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CITOLOGIA

Il documento tratta delle macromolecole biologiche, suddividendole in carboidrati, lipidi e proteine. I carboidrati sono polimeri di monosaccaridi e comprendono oligosaccaridi e polisaccaridi, come l'amido e la cellulosa. I lipidi, insolubili in acqua, includono trigliceridi, fosfolipidi e steroidi, mentre le proteine sono polimeri di aminoacidi con diverse funzioni biologiche.
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Il documento tratta delle macromolecole biologiche, suddividendole in carboidrati, lipidi e proteine. I carboidrati sono polimeri di monosaccaridi e comprendono oligosaccaridi e polisaccaridi, come l'amido e la cellulosa. I lipidi, insolubili in acqua, includono trigliceridi, fosfolipidi e steroidi, mentre le proteine sono polimeri di aminoacidi con diverse funzioni biologiche.
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Scheda 1

CITOLOGIA
LE MACROMOLECOLE BIOLOGICHE :
Le biomolecole sono dei composti chimici che hanno una notevole massa molecolare
e sono essenzialmente costituiti da carbonio e idrogeno. Spesso a questi due atomi si
associano anche azoto e ossigeno. Le biomolecole o macromolecole sono dei polimeri
costituiti dall'unione di più unità ripetitive dette monomeri. Ci occuperemo di
carboidrati detti anche zuccheri o glucidi, i lipidi cioè grassi e oli, proteine che hanno
funzione molto eterogenee a differenza dei carboidrati e dei lipidi che hanno
essenzialmente funzione di riserva energetica, e poi gli acidi nucleici che sono il DNA
e l’RNA che contengono l’informazione genetica.

Queste molecole contengono il carbonio. Il carbonio è un elemento chimico molto


versatile. Infatti per raggiungere la sua stabilità deve acquisire quattro elettroni,
ovvero può formare quattro legami con altri gruppi funzionali. I gruppi funzionali
sono combinazioni specifiche di atomi e conferiscono alla materia proprietà
caratteristiche. Il legame carbonio-carbonio è un legame di tipo covalente ed è
piuttosto stabile.
GRUPPI FUNZIONALI PIÙ COMUNI:

Il gruppo ossidrilico OH, il gruppo carbonilico C doppio legame con O e legame con
H, il gruppo carbossilico COOH, il gruppo amminico NH2, il gruppo solfidrico SH
che si ritrova in molti aminoacidi come ad esempio la cisteina e il gruppo fosfato PO4.
Le biomolecole si formano con la successione dei monomeri che si uniscono tra di
loro attraverso un meccanismo che prende il nome di condensazione. La reazione di
condensazione porta all'eliminazione di una molecola d'acqua.
La reazione avviene con l'eliminazione di un gruppo ossidrilico da una molecola e di
un atomo di idrogeno dall’altra, così che si forma l’acqua. D'altra parte, in presenza di
acqua si potrà avere la scissione di questo legame e quindi la formazione di due
molecole separate, la reazione prende il nome di idrolisi perché interviene proprio la
molecola di acqua come reagente.

L’acqua può intervenire sia come solvente che come reagente ma soprattutto come
liquido che trasporta le molecole nell'ambiente extracellulare. L’acqua si tratta di una
molecola polare, formata da due atomi di idrogeno e uno di ossigeno legati da legami
covalenti. Il fatto che l’essere umano sia costituito dal 60% di acqua, ci fa capire che
sia un elemento indispensabile per la nostra vita.

CARBOIDRATI:
Il nome ‘carboidrati’ sta ad indicare la composizione stessa di queste
molecole, formati sostanzialmente da carbonio e idrogeno. Possono
trovarsi nella loro struttura chimica ad anello o lineare. Sono prodotti
dalle piante nel loro processo di fotosintesi, a partire
dall’acqua e dall’anidride carbonica. Le unità più
semplici che vanno a costituire i carboidrati sono i monosaccaridi.
In base al numero di queste unità ripetitive possiamo distinguere:

●​ OLIGOSACCARIDI: formati da poche unità ripetitive;


●​ POLISACCARIDI: formati da un numero maggiore di
monomeri.

1
Nella foto viene illustrato il glucosio, che rappresenta una unità monomerica dei
carboidrati. È uno zucchero esoso, a 6 atomi di carbonio legati tra loro con legami
covalenti. In ogni atomo di carbonio troviamo da una parte il gruppo ossidrilico e
dall’altra un idrogeno, mentre alla fine troviamo il gruppo carbonilico. A destra, il
glucosio viene presentato nell’immagine con la proiezione di Haworth, come una
molecola planare. I 6 atomi di carbonio formano una struttura ad anello planare e al di
sopra e al di sotto di questa struttura si legano gli atomi di idrogeno e i gruppi
ossidrilici.

Generalmente i monosaccaridi hanno una forma ciclica e questo permette la


formazione di isomeri, cioè molecole che presentano gli stessi atomi costituenti ma
spazialmente disposti in modo differente. Ad esempio esistono due isomeri del
glucosio: l’α-D-glucosio e il β-D-glucosio. Queste molecole differiscono soltanto dalla
posizione dell’ossidrile e dell’idrogeno legati al carbonio 1. Due monosaccaridi
importantissimi sono inoltre il 2-desossiribosio (così chiamato perché privo di un
ossigeno in posizione 2’) presente nel DNA e il ribosio, presente nel RNA.

Gli oligosaccaridi contengono un piccolo numero di monosaccaridi (da due a venti).


Quando i monosaccaridi si legano tramite un legame O-glicosidico con un numero
sempre crescente, porta nell’ordine la formazione prima degli oligosaccaridi e poi dei
polisaccaridi. Un esempio comune è lo zucchero normale da cucina, ovvero il
saccarosio. Il saccarosio è costituito dall'unione di una molecola di glucosio con una
di fruttosio. Un altro disaccaride comune è il lattosio, lo zucchero presente nel latte,
costituito da una molecola di galattosio e una di glucosio. Esiste un enzima, la lattasi,
in grado di scindere questo legame e quindi scomporre il lattosio in una molecola di
galattosio e una di glucosio, che verrà poi utilizzata come fonte energetica all'interno
del nostro organismo.
Ci sono molte persone
che mancano di questo
enzima o ne
producono in piccole
quantità e sono proprio
coloro che soffrono di
intolleranza al lattosio,
perché non riescono a
digerire correttamente
questo zucchero.

Il maltosio invece
deriva dall'idrolisi

2
parziale dell'amido ed è costituito da molecole di α-D-glucosio, con un legame
O-glicosidico tra il carbonio 1 di una molecola è quello 4 della successiva.

Il polisaccaride più comune è, ad esempio, l'amido. L'amido è un polisaccaride di


riserva e viene accumulato in vari prodotti, come i cereali oppure le patate. È
costituito da due porzioni: una è l’amilopectina, che è la parte ramificata dell'amido, e
l’altra è l’amilosio, che è la parte lineare. L'amilopectina presenta una catena
principale in cui ci sono legami tra le varie molecole di glucosio, che sono di tipo alfa
1-4 glicosidici; questo è determinato dalla posizione degli atomi di carbonio coinvolti
nel legame glicosidico. Nel caso delle catene ramificate, proprio nel punto di
ramificazione, abbiamo un legame di tipo alfa 1-6 glicosidico, sempre determinato dal
numero di carbonio coinvolti nel legame.

L’amido può essere digerito in presenza di un enzima, l’amilasi. L’amilasi scinde


l'amido in molecole di maltosio. Il è un oligosaccaride che viene a sua volta scisso
dall’enzima maltasi, il quale lo divide in diverse molecole di glucosio.

Un altro polisaccaride comune è la cellulosa. La cellulosa è un polisaccaride di


struttura, e non di riserva come l'amido, poiché va a costituire una struttura di
sostegno, ad esempio formando la parete cellulare delle cellule vegetali. La cellulosa è
un carboidrato complesso, costituito da oltre 3000 unità di monomeri di glucosio
legate tra loro a formare un polisaccaride lineare. Viene digerita solamente in presenza
di un enzima, la cellulasi, prodotta da funghi e batteri.

I mammiferi erbivori, come cavalli e conigli, non sono in grado di produrre questo
enzima, per cui risolvono il problema ospitando nello stomaco o nell'intestino alcuni
batteri che digeriscono la cellulosa.

3
La catena è lineare, quindi si tratta di
una molecola in cui troviamo
solamente legami beta 1-4
glicosidici. La cellulosa si trova solo
nelle piante.

Un corrispondente polisaccaride
strutturale nel regno animale è la
chitina, che costituisce l'esoscheletro
di molti crostacei e insetti.

I LIPIDI

Un'altra categoria di macromolecole che prenderemo in considerazione sono i lipidi. I


lipidi sono idrocarburi insolubili in acqua, poiché sono molecole apolari.
Principalmente possiamo suddividere i lipidi in tre categorie: trigliceridi, fosfolipidi e
steroidi.

I trigliceridi sono formati essenzialmente da una testa di glicerolo apolare, quindi


idrofobica, a cui sono legate tre molecole di acidi grassi. La loro principale funzione è
quella di accumulo di energia a lungo termine.

Passando ai fosfolipidi, hanno una struttura molto simile ai trigliceridi, ma con una
testa polare, quindi idrofila. In natura, questi fosfolipidi si uniscono tra loro per
formare strutture circolari chiamate micelle. Le teste dei fosfolipidi sono a contatto
con l'acqua, mentre le code, che sono la parte idrofobica, si trovano nella parte interna
di questa struttura, creando una sorta di barriera.

Gli steroidi fungono da segnali. Un esempio sono gli ormoni di natura proteica o
amminoacidica rilasciati da alcune parti del corpo. Il principale rappresentante di
questa classe di lipidi è il colesterolo, trasportatore di grassi nell'organismo. Altri
esempi sono gli ormoni sessuali, sia maschili che femminili.

TRIGLICERIDI

I trigliceridi hanno
una struttura
costituita da una testa
di glicerolo, che è
una molecola
formata da 3 atomi di
carbonio, ciascuno
legato a un gruppo

4
ossidrilico. Nella formazione dei
trigliceridi, questo gruppo OH
reagisce per formare un legame
covalente con tre molecole di acidi
grassi. Gli acidi grassi sono
molecole carboniose in cui gli
atomi di carbonio sono legati tra
loro attraverso legami covalenti
semplici (acido grasso saturo); nel
caso in cui sia presente un legame
doppio, l'acido grasso viene
definito insaturo.

I primi, a temperatura ambiente, hanno una consistenza solida (come il grasso o il


burro), mentre i trigliceridi che contengono acidi grassi insaturi hanno, a temperatura
ambiente, una consistenza liquida (come l'olio di oliva).

I FOSFOLIPIDI

I fosfolipidi si differenziano dai trigliceridi per la caratteristica della loro testa polare e
quindi idrofilica. Questa caratteristica dona ai fosfolipidi un carattere anfipatico cioè
la presenza contemporanea nell'ambito della stessa molecola di zone polari e apolari.

L’idrofilicità è dovuta all'unione con una molecola di glicerolo, presente anche nei
trigliceridi; in questo caso, l'ultimo gruppo ossidrilico collegato al carbonio 3 del
glicerolo si lega a un gruppo fosfato PO4 (3-). Questo gruppo si lega a un’altra
molecola, la colina, che conferisce l’idrofilicità.

5
GLI STEROIDI

Il colesterolo è uno dei principali componenti delle membrane cellulari, in quanto ne


determina la fluidità. Gli steroidi includono gli ormoni sessuali maschili, come il
testosterone, e quelli femminili. Un'altra categoria di pseudo-steroidi è rappresentata
dai feromoni. I feromoni sono molecole che facilitano la comunicazione tra individui,
ad esempio durante i riti di accoppiamento.

Quando si parla di colesterolo "buono" e "cattivo", in realtà non ci si riferisce


solamente alla molecola di colesterolo.

HDL: COLESTEROLO BUONO. Lipoproteina ad alta densità; facilita il trasporto


del colesterolo, evitando che si accumuli sulle pareti dei vasi sanguigni, in particolare
delle arterie, formando le cosiddette placche di aterosclerosi.

LDL: COLESTEROLO CATTIVO. Lipoproteina a bassa densità, che trasporta il


colesterolo in modo meno efficiente, tendendo ad accumularsi a livello delle pareti.

