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Anarchismo

Il documento esplora le difficoltà e le contraddizioni del pensiero anarchico in un contesto sociale complesso e in evoluzione. Si sottolinea l'impossibilità di prevedere gli sviluppi politici e sociali, evidenziando la necessità di una riflessione etica nelle scelte rivoluzionarie. La libertà è presentata come un concetto fondamentale, definito non solo come un obiettivo positivo, ma anche come una resistenza contro le strutture oppressive.

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Il documento esplora le difficoltà e le contraddizioni del pensiero anarchico in un contesto sociale complesso e in evoluzione. Si sottolinea l'impossibilità di prevedere gli sviluppi politici e sociali, evidenziando la necessità di una riflessione etica nelle scelte rivoluzionarie. La libertà è presentata come un concetto fondamentale, definito non solo come un obiettivo positivo, ma anche come una resistenza contro le strutture oppressive.

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anarchismo

numero sessantanove
bim estrale • anno diciottesim o • giugno novantadue • lire trem ila
• d e ll’im probabilità sociale • d e lla difficoltà d ’insultare
• d a lla virtù alle tangenti, e ritorno • l’am ore e la morte
• le m odificazioni del militarismo
• il golfo e la palingenesi d e ll’im pero d elle tenebre
• rivalutazione d ella polizia • ahinoi! los angeles
Dell’improbabilità sociale

Accade spesso che la frequentazione costante di problemi e pratiche impedisca


una visione corretta dei meccanismi relazionali che producono e riproducono quegli
stessi problemi e le pratiche relative. Questi ultimi anni ci hanno posto, egualmente
tutti senza eccezioni, di fronte ad avvenimenti che avevamo qualche volta ipotizza­
to, immaginato o desiderato, ma che nessuno aveva valutato nell’ambito di quegli
effetti che essi sono stati in grado di determinare. Ciò sembrerebbe riconfermare
l’ovvia incapacità politica e sociale delle previsioni di dar conto della realtà, ma non
è questa la riflessione che voglio trarne qui. Mi sembra più interessante indagare in­
vece sul meccanismo sottostante, su quell’andamento della formazione sociale che
ancora spesso viene considerato come prodotto di leggi se non proprio conosciute
almeno ipotizzabili e, perciostesso, prevedibili. Quello che appare leggibile come
fallimento storico di alcune ideologie (non soltanto quella dello statalismo comuni­
sta), è principalmente la sopravvenuta evidenza dell’impossibilità di un meccanismo
dialettico, spacciato come in grado di assolvere a qualche presuntp compito storico,
sia di una classe, sia di una minoranza sociale.
Davanti agli occhi sbalorditi di tanti scienziati sociali, ma anche davanti allo
scontroso disamoramento degl’impassibili ripetitori di ricette altrui, fino ad ieri
imperanti in casa nostra, si distende una visione del mondo apparentemente priva di
logica. Tutto sembra contraddire tutto. Nessuna speranza di aggiustare le cose, di
raggiungere l’eden felice dell’anarchia, visto che il fallimento dello Stato socialista “ L ’u to p ia p ro p u lsiv a” ,
reale, non avrebbe dovuto coinvolgere la fede in un futuro di certezza e di vittoria P rovocazione 1, p. 6.
“ Ma c o s’è l ’im m ag in a­
per le forze inesauste deH’antiautoritarismo universale e umanitario. Perché allora rio ? ” , P ro v o cazio n e 3,
questo caos spaventoso, questo disamoramento che non riesce a fronteggiare il p. 6.
progressivo distacco di quelle masse che in quanto referente hanno cominciato a “ Mal di c o m u n ità ” , P ro ­
vo cazio n e 5, p. 8.
salutarci da un bel pezzo? “ L im iti d ell’a u to g e stio ­
La verità è che se dobbiamo muoverci nella direzione della trasformazione rivo­ n e ” , P ro v o cazio n e 8, p.
luzionaria, pensata e costruita sulla base delle idee anarchiche, dobbiamo ammettere 4.
“ Ma di quale sto ria
che non esistono vie privilegiate, non esistono luoghi deputati dello scontro perfet­ p a rlia m o ” , P rovocazio ­
to, non esistono riferenti in grado di far funzionare tutto nel migliore dei modi e ne 8, p. 6.
nella giusta direzione. Dobbiamo ammettere che il percorso è tormentato, inquieto, “ G rad u alism o e insurre-
zio n a lism o ” , P rovoca­
elusivo. Nel mondo della totalità della politica, tutto sfugge ad una colorazione pre­ zione 9, p. 10.
cisa e sfuma nell’ineompletez/.a e nell’approssimazione, anche i buoni sentimenti " C o n tr o la logica d e m o ­
e la legittimazione della verità. Mancando — e finalmente l’abbiamo capito, si spera c ra tic a ” , P rovocazio n e
10, p. 13.
una volta per tutte — il crisma della consacrazione oggettiva capace di fare rilucere “ Q uale p lu ra lism o ” ,
la posizione politica giusta, non resta altro da fare che considerare irrisolvibile una P rovocazione 11, p. 9.
soluzione a priori del problema, consegnando ogni attività al rischio delle vicende “ A n a to m ia di un deser­
umane. t o ” , P ro v o cazio n e 12,
p. 10.
Calandosi nell’attività pratica, nel corso degli eventi programmati e ritmati dalla "P rev alen za della p ra ti­
volontà repressiva e recuperatrice del potere, abbiamo l’illusione di andare avanti, c a ” , P rovocazione 13,
p. 8.
di aggiungere dettagli ad una fantastica costruzione immaginaria, alla fine della “ A sso lu ta m e n te n u lla ” ,
quale il nostro lavoro avrà la giusta ricompensa. Ma non facciamo altro che girare P ro v o cazio n e 14, p p .
attorno al problema, adeguare costantemente i termini di una nostra lontananza dal­ 1 e 2.
“ L ’in fo rm a z io n e m an i­
la realtà, perchè questa stessa lontananza non risulti troppo grande ma non finisca p o la ta ” , P rovocazio n e
per accorciarsi pericolosamente. 19, p. 16.
Ma esiste una differenza. Radicale, se si vuole. E qui va detta chiaramente. Una
differenza tra noi e i politici dell’adeguamento riformista. Non che noi non si sia di­
sposti ad accostumarci alle necessità del potere, la gran parte di quello che facciamo
presuppone questa disponibilità, baluginante dietro le affermazioni radicali con cui
entriamo, spesso spropositatamente, nelle lotte intermedie, lanciando il cuore oltre
l’ostacolo, nella fiducia che salti fuori la proposizione magica risolutiva, la conclusio­
ne inaspettata e felice, tale da metterci in grado di scoprire la strada rivoluzionaria,
strada che sistematicamente finiamo per non trovare. E questa differenza consiste

Anarchismo - n. 69 — pagina 1
nella nostra preoccupazione etica, che i politici del successo immediatamente com­
mestibile non posseggono. Noi facciamo una distinzione netta tra intenzione etica e
attuazione pratica. Loro, i gestori della cosa pubblica, questa distinzione pretendono
di farla fra le pieghe della gestione politica dello Stato, nei fatti invece non la fanno
per nulla, applicando la vecchia regola machiavellica della golpe e del lione.
La nostra scelta preventiva dei mezzi idonei, moralmente parlando, all’attività
rivoluzionaria, non può però esimerci dalla constatazione, qualche volta puramente
fattuale, dei risultati cui perveniamo. A nessuno è dato impunemente rinchiudersi
nella torre della garanzia assoluta, il suo isolamento raderebbe al suolo qualsiasi buo­
na intenzione. L’attività rivoluzionaria non è soltanto convinzione e piacere perso­
nale, ma anche responsabilità. Ed è soltanto attraverso questa strada che l’etica delle
scelte diviene morale concreta, ordine possibile del mondo in cui viviamo, e non
astratta considerazione del privilegiato che vuole a tutti i costi imporre il proprio
modello di vita.
E l’analisi dei risultati, come fatto squisitamente materiale e quantitativo, non
può alleggerirsi in un semplice rimando all'ideale o al compito storico di dii si è
senza autorizzazione alcuna fatto depositario della verità. Ciò è ancora più grave do­
po l’awcnuta scomparsa dell’illusione determinista, del meccanismo storicistico che
si presupponeva, ed ancora incosciamente si presuppone, diretto a realizzare la ve­
rità e l’anarchia, oltre che la società felice del futuro. In assenza di questo meccani­
smo, la nostra responsabilità, proprio in quanto rivoluzionari, diventa ancora più
grande, c non possiamo rispondere a chi ci ascolta e chiede spiegazioni c proposte
attive e non semplici giaculatorie e vaghe promesse sull’ideale, che ci basta soltanto
sacrificarci personalmente per la rivoluzione prossima futura di cui siamo convinti
ma non certi, salvo a volerci prendere in giro da noi stessi.
Partendo dall’uomo, c quindi dal problema etico della scelta dei fini, siamo
“ Ma n o i, siam o m o d e r­ per questo stesso motivo, esclusi da ogni crescita politica intesa in termini quantita­
n i? ” , P ro v o cazio n e 20, tivi. Una scelta del genere ci obbliga a essere a favore deH’uomo, ma anche ad essere
n. 7.
“ C o m e giocarsi la v ita
contro l’uomo, contro i suoi interessi immediati che qualche volta fanno velo
e p e rc h é ” , P ro v o cazio ­ alla coerente risposta nei riguardi dei suoi simili. Cosi, finiamo per restare chiusi
ne 21, p. 7. nell’ambito del negativo, che ogni decalogo compoftamentale inevitabilmente porta
“ Il c a ttiv o p e n sie ro ” ,
P ro v o cazio n e 2 1 , p. 10.
con sé. Ci priviamo delle esperienze che per gli altri sono pane quotidiano, esperienze
“ P a ro la ” , P ro v o cazio n e politiche in primo luogo, o le rasentiamo timidamente, sempre correndo il rischio
2 1 , p. 18. d’una pronta scomunica o d’un subitaneo arretramento impaurito.
“ La c u ltu ra e la v ita ” ,
P ro v o cazio n e 2 2 , p. 5.
Con tutto ciò, fermamente convinti della validità del nostro modo di pensare
“ A lcu n e n o te sul recu ­ il problema dell’uomo, soffriamo delle cocenti delusioni, degli allontanamenti siste­
p e ro ” , P ro v o cazio n e 22, matici, dell’incomprensione che la maggior parte del mondo intelligente ci manife­
p. 17. sta con quel tocco di superiorità che offende la nostra sensibilità e le nostre legitti­
“ N essun recu p ero , n es­
su n a c o m u n ità ” . P ro v o ­ me aspettative. Vediamo l’insufficienza e il pressappochismo regnare indisturbati,
cazio n e 2 3 , p p . 16- l’imbecillità salire cattedre e pontificare sentenze, la vigliaccheria guidare popoli e
17 . i massacratori impunemente acconciarsi a trarre profitto dalle loro lucrose attività.
“ P erd ita del lingu ag g io ” ,
P ro v o cazio n e 2 5 , p p . E non possiamo fare a meno di effettuar paragoni, e di chiederci perché la gente
8-9. non capisce, perché non condivide, non prorompe al di là di argini tanto stupidi e
“ Per n o n sta re a g u ard a­
re ” , P ro v o cazio n e 25,
visibili, di cui continuamente smascheriamo gli imbrogli e indichiamo le aperture.
p p . 1 e 10-11. La risposta persiste negativa.
“ P e rd ita della c u ltu r a ” , In un mondo che concresce in se stesso come impossibilità di perfezionamento,
P ro v o cazio n e 26, p. 9.
“ C o n sid erazio n i sul p o ­
confondiamo l’impossibilità del positivo con l’apparente positività delle piccole
t e r e ” , P ro v o cazio n e 26, conquiste che giornalmente ci scorrono sotto gli occhi, opportunamente sottolineate
p. 13. dalla propaganda e dai simboli esternati senza criterio, e quindi irrefrenabili, del
potere. E non ci rendiamo conto che nella società degli umani niente può essere
definito positivamente, ma che tutto si confonde in un continuo controsenso, dove
quello che prima appariva chiaro diventa oscuro e viceversa.
11 sogno della libertà è sogno qualitativo, bisogno d’un sogno più che sogno esso
stesso, non c misurazione o temporeggiamento, né cognizione positiva della poli­
tica. La libertà, come riassunto delle possibili qualità della vita, è il massimo pos­
sibile di forza antisociale, di rifiuto della società, quindi di matura e profonda avver­
sione per ogni chiusura istituzionale, per ogni positiva stabilizzazione delle strut­

Anarchismo — n. 69 — pagine 2
ture. E la libertà, punto fondamentale per ogni discussione sull’anarchia, è anche e
principalmente libertà di essere contro qualcosa, non necessariamente di essere per
qualcosa.
Quanto poco si sia approfondito questo problema, lo si vede dal fatto che gli
anarchici per primi, come tutti i buoni democratici di questo secolo, hanno rifiutato,
anzi condannato, il principio della lotta di tutti contro tutti, affermando che la pre­
senza ineludibile della classe permetteva di identificare movimenti di massa in grado
di fissare i limiti della lotta al di dentro di progetti politicamente costruttivi. E que­
sta clamorosa illusione, mutuata da reperti non proprio nostri, ci ha accompagnato
e ci accompagna ancora in tutte le considerazioni sul da fare. Ed è giusto che sia
cosi, perché l’azione è anche, e principalmente, correlazione fra individui, fra uomini
e donne che soffrono insieme e insieme vedono possibilità future di modificare la
propria sofferenza. Ma i termini di questa condizione sociale riduttiva si stanno ve­
locemente modificando. 1 gestori degli interessi privilegiati hanno cambiato le carte
in tavola, i rapporti di classe non sono più nettamente circostanziati, occorre identi­
ficarne altri, sempre fondati sulla differente funzione sociale dei gruppi e degli stra­
ti della popolazione, ma talmente diversi da risultare spesso incomprensibili. Ciò
comunque non ci assolve dalla riflessione che stiamo conducendo. Sarebbe facile,
riportando interamente le vecchie analisi nell’ambito delle nuove condizioni, ripe­
tere gli stessi errori.
La realtà è eminentemente priva di razionalità, non possiede rapporti regolati
per legge e prevedibili con rigore matematico. Siamo noi, e chi al posto nostro ela­
bora leggi sociali e quindi anche giuridiche, che c’immaginiamo un funzionamento
del genere, e immaginandolo cerchiamo di riprodurlo nel microcosmo dei nostri in­
terventi, per confortarci e, rassicurandoci, raggiungere piccoli risultati a breve termi­
ne. Ma il futuro sfugge a noi come agli elaboratori occulti. Non c’è un futuro pre­
vedibile, né ancor meno un futuro che venga fuori legittimamente da quello che
stiamo facendo oggi. Non c’è razionalità nemmeno nella stessa logica della lotta di
tutti contro tutti. La libertà è tale proprio perché illogica, in caso contrario sarebbe
un ulteriore aggiustamento delle condizioni e delle regole d’esistenza. Dei confini
dell’altro a me importa poco che segnino limiti alla mia libertà. Ma non posso da
solo, in quanto individuo, decidere cosa fare di questi confini, se superarli e in che
modo. Debbo conpiacermi di accettare le condizioni della società. L’altra alternativa,
rispettabile senza dubbio, è l’intrapresa d’un viaggio senza ritorno, dove soltanto io
diventerò il dominatore nel territorio della desolazione. Ma non è di questo secondo
aspetto che voglio parlare qui.
Ecco perché torno al problema delle scelte etiche. Quindi problema dell’esi­
stenza dell’altro. E’ un problema altamente innaturale, il massimo dell’artificialità
raggiunta dall’uomo, dopo il quale, pur nella sua irrisolvibilità, si è dato inizio alla
terrena avventura della scienza e della tecnica. La ragione cattura strutture e le
impiega nell’organizzazione del mondo. 11 suo lavoro positivo fa a pugni con l’idea­
le anarchico e caotico di libertà. E’ vero che nella società esistono processi relazio­
nali all’interno dei quali si può produrre un certo equilibrio di interessi proprio
a seguito dello scatenarsi delle forze anarchiche e caotiche della libertà. Ma di que­
sto non siamo del tutto certi. Allo stato attuale delle cose, quest’idea corre il ri­
schio di apparire un articolo di fede, non un elemento di fatto.
Si deve ammettere che le condizioni dell’esperienza non sono confortanti. Quel­
lo di cui disponiamo è materiale inquinato dal potere, tutta la storia osservabile
non ci conduce ad altro. Anche la lotta di tutti contro tutti è soltanto reperibile
nelle attuali condizioni di sfruttamento, e qui non si possono leggere le linee di una
competizione per la libertà, ma solo di un vano dibattersi per la sopravvivenza. Al­
lo stesso modo, non ci è dato possedere notizie riguardo il possibile reperimento di
un equilibrio al di là dello scontro.
Osservando bene, queste ineluttabili condizioni valgono per tutti. Lo Stato non
è altro che l’organizzazione istituzionale del caos, la riduzione a sistema della libertà.
Per questo motivo, neH’illusione dei migliori, è stato presentato come il realizzatore
della libertà, o forse è meglio dire delle libertà. Ma l’intima componente caotica,

