Marketing
Marketing
Questa definizione ci aiuta a capire il significato di marketing però non è esaustiva. Dobbiamo trovare
una modalità di condotta, uno schema mentale che ci fornisca una visione completa di quello che è il
marketing.
1. DEFINIZIONE DI BASE
Il marketing è quel processo svolto per creare, promuovere, prezzare e distribuire beni, servizi e
idee al fine di generare e mantenere relazioni di scambio soddisfacenti con i clienti in un ambiente
dinamico.
Il cliente è il punto focale su cui si concentrano tutte le operazioni di marketing. Il cliente è destinatario
dell'oggetto che io progetto e realizzo e quindi la soddisfazione del cliente è segnale del fatto che l'impresa
ha fatto bene il suo lavoro. Se il cliente non assorbe l'offerta l'impresa fallisce. Soltanto andando a
soddisfare il cliente realizziamo il nostro fine ultimo che è quello di creare valore e quindi profitto, non
lo facciamo sicuramente per altruismo.
Il cliente per l'azienda è sovrano perché gli consente di raggiungere la creazione di valore desiderata
secondo una logica utilistica; è dunque necessario per l'azienda porre un'attenzione maniacale a quelli
che sono i bisogni e le preferenze del cliente. Da parte del consumatore, invece, il fatto che il consumatore
sia sovrano indica non che il cliente deve pretendere di vedere soddisfatto qualsiasi suo bisogno da lui reso
manifesto ma che i clienti sono liberi di scegliere tra le varie alternative che il mercato gli pone di fronte
quella che maggiormente riesce a soddisfare i propri bisogni.
Si parla poi di target, ovvero quel gruppo di individui, soggetti di domanda, nei confronti dei quali noi
andiamo a convogliare tutti i nostri sforzi di marketing. Gli individui sono numerosi e molto diversi tra loro:
è impensabile che essi abbiano tutti gli stessi bisogni da soddisfare, le stesse preferenze e gli stessi gusti.
Un’azienda non può ovviamente pensare di poter soddisfare ognuno di loro e quindi deve individuare il
suo target, ovvero il gruppo di individui che crede di poter soddisfare e verso il quale convogliare quindi
i propri prodotti e i propri sforzi di marketing. Più che parlare di consumatore è quindi più corretto
parlare di target.
Ilaria Capaldi
Dalla definizione di clienti si parla di attività di marketing. Le ritroviamo nella definizione di base ed
esse sono: creare, promuovere, prezzare, distribuire beni servizi e idee.
Queste attività devono essere attentamente e armonicamente gestite per creare valore.
Il marketing si occupa quindi delle quattro P del marketing mix, ovvero quelle variabili controllabili
dall'operatore di marketing da cui devono essere gestite in modo che siano armonicamente e
coerentemente coordinate al fine di soddisfare il cliente. Essendo esse controllabili possono essere da
noi decise, siamo agenti attivi che gestiscono le variabili (ci sono anche variabili non controllabili il che
vuol dire che l'uomo in quel caso è agente passivo, subisce senza poter decidere).
PRODOTTO
Il prodotto è costituito (come si capisce anche dalla definizione di base) da tre elementi:
- Beni → entità fisica tangibile;
- Servizi → applicazione di sforzi umani e meccanici a persone o oggetti per fornire benefici intangibili
ai clienti;
- Idea → concetto, filosofia, immagine, problema...
Il marketing non è associato quindi soltanto al bene fisico e tangibile ma anche a tanti altri tipi di prodotti
tutti da trattare in modo differente.
Il prodotto è un insieme di attributi tangibili e intangibili (peso, dimensione, packaging importantissimi,
brand, servizi pre e post-vendita) e l'operatore di marketing deve occuparsi di tutti questi attributi e poi
deve decidere su quali tra questi concentrarsi, focalizzarsi per creare differenziazione. Nel fare ciò è
importante anche considerare quello che è il ciclo di vita del prodotto.
A seconda della fase che il prodotto sta vivendo nell'arco del suo ciclo di vita, l’operatore di marketing deve
andare a implementare delle strategie di marketing mix differenti. Dobbiamo stare attenti perché
potremmo implementare la strategia sbagliata per una determinata fase.
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Un altro aspetto molto importante da considerare nel momento in cui si va ad implementare una strategia
di marketing mix è il portafoglio prodotti, che deve essere studiato attentamente al fine di non
commettere errori.
PROMOZIONE/COMUNICAZIONE
La promozione delle vendite non è comunicazione ma è uno strumento del communication mix per
incrementare la propria strategia di comunicazione. All'interno della comunicazione l'operatore ha la
possibilità di manovrare diversi strumenti.
La comunicazione è l'insieme delle attività svolte per fornire al mercato target informazioni sull'impresa e suoi
prodotti e per indurre all'acquisto. Dunque, la finalità potrebbe anche solo essere quello di informare circa
la presenza sul mercato di un determinato prodotto oppure la comunicazione può essere persuasiva
con lo scopo di far acquistare un determinato quantitativo di prodotto che io voglio vendere.
Di conseguenza, a seconda della finalità si utilizzeranno i diversi strumenti del communication mix; da
questo dipende proprio la riuscita, il raggiungimento dello scopo.
PREZZO
Il prezzo è l’espressione monetaria del valore (J.J. Lambin).
Significa utilizzare la moneta per intercettare il valore. Non c'è però coincidenza tra valore e prezzo, sono
concetti diversi.
Il prezzo è una misura quantitativa, oggettiva (slide 15) che non tiene conto della variabile soggettiva.
Il valore invece è una variabile soggettiva che emerge nella percezione di ognuno di noi, è il risultato
della considerazione di una serie di elementi simbolici e funzionali da parte del singolo individuo (che
rappresenta quel prodotto per me?). Il valore dipende anche dalla situazione che l'individuo sta vivendo
in quel momento, c'è anche un aspetto psicologico che viene considerato.
DISTRIBUZIONE
Il marketing deve anche occuparsi di far arrivare il prodotto al consumatore nei tempi giusti, nel modo giusto e
cercando di minimizzare il più possibile i costi stessi della distribuzione.
Non tutte le aziende hanno le possibilità per distribuire in modo diretto e quindi possono avvalersi
dell'intermediario commerciale. Si tratta di attività necessarie che devono per forza essere svolte;
quindi, se non lo fa l'azienda deve farlo l'intermediario e viceversa.
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Scambio soddisfacente → quando determina un mutuo beneficio (o reciproco soddisfacimento) delle
parti coinvolte nello scambio (remunerazione superiore ai costi sostenuti).
Soggetto di domanda e di offerta non sono soddisfatti con le stesse condizioni.
Il consumatore è soddisfatto quando il valore che ottiene dal bene è superiore al costo monetario e psicologico
che deve sostenere per ottenerlo.
L'impresa invece è soddisfatta quando il prezzo è maggiore dei costi sostenuti per vendere un prodotto.
slide 21
Da quanto detto, deduciamo che il marketing non va assolutamente inteso nel senso obsoleto di atto di
vendita ma nel senso moderno di soddisfacimento dei bisogni dei consumatori in modo
economicamente conveniente per l'impresa.
Riesco a mantenere una relazione di scambio quando al riproporsi di un nuovo stimolo un nuovo bisogno,
il consumatore è indotto ad acquistare lo stesso prodotto, a soddisfare quello stesso bisogno con quello
stesso prodotto.
Postulati della teoria sistemica (l’azienda deve accogliere questi postulati per essere considerata tale):
1. Ogni sistema è compreso in un sistema più grande che lo contiene.
Il macrosistema ambiente viene definito complesso perché quel sistema ha un numero di variabili
tendenzialmente sempre più elevato e ogni variabile ha un livello di variabilità che man mano aumenta
(Sergio Vaccà).
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Per lo più (in qualche modo si può comunque agire) queste variabili devono essere subite, gli operatori
sono soggetti passivi costretti a verificare l’andamento di queste variabili ma non possono fare niente
per controllarle.
Es. andamento demografico negativo operatore minacciato la forza sta nel mutare la minaccia in
opportunità: usare la formula nutrizionale per bambini creando prodotti per gli anziani.
Diciamo per lo più perché è vero che le subisce ma alcune di esse, stando sotto certe condizioni di base,
possono essere in qualche modo controllate (es. Fiat Torino in passato con le norme legislative ricattando
socialmente il governo).
Queste variabili nonostante non controllabili possono comunque incidere prepotentemente sulle
decisioni dell’operatore di marketing.
Se ad esempio il reddito aumenta, aumenta la ricchezza e quindi i consumi. Al contrario se il reddito
diminuisce anche il consumo diminuisce, soprattutto in quei settori che non forniscono beni di prima
necessità.
Altro indicatore molto importante è l’occupazione → una sua riduzione porta a una minore ricchezza
perché le persone non ricevono più il salario, oltre a questo in questo caso vi è un aumento del grado di
sfiducia. Anche coloro che lavorano si spaventano di poter perdere il proprio lavoro e quindi preferiscono
il risparmio al consumo.
Tassi di interesse → diventa più difficile far fronte a dilazioni di pagamento.
Questi indicatori sono d’insieme nel senso che posso prevederne l’andamento semplicemente
considerando l’andamento generale dell’economia, ovvero se questa si trova in recessione o in espansione
perché sono variabili aggregate, si muovono insieme.
La cosa più importante che qui manca è il concetto di ambiente dinamico. Io mi devo muovere in maniera
subordinata a quello che l’ambiente esterno mi offre.
Dall’analisi di questa definizione di marketing emergono tre aspetti di fondamentale importanza per
l’identificazione di una qualsivoglia disciplina; abbiamo:
- oggetto → idee prodotti e servizi
- obiettivo → generare scambi che soddisfino gli obiettivi di individui e organizzazioni
- come → ideazione, attribuzione di prezzi, promozioni e distribuzione
PETER DRUCKER
“L’obiettivo del marketing è quello di rendere superflua l’attività di vendita. L’obiettivo è conoscere e comprendere
il cliente in maniera così efficace che il prodotto o il servizio si vende da solo”.
Con questa definizione si evidenziano quelle che secondo lui sono le tre dimensioni del marketing
che sono appunto pensiero (cultura), analisi e azione.
Pensiero → dobbiamo avere chiaro quale è la filosofia di governance che si deve portare avanti, cioè
bisogna considerare l’orientamento al marketing (quella maggiormente valida). Si parla di market driven
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management perché appunto tutto deve essere orientato e guidato dal mercato (poiché il mercato mi
deve guidare lo devo conoscere ed ecco perché la dimensione analisi).
Se io parto da questo presupposto allora per rendere operativa tale filosofia di pensiero devo anche
riconoscere che marketing è analisi e poi azione sul mercato. Per rendere pragmatica la filosofia che
mette al centro il soddisfacimento del cliente dobbiamo considerare anche la dimensione analisi perché
ovviamente dobbiamo conoscere il mercato per capire come agire e poi appunto la dimensione azione
sul mercato stesso per conquistarlo.
Queste due dimensioni vengono distinte poi in due tipi di marketing:
• marketing strategico per quanto riguarda l’analisi e lo studio del mercato;
• marketing operativo relativamente alla fase in cui ci si attiva per agire sul mercato e
conquistarlo. In questa visione rientra anche il concetto di processo che vediamo spiegata
attraverso le fasi che si rendono necessarie una volta concepita la filosofia di governance.
Si passa da una visione interno-esterno (in cui si produce e poi il marketing vende) ad una visione
esterno-interno-esterno (esterno ti dice quello che devi produrre e che sicuramente avrà successo
perché è stato dettato dall’esterno).
CHIAVI DI LETTURA
1. Marketing quale insieme di attività
Il marketing crea un ponte tra ciò che il mercato vorrebbe avere e ciò che noi siamo in grado di produrre.
Le attività del marketing sono proprio volte a fare ciò: creare un filo di unione tra l’esterno e quindi il
mercato e l’interno quindi l’azienda.
Pianificazione di marketing → attività pianificatoria;
MDSS (marketing decision support system)→ sistema informativo del quale l’operatore si
avvale per acquisire le informazioni di cui necessita per poter pianificare. Per poter pianificare
servono informazioni;
Studio del comportamento di acquisto del mercato obiettivo;
Segmentazione del mercato, targeting e posizionamento;
Definizione delle caratteristiche dell’offerta in termini di: prodotto, prezzo,
comunicazione, distribuzione.
2. Marketing quale funzione aziendale e attività generatrice di valore (principali approcci allo
studio d’impresa)
• Approccio funzionale → figlio dell’approccio sistemico;
L’obiettivo è quello di sapere dove si colloca il marketing in azienda.
Approccio sistemico → l’azienda è un sistema, ovvero un insieme di parti e di elementi tra di loro correlabili.
Questo approccio si fonda su tre postulati:
1. Ogni sistema fa parte di un sistema più ampio che lo contiene (se l’azienda è un sistema essa fa parte di un
macroambiente che è l’ambiente dinamico).
2. Ogni sistema contiene in sé altri sistemi che gli appartengono, chiamati subsistemi → alla luce del rispetto
di questo postulato l’azienda contiene in sé dei sottosistemi in cui è ripartita che sono chiamati
subsistemi organizzativo, gestionale e informativo.
3. Il valore del sistema nella sua globalità è superiore al valore risultante dalla semplice sommatoria delle parti
componenti il sistema e questo viene dalla presenza della qualcosa intrinseca di sistema.
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Le parti in cui si va a comporre l’azienda nell’economia gestionale vengono definite funzioni. Approccio
funzionale poi non fa più leva sui subsistemi ma sulle funzioni (unità elementari in cui viene scomposta
l’azienda).
Una funzione è un gruppo di compiti e mansioni collegate ed interdipendenti rispetto ad un fine.
L’approccio funzionale, quindi, è lo studio delle diverse macroaree (funzioni) in cui scomponiamo
idealmente la realtà aziendale.
Domanda esame
La segmentazione precede il posizionamento → si
Per identificare il ruolo del marketing e dove questo si colloca, dobbiamo considerare il fine della
funzione marketing. Il marketing, in quanto funzione aziendale, si configura quale insieme di compiti e mansioni
collegate ed interdipendenti rispetto al fine di soddisfare il mercato in modo profittevole per l'impresa.
Si tratta di una funzione cerniera interno-esterno perché se devo soddisfare un cliente offrendo
qualcosa che l'azienda produce al suo interno allora è chiaro che si tratta di una funzione che si trova
proprio al confine. Il marketing è la funzione di interfaccia (funzione cerniera) tra ciò che è interno
all'azienda e ciò che è esterno. Tutte le altre funzioni si trovano invece all'interno del sistema azienda.
Esistono tante classificazioni di funzioni. Abbiamo una prima classificazione che identifica le funzioni
come:
1. Caratteristiche → riguardano direttamente l'oggetto tipico dell'attività d’impresa, ovvero il core
business, e sono più direttamente rivolte al raggiungimento degli obiettivi aziendali. In genere, il
marketing si trova qui ma non sempre perché per capire se la funzione è caratteristica o meno
bisogna prima capire quale è il core business aziendale (altri esempi sono produzione e R&S).
2. Integrative → agiscono da supporto, rendendo disponibili determinati fattori produttivi
indispensabili all’esplicazione delle attività caratteristiche (es. finanza, amministrazione,
controllo).
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3. Organizzative → collegano il tutto, gestendo l’organizzazione del sistema aziendale ed il fattore
umano (es. organizzazione e controllo).
Porter parla di attività generatrici di valore per indicare le unità elementari dell'azienda che insieme
formano la catena del valore di quella specifica azienda. Ogni azienda ha una sua catena del valore
perché le attività generatrici di valore sono specifiche di ogni azienda. Il modo in cui queste attività
vengono svolte permette di ottenere un vantaggio competitivo rispetto ai competitors.
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Le attività primarie sono collocate in basso e comprendono:
• Logistica in entrata → ricevimento, magazzinaggio e distribuzione degli input produttivi;
• Attività operative → trasformazione degli input in un prodotto finale;
• Logistica in uscita → raccolta, magazzinaggio e distribuzione del prodotto finale verso gli
acquirenti;
• Marketing e vendite → attività di sostegno alla diffusione e al trasferimento dell’offerta ai
consumatori;
• Servizi post-vendita → attività dell’impresa successive all’acquisto e mirate a mantenere elevato il
valore del prodotto presso la clientela.
Le attività secondarie, invece, sono collocate in alto e comprendono:
• Approvvigionamento → funzione dedita all’acquisto degli input produttivi;
• Sviluppo della tecnologia → funzione dedita a migliorare tecnologicamente i prodotti/processi
d’impresa;
• Gestione delle risorse umane → ricerca, assunzione, formazione, sviluppo, mobilità del personale;
• Attività infrastrutturali → funzioni generiche dedite ad assicurare il corretto funzionamento
dell’intera catena.
Come possiamo notare, per Porter, il marketing risulta essere un’attività primaria.
Attenzione: nei servizi post-vendita c'è qualcosa anche del marketing anche se lui non lo considera.
ORIENTAMENTI
Percorso storico-evolutivo tracciato dal marketing alla luce degli orientamenti
A seconda dell'orientamento con cui noi decidiamo di gestire la relazione con il mercato, il marketing avrà un
ruolo diverso.
Quale filosofia o orientamento generale dovrebbe guidare l'impresa nello svolgimento della propria
attività di marketing? In che modo le imprese possono orientare la propria condotta di mercato?
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Il management potrebbe adottare ben sei diversi approcci di governance:
Alla produzione
Al prodotto
Alla vendita
Al marketing
Al marketing sociale
Alla relazione
Dobbiamo saper conoscere e riconoscere la filosofia di governance per poter agire al meglio. Esse sono
fortemente influenzate dal contesto esterno, ci sono tutta una serie di fattori che ci permettono di capire
quale degli orientamenti è meglio scegliere.
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Il management deve investire sulla produzione, sul processo tecnico-produttivo così da aumentare
le quantità di prodotto, sfruttare economie di scala, così da abbattere i costi. L’azienda deve investire sulla
sua efficienza produttiva così da abbassare i costi e anche il prezzo così da arrivare ad una più ampia
platea di consumatori che sceglieranno il mio prodotto al posto di altri che comunque possono considerare
sostitutivi.
Esempio: Ford di fronte a una domanda omogenea ha collocato sul mercato un’offerta standardizzata,
la sua automobile era sempre uguale, anche il colore era sempre lo stesso, cioè il nero: “Puoi averla in
qualsiasi colore desideri, purché sia nero”.
ORIENTAMENTO AL PRODOTTO
Si ha un orientamento al prodotto quando il focus dell'attività manageriale è posto sull'innovazione
degli output produttivi (sui prodotti) e sul loro continuo miglioramento funzionale, senza una
costante analisi delle effettive esigenze degli utilizzatori, nell’errato convincimento che di per sé il
prodotto più evoluto avrà successo sul mercato.
Questo orientamento attecchisce nei contesti ambientali in cui si ha a che fare con imprese collocate in
settori dove si producono prodotti molto differenziati soprattutto dal punto di vista tecnologico. I soggetti di
domanda sono sensibili alle innovazioni tecnologiche.
Nasce in settori dove l'offerta è largamente differenziata/differenziabile secondo attributi del prodotto
(soprattutto qualitativi). Tali imprese concentrano tutti i propri sforzi sull’attività di ricerca e sviluppo, per
poter offrire, tramite le nuove tecnologie, prodotti sempre più all’avanguardia. Questo orientamento è
tipico di quelle imprese che partono dal presupposto della preferenza del mercato unicamente per prodotti
con prestazioni più elevate e qualità maggiore.
Contesto ambientale di riferimento con beni differenziabili ad alto contenuto tecnologico. Beni protesi
verso un miglioramento continuo. Le imprese qui investono ingenti somme su ricerca sviluppo e innovazione.
Questo orientamento viene a caratterizzare le imprese che attribuiscono importanza al prodotto e c'è
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sensibilità da parte del mercato a miglioramenti del prodotto stesso e quindi per queste aziende è
fondamentale raggiungere degli standard di qualità del prodotto sempre più alti che siano i migliori nel
panorama commerciale.
Vi è però alla base un errore manageriale. Per le aziende è fondamentale mettere sul mercato un prodotto
che sia il migliore possibile in termini qualitativi e tecnologici. Il prodotto potrebbe però non essere
in grado di soddisfare alcun bisogno e quindi non essere assorbito dal mercato.
Molte volte i consumatori non hanno il bisogno di avere il prodotto migliore ma semplicemente un
prodotto che vada a soddisfare il loro bisogno. Questo può essere fatto anche attraverso prodotti
sostitutivi. Questo errore manageriale è chiamato miopia del marketing (Theodore Levit). È miope
l'atteggiamento manageriale che non tiene conto del bisogno e dei prodotti alternativi al proprio, diversi
dal proprio ma che però possono comunque soddisfare uno stesso bisogno.
L’errore manageriale consiste quindi nell’eccessivo grado di concentrazione su quanto costituisce
oggetto della produzione d'impresa e perdita di vista del concetto di concorrenza allargata.
concorrenza diretta
concorrenza allargata definizioni
In questo orientamento il ruolo del marketing è quello di dare uno sguardo al bisogno che il consumatore
vuole vedere soddisfatto, si occupa quindi di monitorare attentamente il bisogno dando anche uno
sguardo a quello che la concorrenza offre per soddisfare lo stesso bisogno.
Se l'offerta è maggiore della domanda abbiamo un assorbimento del mercato che non è in grado di dare
copertura delle vendite dei soggetti offerenti che quindi difficilmente vendono tutto ciò che producono.
Essendo molte imprese, esse si sentono autorizzate a fare delle vendite aggressive, molto volte a
convincere il mercato a comprare il proprio prodotto invece di quello degli altri; in questo modo, si riesce
a contemperare una situazione di mercato in cui ci sono tanti offerenti e poca domanda.
L'obiettivo è quello di vendere la propria offerta, ciò che è stato prodotto in tempi brevi e per raggiungere
questo obiettivo l'impresa può ragionevolmente ritenere logico attuare delle azioni di vendita aggressive
con lo scopo di persuadere i consumatori a comprare il proprio prodotto.
La funzione commerciale, di vendita, è sequenziale alla funzione produttiva. Prima si produce senza tener
conto dei bisogni dei consumatori (non faccio analisi di studio di quelle che sono le condizioni del
mercato e i suoi bisogni) e poi svolgo attività di spinta del prodotto sul mercato in forme anche aggressive
e di persuasione.
Un tale orientamento non può essere sostenuto nel lungo periodo per due motivi:
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1. Concorrenza in che senso?
2. Non si tiene conto della capacità del proprio prodotto di soddisfare un bisogno. L’obiettivo non è
fidelizzare, l’unico obiettivo è raggiungere volumi di vendita in linea con quanto previsto e prodotto. Questo
però non riesce a portare a un successo di lungo periodo perché se l'azienda non si preoccupa della
soddisfazione del consumatore non lo fidelizza e di conseguenza la prossima volta il consumatore non
tornerà a comprare il suo prodotto.
Oggigiorno, questo orientamento può essere utilizzato quando vendiamo beni a domanda debole,
ovvero beni per i quali la domanda non evidenzia una esigenza continuativa su quel prodotto. Una volta
acquistato non si va poi verso il riacquisto a prescindere dalla soddisfazione o meno del consumatore.
Non vi è la reiterazione dell'acquisto.
es. beni durevoli, enciclopedia
Da un punto di vista storico, questo orientamento si è affermato tra gli anni 30 e gli anni 50 del 900
perché è stato un periodo storico in cui si è segnato un passaggio epocale: si è passati da una situazione
di domanda superiore all'offerta a una situazione opposta in cui l'offerta supera la domanda. La vendita
diventa il mezzo per raggiungere i profitti sperati.
In questo momento storico assistiamo all'importanza della figura del venditore (regole
comportamentali che dovrebbe adottare il buon venditore per avere successo). Si ha lo sviluppo di
strumenti e tecniche di comunicazione e di vendita personale.
Secondo questa filosofia, il marketing è vendita e quindi viene svilita tutta l'attività manageriale che lo
caratterizza. Esso diventa uno strumento (o insieme di tecniche) a disposizione delle imprese per forzare
il mercato ad acquistare e garantire così alti volumi di vendita, senza alcuna considerazione delle
esigenze del cliente.
