della banaliz­
zazione. Più un dato di fatto viene comunicato, più viene banalizzato, trasformato in
semplice elemento della quotidianità. La comunicazione stacca il fatto dal suo si­ "U fantasma politico", Pro­
gnificato, annullando l'idea che potrebbe fondarlo e quindi riproporlo in una se­ vo caron o 6, p. 8.

quenza di pericolosità insondabile. Ogni fatto appare quindi incondizionato, privo di


"Ma di quale (tona par­
elementi caratterizzanti. La sua stessa corrispondenza interna con un sistema cono­ liamo?', Provocazione 8,
scitivo capace di renderlo intellegibile. è retta da regole interpretative che hanno il P .6 .
compito di catalogare e basta escludendo qualsiasi lavoro del pensiero.
"La trattura morale". Pro­
Il meramente esistente riempie in questo modo il mondo della quotidianità, si ac­
vo caro n o 8, p. 6.
cumula nella ripetizione di fatti consueti che solo l'abitudine d permette di cogliere,
privi come sono di qualsiasi tracda propositiva Nessuna critica ripeto, può son­ "Prevalenza della pra­
dare questa profondità dell'assenza salvo a rimettere tutto in gioco, non solo il fatto, tica?". Provocazione 13,
p .8 .
ma tutto il meccanismo che lo produce e giustifica. Il sottofondo in cui viviamo è ca­
ratterizzato da questa produzione di fatti, da questa catalogazione uniformizzante. "Gioco", Provocazione
Nessuna meraviglia nessuna sorpresa può venire tollerata fino in fondo. Ogni no­ 17. pp. 1-2.
vità diventatale proprio per lo scarto omologativo che propone, cioè in quanto ca­
pace di allargare il campo dell'accumulo, di rafforzarlo. Ogni azione, a questo punto, "Ma quale soluzione po­
litica?*. P rovocatone 17,
all'interno del gioco delle parti, si riduce a silenzio puro. Pensare il diverso è qui una p .6 .
ulteriore produzione uniformizzante. metodo delle attese di cui conosciamo precur­
sori e teoria. Agire diversamente è tutfaltro problema. Spezzando l'accerchiamento
si disturba il sottofondo, l'unità dell'ascolto quotidiano, producendo una disarmonia
che tutti hanno interesse a codificare al più presto. Si tratta di una questione di tempi.
Non soltanto. Molta parte dell'azione, in primo luogo i motivi etici dell'attacco, non
può essere agevolmente ricondotta all'uniformità del dato di fatto. Almeno non in
tempi brevi. L'estremamente a/to? rispetto alle condizioni sistematiche imposte dal
sottofondo, non è facile a realizzarsi. Ci sono sempre elementi di raccordo, di ri-
Anarchism o-n SS -pagina 3
tardo, di incertezza che presuppongono possibili recuperi, letture comprensibili,
desideri di essere capiti, comunicazioni e comunicati. Questi elementi, se si riflette
un poco, sono simili a quelli che provengono dal bisogno che awertiamo di conse­
gnare l'azione all'intelligibilità comune, quanto più estesa possibile. Così facendo, la
condanniamo fin dai suoi primi passi all'autorità esterna del quotidiano, al filtro dei
dati di fatto di cui ci siamo impossessati, senza vedere che spesso questi dati si
sono in definitiva impossessati di noi.
Volendo spezzare le condizioni del sottofondo dobbiamo andare in cerca di una
diversa comprensibilità, fatta per noi. decifrabile a costo della nostra possibilità di
sopravvivenza non consegnataci come dono comune che nel sottofondo s'illude di
superare l'incondizionata incomprensibilità. Così, l’esperienza attiva nella trasfor­
mazione del di già dato, va incontro ad una nuova meraviglia alla scoperta stupefa­
cente dell'esistenza di qualcosa al di là del semplicemente esistente. L'inizio di
un'avventura è sempre carico di dubbi. Di fronte all'abisso non c'è nulla di determi­
nato. nulla che venga posto prima dell'effettiva possibilità di andare oltre, fuori di
ogni territorio contrassegnato dai vincoli della ripetitività fissati nell'area comune del
sottofondo.
Solo a queste condizioni negative, il patrimonio conoscitivo diventa parte di quel
precedente di cui l'azione ha bisogno. Non .agiamo per capire quello che di già
sappiamo, o ci illudiamo di sapere. Agiamo soltanto per trasformare la realtà. Se ci
limitassimo a ricostruire, quindi a modificare nel fatto e nel dato relativo le condizioni
dell'esistenza e la quotidianità raccolta nell'accumulo, non arriveremmo a nessuna
azione capace di trasformare il mondo. Resteremmo prigionieri di quel fare su cui la
ragione estrinseca il proprio cieco dominio.
Ma com'è possibile arrivare all'azione distanziandosi dalle regole ordinative che
la ragione ha identificato nei dati di fatto, negli avvenimenti che ritmano la realtà?
Com'è possibile distinguere un orientamento nell'ambito uniformato del sottofondo..
senza abbandonarsi all'unica soluzione che sembra essere a portata di mano, cioè
al rifiuto di ogni validità della conoscenza? In fondo, il convincimento non può mai
separarsi del tutto dalla decisione attiva, e non può restare alloggiato a lungo
nell'intuizione balenante delle chiarezze mal riposte.
L'archivio delle certezze ideologiche è ormai sfiorito senza rimedio. Si è così ca­
pito che l'impatto della totalità non poteva concludersi qui, nelle cose da fare, nelle
determinazioni parziali, come somma e quindi accostamento di determinazioni diffe­
renti, ma andava cercato in un'altra diversità non garantita che in qualsiasi mo­
mento e per qualsiasi motivo poteva andare perduta irrimediabilmente. Capito ciò.
si è conclusa l'epoca delle forzature, dei grandi blocchi di pensiero, di quei movi­
menti che manifestavano determinazioni confezionate in serie, meccanismi e dedu­
zioni analìtiche. Nel chiuso mondo delle certezze in ogni caso non accadeva nulla.
Ogni avvenimento veniva soltanto registrato e quindi consegnalo ai segreti
consolatori dell'accumulo. Da qui, sotto veste riproduttiva nel suo significato glo­
bale, come momento ideologico complessivo, concorreva alla formazione della
realtà ripresa e consumo produttivo.
Adesso è questione di nuances: questione di sfumature. I piccoli momenti rifles­
sivi, quelli che l'individuo vive nell'accorato bisogno della libertà nel discorso con
so stosso, quando non ha più qualcosa dietro cui nascondersi, questi momenti
aprono alla possibilità d'un esistere diverso, sono essi stessi aspetti della diversità
per quanto quasi sempre vengano sprecati nell'incomprensione e nella paura.
Contro, ma non in contrapposizione, questi momenti fronteggiano il sottofondo, rica­
vandone alcune caratteristiche ed altre diluendone, progettando una possibile li­
bertà incidendo la scorza di quell'esistere necessario che sembrava inattaccabile.
Non un uso dell'immemorabile necessità dell'esistere, per come la costruisce e
modifica continuamente il sottofondom cui siamo immersi, ma una continua avven­
tura verso l'accidentalità della vita l'essere qui, in questo momento, che si protende
Anarchismo -n. 8 8 -pagina 4
verso altri momenti, rifiutando tutto quello che di definito comporta l'esistenza in ter­
mini di considerazione sociale. Mettere in pratica la possibile apertura alla libertà
dell'azione, significa esprimere fino in fondo il condizionamento dell'immemorabile
necessità dell'esistere, anche nei dettagli che di solito accettiamo come elementi
positivi, dati di fatto senza i quali perderemmo perfino la memoria di noi stessi. Oc­
corre veramente abbandonare ogni cosa nell'azione, anche il dato di fatto, perché
si possa trovare un fondamento effettivo, e non fittizio, all'azione stessa. La pura ac­
cidentalità diventa ricostruzione possibile, applicazione del segno metodologico,
solo se-il sottofondo che tutto tende a ridurre a cifra e a codice, possa essere spaz­
zato via senza preoccupazioni e senza rimorsi.
L'esperienza trasformativa come si realizza nell'azione, si pone al di là di ogni
possibile conoscenza preventiva tecnica o semplicemente fantastica immagina­
tiva coincidendo con l'accidentale accadimento, con l'avventura che non può es­
sere disturbata dai preparativi e dai limiti imposti da faccende strumentali e da
cautele tecniche. La conoscenza ridiventa plausibile e quindi viva e utilizzabile, solo
dopo l'inizio del moto attivo per come si realizza nella trasformazione. È quindi la
precarietà accidentale che pone la chiarezza all'interno della conoscenza non al
contrario. La monolitica garanzia meccanica non ha mai prodotto altro che il con­
senso e la paura.
Nessun fondamento rigorosamente razionale è possibile per l'azione. Tutti gli
aspetti cosiddetti pratici, come pure gli elementi analitici diretti a cogliere l'obiettivo
e a valutare le conseguenze sono significativi solo a seguito del movimento trasfor­
mativo stesso. Prima non producono che effetti ritardanti e giustificazioni più o meno
camuffate. Nell'azione ci ritiriamo nella possibilità di noi stessi, ci condensiamo nel
nostro esistere che si apre alPawenimento imponderabile, all'ipotesi, alla estrema
semplicità puntiforme della trasformazione di quanto ci circonda, e quindi di noi
stessi. La totale certezza della conoscenza territorio del posseduto che continua-
mente si autoidentifica circoscrivendosi, rinuncia per definizione alla pratica margi­
nale della possibilità, in cui occorre pensare a se stessi come ipotesi e non come
insieme di garanzie. Così facendo si annulla ogni significato umano della libertà.
Pretendendo di consegnarla tutta in una volta alla garanzia della storia che comun­
que la realizzerà, la si azzera
Questo condensarsi in se stessi, nell'ambito dei movimenti specifici dell'azione,
ha aspetti creativi che consentono di uscire dalla condizione tremenda del sotto-
tonda dove tutti i rumori tendono ad identificarsi nell'unico significato consentito,
quel rumore di fondo che genera il consenso. La conoscenza recupera così il suo
aspetto creativo, venendo messa in gioco, gioca un ruolo diverso, meritando quel­
l'attenzione che l'aveva resa prima possibile e poi solidificata. L'uomo smette di
sprecare la propria vita in un disimpegno o in un impegno allo stesso modo privi di
significato. Ritrova una strada. Adesso i risultati cominciano ad arrivare. La vita esce
dall'esistenza assoluta immemorabile, per diventare capace di esprimersi, di attin­
gere ad un altro genere di comunicazione. Ma tutto ciò non ha vera e propria garan­
zia. Gli effetti trasformativi dell'azione possono cessare in qualsiasi momento e la
realtà tornare a nascondersi. Quello che è chiaro ridiventerebbe allora oscuro, e la
tenebra verrebbe spacciata per luce. L'azione è la conoscenza che diviene mani­
festa. Al contrario, la conoscenza possessiva il patrimonio del conoscere conside­
rato come elemento positivo inattaccabile, consegnato al meccanismo e alle sorti
della storia si blocca nell'esistenza assoluta della verità la quale si rivela in defini­
tiva come dissoluzione di ogni reale, e possibile, fondamento.
Intendere tutta la ricchezza delle nuances non è facile, proprio perché ci si fa
prendere dal fascino dell'accadimento imprevedibile in tutti i suoi aspetti, dall'im­
provvisa caduta del sottofondo. Uscendo allo scoperto intervengono momenti di
una nuova e difterente sicurezza una condizione che si riassume nell'attimo stesso
in cui si agisce, in cui gli aspetti creativi e trasformativi vengono alla luce. Ma oc-

Anatchistno -n U fi-pagina 5
corre individuare queste nuances, se non si vuole ridurre tutto all'esperienza este­
tica. espressione poco significativa dell'azione per quanto non assente del tutto. La
conoscenza la lunga fatica intorno ai dati di fatto, ridiventa vera concretezza crea­
trice, unione di pensiero ed azione, di teoria e prassi. La verità getta una luce diffe­
rente sul fatto, sciogliendo l'immediatezza dell'accadimento che prima si limitava a
congelare tutto nell'accumulo dell'informazione e nella sua gestione ai fini del con­
senso.
La verità che viene fuori dall'azione è quindi del tutto diversa da quelle dorature
verosimili che si manifestano nella semplice manipolazione dei fatti, gestibili dall'in­
terno del sottofondo che continuamente ci accompagna e ci benedice. La luce di
una certezza di tipo diverso mette in pericolo la stabilità di qualsiasi raccolta di cer­
tezze, proponendosi paradossalmente come ulteriore, e fondato, momento di cer­
tezza. L'incerta vicissitudine di questa prospettiva rende superflua ogni identifica­
zione specifica ogni tentativo di catalogare procedimenti e risultati. Nel momento
stesso in cui il dato di fatto trova una sua inusitata rivalutazione, esso in quanto tale,
cioè come momento della raccolta oggettiva di quanto accade, viene cancellato.
La caduta di tutte le certezze, fa venire fuori una certezza indubitabile, un accordo
con noi stessi, reso possibile dal fatto che nell'azione ci siamo personalmente
messi in gioco.
Adesso è possibile vedere più chiaro all'interno delazione, osservare le sin­
gole nuances che si propongono e scompaiono, occasioni della vita che si tra­
sformano in sconfinamenti progressivi. Conosciamo comprendendo sempre ulteriori
elementi di realtà. Vi entriamo dentro proponendo sempre nuove esperienze, le
quali producono novità. Queste creazioni sono identificazioni di tipo diverso che
prendono in considerazione il lavoro fatto dalla conoscenza preventivamente, sot­
traendolo all'identità immemorabile del pensiero, cosi come veniva gestita nel­
l'ambito del sottofondo. Ogni nuance è quindi un attentato alle richieste di con­
senso. Non semplice rifiuto o resistenza ma attacco vero e proprio, più significativo
e pericoloso, quanto più la sfumatura è diventata sottile e penetrante.
Il singolo pensiero adesso si presenta con sfumature del tutto ignote prima. La
vita pulsa diversamente. Elementi di interdizione vengono scalzati e resi inservibili.
Tutto un lavoro interno di precisazione etica trova sviluppi vastissimi. La singola
azione non si racchiude quindi nell'ambito della sua specifica realizzazione, ma ri­
compone e scompone sempre in procedimenti differenti la complessa realtà del­
l'esistente sia dell'individuo che del mondo. La chiacchiera viene messa a tacere.
Nel nuovo turbinio tace anche il sottofondo. Il silenzio s'impadronisce della cono­
scenza e la sollecita a produrre altri interventi trasformativi, e a non attardarsi sulle
regole dell'antica staticità.
Ogni azione getta una serie di sfumature nuove nell'insieme della conoscenza.
Tutti i dati di fatto vengono rimescolati. Nessuna lettura tardiva è più possibile se
non con l'occhio che ormai si è aperto al mistero della gioia e stenta a ripetere i
sentieri del passato. L'assenza di processi determinativi fa fermentare le possibilità
squadernandole di fronte al futuro, di fronte all'intreccio impensabile di tutte le aper­
ture, al numero impressionante delle combinazioni. Con grande chiarezza si com­
prende finalmente che non ci sono più chiarezze definitive. Ogni nuovo aspetto
creativo è particolare indeducibile, dettaglio che non riesce più a ricomporre l'unità
conoscitiva semplice caso apportatore di nuove probabilità casuali. L'azione apre
così le porte all'individuo, alle sue reali dimensioni di vita non ad un ideale riflesso
a forza nella volontà del singolo e qui cristallizzato attraverso l'educazione o il biso­
gno.
Alfredo M. Bonanno
Anarchismo -//. 68-pagina 6
Cosa c’è dentro le teste rapate?