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LE PROTEINE

Le proteine svolgono svariate funzioni:

●​ Strutturale: basti pensare alla composizione di ossa, muscoli, unghie e capelli;


●​ Trasporto: ad esempio, nel sangue troviamo l'emoglobina, in grado di legare
l'ossigeno e trasportarlo nei vari distretti del corpo;
●​ Deposito;
●​ Movimento: nel meccanismo di contrazione muscolare sono coinvolte diverse
proteine;
●​ Funzione di difesa: le immunoglobuline, ad esempio, sono anticorpi di origine
proteica;
●​ Funzione di regolazione: molti fattori di trascrizione o che intervengono nei
processi di replicazione e sintesi proteica sono proteine che inibiscono o
attivano alcune vie metaboliche.

Anche le proteine sono polimeri, le cui unità


ripetitive sono gli aminoacidi. Gli aminoacidi
presentano una catena laterale R, che può
variare. In base alla natura della catena
laterale R, gli aminoacidi possono essere
classificati in quattro gruppi principali:
aminoacidi non polari; aminoacidi polari
senza carica; aminoacidi polari acidi con
carica negativa; aminoacidi polari basici con
carica positiva. Tra gli amminoacidi apolari troviamo la glicina, il più semplice, in cui
la catena R è rappresentata solo da un atomo di idrogeno. Gli aminoacidi possono
essere indicati con tre lettere, come "Gly" per la glicina, oppure con una sola lettera,
come "G".

LEGAME PEPTIDICO

Il legame peptidico è quello tra due


aminoacidi contigui, con l'eliminazione di
una molecola d'acqua (reazione di
condensazione) tra il gruppo carbossilico
COOH dell’aminoacido 1 e il gruppo
amminico NH2 dell’aminoacido 2. Un
esempio è la seril-alanina, formata per
condensazione tra serina e alanina.

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Le proteine sono formate da una lunga catena carboniosa e hanno due terminali:
l'estremità aminoterminale NH3+ (N-terminale) e l'estremità carbossiterminale COO-
(C-terminale). Per convenzione, l'estremità amminica si scrive a sinistra e l’estremità
carbossilica a destra. Per questo gli aminoacidi sono sostanze anfotere in quanto
contengono almeno un gruppo funzionale acido e uno basico.

Ciascun amminoacido in un polipeptide è detto residuo.

STRUTTURA DELLE PROTEINE

STRUTTURA PRIMARIA

La struttura primaria delle proteine è rappresentata dalla sequenza di amminoacidi.


Questo ordine di ciascun amminoacido viene specificato da tre nucleotidi a livello del
DNA, che codificano un amminoacido specifico; per esempio, la citosina, l'adenina e
la guanina codificano l'aminoacido glutammina. Per far sì che la proteina abbia una
funzione e un'attività biologica, è necessario che questa assuma una struttura
tridimensionale, perché, quando viene sintetizzata a livello del citoplasma, non può
svolgere un'attività biologica. Perciò, la proteina deve immettersi in un processo
chiamato folding delle proteine. Questo significa che le funzioni di una proteina non
dipendono soltanto dalla natura chimica dei suoi costituenti ma anche dalla loro
localizzazione in determinati punti della molecola, importanti nel determinare la
configurazione che la catena polipeptidica assume nello spazio.

STRUTTURA SECONDARIA

La struttura secondaria è rappresentata


dalla conformazione assunta dalla catena
polipeptidica attraverso la formazione di
legami più deboli, che determinano la
struttura ad alfa-elica o a foglietto beta.
Questi legami più deboli possono essere i

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legami ad idrogeno tra il gruppo carbonilico di un amminoacido e il gruppo amminico
di un altro amminoacido.

La catena polipeptidica individua dei piani nello spazio che contengono gli atomi dei
legami peptidici. Nei punti di congiunzione tra i piani si trovano i carboni alfa,
chiamati così perché si legano a quattro gruppi differenti. La possibilità di rotazione di
questi piani determina l'orientamento spaziale dei piani nel ripiegamento della catena
polipeptidica, dando origine all'alfa-elica.

Nella struttura ad alfa-elica, i legami ad idrogeno si formano nella stessa catena


polipeptidica ed assumono una forma a spirale, mentre nei foglietti beta i legami ad
idrogeno si possono formare tra due catene polipeptidiche; se hanno la stessa
direzione si parla di foglietto beta parallelo, mentre se hanno direzione opposta si
parla di foglietto beta antiparallelo. Questa struttura a foglietto beta si forma con
legami idrogeno tra gruppi carbonilici e amminici dei residui amminoacidici di due
catene polipeptidiche.

STRUTTURA TERZIARIA

Dati sperimentali dimostrano che moltissime proteine presentano una configurazione


spaziale più complessa di quella della struttura secondaria. La struttura terziaria, che
rappresenta la vera e propria struttura tridimensionale della proteina, è determinata
non solo dai legami idrogeno tra i gruppi peptidici, ma anche da una serie di altri
legami, che sono in genere deboli. Tra questi, le interazioni più frequenti sono:

●​ Legami ionici: se un gruppo con carica negativa interagisce con un gruppo di


carica positiva.
●​ Interazione di Van der Waals: tra i gruppi idrofobici laterali degli
amminoacidi apolari; queste interazioni sono molto deboli ma importanti, in
quanto gli amminoacidi idrofobici si dispongono all'interno della proteina
contribuendo al suo ripiegamento in ambiente acquoso.
●​ Legame disolfuro: detto anche ponte disolfuro (S-S), si forma per ossidazione
dei gruppi SH di due cisteine che, in seguito al
ripiegamento della proteina, si trovano vicine.

Un esempio di struttura terziaria è la mioglobina, che


è una proteina muscolare formata da un'unica catena
polipeptidica.

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STRUTTURA QUATERNARIA

La struttura quaternaria è presente nelle proteine costituite da più di una catena


polipeptidica, ciascuna detta subunità. Le proteine costituite da 1, 2, 3 o più subunità
sono dette monomeriche, dimeriche, trimeriche, oligomeriche o polimeriche.
L'emoglobina è il tipico esempio di proteina con struttura quaternaria. Questa
molecola è costituita da quattro catene polipeptidiche, di cui due di tipo alfa e due di
tipo beta. Ciascuna subunità dell'emoglobina contiene un gruppo tetrapirrolico
contenente il ferro, l'eme, capace di legare l'ossigeno. Abbiamo una distinzione tra il
sangue venoso e arterioso: il sangue arterioso è generalmente di un colore rosso
brillante perché è più ricco di ossigeno, mentre il sangue venoso è di solito più scuro.

IL GRUPPO EME

Il gruppo eme è costituito


dalla protoporfirina IX,
formata da quattro molecole
di pirrolo legate insieme a
formare un anello (anello
tetrapirrolico) e da uno ione
ferro che si trova al centro.

DENATURAZIONE
DELLE PROTEINE

Una proteina che si trova nella sua conformazione tridimensionale è detta nativa e, in
questa forma, è attiva, cioè può svolgere la propria funzione. Se perde questa
conformazione, verrà definita denaturata. La denaturazione di una proteina significa la
perdita della sua conformazione tridimensionale, tale da indurre la perdita della sua
funzione biologica. La denaturazione può essere di due tipi:

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●​ Irreversibile: quando la proteina, una volta acquisita la sua conformazione
tridimensionale, la perde e non la riacquisisce più. Ad esempio, la
denaturazione irreversibile può essere causata da calore, che porta alla rottura
di legami; oppure da solventi organici o detergenti, che rompono
definitivamente i legami deboli che si formano lungo la struttura
tridimensionale.
●​ Reversibile: dovuta ad agenti chimici come ad esempio l'urea e il
mercaptoetanolo, in cui si può ottenere la rinaturazione della proteina se questi
agenti chimici vengono rimossi.

CLASSIFICAZIONE

In base alla loro forma, si possono avere:

●​ Proteine globulari: di struttura sferica, come ad esempio la mioglobina e


l'emoglobina.
●​ Proteine fibrose: di struttura allungata, come ad esempio il collagene o la
cheratina.

In base al loro contenuto, si classificano in:

●​ Semplici: contenenti solo amminoacidi.


●​ Coniugate: contenenti altri gruppi chimici come lipidi, carboidrati, metalli,
ecc.

In base alle loro funzioni biologiche, si possono distinguere in:

●​ Proteine di trasporto: come ad esempio l'emoglobina.


●​ Proteine di deposito: come la mioglobina e la ferritina.

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●​ Proteine contrattili: come l'actina e la tubulina. La tubulina è una proteina
molto importante, che oltre ad essere contrattile, è anche strutturale e forma
alcune componenti del citoscheletro.
●​ Proteine regolatorie: come i fattori di trascrizione e gli ormoni peptidici.
●​ Proteine di difesa: come gli anticorpi o i fattori che intervengono durante il
processo di coagulazione del sangue.
●​ Proteine strutturali: come la cheratina.

LA CHERATINA

Tramite una sezione trasversale di


un capello, si può comprendere la
struttura della cheratina, che è
formata da una proteina fibrosa
con una struttura secondaria ad
alfa-elica. Due di queste proteine
si uniscono per formare una coiled
coil in un protofilamento di circa
20-30 Å (Angstrom) di diametro.
Più protofilamenti vanno a
costituire la protofibrilla di
cheratina.

GLI ACIDI NUCLEICI:


Gli acidi nucleici sono fondamentali per conservare, trasmettere ed utilizzare
l'informazione genetica.
Sappiamo che esiste il cosiddetto dogma centrale della biologia secondo cui esiste un
flusso unidirezionale dell'informazione genetica dalla molecola di DNA a quello delle
RNA messaggero fino alle proteine, attraverso due meccanismi che prendono il nome
di trascrizione, ovvero il passaggio dell'informazione dal DNA all'RNA messaggero, e
di traduzione ovvero il passaggio dal RNA messaggero alla sintesi delle proteine.
Il dogma centrale della biologia sostiene che questo flusso di informazione sia
unidirezionale cioè che il passaggio avviene solo dal DNA verso le proteine e che
quindi non è possibile il passaggio dalle proteine al DNA. Ultimamente, però, si è
visto che questo dogma centrale viene messo in discussione soprattutto per quanto
riguarda il primo passaggio, ovvero quello dal DNA all'RNA messaggero, in quanto
esistono degli organismi che sono in grado di ritornare alla molecola di DNA a partire
da una molecola di RNA. Questo processo viene chiamato trascrizione inversa ed è
catalizzato da un enzima che prende il nome di trascrittasi inversa. Gli organismi che
possono fare questo, e che quindi contengono queste enzima, sono i retrovirus.

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Gli acidi nucleici rappresentano le molecole più grosse e più interessanti presenti negli
organismi viventi.

Gli acidi nucleici si chiamano così proprio perché hanno una natura acida e sono
ricchi di fosforo e, inoltre, perché furono isolati dai nuclei delle cellule. Esistono due
tipi di acidi nucleici, la cui composizione chimica è molto simile: l'acido
desossiribonucleico (DNA) e l'acido ribonucleico (RNA).

Gli acidi nucleici sono definiti polinucleotidi, in quanto questa molecola è formata
dall'unione di numerosissime unità semplici, chiamate nucleotidi. Ogni nucleotide è a
sua volta formato da una base azotata, da uno zucchero pentoso e da un radicale
fosforico. Nel DNA lo zucchero pentoso è il 2-desossiribosio (manca di uno zucchero
in posizione 2) e nelle RNA il ribosio.

Le basi azotate appartengono a due categorie differenti: le pirimidine e le purine.


●​ PIRIMIDINE: Sono costituite da un solo anello e comprendono la timina, la
citosina e l'uracile;
●​ PURINE: Sono formate da due anelli fusi insieme e sono l’adenina e la
guanina.
Nel DNA sono presenti la timina, la citosina, l’adenina e la guanina. Nelle RNA
invece, la timina è sostituita dall'uracile.
Al carbonio 1 dello zucchero si lega una delle cinque basi azotate: questo complesso
viene chiamato nucleoside. Per formare il nucleotide, il radicale fosforico si lega allo
zucchero in posizione 5 dello zucchero formando un legame fosfodiesterico.