Anarchismo — n. 69 — pagina 3
l’irremovibile sollecitudine dell’uomo verso l’ampio respiro e il sogno, verso la
diversità sconosciuta, visibile anche attraverso l’appiattimento della sclerosi ufficiale
della politica, rende poco duraturo il patto se non assistito dalla coercizione maligna
e dall’attenzione pervicace della polizia. Nessun patto può mettere a tacere la lotfa,
dapprima quella di classe, poi più in fondo, quella degli individui, la lotta per fare
emergere l’espressione massima della propria libertà. L’illusione di un accomoda­
mento politico c una tragica utopia clic ha finora non tanto impedito l’impossibile
nascita della società libera, quanto il pieno riconoscimento della essenziale natura
della libertà.
Paradossalmente i risultati positivi che la politica ottiene, misurabili in termini
di successi gestionari diretti, consolidamento del potere, modificazioni periodiche
nelle leaderships al comando, dipendono proprio da questa sua impossibilità di
raggiungere uno scopo definitivo. Tutti i movimenti politici, quindi anche quelli che
partendo dall’ideale anarchico si sono avvicinati alla politica come le esperienze
anarcosindacaliste, sono condannati ad una tragica contraddizione interna. La spin­
ta alla libertà lolla sempre contro la necessità rii attenersi a patti, di asservirsi al po­
tere convenuto, anche se scelto coscientemente e al cui consolidamento si è diret­
tamente contribuito.
Ogni movimento politico che pretende di scendere nel terreno dell’aggregazio­
ne, è obbligato a fissare condizioni sia pure temporanee, linee ideologiche generali,
programmi c obiettivi. Tutti questi vincoli costituiscono altrettanti ostacoli alla
libertà, per cui il successo si misura in funzione dell’asservimento di tutti gli stimo­
li della libertà alla fede nel mantenimento dei patti. Ciò comporta una malattia mor­
tale inevitabile, la condanna di qualsiasi movimento politico ad una tragica fine, ma
nello stesso tempo consente di presentare al pubblico risultati positivi, far vedere
cioè che si è in grado di organizzare la società e di migliorarne le condizioni. Nessun
movimento, anche il più reazionario, si proporrebbe come dichiaratamente diretto
a peggiorare le condizioni sociali. Il fatto di precisare verso quale parte della società
andranno questi miglioramenti è qui secondario.
Nell’ambito della politica quindi la libertà si identifica con l’asservimento. Non
potendo limitare la libertà, la si sostituisce con i suoi surrogati giuridici, con quelle
libertà che cosi bene si identificano nell’ambito delle leggi aventi lo scopo di regolare
la società. Questa sostituzione forma la piattaforma ideologica su cui reperire il con­
senso necessario al movimento politico. Qualsiasi apparente successo dipende dal
meccanismo di accettazione. La forza bruta non è altro che un elemento aggiuntivo,
sempre disponibile ma non sempre necessario.
Certo, qualsiasi gestione politica può comprimere la tendenza alla libertà fino
ad un punto, al di là del quale saltano tutte le condizioni del presunto equilibrio.
Ma questo salto non è necessariamente nell’ambito della libertà, cioè non si af­
faccia nel caos, per quanto il terreno della desolazione costituisca un riferimento
costante e pauroso per tutti i dominanti. I sommovimenti, anche i più radicali e
feroci, quasi sempre definibili come rivoluzionari, ripropongono essi stessi le con­
dizioni del recupero. Mai totale, questo è vero, ma sufficientemente chiaro. La
politica, scienza della possibilità dell’impossibile, sa perfettamente ricollegare la
maggior parte dei fili interrotti. Non può collegarli tutti, ma che importa? Nessuna
cosa è mai completabile nella società. Tutto appare e scompare, senza nemmeno il
ritmo diurno e notturno del lavoro di Penelope.
Mancando della certezza, scoperta non proprio recente del diritto, lo Stato
se la costruisce in maniera fittizia. La legge è avvenimento relativo, se non altro tem­
porale, ma fissa i limiti del patto cui tutti sono obbligati. L’indeterminabilità è sta­
ta cercata dalla nostra critica nella sapiente possibilità di evasione della classe do­
minante, cosa senz’altro vera, ma il motivo della precarietà, per cui soltanto la forza
resta l’ultima carta valida dello Stato, è dato dal fatto clic non c’è certezza nella
società, allo stesso modo in cui non c’è verità nella vita. La scomparsa di Dio deve
essere portata fino in fondo, stanandolo dagli altari dove continua a trovare rifugio,
altari spesso insospettabili, dove antichi atei ferocissimi accendono nascostamente
candele e recitano rosari di preghiere.

Anarchismo — n. 69 — pagina 4
L’assenza di ordine nella vita, nella realtà, condiziona in maniera irrimediabile
qualsiasi iniziativa sociale presa da chiunque, in primo luogo dallo Stato. Ma anche
le iniziative antistatali, le iniziative rivoluzionarie sono da quell’assenza condizio­
nate e inevitabilmente compromesse se non si tengono presenti le condizioni e i
motivi di quell’assenza. La grande capacità dello Stato si vede nell’utilizzare questa
negatività in modo costruttivo, fabbricando strutture temporalmente condannate
e orgogliose di essere tali. Il culto della storia assapora di antico qualche centinaio
d’anni, ridicola presunzione che comunque funziona nell’ambito delle cose umane,
dove qualche decennio rappresenta la metà della vita di ognuno di noi.
Il fallimento delle ideologie storiche ha aperto ancora di più il tradizionale
divario tra scelte etiche e scelte politiche. L’istanza corrente attraverso la quale
il potere fa dovunque appello ad una moralizzazione della gestione pubblica, è
per diversi motivi legata al segno dei tempi, per quanto del tutto inutile sul piano
della soluzione delle contraddizioni di fondo. La superficialità e il vuoto che carat­
terizzano ogni sostanza politica del potere, presentano alcune matrici etiche che
vengono di regola spacciate come condizioni di convivenza. Ma la natura dello Stato,
in primo luogo, ma anche di qualsiasi organizzazione politica subalterna, è soltanto
sopraffazione e imbroglio, cose che rendono spregevole la politica al di là di eventua­
li decisioni più o meno rispettose di questo o quel valore morale contingente. Non
siamo, come qualcuno ha sottolineato, di fronte ad una disgregazione di valori, ma
di fronte alla riconferma di una costante assenza etica, coperta con residui non sem­
pre capaci di palliare i reali interessi dell’uomo.
Cosi, la rigidità etica delle scelte anarchiche, penalizzata costantemente dai
riscontri quantitativi, finisce per assumere un significato differente. Non si tratta più
di contrapporla in quanto incapacità di farsi capire dalle masse, alla capacità del
potere politico di trascinare quest’ultime verso qualsiasi avventura. Si tratta di
cogliere funzioni e prospettive diverse, comunque tutte dirette al fallimento della
propria positività, proprio perché questa positività non esiste, ma è tracciata solo da
intenzioni ideologiche. Nello stesso momento in cui crollano le strutture politiche
che con un bagno pauroso di sangue era stato possibile per qualche decennio man­
tenere in piedi, si sbriciolano anche le corrispondenti strutture di classe, anch’esse
pagate coi sacrifici che immancabilmente la storia registra senza potere esprimere
giudizi di valore se non a proprio rischio e pericolo. Ciò porta ad una strana conclu­
sione estetizzante, che potrebbe essere suggerita e accettata con facilità, il valore
della vita si racchiude in una capocchia di spillo, gli uomini tutti, e i giovani in
particolare, avvertono questa ventata nichilista e la fanno propria. 11 riflesso del
caos primigenio della libertà, della vera libertà, getta anche qui la sua luce equivoca.
Possiamo leggere questi messaggi come vogliamo, ma responsabilmente dobbiamo
leggerli, in quanto rivoluzionari anarchici, al di là del rischio di una ulteriore possi­
bile impostazione ideologica. L’estetica rappresenta la versione più accettabile del­
l’etica in momenti di mancanza di riferimenti forti. La bellezza del simbolo sosti­
tuisce la discutibile ma reale piattezza della cosa che sta sotto. Per arrivare a questa
ultima concretezza, una volta avevamo guide e movimenti più o meno solidi, partiti
e organizzazioni del proletariato, insomma una vasta scelta per tutti i gusti, adesso
abbiamo tracce e fantasmi. L’istinto verso la vita potrebbe giocarci un brutto tiro,
sollecitandoci verso l’appiattimento delle scelte in nome della bellezza della scelta
unica, quella assolutamente libera, sempre possibile, dentro certi limiti, nella pro­
spettiva del viaggio verso l’ignoto, nel territorio dell’assoluta desolazione. Ma i ri­
voluzionari possono fare altro, possono desiderare altro.
Partendo da scelte etiche si deve avere il coraggio di sapere aspettare, anche di
risultare incomprensibili. L’impossibilità di superare questi limiti che ci autoimponia-
mo, porta a condizionare la realtà proprio a partire da essi, operazione simile a qual­
siasi altro tentativo di procurarsi parametri e protocolli d’intesa, ma profondamente
diversa, perché, per noi, le scelte di partenza non sono strumentali allo scopo, ma
hanno validità intrinseca, racchiudono in se stesse, nell’armonia e nella coerenza che
le caratterizza reciprocamente, la possibilità o meno di condizionare lo scopo che si
vuole raggiungere, fino a sacrificare quest’ultimo a quella validità e a quella coerenza.

Anarchismo n. 69 - pagina 5
La politica non può fare ciò, collocandosi invoco solo ad un relativismo opportunista
destinato tragicamente ad avere successo. Ma si tratta di un successo fittizio, palese
solo agli ocelli di chi non sa aspettare e vuole concretizzare all’interno della scala
sociale delle appartenenze il proprio statuto definitorio di qualità. Loco perché c’è
questo fallimento della storia, non uno dei tanti fallimenti che si sono verificati in
passato, ma questo qui, attuale e pregnante, portatore dell’essenziale denuncia nei
riguardi dell’uomo. Si tratta del primo vero e proprio fallimento etico della storia.
L’insorgere degli avvenimenti, per la prima volta, viene segnalato come registro
puntuale di tutto quello che è negazione dell’uomo. Non amarezze contingenti, ma
conclusioni definitive di incapacità. La scienza moderna, con i suoi grandi risultati
sta concludendosi in un fallimento parallelo e altrettanto significativo. Al di là
del baratro scienza e politica si danno la mano, confortandosi reciprocamente, e
inutilmente, dei propri guai. A pagare le conseguenze è l’uomo che, politicizzato e
scientificizzato, è diventato inesistente.
Solo una considerazione spregiudicata delle scelte etiche può fondare quest’ul-
time al di là delle illusioni del determinismo storico. Usciamo fuori dai luoghi comu­
ni della destra e della sinistra, della storia che procede ineluttabile verso l’anarchia,
delle rivendicazioni che costruiranno la società libera del futuro, del dominio incon-
strato dei fatti sulle teorie, della verità che è sempre rivoluzionaria. La ricerca della
qualità, essendo prima di tutto ricerca della libertà, perché non ci può essere qualità
nell’oppressione, è scatenamento di forze in lotta tra loro, mai ricorso a patti o pro­
tocolli. Questo scatenamento ci coinvolge direttamente fino in fondo, non possiamo
salvare nulla di quello che possediamo, non possiamo difendere nulla, di volta in
volta lo dobbiamo rimettere in gioco, in caso contrario siamo costretti ad accettare
la logica della poco a poco, la quale ci conduce nell’ambito della politica e dello
Stato. Per un altro verso, non possiamo imprigionare quegli aspetti della qualità
che via via riusciamo a possedere. Non appena li racchiudiamo in strutture e garan­
zie, scompaiono. Non possediamo quindi nessuna formula per la verità, come non la
possediamo per la libertà, la bellezza, la giustizia. Non esiste una formula definitiva
del giusto, se proviamo a cristallizzarla, ci troviamo fra le mani la giustizia politica.
Qualche volta questo processo è necessario, e dobbiamo sottometterci ad esso se
non altro perche non possiamo dare libera circolazione a persone e cose che si sono
assunte responsabilità particolarmenti gravi, le quali svanirebbero nel nulla dell’este­
tica vitalista, se fossero rinviate sempre ad un futuro, probabile, giudizio qualitativo
totale. Ma non per questo ci facciamo illusioni. Allo stesso modo in cui ricorriamo
alle lotte intermedie, scendiamo cioè a livello politico, per dare corpo concreto,
quindi per racchiudere in strutture e codificazioni la nostra libertà d’azione, cosi
qualche volta possiamo tollerare questo concetto riduttivo di giustizia, ma mai isti­
tuzionalizzarlo o garantirlo al di là di contingenze più che altro promosse da un irre­
frenabile moto dell’animo.
La società presenta una contrapposizione radicale fra gli individui che pongono
il valore della libertà e le strutture che questi valori pretendono di realizzare in modo
definitivo. Lo scontro di classe, con le opportune modifiche di natura storica, si
realizza nell’ambito di questa contrapposizione e potrebbe venire presentato come
una sua importante variabile. Tutti gli uomini pongono il valore assoluto della li­
bertà, alcuni, pochi, pochissimi, continuano a porlo all’infinito, altri, la grande mag­
gioranza, lo pongono cercando di identificarlo nella libertà dal bisogno o nella libertà
di opprimere gli altri. Nessuna di queste scelte è mai definitiva, ma tutte pos­
seggono sfumature che spesso sono semplici giustificazioni per dare maggiore prossi-
bilità di realizzo a quelli che sono diventati irrefrenabili bisogni. Dall’interno della
società non è possibile identificare una posizione superiore alle parti. Qualsiasi scel­
ta, in questo luogo di protocolli e patti, è sempre accomodante. Riflette le antiche
velleità radicali del libero caos, ma in modo addomesticato: in una parola, civile. Ec­
co perché si chiama società civile. L’avere confuso le scelte morali che si compiono
all’interno della società con le scelte morali vere e proprie che l’individuo può e deve
compiere, è stata una delle più sottili c sconvolgenti contraddizioni storiche del­
l’anarchismo.

