Giovanni Faldella
Rovine
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QUESTO E-BOOK:
TITOLO: Rovine
AUTORE: Faldella, Giovanni
TRADUTTORE:
CURATORE:
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CODICE ISBN E-BOOK: n. d.
DIRITTI D'AUTORE: no
LICENZA: questo testo è distribuito con la licenza
specificata al seguente indirizzo Internet:
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COPERTINA: n. d.
TRATTO DA: Rovine / Giovanni Faldella. - Milano :
Tipografia ed. lombarda, stampa 1879. - 211 p. ; 19
cm
CODICE ISBN FONTE: n. d.
1a EDIZIONE ELETTRONICA DEL: 4 agosto 2025
INDICE DI AFFIDABILITÀ: 1
0: affidabilità bassa
1: affidabilità standard
2: affidabilità buona
3: affidabilità ottima
SOGGETTO:
FIC029000 FICTION / Brevi Racconti (autori singoli)
FIC045000 FICTION / Vita Familiare
CDD:
853.8 NARRATIVA ITALIANA. 1859-1900
DIGITALIZZAZIONE:
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REVISIONE:
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IMPAGINAZIONE:
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Indice generale
Liber Liber...................................................................... 4
ROVINE RACCONTO BIOGRAFICO.........................3
AD ACHILLE GIOVANNI CAGNA.........................4
ROVINE RACCONTO BIOGRAFICO.....................6
I...............................................................................6
II.............................................................................8
III............................................................................9
IV...........................................................................11
V............................................................................15
VI.......................................................................... 16
VII.........................................................................17
VIII.......................................................................23
IX.......................................................................... 27
X...........................................................................32
XI.......................................................................... 34
XII.........................................................................38
XIII.......................................................................41
XIV........................................................................43
XV......................................................................... 48
XVI.......................................................................53
XVII......................................................................54
XVIII....................................................................57
XIX.......................................................................59
XX........................................................................63
XXI.......................................................................66
XXII......................................................................68
XXIII....................................................................71
XXIV.....................................................................72
XXV......................................................................75
XXVI.................................................................... 77
XXVII...................................................................79
XXVIII.................................................................86
XXIX.................................................................... 89
XXX.....................................................................90
XXXI.................................................................... 91
XXXII...................................................................92
XXXIII.................................................................95
XXXIV..................................................................97
XXXV.................................................................110
XXXVI...............................................................112
XXXVII..............................................................116
XXXVIII.............................................................119
XXXIX...............................................................122
XL.......................................................................124
XLI.....................................................................127
XLII.................................................................... 128
XLIII...................................................................131
XLIV...................................................................133
XLV.....................................................................138
XLVI...................................................................140
XLVII..................................................................140
XLVIII................................................................142
XLIX...................................................................145
DEGNA DI MORIRE figurina nera...........................148
AL DOTT. POMPEO GHERARDO MOLMENTI149
DEGNA DI MORIRE FIGURINA NERA.............150
I...........................................................................150
II......................................................................... 151
III........................................................................155
IV........................................................................158
V..........................................................................162
VI........................................................................ 164
VII.......................................................................166
LA LAUREA DELL'AMORE trittico nuziale............168
AL DOTT. PIER ANGELO FALDELLA..............169
LA LAUREA DELL'AMORE TRITTICO NUZIA-
LE...........................................................................170
I. LUI..................................................................170
II. LEI.................................................................174
III. TUTTI E DUE INSIEME.............................181
GIOVANNI FALDELLA
ROVINE
Degna di morire ‒ La laurea dell'amore.
MILANO
TIPOGRAFIA EDITRICE LOMBARDA
di F. MENOZZI e COMP.
STABILIMENTO Via Andrea Appiani, N. 10.
SUCCURSALE Via Carlo Alberto, Bottega 27.
1
Proprietà letteraria.
Milano, 1879 ‒ Tipografia Editrice Lombarda. Via Andrea Appiani, 10
2
ROVINE
RACCONTO BIOGRAFICO.
3
AD ACHILLE GIOVANNI CAGNA
VERCELLI.
Amico,
Vinco gli scrupoli di una omonimia materiale, alla
quale tu ci devi tenere meno di me, e ti dedico, caro Ca-
gna, questa biografia del letterato inedito, figlio della
Madre dei Cani.
Te la dedico; perchè in essa ho incastrato, come me-
glio ho saputo, qualche, osservazione dal vero, che tu mi
avevi riferito col tuo brio vigoroso.
Te la dedico, perchè tu, discorrendo, mi ricordi il pro-
tagonista di questo racconto storico, per la prontezza del
pensiero baldo e capriccioso e il calore dell'espressione
affilata e luccicante.
Te la dedico infine; perchè tu, molto diversamente dal
tipo disgraziato qui ritratto, unisci felicemente al culto
dell'arte quello del lavoro utile e della famiglia; e lo sco-
po di questo mio racconto (a dimostrazione por via dei
contrari) è appunto quello di predicare l'unione dei sud-
detti culti corrisposti.
Sei pregato di fare buon viso alla mia piccola offerta.
Intanto tu, pure attendendo alle tue contrattazioni di
cereali, e rimanendo contento e orgoglioso del blasone
d'artiere trasmessoti da quel degno, fiero e intelligente
carattere di tuo padre, stipettajo, ‒ tu seguita nei ritagli
4
di tempo rubati al riposo o allo svago, seguita a scrivere
le tue brave smanie di poesia, d'arte e d'amore.
Saluggia, 30 agosto 1878.
Tuo aff.
GIOVANNI FALDELLA.
5
ROVINE
RACCONTO BIOGRAFICO.
I.
Cani! La scena non ha luogo in teatro, ma in fami-
glia, dove i suddetti quadrupedi si acquistarono una im-
portanza ragguardevole.
Uno scolaro usciva dal ginnasio dominato dall'appeti-
to e dalla contentezza. Era riuscito il secondo della
scuola, cosa che non gli era mai capitata nella vita; lo
gattigliava a flor di pancia un vuoto voluttuoso; gli
splendeva in testa la speranza di un accessit; udiva già il
suo nome tintinnare nella distribuzione dei premi, senti-
va muoversi leggera leggera la bisaccia dei libri sulle
spalle; pensava ai grissini e ai peperoni del desco mater-
no, all'effetto luminoso che avrebbe prodotto il suo an-
nunzio in casa; e con una fame, che avrebbe addentato i
pilastri dei portici, egli disprezzava le bacheche dei con-
fettieri, disprezzava gli zamponi dilembati rossamente, i
tagli dei presciutti marmoreggiati succosamente, il mor-
bido ed acuto gorgonzola e tutte le altre ghiottonerie,
che dalla vetrina di un salumajo agganciano le viscere di
uno scolaretto.
Come era fulgido Pinotto sotto i Portici di Po!
Svoltò in una di quelle forme di torrioni, che sono i
cortili torinesi; infilò una scaletta. Sembrava si arrampi-
6
casse a quattro gambe; sembrava avesse le ali; sembrava
una rana; sembrava un'anitra; sembrava abboccasse con
la testa curva l'orlo di ogni gradino; a momenti, che non
sembrava quel poveretto? Finalmente eccolo sul suo
pianerottolo. Oh quanta luce egli getterà fra i suoi cari
con la notizia che finalmente è riuscito il secondo della
scuola! Ma appena egli pose il piede nel tinello, si smor-
zò la sua luce; chè trovò nell'atmosfera della stanza e nei
volti di sua mamma e di sua sorella quella mutezza
plumbea, che assumono le famiglie nelle più rilevate ca-
lamità casalinghe, quando è giunto il telegramma della
morte del nonno, o quando è venuto l'usciere per una
esecuzione mobiliare.
Pinotto fece uno sforzo, e non riuscì.... ne fece un al-
tro e riuscì a dire:
‒ Mamma! Carolina! Se sapeste! Finalmente sono
andato il secondo della scuola, e il professore mi ha det-
to, che, se seguiterò così, piglierò l'accessit in fine
dell'anno.
La mamma e la sorella, voltandosi dall'altra parte, ri-
sposero l'una con una spallucciata rabbiosa e l'altra con
una spallucciata piagnucolosa. Pinotto affiochì, si avvi-
cinò alle loro gonne fredde, e affisse i suoi occhi pavidi
nei loro volti di una impenetrabilità profonda.
‒ Che cosa è stato? ‒ egli domandò tremolando come
una foglia.
La mamma si spiccò da lui, senza dargli retta di uno
sguardo; e la sorella si mise a tirar su, e tirando su spic-
cicò fra la compressione delle lacrime: ‒ c'è.... c'è....
7
c'è...; ‒ quindi con una voce da vitella sgozzata: ‒ c'è....
che Glafir ha la to...osse; ‒ e giù uno scoppio di pianto.
Pinotto scaraventò contro la finestra la sua bisaccia, il
cui bottone di acciaio ruppe un vetro; quindi scappò co-
me un fulmine, senza il cappello in testa.
II.
Chi era Glafir?
Era un cagnolino tozzo, dal collo corto e dalle gambe
cortissime, grasso come una caciuola marzolina, pigro
come una marmotta, che tossiva e starnutiva con mille
stenti e putiva come un avello. Da un anno la mamma
Placida e la sorella Carolina lo lavavano, lo profumava-
no, lo pettinavano, gli dirizzavano la scriminatura sulla
testa, sulla schiena e persino sulla coda, gli allacciavano
i riccioli con nastrini di seta molticolori; gli facevano
dindindare una sonagliera intorno al collo; gli lasciava-
no fare tuttociò che voleva sulle sedie, lo rabbatuffola-
vano sopra il canapè e poi lo alzavano di peso, se lo ac-
costavano alla bocca, e sembrava volessero mangiarlo
con baci e baci; di buon mattino se lo cucciavano sul co-
pripiede del letto; e il venerdì, il sabbato, e negli altri
giorni, in cui Santa Madre Chiesa proibisce di mangiar
di grasso, esse mandavano dal beccajo a comperare del
manzo appositamente per il signor botolino.
Quel mattino esso aveva mangiato una tibia di polla-
strino, grufolando fra la spazzatura del pianerottolo; e
quell'ossicino gli era restato nella gola. Aveva tossito e
starnutato più miseramente del solito; onde mamma e fi-
8
gliuola non avevano fatto altro che ripetersi per tutta la
mattina: ‒ Bisogna guardarsi.... Glafir non è un cane da
lasciargli mangiare le ossa. ‒ Bisogna guardarsi.... Pove-
rino! ‒ Diamogli il caffè. ‒ Proviamo l'acquavite. ‒ Pro-
viamo l'acqua teriacale. ‒ Stai meglio, Glafir? Oh bel
fanciullino! ‒ Ti è passata, Glafir? ‒
III.
Pinotto, ridisceso sotto i portici, con il volto stravolto,
senza niente in testa, pareva a tutti quello che egli era:
uno scappato di casa. Benchè ardesse un sole canicolare,
egli non osò rimanere sotto i portici, e andò sul marcia-
piedi della via. Gli bollivano addosso tutte le rivolte in-
genue di un monello, tutte le rabbie erudite di uno scola-
retto. Giurava e rigiurava seco stesso che non sarebbe
più ritornato a casa: avrebbe anche fatto lo spazzacami-
no o il venditore di zolfanelli e lo strillino di giornali;
avrebbe dormito alla notte con la testa nuda sulla gradi-
nata delle chiese; avrebbe anche fatto il tiraborse, se gli
fosse venuto il bisogno; ma l'avrebbe fatta vedere a sua
mamma e sua sorella.... Già esse, a sua ricordanza, gran-
de tenerezza non glie l'avevano mai dimostrata forse per
il loro perpetuo malumore della morte del babbo.... Ma
che cosa ne poteva lui, se il buon babbo li aveva abban-
donati tutti così giovane? Oh sarebbe stato meglio per
tutti e per Pinotto specialmente, che il babbo fosse anco-
ra vivo! Oh! se il babbo fosse ancora vivo, Pinotto non
sarebbe stato costretto a fuggire di casa per la preferen-
za data a una bestia.... Oh no! sicuramente non sarebbe
9
stato costretto... Però, via... quantunque la mamma e la
sorella non si fossero mai dimostrate pazze di affezione
per lui, pure si poteva ancora vivere prima che quel ma-
ledetto uffiziale, il quale affittava da loro una camera
mobiliata e stava continuamente nel vano della finestra
con Carolina, andandosene via, avesse lasciato per ri-
cordo a costei quel cagnolino. Maledetti tutti e due! il
luogotenente e il luogotenuto. Dopo che Glafir si era
piantato in famiglia, mamma e sorella non avevano vi-
sto altro di più bello; avevano osato persino chiamarlo
bel figliuolo, angelo, nomi che spettavano a lui Pinotto.
Invece per lui c'era venuto e c'era sempre stato un muso
più duro del solito.
E quella mattina, in cui egli aveva conquistato il se-
condo posto della scuola e la promessa di un accessit,
che cosa gli avevano valuto quel posto e quella promes-
sa di un accessit? Tutto ciò era stato un bel nulla; per-
chè? perchè Glafir aveva la to...osse.... Oh Dio! Dio sac-
coccino! Un cane guardato meglio di una creatura ragio-
nevole, fatta ad immagine di Dio, guardato meglio di un
fratello di un figliuolo.... Pazienza, se il secondo posto
egli non se lo fosse meritato? Ma egli lo aveva guada-
gnato di buon giusto, con i suoi sacrosanti sudori, senza
protezioni, senza raccomandazioni, senza regalare al
professore una bottiglia di vermutte, o una scatola di
sardine, o un pajo di pantofole; perchè la mamma Placi-
da e la damigella Carolina si sarebbero fatte ammazza-
re.... si sarebbero fatte.... piuttosto che portare un grap-
polo d'uva o un garofano al professore del loro Pinotto,
10
e piuttosto che ricamargli una berretta con il fiocco! ‒
IV.
L'idea della berretta con il fiocco fece sentire al giovi-
netto il sole, che gli arroventava il capo scoperto; onde
egli si trasferì dall'altra parte dei portici, e quivi seguitò
ad almanaccare e a congiurare con sè stesso.
‒ Oh! Chi ha torto in questa questione è anche la so-
cietà del genere umano. Sicuro! Nelle storie si trovano
dei tiranni, che hanno esiliato, rinchiuso e perseguitato
Temistocli, Aristidi, protestanti, valdesi ed ebrei; ma
non ce n'è ancora stato uno buono a dare un po' di ghet-
to o di ostracismo a questi signori cani, che si introduco-
no nelle famiglie ad appropriarsi indebitamente l'affe-
zione dovuta a figliuoli.... Oh, se i nostri consoli sapes-
sero quello che si fanno! ‒
In questo punto alla immaginazione bollente e ridente
dello scolaretto si aperse una vallea di una arditezza
geografica, a cui banditi da un editto divino, fustigati da
sergenti della Guardia Nazionale, spaventati dalle trom-
be del giudizio universale, colti da sfrombolate davidi-
che, concorrevano i cani dell'universa terra: giungevano
a squadroni, a torme; ce n'erano di tutti gli stampi: veltri
del medio evo coperti della loro mantellina di raso con
la cassa del petto in curva gentile come i fianchi di un
violino, ‒ cani côrsi, con la loro sezione di muso camusa
e digrignata come la faccia della morte, ‒ cani che pare-
vano pecore, lavori di monache, ricami di cuscino; ave-
vano tutti la lingua lunga, le costole palpitanti al pari di
11
un mantice; alcuni saettavano l'aria con balzi eleganti; i
bassi Glafiri incespicavano ad ogni tratto e facevano
pallottola di sè stessi; alle lanciate dei sergenti della
Guardia Nazionale, alle sassate dei Davidi guaivano tut-
ti e alzavano, ciascuno una gamba posteriore.
Quando tutti si trovarono nella nuova terra di Canaan
loro assegnata dalla giustizia eterna, si sentirono serrare
alle spalle un muraglione della China, che doveva cir-
cuirli per omnia saecula saeculorum. Condannati a stri-
dere nel loro Kanato essi si governavano, si mordevano,
si mangiavano e si sterminavano fra loro: ritornavano
ciò che erano prima del loro incivilimento, lupi e scia-
calli. Intanto un angelo gentile con una trombettina da
un soldo correva per le famiglie dell'umanità ad annun-
ziare la buona novella: ‒ Bambini, allegri! chè i cani so-
no andati via, quelli che rubavano i cuori delle mamme
e delle sorelle. ‒
Questa fantasmagoria scaricò un po' la testa a Pinotto
dell'odio che lo aveva invaso, mentre egli si trovò da-
vanti alla bottega d'un pizzicagnolo. Ecco lì i tagli lu-
centi e netti del salame crudo, le teste umide e grigiolate
profumatamente del salame cotto, un cuneo di gorgon-
zola, che gli apriva le insidie del suo seno.
Pinotto si ricordò che non aveva fatto l'asciolvere, si
sentì strizzare le viscere, venirgli la pancia come un sof-
fietto e discendergli qualche cosa. Egli avrebbe dato del-
la fronte in quei cristalli per mangiare di quelle leccor-
nie. Allora la servilità dello stomaco gli profugò la su-
perbia della testa. Egli pensò, che aveva avuto torto;
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aveva avuto torto sicuramente a fare quella cattiveria, a
fuggire di casa, a rompere un vetro, e.... per che cosa?
per la gelosia di un cagnolino, il quale forse poteva aver
ragione, lui. Povero Glafir! Sicuro! aveva ragione lui...!
Se è ammalato, se ha la tosse.... Povera bestiolina! biso-
gna avergli rispetto.... e domandargli scusa, se fa biso-
gno.... e poi la mamma gli vuol bene e comanda così....
E il proverbio dice che chi maltratta il cane.... E i co-
mandamenti di Dio ci obbligano ad ubbidire padre e
mamma, se si vuole vivere lungamente sulla terra... E
poi Pinotto non è buono a fare lo spazzacamino, egli
avrebbe vergogna a strillare i giornali e i fiammiferi.... ‒
Così ruminando, con una fame, che la vedeva, lo sco-
laretto, grondon grondoni, ritornò indietro; girò i pilastri
con una andatura tremola, come il riverbero di uno spec-
chio rotto; salendo le scale con il ticche tacche nel cuo-
re, egli si preparò sulla bocca il più bello e commovente
perdono! da povero innocente.
Ma comparso sulla soglia della sua casa, non ebbe
tempo di pronunziarlo quel perdono! perchè zònfate!
L'uragano di uno schiaffo lo stramazzò in terra. Appena
potè rilevarsi da quel coperchio di dolore, che lo aveva
offuscato, egli strillando e camminando ginocchioni, an-
dò ad avvinghiarsi convulsivamente e quasi ermetica-
mente alle gambe di sua mamma.
‒ Mamma! mamma! perdono! domando perdono!...
ho fame....
‒ Se hai fame, birbante, guarda lì.... Mangia ciò che
ha avanzato Glafir.... Così imparerai a fare il matto, a
13
rompere i cristalli e a scappare di casa all'ora della cola-
zione. ‒
A quella proposta quel bambino si sentì asciutto di la-
crime e quasi impietrato; stette cinque minuti senza pen-
sieri, quasi senz'anima; poi si riscosse ad una violenta
interrogazione che gli fece la fame e le rispose di sì; si
mosse come un'ombra, e andò in un canto a pigliare per
terra un piattino nero, che conteneva un intruglio bian-
co, la minestra lasciata stare dal cagnolino; provò ad ac-
costarsi alle labbra una cucchiajata di quel rimasuglio;
ma, appena i suoi nervi sentirono quella schifezza, anda-
rono in rivoluzione. Egli ebbe un sussulto rabbioso di
vomito asciutto, lasciò cadere sul pavimento tutto ciò
che aveva nelle mani; cadeva egli stesso da tutte le parti,
eruttava pianti, schiuma, sospiri, guaiti.... Pareva che
quel fanciullo avesse perduta la sua intelligenza piccina
davanti a quel baratro di umiliazione e di crudeltà ma-
terna.
La signora Placida si percuoteva le mani, e rivolta al-
la figliuola diceva:
‒ Carolina! Carolina! ci mancava anche questo.... che
questo dannato si facesse venire i vermi. Va un po' a
chiamare il medico. ‒
Il medico venne, e, dopo aver guarito Pinotto con una
settimana di cura assidua, diede alla mamma e alla so-
rella per metodo di cura preservativa il suggerimento,
che gli evitassero qualsiasi occasione di spavento.
14
V.
Ma un altro metodo di cura preservativa seppe trovare
da sè stesso il ragazzo. Egli, persuaso che la predilezio-
ne di sua madre e di sua sorella per il cane non era gua-
ribile, ragionò così:
‒ Quale necessità ho da strusciarmi per avere i primi
posti nella scuola e l'accessit in fine dell'anno? Tanto
per mia madre e per mia sorella ciò non sarà mai una
consolazione, ed esse non tirerebbero fuori una botti-
glietta d'aceto nemmanco per bagnare il primo premio,
se lo guadagnassi.... Il meglio si è che le pigli per il loro
lato debole e faccia la corte al cane: così spero che mi
raddoppieranno la pietanza. ‒
In effetto Pinotto divenne tutto ossequio e riverenza
verso Glafir. Appena entrato in casa, domandava a sua
mamma notizie di lui; gli si metteva intorno a fargli mil-
le smancerie, a interrogarlo, se aveva dormito bene, se
aveva sbadigliato bene, se aveva fatto bene tutti i fatti
suoi; dandogli sempre del signor lei con puntuale buffo-
neria. Cionondimeno la mamma gelosa e superba del
suo monopolio cagnesco, lo guardava con una cera stu-
pida e piena di compassione, quasi volesse dire:
‒ Che ragazzo ho mai io! Non è nemmanco capace a
fare due carezze per bene a un cane! ‒
Ma quando poteva trovarsi a tu per tu con Glafir, egli
si rifaceva con franca usura del corteggio da impostore,
che si era messo a fargli in presenza della mamma e del-
la sorella.
15
Allora cominciava a dargli del tu con una pedata che
gli faceva strizzare la coda in mezzo alle gambe; poi lo
costringeva a star ritto in un angolo, cresimandolo con
reiterati buffetti; gli accendeva sotto i baffi dei puzzo-
lentissimi zolfanelli da cucina; e fu parecchie volte ad
un pelo di impiccarlo. Quindi conchiudeva sempre:
‒ Bisogna proprio ringraziare la Provvidenza perchè
ne ha fatta una giusta: non ha data la voce umana ai cani
come agli organi delle chiese. Guai se tu potessi parlare,
o Glafir, il linguaggio che mia madre parla e capisce.... e
raccontarle i dolci trattamenti che ti uso a quattr'occhi!
Povero Pinotto! Non mangeresti più un uovo al tega-
me.... Non è vero, Glafir? Rispondi alle mie
par....role.... ‒
E giù una nuova pedata.
VI.
Così crescendo al disamore della mamma e della so-
rella, Pinotto divenne un piccolo demone beffardo. Pas-
sato al liceo, senza menzione onorevole, egli, mantenen-
dosi quanto agli studi in una mediocrità più bronzea che
aurea, era però riverito e temuto dai compagni e dai pro-
fessori, molto più che se fosse stato il primo della scuo-
la.
I professori cominciavano a pensare a lui, appena
usciti di casa, se si accorgevano di aver messo in testa la
tuba nuova; essi riflettevano, ch'era miglior partito ritor-
nare indietro a riporla nella cappelliera; perchè niun
cappello era oramai più sacro, dopo l'entrata di Pinotto
16
nel Liceo. Infatti si attribuiva a lui, sebbene non se ne
abbiano mai avuto le prove materiali, il terribile caso di
un gatto morto trovato dentro il cilindro del Preside nel-
la stessa anticamera della Presidenza.
Egli era poi addirittura celebre nel far correre per le
vie i cani, i piccoli seminaristi e i ferravecchi ambulanti.
Era stato egli quel birbo che aveva tagliato la corda del
pozzo al padre del suo compagno di scuola Aurelio Au-
ricola, e perciò li aveva fatti piangere tutti e due e digiu-
nare per una intiera settimana padre e figlio Auricola, di
cui l'uno era più avaro dell'altro.
Un giorno invitato in campagna dal suo compagnone
Edoardo a visitare una stuoja di bachi da seta, egli te-
nendo sempre irriverentemente il sigaro in bocca, col
solito cappello in testa, si mise a spandere grosse bocca-
te di fumo su quei poveri filugelli. Essi disturbati, stor-
diti e dilaniati rizzavano e scuotevano i loro capettini or-
bi ed ubbriachi in mezzo a quella nebbiaccia e manife-
stavano un dolore muto, ma così parlante, che la povera
madre di Edoardo, la quale li allevava essa e se ne for-
mava la delizia, ebbe voglia di piangere e di ricusare il
desinare a quel monello.
VII.
Erano già trascorsi sette od otto anni dalla scena del
cane, quando Pinotto in casa e a scuola si dimostrò se-
rio, tanto serio, che ricusò l'invito di fare sul cartolaro
del vicino il solito ritratto del professore di greco, quasi
offendendosene. Chi sa che cosa era mai accaduto?
17
Era accaduto, ch'egli era entrato in quel periodo lette-
rario e specialmente drammatico, cui attraversano quasi
tutte le gioventù, come attraversano il periodo religioso
e quello della tosse asinina.
Una sera egli era andato con la famiglia di Edoardo
venuta a Torino, era andato al teatro Gerbino a sentire
l'Otello da Tommaso Salvini, e n'era uscito mancomale
con la testa in visibilio, con la scimitarra del Moro e la
pezzuola di Desdemona nel cuore. Nella notte, passioni
colossali, ruvidezze tragiche, asinate comiche, applausi,
bis!, fuori!, versi e coturni gli picchiarono e gli scalpita-
rono nella testa come cavalli di un circo. Levatosi da
letto fece quattordici o quindici proponimenti, e tutti
drammatici, fra cui i seguenti: presentarsi alla compa-
gnia del Gerbino e diventare un tiranno come Salvini da
interrorire il pubblico, o un brillante come Pieri, da far
schiattare dal ridere persino i violini dell'orchestra; scri-
vere una tragedia di soggetto classico senza le regole
aristoteliche dell'unità di tempo e di luogo, per esempio
l'Assedio di Troia, con scenari in Grecia, dentro e fuori
della città assediata e nell'Olimpo, e con l'azione durati-
va per tutti i dieci anni dell'Assedio; scrivere una ettolo-
gia drammatica, I sette peccati mortali, un dramma per
ogni peccato, cinque atti per dramma, in tutto trentacin-
que atti; scrivere cento e più produzioni spicciole, di cui
egli trovò tutti i titoli e compilò l'elenco accuratissimo
seguente: ‒ La sfida e l'onore, dramma serio in sei atti
con prologo, ‒ Il Preside del Liceo, farsa tutta da ridere,
‒ Il dito mignolo, scherzo comico, ‒ Zeri squartati, id. ‒
18
Mascherina ti conosco! commedia in due atti, ‒ Le be-
stie, commedia satirica in cinque atti, ‒ Il brodo delle
undici ore, dramma in quattro atti, ‒ La spada di Damo-
cle, commedia di cinque atti in versi sciolti, ‒ La canto-
niera, id. (stile del cinquecento), ‒ Titiro e Melibèo,
commedia pastorale, ‒ Battista l'Orafo, scene medio-
evali, ‒ Il colèra morbus, dramma istruttivo, morale,
igienico, ‒ Il testamento olografo, commedia a tesi, ‒
Guittone d'Arezzo, commedia storica, ‒ Vele perdute,
bozzetto marinaresco, ‒ L'Inaugurazione del Monumen-
to a Carlo Alberto, azione mimica con prosa e canto di
circostanza, ‒ Turchi e Cristiani, dramma di effetto, da
potersi tradurre in francese, ‒ Gentiluomo e Barabba,
id., ‒ Il giuoco della morra, dramma popolare, ‒ Palli-
da! commedia di sentimento in tre atti, ‒ Pace, guerra e
convento, dramma diurno domenicale, suddiviso in sette
quadri, con prologo, epilogo e combattimento ad arma
bianca, ‒ Il ratto delle Sabine, commedia togata, ‒ La
calata di Annibale, tragedia, ‒ Ugone mangiaferro, id.,
(costume del mille), ‒ Vedi Napoli e poi muori, comme-
dia di tre atti in versi sciolti, ‒ La guerra delle ragazze
bramose di marito, commedia d'intreccio in cinque atti
(imitazione goldoniana), ‒ Bastardo! ‒ Lo spilorcio, ‒ Il
carabiniere, ‒ L'aguzzino, ‒ L'atlante, ‒ Lui, ‒ Lei, ‒
Noi, commedie di carattere, ‒ Madama Pataffia, com-
media in vernacolo piemontese, ‒ Non da vend...! id., ‒
La croce del genio, lavoro di polso, ‒ Chi più ne ha, più
ne metta ‒ Cercar Maria per Ravenna ‒ La pelle
dell'orso ‒ Nebbie d'autunno ‒ Giuseppe Giusti, prover-
19
bi in versi martelliani, ‒ Il quarto piano, commedia so-
ciale, ‒ La cocca ‒ Misteri di soffitta ‒ Il portinaio del
n. 13, ‒ Le pericolanti, ‒ La Traviata riverita, id. ‒ Il
caffè Parigi, scene della vita universitaria ‒ Parrocchia e
municipio, abbozzo di costumi in provincia ‒ Il mio
cappello ‒ La pasta dei topi, monologhi ‒ L'Ippopota-
mo, commedia in versi sdruccioli di sedici sillabe ‒
Granchio e Ventola, quartine rimate (contin. dal Giusti)
‒ Quella pira! ossia La Strega al rogo ‒ Un duello
all'ultimo sangue ‒ Castore e Polluce ‒ La recidiva ‒
Padroni belli ‒ La patria in pericolo ‒ Galoppino ‒ Gli
ubbriachi ‒ Una battaglia di serve ‒ Le speranze d'Ita-
lia ‒ Don Ambrogio ‒ Un temporale di Biella ‒ Lo stu-
dente all'esame e la cuoca del professore ‒ Il debito
pubblico ‒ I convittori ‒ Grillincervello ‒ Ciceruacchio,
tribuno del popolo ‒ L'imperatore Teodosio ‒ Le Socie-
tà operaie ‒ Il macchinista e l'artefice ‒ Giuda Iscario-
ta ‒ L'Ebreo Errante ‒ L'Anticristo ‒ Il morto vivo ‒ Re
Bomba ‒ Franceschiello ‒ I Francescani ‒ I Francobol-
li ‒ I Francesismi ‒ Pietro Micca ‒ Il due dicembre ‒
Caligola ‒ Il confessore ‒ I cugini ‒ Gli amici ‒ I fratel-
li ‒ Le sorelle ‒ Amalasunta ‒ Viola mammola ‒ La
contessa nera ‒ Il pretore di Mandamento ‒ Il marchese
Lupo di S. Medesimo ‒ Prete Pero ‒ Gambastorta ‒ La
Marsigliese ‒ Ermengarda ‒ La battaglia di Maclodio,
tutte commedie, tragedie, drammi, opere, o balletti da
destinarsi, a cui aggiunse l'Atmosfera, dramma scienti-
fico-fantastico.
Egli gongolava nel ripassare quell'elenco, mentre em-
20
brioni d'intrecci drammatici gli formicolavano nella te-
sta. Mancomale, gli pareva di avere già stese le comme-
die, tragedie, ecc., di cui aveva trovato il titolo e già as-
saporava la voluttà di sentirle recitare e di vederle pub-
blicate.
Che bella figura doveva fare nelle vetrine dei librai il
Florilegio drammatico di Giuseppe Panezio, tragedie,
commedie, ecc! Quel Florilegio egli lo leggeva già
stampato nei bei ghirigori di quei caratteri di lusso, che
hanno la cuffia arabescata, la coda da scojattolo e le
zampe di mosca, tutto ciò sopra una superba copertina
verde e ghiacciata.
Tutta questa sua confusione di disegni sbalorditoi, si
concretò infine nel cominciare una tragedia di soggetto
romantico in istile classico, Alboino, non compreso
nell'elenco. Egli attendeva amorosamente e gelosamente
a questo lavoro, e vi portava un pensiero così assiduo,
che i suoi compagni vedendolo continuamente astratto
cominciavano a dire: Pinotto diventa anche lui un min-
chione; ‒ e i professori trovando, ch'egli non sapeva mai
la lezione, e non faceva più addirittura i temi, e aveva
persino perduta quella sua antica e maliarda usanza di
dar loro soggezione e quasi d'intimorirli, si permetteva-
no di dargli dei grossi pensi. Però.... che cosa erano mai
le derisioni dei compagni e i castighi dei professori da-
vanti alla gloria? Nè questa gloria egli la agognava solo
per sè; da bel cuore, quanto non si sarebbe da nessuno
sospettato, Pinotto voleva darne una grossa fetta a sua
mamma e a sua sorella; anzi nella propria gloria egli ve-
21
deva più che tutto la loro allegrezza; e si diceva spesse
volte nel suo sè: ‒ Ah! mia mamma si accorgerà della
differenza che passa fra un figliuolo, che è buono a fare
delle tragedie, e un cane, il quale è solo capace di strac-
ciare la fodera del sofà! ‒
Questo suo sogno era circonfuso di molto pudore;
tantochè per scrivere l'Alboino, egli si trincerava dietro
un bastione di libri legati, acciocchè niuno sguardo pro-
fano pervenisse sulle pagine vergate dal suo furore poe-
tico, e quando andava a scuola, le chiudeva nel cassetto
con un doppio giro di chiave. Ma un giorno la mamma e
Carolina, insospettite di quel secretume, fecero una vio-
lazione di tavolino, e, sforzata la serratura, n'estrassero
il corpo del delitto. Pinotto, di ritorno dalla scuola, sa-
lendo le scale, sentì uno strano vocio in casa sua, come
un abbajamento di cani e di ragazze. Appena giunto
nell'anticamera, egli restò freddo, vedendo il suo scarta-
faccio in mano a sua sorella, che, china a terra, lo legge-
va a Glafir ritto in un angolo.
‒ Bravo! ben arrivato! Giusto lei, signor autore tragi-
co! Non sapevamo mica... Gli facciamo i nostri compli-
menti.... Belle cose! Gli batteremo poi tanto le mani....
Bene! Bene! C'è già qui Glafir che studia la sua parte....
Non è vero, Glafir? Coraggio! Fallo un po'.... Se lo face-
vi già prima tanto bene!... Non avere il timor panico per
la presenza dell'autore.... Fallo un po'.... Bo.... Bo.... Boi-
no! Boino! ‒
Glafir si mise ad abbaiare da minchione; e la sorella
contenta come una pazza.
22
‒ Sì! Boino! Boino! Bravo Glafir! Bravissimo! Boi-
no! Boino! Hai sentito, fratello? Glafir si è già presa la
prima parte, quella di Alboino. ‒
Allora la madre per coronare l'opera:
‒ Pinotto! Invece di occuparti di queste minchionerie,
faresti meglio a studiare d'aritmetica, e a imparare a ser-
vire la messa, come faceva da buon cristiano la
buon'anima di tuo padre, quando era alla tua età. ‒
Pinotto andò a piangere in un luogo innominabile ed
uscì da quel pianto più beffardo e più cattivo di prima.
VIII.
Andato a scuola, ‒ mentre il professore di matemati-
ca, che aveva il vizio di ripetere per avventura ogni due
minuti, spiegava sulla lavagna una formula per avventu-
ra più lucida del cristallo e mentre dominava nella sco-
laresca il più religioso silenzio, Pinotto emise una voce
parlamentare.
‒ Domando la parola.
‒ Che cosa vuole? ‒ gli chiese il professore, interrom-
pendo la sua formula, con un viso da carceriere spaven-
tato.
E Pinotto con la placidità angelica di chi ha mille ra-
gioni dalla sua:
‒ Favorisca scusarmi, signor professore, se l'ho per
avventura disturbato. Voleva dirle soltanto che dal mio
posto non si possono vedere le cifre che ella scrive per
avventura sulla lavagna.
Il professore, sentendo nelle vibrazioni sicure della
23
voce di Pinotto e vedendo nella faccia invetriata del me-
desimo risorgere l'antico e terribile suo persecutore, per
quietarlo, fu lestissimo a restringersi in un angolo della
lavagna, riducendosi tutto storto, e più sottile che potè.