Abbiamo altri nucleosidi


importanti, soprattutto per il
trasporto energetico, come
l’adenosina-difosfato (ADP) e
l'adenosina-trifosfato (ATP).
Negli acidi nucleici i nucleotidi
formano polimeri dando vita a
lunghe catene la cui struttura può
variare in base alla sequenza dei
nucleotidi stessi. Il legame fra
due nuclei avviene tramite un
legame fosfodiesterico, chiamato così per la presenza del fosforo tra due esteri, tra
l'ossidrile del carbonio 5 di uno zucchero e l’ossidrile del carbonio 3 di uno zucchero
successivo.

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STRUTTURA PRIMARIA E SECONDARIA
La struttura primaria degli acidi nucleici è caratterizzata dalla sequenza dei
nucleotidi. La struttura secondaria, cioè la disposizione spaziale dei polinucleotidi, è
diversa tra DNA ed RNA. Il DNA risulta formato da due filamenti antiparalleli tra
loro e avvolti a formare una doppia elica con passo regolare, in giri destrosi. I
filamenti hanno direzione opposta: uno in direzione 3’-5’ e un altro 5’-3’. Nel 5’
abbiamo un gruppo fosfato e nel 3’ un OH.

L’RNA, invece, è a singolo filamento, disteso in alcuni punti e in altri avvolto su se


stesso per formare un'elica.

STRUTTURA SECONDARIA
La scoperta della struttura del DNA ha avuto un grande impatto sulla biologia,
favorendo l'avanzamento delle
conoscenze in genetica
molecolare. Il famoso
modello a doppia elica,
proposto da Watson e Crick, si
basa su dati raccolti da
scienziati come Wilkins e
Franklin, che hanno studiato la
diffrazione dei raggi X sul
DNA, e Chargaff, che ha
dimostrato la relazione tra le
basi puriniche e pirimidiniche.
I filamenti antiparalleli sono
mantenute a distanza regolare fra loro (2 nm) da basi azotate che sporgono dai
filamenti verso il centro della doppia elica. Queste basi sono legate tra di loro con
legami a idrogeno mantenendo insieme i due filamenti del DNA: la rottura di questi
legami, permette ai due filamenti di DNA di separarsi e di funzionare, ciascuno, da
stampo per la sintesi di nuovi polinucleotidi.

L'appaiamento delle basi:


l'adenina è sempre legata solo con
la timina con due legami a
idrogeno, mentre la citosina solo
con la guanina con tre legami a
idrogeno. Questo vuol dire che il

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legame citosina-guanina è molto più stabile e più forte.

La doppia elica del DNA presenta due solchi dovuti anche per l'appaiamento delle
basi: uno più ampio chiamato anche solco maggiore, e uno meno ampio chiamato
anche solco minore.

Questo tipo di conformazione del DNA è detta B ed è quella che si riscontra più
comunemente nelle cellule sia ecoreotiche sia procariotiche.
Esistono però altre conformazioni, denominate A, C, D, E e Z.
Il DNA di tipo A si differenzia dal tipo B perché le basi formano un angolo acuto,
cambiando la profondità dei solchi. Si presenza soprattutto in condizioni di
disidratazione.
La forma di tipo C potrebbe essere un artefatto da laboratorio.
Le forme D ed E sono molto rare e si trovano in DNA con specifiche sequenze, come
quelle che appaiando adenina e timina.
Infine, il DNA di tipo Z ha una struttura a doppia elica sinistrorsa, molto rara.

FUNZIONI DEL DNA


La presenza di questi legami rende i filamenti
complementari, permettendo la duplicazione del DNA.
Quando i filamenti si separano, ognuno può fungere da
stampo per creare un nuovo filamento identico, attraverso
un processo noto come replicazione semiconservativa.
Ogni organismo ha una specifica costituzione proteica, e il
DNA è fondamentale per la trasmissione delle
caratteristiche dette ereditarie. Per esprimere queste
informazioni, il DNA collabora con molecole di RNA, che
sono sue copie complementari.
Le proteine differiscono per la sequenza di amminoacidi, e
ciascuna è codificata nel DNA da sequenze nucleotidiche.

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Poiché ci sono venti amminoacidi e solo quattro nucleotidi (A, T, C, G), un singolo
nucleotide non è sufficiente per codificare gli amminoacidi.
Tuttavia, esiste una correlazione chiamata codice genetico, dove ogni amminoacido è
associato a una tripletta di nucleotidi, o anche detta codone.
Quattro nucleotidi, presi tre alla
volta, formano 64 combinazioni
differenti fra loro.

Le molecole di DNA della cellula


contengono l'informazione per tutte
le proteine, informazione che si
trasmette da una cellula all'altra con
la replicazione del DNA stesso. Il
tratto di DNA che contiene
l'informazione per un'intera proteina
è detto gene strutturale. Esso
trascrive un RNA messaggero, sua
copia complementare, sul quale
avviene poi la sintesi della proteina
in questione, con l'ausilio di altri tipi
di RNA: l'RNA transfer e l'RNA ribosomiale.
L'intero insieme di molecole di DNA costituisce nell'organismo il suo materiale
ereditario o anche detto genoma.

In sintesi, le principali funzioni del DNA sono due: replicarsi per trasmettere
informazioni genetiche alle nuove cellule e trascrivere le informazioni in RNA, in
particolare in RNA messaggero, che viene poi tradotto in proteine.
TIPI DI RNA
A differenza del DNA, l'RNA è a filamento singolo e contiene l’uracile al posto della
timina, che si lega con l'adenina. Le molecole di RNA vengono trascritte dal DNA
grazie a un enzima chiamato RNA polimerasi. Durante la trascrizione, la doppia elica
del DNA si apre, e il filamento che va nella direzione 3’-5’ funge da stampo per la
sintesi dell'RNA.

I principali tipi di RNA sono:

●​ RNA messaggero (mRNA): Questa è la classe di RNA più eterogenea,


composta da filamenti che contengono codoni corrispondenti agli aminoacidi
delle proteine. Viene prodotto durante il processo della trascrizione del DNA.

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Negli organismi procarioti, gli mRNA hanno una vita breve, venendo demoliti
in pochi minuti. Negli eucarioti, invece, si trovano principalmente nel
citoplasma, dove sono più stabili e possono vivere da alcune ore a diversi
giorni

●​ RNA transfer: tra le più piccole molecole di RNA, 75-90 nucleotidi. L’RNA
transfer ha questo nome perché trasferisce ai ribosomi i vari amminoacidi che,
uniti fra loro con legame peptidico, formano le proteine. Una molecola di RNA
transfer ha una tipica struttura a trifoglio, con tre anse alternate a tratti a doppia
elica. Presentano una tripletta, chiamata anticodone, complementare a una
tripletta delle mrna, detta codone.

Nella cellula, però, il tRNA assume una forma complessa a L rovesciata e


contorta, in cui le anse laterali formano l'angolo della L.

L'estremità 3’ del tRNA sporge di tre nucleotidi, identici in tutti i tRNA (CCA).
Questa sequenza rappresenta il sito accettore per gli aminoacidi, che vengono
legati al tRNA grazie all'enzima amminoacil-tRNA sintetasi. Le due anse
laterali della molecola L, chiamate ansa T e ansa D, sono fondamentali per il
riconoscimento del tRNA da parte del ribosoma e dell'enzima
amminoacil-tRNA sintetasi.

●​ L'RNA ribosomiale: così chiamato perché è un componente essenziale dei


ribosomi, organelli presenti in tutte le cellule e responsabili della sintesi delle
proteine. Può essere misurato utilizzando unità di misura che è lo Svedberg.
Nei procarioti abbiamo tre tipologie di ribosomiali: 23S, 5S e 16 S che

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andranno a costituire una cellula procariote con un totale di 70 Svedberg; negli
eucarioti avremo quattro tipologie: 28S, 18S, 7S e 5S che andranno a costituire
una cellula eucariote con un totale di 80 Svedberg.

Ogni ribosoma è
formato da due
subunità di dimensioni
diverse. La subunità
minore (50S nei
procarioti e 60S negli
eucarioti) contiene una
molecola di RNA
ribosomiale, mentre la
subunità maggiore (30
S nei procarioti e 40 S
negli eucarioti) ne
contiene due o tre varianti.
La forma di questi RNA è poco conosciuta, poiché sono legati a molte proteine.
Oltre agli RNA ribosomiali, nel ribosomi sono presenti numerose riboproteine;
le proteine della subunità maggiore vengono indicate con le lettere S (small) e
quelle della subunità minore con la lettera L. Ciascuna delle due subunità
ribosomiali svolge una specifica funzione: la subunità minore si lega l'Rna
messaggero e su di essa avviene il processo di riconoscimento
codone-anticodone tra RNA messaggero e RNA Transfer; la subunità maggiore
interagisce con l'estremità CCA e catalizza la formazione dei legami peptidici
tra i vari amminoacidi costituenti le proteine.

RNA SCOPERTI RECENTEMENTE


●​ Piccoli RNA nucleari: sono delle molecole di RNA molto corte, non superano i
150 nucleotidi. Si trovano nel nucleo delle cellule eucariotiche; sono coinvolte
nei processi di maturazione dell'RNA messagero.
●​ miRNA (micro RNA): Piccole molecole di RNA (20-22 nucleotidi); essenziali
nella crescita e nello sviluppo dell'organismo condizionando l'espressione
genica. Sono in grado di inibire la traduzione dell'mRNA in proteine favorendo
la degradazione dell'mRNA. In alcuni casi al contrario, possono stimolare la
produzione di proteine.
●​ SiRNA (piccoli RNA interferenti): Piccole molecole di RNA (20-22
nucleotidi); rappresentano un meccanismo di protezione, in quanto possono

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sopprimere l'espressione indesiderata di geni. La loro azione consiste nel
degradare specifiche molecole di mRNA.

ATP: ADENOSINTRIFOSFATO
L'ATP è il trasportatore di energia delle cellule. L'ATP (adenosin-trifosfato) è un
nucleotide composto da tre parti:
●​ la base adenina;
●​ lo zucchero pentoso ribosio;
●​ tre gruppi fosfato legati tra loro da legami covalenti.
L'ATP è una molecola ad alta energia: la rottura dei legami covalenti dei due gruppi
fosfato più esterni da parte di un enzima (idrolisi) libera infatti molta energia. La
rottura del primo legame libera molta più energia rispetto al secondo legame.

VIRUS: LA LORO STRUTTURA E CLASSIFICAZIONE


I virus hanno dimensioni ridottissime e proprio per questo non sono visibili al
microscopio ottico ma solo al microscopio elettronico. I virus vivono e si riproducono
all'interno di cellule eucariotiche o batteriche. Non posseggono vita autonoma e sono
privi di nucleo, di citoplasma e di membrana.
Verso il 1800-1900 i primi ad aver individuato questi organismi furono degli studiosi
che stavano cercando la causa di una malattia delle piante, ovvero il mosaico del
tabacco, che interrompeva la crescita della pianta del tabacco e presentava delle
macchie sulle foglie della pianta del tabacco. Un altro virus comune è il Virus della
screziatura del tulipano. Il virus che provoca questa malattia, relativamente innocua,
influenza la formazione del pigmento nei petali. Questi studiosi notarono che la causa
si avvicinava molto alla natura degli esseri viventi ed era in grado di riprodursi però
solo all'interno di un'altra cellula. Furono chiamati i virus, termine latino che significa
veleno.
Gli organismi viventi sono classificati in 5 diversi regni dall’ecologo H. Whitaker nel
1969.
1.​ Monera (Batteri)
2.​ Protista (Protozoi , alghe e muffe)
3.​ Plantae (piante)

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4.​ Fungi (funghi e lieviti)
5.​ Animalia (animali)
I virus non possono essere assegnati ad alcuno dei 5 regni degli organismi viventi in
quanto differiscono da tutti in quanto necessitano di un altro organismo vivente per
vivere. Poiché non hanno strutture cellulari, per effettuare il loro metabolismo e per
riprodursi devono penetrare all'interno di una cellula (procariotica o eucariotica) ed
utilizzare i suoi organuli; possono, pertanto, essere considerati endoparassiti cellulari
obbligati o parassiti intracellulare obbligati.
All'interno di una cellula un virus deve:
1.​ Replicare il genoma;
2.​ Produrre i propri elementi costitutivi;
3.​ Auto-assemblarsi.