ORIENTAMENTO AL MARKETING
Secondo l'orientamento al marketing il raggiungimento degli obiettivi d'impresa presuppone la
determinazione dei bisogni e dei desideri di coloro che popolano il mercato obiettivo, nonché il
loro soddisfacimento in modo più efficace ed efficiente della concorrenza.
Questo tipo di orientamento dice che del mercato si deve considerare ogni aspetto per intercettare
quali sono i bisogni dei consumatori e vedere se con la propria azienda, e quindi con la propria
produzione, si riesce a soddisfarli (l'impresa può anche venire a conoscenza di non essere in grado con
quello che ha di soddisfare le richieste del mercato), di conseguenza devo far tesoro delle informazioni
ricavate dalle analisi di mercato per cercare di trovare un'offerta in grado di soddisfare i consumatori
meglio di quanto facciano i competitors.
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Considerare il competitor come un nemico non è sempre vincente. Spesso il nostro concorrente deve
essere considerato come un partner in modo da attuare la logica win win perché collaboriamo per
raggiungere un obiettivo comune (coopetition = collaborazione + competizione) che da soli non
avremmo raggiunto.
Per dominare la domanda che è comune ad altre imprese e risultare vincente devo soddisfare il cliente
meglio del competitor. La sfida si vince sulla base delle preferenze del mercato. Da qui la necessità di
premonitorare il mercato per capire quali sono i suoi bisogni e le sue preferenze.
2. Non è detto che la funzione marketing sia la funzione più importante: questo orientamento
è volto a intercettare la governance che vogliamo dare all'azienda che dovrebbe basarsi sulla domanda
(cosa vuole il mercato) e sulla concorrenza (come i concorrenti soddisfano il mercato). In un tale
orientamento, l'importanza delle funzioni dipende anche dal tipo di settore a cui l'azienda appartiene e
da quello che è il suo core business. Non è detto quindi che la funzione marketing sia la più
importante (es. azienda hi-tech in cui la funzione più importante è sicuramente quella di ricerca
sviluppo e innovazione).
N.B. orientamento al marketing ≠ funzione marketing
3. L'affermazione storica dell'orientamento si è verificata all’inizio degli anni 50/60 del 900 quando:
• La domanda diventa sempre più esigente e meno standardizzabile. Questo fu proprio uno
spartiacque che segnò un cambio di paradigma. I soggetti di domanda mostravano bisogni
sempre più eterogenei. Se prima potevo vendere qualsiasi cosa spingendo aggressivamente ampi
volumi di prodotti sul mercato ora il mercato è sempre meno omogeneo, meno ricettivo, pretende
di più.
• La concorrenza diventa sempre più intensa e quindi questo ci costringe a rivedere il
paradigma. Il passaggio da un orientamento all'altro non è mai casuale ovviamente ci sono
eventi, anche storici, che portano a necessari cambiamenti anche nel modo delle imprese di porsi
sul mercato.
4. Differenze con l'orientamento alla vendita: con l'orientamento al marketing si ha una rivoluzione
copernicana, un ribaltamento di veduta, rispetto all'orientamento alla vendita, sono diametralmente
opposti.
Il grande autore che ha evidenziato questa rivoluzione copernicana e poi l'ha anche attuata, ha
contribuito a formalizzarla, è stato Kotler (ancora in vita).
Un'impresa orientata al marketing non deve tentare di vendere tutto ciò che produce (come impone
l'orientamento alla vendita) ma deve produrre ciò che può vendere (e dunque ciò che il mercato
vuole).
-Kotler
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Nell'orientamento alla vendita il consumatore è un soggetto passivo e ricettivo di ciò che le imprese
offrono. In quello al marketing invece i bisogni dei consumatori assumono un ruolo centrale perché sono
questi a condizionare ciò che le imprese produrranno. Il consumatore viene definito come punto di
partenza e di arrivo attorno al quale si va poi ad articolare tutta l'attività del management. Egli è un punto
di partenza perché si parte dall’esterno appunto dal mercato e dalla sua analisi per passare poi
all'interno cioè alla produzione di ciò che si è visto essere desiderato dai consumatori e poi di nuovo
all'esterno quindi punto di arrivo, torno al consumatore immettendo sul mercato l'offerta che
ragionevolmente sarà assorbita dal mercato come analizzato all'inizio.
Il consumatore non è più semplicemente il destinatario finale, ma è al tempo stesso punto di partenza e
destinatario finale di un circuito attraverso il quale si realizza il processo di marketing (che seguirà una
logica esterno-interno-esterno).
6. Attualità dell'orientamento: la soddisfazione del cliente non è più una moda. Questo orientamento
è infatti ormai molto utilizzato. Soddisfare il cliente è oggi non una moda ma c'è una logica sottesa di
natura economica che dimostra che soddisfare il cliente è fondamentale. L'azienda fa vendite
attraverso i clienti che possono essere nuovi o già "fidelizzati". Mantenere la clientela già acquisita è
meno oneroso per un'azienda rispetto a ricercarne della nuova. Per mantenere la clientela però bisogna
sodisfarla perché se soddisfatta sicuramente sarà disposta ad acquistare di nuovo da me. Un cliente
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soddisfatto esercita anche un effetto alone positivo che può contribuire a fornire un'immagine
positiva dell'azienda.
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efficacemente ed efficientemente dei concorrenti, secondo modalità che preservino e rafforzino il
benessere del consumatore e della società cui il consumatore partecipa.
I fautori dell'orientamento al marketing trascurano i problemi che possono sorgere nel conflitto tra i
bisogni di breve termine dei consumatori e i bisogni di medio lungo termine della comunità, società di
cui i consumatori fanno parte.
Abbiamo il cosiddetto triangolo del marketing sociale, in cui sono rappresentati i tre obiettivi
collocati ai vertici che i fautori del marketing sociale dovrebbero riuscire ad ottenere.
Al consumatore non deve sfuggire il fatto che è parte egli stesso della società, che va rispettata seguendo
obiettivi di medio e lungo termine.
Un punto in comune tra i due filoni però c'è: bisogna superare le regole consolidate del marketing
management e creare un sodalizio più forte tra soggetti di domanda e soggetti di offerta.
Bisogna superare le regole consolidate del marketing management (di Kotler) con l'intento di costruire,
attraverso la relazione, un più solido e più efficace trait d’union anzitutto tra il mondo della domanda e
quello dell’offerta, ma anche internamente alla singola organizzazione (rete interna) e tra e con attori
esterni che contribuiscono a vario titolo alla creazione di valore.
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Il marketing viene concepito come disciplina delle relazioni: il suo soggetto primario diventa la
costruzione di un sistema di relazioni che è necessario articolare su più livelli, per garantirsi un flusso
continuativo e multiforme di contatti e, alla fine, di vendite.
Qual è stato il punto di partenza che ha dato avvio a questa catena di cambiamenti che si sono registrati?
Le dinamiche evolutive sono essenzialmente circoscrivibili a tre aspetti:
• Vi sono stati grandi cambiamenti sul fronte della domanda;
• Vi sono stati cambiamenti anche sul fronte delle tecnologie (di produzione e di comunicazione);
• Vi sono registrate dinamiche evolutive nella struttura e nelle strategie d’impresa.
Alla luce della figura del nuovo consumatore, i fautori della relazione vanno a criticare la
segmentazione come tecnica di analisi di mercato perché ritengono che la segmentazione è vero che
intercetta gruppi di consumatori che all’interno del segmento hanno caratteristiche omogenee, ma fino
ad un certo punto perché comunque si tratta di individui che hanno caratteristiche differenti; allora
bisogna considerare il singolo individuo che popola il segmento come individuo meritevole di
attenzione. Per questo motivo, più che parlare di segmentazione del mercato bisognerebbe parlare di
micronizzazione del mercato.
Il consumatore, quindi, ha subito una metamorfosi evidente perché comincia ad essere considerato un
soggetto con una sua identità.
Mentre il consumatore di ieri acquisendo un prodotto distruggeva il suo valore (ruolo di product-taker),
i consumatori di oggi invece compartecipano alla progettazione e alla realizzazione dei prodotti. Il
consumatore, quindi, è un soggetto chiamato ad entrare nelle logiche produttive, mettendo in campo
risorse competenti. Quindi il consumatore di ieri acquisisce il prodotto e lo logora, il consumatore di oggi
invece è fondamentale, non è più un soggetto inerme, passivo ma è un soggetto molto più esigente,
capace, informato e che vuol vedere soddisfatte le proprie specifiche istanze e partecipa (attraverso la
relazione) con il soggetto offerente a realizzare le specifiche istanze che caratterizzano il prodotto che
andrà a soddisfarlo.
I relazionalisti affermano che non bisogna lavorare per il consumatore ma insieme al consumatore, il
baricentro dell’attenzione si sposta, il consumatore non è il destinatario dell’offerta ma è un socio, un
partener. Non è quindi visto come mercato, come target, ma è un collaboratore dell’azienda perché
è insieme che si progetta. Questo comporta un cambiamento culturale profondo necessario per abituarsi
a pensare:
• Al consumatore come “partner” e non più come “target”;
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• Alla comunicazione come dialogo interattivo: l’impresa instaura una comunicazione bidirezionale,
un dialogo interattivo;
• Al brand come una narrazione condivisa;
• All’innovazione come un processo collaborativo e aperto: l’innovazione è vista come un processo
collaborativo che vede come partener principale il consumatore.
Abbiamo detto quindi che il consumatore subisce questo cambiamento, ma a fianco a questo
cambiamento, c’è anche una evoluzione sul fronte tecnologico che consente di rispondere positivamente
alle evoluzioni che hanno connotato i soggetti di domanda.
Per essere più pragmatici ed operativi, evidenziamo i 4 assunti su cui poggia il management
Kotleriano e andremo poi a “criticare” questi assunti secondo la logica dei relazionalisti.
1. PRIMO ASSUNTO
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Gli operatori di marketing che seguono un orientamento al marketing prendono le decisioni analizzando
i bisogni del mercato, le tendenze del mercato, ovvero analizzano le opportunità e le minacce e in base
a ciò che si riesce a produrre si individua ciò che è meglio produrre.
I relazionalisti sostengono che non bisogna esplorare i bisogni considerando che i consumatori siano
soggetti esogeni all’impresa, da monitorare dall’alto ma le attese, le aspettative dei consumatori devono
essere costruite insieme all’azienda, ovvero non devono essere considerate come un qualcosa che preesiste
alla relazione tra il soggetto offerente e il soggetto di domanda. Non posso ritenere che i bisogni dei
consumatori siano un qualcosa di esogeno all’impresa, allora l’impresa deve uscire da sé stessa e deve
co partecipare al processo di aspettative con il mercato.
Allora riassumendo diciamo che il primo assunto base del marketing management afferma che i processi
decisionali dei soggetti che governano l’impresa partono dall’esame sia dei bisogni dei consumatori, sia
delle condizioni delle tendenze di cambiamento dell’ambiente mercato, di cui tendono anzitutto a
valutare le opportunità e le minacce in relazione alle competenze distintive ed alle potenzialità dell’impresa.
La corrispondente critica mossa dai relazionalisti:
• In merito all’esame dei bisogni dei consumatori sostengono che le aspettative degli stessi non
possono essere considerate solo come un oggetto esogeno. L’impresa deve partecipare ai
processi di formazione delle aspettative instaurando relazioni forti con soggetti di domanda, al
fine di definire i prodotti atti a soddisfarli. I prodotti non preesistono all’interazione, ma si
determinano attraverso essa.
• In merito alle condizioni ed alle tendenze del mercato, invece, si evidenzia come le stesse debbano
essere viste come un insieme di relazioni.
2. SECONDO ASSUNTO
I processi decisionali pervengono quindi alla scelta contestuale dei segmenti di mercato a cui rivolgere
una specifica offerta, dei benefici con cui connotare tale offerta e dei vantaggi competitivi difendibili su
cui basare il proprio rapporto con i concorrenti.
Critica: i relazionalisti contestano l’utilità della segmentazione del mercato, in quanto quest’ultima
ricerca apriori gruppi di utilizzatori sufficientemente omogenei e fa perdere di vista che ogni utilizzatore
ha aspettative peculiari e richiede di essere coinvolto in relazioni che gli consentano di auto specificarle.
Alla segmentazione del mercato si sostituisce la micronizzazione del mercato stesso (come abbiamo
già accennato sopra).
3. TERZO ASSUNTO
I processi decisionali sono poi orientati ad organizzare conseguentemente le risorse e le capacità
aziendali al fine della composizione di un’offerta specifica, in modo da pervenire a proporre ai segmenti
di mercato prescelti un mix di utilità il cui valore sia superiore a quello delle offerte concorrenti.
4. QUARTO ASSUNTO
I processi decisionali, infine, non si limitano a controllare l’efficacia dell’attività aziendale sulla base di
indicatori economico-finanziari, ma tendono anche a valutarla in funzione del grado di soddisfazione dei
clienti.
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Critica: il controllo del grado di soddisfazione del cliente non dovrebbe avvenire post ex post, ma in
itinere.
La fase di analisi si riferisce al marketing strategico ed è propedeutica all’azione, che si riferisce invece
al marketing operativo.
Le aziende che fanno parte del marketing strategico devono ricercare e selezionare i mercati obiettivo
(scelgono i mercati su cui investire), effettuare la segmentazione di questi mercati e, infine, effettuare
il targeting.
Tra la fase di analisi e la fase di azione si trova il posizionamento (analisi e azione insieme) che non
viene considerato un’unica fase perché è necessario sia effettuare analisi di mercato sia attuare le
strategie e quindi passare all’azione.
SEGMENTAZIONE
È una fase volta a conoscere il mercato per determinare il proprio mercato obiettivo, ovvero definire lo
spazio all’interno del quale scambiare i propri prodotti con i consumatori e competere con i concorrenti.
Per fare ciò è necessario seguire due linee: segmentare il mercato e poi selezionare il mercato target
(targeting), attraverso la scelta delle strategie di copertura del mercato che i manager ritengono
opportuno implementare.
Definizione di segmentazione
La segmentazione del marcato è l'insieme delle attività tese a determinare la suddivisione del
mercato, costituito da una popolazione eterogenea, in gruppi di individui/consumatori simili
(aventi caratteristiche omogenee).
I soggetti di domanda sono tutti diversi tra loro e quindi bisogna individuare dei segmenti in cui inserire
soggetti di domanda accomunati da una qualche omogeneità.
Il principio logico sotteso alla segmentazione è molto semplice: il prodotto non è in grado di soddisfare tutti
gli individui che hanno caratteristiche tra loro molto disomogenee.
Attraverso la segmentazione noi dovremmo essere in grado di comprendere quali sono gli individui e
quindi i segmenti che possono essere interessati al nostro prodotto, a qualcosa che noi siamo in grado
di produrre.
È sempre necessario segmentare il mercato? La risposta è assolutamente sì: non si può evitare neanche
nel caso in cui vogliamo collocare un prodotto indistintamente su tutto il mercato. Anche una scelta di
marketing indifferenziato deve essere presa sulla base di una segmentazione dalla quale è venuto fuori
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che al management non conviene economicamente tenere conto delle differenze dei vari segmenti del
mercato.
Anche decidere di non investire in un determinato mercato si può fare solo grazie alla segmentazione.
Ovviamente, tutto questo vale per un'impresa orientata al mercato, mirata cioè al soddisfacimento dei
bisogni dei consumatori.
Potrebbe sembrare che quello a posteriori sia il metodo più attendibile tra i due perché supportato da
una ricerca di mercato. In realtà non possiamo dire che un metodo sia migliore dell'altro perché la
segmentazione a posteriori è più costosa in quanto bisogna effettuare o commissionare una ricerca di
mercato.
L'operatore è chiamato a fare un'analisi costi benefici soppesando quella che è la sua esperienza e
considerando anche i costi in termini di tempo e denaro che comporterebbe la segmentazione a
posteriori. Sta all'operatore valutare quale dei due modelli è più adeguato sulla base della sua esperienza
della situazione dell'azienda e del contesto in generale. La scelta tra i due modelli dipende dal grado di
conoscenza che l'operatore di marketing possiede del mercato di una particolare classe di prodotti (es.
se sto attuando strategia di diversificazione è meglio quello a posteriori proprio perché mi inserisco in
un mercato nuovo).
A prescindere dal modello che scelgo, le basi con cui si va a segmentare il mercato sono tante, sono
differenti anche a seconda del mercato target.
Le diverse variabili di segmentazione sono le caratteristiche degli individui dei gruppi e delle
organizzazioni usate per suddividere un mercato in segmenti.
Innanzitutto, dobbiamo considerare un'importante distinzione tra mercato del consumo e mercato
delle organizzazioni, distinzione che si basa sul fatto che il mio mercato obiettivo sia formato da
individui o da imprese.
Ognuno di questi gruppi avrà delle variabili diverse o stesse variabili con significato però diverso (es.
variabile demografica per le aziende significa da quanto tempo essa lavora).
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Per quanto riguarda il mercato di consumo abbiamo 4 tipologie di macro-variabili, ognuna delle quali
dà il nome ad un tipo di segmentazione (es. se uso la variabile demografica allora sto attuando una
segmentazione demografica):
Segmentazione geografica → unità geografiche (nazioni, regioni, province, città);
Segmentazione demografica → età, sesso, dimensione famiglia, ciclo di vita della famiglia, livello di
reddito, tipo di occupazione, religione;
Segmentazione psicografica → classe sociale, stile di vita, caratteristiche della personalità;
Segmentazione comportamentale → status rivestito dal potenziale consumatore, fedeltà alla marca,
intensità di utilizzo;
Solitamente, nella realtà, le aziende usano la variabile geografica per avere dei segmenti iniziali e poi
vanno ad analizzare meglio ognuno di essi. Si parte, quindi, da una base di segmentazione geografica e
poi si va ad approfondire attraverso altre segmentazioni per analizzare bene i vari segmenti. Ovviamente
la variabile geografica non è quella su cui ci si sofferma. Lo stesso vale per le variabili demografiche
perché sono comunque facili da utilizzare.
Tra le variabili demografiche troviamo il ciclo di vita della famiglia, che viene suddiviso in 9 stadi:
1. Stadio precedente al matrimonio → individui giovani, single che non hanno ancora una famiglia di
destinazione;
2. Coppie appena sposate → giovani senza figli;
3. Nido pieno 1 → coppie sposate con figli sotto i 6 anni;
4. Nido pieno 2 → coppie sposate con figli sopra i 6 anni;
5. Nido pieno 3 → coppie sposate più anziane con figli a carico;
6. Nido vuoto 1 → coppie sposate più anziane i cui figli non vivono più in casa, con capofamiglia ancora
in età lavorativa;
7. Nido vuoto 2 → coppie sposate più anziane i cui figli non vivono più in casa con capofamiglia in
pensione;
8. Coniuge superstite 1 → vive solo, ancora in età lavorativa;
9. Coniuge superstite 2 → vive solo, è in pensione.
È stato provato che la capacità di spesa, reddito, patrimonio, ma anche tipo di bisogno sono elementi
che variano a seconda dello stadio di appartenenza dell'individuo.
Il reddito è una delle variabili più utilizzate perché è quantitativa, facilmente misurabile e quindi non sono
elementi di soggettività (come accade invece anche nelle classi sociali).
Infine, abbiamo la segmentazione comportamentale in cui la variabile più utilizzata è quella dei
benefici ricercati. Questa variabile è molto utilizzata perché ovviamente io per fare una buona
segmentazione devo sapere quali bisogni il consumatore vuole vedere soddisfatti e capire se il mio
prodotto è in grado di farlo.
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Gli stili di vita di GFK-Eurisko suddividono la popolazione italiana adulta (dai 14 anni in su) in base
ai comportamenti sociali e di consumo. Ciascuno stile di vita identifica un modo specifico di vivere,
pensare, lavorare, consumare. La segmentazione si basa su un insieme di 47 caratteristiche della persona,
elaborate con opportune tecniche statistiche. Il risultato è una suddivisione in profili-tipo costanti nel
tempo, di verificata capacità descrittiva in molteplici ambiti di indagine. GFK-Eurisko propone una
descrizione analitica di ogni stile di vita.
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3. Nella pratica non si riesce sempre a identificare segmenti in modo nitido e distinto.
Un segmento è nitido quando l’individuo può essere inserito al 100% in quel segmento e nello
0% in altri segmenti. Nella realtà questo nella gran parte dei casi non accade perché andando a
dettagliare i segmenti utilizzando più basi di segmentazione ci rendiamo conto che un individuo
fa parte di più segmenti. Bisogna trovare un compromesso tra nitidezza e rilevanza (significatività del
segmento per l'azienda). Un segmento è tanto più rilevante quanto più riesce ad assicurare
all'azienda la profittevolezza sperata.
NUMERO DI SEGMENTI
Altro aspetto importante: posso stabilire in quanti segmenti andare a segmentare il marcato a priori?
La risposta è sì.
Vi è una regola che consente di fare ciò e ci dice che più elevato è il numero di basi di segmentazione e
maggiore sarà il numero di segmenti in cui sarà scomposto il mercato. O meglio, quanto maggiore è il numero
di variabili utilizzate contemporaneamente, tanto più grande sarà il numero di segmenti che si possono
ottenere.
I segmentatori di mercato cercano di raggiungere il migliore compromesso tra nitidezza dei segmenti e
rilevanza dei segmenti. Una eccessiva frammentazione potrebbe rendere dispersiva l'allocazione delle
risorse con il rischio che i benefici connessi ad un eccesso di personalizzazione dei prodotti risultino
inferiori ai costi sostenuti.
Se effettuiamo una frammentazione del mercato molto spinta poi dovremmo personalizzare
eccessivamente l’offerta e questo porta l’impresa a sostenere costi davvero eccessivi. Se ci si imbattesse
in un tale errore, si arriverebbe a un punto in cui l’azienda, presa coscienza della situazione, si trova
costretta a dover tornare indietro ed accorpare segmenti che sono simili tra loro per evitare di dover
personalizzare in maniera eccessiva. L’eccessiva differenziazione potrebbe poi non consentirmi di
raggiungere i profitti sperati.
Quindi non ha senso guadare al numero ideale di segmenti. L’obiettivo da raggiungere non è tanto quello
di comprendere se esiste un numero ideale di segmenti in cui scomporre il mercato, ma piuttosto se i
segmenti individuati siano strategici per l’impresa e meritino di vedere concentrati su di essi gli investimenti
per la realizzazione di appositi programmi di marketing.
Possiamo quindi dire che in assoluto non vi è un numero ideale di segmenti ma, d’altra parte, possiamo
anche dire che esiste invece un numero relativo degli stessi in quanto, attraverso le varie analisi, si può
individuare il numero ideale di segmenti per un’azienda in particolare, numero che, come abbiamo visto,
le consente di ottenere un adeguato ritorno degli investimenti.
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PROFILAZIONE DEI SEGMENTI
Una volta arrivati a questo punto, la segmentazione non è ancora completa. L’obiettivo ultimo è il
targeting e cioè circoscrivere quello che sarà il mio mercato obiettivo.
Dobbiamo fare ora uno sforzo per profilare i segmenti. Siamo cioè chiamati a scrivere nero su bianco le
caratteristiche che i segmenti hanno sulla base delle diverse variabili che abbiamo utilizzato per individuarli.
La profilazione è, infatti, l’analisi, la descrizione, puntuale delle caratteristiche di ciascuno dei segmenti
individuati in relazione agli obiettivi dell’impresa.
Il fine perseguito dall’attività di profilazione è, dunque, quello di decidere quali segmenti raggiungere
con la propria offerta e quali, invece, scartare. Per fare ciò, si andranno ad utilizzare tutte le variabili di
indagine utilizzate per segmentare il mercato.
I segmenti da scartare, quindi, sono quelli che non hanno le caratteristiche per fare in modo che la nostra offerta
sia assorbita. Il fine di tutto ciò è comprendere quali sono i segmenti migliori sui quali investire.
Un metodo che può essere utilizzato per attuare la profilazione è quello della cross tabulation
(letteralmente “tabella a doppia entrata”), ovvero uno strumento manageriale che consente di avere un
resoconto della profilazione dei vari segmenti. La tabella è così formata:
colonne → in cui si inseriscono i segmenti;
righe → in cui si inseriscono le variabili di segmentazione;
celle → in cui troviamo la descrizione delle caratteristiche di quel segmento rispetto alla variabile
considerata.