Non molto, questo è vero. Le tesi dell'estrema destra attuale che si richiama al
nazionalsocialismo in maniera dichiarata più che essere confuse sono proprio
inesistenti. Non per nulla esse si possono facilmente riassumere nei tre elementi del
coraggio, della violenza e della lotta contro il diverso. Questa condizione di povertà
individuale porta molti osservatori del fenomeno, per alcuni aspetti ricco di folclore,
a concludere superficialmente per una pericolosità limitata circoscritta appunto a
qualche scontro di piazza e a qualche raid punitivo, tutto facilmente controllabile
dalle forze repressive dello Stato.
Noi pensiamo che non si possano accettare analisi così affrettate e conclusioni
così insufficienti. E ciò almeno per due ordini di motivi. Prima di tutto, il discorso sulla
violenza e sul coraggio non è così semplice, come pure non lo è quello sul
razzismo. Si tratta di argomenti che oggi più che in passato necessitano di
approfondimenti decisivi. E poi c'è da segnalare un secondo ordine di motivi, quello
dell'eredità reazionaria che è sempre dietro l'angolo e che gli organizzatori delle
attuali teste vuote potrebbero recuperare agevolmente in un futuro più o meno pros­
simo.
Vediamo questi aspetti uno allavolta.
Il crollo delle certezze del passato si può riassumere nella sconfitta del modello
di progresso lineare. Una visione reazionaria fabbricata in cucina vi sostituisce il
modello del disastro lineare. L'improvvisazione è grossolana ma dentro certi limiti
funziona. Nell'attesa della catastrofe pochi eletti, coraggiosi e forti, si possono
radunare in una tribù identificabile anche sulla base di contrassegni esteriori. Le
prove di coraggio o l'esercizio della violenza servono qui a identificare i soci e a
camuffare la reale paura collettiva di chi si aggrega ad un gruppo di teppisti solo
portarsi coraggio e per cercare emozioni forti che da solo non saprebbe affrontare.
Non è un caso che questi gruppi privilegino l'attacco improvviso a individui isolati o
indifesi declinando lo scontro quando le forze in campo appaiono pari.
Queste pratiche mimano il coraggio effettivo e la violenza liberatoria cioè gli
strumenti che l'oppresso trova per affrontare lo scontro con l'oppressore. D'altro
canto, in un'epoca in cui le tradizioni culturali dell'Occidente stanno tramontando, e
con loro quel liberalismo gestionario e centralizzato che le aveva rese possibili in
tutte le varianti sociali ed economiche, la polverizzazione dei vecchi schemi di
classe rende difficilmente individuabili il vero coraggio e la violenza da non
condannare. Mancando un modello operativamente attivo, o essendosi quest'ul­
timo ridotto ai suoi minimi termini, assurge all'attenzione l'atteggiamento spavaldo e
stupido di questi ragazzi dalle teste pelate.
Allo stesso modo, contro una pratica razzista e dichiarata posta in atto da pochi
imbecilli, non è possibile identificare una pratica internazionalista capace di indicare
metodi e idee per un intervento afianco delle lotte che si stanno conducendo in tutto
"□artoie, difensore del
il mondo. Anzi, l'unica cosa che viene fuori, come contrapposizione fittizia è un 'mondo libero' ", Provo­
antirazzismo ideologico, sostenuto a parole soltanto per differenziazione di partito o cazione 6, p. 9.
di bandiera per pratica politica e per tradizione, quasi mai per convincimento.
Antirazzismo che nella sostanza osservando i mille aspetti della diversità che
vanno dal colore della pelle al sesso, è razzismo esso stesso, solo a malapena
coperto da una vernice democratica che vuole darsi il belletto d'una intelligenza che
non possiede.
Ma il fascismo non è stato soltanto olio di ricino e manganello, coma, una su­
perficiale analisi marxista ha voluto farci credere. E' stato anche analisi e appro-

A/ìo/ch/sm o -//. £8 -pagina 7


fondimento culturale, sulla cui base si sono innestati malintesi e malumori di
un'epoca di transizione, forse non tanto lontana da alcune caratteristiche di fondo
che si possono leggere anche in quella presente. Se i crani rasati non hanno idee,
quelle antiche idee reazionarie non sono del tutto morte e vengono utilizzate da altri
schieramenti politici o guardate con una nascente, o ritrovata simpatia da fasce
consistenti di intellettuali, filosofi, economisti, uomini di pensiero e di governo.
Questo considerevole pericolo non è tenuto da conto in tutti i suoi aspetti, anzi, al
contrario, si ritiene di potere stare tranquilli perché questi ragazzi, così violenti,
fondano le loro istanze su niente di concreto, su simboli e gagliardetti che ormai
dicono poco. E invece il pericolo c'è.
D'altro canto, l'equivoco imposto e gestito dai marxisti, di una identificazione tra
cultura e cultura di sinistra aveva nei decenni passati eliminato dal territorio
universitario la cultura dichiaratamente di destra e reso difficile il recupero di scrittori
e filosofi come Nietzsche, Heidegger, Pound. Celine, Cioran e tanti altri. La pretesa
di non considerare cultura l'insieme delle tesi di destra pur nella difficile
identificazione di tale identità politica si andò poi allentando con il declinare
dell'egemonia marxista nei luoghi della produzione culturale accademica.
Considerando come cultura le analisi complessive di natura generale e metodo-
logica fino a pervenire alle ricerche specifiche e settoriali, non c'è motivo per
accettare una simile discriminazione.
Quindi, dietro queste marginali manifestazioni di folclore e di reale stupidità, c'è
un patrimonio culturale pronto ad agire che può alimentare forze tutt'altro che stupide
e folcloristiche, forze capaci di trovare i giusti legami all'interno del sempre più
frammentato schieramento politico attuale, specialmente in una situazione come
quella italiana per arrivare ad incidere sulle decisioni del potere. La paura di un
presente incerto può spingere larghe fasce di esclusi verso sistemi di pensiero
capaci di dare sicurezza e ordine, o almeno di prometterli. Non dimentichiamo che i
"Chi sono i veri razzisti",
Provocazione 10, pp. 1-5.
grandi movimenti di destra del passato sono stati movimenti a larghissima base
popolare. Al loro interno il consenso era reperito prima di tutto in forza dell'enorme
"Esisto un problema impatto psicologico causato dalla paura della fame e del disordine sociale. Solo
ebraico?", Provocazione
dopo interveniva la repressione organizzata e quasi sempre quest'ultima colpiva i
13. p. 4.
riottosi e tutti coloro che cercavano altri modi per rispondere alle condizioni
"Razzismo", Provoca­ oggettivamente disastrose del sistema sociale.
zione 14, pp. 1-2. Di più, la cultura di destra dichiarata o strisciante, ha un contenuto fortemente
unitario e coerente. Essa s'indirizza verso i principi di autorità, di ordine, di gerarchia
"Nomadi al rogo", Provo­
cazione 21, p. 15.
di subordinazione dell'individuo alla nazione, rivalutando i concetti di tradizione, di
aristocrazia di nobiltà. Singolarmente presi questi luoghi comuni possono far
"Le radici del razzismo". sorridere di sufficienza ma nel loro insieme cementano un movimento di recupero
Provocazione 22, p. 18. che si pone in termini di omogeneità di fronte alla frammentazione e all'incertezza
"Siamo tutti razzisti", Pro­
dei resti di quella che fu l'egemone cultura di sinistra. Il marxismo è andato in
vocazione 22, p. 18. pensione, il liberalismo lo seguirà a ruota. La democrazia come sistema di potere
politico, abbisogna di nuovo fondamento teorico e organizzativo. Niente lascia
"Germania loderale. L'a­ prevedere che questo problema venga risolto in tempi brevi. I sanguinosi sussulti
libi del neonazismo
come strumento di con­
che disegnano un'incerta mappa in vaste zone del mondo, non sembrano indirizzati
trollo delle forze antago­ a risolversi nel segno della stabilità. Manca un coefficiente comune sufficientemente
niste", Anarchismo 63, saldo, capace di indicare idee portanti in grado di promuovere la vera solidarietà
pp. 10-15.
fra gli esclusi, un reale internazionalismo, una risposta concreta ai tentativi maldestri
di ristrutturazione e di reintegrazione del potere sulle profonde trasformazioni in
corso.
La ragione ha svelato i suoi limiti organizzativi e le sue recondite intenzioni di
dominio. Qualsiasi modello conoscitivo è rimasto infettato da un razionalismo che
aveva il solo scopo di produrre verniciature per massacri e ruberie. Perso
l'atteggiamento ideologizzante ine "etto, mantiene il controllo di un altro atteg­
giamento. quello tecnico e diretto i_a scienza e il suo braccio tecnolog co armato.
Anarchismo -n SS-pagina S
organizzano il mondo e non forniscono giustificazioni plausibili ai costi che
impongono aH'uomo. La destra non li ha mai avuto, ha sempre giustificato la tecnica
e tutte le sue conseguenze. C'è un'ampia produzione teorica reazionaria, in senso
dichiarato, che discute delle conseguenze e delle possibilità di sviluppo nel campo
sociale delle scoperte scientifiche e delle applicazioni tecniche.
In questa traballante situazione sostiamo spesso incapaci di decidere cosa fare
davanti ai poco simpatici skiris. mentre una radicata estetica della discrezione non
ci fa venire in mente niente di meglio di un sorriso sprezzante.
Che sia troppo poco?

AVVISO AI LETTORI

Comunichiamo a tutti i compagni che gli acquisti dei liori ANARCHISMO


devono essere indirizzati esclusivamente a

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Per comunicazioni e collaborazioni scrivere a;
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Si comunica che “Provocazione” ha cessato le pubblicazioni.


I compagni che hanno rinnovato l’abbonamento negli ultimi mesi
sono pregati di scriverci precisando se vogliono restituito il versamento
o se preferiscono ricevere in cambio libri di nostra edizione.

Per il momento, a causa di difficoltà editoriali,


viene rinviata la pubblicazione di “Caffè Nero” a data da destinarsi.

Avvertiamo infine i compagni che anche l’uscita del VII volume


delle Opere Complete di Bakunin subirà per i medesimi motivi
un certo ritardo. Non appena ultimato il libro verranno effettuate suoito
le spedizioni.