STRUTTURA

I virus presentano uno solo dei due acidi nucleici che costituiscono il genoma virale,
cioè la sede dell'informazione genetica. Pertanto, i due tipi di acido nucleico non sono
mai presenti contemporaneamente. Per questo si parla di desossiribovirus, o virus a
Dna, virus il cui genoma è costituito da DNA, e ribovirus, virus il cui genoma è
formato da RNA; entrambi possono essere a singolo o doppio filamento.

È proprio il genoma virale che,


penetrato all'interno della cellula
ospite, utilizza ribosomi, enzimi ecc..,
per la sintesi di molecole specifiche
virali che andranno a costituire copie
fedeli del virus infettante. L'acido
nucleico che costituisce il genoma del
virus è racchiuso da un involucro
proteico, chiamato capside. Oltre a
proteggere il genoma virale, il capside
consente la penetrazione del virus
all'interno della cellula. Il capside è
costituito da subunità chiamate capsomeri (virus nudi).

A volte, nei virus cosiddetti rivestiti, all'esterno del capside, esiste un ulteriore
involucro lipoproteico, chiamato pericapside o peplos.

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CLASSIFICAZIONE

I virus possono essere classificati sia in base al tipo di cellula parassitata, sia in
funzione del tipo di acido nucleico che funge da genoma sia, infine, in base alle
dimensioni, alla forma e alla presenza o meno di un involucro lipoproteico.

Per quanto riguarda la forma, i virus possono essere allungati, sferici o poliedrici. La
forma è variabile e si basa sui tipi di simmetria dei capsomeri. I tre principali tipi di
simmetria sono: cubica, elicoidale e complessa.
Nei virus a simmetria cubica, le proteine del capside sono disposte secondo le facce di
poliedri irregolari, come il tetraedro, il dodecaedro e l'icosaedro. Nei virus a simmetria
elicoidale, i capsomeri si dispongono attorno a un asse centrale formando delle spire.
Infine, i virus a simmetria complessa presentano organizzazioni particolari.

REPLICAZIONE

La replicazione è un passo fondamentale nel ciclo vitale dei virus. Per riprodursi, i
virus devono entrare nelle cellule e sfruttare i loro meccanismi per produrre
componenti virali.

PENETRAZIONE DELLA PARTICELLA VIRALE

Il primo passo della replicazione è l'adesione del virus alla parete o alla membrana
cellulare.

Questo avviene grazie a due proteine presenti nel capside virale: l'emoagglutinina e la
neuraminidasi. L'emoagglutinina aiuta il virus ad attaccarsi ai recettori della
membrana, mentre la neuraminidasi facilita il distacco del virus una volta che è
attaccato.

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Durante le prime fasi dell'infezione, il capside virale si dissolve e alcune proteine
virali scompaiono nel citoplasma della cellula. Solo successivamente avviene la
duplicazione del genoma virale. Questo processo si svolge in luoghi diversi a seconda
del tipo di virus: il genoma dei virus a DNA di solito si replica nel nucleo, mentre
quello dei virus a RNA si replica nel citoplasma.

Per i virus a RNA, la replicazione è più complessa. Poiché l'RNA è a filamento


singolo, si forma prima una catena complementare grazie all'enzima RNA polimerasi.
Questa nuova catena di RNA poi funge da stampo per produrre ulteriori RNA virali.

Dopo la sintesi del genoma virale, si producono le proteine del capside. Queste si
auto-aggregano per formare una nuova particella virale, che deve legarsi al genoma
replicato. Infine, le particelle virali lasciano la cellula infettata attraverso processi di
esocitosi o mediante la lisi della cellula stessa.

L’enzima che permette ai batteriofagi di penetrare il loro genoma è il lisozima.

CICLO LITICO

Il DNA si replica, vengono


sintetizzati RNA e proteine virali;
queste ultime si uniscono fra loro
(si assemblano) per formare nuovi
virus, nella cui testa si inserisce il
genoma virale neoformato. Ogni
batterio infettato da virus si
trasforma così in una fabbrica di
nuove unità virali. Al termine del
processo, il batterio va incontro a
lisi e a liberazione dei virus, che
vanno poi ad infettare altri batteri.

CICLO LISOGENO

I fagi che hanno un ciclo lisogeno vengono chiamati virus temperati, perché il loro
DNA si integra nel cromosoma batterico (profago) e come esso si comporta; di
conseguenza, viene trasferito alle nuove generazioni senza determinare alcun danno
per il batterio. Questo stato di quiescenza può essere tuttavia spezzato da stimoli
opportuni (raggi UV, stress ecc.); in queste situazioni il DNA virale si può staccare
(excidere), passando dal ciclo lisogeno a quello litico.

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➢​ Trasduzione generalizzata: durante il ciclo litico nella testa del virus possono
essere incorporati frammenti di DNA batterico. Si forma una popolazione mista
con fagi che contengono i geni virali di origine, e fagi con DNA batterico;
questi ultimi possono poi inoculare i geni batterici in un nuovo batterio, così, il
DNA inoculato si fonde con quello batterico. Questo tipo di trasduzione si
definisce generalizzata perché qualsiasi gene del batterio donatore può essere
trasferito al batterio ricevente.
➢​ Trasduzione specializzata: il DNA virale integrato nel ciclo lisogeno prende il
nome di provirus. Quando dal ciclo lisogeno si passa a quello litico, questo
frammento di DNA donatore si spezza. Alcune volte (evento raro) il distacco
non avviene negli stessi siti in cui si è saldato, ma in zone leggermente sfalsate;
tale frammento, pertanto, avrà perso una porzione di DNA virale ed acquisito
alcune sequenze di DNA batterico. Si formano così nuovi virus che nella testa
portano DNA ibrido e che, infettando nuovi batteri, trasferiscono determinati e
specifici geni batterici (da cui specializzata).

VIROIDI E PRIONI

Il viroide è un agente infettivo, scoperto nel


1971 da Theodor O. Diener, ed è costituito
da una sola molecola di RNA circolare a
singolo filamento (+ o -), ripiegato a formare
regioni a doppia elica, privo di capside, è
come se si fosse creato da un virus con la
scomparsa del capside e che fosse rimasto
solo l’RNA, sensibile alla Rnasi. Infettano
soprattutto le piante; non codificano le proteine. Responsabili di numerose malattie
come il cadang cadang (palme da cocco-deperimento fogliare).

Le proteine prioniche sono presenti sia nelle cellule di individui sani che di individui
malati. Le Proteine prioniche cellulare (sana) e quella patogena differiscono nella
conformazione (a-elica bidimensionale nella PrP normale, foglietti beta
tridimensionali nella PrP patologica.)

Il termine Prione è stato coniato nel 1982, per denominare l'agente eziologico delle
TSE (encefalopatie spongiformi trasmissibili). Si tratta di una particella infettiva di
natura proteica (glicoproteina), priva di acido nucleico e resistente quindi all'azione
degli enzimi (ad esempio dnasi e rnasi) che distruggono l'RNA ed il DNA.

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L'isoforma fisiologica della proteina Prionica (PrPC, Prion related Protein) è presente
sulla superficie di tutte le cellule nucleate, ma è maggiormente espressa nei neuroni,
proprio per questo provocano le encefalopatie.

Le encefalopatie spongiformi trasmissibili riguardano anche molti animali, come ad


esempio la scrapie, che è una forma di TSE che colpisce bovini e Caprini. È sempre
una malattia neurodegenerativa, provocando sia la follia, come il morbo della mucca
pazza, ma soprattutto la morte.

Ma le encefalopatie spongiformi trasmissibili colpiscono anche l'uomo, basti pensare


ad esempio al kuru che è una malattia ormai superata ma che a livello di sintomi si
avvicina molto alla malattia di Creutzfeldt-Jakob, diagnosticata nel 1996,
caratterizzata dal deterioramento progressivo della funzione mentale, che porta a
demenza, contrazione involontaria dei muscoli (mioclono) e barcollamento quando si
cammina. Una variante può essere acquisita mangiando manzo contaminato. Un'altra
tipologia di encefalopatia è l'insonnia fatale familiare.

CELLULA PROCARIOTICA ED EUCARIOTICA

ESPERIMENTO DI MILLER

Nel 1920, lo studioso Stanley Miller condusse un esperimento fondamentale per


comprendere le origini della vita. Costruì un'ampolla di vetro nella quale inserì gas
che si riteneva fossero presenti nell'atmosfera primordiale, come metano, ammoniaca,
idrogeno e vapore acqueo. Sottopose l'ampolla a scariche elettriche, simili ai fulmini,
utilizzando elettrodi. Contestualmente, collegò questo sistema a un'altra ampolla
contenente acqua, per simulare l'oceano primordiale. Fornì anche una fonte di calore
al sistema.

Attraverso questo processo, Miller osservò la formazione di composti organici, tra cui
aminoacidi come glicina, alanina e acido
aspartico. Questo esperimento dimostrò
che, riproducendo le condizioni
dell'atmosfera primordiale e dell'oceano,
era possibile ottenere molecole che
potrebbero essere state precursori delle
proteine.

Un'altra pietra miliare nella storia della


biologia è rappresentata da Robert
Hooke, un fisico e naturalista inglese del
XVII secolo. Nel 1665, osservò una

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fettina sottile di sughero tramite un microscopio rudimentale e notò strutture che gli
ricordavano le celle di un convento o di una prigione. Benché avesse commesso un
errore nel chiamare "cellula" qualcosa che non era effettivamente una cellula, da
questo termine deriva l'odierna definizione di cellula come unità morfo-funzionale
degli organismi viventi.

Nel 1969, il biologo Robert Whittaker propose una classificazione degli esseri viventi
in cinque regni. Tra questi, il regno dei Monera, composto da procarioti. Il termine
"procariote" deriva da "prokaryon", che significa "prima del nucleo", indicando che il
DNA di queste cellule è disperso nel citoplasma, privo di una membrana nucleare. Gli
eucarioti, invece, includono i protisti, le piante, i funghi e gli animali, caratterizzati
dalla presenza di un nucleo ben delimitato.

Nel 1977, Carl Woese rielaborò ulteriormente questa classificazione, dividendo il


regno dei Monera in due domini: i batteri e gli archea, riconoscendo così l'importanza
delle differenze genetiche e biochimiche tra questi gruppi.

CELLULA PROCARIOTICA

I procarioti sono organismi unicellulari, incapaci di formare strutture multicellulari


complesse. A differenza degli eucarioti, queste cellule non hanno un nucleo
morfologicamente definito ove confinare il proprio genoma.

La loro struttura include una parete cellulare, che è situata esternamente alla
membrana plasmatica, comune anche nelle cellule eucariotiche. Le cellule
procariotiche possono presentare diverse morfologie, come bacilli (a forma di
bastoncino), cocchi (a forma di sfera) e
spirilli (a forma di spirale).

Questi organismi hanno una notevole


capacità di adattamento e una rapida
riproduzione asessuata, principalmente
tramite scissione binaria. Le dimensioni
delle cellule procariotiche sono
generalmente ridotte, il che implica anche
che i loro componenti cellulari siano più
piccoli rispetto a quelli delle cellule
eucariotiche.

Tra le strutture distintive dei procarioti ci sono i pili, appendici che consentono
l'adesione a superfici e a altri batteri. Oltre ai pili sono costituiti anche da flagelli che
sono organi locomotori che servono per il movimento. Il materiale genetico è

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localizzato in una regione chiamata nucleoide, priva di membrana nucleare, e i
ribosomi, responsabili della sintesi proteica, sono più piccoli rispetto a quelli delle
cellule eucariotiche. I ribosomi eucariotici hanno un coefficiente di sedimentazione
pari a 80 S, subunità minore 40 S e quella maggiore 60 S), mentre i ribosomi batterici
sono più piccoli in quanto presentano un
coefficiente pari a 70 S ( subunità minore
pari a 30 S e quella maggiore pari a 50 S).