Possono però esserci ulteriori elementi che ci aiutano a decidere e in particolare ci sono dei requisiti che
i segmenti devono avere per essere considerati potenziali bersagli di offerta da parte delle imprese. Se li
rispettano allora possiamo considerarli potenzialmente aggredibili, altrimenti forse non è il caso.
I requisiti sono:
• Misurabilità → deve essere quantizzabile. La misurabilità consiste nella possibilità di quantificare
sempre il numero di individui (o organizzazioni) che fanno parte del segmento e il volume della domanda
che esso genera. Volume della domanda significa potenziale di vendita ovvero ricavi. È quindi
necessario tenerlo presente perché altrimenti non so a chi sto andando a vendere.
• Accessibilità (o raggiungibilità) → deve essere raggiungibile dall’impresa. L’accessibilità consiste
nella possibilità di raggiungere il segmento con chiarezza e distinzione rispetto alla massa generica del
mercato da apposite azioni di marketing.
Potrebbe accadere che un’azienda non riesce a raggiungere il segmento con i suoi strumenti (es.
comunicazione, distribuzione).
• Significatività (o importanza) → importante, rilevante (come detto prima). Il segmento deve
essere in possesso di dimensioni e di potenziale di domanda (sia attuale che potenziale) tali da
giustificare strategie e investimenti di marketing mirati.
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• Differenziabilità → i segmenti devono risultare massimamente omogenei al loro interno rispetto alle
basi di segmentazione adottate ma, nel contempo, devono possedere caratteristiche diverse da tutti i
segmenti rimanenti, in modo da evitare elementi di sovrapposizione.
• Esaustività → ci richiama la nitidezza. Ciascuno dei consumatori di un mercato deve risultare incluso
in uno e possibilmente in uno soltanto dei segmenti individuati.
• Stabilità → il segmento deve individuare una porzione di domanda che si presume ragionevolmente non
muterà le proprie caratteristiche nel breve periodo (in caso contrario uno sforzo di marketing per
servire questo segmento verrebbe del tutto vanificato). Il segmento potrebbe anche dissolversi e
se io ho investito solo in quel segmento fallisco. Se il segmento non ha questa caratteristica rischio
di fallire, di non avere più mercato.
2. Decidere quali e quanti servirne, ossia quali saranno i gruppi potenzialmente “colpibili” tale
da poter essere considerati bersagli di mercato (quale sarà il proprio mercato target).
Una volta che siamo riusciti a valutare i segmenti insieme ad una analisi degli elementi interni,
siamo nelle condizioni di poter decidere il grado di copertura del mercato. Abbiamo tre strategie
(attenzione a non confonderle con le strategie di copertura distributiva):
• Marketing indifferenziato → è una strategia che spinge l’impresa a decidere di presentare
su tutto il mercato, indistintamente, un'unica offerta ignorando le varie differenze eventualmente
rilevate fra i vari segmenti (perché mi conviene non tenerne conto ovviamente). Non ci si
preoccupa di adattare l’offerta ai diversi segmenti. L’azienda presenta, dunque, al
mercato una sola offerta, operando su ciò che vi è di più comune nei bisogni dei
consumatori e non su ciò che vi è di diverso. Il programma di marketing è impostato in
modo tale da attrarre il maggior numero di clienti possibile e si affida a canali di
distribuzione di massa e a messaggi pubblicitari generali (es. Coca cola). Non investo, quindi,
sulla eterogeneità e cioè sui bisogni diversi del mercato ma in quelli comuni, nei bisogni
di tutti.
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• Marketing differenziato → l’impresa decide di operare in diversi segmenti del mercato, ma
con un’offerta particolare per ognuno di essi, studiata appositamente per ognuno di essi.
L’impresa qui quindi decide di operare in diversi segmenti del mercato, ma con prodotti
particolari per ognuno di essi, presentando programmi di marketing mix distinti per
ciascun segmento prescelto e sperando in questo modo di raggiungere l’obiettivo di
aumentare le vendite e rafforzare la propria posizione nei diversi segmenti (es. General
Motors: “produrre un’auto per ogni borsa, uso e personalità").
• Marketing concentrato → l’impresa decide di concentrare tutti i suoi sforzi di marketing in
un solo segmento, puntando la gran parte delle proprie possibilità di successo sulla
specializzazione. Mira, dunque, a far leva sui vantaggi della specializzazione. Invece che
orientarsi verso una quota limitata di un grande mercato, l’impresa può mirare ad
ottenere una quota elevata in un piccolo mercato (es. la Richard [Link] si è concentrata
in testi di economia e management). In questo modo, l’impresa riesce ad acquisire una
posizione di rilievo grazie alla conoscenza delle caratteristiche dei consumatori e della
positiva immagine acquisita. Inoltre, può conseguire elevate economie di scala per la
specializzazione che può raggiungere nella produzione, nella distribuzione e nella
comunicazione.
Esiste, in realtà, anche una 4 strategia che consiste nella non copertura del mercato perché dalle analisi
e dalle valutazioni è venuto fuori che non conviene entrare in quel mercato pur ammettendo l’esistenza
di segmenti con alto potenziale (es. l’azienda non ha le risorse necessarie per soddisfare a pieno la
domanda).
Nell’ambito del marketing differenziato, dobbiamo stare attenti ad un possibile errore: andando a
differenziare eccessivamente la nostra offerta potremmo rischiare di frammentare troppo il mercato e
questo potrebbe portare a un eccesso di costi che quindi va a minare la profittevolezza che mi aspetterei
adottano il marketing differenziato.
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Molte imprese commettono proprio l’errore di differenziare in modo eccessivo il mercato e di creare un
numero troppo elevato di prodotti: preferirebbero avere a che fare con un numero inferiore di prodotti,
ciascuno dei quali rivolto ad un numero più vasto di potenziali clienti.
In tale circostanza, applicano una strategia definita di “contro segmentazione” o di “allargamento della
base” al fine di aumentare progressivamente il volume di vendita di ogni prodotto (es. Johnson&Johnson
ha ampliato il suo shampoo per bambini inducendo anche gli adulti a comprarlo).
Quale è il limite di segmenti oltre il quale non andare? Non vi è una risposta certa e valida per qualsiasi
impresa, spetta al manager capirlo, al fine di preservare ricchezza invece di distruggerla.
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4. Omogeneità del mercato → se gli acquirenti hanno tendenzialmente gusti omogenei, acquistano
le stesse quantità del bene per unità di tempo e reagiscono in modo simile alle iniziative del
marketing. Una strategia di marketing indifferenziato è la più appropriata;
5. Strategie di marketing della concorrenza → quando i concorrenti praticano un’attività di
segmentazione spinta, la strategia di marketing indifferenziato potrebbe risultare suicida.
Quando invece, i concorrenti adottano strategie di marketing indifferenziato, un’impresa può
ottenere notevoli vantaggi applicando strategie di marketing differenziato o concentrato.
POSIZIONAMENTO
Dopo la segmentazione e il targeting, è necessario effettuare un ulteriore studio del mercato, condotto
dal lato dell’offerta, definito posizionamento, finalizzato a studiare come il prodotto va posizionato
idealmente nella mente del consumatore per soddisfare i bisogni in esso definiti in maniera distinta e in
contrapposizione ai prodotti della concorrenza.
È necessario definire il proprio sistema di offerta tramite il marketing mix composto da quattro
componenti che sappiamo essere prezzo, placement, promotion, prodotto.
Il posizionamento è definibile come l’insieme delle scelte compiute dall’impresa per individuare e scegliere
una determinata posizione che la sua offerta dovrà avere sul mercato, distinguendola dalle offerte dei
competitors.
Esso è finalizzato a definire con chiarezza la posizione che il prodotto deve assumere rispetto alle
esigenze della domanda e all’offerta dei prodotti concorrenti.
Il posizionamento del prodotto è il modo in cui il prodotto viene definito dai consumatori per gli attributi
più importanti, ossia il posto che esso occupa nella mente dei consumatori rispetto ai prodotti
concorrenti.
Strategie di posizionamento
Come può agire l’impresa per raggiungere l’obiettivo di posizionare la sua offerta?
Le aree sulle quali si può intervenire sono numerose e possono essere individuate in tutti i fattori su cui
l’impresa è in grado di agire.
Esistono diverse strategie di posizionamento:
1. Posizionamento in funzione di particolari attributi del prodotto: l’azienda cerca di associare al
proprio prodotto delle caratteristiche o dei benefici specifici per il consumatore.
Es. automobili: Hyundai meno costosa, Volvo più sicura, BMW di qualità superiore, Mercedes di
maggiore prestigio.
2. Posizionamento rispetto all’uso del prodotto: un prodotto per il quale si scoprono nuovi possibili
usi può subire un riposizionamento sul mercato che fa accrescere le sue vendite.
Es. aceto balsamico Ponti, oltre al condimento tradizionale è utilizzabile anche per preparazione
di ricette, arricchimento originale del sapore di altri alimenti ecc.
3. Posizionamento rispetto ad un mercato obiettivo (utilizzatori): una volta che viene esaurito un
particolare mercato, si cercano nuove alternative.
Es. Johnson e Johnson con il calo delle nascite ha esteso lo shampoo Johnson’s baby, oltre che
ai bambini, anche agli adulti.
4. Posizionamento rispetto a una categoria di prodotti: consiste nell’associare l’idea del proprio
prodotto con quello di una determinata linea di prodotti.
Es. Actimel di Danone si è posizionato nella categoria degli alimenti probiotici e non in quella
degli yogurt.
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5. Posizionamento rispetto ad un prodotto concorrente: avviene uno scontro diretto con un
prodotto concorrente; questo si può attuare nel caso in cui il nostro prodotto ha una solida
posizione di mercato.
Es. Pepsi contro Coca cola, Burger King contro McDonald’s.
6. Posizionamento in funzione del prezzo: alcuni punti vendita si caratterizzano per la loro alta
qualità, altri invece per le caratteristiche opposte, che però gli permettono di praticare prezzi
minori (vantaggio competitivo).
Es. Lidl, Eurospin, ecc.
Soltanto dopo che si ha chiaro quali sono gli elementi più importanti del prodotto, ovvero quelli che
maggiormente sono rilevanti nella soddisfazione del proprio bisogno (anche psicologico) possiamo
andare a fare una mappa di posizionamento. Si agisce quindi sulle determinanti del prodotto (potrebbe
essere anche il prezzo) costruendo la mappa di posizionamento (offre il vantaggio dell’immediatezza
visiva) che mi dice come si collocano i prodotti dei competitors e come il mio rispetto ad una variabile.
Si utilizzano due dimensioni che vengono disarticolate all’interno di un grafico in cui saranno collocate
le varie offerte.
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La mappa di posizionamento è uno strumento manageriale utilizzato per analizzare il posizionamento che il
nostro prodotto e i prodotti concorrenti occupano nella mente dei consumatori rispetto ad alcune caratteristiche
di quella tipologia di prodotto per le quali i consumatori medesimi manifestano di avere preferenze.
La mappa di posizionamento è quindi uno strumento che consente di riassumere la posizione dei prodotti
concorrenti all’interno dell’arena competitiva.
Da essa veniamo subito a conoscenza di quelli che sono i parametri che il consumatore ritiene importanti
per il soddisfacimento del proprio bisogno. Tutte queste analisi servono per poi capire come attuare una
strategia di marketing mix, per capire come agire.
Esse dovrebbero essere aggiornate ogni tanto perché anche i concorrenti potrebbero riposizionare e quindi
la mappa potrebbe diventare obsoleta anche dopo poco tempo.
La visione della mappa permette quindi di analizzare le distanze tra i vari prodotti ed elaborare adeguate
strategie di marketing mix.
I vuoti di offerta sono quelli in cui noi dobbiamo andare ad agire. Laddove vi è già la presenza della
concorrenza, allora non possiamo andare a sovrapporci ma mi posso collocare in quelle aree della mappa
in cui non vi è collocazione alcuna.
Gli spazi liberi della mappa, quindi, sono delle opportunità di business non ancora sfruttate e a bassa
concorrenza (rappresentano vuoti di offerta).
La mappa permette anche di analizzare eventuali punti deboli del proprio prodotto e le eventuali
opportunità di riposizionamento.
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le diverse proposte concorrenti, si vanno a scoprire i punti deboli della propria offerta ed
eventuali vuoti di offerta.
Il posizionamento è un risultato che è possibile raggiungere operando sulle 4 P del marketing mix
(prevalentemente sul prodotto, sul prezzo, sulla comunicazione, oppure agendo congiuntamente su più
variabili che possono includere: l’immagine, la scelta del canale distributivo, i contenuti tecnologici ecc.).
Il management deve essere bravo a gestire queste variabili in maniera coerente tra di loro, se non lo fa il
cliente potrebbe avere delle perplessità nella comprensione dell’offerta. Devono essere gestiti in maniera
coerente in modo che la value proposition venga trasmessa in modo preciso e chiaro e non confuso.
Le 4P sono tutte importanti però se dovessi sforzarmi di intercettarne una più importante allora si
potrebbe pensare al prodotto perché commettere errori nella definizione del prodotto significa poi
sostenere gli effetti e i costi ad esso legati nel medio lungo termine.
Le condizioni da rispettare per definire il marketing mix sono (secondo alcuni studiosi, non tutti):
Coerenza tra le varie componenti;
Riconoscimento di una gerarchia di importanza tra le varie leve del marketing mix (priorità alle
politiche di prodotto perché comportano aspetti decisionali/decisioni di investimento che
riverberano i loro effetti prevalentemente di lungo periodo).
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PRODOTTO
È la prima leva del marketing mix.
1. Definizione di prodotto (nell’ottica del marketing management)
a. Tre concetti (livelli) di prodotto
b. Paniere di attributi tangibili e intangibili
2. Concetti di: portafoglio prodotto e linee di prodotto
3. Modello del ciclo di vita del prodotto (CVP) e strategie di marketing mix
1. DEFINIZIONE DI PRODOTTO
Abbiamo tre concetti o livelli di prodotto:
▪ Prodotto fisico (o tangibile) → entità fisica (oggetto) offerto dal produttore (es. automobile).
▪ Prodotto esteso (o ampliato) → si parla di livelli perché questo comprende anche il prodotto
tangibile. Esso è il prodotto tangibile + insieme dei servizi accessori ad esso abbinati (es.
automobile + garanzia)
▪ Prodotto utilità (o generico) → è quel prodotto che viene definito identificando i benefici
essenziali e di base che il consumatore si attende dall’uso del prodotto (es. dall’automobile ci si
attende un trasporto veloce, confortevole, sicuro).
Quale dei tre concetti è il più importante per l’operatore di marketing? Ovviamente il prodotto
utilità (o generico). Esso è il concetto più prossimo al marketing perché consente una interpretazione
del prodotto nella prospettiva del consumatore.
Esempi: non si vende un pc ma uno strumento per risolvere problemi complessi; non si vende una linea
di cosmetici ma si offre un contributo alla bellezza.
Il prodotto è la somma della soddisfazione fisica, psicologica e sociale che l’acquirente ricava
dall’acquisto, dal possesso e dal consumo.
Dunque, i prodotti sono oggetti complessi per la soddisfazione del consumatore che includono una serie
di elementi o attributi. In altri termini, il prodotto è un paniere di attributi tangibili ed intangibili che
caratterizzano l’offerta che un soggetto offerente colloca sul mercato, il cui combinarsi consente di
soddisfare i bisogni di un soggetto richiedente (soggetto di domanda).
Se è vero questo allora il prodotto non può essere considerato unicamente un elemento materiale ma
come un elemento complesso che si nutre di un insieme (paniere) di attributi che possono essere tangibili
e intangibili (quelli intangibili spesso sono proprio quelli che toccano l’irrazionalità).
Il prodotto si nutre e si compone anche di attributi che hanno il requisito di intangibilità, immaterialità,
caratteristiche immateriali come la qualità, il design, la marca, i servizi, la garanzia; tra le caratteristiche
fisiche, invece, abbiamo le dimensioni, il peso, la forma, le caratteristiche tecniche, il packaging.
Alcuna manualistica parla anche di elementi hard (fisiche) e soft (componenti immateriali).
Gli elementi si gestiscono anche tenendo conto che essi vanno ad impattare la sfera psicologica del
consumatore.
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Gli attributi devono essere strettamente interrelati tra di loro proprio perché il prodotto sul mercato è un
qualcosa di complesso e chi acquista quel prodotto non acquista qualcosa di fisicamente inteso ma tutto
un insieme degli attributi.
Ognuno attribuisce al prodotto un determinato significato che è correlato al beneficio che ne traiamo.
Capiamo, quindi, quanto è difficile per l'operatore di marketing mandare un determinato prodotto sul
mercato perché devono pienamente tenere in considerazione i bisogni dei consumatori. I consumatori
non acquistano attributi fisici, ma mezzi per soddisfare le proprie esigenze e i propri desideri. I
consumatori ricercano benefici sia legati alle funzioni del prodotto, sia legati alla sua immagine.
“La gente non compra le cose per quello che servono, ma per quello che significano”. (Levy)
Tra gli attributi più importanti del prodotto troviamo (non sono in ordine di importanza, una eventuale
gerarchia potrebbe dipendere dal tipo di prodotto):
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La modalità con la quale i vari soggetti vanno a definire l'eccellenza è diversa. Si entra in sfere totalmente
diverse. È importante tenere presente che qualità e valore non sono la stessa cosa, non sono sinonimi.
Tra i due concetti ovviamente per l'operatore di marketing è più importante il valore. Nel marketing si
distinguono diverse tipologie di qualità e conoscere questi diversi modi di intendere la qualità è
importante per capire il concetto di valore e la differenza da questo.
La qualità tecnica fa riferimento agli elementi che riguardano la prestazione primaria del prodotto che
prendiamo in considerazione. Si tratta di un aspetto poco differenziabile perché ci si aspetta che tutti i
prodotti dovrebbero garantire questa qualità primaria. Un elemento su cui possiamo lavorare un po' di
più è la qualità funzionale che aggiunge alla qualità tecnica tutti i modi in cui viene erogata la qualità
primaria (es. comportamento dell'operatore di vendita). Qui si può intervenire un minimo per
differenziare. La qualità erogata è la somma di qualità tecnica e funzionale: essa deve essere
confrontata con la qualità attesa con la quale entriamo nella sfera psicologica del consumatore
potenziale, il quale si aspetta da una determinata offerta una certa qualità. Ci sono una serie di elementi
che vanno ad incidere sul prodotto anche se non fanno parte delle prime due qualità. Non è detto che la
qualità attesa vada a coincidere con quella erogata. All'operatore di marketing interessa capire la qualità
percepita, che va a correlare la qualità attesa del consumatore con quella erogata dall'offerta (potrei
offrire una certa qualità che non viene percepita dal consumatore come vorremmo). La qualità percepita
è importante perché rapportata al prezzo esprime (genera) il valore per il cliente. Il valore è ciò che il
consumatore ha la percezione di ottenere in cambio di ciò che dà. Importante notare che quindi si tratta
di un concetto che considera anche l’elemento prezzo.
4. Design (o stile)
Il design è un attributo del prodotto che identifica lo stile dell'oggetto e riguarda tanto gli aspetti estetici
quanto il colore e i materiali utilizzati. È un attributo in grado di aggiungere rilevante valore al prodotto
attraverso l’acquisizione di una individualità che lo distingue dai prodotti della concorrenza.
Attribuisce una forte personalità al prodotto (es. automobili o anche oggetti di arredamento). Soprattutto
per alcune categorie di prodotto il design è un elemento su cui si può molto lavorare e puntare per
differenziare.
5. Colore
Può essere un elemento fondamentale nella valutazione fatta dall'acquirente sotto due aspetti.
▪ sia quale componente legata al design: il colore legato al design presenta un notevole grado di
percezione razionale (es. abbigliamento, automobili);
▪ sia quale elemento singolo esercitante un giudizio diretto sul prodotto: il colore considerato in sé
colpisce una sfera percettiva meno razionale, più profonda (es. prodotti alimentari, bibite); la
colorazione acquista valenze di accettazione del prodotto in termini culturali.
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Considerato che le emozioni hanno molto a che vedere con la vendita di un prodotto, è indiscusso che
è possibile indirizzare, attraverso l'uso di elementi visivi, la volontà di acquisto di un cliente verso un
certo prodotto piuttosto che un altro (es. bibite a cui sono stati tolti i coloranti).
Ogni colore ha un suo significato come mostrato nella tabella.
6. Marca (o brand)
Si tratta dell'attributo maggiormente qualificante l'intangibilità del prodotto.
Definizione canonica: la marca è un nome, un termine, un simbolo, un disegno, o una loro combinazione,
che identifica il prodotto (o servizio) di un'impresa e lo differenzia da quello della concorrenza (Kotler).
Da qui emerge che possiamo distinguere due elementi che possono essere disgiunti ma anche interrelati:
• Nome di marca, ovvero la parte della marca che può essere vocalizzata, pronunciata, letta
(parole, numeri, vocaboli);
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• Effige di marca, ovvero la parte della marca che si riconosce con lo sguardo ma che non si
presta ad essere pronunciata (simbolo, disegno, colore).
N.B. Si ha la coincidenza tra nome di marca ed effige di marca soprattutto nella moda.
Quando si parla di marca, trasmettiamo al mercato i nostri valori, la nostra storia, che rappresentano il
credo di una azienda. È riconosciuta alla marca una capacità di comunicazione: essa trasmette una serie
di valori che sono associati alla storia dell’azienda, alle sue esperienze e alle sue credenze. Tutto questo
ci posta a parlare di identità di marca, ovvero l'insieme dei valori che vado a veicolare attraverso appunto la
marca.
I valori trasmessi dalla marca (identità di marca) vengono registrati/percepiti nella mente dei consumatori come
un insieme di associazioni mentali: parliamo di immagine di marca. Il brand è comunicazione perché
attraverso di esso comunico e racconto l'azienda all'esterno. Immagine e identità di marca dovrebbero
coincidere ma non è sempre così (dobbiamo tenere presente che la persona che abbiamo a fianco è un
mondo a sé per cui non bisogna mai dare per scontato che ci sia sempre comprensione tra due persone).
La marca rappresenta una risorsa strategica aziendale fondamentale: a causa della sua capacità di
influenzare il consumatore nelle sue decisioni di acquisto in virtù della fiducia, costruita nel tempo, il che
costituisce la base della fedeltà del cliente. Fa leva sulla capacità di influenzare il consumatore e creare
con esso un rapporto di fiducia che poi si manifesta con la fedeltà che si sviluppa che fa sì che si abbia
una reiterazione del comportamento d'acquisto (allo stesso bisogno si risponde con lo stesso prodotto).
Parliamo quindi di brand equity (o valore economico della marca) perché in quanto risorsa strategica per
l’azienda, la marca ha un valore economico.
Come faccio a capire come si determina il valore economico di una marca? Ci sono due aspetti
fondamentali da considerare:
• La sensibilità alla marca → un consumatore è sensibile alla marca allorché la sua scelta cambia a
seconda se il prodotto sia o meno di marca e a seconda se il prodotto sia di una marca o di un'altra.
Tanto più il consumatore è sensibile alla marca quanto più quella marca ha peso. Si tratta quindi
di comprendere quale peso assuma per il consumatore l'esistenza di una marca associata ad un
certo tipo di prodotto e in quale misura la marca sia in grado di modificare e di orientare la sua
scelta di acquisto.
• La fedeltà alla marca → un consumatore è fedele alla marca allorché manifesta un comportamento
ripetitivo nell’acquisto di un prodotto di una certa marca. Se questo avviene significa che ho
fidelizzato e più si riesce a fidelizzare e maggiore è il peso del brand.
Uno qualunque di questi aspetti potrebbe essere oggetto di differenziazione del prodotto nel caso in cui
si scelta di utilizzare una strategia di differenziazione.
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Lezione 13 (martedì 24 ottobre)
La sensibilità alla marca è correlata al livello di banalizzazione del prodotto?
La sensibilità alla marca non dipende dal livello di banalizzazione del prodotto (es. acqua e champagne).
Tutti i prodotti, anche quello più banale, manifesta una certa sensibilità alla marca. La differenza la fa
sicuramente il marketing per sensibilizzare il cliente alla marca di un prodotto banale.