‒ Così ci vedrà per avventura....
‒ Grazie, egregio signor professore!
Intanto, profittando della nuova positura dell'egregio
signor professore, gli soffiò nella schiena da un cannon-
cino di penna d'oca quattro scarafaggi. Quindi immedia-
tamente:
‒ Signor professore....
‒ Ebbene! che cosa c'è di nuovo adesso? Io per av-
ventura....
‒ Si guardi.... Ella ha per avventura una bestiolina sul
colletto....
‒ Grazie, grazie! ‒ rispose il bersagliato professore,
vieppiù oscurandosi e spingendo via da sè l'animaletto
con la punta della penna.
‒ Signor professore....
‒ Ma.... per avventura....
‒ Ella ha un'altra bestia, anzi due bestie.... tre bestie,
signor professore, che si arrampicano per avventura sul-
la sua schiena.
‒ Sì! sì! Grazie.
Così dicendo la povera vittima diede una scrollatina
alla giubba per liberarsi di tutto quanto il bestiame ap-
piccicatogli, che cascò sul piedestallo della cattedra, poi
lo pestò, strisciando i piedi con fretta rabbiosa.
‒ Oh, signor professore.
24
‒ Auff! mio Dio!... Mi lasci stare.... Voglia terminarla
finalmente di....
‒ Scusi.... Ella non ha più per avventura veruna be-
stia.... Desideravo soltanto pregarla, che stesse pure co-
modo, avendo scoperto finalmente la vera ragione, per
cui dal mio banco io non posso vedere le cifre, qualun-
que sia la posizione che ella si degni di prendere, egre-
gio signor professore, per avventura, alla lavagna.... So-
no.... le orecchie del mio amatissimo amico Aurelio Au-
ricola nel banco dinanzi, quelle che mi impediscono per
avventura la visuale. Quindi la prego in cortesia di voler
traslocare l'onorevole (frugando con il dito mignolo in
un orecchio) Auricola dal primo banco e di mettervi nel
suo posto un altro compagno di orecchie per avventura
più decenti. ‒
La scolaresca zittiva con una voglia frenetica di ride-
re.
Il professore si sentiva scappare dalla testa persino la
soluzione della sua formola, e le trottava dietro in silen-
zio per raggiungerla; onde Pinotto, fatto più baldanzoso
nella sua canzonatura, riprese:
‒ Signor professore, se ella per avventura..., ‒ stri-
sciando con un languore ineffabile su quel per avventu-
ra.
A questo punto il professore si riscosse, illuminato
dalla necessità di porre un argine a tante offese sue e del
suo intercalare, e proruppe:
‒ Taccia, signorino, e... faccia silenzio. Mi sono ac-
corto, sa, che ella vuole disturbare l'ordine della scuola
25
con i suoi motteggi.... Ella vuole compromettermi.... Ho
capito.... Impertinente! Che cosa vogliono dire tanti per
avventura detti a marcio sproposito? Ella m'intende e mi
capisce.... Ma io saprò far rispettar me ed i miei per av-
ventura...... Io farò chiamare il preside.... il bidello.... La
farò cacciare dal Liceo.... Così le insegnerò io ad essere
per avventura meno discolo.... Impertinente! ‒
Lo scolare con la solita sua calma da diplomatico:
‒ Non salti, egregio signor professore.... Non dia ne'
lumi.... Io impetro puramente e semplicemente l'eserci-
zio di un diritto che per avventura mi spetta... Mia
mamma paga la minervale, ed io venendo a scuola ho
diritto di vedere e di imparare ciò che ella ha la bontà di
scrivere sulla lavagna, facendo eziandio tesoro delle sue
frasi da ritenersi. È un diritto che io sono disposto a far
valere per avventura davanti a tutte le autorità, vuoi ci-
vili, vuoi scolastiche, sì militari, sì politiche, deliberato
eziandio a porgere una acconcia petizione alle
Camere.... Ella capirà....
‒ Taccia... e parli.....
‒ Farò così.... Ella capirà che io non posso esercitare
il mio diritto e il mio dovere di apprendere l'umano sci-
bile, che per avventura nelle scuole si imparte, se do-
vunque il guardo io giro, Immenso Dio! veggomi davan-
ti l'amico Auricola, che mi nasconde ogni scienza ed ar-
te con il padiglione delle sue orecchie. ‒
A questo padiglione la scolaresca scoppiò in una risa-
ta, che teneva da lungo tempo repressa: e rise per av-
ventura lo stesso professore, il quale spinto dal deside-
26
rio di ritornare alla sua formula e di sfogarsi sopra un
facile paziente, non che di stornare da sè la parte di ridi-
colo, che gli spettava, si rivolse ad Aurelio con una du-
rezza da croato:
‒ E lei si alzi, Macaruffo Lasagnone! Lasci il suo po-
sto, sciocco! e vada a sedersi nell'ultimo banco sotto il
Crocifisso.... Così per avventura non farà più ombra a
nessuno con le sue vele, orecchiuto asinello. ‒
Il povero capro espiatorio, verde come un ramarro,
fece il trasporto della capitale, fra il tumulto delle risa
dei compagni, che movevano le loro mani nella vicinan-
za delle orecchie, come fossero palette, dando alla vista
un effetto di conigli; tumulto che il professore fece tosto
cessare, ripigliando la spiegazione della sua formula.
Terminata la scuola, quando gli studenti uscirono fuo-
ri a respirare l'aria libera, Pinotto quatto quatto prese
d'assalto le orecchie di Aurelio, e tirandole con grande
forza si mise a ragliare come un asino di cartello: ‒ Ij....
à.... Ij.... à.... Ij.... à ‒ frammettendo agli Ij... à il fischio
rantoloso dei cantori di maggio.
IX.
Divenuto più prepotente di prima, Pinotto anelava di
trovarsi lontano dalla sua famiglia per essere maggior-
mente in libertà, ed anche per togliersi davanti il testi-
monio quotidiano della sua disaffezione verso la madre
e la sorella. L'occasione gli venne opportunissima, ter-
minato il liceo. Allora con la scusa di saltare un anno di
università, egli ottenne dalla mamma di andare a studiar
27
matematica nella università libera di Camerino.
Quivi, padrone finalmente di sè stesso, libero di met-
tersi un paio di guanti nuovi alla festa, libero di andare a
scuola negli altri giorni o di andare a cavallo, libero di
giocare al faraone e d'andare a letto nell'ora che gli pia-
ceva di più, egli studente puro sangue si sentiva rinato;
e in questa baldoria di libertà personale e di felicità, egli
sentiva a un tempo di riamare sua madre e sua sorella.
‒ Povere donne! ‒ egli diceva fra sè: ‒ Ho torto io a
pretendere, che esse sappiano più di quello che hanno
studiato. Con i loro difetti e con la loro semplicità, esse
mi sono ancora più care.... Quando ritornerò a casa, vo-
glio dare a loro un abbraccio stretto così!... ‒
E al buon giovane pareva già di abbracciarle.
Di lettere ne mandava di rado a casa, perchè anzitutto
egli tra il proteggere le ballerine, il fumare, lo spolvera-
re i calzoni con il frustino, il far la corte alla figliuola
del colonnello di fanteria ed altre studenterie universita-
rie, non trovava il tempo per iscrivere, e poi quattro sol-
di gli scappavano sempre per una tazza di caffè o per
quattro sigari Cavour, o per una mancia ad una portina-
ia, che recasse un vigliettino amoroso, e non ne aveva
mai quattro che gli puzzassero per la compera di un
francobollo. Ma senza scrivere pensava continuamente
alla famiglia.
‒ Povera mamma! Chi sa che cosa farà adesso? Pove-
ra vecchia! Si incamminerà a messa.... A quest'ora forse
Carolina laverà il cane e la mamma lo terrà su ritto e
fermo, che non si muova. Povere creature! ‒
28
Finito il primo anno di università, egli ritornò a Tori-
no, come andasse a nozze. Divorò la scaletta piena di
tanti ricordi elementari, ginnasiali e liceali. Alcuni sgor-
bi da lui disegnati con il carbone parecchi anni prima
sulla muraglia del pianerottolo, fra cui il ritratto di un
asino e quello di Aurelio Auricola, gli diedero una stret-
ta al cuore.
Vista la mamma, le si buttò addosso, come volesse
mangiarla.
‒ Caro Dio! A momenti mi soffochi e mi mandi la
cuffia per traverso! Che soldataccio! Sono queste le
creanze degli studenti di Pisa?...
‒ Vengo da Camerino, mamma, e non da Pisa....
‒ Non importa.... Vieni pure di dove vuoi; ma hai im-
parato poco, mio caro, se sei ancora così disadatto....
Ebbene, del resto, hai finito tutto? L'hai presa la laurea?
‒ Che laurea! Ho appena finito il primo anno....
‒ Oh cara vita! Quante bugie! Non mi avevi detto,
che andavi così lontano, andavi a Pisa....
‒ A Camerino, mamma!
‒ Pisa, verdone o canerino fa tutto lo stesso.... Non mi
avevi detto che andavi.... dove sei andato, per finire più
presto? Caro Dio! E adesso mi conti che non è ancora
finita questa storia. È lunga, sai! Mi costa, sai, mantene-
re un figlio fuori di casa a fare il signore.... Ah! era me-
glio che tu avessi imparato subito qualche mestiere, e ti
fossi messo a fare il sellajo, come lo faceva onoratamen-
te la buon'anima di tuo padre. Santa Pazienza! Santa Pa-
zienza! E adesso, quanti anni ti rimangono ancora da fa-
29
re? Quanti?
‒ Quanti! Quanti! Cinquecento, ‒ rispose il figlio con
un dispetto pochissimo dissimulato. ‒ Persino il portina-
io da basso sa, che per pigliare la laurea da ingegnere ci
vuole maggior tempo che per prendere quella da ciabat-
tino.... Ma Ella, signora madre, più che tutta la scienza,
forse amerebbe meglio che io le portassi innanzi un bel
basto da somaro lavorato con le mie proprie mani, non è
vero?... Quanti! Quanti! Piuttosto io dovrei domandare a
Lei, signora madre, quanti cani si sono introdotti nella
nostra casa, durante la mia assenza. Oh, buon giorno,
sorella. ‒
In quel punto si era aperto l'uscio interno dopo pa-
reccbie graffiature; ed insieme con Carolina aveva fatto
irruzione una cagnara di sette cani, prima di tutti Glafir,
il quale, riconoscendo Pinotto, si degnò di schiacciarsi
in suo onore sul pavimento, dondolandosi e poi facen-
dogli intorno quattro o cinque salterelli da ranocchio.
Roma, la compagna data a Glafir, e i suoi cinque ca-
gnolini, che come dice la Scrittura, ignorabant Ioseph,
cioè non conoscevano Pinotto, lo guardavano con certi
occhi sui generis, proprio cagneschi, quasi volessero di-
re: che cosa è venuto a fare questo forestiero in casa?
Che diritto ha egli di trattare con tanta domestichezza le
nostre padrone?
Anzi Roma, dopo essere dimorata un poco nella sua
posizione di ignoranza sospettosa, si mise ad ululare a
canne ritte e spalancate verso Pinotto; ed uno dei suoi
cagnolini, incoraggiato da questo contegno materno, si
30
avvicinò alle gambe di lui per addentargli i calzoni.
Allora Carolina: ‒ Zitta, Roma! Vieni qua.... Poveri-
na! Non ti conosce ancora.... Vieni qua; te lo presento
io. Questo qui è quel birbo di mio fratello, di cui abbia-
mo parlato tante volte insieme, e che si piglierà ben
guardia dal farti qualsiasi disprezzo. Del resto noi gli ti-
reremo le orecchie; non è vero, Roma? Ah, che bellezza
di una cagnetta! Che cosa ne dici, fratello? È vera grifo-
na, sai. Oh, dillo tu, Roma, dillo tu, se non sei proprio
una gran bella bestiolina.... Devi sapere, Pinotto, che ce
l'ha regalata, appena sei partito tu, il teologo Sturliman-
di, ce l'ha regalata, perchè la sua cuoca non aveva nessu-
na pazienza a tenere queste bestie fine, come devono es-
sere tenute. Egli l'aveva portata da Roma un anno fa, do-
ve era andato per vedere i vescovi del Consiglio Catecu-
menico; e l'ha proprio avuta da uno dei primi amici del
maggiordomo di un cardinale; per cui questa bestia qua-
si si può dire papale. Sicuramente! È per questo che il
teologo l'ha voluta chiamare Roma. La birrichina, appe-
na venuta da noi, ha subito comperato i suoi cagnolini.
Li abbiamo allevati tutti, perchè sono tanto belli.... cioè
ne abbiamo fatto perdere soltanto uno, perchè era nato
quasi morto. Se avessi veduto, che importanza si dava
questa cagnolina, quando era in pagliola! Voleva che le
dessimo da mangiare noi nella cuccia, proprio come ad
una mammina. Poi, quando abbiamo dovuto battezzare
(uh! uh! che eresia dico mai! volevo dire metterci il no-
me a tutti i suoi birrichini), abbiamo voluto fare le cose
proprio come si deve, e li abbiamo denominati in ingle-
31
se, come è l'ultima moda; anzi per avere i nomi inglesi
proprio giusti, siamo persino andate in compagnia del
teologo a parlare con un prete sopra la Gran Madre di
Dio, il quale è stato a predicare in Inghilterra. Ecco:
questo qui si chiama Dear, che vuol dire carino, questo
qui Black, che vuol dire Moretto, questa qui è tota Miss
e questa qui madama Lady. Finalmente questo birrichi-
no, che voleva morsicarti i calzoni, indovina un po' co-
me si chiama?... Questo non si chiama più in inglese, si
chiama Come te.... Ah! Ah! Ah! Gli abbiamo voluto
mettere questo nome faceto per minchionare la gente.
Qualche curioso domanda: Come si chiama questo ca-
gnolino? E noi senza offenderlo: Come te, Come te. Non
è una cosa da crepar dal ridere, caro fratello? Se vedessi
poi, che prodezze sanno fare tutti quanti! Come te,
quando gioca con il gatto della portinaia, è un vero amo-
re. Lo dicono tutti. ‒
X.
Pinotto non potendo più resistere a quel panegirico
cagnesco lo troncò:
‒ Basta, basta! Ho inteso; mi rallegro tanto.... ‒
In quel punto, se avesse ascoltato la sua voglia,
avrebbe pigliato in una bracciata tutta quella canaglia e
l'avrebbe scaraventata nella via a costo di contravvenire
a qualche regolamento municipale fracassando il cielo
di un omnibus o la testa dei passaggieri, ma seppe fre-
narsi e domandò licenza di uscire subito, per andare a
vedere qualche amico.
32
Appena disceso nella strada, inciampò un sergente fu-
riere, suo fratello di latte, a cui piaceva ubbriacarsi.
‒ È la Provvidenza che mi ti ha mandato innanzi,
Teodoro. Se non avessi incontrato te, sai, sarei ritornato
indietro e avrei commesso un canicidio di sette persone.
‒
Al caffè, dopo la sbornia, trovò Edoardo ed altri ami-
ci, che lo invitarono con loro in campagna. Così egli po-
tè sottrarsi per un mesetto alla stucchevole necessità di
vivere con tanta cagneria.
Ma ritornato finalmente fra le mura domestiche, egli
fu condannato a pensare cento volte al giorno: ‒ Come
sono felici coloro, che vivono lontani dalla famiglia!
Escono dall'ufficio, vanno a pigliare il vermouth, vanno
a pranzare in pensione. Chi ne racconta delle più grosse
è più bravo; alla sera al caffè, e sempre allegri! Essi non
hanno mai fra i piedi un cane casalingo, o il malumore
di una madre o di una sorella o altro accidente di fami-
glia che loro rivolti l'anima. ‒
Per la noja dei cani egli non poteva più nemmanco
soffrire la dieta di casa. ‒ Sempre spinacci! Sempre spi-
nacci! Sempre zuppa! Sempre zuppa! ‒
L'immagine delle bistecche del caffè del Cambio gli
pareva il non plus ultra della felicità terrena.
Ogni anno, ogni mese, ogni giorno, ogni minuto, gli
facevano vieppiù afa quel continuo parlare e quel conti-
nuo preoccuparsi dei cani, in cui infierivano sua madre e
sua sorella. ‒ Guarda, Pinotto! Dear ha un mantello così
fino che sembra seta. ‒ Quest'oggi davanti al caffè Fio-
33
rio due signori si voltarono per guardare Come te. ‒ Ah!
Se volessimo vendere Roma, ci darebbero per lo meno
novanta lire! Quante contesse la vorrebbero questa brut-
ta leccapiatti! ‒ Anzi la comprerebbero gli inglesi, la
comprerebbero!...
A tutto questo mare di fastidio diede il trabocco un
avvenimento da gazzettino della città.
XI.
In tutto il vicinato per cagione dei disturbi di quel po-
polo di bestie, la signora Placida e la damigella Carolina
erano molto mal vedute, anzi erano chiamate addirittura
l'una la Madre e l'altra la Sorella dei Cani. Sola a tratta-
re con gentilezza officiosa verso le medesime era Orten-
sia la verdurera, che abitava una soffitta al disopra della
famiglia Panezio. Essa, quando le incontrava per la sca-
la o sul pianerottolo, si fermava rispettosamente per dar
loro il passo e non risparmiava mai i suoi complimenti
alla madre, alla figliuola e alla tribù dei cani; anzi una
volta diede persino una crosta di formaggio a Come te.
L'Ortensia aveva la faccia rosata ed i capelli grigi, ed
era un donnone membruto, pesante e quasi emisferico,
come ha tutti i diritti di essere una vecchia erbajuola.
Ebbene, una mattina la grossa Ortensia usciva dalla
sua soffitta, mentre Come te, ancora tutto sonnacchioso,
uscendo dal suo rastrello, andò a cucciarsi sotto il primo
gradino del quarto piano, e lì se ne stette acciambellato
e immobile, come un biscione, che facesse la siesta do-
po essersi imbottito di un uccellino. Intanto l'erbajuola
34
discendeva gravemente e fatalmente le sue scale.
All'approssimarsi del rumore di quelle pedate elefante-
sche, il malaugurato Come te non pensò punto di muo-
versi; ma dondolava poltronescamente la testa quasi per
cacciare la dormiveglia, che gli si era appiccicata addos-
so.
Quaicc!...
Ad Ortensia venne il fulmineo raccapriccio di avere
schiacciato qualche lordura molle, se non che uno strillo
di bestia, che vuol mordere e spira, la fece avvertita di
avere sfracellato il povero Come te, il quale pareva addi-
rittura squagliato e attaccato al pavimento come un sac-
chetto di songia. Staccatolo dalla lastra e levatolo per
uno zampino, ancora caldo, la vecchia avrebbe voluto
risuscitarlo medicandolo con la sciliva; quando si spa-
lanca il rastrello e si annunzia con una sonora rastrellata
la signora Placida.
Vedere quello spettacolo, inveire come un'ossessa, ar-
rotarsi come un'asina, poi rivoltarsi come una vipera e
vibrare una enorme ceffata sulle guancie rosate di Or-
tensia, fu tutt'uno. Questa, che tutta mortificata, con il
cadavere di Come te penzolante da due dita, era disposta
a domandarle scusa, ‒ a quell'assalto divampò in tutta la
sua escandescenza di erbajuola, lanciò il defunto Come
te fra i piedi della signora Placida, e piantò due pugni
sui galloni in minaccia formidabile. ‒ Madama! Ah, Ma-
dama delle mie prime ciabatte! (Le erbajuole, anche
quando si prendono per i capelli non trascurano di darsi
della madama e lo pretendono per sè stesse) ‒.... Mada-
35
ma del latte d'oca e dell'anticristo!... Le mani addosso a
me, le mani addosso a me, che non ho paura nemmeno
di un reggimento di dragoni! A me che sono un trono di
Dio! A me, che le rompo i denti, anche fosse un croato,
se non avessi paura di sporcarmi.... A me, che sono ca-
pace di mangiarla in un boccone lei e i suoi undicimila
cani!... Ah! Cane di un Dio!... ‒
E s'avventa alla cuffia della signora Placida, la scrol-
la, la strappa. La Madre dei cani cerca di difendersi dan-
do, come può, delle pugnate sulla schiena grassa di Or-
tensia, che non patisce quelle piccolezze. I capelli grigi
delle due vecchie lucevano come fili di ferro elettrici.
Ne seguì una deplorevole colluttazione.
Carolina uscì strillando dal suo cancello e con lei il
reggimento dei cani superstiti, che si misero ad abbaja-
re. Tutto il vicinato si agglomerò di su e di giù pella sca-
la, prendendo di mezzo le combattenti.
‒ Ha ragione Ortensia.
‒ Ha torto madama!
‒ Ha torto il padrone di casa, che lascia nidiare tanti
cani in questo palazzo, che è sempre stato come si deve.
‒ Ha torto anche il questore. ‒
Il barbiere corse a prender un catino d'acqua per
ismorzare le due furie.
Patacciumm!
In questo punto comparve sulla scala Pinotto, che ve-
niva di fuori.
‒ Per carità! Mamma, si rispetti, guardi come è ba-
gnata.... Entri in casa.... Venga con me....
36
‒ Anche tu, Pinotto.... Invece di far rispettare tua ma-
dre! Ma.... adesso non si può proprio pretendere più nul-
la nemmeno dai figliuoli. Ah! L'ho sempre detto io, che
non c'è più religione. Non si ascoltano più i comanda-
menti di Dio....
‒ Per carità, mamma! Mi ascolti.... me. Si rispetti;
non istanno bene le piazzate. ‒
E facendole forza la trascinò in casa.
L'erbajuola, con le spalle fumanti, seguitata da un
mormorio di approvazione, risalì verso la sua soffitta, e
appena fu nel suo quinto cielo lanciò da basso un'ultima
saetta partica: ‒ Madama del mio scaldaletto! (dandosi
una patta di dietro). Madre dei cani! ‒
E la signora Placida di rimando, uscendo di nuovo dal
cancello, con il viso inferocito in su: ‒ Madama di due
quattrini in aria! Madama dei cavoli marci! ‒
Gli astanti per una parte e Pinotto dall'altra impediro-
no ulteriori battibecchi per quel giorno.
Il giorno seguente la signora Placida riceveva una ci-
tazione di comparire davanti al Giudice Conciliatore, a
fine di essere condannata al pagamento a favore della
istante Ortensia Mellario della somma di lire trenta per
schiaffo ricevuto; e contemporaneamente la Ortensia
Mellario era evocata a comparire alla stessa udienza del-
lo stesso Conciliatore per ivi vedersi condannata al pa-
gamento a favore dell'attrice signora Placida Panezio
della proposta somma di lire cento per cane ucciso e va-
rî effetti di vestiario manomessi, il tutto con gli interessi
dalla giudiziale domanda, la protesta dei vacati e il favo-
37
re delle spese.
Da queste citazioni gemelle scaturirono tre lepidissi-
me scene giudiziarie, delle quali si potrebbe trarre mol-
tissimo partito, se le medesime non fossero già state
sfruttate alla distesa nelle Rassegne dei tribunali.
La prima scena ebbe luogo prima dell'udienza
nell'anticamera del Conciliatore; la seconda davanti il
Conciliatore, che, riunite le cause, si dichiarò incompe-
tente per giudicare d'ambedue, nell'una per ragione di
materia e nell'altra per ragione di valore; la terza infine,
la più violenta di tutte, capitò dopo l'udienza in via delle
Finanze; mancomale in tutte e tre il dignitoso appellati-
vo di madama fu sempre accompagnato dagli epiteti
meno lusinghieri e meno parlamentari, come si espres-
sero i gazzettinisti. Le due litiganti, dopo le più scanda-
lose madamate, si staccarono più accanite di prima: e
pure terminarono il loro diverbio all'unissono, bronto-
lando tutte e due la stessa sentenza votiva, cioè che il
cielo fulminasse quella giustizia di Pilato!
XII.
Questo stato di cose canino era oramai insopportabile
per Pinotto, il quale, a forza di pensarci su, finì per ac-
cettare un'idea luminosa, che gli era apparita nel cervel-
lo per suggestione del suo antico compagno di scuola
Aurelio Auricola, allora sostituito procuratore non del
Re, ma del Causidico Capo Barattini.
Pinotto era maggiore di età, quindi aveva diritto di
entrare nel pieno possesso della eredità intestata moren-
38
do dismessagli dal fu suo padre, salva la porzione legale
di usufrutto materno, e salva la legittima del sesto spet-
tante a sua sorella secondo il Codice Albertino, sotto il
cui impero il de cujus erasi reso defunto.
Aurelio s'incaricò egli stesso di consultare i notai, gli
uffici di registro e le ipoteche, e dopo queste ricerche
venne a dirgli che poteva pertoccargli subito in sua parte
dispotica una ottantina di migliaia di lire.
Fu un lecchetto irresistibile per Pinotto, interrotto da
qualche amarezza di rimorsi preventivi, a dileguare i
quali il sostituito procuratore si offerse di fare tutto lui.
Infatti, mentre Pinotto andò di nuovo in campagna
dall'amico Edoardo, lasciava la sua procura ad Auricola;
e questi cominciò a scrivere una lettera gentile alla si-
gnora Placida, poi si recò a visitarla personalmente, ma
inutilmente; infine concluse: se la signora Placida è du-
ra, con una piccola citazione, la faremo venir tenera.
Appena ricevute le copie, la signora Placida andò su
tutte le furie, poi si recò a prendere un consulto da un
avvocato classico, non che da un ex-cancelliere, suo co-
noscente e dal suo confessore teologo avvocato Sturli-
mandi; e avuta da tutti la risposta, che pur troppo suo fi-
glio era assistito in diritto, sborsò ad Aurelio le ottanta-
mila lire, dicendo però a lui e ripetendo a tutti i cono-
scenti, ch'essa aveva perduto suo figlio.
Pinotto, avuto nelle mani quel marsupio, cominciò a
lasciarne un buono strappo ad Aurelio, dichiarandogli la
propria ammirazione, assicurandolo ch'era addirittura un
grand'uomo e nominandolo suo ministro di grazia e giu-
39
stizia; quindi prima di partire da Torino, per isgombrare
subito tutti gli scrupoli possibili ed immaginabili dalla
nuova strada trionfale, che gli si apriva dinanzi, comin-
ciò con una solenne birboneria. Invitò tutti i suoi nume-
rosi amici e con maggior contentezza e preferenza di
cuore i nemici ad un'orgia, come diceva testualmente il
biglietto d'invito.
Intervennero alla medesima, oltre moltissimi giova-
notti, alcuni personaggi maturi e rispettabili, e trovarono
alcune giovani persone di sesso diverso, vestite con
molto sfarzo ed eleganza, ma molto meno rispettabili
dei predetti.
Venne invitato anche Aurelio Auricola, a cui non pa-
reva vero di dover pigliare parte a quel finimondo di
baldoria, egli che non aveva ancora mai speso più di 15
centesimi in un colpo per i suoi minuti piaceri e che un
sigaro da un soldo lo faceva durare per un'intiera setti-
mana, usando spegnerlo dopo due o tre boccate e quindi
avvilupparlo in un cartoccio di gazzetta o in una scato-
letta di lamiera vuota di fiammiferi.
Aurelio intervenne con un vestito da sacrestano e con
un cilindro ammaccato da fiaccherajo, che furono il te-
ma di parecchie risate in tutta la notte.
Alle due del mattino, Pinotto, tenendo un mantile sul-
le spalle, come fosse un manto, reggendo tragicamente
un candeliere con una mano e portando un inaffiatojo in
testa, declamava il monologo di Amleto: Essere o non
essere.
Una di quelle signore pochissimo rispettabili si pro-
40
poneva di andare al Veglione dello Scribe a cavallo di
un asino. Parecchi invitati di ambo i sessi ballavano sot-
to la tavola.
Un avvocatino, supino per terra e con un imbuto in
bocca, si faceva versare dentro del vino, come lui fosse
un bottale. Aurelio guardando attorno, che nessuno lo
guardasse, rimpinzava di confetti le lunghe saccocce di
dietro dal suo frac da sacrista.
Passata una settimana giusta da quella nottolata, gli
invitati, senza sapere l'uno dell'altro, si recarono poi tutti
a farsi visitare da un medico famoso e convennero tutti
nel giurare che quel birbante di Pinotto lo aveva fatto
apposta.... a lasciare loro quel brutto ricordo.
XIII.
Che cosa faccia un giovinotto di ingegno cervellotico,
mezzo artista, a ventidue anni, libero di sè, avendo a sua
disposizione qualche decina di migliaja di lire, senza un
affetto e senza un impegno di famiglia, è presto detto.
Compera intiere biblioteche di libri nuovi: tutta la
raccolta del Le Monnier, quelle della Tipografia Editrice
Lombarda, tutti i Barbera e la cassetta dei Barberini, tut-
te le fodere rosse del Silvestri, tutti i classici latini pub-
blicati dal Boucheron, tutti gli Economisti di Pomba e
tutta l'edizione definitiva delle opere di Balzac. Gli sem-
bra di dovere nello spazio di due minuti secondi spro-
fondarsi in tutti gli abissi della scienza e poi sbadiglia,
tagliando i fogli a qualche fascicolo.
Si diverte a far correre una rozza da nolo, come fosse
41
un cavallo da corsa conquistatore di bandiere; gongola
dei suoi affanni e delle sue spossatezze come di cose ar-
tistiche; e la finisce con una pistolettata per fare un'ope-
ra di misericordia, e per godere i tratti scultorii di una
morte equestre.
Compera uno struzzo e una bestia feroce per ispaven-
tare gli amici e per imitare Alfonso Karr; e poi vende le
sue rarità zoologiche ad un macellajo.
Viaggia di qua e di là senza costrutto.
Affitta al piano nobile un alloggio mobigliato elegan-
tissimamente, da prima ballerina; e poi affitta magari
contemporaneamente uno stabbio ad un quinto piano.
Piglia una sedia chiusa al teatro nelle sere preziosissi-
me, in cui c'è la prima rappresentazione di un capolavo-
ro sospetto o in cui recita un artista celebre di passaggio,
come Rossi o la Ristori; ed egli, appena sentita la musi-
ca di introduzione, che nei teatri di commedia è quasi
sempre orribile, esce fuori e lascia il suo seggiolone
vuoto, che sembra aspetti qualche principe di Carigna-
no; e non si degna nemmanco di sentire un'acca della
nuova produzione o di vedere il naso celebre, che tutti
gli altri pigiati, con la lingua fuori dei denti e lo stomaco
rotto, anelano d'applaudire.
Egli disprezza tutti: i moscardini come asini e gli stu-
diosi come pezzenti.
Veste come marchesini i figliuoli del portinajo, che
prima andavano strappati e scalzi.
È ricevuto, come uno dei primi nel gran mondo, per-
chè porta le migliaja di lire in palma di mano e le spen-
42
de con una prodezza e una freddezza da disgradarne
Rodschild; ed è ricevuto come uno dei primi nel mondo
letterario, perchè egli ha sempre un capolavoro inedito,
che nessuno non ha ancora potuto criticare, perchè nes-
suno non ne ha ancora letto una riga.
Pare che gli passino rasenti le cariche di ministro e di
ambasciatore e ch'egli sbadigli loro dietro.
Egli commisera cordialmente i suoi compagni che
mettono su studio o accettano un impiego e dice con si-
curezza, che nei nostri tempi un giovane d'ingegno non
ha più bisogno d'inebetirsi per non morire di fame, per-
chè ci sono tanti concorsi di cattedre, premi, ecc.
Intanto egli, vedendosi assottigliare velocemente il
proprio peculio, pensa vagamente a qualche rinfranco
straordinario. Veramente egli non ha ancora tutti i como-
di per degnarsi di diventare un grand'uomo; ma pure de-
ve spicciarsi per quella materialità del mangiare bene e
del vestire meglio. Il bisogno epicureo di fare il signore
vieppiù gli si avvicina; e i grandi posti vieppiù si allon-
tanano da lui, si allontanano....
Ma, neppure vedendosi crescere la marea delle neces-
sità, egli non sa adattarsi a disegni modesti.
XIV.
Pinotto ritornò presto a Torino.
Quivi un giorno, andando a passeggio con l'amico
Edoardo il quale gli manifestava il disegno di diventare
uno dei primi avvocati in una città di provincia, egli lo
condusse sopra un colle, come fece il diavolo con Gesù
43
Cristo, e gli disse: ‒ Tu tiri di conquistar Verona o Ver-
celli, ma io appena mi accontento di conquistare il mon-
do. ‒
Ciò detto, si calzò due guanti di color grigio perlato, a
doppia cucitura e a doppia bottoniera, e si diede una sti-
ratina ai baffi, quasi ciò gli bastasse per prendere il ge-
nere umano di sottogamba.
Risoltosi al fine a fare qualche cosa, mandò un suo
imparaticcio a una Accademia o a una Giunta incaricata
di dare un premio alla migliore commedia o alla miglio-
re monografia sui Giurati o sui Zampognari in Italia. Il
premio egli non lo buscò a quel concorso; anzi a tempo
debito, il suo manoscritto gli venne restituito indietro
ancora intonso, come egli potè materialmente assicurar-
si, verificando tuttavia attaccati insieme gli orli di due
pagine, che egli aveva appositamente ingommate per
conoscere, se i giudici leggevano o non leggevano i la-
vori, che dovevano giudicare.
Adunque gli accademici non si erano nemmanco de-
gnati di aprire il suo volume; ebbene lo rileggerà egli
tante volte, quante bastino alla brama insaziata di un au-
tore inedito. Dio mio! Egli non potè procedere oltre alla
prima pagina, perchè quella roba gli faceva venire i
crampi allo stomaco. Gli sembrò la prosa più abbomine-
vole, che si fosse mai buttata giù in questo mondo lette-
rario. Allora, come un pazzo furioso, si mise a stracciare
il suo lavoro; stracciatolo, lo calpestò; calpestatolo ben
bene, ne pose in fuga i laceri pezzettini, anche quelli,
che aderivano al pavimento; li scopò via tutti fuori del
44
balcone; e quando li vide mulinare giù per l'aria, li ma-
ledisse ancora una volta, sputando loro contro.
Uscito a fare una corsa per la città, voltandosi attorno,
gli parve di accorgersi per la prima volta, che a Torino
c'erano dei giovani, che studiavano e sapevano qualche
cosa e che pubblicavano dei buoni componimenti in ita-
liano e delle rispettabili traduzioni dal greco, dall'inglese
e dal tedesco. Ed egli con tutte le sue pretese non sapeva
ancora niente di tedesco, poco di inglese e di greco, e
pochissimo di italiano. Lo assalse la vergogna e gli so-
pravvenne la fulminea idea di presentarsi al Circolo Fi-
lologico e di inscriversi a tutti i corsi, compreso il siria-
co, se c'era, e non escluso il latino per le signore. Così
fece; e in poco tempo, riempiendo di coniugazioni i car-
tolari, destò l'ammirazione nei professori.
Fece di più. In quel tempo, oltre al Circolo Filologico,
fioriva in Torino una Società Letteraria, intitolata la
Dante Alighieri, la quale si meritò forse qualche cosa di
più che le quattro righe di questo racconto. Essa si radu-
nava ogni domenica nell'anfiteatro chimico detto di S.
Francesco di Paola e precisamente nello stesso luogo, in
cui, quarant'anni prima, il gesuita padre Manera aveva
aperto la sua cavallerizza letteraria, alla quale avevano
preso parte Angelo Brofferio e Carlo Marenco. Allora il
padre maestro baciava gesuiticamente i versi di Dante,
prima di spiegarli, e metteva blandamente le mani sulle
spalle ai giovani per incoraggiarli. Quarant'anni dopo,
oh! non più gesuiti!
Quarant'anni dopo, componevano la Società alcuni
45
giovani liberi come l'aria e freschi come un buon matti-
no, i quali sentivano la forza irresistibile di fare tosto
vedere pubblicamente le loro prodezze letterarie. Essi
declamavano senza paura di blandizie lojolesche o di
nottate al palazzo Madama, declamavano la loro brava
opinione sull'ultimo problema scientifico, sull'ultimo li-
bro, sull'ultima canzonatura, sull'ultima immortalità
dell'anima, sull'ultima immortalità della materia o
sull'ultima neve caduta. Il loro pubblico erano gli ex-
compagni di corso, gli studenti loro immediati successo-
ri nell'università o nel liceo, le signorine sorelle o cugi-
ne, le signore dilettanti di letteratura e dei grandi proces-
si alla Corte di Assise, professori giubilati, e gli altri ab-
bonati ad ogni spettacolo gratuito.