.Anarchismo - / / 6 8 -pagina 8
I

Immigrazione controllala

Per capire questo problema bisogna partire dagli anni 70 quando comincia ad
entrare in crisi l’ordine mondiale sancito ad Yalta dalle super potenze vincitrici del
secondo conflitto mondiale. Il Terzo mondo” fa parte di questo mondo come tutto il
resto, anche se c’è chi ha finito per crederlo davvero lontano.
Sono fra quelli convinti che il definitivo trionfo degli USA nella guerra fredda e la
crisi irreversibile dei regimi "comunisti” dell’Est per quanto possa sembrare
paradossale, siano stati i frutti dell’irreversibile declino degli USA in Occidente.
Quindi la crisi che si è ripercossa tanto ad Est come nel Terzo mondo, ha avuto
luogo soprattutto in Occidente, con epicentro gli USA. La stabilità dell’economia
americana ha incominciato ad accusare crescenti difficoltà sul mercato interna­
zionale causa l'enorme sviluppo economico e tecnologico dell'Europa e del
Giappone. Questo fatto non solo ha fortemente limitato l'espansione e lo sviluppo
dell'economia statunitense, ma ha anche prodotto un'insanabile frattura riguardo la
tutela e la subalternità politico-militare.
Gli anni '80 sono l'avvio di questo irrimediabile declino degli USA e di riflesso
pure dell'URSS, L'equilibrio del sistema economico e finanziario del mondo capi­
talista avanzato diviene così instabile per cui risulta impossibile agli USA garantirne
la tenuta complessiva. Venuta meno tale tutela sull'Occidente, l'URSS. spinta da
una disastrosa situazione economica può uscire allo scoperto dichiarando il
fallimento dell'economia del capitalismo di Stato basata non sul consumo e sul
mercato, come in Occidente, ma sulla programmazione e lo sviluppo di piani
periodici. Qui la produzione, sganciata dal referente reale del consumo di massa
fornisce beni e prodotti di tipo avanzato, anche tecnologicamente, ma manca di
beni di prima necessità come alimenti, vestiario, medicine e tutto il resto.
Viene così avviata l'offensiva al disarmo unilaterale che vede impegnati l'URSS
e gli USA in un gioco al rialzo all'interno del quale si situano i vari progetti di "guerre
stellari", fino a fare accettare all'URSS lo smembramento del proprio "impero
socialista" e agli USA il declino reale della propria forza espansionista e con esso il
ridimensionamento del proprio ruolo nel mondo occidentale come superpotenza
dominatrice in assoluto e. nel contempo, il riconoscimento delle due massime
"Immigrazione clande­
stina e sfruttamento".
superpotenze in ascesa a livello mondiale sotto il profilo economico e tecnologico,
Provocazione 2, p. 7. vale a dire l'Europa e il [Link] si parla dell'abbattimento del muro di
Berlino e con esso dell'unificazione delle due Germanie, si omette il fatto che i
'Classe e dintorni", Pro­ Tedeschi dell'Est non avevano certo bisogno dell'89 per comprendere che il
vocazione 4, p. 5.
proprio sistema economico e politico non andava bene. Malgrado la contrarietà
"Ghetto', Provocazione degli USA l'opinione pubblica mondiale ha salutato con entusiasmo le iniziative di
4, p. 5. Gorbaciov decretando la vittoria politica di quest'ultimo e mettendo in serie difficoltà
gli USA che hanno dovuto fare buon viso a cattiva sorte. Poi, per una serie di
'Immigrazione e razzi­
circostanze si è andati oltre le stesse cose volute da Gorbaciov. e questa volta è
smo ", Provocazione 22,
p .4 . stato lui a far buon viso alla cattiva sorte davanti non agli USA anch'essi presi di
sorpresa ma davanti all'Europa che ha approfittato di tale situazione.
Tutto ciò si ripercuoteva sui paesi in via di sviluppo e sui paesi del Terzo mondo,
cui veniva a mancare d'improvviso il sostegno assistenziale fornito in passato dalle
due superpotenze entrate in crisi. Su questi paesi si gettano adesso come lupi
l'Europa e il Giappone, la prima verso l'Africa il secondo verso i paesi del Pacifico.
Naturalmente questi cambiamenti hanno fatto precipitare ancora più drammatica-
mente la situazione nei paesi in via di sviluppo ed ancora di più in quelli rientranti
nella fascia più povera dove si muore a milioni per mancanza di cibo ed anche per
Anarchismo -n. B 8-pagina 10
i graziosi regali di morte offerti dall'opulento Occidente. Infatti, quest'ultimo come
aiuto offre sistemi più che rapidi di eliminazione, come l'invio di cibi e la messa a
punto di colture totalmente in contrasto con quelli che il clima suggerirebbe. Più c'è
fame, più rapida diventa sotto tale minaccia la distruzione del patrimonio boschivo e
faunistico in tali zone da parte delle stesse popolazioni rese totalmente dipendenti
dalla colonizzazione del capitale.
Il problema dell'immigrazione nei paesi europei a capitalismo avanzato è legato
al controllo dello sviluppo che, a livello mondiale, l'Europa da una parte e il
Giappone dall'altra vogliono avere. E ciò sia sul piano economico e sociale che su
quello politico e militare, per concludere con gli interventi culturali e perfino
ideologici. Si tratta di una forma di razzismo non denunciata a livello ufficiale, attuata
in guanti bianchi dagli umanitari e democratici antirazzisti di casa nostra.
Il capitale e gli Stati più avanzati economicamente hanno in progetto di affidare le
funzioni regolatrici a livello mondiale al mercato internazionale e non più alle
barriere nazionali. Si avrebbe così un megasistema mondiale posto sotto la tutela di
precise strutture transnazionali, come ad esempio la Comunità europea. Nelle zone
a rischio, le crisi potranno quindi avere due sbocchi. Portare a gravi disordini sociali
interni a singoli paesi e quindi, in un secondo tempo, ad una forma di emigrazione di
massa verso l'Occidente, oppure avere i due fenomeni contemporaneamente. In
Occidente si sta verificando la prima di queste situazioni, nelle regioni dell'ex
impero sovietico si stanno verificando forme di conflitti inter-etnici accompagnate da
forti emigrazioni verso Mosca, città quest'ultima destinata a trasformarsi in una
megalopoli simile a Città del Messico, con le sue caratteristiche baraccopoli.
Più che risolvere questi problemi, in capo a tutti quello della fame nel mondo, si
ha quindi un interesse a controllare la situazione, servendosi anche delle ideologie,
solo apparentemente antitetiche, del razzismo e dell'antirazzismo, alle quali
secondo il proprio modo di vedere le cose vaste masse di individui aderiscono,
venendo così utilizzati dal potere che meglio ne recupera il consenso. Al contrario,
la sola via d'uscita resta sempre la distruzione radicale di un sistema che tende a
riprodurre l'attuale condizione di conflitto, semplicemente modificandone aspetti
parziali e controllando la tenuta dei vari elementi che lo costituiscono.
Pierleone Porcu

"Il costante richiamo del


nazionalismo", Anarchi­
smo 58, pp. 25-42.

"Incitamento al rifiuto del


Terzo mondo", Anarchi­
smo 61. pp. 12-21.

"Il declino economico e


lecnoloaioo deQli USA".
Anarchismo 66. pp. 1-8.

"Il crollo del socialismo


reale", Anarchismo 66,
pp. 16-26.

T u tti i com pagni sono in v ita ti a co lla b o rare


inviando artic o li, recensioni, notizie, ap p u n ti, tra c c e ,
ricerch e, an alisi, e q u a n t’altro riterra n n o u tile
per la redazione d elle nostre pubblicazioni.
Inviare il [Link] a: Alfredo Bonanno. C.P. 61, 95100 Catania

Aneucnsmo -n b'b'-pagina / /
Qualche riflessione sull'ultima guerra

Per i paesi dominanti le guerre non sono più condotte da un punto di vista nazio­
nale in quanto non ci sono più territori da difendere contro un nemico estero dopo la
'fine della politica dei blocchi. Inoltre, l'universalità del capitale e la "libera"
circolazione degli uomini hanno da lungo tempo violato I' “integrità" nazionale. Ciò
non vuol dire che non vi siano più interessi nazionali ma che quest'ultimi s'inscrivono
direttamente in una logica mondiale che li subordina. Cosi accade per la posizione
della Francia. Dopo avere tentato d'affermare, col proprio Stato, una posizione
particolare, nazionale, essasi è allineata all'America in nome dei superiori interessi
della riproduzione d'insieme del sistema capitalista. E tanto peggio per ì suoi in­
teressi nel Medio Oriente.
L'America per quel che la riguarda esprime in un modo del tutto congiunturale e
instabile la coincidenza tra i suoi interessi particolari di nazione e gli interessi
generali del sistema. Nella situazione precedente, l'imperialismo americano
imponeva a nome dei suoi interessi nazionali la mondializzazione del sistema
capitale-salariato. Dato che attualmente lo stadio raggiunto da questa
mondializzazione (unificazione del sistema), al quale partecipano tutti i paosi
dominanti, attribuisce all'America un ruolo di difensore del sistema globale in
rapporto alle possibili destabilizzazioni dei particolarismi nazionali, strettamente
parlando, non c'è più alcun imperialismo americano. La volontà americana di ge-
rarchizzare l'organizzazione del mondo a proprio profitto dipende dal convincimento
di quanto la sua posizione sia fragile e temporanea. E in questo senso, si può dire
che la guerra è stata anche per essa un tentativo di stabilizzare questa posizione
precaria una tregua.
Anche se i termini opposti: "Nord-Sud". "Centro-Periferia", "Paesi ricchi e Paesi
poveri", conservano un certo valore, almeno descrittivo, essi soffrono tutti del fatto di
riferirsi ad una situazione superata quella della politica dei blocchi. L'opposizione
tra paesi dominanti e paesi dominati sembra consentire una migliore comprensione
del nuovo scacchiere mondiale. Si possono reperire due tipi di paesi dominanti che
possono essere definiti:
"Nessuna delega contro
-c o m e quelli in cui il livello economico e i cambiamenti tecnologici, espressi so­
la guerra", Provocazione cialmente dal consenso interno, assicurano una certa pace sociale (paesi oc­
4, p. 8. cidentali, Giappone);
-c o m e quelli in cui il potere, quale che sia determinato dalle contraddizioni rela­
"Ingollati", Provocazione
7 ,p ,1 .
tive allo sfruttamento del lavoro, consente una politica non esclusivamente diretta
verso l'interno, partecipando, al loro livello, allo scacchiere del mondo (Siria Irak.
"I cristiani e la guerra", Israele. Arabia Saudita Turchia).
Provocazione 21, p. 8,
Il caso dell'ex URSS è stato atipico ma molto chiarificatore per quel che con­
cerne il dominio moderno. Si trattava di un paese dominante che ad un certo
"Medio Oriento, la guerra
delegala", Anarchismo momento non aveva più i mezzi per il suo dominio. La storia particolare delle sue
30, pp. 7-0. lotte di classe non aveva fornito le basi necessarie al fissarsi del consenso né
permetteva correlativamente la decentralizzazione delle decisioni economiche e
politiche e lo sviluppo di un livello di consumi necessario alle grandi trasformazioni
tecnologiche. L'éx URSS aveva sì una tecnologia di punta ma la sua chiusura nel
complesso militare e industriale non permetteva il passaggio allo stadio superiore,
cioè la sua diffusione nel corpo sociale, condizione di un "progresso" d'insieme che
resta appannaggio dei paes occidentali e del Giappone (miniaturizzazione in­
formatica interconnessione ae: seno::, socializzazione allargata della ricerca e dei
mezzi automatizzati di p-ccuz cr,e).
Anarchismo - / / 6 8 -pagina 12
Quindi, nei paesi industriali, nazionalismo e patriottismo non sono più le armi ide­
ologiche adeguate alla costituzione d'una forza di guerra e al suo sostegno in seno
alla società. Negli Stati Uniti, le manifestazioni nazionaliste sono restate
essenzialmente a livello dei media In Francia i nazionalisti del FN. del PCF e di
certe correnti del PS sono state contro la "guerra del Golfo". La loro opposizione
non aveva altro significato che quello del rifiuto panico dell'internazionalizzazione.
L'uriiversalizzazione selvaggia del capitale e del salariato li suporanon perché essi
criticano i suoi caratteri selvaggi, ma perché scuote la miopia del loro punto di vista.
I governi, che da parte loro hanno paura del vuoto ideologico che si è venuto così a
creare, non possono che coprire anch'essi gli scopi reali delle loro azioni. La
"trasparenza" non è chiesta che agli altri, per sé ci si contenta d'affermare come
arma assoluta ad uso dell'opinione, l'ideologia universale dei diritti dell'uomo.
Uccidere per la patria implica la passione ( che H sangue imputo inzuppiinostri
campi) e il fatto di assumere la responsabilità di possibili eccessi. Uccidere per i
diritti dell'uomo richiede una padronanza di sé, l'intervento pulito al posto della
sporca guerra la distanza e non il contatto. Questa astrazione trova la sua misura
nella guerra tecnologica che necessita della stessa passività del lavoro moderno e
del consumo.
La società del capitale unificato e la guerra classica sono completamente an­
tinomia perché questa soaetà è quella degli interessi capiti bene dove il principio
deliavita eretto come bene assoluto ("meglio rossi che morti" - dicevano i giovani
tedeschi) ha sostituito la vita stessa. Nessun governo occidentale è stato tanto
pazzo da andare contro questa nuova forma di diserzione civile, forma tanto più
forte e pericolosa per gli Stati, quanto più resta muta. In Francia ciò ha condotto i
socialisti a dimenticare Jaurès e il suo esercito del popolo e a impegnarsi a non
mandare un solo soldato di leva nel Golfo.
E' il principio di realtà che impone la sua legge. Anche se ci si oppone allo
scatenamento della guerra se questo ha luogo, si sarà sempre favorevoli a farla
terminare al più presto. Di più, perché è senza dubbio una grande occasione per far
cogliere ad una parte importante delle popolazioni occidentali il senso della propria
situazione nell'ordine mondiale attraverso la crisi di una posizione benestante
(inessenzializzazione della forza lavoro, impasse ecologico, ecc.). E' questa crisi
che produce in una volta la coscienza della propria posizione, il proprio
irrigidimento e l'abbandono delle illusioni su di una passibile divisione delle
ricchezze a livello mondiale.
La mediatizzazione totalitaria di questa guerra attuata dal mercato mondiale del­
l'immagine ha mantenuto tutti in una condizione di grande dipendenza riguardo
l'avvenimento. L'autonomia di tutti i movimenti contro la guerra si è rivelata per
quello che era un'autonomia nella dipendenza. Davanti all'impasse e all'inanità
delle loro azioni, essi si trovarono incatenati alPevoluziorie del conflitto, obbligati, in
molti casi, a contare su di un incrudelirsi della guerra alcuni aspettando l'inizio
dell'offensiva terrestre, gli altri il richiamo al fronte delle forze di leva. In breve, si
reclamava una vera guerra per potersi avere al fine una vera lotta Certurio,
pensandosi più radicale, insisteva negli appelli alla diserzione - e ciò in assenza di
soldati di leva - o sul rifiuto della “pace sociale", per dimostrare che non cadeva
nella trappola che la guerra non era peggio della pace, che l'una era la
continuazione dell'altra con mezzi diversi, ma tutti non facevano che esprimere le
debolezze teoriche e pratiche dei movi menti, critici.
Le armi impiegate in questa guerra mostrano l'aspetto ridicolo degli slogan rivo­
luzionari. Questo aspetto data di già da Hiroshima ma le guerre locali di liberazione
nazionale (Cuba Algeria e sopralutto Vietnam) con il loro corteggio mitologico
avevano insidiosamente prodotto in certuni l'idea che i popoli in lotta erano
invincibili e che la fede o il coragg o poteva [Link] le montagne. Alcuni l'hanno
ancora creduto oggi, prinapam er'e re caes arabi dove la speranza dello

.Anarchismo -n. 6 3 -pagina 13


scatenarsi di uria guerra terrestre corrisponde al desiderio di una guerra tra
"uomini". La guerra tecnologica nella misura in cui riduce il numero di uomini
necessari al suo funzionamento aumentando nello stesso tempo l'esigenza di
qualificazione degli specialisti che impiega priva di contenuto i modelli storici del
passaggio dalla guerra alla guerra rivoluzionaria o guerra civile. La coscienza di
questa situazione non è stata sempre esplicita ma il carattere delle azioni contro la
guerra una certa riserva riguardo la violenza esprimevano questo nuovo stato di
fatto. Si aveva una coscienza implicita di queste trasformazioni senza che ciò
■aprisse a nuove prospettive. In effetti, la soluzione delle contraddizioni tramite lo
scontro diretto tra uomini è scomparsa a causa del predominio inevitabile della
materialità tecnica. Ed è l'identificazione degli Stati con questa materialità che ridà
vigore alla politica nello stesso momento in cui vi è una crisi di quest'ultima come
forma di regolamentazione dei rapporti tra individuo e Stato. Da cui la paralisi degli
individui davanti all'ampiezza del compito, davanti alla necessità di creare altre
forze contraddittorie.
Temps critiques
LUDD 2000
Le m ille ragioni d ella distruzione

Q u a d rim es tra le di an alisi e d o c u m en tazio n e sulle


nuove te c n ic h e del p o te re post In d u s triale

Una nuova rivista che consideriamo come laboratorio in grado di


approntare strumenti idonei all’azione. Il taglio delle
analisi, la scelta degli argomenti, la vastità
delle documentazioni, la puntigliosa messa al bando di ogni
considerazione ideologica, pensiamo possano consentire
un utilizzo di questa rivista da parte
di tutti i compagni che vogliono indirizzarsi verso
pratiche di lotta a prescindere
da diatribe scolastiche “ a priori” che stanno ormai
per scadere d’importanza. Non solo elenco di documenti che,
in ogni caso, quando ci sono parlano da sé, ma in primo luogo
proposte analitiche, ricerche scientifiche, travasi dal crogiuolo
delle elaborazioni del potere, rivisitazioni
nel museo degli orrori della
repressione, anche la meno accessibile. Questa rivista pensiamo
possa usarsi nel tempo, a prescindere dalla scadenza periodica,
mantenendo validità inalterata, particolarmente nell’ambito
delle procedure, dei suggerimenti tecnici,
dello studio di materiali, dell'esame
di responsabilità e funzioni.
Tre numeri l'anno di circa centocinquanta pagine ciascuno.
Prezzo di copertina Lire 15.000.
Abbonamento annuo Lire 40.000. Abbonamento estero Lire 30.000.
Abbonamento sostenitore Lire 50.000 in su.
Per la diffusione: acquisti superiori a 5 copie,
sconto 4C: : sul prezzo di copertina.
R ecar.:-e responsabile: Alfredo M. Bonanno.
Redazione e a ~ ~ * stradone: A .M . Bonanno, C. P. 61, 95100 Catania,
.e'samenti sui c/c postale n. 13116959.