Dunque, la sensibilità alla marca non è correlata al livello di banalizzazione del prodotto. Essa non è una
risposta del consumatore alle sole caratteristiche del prodotto, ma dipende anche dall’insieme delle politiche di
marketing adottate dalle imprese: il consumatore può mostrarsi assai sensibile alla marca di un prodotto
oggettivamente banale in quanto, negli anni, la comunicazione pubblicitaria delle imprese ha convinto il
consumatore dell’importanza della marca, rendendolo quindi sensibile alla marca.
La brand equity può essere aumentata andando ad agire attraverso il marketing. La brand equity si può
misurare, le due componenti sono fondamentali e su esse si può agire per aumentarle.
Un po' tutti gli studiosi di marketing concordano le 6 funzioni assolte dalla marca:
1. Identificazione → la marca deve consentire di identificare un prodotto in maniera chiara e differenziarlo
da quello della concorrenza. La marca identifica il prodotto dal punto di vista delle sue caratteristiche
e dell'insieme degli attributi che lo compongono. Per questo motivo risulta molto importante che il
nome della marca evochi al consumatore le caratteristiche oggettive e soggettive del produttore;
2. Orientamento → la marca svolge una funzione di ausilio nella scelta del prodotto. Quando ci troviamo
davanti a tante alternative il brand ci agevola nella scelta perché si riducono le alternative e ci
concentriamo proprio sul prodotto del brand di rifermento. Il consumatore, di fronte ad un ampio
ventaglio di prodotti, riduce le alternative, concentrando lo sforzo di selezione sulle marche che sa
essere in grado di rispondere al meglio ad uno specifico bisogno.
3. Garanzia (o responsabilizzazione) → impegno da parte del soggetto offerente a garantire una certa qualità.
La politica di marca si fonda sull’impegno di fornire al consumatore un livello specifico di qualità
costante nel tempo. Di conseguenza, si dice che la marca responsabilizza il produttore perché esso
attraverso la marca si impegna a mantenere una "parola data".
4. Personalizzazione → attraverso l'acquisto di un prodotto di una determinata marca il consumatore può
esprimere la propria personalità (i propri gusti, i propri valori). La marca è uno strumento di
comunicazione sociale che consente al consumatore di far conoscere agli altri la sua identità, la sua
immagine. In questo caso la marca rappresenta uno strumento di comunicazione che consente
all'individuo di sentirsi parte di un gruppo manifestando attraverso il brand la sua appartenenza.
5. Ludica → in assenza di una pluralità di marche, l'atto di acquisto perderebbe tutti quei contenuti di piacere
che spesso connotano i comportamenti di acquisto dei consumatori. La marca consente di soddisfare i
bisogni di novità, di sorpresa, di avventura, di stimolo alla fantasia, componenti chiave del bisogno
per una società opulenta.
6. Praticità → la marca permette di memorizzare i risultati e le esperienze di acquisto e consumo e consente,
quindi, di non dover ricominciare ogni volta un processo di acquisto completo. Si accorcia il processo
decisionale di acquisto che consciamente o inconsciamente ognuno di noi attraversa per prendere
una decisione perché se si ha avuto una esperienza positiva con il brand, al sorgere del bisogno
eviterò la ricerca e la valutazione delle varie alternative e comprerò direttamente il prodotto di quella
marca.
7. CONFEZIONE (O PACKAGING)
Si tratta di un attributo tangibile del prodotto, è un elemento stesso del prodotto.
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Primario → serve a contenere il prodotto (un tubetto del dentifricio, una scatola di biscotti);
Secondario → è un involucro che avvolge il package primario (la confezione di un profumo);
Terziario → è rappresentato dai cartoni di imballaggio.
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e quindi ci riferiamo all’adempimento agli obblighi di legge (specifica del contenuto e della sua
composizione come, ad esempio, le tabelle di informazioni nutrizionali previste per gli alimenti).
Rapporto confezione/prodotto
Bisogna evitare che la confezione diventi l’elemento principale dell’acquisto.
Dobbiamo stare attenti ad evitare che ci sia una confusione tra prodotto e confezione. Questo potrebbe
comportare un insuccesso perché si va a creare confusione nella mente del consumatore.
Un rapporto squilibrato confezione/prodotto a favore della confezione potrebbe portare ad errori
significativi nelle politiche di marketing, rischiando di stravolgere il rapporto con il mercato obiettivo,
costruendo il successo del prodotto su fenomeni di moda, con il rischio di non giudicare con correttezza
l'offerta del prodotto.
8. GARANZIA
Tre punti importanti:
Ruolo esercitato dalla garanzia per ridurre il rischio percepito dal consumatore al momento
dell'acquisto → poco prima della fase azione il consumatore percepisce consapevolmente o
inconsapevolmente una certa dose di rischio e deve cercare quindi di ridurre questo rischio. La garanzia è
un elemento su cui i soggetti offerenti possono intervenire per ridurre questo rischio e quindi il
consumatore si sente più sicuro. La si può manovrare ad hoc per far affievolire il rischio percepito
dal consumatore.
Garanzia implicita ed esplicita → quella implicita è quella regolata dalla legge e deve essere rispettata.
Quella esplicita invece è quella su cui si può intervenire e può essere usata come strategia di
differenziazione.
La garanzia implicita riguarda l’obbligo da parte di ogni produttore di garantire sia che il prodotto sia
in grado di svolgere la funzione promessa, sia che quel prodotto sia sicuro (non pone nel suo uso
rischi per la sicurezza della persona) secondo l’art. 1476 cc.
La garanzia esplicita è stabilita dal produttore e definisce la funzionalità d’uso per un determinato
periodo di tempo o per una determinata prestazione.
Garanzia quale elemento di differenziazione del prodotto.
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9. SERVIZI
Attributo del prodotto a tutti gli effetti. Nell'erogazione di un servizio è fondamentale il rapporto che si va
a instaurare tra il consumatore e colui che va ad offrire il servizio. Deve esserci anche un’attenta formazione
del personale di vendita. Servizi pre e post-vendita su cui si può agire per differenziare.
Ci sono diverse tipologie di servizi:
• Servizi erogati al momento della vendita;
• Servizi pre-vendita (es. progettazione del prodotto, consulenza tecnica, facilità di contatto,
informazioni relative al funzionamento, alle modalità di pagamento, ciclo dell’ordine, etc.);
• Servizi post-vendita (es. trasporto, assistenza tecnica, montaggio, manutenzione periodica,
disponibilità dei ricambi, sostituzione delle parti tecnologicamente superate, etc.)
Portafoglio prodotto (mix di prodotti, gamma di prodotti) → è il complesso di prodotti che l’azienda colloca
sul mercato. Si compone di linee di prodotto. Abbiamo tre determinanti per consentire all'operatore di
marketing di definire un portafoglio prodotti:
• Ampiezza (o assortimento) ovvero il numero di linee di prodotto;
• Profondità ovvero il numero medio di prodotti per ogni linea;
• Consistenza ovvero la somiglianza tra le varie linee di prodotto.
Linee di prodotto → gruppi di prodotti aventi determinate caratteristiche comuni come, ad esempio,
l’attitudine a soddisfare una stessa classe di bisogni o un certo tipo di gusto, comune tecnologia
produttiva, collocamento mediante gli stessi canali distributivi, applicazione di una stessa fascia di
prezzo, ecc.
Perché un'azienda dovrebbe trattare più prodotti e non solo uno? Le motivazioni sono:
Di natura produttiva → per fronteggiare la naturale perdita di vitalità del prodotto e quindi avendo
più prodotti ammortizziamo l'impatto negativo che il declino di un prodotto può avere sull’azienda.
Di mercato → eterogeneità del mercato che quindi non può essere soddisfatto con un unico prodotto.
Rapporti di complementarità e sostituibilità tra prodotti diversi.
Per fronteggiare la naturale perdita di vitalità che subisce nel tempo il portafoglio prodotti.
Strategie di variazione del portafoglio prodotti (variazione della numerosità dei prodotti)
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Ovviamente un'azienda non lascia sempre immutato il proprio portafoglio prodotti nel tempo ma questo viene
variato secondo quello che l'azienda ritiene essere conveniente per lei.
In tema di variazione della numerosità dei prodotti, abbiamo due possibili strategie:
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3/4. Infine, abbiamo la strategia di riduzione della linea, che consiste nell’eliminazione di alcuni
prodotti dalla linea, e la strategia di riduzione del portafoglio prodotti, che consiste nell’eliminazione
di linee.
Entrambe queste strategie perseguono un obiettivo comune che consiste nell’eliminare prodotti a basso
profitto lasciando in assortimento solo quelli più redditizi. Una politica di assortimento limitato a pochi
prodotti più specializzati (o a poche linee di prodotto) punta ad elevare i margini di profitto tramite un
rigido controllo dei costi, un uso più efficiente dei materiali e la fissazione di prezzi più elevati.
Si tende a dare una rappresentazione ideale della curva del ciclo di vita del prodotto.
Il tempo si trova sull'asse orizzontale mentre su quello verticale abbiamo le vendite e i profitti. Da
questa rappresentazione appare chiaro che ogni prodotto nel corso della sua esistenza attraversa 4 fasi,
così come l'individuo nasce cresce diventa adulto e muore, allo stesso modo il prodotto nasce, poi
abbiamo lo sviluppo, la maturità e infine il declino.
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favorevoli ad assorbirlo. Il prodotto si è affermato sul mercato, le vendite si espandono a un ritmo molto
rapido.
Maturità → la curva è tendenzialmente parallela all'asse orizzontale. Le vendite continuano a svilupparsi ma
ad un ritmo molto più rallentato. Chi voleva acquistare il prodotto ormai lo ha già fatto. Le vendite
continuano a svilupparsi, ma ad un tasso meno elevato.
Declino → le vendite qui si riducono, decrescono. Il volume delle vendite comincia a ridursi.
Il modello può essere considerato valido in ogni circostanza? No, si tratta di una curva ideale, la
rappresentazione potrebbe non risultare effettiva.
Bisogna considerare principalmente due aspetti:
Variabilità della durata delle fasi e difficile determinazione del loro inizio → ogni fase avrà una durata sua
propria che non può essere standardizzata. Con quella ideale si può fare e infatti vediamo che le fasi
hanno diverse durate. Ma si tratta di una semplificazione perché non sappiamo quanto può durare
ciascuna delle fasi del ciclo di vita di uno specifico prodotto. Questo significa che io non so quando
devo andare a cambiare strategia di marketing mix. Non posso stabilire a priori la durata di ogni fase
e di conseguenza non posso sapere quando finisce una e inizia l'altra in maniera esatta. Posso iniziare
ad intuirlo perché magari vedo che le vendite stanno salendo però comunque il modello deve essere
considerato una grande semplificazione. Dobbiamo essere consapevoli di questa situazione per
evitare di implementare le strategie sbagliate.
La forma della curva è una forma ideale tanto è vero che possono esserci delle situazioni in cui quella forma
non è affatto rappresentativa. Nella realtà possono esserci differenti configurazioni grafiche. Ci si può
allontanare dal modello base in funzione:
1. Sia della diversa velocità di accettazione dell’innovazione (fase interessata: introduzione);
in questo ambito parliamo di ciclo di vita del prodotto a basso apprendimento (low learning)
e ad alto apprendimento (high learning).
La velocità di accettazione da parte del mercato di un prodotto innovativo può essere diversa
e quindi, ad esempio, potrebbe esserci un prodotto che non ha bisogno della fase introduttiva
perché il mercato non ha bisogno di tempo per accettare ed assorbire il prodotto.
Al contrario, potrebbe accadere che la velocità con la quale i soggetti di domanda vanno ad
accettare il prodotto è molto lenta. Questo ci porta a classificare i prodotti come:
• Prodotti a basso apprendimento (low learning) → si può dire che praticamente non vi
sia la fase introduttiva.
• Prodotti ad alto apprendimento (high learning) → la fase introduttiva è molto lunga.
Questo dimostra che non è possibile stabilire e conoscere a priori la durata di ogni singola
fase. Ovviamente la fase introduttiva dovrebbe essere il più corta possibile ma questo
non è un criterio oggettivo.
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2. Sia dell’ingresso in nuovi mercati o dell’attivazione di nuovi programmi di marketing
finalizzati a rivitalizzare il prodotto (individuazione di un nuovo utilizzo del prodotto,
effettuazione di un totale restyling del prodotto, maggiori investimenti pubblicitari, tagli di
prezzo, ecc.). La fase interessata qui è quella della maturità.
In secondo luogo, dalla rappresentazione ideale sappiamo che in seguito alla maturità
abbiamo il declino ma in realtà potrebbe accadere che implementando delle particolari
strategie di marketing mix il prodotto non arrivi mai alla fase di declino. Ci si attiva per non
farlo declinare. Si cerca di rivitalizzare il prodotto nel momento in cui ci si rende conto che il
prodotto sta registrando ad es. un calo dele vendite (es. posso trovare un nuovo utilizzo del
prodotto, posso procedere a un restyling del prodotto ecc.).
LE 4 FASI
INTRODUZIONE
Nella fase di introduzione il prodotto inizia a affermarsi con una crescita lenta delle vendite.
La pendenza della curva è poco ripida, le vendite hanno una crescita lenta. Per analizzare le diverse fasi
dobbiamo considerare l'ambiente economico e competitivo, le cui determinanti sono: tecnologia,
distribuzione, clienti e concorrenza.
1. Tecnologia → ci troviamo in una fase di incertezza tecnologica, la tecnologia potrebbe migliorare
così da dare migliori risultati. La tecnologia è ancora in fase di sviluppo e di evoluzione in risposta
alle prime applicazioni; di conseguenza, l'impresa non può ancora produrre al massimo livello di
efficienza.
2. Distribuzione → in questa fase in cui il prodotto non è ancora conosciuto sarà anche più difficile
trovare dei distributori del prodotto. Anche la distribuzione è restia e questo ci aiuta a capire un
altro motivo per cui le vendite crescono a ritmo lento. Qui la distribuzione è di tipo selettivo,
ovvero il numero di canali distributivi che possiamo coinvolgere (non perché noi non vogliamo
ma perché loro non vogliono) è limitato. La distribuzione è restia ad offrire sul mercato un
prodotto non ancora affermato: si tratta di distribuzione selettiva (numero di canali limitato).
3. Clienti → non vi è un assorbimento massiccio del prodotto. I soggetti di domanda particolarmente
propensi all'innovazione saranno quelli ad acquistare il prodotto e per questo motivo vengono
chiamati pionieri (early adopters?). I soggetti disposti ad assorbire il prodotto sono pochi. I
clienti sono lenti a modificare le abitudini di consumo in ragione di un atteggiamento cauto e dei
costi legati all'adozione dell'innovazione. I più ricettivi all'innovazione sono chiamati "pionieri" o
"innovatori".
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4. Concorrenza → la concorrenza è bassa per il prodotto pioniere. Potrebbe però essere presente
la concorrenza di prodotti succedanei/sostitutivi.
Per quanto riguarda i costi, invece, sono alti perché non possiamo sfruttare economie di scala. Si deve
aspettare la fase di sviluppo per poter avere delle vendite maggiori che consentono di avere dei costi
minori grazie alle economie di scala. Vi sono varie tipologie di costi che possiamo dover sostenere:
elevate spese di marketing (promozione, distribuzione); alti costi di produzione; costi legati al settore
R&S da ammortizzare; flussi di cassa fortemente negativi.
Infine, per quanto riguarda i profitti, questi sono molto bassi o possono addirittura essere nulli a causa dei
costi molto alti. Se abbiamo dei profitti anche molto bassi dovremmo essere felici di quello che sta
accadendo perché di solto i profitti sono negativi, come vediamo dal grafico.
Per tutti questi motivi si deve fare in modo che questa fase duri il meno possibile e che quindi il prodotto
inizi al più presto la sua fase di sviluppo.
Qual è l'obiettivo strategico prioritario che l'operatore di marketing deve perseguire in questa prima
fase? Creare la domanda primaria del proprio prodotto nel più breve tempo possibile.
Come?
Rendendo nota l'esistenza del prodotto al mercato;
Informando il mercato sui vantaggi del nuovo prodotto;
Incoraggiando i potenziali clienti a testare il prodotto.
Analizziamo ora le diverse leve del marketing mix per comprendere come si può agire su di esse in
questa fase.
PRODOTTO → il prodotto in questa fase è un prodotto in cui andiamo ad apportare delle modifiche, la
sua concezione quindi è basica, non possiamo usare più di tanto la leva prodotto.
PREZZO → per quanto riguarda il prezzo invece, l'idea di mettere prima un prezzo alto perché i costi
sono alti ha senso però potrei paradossalmente attuare un’altra strategia di marketing che è l’esatto
contrario dell'altra: penetrazione (con prezzi subito bassi e poi si alzano) e scrematura (prima prezzo alto
e poi man mano si abbassa).
• Strategia di scrematura del mercato (o scrematura dei prezzi) → fissazione di un prezzo molto elevato
che consenta di scremare i ricavi dal mercato poco alla volta. Adotto questa impostazione perché
il costo elevato mi dovrebbe permettere di recuperare i costi molto alti. Uno dei motivi per
adottare questa strategia è capire se i soggetti di domanda sarebbero o meno sensibili al prezzo.
• Strategia di penetrazione del mercato → fissazione di un prezzo iniziale basso che consenta di
penetrare il mercato in profondità e nei tempi brevi, attraendo rapidamente un elevato numero
di acquirenti e conquistando un'ampia quota di mercato. Un alto volume di vendita produce una
riduzione di costi, il che consente di diminuire ulteriormente i prezzi.
Quando ha senso applicare le due strategie?
Per quanto riguarda la politica di scrematura, ha senso applicarla nelle seguenti situazioni:
l'azienda gode di un temporaneo monopolio
domanda anelastica
elevato grado di innovazione del prodotto
forte contenuto differenziante
supporto di un brand di prestigio
alte barriere settoriali
Per quanto riguarda, invece, la politica di penetrazione:
l'azienda prevede un rapido intervento di risposta da parte della concorrenza (basse barriere
settoriali). Spiazzo la concorrenza applicando un prezzo basso.
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domanda elastica
modesto valore unitario del prodotto
prodotto poco differenziato
SVILUPPO
Il prodotto si è affermato sul mercato. Le vendite si espandono a un ritmo molto rapido. La curva in
questa fase ha pendenza massima.
Per quanto riguarda le vendite, analizziamo le determinanti dell’ambiente come fatto per la fase
precedente.
Clienti → il potenziale mercato già conosce il prodotto perché i pionieri che lo hanno acquistato hanno
con il passaparola fatto conoscere il prodotto e si crea un effetto alone informativo e contribuiscono quindi
a una scelta del consumatore che quindi diventa cliente. Non si parla più di pioniere ma qui abbiamo gli
utilizzatori.
I primi clienti soddisfatti ripetono i loro acquisti e influenzano gli altri potenziali clienti. Il tasso di
occupazione del mercato aumenta. Gli acquirenti si definiscono "utilizzatori iniziali".
Distribuzione → la distribuzione inizia ad essere crescente e questo aumenta la diffusione del prodotto
sul mercato. Si genera un meccanismo con una distribuzione che qui è intensiva grazie alla quale le vendite
tendono a crescere a un tasso molto rilevante.
La maggiore disponibilità del prodotto, dovuta ad una più ampia distribuzione, gli conferisce una
maggiore visibilità, che favorisce a sua volta la diffusione sul mercato.
Concorrenza → la concorrenza ora ha la possibilità di mettere sul mercato prodotti simili al nostro.
Anche in questa fase possiamo non preoccuparci troppo della concorrenza perché il mercato è ancora
espandibile e cioè è un mercato che non è ancora saturo. Questo gioca a favore del fatto che la
concorrenza può essere gestita in modo tranquillo.
Si affacciano sul mercato nuovi concorrenti (la rivalità competitiva non è comunque particolarmente
intensa perché la domanda è ancora espansibile).
Tecnologia → ampiamente diffusa. Questo gioca a favore di una produzione più agevolata perché non si
è più nella fase in cui vi era incertezza tecnologica.
Per quanto riguarda i costi, questi tendono a ridursi perché sono legati a volumi produttivi che aumentano.
Si ha una riduzione regolare dei costi di produzione, dovuta all’aumento dei volumi prodotti e all’effetto
esperienza che comincia a manifestarsi. I prezzi tendono a ridursi. Le spese di marketing vengono
ripartite su un più consistente volume d’affari. I flussi di cassa diventano positivi.
Infine, per quanto riguarda i profitti, abbiamo una loro crescita, determinata dallo sviluppo delle vendite
e dalla diminuzione dei costi.
L’obiettivo strategico prioritario in questa seconda fase del ciclo di vita del prodotto consiste
nell’attivarsi per fidelizzare i clienti per fare in modo che poi nella fase successiva il prodotto non abbia il
problema di essere disposto alla cannibalizzazione della concorrenza. Gli obiettivi quindi si articolano in:
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Massimizzare la quota di mercato, massimizzare il tasso di occupazione del mercato, estendere la
dimensione del mercato totale;
Costruire una forte immagine di marca;
Creare la fedeltà alla marca → facilita la fase successiva di maturità in cui vi è una forte concorrenza
che potrebbe rubare la clientela.
Per quanto riguarda l’andamento delle vendite, il tasso di crescita rallenta, le vendite si stabilizzano e si ha
una stagnazione della domanda primaria. Ci troviamo nella fase solitamente più lunga e sfidante per gli
operatori di marketing. La maggior parte dei prodotti sul mercato oggi si trovano nella fase della maturità
del loro ciclo di vita e dunque la maggior parte delle attività di marketing management riguarda proprio
prodotti maturi.
Analizziamo le determinanti dell’ambiente.
Clienti → ormai conoscono il prodotto. I tassi di occupazione e di penetrazione del prodotto nel mercato
sono molto elevati. La domanda primaria non è più espansibile.
Distribuzione → la copertura del mercato tramite la distribuzione è intensiva e non può essere aumentata
ulteriormente.
Concorrenza → intensificazione della sfida competitiva: offerta > domanda. La concorrenza basata sul
prezzo si fa più frequente (va a vantaggio soltanto dei consumatori), il che porta i concorrenti più deboli
a uscire dal mercato. Restano i concorrenti più forti (oligopolio).
Tecnologia → si è stabilizzata e bisogna aspettarsi solo modifiche secondarie del prodotto. Le tecnologie
sono standardizzate.
L’obiettivo strategico prioritario consiste in questa fase nel mantenere e, se possibile, allargare la quota
di mercato e ritagliarsi un vantaggio competitivo difendibile sui concorrenti diretti (massimizzare il profitto
difendendo la quota di mercato).
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Per quanto riguarda il numero di utilizzatori non è sicuramente facile fare qualcosa in quanto abbiamo
visto come ormai chi doveva acquistare il prodotto lo ha già fatto; tuttavia, ci sono dei modi in cui si può
provare. Essi sono tre:
Convertire i non utilizzatori in utilizzatori → l'impresa può decidere di convincere i non utilizzatori
del prodotto ad utilizzarlo;
Entrare in nuovi segmenti del mercato → l'impresa può cercare di entrare in nuovi segmenti del
mercato (geografici o demografici);
Conquistare i clienti della concorrenza → è importante tenere presente che questa strategia viene
implementata ovviamente anche dai competitors perché il mercato è tendenzialmente saturo per questo
motivo è difficile che possa avere un effetto positivo. L'impresa può sforzarsi di attirare i clienti della
concorrenza affinché adottino la propria marca. Questa strategia funziona quando si ha una forte
immagine di marca e i clienti sono fidelizzati (fidelizzare adesso non servirebbe). Questo rende difficile
per la concorrenza, che non è stata abbastanza brava a fidelizzare i suoi clienti, rubarci i clienti.
Altrimenti, o anche contemporaneamente, possiamo agire su quello che è il consumo per utilizzatore.