Anarchismo — n. 69 — pagina 6
La scelta di valore deve quindi essere fatta in modo da azzerare le condizioni
imposte dalla società, i punti di riferimento che al suo interno siamo arrivati a co­
dificare e in base ai quali gli altri ci identificano e ci prendono in considerazione.
Se l’anarchismo aspira a diventare la sola possibile condizione metodologica della
vita, non può farlo ponendosi all’interno della società, ma astraendosi da questa,
astraendosi naturalmente soltanto nella fase delle scelte etiche, per poi tornare
nella società con la propria proposta d’azione. E qui scoprire — ma senza traumi
e senza sorprese — di essere inattuale, cioè di segnare con la propria presenza il li­
mite del territorio della politica.
Quale sarà allora la risposta presumibile da parte della struttura sociale? Ognu­
no può facilmente immaginarla.
Ma l’entrata in società, sia pure come portatori di valori in contrasto con que-
st’ultima, e in contrasto non perché altri, ma perché radicalmente proposti, signi­
fica abbandono, della propria libertà, compromissione e sacrificio. Chi farfuglia
di piaceri da scoprire in quest’attività non arriva mai a identificare questi piaceri
in modo certo. Il sentirsi parte di un insieme di persone, di un’organizzazione,
di una struttura, partito, movimento, gruppo, élite, ghetto o qualsiasi altra cosa si vo­
glia, promuove sentimenti di sicurezza, di cessato pericolo. Ci si sente presso di sé, a
casa propria, finalmente arrivati a destinazione. E’ il segno inconfondibile che si
è abbandonato del tutto l’antico, e asociale, movimento della libertà, che abbiamo
dato inizio al processo di sostituzione delle qualità con modesti residui spesso di
carattere metafisico. Cosi, la verità, come ricerca di noi stessi nel rischio e nel coin­
volgimento, le sole condizioni che possono farci realmente conoscere quello che
siamo, diventa un sentimento comune di fini metafisici da raggiungere, costruzio­
ne ideologica alla quale contribuiamo, insieme agli altri, nel comune desiderio di
strappare quello che pensiamo possa soddisfare i nostri bisogni. E cosi ci facciamo
riempire da vita da progetti non nostri, cui accondiscendiamo nell’estasi collettiva
di far parte di un lavoro d’insieme, gratificandoci del venir meno dei nostri antichi
valori di libertà, raccogliendo briciole grazie all’assenso annoiato degli altri, a loro
volta non d’altro desiderosi se non del nostro assenso, della nostra approvazione.
E’ proprio qui che cerchiamo risposte positive al nostro programma, e aggiustiamo
quest’ultimo, agghindandolo nel migliore dei modi, per far si che quelle risposte
vengano. E’ proprio qui che in assenza di quelle risposte ci strappiamo i capelli
e ci chiediamo, ingenuamente, in che cosa abbiamo sbagliato. Perché l’accademia
tace di fronte alle nostre tesi che senza dubbio sono fra le più corrette, specialmente
quando analizzano i meccanismi e il funzionamento del potere? Che strana doman­
da, e che ingenuità nel proporla?
Ma sono ancora lontano da un vero e proprio approfondimento di questi pro­
blemi. Penso che per il momento ci si possa accontentare di questi brevi accenni
che continuerò a svolgere nei prossimi numeri di “Anarchismo” .
Alfredo M. Bonanno

Anarchismo - n. 69 — pagina 7
Della difficoltà d’insultare

Se dico clic i socialisti sono cani, rendo conto molto bene del carattere domesti­
co e limitato della loro attività, ma non dico nulla riguardo la motivazione principa­
le delle loro canagliate: si c mai visto un cane arrivista? Inoltre, ognuno ha in testa
l’esempio d’un bravo cagnctto di sua conoscenza, il quale, per quanto possa essere
limitato, non merita certamente di venire paragonato ad un socialista. Perché un
individuo canino di oggi non potrebbe essere considerato responsabile dei rapporti
di servitù che la sua specie ha annodato con la nostra a partire dal neolitico. Mentre
un individuo umano, che non sogna altro che farsi i fatti propri e adempiere al
dovere civico che gli si chiede di adempiere, condensa tutto in una volta nella sua
propria persona il processo d’avvilimento che i quadrupedi hanno messo migliaia
di anni ad accettare. Il qualificativo “rognoso” aggiungerebbe disprezzo senza pre­
cisare perché questo disprezzo è particolarmente meritato.
Se dico che i politici di destra come quelli di sinistra sono un’accozzaglia d’affa­
risti e di mafiosi dei quali non pochi hanno le mani macchiate di sangue, non è un
insulto, ma al massimo una constatazione. Trattare Mitterand come assassino fra
l’altro per il suo ruolo nella guerra d’Algeria e a Ouvéa, è perfettamente giusto.
Trattare allo stesso modo Bush per quello che ha fatto in Irak, è indubbiamente
adeguato. Trattare come ladro Giscard è del tutto eorretto. Ma chi non vede che è
ingiusto inglobare insieme sotto il medesimo qualificativo altri assassini e altri ladri
che meritano la nostra stima? I nostri compagni saccheggiatori nelle sommosse
inglesi, il buon Mesrinc, il dolce Notarnicola, il gentile E1 Lute, l’amabile Lacenaire,
il pacifico Ravachol, e tanti altri anonimi che hanno neutralizzato individui nocivi o
accelerato la circolazione dei beni, messi sullo stesso piano della spazzatura statale
e poliziesca?
Se dico: “Attali è uno stupido” , l’enunciato avrà il vantaggio di dire in maniera
succinta ciò che penso del tipo d’intelligenza che viene ammirata dai servi della
penna. Ma presenta il difetto di utilizzare in senso peggiorativo la parola designante
uno dei più bei luoghi dellTmiverso (gioco intraducibile, in francese “stupido” si dice
“con” , che vuole anche dire “ fica” , n.d.r.). Si potrebbe limitare questo inconve­
niente utilizzando il termine “ fesso” (in francese “connard” , n.d.r.), evocante in
questo modo un “con” (cioè, in questo caso, una “ fica”, n.d.r.) inestetico e abusato,
e quindi non tanto l’organo stesso ma la sua utilizzazione mercenaria o domestica,
escludente il vero piacere, la qual cosa corrisponde effettivamente all’uso prostitu­
iv o che fa delle sue capacità intellettuali un consigliere presidenziale. Ma questo
doppio senso non è evidente c inoltre l’accusa di machismo non è lontana. Allo stesso
modo “giornalputtana” , ingiusto per le puttane, “ topi fascisti” spiacevole per le
bestie underground, “sporchi sbirri” pleonastico, ecc. Queste difficoltà non devono
essere esagerate, come tutte le parole, l’insulto trae la sua direzione e la sua forza
dall’insieme da dove sgorga. In un contesto di scontro, nella tensione della lotta, il
senso si precisa, diventa proiettile.
Per un istante accontentiamoci di dire che i socialisti sono lacchè che si riem­
piono le tasche che Mitterand e Bush sono assassini elettorali e Attali esempio in­
carnato dell’imbecillità del pensiero economico.
Serge Q.

Anarchismo — n. 69 — pagina 8
Dalla virtù alle tangenti, e ritorno

Si è alfine scoperto, platealmente scoperto, che i politici di ogni colore rubano


a man bassa. Lo si sapeva da tempo, era fra le considerazioni di bassa politica popola­
re, entrava come esclamazione dolente nelle chiacchiere da caffè, ma solo adesso
viene avanti, come fatto di cronaca, con tanto di nomi e di reati: una catena inarre­
stabile, che non sembra avere intenzione di arrestarsi.
Le alte dichiarazione di scandalo non convincono nessuno, visto che tutti sono
convinti, al contrario, del fatto che la cosa la sapevano fin dal primo momento, anzi
che è nelle condizioni preventive dell’inizio di ogni carriera politica, immettersi in
un flusso di danaro, se non proprio diretto ad entrare nelle proprie tasche, almeno in
quelle del partito di cui si fa parte. 1 contributi volontari, adesso indicati in fior di
centinaia di milioni, costituiscono la parte più spassosa di tutta la faccenda.
Ma, contrariamente al compito di tanti altri, in linea con quello che riteniamo
debba essere il compito di questo foglio, non ci occuperemo qui del problema delle
tangenti, in questo momento sulla bocca di tutti, ma da esso cercheremo di estrarre
il vero problema di fondo, l’elemento portante che non appare dalla semplice con­
stazione che sono stati commessi alcuni reati di concussione, corruzione, peculato,
ecc.
Chi svolge un’attività ha bisogno di soldi. Quando quest’attività non è produt­
tiva in se stessa di una fonte di guadagno, i soldi vanno cercati altrove. A questa la­
palissiana considerazione si è cercato di ovviare con il finanziamento pubblico dei
partiti, che non ha fatto altro che trasformare in holdings ben attrezzate queste
organizzazioni, procurando ulteriori occasioni di entrare in affari. E poi c’è l’avidità
dell’uomo, la passione per la ricchezza, che è potere e che travolge spesso le migliori
intenzioni. Tutto ciò è abbastanza stomachevole ma non incomprensibile. Non è
quindi il caso di pensare ad una correlazione tra tangenti c servizi che la politica
rende all’economia. Questi servizi ci sono a prescindere delle tangenti. Si tratta di
una funzione organica, quella dello Stato, che non solo è garante delle condizioni
di tranquillità sociale, indispensabili alla produzione, ma anche si propone come
imprenditore egli stesso e come banchiere, cioè come finanziatore privilegiato, ca­
pace di decidere verso quali canali fare affluire il denaro pubblico a condizioni di
favore.
La spudorata mancanza di virtù nel politico, a nostro personalissimo avviso,
non lo rende peggiore del virtuoso (e stupido) che si fa anticipare la liquidazione per
pagare la campagna elettorale. Sembra che ci sia stato almeno un caso di questo
genere, quello del neoeletto presidente della repubblica italiana, salvo che non lo si
debba imputare alle agiografie correnti di regime.
11 problema sta qui proprio qui. 11 virtuoso che cerca di inserire nella gestione
politica dello Stato una visione perfettamente etica, è certamente molto più perico­
loso dell’imbroglione che tira a campare e s’accorda per rubacchiare qualcosa qua e
là. Il danno che può fare il primo è senza misura più grande di quello che fa il secon­
do. E il motivo sta nel fatto che il primo propone una forte razionalizzazione dello
Stato, cioè una sua gestione quanto più giusta possibile, naturalmente dal punto di
vista della giustizia di Stato. Ora, non c’è anarchico che non veda come un migliore
funzionamento dello Stato corrisponde esattamente al contrario di ogni istinto di
libertà e di giustizia.
La genericità di queste affermazioni si può farla diventare più specifica con al­
cuni brevi approfondimenti. 11 governante virtuoso, sollecito delle proprie scelte eti­
che, le quali egli vuole tare entrare nell’ambito delle proprie decisioni politiche,
cercherà di far partecipare il maggior numero di persone a queste decisioni, cioè
cercherà di allontanarsi, per quanto possibile, da quel decisionismo assoluto del
dittatore ipotetico nelle cui mai si nascondono i destini dei popoli. In parole più

Anarchismo — n. 69 — pagina 9
filosofiche, ma non meno precise, egli cercherà ili far partecipare aW'univcrsale
quanto più espressioni del particolare gli sarà possibile. Scenderà cosi verso gli
individui, verso i governati, i quali saranno sollecitati a questa partecipazione,
corteggiati nel caso tradizionale della strumentalizzazione elettorale, ma perfino
posti in grado di conoscere meglio i molteplici problemi tecnici, e ciò con un ricorso
all’istruzione, alla circolazione delle notizie, ai dibatti c perfino all’impiego di
referendum decisionali su ogni singolo problema. Ebbene, c’è da dire subito che
questa strada è senza sbocco. Anche rimuovendo gli ostacoli dell’ignoranza c del­
l’impossibilità di trovare il tempo necessario a dedicarsi ad una miriadi di problemi
che neanche il politico può affrontare tutti in una volta, non sarà mai possibile
mettere le grandi masse di persone in grado di decidere coscientemente, ed etica­
mente, sulla base di una reale conoscenza dei problemi. Ciò metterà in moto una
serie di compromessi pratici che si tradurranno in una corrisponde serie di appros­
simazioni etiche.
Non dimentichiamo che il primo punto del discorso di Saint-Just Sulla Costitu­
zione della Francia, pronunciato nell’aprile del 1793, afferma che il solo governo
favorevole alla felicità del popolo è quello che rompe con la corruzione. E non c’è
dubbio che i giacobini tagliarono la testa, letteralmente, alla corruzione dell’epoca,
senza con tutto ciò riuscire a evitare di diventare essi stessi causa delle infelicità del
popolo. E ciò perché non è tanto questione di felicità, ma questione di essere o
meno governati. L’essere governati, di per se stesso, comporta una serie di proble­
mi insolubili che si possono soltanto indicare, anche condannare, ma non risolvere
se non attraverso la lunga e perigliosa strada della rivoluzione, continua e dai risul­
tati sempre incerti. E neanche questa strada garantisce qualcosa, nemmeno assenza di
un possibile futuro governo. Ma garantisce però il fatto, se si vuole minimo, che si sta
facendo qualcosa, ora e subito, contro tutti quelli che ci vogliono governare, sia pure
in nome della virtù.
Le spaventose intenzioni dei virtuosi giacobini erano precedute da una ricetta,
esposta nel citato discorso di Saint-Just, nella quale si dice espressamente che il se­
greto di un buon governo risiede nella frugalità dei dirigenti. E non c’è dubbio che
gente come Lenin, Hitler o Stalin, furono frugali fino in fondo. E ponendosi questa
politica virtuosa contro la corruzione, ne divennero gli acerrimi nemici. Così, con­
tinua Saint-Just, ciò che costituisce una repubblica è la distruzione totale di tutto
quello che gli si oppone. Il Terrore viene in questo modo teorizzato come pro­
getto di purificazione. Attraverso il Terrore vedrà la luce l’uomo nuovo, l’essere
dalla natura originaria, quella precedente alla corruzione, a cui bisogna tornare
se si vuole fondare lo Stato su basi solide e indistruttibili.
Questo spaventoso discorso non è in contrasto con quello precedente, del­
l’uomo politico giusto, ma non ancora estremamente virtuoso, clic vorrebbe met­
tere in condizione i governati di decidere da soli. I due discorsi si connettono, in
quanto si tratta di vedere il primo come azione penetrativa iniziale nel tessuto della
corruzione sociale, allo scopo di pervenire a identificare la parte sana della nazione,
parte da mettere successivamente in condizione di decidere da sola. Nessuna di que­
ste virtuose intenzioni, né quella preliminare fondata sulla ghigliottina, ne quella suc­
cessiva fondata sui meccanismi decisionali di base, costituisce una vera e propria
soluzione. L’uomo vecchio non scompare, perché fra le mille deformazioni egli è
anche l’uomo della libertà, l’uomo che può improvvisamente ricordare il caos essen­
ziale dove nasce ogni libertà e farsi coinvolgere, rendendo in questo modo vani tutti
i meccanismi del terrore e i patti del recupero.
In qualsiasi modo la virtù politica voglia fare coincidere l’interesse particolare
con l’interesse generale, c’è sempre da avere paura. La strada dell’uomo politico de­
mocratico, clic trova le sue origini nelle teorie di Rousseau, pensa di identificare nei
patti e nella legge che li presuppone, lo strumento fondamentale per condurre l’uni­
versale al particolare. Il giacobino, mettendo in modo il Terrore, ritiene di fare la
strada inversa, cioè quella di condurre il particolare all’universale, obbligando con la
paura gli uomini a diventare virtuosi. Ambedue s’incontrano sul territorio della vana
inutilità dei loro virtuosi tentativi.

Anarchismo — n. 69 — pagina IO
In fondo, il ladro è quello che produce meno danni. E poi, oggi, diventa sempre
più ditticile cogliere sottigliezze da buon governo. La razionalizzazione in corso non
sta che utilizzando sistemi di perfezionamento, semplificazioni dirette a far pro­
durre meglio il meccanismo statale. Tutto qui. Forse non era nemmeno il caso di
scomodare considerazioni tanto remote.