Anarchismo n. 6S -pagina H
-
Abolizione della società

Niente di quello che “sappiamo" può essere presa parvero. Nessuna dei nostri
concetti del mondo è sacro e faremo bene a metterli tutti in questione. Molti anarchici
parlano'di creare una “nuova" o “libera" società. Solo pochi mettono in questione
l'idea stessa di società. Il concetto di società è amorfo, è dunque più difficile analiz­
zare i suoi aspetti particolari, come il governo, la religione, il capitalismo o la tecno­
logia. Questo concetto è così radicato in noi che metterlo in questione sembra mi­
nacciare la nostra stessa natura cosa che rende ancora più necessaria la messa in
questione. Liberarci dall'armatura caratteriale che reprime i nostri desideri, le nostre
passioni, potrebbe richiedere non semplicemente la trasformazione della società,
ma la sua abolizione.
I dizionari definiscono la società come singola entità composta da individui che
sono nella condizione più o meno di dipendenza uno dall'altro, cioè che non sono
completamente se stessi, lo vedo la società come sistema di rapporti tra esseri che
vengono trattati e agiscono come ruoli sociali, con lo scopo di riprodurre sia il si­
stema che loro stessi in quanto individui sociali.
La dipendenza di individui sociali non è la stessa cosa della dipendenza biolo­
gica dei neonati. Quest'ultima finisce quando il bambino raggiunge una adeguata
mobilità e una buona coordinazione tra mano e occhi, più o meno verso i cinque
anni. Ma in questo periodo i rapporti sociali della famiglia reprimono i desideri del
bambino, instaurano la paura del mondo e così sommergono la sua potenzialità di
sviluppo in senso libero e creativo sotto strati di armature che compongono l'indivi­
duo sociale, sotto dipendenze psichiche che ci fanno aggrappare l'un l'altro nel
momento stesso in cui ci disprezziamo reciprocamente. Tutti i rapporti sociali hanno
il proprio fondamento nell'incompletezza prodotta dalla repressione delle passioni
e dei desideri. La loro base è il nostro bisogno dell'altro, non il nostro desiderio "L'utopia propulsiva',
dell'altro. Ci utilizziamo reciprocamente. Dunque ogni rapporto sociale è un rapporto Provocarono 1, p. 6.
del tipo: datore di lavoro \ impiegato, da cui derivano piccoli attacchi scherzosi, litigi
veri e propri, scontri feroci. Com'è possibile non disprezzare chi utilizziamo e odiare "Mal di comunità'. Pro­
vo caron o 5, p. a.
chi ci utilizza?
La società non può esistere al di fuori dei ruoli sociali, perché la famiglia e l'edu­ "Limiti dell'autogostiono",
cazione sono componenti essenziali della società. L'individuo sociale non svolge Provocarono a, p. 4.

un unico ruolo sociale, ma modella insieme diversi ruoli, i quali creano l'armatura
"Normalità o dissoluzione
caratteriale che viene definita erroneamente come "in d iv id u a li.
dogli individui", Provo­
I ruoli sociali sono modelli in base ai quali gli individui vengono definiti dall'in­ ca ro n o 22, p. 21.
terno del sistema di rapporti che costituisce la società, e ciò allo scopo di riprodurre
questi rapporti. I ruoli rendono gli individui utili alla società, facendoli diventare pre­ "Nessun recupero, nes­
suna comunità", Provo­
vedibili, definendo la loro attività in termini di bisogni della società. I ruoli sociali ca ro n o 23, p. 16.
sono lavoro, nel senso di un'attività che riproduce il ciclo produzione-consuma. La
società è quindi il mezzo di addomesticamento degli esseri umani, la trasforma­ 'Lo ragioni del nichili­
smo", Anarchismo S9,
zione di esseri potenzialmente creativi, giocosi, selvaggi, di esseri capaci di rappor­
pp. 1-16.
tarsi lìberamente secondo i propri desideri, in esseri deformati che si utilizzano a vi­
cenda cercando di fronteggiare bisogni disperati, ma riuscendo solo a riprodurre il
bisogno e il sistema di rapporti basato su di esso.
“Contro ogni prigionia fosse pure nell'interesse del bene universale, fosse pure
nel giardino di pietre preziose a Mcntezuma'. (A. Breton).
Gli individui liberi non [Link] acxr -:eresse a rapportarsi attraverso ruoli sociali.
I rapporti prevedibili e predete~- nat. c anno ano e non abbiamo alcun desiderio di
continuare a riprodurli. E' vero che c_'o r c pc‘ c s carezza stabilità e calore

Anarcfrisma -n. 6 6 -pagina 15


(tiepido), ma a quale prezzo! Piuttosto, vogliamo la libertà di rapportarci in termini di
desideri non repressi, al fuoco di tutte le nostre possibilità.
La società ci offre sicurezza ma lo fa togliendo il rischio, cosa essenziale nel
gioco libero dell'avventura. Ci offre sopravvivenza ma lo fa in cambio della nostra
vita. Perché la sopravvivenza che ci offre è sopravvivenza in quanto individui so­
ciali, esseri composti di ruoli sociali, alienati dalle proprie passioni e dai propri de­
sideri, coinvolti in rapporti sociali cui sono assuefatti e che non soddisfano mai.
Un mondo di liberi che si rapportano in modo non represso, sarebbe un mondo
libero dalla società. Tutti gli indivìdui verrebbero coinvolti in termini di desiderio, non
sulla base di uri sistema sociale. Tenderemo a stupire, a deliziare, ad eccitarci gli
uni con gli altri, evocando vera passione invece di semplice noia rassegnazione,
disgusto o sicurezza. Ogni incontro avrebbe una potenziale meravigliosa avventura
che non può esìstere pienamente dove ci si rapporta in base a rapporti sodali. Al­
lora invece di restare prigionieri nel "giardino di pietre preziose" chiamato società
scelgo di lottare per abolire la sorietà e questo comporta diverse implicazioni che
indico come "rivoluzione" (in mancanza di termini migliori).
La lotta per trasformare la società è sempre una lotta per prendere il potere, per­
ché ha per scopo di prendere il controllo del sistema dei rapporti che sono la so­
cietà (uno scopo che considero poco realista visto che questo sistema è ormai ol­
tre il controllo di chiunque). In quanto tale, non può essere una lotta individuale. Ri­
chiede un'attività di massa o di classe. Gli individui dovranno definirsi come esseri
sodali in questa lotta sopprimendo qualsiasi desiderio individuale che non inqua­
dra nel più "grande” scopo dellatrasformazione sociale.
La lotta per abolire la società è lotta per abolire il potere. E' lotta di individui per
vivere liberi da ruoli e regole sociali, per vivere i desideri appassionatamente, per
vivere tutte le cose meravigliose che potranno immaginare. Progetti e lotte di
gruppo fanno parte di ciò, ma crescono fuori dai modi in cui i desideri degli individui
possono accrescersi, e si dissolvono nel momento in cui essi cominciano a soffo­
care gli individui. Il tragitto che avrò questa lotta non può essere delineato perché si
basa su di uno scontro tra i desideri dell'individuo spiritualmente libero e le do­
mande della società. Sono possibili molte analisi dei modi in cui la società ci mo­
della e dei fallimenti e dei successi delle ribellioni del passato.
Le tattiche utilizzate contro la società sono tante quanti sono gli individui coinvolti,
ma tutti condividono lo scopo di limitare il controllo sociale e il condizionamento, fa­
vorendo lo sprigionamento dei desideri e delle passioni dell'individuo. L'impreve-
dibilità dell'umore e la gioia sono essenziali, evocando un caos dionisiaco. Giocare
con i ruoli sociali in modo da limitare la loro utilità sociale, capovolgendoli, facen­
done giocattoli, è una pratica valida in tutto il mondo. Ma ancora più importante è
confrontare la società con noi stessi, coi nostri desideri e con le nostre passioni, che
sono unici con l'attitudine a non arrendersi, col volere vivere secondo le proprie in­
tenzioni.
La società non è una forza neutrale. I rapporti sociali esistono solo a costo della
soppressione dei desideri reali e della passione degli individui, [Link] repressione
di tutto quello che rende possibile rapportarsi liberamente. La società è addomesti­
camento, trasformazione di individui in valore d'uso e del libero gioco in lavoro.
Rapportarsi liberamente tra individui che si rifiutano e resistono al proprio addo­
mesticamento, limita tutta la società e apre tutte le possibilità. A quelli che pensano
di potere raggiungere la libertà attraverso una rivoluzione meramente sociale, ri­
spondo con queste parole di Renzo Novatore: "Tu aspetti la rivoluzione! Così sia!
La mia è già cominciata da tempo! Quando sarai pronto... non mi dispiacerebbe
fare un pezzo di strada con te per un po'. Ma quando tu ti fermerai. o continuerò nel
mio cammino insano e trionfante verso la grande e sublime conquisa dei nulla*.
~eraJ Faun

Anarchismo n. 6 6 -pagina 16
-
La pietrificazione del pensiero

Il calcolo è una concrezione pietrosa del pensiero. Ca/cu/us in latino significa


sasso, il che costituisce di certo una definizione lapidaria. Con i sassi, per poco che
si prenda la precauzione di sceglierli d'una taglia e d'un peso maneggevoli, si può
facilmente contare. Per facilitare la cosa sembra che gli uomini abbiano pensato
molto presto a infilare questi sassi dentro delle sbarrette. Presso gli Egizi come
presso i Caldei, ci fa sapere Arnold Reymond nella sua Hìstoìre des Sciences
exactes dans /'antiquité gréco-tomaine.. servivano per contare "degli abachi che,
dal modo come erano costruiti, ricordano i pallottolieri una volta usati nelle scuole
elementari". Più tardi, presso i Greci Demostene si mise dei sassi in bocca senza
dubbio al fine di mostrare che l'eloquenza è retta dal numero e dalle sue proprietà il
cui studio aveva ispirato ai Pitagorici tanto rispetto, da far includere fra le regole
morali quella di “Non sedersi su di un quarto di misura". Ancora più tardi. Pascal
inventò la macchina per calcolare, che si trova adesso dal droghiere, e che parlerà
ben presto con altrettanta eloquenza di Demostene, come qualsiasi altro
meccanismo, automobile o altro, ormai dotato di parola al fine di dimostrare agli
uomini che il pensiero non si forma nella bocca ma nelle macchine. Tutto ciò ci
porta a domandarci dove siamo arrivati con la misura.
Il calcolo è quindi una concrezione pietrosa che sì forma nel pensiero al contatto
con la realtà misurabile. Se ne può vedere un esempio, di specie cristallina nel bel
ritratto di Luca Pacioli attribuito a Jacopo de' Barbari, che si trova nel museo di
Napoli. Più o meno all'altezza della testa del monaco di Borgo San Sepolcro, fluttua
aureola profana di geometra un aerolito traslucido la cui forma è quella d'uno dei
poliedri disegnati da Leonardo da Vinci per l'opera di Luca Pacioli, la De divina
proportene. È l'immagine, pietrificata e emblematica del sogno pitagorico
risuscitato dal Quattrocento, secondo il quale il numero è il principio e l'essenza
stessa del mondo, e le cose dei numeri diventano sensibili. Con questo apparente
ritorno, lo spirito umano comincia a liberarsi dalla religione, il suo bisogno d'una
intelligenza unitaria comincia a superare la sua soddisfazione attraverso la
‘ H braccio armalo (tela
religione. Nel Pagamento d ei Tributo, dipinto da Masaccio verso il 1427, la
scienza", Provocazione
geometrizzazione dello spazio è ancora al servizio della divinità e il punto di fuga è 7, p. 8.
opportunamente piazzato dietro la testa del Cristo. Tutta la prospettiva era così
come una manifestazione sensibile della Grazia focolaio da cui tutto parte e a cui "Anatomia di un deserto".
Provocazione 12. p. 10.
tutto ritorna. Nel ritratto di Luca Pacioli, la composizione piramidale conduce allo
sguardo del monaco, il quale è a sua volta fissato, rinviandovi anche il nostro, sulla "Il controllo inlormaaco
forma ideale che la sua meditazione materializza leggermente davanti a lui. Ormai del territorio", Anarchi­
affrancato dalle gerarchie del cosmo cristiano, lo “spirito italiano si applica alla smo sa, pp. 14-1S.

scoperta del mondo esterno e osa descriverlo e raffigurarlo". (J. Buckhardt).