La parete cellulare procariotica è


principalmente composta da
peptidoglicano (o mureina), un polimero
di zuccheri e aminoacidi che forma una
rete rigida attorno alla membrana
plasmatica. Esistono due categorie principali di batteri in base alla struttura della loro
parete cellulare:

1.​ Gram-positivi: Presentano una parete cellulare spessa, composta da numerosi


strati di peptidoglicano. Si colorano di violetto scuro quando sottoposti a una
colorazione specifica con cristallo violetto.
2.​ Gram-negativi: Hanno una parete cellulare composta da due membrane
plasmatiche, con uno strato sottile di peptidoglicano tra di esse. Questi batteri
assorbono meno il colorante e appaiono di colore rosato.

La classificazione "Gram" deriva dal lavoro del microbiologo Christian Gram, che
sviluppò una metodologia di colorazione per distinguere tra queste due classi di
batteri.

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Nonostante il termine "batterio" possa avere una connotazione negativa, molti batteri
sono utili per l'uomo. Ad esempio, alcuni batteri sono coinvolti nella fotosintesi o
nella fissazione dell'azoto molecolare.

Classificazione dei Batteri

Batteri autotrofi: Sintetizzano molecole organiche a partire da molecole inorganiche.


Possono essere:

●​ Fotoautotrofi: Utilizzano la luce come fonte di energia (es. cianobatteri).


●​ Chemioautotrofi: Ricavano energia dall'ossidazione di composti inorganici,
utilizzando energia chimica.
●​ Mioautotrofi (batteri termoacidofili e metanobatteri), che ricavano energia dai
legami chimici di alcune sostanze, come l'idrogeno molecolare, ferro e zolfo.

Batteri eterotrofi: Necessitano di sostanze organiche per la loro nutrizione.

●​ Batteri saprofiti: Si nutrono di residui organici in decomposizione.


●​ Batteri parassiti: Patogeni che si nutrono di sostanze elaborate dagli ospiti.
●​ Batteri simbionti: Vivono in simbiosi con altri organismi, traendo vantaggi
reciproci.

Nell'organismo umano, batteri di vario tipo colonizzano la pelle, la bocca, l'intestino e


le vie respiratorie. La flora batterica intestinale, ad esempio, contribuisce alla sintesi
di vitamine del gruppo B e alla protezione contro i patogeni.

Alcuni alimenti, come lo yogurt, sono prodotti grazie all'azione di batteri come i
Lactobacillus.

Plasmidi

Oltre al nucleoide, i procarioti contengono plasmidi, piccole molecole di DNA


circolare che:

1.​ Si replicano autonomamente rispetto al cromosoma batterico.


2.​ Possono essere presenti in forma libera o integrate nel cromosoma.
3.​ Possono trasferirsi tra cellule tramite pili sessuali.

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Abbiamo due tipi di plasmidi: il plasmide R che dona resistenza agli antibiotici e il
plasmide F che è il plasmide della fertilità.

I batteri non hanno né mitocondri, né l'apparato di Golgi e né il reticolo


endoplasmatico.

Patogenicità dei Batteri

Un batterio patogeno deve:

1.​ Venire in contatto con l'ospite.


2.​ Aderire e colonizzare l'ospite.
3.​ Moltiplicarsi e completare il proprio ciclo vitale.
4.​ Sottrarsi ai meccanismi difensivi dell'ospite.
5.​ Danneggiare l'ospite attraverso esotossine o endotossine.

ESOTOSSINE: Sostanze di natura proteica prodotte dai Gram+ costituite da due


subunità:

➢​ Subunità A (responsabile dell'effetto tossico)


➢​ Subunità B (porzione carrier che si lega alla cellula ospite).

ENDOTOSSINE: sono composti tossici che si sviluppano all'interno di agenti


patogeni quali i batteri GRAM-. A differenza delle esotossine, le endotossine non
vengono secrete all'esterno dai batteri, ma ne sono componenti strutturali interne, che
possono diffondersi nell'organismo ospitante in seguito alla morte del batterio stesso.

Vi sono diverse patologie causate dai batteri GRAM-: peste, tubercolosi, gonorrea,
polmonite.

Vi sono altrettante patologie causate dai batteri GRAM+:

●​ Tossina difterica: infezione per via


aerea (laringe e faringe), causa

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infiammazione. Agisce sul sistema nervoso centrale e sul cuore.
●​ Tossina colerica: ingestione acqua/ cibi contaminati, secrezione nel lume
intestinale. Agisce sull'intestino tenue.
●​ Tossina botulinica: ingestione cibi contaminati e il muscolo non si contrae.
●​ Tossina tetanica: infetta tramite una ferita e può portare a una paralisi spastica.
Agisce sul sistema nervoso inibendo il rilascio di GABA.

RIPRODUZIONE ASESSUATA

La riproduzione dei batteri è asessuata e avviene tramite scissione binaria, un processo


semplice e veloce. Nella scissione binaria, inizialmente la cellula batterica duplica il
proprio DNA. Successivamente, si forma una cellula batterica con materiale genetico
duplicato. La membrana citoplasmatica si allunga fino a quando si sviluppa un setto
trasversale, che segna l'inizio della separazione tra le due cellule batteriche. Infine, si
forma una nuova membrana plasmatica che divide le due cellule figlie, le quali
risultano identiche tra loro.

Quando un microrganismo colonizza il nuovo ambiente, il suo modo di riprodursi non


è costante ma dipende anche dall'ambiente. Il batterio riproducendosi inizia a far
aumentare la coltura batterica, definendola vera e propria curva batterica divisa in
quattro fasi:

1.​ Fase di latenza: Il periodo di


tempo che stabilisce la crescita
di una popolazione batterica.
2.​ Fase di crescita esponenziale:
Il microrganismo si moltiplica e
il numero di cellule aumenta.
3.​ Fase stazionaria: Il
microrganismo arresta la crescita
perché i micronutrienti
scarseggiano e si arriva ad una
fase di saturazione, dunque i batteri che si moltiplicano sono uguali a quelli che
muoiono.
4.​ Fase di morte: Le cellule iniziano a morire.

CONIUGAZIONE
La coniugazione è un fenomeno che determina un
mescolamento e trasferimento di materiale genetico tra
un batterio e l'altro. Si forma una struttura che mette a

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contatto le due cellule: il pilo sessuale. Un batterio donatore ha il plasmide F
(contenente il fattore fertilità che permette la coniugazione batterica).
CELLULA EUCARIOTICA

UNA VISIONE GENERALE

La compartimentalizzazione cellulare è una caratteristica fondamentale delle cellule


eucariotiche, che permette l'esistenza di microambienti separati dove possono avvenire
simultaneamente ma indipendentemente vari processi chimici. Le membrane cellulari
delimitano gli organuli, consentendo un'organizzazione efficiente delle funzioni
cellulari.

I ribosomi sono organuli cruciali per la sintesi proteica; possono trovarsi liberi nel
citoplasma o associati al reticolo endoplasmatico rugoso (RER). Questi ultimi
ribosomi sintetizzano principalmente proteine destinate a essere incorporate nelle
membrane cellulari o a essere secreti.

I lisosomi, organuli tipici delle cellule eucariotiche, contengono enzimi litici, come le
idrolasi acide, protetti da membrane per prevenire danni ai componenti cellulari. Essi
svolgono un ruolo chiave nella degradazione di materiali cellulari e nella digestione
intracellulare.

Il reticolo endoplasmatico è
suddiviso in rugoso e liscio.
Il RER è dotato di ribosomi
sulla sua superficie, ed è
coinvolto nella sintesi e nel
trasporto di proteine. Il
reticolo endoplasmatico liscio
(REL), privo di ribosomi, è
invece implicato nella sintesi
dei lipidi, nel metabolismo
dei carboidrati e nella
detossificazione di sostanze
nocive.

L'apparato del Golgi, in continuità con il RER, funge da centro di smistamento per le
proteine. Qui le proteine ricevono modifiche post-traduzionali e vengono inviate verso
le loro destinazioni finali, che possono includere la membrana cellulare, i lisosomi o
l'esterno della cellula.

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Il nucleo, avvolto da un involucro nucleare, presenta pori nucleari che non sono
semplici canali di passaggio, ma strutture complesse costituite da un insieme di
proteine che regolano l'ingresso e l'uscita di molecole, come RNA e proteine.

I mitocondri sono organuli peculiari, in grado di replicarsi autonomamente grazie al


loro genoma indipendente, rappresentato da una molecola di DNA circolare. Essi sono
dotati di una doppia membrana: la membrana esterna è liscia, mentre la membrana
interna forma delle estroflessioni chiamate creste mitocondriali. Queste creste
ospitano complessi multi-enzimatici coinvolti nella fosforilazione ossidativa, un
processo biochimico cruciale per la respirazione cellulare, che porta alla produzione di
ATP (adenosintrifosfato), la principale molecola energetica della cellula.

CELLULA VEGETALE E ANIMALE

All’interno della famiglia delle cellule eucariote, si possono distinguere le cellule


animali da quelle vegetali. La cellula vegetale è un tipo di cellula eucariotica dove
all'interno sono presenti numerosi organuli, alcuni di questi sono in comune con la
cellula animale, come ad esempio il nucleo, i mitocondri, i ribosomi (in realtà, data
l'assenza di una membrana plasmatica a delimitarlo, il ribosoma non è propriamente
un organulo, ma solamente una struttura molecolare di natura proteica), l'apparato di
Golgi, la membrana plasmatica ed il reticolo endoplasmatico.

Tuttavia però la cellula vegetale ha delle caratteristiche tipiche e peculiari che non
sono presenti nella cellula animale:

➢​ I cloroplasti sono organelli essenziali per la fotosintesi clorofilliana, il


processo mediante il quale le cellule vegetali catturano l'energia luminosa e la
trasformano in energia chimica sotto
forma di molecole organiche, come i
carboidrati. Durante la fotosintesi,
l'energia luminosa è assorbita dai
pigmenti, in particolare dalla
clorofilla, e viene utilizzata per
convertire anidride carbonica e
acqua in glucosio e ossigeno
molecolare. Il glucosio prodotto può
poi essere utilizzato nei mitocondri
per la respirazione cellulare, un
processo che produce energia sotto
forma di ATP attraverso la
decomposizione dei carboidrati. Il cloroplasto è delimitato da due membrane,

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all'interno di esso si trova un fluido detto stroma, nel quale sono immersi i
tilacoidi, dei sacchetti sovrapposti che nel loro insieme formano il granum.
➢​ Un altro organulo importante è il vacuolo, che può contenere soluzioni acquose
e nutrienti. Il vacuolo è molto importante durante l'accrescimento cellulare, è
una sacca avvolta da una membrana chiamata tonoplasto che si trova immersa
nel citoplasma cellulare. Il suo contenuto è detto ialoplasma ed in esso sono
presenti ed accumulate le sostanze di riserva e/o di scarto. Il vacuolo ha diverse
funzioni importanti come quella di sostegno della cellula, nei momenti in cui
assente l'acqua la pianta non sarà turgida, o ancora influenza il movimento
osmotico dell'acqua tra l'interno e l'esterno della cellula. Ma sicuramente la sua
funzione principale è quella di riserve energetiche, infatti molte molecole,
attraverso il trasporto attivo, entrano all'interno del vacuolo e partecipano a
reazioni enzimatiche per poi fuoriuscire dal vacuolo.
➢​ Un elemento comune a entrambe le cellule è la membrana plasmatica, che
isola l'ambiente interno da quello esterno. Essa è costituita da un doppio strato
fosfolipidico e include proteine, alcune delle quali (glicoproteine) possono
essere sia integrate nel doppio strato che superficiali. Questa membrana regola
il trasporto di sostanze e facilita la comunicazione tra le cellule.
➢​ Troviamo anche la parete cellulare che ha il compito di proteggerla, di
mantenere la forma ed impedire l'eccessivo assorbimento d'acqua.

Come tutte le cellule eucariotiche, le cellule animali sono composte da una membrana
plasmatica che le separa dall'ambiente esterno; un nucleo cellulare dotato di
membrane nucleari che contiene DNA e proteine nucleari, una matrice citoplasmatica
gelatinosa detta citosol nel quale sono immerse tutte le altre componenti cellulari e
diverse organuli necessarie al funzionamento della cellula stessa.