LUDD 2000
Le mille ragioni della distruzione

Quadrimestrale di analisi e documentazione sulle


nuove tecniche del potere post Industriale

INDICE DEL PRIMO FASCICOLO

Editoriale
Alfredo M. Bonanno: 11 linguaggio della tecnica
Le ragioni della distruzione

Dalla parte del dominio


Ernest Nagel: La struttura della scienza
Richard B. Braithwaite: La spiegazione scientifica
Ludwig Wittgenstein: 11 pensiero matematico
Moritz Schlick: Le leggi di natura
Eugen Von Bòhm-Bawerk: Natura del capitale
“ Survivre” : Scienza e scientismo
Nicola Abbagnano: La tecnica-mostro
J.P. Clark, M.C. Flemings: La scienza dei nuovi materiali
Gerald L. Liedl: La formazione di nuove strutture
Appendice: Organizzazioni scientifiche pubbliche e private

Prezzo di copertina Lire 15.000


Abbonamento annuo Lire 40.000. Abbonamento estero Lire 80.000.
Abbonamento sostenitore Lire 50.000 in su.
Per la diffusione: acquisti superiori a 5 copie,
Sconto 40 per cento sul prezzo di copertina.
Versamenti sul c/c postale n. 131 16959 intestato:
Alfredo Bonanno - C.P. 61 - Catania

Anarchismo — n. 69 — pagina 11
L'amore e la morte

Make thy love largar to enlarge m y worth


(Elizabeth Barrett Browing)

Dal lungo silenzio della mancanza di segnali, un tacito accordo fondato sulla
libertà fra compagni, irrompe frantumandolo il gelido avvertimento poliziesco della
morte, cui ogni speranza dell’animo s’ostina a non credere.
Poche righe dai giornali. La morte d’un anarchico con la sua carica d’esplosi­
vo. Luigi Di Blasi, dilaniato da una bomba. Impossibile. Tutti coloro che l’hanno
conosciuto, ed amato, rifiutano il pensiero categorizzante della morte, la chiusura
definitiva che come un cupo basalto sigilla il continuo affiorare della vita e la con­
segna alle considerazioni dei posteri, compunti recitatori di requiem clic in altri tem­
pi, di fronte all’insorgere spontaneo e irrefrenabile dei progetti e delle azioni, dile­
guavano fra i sofismi dell’incertezza sufficienti però a garantire la propria incolumi­
tà avara e inconcedibile.
Credere a questa realtà, che per altri versi il persistente silenzio s’ingegna a
ribadire, significa per noi ammettere l’inattingibilità mortale dei nostri sogni di pie­
tra, della costruzione d’un mondo meraviglioso, mai conchiusa in un programma o
in vincoli di freddezza razionali, ma proprio per questo sempre immaginata possibi­
le, sempre sollecitata, trascinata, dal modo in cui Luigi vedeva la realtà, dal modo in
cui la realtà era vista dai suoi occhi.
Ma la lingua, impietosa e rigida, non ammette sentieri insondabili. Ha bisogno,
nell’uso stesso del passato dei verbi, la certezza del certificato di polizia. Cosi lo stru­
mento grammaticale ci conduce fino in fondo, nel territorio assolato della certezza,
mentre Luigi prediligeva gli angoli ombrosi, dove poteva avvicinarsi di più al senti­
mento gioioso della vita con i compagni clic nella torrida necessità del fare, spesso,
trova soltanto catalogazioni e chiusure. Certo, uno dei pochi che abbiamo cono­
sciuto la cui pienezza della personalità si coglieva nelle cose da fare e, nello stesso
momento, nel come farle perché, al di là del fare, c’erano gli altri compagni con cui
bisognava farle c ciò solo nella prospettiva di una crescita comune non fondata sulle
chiacchiere ideologiche, ma sui sentimenti, sulla fiducia reciproca, sul rispetto del­
l’altro, sul desiderio e sulla gioia della vita.
Non è nostra intenzione scrivere un necrologio, orrenda parola che ci ricorda
l’ineluttabile commissione che spesso i nostri morti tacitamente ci lasciano e a cui
ci siamo sempre rifiutati di provvedere. Anche questa volta siamo cattivi raccogli­
tori di memorie, anche perché, come il sandalo di Empedocle, non qualcosa ma tutta
la breve vita di Luigi resta con noi, sollecitamente viva, attivamente significativa.
Non vogliamo ricordare, vogliamo vivere. Il resto, dall’ottuso silenzio alla chiacchie­
ra migratoria che s’ingegna di circolare a destra e a manca costruendo fantastiche
deduzioni e preoccupate prese di distanza, non ci dice nulla. L’ingiustizia e l’igno­
ranza sembrano camminare con passo sicuro. Non cc ne curiamo. Ma l’aria che re­
spiriamo può ancora farci ricordare la corteccia levigata delle sue parole risentite
attraverso le elegie duinesi, c per quanto questa possa essere una nostra operazione,
se l’uomo ha la forza di andare oltre se stesso, può anche andare oltre il tempo,
vincere la sofferenza, il dolore, perfino la morte. Insieme a Baudelaire possiamo
vedere in fondo ai suoi adorabili occhi (del gatto) sempre chiaramente l’ora, sempre
quella, un’ora vasta, solenne, grande come lo spazio, senza suddivisioni di minuti o di
secondi, un’ora immobile non segnata sugli orologi. E’ il nostro modo di annodare
un ricordo, di rispettare una volontà umana che ha inteso andare oltre i limiti che
imprigionano l’uomo alle sue troppo umane disavventure, una volontà rivoluzio­
naria che ha voluto trasformare il mondo.

Anarchismo — n. 69 - pagina 12
Le modificazioni del militarismo

Una riflessione sulle modificazioni del militarismo non può prescindere dalle
ampie trasformazioni politiche italiane attuali. Dopo quasi cinquantanni, gli equi­
libri politici nati alla fine della seconda guerra mondiale sono stati totalmente mo­
dificati. 11 crollo della potenza sovietica ha determinato la fine del bipolarismo e il
rapido affacciarsi, tramite la guerra nel Golfo, di un “nuovo ordine mondiale”, che
vede, in questo momento, gli Stati Uniti come unica ed incontrastata superpotenza
mondiale.
Non occupandomi di futurologia, non so come sarà la carta geopolitica del
mondo nei prossimi anni. Tuttavia, è probabile che questo “nuovo ordine mondiale”
non si costituirà solo tramite accordi politico-diplomatici, come pare che stia per
accadere in Medio Oriente, in Cambogia e in altre regioni del mondo; ma si costitui­
rà anche, e soprattutto, attraverso la guerra fra Stati per il controllo delle risorse
e delle aree geo-politiche. Non dimentichiamo che il possibile accordo sulla questio­
ne palestinese si è potuto realizzare solo dopo la guerra nel Golfo.
In questa guerra, infatti, per la prima volta dopo la seconda guerra mondiale,
le principali potenze si sono trovare d’accordo nel punire un dittatore, Saddam
Hussein, che “alzava le pretese” per il suo ruolo di poliziotto degli Stati Uniti
nel Medio Oriente. Ciò è stato possibile grazie al tracollo dell’Unione Sovietica e
grazie alla sua necessità di aiuti economici da parte dell’Occidente; come pure
grazie al bisogno di appoggi economici e politici della Cina dopo la repressione di
Tienammen.
Accanto a questi consensi, si fa sempre più evidente l’ascesa di potenze come il
Giappone e la Germania. Come è stato detto in un recente incontro fra i responsa­
bili delle banche centrali del gruppo dei sette Paesi più industrializzati, “il mondo
bipolare della guerra fredda, con la sicurezza occidentale e le regole economiche
garantite daH’America, poliziotto e banchiere, sta trasformandosi in un mondo tri­ “ E se rc ito e d isarm o t o ­
ta le ” , P ro v o cazio n e 2,
polare di blocchi commerciali e valutari di cui fanno parte l’Europa (cioè, soprat­ p. 5.
tutto, la Germania), il Giappone con l’Asia orientale e le Americhe” . Il grosso pro­ “ N essuna delega c o n ­
blema che questi tre blocchi dovranno risolvere è di non entrare in conflitto tra di tr o la g u e rra ” , P rovo­
cazio n e 3, p. 8.
loro. E’ recente la proposta, da parte di Germania e Francia, di costituire nei pros­ “ A n tim ilita rism o quale
simi anni un esercito franco-tedesco, il quale dovrebbe fungere da primo nucleo di o b ie z io n e ” , P ro v o cazio ­
un futuro esercito europeo. Naturalmente, questo processo non potrà non entrare ne 5, p. 7.
“ A n tim ilita rism o in su r­
in conflitto con la presenza di forze militari americane in Europa. Il recente vertice re z io n a le ” , P rovo cazio ­
dei ministri della guerra della NATO, a Taormina, non ha risolto la questione, la ne 6, p. 5.
quale probabilmente si ripresenterà aggravata nei prossimi anni. Rispetto alla situa­ “ S tra p p a la m asch era al
m ilita rism o ” , P ro v o ca­
zione precedente, questo nuovo ordine mondiale presenta una grossa differenza. zione 10, p. 8.
Ai tempi della bipolarizzazione del mondo, il “nemico” era conosciuto e visibile; “ A n tim ilita ris m o ” , P ro ­
esso agiva in modo indiretto tramite un conflitto locale interposto. Ciò è accaduto vo cazio n e 19, p. 12.
“ 11 PCI e il m ilita rism o ” ,
in Corea, in Vietnam, in Afghanistan. Ora non è più cosi in quanto non c’è più un P rovocazione 10, p. 8.
nemico dichiarato: il sistema mondiale non trae più la sua coesione dalla divisione “ A n tim ilita rism o e n o n
in due blocchi, ma dalla sua unificazione, non si sa quanto duratura vista l’ascesa del rifo rm ism o ” , P ro v o ca­
zione 2 2 , p. 12.
Giappone e della Germania. Inoltre, la caduta deH’imperialismo sovietico e la sua
riduzione a potenza “regionale”, aprono alcuni spazi politico-militari agli Stati più
ambiziosi (Cina, India, Siria, Israele, Iran, eec.). Cosa potranno ottenere queste am­
bizioni e fin dove potranno estendersi? Nessuno può rispondere a queste domande.
Una cosa è certa: gli Stati Uniti non sono disposti a lasciare spazio alle potenze re­
gionali, come hanno mostrato nella guerra contro Noriega a Panama e contro Sad­
dam Hussein in lrak.
Da questo punto di vista l’eliminazione delle armi nucleari tattiche in Europa
da parte degli americani e l’eliminazione delle armi nucleari previste dal trattato
Strat, sono perfettamente funzionali al quadro delineato. Esse permettono di garan­

Anarchismo — n. 69 — pagina 13
tire, in condizioni mutate, un controllo più adeguato del territorio. Fra l’altro, non
si capisce cosa ci sia da gioire per queste riduzioni: forse che le future 38.000 armi
nucleari, invece delle attuali 50.000 divise tra USA e ex URSS, non sono sufficienti
a distruggere il pianeta? E poi, per uccidere il “ nemico” , bastano le ruspe, come c
accaduto per i soldati irakeni sepolti vivi dalle ruspe americane sul finire della guerra
del Golfo.
In questo quadro così variegato e complesso si inserisce la situazione dell’Ita­
lia. La sua collocazione nel Mediterraneo, a ridosso del Medio Oriente, la rende stra­
tegicamente importante. Al posto della vecchia minaccia da Est, oggi, dicono i mili­
tari italiani, ci si difende da Sud, anche se non è chiaro cosa sia di preciso questo
Sud. Tuttavia, anche qui è profondamente mutata la situazione rispetto al passato.
Nel nuovo modello di difesa italiano che si sta preparando, vi è il superamento della
concezione militare secondo cui ci si difende “da” qualcosa. Oggi si difende qual­
cosa: gli interessi dello Stato italiano, che ovviamente sono molto più ampi della
difesa territoriale della nazione. In futuro, lo Stato italiano difenderà con le armi,
se necessario, la “libertà” delle vie di comunicazione, che gli permettono di salva­
guardare il prelievo delle risorse.
Da questo punto di vista, l’esercito italiano ha l’impellente necessità di tra­
sformarsi. Con l’incessante evoluzione della tecnologia militare, è ormai inconcepi­
bile un esercito basato sui militari di leva. In sintonia con la crescente professionaliz-
zazione c specializzazione di tutte le attività sociali, anche fare la guerra diventerà
un mestiere da apprendere che richiede specifiche conoscenze tecniche ed informa­
tiche. Accanto a questo esercito di professionisti — quarantamila, secondo il Mini­
stero della guerra —vi sarà un contingente di leva, ridotto rispetto a quello attuale,
di circa centomila militari. L’esercito di professionisti svolgerà un duplice ruolo:
uno interno e uno multinazionale. Sarà diffuso su tutto il territorio nazionale e
sarà il primo a muoversi in caso di conflitto esterno ed interno. Nella prima ipotesi,
questi corpi speciali saranno incorporati nel comando NATO; nella seconda ipotesi,
invece, insieme ai carabinieri ed alle polizie, avranno il compito di repressione
sociale, in quanto forza antisommossa.
In caso di conflitto prolungato (oltre tre mesi), interverrà il contingente di leva,
che diventerà quindi una forza di appoggio, ed infine interverranno altri battaglioni,
smobilitati ma capaci di mobilitarsi nel giro di pochi mesi.
Accanto ad una crescente specializzazione l’esercito professionale si integrerà
con le altre bande armate dello Stato: carabinieri, polizia, agenti di custodia, guardie
forestali. Il progetto è infatti quello di riservare l’accesso alle forze di polizia solo
a chi ha svolto un servizio volontario nelle forze armate per due o tre anni.
Per realizzare questo progetto occorrono soldi. Oltre all’acquisto di nuovi ar­
mamenti necessari per effettuare interventi militari nel Terzo Mondo, occorrono
maggiori finanziamenti per sostenere il futuro esercito misto di professionisti e di
militari di leva. Ad ogni lira per sostenere il militare di leva, ne occorrono cinque per
il professionista.
Già per il 1992 è prevista una spesa di 26.500 miliardi, che segna un aumento
in termini reali di circa il 4 per cento rispetto al 1991. Si prevede poi di superare
“ T u tti arm ati c o n tr o la 30.000 miliardi di spesa per il 1994.
g u e rra ” , P ro v o cazio n e
26, p p . 1 e 4. Giuseppe Coniglio
“ Q u ale a n tim ilita ris m o ”
P ro v o cazio n e 26, p p . 1
e 5.