"Lettera di un tranoo tira­
Tuttavia questo crollo del cosmo cristiano non è come un alzarsi del sipario tore su alcuni aspetti del
sulla scena della razionalità in una commedia edificante basata su di un umanismo modo di distruzione sta­
talo", Anarchismo 60, pp.
diventato laico ed obbligatorio. Alla fine del secolo seguente, Galileo, di cui si sa
34-44.
che era in qualche modo un pittore fallito, dichiarava: "Il libro della natura è scritto in
carattere geometrici". Ma egli mostrava così di tracciare egli stesso questi caratteri
a partire dai propri presupposti ideologici ed estetici rigettando le orbite ellittiche di
Keplero, sospettate di essere, come le anamorfosi e lo stile del Tasso, che
deformazioni manieriste, alle quali egli preferiva la perfezione "classica" del
movimento circolare (Cfr. A. Koyré, “Attitude esthetique et pensée scientifique". in
Études d'histoire de /apensée sdentfique). Così il lavoro di formalizzazione dello
spazio visivo portato a termine dai pittori del Quattrocento, e che aveva creato
.Anarchismo n. 6 8 -pagina
- / /
l’ambito favorevole alle prime speculazioni di geometria e di fisica poteva nello
stadio successivo, costituire un ostacolo sul camino portante "dal mondo chiuso al­
l’universo infinito". Tanto è vero che Pimpadronimento del mondo esterno, la sua
conoscenza e la sua misura non sono distinti dall'invenzione di un ordine spaziale
che ne organizza la percezione e regola le proporzioni.
Nel secolo XX. il poliedro di Leonardo e Luca Pacioli. promessa di felicità e di
armonia è diventato lo scuro, rugoso e ossessivo aerolito di Magritte. Ha invaso la
quasi totalità della tela cacciato ogni presenza umana e pesa sullo sguardo allo
Stesso modo pesantemente simbolico con cui pesa sul mondo degli uomini tutto
quello che ha smesso di apparire come proveniente da un ordine razionale. Esso
materializza tanto bene le angosce primitive sempre perpetuate dall’oscurantismo
dell'oppressione sociale quanto i terrori moderni davanti ad una potenza materiale
che ci domina e che sfugge al nostro controllo. Il colpo tentato dall'intelligenza del
quantitativo ha fatto rotolare fino a noi la pietra del calcolo, ed essa è diventata
questa cosa informe e schiacciante. La pietra rotolando assomma tutta la schiuma
del reale, realtà che ammassandosi ha perduto i suoi aspetti vivi, le determinazioni
sensibili nelle quali lo spirito riconosceva l'espressione dell'ordine oggettivo. Ma
meglio ancora che con Magritte, dove la testimonianza è troppo intaccata da un
certo humour belga è con Tanguy che si trova rappresentato con la più grande
chiarezza il paesaggio mentale di un'epoca che è ancora la nostra Qui, davanti ad
un orizzonte vuoto, in uno spazio che nessun punto di fuga organizza le forme di un
regno indistinto sono dissolte o liquefatte dalla fredda luce di un'alba senza
promesse, ricondotte verso un magma di significatiperduti. Esse appaiono dotate
nello stesso tempo di una tenibile perennità, ossami d'una realtà la cui carne è da
molto tempo andata in polvere. A meno che essendo i corpi, come si sa elastici,
deformabili, e cambiando di volume con la temperatura le figure descritte dalla
geometria euclidea non fossero fuse al sole della storia sole prodotto dall'uomo,
come a Hiroshima. Come che sia basta considerare un simile spazio, un simile
cimitero di forme, per comprendere quello che è stato nel XX secolo la crisi dello
spirito occidentale. L'uomo si è perduto esso stesso, e con esso la misura di tutte le
cose.
Eccoci quindi lontani dal bell'entusiasmo dell'individuo della Rinascenza per il
quale pensare e misurare costituivano ancora una sola e medesima attività, e che
"Divcor^o proliminaro alla cercare di scoprire e rilevare attraverso il calcolo i rapporti esistenti fra le diverse
Ertcydopódiu dos nul- parti, l'ordine immanente di un mondo la cui unità non era più garantita dalla
sancoj", Anarchismo 60.
pp. 22-31.
religione se non da molto lontano. Il Cusano scriveva: "Penso che la parola mens
(spirito, in latino) si ricolleghi etimologicamente al verbo misurare"; e Luca Pacioli, in
"Spossessamento, svili­ testa alla sua De dMna proportione: "Qui un solo cammino è aperto a tutti”. Questo
mento o riduzione. Teo­
cammino del quantitativo, quello della scienza moderna che si costituisce so­
ria doU'abbassamenlo",
Anarchismo 61, pp. 39- stituendo al mondo bagnato dal qualitativo mitico-religioso, un universo di misura e
40. di precisione, questa cammino era sicuramente quello dell'economia mercantile,
aperta a Firenze dai primi borghesi moderni. Sotto il loro impulso lo spazio e il
'Irriducibili al calcolo",
tempo sono progressivamente adattati ad essere l'oggetto di una contabilità come
Anarchismo 64, pp. 51-
60. quella che utilizza Giovanni Villani nella sua cronaca dove canta la potenza della
Firenze del 1338 attraverso una tavola statistica della popolazione e dell'aconomia.
'Affinità e spazio'. Anai- Il sole della campagna toscana è esso stesso "geometrizzato" dallo terrazze
chismo 65, pp. 43-55.
regolarmente impiantate delle vigne e degli uliveti, e con lo sviluppo delle tecniche
di rappresentazione spaziale (cartografia), diventa possibile, verso il 1420. tracciare
la prima frontiera rettilinea "astratta" tra Firenze e Milano. Cosa che fa dire ad un
contemporaneo che "tutto è sottomesso alla dottrina geometrica" (vedere l'articolo
di P. Thuillier, “Espace et perspective au Quattrocento", "La Recherche". novembre
1984).
A questa unificazione del terreno sociale in uno spazio omogeneo, suscettibile di
essere tagliato e misurato, corrisponde una parallela unificazione del tempo
Anarchismo n. 6 8 -pagina 18
-
sociale. Per comodità dei bilanci e dei calcoli di interesse, viene fissato un punto
d'inizio unico per l'anno (mentre fino a quel momento era stato variabile secondo gli
Stati), così la divisione della giornata in ore uguali permette l'uso dell'orologio a
suoneria automatica che scandisce ormai la vita delle città.
La pratica mercantile doveva tendere spontaneamente a produrre il suo am­
biente astratto dal momento che essa stessa si era resa indipendente dalla circo­
lazione e dallo scambio dei beni concreti. Con lo sviluppo prima del sistema delle
assicurazioni e poi delle società anonime, le merci cominciarono a correre da sole
il vasto mondo, mentre i proprietari tenevano la registrazione dei loro spostamenti.
"Gli uomini d'affari che diventano sedentari nelle città adottano del tutto naturalmente
i nuovi metodi di lavoro... L'invenzione della contabilità a partita doppia permette
loro di dominare l'insieme delle attività". (V. Renouard, Les Hommes d'a/laires
ria/iens du Moyen Age). Questi mercanti desiderosi d'esattezza "hanno studiato in
trattati come quelli di Paolo Dagomati, detto Pao/o dell'Abaco, le quattro ope­
razioni, la regola del tre, il calcolo dell'interesse e dello sconto... Essi calcolano sia
a mezzo dell'abaco, sia a mezzo delle tavolette a scacchi d'un uso più facile...). (Ib).
Ed è in un'opera di Luca Pacioli ( Summa de aritm etica geometria proportlone et
proportiona/ia 1494) che essi trovano esposte, a fianco d'un insieme di problemi
relativi alle operazioni commerciali, il primo metodo chiaro e completo per la tenuta
dei libri in "partita doppia".
La speculazione pitagorica o neoplatonica non determina certo da sola il gusto
per il calcolo nei mercanti italiani del Quattrocento. Le loro motivazioni commerciali
non vi partecipano meno, con l'esigenza di dati precisi, esatti e completi, con la
costituzione d'un ambiente propizio al pensiero razionale. Lo sviluppo delle ma­
tematiche pratiche insegnate nelle scuole d'abaco, corrisponde ad un bisogno di
esattezza comune ai commercianti, agli ingegneri e agli artisti. Piero della
Francesca scrive così egli stesso, insieme ad un trattato di prospettiva un manuale
per mercanti. De Abaco, dove vengono dati dei metodi per calcolare, ad esempio,
il volume d'un barile.
Ormai lo sguardo non scivola più al di là del mondo sensibile, verso l'essenza
divina esso soggiorna nella realtà terrestre e impara a chiarirla. Le cose non
trovano più il loro significato nel filo di luce che le ricollega al cielo. Divenute
misurabili, acquistano contorni precisi e proprietà specifiche. E le tecniche che
presiedono alla loro conoscenza e alla loro rappresentazione vogliono in cambio
trasformarle e adattarle, per renderle sempre più facilmente manipolabili tramite la
pratica mercantile. Ma nel fragile equilibrio della Rinascenza questa forza di
separazione è ancora contenuta dall'unità della pratica sociale delle città libere. E
Firenze, nel mezzo dell'agitazione politica (la democrazia qui appena abbozzata
scomparirà ben presto, per lasciare il suo testamento nell'opera di Machiavelli),
artisti, ingegneri, filosofi, scienziati e mercanti si incontrano per vedere nell'impa-
dronimento della realtà attraverso la conoscenza esatta la manifestazione d'una
infinita libertà umana. È quello che esprime il discorso di Pico della Mirandola sulla
dignità dell'uomo, che Burckhardt chiama: "uno dei più bei legati di quest'epoca di
cultura intellettuale", ed è quello che meglio di tutti illustra l'iniziativa di Leonardo, per
il quale “la proporzione abita il numero e le misure, risiede anche nei suoni, nei
tempi e nei luoghi, e in tutte le forze esistenti". (E. Cassirer, /ndwdu etCosmos dans
la philosophie de la fìenaissatìce ). Questa “proporzione", questo insieme di
rapporti calcolabili, è certamente chiamata ancora divina ma è di già percepita
come necessità obiettiva che la libertà umana eleva alla coscienza l'attiva crea­
zione dell'umanità non ha altro fine che l'umanità (Nicola Cusano).
Con lo sviluppo autonomo del quantitativo economico, che si separa dallo
scopo umano di creare un mondo sensibile armonioso, si perde l'unità che era stata
vissuta e sognata dalla Rinascenza La figura della coscienza non è più il cerchio, il
serpente che si divora da sé. la quiete in una conoscenza di se stessi che è _____________
Anarchismo - n. £8 -pagina 18
identicamente conoscenza e misura del mondo, ma la spirale infinita del barocco, il
movimento storico che trascina lo spirito lontano da ogni forma fissa
nell'inquietudine del divenire dove nessuna certezza può più essere tratta dalla
misura delle cose, dove non ci sono più proporzioni stabili, rapporti calcolabili che
possano soddisfare lo spinto: come se il significato del mondo oggettivo fosse fluito
nello spazio infinito e nel tempo irreversibile. La filosofia è allora nostalgia o spe­
ranza di riconciliazione cori l'obiettività, al di là del malessere storico. Il calcolo, la
riflessione sulle relazioni tra diverse quantità realmente esistenti, ha smesso di
essere per lo spirito umano lo specchio della propria perfezione. Hegel può in
questo modo scrivere nel 1812: "Dato che il calcolo è un’impresa a tal punto
esterna e in parte meccanica si è potuto, come si sa fabbricare de/ie macchine
che effettuano le operazioni aritmetiche in modo perfetto. Anche conoscendo questa
sola circostanza riguardo la natura del calcolo, sarebbe sufficiente per valutare ciò
che accade quando si fa del calcolo un'impresa capitale per lo spirito, e lo si sotto­
mette alla tortura del perfezionamento fino a diventare macchina".
Oggi, in un'epoca in cui lo spirito di ciascuno è quotidianamente sottomesso
dall'economia mercantile alla tortura del quantitativo separato, meccanizzato e
automatizzato nella seconda natura che è stata costruita si può vedere chiara­
mente, dimostrato per assurdo, che la misura e i suoi strumenti sono prodotti storici,
determinati da una scala di valori e da un progetto umano. Il corso forzoso della
misura mercantile del mondo, il mantenimento di tutte le inumane proporzioni
dell'economia passano concretamente attraverso la distruzione dei valori che
hanno fondato lo sviluppa precedente, e attraverso l'abbandono di ogni progetto
umano degno di questo nome. Il posto da cui Dio, diventato "ipotesi inutile", è stato,
scacciato, non è sempre occupato dall'attività cosciente dell'umanità. questa è
stata invasa dagli strumenti, materiali ed intellettuali, di una conoscenza che non può