Una volta all'anno poi essi davano una festa solenne
con l'intervento delle autorità municipali, politiche ed
accademiche e della musica della Guardia Nazionale, ‒
e per una di queste feste fecero persino coniare una me-
daglia commemorativa, come quella dei carnevali di
Gianduja.
Nella Dante c'era Edoardo, il quale fece presto tutto il
possibile per trascinarvi anche l'amico, il neo-filologo
Pinotto.
Ma Pinotto era riluttante a entrare in quella Società;
perchè, egli diceva, che le società letterarie erano tutte
società di mutua ammirazione. Pure in un giorno di festa
solenne, per accontentare Edoardo, che vi dava la sua
beneficiata, egli pose il piede nella Dante. Ebbene, fu
addirittura commosso nel vedere, anche solamente come
46
spettacolo d'una volta all'anno, il Sindaco della Illustris-
sima Città del Toro, messosi in coda di rondine per la
letteratura; nel vedere belle signore e bellissime signori-
ne abbigliate festosamente per la letteratura, e l'incisore
Thermignon avere coniata una medaglia per la letteratu-
ra, e tutto quel caleidoscopio di pubblico essersi assie-
pato circolarmente in anfiteatro per la letteratura; in ci-
ma al quale pubblico parevano stampati come re da ta-
rocchi due marescialloni dei RR. Carabinieri, invitati da
un socio maestro della Cittadella, ‒ con il loro pennac-
chione nuovo e i loro bottoni e cordoni lucentissimi, an-
che essi per la letteratura....
Gli vennero poi i battiti al cuore, quando vide farsi in-
nanzi nell'emiciclo, davanti a quel pubblico, l'amico,
quasi fratello Edoardo, con gli occhi brillanti di ardi-
mento, con la testa balda e scarmigliata, con la voce po-
tente di metallo giovanile, e sciorinare su quel pubblico
un discorsetto ameno e piccante alla Paolo Courier, fa-
cendo ridere beatamente i carabinieri e i professori, fa-
cendo piangere le signore e le signorine, facendo freme-
re i giovani bollenti Achilli e facendo saltare sulle sedie
i fanatici compagni e ammiratori; ‒ e quando Edoardo
ebbe finito lo spéech, sollevarsi una selva di applausi,
contra cui non valsero nulla i tromboni della Guardia
Nazionale; e il Sindaco e il Rettore dell'Università alzar-
si e stringergli la mano....
Pinotto precipitò anche lui sopra Edoardo; e questi gli
domandò affannosamente: ‒ Ebbene?
‒ Mica male.... Ih! acqua, che non macchia.... ‒ gli ri-
47
spose ridendo, e poi gli diede lo scoppio di un bacio, co-
me il più franco conforto ed elogio di amico e di fratel-
lo.
Quello spettacolo di godimento letterario e di amici-
zia fraterna tirò definitivamente Pinotto nella Dante.
Quei giovani soci erano quasi tutti fatti alla buona e
senza verun sussiego, quantunque molti di loro fossero
prossimi a divenire o già fossero bravi e rinomati inge-
gneri, o medici, od avvocati, dottori di collegio, o pro-
fessori di Università o di Liceo, consiglieri comunali o
provinciali, capitani di cavalleria o di guardia nazionale.
Benchè poi si radunassero in sedute letterarie, essi non
pensavano mai, anzi non sospettavano neppure di essere
accademici; tanto che un giorno, avendo un egregio let-
terato maturo mescolatosi con loro, detto: l'accademia
non è in numero, risero tutti sotto i baffi, che avevano o
non avevano.
Essi pensavano proprio soltanto a sfogare i loro umori
letterari, arricchendosi e rimpolpandosi intellettualmen-
te nel commercio disinteressato dei compagni e massi-
me del pubblico; amavano proprio di cuore l'arte per
l'arte; quindi davano magnificamente nel genio artistico,
zingaresco, spigliatissimo di Pinotto; e si incontravano
con il suo baco fanciullesco di letteratura inedita. Perciò
egli non ebbe veruna difficoltà a divenire in poco tempo
tutta cosa della Dante.
XV.
Anzi, egli potè riuscire presto il carattere più spiccato
48
di quella baraonda letteraria, che fu poi scherzosamente
chiamata la Giovane letteratura torinese.
Egli però non disse mai una parola nelle sedute pub-
bliche della Società e ciò per la sua ripugnanza super-
bissima verso il pubblico; ma, per così dire, lavorò mol-
to negli uffici; e di niun altro era tenuto di conto il giu-
dizio quanto di lui; tanto erano lucidi, taglienti, diaman-
tini i suoi concetti. Parecchi principianti d'allora, di cui
adesso si comprano i romanzi come il pane e si applau-
discono le commedie, come trionfi, partivano dalle parti
più discoste della città per recarsi a leggergli i loro lavo-
ri.
La sua cameretta soprastante al giardino del Valenti-
no, divenne un vero nido di astore letterario. Era piena
di aria, di luce, di frescura, di paesaggio. Aveva tutti gli
emblemi della scapigliatura artistica; batterie di bottiglie
dal collo inargentato o dorato, che mandavano nimbi e
fosforescenze; sfilate di volumi eleganti sul camino, sul
davanzale della finestra, per terra.
Il banco del giovane posava le sue quattro gambe sui
quattro volumi dei satirici italiani. Egli intronizzato nel-
la sua seggiola, sembrava Heine, sembrava Lucifero.
Abbatteva un uomo, un lavoro con una stretta di ma-
no, con un elogio o con un'arguzia.
Un giorno Edoardo, il quale studiava di proposito i
codici e frequentava assiduamente uno studio celebre di
avvocato, facendo tutti i giorni una difesa gratuita al Tri-
bunale Militare o a quello Correzionale, gli lesse un suo
lavoro letterario sopra Ugo Foscolo.
49
Pinotto, dopo averlo sentito attentamente, pur fabbri-
cando delle spagnolette, ‒ gli disse sul serio: ‒ Bravo!
Mi rallegro.... Tu cominci a diventar asino. Ciò mi fa
piacere, perchè ti farà del bene per la tua carriera e pei
tuoi figli, quando ne avrai.... ‒
Al solito suo genio della beffa egli aveva unito un
nuovissimo entusiasmo artistico; pareva si movesse alla
conquista dell'arte con un lusso asiatico.
Per riuscire artista, egli soleva ripetere: bisogna anzi-
tutto conoscere la vita reale; ‒ e la società egli seguitava
a conoscerla largamente, intensamente, lui sempre pia-
cente, bizzarro, spiritoso, spenditore, ‒ che danzava e
cavalcava benissimo, lui, quando lo voleva, attillato, ce-
sellato, irreprensibile in guanti, speroni e frustino.
Poi soggiungeva: bisogna conoscere la vita ideale. Ed
egli conobbe singolarmente le letterature classiche, e si
fece presentare a quelle forestiere e alla scienza; tanto
che si trovavano mescolati ed aperti sul suo tavolo Ba-
stiat, Anton Francesco Grazzini detto il Lasca, Shake-
speare, Thiers, Aristofane, Mazzini, D'Azeglio, Augier,
Giusti, Moleschott, Plauto, Darwin e Schiller.
Dopo essersi arroventato con Vittor Hugo, egli era ca-
pacissimo di pigliare una doccia ghiacciata nelle com-
medie di Gian Maria Cecchi.
Studiava giorno e notte in letture faticosissime. Le
sue occhiaje nere e le sue palpebre orlate di rosso accu-
savano veglie straordinarie. Per rinvigorirsi fisicamente
e intellettualmente, mise due assicelle sul materasso del
letto.
50
Volle anche combinare l'eroismo con l'arte. Fece la
campagna dei Vosgi, battendosi molto bene. Partì per la
guerra, senza dir niente a nessuno, e ritornato non sof-
ferse mai che glie ne parlassero. Solo un giorno discor-
rendo di soldati mobilotti in un pantano, li descrisse co-
me si fosse trattato di anitre selvatiche o di beccaccini.
Oltre a ciò prese a dilettarsi di musica, ricavando ner-
vosamente armonie sul pianoforte, e si sbizzarrì in nuo-
vi viaggi scomparendo dalla tribù degli amici, senza la-
sciar loro il proprio ricapito.
Le sue elemosine divennero sempre più da cardinal
Borromeo.
Così rinfrancandosi d'ingegno, di lavoro, di buona vo-
lontà, di studi, di vedute e di salute fisica e morale, egli
lavorò secretamente intorno a un suo romanzo, di cui gli
amici odoravano meraviglie.
Un fratello ne parlò alla sorella, la sorella a tutte le
amiche del collegio; queste al direttore spirituale; il di-
rettore spirituale all'economo, l'economo al negoziante,
gli altri parenti agli amici, gli altri amici ai parenti, ecc.,
ecc. Fatto sta ed è, che poco per volta si diffuse per Tori-
no, quasi direi, una irradiazione del nome di Giuseppe
Panezio, e una calorosa aspettazione del suo capolavoro.
Edoardo, che più degli altri era dentro alle secrete co-
se di Pinotto, ebbe la singolare ventura di adocchiare
l'epigrafe tolta a Coppée, che stava sul manoscritto del
celebre romanzo in erba:
Pauvre mère! Pardonne-moi
51
Et d'être malade et d'écrire.
Ne fu commosso, e non si potè rattenere dal correre
dalla signora Placida e dirle affannosamente, che richia-
masse tosto suo figlio per dargli un bacio, perchè Pinot-
to si faceva onore nella Dante Alighieri, si faceva onore
presso tutti gli amici letterati, si sarebbe fatto onore nel
mondo e sarebbe divenuto sicuramente un grand'uomo
per tutti e un grande figliuolo per lei.
La Madre dei cani a tutta quella lirica di amicizia ri-
spose molto prosaicamente: ‒ Ah! la Dante Alighieri! la
Dante Alighieri! Ecco quella che rovina i figli di fami-
glia.... la Dante non da.... del pane (in musica). ‒
Il bisticcio materno della Dante che non dava, riferito
da Edoardo a qualche amico, e da costui ad un'altro per-
venne eziandio alle orecchie di Pinotto, che partì incon-
tanente da Torino.
Si diceva che egli era ritornato in Toscana per rinfor-
zarsi vieppiù nell'uso del linguaggio schietto e vivo di
quella gente benedetta.
Invece, altro che Toscana! ‒ Di lì a poco tempo si
sparse la voce dapprima vaga e poi certa che quel giova-
ne, il quale sembrava marciare verso un avvenire di una
saldezza adamantina, avea per lo contrario liquefatte
quasi intieramente le sue sostanze nella sua preparazio-
ne artistica, si era tuffato nel commercio a Genova e poi
era partito per l'America.
52
XVI.
In effetto, parecchi mesi dopo, Pinotto ritornò
dall'America tranquillo, come se tornasse da Cavoretto,
raccontando di aver fatto l'ostetrico sopra un bastimento
a vela, aver portato con le sue braccia damigiane di pe-
trolio, ricevute mance da facchino e accordato pianoforti
a Buenos Ayres; e nel ritorno essersi pubblicato inutil-
mente disponibile sulle tabelle della Borsa a Marsiglia.
Aggiungeva allegramente avere ottenuto dalla cortesia
di un macchinista il favore di abbruciare i suoi mano-
scritti letterari, i suoi lunghi studi nel fornello di una lo-
comotiva a vapore.
D'allora in poi egli vagolò in campagna, a Torino, a
Genova e a Firenze.
Però fino a quel tempo la sua fierezza artistica non
aveva dovuto piegarsi per domandare mercè a chicches-
sia. E poteva tuttavia farne senza.
Imperocchè, quando aveva ricevuto le ottantamila lire
in un picchio, egli ne aveva investito qua e là bizzarra-
mente alcune parti; per esempio 10 lire in una cassa di
risparmio; 200 in un'altra; magari soltanto una lira in
una terza, tanto per incomodare un impiegato a scriver-
gli il libretto; 100 lire in conto corrente al Banco Sconto
e Sete; 500 lire in una azione della Banca Indo-Germa-
nica; 5000 in rendita turca, ecc.
Ora razzolando negli angoli del baule, gli fiorivano
tra le mani quei titoli provvidenziali, e gli fecero buon
prò anche quelli rinviliti dell'ottanta e più per cento.
53
Infatti un'azione dell'Indo-Germanica fu sufficiente a
pagargli le uova per un giorno intiero e una cartella del
prestito turco bastò a procurargli gli zolfini; onde egli
coniò il proverbio meglio serbar in turco, che sprecare
in italiano.
Ma questi rinfranchi gli si andavano terribilmente as-
sottigliando di giorno in giorno. Onde, molte volte, se-
duto al tavolino marmoreo di un caffè, davanti a due uo-
va affrittellate miseramente le quali scoppiettavano
schizzi rabbiosi per carestia di burro e si attaccavano te-
nacemente abbrustolite al fondo del tegame, molte volte
egli esclamò, mezzo liricamente e mezzo elegiacamen-
te: ‒ vorrei che queste due uova mi durassero una eterni-
tà! ‒ E volgendo gli occhi in su ne gustava il sapore, in
modo da impietosire chicchessia ad eccezione di lui.
Molte volte egli, che nei suoi tempi felici aveva esibi-
to agli altri il suo portamonete a chius'occhi, con quella
noncuranza cortese e signorile, che non hanno nemmeno
i milionari, quando offrono l'astuccio dei sigari, ‒ si tro-
vò coartato a scomporre mentalmente un soldo e a desti-
narne le preziose particole nel suo specchietto giornalie-
ro: tanti centesimi per i fiammiferi e tanti per la pattona.
XVII.
Egli prediligeva il soggiorno di Firenze per la compa-
gnia dei fratelli della Misericordia, la cui instituzione
egli da un pezzo considerava come un capitale, che
avesse nello scrigno, in mancanza del capitale assisten-
za materna.
54
Ma, per fare maggiore economia, abbandonò Firenze
e andò a stabilirsi in una piccolissima città di provincia,
dove era affatto sconosciuto. Quivi si diede addirittura
alla dieta dei grandi uomini in erba: pane, acqua e for-
maggio; e cominciò un nuovo romanzo, rifusione più
netta e più grandiosa del primo. Così viveva assai stret-
tamente, ma serenamente, quando un giorno egli cascò
ammalato.
Era una grave malattia di peccati vecchi, penitenza
nuova; per cui fu portato allo Spedale; e poco mancò
non gli si dovesse amputare una gamba. Tre dottori sta-
vano per l'operazione; uno solo contro e vinse. L'averlo
potuto guarire, salvandogli quell'estremità combattuta,
fu una vera gloria per il medico, che glie l'aveva difesa a
viso aperto; onde la storia clinica del caso interessante
venne narrata distesamente nel Morgagni, rinomata Ri-
vista di Medicina e Chirurgia, adoperandosi mancomale
le sole iniziali dell'ammalato.
In questo frattempo Pinotto, avendo fatto scrivere dal
medico, suo Farinata ed istoriografo, avendo fatto scri-
vere a casa, che egli era all'Ospedale, si teneva sicuro
che sua madre e sua sorella sarebbero venute a trovarlo;
anzi si rammaricava acerbamente per aver potuto un sol
giorno preferire nel proprio cuore la Misericordia di Fi-
renze alla sua famiglia. Invece esse si fecero vive, ma
non già rispondendo al dottore; bensì fecero scrivere dal
Teologo al cappellano dell'Ospedale, raccomandandogli
vivamente Pinotto, però esclusivamente per le cose
dell'anima. Del resto esse accusavano un raffreddore;
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per il quale non potevano muoversi. Nè mandarono ve-
run soccorso.
È facile il capire, come questa razza di sollecitudine
per parte della madre e della sorella, facesse digrignare
a Pinotto non solo i denti, ma l'anima.
Egli uscì dall'Ospedale con un appetito da convale-
scente, ed entrò in un caffè. Ora, per combinazione, la
prima cosa che lo colpì, fu, a farlo apposta, la vista di
una vecchia signora, rassomigliante un po' a sua madre,
che dava a leccare sucidamente lo scodellino alla sua
cagnetta. Ciò fini per rovinargli completamente ogni
programma di economia e di buona condotta, se aveva
bisogno ancora che questo gli fosse rovinato.
‒ Dio santo! ‒ egli esclamò: ‒ Ci sono tanti e poi tanti
poveri cristiani, che non prendono mai e poi mai il caf-
fè.... Ci sono degli ammalati che ne mancano.... Io stes-
so, prima di andare all'Ospedale, sono stato cinque mesi
senza assaggiare più il caffè, io.... io.... chè pure mi pia-
ce tanto; e credo di avere maggiori diritti di un Glafir
qualsiasi, ai godimenti del mondo.
Ebbene! allora gli parve di avere il diritto preciso, so-
vrano, fulmineo, incontrastabile, e imperscrittibile di
esigere dalla Società ogni giorno una costoletta pepata,
una caciuolata con i tartufi, e una bottiglietta di barolo
per colazione, con l'intiera bottiglia per il pranzo oltre al
caffè e sopracaffè a semplice richiesta. Quindi, forte del
suo diritto, si mise a spedire lettere circolari, che do-
mandavano cento lire in prestito ai membri, che per lui
rappresentavano la società sua debitrice, cioè ai suoi pa-
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renti ricchi e ai suoi compagni d'ozio, di crapula o di let-
teratura edita ed inedita. Non gli passò nemmanco per la
mente di rivolgersi a sua madre, perchè la riteneva cosa
inutile dopo il contegno da lei tenuto in occasione della
sua malattia all'Ospedale.
XVIII.
Uno degli zii gli rispose, che in seguito alle inonda-
zioni del Po gli erano caduti 3 mulini, per cui doveva
farli rifabbricare ed era dolentissimo di non poterlo sov-
venire di un centesimo. Un altro zio incominciava la let-
tera con mille imprecazioni contro al governo; diceva
che i bachi da seta erano andati male, la canapa malissi-
mo e che ciò nonostante quegli asini, mangioni ed assas-
sini di ministri, lo costringevano ad anticipare la impo-
sta fondiaria, per cui era egli stesso nella necessità di ri-
correre al credito.
Un cugino gli rispose: «Se tu mi avessi scritto un
giorno prima, non cento lire, ma te ne avrei mandate
mille; imperocchè tenevo disponibile un capitale di die-
cimila lire, di cui ti avrei volentierissimo accomodato.
Ma stufo di tenere quella piccola somma oziosa, non po-
tei resistere alla tentazione di investirla nella compera di
una casetta; un cattivo contratto, mio caro cugino! Pen-
sa: diecimila lire in contanti nel rogito, e poi altre 10 mi-
la da sborsare fra tre anni.... E poi gli emolumenti del
notajo e del Registro, senza contare le riparazioni ordi-
narie e straordinarie e la tassa sui fabbricati.... Caro Giu-
seppe, ti assicuro che ho le mani nei capelli, tanto sono
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imbrogliato. Oh quanto avrei avuto più caro di prestare
tutte a te le diecimila lire!... Ah, perchè non mi hai scrit-
to prima? Perchè?...»
Gli amici gli risposero niente, ad eccezione di Edoar-
do e di Aurelio Auricola.
Il primo, avendo guadagnato cento lire in un concorso
pubblicato da un giornale giuridico, ne mandò cinquanta
a Pinotto, pensando semplicemente che era meglio darle
a un amico, che ad un'amica.
Il secondo gli mandò una lettera untuosa, scritta sopra
un mezzo foglio spiegazzato dentro una busta storta, di
quelle che fabbricava lui con gli antichi atti dell'ufficio.
Il machione aveva preteso fare dello spirito. Infatti co-
minciava con tanto di Sire! ricordava al Sovrano la pro-
pria nomina a suo Ministro di Grazia e Giustizia, quindi
veniva con fede degli opportuni ricapiti a supplicare la
Maestà Sua a voler avere ad ogni cosa l'opportuno ri-
guardo; onde conchiudeva, che se il monarca, dato eva-
cuo a tutti gli incumbenti che del caso, non poteva pre-
stare a lui ministro Guardasigilli la cauzione per mettere
su un ufficio nuovo, gli mandasse per lo meno duecento
lire, come voleva la Grazia e non ricusava Giustizia, ac-
ciocchè egli potesse vestirsi bene e così ottenere final-
mente la desiata mano della figliuola unica del suo prin-
cipale Barattini, facile apportatrice della desiatissima
procura in suo capo.
Sopra queste risposte e non risposte Pinotto fece le
seguenti considerazioni filosofiche: ‒ Belle combinazio-
ni! I fiumi straripano, i bachi da seta e la canapa intristi-
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scono, il Governo pretende l'anticipazione delle impo-
ste, un cugino si rovina con uno scellerato carrozzino,
gli amici perdono l'uso della parola, o falliscono del cin-
quanta per cento, o peggio ancora i cretini imparano a
fare dello spirito chiedendo il doppio di ciò che devono
dare, tutto questo per impedire a me Giuseppe Panezio
la possibilità, che hanno tutti gli straccioni di raggranel-
lare la somma di cento lire rotonde. ‒
Quindi conchiuse: ‒ La carta non diventa rossa, ma la
epidermide della faccia umana, sì! Il silenzio è d'oro; ma
la parola è di diamante. Andrò io a prendere di fronte
questi parenti delle inondazioni e questi amici mutoli, a
cui regalerò un francobollo per vergognarli di non aver-
mi risposto. E vorrò vedere, se a quattr'occhi oseranno
negarmi qualche miserabile biglietto di banca. Voglio
vedere, se potranno dirmi di no, quelli specialmente che
mi hanno aiutato a mangiare migliaja di lire in cene,
sovvenzioni, sigari, et reliqua!... Voglio vederli a dirmi
di no! ‒
XIX.
Piombò, come un agente fiscale, fra lo stuolo degli
amici e dei parenti, e fece un abbondante bottino, però
rilevando questo. La gente più lo credeva tuttavia ricco
e capace di dare mance vistose alle serve, più gli dava
volontieri da pranzo, restando persino di buon umore, se
egli, uso alle taverne e senza veruna scuola di famiglia,
faceva scricchiolare maledettamente le sedie e minac-
ciava di romperle ad ogni movimento. Ma, come si ac-
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corgevano, che egli aveva veramente bisogno di soccor-
so, tutti si imbrunivano e si inacidivano a vederlo com-
parire, e lo mortificavano con avvertimenti e con certe
facce da Ebreo Errante, appena avessero dovuto dargli
semplicemente da sedere.
Egli segnò queste ed altre osservazioni sopra un tac-
cuino, come materiali di un altro suo capolavoro, desti-
nato a non essere mai pubblicato e intitolato: Al Verde!
Dapprima egli accettava i soccorsi e l'ospitalità altrui
con franchezza, perchè egli era sicuro di diventare,
quando che fosse, un milionario, un milionario, che
avrebbe ammazzato i suoi pitocchi soccorritori con una
profusione di doni e avrebbe restituito con pranzi
all'albergo Trombetta le braciòle casalinghe, che egli
aveva mangiato nelle famiglie altrui. Poi cominciò a pe-
sargli il sospetto di essere tenuto per uno scroccone, per
un cavaliere del dente; in quei momenti i denari degli
amici gli bruciavano le mani, e gli facevano salire le
vampe alla faccia. Infine con il vigore del suo cervello
sviato, riuscì persino ad addomesticarsi baldamente a
quella vita.
Un amico era tassato da lui per il caffè, un altro per i
sigari, altri per altro; ed egli viveva completamente alle
spalle del prossimo, come se fosse stato il Governo.
Ma un giorno, nell'avvicinarsi della fredda stagione,
quando ricevette da Edoardo un pastrano usato, divenne
di nuovo superbo e vergognosissimo, e disse amaramen-
te a sè stesso: ‒ Sono proprio un accattone! ‒ Però ripre-
se subito nella vigoria del suo animo: ‒ Sono un accatto-
60
ne, ma mi infischio di tutti. ‒
E andò da due altri suoi amici a domandare a ciascu-
no di loro il pastrano usato; così avutine tre, scappò a
venderli nel Ghetto, per comperarsene uno nuovo da
Bocconi.
Intanto, per cessare quello stato di cose, cercava un
impiego quale si fosse e non lo trovava. Vedeva che riu-
scivano ad occuparsi vantaggiosamente ufficiali e bassi
ufficiali smessi, cantanti, commedianti e suggeritori, i
quali avevano perduto la voce, nobili spiantati e stangati
d'ogni estrazione e che ne erano pieni i ministeri, i licei,
e le fabbriche di bottoni e di zolfanelli; solo egli non po-
teva scovare alcun posticino per sè. Tutti si schermivano
dall'aiutarlo, chi perchè si fidava poco della sua testa
bizzarra, chi perchè non osava metterlo in un ufficio
troppo misero, e chi perchè sentiva quella tendenza na-
turale di dare il tratto a chi rotola in giù.
Questi gli diceva: ‒ Ah, se fosse ancora vivo il com-
mendatore Caramella! Egli era un uomo veramente dal-
le braccia lunghe, e per far piacere a me e a mia moglie
avrebbe fatto nominare vicario generale della diocesi
anche il vescovo dei frammassoni.... Ma quel degno ga-
lantuomo, ah! proprio di quelli di una volta, ora non è
più. Mi rincresce, mi rincresce, caro mio, di non poterle
essere utile presentemente.... Ma, se fosse vivo il com-
mendatore Caramella.... avrebbe visto.... ‒
Quegli gli rispondeva: ‒ Peccato non ci sia più quella
cara madama Storione! Vieni qui, Enrichetta.... Puoi dir-
lo tu, mia cara figlia, se quella buona signora non poteva
61
quello che voleva. Ah! quanti emigrati abbiamo fatto
impiegare da lei! Era così buona e ci voleva tanto be-
ne.... Ma ora quella brava signora anche essa se n'è an-
data.... Fanno tutte così le persone che sono utili al mon-
do e rimangono solo i bisognosi.... Ah! buon signore,
peccato che non ci sia più quella cara nostra madama
Storione! Ah! Madama Storione non faceva anticamera
da nessun ministro, oh no! no! ‒
Un terzo lo assicurava che avrebbe fatto moltissimo
per lui, se non fosse caduto il gabinetto antecedente.
Insomma il povero Pinotto era suffragato da una le-
gione di condizionali, di defunti o di cascati, e non era
punto aiutato nei bisogni presenti della sua vita.
Spinto dalla rabbia di questi smacchi, egli un giorno
assaltò da sè stesso per via un commendatore francese,
gran sopracciò delle strade ferrate, e gli disse: ‒ Sono il
tal dei tali, sono mezzo ingegnere, ho mangiato ottanta-
mila lire in pochi anni; ho conosciuto le signore più bel-
le ed eleganti della città, ed ora le domando un posto da
guardiasale in una delle tante sue stazioni. ‒
Il commendatore lo licenziò frettolosamente, sospet-
tando di essere stato abbordato da un borsajuolo o da un
suicida futuro prossimo, e lo invitò a recarsi l'indomani
nel suo ufficio.
Portatosi puntualmente l'indomani alla Direzione del-
le ferrovie, egli non ottenne di poter parlare col com-
mendatore; ma parlò con un vice-sostituto sottosegreta-
rio del medesimo, il quale gli mise sul naso un paio
d'occhiali spessi come due fette di salame. Pinotto ci ve-
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deva dentro come in un nebbione e non altrimenti che
per pelle talpe; quindi fu licenziato quale inabile per vi-
sta corta.
XX.
Sconfitto da tutte le parti, non conoscendo più altro
rifugio, egli finalmente accondiscese alle istanze di
Edoardo, che da più mesi lo sollecitava a presentarsi da
sua madre. Bisogna dire che egli salì gli scalini materni,
più per togliersi ogni appicco di biasimo davanti all'ami-
co, che per fondata speranza di riuscire nell'intento.
Fu breve e secco il colloquio fra madre e figlio. La si-
gnora Placida diede un piccolo soprassalto, quando si
vide dinanzi il suo Pinotto, ma poi si rattenne e assunse
il contegno più dignitoso, che possa assumere una ma-
dama borghese, quando voglia dare una lezione di civil-
tà a una odiata amica.
Lo condusse nella sala di ricevimento, e senza accen-
nargli che si sedesse, gli domandò: ‒ Ebbene, che cosa
si vuole da me? ‒
In quel punto fecero per entrare Carolina e i cani, ma
la signora Placida ordinò loro di ritornare premurosa-
mente indietro, quasi essi non dovessero onorare di loro
presenza quel discolo. Quindi ripigliò: ‒ Ebbene che co-
sa si vuole da me?
‒ Signora madre.... Scusi del disturbo.... È una specie
di ritorno del figliuol prodigo. Ho già consumato le mie
ottantamila lire, ed ora vivo a spese degli amici, e cerco
un impiego con il loro aiuto. Sono venuto a vedere, se
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mia mamma alle volte avesse dispiacere che gli amici
prendessero il suo posto....
‒ No, no, no.... Io non voglio saperne di niente. Sta
pure con gli amici, facciano pure loro quello che voglio-
no, essi che ti avranno aiutato a disperdere e divorare le
sostanze guadagnate da tuo padre.... Io non ci entro per
niente.... Ah, gli amici, gli amici!
‒ Allora.... ‒ E fece a sua mamma un inchino. Questa
gli rispose con un cenno di testa pieno di dignità bor-
ghese.
Discendendo le scale, mentre gli si spezzava il cuore,
il povero giovane diceva: ‒ E pure mia mamma non è
cattiva! Non mi capisce, ma non è cattiva.... ‒
Girando per la città, con la testa bassa, inciampò in
quel rospo di Aurelio Auricola.
‒ Ecco lì, ‒ disse fra sè, ‒ ecco lì sotto quell'untume
da cappellano e sotto quella fronte da cretino, ecco lì
dove ci sono dei pozzi di ricchezza mobile. E gli passò
per il cervello la voglia di strangolarlo e depredarlo; ma
fu una voglia semplicemente ridicola; tanto è vero, che
lo fece ridere di cuore.
‒ Che cosa hai, Giuseppe, che ridi come un maniaco?
‒ Ho.... ho, che non ho nemmanco un soldo da far
cantare un cieco.... E non so proprio più dove battere la
testa. Guarda tu, che sei procuratore, non potresti rega-
larmi un'azione di qualche compagnia di ladri.... oppure
indicarmi qualche posto vacante da assassino? Lo accet-
terei e comincierei dallo svaligiare te.
‒ Grazie tante.... Hai voglia di scherzare?... ‒ rispose
64
Aurelio un po' livido per un quissimile di paura. ‒
Aspetta....
Ed accese il suo perpetuo mozzicone di sigaro.
‒ Aspetta.... Tu devi ancora avere la proprietà di ciò
che tua madre gode in usufrutto sulla eredità di tuo pa-
dre.... Vendi la quarta uxoria di tua madre.
‒ Sei un'aquila. ‒
Secondo il solito, il sostituito procuratore si incaricò
egli stesso di trovare lo strozzino e il notajo dello stroz-
zino.
Alle cinque di un pomeriggio invernale, nello studio
del commendatore notajo Raffa, mentre la luce grigio-
scura del giorno morente si allontanava, e la raggiera
gialla di una lucerna si allargava nello spazio, dentro
una mutezza strangolatrice, si sentiva saltellare ed intac-
care lo scricchiolío di una penna. Si rogava il contratto,
per cui Giuseppe Panezio vendeva il suo restante patri-
monio usufruito dalla madre, del valore approssimativo
di lire trentamila al signor Abraam Isacco X del fu Gia-
cobbe, il quale, dopo essersi accertato della età legale
del venditore, mediante la produzione della costui fede
di nascita, gli concedeva in corrispettivo lire millecin-
quecento, di cui cinquecento in contanti, cinquecento
che si dichiaravano ricevute prima del rogito e le altre
cinquecento valutate in altrettanti effetti di merce, fra
cui alcuni elmi di cavalleria di antico modello e la scrit-
tura di un basso profondo, protestato da un teatro di pro-
vincia.
Mentre scricchiolava la penna del notajo, una ragazza
65
bionda come una stella attraversò lo studio sulla punta
dei piedi.
XXI.
Intascate le cinquecento lire, pagato profumatamente
il notajo, e lasciati gli elmi ed il basso cantante a chi li
voleva, senza dire ai nè bai a nessuno, egli bruciò gli al-
loggiamenti, piantando lo stuolo dei suoi amici patroni, i
quali in generale si videro senza soverchio rammarico
cessare a un tratto l'obbligo delle rispettive quotidiane
contribuzioni al sostentamento del loro misero cliente.
Egli dilapidò quelle cinquecento lire proporzionata-
mente in fretta quasi come le altre, tanto per allontanare
da sè un senso di maledizione materna; imperocchè ogni
po' un eco del freddo scricchiolío della penna del notajo
lo faceva rabbrividire.
Di lì a pochi mesi, dopo essersi presentato inutilmen-
te a cento usci, dopo essersi offerto agli uffici dei gior-
nali, alla stenografia della Camera, alle fabbriche
dell'acqua gazosa e del gaz combustibile, dopo aver gio-
cato al lotto gli ultimi cavurrini, dopo di essere stato
spinto dalla necessità fino sulla porta delle parrocchie e
delle sacrestie e dopo avere inspirato a tutti un senti-
mento di ripulsione con la sua aria di un Satana morto di
fame, egli si trovava una sera d'estate a Roma, seduto
sopra un sasso, lungo uno stradone.
Si sentiva estenuato dal digiuno e rotolato giù agli ul-
timi scalini della degradazione sociale, e si diceva ama-
ramente nella sua anima: ‒ Possibile che nessuno voglia
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darmi da lavorare per vivere! Non domando molto io....
domando da mangiare per vivere.... E mi sento capace
di fare qualsiasi cosa per guadagnarmi la pagnotta quoti-
diana, a cui ho diritto, Dio Santo! se non è bugiardo il
Paternostro.... Farei anche il giornalista clericale o an-
drei anche ad ammazzare Bismark, se me lo comandas-
sero!...
Poi soggiunse: ‒ No, no.... non mi sentirei mai capace
di fare del male, anche a costo di morire di fame.... ‒
La sua fisionomia era pressochè irriconoscibile.
Egli portava in testa un cappellone polveroso con la
visiera dura per le pioggie ricevute e lucida per l'unto
che vi si era appastato. Portava addosso un pastrano da
inverno in immediato contatto con la camicia che era
dello scuro più laido; (essendo la divisa dei poveri nel
più caldo dell'estate il pastrano, che essi poi si affrettano
a consegnare al ghetto, appena si approssimi l'inverno),
un pastrano giallo come il mantello di certi cani levrieri,
con istrappi ed altre macchie indelebili. Aveva la barba
lunga e squallida, le occhiaje livide: era scarno come un
crocifisso; aveva le unghie orlate di velluto nero, come
un prete del Porta.
Egli pensava con invidia alle turbe ricoverate negli
ospizi di carità, a quelle vecchie vestite tutte di un'uni-
forme rigatino, con il numero di matricola per decora-
zione sul petto, ‒ a quei vecchi colla blusina azzurra e
con il bastone legato per un cordoncino ad una manica,
‒ a tutti quei poveri rimbambiti, che nel tramonto della
loro esistenza possono ancora, grazie alla carità pubbli-
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ca, risentire le gioie infantili e collegiali, come quella di
rubare un rociolo di zucchero nella zuccheriera altrui o
bere di straforo una tazza di caffè ed un quintino di vi-
no; ‒ pensava agli ammalati menati agli ospedali sui
carrettoni duri e sussultanti pelle strade polverose e pen-
sava ai vagabondi, che viaggiano per mercè da Questura
in Questura e da Sindaco a Sindaco. Egli scopriva allora
proprio nettamente una divisione del mondo, a cui non
aveva quasi mai pensato, quando conduceva vita capric-
ciosa, studiosa, operosa e beata, la grande divisione de-
gli uomini in gaudenti ed in pitocchi. Egli, più scannato
di tutti, apparteneva col corpo ai pitocchi e si sentiva an-
cora fitto fra i gaudenti con i maggiori desideri dell'ani-
ma. Sopratutto lo rodeva il grande martirio di non aver
più nulla, proprio nulla, nulla, nulla; e gli pareva l'ultima
parola: nulla.