Anarchismo — n. 69 — pagina 14
Il Golfo e la palingenesi dell’impero delle tenebre

L ’essenziale, per l ’evoluzione, è che lo zig


sia sempre più lungo dello zag
(Richard Weizsacker)

Il Golfo è faccenda importante! Pesante aH’ONU! Non sarà poi cosi facile in
futuro, dopo ampie bonifiche e sofisticati dissalamenti, farlo tornare potabile. A
perdita di teleobiettivo, il Golfo circonda un deserto attraversato da cadaveri calci­
nati e disseminato da torce eterne che si stagliano in un cielo appiccicoso. Esibisce,
a tutto campo, dal balcone d’un F-16, un litorale armococaizzato a forza tredici.
Dappertutto, dove prima giaceva l’oro nero, sgorgherà, come da una piaga non di­
sposta a chiudersi, una colla nerastra montante impetuosa in colate di catrame
trascianti zolle untuose.
E, appena ieri, questo Golfo era una fonte ecologica di ricchezza, un Eldorato
con lussureggiante fauna, una sorta di Perù dei dugonghi che disgustati dai pesci
al petrolio si trovano adesso inghiottiti per sempre da una specie di triangolo delle
Bermude. Era lo stagno dei lamantini, lamentevolmente crepati nella marea nera di
greggio, il paradiso acquatico dei cormorani, una volta agili tuffatori, adesso col
collo di cigno intasato, morenti nel grasso e in grazia dell’ultima lubrificazione che
c stata data loro da una Tele, lubrica per le immagini (d’archivio), casta per le
idee (non proprie) che va pazza per azioni del genere SpA? E noi pure, naturalmente,
non siamo anche noi, noi amici dell’ambiente, fortemente sul piede di guerra per
strappare le piccole foche dalle mani degli assassini, per preservare i coccodrilli da
un’incongrua mutazione in valigette ventiquattr’ore, per salvare gli elefanti e i
rinoceronti vigliaccamente sdentati e concupiscentemente scornati, che c’importa
far vedere ai turisti nelle riserve? In breve, il Golfo, per noi vecchie pelli di ecologici,
rischia di trasformarsi in un buco nero capace di durare per secoli, in un’apocalisse
di rarissimi biotipi, in un Krakatoa di ecosistemi, una Chernobyl da rilanciare con,
per soprammercato, l’abbandono degli antichi luoghi della civiltà universale e fuoco
radente sulla culla dell’umanità, di cui siamo gli eredi, non è vero? Ecco quello
che ci fa scoppiare il cuore, ci fa sciogliere in lacrime, noialtri occidentali, che ci sca­
gliamo pubblicamente contro questa guerra dichiarata alla natura, o meglio... a quel­
“ B arbie, difen so re del
lo che ne resta. “ m o n d o lib e ro ” , P ro v o ­
E così, grazie all’iconografia di Bagdad di cui la Tele si è compiaciuta di ador­ cazio n e 6, p.9 .
nare le nostre serate d’inverno per diverse decadi accoppiando digiuno e ramadan “ La rivolta dei P alesti­
nesi” , P rovocazio n e 10,
per la gioia dei fedeli; grazie a questi fuoclii d’artificio in cui non abbiamo visto che p. 3.
un fuoco abbagliate, fino a prendere lucciole per lanterne, abbiamo creduto di ve­ “ Il v o lto razzista della
dere sgorgare dal teleschermo fumo e qualcosa di sanguinolento destinato a noi, a dem ocrazia am e ric a n a ” ,
P rovocazione 10, p. 5.
noi personalmente, che ci ha fatto capire... che cosa ci ha fatto capire? “ Chi so n o i veri razzi­
Il messaggio dei media, diretto a tessere, a colpi di tonitruanti, rombanti s ti? ” , P rovocazio n e 10,
conferenze stampa, un immenso tessuto di mimetizzazione sull’epopea dell’intesa p p. 1 e 5.
“ T erzo M ondo: i gulag
sempre cordiale, sulla peripezia dei crociati coalizzati questa volta per la buona cau­ del c a p ita le ” , P rovoca­
sa; cercava di spiegarci la situazione senza imbrogliarci oltre misura e con una cerca zio n e 12, 1 e 5.
buonacreanza, questo messaggio, ha cercato di far credere a tutti gli ascoltatori che “ E siste un p ro b lem a e-
b ra ic o ? ” , P ro v o cazio n e
il mondo, il genere umano, i santuari di mille e una specie, i più alti valori morali 13, p. 4.
intatti fino a quel momento e le più belle spiagge fino allora immacolate, che gli
alteri principi della società delle nazioni all’unisono per la prima volta e le assise sa­
crosante di ogni civiltà in seduta solenne erano stati apostatati da un soldataccio
intergalattico, scalzati da un massacratore dichiarato, da un matamoro riconosciuto,
messi sotto i piedi da uno spadaccino sbruffone, maltrattati da un fondamentalista
senza fondamento, sbeffeggiati da un fuorilegge in uniforme di caudillo imbevuto
della lettura del Mein Kampf, sporcati dalla villania d’un desperado inquinatore e
sterminatore, devastatore e incendiario, in breve, votato all’annientamento, da
una macchina infernale, dall’anticristo, dal nemico delle razze umana e animale.

Anarchismo — n. 69 — pagina 15
E non dimenticano di farci notare, e non dobbiamo dimenticare di confessare
a noi stessi clic tutto questo, che quotidianamente si sviluppa davanti alla nostra
sbalordita attenzione, attraverso anticipazioni e flash-backs, attraverso una copertura
in tutte le direzioni dell’opinione e il dominio teleguidato deH’aria, attraverso
brucianti testimonianze a caldo dal teatro delle operazioni, da ogni lato, non dob­
biamo dimenticare che questo spettacolo stupefacente sciorinato dalla CNN davanti
ai nostri occhi beanti e che ha qualcosa del miraggio, della fantascienza, dell’effetto
speciale e della prestidigitazione; che tutto ciò non è altro che la giusta replica, la
risposta data al momento buono, mille volte meritata, quasi sollecitata dal padrone
di Bagdad, risposta ultra precisa, chirurgica come la si è qualificata, a questa mo­
struosa dissolutezza di spirito di un cattivo genio; che tutto ciò non è altro, in fin
dei conti, che il dritto e il rovescio di un transitorio gioco al massacro, condotto
con l’abilità di un braccio vendicatore e la ferma risoluzione delle nazioni unite in­
carnanti, per una volta almeno, l’umanità?!

Cosi, pacifisti e bellicisti fra i televisionari e altri illuminati più che convinti,
la marmaglia degli esperti in arabeschi, la calca dei multi della sapienza saracena
di cui rigurgitano talk-shows e tavole rotonde, erano tutti d’accordo che si era da­
vanti a qualcosa d’innominabile, che si poteva soltanto esecrare, e che un disastro
planetario minacciava di una perdita imminente gli uomini e tutto ciò che li circon­
dava. Gettato l’anatema, gli uni si opponevano alla guerra affermando che questa
avrebbe dato luogo ad un inquinamento clic temevano totale; gli altri affermavano
di desiderare di accelerarla adducendo di potere cosi scansare la soluzione che
il fascismo tedesco aveva voluto finale. Quelli che aborrivano la guerra in nome di
una qualsiasi massima di uguaglianza che impedirebbe lo scambio del sangue col pe­
trolio (lo slogan “No blood for oil” , d’origine americana, è stato ripreso dal movi­
mento pacifista tedesco), ripudiando l’idea che potesse essere troncata una di queste
due cose sacre, non smettevano di temere confusamente, implorando una morale
“ I can i del S in a i” , P ro­ mercantile in cui ognuno potesse trovare il suo interesse, che la manna emanante ab­
v o cazio n e 14, p. 6.
‘‘R azzism o a n tia r a b o ” , bondantemente dal suolo desertico, dalla terra profondamente sacrosanta cessasse
P ro v o cazio n e 14, p. 6. di essere un dono del fondo pagato solo con belle parole. Il rifiuto di regolare
‘‘T ro p p o isterism o c o n ­
tro Israele” , P ro v o cazio ­
in liquido e in biglietti, la loro ambizione di salvare la posta in gioco e di ricavare
ne 16, p. 7. un utile non poteva mancare di nuocere, cioè di insudiciare ogni prospettiva c di farsi
‘‘C o n tro le m istificazio ­ insudiciare. E che risposta dare in effetti se si aspira solo a risparmiarsi, a qualsiasi
ni su Israele” , P ro v o ca­
prezzo, la vista di questi due liquidi fissarsi, nel loro flusso continuo, in una relazione
zio n e 16. p. 7.
‘‘N o n c h iu d iam o gli o c ­ di reciproca valutazione, di bilancio isotonico? In ogni modo, rifiutando l’equazione
c h i” , P ro v o cazio n e 16, o, almeno, il fatto di porre sullo stesso livello i due fluidi, volendo restringere al
p p . 6-7. nome, certamente, i diritti dell’uomo e della società civile, il principio del “Sangue
‘‘Un d o c u m e n to p alesti­
n ese” , P ro v o cazio n e 16, per il Petrolio’’ richiama in qualche maniera quello del taglione e quindi alili, in virtù
p p . 8-9. di questi stessi diritti, reclamano, attraverso i media, il chiassoso proseguimento, in
“ P alestin a” , P ro v o cazio ­ breve, declinando l’equivalenza di fatto di questi valori dei quali l’economia mon­
n e 19, p p . 6-7.
“ L ’in tifa d a im b a lla ta ” , diale si deve far carico, ci si ritrova presi in una situazione aporetica. Niente sangue
P ro v o cazio n e 2 0 , pp. per il petrolio! E allora, buona gente, il barile sarà a quale prezzo? Si oserebbe
10 - 1 1 . affermare che il petrolio non ha mai avuto c non può avere prezzo che lo valga, dato
“ O ltre l ’o rro re , lo sch i­
f o ” , P ro v o cazio n e 21, che semplicemente esso è là, a portata della pompa? Che esso non vale nulla, o che
p. 5. non ha prezzo del tutto, o che al di fuori di ogni prezzo?! Non sapete che il gua­
“ Im m ig razio n e e razzi­ dagno dell’emiro per ogni litro di super che versate nel serbatoio è un obolo grazie al
sm o ” , P ro v o cazio n e 22,
p. 4. sangue versato nelle alte vicende ubuesche del principe, per quanto sua altezza, lo
sceicco Jabcr Al Ahmed Al Sabah sia decisamente un buon principe, lo stesso non ha
mai concesso il carburante gratuito ai suoi sudditi, né ha loro permesso di guardare ai
poveracci delle contrade meno favorite perché lontane dal petrolio come fratelli
musulmani veri e propri. Chi ha interesse ad assicurarsi il versamento ad libitum del
vitale petrolio, può non consentire, in tutta equità, a versare sangue — il proprio,
s’intende, non quello degli altri —, ma non può onestamente farsi mettere in pen­
sione, mentre il petrolio c i suoi dollari, ravvivanti qui la circolazione come una
specie di profilassi, fanno scorrere, a grandi fiotti, il sangue fino aH’ancmia, anche
quando il cannone tace.

Anarchismo — il 69 — pagina 16
Se quindi, secondo il credo degli amici della pace universale, non ci può essere
equivalenza positiva tra queste due sostanze venerabili, sangue e petrolio (il nostro
sangue e il loro petrolio, s’intende), la formula inversa non potrebbe non essere un
fatto positivo: nessuno sfruttamento dei pozzi di petrolio, nessuno sfruttamento
delfini mensa miniera d’oro off-shore, il modo in cui vengono intesi in ogni rap­
presentazione collettiva dei benestanti delle rive fortunate, l’ex Terzo Mondo e i suoi
giacimenti naturali, rappresentazione che prediligono al punto di piantarvi, come
altrettanti fari della supremazia inventrice, altrettanti bastioni della modernità
tecnologica dell’ Occidente, foreste e foreste di trivelle perforatrici. Che un’altra
rappresentazione, d’apparenza contraddittoria, dei Paesi oltre-orizzonte e di quelli
die li popolano li mostri inghiottiti in un abisso di miseria ben lontano dai campi
elisi, puntella la formula contraria che si esprime con l’equazione semplicissima:
niente sangue, niente petrolio!
Che i pacifisti, trattati come tranquillizzatori, come paurosi dall’umore volon­
tariamente pugnace chiamato opinione pubblica, abbiano inciampato negli slogans
bellicosi dei campioni dei nostri interessi e protettori d’Israele, che abbiano sbagliato
nel corroborare gli appelli marziali all’iniziativa diretti a stanare l’usurpatore e a ri­
stabilire la legittimità, questo brontolio pretenziosamente moralizzatore, questa ri­
serva falsamente intellettuale non ha potuto contenere il desiderio imperioso di ri­
coprire l’innocente con una morale senza incertezze, occultando però l’essenziale,
l’essenza, il lucro, la cosa fondamentale. Le bandiere bianche della resa largamente
spiegate e ostentatamente issate al di sopra dei gerani margottati lungo i balconi e
le strade della Germania urbana e rurale sono stati, di conseguenza, altrettante
bandiere abbassate davanti all’assalto degli spettri della cattiva coscienza di sapersi
mercanti senza apparire tali, senza doverne sopportare le spese e i costi morali
inevitabili come davanti alle paure e alle tribolazioni di una memoria che ancora
avverte le litanie dei rimorsi per avere fallito di fronte ai mostri della storia: sguar­
niti, disarmati, disinteressati, senza alcun malanimo, non accadrà più, a questi
Tedeschi, di scoprirsi in compromissione con l’assassinio eretto a sistema, almeno
questa volta avranno avuto delle buone intenzioni. Mettere su una bandiera, ecco
l’attitudine di chi vorrebbe avere l’anima pulita, le mani pulite e il bottino in tasca,
sfogandosi sui marmocchi che in sequenze paurose pullulano nelle strade, si riversano
nei boulevards, s’intruppano nelle circonvallazioni, testimoniando in effige il candore
dei loro genitori — avendo questi provato in sorte quello che essi hanno appreso “ P acifism o e c o n fo rm i­
sm o di m assa” , P ro v o ­
come lezione d’antifascismo. Attitudine, del resto, con la quale i bravi pacifisti cazio n e 2 2, p. 2 0.
scimmiottano, fraintendendola, quella ufficiale e politica — nella persona della “ In a ttu a lità sul razzi­
quarta menzione della Realpolitik e d’un saltafossi della diplomazia internazionale sm o ” , P rovocazion e 24,
p p . 1 e 6.
—, e che fu di professare incessantemente la propria buona fede e i propri istinti “ I m o tiv i d ell’in teg rali­
pacifici, di protestare per la stretta legalità dei grandi intrecci affaristici, di eccepire s m o ” , P rovocazion e 2 5,
imperturbabilmente dal caso isolato mentre tutta un’industria era stata presa in p. 12.
“ C o n tro il n azio n ali­
flagrante delitto di avere agito di soppiatto, quindi con conoscenza di causa, di s m o ” , P ro v o cazio n e 2 6 ,
mostrare, contrita fra le macerie di qualche casa di Tel-Aviv, la sua preoccupazione p. 7.
per lo Stato d’Israele che non avrebbe più fedeli amici dei successori, figli e nipoti — “ L a g uerra sa n ta am eri-
k a n a ” , P ro v o cazio n e 26,
nipotine anche — di quelli che avevano massacrato i genitori, padri e nonni degli p. 18.
attuali abitanti, e di smorzare queste preoccupazioni con l’ostentata larghezza di una “ Il rito rn o degli assas­
grande distribuzione di bustarelle. Semplice problema, come si vede, quello di fare sin i” , P rovocazione 27,
p. 3.
girare i fondi incassati! In breve, si trattava dell’attitudine di una Germania che fa “ Ma di quale sp o rca
tanto l’ingenua, quanto la stupida, tanto l’imbronciata, quanto l’insolente. guerra p a rlia m o ” , P rovo­
cazio n e 27, p. 3.
Fallita l’eredità dell’anteguerra, lo stato d’animo del dopoguerra in Germania
alimenta ancora il pacifismo attuale, quello per così dire militante e a tamburo bat­
tente; un pacifismo, per prima cosa, da antico impiccato che non vuole sentir parlare
di corda in casa propria; poi di quelli che, tutti felici che il Paese abbia desistito,
sotto il bastone degli eserciti trionfanti, dalle antiche opinioni di ingerenza sfronta­
tamente portatrici di spada, lo credono di già defascistizzato, al riparo di ogni recru­
descenza inopinata. Fin quando si mettono al bando tutte le velleità bellicose, fin
quando l’elmetto a punta e il cappello cinese non sfileranno in gran pompa al passo
dell’oca, fin quando la società post-fascista sarà preservata dal bardarsi avventuro-