continuare a farsi passare per oggettiva se non irrigidendo e impoverendo la realtà.
Si pensa al malato citato da Minkowski ( LaSchisophrénie, 1927): "Il piano è tutto per
me nella vita... Non voglio a nessun costo disturbare il mio piano, piuttosto disturbo
la mia vita e non il mio piano. È il gusto per la simmetria per la regolarità che mi
attira verso il mio piano. La vita non mostra né regolarità, né simmetria ed è per
questo che fabbrico la realtà...". Allo stesso modo in cui la spazializzazione è nel
razionalismo morbido una difesa contro l'angoscia contro il tempo senza contenuto
dell'esteriorità spossessata cosi la mostruosa ipertrofia del quantitativo può
comprenderla ad un altro livello, come difesa sociale contro l'angoscia del tempo
storico non vissuto, dove il cambiamento quantitativo, non desiderato e non
padroneggiato, si manifesta soltanto come catastrofe.
In effetti, si può facilmente constatare, attraverso tutto quello che manca alla
misura socialmente dominante, tutto quello che in questa manca e che si ritorce
contro di sé, quanto la realtà umana la realtà del mondo prodotto dagli uomini, si
sia allargata e sfugga da tutti i lati ad una dominazione sociale che, a forza di
negare, con la storia come emancipazione, la dialettica della quantità e della
qualità, deve fallire nel quantitativo stesso. Questo scacco non appare soltanto nel
profondo malessere dei nostri contemporanei, quando il loro spirito, privo di ogni
soggiorno felice nella realtà materiale, è respinto verso la ricerca d'uria intensità
senza contenuto, che oscilla sempre tra l'angoscia del vuoto e il piacere-angoscia
dei gesti ripetitivi destinati a riempirla. Esso appare ugualmente, in modo ancora più
chiaro, nelle disillusioni d'una produzione alle prese con "l'essere qualitativo delle
cose", che essa si ostina a disconoscere e che riappare ineluttabilmente, dal
Messico a Bophal. come nocrvità Ma è anche all'interno della stessa conoscenza
scientifica che il dominio del quantificabile agisce per censurare gli apporti dei
grandi teorici di questo secolo, che hanno rimesso in causa le antiche
rappresentazioni dello spazio e del tempo. Così, per come ammette uno dei
matematici contemporanei, la sterilizzazione del terreno sociale non risparmia quelli
Anarchismo -n. 6 8 -pagina 20
che ne sono in apparenza i grandi sacerdoti: “Lo stato critico della scienza
contemporanea proviene... da una perversione di origine sociologica: il peso senza
limiti crescente dato alla'scienza pesante', alle tecnologie, alle applicazioni, e ciò a
detrimento degli interessi teorici e dell'esigenza d'intelligibilità ai quali la scienza di
una volta sacrificava molti vantaggi. Basta gettare un colpo d'occhio sulle grandi
pubblicazioni scientifiche di reputazione internazionale (come Nature o Science)
per rendersi conto del livello di insignificanza al quale si situa la gran quantità delle
sperimentazioni contemporanee. Si è arrivati in questo modo al grado più estremo
di raffinatezza nella descrizione del reale, lasciando da parte ogni tentativo di
approfondimento teorico che non sbocchi immediatamente nell'esperienza. Ora. la
descrizione della realtà, perseguita con tutti i mezzi tecnici disponibili fino al più
minuscolo dettaglio percepibile, è in effetti senza limite, più esattamente senza altro
limite che quello fissato dalla società tramite i suoi finanziamenti alla ricerca... Per
ottenere l'adesione collettiva gli scienziati sono spinti a solidarizzare sempre più
strettamente con le tendenze più inquietanti, le più dannose per l'umanità". (R. Thorn,
"le Monde". 1-2 luglio 198-1).
Quanto al controllo restrittivo che la "società" farebbe pesare sulla ricerca
scientifica sappiamo bene che l'esercita in prima persona e con questo scopo, non
è quindi il caso di scoprire nessuna tendenza al suicidio nell'umanità. E questo
scienziato semi-critico mostra anche meglio i propri limiti metodologici precisando:
"... i suoi progressi scientifici veramente importanti e significativi non sono crescite di
conoscenza - come si crede troppo facilmente - ma acquisizione da parte dell'uomo
di nuove strutture mentali che gli permettono di simulare più efficacemente la realtà".
(/&). Perché, se è vero che il pensiero scientifico non si sviluppa in modo lineare,
accumulando conoscenze come il droghiere allinea conserve nei suoi scaffali, ma
che esso si trasforma raggiungendo soglie qualitative, nuove coerenze teoriche a
partire dalle quali può organizzare le conoscenze precedenti e acquistarne di
nuove, lo scopo umano di tutto ciò non potrebbe essere qualcosa di tanto
miserabile quanto il "simulare più efficacemente la realtà": quello di cui si tratta è
evidentemente di produrla. Ed è per altro quello che fa continuando nel volerlo
ignorare, o dissimulandola dietro la sua metafisica dell'obiettività. la scienza dello
Stato che sceglie molto apertamente la realtà che pretende simulare, e produce
una realtà storica determinata con la scusa di descrivere una realtà fuori del tempo.
I progressi dell'alienazione sociale (alienazione dei mezzi di produzione della re­
altà). vanno così veloci che ci possono anche proporre i “progressi dell'intelligenza
artificiale", "questa branca dell'informatica che tende più o meno a fare simulare al
calcolatore il ragionamento umano", dando ad esempio "sistemi esperti, che
associano un meccanismo di ragionamento ad una banca informatizzata di dati, la
cui ambizione è di mettere alla portata di tutti la scienza di qualche raro specialista".
(M. Arvonny, "le Monde", giugno 1985). Per quel che riguarda questi "sistemi
esperti", senza entrare nei dettagli del modo in cui essi filtrano le informazioni at­
traverso un preteso "ragionamento", abbiamo di già visto (cfr. "Spossessamento.
svilimento e riduzione. Teoria dell'abbassamento", in "Anarchismo" n. Gl, pp. 29-40)
come essi mettano la “scienza" a disposizione di tutti rendendo ciascuno
egualmente vittima della potenza materializzata del loro sapere separato, fino
all'automatizzazione della distruzione totale.
Ma la cosa più notevole è senza dubbio questa simulazione realizzata d'un
“ragionamento" che si dà esso stesso per scopo quello di simulare la realtà.
Questo gioco di specchi dell'illusione positivista dà corpo ad una pseudo realtà la
cui circolarità tautologica esclude ogni incertezza e ogni scelta a profitto d'uno
sviluppo automatico che si mostra a noi con tutta la sua potenza d'indiscutibile
positività. Questa positività d'un sapere reificato, che tende ad occupare tutta la
realtà, fa pensare irresistibilmente al breve testo di Borges intitolato: "Del rigore
scientifico": "... In questo Impero. l'Arte della Cartografia fu spinta a tale Perfezione
Anarchismo -n. 6 8 -pagina 21
che la Carta d'una sola Provincia occupava tutta una città e la Carta dell'Impero tutta
una Provincia. Col tempo, queste Carte Smisurate, smisero di soddisfare e i Collegi
dei Cartografi tracciarono una Carta dell'Impero che aveva il Formato dell’Impero e
che coincideva con questo, punto per punto". La volontà propriamente schizofrenica
di fare coincidere in ogni punto lo carta dell'estrazione col territorio reale trova nel
feticismo del computer la sua magia. L'onnipotenza del pensiero del quantitativo,
liberato dal cambiamento qualitativo nel tempo. Secondo i turiferari della
glaciazione storica, tutto il possibile potrebbe in questo modo entrare in queste
' memon'9. perché non si tratterebbe altro che di un incremento del passato
Se un abaco è la memoria materializzata spazializzata di un metodo di calcolo,
il computer ne è lo sbocco elettronico, dove la velocità di funzionamento fa dello
spazio un “tempo reale". E se questa macchina da calcolo può concentrare nei suoi
"programmi" l'intelligenza dell'insieme della pratica sociale, ciò è possibile perché
quest'ultima è stata ridotta in ognuno dei suoi aspetti al computer e alla sua logica.
Certo, ogni attività umana sviluppa la sua potenza dandosi strumenti che hanno
incorporato il sapere accumulato; e l'attività dello spirito è particolarmente legata ai
mezzi della sua memoria che non può essere altro che spazializzata: così soltanto il
pensiero raggiunge, arrestandosi ad una forma la consistenza che gli permette di
ritornare su di sé, di riprendersi e di superarsi. Unatale spazializzazione può essere
una simbologia una scrittura o un'architettura ma si tratta sempre di
un'organizzazione di luoghi dello memorie dove le idee sono depositate secondo
certe relazioni, certi accostamenti. Lo spazio che così viene dato da percorrere ai
movimenti dello spirito è nello stesso tempo un ricordo e un metodo, una
rappresentazione e un progetto. Quando il Quattrocento rimpiazza lo "spazio­
aggregato" del Medioevo con uno "spazio-sistema" (per riprendere i termini di
Erwin Panofsky), uno spazio omogeneo dove gli oggetti si organizzano secondo le
leggi della prospettiva lineare, impone nello stesso tempo la rappresentazione d'un
tempo lineare (il tempo misurabile necessario a percorrere uno spazio misurabile)
nella successione del quale diventa possibile cercare i legami di causalità per
stabilire leggi e determinazioni. Ma con l'abbandono del progetto di costruzione
dell'uomo che fondava questa rappresentazione d'urio spazio-tempo misurabile, si
sono perdute in una volta il punto d ituga dello spazio geometrizzato e la direzione
del tempo, questo famoso "senso della storia" che il pensiero moderno ha ereditato
dalla teologia (cfr. Kostas Papaioannou. La Conséc/at/on de ! 'fustoire), nell'universo
appiattito dello schermo che limita da ogni lato la percezione dello spettatore, non
c'è più che Pistantaneità d'una occupazione del tempo umano da parte della vita
mercantile del non vivente. Come proclama imperativamente la ditta di computer
Apple al suo canile di consumatori: “Scuotetevi le pulci!".
Il bisogno di una coscienza superiore, teorica e pratica del mondo totale degli
uomini, di una intelligenza unitaria dello spazio-tempo storico, non può restare
impunemente insoddisfatto. Fin quando lo resterò questa società non proporrà
come scelta che quella di disintegrarsi nella follia o di integrarsi nell'abbrutimento.
Perché la vulgata scientista che oggi adempie alla funzione della religione alla fine
del Medioevo è ancora meno adatta di quella a contenere il presente nel quadro
del passato. Se ogni epoca sceglie con la memoria l'uso del passato,
ricostituendolo in funzione dei suoi bisogni, la nostra non vuole conservare del
progresso scientifico e tecnico se non quello che permette di conservare
l'incoscienza nel cambiamento pratico delle condizioni dell'esistenza. E ciò perché
la memoria dominante è evidentemente la memoria della classe dominante. Nel
XVIII secolo questa classe combatteva la religione per appropriarsi del mondo,
essa crea oggi, per conservarlo, un neo-sacro che realizza l'alienazione con­
templativa della conoscenza scientifica.
Concludiamo quindi con Swift che ha magistralmente espresso diverse belle
tendenze di questo XVIII secolo, e in un modo per noi tanto più convincente quanto
.Anarchismo n. GS-pagina 22
-
più la sua misantropia l'ha almeno protetto dalle illusioni "progressiste" che lo
circondavano. Così il processo attraverso il quale un'astrazione arriva a rimpiazzare
progressivamente, poi bruscamente, la realtà è perfettamente illustrato nei Viaggidr
Gu/Uver dai rapporti che si intrattengono tra l'isola volante di Laputa. dove si trovano ,
il re e la sua corte; e il reame che gli è sottostante, Balnibarbi. In effetti, si può dire
che nell'isola volante la potenza statale è molto bene autoriomizzata per sottrarsi ai
tentativi di rivolta del terreno sociale che essa domina e contro il quale rosta al re ;
"l'ultimo rimedio: lasciar cadere verticalmente l'isola sulla testa dei recalcitranti, per
cui non'resterebbe più nulla delle case e degli uomini". Non sono soltanto le
operazioni urbanistiche contemporanee, ma l'insieme dei sostegni dolio roaltà
tramite le tecniche del controllo sociale, che si avvicinano a questa caduta di Laputa
sulla testa dei "recalcitranti".
Encyclopédie des nuisances