Anche qui scegliere su quali modalità investire meno e in quale concentrarsi non è affatto facile. Anche
qui abbiamo tre possibili strategie:
Uso più frequente → l'impresa può tentare di far sì che i clienti usino il prodotto più frequentemente
(es. i produttori di succo di arancia potrebbero cercare di convincere a bere il succo anche al di fuori
della prima colazione);
Maggiore uso in ogni occasione → l'impresa può tentare di interessare i clienti a consumare più
prodotto ogni volta che lo usano (es. un produttore di shampoo potrebbe indicare che il prodotto è
più efficace con due lavaggi anziché uno solo);
Usi nuovi e più vari → il prodotto può essere utilizzato per molte utilità e non solo per una (questa
strategia si usa molto in ambito alimentare). L'impresa può cercare di scoprire nuovi usi per il
prodotto e convincere a farne un uso più vario (es. una pratica comune tra i produttori di beni
alimentari è indicare varie ricette sulle confezioni per favorire la conoscenza che il cliente ha di tutti
i possibili usi del prodotto).
2. Modifiche di prodotto
Ci si va ad attenzionare al prodotto stesso cercando di renderlo nuovamente appetibile per il mercato.
L'obiettivo di questa seconda linea di strategie è quello di rilanciare il prodotto agendo prevalentemente
sul miglioramento dei suoi attributi:
Strategia di miglioramento della qualità;
Strategia di miglioramento delle caratteristiche (dimensione, peso, accessori, ecc.);
Strategia di miglioramento dello stile.
Programma di marketing
Per quanto riguarda la comunicazione e il prezzo invece possiamo dire che l'obiettivo della
comunicazione qui è quello di far percepire al cliente che il proprio prodotto è differente e migliore degli
altri per cui non può essere considerato un sostituto.
La comunicazione è finalizzata sicuramente a ricordare l'esistenza del prodotto e poi bisogna agire con la
promozione cercando di distogliere l'attenzione dei clienti dai prodotti della concorrenza. Il mercato
deve essere il più possibile attratto dalla nostra offerta. Dunque, qui la comunicazione si focalizza sulla
differenziazione di marca e di prodotto e si ha una promozione intensa per distogliere il cliente dalla
concorrenza.
Il prezzo invece non può sicuramente essere alzato a causa della concorrenza. Quando ci si trova in una
situazione di forte concorrenza non siamo liberi di manovrare ampiamente la leva prezzo. I prezzi
diminuiscono a causa della forte concorrenza.
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DECLINO
Le vendite del prodotto si riducono (es. non sono in grado di sostenere dei prezzi toppo bassi). La curva
decresce.
Cosa può accadere al prodotto affinché questo non venga preferito rispetto a quello della concorrenza?
Non riesco a mantenere prezzi troppo bassi e quindi i clienti che considerano il prodotto come altamente
sostitutivo, di fronte a un altro prodotto con prezzi minori, preferiranno quello (se non si è riusciti a
fidelizzare e non si ha una forte immagine e identità di marca);
Comparsa di nuovi prodotti tecnologicamente più avanzati che sostituiscono i prodotti esistenti;
Cambiano le preferenze, i gusti, le abitudini di consumo, il che rende i prodotti superati, non più in grado
di soddisfare un bisogno o una preferenza. Il cambiamento dei gusti e delle preferenze è sempre più
veloce;
Cambia l’ambiente sociale, economico e politico (es. modifica delle norme in materia di tutela
ambientale che rendono i prodotti obsoleti o addirittura vietati).
Per quanto riguarda i clienti, questi sono ritardatari, pochissimi sono coloro che ancora devono
acquistare il prodotto; la distribuzione è selettiva o esclusiva; la concorrenza diminuisce; la tecnologia è
ormai obsoleta o sostituita.
L'obiettivo strategico prioritario consiste nel disinvestimento: ridurre le spese e mungere (cercare di
riuscire a prendere dal prodotto il più possibile) il prodotto;
N.B. C'è ancora chi cerca di rivitalizzare il prodotto ma solo se possibile e conveniente. Per questo motivo
chi decide di attuare una tale strategia deve fornire motivazioni convincenti e un piano ben specifico.
Per quanto riguarda il programma di marketing volto ad ottenere l'obiettivo strategico prioritario,
abbiamo:
Prodotto → ridurre gradatamente l'offerta o ritirare immediatamente il prodotto dal mercato (con
dismissione e vendita delle linee di produzione).
Comunicazione → taglio delle spese promozionali. Non si comunica più il prodotto.
Distribuzione → abbandono dei canali marginali di distribuzione.
PREZZO
È una leva molto importante perché è l'unico elemento del marketing mix che produce ricavi!
Tutte le altre leve del marketing mix invece richiedono investimenti a volte anche molto ingenti.
Il prezzo è la quantità di denaro che un soggetto economico riceve o paga per fornire o, rispettivamente, ottenere
un determinato prodotto/servizio.
Questa definizione è molto generica quindi non molto utile. Una definizione migliore è quella di J.J.
Lambin: il prezzo è l'espressione monetaria del valore.
Nell’analisi di questa leva del marketing mix è importante considerare la profonda differenza che vi è
tra il concetto di prezzo e quello di valore.
Il prezzo è una grandezza quantitativa, oggettiva, determinabile nel suo ammontare in maniera esatta,
certa, in modo indipendente dalle condizioni soggettive della persona che esprime la valutazione.
Il valore invece è una grandezza soggettiva, una variabile risultato che emerge nella mente del
consumatore dalla considerazione di una serie di elementi (funzionali e simboli) del prodotto e dalla
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ponderazione che l'individuo compie in relazione alle proprie condizioni soggettive del momento in cui
effettua la valutazione.
La definizione di prezzo è diversa a seconda che noi interpelliamo il consumatore o il venditore e cioè
l'impresa. Abbiamo a che fare con la determinazione di un elemento che sappiamo assumere un valore e
un significato diverso per i due soggetti coinvolti.
Per il consumatore (soggetto di domanda) il prezzo rappresenta il costo, il sacrificio (economico e psicologico),
l'ammontare di reddito a cui deve rinunciare per ottenere un determinato prodotto/servizio.
Per il venditore (soggetto di offerta), invece, è l'ammontare dei ricavi che remunerano gli sforzi sostenuti per
la produzione e la commercializzazione di un bene o di un servizio.
Nella determinazione del prezzo di vendita del prodotto occorre che il modello rispetti due coerenze:
Coerenza interna → il prezzo è un fattore determinante della redditività a lungo termine
dell'impresa. Dunque, nella scelta di una strategia di prezzo occorre rispettare una coerenza interna,
ovvero la determinazione del prezzo del prodotto rispettando i vincoli di costo e redditività. Il
management deve attenzionarsi a dinamiche interne all'azienda.
Coerenza esterna → il prezzo è un mezzo di stimolo della domanda (comporta azioni sul mercato).
Dunque, nella determinazione della strategia di prezzo occorre rispettare una coerenza esterna,
ovvero la determinazione del prezzo del prodotto tenendo conto della sensibilità allo stesso da parte
dei clienti nel segmento target e del prezzo dei prodotti concorrenti.
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Per determinare il prezzo devo considerare tre elementi (vettori):
Consumatori
Costi
Concorrenti
Questo modello viene anche chiamato modello delle tre c perché i tre elementi iniziano tutti per c.
Viene considerato un modello che nella sua versione più compiuta dovrebbe essere riscritto nei termini
di:
Domanda (al posto dei consumatori)
Offerta (al posto dei costi) → per andare a determinare il prezzo, considerare solo i costi tra gli
elementi interni all'azienda è sbagliato. Per assicurare la coerenza interna bisogna andare a guardare
anche altri elementi che caratterizzano appunto l'offerta (es. attributi del prodotto, differenziabilità di
questo, ecc.).
Ambiente (al posto dei competitors) → la concorrenza ci sta stretta perché nell'ambito del rispetto
della coerenza esterna ci sono anche altre variabili da considerare che potrebbero impattare sulla
nostra strategia di prezzo, come ad esempio le leggi dello stato che potrebbero porre dei vincoli
all'impresa nello stabilire il proprio prezzo.
Di queste tre componenti possiamo considerarne una più importante dell'altra e quindi individuare
una sorta di gerarchia? NO, il processo viene considerato reiterativo, tutte si alimentano l'un l'altra.
Esso permette di visualizzare tutte le componenti fondamentali da tenere presenti quando si stabilisce
un prezzo. La determinazione del prezzo è un processo iterativo e non sequenziale.
I fattori influenzanti la determinazione del prezzo sono domanda, offerta e ambiente e ognuna di esse
viene ad essere influenzata da altri elementi che devono essere considerati affinché si riesca ad attuare
una buona strategia di pricing.
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Costo
Prodotto → deperibilità, differenziabilità, ciclo di vita del prodotto
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Una considerazione generale, emersa da ricerche, circa la percezione delle offerte alternative
d'acquisto e di conseguenza dell'acquisto stesso ci dice che: le persone che scelgono articoli costosi
percepiscono l’esistenza di ampie differenze quantitative fra le varie categorie di prodotti e ritengono
poco o non affatto desiderabili le scelte più economiche.
L'operatore di marketing si adopera per convincere il cliente ad acquistare il nostro prodotto
rispetto a quello della concorrenza. Ci sono a tal fine anche delle strategie di prezzo dette proprio
a base psicologica (a cui anche noi siamo sottoposti). Queste sono:
1. Prezzo in base al prestigio → il prezzo viene fissato ad un livello alto per dimostrarne la qualità
e il prestigio. L'obiettivo è quello di segnalare l'eccezionale livello qualitativo che
contraddistingue quel prodotto. Chiaro che qui si basa tutto sul voler agire sulla psiche del
consumatore affinché percepisca il prestigio del mio prodotto (non si deve creare confusione
andando a mettere prezzi alti a prodotti che non sono qualitativamente altrettanto elevati).
2. Prezzo di richiamo (odd pricing) → il prezzo ammonta a pochi dollari/euro o pochi centesimi
sotto la cifra tonda al fine di far apparire il prodotto meno caro. Anche qui si va ad agire sulla
psiche e la percezione del consumatore.
3. Prezzo civetta (loss leader o traffic market) → l'obiettivo è quello di aumentare il traffico di
potenziali consumatori all'interno del negozio. Il prezzo viene venduto al di sotto del prezzo
abituale per attirare i clienti nel punto vendita.
4. Prezzo a pacchetto (bundle pricing) → vari prodotti e servizi sono posti in vendita
congiuntamente a un prezzo che esprime convenienza (es. agenzia di viaggio: pacchetti
vacanza). Il prezzo complessivo è più conveniente rispetto a quello unitario dei singoli
componenti del pacchetto.
5. Prezzo dissimulato → il prodotto di base ha un buon prezzo di mercato cui però si contrappone
un prezzo molto elevato dei ricambi (es. cartucce per la stampante) o quando i costi
dell'assistenza post-vendita sono molto elevati.
3. Elasticità della domanda rispetto al prezzo → è molto importante conoscerla ma è anche molto
difficile calcolarla.
L'elasticità della domanda al prezzo è data dal rapporto tra la variazione percentuale della quantità
domandata e la variazione percentuale del prezzo.
Si tratta di un indicatore quantitativo che misura quanto i consumatori siano sensibili al prezzo e alle
sue variazioni. Se una piccola variazione del prezzo comporta una grande variazione della
domanda allora la domanda è fortemente elastica; se anche una grande variazione del prezzo
comporta una piccola variazione della domanda allora la domanda è tendenzialmente anelastica.
Abbiamo due metodi di calcolo:
Primo metodo (se l'azienda opera sul mercato già da tempo e quindi può vantare di una
disponibilità di dati storici) → l'elasticità è stimata attraverso l'elaborazione di serie storiche di
dati di vendita. L'elasticità si calcola ricorrendo al confronto tra dati puntuali di vendita e
prezzo in aree diverse. Il metodo è riservato ad aziende che operano da tempo sul mercato,
dispongono di dati affidabili in tal senso e operino in settori non turbolenti. (oppure posso
mettere prezzi diversi in due posti diversi e vedere come il consumatore reagisce). L’elasticità
si calcola ricorrendo al confronto tra dati puntuali di vendita e prezzo in aree diverse.
Secondo metodo → utilizzo di tecniche di indagine campionaria (metodo molto costoso):
estratto un campione statistico rappresentativo della popolazione del mercato target, si
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conduce un’intervista durante la quale vengono poste domande tese a valutare la reattività
della quantità domandata a vari livelli di prezzo.
Questo è l’unico metodo possibile per le aziende che lanciano sul mercato un nuovo prodotto;
si tratta di un metodo oneroso che potrebbe suscitare dubbi circa la validità delle risposte dei
soli individui interpellati.
Offerta
Non consideriamo solo i costi sostenuti per ottenere quel prodotto. Ci sono anche altri aspetti che vanno
considerati nella determinazione del prezzo.
Consideriamo innanzitutto gli obiettivi dell'impesa nel momento in cui fissa il prezzo. Tra gli obiettivi
di dettaglio relativi alla determinazione del prezzo abbiamo:
Ottenere la remunerazione degli investimenti (ROI) desiderata;
Acquisire una determinata quota di mercato (market share);
Acquisire la leadership in termini di qualità di prodotto;
Adeguarsi ai prezzi della concorrenza o anticipare il suo operato;
Sopravvivere, in particolare, in momenti di difficoltà o di crisi.
Abbiamo poi l'elemento costo che è sicuramente la determinante che subito le imprese vengono a
considerare nel momento in cui devono determinare il prezzo di un prodotto. I quattro metodi di
determinazione del prezzo sulla base dei costi sono:
Costo = 80 euro
Maggiorazione (in %) = 25%
Prezzo di vendita = 100 euro
Cd → costi diretti
K → coefficiente di ripartizione dei costi indiretti, ossia una percentuale fissa stabilita ex ante all'impresa da
applicare sul costo diretto dei vari prodotti e servizi in modo da tener conto dei costi indiretti;
Mkp → markup o risultato atteso da ogni prodotto (oneri finanziari e tasse escluse).
Esempio:
Costo di produzione (o di acquisto) di un bene = 80 euro
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Allocazione dei costi indiretti (kCi) = 20 euro
Markup =50%
𝑃 = (80 + 20) × (1 + 0,50) = 100 × 1,50 = 150 𝑒𝑢𝑟𝑜
Punto di pareggio 𝑅𝑇 = 𝐶𝑇
(𝑃𝑣 × 𝑄) = 𝐶𝐹 + (𝐶𝑣𝑢 × 𝑄)
Portando al primo membro (𝐶𝑣𝑢 × 𝑄) avremo:
(𝑃𝑣 × 𝑄) − (𝐶𝑣𝑢 × 𝑄) = 𝐶𝐹
𝑄 × (𝑃𝑣 − 𝐶𝑣𝑢) = 𝐶𝐹
𝐶𝐹
𝑄 = 𝑃𝑣−𝐶𝑣𝑢 (al denominatore abbiamo il margine di contribuzione unitaria).
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Infine, consideriamo le caratteristiche del prodotto perché anche queste vanno a determinare il
prezzo.
DEPERIBILITÀ → può essere intesa in diversi modi:
Deterioramento fisico (es. prodotti freschi): i prezzi devono essere tali da velocizzare le vendite;
Domanda limitata ad un certo periodo di tempo (es. abbigliamento, prodotti di alta moda): prezzi
inizialmente alti, poi in riduzione quando il capo non è più di moda.
Servizi deperibili: dopo un certo tempo non possono essere più venduti (es. posti vuoti volo aereo,
posti vuoti a teatro, posti vuoti al ristorante). In questo caso abbiamo i prezzi last minute ovvero la
vendita all'ultimo minuto anche a pochi euro che comunque contribuirà a migliorare il risultato
economico.
DIFFERENZIABILITÀ → per i prodotti differenziati possono essere praticati prezzi di vendita più alti (grazie
alla maggiore unicità dell'offerta). Siamo riusciti a imprimere nei soggetti di domanda una visione di quel
prodotto unica e irripetibile. È per questo che io mi impegno e spendo soldi per rendere il mio prodotto
unico così da poter poi sfruttare tali vantaggi nel futuro e poter quindi recuperare gli investimenti.
Anche il ciclo di vita del prodotto è importante quando dobbiamo determinare il prezzo del prodotto.
Ambiente
Per quanto riguarda l’ambiente abbiamo due determinanti per la determinazione del prezzo.
LEGGI DELLO STATO → i prezzi di alcuni beni/servizi possono essere regolamentati da leggi dello
stato (es. tariffe ferroviarie e autostradali).
Esistono leggi che vietano alcune politiche di pricing (ritenute illegali in quanto lesive degli interessi
legittimi di determinati soggetti: consumatori, concorrenti).
Il management dovrà fare i conti:
Con modifiche, variazioni, integrazioni delle normative già esistenti;
Spesso si potrà trovare a dover fronteggiare pesantissime conseguenze sequenziali all’introduzione
di nuove norme che, per quanto sensate, possono avere impatti economici molto gravi.
CONCORRENZA → importanti fattori da considerare:
Numero delle aziende concorrenti;
Dimensione delle aziende concorrenti;
Localizzazione delle aziende concorrenti;
Condizioni di ingresso nel settore;
Grado di integrazione verticale dei concorrenti;
Numero di prodotti venduti dai concorrenti;
Struttura di costo dei concorrenti;
Immagine dei prodotti della concorrenza sul mercato;
Possibilità tecniche e finanziarie dei concorrenti;
Passate reazioni dei concorrenti all’ingresso di un nuovo player sul mercato.
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I margini possono essere ampi o bassi:
In funzione della intensità competitiva e del valore percepito del prodotto → dobbiamo
dicotomizzare per creare una matrice.
Con la distribuzione non aggiungiamo nulla di fisico al prodotto però comunque attraverso di essa si va
ad aggiungere valore al prodotto nel momento in cui la distribuzione garantisce queste tre utilità: utilità
di tempo, di spazio e di quantità. Queste sono il valore aggiunto della distribuzione.
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Dato ciò, possiamo definire la distribuzione come segue:
il canale di distribuzione è la composizione di organizzazioni (o imprese) complesse (grande distribuzione) o
semplici (negozi indipendenti o affiliati) attraverso le quali il prodotto passa al consumatore finale. Queste
organizzazioni vengono definite intermediari commerciali (o intermediari per la distribuzione).
L’intermediario commerciale si frappone tra il produttore e il consumatore finale e per questo la critica
che viene spesso mossa ad essi è che in questo modo si va ad aumentare inutilmente il prezzo del
prodotto. In realtà però questa critica risulta essere il più delle volte infondata.
Se c'è la figura del distributore, infatti, sicuramente è più facile che il soggetto di domanda entri in
contatto con il bene in modo efficiente. Il ruolo principale degli intermediari commerciali è proprio quello
di combinare la domanda e l'offerta in maniera efficiente e ordinata (in maniera più efficiente e meno onerosa
di quanto in genere possa fare un produttore!).
In assenza di intermediari:
Presenza dell'intermediario:
L’intermediario, dunque, facilita sia il produttore, in quanto gli evita di andare da ogni cliente a proporre
la propria offerta, sia il consumatore, che avendo a disposizione la GDO ha di fronte a sé una vasta offerta
di prodotti, tra cui è libero di scegliere.
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• Grossista → azienda commerciale che acquista i prodotti assumendone la proprietà, li deposita
nei propri magazzini, gestisce fisicamente grandi quantità di merce rivendendole (solitamente in
piccole quantità) a dettaglianti oppure ad altre imprese.
• Dettagliante → intermediario commerciale che si occupa essenzialmente della vendita al
consumatore finale.
• Broker → agisce da intermediario tra venditore e acquirente. Il broker non acquisisce la
proprietà, né gestisce fisicamente i beni e non è considerato un rappresentante permanente del
venditore o dell’acquirente.
• Agente del produttore → operatore al quale il produttore conferisce un incarico contrattuale,
che spesso opera in un territorio di vendita esclusivo, gestisce linee di beni non in competizione
ma correlate e dispone di una certa autonomia in materia di prezzi e condizioni di vendita.
• Distributore → grossista che opera in particolari settori ove sia diffusa la distribuzione selettiva
o in esclusiva a livello del grossista e ove il produttore richieda un forte supporto promozionale;
il termine viene utilizzato frequentemente anche come sinonimo di grossista.
Il distributore svolge un po’ la funzione di finanziatore (come una banca). Lui compra da me i miei
prodotti e quindi mi finanzia e poi è lui che si preoccupa di venderli. Si tratta di una funzione molto
importante proprio perché questa attività di rivolgersi al distributore mi consente di avere una struttura
finanziaria ben solida e funzionante. IMPORTANTISSIMO
Un'altra funzione molto importante è che rivolgendosi al distributore evito il problema di gestione
delle scorte (importante soprattutto quando si vendono prodotti che hanno vita breve es. latticini). Le
scorte costituiscono un appesantimento però vengono comunque tenute per fare in modo di riuscire a
soddisfare il mercato nel momento in cui mi richiede il prodotto (anche perché potrebbe esserci un
disallineamento tra domanda e offerta). Oltre a essere banca il distributore è anche un soggetto che
immagazzina.
Tutte queste funzioni ci consentono di giustificare la sua importanza.
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Indiretto → presuppone la presenza del distributore. I canali indiretti possono essere brevi o lunghi a
seconda del numero di intermediari che si frappongono tra il produttore e il consumatore.
Per quanto riguarda il canale diretto, abbiamo una certa varietà di metodi di vendita consentiti:
Vendite online
Posta (direct mail)
Telemarketing
Vendita su catalogo (catalogue selling)
Vendite dirette (direct selling)
Dobbiamo considerare una serie di elementi necessari per arrivare ad una scelta di sintesi. In particolare,
dobbiamo tenere presenti le caratteristiche di:
Cliente → numero clienti, dimensione mercato, dispersione geografica del mercato, canali e punti
vendita preferiti per gli acquisti, modelli d'acquisto, uso di nuovi canali (per esempio online).
Concorrenza → numero di concorrenti, dimensioni e quote di mercato, canali di distribuzione e
strategie, condizioni finanziarie e budget di marketing stimato, ampiezza del portafoglio prodotti,
strategia complessiva di marketing utilizzata.
Prodotto → deperibilità, voluminosità, grado di standardizzazione, valore unitario, servizi
d’istallazione e di manutenzione richiesti.
Ambiente → condizioni economiche, norme e vincoli legali, problemi politici, differenze e
cambiamenti culturali nazionali e globali, cambiamenti tecnologici.
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Produttore → dimensione, quota di mercato, risorse finanziarie e budget di marketing, ampiezza del
portafoglio prodotti, strategie di marketing utilizzate, obiettivi di marketing, esperienze passate
relative al canale.
Intermediario → disponibilità, volontà di accettare un prodotto o una linea di prodotti, mercato
geografico servito, attività di marketing svolte, rischio di conflitti, potenzialità di sviluppare relazioni
durature, prodotti della concorrenza venduti, condizioni finanziarie.
Non è tuttavia sufficiente considerare solamente questi sei elementi. Ci sono ulteriori quattro aspetti che
aiutano il manager ad operare una scelta più precisa e pensata. Questi sono:
1. Copertura di mercato desiderata
2. Livello di controllo (di vendita e di marketing) desiderato
3. Costi della distribuzione
4. Flessibilità del canale
1. Copertura di mercato
Esistono tre diverse strategie di copertura distributiva del mercato (man mano che dalla distribuzione
intensiva ci spostiamo verso la distribuzione esclusiva diminuisce la copertura del mercato):
Distribuzione intensiva → massima copertura al nostro prodotto e quindi scegliamo il maggior
numero di intermediari possibili che vadano ad acquistare il mio prodotto. Qui il produttore cerca di
ottenere il massimo livello di copertura distributiva, avvalendosi del maggior numero possibile di
grossisti e dettaglianti.
Distribuzione selettiva → il produttore si limita ad utilizzare gli intermediari che considera i migliori
tra quelli disponibili in una determinata area geografica.
Distribuzione esclusiva → il produttore restringe drasticamente l'ampiezza della distribuzione e
conferisce agli intermediari diritti esclusivi nell’ambito di un determinato territorio.
Per quanto riguarda invece la distribuzione selettiva, vi è una forte importanza della reputazione
dell'intermediario. Tra i beni distribuiti in questo modo abbiamo arredamento, elettrodomestici e
abbigliamento di qualità.
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Indicatore di distribuzione ponderata → rapporto tra il fatturato dei punti vendita in cui è presente
la marca e il fatturato totale di quel canale (es. se i 1.000 negozi realizzano l’80% delle vendite totali
potremmo dire di avere una Dp dell’80%).