Anarchismo — ri. 69 — pagina 17


samente, dairannarsi per eccesso di tracotanza da capo a piedi, l’ossessione del
dello spettro sarà, si pensa, circoscritta, mentre si è visto, e saputo, dappertutto
che Fedisse del militare dalla vita pubblica è stata momentanea e che il progetto,
contestato non solo fra gli anziani della “Wehrmacht” , del “cittadino in uniforme”
non vuol dire che non potrebbe essere richiamato nei ranghi della società civile. Ci si
illude volentieri credendo che la rottura del militarismo alla prussiana da parte degli
eserciti alleati abbia chiuso per sempre la porta al fascismo. Esibire, sulla pubblica
piazza e in ogni momento, il proprio spirito pacifista, serve quindi a scongiurare 1
demoni del passato: cosi non torneranno più, ouf!
Una simile tesi, puramente formalista, per quanto imbevuta di una forte dose di
vissuto ancora vibrante, un simile quadro genealogico del fascismo che lo presenta
come uscito dallo spirito goliardico di una società teutonica desiderosa di costituirsi
in collettività sanguinaria, da inquadrarsi, anima e corpo, nelFinsieme di cose da fare
per prendersi cura del globo, si ricollega del tutto naturalmente con lo schema non
meno formalista clic traccia linee di relazione tra il fascismo e il non rispetto dei
diritti dell’uomo che si suppongono inveterati in Germania, spinto al suo parossismo
dall’antisemitismo sterminatore delle SS. Quindi, restare su tutti i fronti del paci­
fismo vigilante, e fare parata in tenuta da combattimento d’assiduità in tutto quello
che riguarda Fantisemitismo, questi comportamenti quasi espiatori si sono rivelati
due modi del tutto confusi insieme di significare alternativamente che non si era stati
rimproverati e corretti inutilmente e che una vera c fondata conversione ha avuto
luogo.
La guerra del Golfo fornisce la bella occasione agli apparenti antagonisti di en­
trare in lizza per sottolineare le loro antinomie c piantare nella panoplia retorica
avversaria gli aculei del proprio antifascismo rispettivo, il proprio antidoto. Cosi,
gli uni erano contro, combattendo per interposte manifestazioni o attraverso un
furbo costituzionalismo, il ritorno, a passo cadenzato, del militarismo di vecchio
stampo, trattando il campo opposto, i cosiddetti bellicisti, con le peggiori ingiurie.
Questi erano a favore, con brio e accanimento, dato che la guerra offre loro la
bazza d’accusare i cosiddetti pacifisti di essere altrettanti Chamberlain, seguaci e
sostenitori della rovina, questa volta definitiva, degli Ebrei. Dallo scoppio delle osti­
lità, i detrattori di una politica della mano forte, si vieterò promossi al grando di col-
laboratori di un Hitler redivivo e di fornitori di gas, mentre gli spregiatori della
via dolce non avevano pace se prima non fossero ristabiliti, a colpi di mazza, 1
pacifici rapporti di forza dello statu quo ante nel Vicino Oriente.
Tutti gli argomenti, dai più sciocchi ai più sottili, dai più piatti ai più sinuosi
e contorti, erano buoni per applicare alla bandiera bianca la croce uncinata, per
tramutare una calca di marmocchi presi dal panico in attesa di non si sa cosa in
coorti di ragazzi spaventati, ultimi rinforzi dei nazisti all’avvicinarsi dei carri sovietici
a Berlino, per forgiare, sulle grandi arterie dove girovagavano le turbe dei giovani
le cui preghiere di pace e minuti di silenzio cercavano di dare muscoli ad una manife­
stazione impotente, l’asse Berlino - Bagdad, riedizione appena frizzante, se si può
dire, del patto d’acciaio a misura del Levante e a detrimento d’Israele, per fustigare
1 recalcitranti a serrare 1 ranghi c per scoprire, infine, nella minima scintilla di rimo­
stranza contro le assise del nuovo ordine di cui gli Stati Uniti annunciavano colore
e luogo futuro, il deliberato abbraccio rinfocolato dal cannoneggiamento sistematico
dei valori universalmente ammessi nei costumi politici che sono libertà e democrazia
illustranti e glorificanti la pax americana. Qualche sostenitore della guerra lampo
arrivava anche a concedere che, in passato, GIs, Marines e Berretti Verdi (c le truppe
d’intervento di altro genere) avevano, qui e là, di tanto in tanto, gentilmente bruta-
lizzato qualche indigeno poco educato; altri ammettevano che i marmittoni non era­
no andati con la mano leggera, né rientrati con le mani vuote e che dappertutto dove
si recavano in delegazione, si sviluppavano commessi viaggiatori e spedizionieri di
grandi prospettive e d’interessi capitali, ma tutti reagivano violentemente contro
la pretesa di coloro che osavano affermare che 1 recenti exploits a schioppettate
nei luoghi della stessa nascita della civiltà non differivano di un iota, di un grano di
sabbia da quelli tradizionali realizzati, a titolo d’esempio, in America Latina (il

Anarchismo — n. 69 - pagina 18
Vietnam? Non me ne parlate, per favore!). Attenzione, obiettavano, questa volta ne
andava della vita del genere umano e della sopravvivenza d’Israele! Differenza di
natura, a quel che sembra, che mette subito dalla parte del torto tutti quelli che con­
testano lo spiegamento massiccio delle forze alleate, accusandoli di fiancheggiatori
dell’antisemitismo. L’audacia di questi detrattori nell’avanzare crudemente che
i fatti e le gesta degli alleati del Golfo siano stati tramati alla maniera classica, par­
tendo dal filo della spada imperiale, faceva apparire alla luce del giorno i loro tene­
brosi disegni di rifornitori delle camere a gas. Perché, per i caudatari della messa a
morte in piena regola dell’orco della scogliera mesopotamica, il cavallo di battaglia
in tutte le iniziative strategiche di attacco, il paragone quasi trascendentale in tutti
i piani operativi, questo fu lo Stato d’Israele. Era quest’ultimo la pietra di paragone,
il perno portante e lo scudo levato di ogni progetto che preparava il terreno per la
progressione militare. L’architettura tattica gli riservava un miliràb, una nicchia dove
appariva come .coagulato, al riparo di ogni pensiero profano, di ogni critica tradizio­
nale delle manovre capitaliste.
Israele, in una prospettiva di Stato d’eccezione, sembra costituire per le circo­
stanze che gli hanno dato vita, il piatto forte di ogni teoria che si propone di analiz­
zare gli orrori compatti e le attrattive insondabili di una realtà sigillata in sistema
quasi immutabile e banalizzato in un aspetto praticamente globale. E’ il frangiflut­
ti di ogni riflessione che s’indirizza verso le intenzioni dei battitori della grancassa
echeggiante in pieno deserto, poiché attaccarsi ad esso, poniamo nei termini resi
dotti dalla critica dell’economia politica, sembra ritornare a fare a pezzi, a pogromiz-
zare la vittima fatale e privilegiata, quella che, sfuggita alle camere a gas naziste,
se ne è fatta la ragione d’essere d’una propaganda agguerrita. Presentandosi come
una grande nebulosa ad effetto apotropaico, lo Stato d’Israele è come un’armatura
fatta per rendere ideologicamente invulnerabile, quasi intoccabile, il sistema dei
fini economici, a fortiori quando, paradossalmente, quello che è armatura appare
contro ogni aspettativa senza difesa alcuna, l’intero Paese pronto ad essere immolato.
Cosi, una volta concertata la logica di guerra e la messa a punto degli arsenali, dal
momento che venne scatenata la grande messinscena dell’Operazione Tempesta nel
Deserto, Israele meravigliò molti telespettatori con la sua inabituale paralisi. Questo
Paese, che aveva sempre, in simili congiunture, fatto un’eclatante dimostrazione di
virtù preventive, era adesso come colpito d’impotenza, da fare ricordare nella memo­
ria collettiva dei Tedeschi l’orribile situazione dei carri bestiame allineati nelle sta­
zioni, selezionati dalle SS e i cui vagoni sarebbero ben presto indirizzati verso il gas.
Questa estrema riduzione del Paese al punto zero, alla posizione di quello che, nei
giochi strategici dei belligeranti non può e non deve muoversi, fissato in una ripe­
titiva struttura martiriologica, aumentava la frenesia vittimista di quelli che, fino
ad essere assetati di una risposta nucleare israeliana, suonavano la campana. Nes­
sun dubbio, la struttura ripetitiva era evidente, ma che questa si affermasse preci­
samente e in maniera quasi ontologica a causa della lugubre minaccia che i’Irak fa­
ceva pesare su Israele, il quale, con la sua sola esistenza, sembrava piuttosto una
roccia di bronzo dove si sarebbero infrante tutte le ondate d’antisemitismo, un’ar­
ca fiduciaria agli antipodi di Auschwitz per tutti gli Ebrei quale che fosse la loro
diaspora — se mai questa minaccia fu più una dissuasione di caporale che una persua­
sione di capitano — questa era una tesi fra le meno evidenti. Quello che in effetti si
riproduceva fatalmente in questo conflitto trasformatosi in una strana guerra, era­
no, una volta di più, le agitazioni notorie del sistema capitalista che, cercando la
propria salvezza nella fuga in avanti, non può che esternare, con accessi reiterati di
un delirio persecutorio, le crisi nelle quali si ripercuote, esternazioni le cui ricadute
- sotto forma, ad esempio, di disparità tra questo Paese arabo facente parte del
numero dei grandi azionisti del più grande gruppo industriale tedesco e quell’altro
Paese che è uno dei più grandi compratori d’armi del suddetto gruppo —, lungi
dal potere essere messo sul conto degli inevitabili aumenti di spese, rischiava di
scalzare la stabilità del sistema stesso e minacciava di otturare una delle fonti della
sua vitalità. L’importante frangia pacifista della borghesia tedesca non potendo tolle­
rare di vedere questa stabilità capitalista crollare a causa delle contraddizioni del

Anarchismo — n. 69 — pagina 19
capitalismo, aveva celermente scomunicato queste contraddizioni immaginandosi un
presente pacifico turbato dalla guerra; ma essa si trovava subito superata dalla parte
bellicista della stessa borghesia, la quale con un atto di esorcismo, spingeva la scomu­
nica fino a preconizzare la proscrizione pura e semplice dell’escluso, fino a farne il
pericolo anticapitalista vero c proprio. E siccome può sembrare, dopo la scomparsa
del socialismo di Stato, che non vi siano principi anticapitalisti che non siano fasci­
sti, gli Israeliani non potevano essere salvati se non da un’azione risolutamente mili­
tare degli Stati capitalisti.
Il più bell’esempio di questo procedimento scatenato di dissociazione c stato
presentato da Enzensberger che voleva che la palingenesi dell’impero delle tenebre,
l’indice stesso del suo principio generatore, si trovasse nel risentimento quasi antro­
pologico di un collettivo che aveva o credeva di avere subito un’umiliazione, rancore
che sarebbe il vero organo del parto come partenogenesi del Fiihrer, del nemico del
genere umano, “quello che si fa carico di ogni energia mortale delle masse” ; guidato
come in trance da un fiuto divinatorio e infallibile, che sa operare per emozioni,
non per deduzioni, senza alcuna logica. Con l’opera che ha fatto la sua reputazione,
il buon Le Bon che sfiora il centenario, non ha smesso, è evidente, di fare proseliti
che non hanno clic da sostituire alle folle pericolose del secolo scorso i popoli temi­
bili dei nostri giorni, gli abbandonati che seminano il panico nei ranghi della comu­
nità dei benestanti e si esprimono con tutta una serie di Tamerlani barbari e detona­
tori della coesione sociale. Da un lato, quindi, l’umanità pacifica, pulita di ogni
macchia, assolta da ogni accusa, detentrice del mandato civilizzatore, in breve, la
società borghese mondiale risorta in tutto il suo candore e la sola ad avere il titolo
di società civile; dall’altra, il nemico pubblico e più precisamente l’interminabile
schiatta delle creature anfibiologiche, difformi, provocanti una rissa suicida fra i
sostenitori e la perdita del genere umano. E Enzensberger, come prova di prima ma­
no, cita la testimonianza di un ex emissario del governo tedesco degli anni sessanta
in missione segreta nel Vicino Oriente per riannodare le relazioni diplomatiche con
l’Irak, interrotte al momento della guerra dei Sci Giorni. Questo brav’uomo, nella
sua opera di relazione, ci racconta innocentemente i fatti suoi, senza sostenitori né
conclusi, restituisce nondimeno il legame intimo esistente tra civiltà borghese e
quello che questa implica di disumanità e clic costituisce, beninteso, la conduzione
del tutto normale degli affari. Quest’uomo, osservando la solidarietà ostentata con
Israele in questi giorni gloriosi, supponeva semplicemente che la si stesse patteg­
giando con una compagnia di emuli zelanti del nazismo, di già signori a Bagdad.
Questo piccolo post-scriptum che Enzensberger presenta come un trofeo in appoggio
della sua tesi secondo la quale, extra muros del campo capitalista, non ci sono che
scompigli di Hitler in germe, dimostra come meglio non si può, che se gli Hitler si
ripetono incessantemente, è che sono le creature di serie di un sistema economico in
cui essi sono sia redentori, sia spettri granguignoleschi.
Rolf Schubert

Anarchismo — n. 69 — pagina 20
Rivalutazione della polizia

La concezione moderna della polizia, per quanto strano possa sembrare, è tale
proprio perché regge un significato restrittivo, cioè si chiude all’interno della pubbli­
ca sicurezza, della sicurezza dei cittadini. Oggi si parla di polizia proprio perché è
diventato possibile staccare un’attività politica di natura differente, cioè come orga­
nizzazione del potere statale in senso più ampio e sufficientemente astratto. Non è
senza interesse guardare all’evolversi di questa distinzione, anche perché essa potreb­
be avere ormai fatto il suo tempo e si potrebbero ripresentare, come di fatto si an­
nunciano, tentativi di accorpamento tra le due attività di potere.
I Greci non possedevano una polizia, né avevano l’idea di un sistema organiz­
zato di pubblica sicurezza. Anche i Romani ne mancavano e vi supplivano con la me­
desima struttura politica dello Stato, da cui l’antico termine politia, ricalcato dal
greco politeia. In epoca moderna, per trovare teoricamente una concezione della
polizia nel senso della sicurezza interna occorre arrivare all’epoca dei teorici della
Ragion di Stato, cioè Boterò e altri. Nel secolo scorso, in Italia, il Tommaseo poteva
addirittura considerare come assente dalla lingua italiana il termine polizia e valu­
tarne l’uso come qualcosa di scorretto, un grechismo da condannare. Frattanto, di
fronte ai problemi linguistici, la pratica dei delegati di polizia andava diffondendosi
e, il fatto, come sempre succede, sostituiva la teoria. Gli Inglesi si preoccupavano,
nel Settecento, di distinguere tra police, intesa come governo di una città, di un
luogo, e policy, l’arte del governo di un regno o del “commonwealth”, dove la di­
stinzione si ripercuote anche dalle nostre parti con quelle due attività che vennero
precisate reciprocamente come “ bassa” e “alta” polizia.
Di queste incertezze pratiche e teoriche, dove non era secondario il problema
della virtù da ricercarsi nell’alta polizia, mentre nella bassa ogni commercio di ma­
nutengoli veniva tollerato, si vede ancora l’eco moderna nelle incertezze teoriche “ Mass m edia e violenza
p o liziesc a” , P rovocazio ­
che si collegano al termine politica. L’antica politeia ignorava il problema della ne 3, p. 3.
sicurezza pubblica, perché poteva limitarsi alle regole e alle formule in base alle “ U no s p e tta c o lo di c o n ­
quali si vive insieme in una comunità, ricca certamente di conflitti, ma dove i con­ se n so ” , P ro v o cazio n e 7,
p. 6.
culcati avevano uno stato loro irrimediabile, la schiavitù, che non poteva far pensare “ A ntagonisti e zo in b ie s”
a ribellioni se non talmente estreme da attenere direttamente alla guerra civile. Né P rovocazione 10, p. 9.
custodia di beni e persone potevano far sorgere problemi attuali, quando la maggior “ D isintegrare il c o n tro l­
l o ” , P rovocazione 11,
chiarezza della distribuzione di classe permette di identificare consistenti masse di p. 7.
persone fortemente in credito di beni, e quindi vogliose di rimettere la bilancia in “ Le ‘teste d ’u o v o ’ del
pareggio, in qualsiasi modo. E la paura che questa pressione enorme ha provocato c o n tr o llo ” , P rovocazio ­
ne 12, p. 6.
non ha fatto solo allargare le viuzze medievali (dove ci si difendeva agevolmente “ S ta z io n e c o m a tic a ” ,
dai saccheggiatori e dai pirati, e poco agevolmente da una sommossa popolare), P rovocazione 13, p. 10.
“ La psicosi della c a ta ­
ma ha creato corpi permanenti di pubblica sicurezza. s tr o f e ” , P rovocazio n e
Lo Stato moderno, astrattamente, giustifica se stesso come unico garante della 19, p p. 1-2.
condizione “civile” che consente ai cittadini la certezza della propria esistenza fisi­ “ O riz z o n ti e lim iti” ,
P rovocazione 19, p. 4.
ca, priva da attacchi ingiusticati. Questa finzione trova, di volta in volta, limiti di “ L ib e rtà in c o n d iz io n a ­
applicazione mutevoli in conseguenza dei rapporti di forza consentiti dallo scontro t a ” , P ro v o cazio n e 21,
di classe, comunque, al di là di questi mutamenti, trova anche un limite concreto p. 11.
“ L ’in d u stria bellica n el­
nell’istituzione poliziesca. Il fondamento fittizio non sta tanto nella pretesa di l ’E u ro p a U n ita ” , P rovo­
garantire, perché lo Stato in effetti garantisce mediamente qualcosa e non solo ai be­ cazio n e 2 1, p. 17.
nestanti, ma nella pretesa di indicare, nello sviluppo storico progressivo delle istitu­
zioni di sicurezza, un miglioramento certo della convivenza civile. La polizia, co­
me attività statale non è sfuggita, nei moderni Stati democratici, a questa illusione
storicista, per cui oggi sembrerebbe potersi concludere, e di fatto in questo modo si
conclude ad ogni nuovo attacco fuorilegge, che tanto più si sviluppa la polizia, tan­
to più aumenta la sicurezza, equazione che si dimostra errata non appena viene posta
con un minimo di correttezza non ideologica.
Nelle linee di sviluppo attuale dello Stato, nell’ambito delle grandi potenze
post industriali, sembrerebbe legittimo individuare movimenti riorganizzativi delle