XXII.
Lo rasserenò il ricordo di una buffonata, con cui altre
volte aveva fatto ridere le brigate; ciò era la diceria, che
si dessero da qualche Società Evangelica duecento lire
ai cattolici che si facevano protestanti. Allorchè nei suoi
tempi migliori, egli perdeva tutti i suoi denari al gioco,
soleva dire giocondamente ai compagni che lo avevano
squattrinato: ‒ Amici, aspettatemi! Vado a farmi prote-
stante e poi ritorno subito a farmi spennacchiare di nuo-
vo da voi altri. ‒
Ora su quel sasso egli pensava: ‒ Oh fosse davvero
che si dessero duecento lire a chi si fa protestante! Vole-
68
rei subito... ‒ E gli pareva già di mangiare qualche cosa;
ma ricadeva tosto spossato: ‒ Ah forse non è vero, non è
vero!... e poi, quand'anche fosse vero, io benchè morto
in piedi, non mi sentirei il coraggio di cambiare per pa-
ga di religione; e sì che sono quasi certo oramai di non
averne più nessuna! Siamo pure curiosi noi altri noi,
della nostra specie. Vendiamo con un enorme facilità,
spaventiamo via una casa, una tenuta, un intiero patri-
monio, che ci dava da vivere lautamente; e poi ci ripu-
gna.... io sento che per me sarebbe affatto impossibile
vendere un mio pensiero, un pezzo della mia supposta
coscienza od anche un solo mio capriccio, che pure non
mi dà da mangiare una maledetta. Imbecille! Ho fame
e.... credo nella immortalità dell'anima. ‒
In questo punto egli si senti raspare una scarpa da un
colpo di lingua. Era un cane che gliela leccava, un bel
cane barbone, con i fiocchi della sua lana bianchi di sa-
ponetta. Aveva l'aspetto signorile, e la giubba come un
leone da burla; era certamente un cane benestante ed an-
che di buon cuore. Vi sono dei cani, che per un senti-
mento di malintesa aristocrazia non possono vedere le
persone malvestite, si avventano contra loro con una fu-
ria di ringhi rabbiosi, vogliono morderle, lacerarle, sba-
ragliarle; e vi sono per lo contrario altri cani, che per un
sentimento di filantropia, che li onora, se la dicono bene
con i poveri, con i fanciulli, con i vecchi, con tutti i de-
boli e li proteggono. Tale era questo barbone.
Come si avvide, che Pinotto si era accorto di lui, esso
si acculattò per terra accomodandosi sulle gambe poste-
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riori, e rimanendo ritto su quelle davanti: figgeva bene-
volmente negli occhi smunti del giovane i suoi occhioni
pieni e lustri come un calcalettere di cristallo, umidi co-
me ostriche, ed oscillava la coda quasi per dirgli qual-
checosa di amichevole, e di consolante.
Poi levò in arco una delle sue gambe anteriori, come
per proporgli con quella zampata un patto di alleanza; e
vedendo che ciò non gli bastava a farsi capire, finì con il
porgli il muso sulle ginocchia.
‒ Fido! Qua, Fido! Fido! Fido! Fido.... oh! Qua, qua!
Così, alla distanza di un tiro di pietra, chiamava il ca-
ne un vecchietto con un berretto da militare, i baffi spes-
si e grigi, la barba molticolore, fra cui alcuni cespugli di
nero e alcuni zampilli di bianco, ‒ il frac nero abbotto-
nato e i calzoni cilestrini con le bande rosse. Vedendo
che il cane non lo ubbidiva, si avvicinò egli al cane.
Allora Pinotto potè meglio adocchiarlo e lo raffigurò.
Raffigurandolo, sentì un'acre vergogna di essere alla sua
volta riconosciuto da lui, e poi si scopri da sè stesso al-
zandosi alla bracalona e lasciandosi sfuggire automati-
camente queste parole: Il capitano!
E questi di slancio: ‒ Come? Possi....bile! sarebbe
mai l'ingegnere Panezio?... Ma sa, che mi ha fatto pau-
ra? Ma non ha sua madre, lei?... ‒
Il giovane gli rispose con una indefinibile amarezza:
‒ Mia madre non è come la madre di Edoardo.... Adesso
io non spero più in nessuno a questo mondo.... ‒
70
XXIII.
Il Capitano salutato da Pinotto era un sergente giubi-
lato, che i compaesani avevano accresciuto di grado con
il nomignolo appioppatogli. Pinotto lo aveva conosciuto
assai famigliarmente, molti anni prima nella villa del
suo amico Edoardo, dove il Capitano era un casigliano
amatissimo, come quegli che dirigeva la preparazione
del majale, l'imbottatura del vino e tutte le altre opera-
zioni principali della azienda domestica.
Avendo sposato una giovane ostessa, (come capita al-
la maggior parte dei bassi ufficiali in ritiro) la quale
gliene aveva fatte a piedi e a cavallo, e secondo la sua
espressione, lo aveva voluto mangiar vivo, ‒ egli scor-
rucciato aveva abbandonato il villaggio nativo e per la
protezione del suo antico colonnello aveva ottenuto un
posto da usciere in un ministero a Roma.
Il capitano dovette far violenza a Pinotto per indurlo a
ritirarsi con lui in città, e la violenza del padrone fu su-
perata dalla violenza del cane, il quale per far risolvere
definitivamente il renitente, gli abboccò i calzoni, pon-
zando per tirarselo dietro.
Strada facendo, l'usciere per distrarre il giovane di-
sgraziato, acciocchè non si avvedesse della commisera-
zione che destava, si fece a raccontargli allegramente vi-
ta e miracoli di Fido.
‒ Porta, sa?... Va dal panattiere, va al macello preciso
come un servitore.... Buono poi, buono come il pane.
Lui si lascia mettere gli occhiali sul naso e magari un
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kepì in testa.... Sa persino tenere una pipa in bocca.... Si-
curo, fuma questo demonio! Per gentilezza poi, non di-
scorriamone nemmeno.... Parla come un bambino di
due mesi, parla; e se il bambino gli tira le orecchie, lui
non dice mica nulla, povero minchione! e lascia tirare....
anzi sembra che goda.... Non è vero, Fido? ‒
Fido, quasi si accorgesse, che parlavano favorevol-
mente di lui, anzi capisse tutto ciò che dicevano, saltel-
lava qua e là con balzi di modestia contenta, e di quando
in quando tentava di baciare le mani a Pinotto.
D'altra parte Pinotto pensieroso e pauroso, che il suo
salvatore sospettasse troppo male della madre di lui a
cagione del motto sfuggitogli, si fece ad accusarsi da sè
stesso, dicendo che egli era stato un cattivo originale ed
aveva perso tutto al giuoco, ma che sua mamma, povera
mamma, non aveva nessuno, nessunissimo torto.
XXIV.
Alloggiato nella camera sublime del Capitano, egli
pensò che non doveva rimanere lungamente parassita di
un povero usciere: e in quello stremo, l'unica àncora di
salvezza naturale e decorosa gli parve la mamma ricor-
datagli dal buon vecchio, per cui nel mattino seguente
gli disse festosamente: ‒ Scrivo a mia mamma.
‒ Bravissimo! gli rispose quegli, bevendo una lacri-
ma, mentre si incamminava all'ufficio.
Pinotto scrisse:
Cara mamma!
72
«Sai che pur troppo sono sempre stato superbo come
Lucifero e il tuo Signore m'ha castigato.... Quasi mi sen-
to ancora superbo adesso; ma so magnificamente, che
non c'è nessuna umiliazione di un figlio verso la propria
madre. Anzi io sono fiero di umiliarmi davanti a te e do-
mandarti perdono in ginocchio, anche con i gusci di no-
ce sotto.
Che cosa vuoi? mamma, sono stato un disgraziato.
Credevo certe cose ed erano certe altre. Ho proprio fatto
come il Figliuol Prodigo, della Sacra Scrittura, che è an-
dato fra gli animali immondi.... Ma non voglio mica che
tu mi ammazzi il vitello più grasso per questo. Oh no,
no! Guarda, mamma, solo perchè scrivo a te, sono tutto
rasserenato, mi sento allegro.... Ho fatto delle cattive vi-
te e meritamente. Ho fatto delle lunghe astinenze e mi
sono nutrito alcuni giorni solo con un po' di pane puro,
ed era una grazia per me l'averne.
Pensa, mamma, che vita!... Io che ero assuefatto da te
ai buoni piatti e sani della tua cucina casalinga. Però, ti
assicuro, mamma. Mi sarò fatto del male a me stesso, oh
questo sì! Ma non ho mai fatto del male al prossimo, a
nessuno; te lo giuro! Sono ancora un ragazzo onorato.
Piuttosto che far torto con una cattiva azione al buon no-
me della nostra famiglia e alla sacra memoria del pove-
ro mio padre, che ci guarda di lassù, piuttosto.... avrei
preferito di morire per la strada.... e di fame, peggio che
il conte Ugolino.
Ora sono stato raccolto da un buon vecchio, da un
usciere al Ministero, che avevo conosciuto in casa del
73
mio ottimo amico Edoardo.... Sto qui con lui, via dei
Giubbonari, N.... È una carissima persona, di gran cuo-
re, un galantuomo proprio dei tempi patriarcali di una
volta.... Mi usa ogni riguardo.... Insomma sto bene. Mi
sento rinato, massimamente perchè penso a te, perchè
fondo tutte le mie speranze sopra di te.... Ha poi un cane
l'usciere, un cane, che è una meraviglia. Si chiama Fido
e non usurpa il suo nome. Vorrei che tu lo vedessi,
mamma, e lo vedesse anche Carolina! È un grosso bar-
bone, bianco come la giuncata. Va lui in piazza con la
sporta fra i denti, e pare dica ai passeggeri come Napo-
leone I con la corona di ferro: Guai a chi me la tocca!...
Vedi, mamma, se non sono diventato buono. Mi sono
persino riconciliato con i cani....
Adesso mi sento ancora addosso mille forze e una
smania di adoperarle, ma tutte a fine di bene.... Te lo
giuro; non ho più nessuna pazzia per la testa. Un po' di
digiuno me le ha fatte passare via tutte. Se tu vuoi aiu-
tarmi, mamma, farò l'agrimensore, l'impiegato, metterò
su una bottega da sellajo o da cappellajo, purchè tu lo
voglia, mamma.... Ma ho bisogno del tuo soccorso e di
una tua parola.... Capirai che io non posso restare sulle
spese a un povero usciere.... Non sarebbe neppure no-
stro decoro.... Da me solo, ah! l'ho provato pur troppo
alle mie spalle: io non sono buono a nulla, non sono
nemmeno capace di guadagnarmi l'acqua che bevo. Ma
con te, con la tua protezione sento che anderei fino alla
fine del mondo e che farei l'impossibile.... Per riuscire a
qualche cosa di buono su questa terra, mia cara, ci vuole
74
proprio la stella, l'omen, l'amen, l'amen dico vobis di
una mamma. Scusa, mamma. Non so più quello che mi
dica.... Parlo persino latino.
Tu non me lo negherai, mamma, questo soccorso,
questa parola, che ti domando piangendo e contrito.
Pensa, mamma, che ho patito la fame. No, non pensarci
più.... Consolami subito tu, che lo puoi.... tu sarai la mia
risurrezione, tu mi darai un'altra volta la vita, che ti de-
vo... Consolami presto.
Il più affettuoso abbraccio a te, mia mamma! lasciami
ripetere questa parola: mia mamma! Ripetendola, mi pa-
re di essere ricco di un tesoro immenso, e lo sono.
Un altro bacio a te e a Carolina.
Sempre tuo figlio
PINOTTO.»
«PS. ‒ Sono un po' ammalato, mamma, sfinito per
causa delle midolle vuote.... No, no; sto benissimo,
mamma. Consolami, benedicimi, mamma!
Altro PS. ‒ Salutami i cagnolini, e dà loro per me uno
zuccherino.»
XXV.
Appena egli ebbe impostato questa sfuriata arruffona
di amor figliale, due minuti dopo egli aspettava già la ri-
sposta; poi gli veniva un dubbio di uno scrupolo amaro,
il dubbio di avere sbagliato la soprascritta della lettera e
di avere messo Firenze, che aveva sempre per il capo, in
luogo di Torino.
75
‒ Ma no! Ho proprio scritto Torino e non posso aver
scritto Firenze; mi ricordo dell'o, un o largo così, che
sembrava lo avessi fatto con l'imbuto.... Ed ho proprio
messo Via..., N. 14, sì, sì! Sì.... sono certo che ho fatto il
4 alla mia maniera....
Assicurato sul ricapito della sua lettera, egli andò a
farsi radere la barba, accorciare e ravviare i capelli, ro-
vinò una spazzola sfregacciandola sopra i suoi abiti rifi-
niti. Egli faceva tutta una acconciatura da tritino, voleva
farsi bello più che poteva, per far festa alla risposta di
sua mamma.
‒ E se mia mamma venisse in persona?... Sicuro....
Verrà.... Essa stessa... con Carolina. Le ho scritto io,
proprio io che avevo patito la fame, che ero ammalato:...
A sentire queste cose, le poverette non potranno tenersi
dal volare a trovarmi,... oh verranno, verranno anche se
non istessero troppo bene le meschinelle! Avranno paura
che io sia ancora affamato.... Povere donne! E la nota te-
nera del cane! Chi sa come le avrà toccate! Oh che buon
politicone sono mai stato io! E che poscritto da Cavour!
Cavour del cuore sono stato io!... Purchè non si confon-
dano nel prendere il treno e non vadano a Venezia o a
Innspruck!... Chi sa che cosa diranno a trovarsi qui in
una Roma?.. a vedere San Pietro, il Colosseo e il Mosè
del Michelangelo, esse che credono che la chiesa dei
SS. Martiri a Torino e il Cavallo di marmo sullo scalone
del Palazzo Reale siano le principali meraviglie del
mondo?... Scommetto che mia mamma sosterrà sempre
che il Cavallo di marmo è più bello del Mosè di Miche-
76
langelo. La Venere Capitolina non la farò nemmanco lo-
ro vedere.... Esse si scandalizzerebbero e nessuno po-
trebbe toglier loro dalla testa, che siano stati i Garibal-
dini quelli che hanno portato lassù quella ribalderia, ‒
come direbbero, ‒ per fare vieppiù dispetto al povero
Papa, dopo che lo hanno messo in prigione.... Oh, le mie
povere donne e care semplicione!... Oh verranno.... Ver-
ranno... Sì, che verranno! ‒
Così pensando, batteva palma a palma con gioia in-
fantile.
Nell'amore della mamma gli pareva di avere trovato
la leva di Archimede e il punto di appoggio per far muo-
vere a suo modo il mondo; e dava a divedere pubblica-
mente questa sua persuasione intima col modo glorioso,
con cui egli incedeva per via.
Fido poi non era da meno di lui: tutto pieno di sè stes-
so e della contentezza del suo nuovo amico, se qualche
cagnolino schizzinoso gli ringhiava contro, esso non si
degnava nemmanco di rispondergli con uno sguardo: de
minimis non curabat praetor.
XXVI.
Il povero giovane rientrato nell'orbita umana della fa-
miglia, sentiva di voler bene a tutti coloro che passava-
no e di amare anche qualche fanciulla. Quale fanciulla?
Non lo sapeva neppure egli.... Forse quella stellina va-
porosa, quella biondina che aveva attraversato sulla
punta dei piedi lo studio del notajo, mentre si sentiva il
cric crac di quella penna diabolica?... Forse qualche al-
77
tra? Egli fino allora era stato bensì un famoso strazia-
fanciulle, ne aveva contato loro più che Bertoldo, e se lo
era sentito rinfacciare: ma non ne aveva mai amata nes-
suna di vero cuore, nessuna; anzi soleva dire che nella
nostra società non vi era cosa più imbecille di una si-
gnorina da marito.
Ma ora, che amava la mamma e la sorella, sentiva al-
tresì il bisogno di amare proprio una signorina da mari-
to.... E l'avrebbe sposata, sì! e a preferenza la signorina
del notajo.... Avrebbero aggiustato tutto, perchè il notajo
Raffa ne sa un punto più del diavolo.... E quella ragazza
ha tutto l'ingegno del babbo, e più tanto di cuore ben fat-
to.... La violetta ama quasi sempre di nascere sotto le
spine.... Sì! Egli ne è sicuro: la damigella Raffa è
un'ottima ragazza e bella.... bella poi come il più bello
degli angeli. Che felicità! Come sarà contenta la mam-
ma Placida! Al primo bamboccio si metterà il suo nome;
sarà una Placidina, e se invece sarà un maschio, allora il
nome del povero babbo.... Che delirio di felicità! ‒
Egli richiamava in testa i tipi di mamme che aveva
conosciuto, e prima di tutte, la mamma più caratteristica
delle altre, la mamma del deputato X, quella che ama i
figliuoli, come la cagna i suoi cucciolini, e ringhia con-
tinuamente intorno a loro e contro a tutti, per paura che
glieli portino via. Questa mamma, abbia pure il figliuolo
già ministro, mettetela in un pranzo: ella strepiterà con-
tinuamente dal fondo della tavola, e nojerà tutti con certi
occhi che fucilano la gente, per paura che a quel buon
uomo di suo figlio ministro si facciano dei torti, e non si
78
dia tutta la torta e tutto il fritto o la quaglia che gli si
conviene.
Pinotto pensava all'ottima mamma che aveva cono-
sciuto nella signora madre di Edoardo, alla mamma la
cui vita virtuosa e santa, dalle preghiere che recita
sull'inginocchiatojo al mattino e alla sera, fino ai lavori
di calza e di trapunto fatti dalle sue mani benedette, è
tutta una sola cospirazione, perchè suo figlio sia sempre
bello, ben vestito, sano, contento, onorato ed onesto.
Egli pensava alle mamme storiche, alle mamme rac-
contate dal Tommaseo, alla mamma esemplare dell'aba-
te Jacopo Bernardi, alla mamma, di cui Edmondo De
Amicis ha fatto innamorare tutto il suo paese.
E conchiudeva: ‒ Ah, le mamme sono uniche al mon-
do per saper amare i figliuoli!... Sono tutte compagne....
Basta che i poveri figliuoli se lo meritino o sappiano pi-
gliarle per il loro verso!
XXVII.
Mamma.... Amorosa.... Nuovo cibo.... Nuovo san-
gue.... Che cosa mancava ancora a Pinotto?
Le nuove idee e il nuovo sangue gli fecero ribollire
più potentemente nella testa l'immagine dell'arte.
Egli si ricordò dell'immensità di libri da lui letti, stu-
diati e venduti, dei suoi manoscritti distrutti, di cui però
non aveva perduto dentro di sè neppure una sola goccia
di sostanza, perchè si sentiva ancora lui, tutto lui, più
forte di prima e più capace di rifondere le sue statue e
inchiodarle eternamente sopra un piedestallo di porfido.
79
Un giorno alla finestra parve che gli passassero sotto
le narici tutti i profumi di Villa Pamphili e di Villa Bor-
ghese; e gli venne nel cervello un nome, il nome di un
villaggio, che era pure il nome patronimico di una fami-
glia, e doveva essere il soggetto di un suo nuovo prossi-
mo racconto.
‒ VOLAR DI FIORI.... Due sposini, il conte e la contessi-
na Volar di fiori sopra un balcone, davanti a un giardino
all'italiana del settecento.... Belli, belli, quali i pittori di-
pingono sè stessi e le loro amanti, quando vogliono di-
pingersi per prototipi di bellezza in costume di feudata-
ri.... buoni, buoni, e tanto più preziosamente buoni,
quanto era più facile l'essere cattivi per i nobili dei seco-
lo passato....
I fiori del giardino erano giunti all'ultima loro splen-
didezza, all'ultima loro prosperità: loro più non rimane-
va altro a fare, che dar luogo ai frutti.... ‒ Venne una fo-
lata di vento nel giardino.... ‒ Spicca, ramassa, fa turbi-
nare le teste dei fiori....
‒ Volar di fiori! si dicono soavemente il contino e la
contessina guardandosi negli occhi.
Bisogna descrivere il volo dei fiori, l'incrociarsi dei
loro colori e dei loro profumi per l'aria, come una gaz-
zarra d'amore celeste e combinare i fiori con i bisbigli e
coi baci dei nobili sposi tortoreggianti.... profilare per il
ritratto della contessina, profilare in rosa, in oro e in per-
le la signorina del notajo.... ‒ Ma non solo parole e de-
scrizioni.... Idee! Idee!... Far presagire da quei bellissimi
e felicissimi sposini l'ottantanove, i nuovi destini della
80
plebe, la necessità di una nuova religione.... Baci.... fio-
ri.... amori.... Volar di fiori.... ‒
Durante questa concezione letteraria, Pinotto si sentì
colare in seno tanto dolce di miele da disgradarne le lab-
bra di Galatea; si sentì capace di innamorare e far sveni-
re di soavità tutti i ciclopi d'Italia; e ad un tempo si sentì
addosso una forza da Sansone, per far rinculare di ottan-
ta passi tutti i letterati del secolo.
Si mise al tavolino con la febbre di scrivere le più
raggianti cose che si siano mai scritte.
Scrisse, scrisse, si levò in piedi, e riscrisse; e tanto si
inebbriò nel suo soggetto, che non fu più lui; ebbe un
ineffabile prudore e languore nel cuore e nel cervello;
vide luccicare le idee, come gemme e come spade sulla
testa, e volargli i fiori a mille a mille intorno alla fronte,
piccargli contro al petto, e dargli solletichi strazianti, ab-
battimenti di gioia e tutto inghirlandarlo figlio, amante e
poeta.
L'usciere rientrando in casa trovò il suo ospite con il
volto così trasumanato, che egli, dopo avere aperto la
bocca, non osò dirgli più nulla.
Non c'era che dire: dallo scrivere Volar di fiori al di-
scorrere con l'usciere era un bel cascare dalla poesia alla
prosa. Eppure Pinotto si trovò così buono nello sfogo
del suo Bello, che, appena visto l'amico, mise frettolosa-
mente l'impagliatura di una scranna sopra il suo mano-
scritto e poi corse a girare le braccia intorno al collo
dell'usciere.
Questi allora incoraggiato parlò: ‒ Volevo dire.... Non
81
si offenda sa.... Io mi sono permesso, perchè sapeva che,
Ella desiderava un impiego, mi sono permesso, di parla-
re per lei al mio capo-sezione, cognato della cugina del
mio colonnello.
‒ Ebbene? domandò con affannoso desiderio Pinotto.
‒ È contento Lei? Sia lodato Iddio! Le ho ottenuto un
posto da scrivano nelle Ipoteche con settanta lire al me-
se.... Può incominciare domani.... Lo accompagnerò
io....
‒ Grazie! Grazie! Gioja! Gioja! ‒ Esclamò Pinotto
prendendo l'usciere per le mani e forzandolo a far un
mezzo giro di monferrina.
Il Capitano baciò il suo protetto, e quel corifeo di Fi-
do gli saltò sulle spalle.
Sfogato il primo impeto, Pinotto ripercosse le mani
insieme dicendo:
‒ Adesso, Capitano! Capitano!...
‒ Ebbene, che cosa?
‒ Senta, senta, se non sono indiscreto. Abbia ancora
la bontà di farmi l'anticipazione di un'altra lira sul mio
futuro stipendio.... Veda, veda! desidero ardentemente di
comperarmi una cravatta, una famosa cravatta, con cui
ho fatto all'amore tutta questa mattina sul Corso. Questa
mi otterrà di colpo una promozione, appena mi presen-
terò all'ufficio.
‒ Ma subito! Subito! S'immagini! Ecco.... Ecco mia
gioja! ‒
Ma invece di pensare neppure a comperarsi la cravat-
ta, Pinotto trottò lesto all'ufficio telegrafico dove spedì il
82
seguente telegrammino alla mamma: ‒ Ottenuto impie-
go, finalmente! settanta lire mese. Evviva! tu, Carolina,
quanto contente! Lavoro.
Così entrato nelle Ipoteche con le più belle fantasie
nella testa, egli si mise a sgobbare altresì materialmente
come un martire. Quando era al banco, lo si vedeva gi-
rare qua e là con gli occhi che sembrava volassero in
cerca di pubblico da servire.... Poi su e giù per le scale e
per le scalette con enormi libracci sulle spalle.
Quei libracci, come si può immaginare, costituivano
il vero carico di un pover'uomo. Allorchè egli doveva
toglierne tre o quattro dagli scaffali o riporveli, metteva
in mostra la più farraginosa disinvoltura travettiana. Al-
zava le mani per tenere in aria gli uni, e usava la com-
pressione del petto verso gli altri, perchè non cadessero
in terra ad ammaccarsi le loro orecchie. Pazienza fosse-
ro state quelle del prossimo! Certe volte pareva addirit-
tura inchiodato come una bestia da macello a quegli assi
della scansia.
Appena uscito poi dall'ufficio, si metteva intorno al
suo Volar di fiori e vi spendeva sopra molte ore della
notte.
Madre! Amorosa! Pane quotidiano! Arte e lavoro!...
Che cosa mancava tuttavia a Pinotto?
Gli mancava il fondamento di tutte le sue cose. Gli
mancava l'assicurazione dell'amore e del soccorso ma-
terno.
Dopo aver aspettato indarno per una settimana la ri-
sposta della signora Placida, il poveretto cominciava a
83
ritornare di cattivo umore, dubbioso, quando il Capitano
gli si fece innanzi con cera allegra e promettente.
‒ Ecco per lei!
E gli presentò due lettere: l'una con la soprascritta in
caratteri grossi e piatti del secolo passato, e l'altra con
un bel corsivo minutino e moderno.
Pinotto impallidendo, aprì la prima, che era di sua
mamma.
Eccola testualmente, salve le maggiori sgrammatica-
ture e la più grottesca ortografia, che l'avrebbero resa
poco intelligibile al pubblico; essa diceva:
«Signor, signor figlio,
Dopo tutto quello, che hai fatto anche ultimamente,
mi stupisco forte, che tu abbia ancora avuto l'ardire di
indirizzarti a una tua madre. Ah! ci vuole un bel corag-
gio! Mangiar tutto, vendere tutto!
Io l'ho subito detto, e poi me lo ha ripetuto anche il
teologo, che sarei pazza da legare se ti ascoltassi ancora.
Ti ho già ascoltato fin troppo per il passato, e pur troppo
è stata la rovina tua e la mia.
Adesso io ne ho appena abbastanza per andare innan-
zi con Carolina onoratamente.... Invece tu mi sembra,
che tu abbia ancora buon tempo e delle storie per la te-
sta. Dovresti tu aiutarmi nella vecchiaia e non pretende-
re il contrario... Basta, basta, caro figlio; se tu avessi
avuto un po' più di Religione non ti sarebbero capitate
tante disgrazie. Questo solo posso risponderti, di essere
84
una volta bravo e di andare sempre in chiesa a fare le
tue devozioni da cristiano battezzato. Ecco ciò che ti è
capitato a voler disobbedire i Santi Comandamenti di
Dio e della Chiesa, e a stare a quello che dicevano quei
scellerati garibaldini, tuoi amici, e anche a scaldarti
sempre la testa con i romanzi che lo inferno li abbru-
ciasse tutti una volta!
Ah, caro figlio, mi raccomando tanto e poi tanto, va
subito dentro una chiesa a domandare perdono nel con-
fessionale delle tue mancanze. Io farò quantum possio
per ottenere dalla Madonna la tua grazia. Anderò a sen-
tire una messa per te alla Consolata, e farò anche venire
la Carolina. Pregheremo con fervore la Madonna per la
tua conversione dei peccatori. Faremo magari accendere
una candela dinanzi all'altare maggiore in onore del
Santissimo Esposto, acciocchè voglia toccarti più facil-
mente il cuore.
Guarda, Pinotto, guarda la bontà, che hanno ancora
per te tua madre e tua sorella, dopo tutto il male che hai
fatto loro...
Del resto noi due non possiamo fare mica di più, po-
vere meschine che siamo per causa tua! Quindi aggiu-
stati da te, come meglio saprai o potrai, soprattutto do-
mandando perdono di cuore a Dio delle tue colpe e ac-
costandoti con frequenza ai Santi Sacramenti.
Ti saluto, ti saluto, anche per parte della Carolina che
adesso fa il pastone dei Canarini.
Addio, addio! Ai cagnetti non ho detto niente del tut-
to. Addio, addio. Credimi, sono e mi chiamo tua affezio-
85
natissima madre, signora signora Placida.
Vedova PANETIO nata RHOCCIA»
«N. B. Ricevuto, appena dopo vergata presente, tuo
dispaccio impiego.
Si vede che sei già più ricco di noi, che spendi denaro
nel telegrafo.
Se hai poi veramente ottenuto costà impiego, ciò mi
dà quasi fastidio. Guarda, guardati sopratutto, come dice
anche il teologo, che non sia poi un impiego del Gover-
no scomunicato e usurpatore in Roma della Santa Sede
di San Pietro, a fine di non disonorare la tua famiglia
che è sempre stata cristiana e non fare portar pena
all'anima di tuo padre, che è morto in seno alla nostra
Sacrosanta Religione e non già sine crux e sine lux, co-
me le brutte bestie. Ah! È meglio piuttosto far niente e
digiunare in orazione piuttosto che servire un governo
ladro, libertino e sacrilego, come dice il giornale nella
Cattolica di Domenica. Guardati, guardati ben bene. ‒
Questo è un vero consiglio da madre, per salvarti. Sono,
sono di nuovo tua affezionatissima madre, Placida.»
XXVIII.
Finita la lettura di questa lettera idiotica, crudele e
bacchettona, Pinotto stette fermo e silenzioso, come chi
aspetta un prorompimento di lagrime; ma poi vedendo
che queste tardavano a venire, ne perdette persino la
speranza, e fece sentire un verso ingratissimo, bestiale,
86
come una voce mista di pappagallo, di struzzo e di ma-
niaco.
Il capitano accorse a lui spaventato.
‒ Niente, niente, brav'uomo... Non posso piangere...
E in quel punto uscì in un fiotto di lagrime.
Rasciuttosi in un baleno:
‒ Niente, niente ‒ ripetè ‒ Sono stato un mammifero
dell'ultima specie a credere a mia madre.... Fossi stato
un cane... allora sì, mia mamma mi avrebbe perdonato,
anche se gli avessi morsicchiata e ridotta tutta in pezzet-
tini la sua veste di sposa... Ma suo figlio, oibò! ‒
Sentì nella bocca il ribaldo ribrezzo di avere assaggia-
to la pappa dei cani e torse orribilmente la figura.
‒ Si tranquillizzi, signor Pinotto ‒ gli diceva l'usciere
con un'aria un po' inquieta. ‒ Si tranquillizzi.
‒ Tranquillo...? Altro che tranquillo, Capitano. Ai
suoi ordini, Capitano. (portando militarmente la mano
destra all'ala del cappello).
Vi fu un minuto di silenzio straziante; per interrompe-
re quello strazio e per tentare la sorte, chi sa? di una ri-
vincita, l'usciere ripigliò:
‒ Guardi che ha ancora da leggere una lettera....
‒ Ah sì, è vero..... Che smemorato! Me ne dimentica-
vo.
‒ E guardi.... Uh! uh! come è spessa. Ci deve essere
qualche mago lì dentro....
‒ Ah!... È il suo, il mio Edoardo che ci manda cento
lire... Cento lire! ‒ E fece scoppiare una formidabile ri-
sata. ‒ Oh! come ti voglio bene, caro Edoardo. Grazie!...
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Ti mangerei vivo...
‒ La prego, si tranquillizzi, signor Pinotto si calmi...
‒ Tranquillo, tranquillissimo, signor Capitano, tran-
quillissimo.... Che cosa vuole di più tranquillo che così?
Vuole che lo abbruci questo biglietto per accendere la
pipa? Oppure vuole che lo adoperiamo per far cuocere
un paia d'uova, come ha fatto quel principe o ban... chie-
re di.... di.... di.... di Barcellona.... Ma... bisognerebbe
averne di più... Bisognerebbe.....
‒ Per carità, sia buono; mi ascolti.....
‒ Ah! signor Capitano! Lei ha paura di me.... Ebbene,
se lo vuole, se lo pigli pure per lei il suo biglietto... Lo
pigli, lo tenga...
‒ Io no, io..... Lo tenga per sè, è suo; ma dico.....
‒ Io sono tranquillo come un Battista, Capitano! Io
canto, ballo, suono e rido..... Vuole che gli faccia vedere
i ritratti degli inquisitori?... Eccoli qua; li ho comperati a
Trieste... ‒
Aperse una scatoletta e sciorinò una filza di ritrattini
ovali attaccati insieme, poi con la chioccata di un lampo
li fece scomparire rinserrandoli nella scatoletta.
Qua e là gli scoppiettavano le idee nella testa, come
sprizzano le faville, quando il martello stramazza sopra
un ferro rovente.
La sua atmosfera cerebrale si era fatta alida e satura
di elettricità, come una sera di estate dopo una lunghis-
sima asciutta.
‒ Capitano? vuole un pesce salato? Vado ad inforcare
una salacca nella credenza... Aspetti...
88
‒ No, no, no!...
‒ Vuole due giuochi di prestigio?
‒ Ma no, m'ascolti.
‒ Non si inquieti, Capitano........ Anche avessi mia so-
rella, dove ci teneva le sue l'onorevole, il venerabile Pie-
tro Aretino, scusi un signore, che noi non abbiamo avuto
la fortuna di conoscere personalmente, anch'io, dico,
(facendo la voce acuta e i gesti puntuti da ubbriaco) sa-
rei tranquillo lo stesso... tutti mi leverebbero il cappel-
lo... Riverito, signor ingegnere, riverit..o! ‒
E si faceva da sè stesso delle profonde scappellate.
‒ Vuole che balliamo di nuovo, signor Capitano? Su,
io lo sfido, sopra una gamba sola. ‒
E si mise a girare vorticosamente a piè zoppo, e con
la lingua un palmo fuori dei denti. Spossato dall'asma,
dal capogiro e dal sudore, egli ristette traballando. ‒
‒ Capitano? mi gira, qui non si può più respirare. ‒
Spalancò la finestra.
‒ Auff! Non c'è più aria..... Io soffoco.... Chi l'ha
mangiata?... Io vado a cercarla..... ‒
Uscì furiosamente sbatacchiando l'uscio con fracasso.
Fido si rizzò sulle due piote di dietro, alto come un ca-
vallo, e si arrotò contro l'uscio guaendo lamentosamente
per seguire quel forsennato.
XXIX.
L'aria fresca di fuori gli smorzò l'incandescenza del
cervello; egli pensò tosto: ‒ Se non uscivo, correvo ri-
schio di diventar matto!... Ah, stupido!... e per una cosa,
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che è poi prestissimo spiegata.... Voglio dirla subito al
capitano e a Fido che mi sono venuti dietro. Mia madre
non mi capisce e io non posso farla capire. Non c'è vo-
cabolario, non c'è crittografo fra noi. In questo squilibrio
della società moderna ci sono membri in una stessa fa-
miglia più distanti fra loro e più incapaci di compren-
dersi vicendevolmente che non siano una tartaruga e un
elefante. Che farci? La colpa non è di nessuno; mia ma-
dre mi crede uno scappa di casa ordinario, di quelli di
una volta, che fuggivano dal collegio o derubavano
dell'orologio la serva del professore, per andare a suona-
re l'organino nelle vie o per fare il trombetta in un reggi-
mento spiantato. Essa ignora completamente la nuova
varietà del mio tipo. Essa non ha torto.... Che farci?
XXX.
Queste cose egli disse press'a poco, sebbene in forma
più popolare, al Capitano, quando fu raggiunto da costui
e da Fido, il quale voleva persuadergli, chi sa che cosa,
stampandogli le impronte delle sue zampe sul panciotto.
Ritornato a dormire nella cameretta del suo ospite,
egli provò un estremo disagio per tutta la notte: sentiva
emanare dalla compagnia di lui un odore caprino insop-
portabile, che egli non aveva mai avvertito prima di ri-
cevere l'ultima scomunica materna.