È più utile l'informazione del primo o del secondo indicatore? È più significativo l'indicatore di
distribuzione ponderata in quanto potrei avere tanti punti vendita da cui però non realizzo un grande
fatturato. È più significativo l’indice di distribuzione ponderata perché aiuta a comprendere quanto
valgono i punti vendita dove il nostro prodotto è presente (es. una cosa è dire che copriamo 1.000 punti
vendita dove si genera l’80% del volume d’affari complessivo, altra cosa è essere presenti nei 19.000
punti vendita in grado di assorbire solo il 20% della domanda totale). Il raggiungimento di una
consistente distribuzione ponderata è dunque molto importante: sarebbe infatti un inconveniente molto
grave essere presenti prevalentemente nei punti vendita dove, per svariati motivi, il prodotto non si
vende.
Indicatore di quota trattanti (o penetrazione) → rapporto tra l'ammontare delle nostre vendite e le
vendite totali dei punti vendita in cui siamo presenti. Indica la nostra "quota di mercato"
limitatamente ai trattanti, ossia i punti vendita in cui siamo presenti. +
3. Costi di distribuzione
L’obiettivo perseguito è quello di ottimizzare i costi nel quadro dell’efficienza e della tempestività.
I principali tipi di costo generati dalla distribuzione sui quali operare sono:
- Costi di trasporto
- Costi di gestione dell’ordine
- Costo delle transazioni non andate a buon fine (costo opportunità o di sostituzione dovuti
all’incapacità di soddisfare la domanda del cliente)
- Costi di gestione delle merci in magazzino
- Costi di confezionamento
- Costi per la gestione materiale delle merci
Conclusione: la convenienza ad utilizzare canali brevi e, se possibile, diretti aumenta all’aumentare del volume
delle vendite.
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4. Flessibilità del canale
È fondamentale scegliere un canale che possa essere modificato. La flessibilità del canale, infatti, fa
proprio riferimento alla capacità di adattamento del produttore alle modifiche del contesto esterno
(domanda).
Proprio per questo motivo, è preferibile evitare accordi che vincolano per archi temporali lunghi.
Quali sono stati i principali fattori che hanno portato a questo risultato?
Il consumatore ha modificato il proprio comportamento di acquisto manifestando una crescente
store loyalty (fedeltà al punto vendita) anche a scapito della brand loyalty (fedeltà alla marca). Il
consumatore sacrifica la fedeltà alla marca preferendo un punto vendita che nonostante possa non
avere tutti i brand ed essere particolarmente rifornito comunque viene preferito per aspetti quali la
vicinanza, la comodità ecc.
È cresciuto il peso della GDO (grande distribuzione organizzata). Con il tempo si sono creati
meccanismi anche contrattuali che hanno portato ad un accrescimento dei distributori anche a
scapito del produttore che ha iniziato quindi a rivalutare il suo rapporto con il distributore.
Molte imprese commerciali producono e/o commercializzano prodotti sotto la cosiddetta "marca
commerciale" (private label).
A questo crescente peso dei distributori, i produttori si sono all'inizio indignati e hanno reagito in maniera
un po' istintiva andando a contrapporsi a questi minacciandoli di non fornire loro il prodotto su cui poi
loro avrebbero messo la loro marca. I distributori hanno però iniziato a produrre i prodotti in modo
autonomo e quindi i produttori hanno cominciato a rendersi conto che forse cercando di collaborare
invece di fare la guerra si riesce a raggiungere un vantaggio comune e tutti i soggetti riescono a creare
valore.
Da qui i produttori hanno cominciato a adottare attività di marketing rivolte appunto agli intermediari
che servivano proprio a sviluppare un rapporto amicale con gli intermediari.
Si ha quindi la necessità di adottare un approccio basato sulla cooperazione tra i vari operatori di canale:
si parla di trade marketing, ossia l’attività di marketing rivolta proprio agli intermediari.
Se è vero che assistiamo a questo cambiamento tra industria e distributore nel tempo allora anche i canali
distributivi hanno subito un cambiamento.
Distinguiamo quindi i canali tra:
Canali convenzionali (sono quelli tradizionali, sicuramente ora un po' obsoleti) → non denotano
alcuna forma di organizzazione, sono costituiti da aziende più o meno indipendenti l'una dall'altra,
con un livello di cooperazione quasi inesistente o comunque assai limitato.
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Sistemi verticali di marketing → includono tutti quei canali in cui i membri sono legati da una forte
interdipendenza di varia natura. Abbiamo tre tipologie:
1. Sistemi amministrativi → sono i più simili ai sistemi convenzionali di marketing (il peso
dell'interdipendenza è il più blando), anche se vi è un maggiore livello di pianificazione iter
organizzativa rispetto ai sistemi tradizionali. Vi è in genere una azienda appartenente al canale
(che opera ad un qualunque livello della catena) che assume il ruolo predominante (di leader) e
le altre tendono a collaborare con essa (effetto attrazione, es. Coop, Walmart).
2. Sistemi contrattuali → il produttore e i distributori indipendenti stabiliscono degli accordi
contrattuali formalizzati per lo svolgimento di specifiche attività di marketing. Abbiamo tre
tipologie principali di sistemi contrattuali: accordi di cooperazione tra dettaglianti (gruppi di
acquisto es. Conad); associazioni tra dettaglianti promosse da un grossista (unioni volontarie es.
Despar); franchising (es. Coca cola).
L'azienda madre (affiliante) concede all’affiliato il diritto di commercializzare i propri prodotti e/o servizi
utilizzando la sua insegna, oltre ad assistenza tecnica e consulenza sui metodi di lavoro. In cambio,
l’affiliato si impegna a rispettare standard e modelli di gestione e produzione stabiliti dal franchisor.
In genere, tutto questo viene offerto dall’affiliante all’affiliato in cambio del pagamento di una percentuale
sul fatturato (royalty) e/o di una commissione di ingresso (fee), insieme al rispetto delle norme
contrattuali che regolano il rapporto.
3. Sistemi aziendali → una singola azienda controlla direttamente due o più livelli del canale di
distribuzione. Abbiamo integrazione a valle, quando il produttore acquista aziende all’ingrosso o
al dettaglio, o a monte, quando grossisti o dettaglianti acquistano aziende del canale a stadi
precedenti il loro.
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Grande magazzino → punto di vendita al dettaglio operante nel campo non alimentare, che dispone
di una superficie di vendita superiore ai 400 mq e di almeno 5 distinti reparti (oltre all'eventuale
annesso reparto alimentare), ciascuno dei quali destinato alla vendita di articoli appartenenti a settori
merceologici diversi.
Supermercato → punto vendita al dettaglio operante nel campo alimentare (autonomo o come
reparto del grande magazzino) organizzato prevalentemente a self service e con pagamento
all’uscita, che dispone di una superficie di vendita superiore a 400 mq e di un vasto assortimento di
prodotti di largo consumo (prevalentemente preconfezionati) e di alcuni articoli non alimentari di
uso domestico ricorrente (pulizia della casa e igiene personale). Quando la superficie è compresa tra
i 200 e i 399 mq si parla di Superette, tra i 120 e 199 mq di Minimarket e, infine, di Micromarket
quando le dimensioni sono inferiori ai 199 mq.
Ipermercato → punto vendita al dettaglio, organizzato prevalentemente a self-service e con
pagamento all'uscita. È concepito e realizzato in una struttura edilizia destinata esclusivamente a uso
commerciale, offerte su una superficie di vendita di almeno 2.500 mq (in genere su un unico piano)
un vasto assortimento di prodotti alimentari e non alimentari.
Centro commerciale al dettaglio (shopping centre) → complesso di punti vendita al dettaglio e di
altri servizi (ristoranti, banca, posta, ecc.), promosso, concepito e realizzato con criteri unitari che
dispone di parcheggio, infrastrutture e altri servizi comuni e i cui operatori partecipano
congiuntamente alla gestione del centro e all’adozione di comuni politiche promozionali.
Centro commerciale all'ingrosso → complesso di esercizi, attrezzature e servizi concepito e
realizzato con criteri unitari per lo svolgimento dell’attività all’ingrosso (cioè vendite destinate
esclusivamente a dettaglianti o altri operatori commerciali) e dotato di adeguate infrastrutture per la
raccolta, il deposito e lo smaltimento delle merci.
Cash and carry → esercizi all’ingrosso organizzati a self service, con superficie di vendita superiore
a 400 mq, nei quali i clienti, a fronte di immediata emissione di fattura, provvedono autonomamente
al pagamento in contanti (cash) e al trasporto della merce (carry).
Discount → è un punto vendita al dettaglio caratterizzato da un minor servizio alla clientela, da un
assortimento più limitato e dalla presenza di prodotti a prezzo ridotto e senza marca e con marche
commerciali. La superficie di vendita è inferiore a 399 mq.
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N.B. Il venditore è una figura importantissima per il marketing. In questo caso devo formare il
venditore al meglio perché viene considerato gli occhi e le orecchie dell'azienda in quanto non deve
solo dare informazioni del prodotto ma anche cogliere tutte le informazioni che provengono dal
mercato e che possono essere utili per migliorare sempre di più il prodotto andando incontro alle
esigenze del mercato. Il venditore ha acquisito nel tempo sempre maggiore importanza.
Commercio elettronico → il consumatore raccoglie le informazioni online, decide ed acquista
all’interno dei siti web. Il processo di acquisto è più immediato rispetto ai canali offline, permette di
identificare, ottenere e fidelizzare i clienti in modo più veloce ed efficiente. Molte imprese sviluppano
strategie di distribuzione multicanale (store retailing + e-commerce) mentre altre basano il loro
business interamente sull’e-commerce (es. Amazon, Yoox). Il commercio elettronico è un metodo di
vendita in forte crescita.
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Pian piano si è sentito il bisogno di sviluppare un modello, chiamato stimolo-risposta che si avvicina
maggiormente a una filosofia di governance dell'orientamento al marketing, che si è costruito a seguito
di informazioni su: chi acquista, quando acquista, dove acquista e perché acquista.
L'interrogativo di fondo a cui bisogna dare risposta, attraverso le ricerche di mercato, è: come i
consumatori rispondono ai diversi stimoli di marketing (differenti versioni di prodotto, differenti livelli di prezzo,
campagne pubblicitarie alternative, ecc.) che l’operatore di marketing è in grado di proporre?
È fondamentale riuscire ad individuare le relazioni che legano stimoli di marketing alla risposta del
mercato.
Abbiamo gli stimoli esterni che vanno a impattare sulla scatola nera dell'acquirente e in base a come
questi vano ad impattare provocano delle reazioni da parte dell'acquirente stesso. Abbiamo quindi tre
elementi: stimoli, scatola nera e risposta.
Gli stimoli che interessano sono sicuramente quelli di marketing perché sono quelli su cui possiamo agire
ma sappiamo che vi sono anche variabili che compongono il macroambiente dinamico. La scatola nera
invece si scompone in due parti ovvero si va ad analizzare innanzitutto quello che è il processo
decisionale di acquisto dell'acquirente e poi quelli che sono i fattori che influenzano il processo di
acquisto dell'acquirente. Devo essere consapevole che sul processo di acquisto impattano dei fattori e
devo sapere in che modo questi impattano.
Ci attenzioniamo ora sulla scatola nera del consumatore, analizzando quindi il processo di acquisto e i
fattori che vi impattano, ovvero:
• Influenze del gruppo, tra cui abbiamo fattori sociali e fattori culturali;
• Influenze del tipo di prodotto;
• Influenze situazionali.
È stato riconosciuto un processo decisionale di acquisto che si compone di 5 fasi. Dobbiamo innanzitutto
considerare due precisazioni:
Il processo di acquisto del consumatore ha inizio molto prima della decisione di acquisto e presenta
conseguenze che perdurano nel tempo.
Il modello presuppone che il consumatore passi attraverso tutte le fasi del processo di acquisto ma questo
non è sempre vero (es. quando il cliente è fidelizzato). Tendenzialmente si seguono tutte le fasi quando
il prodotto è costoso, nuovo o complesso.
Le 5 fasi sono:
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Il bisogno può essere indotto sia da stimoli interni (fame, sete) che da stimoli esterni (passo davanti a
una panetteria e il profumo del pane mi colpisce). Classificazione dei bisogni umani: piramide di
Maslow.
Questa fase è molto importante anche per l’azienda perché deve conoscere quali sono i bisogni dei
consumatori per poterli soddisfare.
Queste fasi non sono uguali per tutti gli individui ma l'estensione e la profondità della ricerca dipendono
da una serie di fattori:
Intensità del desiderio;
Quantità di informazioni possedute all'inizio;
Facilità con cui è possibile avere nuove informazioni;
Importanza attribuita alle nuove informazioni;
Soddisfazione che si trova nella ricerca (c'è chi è più portato a ricercare e chi invece è più frettoloso
e quindi si annoia nel fare ricerche).
Tra le fonti in cui ricercare le informazioni un ruolo molto importante è quello della fonte interna.
Potremmo avere già delle esperienze in merito ad un determinato bisogno e quindi anche
inconsapevolmente questo tipo di fonte è la prima a cui facciamo riferimento.
Tra le tipologie di fonti informative quindi abbiamo:
Fonti interne;
Fonti sociali o di gruppo;
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Fonti di marketing aziendale (pubblicità, confezione, collocazione prodotti sugli scaffali, influenza
esercitata dai venditori);
Fonti pubbliche (anche internet si inserisce qui, ma anche riviste specializzate);
Fonti da sperimentazione (es. devo acquistare l'automobile e me la fanno provare prima di comprarla,
oppure provare il profumo prima di acquistarlo). Solitamente presuppone un tempismo a ridosso
dell'acquisto.
Qui ci chiediamo come il consumatore elabora i dati in arrivo per effettuare la scelta definitiva di acquisto
(tra le alternative ancora aperte)?
Non esiste un modello di valutazione delle alternative valevole in assoluto, per tutte le decisioni di acquisto. I
processi di valutazione delle decisioni sono molteplici.
La maggior parte dei modelli dei processi di valutazione delle decisioni sono “orientati cognitivamente”
ossia considerano il consumatore come un individuo che formula giudizi di prodotto su basi
fondamentalmente consce e razionali.
Gli studiosi di marketing si discostano un po’ da questo modello perché molte scelte e quindi molte
valutazioni le si fanno non perché spinti da fattori di natura razionale ma guidati dall'emozionalità, molte
scelte si fanno per sensibilità, sensazione, irrazionalità e questi aspetti non possono essere trascurati
dagli operatori di marketing.
Alcuni concetti di base utili per far luce sui processi di valutazione del consumatore:
• Concetto di attributi del prodotto (prodotto = insieme di attributi, ovvero quelle caratteristiche di
maggiore interesse per gli acquirenti di alcune classi di prodotto).
Esempi:
Computer → capacità di memoria, disponibilità di software
Rossetto → colore, confezione, sapore, durata, marca
Albergo → localizzazione, pulizia, atmosfera, prezzo
Pneumatici → sicurezza, durata di battistrada, tenuta di strada, prezzo
Ognuno individua degli attributi diversi, prestando attenzione innanzitutto alla caratteristica più
importante per sé.
L'interesse del consumatore varierà nel peso attribuito ad ogni attributo. Ognuno tenderà a privilegiare le
caratteristiche del prodotto più vicine ai propri particolari bisogni.
Per l'operatore di marketing è importante stabilire una sorta di graduatoria. L'operatore di marketing
dovrà individuare gli attributi rilevanti (più importanti) per il consumatore e individuare il diverso peso
attribuito agli stessi dal consumatore (fattori di importanza).
Una volta valutate le alternative nasce l'intenzione di acquistare il prodotto ma effettivamente ancora
non lo compro. Qui potrebbe esserci un'interruzione del processo che quindi non si conclude. Ci sono
due elementi che possono intervenire negativamente sul processo:
Atteggiamento degli altri → può accadere che l'atteggiamento che gli altri hanno sul prodotto
che hanno individuato come candidato da acquistare ha ancora effetto e questo dipende sia
dall'intensità dell'atteggiamento negativo altrui sia dalla motivazione del consumatore a
conformarsi alle opinioni altrui.
Fattori imprevisti → ad esempio possono esserci esigenze più urgenti che intervengono in questo
momento (tutto ciò che ho maturato nelle fasi precedenti diventa fonte interna).
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4. VERSO LA DECISIONE
La decisione di un individuo di modificare, posporre o annullare una decisione di acquisto è
prevalentemente influenzata dal rischio percepito relativamente all'acquisto. Il rischio percepito dal
consumatore è basato sulle possibili conseguenze dell'acquisto: danni economici e finanziari, disagi di
varia natura. Per ridurre il rischio percepito possiamo agire sulla garanzia del prodotto.
Abbiamo varie tipologie di rischio:
Rischi di tipo funzionale → legati per lo più a condizioni di funzionamento;
Rischi di natura psico-sociale → legati al fatto che il prodotto si riveli o meno idoneo a
promuovere la propria immagine, singolarmente considerata e nel gruppo di appartenenza.
Tra i fattori da cui dipende il rischio percepito invece abbiamo: prezzo del prodotto, opinioni che altri
hanno del prodotto, ecc.
Anche il consumatore stesso può provare a ridurre i rischi percepiti in due modi:
Ridurre le conseguenze negative → acquistando piccole quantità di prodotto oppure aspettandosi
di meno dall'acquisto del prodotto (abbassare le proprie aspettative).
Ridurre il grado di incertezza → ottenendo maggiori informazioni prima dell'acquisto.
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pubblicitari tendenti a sottolineare i pregi del prodotto e a rinforzare nell’acquirente la volontà di
convincersi che la scelta effettuata sia quella giusta).
Soddisfazione: P≥A
Insoddisfazione P<A
Per evitare l'insoddisfazione bisogna essere leali, onesti, non bisogna creare delle aspettative che
sappiamo già a priori essere disattese.
Implicazione operativa del costrutto per gli operatori di marketing: non alimentare esageratamente le
aspettative del cliente con promesse di risultati o con una comunicazione roboante, ma creare un'aspettativa di
livello ragionevole e in linea con le effettive prestazioni che il prodotto è in grado di assicurare.
Sul processo di acquisto agiscono diversi fattori. Possiamo individuare tre macrocategorie di fattori:
1. Influenze del gruppo
2. Influenze del tipo di prodotto
3. Influenze situazionali
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Gli operatori di marketing dovrebbero tenere in considerazione anche le caratteristiche
peculiari della subcultura in cui è inserito il proprio consumatore finale.
o Classi sociali → divisioni relativamente omogenee e stabili di una struttura sociale,
gerarchicamente ordinate e i cui membri condividono valori, interessi, comportamenti. Tra le
caratteristiche di queste classi sociali abbiamo:
▪ le persone all'interno della stessa classe sociale tendono ad agire in modo più simile rispetto
alle altre classi;
▪ gli individui sono considerati appartenenti a condizioni sociali inferiori o superiori a seconda
della classe sociale di appartenenza;
▪ la classe sociale di un individuo è indicata dalla combinazione di diversi fattori;
Gli individui di ogni classe sciale presentano schemi di preferenze caratteristici che si riflettono
sulle scelte di prodotto, sui mezzi di informazione utilizzati, sul linguaggio adottato.
Per gli operatori di marketing le classi sociali sono la fonte di molte evidenze che permettono
di comprendere il comportamento del consumatore e, in quanto tali, potrebbero essere anche
utilizzate come variabile di segmentazione.
o Ruolo e status → all'interno di ogni gruppo di cui facciamo parte ricopriamo uno specifico
ruolo. Un individuo fa parte di molti gruppi nel corso della sua vita e la sua posizione all’interno
dei diversi gruppi è definita in termini di ruolo e status.
Il ruolo è l'insieme di attività che l'individuo dovrebbe svolgere secondo le persone a lui vicine.
Lo status invece è il livello e le caratteristiche della stima generalmente accordata allo stesso
ruolo dalla società.
Gli operatori di marketing sanno che la scelta di particolari beni è fatta spesso per comunicare
agli altri immagini di ruoli e status ben precisi. Chi lavora nel marketing deve tenere in
considerazione la capacità dei beni a diventare "simboli di status".
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INFLUENZA DEL TIPO DI PRODOTTO
La categoria di prodotto (selezionata dal consumatore per soddisfare un bisogno) determina:
La quantità di informazioni che il consumatore dovrà raccogliere prima di prendere una decisione di
acquisto;
Il tempo necessario al perfezionamento del processo di acquisto.
INFLUENZE SITUAZIONALI
Sono tutti quei fattori relativi a un momento e ad un luogo particolari, che hanno un effetto dimostrabile e
sistematico sul comportamento. Essi sono:
1. Ambiente fisico → caratteristica più evidente della situazione d'acquisto. Include: localizzazione
geografica, scenario, suoni, odori, luci, condizioni atmosferiche, condizioni espositive della merce o
di altri materiali adiacenti l'oggetto di acquisto.
2. Ambiente sociale → aggiunge profondità alla descrizione fisica della situazione. Ricomprende, ad
esempio, le persone presenti, le loro caratteristiche, i loro ruoli.
3. Prospettive temporali → dimensione situazionale specificabile in unità di tempo. Es. tempo trascorso
dall'ultimo acquisto, tempo trascorso o da trascorrere rispetto al momento dei pasti o rispetto al
giorno di paga, limitazioni temporali imposte da impegni vari.
4. Definizioni del compito → consente di distinguere l'acquirente (ma non utilizzatore del prodotto)
dall'utilizzatore del prodotto. Es. una persona che acquista un telefono come regalo per un amico
delinea una situazione diversa dal caso in cui una persona acquista un telefono per se stessa.
5. Condizioni antecedenti → inclinazioni momentanee (stati d'ansia, di piacere, di ostilità) o condizioni
sempre momentanee (come denaro a portata di mano, affaticamento o malattia) e non stati cronici
dell'individuo. Si tratta di condizioni immediatamente precedenti al verificarsi della situazione di
acquisto. Es. devo scegliere un film da vedere al cinema e sono in uno stato di depressione (stato
antecedente la scelta), questo stato influenzerà la mia scelta.
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Ci si dovrebbe attenzionare sul comportamento di acquisto di ogni tipologia di organizzazione, potenziale
soggetto di domanda, perché ognuno di essi ha un differente comportamento. Analizziamo dunque le
peculiarità del mercato delle organizzazioni in generale, senza le varie distinzioni:
1. Le organizzazioni acquistano beni e/o servizi per sodisfare vari obiettivi: ottenere profitti, ridurre i costi,
soddisfare i bisogni dei dipendenti, rispettare vincoli sociali e/o legali, ecc.
2. Di norma alle decisioni di acquisto partecipano un numero elevato di persone (a differenza di quanto
accade nel mercato di consumo) soprattutto nel caso dell'acquisto di beni importanti. I partecipanti
alla decisione hanno in genere responsabilità differenti e decidono con criteri diversi.
3. Gli acquirenti devono agire all'interno delle politiche, dei vincoli e dei programmi stabiliti dalle
organizzazioni da cui dipendono.
4. Il processo di acquisto prevede l'impiego di strumenti particolari, quali: la richiesta di preventivi e di
proposte di vendita, che costituiscono un ulteriore elemento di differenziazione rispetto al mercato
di consumo (questo vale soprattutto per gli enti pubblici).
Anche qui è stato elaborato un modello che deve andare a spiegare quello che è il processo di acquisto
di una organizzazione.
Anche qui abbiamo due elementi, il processo decisionale di acquisto e i fattori di influenza, che
ovviamente sono diversi rispetto a quello del consumatore.
1. BISOGNO DELL'ORGANIZZAZIONE
Anche qui il processo si attiva quando nell'organizzazione sorge un problema risolvibile grazie
all'acquisto di beni e/o servizi. Anche qui il bisogno può venire da stimoli interni o stimoli esterni
all'organizzazione. Per quanto riguarda gli stimoli interni, abbiamo ad esempio il caso in cui si rompe un
macchinario e quindi devo acquistare il pezzo di ricambio per aggiustare il macchinario. Anche per
l'organizzazione però possiamo avere dei bisogni che nascono su spinta esterna (non è un problema che
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nasce all'interno ma che viene dall'esterno). Un esempio può essere la partecipazione ad una fiera in cui
resto colpita da un fornitore.