Nelle cellule animali, troviamo anche i centrioli, strutture fondamentali durante la


divisione cellulare, che avviene tramite mitosi. Durante questo processo, il fuso
mitotico separa il corredo cromosomico della cellula madre tra le due cellule figlie.
All’interno del nucleo, si trova il nucleolo, responsabile della sintesi degli RNA
ribosomiali. Componenti caratteristici della cellula animale sono:

➢​ I mitocondri che sono necessari alla respirazione cellulare;


➢​ I ribosomi responsabili della sintesi proteica;
➢​ I lisosomi che sono vescicole contenenti enzimi digestivi, litici, per la
realizzazione della digestione intracellulare, dunque a distruggere le sostanze di
scarto;
➢​ Il reticolo endoplasmatico;
➢​ L'apparato di Golgi che ha il ruolo di complementare e modificare la
glicosilazione delle proteine proteiche provenienti dal reticolo endoplasmatico;

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➢​ Citoscheletro che è dotato di una serie di microtubuli che si ripartono dal
nucleo dirigendosi verso la periferia della cellula determinandone la forma e la
rigidità.

La cellula animale manca di alcune componenti tipiche della cellula vegetale come
vacuoli ed è per questo che le dimensioni della cellula animali sono inferiori di quelle
vegetali; non possiede neanche i cloroplasti, pertanto sono cellule eterotrofe cioè
dipendono, per la propria sopravvivenza, dall'ingestione di molecole organiche già
prodotte da ossidare per ricavare l'energia necessaria ai processi biochimici necessari
alla vita. Non posseggono neanche la parete cellulare.

TIPI CELLULARI

All’interno di un organismo, sia animale che vegetale, possono esistere vari tipi
cellulari, a partire dalle cellule staminali, che sono indifferenziate e hanno la capacità
di specializzarsi in diversi tipi cellulari adulti. La blastocisti è uno stadio embrionale
che si forma subito dopo la fecondazione, dando origine a cellule staminali che
svilupperanno diversi tessuti, come i cardiomiociti, responsabili della contrazione
cardiaca, e gli enterociti, cellule epiteliali presenti nell’intestino che hanno funzione di
assorbimento di sostanze nutritive. Abbiamo altri tipi di cellule come le eritrociti, le
adipociti che sono delle cellule del tessuto adiposo che accumulano i lipidi, le
condrociti che si trovano a livello cartilagineo e le cellule epiteliali semplici che hanno
la funzione di assorbimento.

Un altro tipo peculiare di cellula è il neurone, cellula del sistema nervoso centrale, che
presenta una grande varietà morfo-funzionale. I neuroni possiedono un corpo cellulare
chiamato soma, che contiene un nucleo voluminoso. Dal soma si dipartono i dendriti,
che ricevono stimoli, e l'assone, che trasmette l'impulso nervoso ad altre cellule
attraverso sinapsi neuronali.

COMPONENTI DELLA CELLULA


Membrana plasmatica:

La membrana cellulare è presente in tutte le cellule eucariote e ha diverse funzioni.


Essa separa l’ambiente interno (citoplasma) e gli organuli contenuti in esso
dall’ambiente esterno. L'obiettivo principale è consentire ai vari compartimenti
cellulari di ospitare processi metabolici diversi, che possono avvenire
simultaneamente grazie alla presenza di questa membrana.

Inoltre, la membrana contiene sistemi di segnalazione che comunicano tra l'ambiente


intracellulare e quello extracellulare. Sulla sua superficie possono trovarsi proteine

33
note come recettori di membrana, le quali, legandosi a molecole specifiche chiamate
ligandi, inducono risposte metaboliche all’interno della cellula. La membrana
consente anche il trasporto di molecole verso e dalla cellula.

Membrane Plasmatiche degli Organuli Interni

Le membrane interne degli organuli sono collegate tra loro e formano il sistema
GERL (Golgi, Reticolo Endoplasmatico, Lisosoma). Tutte le membrane cellulari
condividono un piano strutturale e una composizione chimica simili. I principali
costituenti sono lipidi, proteine e carboidrati, presenti in percentuali diverse.

Composizione Chimica

La componente principale
è costituita dai fosfolipidi,
che si trovano sotto forma
di fosfogliceridi e
sfingolipidi. Gli sfingolipidi derivano dalla sfingosina, un amminoalcol con una lunga
catena acilica, al cui gruppo amminico è legato a un'altra catena idrocarburica.
Un'altra importante molecola è il colesterolo, che ha una struttura chimica planare e si
inserisce tra le catene di acidi grassi dei fosfolipidi. La fluidità della membrana
dipende dalla varietà di fosfolipidi e dalla quantità di colesterolo presente.

Le proteine che costituiscono la membrana si trovano immerse nel doppio strato


fosfolipidico. I fosfolipidi si organizzano in modo tale da posizionare le loro teste
polari a contatto sia con l’ambiente extracellulare sia con il citoplasma, mentre le loro
code idrofobe si allontanano dall'acqua, formando sigilli tra la superficie interna ed
esterna della cellula.

Il Colesterolo

Una maggiore presenza di colesterolo


rende le membrane cellulari più
compatte e meno fluide.

Componente Proteica

Le proteine della membrana si


suddividono in due categorie:

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●​ Proteine estrinseche: Legate debolmente alla superficie della membrana, sono
esposte sia all’interno che all’esterno e vengono chiamate anche proteine
periferiche. Hanno una struttura ad alfa elica.
●​ Proteine intrinseche: Legate in modo più stabile alla membrana, necessitano
di detergenti per essere estratte. Possono penetrare nel doppio strato lipidico o
rimanere ancorate a un solo strato.

Le proteine possono avere strutture secondarie come eliche o foglietti beta e si


inseriscono nel mono strato fosfolipidico con la loro alfa elica disposta
orizzontalmente.

Il Modello del Mosaico Fluido

Secondo gli studiosi SINGER e


NICOLSON, nel 1972, la membrana
cellulare è stata descritta come un
"mosaico fluido", in cui le proteine
sono immerse in modo discontinuo
in un doppio strato lipidico. Questo
doppio strato è fluido, grazie
all'elevata percentuale di acidi grassi
insaturi, caratterizzati dalla presenza
di doppi legami.

Caratteristiche della Membrana:

●​ Discontinuità: Le proteine di membrana interrompono la continuità del doppio


strato.
●​ Fluidità: I fosfolipidi possono muoversi e sono soggetti a diversi movimenti,
variando in base alla quantità di acidi grassi insaturi e di colesterolo. La
possibilità dei fosfolipidi di muoversi e di 'flippare', ovvero di passare da uno
strato superiore a quello inferiore, avviene attraverso un movimento definito
'flip-flop'
●​ Simmetria: I componenti della membrana sono distribuiti in modo diverso nei
due strati.
●​ Curvatura: La dimensione e la carica delle teste dei fosfolipidi determinano la
curvatura del doppio strato lipidico.

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Fattori che Riducono la Fluidità:

●​ Maggiore quantità di colesterolo (riduce la fluidità e aumenta la rigidità).


●​ Temperature più basse (riduzione della fluidità).
●​ Lunghezza delle catene aciliche (catene più lunghe riducono la fluidità).

Tipologie di Trasporto attraverso la Membrana


Gli scambi di materiale tra la cellula e l'ambiente esterno si verificano a livello della
membrana plasmatica. Le cellule sono in grado di selezionare le molecole che devono
entrare all'interno della cellula affinché possano soddisfare le esigenze nutrizionali e
mantenere l'equilibrio cellulare. Il passaggio di sostanze specifiche è consentito da
specifici canali proteici, mentre altre possono attraversare la membrana indisturbate.
Pertanto, è possibile distinguere due tipi di trasporti delle sostanze differenti: trasporto
attivo e trasporto passivo.

1.​ Trasporto Passivo: Non richiede energia e avviene secondo un gradiente di


concentrazione, con le molecole che si spostano da un'area ad alta
concentrazione a una a bassa concentrazione. Il trasporto passivo include:
○​ Diffusione
semplice: Le molecole
attraversano direttamente il
doppio strato fosfolipidico,
la velocità del soluto è
proporzionale alla sua
concentrazione.
○​ Diffusione
facilitata: Utilizza canali
proteici per facilitare il
passaggio di molecole
secondo il gradiente di
concentrazione. Un esempio
è il trasporto dell'acqua tramite osmosi, mediato da proteine canali
chiamate acquaporine. Le acquaporine sono una classe di proteine
integrali che forma pori per il passaggio selettivo di acqua.

Abbiamo diversi tipi di proteine di trasporto:

➢​ Trasportatori: Ad esempio, GLUT1 è una proteina integrale di membrana


costituita da 12 eliche transmembrane. Essa forma un canale in grado di legare
una molecola di glucosio, che passa senza dispendio di energia. GLUT1 cambia

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conformazione durante il trasporto: esiste in due stati, T1 (alta affinità per il
glucosio) e T2 (bassa affinità).
➢​ Canali: trasportano acqua e specifici tipi di ioni secondo gradiente di
concentrazione. Le proteine che li compongono formano dei canali che
attraversano la membrana e sono di solito regolate da stimoli specifici.
➢​ Pompe: Usano l'energia da idrolisi dell'atp per spostare ioni contro gradiente di
concentrazione.

Nel trasporto attivo è necessaria energia fornita dalla cellula sotto forma di molecola
di ATP. La direzione del trasporto attivo avviene contro gradiente di concentrazione,
cioè verso una maggior concentrazione partendo da una minor concentrazione. Per far
sì che certe molecole riescano ad attraversare la membrana, deve necessariamente
fornire energia. Il trasporto attivo si realizza spesso tramite delle proteine integrali di
membrana, le pompe ioniche. Le principali pompe ioniche sono le pompe calcio e le
pompe sodio/potassio. Le prime servono a trasportare calcio fuori dalla cellula o
all'interno del reticolo endoplasmatico e, di conseguenza, a mantenere bassa la
concentrazione di calcio nel citoplasma. Le pompe sodio/potassio invece trasportano
contemporaneamente tre ioni sodio fuori della cellula e due ioni potassio dentro la
cellula per mantenere costantemente differenziate le concentrazioni di questi due ioni
fuori e dentro la cellula.

Abbiamo diverse tipologie di trasporto in base alla direzione che una o più tipologie di
ioni o di soluti vengono trasportati infatti si parla di simporto, uniporto, antiporto.

➢​ Il simporto usa il flusso di un soluto secondo gradiente per muovere un'altra


molecola contro gradiente ma il movimento avviene in questo caso
attraversando la membrana nella stessa direzione.
➢​ l’antiporto vengono spostate due sostanze diverse in due direzioni opposte
(per esempio, la pompa sodio-potassio)
➢​ Uniporto: Trasporto di un singolo tipo di molecola attraverso una proteina
canale.

Nel caso in cui debbano essere trasportate attraverso la membrana plasmatica delle
molecole più grandi come le biomolecole come le proteine, carboidrati e lipidi,
vengono utilizzate delle vescicole, quindi si avrà un trasporto di tipo vescicolare, in
cui le molecole non passano solamente attraverso la membrana plasmatica ma
utilizzano la membrana plasmatica stessa per effettuare il trasporto (esocitosi ed
endocitosi).

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1.​ Esocitosi: Quando la cellula deve esportare macromolecole verso l'ambiente
extracellulare, queste vengono racchiuse da una membrana. Si formano delle
vescicole che isolano completamente il contenuto interno da quello
citoplasmatico. In questo caso, il trasporto avviene tramite fusione della
vescicola con la membrana cellulare, determinando la fuoriuscita del contenuto
verso l'esterno.
2.​ Endocitosi: Quando la cellula deve importare molecole dall'esterno, un segnale
chimico stimola la membrana cellulare a ripiegarsi su se stessa, fondendo le
estremità e formando una vescicola che intrappola le macromolecole da
trasportare. Un esempio di endocitosi è la fagocitosi, in cui le cellule
specializzate, come i
fagociti, catturano
particelle estranee (come
microrganismi o antigeni) e
le inglobano in una
vescicola chiamata
fagosoma. Quest'ultima si
fonde con i lisosomi, che
rilasciano enzimi litici per
distruggere il
microrganismo.

CITOSCHELETRO
Il citoscheletro è un insieme di strutture cellulari che formano una rete tridimensionale
di tubuli e filamenti.
È presente nelle cellule degli eucarioti, mentre nei procarioti è per lo più assente o
presente in una forma più semplice e primitiva.