Nel mattino seguente egli spifferò senza ambagi al
suo benefattore: ‒ Caro mio, io soffro a dormire nella
stessa camera con altri; non sono assuefatto a questo, e
ce ne andrebbe di mezzo la mia salute, se seguitassi;
90
quindi io vi ringrazio e mi affitto una stanza da me. ‒
L'usciere restò quasi mortificato e anche pauroso, che
il giovane avesse trovato quel pretesto per non incomo-
darlo maggiormente, dopo che aveva ricevuto quelle
cento lire da Edoardo.
‒ Senta, signor ingegnere: tra noi non dobbiamo fare
complimenti. Mi senta: è molto meglio, che rimanga
con me.
‒ No, no, no! ‒ rispose con fuoco Pinotto.
‒ Non si offenda, mio caro signore. Tra noi, veda, si
farebbe più economia...
‒ Non voglio! ‒ ribattè Pinotto con rabbia vivace. ‒...
E non mi secchi.
L'usciere rimase mortificato del tutto.
‒ Senta, signorino, io sono un contadino rispetto a lei,
e non mi ricordo più nemmanco di essere stato militare,
quando discorro con lei. Quindi mi scusi..... Quanto alla
stanza, faccia pure come vuole..... poichè ella vuole as-
solutamente così. Io dicevo soltanto... perchè mi rincre-
sce privarmi della sua compagnia..... dicevo.... ‒
Ma vedendo contro di sè una terribile morsicatura di
baffi, cambiò discorso.
XXXI.
Sbalzato un'altra volta dall'orbita della famiglia, Pi-
notto ritornò nuovamente un individuo buono a nulla e
vizioso come un somarello, dove poco prima fidando
negli auspicii della mamma si era sentito capace di af-
ferrare con dita di ferro la rettorica chioma della Fortu-
91
na, e il suo povero cuore era già divenuto tutta un'iride
di magnifiche speranze.
D'allora in poi nel suo ufficio egli si adoperò non solo
rimessamente ma poltronescamente. Quando dal piano
superiore doveva trasportare qualche grosso volume
ipotecario nel piano inferiore, egli anzichè recarselo in
mano o sulle spalle, lo pigliava a calci per farlo rotolare
giù dalle scale.
Egli si dimenticava persino di andare a trovare
l'usciere suo salvatore. Un giorno questi, mosso
dall'affetto e dalla puntura di non averlo visto da un pez-
zo, si recò a cercar lui. Trovò l'uscio chiuso; girò invano
la maniglia, orecchiò e sentì bisbigliare dentro la came-
retta la voce squarrata di una ragazzaccia che nella sua
raucedine cronica, accusava le scollacciature dei veglio-
ni. Dondolò la testa, come un bue offeso, e ritornò indie-
tro borbottando!
‒ Questa poi mi dispiace veramente.... Brutto.... Mah!
mah! ‒
Fido abbajò, come ci fossero stati i ladri.
XXXII.
Per mantenere sè stesso e i propri vizi, Pinotto man-
dava di nuovo lettere sopra lettere ai parenti e massima-
mente agli amici, da cui invocava continui soccorsi.
Però rattenuto da un certo sentimento misto di onta,
di riserbo e di gratitudine, egli risparmiava Edoardo.
Fu questi il primo dopo un lungo silenzio a farsi vivo
con lui, affrontando egli stesso il pericolo pecuniario,
92
mediante la seguente lettera importantissima:
Milano, il....
Caro Pinotto,
Ho rinunziato all'idea di un primato avvocatesco in
una cittaduzza di provincia, e siccome sono nato vestito,
mi sono presa la libertà calamitosa di venire a Milano
per fondarvi un giornale letterario, intitolato Il Guasta-
tore, di cui ti unisco il primo fascicolo.
Il nome ti dice abbastanza il programma.
È, salva la modestia, una specie di Frusta Letteraria
adattata ai giorni che corrono.
Io veggo nella letteratura italiana contemporanea una
specie di selva aspra e forte con relative Maremme e
paludi pontine. Bisogna diboscare, spianare, colmare,
prosciugare, fognare, bonificare.... Ecco il perchè del
mio Guastatore Letterario e per giunta Scientifico e Ar-
tistico.
Tu mi sembri fatto per la quale.
Con il tuo ingegno, con i tuoi studi, tu sei stampato
apposta per godere la suprema voluttà di dare dell'asino
a chi se lo meriti.
Mi pare già di vederti abbarbicato come un rovo alla
letteratura di chi so io.
Ti creo quindi mio collaboratore con carta bianca.
Non insisto però, affinchè tu faccia la polemica. Fa
quello che vuoi; mandami quello che stimi meglio: rac-
conti, bozzetti, poesie, epigrammi, schizzi di viaggi e di
93
costumi; filosofia popolare, ecc., ecc., insomma tutto
quello che ti pare e piace, purchè mi mandi qualche co-
sa.
Credo bene aggiungerti che anche in Italia i giornali
letterarii hanno presa la lodevole consuetudine di paga-
re. Pagano poco, ma pagano qualche cosa per ora.... e
pagheranno finchè potranno. Il mio Guastatore dà L. 2 e
50 cent. al colonnino.... È nulla, ma sono i sigari.
Appena riceverò un tuo manoscritto, te lo conteggierò
e te ne spedirò l'importo a volta di corriere.
A te farò buone anche le interlinee, la firma e l'inte-
stazione e ti lascierò andare a capo e mettere tanti asteri-
schi, quanti e finchè vorrai.
Non ti pago anticipato, perchè voglio costringerti,
non solo a scrivere, ma altresì a pubblicare.
È mia ambizione quella di essere il primo a farti rom-
pere il ghiaccio con il signor Pubblico.
Addio ‒ manda ‒ e credimi
Tuo [Link] ecc.»
Appena letta questa lettera, Pinotto corse a prendere il
suo Volar di fiori, che era già diligentemente copiato, un
bel manoscrittone, che ridotto in istampa avrebbe occu-
pato per lo meno cento colonne del Guastatore. Cento
colonne! 250 lire! Che bazza!
Il povero giovane nel rivolgere il suo scartafaccio fra
le mani, ebbe malauguratamente una sensazione com-
plessa, più che quadernaria, una di quelle sensazioni,
94
che costituiscono il pensare velocissimo dei genii e dei
pazzi. Egli sentì nello stesso punto la sua alterezza e la
sua impotenza artistica, il suo sovrano disprezzo per il
pubblico e la sua vergogna di divertire per paga con la
penna, chicchessia: il ladro, il prete, il porco, il com-
mendatore, la marchesa, la cortigiana, la tabaccaja, la si-
gnorina, la fame e l'indigestione, insomma qualsiasi ga-
lantuomo o malandrino possessore di un soldo.... A un
tempo sentì echeggiare caninamente nelle orecchie la
voce di sua sorella che abbaiava smascellando dalla risa:
Bo..jno! Bo..jno! ‒ e sentì scolpitamente la voce secca di
sua madre, che aggiungeva: faresti meglio a studiare
d'aritmetica e a imparare a servire la messa. Più che
tutto vide stampata davanti a sè l'ultima lettera di lei...
Alzò sulla testa il manoscritto, e poi lo sfracellò per
terra, rovesciandogli sopra il motto di Cambronne con
una grossa bestemmia contro alla Divinità innocente.
Quindi, raccattatolo, fece fare la fine più turpe al suo
povero ed eccelso Volar di fiori.
Così distrutto ignominiosamente il suo ultimo lavoro
letterario, quello che gli aveva dato maggiori contentez-
ze e maggiori speranze, egli si credette più grande di
Dante ‒ si credette un glorioso Vergine e Martire
dell'Arte, degno di sedere in paradiso più vicino di tutti
al trono di Dio, perchè riporterebbe intatti all'Eterno i
fiori del suo genio.
XXXIII.
Così ricacciato del tutto, e per colpa principale di sua
95
madre, nella più deplorevole superbia artistica e ristret-
tezza pecuniaria ‒ egli, dopo avere rifiutato la retribu-
zione, seguitò a ricorrere alla elemosina, tanto che una
sera di domenica, in una famiglia di Torino dove si face-
vano giuochi di società e si tagliavano i fogli al Guasta-
tore, tre amici poterono combinare lo scherzo di estrarre
nello stesso tempo di tasca e leggere la stessa lettera cir-
colare diretta a ciascuno di loro dallo stesso Pinotto:
‒ Mio carissimo!
‒ Mio carissimo!
‒ Mio carissimo!
‒ Nuovamente piombato...
‒ Nuovamente piombato...
‒ Nuovamente piombato...
Poi il terzetto così seguitava: ‒ «Nuovamente piom-
bato nella più profonda miseria, ti scongiuro di inviarmi
al più presto, che ti sarà possibile, la piccola somma di
cento lire. Ti assicuro di restituirle sull'onor mio a dieci
per mese. Saprai comprendere le mie dolorose necessità,
senza che io ti rattristi ad enumerartele. Fammi
quest'ultimo favore, che è per me di una suprema impor-
tanza: questione di vita o di morte. Prometto di non do-
mandarti più nulla per l'avvenire. Nel restituirti la som-
ma, terrò calcolo degli interessi.
«Tuo, ecc.»
Nel leggere queste parole, i tre amici davano a dive-
dere di sentire nelle medesime più l'alito dello scrocco
96
che quello della disgrazia; e commentavano più mali-
gnamente con gli occhi che con la voce.
‒ Mi sembra che potrebbe bastare... Ogni cosa deve
avere un termine...
‒ Sull'onor mio! Magra garanzia!... e quella continua
ostentazione degli interessi?
‒ E quel perpetuo annunzio dell'ultima rappresenta-
zione delle sue domande? ‒
Una signorina butirrosa, che in altri tempi era stata
molto perseguitata da Pinotto, su cui però essa aveva
fondate grandissime speranze, ‒ ora volendo ingraziarsi
i nuovi amici, fece trasparire dagli occhi la maggiore
volontà di mostrarsi spiritosamente ingenua e domandò:
‒ Ma se è sempre nella miseria, perchè non si ammazza
quel birrichino?
Un'altra signorina dal collo molto lungo, e che aveva
letto Notre Dame di Vittor Hugo, allungò ancora di più
il collo e rispose con grande pretesa di malignità: ‒ Ah!
egli non si ammazza, perchè ammazzando sè stesso
avrebbe paura di ammazzare un grand'uomo.
XXXIV.
Se la maggior parte del mondo, che lo conosceva,
trattava così crudelmente Pinotto, questi non trattava
meno crudelmente il mondo da lui conosciuto; prova ne
siano gli appunti ed aforismi, che egli scriveva sul suo
taccuino, a sfogo del suo animo e come materiali di
qualche nuovo suo capolavoro da distruggersi. Eccone
alcuni tratti spietati, o volgari, o semplicemente baroc-
97
chi, o addirittura infami:
«Ho fatto degli studi, che credo esatti, sulla felicità
umana, e ne ottenni i seguenti risultati:
Detta felicità non consiste, come taluni credono, nel
lavoro; imperocchè il lavoro, acciocchè faccia l'uomo
felice, bisogna sia una esplicazione di forze geniali,
quanto dire, sia già determinato da un sentimento di feli-
cità.
Del resto, che razza di felicità è mai il lavoro?!
Io stamattina, con lo stomaco vuoto, mi sono messo a
copiare un estratto ipotecario nauseantissimo. A un certo
punto mi venne una vertigine, ed ebbi uno sforzo di vo-
mito, come dopo il mio tentativo di mangiare gli avanzi
di Glafir.»
«Neppure la tranquillità della propria coscienza costi-
tuisce la vera felicità umana.
Ammetto, che, quando taluno stia per partire da que-
sto mondo, provi un certo gusto nel volgersi indietro, e
trovare, che non abbia mai commesso una viltà o altra
azione cattiva. È una cara soddisfazione, che ho provata
io stesso molte volte.
Ma questa non è la felicità, nè l'igiene della vita; è la
felicità, l'igiene della morte.»
«Adunque la vera felicità secondo me consiste nella
98
illusione, nella presunzione o nella ferma persuasione di
essere felici, dettata dall'amor proprio, più o meno coa-
diuvato da una malattia o anche da una sanità del cervel-
lo.»
«In prova facciamo la rassegna alfabetica degli uomi-
ni felici.
A., mio capo ufficio, è un uomo che ha l'incrollabile
convinzione di avere una bella voce. Tutti coloro, che
ebbero la disgrazia di sentirlo a cantare, riconoscono in-
vece unanimamente, che la sua voce è molto inferiore di
pregi a quella della foca, di questo vitello marino, che
allatta anche i nostri figliuoli, preso dal celebre capita-
no Carbone Kock, nei deserti della rabbia, come diceva
stamattina colui, che faceva la spiegazione nel Baracco-
ne di Piazza di Termini.
Eppure nè il Collegio de' Cavalieri dell'Annunziata,
nè il Presidente del Senato, nè il sommo Pontefice, nè
altre autorevoli persone e nemmanco suo padre, se tor-
nasse dall'altro mondo, potrebbero diminuire di un ato-
mo la persuasione ferrea del signor A., di avere una vo-
ce stupenda.
Il mondo, d'ordinario, quando vede in qualcheduno
una stima invincibile di sè stesso, la rispetta, si tratti di
qualsiasi materia, anche più importante della musica e
della politica. Quindi il signor A. è lasciato nel pieno e
pacifico possesso della sua immaginazione, ed è per
sopprappiù mantenuto giuridicamente nel medesimo
dalla giurisprudenza delle Corti di Cassazione di Firen-
99
ze e di Torino, che accordano l'azione De Reintegranda
contro chi tentasse uno spoglio violento e clandestino di
qualsiasi possesso d'immaginativa.
In questo stato di cose, egli non può più stare nella
pelle dal contento. Tanto è vero, che avendo affittato al-
cuni giorni sono un villino nella campagna di Frosinone,
e avendo sentito suonare un pianoforte nella palazzina
limitrofa, volle curiosamente informarsene; e seppe, che
lo suonavano due signorine da lui sconosciute, le quali
ogni mattina ad una data ora andavano ad abbeverarsi
ad una certa fontana magnesiaca.
Si trovò anch'egli all'ora fissa presso la fontana ma-
gnesiaca, si levò il cappello, aprì le braccia con uno
slancio rapido, che fece fare al cappello una graziosa
curva di un metro e mezzo e si presentò da sè stesso alle
signorine con questa magnifica ed inaudita autopresen-
tazione: ‒ Sono loro, signorine, che suonano così bene il
pianoforte? me ne rallegro... (quindi con un accento ine-
sprimibile) Ed io sono.... Sono baritono!
Oh, uomo (più che baritono) felice!»
B., altro mio superiore di ufficio, ha comperato parec-
chi ettolitri di vino siciliano scelleratissimo, che dà al
palato il gusto preciso dell'inchiostro. Eppure nessuno
potrebbe togliere dalla testa al signor B., che quel vino,
perchè l'ha comperato lui, non sia ottimo, e che il vinat-
tiere, vendendoglielo, non abbia per lo meno rimesse del
suo cinque lire ogni ettolitro per la sua bella faccia. Ed
egli è tanto contento di questa sua persuasione, che con-
100
tro la sua abitudine di bere annacquato, giunto alla frut-
ta, si permette di versarsi nel bicchiere un dito puro del-
la sua nuova compera; e lo centellina con tanto gusto,
che pare ascolti la propria ammirazione; poi dice a sua
moglie: ‒ Ah! non c'è nessuno che sappia e che possa
comperare del vino buono, come noi!»
C., mestierante di letteratura, benchè di complessione
atletica, è nello scrivere molto più snervato dell'Abate
Chiari di evirata buesca memoria; eppure egli ha l'inti-
ma convinzione di essere uno scrittore colossale come la
sua corporatura e di dare il suo nome per lo meno a un
quarto di secolo.
Questa credenza non gli è inspirata dal consenso uni-
versale delle serve e delle signore, che gli manca, ma
dalla superba fiducia in sè stesso; ed egli ne dimostra la
relativa felicità con la lunghezza e la nerezza del frac, e
con la maniera grave di sbottonarlo, quando ha da paga-
re il vermout: frac e maniera copiati dai ritratti in rame
dei più celebri scrittori francesi contemporanei.»
D., è un altro negoziante di carta sporca, sebbene
anch'egli abbia pochissimi compratori della sua merce.
In fondo, egli è certamente un ottimo ragazzo, ma di
dottrina scarsa e menna; come il Bonghi diceva del
compianto Rattazzi. Quando io volgo lo sguardo alla
sua cultura, provo una sensazione penosa, come se do-
vessi passeggiare a piedi nudi sul pavimento di una bot-
101
tega da rigattiere o peggio in un campo seminato di bic-
chieri rotti.
Eppure il signor D., trincerato rigidamente nel suo ca-
stelletto di quattro idee fisse, è completamente soddi-
sfatto di sè stesso, perchè egli è fortemente persuaso che
quel poco, che egli sa, sia tutto ciò che un cervello acuto
e assegnato come il suo debba sapere, e che quel moltis-
simo che egli non sa, non meriti per verun conto che una
creatura ragionevole lo sappia.»
«E., ha una moglie brutta come la notte, nojosa come
il male di pancia, e cattiva come i debiti per le persone
timorate.
La peggiore non se l'è sognata Simonide scrivendo la
sua satira contro alle donne. Io preferirei alla medesima
un reggimento di cimici.
Eppure il signor E. crede di possedere un miracolo di
moglie. La ragione ne è semplicissima.
Il signor E. è un uomo di giudizio, anzi è un uomo
realmente furbo.
Se quindi sua moglie se la fosse sposata, anzichè lui
un suo amico, egli sarebbe stato il primo a riconoscere
la costui disgrazia e a deplorarla con sincerità e profon-
dità di convinzione. Ma per tutto quello che fa egli per-
sonalmente, la sua furbizia gode di una specie di infalli-
bilità pontificia; è impossibile che egli dimostri un solo
momento di non avere buon gusto o peggio ammetta di
aver fatta una corbelleria.
Quindi la cosa non è neppure discutibile: la signora
102
E., per la sola ragione che il signor E., ha creduto bene
di sposarsela, deve essere e diventa effettivamente un
portento di bontà e di leggiadria per lui e per tutti.»
«F., possiede un'amante, che cede di molto in dignità
a quelle disgraziate suonatrici ambulanti, che girano nel-
le birrerie di ultima classificazione a strimpellare sulla
chitarra con accompagnamento di voce fessa, camicia
rossa, camicia ardente....
Ebbene il signor F., è persuaso che con la benefica ir-
radiazione del suo animo sempre caldo di poesia elevata
e simili ingredienti, e con l'insistenza e l'opportunità de'
suoi savi consigli, egli ha oramai riabilitata, che so io,
rigenerata quella creatura perduta, insomma le ha salva-
ta addirittura l'anima.
Ma essa non gli salva nemmeno una bottiglia di Baro-
lo secco, e va dicendo a tutti, che, se non fosse per quei
pochi, avrebbe già mandato, chi sa quante volte, a carte
quarantanove quell'uggiosissimo predicatore!
Ciò lo sanno tutti, lo sentono tutti, anche coloro che
non vorrebbero sentirlo; ma per il signor F., è impossibi-
le che egli ne sappia nulla, ne senta nulla. Del resto, egli
non sarebbe più quello, cui egli si stima, cioè il Diretto-
re Generale dei fenomeni amorosi nel Regno con mono-
polio bancario di riabilitazione femminina.
«G, H, I, L, M, N, O, P e Q sono nove tra figliuole e
nipoti di una portinaia; hanno tutte l'ossame grosso con
103
certe facce mascoline, che starebbero molto bene non
già alle nove muse, ma ad altrettanti suonatori di tambu-
ro della defunta Guardia Nazionale.
Eppure esse formano una potenza di felicità.
Quando escono dalla fabbrica delle cartucce, in cui
sono tutte impiegate, la fanno sgallettare e scoppiettare
visibilmente per via la loro felicità terribile.
È un mercato, una fiera luminosamente allegra che
passa. Nessuno, che le guardi, commette il minimo pec-
cato di desiderio per loro conto. Eppure esse si infi-
schiano sovranamente di tutto e di tutti.
Allevate insieme, use a chiacchierare insieme dal
mattino alla sera, hanno costituito una rispettabile con-
sorteria di pensieri e di buon umore, di gergo conven-
zionale e di beffa presuntuosa, di sottintesi e di occhiate
assassine, a cui nulla resiste.
Esse pigliano chiunque passi nella via o più disgrazia-
tamente davanti il loro casotto, sia egli un pezzente o un
pajno, un capitano dei pompieri od un uomo di Stato, e
lo colpiscono con mirabile divinazione nel suo lato de-
bole, o nel suo piccolo punto vulnerabile, si trovi esso
nel naso o nel nodo della cravatta, nel gozzo incipiente
o negli stivaletti mal fatti, e lo svestono e lo scuojano
con una maestria di una felicità invidiabile, che meglio
non potrebbe fare Vittorio Imbriani.»
«R., (si ommette honestatis causa).»
104
«S. ‒ Severina è una perla di ragazza, un colonnino di
bellezza, di morbidezza e di dolcezza.
Fu assassinata anzitutto da suo padre, che prima di
morire ebbe cura di mangiarle disgraziatamente quattro
quinti della sostanza lasciatale dalla defunta sua mam-
ma. In seguito fu vieppiù assassinata dai preti, i quali
continuano a rosicchiare le due vecchie cugine, con cui
ella convive mantenendole del suo.
Nessun giovinotto osò amarla, perchè la sua fortuna
andò sempre liquefacendosi in modo viemmaggiormen-
te riconoscibile, e anche perchè ella non diede mai una
stretta di mano, che non fosse frigida e rigida.
Oltre a ciò la poveretta non divide la terza parte delle
credenze e delle pratiche religiose, in cui infuriano le
vecchie beghine, alla cui compagnia si è condannata.
Per tutti questi motivi, Severina avrebbe tutti i diritti
di essere infelice: lei bella senza ricchezze; buona, senza
amore; sempre in mezzo all'odore di sacristia, essa che
ha il cervellino mezzo filosofico; per di più pare sia sta-
to scritto per lei ‒ nessun maggior dolore che ricordarsi
del tempo felice nella miseria! ‒ Infatti se non fosse sta-
to di certi se, in cui ella non ci ebbe proprio veruna col-
pa, insomma, se le cose fossero andate, come dovevano
andare, ella avrebbe dovuto trovarsi al presente sfolgo-
ratamente ricca e corteggiata.
Eppure nonostante questi ottimi requisiti di infelicità,
Severina è tutt'altro che infelice. Con la squisitezza del
suo animo e l'elevatezza del suo ingegno si è fabbricata
alcune massime, che mette rigorosamente in pratica, e
105
della loro scoperta è gelosa e contentona, più che se
avesse ottenuto da un Congresso Astronomico il per-
messo autentico di battezzare con il suo nome quattro
nuovi pianeti e il relativo brevetto di invenzione dal Mi-
nistero di Agricoltura, Industria e Commercio.
Per esempio ella ha trovato, che le ragazze povere
non devono mai amare, perchè glielo proibiscono l'inte-
resse e soprattutto la dignità.
Questa trovata è una delle sue principali ricchezze.
Ha poi scartato da sè, mediante un lunghissimo processo
di analisi, quasi tutta la scoria degli atti del culto ester-
no, ed ha condensato la sua religione in un brodo consu-
mato di ideale evangelico.
Tutto questo preparato di chimica religiosa secondo
lei è riuscito addirittura un capolavoro, cui ella va ogni
giorno raffinando di più, mentre vi si affina lei stessa;
per cui, oramai atrofizzatosi completamente il cuore con
altre parti della vita animale, non solo si crede ma si
sente in diretta relazione con certe intelligenze e conso-
lazioni di ordine sovranaturale; quindi giornalmente
compie atti di eroismo domestico con la più felice ed
eterea indifferenza.»
«T. (non si può inserire per la ragione detta alla lette-
ra R).»
«U. (Idem).»
106
«V. (Idem).»
«Z. è un dottorino lungo e rettilineo con la testa da
rettile, nella quale si trova un cervellino microscopico,
che brilla di una luce insistente, rabbiosa e ridicola co-
me una scheggia di madreperla in un banco di sabbia.
Egli è venuto al mondo con la sconfinata ambizione
di signoreggiare la Società, mostrandole apertamente il
proprio disprezzo; cómpito difficile e metodo fallacissi-
mo, imperocchè la Società non concede i suoi favori se
non a chi la piaggia vistosamente; padronissimo questi
di sputarle contro, ma solo dopo essersi trincerato nel
più stretto incognito.
Quindi il dottorino Z., invece di riempire di sè cento
volte al giorno, come neppure sarebbe bastato al suo de-
siderio, le Camere, la Stampa, la Scienza, l'Italia e il
mondo, divenne dopo mille sforzi e rimase nel suo me-
stiere un oscurissimo specialista di malattie vergognose.
La sua anima dovrebbe esserne afflitta e ruggire con-
tinuamente, come lo spirto d'abisso, quando se ne parte
Vôta stringendo la terribil ugna.
Eppure l'altra settimana io ho riveduto il mio caro
dottorino, con uno splendido cappello a cilindro che
quasi mi abbarbagliò. ‒ Quel cappello ‒ dissi meco stes-
so, ‒ è un indizio certo di sicurezza e di felicità interio-
re, perchè un'anima fiacca e malinconica fa il contrappe-
lo al suo cilindro nel primo uscio, in cui scantoni. Quale
sarà la ragione di questo fenomeno?
La investigai.
107
Mancando al Nostro qualsiasi supremazia esterna,
egli si è cristallizzato poco per volta nel suo sè un senti-
mento di supremazia interna, per cui giunse a dire sul
serio ad una allieva infermiera, che egli non si credeva
inferiore ad Alessandro Magno.
Il continuo esercizio di questo sentimento gli fece
ammucchiare giorno per giorno un tesoro di prodigiosa
imbecillità, che basterebbe a rendere felici quattordici
generazioni di Accademici delle Scienze, non che un so-
lo dottorino. Eccone due soli esempi:
Il dottorino Z. l'altro giorno ricevette il diploma di
Italiano benemerito della Società Neo-latina sotto la
presidenza onoraria del Principe Ereditario, con meda-
glia d'oro e mediante pagamento immediato di lire ven-
tisei.
Ebbene egli, l'antico scettico, lo ha accettato, man-
dando senza dilazione al Gran Maestro Creatore del
nuovo ordine di iniziativa privata il desiderato vaglia
postale di lire ventisei, e non solo ha fatto questo, ma
scrivendo ad un mercante di campagna aggiunse alla sua
firma con la litania degli altri titoli anche quello di
membro Italiano Benemerito della Società Neo-latina
dimostrando l'evidente pretesa, che il campagnuolo ri-
spondendogli riproducesse tutto quel carnevale di titoli
sulla soprascritta.
Un'altra più marchiana. ‒ Ieri il dottorino Z. seminò
in un vaso di fiori un pizzico di seme bachi da seta, pre-
sumendo, che avrebbero a spuntar come il trifoglio o il
prezzemolo per la sola ragione che li seminava lui.
108
Si teme che quest'eccesso di felicità lo abbia a far tra-
durre prestissimo al Manicomio Provinciale, locchè sa-
rebbe per chicchessia la massima delle felicità terrene.»
«Insomma, ricapitolando, senza una capitale presun-
zione non si dà felicità a questo mondo, ed essa si può
un'altra volta definire con una piccola variante: ‒ La fe-
licità è la supposta privativa della infallibilità personale
per parte della cocciutaggine, della imbecillità, e meglio
della pazzia umana.
Un immenso proverbio aveva già detto: ‒ chi si con-
tenta, gode.»
«Mi pare cosa certa, che oramai l'Arte si muta in me-
stiere, e l'Artista in artigiano.
Nessuna persona ammodo ha il coraggio di leggere
un libro che abbia fatto furore dieci anni fa, come niuna
signora elegante ha il coraggio di mettersi in testa un
cappellino, che sia stato di moda dieci anni prima.
Si estendono agli artisti le regole degli artigiani, e pri-
ma di tutte quella di non fare nulla che possa eccedere le
facoltà estetiche ed intellettuali, che sono normalmente
comuni a tutti i travetti, a tutte le maestre elementari, a
tutti i parrucchieri, a tutti i lavapiatti e a tutti gli assidui
dei giornali politici.
Insomma si dà come principale norma dell'Arte la mi-
sura, la quale fino a ieri è stata soltanto la norma dei
sarti, dei calzolai e dei falegnami.
109
Secondo me invece la principale norma dell'Arte non
è già la misura, ma la smisuratezza.
Per me il genio del vero artista è una specie di pazzo
furioso, che dà delle enormi capate in cielo e ne stacca
stelle e procelle a illuminare o interrorire la terra.
Così mi è parso leggendo la Bibbia, Omero, Dante e
Shakespeare.
E la scienza del professore Lombroso è d'accordo con
me nel GENIO E FOLLIA!»
XXXV.
Seguita il Sillabo dei pensieri cattivi di Giuseppe Pa-
nezio, dai quali si pare a quale disperazione gelida e
atroce dell'intelletto possa condurre più che la miseria
l'abbandono di una madre.
· · · · · · · · · · · · · · · ·
«Sempre nuovi tormenti e nuovi tormentati.»
«La donna più onesta è la donna, che ha più cattivo
cuore.
Viceversa la donna disonesta è la donna di più buon
cuore.»
«Ho sentito ieri dire da una popolana, che suo marito
110
era soltanto geloso degli amanti poveri di lei.»
«In demissa macheronicaque latinitate, qua utimur
larvandarum liberarum idearum causa, ‒ uxor infidelis
est quædam mulier GENEROSA sine permissione Quæ-
storisque taxatione.»
«Mulier occupatur difficilius, quae aliquam infirmi-
tatem timet accipiendam.»
«Nell'aritmetica dei giovani celibi, la signora altrui
equivale ognora ad una Taide gratuita. Essi dopo aver
fatto ben bene il proprio conto, credono sempre più eco-
nomico lo spendere una grossa somma di moralità, che
non una piccola di denaro. ‒ Però questo computo non
torna quasi mai loro veritiero.»
«In nome della Verità, del Buon Senso e della Legge
vorrei sbandire dal Vocabolario e dalle superstizioni
dell'Umanità le parole fanciulla sedotta.
Non ci è mai stata, e non ci sarà mai una ragazza se-
dotta. Lo si può calcolare con esattezza matematica va-
lutando l'interesse che ha ciascuna delle parti a tirare a
sè l'altra, e la posta che ciascuna mette in giuoco.
La ragazza ha l'interesse del matrimonio, che è la sua
dignità e la sua impunità in questo mondo, e mette in
giuoco un nonnulla.
111
L'uomo, il preteso seduttore, ha un piccolo interesse
momentaneo, e mette in giuoco una immensità, la liber-
tà personale e l'onore della sua vita, se casca nel baratro
del matrimonio. Quindi è facile capire che è sempre la
cosidetta ragazza sedotta quella che ha sedotto il suo ca-
lunniato seduttore.»
«L'uomo che meriti in qualche modo il titolo di sedut-
tore, è l'uomo che siasi ammogliato appositamente, cioè
siasi acconciato a perdere volontariamente la sua libertà
e la sua dignità rispetto a una donna, per poter tradire
con sicurezza di impunità tutte le altre.»
XXXVI.
Seguita ancora l'Album atroce di Pinotto.
«L'amore per le donne è ciò che dicesi uno sciocco
convenzionalismo.
La stessa bellezza delle donne è un convenzionali-
smo.
Può essere, cioè parere bella una donna, che si vegga
fuggitivamente, con cui non si abbia parlato nè ballato
mai.
Allora la donna reale è bella, come la donna ideale
che si trova nei libri e in altre opere d'arte, perchè ci la-
vora o ci ha lavorato intorno la fantasia.
Ma si mangi il sale insieme e per un sol giorno con la
112
più portentosa e più ammirata bellezza di donna che esi-
sta realmente, e poi riuscirà impossibile ad un osserva-
tore coscienzioso di trovarla ancora bella, dopo che ab-
bia potuto osservare minutamente a tempo debito le
chiazze della sua epidermide sotto le occhiaje.
Quindi io nego, nego recisamente l'assurdo dell'amore
reale per l'umanità presente.
Amare realmente e naturalmente è una cosa, che po-
tranno fare tuttavia i fiori dei campi e gli uccelli del bo-
sco, le cui generazioni si sono mantenute sane e illibate
ai benefizi dell'aria libera e ai lavacri delle intemperie.
Ma per l'Umanità, che discendendo per i secoli si è
sempre più imputridita nei fetidi cubicoli della sua civil-
tà, l'amore è diventato bugiardo, benchè pochi si accor-
gano o vogliano ammettere, che sia tale.
L'unico amore logico, vero e tuttavia possibile per un
uomo sincero è l'amore platonico verso una donna quasi
da lui sconosciuta.
Quanto a me, il solo ricordo delle donne, che mi han-
no dato un bacio, mi muove a stomaco.
Sento invece, che amo furiosamente la figliuola del
notaio Raffa, che ho vista una volta sola e nella penom-
bra.
L'amo tanto che morirei per lei.»
«Non saprei precisare, se la razza umana presente-
mente sia più vile o più convenzionale.
Essa si mostra convenzionale anche nell'esercizio del-
le sue più importanti prerogative, per esempio nel suici-
113
dio.
Di tanto in tanto un garzone parrucchiere disperato,
perchè una modista invece di sposare lui ha accettato il
solido trattamento offertole da un banchiere, pone fine
miseramente ai suoi giorni mediante asfissia, annega-
mento o salto mortale dal quinto piano; e si legge co-
stantemente nella Cronaca Nera dei giornali, che in
mezzo ai pettini dell'infelice suicida, sul tavolino da not-
te, presso il braciere dell'asfissiato, o sulla ghiaja del
fiume d'accosto alle scarpe dell'annegato, si trovarono
aperte le inevitabili Ultime lettere di Jacopo Ortis.
Or bene queste lettere, dinanzi al nostro modo di sen-
tire odierno, secondo me, non sono più altro che una
freddissima decorazione di malinconia patria ed amoro-
sa, una decorazione materiale e posticcia, come quelle
gramaglie listate di similoro, con cui i tappezzieri ad-
dobbano le porte delle chiese e gli usci di casa invitando
il pubblico a pregare per l'anima della damigella X, Y o
Z, deceduta nella verde età di anni settantacinque.
La lettura dell'Jacopo Ortis, a chi abbia le sue facoltà
naturali in equilibrio, può far nascere l'occasione di uno
sbadiglio e l'idea di andare a bere un bicchierone di bir-
ra, ma non mai quella di ammazzarsi.
Eppure, chi sa fino a quando nelle rispettabili corpo-
razioni dei giovani parrucchieri, dei garzoni panattieri,
sartine, ecc.; durerà questa benedetta usanza di darsi vo-
lontariamente la morte, facendola precedere dalla lettura
dell'Jacopo Ortis?»
114
«Molto vile è l'uomo ammodo od anche di genio,
quando a porte chiuse domanda ad una donna, che gli
faccia la carità di quell'illusione che è l'amore. Egli allo-
ra si abbassa ad adorazioni ed abbiettezze verso una
guattera o una squarquoja, con una procedura, la quale
ripugnerebbe persino all'accattone, che per avere un sol-
do di elemosina disegna con la lingua una croce in ter-
ra.»
«Ma vilissimo, e molto superlativamente vilissimo, è
poi il medesimo individuo, quando, fuori della Camera
charitatis, ‒ in pubblico caffè o passeggio sforza i suoi
colleghi mascolini a sentire la litania dei suoi miracoli
amorosi, millantando la propria superiorità facilissima
sopra tutte le donne e sballando di aver ricevuto da fan-
ciulle e da principesse certe cortesie esagerate, che forse
gli rifiutarono le vecchie cuoche. Egli allora in seduta
pubblica tenta innalzarsi sul sesso femminino, ‒ davanti
a cui poco prima, in seduta privata, si era inginocchiato
e aveva piagnucolato miseramente ‒ tenta innalzarsi co-
me un pallone areostatico, ripieno di ridicolaggine, va-
nagloria e menzogna vergognosissime.»