Anarchismo — n. 69 — pagina 21
attività di polizia in senso stretto, eioè di pubbliea sieurezza, e eiù al di là delle isti­
tuzioni specifiche che queste attività svolgono diciamo da un secolo e mezzo a que­
sta parte. Sono due i corpi statali che sembra stiano per essere coinvolti: l’esercito e
le comunità locali dei cittadini. Quest’ultima espressione della vita in comune, su
cui si hanno poche considerazioni che non siamo macchiate di preconcetti deter­
ministici, andrebbe studiata a fondo e non ne possiamo trattare qui in dettaglio. Vo­
glio solo dire che strutture, poniamo, come i sindacati e i partiti, o come i comitati
di quartiere, per finire nelle parrocchie o nei gruppi polisportivi di zona, sono di già
mature per assumere un ruolo preventivo poliziesco, supportando nei fatti le attività
repressive dirette. La televisione, integrandosi con i programmi di coinvolgimento
in atto nelle scuole e in tutte le altre attività sussidiarie del tempo libero, stanno
a poco a poco rendendo possibile tutto ciò.
L’esercito, da parte sua, sta velocemente trasformandosi in corpo di polizia
interno. Sulle modificazioni riguardanti l’assetto politico internazionale, verificatesi
in questi ultimissimi anni, tutti siamo sufficientemente edotti, quindi non vale la
pena fornire dati, ma pochi penso stiano riflettendo a fondo sul significato di una
trasformazione del militarismo tradizionale nel senso poliziesco vero e proprio. Le
preoccupazioni di pubblica sicurezza si allargano, nello stesso momento in cui i
compiti tradizionali dell’esercito si restringono all’interno in quanto fattispecie
poliziesca. Ne risulta che questa restrizione che potrebbe fare mugugnare qualche
vecchia pelle nostalgica delle parate militari, corrisponde di fatto ad un allargamento
delle funzioni militari e, per un altro verso, ad una forma tutta moderna e impensa­
bile appena qualche anno fa, di militarizzazione della società.
Ciò fa apparire inadeguato il discorso antimilitarista cosi come l’abbiamo impo­
stato fino ad oggi, raffrenato nell’antagonismo fittizio verso simboli e divise, bandie­
re e giaculatorie. Come spesso accade, più si sta attenti agli effetti esteriori, meno
si capisce dove ci stanno indirizzando senza farcene accorgere. La funzione di polizia
torna a diventare implicita al termine professionale della politica, e lo Stato che cor­
reva il rischio di apparire stupidamente repressore, se ne viene fuori rifondandosi
completamente tutto sulla repressione, ma di nuovo conio. La tutela della società
intesa come “bene comune” serve, ancora una volta, a contrabbandare la tutela
esclusiva degli interessi di una parte della società contro le pretese dell’altra parte.

Le trasformazioni produttive della società post industriale rendono quindi


indispensabili altrettante modificazioni nel complesso istituzionale delle forze ar­
mate di un Paese democratico di considerevole importanza e di una certa dimensio­
ne. La funzione di polizia interna, quindi di ordine pubblico, rimbalza direttamente
a livello internazionale, producendo interventi di polizia nei riguardi di Stati che si
trovano in una posizione economica subalterna e che quindi possono presentare
clementi di instabilità politica ed economica. Cambia la mentalità militare come
cambia la formazione del complesso industriale e militare. Adesso gli eserciti non
si proiettano più nella fase classica di difesa, ma cercano di prevenire possibili
movimenti interni ed esterni, ponendo le basi per interventi ortopedici anche a me­
dio termine. Il concetto stesso di difesa si allarga e viene a sovrapporsi a quello di
interessi produttivi del singolo Paese o dei diversi gruppi di Paesi che si fronteggiano
in una mai sopita concorrenza economica. Lo spazio per la circolazione di una deter­
minata tecnologia, corrisponde più o meno esattamente a quel primitivo e arcaico
modo di concepire lo spazio vitale che a suo tempo dette vita all’avventura hitleriana
verso Est. Ciò riporta allo scoperto i legami che esistono tra le maggiori aziende in­
dustriali e le forze armate, legami che si concretizzano sia nella rotazione delle com­
messe come nella collaborazione reciproca, scambi di personale, interventi politici,
autorizzazioni, funzioni esecutive di controllo e tutela interna ed esterna. 1 proces­
si produttivi finiscono così per compenetrarsi con gli interessi c le prospettive mi­
litari, con assumere decisioni in contemporanea, in quanto eventuali valutazioni
errate potrebbero danneggiare le intenzioni e i progetti di una delle due componen­
ti, per concludere con una gestione coordinata anche delle condizioni di allarme in
cui bisogna tenere la società allo scopo di rendere legittime e possibili non solo le

Anarchismo - n. 69 — pagina 22
decisioni produttive, ina anche le coperture militari spacciate come strumenti per
mettere fine a quell’allarme.
L’antica ipotesi, cara alla sociologia americana degli anni Trenta, di uno Sta­
to guarnigione, dove tutta la vita sociale è dominata da ideali e provvedimenti di
tipo militare, risulta assolutamente lontana dalla realtà degli Stati capitalisti avanza­
ti di oggi. Ma, osservando bene, lo Stato guarnigione sussiste anche se ha smesso,
almeno nelle sue manifestazioni più odiose, di suonare tamburi e calpestare selciati
al passo dell’oca. E questo permanere degli ideali militaristi si è incrementato, pro­
prio perché più nascosto, quindi più cosciente e più subdolo, per cui più difficile
da denunciare. Il dominio si trova di fatto, in queste formazioni statali, nelle mani
di una minoranza unificata, in cui l’espressione economica, militare ed esecutiva
sono separate solo formalmente. Senz’altro oggi non ci sarebbe un’industria avvia­
ta a sostituire le proprie strutture con la conversione al terziario, se non ci fossero
stati gli investimenti e le ricerche belliche, per cui a ben ragione possono dire i
fautori del progresso pompato dalla guerra, che se questo è progresso esso è stato
determinato dal preparare e dal fare, senza soluzione di continuità, guerre e ancora
guerre. Ma tutto questo è progresso? Pensiamo di no.
Sarebbe interessante studiare i passaggi che si stanno realizzando tra le vecchie
collocazioni produttive, dovute ad un rapporto diretto tra grande industria —dotata
di impianti fissi — e commesse militari; tra queste commesse e i progetti tecnologi­
ci di guerra; e, infine, tra la guerra moderna, così come l’abbiamo vista in atto nel
Golfo, recentemente, e il passaggio dalla produzione industriale a quella post indu­
striale. Resta da vedere se l’antica ideologia militare scomparirà del tutto, trattan­
dosi di una zavorra fra le più pesanti da buttare via. Di questo i tecnocrati al potere
sono convinti, meno convinti sono i militari stessi che temono, buttando a mare le
stellette e i simboli uniformati, di vedersi privati di alcune prerogative secolari che
fanno comodo e che in tempi di formalismi grami tornano utili come surrogato
di risultati economici più concreti che nella logica della spartizione ineguale non
sempre riescono ad accaparrarsi. Un passo in questa direzione sta avvenendo a livel­
lo d’istruzione tecnica fornita ai quadri militari dirigenti. Questi frequentano in so­
stanza gli stessi masters dell’economia e della politica e ricevono, più o meno, la
medesima istruzione privilegiata. Tutto ciò, con un pizzico in meno di tradizionali­
smo potrebbe fare avanzare di molto il dominio sostanziale del complesso militare,
permettendogli una migliore integrazione nell’insieme della formazione politica ed
economica dei grandi Stati democratici di oggi.
E, per dirla con Tacito, sine ira et studio, sarebbe bene andare un po’ oltre
le nostre analisi sul problema militare.

Anarchismo — n. 69 — pagina 23
Ahinoi! Los Angeles

Nessuno futuro. Dalla rabbia e dalla distruzione, visibili attraverso quel cortile
generalizzato in cui si è rimpicciolito il mondo oggi a seguito della gestione a tappe­
to del bombardamento informativo, esce questa semplice indicazione. Nessun futuro
per le masse ridotte alla miseria, agli espedienti della strada, ad una sopravvivenza
da incubo in un contesto urbano da incubo, ma anche per le minoranze privilegiate,
costrette sempre di più a fare i conti con pretoriani imbecilli e maneschi in una rigida
chiusura dentro roccaforti non del tutto rassicuranti.
Non so se questa rivolta, l’ultima in ordine di tempo, anche adesso non defini-
tavcmentc sopita, possa considerarsi un segno della coscienza di riscatto della popo­
lazione afro-americana, concetto che è stato dettagliatamente messo avanti da
commentatori lontani da una visione politica degli avvenimenti, ma che pecca, a
mio avviso, di almeno due errori: primo, il concetto di riscatto mal s’accompagna
alla violenta manifestazione d’insopportabilità che invece è leggibile nei fatti, con
un’evidenza da pugni in faccia; secondo, non si possono definire afro-americane
fasce di popolazioni che si qualificano meglio non tanto per la loro appartenenza
etnica, e quindi per il colore della pelle, quanto per la loro lontananza da linee di
reddito che scorrono altrove, nei luoghi privilegiati della gestione produttiva degli
Stati Uniti, prima potenza economica e militare.
“ B ru ciam o la s c u o la ” . Ecco perché bisognerebbe dare letture differenti ad avvenimenti lontani nel
P ro v o cazio n e 1, p. 7.
“ S co n tri di C a p o d an n o ” ,
tempo quasi trent’anni, come le rivolte del 1965 c quelle di oggi, e vedere in che
P ro v o cazio n e 1, p. 8. modo queste popolazioni ghettizzate di oggi si differenziano da quelle, che la miseria
“ S c o n tri a L o n d ra c o n ­ diventando matrice comune fa correre il rischio di trasformare tutte le vacche nel
tro M u rd o c h ” , P ro v o ca­
zione 2, p. 8.
colore grigio della sera.
“ In su rrez io n e anti-nu- Alcune componenti dei movimenti insurrezionali del passato americano, di­
cle a re ” , P ro v o cazio n e 4, ciamo precedenti all’esplosione di dissenso contro il Vietnam, si sono sostanzial­
p. 10.
“ G h e tto ” , P ro v o cazio ­
mente indirizzate verso due argini di recupero ancora oggi visibili. Prima di tutto,
n e 6, p. 9. il pacifismo delle grandi manifestazioni democratiche, oggi diretto ad alimentare
“ B lack o u t m e tro p o li­ la debole candidatura di chi vorrebbe sostituirsi al condottiero della Casa Bianca.
ta n o ” , P ro v o cazio n e 9,
p. 8.
Poi, le organizzazioni rivoluzionarie di stampo marxista, le quali sono nel tempo
“ M o vim ento aggressivo” evolute (o involute, secondo i punti di vista), verso le bande di quartiere, dirette
P ro v o cazio n e 9, p. 9. al controllo mafioso del territorio, con il corteggio indispensabile di piccole e gran­
“ La nuo v a c o n te s ta z io ­
ne n e ra ” , P ro v o cazio n e
di violenze. Quella parte rimasta indenne, è sopravvissuta come condizione di fatto,
11, p . 4. come risposta immediata e sempre imprevedibile, alle prevedibili scelte gestionarie
“ Il sab o tag g io sociale del potere. 1 neri conquistano larghi spazi politici, sono rappresentati da gente
non è m ai te rro ris m o ” ,
P ro v o cazio n e 12, p. 3.
del medesimo colore in quelle fasce importanti della politica periferica americana,
“ T en sio n e in Irla n d a ” , fasce che in un Paese come gli Stati Uniti hanno larga autonomia dal potere centra­
P ro v o cazio n e 12, p. 5. le, ma non hanno fatto altro che consegnare nelle mani di una occhiutissima borghe­
“ R a zzism o ” , P ro v o ca­
zio n e 14, pp. 1 e 2.
sia nera i residui polverizzati delle loro antiche speranze.
“ 11 fen o m en o h o o lig a n ” , Nuda c senza fronzoli, la realtà è questa. Larghe fasce di esclusi s’indirizzano
P ro v o cazio n e 15, p. 6. sempre di più verso un futuro di reclusione, controllo e impoverimento, prima di
“ R ep ressio n e e lo tta in­
su rrezio n ale in P alesti­
tutto culturale, poi anche materiale. Stentiamo a renderci conto di' questa progres­
n a ” , P ro v o cazio n e 16, sione di valori, noi abituati a mettere prima la pancia e poi la testa, sulla scorta dei
p. 3. gloriosi movimenti del secolo scorso, tristamente inadeguati, come ha dimostrato
non tanto lo stupido recupero fascista della prima metà di questo secolo, quanto
l’intelligente recupero partecipativo di questa seconda metà. Povere intenzioni
smarrite, ormai incapaci anche di guardare nell’orto florido dei vicino, spenti
gli stimoli del riscatto, della rivendicazione, restano solo quelli della nocività. La
distruzione, non una piccola offerta, per favore. La distruzione, l’unico viatico
capace di saziare il moribondo. Aspettare capillarità sociali improbabili, diventa
ogni giorno meno logico. Fuori in strada! Combatti se non vuoi che ti si cancelli
dalla faccia della terra, fornendoti il minimo per vivere, c le occasioni opportune,