Stimoli interni:
Se l'organizzazione è un'impresa, questa può decidere di lanciare un nuovo prodotto e
necessita di attrezzature e materiali per la sua realizzazione;
Una macchina si arresta per guasto e occorre sostituirla o cambiarne dei pezzi;
Alcuni materiali si rivelano con l’uso non soddisfacenti e l’impresa cerca un nuovo fornitore;
Il responsabile dell’ufficio acquisti vede l’opportunità di ottenere prezzi migliori o qualità
maggiori ricorrendo ad un nuovo fornitore.
Stimoli esterni:
Un annuncio pubblicitario, la partecipazione ad una fiera/mostra, la telefonata di un venditore
che propone prezzi migliori o qualità più elevata.
N.B. L’operatore di marketing industriale può stimolare la capacità di individuare i problemi mediante
pubblicità, visite ai clienti potenziali, ecc.
N.B. Qualità e tempismo sono fondamentali per un fornitore soprattutto quando si relaziona con una
organizzazione che segue lo just in time.
Si utilizza una scheda finalizzata ad effettuare un'analisi il più possibile oculata in cui si va a dare un
punteggio ad ogni possibile fornitore in base a dei parametri che vengono stabiliti dall'organizzazione in
base a quello che risulta essere più importante per essa.
In particolare, per quanto riguarda gli enti pubblici, possiamo osservare la prevalenza di due procedure
di acquisto tipiche che sono:
• Gare pubbliche d’appalto → l’ufficio approvvigionamento dell’Ente pubblico sollecita offerte da
parte dei fornitori qualificati per articoli ben specificati e in genere l’appalto viene assegnato al
fornitore che propone l’offerta più conveniente.
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• Trattativa privata → l’amministrazione tratta con una o con diverse imprese e stipula direttamente
con una di esse un contratto rispondente al progetto presentato e ai termini concordati.
Secondo Robinson, le fasi del processo di acquisto delle organizzazioni di tipo industriale non sono 4
bensì 8:
1. Individuazione del problema
2. Descrizione del bisogno
3. Specificazione del prodotto
4. Ricerca del fornitore
5. Richiesta e acquisizione delle proposte
6. Scelta del fornitore
7. Emissione dell’ordine
8. Valutazione dei risultati
Influenze del tipo di acquisto (definite anche "situazioni di acquisto" o "classi di acquisto")
La letteratura manageriale di marketing concorda nell'individuare tre tipologie di acquisto:
1. Riacquisto diretto → riapprovvigionamento invariato. Il numero di persone chiamate a prendere la
decisione è molto basso se non uno solo. Si tratta del tipo di acquisto più semplice e più comune: ci
si limita a ripetere gli ordini di routine (es. cancelleria).
La scelta dei fornitori viene effettuata sulla base di una lista in cui si tiene presente la capacità di ogni
fornitore di soddisfare le esigenze dell’impresa (solitamente ci si rivolge ad un fornitore abituale).
I vantaggi di questo tipo di acquisto consistono nella semplicità del processo e nella scarsità del
personale necessario a prendere questo tipo di decisione.
Una filosofia industriale che usa sempre questo tipo di acquisto è lo just in time perché per assicurare
la sua produzione in termini di qualità e tempismo è necessario avere tipologie di acquisto molto
veloci ed efficaci.
Gli operatori di marketing che hanno come clienti organizzazioni che effettuano riacquisti diretti
dovranno puntare su due aspetti: la qualità dei prodotti e l’affidabilità delle forniture.
2. Riacquisto modificato → alcuni aspetti della procedura di acquisto non sono invariati ma vengono
modificati e questo porta inevitabilmente a una maggiore complessità del processo cui segue un
maggior numero di persone atte a prendere la decisione.
Alcuni aspetti della situazione di acquisto non risultano automatici o familiari. L’organizzazione
acquirente ha intenzione di modificare alcuni aspetti (es. specifiche relative al prodotto, prezzo, ecc.).
In questo caso, quindi, aumenta il numero di persone coinvolte nel processo decisionale.
L’organizzazione acquirente ha la possibilità di cambiare fornitore: il fornitore abituale potrebbe
perdere la posizione acquisita; i fornitori potenziali si trovano nella possibilità di diventare nuovi
fornitori (formulando un’offerta migliore).
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Per gli operatori di marketing questo è il tipo di acquisto più appetibile e se siamo bravi potremmo
diventare fornitori effettivi. Nella prima tipologia invece c'è già una relazione forte tra l'azienda e il
fornitore.
3. Nuovo acquisto → molte più persone contribuiscono a prendere una decisione. Si acquista un
prodotto o un servizio per la prima volta. Più è elevata la spesa o il rischio, maggiore sarà il numero
di persone coinvolte nel processo decisionale (più accurata sarà la raccolta di informazioni). Per gli
operatori di marketing dell’impresa potenziale fornitrice questa situazione di acquisto rappresenta
l’opportunità e l’occasione più interessante. Qui si hanno maggiori possibilità di diventare fornitori
perché l'azienda non ha già alcun tipo di relazione con altri fornitori.
N.B. Il processo diventa via via più complesso (il nuovo acquisto è il più complesso).
Il centro acquisti assume dimensioni e struttura diverse a seconda delle diverse classi di prodotto da
acquistare.
L'operatore di marketing industriale deve valutare attentamente (e controllare periodicamente) la
struttura dei ruoli e l'influenza relativa esercitate dai diversi partecipanti all'acquisto (cercare di
individuare chi esercita un'influenza di acquisto chiave).
Gli interrogativi ai quali dovrà fornire risposta saranno: chi sono le persone maggiormente coinvolte nella
decisione? A quale livello e su quali aspetti della decisione esercitano la propria influenza? Qual è il peso
relativo della propria influenza? E quali sono i criteri di valutazione utilizzati da ciascun partecipante alla
decisione?
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Influenze comportamentali
Partiamo dalla costatazione che comunque a prendere decisioni sono dei normali individui che provano
delle emozioni, hanno delle preferenze ecc. Abbiamo due aspetti da prendere in considerazione:
1. Motivazioni personali → orgoglio professionale, paura, incertezza, rischio, ambizioni. Per quanto
riguarda l'orgoglio personale, questo si manifesta negli sforzi che l'individuo compie per conquistare
una migliore posizione all'interno dell'azienda.
2. Percezione del proprio ruolo → comporta un diverso grado di dedizione al lavoro e, dunque,
comportamenti differenti. La dedizione è la volontà di svolgere esattamente le proprie mansioni nel
pieno rispetto delle aspettative dell'organizzazione. Si individuano tre tipologie di aziende che vanno
ad avere diverse percezioni del proprio ruolo:
Aziende innovative → l'individuo è debolmente vincolato alle norme di comportamento che
competerebbero al proprio ruolo. Fanno più di quello che dovrebbero fare.
Aziende adattabili → atteggiamento più moderato rispetto al precedente.
Aziende letargiche → l'individuo rispetta rigorosamente i comportamenti convenzionalmente
accettati.
Gli operatori di marketing delle imprese che vendono ad altre imprese devono essere consapevoli
dell’esistenza di simili differenze, al fine di gestire al meglio la trattativa.
La pianificazione di marketing è vero che è la programmazione propria di una specifica area aziendale
ma deve contribuire a fare in modo che la pianificazione strategica aziendale che il manager ha individuato
venga rispettata. Se questo è vero, anche il marketing prima di pianificare deve conoscere il piano
strategico aziendale che è il documento in cui viene formalizzata la pianificazione strategica aziendale.
La pianificazione consiste nel decidere oggi, sulla base dei dati passati e delle previsioni future, che cosa
fare in futuro e nel definire i tempi (quando), i modi (come) e le responsabilità (chi) per l’attuazione dei
programmi.
La pianificazione può anche essere considerata come estensione della teoria input-output. In tal senso
la pianificazione diventa un fatto di bilanciamento tra mezzi disponibili (input) e obiettivi da raggiungere
(output).
Poiché si tratta di un processo possiamo individuare una sua articolazione in fasi che si succedono
secondo una sequenzialità logica.
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FASI (compongono un documento chiamato piano strategico aziendale)
Le fasi sono 4 ma eventualmente estendibili a 5 perché vi è una prefase che coincide con la visione.
PREFASE → VISION: si cerca di prevedere quale sarà lo scenario (o contesto generale) in cui si troverà
ad operare l’azienda nei prossimi 3-5 anni.
Alcuni interrogativi utili da porsi a riguardo sono:
• Quale sarà l’andamento del PIL, dell’occupazione, del costo del denaro?
• Quali saranno i probabili comportamenti di acquisto?
• Come si muoveranno i principali concorrenti?
• Che cosa accadrebbe se si verificasse un forte aumento del costo delle materie prime o se queste
dovessero scarseggiare?
• Che cosa accadrebbe se entrasse sul mercato un concorrente pericoloso?
La vision aziendale costituisce l’interpretazione che l’azienda fornisce dello scenario in cui si troverà ad
operare nel medio termine, eventualmente completata dai valori guida dell’azienda (principi fondamentali). La
vision può essere considerata l’insieme delle coordinate all’interno delle quali viene definita la mission
aziendale.
La mission può cambiare nel tempo. Bisogna verificarne periodicamente la bontà e la sua adeguatezza
a eventuali mutamenti avvenuti internamente o esternamente all'azienda. Tra i casi in cui questo avviene
abbiamo:
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L'attività produttiva originaria può diventare irrilevante o cessare via via che prosegue l'attività di
espansione dell'organizzazione verso nuovi tipi di prodotto/attività e nuovi mercati.
I dirigenti perdono interesse nel perseguimento dell’intendimento originario.
I cambiamenti intervenuti nell’ambiente possono rendere la missione originaria non più perseguibile.
Al fine di formalizzare una missione efficace dobbiamo soddisfare 4 prerogative, essa deve essere:
Focalizzata sui mercati (e sulle competenze distintive aziendali) e non solo sui prodotti → deve essere
impostata attenzionandoci sui bisogni che i prodotti mirano a soddisfare. Prima si attribuiva
un'importanza molto rilevante tanto che già nella denominazione dell'azienda vi era una
specificazione circa il principale prodotto dell'attività d'impresa. Questo però portava a dover
cambiare spesso la mission perché ovviamente i prodotti cambiavano ed evolvevano spesso. Al
contrario, invece, considerando i bisogni e quindi il mercato sicuramente non ci sarebbe stato questo
problema di cambiare spesso la mission.
Realizzabile → è vero che bisogna porsi degli obiettivi grandi e che la mission deve essere motivante
ma non bisogna fare voli pindarici e deve essere coerente con le risorse aziendali.
Motivante → confronto tra IBM e Apple. Quando le vendite dell'IBM erano pari a 50 miliardi di
dollari, il presidente dell'IBM formulò la seguente mission: “diventare, per la fine del secolo,
un’azienda da 100 miliardi di dollari”. Contemporaneamente, la Apple formulava la seguente mission:
“mettere alla portata di tutti la potenza dei computer”.
La mission impatta poi su tutti coloro che fanno parte dell'azienda perché con una mission come
quella della Apple le persone in azienda si sentono coinvolte e motivate al raggiungimento di un fine
che tiene conto dei bisogni del mercato.
Specifica → non è standardizzabile e utilizzabile in ogni realtà aziendale ma deve essere formulata
tenendo conto proprio dell'azienda che la formula.
2. OBIETTIVI AZIENDALI
Traguardi misurabili che consentono di poter dare concreta attuazione ad una mission ben definita. Gli
obiettivi sono il punto di arrivo della missione. Rispondono all'interrogativo che cosa deve essere fatto?
Esempio: azienda international minerals & chemical corporation
Mission: incrementare la produttività nell’agricoltura (e non produrre fertilizzanti).
Obiettivi: ricerca di nuovi fertilizzanti che permettano una maggiore produzione; aumento dei profitti da
reinvestire nella ricerca; riduzione dei costi o aumento delle vendite; aumento della quota di mercato
detenuta, nel mercato domestico o in nuovi mercati o intraprendendo ambedue le azioni insieme.
3. STRATEGIE AZIENDALI
Come agisco per fare in modo che gli obiettivi vengano raggiunti? Le strategie rappresentano il grande
progetto (programma d'azione) per perseguire gli obiettivi. Rispondono all'interrogativo: come speriamo
per perseguire gli obiettivi predefiniti?
Le strategie attuate per raggiungere un determinato obiettivo sono diverse, abbiamo varie strade da
poter percorrere. Abbiamo tre tipologie di strategie:
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Strategie basate su prodotti/mercati (Ansoff ) → penetrazione del mercato, sviluppo del mercato,
sviluppo del prodotto, diversificazione.
Strategie basate sul vantaggio competitivo (Porter) → leadership di costo, differenziazione,
focalizzazione.
Strategie basate sulla disciplina del valore (Treacy Wiersma) → si basano sul valore che l'azienda è
in grado di offrire e sono: eccellenza operativa, leadership di prodotto, stretto rapporto con il cliente.
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EDPL, ovvero every day low price. Possiamo dire che stiamo attuando questa strategia solo se lo
facciamo tutti i giorni con costanza e non sporadicamente.
2. Differenziazione → posso differenziarmi dall'offerta concorrente non soltanto andando ad agire sulla
qualità (es. potrebbero anche esserci dei servizi diversi che vengono offerti). Le imprese che adottano
una strategia della differenziazione cercheranno di acquisire una posizione di predominio sul mercato
attraverso la differenziazione della propria offerta da quella dei concorrenti. Lo sforzo perseguito è
quello di diventare aziende uniche nel mercato di riferimento attraverso lo sviluppo di quelle caratteristiche
dell’offerta alle quali il mercato attribuisce maggior valore. Si ha dunque la possibilità di avere un
premium price, ovvero di praticare una maggiorazione di prezzo in virtù dell’unicità del prodotto
percepita dal cliente. L’obiettivo di questa strategia è di posizionare nella mente del consumatore il
prodotto su fasce elevate, ossia vendere l’idea costante di un rapporto qualità/prezzo e di benefici
ricercati superiori agli altri.
3. Focalizzazione (o specializzazione) → con questa strategia l’impresa decide di concentrare le proprie
forze su alcuni segmenti del mercato, puntando a definire le esigenze dei segmenti prescelti per poi
perseguire, nei confronti di ognuno di essi, o la strategia del minimo costo (leadership di costo) o la
strategia della differenziazione.
2. Leadership di prodotto → utilizzata da quelle aziende che offrono prestazioni di prodotto molto elevate,
spingendole continuamente verso l’alto. La loro proposta al consumatore consiste nell’offrirgli il miglior
prodotto disponibile sul mercato in quel determinato periodo. Tali aziende effettuano una continua
innovazione di prodotto e intendono la competitività come qualcosa che è incentrato sulla qualità del
prodotto (non sul prezzo).
3. Stretto rapporto con il cliente → utilizzata da quelle aziende che offrono, come valore, lo stesso
rapporto con il cliente e, dunque, non sono interessate ai bisogni generali del mercato, ma sono focalizzate
su bisogni specifici di determinati gruppi di consumatori. Il loro obiettivo è quello di soddisfare bisogni
particolari attraverso un rapporto molto stretto e un’intima conoscenza del segmento di clientela
accuratamente identificato. La loro proposta al consumatore è quella di offrirgli il miglior prodotto per le
sue esigenze specifiche e conseguire così la massima soddisfazione.
4. PORTAFOGLIO ATTIVITÀ
Insieme delle attività che l'impresa porta avanti nel periodo di riferimento del piano strategico aziendale.
È importante tenere sotto controllo tutte le attività per vedere i risultati di ognuna perché potrebbero
esserci delle attività che non sono profittevoli. Un compito impegnativo del management è quello di
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stabilire quali attività sviluppare, quali mantenere, quali realizzare e quali eliminare. Gli strumenti di
supporto a tal fine sono le cosiddette matrici (o modelli) di portafoglio. Tra queste abbiamo due matrici
molto importanti:
Matrice BCG (boston consulting group) → costruita dalla società di consulenza omonima. Nasce
proprio in America perché li negli anni 70 già c'è una visione anche manageriale più evoluta rispetto
all’Europa e all’Italia. Ha due dimensioni critiche: tasso di sviluppo del mercato (variabile esterna
all'impresa) e quota di mercato relativa (variabile interna all'impresa).
Il tasso di sviluppo del mercato nell'anno x consente di valutare il grado di attrattività (più il tasso di
sviluppo è alto più il mercato è attrattivo e viceversa) esterna del mercato per ciascun business. Esso
si ottiene come segue:
𝑚𝑒𝑟𝑐𝑎𝑡𝑜 𝑡𝑜𝑡.𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑥−(𝑚𝑒𝑟𝑐𝑎𝑡𝑜 𝑡𝑜𝑡.𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑥−1)
𝑚𝑒𝑟𝑐𝑎𝑡𝑜 𝑡𝑜𝑡.𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑥−1
Se il tasso di sviluppo del mercato è contenuto risulta difficile accrescere la propria quota di mercato.
Se il tasso di sviluppo del mercato è elevato c'è più spazio naturale per la crescita delle singole
aziende.
Per quanto riguarda invece la quota di mercato relativa nell’anno x, essa consente di valutare la forza
interna di un business. Indica il numero di volte in cui il fatturato di un dato business supera quello
del concorrente leader. Si calcola facendo:
𝑓𝑎𝑡𝑡𝑢𝑟𝑎𝑡𝑜 𝑑𝑒𝑙 𝑏𝑢𝑠𝑖𝑛𝑒𝑠𝑠 (𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑥)
𝑓𝑎𝑡𝑡𝑢𝑟𝑎𝑡𝑜 𝑏𝑢𝑠𝑖𝑛𝑒𝑠𝑠 𝑐𝑜𝑛𝑐𝑜𝑟𝑟𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑙𝑒𝑎𝑑𝑒𝑟 (𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑥)
Dalle due variabili andiamo a dicotomizzare in alto o basso e otteniamo una matrice che individua le 4
attività che compongono il portafoglio.
1. Stars → non mi limito a mantenerle perché il tasso di sviluppo del mercato è alto e quindi anche se
devo fare grandi investimenti so che posso ottenere da queste un grande ritorno.
2. Cash cows → mantengo perché il fabbisogno è minore di quanto è necessario investire. Le uso per
finanziare quelle attività su cui devo investire tanto come le stars.
3. Question marks → se investo e investo bene possono diventare stars perché vado ad aumentare la
quota di mercato relativa. La stessa però essendo bassa non assicura la profittevolezza per investire e
quindi per investire dobbiamo avere delle risorse che ci possono venire dalle cash cows. Nel caso in cui
le cash cows non assicurano le risorse necessarie allora le lasciamo, disinvestiamo.
4. Dogs → le eliminiamo.
Critiche: inadeguatezza delle due dimensioni nel definire il posizionamento dei vari business
dell'impresa. La quota di mercato relativa non esprime la posizione competitiva globale dell'attività e il
tasso di sviluppo del mercato non è l'unico fattore in grado di esprimere l'attrattività globale di un settore.
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In conclusione, si ha una scarsa capacità interpretativa del modello, dovuta essenzialmente alla carenza
di input informativi di partenza.
Si elabora quindi una matrice diversa da quella della BCG. Le variabili non sono dicotomizzate ma vi è
anche il valore medio delle due determinanti.
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uno specifico mercato obiettivo (contenenti una pianificazione dettagliata delle azioni da
intraprendere a livello di mercato target).
Volendo dare una definizione più precisa possiamo dire che le opportunità rappresentano fattori esterni
che, se sfruttati tempestivamente (prima dei competitors possibilmente), si ripercuotono sulle prestazioni
dell'impresa e possono contribuire alla creazione di un vantaggio competitivo (= superamento delle prestazioni
dei concorrenti). Sono delle opportunità potenziali:
➢ previsione di elevata crescita della domanda
➢ barriere all'ingresso (basse se l'azienda è nuova entrante, alte se l'azienda è già presente sul
mercato)
➢ facilità di accesso ai canali distributivi
➢ introduzione di nuove tecnologie
➢ bassa elasticità della domanda
Le minacce, invece, possono portare ad un declino delle prestazioni dell'impresa in assenza di contromisure
per fronteggiarle. Possono mettere a rischio il successo della strategie implementate se l'azienda non
agisce per porvi rimedio. Sono delle minacce potenziali:
➢ previsione di una ridotta crescita della domanda
➢ ingresso di nuovi concorrenti
➢ aumento dell’intensità competitiva
➢ nascita di prodotti sostitutivi
➢ cambiamento nei gusti dei consumatori
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Contesto ambientale interno
Si tratta di andare a guardare il potenziale competitivo del nostro business (o attività) su cui ci stiamo
concentrando. Quanto è potente questa unità rispetto alla concorrenza? Qui ci attenzioniamo sui punti di
forza (competenze, skills, che noi abbiamo ma il competitor no) e di debolezza (skills che il competitor ha
e io no o poco). Sono determinate nel momento in cui le vado a definire, afferiscono la momento in cui
effettuo la valutazione (cambiano in periodi diversi della vita dell’azienda).
I punti di forza sono risorse o capacità specifiche di cui l'azienda è in possesso: se utilizzate in modo efficiente
le conferiscono una competenza distintiva rispetto ai concorrenti e possono consentire di cogliere le
opportunità e di eludere le minacce che l'ambiente propone.
Esempi: efficienza produttiva, competenze di marketing elevate, elevata capacità di innovazione, risorse
umane motivate e competenti, disponibilità di brevetti esclusivi.
I punti di debolezza, invece, sono quelle risorse o capacità che mancano all'azienda o che non sono
adeguatamente utilizzate, mentre i concorrenti ne dispongono. Identificano un'area di rischio, da migliorare,
poiché altrimenti si traduce in uno svantaggio competitivo.
Esempi: obsolete linee di produzione, elevati costi di produzione, competenze del marketing limitate,
clima aziendale conflittuale, ridotta capacità di innovazione.
Forze e debolezze sono concetti relativi (al business in cui si opera): una prerogativa dell'azienda sarà un
punto di forza solo se può oggettivamente rappresentare una competenza distintiva in un determinato
business di riferimento (saranno la domanda e la struttura del sistema competitivo del business a stabilire
se un dato attributo costituisce un punto di forza o se invece ha carattere di neutralità).
Una debolezza è tale solo se la sua presenza mette a rischio la prestazione dell’impresa in quel dato
business (mercato/sistema competitivo).
Esempio: se tutte le aziende che operano in un dato business (ASA) immettono sul mercato prodotti
innovativi mentre l'azienda in esame non possiede tale capacità innovativa, siamo in presenza di un punto
di debolezza.
Un fattore ambientale costituisce per l'impresa una minaccia o un'opportunità in relazione ai punti di
forza/debolezza posseduti dall'azienda. Ciò che per alcuni rappresenta una opportunità per altri può
risultare una minaccia.
Esempio: se si rende disponibile una nuova tecnologia, un'impresa può considerare tale evento come
un'opportunità se è in grado di acquisirla per i suoi prodotti più rapidamente dei concorrenti, sarà una
minaccia nel caso contrario.
Per evitare che l'analisi SWOT si riduca ad una mera elencazione di eventi esterni e di caratteristiche
dell'azienda, si procede ad una graduazione degli stessi, necessaria per fissare priorità di intervento. Per
procedere a ciò, abbiamo dei parametri di misurazione.
I parametri di misurazione dei punti di forza e di debolezza sono:
• Performance → capacità dell’azienda rispetto alla variabile osservata (molto elevata, elevata,
inadeguata, assai inadeguata).
• Grado di importanza → quanto il possesso di capacità rispetto alla variabile osservata è critica
per l’acquisizione di un vantaggio competitivo (elevato, medio, ridotto).
I parametri di misurazione delle opportunità e delle minacce, invece, sono:
• Gravità (se minaccia)/attrattività (se opportunità) dell’evento (graduazione su scala numerica).
• Probabilità del verificarsi di ciascun evento (graduazione su scala numerica).
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3. Obiettivi di marketing
A questo punto ho le informazioni necessarie per formulare gli obiettivi di marketing. Dal confronto tra
gli obiettivi aziendali da un lato e l'esame del contesto ambientale esterno-interno dall'altro discende la
fissazione degli obiettivi di marketing (che rappresentano una mediazione tra il generale e il particolare).