«Uomini profondamente immorali, superbi, malefici,
traditori, furfanti di cuore leggerissimo e senza un bri-
ciolo di coscienza, bricconi simpatici, farabutti invaden-
ti e soverchiatori, trovano poi nella vita un istante di de-
bolezza morale per diventare vittime ridicolissime di
115
una serva o di un matrimonio.»
«La viltà della razza umana si dimostra eziandio nelle
sue più umili manifestazioni, per esempio nella critica
letteraria.
Essa ha per iscopo patente di demolire il vero merito.
Ma c'è un vero merito, grasso, lustro, felicemente e
completamente riuscito, riconosciuto da tutti, ben voluto
da tutti, perchè non va mai a contrappelo di niuna con-
venienza o convenzione sociale, ‒ un vero merito costi-
tuito in così floride condizioni di salute o sopra una così
solida piattaforma, che sarebbe non pure cosa innocente,
ma sarebbe un bello e coraggioso esercizio ginnastico il
giostrarvi contro.
Eppure state sicuri, che questo vero merito fortunato
nessuno lo toccherà.
Invece vi è un altro vero merito, forse di portata mag-
giore del primo, ma tuttavia incipiente o ammalato od
osteggiato da numerosi nemici per la sua audacia di no-
vità o funestato dalla miseria o dalla moglie impudica.
Ebbene questo vero merito disgraziato sono quasi tut-
ti d'accordo nel dilaniarlo e nel cercare di ammazzarlo.»
XXXVII.
Ultime note tristi e bizzarre di Giuseppe Panezio:
· · · · · · · · · · · · · · · ·
116
«Se io dovessi pubblicare un libro, vi metterei come
prefazione la verità, tutta la verità, NIENT'ALTRO
CHE LA VERITÀ, (art. 297 del Codice di Proc. Pena-
le).
Vorrei poi fare stampare il mio libro su carta nera con
inchiostro bianco. Così darei ai miei lettori un magnifi-
co effetto di ossicini intagliati nelle tenebre di una cassa
da morto; e farei del bene alla vista del prossimo, come
mi assicura un professore di ottica.»
«Ma quale è la vera causa della voga e fortuna straor-
dinaria di certi capi di letteratura industriale?
Senza essere una Commissione d'Inchiesta, rispondo,
che ciò dipende non già dal valore intrinseco dell'autore
o della merce, ma da circostanze estrinseche.
Per esempio il Libro di lettura per le scuole, ecc.,
dell'abate Gineprai è un libro pieno di sugo, e vale per lo
meno un milione di volte più di quello dell'abate Zuc-
cheroni, il quale è pieno di sgrammaticature e di min-
chionerie (rubate per soprammercato) e non vale proprio
niente.
Eppure l'ab. Zuccheroni con lo spaccio dei libri di
lettura, Sillabarii, Aritmetiche, Grammatichette, ecc., ha
già potuto farsi fabbricare una magnifica villeggiatura
sui colli, mentre l'abate Gineprai, dopo l'aumento di ta-
riffa nei tabacchi, non può più nemmanco fornire al suo
naso del rapato a petizione.
Il motivo si è che quel lecchino dello Zuccheroni è
entrato nelle grazie del Consiglio Superiore dell'Istru-
117
zione Pubblica e di quasi tutti i Consigli Provinciali
Scolastici, ecc.; mentre quest'istrice del Gineprai si è
fatto prendere nel sedere da tutti i magnati.
Ciò che dicemmo dei libri scolastici si può benissimo
intendere delle opere di letteratura amena. Anche per
queste c'è il Consiglio Superiore e sopratutto ci sono i
Consigli Provinciali scolastici delle signore.»
«Saggio di eloquenza, chiarezza, proprietà ed elegan-
za forense-burocratica: ‒ Voi, Corte dei Conti, prima di
interinare il cennato decreto in discorso, onde difendere
ogni ulteriore rimarco, dovevate rendervi edotta, che
non si era dato competente evacuo a tutti gli incumbenti
che di ragione per l'emarginato rilievo.»
«L'umorismo è un ferro tagliente, che attraversa un
argomento e ne svescia gli umori, come da un tumore.
«La coreografia è il bagliore superficiale e muto dei
prospetti e dei contorni.
Certi scrittori, braccati d'oggi dì, sono semplici coreo-
grafi di sentimenti.»
«Se io dovessi partecipare il mio prossimo matrimo-
nio farei imprimere nell'intestazione della lettera listata
di nero una grossa croce nerissima coll'urna mortuaria e
relativo salice piangente e terminerei l'annunzio con
118
«UNA PRECE!»
«In moltissimi uomini la Bontà non è altro, che
l'impotenza di essere cattivi.»
· · · · · · · · · · · · · · · ·
«La disonestà è la maggior ricchezza delle fanciulle
povere e il miglior mezzo per maritarle.»
«Ultima e vera sentenza sulla felicità relativa data da
un povero diavolo, mentre si sentiva stilettato profonda-
mente dal male dei denti: ‒ L'uomo felice è quegli, che
non ha male ai denti.»
«Le assolute disgrazie in famiglia sono: ‒ cani e lette-
ratura inedita.»
XXXVIII.
Non meno feroce di quello che fosse verso l'uman ge-
nere in genere mostravasi Pinotto verso i suoi creditori
in particolare, ai quali non si sentiva legato da niun vin-
colo di riconoscenza. Anzi, per uso e consumo della sua
beffa, se ne era formata in mente una gerarchia feudale,
o meglio un cielo astronomico: c'erano i vassalli o me-
119
glio i pianeti, che avanzavano da lui mille lire, c'erano
quelli da cinquecento, quelli da cento; ce n'era una lun-
ghissima tratta da venti a cinquanta; quelli da cinque, da
dieci e da due lire, erano numerosi come i pulcini; e fra
essi c'erano persino gli uscieri del suo ufficio.
Quando egli era sovrappreso dal malumore, si conso-
lava tosto, immaginandosi di convocare tutti i suoi cre-
ditori in un meeting al Colosseo. Quivi avrebbe voluto
farli svenire tutti recitando loro un'orazione di sette ore,
e poi bagnarli persino nelle tasche manovrando una im-
mane tromba da giardiniere.
In quei momenti estrosi di beffarda superbia, egli pas-
seggiava vigoroso fra la folla di Roma come un robusto
e nero serpentello. Allora si doleva di essere piccino di
statura; onde avrebbe voluto salire sopra un alto cavallo
e allargare spropositamente le gambe, quasi tanto da ra-
schiare le muraglie dalle due parti della via o per lo me-
no forbire con la punta degli stivali il naso dei passanti,
precisamente come faceva quel cavaliere Adimari, a cui
Dante fece rincarare la condanna per contravvenzione al
Regolamento di edilizia municipale.
O meglio avrebbe voluto essere un grandazzone della
posta di quel gonfiagote, spauracchio dei bambini e del-
le signore torinesi, che sotto l'ala tremenda di un cappel-
lone calabrese, svolgendo al vento un nastro d'occhiali-
no largo mezzo metro, camminava normalmente a passi
da tiranno di teatro diurno, ‒ colla giubba superbamente
spaccata e le rivolte spedite indietro, ‒ ora col pollice
uncinato all'imboccattra della sottoveste, agitando il
120
ventaglio delle altre dita, ora affondando le falangi
dell'indice e del medio nel taschino dello stesso panciot-
to, ‒ spingendo alternativamente le spalle, quasi tragi-
che catapulte, come avesse voluto con l'una far indie-
treggiare un popolo di calessi e con l'altra crollare un
muro maestro, ‒ sornacchiando fragorosamente
all'appressarsi di qualcheduno, ‒ ed esalava da tutta la
persona la più sublime prepotenza e il più profondo di-
sprezzo verso l'umanità restante, a cui sbuffava in faccia
il fumo del suo sigaro, facendone poi cascare a grammi
la cenere sul cappello dei cittadini più umili.
Pinotto invidiava il ricordo di quel gigante di mono-
mania orgogliosa; o avrebbe voluto giullarescamente
demolirlo, forandolo con l'ago del nano Papiol.
Mentre egli così si infischiava di tutti e specialmente
dei suoi amici e benefattori, questi finirono collo stufar-
si definitivamente delle sue continue richieste, a cui ri-
sposero da ultimo con quella congiura, di cui si lagnano
ordinariamente gli scrittori, la congiura del silenzio.
Ad Edoardo non osò più scrivere, nè questi dopo il
gran rifiuto scrisse più a lui.
Allora inaridita affatto la sorgente delle solite sovven-
zioni, Pinotto ritrovandosi con il corto da piede, si de-
gnò di andare a ricercare il Capitano.
Quando fu davanti alla porta di costui, eccolo sbucare
e quasi balzargli sul petto coll'impeto di un gatto furio-
so. Dopo lui ecco Fido.
Il capitano stralunato seguitava a correre, non avendo
avvertito chi veniva a cercarlo.
121
Il cane rimase un po' di tempo in tentenne: se dovesse
seguitare l'usciere o restare con l'amico sopraggiunto.
Si si starebbe un agno intra duo brame
Di fieri lupi, igualmente temendo;
Si si starebbe un cane intra duo dame.
Finalmente esso pensò: ‒ Quello là corre, perchè ha
buon tempo: questo qui invece sembra abbia bisogno
della mia assistenza: oh, sì! ‒ e rimase con Pinotto.
Ecco che cosa era capitato all'usciere.
Aveva saputo che doveva giungere in Roma sua mo-
glie diretta a Napoli con un garzone parrucchiere. A
quella notizia gli erano venuti in mente i litri bevuti am-
mirandola nel villaggio natìo, gli era venuto alla gola
quanto essa era bella, bionda, lustra e morbida; ed aveva
sentito una forza irresistibile, che lo spingeva a ricupe-
rarla strappandola a quel ludro scellerato.
Forse avrebbe scacciato quella tentazione, se avesse
avuto dinanzi il dovere di continuare la sua protezione a
Pinotto, che se la fosse meritata. Ma, non vedendosi lì
presente quel dovere, egli era scattato via.
XXXIX.
Mentre egli era sparito, Fido e Pinotto si guardarono
negli occhi quasi dicendosi reciprocamente: ‒ Adesso
siamo noi due soli in ballo. Ebbene balliamo.
Il giovane condusse malinconicamente il cane nel
proprio covo, essendo la stanzetta dell'usciere rimasta
122
chiusa per la partenza di lui.
Questa partenza aveva data una stretta al cuore del
povero giovane abbandonato, lo aveva annientato, lui,
che credeva di sbizzarrirsi tuttavia sull'amicizia del Ca-
pitano, fondandovisi come sopra un frammento di fami-
glia.
Mancandogli quell'ultima base, egli si mise a piange-
re.
Fido voleva che cessasse dalle lacrime; perciò si ar-
rampicava sulle sue ginocchia, e gagnolava per farsi
sentire. Egli lo ributtò dicendogli: ‒ Seccante! ‒ ma poi
guardandolo, lo trovò negli occhi così pieno di leale e
devoto affetto, che non potè tenersi dal chinarsi per
stringergli la testa. Allora il cane sembrava matto; gli
abboccava la barba, i capelli, lo baciucchiava per tutta la
faccia in un modo disordinato e commovente.
Rinfrancato dall'amore di Fido, egli ebbe un altro di-
rizzone di bontà.
Appena riscosso alle Ipoteche il suo stipendio mensi-
le di settanta lire, egli pensò di estinguere a un cavurrino
per volta i suoi piccoli ma numerosi debitucci verso i
portieri e i suoi colleghi d'ufficio, considerando che era-
no anche essi poveri come Giobbe e per di più padri di
famiglia.
In questa operazione egli incominciò ad impiegare
una quarantina di lire.
‒ Con le altre trenta lire, ‒ egli ragionava con Fido, ‒
noi altri due viviamo; se non benissimo, pure viviamo. ‒
Quella testa singolare, non certo chiamata per le ma-
123
tematiche, aveva dimenticato che c'erano da impostare
nel suo bilancio mensile le venticinque lire della piccio-
naja. Pagata la pigione, gli restarono appena cinque lire
per vivere lui e il cane durante un mese. Quindi, come
era troppo naturale, egli dovette tosto farsi prestare nuo-
vi cavurrini da quasi tutti coloro, a cui li aveva restituiti.
Così seguitò negli altri mesi restituendo e poi rido-
mandando di lì a poco il restituito, senza estinguere mai
definitivamente il suo piccolo consolidato, che manco-
male procedeva innanzi senza interessi come le cattive
azioni di un canale sfavorevolmente conosciuto.
XL.
Quella povera vita, nutricata con poche diecine di lire
al mese, in compagnia di un grosso cane, non mancava
però di dolcezze e di beatitudini, essendo egli poco per
volta riuscito a formarsi un quissimile di guanciale nella
sua miseria a forza di dimorarvi sopra.
Per esempio egli provava una specie di gioja pitocca
nel sentirsi libero, oscuro, non soggetto alle imperiose
leggi dell'educazione, della pubblicità e della personalità
conosciuta, non costretto a stillare un articolo faceto di
giornale col male ai denti, o a finire i periodi con gram-
matica al Tribunale o alla Camera.
Qualche volta indicava a Fido un giovinotto elegante
per metà e per metà con acconciatura di «me ne impi-
po.»
‒ Quello lì io lo conosco; ma egli non mi conosce o
finge di non riconoscermi più; egli è meno proprietario
124
di noi, ed ha più debiti di noi, mancandogli già qualche
diecina di migliaia di lire, perchè si possa considerare
nullatenente, come diceva Giulio Cesare: ma a differen-
za di noi egli non si abbasserebbe nemmeno per raccat-
tare i quattrini, con cui egli dovesse pagare un creditore,
ancora che questi fosse affamato o gli avesse prestato i
denari della laurea. Eppure a lui non difettano mai i
mezzi per vivere disonestamente bene. Due anni fa egli
ha ricevuto ventimila lire da.... (e qui bisbigliò un nome
proprio illustre, che a noi non è lecito ripetere) e le man-
giò in quindici giorni. Quando alla mattina esce da casa
sua o da una casa di gioco o da luogo peggiore, senza
aver più un centesimo in tasca, egli con viso sicuro ar-
riccia le nari per fiutare l'aria e interrogare sè stesso: ‒
ho da andare di qui o di là? ‒ e scommette tra sè e sè: ‒
non vado lontano cinquanta passi, che ho cento lire in
tasca. Infatti, movendosi verso una direzione qualsiasi,
al primo senatore, o ministro, o monsignore, o
grand'uomo, o personaggio venerando, che inciampa, ei
gli mette famigliarmente e con protezione birrichina le
mani sulle spalle: e gli dà del tu e si fa dare le cento lire.
Fido! Quello li è uno scroccone di spirito, ma non invi-
diamolo; deve essere una grande fatica pel cervello e
anche per il senso morale l'essere di spirito tutti i giorni
a quella maniera.
‒ Fido! adesso guarda questo qui, con quel peperone
gonfio al posto del naso, con quella ciccia fosca, falsa e
tremula come quella dei bevoni e dei cretini, con quei
calamai intorno agli occhi, con quella bocca sdentata e
125
con quell'andatura di oca balorda. La sua posizione ha
poco da invidiare alla nostra. Guardalo nella faccia: Co-
me è bucherellata! che macchie nere e sinistre da appe-
stato! Eppure è una bella testa, e lavora; ma lavora in
cose che non fruttano, in versi. Quello lì è scannato co-
me noi, e per di più ha l'abitudine di ubbriacarsi mortal-
mente tutte le sere, ed ha una moglie, che è persino peg-
giore della sua abitudine. Non la vorresti nemmeno tu,
che sei cane. Che tribolazione profonda ed estesa deve
essere la sua vita! Noi consoliamoci, perchè non siamo
come lui miserabili di genio.... ‒
Pinotto e Fido si sentivano contenti della loro sorte
non solo nei colloqui e nelle apostrofi, che si comunica-
vano, ma eziandio nei soliloqui, che ciascuno faceva per
suo conto, sebbene spesso si incontrassero.
Infatti gli stessi ricordi martellavano nei cervelli del
cane e del giovanotto; erano ricordi del Piemonte, in cui
erano ambidue compatriotti; ricordi del villaggio di
Edoardo, dove Pinotto nei suoi tempi migliori, fulgido e
bizzarro come era, aveva fatto da Satana e da Messia
per quelle signore e signorine dei campi, ‒ dove l'inser-
viente comunale lo aveva preconizzato con certezza ma-
tematica per un futuro grand'uomo politico e grandissi-
mo oratore, ‒ dove Fido con la sua indole facile alle en-
trature era divenuto intrinseco del padre di Edoardo, sin-
daco; lo accompagnava nelle adunanze della Giunta mu-
nicipale, nei balli e al teatro, ed aveva oneste accoglien-
ze da per tutto, persino in chiesa, tanto che era chiamato
il vice-sindaco del paese.
126
XLI.
Il cane non abbandonava mai il nuovo padrone: si re-
cava con lui alle Ipoteche, dove era tollerato in un canto.
Quando si avvicinava l'ora di uscire dall'Ufficio, Fido
lo annunziava a tutti, raspando contro alle porte e ai
banchi, e andando ad avvertire specialmente Pinotto con
mille squittii d'impazienza; quindi precedendolo voleva
mostrargli la strada d'uscita.
Quando poi egli usciva davvero, allora esso scavalla-
va nella via sfolgorando, come divenisse sua la Città
Eterna, e scorrazzava intorno al padroni con cerchi ful-
minei come un cavallo da corsa flagellato dal fantino.
Andavano insieme dal minestraro, dal cioccolattiere,
all'osteria di cucina; si facevano mille complimenti. Il
cane non voleva quasi mai mangiare ciò che gli offriva
Pinotto, temendo che questi soffrisse qualche privazione
per cagion sua; voleva provvedere esso stesso ai proprii
bisogni, e se avesse potuto, avrebbe provvisto abbon-
dantemente anche a quelli del compagno.
Portava sempre nella cameretta ossa abbondanti e an-
cora ricche di polpa. Una volta portò addirittura un in-
tiero prosciutto, che avrebbe tentato l'appetito di chic-
chessia, non che dello stomaco vuoto di Pinotto. Ma
questi per delicatezza non osava mai defraudare il cane
del frutto delle sue fatiche.
Era un vero idillio di pace e d'amore, tutto circondato
da attenzioni di un galateo diplomatico.
Alla sera, nei caffè da due soldi, sopportavano insie-
127
me tutti e due per lunghe ore le occhiate dei fattorini,
che volevano cacciarli via; così risparmiavano l'illumi-
nazione a casa.
Era sì grande in Pinotto la soggezione del cane e la
relativa inspirazione del bene, che un giorno essendogli
comparsa nella cameretta la quaglia, per cui l'usciere
quella volta non aveva potuto farsi da lui ricevere, la
congedò per sempre.
XLII.
Quando si trovavano al Pincio, Pinotto faceva a Fido
la spiegazione dei busti degli uomini illustri.
‒ Vedi, cane! questo qui è Brofferio. Dovrebbero ri-
stampare in una collezione le sue arringhe forensi e i
suoi discorsi parlamentari. Così, studiandoli, i nostri
giovani imparerebbero a discorrere con chiarezza e con
fuoco, e non farebbero il brodo lungo, torbido e scipito,
che fanno gli avvocati e i deputati adesso.
‒ Questo qui, cane, è il busto di un minchione. ‒ Così
dicendo, per una recrudescenza del suo spirito beffardo,
egli schiaffeggiava leggermente ma vistosamente le
guance marmoree di quel grand'uomo, giudicato tale dal
municipio, e da lui battezzato per un famoso minchione.
Alcune volte seduto sopra una panca pubblica, goden-
do le largizioni del padre dei poveri, come questi chia-
mano il sole, egli sentiva l'ultima felicità terrena, quella
degli ammalati e degli accattoni, che a poco a poco si
addomesticano alle loro piaghe, ai loro parassiti, al loro
sucidume o al loro fetore, e finiscono per trovarvi una
128
specie di gustosa occupazione di questa inesorabile vita,
che è data a consumare agli uomini.
Ma certe altre volte, egli vedendo passare una carroz-
za, di cui il cocchiere davanti e il lacchè di dietro aveva-
no l'alito affocato di salute e la pelle rossa come marroc-
chino, o vedendo dalla via traverso i vetri di un caffè
una lunga tavola apparecchiata con quei filari di salviet-
te bianche come oche e trascorrere un pettinatissimo fat-
torino, recando, con elegante agilità acrobatica, in palma
di mano una larga guantiera, oppure leggendo in un
giornale qualche bestialità straordinaria detta da un de-
putato o da un ministro, egli sentiva sprazzare via da sè
velocissime tutte le acquiescenze e le pretese beatitudini
dei poveri diavoli rifiniti come lui; egli risentiva allora
nuove smanie e più acute di voler mangiar bene, vestir
meglio, dormire ottimamente ed entrare cogli speroni
nel Parlamento, nei giornali e nei ministeri, dare una
presa di ciuchi a quei signori ed insegnar loro col frusti-
no, come si fa e come si parla. Allora si sarebbe arrotato
contro alle muraglie per torsi la ruggine dalla pelle;
avrebbe mangiato il bottino di Fido vettovagliato nella
sua stanzetta; allora si mordeva i pugni, scalpitava.
In uno di tali ricorsi storici, egli ebbe una vera ripresa
di esplodente lepidezza, passando davanti a Montecito-
rio.
‒ Ah! se fossi mai ricco! ‒ egli borbottò nella sua
mente, rivolgendosi al cane: ‒ Ah, se fossi mai ricco co-
me il fu duca di Galliera, come Torlonia, come Telfener!
Oh! non vorrei mica perder tempo nè aspettare che si in-
129
troducesse qualche suffragio universale o scrutinio di li-
sta a sciuparmi la propizia occasione. Vorrei tosto pre-
sentarmi candidato nelle prossime elezioni generali al
suffragio ristretto di tutti i 508 collegi uninominali del
Regno, e farmi nominare deputato proprio da tutti i cin-
quecento e otto, niuno eccettuato.... Ah! Ah!... (E così
pensando, Pinotto gioiva febbrilmente:) Farei, sarei io
solo, almeno per le prime sedute.... tutto Montecitorio,
io solo.....; compilerei da me solo la risposta della Ca-
mera al discorso della Corona, mi verificherei da me
stesso i poteri; mi nominerei presidente, vice-presidente,
segretario, sotto-segretario, questore e bibliotecario;
muoverei interpellanze e presenterei ordini del giorno;
solleverei io solo, come un burattinajo nella baracca dei
burattini, le più tempestose discussioni....
Dopo avere urlato sul mio seggio di rappresentante
universale del popolo, salterei sul seggiolone del Presi-
dente, e griderei a me stesso: facciano silenzio, onorevo-
li colleghi!... Scampanellerei, come per l'arrivo di un pi-
roscafo; e nei casi estremi, afferrato il cappello, me lo
calcherei sulla testa, per sedare il tumulto di me medesi-
mo; avrei per me solo gli sguardi delle bellezze brevet-
tate della tribuna diplomatica e di quelle della Presiden-
za, le sonnolenze della tribuna dei senatori, le attenzioni
delle altre tribune pubbliche o riservate, mascoline o
femminine, civili o militari; si farebbe per me solo il re-
soconto magro e sbagliato dei giornalisti appollajati nel-
la loro colombaja, a cui non giunge la voce bassa
dell'oratore e quello sovrabbondante, riveduto e corretto
130
dagli stenografi.
Farei e riscuoterei da me solo gli applausi, i vivi ap-
plausi, quelli generali e prolungati, i semplici segni di
approvazione, l'ilarità, le risa ironiche e anche i mor-
morii, non esclusi nemmeno i movimenti in senso diver-
so; quindi, in fine della mia sudata eloquenza, mi affol-
lerei a stringere da me stesso la mano all'.... oratore.
Insomma vorrei pigliarmi tanti e tali spassi da empir-
ne e disgradarne un romanzo di Giulio Verne; e dopo
averne fatte più che Bertoldo, non mi degnerei poi nem-
meno di optare per verun collegio; li rinunzierei tutti
508 a cinquecento e otto uomini di buona volontà. Quin-
di noi, Fido, avanti, in marcia! Andremmo in un altro
paese mezzo costituzionale, ad acquistarvi la cittadinan-
za e ripetervi le stesse scenate di gusto milionario.
D'ordinario quelle smanie dolorose o gaudiose, erano
terminate da un colpo di tosse, a cui non tardò ad unirsi
lo sputo di sangue, che venne da lui salutato come un
cortese amico.
XLIII.
Chi finiva poi per consolarlo completamente era sem-
pre Fido. Con lo sfregacciolare il proprio muso e le tem-
pia contro gli stinchi di lui, col fargli sentire sulle mani
l'incrinatura dei suoi baffi, col rizzarsi sulle gambe po-
steriori a far la manovra dell'orso e della scimmia o gli
esercizi del soldato, e con lo stare attento per pigliare al
volo ogni battito delle palpebre di lui; col pedinarlo da
per tutto, esso gli diceva continuamente: ‒ Pinotto, tu
131
non sei solo; tu hai in me un fedele amico, servitore e
protettore. ‒
E Pinotto ciò ben intendeva, ed amava veracemente
quel cane; lo amava e lo trovava bello nelle sue mattie e
nella sua gravità; ‒ quando si riversava poco decente-
mente per terra e quando si acciambellava pulitamente
sopra una seggiola, tutta riempiendola; ‒ quando incede-
va glorioso con un osso in bocca e quando camminava a
randa dei suoi piedi, il muso dimesso e la coda in mezzo
alle gambe; ‒ quando ringhiava contra qualche canuc-
ciaccio maleducato, che gli si avvicinava, e quando fre-
mitava, scalpitava e brillava di luce amorosa rizzando le
orecchie in piegature metalliche davanti a qualche leg-
giadra e indulgente cagnolina; ‒ quando si discostava
quasi per fargli la celia di tradirlo e poi ritornava a lui
fragorosamente, quasi per portargli la buona novella, ‒ e
quando, da lui minacciato di esser chiuso in casa, prote-
stava graffiando, zufolando, mugulando e sputava via
persino i grummoli di zucchero, con cui si cercava di
abbonirlo. Pinotto lo amava Fido, lo amava appassiona-
tamente e liricamente.
Allorchè egli pensava a Glafir, origine della sua pri-
ma maledizione materna, e guardava Fido, di cui si sen-
tiva ogni giorno più innamorato;
‒ Ah! la vita ‒ diceva ‒ è proprio piena di compensa-
zioni! Sì, Fido, tu cane, mio unico consorte, sei pure il
mio riparatore. ‒
132
XLIV.
Ma oramai poco tenacemente egli poteva pensare. Il
suo cervello già così gagliardo, così prepotente e fino
all'estremo motteggiatore del cielo e della terra, sotto la
calca delle disgrazie si era oramai rammollito come il
cervelluzzo di una villanella cretina, che nelle sue estasi
vede apparire la Madonna sopra il ciliegio del giardino
del prevosto.
Quindi spesso lo riassalivano entusiami infantili di
moralità, impeti collegiali di sacrifizio patriottico, di
martirio religioso, e di intolleranza ingenua, come se
fosse stato ammesso appena ai palpiti della prima comu-
nione. Allora rabbrividiva nel vedere due giovani perso-
ne di sesso diverso, sebbene fossero stati sposi, che pas-
seggiassero insieme a braccetto. Allora dentro la sua ri-
gidezza allobroga facendo un morboso intruglio delle
ultime idee bollitegli in testa e dell'ultimo comunicato
letto sui giornali, desiderava e si figurava pazzamente di
riuscire un mistico eucalipto, che producesse nella Città
maggior bene di quello aspettato dal vero eucalipto nella
campagna romana; cioè prosciugasse ad ogni minuto
nella imporrita razza prelatizia l'umido per dieci tanti
del volume del proprio corpo.
Ma quelle fantasie gli svanivano, ed egli si trovava
tosto, come trasportato di punto in bianco nella più as-
saettata, affamata e desolata realtà.
Un giorno, spinto sconsideratamente da una ghiotto-
neria elaborata dal digiuno, e dimentico di ciò che era in
133
quel tempo, cioè un mendico, e fidente forse di essere
tuttavia il giovane elegante e ricco di una volta, entrò
senza avvedersene nella trattoria di Spilmann.
Rimase subito spaventato a quell'atmosfera calda, a
quegli atomi impregnati di squisita cucina, a
quell'acciottolío di porcellana, a quel tintinnío di posate
d'argento, a quel nero luccicore dei cappelli a cilindro, a
quei bianchi sparati di camicia dei pajni e dei diplomati-
ci. Egli, che quattro mesi prima scrivendo a sua madre si
era confessato ancora superbo come Lucifero, egli tre-
molò di paura davanti al bel cameriere, che compariva
al suo cospetto.
Aveva tratto istintivamente di tasca un pane per ac-
compagnare una scodella di trippe, che voleva doman-
dare; invece rispose al cameriere:
‒ Scusi... mi sono sbagliato di portina. ‒
Il cameriere con un inchino gli aprì la portiera; ed egli
appena toccò le lastre della via, si trovò libero e conten-
to, come se fosse uscito di prigione; e disse seco stesso
con una bonarietà religiosa e rispettosa da vecchio orga-
nista del villaggio: ‒ Che bravo signorino è quello là!
Come mi ha trattato gentilmente!
Quella sera però non potè tenersi dall'entrare in una
osteria e consumarvi voracemente due lire.
‒ Domani faremo economia; ‒ egli disse a Fido, e fe-
ce un'atroce economia. Comperò soltanto due soldi di
pane per totale nutrimento di ambidue, ed abolì la can-
dela di sevo, che soleva piantare dentro il collo della
bottiglia nera, borbottando: ‒ Fido, dobbiamo d'ora in-
134
nanzi coricarci al bujo. ‒
Intanto fra la solitudine e l'inedia gli si rammolliva
sempre più il cervello; e, oltre al cane, lo accompagnava
sempre un'apparizione, che navigava come una luna nel-
la nebulosa della sua testa.
Di lì a quattro giorni egli non potè rattenersi
dall'entrare nella trattoria della Rosetta, dove comandò
una costoletta alla milanese. Gli piacevano tanto siffatte
costolette ed era da tanto tempo, che non ne aveva più
assaggiate!
Pure, essa gli apparve come un delitto di gola, quando
se la vide dinanzi. Credette di divorarla... Folle! Non era
più capace nemmanco di mandarla giù tutta.
‒ Fido, ne vuoi?
Fido gli fece cenno di no.
‒ Come sono debole!...
Venne il cameriere a domandargli: ‒ Comanda altro?
Egli fu vergognoso di avere comandato soltanto una
costoletta in quel luogo, e domandò ancora una minestra
di cappelletti al brodo, una crostata di visciola, un man-
darino e un pezzo di formaggio lodigiano con mezzo li-
tro di vino bianco asciutto. Egli rintuzzava il rimorso
che lo ingombrava per quel rialto così lussurioso, dicen-
do seco stesso e a Fido: Eppure, anche io ho diritto di
vivere! non è vero?
Si sforzò a spilluzzicare più che poteva, ma non riuscì
ad ingollare gran cosa.
Richiese il conto, e senti che faceva 4 lire e 25 cente-
simi. Ne rimase costernato e fu lì lì per piangere. Gli
135
parve di udire sua madre, che gli dicesse con ragione:
Ah! tu che hai gettato i denari dalla finestra, oh! se tu li
avessi adesso quei denari là! come ti farebbero buon
pro'!
Guardò nel portabiglietti; non c'era tutto il bisognevo-
le; ma razzolando i soldi e i soldoni nel taschino del
panciotto potè fare le 4 lire e i 25 centesimi, a cui ag-
giunse altri 5 centesimi per la mancia, restandogli anco-
ra 3 soldi per il vitto del giorno successivo.
Egli, uscendo dalla trattoria, si malediceva da sè stes-
so: ‒ Sono proprio sempre stato uno spensierato; ma tu,
Fido, dovevi correggermi, non dovevi lasciarmi entrare,
dovevi mordermi! ‒
Ritornando a casa, egli guardava amoreggiando le fi-
nestre degli ospedali.
Il giorno dopo, portò un ludibrio di fagotto al Monte
di Pietà, ritraendone pochi centesimi.
Passati tre altri giorni, non aveva più un soldo in tasca
per il pane quotidiano. Voleva domandare qualche cosa
al Capo Ufficio, ma quel giorno questi era di cattivo
umore inaccessibile. Il rigiro dei cavurrini restituiti e poi
ridomandati egli lo aveva già fatto.
Dopo avere titubato per tutta la giornata, una lunga
giornata della proverbiale lunghezza, che dà l'angoscia
dell'esser senza pane, finalmente, prima d'uscire
dall'Ufficio, abbordò un suo collega:
‒ Scusi, ho dimenticato a casa il portabiglietti.... Vor-
rebbe favorirmi per pochi giorni cinque o sei lire?
‒ Mi rincresce! non ne ho; ‒ gli rispose l'altro asciut-
136
tamente.
E Pinotto imperterrito: ‒ Allora favorisca prestarmi
un soldo, per comperare la Capitale da basso.
‒ Prenda! ‒ e il collega glielo diede con la mala gra-
zia di un Istituto Bancario verso un patriota illustre ma
non solvente. Certamente pensò: Ah sì! comprerà la Ca-
pitale per involgervi dentro l'ultima camicia, che ha in-
dosso e portarla al Pietoso Monte!
Ma Pinotto trionfava; lo aveva il soldo: il suo cuore
gli batteva forte: ‒ Ah! è giusto il proverbio, che non si
muore di fame.
Andò a comperare un pane, e si sentì la forza di
aspettare ancora qualche ora prima di addentarlo. Pas-
seggiò. Nel cielo stagnavano nubi sanguigne. Egli guar-
dava in su: vedeva la sua solita apparizione, una Madon-
na. Era sua madre.
‒ Viene, viene! ‒ borbottava fra sè.
Il cane non poteva farsi guardare da lui, per quanto vi
si adoperasse; gli correva fra le gambe come una fionda-
ta a rischio di stramazzarlo, gli addentava le falde
dell'abito e le tibie, gli era sempre tra i piedi, ma tutto
inutilmente.
Pinotto guardava sempre in su.
Finalmente egli risolvette di tornare a casa.
Il sole tramontava sinistramente. Rientrato nella sua
piccionaja, egli fu offeso da un giallore di pessimo au-
gurio, che vagolava sul pavimento, sulle colonne sverni-
ciate del letto e sull'attaccapanni tarlato, ed entrava per-
sino a illuminare il vuoto completo dell'armadio aperto:
137
senza una ciabatta! Se avesse potuto, egli lo avrebbe
smorzato quel giallore!
XLV.
Si sedette; estrasse il pane di tasca; ‒ tossì.
Aveva una fame che gli rodeva le viscere. Quel panet-
to lo fumerà in un flato. Si provò ad addentarlo, ‒ Dio
mio! Non ne aveva nè la forza, nè il coraggio. Ne esibì
al cane: ‒ Fido, prendi; anche tu avrai fame. ‒
E il cane aveva fame davvero; imperocchè, preoccu-
pato in tutto quel giorno a tener d'occhio il padrone per
l'inquietudine che gli destava il suo aspetto ‒ esso aveva
trascurato di fare la solita provvista delle ossa; pure te-
mendo di recare il minimo torto a lui, rifiutò l'offerta.
Pinotto volle ficcargli forzatamente un boccone fra i
denti; ma non riuscì ad aprire quella rastrelliera spranga-
ta.
Allora estenuato lasciò andare le mani spossate; chiu-
se gli occhi, tossi più forte e si senti nella bocca il sapo-
re plumbeo del sangue caldo, mentre gli girava addosso
il senso di un freddo marmoreo.
Credeva di avere sulle ginocchia il muso di Fido, il
quale invece dimorava là lontano, tutto turbato per lo
stato di lui; ogni po' usciva sul ripiano, per vedere, se
c'era qualcheduno da avvertire, e poi rientrava e stava lì
con quei suoi occhioni aperti, quasi volesse medicare il
padrone con le guardate amorose.