Annata “An^àf•ch'uilnno,, [8] Vulume IX


[1] Vulume I
1906
19 7 6 pagine 184 - Lire 15.000
pagine 336 - Lire 30.000 [101 [Link] X
[2] Vulume II
1 9 6 7 -1 9 9 1
16 7 6 pagine 020 - Lire 50.000
paoine 384 - Lire 30.000
[3] Vulume III
197 7
pagine 384 - Lire 30.000
[4] Vulume IV “Provocaxionti”
197 J [ 111 Volume I
pagine 342 - Lire 30.000 1tìu7-1Q01
pagine 362 - Lire 40.000
[8] Vulume V
1979
pagine 320 - Lire 30.000

[e| Vulume VI
1 0 o 0 -l9 0 2
pagine 304 - Lire 40.000 “Ci'ocanora"
[71 Vulume VII [121 Volume I
1 9 9 3 *1 9 6 4 1961-1 u l i 2
pagine 196 - Lire 30.000 pagine 190 - Lire 20.000

[8] Volume Vili f 13) Vulume II


1965 1 0 6 3 -1 9 6 4
pagina 175 - Lire 15.000 pagine 230 - Lire 20.000

Anarchismo - n. 66 -pagina 63
Consigli agli affabulatori

C'era una volta un tempo in cui, accanto all'immaginario fuoco acceso nell'an­
golo più oscuro di ogni sede anarchica si riunivano con faro circospetto non pochi
cbmpagni intenti ad un rito periodico e misterioso: quollo di scambiarsi riflussioni u
ipotesi riguardo possibili intrecci politici, tramo oscure, provocazioni e
strumentalizzazioni.
Erano tempi in cui l'andamento gestionario del potere prevedeva questi imbrogli,
e nelle fredde stanze delle questure d'ogni luogo si stilavano elenchi e si
concordavano procedure per come mettere nei guai gli anarchici più solleciti nel­
l'impegno politico e sociale. Il caso Valpreda fa testo per tutti questi tentativi, e
l'avere colto con le mani nel sacco un qualche infiltrato fu, decenni or sono,
esperienza poco piacevole di parecchi compagni.
Qui non voglio sostenere che questa mentalità sia definitivamente scomparsa
nella pratica inquisitoriale, cosa che non potrei garantire con certezza visto che non
conosco cosa pensano e come pensano magistrati a questurini d'agri luogo. Mi
pongo comunque il problema di non andare oltre il rigo, cioè di mantenere il livello e
il tono delle riflessioni neH'ambito di quelle che sono le notizie di cui sono in
possesso, non dimenticando di valutare la fonte di queste notizie e la mia stessa
capacità di prenderle in considerazioni come base per il mio ragionamento e per le
conclusioni cui intendo arrivare.
Salvo casi rarissimi, molti compagni hanno notizia di certi accadimenti dalle fonti
comuni, potentemente massificate, cioè dai grandi mezzi d'informazione. In altre
parole, leggono i giornali e si pongono attentamente davanti ai notiziari televisivi.
Qualcuno, ma non molti, leggono le riviste canoniche d'informazione e, un numero
ancora più ristretto, compra e leggiucchia qualche libro. Se a questo s'aggiungono
gli incontri con altri compagni, la telefonata e le rare lettera che si scrivono e si
ricevono, l'arco delle possibilità informative si chiude qui. Ora l'uniformizzazione dei
mezzi di stampa quest'ultimi raggruppati nelle mani di pochi oligopolisti, rende
inutile la lettura di diversi giornali o riviste. Più o meno tutti dicono le stesse cose,
con sfumature ideologiche di fondo, ma con poche notizie aggiuntive nei riguardi
delle veline d'agenzia o di questura. Questa condizione di appiattimento vale per
'Lettera aperta al movi­ tutti, per cui anche le discussioni e le lettere non possono accedere realmente allo
mento anarchico', Pro­
vocazione 6, pp. 6-7.
scambio di notizie e approfondimenti. I libri, per motivi forse diversi, seguono la
stessa sorte, con in più il peso del ritardo con cui vedono la luce.
"Altro che chiarezza*. Tutto ciò mi spinge alla prudenza cosa che non appare come preoccupazione
Provocazione 9, p. 14,
comune a tanti compagni. Chi possiede un foglio anarchico, spesso, senza ac­
'Appello ai compagni in
corgersene, si sente obbligato a prendere posizione, come di solito si dice, di fronte
buona fede'. Provoca­ a certi avvenimenti che coinvolgono gli anarchici. E la montatura che ha colpito i
zione 14, p. 10. compagni anarchici di “Anarchismo" e di “Provocazione", con tanta incredibile
evidenza non ha fatto eccezione.
'Bando alle chiacchiere*,
Provocazione 23, p. 14.
Ora penso sia più che comprensibile la preoccupazione cho s'impadronisce del
lettore, anarchico o meno, di fronte alla campagna pubblicitaria inscenata da tutti gli
organi d'informazione, nessuno escluso. E penso anche che sia legittimo chiedersi
fino a che punto questa gente, di concerto con gli organi repressivi dello Stato,
sappia quello che dice e scrive. I reati contestati e le supposizioni di coinvolgimento
avanzate sono tali da far tremare vene e polsi ben più robusti dei nostri, ma la
regola precedente, quella di parlare di cose di cui si ha cognizione reale e non di
seconda mano, non subisce eccezione. In questi casi ci si dovrebbe limitare a
quelle generalissime affermazioni che spettano ad ogni analista politico, quindi
Anarchismo -n. 66 -pagina 6 4
anche agli anarchici che vogliono dar di penna suH'argomento. Mi riferisco alle
considerazioni riguardanti il modo in cui procede lo Stato, il suo porsi nei riguardi dei
reati di ogni tipo e grado, quindi anche di quelli consistenti, come il sequestro di
persona e l'omicidio, e la sua leggerezza nell'adombrare compromissioni,
complicità partecipazioni ed altro. La superficialità e la grossolanità di questi
comportamenti statali sono terreno di critica anarchica più che ampio e
riconfermano per tante vie quelle che sono da sempre le analisi dell'anarchismo
sull'essenza e le strutture dello Stato, come sul loro funzionamento repressivo.
Che dire dei tentativi di andare oltre, cercando di sollevare il velo della verità?
Sulle prime si è portati a condividere simili tentativi, perché si pensa e molte volte a
ragione, che approfondendo si possa pervenire alla scarnificazione pubblica di
trame nascoste, provvedendo per tempo contro eventuali compromissioni in corso
di svolgimento a danno di compagni e strutture del movimento anarchico. E qui si
ripresenta ineludibile la necessità che questi approfondimenti siano basati su
qualcosa di certo, di direttamente riscontrabile, non su quello stesso livello di
documentazione surrettiziamente fornito dai giornali e dalla televisione. In caso
contrario si finirebbe per restare prigionieri di un circolo vizioso, all'interno del quale
si cercherebbe di scoprire quello che sta dietro un'ipotesi compromissoria proprio
utilizzando l'ipotesi stessa e le dichiarazioni dimostrative fornite dal potere per
sostenerla.
Né può francamente bastare l'esperienza del passato, quella personale e quella
storica. Questo ricorso ai fatti documentabili, i quali per molti versi aspettano essi
stessi di essere ulteriormente accertati, può servire da supporto indiretto ad
accertamenti attuali, a documentazioni preziose, di segno positivo, capaci di
travalicare il livello omogeneo di quanto viene fornito dai mezzi d'informazione.
Insomma la storia serve da mezzo analitico per comprendere la cronaca non per
sostituirla. Se uno non conosce un fatto, non ha modo di sapere qualcosa riguardo
una persona è bene che nei confronti di quel fatto o di quella persona si taccia
oppure, non potendone fare a meno, dica apertamente la sua non conoscenza e
precisi la fonte del problema che lo preoccupa. Non è certo un buon metodo
mettere avanti le mani su fatti e persone perché grosso modo questi e queste si
possono ricollegare ad accadimenti del passato per analogia diciamo così storica.
Il nostro movimento è stato inquinato in passato da comportamenti inquisitori
poco corretti, inusitati per degli anarchici, in base ai quali si pronunciavano sentenze
di condanna e di assoluzione, come quelle di qualsiasi altro tribunale di questo
mondo, con l'aggravante che in queste sentenze di movimento mancava ogni
garanzia sia pure formale, riguardo il reperimento delle accuse e il procedimento
istruttorio. Poniamo: se gli anarchici di Roccaverdina non conoscono un compagno
nato a Roccaverdina non per questa semplice carenza di fatto se ne può
concludere che quel compagno non sia anarchico anche lui, né può essere questa
mancata conoscenza argomento di preoccupata distinzione o di sospetto.
Allo stesso modo dovrebbero tacere, in mancanza di meglio, tutti quei monsi­
gnori anarchici che ad ogni pie' sospinto si sentono in diritto, in nome dell'espe­
rienza e della passata militanza di fare una lezione di morale anarchica alle nuove
generazioni. Questi loro atteggiamenti quando non sono ridicoli, sollevando la
supponente ironia dei destinatari, sono soltanto dettati dalla preoccupazione^che il
bell'ideale possa essere confuso con qualcosa d'altro e che in questa confusione
la poco solerte polizia metta fuori le unghie anche in zone dove si è soliti vederla e
salutarla con un'aria di complicità e sufficienza
Professon e alunni della scuola anarchica del sospetto potrebbero trovarsi
domani davanti a sconcertanti realtà del tutto differenti dalle loro illuminate sup­
posizioni. Qualcuno, con fatti alla mano, potrebbe loro dimostrare che quelle elu­
cubrazioni prive di fondamento e soltanto affascinate dalle suggestione dei racconti
dei giornali, non erano altro che spazzatura riddata Nei confronti di coloro che

Anarchismo -n. S S -pagina2 5


ignorano qualcosa c'è sempre la tolleranza dovuta a chi in buona fede non
possiede una conoscenza. Ma quale potrebbe essere il comportamento nei ri­
guardi di chi pur sapendo di non possedere questa conoscenza si ostina a sur­
rogarla con le veline della polizia trasmesse dalla grancassa giornalistica solo per
dar sfogo alla propria velleità da dietrologo?
Purtroppo mi sembra innegabile un sospetto. E occorre che qui venga detto
chiaramento di cosa si tratta. Per molti compagni l'anarchismo resta anche oggi
confinato nell'ambito della semplice lotta di opinioni, della semplice propaganda.
Qui, nell'ambito delle idee, si aprono orizzonti spesso sconvolgenti, nella storia
nelle dottrine filosofiche, nella pedagogia nell'analisi del funzionamento delle
società umane, nella critica politica. Le radicali idee degli anarchici brillano per la
loro diamantina nitidezza non si confondono con le approssimazioni degli altri, non
accettano compromessi e modificazioni di aggiustamento. La sera dopo la riunione
al gruppo, ognuno di loro torna in famiglia dove vive la dura lezione della
quotidianità, poi l'indomani ancora una volta la routine fa capolino a scuola al
lavoro, al bar, in tutte le piccole cose datare che ritmano i nostri giorni. La diffusione
delle proprie idee anarchiche, fatta partecipando ad un giornale, scrivendo e
distribuendo un volantino, chiacchierando con i compagni, è un buon fatto correttivo,
la speranza solidificata di una possibile società libera da costruirsi in futuro, quando
tutto quello che oggi ci opprime sarà scomparso nella polvere.
Ora questi compagni, e personalmente ne conosco a centinaia devono capire
che in linea di principio esistono altri compagni anarchici, esattamente anarchici
come loro, che vivono diversamente, che hanno scelto una via da loro reputata più
immediata e diretta una via di attacco contro le istituzioni, contro il capitale, nelle
strutture e negli uomini che rappresentano le prime e il secondo. Ogni analisi critica
di queste scelte deve svolgersi, ed è legittimo che lo sia fino in fondo, ma sui fatti,
non sulle persone, (si conoscono, non si conoscono) o sulle notizie riportate dai
giornali (che "fatti" in senso specifico non sono). Certo, parlare dei fatti non è
agevole, se non altro per i motivi visti prima ma in linea di principio, un dibattito su
argomenti generali è sempre possibile farlo, e sarebbe di considerevole interesse
per tutti, prevenendo pruriginose inquietudini fuori tempo. Per restare nel tema di cui
alla provocazione tutt'ora in corso nei nostri confronti, in linea generale sarebbe
interessante un approfondimento dei metodi e dei limiti dentro i quali gli anarchici
(tutti? una parte?) considerano possibile e legittimo un attacco contro la proprietà
privata. Da questo approfondimento uscirebbero di certo interessanti
considerazioni. Di più, quello sarebbe il vero luogo per avanzare critiche, che
invece occasionate esclusivamente dalle notizie dei giornali (quindi dalle veline
della polizia) non possono essere altro che strumenti aggiuntivi di repressione nei
confronti dei compagni colpiti i quali, molte volte, per svariati motivi, non hanno i
mezzi di difendersi, occupati come sono a fronteggiare l'attacco repressivo dello
Stato.

Anarchismo n. 6S - pagina 26
-
Cyberpunk e tecnologia

La caratteristica principale del Cyberpunk è quella di sottrarsi ad ogni defini­


zione. Ciò deriva da una poliedricità di scelte visibile alPinterno delle tesi dei suoi
sostenitóri, ma anche da un effetto diretto, e riscontrabile, delle possibilità tecniche
offerte dalle nuove direttrici metodologiche dell'informatica. Nulla in quosto campo,
è quindi nettamente separabile. Lo stile del racconto, in molti tratti narrativo, risente
del mezzo che lo traduce in oggetto trasmissibile, e questo stesso racconto ha poi,
a sua volta conseguenze sull'elaborazione di nuove soluzioni informatiche dei
problemi.
Non c'è dubbio che la pratica del meccanismo permette una sorta di autono-
mizzazione della coscienza individuale, da cui una sofisticazione nelle capacità
decisionali, se non altro per quel che riguarda i tempi. Non è possibile prevedere
quanto viene speso in termini di effettiva capacitò intellettiva sopportando l'ele­
mento razionale tutto il peso dell'incasellamento rigido delle procedure. Qui, ogni
tono elogiativo appare quasi un esorcismo contro un'incertezza che sembra difficile
non cogliere.
L'individuo che accetta questo rapporto con la macchina informatica s'indirizza
presto verso un rifiuto dell'autorità centralizzata in genere, sentiero nella foresta
capace di condurlo verso conclusioni molto importanti da un punto di vista libertario,
se non trovasse subito lo stesso strumento in quanto ostacolo. L'interazione attore-
strumento non ha sbocchi reali se non quelli di costituire attorno al campo operativo,
di regola piuttosto sfumato, un ambiente di tolleranza se non proprio di disinteresse
verso tutti gli aspetti che comunque sono minacciati lo stesso da un dilagamento
ordinativo dei risultati del mezzo informatico di cui si fronteggia l'utilizzo.
C'è da dire che l'insieme delle manifestazioni cyberpunx finisce quasi incon­
sapevolmente per produrre una visione edonistica della vita un'accettazione dello
scetticismo in quanto relativismo oggettivo dei valori, modo di pensare intelligente
verso cui sono spinti gli specialisti d'ogni livello, e il computer finisce per costituire
una specializzazione, con un suo linguaggio e una sua mentalità. La simbiosi tra chi
dialoga con la macchina e la macchina è pertanto inevitabile, ma occulta tanto
occulta da essere sistematicamente negata trovando nella propria negazione
elemento ulteriore di nascondimento. E la mentalità dello specialista s'incontra
"Black cui rnutropolt-
sempre un passo prima. Più avanza nel territorio dell'oggettività maneggevole, più luno", Provocarono 0, p.
qui si culla nel senso di sicurezza che deriva dal sentirsi a proprio agio nell'ambito 0.
di procedure che si conoscono, che interagiscono fra loro, e che delimitano in
"Staoohiamo la spina",
maniera sempre più netta e rigida il confine del mondo privo di procedure che
Provocazione 10, p. 1tì.
aspetta soltanto di essere regolamentato e quindi ricondotto nell'ambito del
misurabile. Lo specialista è distinguibile proprio da questa sua spavalda certezza "Disintegrare il controllo",
dei valori, dei suoi valori, che tendono a debordare verso l'esterno, proprio in quelle Provocazione 11, p. 7.

direzioni di conoscenza delle quale egli, in quanto specialista ignora tutto o quasi
"Le tenie d'uovo del con­
tutto. Ma questa ignoranza non gli appare più come un elemento negativo cui porre trollo", Provocarono 12.
rimedio, ma soltanto un remoto luogo della desolazione da colonizzare, un p. 6.
selvaggio caos dove portare ordine e comprensione.
Tutto ciò non deve far pensare ad una visione rigida della realtà. Non misuratori
e tecnocrati. Ciò sarebbe stato inevitabile in altre epoche, ormai lontanissime
dall'era informatica attuale. L'elaborazione di nuove procedure qui manifesta un
considerevole livello creativo, permettendo ironiche riflessioni sugli aspetti or­
ganizzativi della società. Il paradossale e il contraddittorio ha quindi accesso nelle
tecniche di ragionamento. Ciò permette di fare esplodere molte pratiche in senso