Le principali caratteristiche richieste per gli obiettivi:
Chiari e concisi (evitando frasi troppo lunghe);
Presentati in forma scritta (per facilitare la comunicazione ed evitare di doverli cambiare nel tempo);
Definiti nel tempo e nello spazio;
Espressi in termini quantitativi e misurabili;
In linea con gli obiettivi generali dell’impresa;
Sufficientemente stimolanti da fornire la giusta motivazione;
Realizzabili (questo implica la disponibilità delle risorse necessarie alla loro attuazione);
Precisi nello specificare i risultati attesi in settori chiave come, per esempio, le vendite (fatturato), le quote
di mercato, l’atteggiamento dei consumatori.
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Esempi: incrementare il tasso di fedeltà di acquisto della marca del 20% entro la fine del prossimo
anno nella fascia di età compresa tra i 15 e i 25 anni; incrementare il tasso di presenza nel punto
vendita del 30% e il numero di richieste di carte fedeltà del 20% entro la fine dell’anno.
In termini di profitto → anche il marketing ha una responsabilità finanziaria; pertanto, l’operatore di
marketing dovrà valutare scrupolosamente gli effetti sulla redditività d’impresa degli obiettivi di
vendita proposti.
Esempi: raggiungere un tasso di redditività sul capitale investito (ROI) pari al 15% nel corso dei
prossimi 3 anni; produrre un profitto netto al lordo delle imposte di 12.000 euro entro la fine
dell’anno.
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LA COMUNICAZIONE
Il principale obiettivo della comunicazione di marketing è quello di incrementare le vendite (e i profitti).
I vari obiettivi specifici poi possono essere:
creare consapevolezza (far conoscere il prodotto)
costruire un'immagine positiva (far percepire il valore che viene offerto)
sviluppare la relazione all'interno del canale distributivo;
mantenere i clienti (fidelizzazione)
identificare i potenziali clienti (comunico per acquisire informazioni sul mercato/nuove tecnologie)
1. Pubblicità (advertising)
Qualsiasi forma di comunicazione di massa (rivolto a tutti, indistintamente) impersonale, a pagamento (è
una delle più costose, investimento alto con ritorno non certo e in ogni caso sul medio lungo termine),
unilaterale, il cui emittente è un soggetto ben identificato.
Tra gli strumenti/media che si possono utilizzare abbiamo: televisione, radio, giornali, riviste, pubblicità
esterna (es. tabelloni pubblicitari), oggettistica aziendale (penne sponsorizzate, calendari) e pubblicità
dinamica (cartelloni su autobus e metropolitane) o da internet (banner, video pre roll, viral videos).
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L’obiettivo perseguito dagli operatori di marketing è quello di definire la corretta combinazione degli
elementi componenti il communication mix al fine di assicurarsi che il prodotto trovi buona accoglienza
sul mercato.
Si dovrà considerare:
➢ Il ruolo della comunicazione nel marketing mix complessivo;
➢ La natura del prodotto;
➢ La natura del mercato.
Relazioni pubbliche
Punti di forza:
• Basso costo;
• I messaggi diffusi dai media (es. ufficio stampa, giornali, tv, ecc.) sono considerati più credibili
dei messaggi pubblicitari;
Punti di debolezza:
• I media possono non voler cooperare;
• Vi è una forte competizione per ottenere l’attenzione dei media;
• Gli operatori di marketing hanno poco controllo sul messaggio.
Vendita personale
Punti di forza:
• Il venditore può essere persuasivo e influenzare il compratore;
• La comunicazione a due vie permette al compratore di porre domande al venditore e di verificare
che il messaggio sia stato recepito;
• Il messaggio può essere adattato all’interlocutore specifico.
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Punti di debolezza:
• Alto costo per contatto;
• Può essere difficile reclutare il personale di vendita e fornirgli la giusta motivazione;
• La capacità nella presentazione del prodotto varia da un venditore all’altro.
N.B. La comunicazione deve essere integrata, possiamo usare anche più strumenti insieme ma
l'importante è che ognuno degli strumenti deve essere integrato e finalizzato al raggiungimento di
obiettivi specifici.
FOCUS: PUBBLICITÀ
Pubblicità: obiettivi specifici che possono essere definiti grazie a 4 schemi diversi:
1. Informare, persuadere, ricordare
vanno a creare tre diversi tipi di pubblicità:
Pubblicità informativa → informare i consumatori circa l'esistenza del prodotto, le sue funzioni e le
sue utilità. Obiettivo: creare una domanda primaria. Questa pubblicità è presente nei primi stadi del
CVP.
Pubblicità persuasiva → persuadere, convincere i consumatori circa la bontà della propria marca.
Obiettivo: creare una domanda selettiva per una marca particolare. Presente nelle fasi del ciclo di
vita del prodotto in cui la concorrenza è più vivace. Gli annunci pubblicitari persuasivi possono
trasformarsi in pubblicità comparativa.
N.B. La pubblicità comparativa può risultare pericolosa qualora i confronti siano ingiusti e scadono nella
denigrazione dei prodotti rivali. Potrebbe diventare competizione sleale. Necessità di regolamentare le
leggi sulla pubblicità comparativa.
Pubblicità ricordo → ricordare ai consumatori l'esistenza del prodotto. Obiettivo: ricordare che esiste
il prodotto. Presente nella fase di maturità del CPV.
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Apprendimento cognitivo → la pubblicità ha soddisfatto il bisogno di conoscenze da parte del
consumatore, ne ha diminuito il rischio percepito, ha aumentato la trasparenza di mercato.
Apprendimento affettivo → la pubblicità dovrebbe indurre il consumatore alla reazione del tipo: "mi
piace quel prodotto".
Apprendimento comportamentale → la pubblicità dovrebbe indurre ad attivare il comportamento del
tipo: acquisto del prodotto/servizio pubblicizzato.
N.B. La base di calcolo di partenza per determinare il prezzo di vendita di un prodotto è il costo del
prodotto al quale si somma un margine lordo che ricomprende tutte le altre spese (di trasporto, del
personale, pubblicitarie, ecc.).
Metodo dell'utilizzo dei fondi disponibili → il budget per gli investimenti pubblicitari viene stabilito
come quota predeterminata dei profitti o delle risorse finanziarie a disposizione.
Vantaggio del metodo: stabilisce limiti ragionevoli alle spese pubblicitarie ancorandoli alle reali
capacità reddituali del prodotto.
Critica: non esiste sempre una connessione tra liquidità e opportunità pubblicitarie: limitando gli
investimenti pubblicitari ai fondi disponibili potremmo non cogliere tutte le opportunità per
incrementare vendite e profitti.
Metodo della parità competitiva → il budget per gli investimenti pubblicitari è determinato facendo
riferimento agli stanziamenti fatti dalle aziende concorrenti.
Critiche: è fenomeno assai diffuso che le aziende operanti in un medesimo settore presentino
dimensioni assai varie della spesa pubblicitaria, né ha significato assumere la media di tali dati, per
le difficoltà che si frappongono ad ogni tentativo di ponderazione.
La parità andrebbe intesa in senso attuale mentre i dati disponibili riguardano il passato.
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Il metodo assume una ipotesi irrazionalmente semplificatrice della realtà: cioè che tutte le aziende,
ponendosi sulla difensiva, perseguano attraverso la pubblicità l’unico obiettivo di conservare le
posizioni raggiunte; ma ciò significa trascurare la reale varietà d’intenti e di comportamenti che le
aziende manifestano.
Approccio basato sulla ricerca → il budget per investimenti pubblicitari è determinato sulla base di
risultati di un programma di ricerca ad hoc: si studiano vari media e la loro produttività; si opera una
stima degli investimenti richiesti dal piano pubblicitario che viene poi comparata con i risultati dello
studio effettuato sui media. Lo svantaggio del metodo sta nella sua onerosità. Il vantaggio invece è
che si tratta di un approccio più razionale alla determinazione degli investimenti per l’attività
pubblicitaria.
Approccio basato sui compiti → si stabiliscono gli obiettivi della pubblicità, si definiscono i compiti da
svolgere per perseguire i vari obiettivi; la direzione valuta gli investimenti necessari per svolgere i
vari comiti e li somma per determinare la spesa complessiva. Questo metodo spesso viene abbinato
a quello basato sulla ricerca.
Un altro modo per valutare il media migliore è quello di considerare copertura e frequenza media.
La copertura (reach) rappresenta il numero di spettatori target esposti al messaggio pubblicitario almeno una
volta in un periodo di tempo determinato.
La frequenza media (frequency) rappresenta, invece, il numero di volte in cui, in media, tali spettatori sono
stati esposti al messaggio nel periodo di tempo considerato.
FOCUS: PROMOZIONE
Incentivi di breve periodo da parte di uno sponsor identificato, diretti ai consumatori finali, agli
intermediari commerciali (trade) o ai venditori, con l’obiettivo di incoraggiare l’acquisto o la scelta di un
prodotto, la sua prova e il suo utilizzo.
La promozione delle vendite può essere orientata ai:
• Distributori venditori (trade promotion)
• Consumatori (consumer promotion)
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Per quanto riguarda i distributori venditori (trade promotion), tra gli obiettivi conseguiti abbiamo:
• Convincere gli intermediari a commercializzare la gamma di un determinato produttore.
• Ridurre le scorte del produttore e far aumentare quelle del distributore.
• Sostenere l’attività pubblicitaria e la promozione delle vendite orientata ai consumatori.
Per quanto riguarda quella orientata ai consumatori invece gli obiettivi sono:
• Indurre il consumatore a provare il prodotto.
• Ricompensare il consumatore per la sua fedeltà.
• Incoraggiare il consumatore ad acquistare il maggior numero di prodotti.
• Convincere il consumatore a ripetere l’acquisto nel tempo.
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FOCUS: PUBBLICHE RELAZIONI
Media/strumenti:
Ufficio stampa → per essere il più possibile credibili, facciamo arrivare il nostro messaggio
indirettamente al consumatore: sarà una fonte esterna e il più possibile autorevole a comunicare ciò
che può dare valore al prodotto o al brand. Per buona parte del pubblico la fonte più accreditata sono
i mass media (giornali, televisione) che vengono percepiti come competenti e non coinvolti
economicamente in ciò che viene raccontato su una determinata azienda.
Eventi → le aziende possono decidere di progettare in autonomia un evento, ossia una iniziativa di
comunicazione complessa, circoscritta nel tempo, organizzata e programmata, che un’azienda attua
per convocare alcuni suoi stakeholder (clienti, dipendenti, azionisti, opinion leader, giornalisti e
fornitori) e per attirare l’attenzione dei suoi influenzatori (ossia i soggetti che possono condizionare
il raggiungimento degli obiettivi aziendali), inducendo entrambi a creare, sviluppare e consolidare
relazioni interattive tra di loro e con la stessa azienda.
Tra i principali eventi ricordiamo: convegni, congressi, mostre ed esposizioni, fiere.
Sponsorizzazioni → forma di comunicazione che associa un brand a un personaggio noto o a un
evento o a un'iniziativa culturale in modo che parte dei valori espressi dal personaggio o dall'evento
possono essere trasferiti nella mente del pubblico al brand stesso.
N.B. La marca identifica il prodotto. Quando parliamo di brand associamo alla marca tutto un insieme
di elementi valoriali e simbolici che si celano dietro la marca.
RICERCHE DI MARKETING
Oggi non si parla più di sistema informativo di marketing (SIM) ma di MDSS, ovvero marketing decision
support system, che tiene conto anche delle evoluzioni tecnologiche che ci sono state per l'elaborazione
e il raccoglimento di dati.
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Dato → caratteristica oggettiva che si accompagna ad un certo stato o processo. La rilevazione del dato
consiste nel rappresentare la caratteristica interessante nella forma più appropriata (solitamente
numerica).
Informazione → traduzione del dato in elemento comprensivo e significativo per una data finalità. Ha
cioè un significato in presenza di uno scopo perseguito dall’utente e ha perciò, a differenza del dato, un
certo carattere di soggettività.
Conoscenza → organizzazione delle informazioni.
Ad oggi si ha sempre più bisogno di una maggiore qualità e quantità di informazioni a causa:
del più diffuso impiego di strumenti di concorrenza diversi dal prezzo;
dalla sempre più diffusa necessità di cogliere sul nascere i desideri del consumatore;
dalla crescente estensione delle dimensioni delle aziende e dei mercati;
della crescente complessità e turbolenza ambientale.
Tuttavia, si ha avuto sicuramente un miglioramento delle tecniche di raccolta dei dati grazie alla rete
internet.
Per prendere delle decisioni efficaci finalizzate a garantire una corrispondenza tra prodotti e attività
dell'impresa (offerta) ed attese del mercato (domanda), l'operatore di marketing necessita di informazioni
che riguardano:
L'ambiente interno all'impresa → informazioni utili per gestire gli strumenti del marketing mix:
prodotto, prezzo, distribuzione, comunicazione. Informazioni relative alla relazione tra la funzione di
marketing, le altre aree funzionali aziendali e la direzione dell'impresa.
L'ambiente esterno all'impresa → comportamento del consumatore (della domanda), concorrenza,
sistema distributivo, andamento delle variabili ambientali in senso ampio (aspetti sociali, politico-
legislativi, demografici, tecnologici).
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• Il microambiente (ambiente operativo) comprende il comportamento dei clienti (domanda), della
concorrenza e del sistema distributivo. Le principali fonti informative sono rappresentate da:
venditori, operatori interni, enti e rete.
• Il macroambiente, invece, comprende l’ambiente nelle sue componenti sociali, tecnologiche,
economiche, politico-legali, ecc. Per quanto riguarda le modalità di raccolta dei dati abbiamo:
o scanning irregolare → è costituito da studi ad hoc, solitamente riguardanti orizzonti temporali
brevi, predisposti sulla base di problemi specifici.
o scanning regolare → ha luogo per prevenire situazioni di crisi, piuttosto che per mettervi
riparo. Si tratta di rilevare le variabili ambientali più rilevanti e di procedere periodicamente
ad una loro rilevazione e misurazione (nei piani di marketing le variabili ambientali sono
analizzate con una esplorazione di questo tipo).
o scanning continuo → ha luogo per lo più con finalità di pianificazione a livello strategico.
Consiste nel tenere sotto controllo un ampio spettro di elementi dell’ambiente attraverso un
sistema di raccolta e di analisi dei dati molto strutturati.
Le principali fonti informative sono rappresentate da: istituti specializzati, banche dati, internet, uffici,
studi interni, associazioni di categoria, società di ricerche di mercato.
La ricerca di marketing può essere vista come un processo sistematico finalizzato ad ottenere tutte le
informazioni che facilitano il processo decisionale. Le varie fasi del processo sono:
1. Definizione del problema e fissazione degli obiettivi assegnati alla ricerca;
2. Sviluppo del piano della ricerca;
3. Conduzione della ricerca;
4. Elaborazione dei dati;
5. Preparazione alla relazione conclusiva.
Per quanto riguarda lo sviluppo del piano di ricerca (fase 2) possiamo avere una ricerca interna o
esterna con fonte dei dati che possono essere primari e/o secondari. Circa la natura della ricerca
abbiamo:
• Quantitativa
• Qualitativa → queste ricerche hanno una finalità prevalentemente “esplorativa”, servono cioè a
trovare indicazioni utili per la soluzione di un problema che sia l’immagine di marca o l’impatto
di una pubblicità. Permettono di raccogliere, analizzare ed interpretare le affermazioni delle
persone, approfondendone il significato al di là delle espressioni manifeste che le hanno prodotte.
Individuano, pertanto, elementi all’origine dei comportamenti e degli atteggiamenti, mettendo
in luce i meccanismi individuali profondi e il sistema di interazione in cui si formano. Nelle
ricerche di natura qualitativa non è richiesta la rappresentatività statistica dei campioni analizzati:
anche se le indagini vengono condotte su un campione ridotto di casi, esse permettono di
acquisire un significativo bagaglio di informazioni con un impegno di tempo e di spesa contenuti.
Tra le diverse tipologie di ricerca qualitativa abbiamo:
o Focus group → si basano su discussioni fra un numero ristretto di partecipanti (in genere
8 o 10), coordinati da un moderatore, e servono a generare nuove intuizioni e idee. Il
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moderatore, partendo da una traccia di discussione, chiede ai partecipanti di esprimere
liberamente giudizi, impressioni, sensazioni, evocati dall’argomento oggetto di indagine
e svolge un ruolo di stimolatore della conversazione. Si ricorre al focus group perché
facilita l’interazione tra i partecipanti e quindi contribuisce a generare informazioni utili,
mettendo in luce elementi di convergenza e di divergenza nelle posizioni individuali.
o Interviste in profondità → nelle interviste in profondità l’intervistatore si rivolge ad un
unico soggetto e sviluppa per diverse ore un certo tema. La funzione di questa tecnica è
di sviscerare argomenti, quali i significati attribuiti da un individuo a vari prodotti o i modi
in cui il prodotto influenza la vita di una persona. Si cerca di approfondire le percezioni,
gli atteggiamenti, le dinamiche di comportamento e le motivazioni delle persone in una
ambientazione protetta. Le interviste in profondità permettono, infatti, di eliminare le
mediazioni e i condizionamenti che possono invece riscontrarsi durante una intervista di
gruppo: il moderatore riesce così ad ottenere un numero molto maggiore di informazioni
sul modo in cui l’individuo si rapporta all’oggetto di indagine.
o Osservazione → metodo in base al quale i dati vengono raccolti tramite l’osservazione di
una qualche azione del soggetto interessato. Si tratta di rilevare i dati di un determinato
comportamento o fenomeno attraverso l’osservazione dello stesso. Si distinguono
osservazioni personali e osservazioni di tipo meccanico. Tra i vantaggi abbiamo l’assenza
di condizionamenti da parte dell’osservatore e quindi l’attendibilità dei dati raccolti in
quanto gli acquirenti si comportano nel modo più consueto (non sapendo di essere
osservati). Tra gli svantaggi, invece, abbiamo il fatto che consente di conoscere che cosa
è accaduto ma non può spiegare il perché sia accaduta quella cosa. Inoltre, non fornisce
indicazioni né sulle ragioni dei comportamenti osservati né sulle caratteristiche del
cliente.
o Intervista → consiste nella raccolta di dati primari per mezzo di interviste ad un numero
limitato di persone oppure ad un campione a sua volta selezionato nell’ambito di un
gruppo più ampio (universo campionario). Abbiamo diverse tipologie di intervista:
▪ interviste dirette
▪ interviste postali → invio per posta di questionari (con lettera esplicativa). Tra i
vantaggi abbiamo il costo contenuto (specie se esiste un’elevata dispersione
geografica delle unità oggetto di rilevazione) e l’assenza dell’intervistatore (no
condizionamenti). Tra gli svantaggi invece: tempi lunghi, campione
potenzialmente non rappresentativo, questionario compilato da persona diversa,
pericolo mancata comprensione delle domande.
▪ interviste telefoniche → domande rivolte per telefono. Vantaggi: costo contenuto
e raccolta rapida di informazioni. Svantaggi: limitatezza delle informazioni
acquisibili.
▪ interviste online (ricerche online) → inserimento di un questionario sul proprio
sito web ed offerta di un incentivo a chi risponde o inserimento di un banner su
un sito molto frequentato invitando le persone a rispondere ad alcune domande
con la possibilità magari di vincere un premio. Vantaggi: costi contenuti, tempi
brevi, versatilità. Svantaggi: campioni piccoli e distorti, eccessivo “switching” in
panel e continuità virtuali, rischio di incoerenze e problemi tecnologici.
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• Ricerche destinate a finalità mirate (product test, package test, pricing test, advertising test).
Ricerche sperimentali
Metodo che utilizza la simulazione di una situazione per valutare come cambia il comportamento dei
soggetti analizzati in relazione al cambiamento di una o più variabili.
In genere si agisce su un’unica variabile esaminandone l’impatto sulle altre variabili (es. è possibile
modificare il prezzo di un prodotto in un unico negozio test, lasciandolo inalterato in altri. Confrontando
poi le vendite del negozio testato con quelle degli altri si può stimare con ottima approssimazione il
probabile effetto di un cambiamento di prezzo sul mercato complessivo).
Tali sperimentazioni sono effettuate in locali appositamente attrezzati (punti vendita simulati) mediante
aree test o negozi pilota, così da poter controllare altre variabili che potrebbero alterare i risultati.
Ricerche destinate a finalità immediate (concentrate sullo studio dei prodotti e dei suoi elementi)
• Product test → test prevalentemente quantitativo che rileva gli aspetti (emozionali, relazionali, di
esperienza) che legano i consumatori all’uso e all’acquisto di un prodotto. Può essere
“comparato”, perché messo a confronto con i prodotti della concorrenza, o “monadico” se viene
sottoposto da solo al consumatore.
N.B. Blind test → test in cui i prodotti vengono proposti al giudizio del consumatore senza indicazione
della marca o di altri elementi che possano favorirne il riconoscimento.
• Package test → indagine in cui si misura l’impatto complessivo generato dalla confezione. Si
mostra una foto o un package vero e proprio e gli intervistati devono valutare gli aspetti estetici
e la funzionalità della confezione.
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Conduzione della ricerca
Fase dipendente:
➔ Dal tipo di dati da raccogliere: primari e/o secondari. Questi ultimi andranno localizzati,
predisposti per l’analisi ed eventualmente pagati; per i primi, invece, occorrerà predisporre
strumenti/documenti atti alla misurazione come questionari o dispositivi tecnologici e poi
predisporre il piano di campionamento. Per quanto riguarda il questionario, bisogna stabilire la
tipologia di domande, la formulazione e la sequenza delle stesse. Per quanto riguarda, invece, i
dispositivi tecnologici, abbiamo:
o Il galvanometro: dispositivo meccanico utilizzato per misurare l’intensità dell’interesse o
delle emozioni di una persona susseguenti all’esposizione della persona stessa ad una
descrizione o illustrazione. Esso rileva il minimo grado di trasudazione che si
accompagna al sorgere delle emozioni.
o Tachistoscopio: strumento che proietta un annuncio pubblicitario ad un intervistato con
un tempo di esposizione che può variare da meno di un centesimo di secondo a parecchi
secondi. Dopo ogni esposizione l’intervistato descrive tutto ciò che ricorda di aver visto.
o Eye cameras: vengono usate per studiare i movimenti dei bulbi oculari dei rispondenti al
fine di verificare su quali punti, prima di tutto, in un annuncio pubblicitario, si posino gli
occhi degli intervistati, per quanto tempo indugino su determinate parti e così via.
➔ Dal metodo di raccolta previsto in fase progettuale.
Piano di campionamento
Consiste nella definizione dell’unità campione, nella definizione della numerosità del campione e nella scelta
della procedura di campionamento.
Per quanto riguarda la procedura di campionamento, possiamo avere:
• Campioni probabilistici, che si dividono in:
o Campione casuale semplice → ogni membro della popolazione ha una probabilità uguale
e nota di essere selezionato.
o Campione casuale stratificato → la popolazione viene suddivisa in gruppi mutualmente
esclusivi (es. gruppi di età) e da ogni gruppo viene estratto un campione casuale.
o Campione a grappolo → la popolazione è divisa in gruppi mutualmente esclusivi (es.
blocchi di edifici) e il ricercatore estrae un campione di gruppi di intervistandi.
• Campioni non probabilistici, abbiamo:
o Campione di convenienza → il ricercatore sceglie i membri della popolazione da cui è più
facile ottenere informazioni.
o Campione ragionato → il ricercatore usa il proprio giudizio per selezionare i membri della
popolazione che prevedibilmente forniscano le informazioni più accurate.
o Campione per quote → il ricercatore individua ed intervista il numero prescritto di persone
in ciascuna delle categorie assegnate.
I dati raccolti nelle ricerche di mercato devono essere codificati, tabulati, rappresentati in modo da
permetterne l’interpretazione, ossia la valutazione del significato e del grado di accettabilità dei risultati
dal punto di vista del marketing (le analisi devono essere espresse in modo da renderle funzionali alle
decisioni che il responsabile di marketing dovrà prendere). Ci si avvale anche di tecniche statistiche.
Relazione conclusiva
Sommario:
• Ripresa della definizione del problema e degli obiettivi
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• Breve enunciazione dei metodi utilizzati
• Principali risultati
• Interpretazione da assegnare ai risultati
• Conclusioni dell’indagine
• Eventuali raccomandazioni
• Limiti della ricerca svolta
NEUROMARKETING
Applicazione della neuroscienza al marketing (Martin Lindstrom = massimo esponente)
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