Questi sognava, e credendo di palpare le orecchie a
Fido, borbottava: ‒ Grazie, Fido!.... Eccellenza... ‒
138
Egli scorgeva luminosamente ed ampiamente l'appa-
rizione che lo aveva seguitato da più giorni. Era la Ma-
donna, e la Madonna era sempre sua madre. Era tutta
santa, tutta augusta, tutta fulgida di stelle.... Lo riceveva
e lo irradiava d'oro, d'amore e di sole....
Ed era stato Fido il parlamentario, che lo aveva pre-
sentato e fatto ricevere. Aveva cominciato a parlare con
Glafir, e si erano scambiate alcune note. Glafir da prin-
cipio era stato un po' sostenuto e aveva risposto con cer-
te frasi acidule e sardoniche sullo stile del cardinale An-
tonelli; ma poi la argomentazione ampia, cavurriana di
Fido aveva vinto.... Ora Glafir stava presentando a Fido
uno per uno tutti i membri della sua corte di cani.... Il
monte Pincio era nel cortile dell'Università di Torino,
dove lussureggiavano meravigliosi eucalipti con ciocche
lunghe e splendide di foglie salutari.... la signora Placida
incoronava suo figlio.... Lo felicitavano tutte le persone
felici uscenti dai cartoni dell'Elenco spietato.... L'erba-
juola Ortensia, riconciliata, rideva largamente dalla con-
solazione e ridendo faceva ballare la sua ciccia rossa....
Edoardo applaudiva freneticamente. Teodoro beveva,
beveva pel legittimo contento.... Aurelio scappava come
una spia.... Fido aveva un lungo colloquio sugli affari
d'Oriente con l'onorevole Depretis, Presidente del Con-
siglio dei Ministri, e tutti i giornali politici di qualche
importanza avevano un articolo di fondo intitolato:
L'Intervista di Fido.... C'erano moltissime signore, c'era-
no mille faccini da figurini della moda che volevano
ballare con Pinotto; fra tutte primeggiava la signorina
139
del notajo Raffa. Poi Madonna.... Pincio.... Ortensia....
Università di Torino.... giornali.... signore.... signori....
signorine.... sparivano.... Restava Pinotto attaccato al
collo di sua mamma, tutto irrigato di lagrime calde;
mentre Fido e Glafir mangiavano nella stessa scodella.
XLVI.
Mentre Pinotto sognava gemendo di quando in quan-
do, Fido si sentiva vieppiù agitato: correva a raspare in-
darno contra gli usci della sua scaletta, indarno, perchè
quelli erano usci di legnaja, di magazzini, o usci annul-
lati.
Il ministro della casa, che aveva affittata quella pic-
cionaja senza saputa del padrone, dimorava lontano in
un'altra ala della casa.
Fido deliberò di abbandonare la sua scaletta e di salir-
ne un'altra per raspare contro un uscio, dietro cui ci fos-
se gente. ‒ N'ebbe una crudele mestolata fra le gambe.
Rientrato nella sua cameretta, urlò da lupo.
XLVII.
La mattina seguente rientrava in Roma il Capitano;
rientrava come Sganarello scornato e bastonato
dall'amante della moglie. Infatti dopo molte, lunghe ed
ostinate ricerche aveva scovato a Napoli la sua ostessa,
e ne aveva avuto alcune moine. Ma essa se n'era stufata
presto, e dopo avergli vuotato il portamonete lo aveva
fatto pigliare fra due usci dal suo drudo.
140
Dice Brofferio: ‒ «Non vedeste mai un gatto lussurio-
so nel mese di febbraio, dopo dieci o dodici giorni di
soggiorno clandestino sopra le gronde o in fondo alla
cantina, presentarsi tutto ad un tratto in casa col pelo rit-
to, colle orecchie coperte di ragnateli, magro, sottile,
trasparente come una bestia immorale che ha fatta catti-
va vita?»
Tale e quale era il reduce usciere.
Dopo essere passato a casa sua e aver trovato l'uscio
chiuso, trottò verso la stanzetta di Pinotto.
Fido gli si fece incontro silenzioso; e silenzioso,
aprendo la bocca come una pinza, gli diede una gana-
sciata così forte in una gamba, che gli lacerò i calzoni e
la pelle, facendogli gocciolare del sangue. Così lo casti-
gò meritamente della sua improvvida scappata.
Il povero usciere trovò il suo amico freddo cadavere.
Gli fece fare la sepoltura, cui egli seguì dietro la bara,
solo, al luogo dei parenti e in sembianza di reggere tutti
lui gli invisibili cordoni del feretro; Fido, tenendo la co-
da e le orecchie basse in segno di cordoglio, gli cammi-
nava dappresso con quei passi che fanno i cavalli gual-
drappati di nero nei funerali militari. Quando ritornò a
casa, la povera bestia era tutta coperta di bioccoli di ce-
ra, come un fratello della Misericordia.
L'usciere si affrettò a scrivere alla signora Placida,
che il figlio di lei era morto nelle braccia del proprio ca-
ne, e mandò un analogo telegramma ad Edoardo.
141
XLVIII.
Quando Edoardo e gli altri amici ricevettero la notizia
della morte di Pinotto, ne rimasero costernati.... Per un
pezzo si sentirono lo spirito spento dal dolore e dallo
stupore, e si maledissero in secreto, per non essere nati
milionari, per non aver potuto custodire in un Eden
quell'anima bella, fintantochè avesse potuto o voluto
luccicare in faccia al mondo.
Riavutisi, si dissero: ‒ è impossibile, che sia morto
Pinotto!... Era così vivo.... ‒
E ne aspettarono per un po' di tempo la risurrezione.
Ma vedendo che Pinotto, al pari degli altri estinti non
risuscitava, presero a parlarne con tutti, come se si fosse
trattato di una morte europea, telegrafata dall'Agenzia
Stefani, per cui tutti fossero in diritto e in obbligo di
commuoversi.
Quando sentivano lodare un letterato di prima pezza:
‒ Che! Che! ‒ prorompevano: ‒ Pinotto avrebbe pigliato
a scapaccioni lui, e altri della stessa risma, se ce ne fos-
sero stati.
Per maggiore sfogo proposero di erigergli un busto
con una lapide (solito pane, con cui si sfamano i letterati
morti di fame) e di fare un pellegrinaggio apposito a
Campo Varano, pubblicando contemporaneamente un
volume di componimenti esequiali in suo onore. Tutta
questa colluvie di progetti commemorativi, al solito, si
condensò in un articolo necrologico, che comparve nel
giornale di Edoardo.
142
Noi ne riporteremo poltronescamente la chiusa, a
scanso di far noi tutta la morale del Racconto. Diceva:
· · · · · · · · · · · · · · · ·
... «E così si dileguò a ventott'anni al pari di un volga-
re disgraziato quell'indole fiera e singolare; e si portò
via con sè i suoi fantasmi estetici e bisbetici, le folgori e
i coltelli della sua satira, i tesori della sua mente e gli
entusiasmi del suo cuore e quella forma orgogliosa e
squisita, che egli aveva vagheggiato così lungamente e
così caldamente, e che temette o sdegnò profanare, non
avendo concesso neppure una riga di suo al pubblico,
benchè non gli siano mancati i difficili inviti a dar fuori
i propri scritti con profferte di sollievo alle sue strettez-
ze.
«Certo egli disprezzava sovranamente il basso pubbli-
co dei barbieri sfaccendati, di quei travetti, che con gli
sbadigli scroccano la paga e degli altri ignorantelli bor-
ghesi, che non posseggono altro motto o altro pensiero
fuorchè quello dell'ultimo articolo letto, sono sprovvisti
di grammatica, di ortografia ed eziandio di un vocabola-
rio tascabile Longhi e Menini, sono muniti di albagia e
di ottusità, eppure sotto la veste di assidui formano il
gusto corrente e l'opinione pubblica dittatrice per la let-
teratura di parecchi giornali importanti d'Italia.
«I brutti scherzi, che Mefistofele voleva fare agli an-
gioli del Padre Eterno e che i bambini fanno alle libellu-
le, sono nulla in paragone dei martirii gaudiosi, che egli
143
escogitò per umiliare quel pubblico poco rispettabile ‒
altro che concedergli un alito di sè stesso!
· · · · · · · · · · · · · · · ·
«Egli aveva tutti gli ideali, anche quelli della virtù ca-
salinga. Creduto uno scioperato qualsiasi dai suoi più
cari, di lui inconsapevoli o incapaci di capirlo, egli, fab-
bricatosi con il più tormentoso lavoro cerebrale la sua
gelosa utopia letteraria, forse un giorno le avrebbe dato
fuoco, solo per irradiarne l'altare di sua famiglia.
«Egli infine, ridotto al lumicino, lasciò la costosa
adorazione degli idoli estetici, chi sa con quale orribile
sacrifizio della sua anima di artista! e logorò acutamente
gli ultimi anni della sua tisica vita nelle facchinerie più
materiali, per il bello ed onesto proposito di rendere se-
reni gli occhi dei suoi cari e gloriosi di lui, posato final-
mente sopra il solito piedestallo di un impiego, gioja
pressochè unica di moltissime famiglie.
«Ma egli, che aveva attraversato a zig zag elettrici i
fiori della vita, non potè raccoglierne, assaporarne nè
farne assaporare neppure un frutto, egli che pure aveva
ingegno, onestà, portatura, cavalleria, chic e conoscenza
di lingue straniere, per riuscire stupendamente e merita-
mente nella prosa del mondo, dove ingrassano, lustrano
e spampanano a tradimento miriadi di fanulloni, di min-
chioni e di cialtroni.
«Povero giovane! Povero amico! Ma benchè finito
misero e oscuro ‒ noi dobbiamo altamente asserirlo: ‒
144
Egli fu grandissima parte del nuovo gruppo letterario di
giovani piemontesi, i quali gli devono quasi tutti moltis-
simo, avendo ricevuto o trasfuso nei loro lavori qualche
lembo di quella poderosa natura artistica, senza che cer-
tamente abbiano saputo esprimere nulla, come egli
avrebbe voluto e avrebbe saputo.
«Povero perduto! a cui fecero guerra spietata le im-
magini del Meglio e dell'Ottimo, nemici proverbiali del
Bene positivo, semplice e pratico.»
· · · · · · · · · · · · · · · ·
Il giornalista avrebbe potuto aggiungere ragionevol-
mente e coscienziosamente, che Pinotto, non ostante i
suoi ideali troppo superlativi, sarebbe certo riuscito ad
egregie cose, ove avesse trovato la direzione pratica del
lavoro nel sorriso intelligente di sua madre.
XLIX.
Veniamo a lei nell'ultima scena. ‒ Come nella prima:
Cani!
La madre dei cani in tutto questo tempo non aveva
avuto nessun altro momento memorabile della sua vita,
fuorchè i biglietti di visita, che aveva fatto litografare
per Roma e Glafir, e la sua tentazione di far parte della
Società Protettrice degli animali, tentazione che però il
suo teologo confessore le aveva scacciato presto dicen-
dole, che «anche quella era tutta framassoneria.» Quin-
145
di, a scanso di un'altra teologale proibizione, essa aveva
taciuto tutto al confessore, quando disperata per aver
smarrito uno dei tanti pronipoti di Glafir ne raccolse re-
ligiosamente i peli dal pettine dell'ultima strigliatura, e li
portò, trascinando con se anche la figlia, al Gabinetto
magnetico di un professore Filippa, dove invocò dalla
chiaroveggenza della rinomata sonnambula l'itinerario
arcano per rintracciare la bestiolina diletta.
Ora la povera mamma, all'annunzio mortuario datole
dall'usciere, ebbe uno svenimento, e fece gli ululati di
rito, con le strappate di capelli volute dalla Prammatica,
recandosi a schiamazzare e versare lacrime da pazza
presso la vicina del pianerottolo, mentre Carolina la ac-
compagnava in tono minore.
Sfogato il dolore rituale, la signora Placida andò a
consigliarsi dai suoi soliti consulenti legali, e saputo
dall'avvocato classico, non che dall'ex-cancelliere e dal
teologo avvocato Sturlimandi, che acreditatis appellatio
sine dubio continet etiam damnosam successionem, essa
in buon volgare non indugiò a rinunziare formalmente
all'eredità dei debiti, quasi tutti alimentari, lasciatale da
suo figlio e trascurò persino di rispondere all'usciere, so-
spettando che fosse anche lui uno dei garibaldini che lo
avevano pervertito.
Essa fece però cantare una messa solenne nella chiesa
della Consolata per suffragare l'anima del figliuolo per-
duto; e mentre il prete uffiziava e i cantori strapazzava-
no per trenta soldi il tuba mirum borbottando nel loro la-
tino di sacristia qualis pagatio, talis laboratio, ‒ la da-
146
migella Carolina correva dietro alla turba sguinzagliata
dei suoi cagnolini, alcuni dei quali abbajavano persino
sulla porta della chiesa, ‒ e la signora Placida, sempre
pregando con fervore, era intenta a coprire accuratamen-
te col suo scialle la schiena al vecchio Glafir, acciocchè
non gli si inasprisse la tosse.
147
DEGNA DI MORIRE
FIGURINA NERA
148
AL DOTT. POMPEO GHERARDO MOLMENTI
VENEZIA.
Caro Molmenti,
Nel presentarti e mettere sotto l'ala del tuo nome que-
sta creaturina mortuaria, non posso dissimularti la mia
caritatevole intenzione, che tu riesca a vivificarla mira-
colosamente con la tua singolare abilità di intelletto suc-
cosamente o nervosamente critico, ma inspirato da un
cuore gentile; tutto ciò, mancomale, all'opposto di quei
cortesi Maramaldi, i quali, se potessero, vorrebbero in-
comodarsi a riuccidere la mia poca letteratura già suffi-
cientemente defunta.
Però tu puoi credere agevolmente, che io vorrei pro-
prio scrivere qualche volta cose degne di vita per man-
darle a te in segno di quella amicizia letteraria, da cui ci
sentimmo legati, appena ci comunicammo tu, le incisio-
ni critiche, ed io gli sgorbi tentati sul vero.
Saluggia, 23 giugno 1876.
Tuo aff.
GIOVANNI FALDELLA.
149
DEGNA DI MORIRE
FIGURINA NERA.
I.
Il suo nome non era lezioso come Aurora, nè ridicolo
come Bianca, quando dal fonte battesimale è imposto ad
una merla, nè latteo e monacale come Candida; nè avvi-
cinava miopemente i colori dell'alba o dell'albore, come
Albina; era un nome di una bellezza pagana, ellenica:
Elena.
Il suo cognome, se per inutili riguardi ad una famiglia
dovessi lasciarvelo allo stato di sciarada, direi che aveva
la dignità marinata di un doge e l'olezzo sottile di un ce-
spuglio in primavera. Invece ve lo spiattellerò brava-
mente: era Floresin.
Quando l'ispettore delle scuole giunse nel villaggio di
Villarbona con la canna di zucchero sotto il braccio, ed
entrò col sindaco nella 2ª elementare femminile, fu col-
pito da una voce che fra quaranta intuonò il riverisco
nell'alzata elastica della scolaresca. Dicendo e accen-
nando: Sedete! Sedete pure! egli vagolò con lo sguardo
sui banchi per cercare subito quella voce, e credette di
non pigliare erro attribuendola a una bambina dal mento
lustro e vermiglio come una pesca nocciuola e dagli oc-
chi che parevano due morselli di marmo nero bagnato e
lucente, o meglio due cucchiaiate di rivo cristallino sci-
150
volante nell'ombra.
Il Regio Ispettore, sicuro di dar fuori un'invenzione
poetica, non si potè frenare dal dire alla maestra che
quella bambina aveva due occhi che secondo lui poteva-
no passare per due pietre preziose. La interrogò subito
per la prima.
‒ Elena Floresin!
Quale incantesimo di aritmetica! Un portento nella ta-
vola pitagorica.... E come sfoderò nell'analisi logica e
grammaticale!...
E che voce!...
L'Ispettore, con la canna di zucchero sotto le ascelle,
non s'accorse, che la bambina aveva finito di recitare il
suo capitolo di Storia Sacra: egli stava ancora attento ad
ascoltarla, dopochè essa s'era già arrestata come un pe-
lottone. Infatti, mentre essa aveva principiato a sfrin-
guellare, di fuori un fringuello si era messo a recitare la
sua Storia Sacra nell'orto dappresso, e il buon Ispettore,
rapito, confuse le due armonie in un solo godimento
mentale, e credette parlasse tuttavia la ragazza, allorchè
non c'era più altri che il fringuello, il quale cantasse.
Egli andò via salutato da un tuono di riverisco; e ven-
ne accompagnato fino nel corridoio dagli inchini della
maestra, a cui offrendo una presa di tabacco, disse: ‒ te-
mo che quell'angioletto non campi.
II.
Venne l'Arcivescovo a dare la Cresima a Villarbona,
il vecchio e Santo Arcivescovo, Senatore del Regno, cu-
151
gino del Re, ‒ veemente come un apostolo, fiero come
un templario, spargitore di carità come un pazzo ed umi-
le come il Calasanzio, un uomo veramente grande nel
suo posto, ‒ al quale, quando morì, vero miracolo in
questi tempi paterini, tutti gli ordini di una città liberale
decretarono una statua.
Monsignore venne ricevuto dal sindaco, dai mortalet-
ti, da sette archi trionfali, dal clero e popolo, da tutta la
ragazzaglia in camice bianco e corona di fiori in testa.
Egli si avanzava traballando con le ali larghe e benedi-
cendo a mille cuori asserragliati, che picchiavano per lui
di sacro entusiasmo.
Il parroco gli diede un pranzo monumentale, a cui
collaborarono tutte le cuoche e tutti i guatteri della Vica-
ria, un pranzo preparato coi fondi di tre anni messi da
parte per quella tempesta.
Dopo il pranzo si prese il caffè all'ombra nera del
nocciolajo.
Sedevano pontificati ai lati dell'arcivescovo la trinata
e nastrata vecchia marchesa, madrina della cresima, e il
grigio conte ex-colonnello, padrino.
Attorno, ritti, una cornice di preti, che annuivano e
applaudivano ridendo riverentemente ad ogni parola
dell'arcivescovo, ed inchinandosi come pertiche rotte.
A un tratto, si sentì uno squittío di fanciulli domato da
scappellotti. Monsignore si alzò impetuoso, facendo le-
sti e ripetuti cenni ai suoi seguaci, perchè s'arrestassero,
e si avviò balenando verso il vice-parroco, che rintuzza-
va la ragazzaglia rampichina, che a momenti scavalcava
152
il muricciuolo.
‒ Sinite! parvulos venire ad me! ‒ egli tonò gioconda-
mente al vice-parroco, e fece atto di voler aprire egli
stesso il rastrello. In un subito il giardino del parroco fu
invaso e riempito da tutta la bambineria e monelleria
della Villa. E il canonico penitenziere spiegando la cosa
alla marchesa, al conte e ai preti del paese: ‒ è come un
fanciullo, loro disse, è come un fanciullo.
Infatti quei bambini indovinarono tosto che era una
anima loro affine quell'immagine alta da Sant'Agostino
e da San Grato, quel naso tabaccoso, quella grossa croce
d'oro splendente su quel largo petto violaceo, quel
grand'uomo dello Stato, cui il Re venerava.
E si misero subito a scherzargli intorno fiduciosamen-
te, come fosse sempre stato loro compagno.
Ed egli, l'alto arcivescovo, già beatificato dal cuore di
quanti lo conoscevano, in mezzo a quei conigli, che gli
si rizzavano dattorno ai piedi, esultava, folleggiava dal
contento.
A un tratto fece una faccia da rinoceronte, e disse con
voce cupa:
‒ Bambini! io sono cattivo, sapete.
‒ Non è vero, non è vero! strillarono i bambini....
‒ Sono cattivo; ‒ egli, fingendo di non sentirli, riprese
con voce vieppiù cavernosa: ‒ e sono venuto qui per
ispiumarvi.... Ne avete dei soldi?...
‒ Non ne abbiamo, non ne abbiamo; ‒ guairono i
bambini...
‒ Allora, egli continuò con voce sempre più truce: an-
153
drete dalle vostre madri, e direte loro che vi diano un
soldo per ciascheduno. Quindi li porterete a me, che ne
ho bisogno per far indorare il mio campanile.... Avete
capito?... li porterete a me... che avrò un bossolo in ma-
no... Voi altri metterete il vostro soldo dentro il mio bos-
solo. Ed io farò indorare il campanile coi vostri soldi (e
faceva l'atto di chi fa entrare una moneta in un salvade-
nari). Vediamo un po', se mi avete compreso: che cosa
direte a vostra mamma, quando le domanderete un sol-
do, ed a chi lo darete quel soldo, quando me lo porterete
a me, e lo metterete così, dentro il mio bossolo?
I bambini tacevano curiosi, birichinescamente titu-
banti, e i loro volti splendevano come specchietti. In
mezzo a quella luce si levò una voce limpida:
‒ Monsignore, quando andrò a casa.... dirò a mia
mamma, che mi dia un soldo.
‒ Bene.... E quando te lo avrà dato....
‒ Quando me lo avrà dato....
‒ Ebbene, rantolò l'arcivescovo, con viso sempre più
rinchiuso, ripetendo l'atto di una mano che lasci cascare
un soldo in un bossolo... ‒ Ebbene.... quando te lo avrà
dato....
‒ Andrò a comperarmi delle castagne per me; ‒ rispo-
se quella voce limpida con una smorfietta da piccolo e
gentile magnano.
L'arcivescovo, ingrondato come un mago, si recò le
due palme delle mani alla bocca, per farne imbuto e ori-
calco, e suonò: ‒ Hai capito un corno....
Quindi non ne potè più: cacciò via apertamente, lumi-
154
nosamente la burletta. Si levò in braccio la fanciulla,
che gli aveva risposto così, le stampò due bacioni sulla
fronte; e poi calatala in terra, la benedisse quella bella e
cara impertinente.
Era la piccola Elena Floresin.
Allora, chiamato il canonico limosiniere, egli si fece
portare un sacchetto di soldi spiccioli, e si diede a distri-
buirli, e sparnazzarli fra quei bambini, con una furia e
con un godimento coriandoleschi. A molti ne toccarono
due, tre, quattro, a certuni persino cinque soldi.
A tutti diceva: andate a comperarvi delle castagne, e
andate dalle fruttajuole più vecchie e più povere.
Ciò fatto, egli si ritrasse nella sua camera, fatta im-
biancare e tappezzare apposta per la sua venuta. Quivi
s'inginocchiò, e si mise a piangere e a pregare. Il suo to-
race largo, che pareva una corazza da templario, sussul-
tava come il petto di un bambino: e gli scappò detto al
guercio, suo cameriere fidato, soprannominato la spia
del vescovo: ‒ Augusto!... Se mi riesce, voglio fare tutto
il possibile per andare in paradiso, per trovarmi sempre
con quella innocente bambinaglia, e quella là voglio te-
nermela sempre sulle mie ginocchia, quella santa mo-
nella! Hai visto, Augusto?... Sembra che le spuntino già
le ali per volare in su.... Va via, non ho bisogno di nulla.
Lasciami pregare.... Augusto.... ‒
III.
La piccola Elena fu presto condotta ai balli dalla
mamma, adoratrice delle cene; ma benchè questa la
155
profferisse a tutti in corrispettivo della sua pensione di
riposo, pochi volevano prenderla a danzare, perchè tut-
tavia rigida; e dicevano: Noi altri non vogliamo saperne
di questa roba cruda.
Finalmente il commissario delle contribuzioni dirette,
un vecchio peccatore, un satiro sboccato, per cui tutte le
ballerine erano sempre anticipatamente impegnate con
altri, la fece saltare per un intiero ballo; e il giorno dopo,
palesò in piazza la sua scoperta che l'Elena s'era snodata
benissimo, e che oramai era un fior di corpicino.
La scoperta divulgata fu trovata giusta: e d'allora in
poi nei balli l'angioletto della scuola e della cresima an-
dava a ruba.
Quei balli erano veglioni del contado, dove ad ogni
piè sospinto si doveva scansare il mento precipite di un
ubbriaco, si ingozzavano mattoni in polvere, ed in ogni
canto si stiaffava uno schiamazzo, uno sghignazzo, o
una piattonata nella schiena.
Un giorno saltò il ticchio di parteciparvi al cavaliere
Alfredo, il giovane feudatario della villeggiatura autun-
nale, un artista che coi suoi dipinti pieni di realtà penso-
sa contribuì a rendere illustre la pittura piemontese in
Italia, e a far conoscere l'arte italiana dei nostri giorni a
Parigi.
Era un volto d'un pallore bruno, fatto vieppiù risaltare
dall'orlo di una barba castana, dentro cui spiccava ezian-
dio la bianchezza smaltata dei denti. Come tutti i giova-
ni artisti rosi dal realismo psicologico, egli si sentiva
rinvecchignito: tanto che ad alcuni terrazzani, i quali gli
156
avevano annunziato con intenzione deputatesca la sua
età politica, egli aveva risposto: Brava gente, voi vi sie-
te accorti che io ho trenta anni; granchè! io v'assicuro
che sento di averne perlomeno trecento: lasciatemi in
pace, che sono più vecchio del dixit.
Adunque egli si presentò ad uno di quei veglioni; e si
presentò in cravatta rossa e giacchettina di velluto, con
un'acconciatura così spigliata e con una potatura così di-
vinata alla misura altrui, che egli, il cavaliere, l'artista di
grido, il promesso deputato, in mezzo a quei rumorosi e
vittoriosi telegrafisti, scrivani di cancelleria, studentini,
soldati in permesso, fattorini di caffè venuti da Torino a
spaccarla in paese da marchesini, ‒ trippaj, i fabbro-fer-
rai e simili, quasi non istonava punto.
Egli osservò tosto, come in quella Società non impe-
rava niun regolamento di pubblica sicurezza in favore
del buon costume: ma per lo contrario si custodiva gelo-
samente e ferocemente l'ordine delle danze. Contro allo
sventurato ballerino che avesse osato tentare un giro o
un passo di più del suo buon diritto, si annidava negli
occhi di tutti gli altri la minaccia di uno sgrugnone,
fors'anche di una coltellata.
Però per unica eccezione a quelle misure draconiane,
una ballerina salterellava qua e là, eslege, come una ca-
valletta: trascinava essa stessa per un braccio il compa-
gno al rubarizio; nella sala delle danze si vedeva sempre
la sua testolina splendere come una gemma su qualche
spalla di frac o di cacciatora. Sembrava la scorribanda
di un gelsomino, di una stella bianca.
157
Era mancomale Elena Floresin.
Tutti se la disputavano, se la strappavano di mano, e
coloro che non riuscivano ad ottenere da lei un intiero
ballabile, si mettevano al varco, per mendicare ed otte-
nere in prestanza dal fortunato possessore un giro o un
mezzo giro con lei.
Essa volava fervente e felicissima con gli uni e con
gli altri; a quando a quando in riga o in danza si vedeva
scrollare in fretta la gemmea testa ed era per iscuotere
un bacio che le si era avventato come un calabrone.
IV.
Quando la manovella dell'organino, occhieggiata da
tutti, stava per discendere il suo primo mezzo arco ad
annunziare una nuova polca, sette ballerini già ronzanti
o appostati strategicamente si slanciarono da sette parti
per agguantare la totina Elena; ma poi tutti si ritrassero
rispettosamente, vedendo che il cavaliere Alfredo si era
mosso per pigliarla lui.
Questo giovane artista e signore, che a trent'anni cre-
deva ormai di avere perso il sapore della vita e di avere
già logorato nelle sue fucine intellettuali tutti i mondi
esistenti e possibili, ed era tornato in quell'autunno a
Villarbona, nauseato a morte della istituzione femmini-
na, delle donne spettacolo, delle corporature dense, delle
maturità frenetiche che beatificano o galvanizzano i sar-
danapali cittadini, egli partito per quella polca provò
una nuovissima ed insperata vertigine sentendo palpitare
ed aderire fra le sue braccia il giunco della innocenza, lo
158
stelo del fiore, il virgulto virgineo, la cartilagine bambi-
nesca....
Gli pareva di essere avviluppato con una inebbriante
leggerezza in una nuvola tutta pollini di rose e pollini di
gigli, e di volare a strane nozze con una farfalla angeli-
ca, che lo infarinasse della sua cipria celestiale.
Nella prima sosta giuridica della polca, messosi in ri-
ga, trafelante, discese dalle alture dei suoi rapimenti e
s'accorse che aveva daccanto quella graziosa bambina
diventata feroce per la pura voluttà del moto come il
vento.
Ed egli, che pur aveva fatto le più audaci, severe, ca-
pitali corti dei saloni, non sapeva che cosa dire a quel
demonietto che gli balzava a lato; si vergognava, male-
diceva di essere quello ch'egli era, avrebbe voluto inve-
ce essere anche lui uno studentino, un quindicenne fat-
torino di caffè, conoscere la loro lingua, sapere i bei
motti che essi adoperano per interessare quel genietto fi-
siologico della danza e forse per farsene amare.
Intanto rimaneva nella contemplazione più oca, quan-
do lo scosse un colpicino di gomito. Era lei che con due
occhi traforelli e con una pugnalata di voce da ladron-
cello che proponga un assalto al ciliegio altrui, gli disse:
‒ rubiamo.
Egli non ebbe tempo di osservare che veramente alla
sua età e alla sua condizione.... non n'ebbe il tempo; per-
chè essa, rapinandolo a braccetto, lo fece correre innan-
zi, calpestando i sacrosanti diritti di dodici coppie aspet-
tanti, e lo ricacciò nella polca; lo fece rivolare più acre-
159
mente di prima in un nembo tutto pollini di fiori e cipria
farfallina, e quasi lo ridusse a svenire facendogli sentire
stretta in braccio la leggerezza di un angelo.
Dopo quel giro, il cavaliere Alfredo condusse la sua
ballerina nel salotto del buffet, e come avesse perso la
testa, domandò dello sciampagna. Il garzone del servi-
zio, non volendo dare a vedere che egli non teneva dello
sciampagna e che anzi non sapeva nemmeno che cosa
fosse, rispose: ‒ Mi rincresce, signor cavaliere; se vuole,
abbiamo ancora degli agnellotti ed un arrosto freddo.
Il.... lo.... quello che ha detto lei, lo hanno già mangiato
tutto. ‒
Il cavaliere sorridendo gli ordinò che gli desse in
cambio della gazosa o meglio una bottiglia di Canelli.
Bevuto il néttare monferrino, egli ed essa dissero con-
temporaneamente: ho caldo; come dirà contemporanea-
mente per tutti i secoli ogni coppia di ballerini, che ab-
bia volontà di discorrere senza testimoni sopra un balco-
ne.
Andarono sul balcone; si strinsero le mani, dentro cui
cominciarono a confluire i fiotti accesi e tumultanti del
sangue.
Egli si fece coraggio, e le domandò: ‒ Elena, sono cu-
rioso; quanti anni hai? Scusa veh! se ti do ancora del tu.
‒ Vorrei vedere, che non mi desse più del tu, a una
cittona come me.
‒ Dunque, quanti anni?
‒ Ne ho già tredici.
‒ Appena tredici? Bambina! sei ancora giovine come
160
l'aglio.... Io sì, che sono già vecchio da ammazzare. Spa-
ventati! ne ho già trenta.
‒ Oh, per un uomo non è mica niente....
‒ Taci tu, cittona, che ne hai tredici e non sarai ancora
passata alla prima Comunione. Sei ancora una povera
innocente. Tredici anni! Che bella età! Mi rallegro;
(quindi con impeto): Ah! adesso capisco perchè tutti ti
possono baciare senza far peccato..... Ebbene fammelo
anche a me un bacio....
‒ No!
‒ Tanto lo sai, che non è peccato.
‒ Sì, che è peccato.
‒ Fammelo un po'....
‒ Mai più.
‒ E perchè non vuoi farmelo a me un bacio? Mi of-
fendi. Perchè?
‒ Perchè.
‒ Perchè ti sembro vecchio come il cùculo!
‒ No! No! No! (come tre pistolettate; e poi con una
scintilla improvvisa, inesprimibile): Perchè lei è bello, e
glielo farei d'amore....
Dove è montata la sua testa? Essa sfacendosi gli die-
de a suggere un lungo ed ardente bacio.
Scintillarono le volgari stelle che fanno sempre da
candeliere sopra tutti i balconi, in cui si becchino due
tortore.
Alfredo si riscosse stremato da quel bacio; le serrò la
fronte tra le proprie mani, e spingendola indietro lei dis-
se con suprema amarezza: ‒ Vai là, povera ragazzina!
161
alla tua età, sei veramente degna di morire! ‒ Quindi la
ricondusse nella sala da ballo e la restituì ai suoi telegra-
fisti, e computisti, e studentini e fattorini. Egli, infilzato
il pastrano, lasciò la festa e siccome aveva un'anima ra-
gionevole, ragionò così:
V.
‒ Ho detto giusto a quella fanciulla che sarebbe bene-
detta da Dio, se partisse proprio adesso da questa valle
di lagrime, come dice la Salve Regina!
Essa, perchè si sente un profumino alato, crede ades-
so di poter amare a cielo aperto come amano i fiori suoi
fratelli e le farfalle sue sorelle; crede che i ballerini a cui
si avvinghia abbiano una animula da garofano o da li-
bellula come ha lei; non sa le laide osservazioni che fan-
no sul suo conto quegli scribi e strofinaccioli; non cono-
sce la loro anima belluina, la loro sanità selvaggia e le
loro malattie della civiltà infracidita; non sa perchè mol-
te volte dell'anno portino nel taschino una cipolla in luo-
go dell'orologio e perchè studino certi annunzi sulla
quarta pagina dei giornali.
Se vola via adesso, lo spiritello tredicenne andrà in un
mondo migliore, in cui forse le bambine ameranno a
cielo scoperto come le dalie e i parpaglioni; e se esiste il
vecchio paradiso insegnato dalle nonne, i bei angeli
grassocci e torniti si arroteranno giojosamente per rice-
verla, e scotendo le aluzze da scarabeo faranno piovere
su lei un ineffabile zucchero pesto; e la Madonna, la più
alta bellezza, che sia mai comparsa per i cieli e per le
162
terre, la raccoglierà in grembo, ed essa la birichina ince-
lata, col capottino riverso sulle sideree ginocchia della
Mamma tutta santa, sentirà sotto la nuca la sofficità al-
ma e profonda dell'oceano.
Se invece camperà.... già non avrà un soldo di dote,
perchè suo padre liquiderebbe in vino ed altri liquori la
proprietà di sette chiese, e sua madre convertirebbe un
globo terracqueo di beni parafernali in gale e cravatte
vistose e in ghiottonerie di ascosaglia.
Dunque Elenuccia non avrà un soldo di dote. Ancora
giovanissima, le faranno sposare un veterano delle pa-
trie battaglie, che le metterà su un'osteria, oppure la fa-
ranno maestra o levatrice comunale; ben detto comuna-
le. Quante persecuzioni a quella povera bella, dai pro-
fessori della scuola all'assessore anziano, dall'enorme
cappellano ai direttori del libello quotidiano o del gaz-
zettino didattico! e niuno saprà, vorrà, o potrà innalzarla
a quelle stelle, in cui la donna cessa di esser donna per
diventare Maria, e tutti la terranno con loro sulle spiag-
gie, in cui la donna cessa di esser donna per diventare
Pasifae.
Quando poi sarà divenuta vecchia prima del tempo,
scipata, diroccata, sorda, tanto che per farla sentire biso-
gnerà parlarle dentro un corno acustico, ‒ allora, se mai
la vedranno comparire da un capo all'altro di una strada,
sprezzeranno i suoi adoratori e consumatori della sua
gioventù. Niuno proteggerà il suo diritto alla pensione,
le sue cartelle e le sue scritture di credito, se ne avrà. E
quando essa sarà morta, per dieci anni farà ancora sghi-
163
gnazzare le tavolate col ricordo del suo corno acustico.
Elenuccia, senti: va via da questo brutto mondo; va
via, nella tua primavera sacra, mentre hai tredici anni,
mentre sei innocente, sei fiore, sei farfalla; va allo spol-
verio inzuccherato degli angeli che ti attendono; va sulle
ginocchia sconfinate della Madonna consolatrix afflic-
torum.
Sei degna di morire. ‒
VI.