COMPONENTI:
Il citoscheletro è costituito da polimeri di proteine, di diversa natura, e si suddividono
in:
●​ Microtubuli—> polimeri della molecola tubulina;
●​ Filamenti intermedi—>polimeri di diverse proteine;
●​ Microfilamenti—> polimeri della proteina actina: g-actina (forma globulare)e
f-actina (forma filamentosa). Si trovano a ridosso della membrana e vanno a
costituire la cortex.
Il citoscheletro è molto dinamico e permette alle cellule di cambiare la loro forma, di
muoversi mediante strutture specializzate quali pseudopodi, ciglia o flagelli.

38
FUNZIONI DEL CITOSCHELETRO

Il citoscheletro non solo conferisce forma e sostegno alla cellula, ma è anche


coinvolto nel cambiamento della forma cellulare, particolarmente durante le diverse
fasi del ciclo cellulare (come la mitosi), e nelle funzioni cellulari dinamiche, come
la migrazione e la contrazione.

Inoltre, i microtubuli e i microfilamenti formano una sorta di "binari" lungo i quali


avviene il trasporto direzionale di vescicole, organuli e altre macromolecole
all’interno della cellula. Questo trasporto è mediato da proteine motrici come
dineina e cinesina, che utilizzano l’energia derivante dall'idrolisi dell'ATP per
spostare le vescicole lungo i microtubuli. Un esempio importante di questo tipo di
trasporto è il trasporto assonale nei neuroni, dove le vescicole contenenti
neurotrasmettitori vengono trasportate lungo l’assone fino al terminale sinaptico. Le
sinapsi sono le giunzioni tra i neuroni, dove avviene la trasmissione dell'impulso
nervoso. Le sinapsi chimiche sono particolarmente importanti, poiché trasmettono
l'informazione tramite la liberazione di neurotrasmettitori (molecole proteiche) dalle
vescicole presenti nel terminale sinaptico.

CARATTERISTICHE DEI COMPONENTI

●​ I microtubuli sono i componenti più spessi del citoscheletro (circa 25 nm) e


sono costituiti da tubulina. Essi hanno un ruolo fondamentale nella divisione
cellulare (formano il fuso mitotico) e nel mantenimento della forma della
cellula.
●​ I filamenti
intermedi
hanno un
diametro
intermedio
(circa 8-10
nm) e una
composizione
più variegata,
formata da
proteine
fibrose. Essi
sono disposti

principalmente sotto la membrana plasmatica, dove forniscono stabilità


meccanica e resistenza alla cellula.

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●​ I microfilamenti sono i più sottili (circa 7 nm) e sono principalmente costituiti
da actina. Si organizzano in strutture come i microvilli, che aumentano la
superficie cellulare, favorendo l'assorbimento.

Citologia del Neurone

Nel neurone, il citoscheletro svolge un ruolo cruciale nel trasporto assonale, un


processo che consente il movimento di vescicole cariche di neurotrasmettitori dal
soma (dove vengono sintetizzati) al bottone sinaptico, dove avverrà la trasmissione
del segnale. Questo trasporto è mediato da proteine MAP (proteine associate ai
microtubuli), che interagiscono con i microtubuli per guidare le vescicole lungo
l'assone. Poiché lungo l'assone non sono presenti ribosomi, quindi non c’é una sintesi
proteica, il trasporto dei neurotrasmettitori attraverso i microtubuli è essenziale per la
funzionalità del neurone.

STRUTTURA DEI FILAMENTI

Durante la mitosi, i microtubuli si organizzano nel fuso mitotico, che si origina dai
centrosomi (contenenti i centrioli) e ha il compito di separare i cromosomi nelle due
cellule figlie.

I microfilamenti di actina, invece, formano una placca contrattile (detta "anello


contrattile") che si stringe durante la citocinesi, favorendo la separazione fisica delle
cellule figlie.

Il citoscheletro è anche coinvolto nella mobilità cellulare, grazie alla formazione di


flagelli e ciglia che permettono alle cellule di muoversi nell'ambiente circostante.

Ad esempio, nelle cellule epiteliali delle vie respiratorie, le ciglia coordinano il


movimento di particelle e fluidi lungo la superficie.

40
Per analizzare la distribuzione dei microtubuli e dei microfilamenti all'interno di una
cellula, si possono utilizzare anticorpi monoclonali specifici. Ad esempio, in uno
studio su cellule epiteliali bovine dell'arteria polmonare, si utilizza un anticorpo
monoclonale contro la tubulina (per marcare i microtubuli), un anticorpo secondario
con Texas Red per evidenziare i microtubuli, e la falloidina con Texas Red per
marcare l'actina-F (microfilamenti). Inoltre, si può usare DAPI per colorare il DNA
nucleare.

I MICROTUBULI

I microtubuli sono strutture cilindriche composte da dimeri di tubulina, formati da


due subunità proteiche: alfa-tubulina e beta-tubulina. Questi dimeri si legano in
direzione testa-coda per formare i protofilamenti. Un microtubulo è costituito da 13
protofilamenti disposti in un arrangiamento cilindrico.

I microtubuli possono
esistere in diverse
forme:

●​ Strutture
singole:
microtubuli
isolati sparsi nel
citoplasma, che
possono
formare una
rete di
microtubuli.
●​ Doppietti: in
cui un
microtubulo è completo (13 protofilamenti) e l’altro è incompleto (10
protofilamenti), formando strutture come ciglia e flagelli.
●​ Tripletti: un microtubulo completo (13 protofilamenti) si associa a due
microtubuli incompleti (10 protofilamenti), come avviene nei centrioli e nei
corpi basali.

POLIMERIZZAZIONE DEI MICROTUBULI

La polimerizzazione dei microtubuli avviene attraverso un processo reversibile che


coinvolge i dimeri di tubulina e l'energia fornita dal GTP (guanosintrifosfato). I

41
dimeri di tubulina si polimerizzano a formare protofilamenti, e successivamente
microtubuli.

La cinematica dell’assemblaggio dei microtubuli può essere studiata in vitro, ad


esempio osservando la luce emessa da una soluzione contenente alfa-tubulina,
beta-tubulina, GTP, ioni magnesio e altre componenti utili per l'assemblaggio. A
temperature di circa 37°C, la polimerizzazione può essere monitorata tramite uno
spettrofotometro.

Il grafico risultante ha:

●​ Asse delle ascisse: tempo


●​ Asse delle ordinate: percentuale di tubulina nei microtubuli

La polimerizzazione segue tre fasi principali:

1.​ Fase di latenza o nucleazione: i dimeri di tubulina iniziano a legarsi e


formano oligomeri.
2.​ Fase di allungamento: gli oligomeri vanno a formare dei protofilamenti che
nel loro insieme si uniscono e formano le pareti del microtubulo per dare
origine ai microtubuli, i quali
sono in allungamento perché si
accrescono grazie all’aggiunta di
dimeri di tubulina. Questo fa
diminuire la concentrazione di
tubulina presenta nella soluzione,
tanto da risultare limitate per
l’assemblaggio. Dunque si ha
l’assemblaggio dei microtubuli
fino a quando non diminuirà la
materia prima: la tubulina.
3.​ Fase stazionaria o plateau: il
tasso di aggiunta dei dimeri di
tubulina alle estremità dei microtubuli si bilancia con il tasso di
depolimerizzazione, portando a una fase di equilibrio.

Durante la fase di allungamento, si verifica un fenomeno di polimerizzazione e


depolimerizzazione simultanei.

Durante la polimerizzazione dei microtubuli, gli eterodimeri di tubulina (composti da


alfa-tubulina e beta-tubulina) si aggiungono all'estremità positiva del microtubulo,
mentre all'estremità negativa i dimeri di tubulina si distaccano. Questo processo di

42
aggiunta e rimozione è un aspetto
fondamentale del fenomeno noto
come treadmilling, in cui le
subunità di tubulina si
polimerizzano all'estremità
positiva e si depolimerizzano
all'estremità negativa. Quando la
concentrazione di tubulina è
maggiore rispetto a quella critica
per l’estremità positiva, ma è
minore rispetto a quella critica
dell’estremità negativa, il microtubulo può aggiungere eterodimeri di tubulina alla sua
estremità positiva, mentre si staccheranno dalla parte negativa. Man mano che questo
avviene si avrà uno spostamento degli eterodimeri dalla parte positiva a quella
negativa.

Il GTP (guanosintrifosfato) è essenziale per la polimerizzazione: durante


l'assemblaggio, i dimeri di tubulina legano il GTP, che viene idrolizzato in GDP
(guanosindifosfato) una volta incorporato nel microtubulo. Quando il GTP è
idrolizzato a GDP, la tubulina tende a rilasciare il dimeri dalla zona dell'estremità
negativa, causando la depolimerizzazione.

Durante i processi di polimerizzazione e depolimerizzazione, i protofilamenti di


tubulina (che costituiscono la struttura del microtubulo) si spostano lungo la loro
lunghezza. Se marcati, questi protofilamenti possono essere osservati muoversi verso
l'estremità positiva, mentre quelli che si depolimerizzano si staccano e vengono
eliminati.

Polarità dei Microtubuli

I microtubuli hanno polarità:

●​ L’estremità positiva è quella in cui la beta-tubulina è esposta.


●​ L’estremità negativa è quella in cui la alfa-tubulina è esposta.

Questa polarità è cruciale per i processi di trasporto intracellulare, poiché le proteine


motrici si muovono lungo i microtubuli sfruttando questa direzionalità.

MTOC (Centro Organizzatore dei Microtubuli)

La formazione dei microtubuli avviene a partire da strutture specializzate chiamate


MTOC (Centro Organizzatore dei Microtubuli). Esistono diversi tipi di MTOC nella
cellula:

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1.​ Centrosomi (o
centrosoma):
situati vicino al
nucleo, sono i
principali
organizzatori dei
microtubuli nel
citoplasma e nel
fuso mitotico. I
centrosomi sono
costituiti da
centrioli e dalla
matrice
pericentriolare. I
microtubuli del
fuso mitotico si
estendono radialmente in una configurazione "astrale", come una stella.
2.​ Centrioli (o corpi basali): formati da 9 triplette di microtubuli, sono cruciali per
la formazione di strutture come cilia e flagelli. I centrioli aiutano anche nella
duplicazione del centrosoma.
3.​ Cinetocori: sono strutture lamellari presenti sulla superficie dei cromosomi
durante la mitosi. I microtubuli del fuso mitotico si legano ai cinetocori per
separare i cromosomi durante la divisione cellulare.
4.​ Corpi polari del fuso: si trovano nelle cellule fungine e costituiscono una
sorgente di microtubuli che formano il fuso mitotico.

Proteine Associate ai Microtubuli (MAP)

Esistono due classi principali di MAP (proteine associate ai microtubuli):

●​ MAP non motrici: coinvolte nell’organizzazione dei microtubuli nel


citoplasma, regolando la crescita e la direzione dei microtubuli.
●​ MAP motrici: sono proteine che muovono vescicole e organelli cellulari lungo i
microtubuli, utilizzando l'energia dell'ATP per il movimento.

MAP Motrici

Le proteine motrici più note sono la chinesina e la dineina. Queste proteine hanno una
struttura composta da teste globulari (che legano i microtubuli) e code che legano
vescicole o organelli cellulari.

●​ Chinesina: si sposta lungo i microtubuli verso l'estremità positiva.

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●​ Dineina: si sposta verso l’estremità negativa dei microtubuli.

Questi motori molecolari utilizzano la


polarità dei microtubuli per dirigere il
movimento delle vescicole
intracellulari. Un esempio di questo
trasporto è il trasporto di
neurotrasmettitori nelle cellule nervose:
la dineina e la chinesina trasportano le
vescicole contenenti neurotrasmettitori
lungo i microtubuli, come se
camminassero su di essi, fino alle
estremità sinaptiche.

Orientamento dei Microtubuli nelle Cellule

●​ Cellule epiteliali: i microtubuli sono orientati in modo parallelo, con l’estremità


positiva rivolta verso la parte superiore della cellula e l’estremità negativa
verso la parte inferiore.
●​ Assone: tutti i microtubuli sono orientati nella stessa direzione, con l’estremità
positiva verso il terminale sinaptico.
●​ Dendriti: i microtubuli sono orientati in direzioni opposte, contribuendo alla
direzionalità del flusso di informazioni nei neuroni.