Anarchism o-n. S S -pagina2 7


visionario e forse surrealista se ci si potesse mettere d'accordo su questo termine.
Ma la cosa non ha importanza. Ha importanza invece il parallelo meccanismo di
accettazione di tutte quelle tecniche oggettive che rendono possibile la rottura
visionaria della realtà. In un certo senso, il viaggio viene realizzalo a spese della
meccanizzazione del sogno, proprio dei livelli neurologici che non siamo in grado di
controllare, salvaguardandoli da implicazioni ordinativo inconsce.
Viene così fuori un realismo implicito che costruisce se stesso indipendente­
mente dalle decisioni, e dai desideri, dei partecipanti all'esperienza cyberpunk. I
processi di organizzazione elettronica dei dati costruiscono questa realtà all'interno
della quale ogni esperienza anche violentemente visionaria finisce por diventare
codice e cifra della medesima comunicazione digitale. L'avventura virtuale, almeno
per il momento centro della cultura cyberpunk. può correre il rischio di disseminare
le intenzioni proprio in quel territorio della codificazione dove ogni gioco potrebbe
essere letto in chiave confermativa proprio dal potere. L'implicita ideologia della
tolleranza reciproca anche nei riguardi di qualsiasi hackeraggio per quanto
estremista questo sia nasce e si alimenta nell'ipotesi, per il momento non dichiarata
ma sotterranea che il potere sia in grado di recuperare qualsiasi atteggiamento
gestionario nel settore dell'informatica. Nei prossimi anni, le condizioni oggettive di
questo rapporto potrebbero modificarsi, sia per l'attuazione (nel settore si avanza a
grandissima velocità) delle speranze dei cyberpunx, come pure dell'acutizzarsi
delle preoccupazioni del controllo sociale.
Che ci siano intenzioni demistificanti questo è anche vero, e le attività di recupero
e di sottrazione servono indirettamente a studiare i comportamenti del potere nella
gestione e nel controllo dei dati. Ma ciò torna ben presto sotto la copertura a mio
avviso maligna del fatto tecnologico stesso, che interferisce con l'intenzione
spostandola in modo irrefrenabile al di là del proprio stesso progetto. L'ideazione di
nuove procedure è certo un'astrazione che utilizza il mezzo cablato come
'Il virus del computer’ , occasione, ma finisce per diventare essa stessa occasione d'un momento
Provocazione 13, p. 6. intermedio del mezzo stesso, e ciò a partire dalla soglia dell'incontrollato sistema
complessivo d'interazione tecnologica. Da notare che tutto ciò avviene a due livelli:
’ l nuovi materiali tecno­
logici", Provocazione 14,
nel livello specifico, in quanto nessuna creazione può sottrarsi alla propria
p .3 . interattività nel sistema nel livello tecnologico in generale, in quanto una interazione
più ampiafinisce per giocare sullo sviluppo di tutti i settori tecnologici, e ciò in modo
'La psicosi della cata­ del tutto fuori controllo. Non esiste niente al mondo, né il cyberpunk né la struttura di
strofe’ , Provocazione 19,
pp. 1-2.
potere, che può controllare questo secondo livello di interazione tecnologica.
Molti sottolineano gli aspetti negativi di una collaborazione di alcuni partecipanti
"Uno sguardo al novan- al movimento con il governo tedesco, oppure fanno dell'ironia riguardo la
tadue’ . Provocazione 19, restituzione dei soldi rubati tramite il computer allo scopo di dimostrare le debolezze
p .5 .
della controparte. Non credo che questi siano argomenti seri nell'ambito di una
“I pirati doll'inlormatica', critica sostanziale all'attività del processo dell'interagire informatico. Prima di tutto
Provocazione 20, pp. 8-9. perché si tratta di decisioni personali e poi perché il terreno dell'eventuale critica
deve essere quello dell'utilizzo possibile della tecnologia in generale, e di quella
"Il destino dol mito", Pro­
vocazione 21, p. 13.
informatica in particolare, in maniera diversa da quella controllata e gestita dal
potere. In altri termini, la sola domanda da farsi è se diventa possibile un utilizzo
"Le avventure del tra- realmente individuale del mezzo informatico.
spondor’ . Provocazione La fine della comunicazione, visibile nei brandelli della parola scritta sembra
21. p. 17.
contrassegnare l’inizio del terzo millennio. Può lo spazio virtuale che ci si apre
davanti costituire spazio effettivo di comunicazione, oppure diventa un modo di
sigillare la bara dell'individuo? La gestione massificata della comunicazione
procede in modo verticale, mentre si riducono gli spazi di rapportazione fra individui.
Quando questi spazi sopravvivono essi vengono inglobati nel codice unificato del
settore, appaiono cioè come trasmettitori di uniformità di notizie che diventano
significative proprio perché preventivamente omologate nell'identico contenitore.
Tutto sta nel vedere se il modello virtuale che viene proposto riesce veramente a
Anarchismo -ri b&-pagina Uff
visionario e forse surrealista» se ci si potesse mettere d'accordo su questo termine.
Ma la cosa non ha importanza. Ha importanza invece il parallelo meccanismo di
accettazione di tutte quelle tecniche oggettive che rendono possibile la rottura
visionaria della realtà. In un certo senso, il viaggio viene realizzato a spese della
meccanizzazione del sogno, proprio dei livelli neurologici che non siamo in grado di
controllare, salvaguardandoli da implicazioni ordinativo inconsce.
Viene così fuori un realismo implicito che costruisce se stesso indipendente­
mente dalle decisioni, e dai desideri, dei partecipanti all'esperienza cyberpunk. I
processi di organizzazione elettronica dei dati costruiscono questa realtà all'interno
della quale ogni esperienza anche violentemente visionaria finisce por diventare
codice e cifra della medesima comunicazione digitale. L'avventura virtuale, almeno
per il momento centro della cultura cyberpunk, può correre il rischio di disseminare
le intenzioni proprio in quel territorio della codificazione dove ogni gioco potrebbe
essere letto in chiave confermativa proprio dal potere. L'implicita ideologia della
tolleranza reciproca anche nei riguardi di qualsiasi hackeraggio per quanto
estremista questo sia nasce e si alimenta nell'ipotesi, per il momento non dichiarata
ma sotterranea che il potere sia in grado di recuperare qualsiasi atteggiamento
gestionario nel settore dell’informatica. Nei prossimi anni, le condizioni oggettive di
questo rapporto potrebbero modificarsi, sia per l'attuazione (nel settore si avanza a
grandissima velocità) delle speranze dei cyberpunx, come pure dell'acutizzarsi
delle preoccupazioni del controllo sociale.
Che ci siano intenzioni demistificanti questo è anche vero, e le attività di recupero
e di sottrazione servono indirettamente a studiare i comportamenti del potere nella
gestione e nel controllo dei dati. Ma ciò torna ben presto sotto la copertura a mio
avviso maligna del fatto tecnologico stesso, che interferisce con l'intenzione
spostandola in modo irrefrenabile al di là del proprio stesso progetto. L'ideazione di
nuove procedure è certo un'astrazione che utilizza il mezzo cablato come
"Il virus del computer', occasione, ma finisce per diventare essa stessa occasione d'un momento
Provocazione 13, p. 6. intermedio del mezzo stesso, e ciò a partire dalla soglia dell'incontrollato sistema
complessivo d'interazione tecnologica. Da notare che tutto ciò avviene a due livelli:
"I nuovi materiali tecno­
logici'. Provocazione 14,
nel livello specifico, in quanto nessuna creazione può sottrarsi alla propria
p .3 . interattività nel sistema; nel livello tecnologico in generale, in quanto una interazione
più ampia finisce per giocare sullo sviluppo di tutti i settori tecnologici, e ciò in modo
'La psicosi della cata­ del tutto fuori controllo. Non esiste niente al mondo, né il cyberpunk, né la struttura di
strofe', Provocazione 19,
pp. 1-2.
potere, che può controllare questo secondo livello di interazione tecnologica.
Molti sottolineano gli aspetti negativi di una collaborazione di alcuni partecipanti
'U no sguardo al novarv- al movimento con il governo tedesco, oppure fanno dell'ironia riguardo la
tadue', Provocazione 19, restituzione dei soldi rubati tramite il computer allo scopo di dimostrare le debolezze
p .5 .
della controparte. Non credo che questi siano argomenti seri nell'ambito di una
"I pirati doH'ìnlormatica', critica sostanziale all'attività del processo dell'interagire informatico. Prima di tutto
Provocazione 20, pp. 8-9. perché si tratta di decisioni personali e poi perché il terreno dell'eventuale critica
deve essere quello dell'utilizzo possìbile della tecnologia in generale, e di quella
'Il destino del mito', Pro­
vocazione 21, p. 13.
informatica iri particolare, in maniera diversa da quella controllata e gestita dal
potere. In altri termini, la sola domanda da farsi è se diventa possibile un utilizzo
“Le avventure del tra- realmente individuale del mezzo informatico.
cpondor', Provocazione La fine della comunicazione, visibile nei brandelli della parola scritta sembra
21, p. 17.
contrassegnare l'inizio del terzo millennio. Può lo spazio virtuale che ci si apre
davanti costituire spazio effettivo di comunicazione, oppure diventa un modo di
sigillare la bara dell'individuo? La gestione massificata della comunicazione
procede in modo verticale, mentre si riducono gli spazi di rapportazione fra individui.
Quando questi spazi sopravvivono essi vengono inglobati nel codice unificato del
settore, appaiono cioè come trasmettitori di uniformità di notizie che diventano
significative proprio perché preventivamente omologate nell'identico contenitore.
Tutto sta nel vedere se il modello virtuale che viene proposto riesce veramente a
Anarchismo -r i bff-pag ina Uff
muoversi in orizzontale, oppure se questo movimento non è altro che un passaggio
dall'intenzione all'omologazione, e ciò nell'attesa che l'altro, proprio in quanto
interlocutore, venga definitivamente sostituito dalla macchina stessa e dalle sue
potenzialità virtuali.
Ma tutto ciò, almeno da parte cyberpunk, ha una premessa condizionale, cioè
quella tutta da provare che la macchina possa essere posta realmente al servizio
deH'uomo, e che il potere non possa parallelamente, immagazzinare tutte le
informazioni sutficienti a gestire la tecnologia informatica e, allo stato attuale delle
cose, la totalità del processo di produzione e controllo. Lo scopo dell'hackeraggio
sarebbe quindi solo quello di dimostrare quante e dove sono le crepe nella struttura
di controllo dell'informatica dominante. Se questo scopo fosse praticabile dovrebbe
essere certo anche il pensiero opposto, cioè che la struttura dominante non
avrebbe mezzi per correre ai ripari in maniera radicale. Ora per quel che può
essere l'esperienza negli altri campi e nelle altre modalità di attacco, la capacità di
correre ai ripari c'è sempre, e questa capacità resta diciamo così dialogica solo nel
caso in cui l'attacco si mantiene nell'ambito del procedimento simbolico. Entrando
nelPambito della distruzione vera e propria la struttura di potere modifica il proprio
atteggiamento e ai ripari aggiunge contromosse non solo repressive ma [Link]­
ganizzative.
Quello che voglio dire è che un disturbo dimostrativo può semplicemente con­
vincere la controparte ad includerlo nelle variabili della gestione, come percentuale
d'incertezza. Un disturbo più radicale, porta a provvedimenti che sul piano
tecnologico non possono essere studiati e valutati da chi semplicemente interlo­
quisce con la struttura di potere, proprio perché la sua azione non li provoca e
quindi non li costringe a venire fuori. Permanendo un simile approccio, che a quel
che pare sembra generalizzato a sufficienza le affermazioni prò e contro rimangono
semplici petizioni di principio.
Supporre che i risultati ottenibili attraverso l'impiego della tecnologia elettronica
non s'indirizzano direttamente verso una crescita della coscienza umana solo
perché essi si trovano ad essere gestiti da una minoranza essa stessa priva di
coscienza sociale, o è una tautologia senza speranza o è un'illusione proprio
innestata nella funzione sociale della tecnologia in generale e informatica in
■Computer gendarm e'.
particolare. Possono gli esclusi raggiungere un differente utilizzo? Può questo Provocazione 22, p. 6.
ipotetico differente utilizzo diventare obiettivo di tutti coloro i quali si prefiggono
l'attacco contro la gestione del potere? Il problema è quello classico della lotta "Di virus in virus', Provo­
cazione 23, p. 3.
contro chi gestisce il dominio, solo che adesso, in aggiunta agli aspetti tradizionali
di questo problema si devono tenere presenti anche le componenti specifiche, e le
'Sistemi di conoscenza
interazioni, del mezzo elettronico. di base: funzionamento u
Ciò non vuol dire che ci si debba disinteressare demonizzando qualsiasi aspetto oontuyuunzu', Anarchi­
smo 69, pp. 17-20.
della tecnologia elettronica o limitandosi ad attaccare le sue espressioni oggettive
più a portata di mano. Questo chiuderebbe la conoscenza diretta dei possibili effetti 'Sabotaggio dei sistemi
psicologici di questa tecnologia e quindi ogni sviluppo degli attacchi diretti a porvi Informativi'. Anarchismo
rimedio contrastandone le relative implicazioni sociali e politiche. Solo che mi 61. Allegalo, pp. HV.

sembra ingenuo affidarsi all'equazione che pone in termini di processo lineare


'L e profonde manipola­
l'interessarsi di questi problemi con un certo sforzo teorico e il ricavarne la zioni della malona'.
possibilità di capire e decidersi per porre rimedio agli aspetti negativi nella Anarchismo 62, pp. 50-
contemporanea conservazione degli aspetti positivi. 51.

A scanso di equivoci, e quindi di inutili polemiche sull'uso dei computer o sul


preferibile ntorno alla penna d'oca si deve precisare che non c'è nulla di sacrale
nel sospetto contro la razionalità in generale e contro l'addentrarsi, muniti di piani a
lungo termine, all'interno delle strategie (per altro velocemente sostituite e
costantemente sul punto di essere superate) dell'informatica. Su questo problema
due punti da notare: primo, non mi pare naispensabiie una conoscenza altamente
sofisticata per rendersi conto, ai livello di coscienza rivoluzionaria dei pericoli di
Anarchismo - n. 66 -pagina 63
questa tecnologia secondo, non bisogna dimenticare l'effetto specialistico sul
singolo individuo del lavoro stesso di penetrazione nel mondo informatizzato.
Qualcuno potrebbe rispondere che limitare questo approfondimento conoscitivo, in
un mondo che di per sé viaggia globalmente verso l'informatizzazione, equivale a
stare su di un treno e disinteressarsi della sua destinazione, obiezione giusta senza
che con questo ci si senta obbligati a diventare piloti del treno per capire se la
destinazione è quella giusta o quella sbagliata.
Molti sono i modi per divertirsi, e la realtà virtuale ne prospetta di nuovi ed af­
fascinanti. Non si può allegramente sostenere però che questo equivale all'azione
che potremmo svolgere (ma che spesso non svolgiamo) nella realtà concreta. Tra
una fruizione passiva dei mezzi telematici, in primo luogo la televisione, e quella
attiva a partire dal semplice videogioco, passa una considerevole differenza ma
stranamente questa differenza corrisponde in modo sospetto a quello che il potere
si aspetta da noi, cioè una risposta falsamente attiva alle sue sollecitazioni, un
concorso alla realizzazione di quelli che sono i ritmi d'iniziativa codificati ed
omologati dal consenso globale. La figura dell'attuale spettatore che si beve la
birra davanti alla televisione guardando l'incontro di calcio preferito, potrebbe
sostituirsi in un futuro non lontano con lo spettatore (sempre lui) che si gioca una sua
partita alla televisione, o ad altro mezzo telematico, e ciò mentre altrove gli inclusi
decidono delle sue sorti di soggetto passivo improvvisamente illusosi di
possedere una fantastica forza capace di sconvolgere il mondo.
Ma il mondo è altro, e quest1 "altro" potrebbe così restare per sempre lontano
dalla nostra portata.

Stampato in proprio.
Catania Marzo 1992.
Anarchismo - n. SS -pagina 31/

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