Anarchismo - n. 69 — pagina 24
molte in un giorno, per farti ammazzare cercando qualcosa di tuo nella grande ve­
trina propositiva del mercato videocomandato. Fuori! Non c’è nulla da perdere,
le occasioni sono davanti agli occhi di tutti, a migliaia. Quattro poliziotti bianchi
che picchiamo un povero nero. Come ieri, come l’altro ieri, e come ogni santo gior­
no del calendario. Perché questa occasione e non quella di ieri o dell’altro ieri. Non
c’è una risposta a questa domanda. Perché è troppo tardi per aspettare. Dove sta
la giustizia? Non quella dei tribunali, ma quella vera, distributiva, che le manifesta­
zioni gocciolanti lacrime di ieri, ancora ricordi cocenti nel cuore di molti anziani,
promettevano, facevano quasi toccare con mano. Dov’è la medicina radicale promes­
sa dai leaders rivoluzionari che obbligavano a quattro ore di ginnastica giornaliera,
alternate a due ore di canto corale e a due di lettura dei testi sacri del marxismo più
bieco? Adesso sono li, che circolano nei ghetti nelle loro limousine nere, senza ar­
rischiare il naso fuori dal quartiere, che li farebbero fuori, poliziotti e killers di ban­
de rivali. Da queste parti, per chi ha un certo colore nella pelle, Marx è andato in
soffitta un poco prima. Triste conclusione dettata dalla fame. Come quella di tanti
siciliani che arrivavano alla fine del secolo scorso a New York e non capivano nem­
meno la domanda: “what’s your name?” , che veniva posta loro all’arrivo da parte
dei funzionari doganali, per giungere, dopo pochi anni, a dominare la scena delle
attività illegali in tutto lo Stato, fino a controllare non pochi organi istituzionali.
Guai a lasciarsi prendere dall’entusiasmo per simili capacità di sopravvivenza. La
conclusione è sempre triste.
Certo, nessuna medicina è troppo amara per il moribondo, per cui qualsiasi
cosa può star bene a chi non sta bene del tutto. Ma si tratta di canali di recupero
verso cui s’indirizzano le forze altrimenti incontrollabili della rabbia e della vio­
lenza. Invece di farsi conciare la pelle dalla polizia, preferiscono comprare gli agenti
con i proventi dello spaccio e delle estorsioni. Questa una possibile prospettiva, di
già in atto. Cantare salmi all’incontaminata forza dell’insurrezione popolare, signi­
fica non rendersi conto dei meccanismi di recupero in atto. 1 movimenti pacifisti e
religiosi, ad esempio, le espressioni politiche die danno una mano a far tacere la
bestia delle viscere. E ci riescono, ed anche con poco. La dignità non vive da queste
parti. Il braccio alzato nel gesto in armi è esplosione non progetto. Non può genera­
lizzarsi organicamente, quindi coglierà sempre di sorpresa tutti gli ascoltatori del pre­
sunto grande cuore delle masse sfruttate in [Link] è più tempo di agiografie.
Non vedete il piacere dei figlioli e del pane, miserrime condizioni di vita, attecchire
tanto velocemente? Quale pazzo amerebbe vivere sempre sulle barricate? Quando
arriva l’estate della rivolta, cinquanta, cento fiori purpurei nascono per le strade, si
fanno giganteschi, e impensieriscono gli inclusi, suscitando le isterie dei picchiatori
“ D ivam pa la riv o lta n e­
in divisa. Volti mostruosi si affacciano allora allo scoperto. Entrano nei negozi, vi ra a M iam i” , P rov o ca­
saccheggiano la roba migliore, e più inutile. 1 simboli del benessere sognato si trasfe­ zione 19, p p . 1-2.
riscono per breve tempo, vengono disseminati sul selciato. Denti digrignano, pietre “ La violenza della m i­
se ria ” , P ro v o cazio n e 21,
volano. E’ una resurrezione della carne.. p. 9.
Ben altro il discorso della tradizione, quella rivoluzionaria beninteso, comunque “ USA: dro g ati di rep re s­
sio n e ” , P rovocazio n e
altrettanto codificata. La debolezza e l’emarginazione gridano vendette rivendicati­ 2 2, p p. 10-11.
ve? Non lo so proprio. Non credo sia questa la strada per attendere l’alba del riscat­ “ Le radici del razzism o ”
to. Forse la crescita a dismisura della ricchezza, il divario tra chi diventa sempre più P rovocazione 2 2, p. 18.
“ S iam o tu tti ra z z isti” ,
povero e chi sempre più ricco? Non lo credo. Le tecniche di traslazione verso fasce P rovocazione 2 2, p. 18.
sempre sufficientemente lontane di miseria, rende possibile una circolazione sotto- “ C ronaca di u n a riv o lta
cutanea di soluzioni economiche spesso insostituibili. Difficili, e marginali, i casi di in d ia n a ” , P rovocazio n e
2 6, p. 8.
irrimediabile miseria. Comunque in grado di alimentare abbracci col boia piuttosto
che subitanee rivolte sanguinose, rendiconto in faccia a responsabili in divisa e senza.
Dobbiamo abituarci a ragionare all’incerta luce delle probabilità, dimenticandoci
le chiarezze del passato, anche perché finalmente abbiamo scoperto che chiarez­
ze non erano. La generalizzazione insurrezionale non può trasformarsi in un mito da
sostituire all’antico lavoro della talpa, al determinismo storicista che considerava le
batoste di oggi altrettanti passi avanti in vista dei successi di domani.
Difficile da sconfiggere questa mentalità. Giura su di un meccanismo di cui
per altro non abbiamo bisogno. Non ci occorre sacralizzare le rivolte. Non siamo

Anarchismo — n. 69 — pagina 25
i nuovi monaci clic preparano incunaboli ad uso dei futuri anacoreti, strofinatori
di lampade e cercatori di geni. Ora e subito vogliamo la distruzione, e vi lavoriamo
incontro, e prestiamo attenzione alle rivolte, quando le alterne vicende del caso ci
impediscono una diretta partecipazione, e facciamo ciò anche perché non se ne
perda memoria, ma non confidiamo in nessun meccanismo capace di lavorare al no­
stro posto. Pensare che il futuro stia tutto nella rivolta è un errore. Sarebbe un so­
stituire imbroglio ad imbroglio. La rivolta è disposizione dello spirito, appassionan­
te scatenarsi delle pulsioni umane verso la libertà, ritrovamento e abbandono ili
istinti e sentimenti comunitari al di là di ogni rassodamento d’ambiente e di ma­
niera, se non di comodo c di chiacchiere. Ma il futuro degli sfruttati non s’indirizza
in una visione apocalittica di rivolta permanente. La conflittualità di cui abbiamo
spesso parlato, e la sua costante permanenza, si racchiude e si comprende solo a
livello delle lotte intermedie, ed assume caratteristiche rivendicative, anche se con
strumenti, e perfino con scopi, rivoluzionari. Ma sempre circoscrivibili alle condi­
zioni dello scontro, alle forze in gioco, nel momento dato, c a tutte le relazioni che
da
da quel momento si dipartono, in grado di riannodare tensioni precedenti e possibili
sbocchi susseguenti. La rivolta è altro. Può venire fuori dal lavoro intermedio, c
può non venire fuori. La spettacolare intensità di Los Angeles in fiamme non provie­
ne da un crescendo rivendicativo all’interno del quale una minoranza specifica è riu­
scita a determinare il salto rivoluzionario della qualità. Proviene da percorsi che al
momento ci sono sconosciuti. S’indirizza verso conclusioni che non sono mai quelle
da noi desiderate, da noi rivoluzionari, e quindi sistematicamente queste situa­
zioni se non ci sbalordiscono ci sollecitano a fornire spiegazioni.
Fornire spiegazioni è il nostro mestiere. Ci siamo attaccati come lo storpio
alle sue grucce, non sappiamo farne a meno. Ma Los Angeles non ha bisogno di
spiegazioni. Quest’articolo lo scrivo in buona fede, nell’intenzione di non fornire
spiegazioni o, se si preferisce, di fornire una spiegazione del perché mi sono convin­
to della necessità di non fornire più spiegazioni. Siamo convinti che non c’è futuro,
che la società post industriale non ha futuro, ma non vogliamo ammettere che que­
sta mancanza di progetto positivo passa anche all’interno del progetto negativo, cioè
distruttivo, tanto per intenderci. Se il grande capitale, con le straordinarie scoperte
di recupero dell’era elettronica, scoperte che lo hanno tirato per i capelli dalla
trappola produttiva dove si era andato a ficcare negli anni Settanta, non riesce a
trovare formule progettuali soddisfacenti, e di questo ci diciamo, e siamo, certi;
perché mai dovremmo essere certi che la formula risolutiva l’abbiamo noi, e sta nel­
la rivolta? Perché mai un futuro di rivolta dovrebbe costruire il mondo della pace e
della libertà? Può senz’altro costruirlo, e questa possibilità si contrappone alle
possibilità del grande capitale di costruire la sua utopia megagalattica di dominio,
possibilità contro possibilità, non certezza del fallimento nemico c certezza della
nostra riuscita di rivolta. Nessuno qui ha certezze, non c’è nessun sole dell’avvenire
che sorgerà garantito dietro le colline. Noi non abbiamo bisogno della ninna nanna
cantata mentre con la coda dell’occhio si sorveglia l’acqua del tè, non abbiamo biso­
gno di una fede, non siamo orfani, né siamo vedove, siamo uomini, siamo donne
capaci di rifiutare i fantasmi ortopedici del passato, tutti i fantasmi, anche quelli
più sottili e insinuanti, e proprio per questo più confortanti e difficili da abbando­
nare. Non abbiamo nessun credo su cui giurare, nemmeno il credo della rivolta,
se questa bellissima attività dell’uomo deve diventare un luogo di culto e un modello
ideale di comportamento. Se deve diventare tutto ciò la rifiutiamo, rifiutiamo anche
la rivolta, in quanto addomesticata nel meccanismo liberatorio, garantito dalle leggi
intrinseche che lo regolano, non è più rivolta.
Los Angeles è stata veramente una “risposta” , specialmente una risposta, sia
pure spontanea, alle violenze della polizia? Non lo so. Non arrischierei una deduzio­
ne causale di holmesiana memoria. Chi si ferma a dettagliare i comportamenti della
polizia di Los Angeles, denunciandone il comportamento razzista e nazista fa cosa
lodevole, ma delle due Luna: o dice cose di già risapute in tutto il mondo, all’interno
delle quali il dettaglio tecnico dei mezzi e della ferocia finisce per diventare folclore

Anarchismo — n. 69 — pagina 26
oppure pensa di potere individuare una straordinaria capacità repressiva, tale da
suscitare le condizioni stesse della rivolta. Senza volerlo, illustrando la grande catti­
veria del nemico, scendendo fin nei minimi particolari, ma non andando oltre, alle
radici reali del problema, si finisce per spostarlo questo problema, rinviandolo ad
una prospettiva mitica, l’altra faccia della medaglia della propaganda ufficiale che
considera Los Angeles, e non solo questa metropoli, teatro continuo di violenze
e grassazioni. Penso sia necessario vedere con maggiore lume critico questi rapporti
di forza e non osservarli dal balcone, poniamo, del livello di scontro di una città
come Milano o Roma. Di già, una grande metropoli come Londra, propone condi­
zioni di vita differenti che se non arrivano a quelle di Los Angeles si pongono a li­
velli di ferocia quotidiana, generalizzata e spesso indiscriminata, che per il momento
appaiono sconosciuti in Italia.
Quello che voglio dire è che non bisogna cadere nella trappola che gli stessi
grandi organi d’informazione ci forniscono, a nostro uso e consumo, trappola che
illustra le condizioni dello scontro in atto in un’aura mitica, idonea a spaventare
la gente e quindi prepararla ad accettare sempre maggiori livelli di controllo. Gli
elicotteri e le retate in stile sudamericano, la presenza poliziesca nel territorio, l’im­
piego di mezzi idonei ad una città estesissima come Los Angeles, la mentalità della
guerra fra bande, cui la polizia si è facilmente adeguata, costituendo questo livello
dello scontro un modo come un altro, e forse migliore di un altro, di avere par­
tita vinta nei riguardi delle grandi masse che potrebbero decidere una rivolta di tipo
diverso; tutto ciò è normale amministrazione nelle condizioni della società metropo­
litana degli Stati Uniti. Lo stesso tipo di equivoco, ovviamente tessuto su richiesta
del potere, circola dalle nostre parti a proposito della mafia. La recente, e spetta­
colare, eliminazione di Falcone e compagnia, ha rilanciato il gioco. Si mitizzano al
massimo le possibilità delle organizzazioni maliose, le quali esistono, in Sicilia e fuori
dell’isola, fanno i loro affari in stretta collaborazione con uomini e strutture dello
Stato, ma quasi sempre sono ben diverse da come li dipinge l’iconografia di regime
e la monotona fantasia dei giornalisti. Comunque, non prolungando il paragone che
ci porterebbe fuori del nostro discorso, resta la necessità di non dare eccessivo spa­
zio a quell’insieme di dati che pur essendo reali, —e questo resta da vedere perché le
nostre fonti sono comunque sempre le stesse che vengono gestite monopolisticamen­
te dal potere, — alla lunga, proprio per la loro consistenza, per la loro autonomia
dalle condizioni effettive dello scontro, per la loro lontananza da quelle cause reali
che, in quanto rivoluzionari, vorremmo conoscere e non solo spettacolarmente ave­
re sotto gli occhi, come qualsiasi altro consumatore di televisione, finiscono per
coprire l’evento, consegnandolo all’agiografia più che al fatto insurrezionale, che poi
è il solo che ci interessa.
Purtroppo, anche noi anarchici abbiamo smarrito l’abitudine a penetrare den­
tro i fatti sociali, seguendo i sentieri giusti, che non sono sempre, e necessariamente,
quelli suggeriti dal potere e dai suoi strumenti informativi, come non sono neanche
direttamente il contrario. Avendo smarrito una nostra antica autonomia di giudizio,
ce ne andiamo in giro a vedere lucciole per lanterne, suonando la grancassa invece di
accendere i lumi dell’intelligenza critica, attività che in altri tempi ci contraddistin­
gueva, quando ad esempio da un piccolo fatto riuscivamo a trarre analisi di vita e
insegnamenti di portata cosmica. Oggi, al contrario, da grandi fatti, che una volta
avrebbero acceso le capacità liriche di poeti e romanzieri, non riusciamo a trarre
che il modestissimo parto di un elenco di fatti, di marche d’elicotteri, di poliziotti
scesi in campo e di tecniche sbirresche.
E Los Angeles non è stata tutto ciò. Perché addomesticare questi fatti? Perché
obbligarci a leggere gli avvenimenti sempre sotto l’egida del di già visto. Acta est
fabula, la commedia è finita. La realtà è la prossima rivolta, speriamo di essere
presenti, ma speriamo anche di sapere evitare di darci l’incarico di spiegarla ai
posteri. Che strano mestiere il nostro, di portare intorno al mondo un lume, come
l’antica ancella della favola, e non accorgersi quanto spesso ci limitiamo a girare in
ordinato cerchio. Spezziamoli una buona volta, modelli e abitudini, coraggiosa­
mente. La rivolta è anche questo.

Anarchismo — n. 69 — pagina 27
Stampato in proprio.
I Catania, Giugno 1992.

Anarchismo — n. 69 — pagina 28
ANARCHISMO
Bimestrale
Anno XVIII - n. 69, 1992 - Lire 3.000
Redattore responsabile: Alfredo M. Bonanno
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Registr. Trib. di Catania n. 434 del 14 gennaio 1975.

sommario
pagine 1-7
Dell’improbabilità sociale
pagina 8
Della difficoltà d’insultare
pagine 9-11
Dalla virtù alle tangenti, e ritorno
pagina 12
L’amore e la morte
pagine 13-14
Le modificazioni del militarismo
pagine 15-20
Il Golfo e la palingenesi dell’impero delle tenebre
pagine 21-23
Rivalutazione della polizia
pagine 24-28
Ahinoi! Los Angeles

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