Qualcheduno non intese a sordo le paure del R. Ispet-
tore, le preghiere del santo arcivescovo e il lungo solilo-
quio del cavaliere artista: e fu un personaggio coreogra-
fico che non parla, il Sole.
Questo pastore di mondi, cui regge, illumina e colori-
sce, sebbene di indole impassibile, qualche volta si de-
gna fissare nel mare infinito degli esseri da lui dipen-
denti qualche pecorella prediletta, e specialmente qual-
che bella ragazza.
Un mattino di aprile, Elena Floresin sciorinava sul
ballatoio la biancheria di bucato; si levava sulla punta
dei piedi, tendeva le braccia, si torceva, si spenzolava,
come volesse sciorinare tutta la sua forma al sole: girava
il capo come volesse leccarlo, incoronarlo di raggi; gli si
spiattellava innanzi come un ninfale elitropio.
E il sole le corrispondeva: faceva correre palpiti di
calore crescente nel suo altoforno empireo: i suoi raggi
cocenti fremitavano: e cremandola le artigliavano la te-
sta come carezze di leone amoroso.
164
La mamma da basso gridava: Elena, vien giù.... Non
hai ancora finito?...
‒ No, mamma.
‒ Che cosa fai?... A momenti vengo su io.... Non sem-
bra vero.... Stare lì delle ore ad alloccare quei semina-
spezie che tornano dalla scuola e che non valgono anco-
ra tutti insieme un bottone nell'aria.... a costo di prender-
ti una solata.... vieni giù, dico.... ti comando di venir giù.
‒
In quel punto Elena si sentì crocchiare qualcosa nella
testa, come uno schiaccia-nocciole le avesse fracassato
la vôlta del cranio; e discese a basso con una encefalite.
Quattro giorni dopo, essa era distesa sopra un fianco
nel suo letticciuolo con le braccia riverse fuori delle len-
zuola in segno di eternale stanchezza. Pareva che le sue
labbra sfarfallassero: dormo: non toccatemi in eterno. E
niuno era ardito di toccarla in quel momento, salvo una
mosca. Pareva che la morte l'avesse ridotta in marmo
cogliendola nell'ascesa di un palpito, e conservando nel
cadavere verginale tutte le tumide promesse di una
splendida Eva.
Suo padre e sua madre ululavano; e furono trascinati
in casa dei prossimi parenti.
Si fece la sepoltura a mezzogiorno. Le campane span-
devano rimbombi, che incalzavano al cimitero tutto il
villaggio.
Il sole glorioso rinfocava nel suo coperchio fiamman-
te i suoi marosi di luce; e si univa alle campane per
isferzare al cimitero le nuche dei sacerdoti, dei confra-
165
telli, delle consorelle e dei bimbi infiorati. Niuno poteva
reggerne il riflesso. Erano obbligati a calare le palpebre,
e così procedendo ad occhi chiusi vedevano le strane vi-
sioni dell'emorragia: laghi di pece, in cui guizzavano e
si coagulavano raggi neri, iridi nere. Un'onda di suono,
di sole, e di malinconia avvolgeva e conduceva al cimi-
tero tutto il villaggio. Ed agli sguardi del campanaro che
sbatacchiava dall'alto, il funerale pareva avanzarsi in un
deserto immenso, svolgendosi come un bruco caldo,
colle punte del dorso scintillanti.
Quando sentirono il tonfo della piccola bara, i fiori
circostanti mostrarono un tremolío di letizia come per
un tocco farfallino, e ravvivarono i colori, per fare un
complimento festoso alla nuova vicina.
VII.
Nel principio dell'inverno seguente il cavaliere Alfre-
do, già fatto deputato, si sentì stomacato della vita. Gli
pareva che l'umanità in generale e l'Italia in particolare
fossero carcasse fruste, e che i nostri scrittori e artisti
più adulati d'adesso, succeduti immediatamente alle
olimpiche, pelasgiche, e basilicali intelligenze di Cano-
va, di Leopardi, di Gioberti e di Rossini fossero scara-
faggi ischeletriti, mancanti dei due sacramenti fonda-
mentali dell'arte, lo studio o l'intuizione dell'antico e
l'osservazione o l'intuizione moderna, sbalzati dal polo
della realtà, sbalzati dal polo della tradizione, ‒ che uno
di essi non avesse nerbo più appropriato di quello che ci
vuole per dare la biacca a un centurino e un altro non
166
avesse maggior cervello di quello che si richiede per
combinare un giuoco di pazienza infantile; ‒ che il resto
del prossimo fosse bestiame di Sallustio; ‒ e che intorno
alla sua persona non si aggirasse più un solo cervello in-
tegro. E sentiva una smania prepotente di dare una presa
di somaro a tutti, compreso il signor sè stesso.
Per lenire quel fastidio disperato, egli pensò di rico-
verarsi nella solitudine della sua villa e di passarvi tutto
l'inverno. Quivi giunto, venne assediato dalla neve che
salì così alta da toccare le ginocchia a Giorgio Antenna,
il più grandonaccio svivagnato di Villarbona.
Guardando dalla finestra, Alfredo vedeva soltanto
guanciali, tumuli, baratri e basterne di bianco; nella cor-
te, sul legname da ardere vedeva cinghiali squartati nel
marmo.
In mezzo a quel silenzio, a quel freddo e a quegli al-
bori scintillanti, il nobile artista sentì emergere nella sua
fantasia l'immagine di una vergine borghese, di Elena
Floresin. E si disse: ‒ degna di morire, essa doveva vi-
vere per la mia vita; solo il picchio vivido del suo san-
gue potrebbe snidarmi questo gelo scettico dalle ossa:
farmi riamare il mio paese, il mio mondo e forse anche
gli scrittori e gli artisti contemporanei. Come sarebbe
bella questa neve immensa per noi due; trovarci prigio-
nieri insieme, volerci bene tutto il giorno, rincorrerci
con la scopa per la fuga delle stanze, baciarci dietro un
uscio e poi scendere in cucina a fare le cialde! ‒
167
LA LAUREA DELL'AMORE
TRITTICO NUZIALE
168
AL DOTT. PIER ANGELO FALDELLA
IN CASA.
Caro Pietro,
Tu sai, che da qualche anno ho preso l'usanza (dubito
non troppo lodevole) di incomodare le nozze degli amici
con una novelletta più o meno adatta all'occasione. Fi-
gurati, se volevo lasciare esente da questo disturbo te,
che mi sei legato non solo della più tenera amicizia gio-
vanile, ma da stretti, quanto soavi vincoli di parentela.
Mi rincresce soltanto che per una lunga dissuetudine
letteraria, per le occupazioni forensi, per le recenti com-
mozioni politiche elettorali, per la fretta e per tutte le ra-
gioni delle cattive lavandaie, ti ho abboracciata una co-
succia assai scadente.
Non è però per nulla scadente l'affetto, con cui te
l'offro, e ti prego di farla aggradire, anticipando, se ti è
d'uopo, un imperioso sguardo maritale, alla gentile e
colta cugina Clara, che domani assume il tuo nome e
l'impresa della tua felicità nella vita.
Saluggia, 29 novembre 1876.
Tuo aff. cugino
GIOVANNI FALDELLA.
169
LA LAUREA DELL'AMORE
TRITTICO NUZIALE.
I.
LUI.
Egidio usciva nelle sere d'inverno dalla Biblioteca
dell'Università di Torino, con un viso così turgido di fe-
licità scientifica, che insultava le felicità di genere di-
verso, le quali uscivano dal teatro Regio. Egli non si fer-
mava mai per istrada, ma studiava il passo verso la sua
cameretta; e appena rientratovi, accendeva taciturno la
sua lucernetta a petrolio; quindi apriva un librone, che
rinserrava potentemente fra i due gomiti, mentre coi pu-
gni ratteneva la testa preponderante sulla pagina letta.
La fiamma del petrolio sembrava si allargasse pavo-
neggiandosi, o ristesse immobile per corrispondere alla
grande attenzione del giovane studente.
Scoccavano le ore piccine, quando egli entrava in let-
to, sentendosi dolere le gambe irrigidite dal freddo. Lo
aveva assorbito l'anatomia. Allorchè egli studiava l'orec-
chio dell'uomo, gli pareva che tutta l'umanità e tutto il
mondo consistessero in un orecchio, e che fossero per lo
meno inutili le botteghe che si aprivano e i Consigli co-
munali che si radunavano, perchè non servivano a stu-
diare l'orecchio dell'uomo. Lo stesso gli succedeva man
mano che prendeva a notomizzare gli altri organi.
Dopo tanta biblioteca, dopo tante veglie e tanta anato-
170
mia, egli vedeva come una terra promessa la laurea da
dottore:
La laurea, titolo di nobiltà borghese, per cui il pizzi-
cagnolo, quando il conte si serve nella bottega di lui,
spendendo meno dell'avvocato, dice: quello là si chiama
nobile? Nobile è l'avvocato che ha guadagnato con lo
studio sacrosanto il suo bravo titolo, che canta, mentre il
conte, il conte che cosa conta?... (non è nemmeno capa-
ce di prendere un metro di salsiccia per volta);
La laurea, valore commerciale nei matrimoni, per cui
molte damigelle di fittajuoli e di negozianti disprezzano
onesti ed utili partiti in abito di colore, per aspettare un
laureato in abito nero;
La laurea, per cui Egidio avrebbe avuta la visita del
clero locale, nel giorno successivo ai suo ritorno nel
paese natío;
La laurea, per cui il cugino materno, il canonico Cor-
nacchia avrebbe grattato un sonetto dalla sua cetra scor-
data, che nel giornale della provincia è sempre detta la
chiara, feconda, robusta ed erudita cetra del canonico
Cornacchia;
La laurea, per cui il campanaro del paese avrebbe
suonato a festa per un bicchiere di vino;
La laurea, la laurea, la laurea....
*
* *
Venne il tempo della laurea. Il segretario, il bidello
della Facoltà e i portieri dell'Università si degnavano
sorridere ad Egidio e rivolgergli il discorso.
171
‒ Ah!... Lei è casalasco.... Di Casale abbiamo laurea-
to....
‒ No, sono di Alessandria.
‒ Ah! È alessandrino.... di Alessandria abbiamo lau-
reato Rattazzi.
Egli provò l'emozione di ordinare al sarto il suo pri-
mo giubbino nero a coda di rondine e di comperare la
prima cravatta bianca col primo cilindro a schiaccia.
Eccolo sul pulpito nell'aula magna del Regio Ateneo.
Gli sta davanti il tribunale dei professori. Alle prime ob-
biezioni, che fece alla sua tesi un dottore collegiato co-
minciando col mellifluo: Onorevole candidato! di pram-
matica, egli sentì una strana possanza; gli parve d'essere
armato di un cannone rigato contra nemici armati di
quegli schioppetti fanciulleschi, che lanciano chicchi di
meliga. Infatti lo scibile umano si è allargato tanto, che
un giovane laureando, toccato il fondo a tutto l'universo
della biblioteca sopra un punto di scienza e ciò nei gior-
ni prossimi alla laurea, ha molti vantaggi contro ai vec-
chi professori, la cui memoria può essere lontana dagli
studi speciali su quel punto scientifico, ed è gala, se vo-
ga sulla superficie generale della scienza.
Dopo la prima risposta, egli credette di avere sfonda-
to il tribunale dei suoi Minossi; e gli parve che gli altri
onorevoli contraddittori divagassero innalzandosi come
allodole, per non essere a tiro del suo cannone rigato.
Quando il Preside della Facoltà suonò il campanello e
gli ruppe le parole in bocca con un basta! accompagnato
da un sorridente cenno di approvazione, Egidio si trovò
172
lì sulla bigoncia, mozzo, non sazio del suo combatti-
mento, mentre tutta l'aula magna zittiva inorecchita, e
dal secreto camerino dappresso si sentivano le pallottole
dei voti discendere nel bossolo.
Rientrò il bidello con una curva di testa e un allarga-
mento di braccia, che dicevano nella più untuosa unzio-
ne da San Grisostomo: Optime! Adprobatus! Il preside
della Facoltà lesse una sentenza, con cui giudicava Egi-
dio dottore in tre o quattro scienze. Egli, balbettate due
o tre parole di ringraziamento, si trovò senza saperlo,
nelle braccia e fra i baci dei suoi cari, dei suoi amici e
persino di lontani conoscenti, genitori e genitrici di ra-
gazze speronate da marito. In quelle strette uscì dall'aula
così intontito, che si sarebbe dimenticato di dare la man-
cia al bidello e ai portieri, se questi coi loro strisciapiedi
non gli avessero pestato un callo.
Sotto i portici fu mortificato di trovarsi col domenica-
le addosso in un giorno di lavoro, con la cravatta bianca,
coi guanti bianchissimi, che gli pareva toccassero terra,
mentre passavano tante casacche e tanti gianduja bor-
ghesi, che avviati alle loro faccende guardavano traso-
gnati lui in quello stato. Gli pareva di essere un cane sa-
piente e gualdrappato seguitato dalla folla.
Entrato in un caffè con la comitiva, corse pericolo che
un avventore gli comandasse un giornale, scambiandolo
per un fattorino, a cagione di quelle maledette falde a
coda di rondine.
Dopo il pranzo di gala, Egidio si svincolò dai suoi ca-
ri, dai suoi amici, dai lontani conoscenti, vecchi genitori
173
e genitrici di speronate ragazze da marito, e spogliatosi
della bardatura solenne volle girar solo per la città.
La sognata, la promessa, la biblica laurea non lo ave-
va soddisfatto quanto si era aspettato. Egli anzi si senti-
va da meno di prima, perchè privo di quella aspettazio-
ne, che dianzi lo riempiva; e se la pigliava rabbiosamen-
te col Governo, che gli aveva fatto consumare sì grande
quantità di fosforo per dargli quello straccio di diploma,
e poi per compenso dei suoi studi non gli dava nemman-
co per giunta un sigaro dicendogli: va e fuma alla mia
salute sotto i portici di Po.
Libero del basto della laurea, egli si aggirava leggero
per le vie e fra la calca, come un monello, come un la-
droncello, e sentiva una voglia acre di assaltare qualche-
duno, di conquistare qualche cosa, che non sapeva nem-
manco egli che cosa fosse.
II.
LEI.
Sofia era stata messa da piccina in uno dei più rino-
mati collegi della Germania. Ancora giovanissima, avea
pianto la perdita di una pesca, di un orecchino e dei suoi
cari sopra il petto spianato e crocifisso della madre su-
periora; aveva pianto lacrime di sangue, perchè negli ul-
timi giorni di carnevale le sue compagne ballavano fra
loro nella foresteria, mentre suor Dorotea suonava la fi-
sarmonica e suor Giolitta con il garbo di un sacco le
guidava in danza; sì! le proterve osavano ballare, quan-
do Gesù Cristo era morto in croce per la salvezza delle
174
loro anime.
Aveva sofferto una terribile paura di avere offeso per
sempre san Vincenzo, perchè un giorno le era capitato di
bagnare un biscotto di più nel caffè e latte.
Poi a poco per volta le erano svanite le infantili mor-
sicature e ubbie religiose. Si era acconciata a ballare con
le compagne alla musica di suor Dorotea e colla guida
di suor Giolitta. Aveva provato anch'essa le gioje profa-
ne dell'educandato, come a dire: la venuta mattutina del
garzonetto della panetteria col corbello pieno di pane
fresco, che mandava un alito caldo di appetito; le prime
ciliege; il quaderno di calligrafia lussureggiante pel na-
stro di seta verdissimo, e splendido pei caratteri gotici e
inglesi nell'azzurro più metallico; poi l'esame, lo straor-
dinario esame, la cui aspettazione occupava l'intiero col-
legio da sette mesi, dovendo venire apposta per esso un
monsignore da Roma; e poi la visita di un fratello di
suor Giolitta, un ufficialetto di cavalleria, il luccichìo
dei cui bottoni lampeggiò e lo strascichìo della cui scia-
bola echeggiò per due mesi nei cuoricini di tutte le edu-
cande.
Ma in certe meditazioni, nella strombatura di una fi-
nestra acuta, davanti l'uggia del tempo autunnale, in cer-
te corse pel giardino, di primavera, in certe soste presso
una siepe che odorava in piena fioritura, a certi frizzi e
schiaffi di vento favonio, essa si sentiva vuota di tutte le
dolcezze collegiali.
La opprimeva, la affogava una crudele malinconia:
una ressa di pianti non lagrimati: un desiderio spietato
175
di cose sconosciute. Allora avrebbe voluto su due piedi,
buttar via la sua allegra vesticina da educanda: assumere
sul petto la piatta stola di una monaca e sulla stola un
crocione; tagliare le sue ciocche e accartocciare la testa
tosata fra le cornette aleggianti della suora di Carità; do-
mandava a sè stessa un androne di ospedale, una fuga
lunghissima di letti con lamenti lunghissimi di infermi;
ed essa su, in un attimo, atteggiata a santa, a martire da
oleografia ideale, versare parole, preghiere, balsami fra
quei tribolati...; insomma tutto un castello, un grandioso
castello di tarocchi, che bastava un soffio a buttar giù.
Infatti spuntavano a un tratto, spuntavano, pullulavano
da ogni parte, a turbarle l'incanto delle sue visioni, e si
mescolavano nella sua testolina piccole apparizioni di
demoni da ospedale e da ambulanze, ufficialetti feriti e
studenti vividissimi coi labrucci spruzzati di battetti ne-
ri. Allora Sofia scrollava la sua testolina e le sue fanta-
sie, e correva a imbrancarsi scarica e folleggiante fra le
compagne; a riappiccare il fulgore delle gioie collegiali,
come a dire la merenda, i quaderni e tutta la geografia
per l'esame; ed allora era persino capace di arrampicarsi
come una pica sulle spalle della madre superiora.
*
* *
Dopo quattro anni di prigione, Sofia uscì col piantori-
so dell'educandato, e rientrò nel borgo natío, in casa del-
la nonna. Col suo ingegno sottile e concettoso, essa
comprese subito, che il collegio da lei lasciato era un
mondo piccino, una vignetta da Giardino di devozione,
176
mentre il vero mondo era di fuori, il mondo degli avvo-
cati, che procuravano giustizia, dei medici che procura-
vano salute, dei terrieri che facevano fruttificare la terra,
delle mammine, che educavano le figliuole e delle fi-
gliuole faccenti, che rassettavano la casa.
Un giorno la nonna disse a quel sennino: ‒ Sofia, sai,
domani sera voglio condurti a ballare....
‒ Con chi devo ballare?
‒ Oh bella! Si balla coi ballerini.
‒ Come? Coi ballerini? Oh no! no! Ci ho da essere
anch'io.... se hanno da farmi ballare coi ballerini.... E
voglio vedere chi sarà quel giovinotto che avrà il corag-
gio di pigliarmi per le mani o per le spalle.... Piuttosto
gli graffio la faccia.
La nonna rise saporitamente tergendosi gli occhiali
con un guanto di pelle usato, e conchiuse: ‒ Brava, la
mia creaturina feroce! te lo aveva detto solamente per
ridere.
Pure sopravvenne anche a Sofia il pentimento di quel-
la volontaria ripulsa. Parve anche a lei che la vita delle
fanciulle fosse una vita senza costrutto, se esse non an-
davano al ballo. L'uscita dalla messa grande, mentre i
moscardini del paese le aspettavano in ordinanza, fuori
della chiesa, con l'ala vistosa della pezzuola di seta ros-
sa, che spuntava dal nido del taschino del loro farsetto, ‒
la passeggiata sotto i viali nel pomeriggio della domeni-
ca, mentre gl'infaticabili moscardini andavano su e giù
fumando il loro sigaro e mostrando due altri sigari nuovi
che rizzavano il collo dallo stesso taschino della pezzuo-
177
la rossa, tutto ciò era un bel nulla rimpetto ai diritti che
secondo lei spettavano alle ragazze ammodo: ci voleva
il ballo, il ballo, il ballo.
Sofia ne tempestava la nonna, la quale le rispondeva:
‒ Se non lo volevi tu....
‒ Io allora, nonna, non sapevo nemmanco che cosa
dicessi, non ragionavo....
‒ Mia cara nipote, tu ragionavi meglio, quando non
avevi l'uso della ragione.
E chiudeva il discorso chiudendo la tabacchiera.
La povera Sofia credeva ingiusti per lei il Signore, il
cielo, la terra, la nonna, perchè non le era consentito di
andare a ballare; e qualche volta, sola nella sua cameret-
ta, si dilaniava secretamente dal dispetto, pestava i pie-
di, mordeva le cortine, e poi piangeva.... Piangeva e
quindi si asciugava gli occhi con tratti di fazzoletto, che
parevano colpi rabbiosi di spugna.
*
* *
Finalmente si annunziò nel paese un ballo straordina-
rio, un ballo di beneficenza.
‒ Questa volta, nonna, non puoi dirmi di no.
‒ Perchè?
‒ Ma se è per beneficenza!... per metter su un asilo
infantile, per custodire i bambini, acciocchè non siano
pestati dai buoi, non caschino nei pozzi, nelle fontane,
non piglino raffreddori coi piedini nudi nelle pozzan-
ghere....
‒ Basta, basta, demonietto! hai ragione.... Quest'asilo
178
è fatto apposta per te e per gli altri bambini....
E annuì alle istanze della nipotina, lisciando l'ultimo
fascicolo degli annali De propaganda Fide, sua lettura
prelibata.
Chi può dire l'affanno di Sofia per l'acconciatura del
primo ballo? Provossi e riprovossi cento volte al giorno
davanti lo specchio; si mise una camelia bianca fra le
trecce castagne, poi più su, e poi più giù.... fece sopra sè
stessa cento tortuosità di serpentello; e poi scappava fol-
leggiando ad abbracciare la nonna o un cuscinone.
*
* *
Appena entrata nel ballo, Sofia si trovò rimpiccolita,
disadorna, mortificata, scandalezzata dalle spalle e dalle
turgidezze scoperte di certe signore; e col suo cervellino
da aquilotto gentile capì subito che cosa era e che cosa
sarà sempre un ballo di provincia; se ne inquadrò in te-
sta la stereotipia. La quale stereotipia è composta dei se-
guenti caratteri:
Una ragazza, la più vecchia, la più piccina, la più
snella e la più povera del villaggio, in preda alla speran-
za di conquistare il lanternone più giovane, più alto, più
sciamannato e più ricco; il quale, poveraccio! dopo una
tiritera di quasi mezzo secolo finirà col dirle a cin-
quant'anni, che non la può sposare per opposizione dei
propri genitori, il fanciullino!
Una fanciullona dalle forme più ubertose e più irrom-
penti, che si possano trovare in un circondario, tutta su-
surri, con un gramo ragno sparutello, due esseri fra loro
179
perdutamente.... impossibili, come la flogosi e l'etisia;
Due o tre zitelle, che recitano a un professore di lette-
ratura, per accenderlo di loro, l'ultima poesia dell'Empo-
rio pittoresco, intitolata Voci di Gattina, emesse da Al-
feo Alfei, scolaretto ginnasiale, poesia che esse credono
una lirica europea;
Una signora, con un cervello di gallina, che schia-
mazza dei Come? Come? ai complimenti che le dirigo-
no i cavalieri più consumati, e risacchiando sempre,
vuole farseli ripetere forte forte, affinchè tutto il ballo li
senta;
Quattordici giovinotti che dicono contemporanea-
mente la stessa cosa a quattordici ballerine: ‒ Si diverte
la signorina? ‒ Grazie! E lei? ‒ Come ho da fare a non
divertirmi, con una ballerina così.... come...;
Due o tre cavalli da corsa, che sbuffano, sbuffano in
modo da far pietà a un medico-veterinario;
Ecc., ecc.
Finito il ballo, Sofia ritornando a casa tutta rinfagotta-
ta, incontrò per istrada alcune vecchie contadine che an-
davano alla Messa prima, alcuni contadini, che recavano
le loro secchie di latte alla cascina; passò davanti alla
bocca infernale di una fornace, che aveva cotto mattoni
per tutta la notte; ed essa Sofia si sentì disgustata, penti-
ta, quasi vergognosa, senza sapere nemmanco qual cosa
la vergognasse.
Come si trovò sola nella sua cameretta, aperta la fine-
stra, davanti ai rimproveri del mattino che si affacciava
fresco e pulito a compire il debito suo, essa stracca, im-
180
polverata, con le narici inaridite, stoppate, con la gola
arsa, confessò a sè stessa che il ballo non le aveva dato
un milionesimo delle gioie che si era ripromesse; e stet-
te lì un pezzo, dinanzi ai rimproveri del mattino, aspet-
tando, sognando una più vera soddisfazione, un nuovo
Messia, una cosa che non sapeva essa medesima che co-
sa dovesse essere.
III.
TUTTI E DUE INSIEME.
La cosa, il Messia, la vera felicità, che sta sopra la
laurea, sopra il primo ballo, sopra tutti i pinacoli di aspi-
razioni, che si innalzino nei cervelli e nei cuori dei gio-
vani d'ambo i sessi, è lo sposalizio, che con frase napo-
leonica si può chiamare il coronamento dell'edifizio, il
matrimonio, cui il mondo pagano e il senatore Mante-
gazza elevarono alla dignità di Dio:
Hymen, o hymenæe ‒ hymen ades o hymenæe!
Sofia ed Egidio si videro e si piacquero. Già varcaro-
no lo scabro periodo dei dubbi, delle aspettazioni, delle
notti insonni, angosciose, febbrili, degli affari legali,
delle visite agli orefici e ai mercanti per le spese sacra-
mentali.
Egidio non aveva più quell'aspetto di cavaliere della
triste figura, che assumono d'ordinario i fidanzati; Sofia
non aveva più quel fare impacciato, ingommato, proprio
delle promesse spose.
181
Era spuntato il gran giorno. Le campane squillavano
più argentine; cori di passeri e di allodole cantavano il
duetto nuziale di Catullo; le allodole: Ut flos in septis
secretus nascitur hortis...; ‒ i passeri: Ut vidua in nudo
vitis quæ nascitur arvo...; ‒ e tutti insieme passeri e al-
lodole: Hymen o hymenæe, hymen ades o hymenæe!
Lo sposo era vestito di nero come un magistrato; la
sposa era tutta bianca come l'immagine della Prima Co-
munione.
Entrarono nel palazzo municipale.
‒ Oh quanto scrive il segretario dello Stato Civile!
‒ Quale necessità di scriver tanto?
‒ Presto! Presto!
Gli sposi entrarono in chiesa.
‒ Come è lunga la messa!
‒ Grazie, arciprete, ella parla come il Cantico dei
Cantici!
‒ Grazie! Noi l'abbiamo capito! Grazie! grazie!
Seguita un corteo, un circolo, una colazione. Tutto è
pieno di complimenti, di strette di mano, che gli sposi
non capiscono nemmanco donde vengano. Poi alla fin
fine si è sul marciapiede della stazione. Giunge il con-
voglio.... Le signore piangono.... Gli sposi montano sul-
la predella di un carrozzone di prima classe... Dal mar-
ciapiede si protendono mani, sventolano fazzoletti.... Gli
sposi si rinchiudono nel carrozzone.... Il treno fischia,
parte.
Le signore del marciapiede singhiozzano; gli amici, i
signori, ritornano indietro sorridendo, malignando, quasi
182
ingrulliti.
A trovarsi sola per la prima volta in un convoglio con
l'unica scorta di un giovinotto, Sofia ha l'aria di una tor-
torella fra gli artigli del nibbio. Negli occhi del nibbio si
legge la contentezza della preda. Il fragore delle traverse
e delle rotaje fa ribaltare nei due cuori giovanili i soliti
versi di Catullo.... Hymen ades o hymenæe....
Poi una città sconosciuta, un albergo sconosciuto.
L'albergatore e i camerieri ricevono i due fuggiaschi
con un inchino e un sorriso intelligente, che frena un
leggiero desiderio di canzonatura, ma lascia tralucere
chiaramente l'aumento speciale che essi faranno sulla
nota, mezzo semplicissimo con cui anch'essi i buoni al-
bergatori si degnano festeggiare i viaggetti della luna di
miele.
Poi lo smorzare tragico di una candela.
Quid faciant hostes capta crudelius urbe?
Hymen o hymenæe, hymen ades o hymenæe.
Poi l'indomani la visita ai monumenti.
‒ Mia unica! Questa Certosa non vale un fico secco,
rimpetto alla nostra contentezza.... È una imbecillità.
‒ Mio bello, questo Michelangelo non mi piace mi-
ca.... Andiamo via, piantiamolo senza dirgli nulla.... Di-
sprezziamolo.
Poi l'entrata nel villaggio sconosciuto alla sposa, nella
casa nuova, tutta piena di mobili nuovi.
‒ Qui tu sarai la regina.
183
‒ E tu sarai il re.
‒ Sì, mia sovrana, e niun governo costituzionale potrà
fare la barba agli statuti della nostra famiglia bene ordi-
nata.
*
* *
Il giovane dottore, confortato dall'affetto della sua
sposa, si inabissa con entusiasmo negli studi e nelle ope-
re per la salvezza del suo prossimo ammalato; fa delle
miglia e delle miglia a piedi per recarsi nei cascinali
lontani; lotta lunghe ore, intiere notti con gli unguenti,
col sangue, con le bende, fra lacere e fetide lenzuola, in
una impassibilità statuaria per non delirare di un filo,
per ridonare alla formula della vita qualche muscolo,
qualche fibrilla, qualche essere sviato.
Una volta ritornando a casa stanco, con un incomo-
dissimo sentore di scompostezza negli abiti e nelle ossa,
è assaltato per istrada dalla pioggia. Le risaje, le pozzan-
ghere, il tempaccio lo circondano di un fastidio insop-
portabile. Egli allora solingo, tutto ammollato e gron-
dante, ripensa la sua battaglia quotidiana ed ignorata
contro la tortura del dubbio e della schifezza per resi-
stenza altrui; domanda a sè stesso dove c'è maggiore e
più sconfortata abnegazione della sua; fa il calcolo delle
rimunerazioni che ne ritrae, fra cui il sogghigno delle
megere medicastre e la gratitudine dei contadini, che per
avere il pretesto di non pagarlo gli levano persino il sa-
luto. Se la piglia con la società, che non si accorge nem-
meno delle fatiche utili e oscure dei lavoratori semplici
184
e onesti; gli sembra che il mondo conceda onoranze e
innalzi statue soltanto ai macellai dell'umanità, ai pazzi
e alle altre sue escrescenze destinate alla storia, mentre
dimentica coloro, che senza solletico di trombe, di storie
e di giornali, senza sorrisi di dame compiono il dovere
loro quotidiano più necessario al mondo che il pane
quotidiano. Conchiude che la sua vita è una solenne cor-
belleria, che deve anche lui lasciare il villaggio e i suoi
paesani quadri, andare in città, spargere la sua chiac-
chera nelle gazzette e nei comizî, ammazzare il prossi-
mo per occupazione spettacolosa del pubblico, squittire
le sue freddure nei salotti, tuonare o sbadigliare nei caf-
fè, perchè la patria innalzi anche lui ai primissimi posti.
D'altra parte la signora Sofia, lontana per sì lunghe
ore dal suo sposo, avverte come i suoi giorni trascorrono
monotoni; e rimettendo sul tavolo il pesante giornale
d'Egidio che ha tentato invano di leggere, legge poi
inavvertitamente con la coda dell'occhio, gli annunzi
teatrali nella quarta pagina: Teatro Regio, Aida... Ciò ba-
sta per recarle innanzi un'atmosfera che le avvampa la
testa e il petto. È il tepore che molce le scollacciature
nei palchetti all'opera.... Le smaglia addosso un fascino
di perle, un biancheggiare di mussola da ballo prefetti-
zio.
Ma ecco sente di fuori scrosciare la pioggia.
‒ Poverino! Chi sa, dove ora si trova?
E quando per la scala monta una pesta cara e cono-
sciuta, essa con un sopprassalto apre l'uscio.
‒ Dio mio! Egidio! In quale stato! Povero martire!
185
E dandogli un bacio ed una tazza di caffè, gusta una
gioia, una baldanza, con cui non possono neppure venire
a paragone le opere di Verdi e i balli del Prefetto.
Egli mordendo il collo alla sua Sofia, perde ogni sde-
gno contra la società, e giura seco stesso di essere sem-
pre un lavoratore oscuro ed onesto.
I due sposi sono davanti al fuoco. Egidio appinza e
trasloca con le molle i carboni accesi.
‒ Egidio, che cosa hai che non parli?
‒ Ritorno studente di liceo e ripasso un capitolo di
storia.
‒ Quale? Dimmelo....
‒ Non voglio annoiarti....
‒ Su.... via....
‒.... Penso che è un vero miracolo che i grandi uomini
non abbiano ancora distrutta l'umanità.
‒ Perchè non l'hanno distrutta?
‒ Perchè ci furono sempre gli oscuri galantuomini a
conservarla.... Certe volte, come nell'eccidio di Gerusa-
lemme, nel sacco di Roma, o nell'incendio di Parigi,
l'umanità ulula, sembra ferita a morte; perchè niuno po-
trebbe allora dichiarare al pretore che la ferita sia guari-
bile nè in venti nè in mille giorni. Eppure l'umanità si
conserva sempre e progredisce....
‒ Perchè?
‒ Perchè vi sono delle brave sposine come te....
‒ E dei cattivi mariti come te....
Il fuoco del camino manda una laurea, una aureola
d'amore su quelle due teste umili e contente.
186
*
* *
Poi viene il massimo dì, in cui la più mignola mam-
mina diventa veneranda come sant'Anna e in cui il gio-
vane più prosaico si trasumana di contentezza, ‒ il gior-
no in cui un esile vagito, che saluta la luce, riempie una
casa del più musico scampanío di festa.
Poi vengono le cure delle piccole cuffiette, dei piccoli
vestitini, delle piccole scarpettine che sembrano destina-
te a raccogliere la rugiada.
Poi non bisogna dimenticare di mettere la basta agli
abiti nuovi, perchè questi benedetti ragazzi crescono su
a occhiate; poi bisogna adattare i calzoni del maggiorino
al minorello. Poi il Collegio, la distribuzione dei premi;
poi l'alterezza di avere un figliuolo, che si addottora in
legge o in matematica, ma non in medicina sotto pena
della diseredazione; poi amori e imenei anche per i nuo-
vi giovani; insomma tutto quanto l'ordine divino e per-
petuo della famiglia, mediante la quale l'umanità si con-
serva e progredisce, non ostante l'eccidio di Gerusalem-
me, il sacco di Roma e l'incendio di Parigi.
*
* *
Pensando a tutto questo avvenire di belle cose, un
congiunto dello sposo, giovane studente di lettere, che
aveva fatto il suo bravo sonetto per le auspicate nozze
del dottor Egidio e della gentile signorina Sofia, perdet-
te la bussola, come la perdette notoriamente il sindaco
Benevasio Zuccotti nel 1859, quando si recò alla stazio-
187
ne per salutare in nome del municipio il re Vittorio
Emanuele e l'imperatore Napoleone III, che si recavano
alla guerra:
‒ Maestà! ‒ disse loro il dabben sindaco: ‒ Maestà! ‒
e poi restato in tronco, perchè il discorso imparato a me-
moria gli scappava via come il vento: ‒ Maestà! riprese
‒ per incarico del Consiglio comunale io vi impartisco
la santa benedizione.
Così il giovane studente, piantato davanti allo sportel-
lo della vettura di prima classe, mezzo scusato dal sa-
cerdozio delle muse, piccato di fare il suo novantanove-
simo complimento alla felice coppia, si concentrò per
un mezzo minuto nel vuoto come il tamarindi di Brera e
poi proruppe: ‒ in nome di tutti i parenti e di tutti gli
amici, in nome di questo inclito borgo, che voi lasciate,
o felici sposi, ancora una volta.... ‒ qui voleva dire vi
saluto, ma impaperandosi pronunciò un grosso vi bene-
disco, ‒ facendo risuonare l'elegantissimo isco in mezzo
alla ilare attenzione generale.
La vaporiera sibilò la sua impazienza contra l'oratore.
‒ Grazie, sindaco!
‒ Grazie, prevosto!
Risposero allo studente, mentre i vagoni si urtavano
per pigliare le mosse, due gaie voci vibrate da gentilezza
scherzosa.
FINE.
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