I MICROFILAMENTI

I microfilamenti sono strutture sottili, rigide e sono costituiti da monomeri di actina


globulare (G-actina), che legano una molecola di ATP. Durante l'assemblaggio dei
microfilamenti, l'ATP viene
idrolizzato in ADP, con un
conseguente consumo di
energia. Hanno un diametro di
circa 7 nm e sono la
componente più sottile del
citoscheletro. Sono
particolarmente noti per il loro
ruolo nella contrattilità
cellulare, come nelle cellule
muscolari, dove interagiscono
con la miosina. I microfilamenti sono anche coinvolti nel movimento cellulare:

45
quando la cellula si muove, essi cambiano conformazione e morfologia, come avviene
nel caso dell'ameba, che si sposta tramite gli pseudopodi.

Il componente principale dei microfilamenti è l'actina, inizialmente in forma globulare


(G-actina), che si assembla in filamenti di actina filamentosa (F-actina). Questi
filamenti si avvolgono elicoidalmente per formare i microfilamenti. I microfilamenti
sono quindi polimeri a doppio filamento.

FILAMENTI INTERMEDI

I filamenti intermedi hanno un


diametro che varia tra 8 e 12 nm,
sono i più stabili e sono presenti
solo nelle cellule animali (non
nelle cellule vegetali). Sono meno
solubili rispetto ad altri elementi
del citoscheletro e non sembrano
essere polarizzati. Hanno un ruolo
fondamentale nel fornire sostegno
strutturale e tensione cellulare, e
contribuiscono anche alla
stabilizzazione del DNA.

La loro formazione inizia con la creazione di un dimero formato da due catene


polipeptidiche con la stessa polarità. Due dimeri si uniscono per formare un tetramero.
Più tetrameri si legano in modalità testa-coda per formare protofilamenti, che, a loro
volta, si assemblano in filamenti intermedi.

Classi di filamenti intermedi:

1.​ Citocheratine acide: presenti nelle cellule epiteliali.


2.​ Citocheratine basiche: presenti anch'esse nelle cellule epiteliali.
3.​ Vimentina, Desmina, GFA: presenti nelle cellule muscolari e nei fibroblasti.
4.​ Proteine dei neurofilamenti: presenti nei neuroni.
5.​ Lamine nucleari: presenti in tutte le cellule, ma localizzate nel nucleo.
6.​ Nestina: presente in alcune cellule nervose.

A seconda della localizzazione, i filamenti intermedi assumono diverse funzioni e


localizzazioni cellulari.

46
GIUNZIONI CELLULARI

Per funzionare in maniera integrata i diversi tipi cellulari hanno speciali giunzioni di
superficie che permettono o limitano il passaggio di ioni e molecole tra le cellule e
fanno aderire le stesse tra di loro e alla matrice extracellulare. Le interazioni tra le
cellule possono essere:

●​ Omofiliche: quando la comunicazione avviene tra cellule dello stesso tipo o


dello stesso tessuto.
●​ Eterofiliche: quando la comunicazione avviene tra cellule di tessuti diversi.

In alcune di queste interazioni intervengono le CAM (Cell Adhesion Molecules), sono


le molecole di adesione cellulare. Le interazioni possono avvenire tra una cellula e
l’altra o a livello della porzione apicale della cellula con altre cellule, molecole o
matrice extracellulare.

Tre principali tipi di giunzioni cellulari:

1.​ Giunzioni comunicanti (gap junctions): Mettono in comunicazione la


membrana di una cellula con quella di una cellula adiacente. Si formano dei
veri e propri canali, chiamati emiconnessoni, che si uniscono per formare un
connessone. I connessoni sono composti da sei monomeri di proteine integrali
transmembrana, chiamate connessine, ciascuna delle quali contiene 4 α-eliche
che si uniscono a formare un poro centrale. Il connessone può avere due
conformazioni: una in cui tutte le subunità sono strettamente connesse (canale
chiuso) e una in cui sono leggermente sfalsate (canale aperto).
2.​ Giunzioni occludenti (tight junctions): formano una fascia continua
all’estremità apicale di due cellule adiacenti e hanno la funzione di saldare
fisicamente le due membrane plasmatiche delle cellule interagenti, in modo da
impedire il
passaggio
extracellulare di
sostanze e soluti
dal versante
apicale a quello
basale (e
viceversa) di un
foglietto
epiteliale (sono
molto sviluppate
nell’epitelio
intestinale). Le proteine transmembrana coinvolte nella formazione delle

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giunzioni occludenti sono le occludine e le claudine che formano tra loro
complessi omotipici. Dalla porzione intracellulare le occludine e le claudine si
legano direttamente a proteine adattatrici che a loro volta si legano al
citoscheletro di actina. Più di recente sono state identificate altre proteine
transmembrana coinvolte nella formazione delle giunzioni occludenti: tra
queste vi sono le proteine JAM (Junctional Adhesion Molecule). Queste
giunzioni sono fondamentali, ad esempio, nel separare il lume intestinale dalla
parte interna delle cellule intestinali.
3.​ Giunzioni aderenti: Formano una sorta di cintura di adesione lungo il
perimetro della cellula, connettendo l'esterno della cellula all'interno, dove si
legano ai filamenti di actina. Utilizzano caderine, molecole di adesione. I
desmosomi (o maculae adhaerentes) sono una tipologia di giunzione aderente
particolarmente conosciuta per la sua configurazione visibile al microscopio
elettronico. I desmosomi consentono la formazione di spazi tra le cellule,
permettendo il passaggio di alcune sostanze da una cellula all'altra.

MOLECOLE DI ADESIONE CELLULARE

Si dividono in 4 gruppi:

1.​ Famiglia delle selettine


costituita dalla L-selectina (si
trova a livello dei leucociti);
E-selectina (si trova a livello delle
cellule endoteliali), P-selectina (si
trova a livello delle piastrine).
Quindi in base al tipo di cellula
hanno caratteristiche un po’
differenti, ma sempre accomunati
dalla funzione e dalla
composizione chimica;
2.​ Famiglia delle integrine:
riconoscono dei liganti presenti nella matrice extracellulare, quindi sono un
tipo di proteine coinvolte nell’interazione cellula-matrice extracellulare;
3.​ Famiglia delle immunoglobuline;
4.​ Famiglia delle caderine: partecipano anche alla formazione dei desmosomi;
5.​ Le proteine accessorie che favoriscono l’unione sono: p120, beta e alfa
caterina.

48
SPECIALIZZAZIONI DELLA MEMBRANA PLASMATICA

Prendiamo in considerazione alcune formazioni specializzate presenti nella membrana


plasmatica e, in particolare, analizziamo le strutture specializzate che si trovano sulla
porzione libera, o apicale, della membrana. Queste strutture sono tipicamente
osservabili nelle cellule epiteliali. I microvilli, le ciglia e i flagelli sono strutture che
determinano il movimento delle cellule o determinate sostanze.

MICROVILLI

I microvilli sono presenti negli epiteli di rivestimento, che ricoprono il nostro corpo
sia esternamente che internamente. Si tratta di estroflessioni digitiformi (a forma di
dita) della membrana plasmatica, localizzate esclusivamente a livello del polo apicale
delle cellule appartenenti agli epiteli di rivestimento, contribuendo così alla loro
polarizzazione.

La loro principale funzione è quella di aumentare la superficie di scambio. Per questo


motivo, sono presenti nelle cellule che compongono gli epiteli deputati
all’assorbimento di acqua o nutrienti. Quando
numerosi microvilli si trovano disposti in sequenza,
formano la struttura nota come orletto a spazzola.

I microvilli sono sostenuti principalmente da


elementi del citoscheletro, costituito da circa trenta
microfilamenti di actina, disposti in maniera
ordinata e parallela. Questi filamenti sono mantenuti
insieme da ponti molecolari, ossia legami tra
proteine e filamenti di actina. La zona apicale del
fascio di microfilamenti è stabilizzata da un
cappuccio proteico amorfo, mentre lateralmente
essi sono collegati alla membrana attraverso calmodulina e miosina. Alla base del
microvillo, i microfilamenti sono invece ancorati a una zona corticale, particolarmente
ricca di actina e spectrina.

Molto spesso, lo strato più superficiale della membrana plasmatica prende il nome di
glicocalice. Il glicocalice è uno strato extracellulare di natura glucidica, ricco di
glicoproteine, che costituiscono le porzioni esterne delle proteine transmembrana
immerse nel doppio strato fosfolipidico.

Il glicocalice è di fondamentale importanza perché al suo interno si trovano i recettori


cellulari, molecole specializzate nel riconoscimento di altre molecole esterne. Questo

49
meccanismo è essenziale per regolare processi extracellulari, il riconoscimento
cellulare e la comunicazione tra cellule contigue.

CIGLIA

Le cilia sono estroflessioni lunghe e sottili della membrana plasmatica e svolgono una
funzione di movimento cellulare o di trasporto di materiale all’esterno della cellula.

La loro struttura di base è rappresentata dall’assonema, che costituisce l’impalcatura


portante delle ciglia ed è formato da una disposizione ordinata di microtubuli.

Struttura dell’assonema

Nella porzione centrale dell’assonema sono presenti due microtubuli interi o completi,
detti singoletti, ciascuno formato da 13 protofilamenti di tubulina α/β. Questi due
microtubuli centrali formano una coppia, mantenuta insieme da un raggio di
connessione.

Attorno a questa coppia centrale si trova la guaina interna, che separa la porzione
centrale dalla parte più esterna dell’assonema.

Struttura della porzione periferica

Nella porzione periferica dell’assonema sono presenti nove coppie di microtubuli,


disposte circolarmente attorno alla coppia centrale. Ogni coppia è composta da:

●​ Microtubulo A → un microtubulo completo, formato da 13 protofilamenti


●​ Microtubulo B → un microtubulo incompleto, formato da 10 protofilamenti

Questa struttura distingue le coppie periferiche dalla coppia centrale, i cui microtubuli
sono entrambi completi (con 13 protofilamenti ciascuno).

Le nove coppie di microtubuli periferici sono tenute insieme da proteine accessorie, in


particolare:

●​ Dineina, che permette il movimento ciliare grazie alla sua attività motoria.
●​ Nexina, che stabilizza la struttura mantenendo l’integrità del complesso.

FLAGELLI

I flagelli sono appendici cellulari molto più lunghe e sottili rispetto alle ciglia. La loro
disposizione varia nei diversi organismi unicellulari, tra cui i flagellati. I flagelli
svolgono una funzione motoria e sono particolarmente caratteristici dei batteri
bacillari.

50
A differenza delle ciglia, i
flagelli si muovono con un
moto ondulatorio, in cui
l'onda si propaga
progressivamente lungo
tutta la lunghezza della
struttura. Le ciglia, invece,
si muovono con un
movimento flessuoso, alternando un battito deciso a un colpo di ripresa più morbido.

Un esempio tipico di flagello è quello presente nello spermatozoo. La coda dello


spermatozoo è costituita da un flagello molto lungo, che misura circa 50-60
nanometri. Questo flagello ha origine poco prima della testa, in corrispondenza di una
struttura particolare chiamata piastra basale.

Nel loro insieme, sia la testa che la coda dello spermatozoo sono rivestite dalla
membrana plasmatica.

METABOLISMO ENERGETICO E MITOCONDRI

Una reazione spontanea si svolge sempre nella direzione che porta la diminuzione
dell'energia libera del sistema.

Una cellula eucariotica può seguire due tipi di reazioni: una reazione catabolica e una
reazione anabolica. Le reazioni cataboliche avvengono quando molecole complesse
vengono degradate in molecole più semplici, e sono reazioni esoergoniche, in quanto
rilasciano energia. Al contrario, le reazioni anaboliche avvengono quando molecole
più semplici vengono trasformate in molecole complesse, e sono reazioni
endoergoniche, che richiedono energia. Tutte le macromolecole biologiche, come
carboidrati, lipidi e proteine, possono essere utilizzate dalle cellule come fonte
energetica grazie alla loro ossidazione. Tuttavia, l'energia che viene contenuta in
queste molecole non può essere utilizzata direttamente dalla cellula per svolgere le sue
attività; la molecola deve convertire questa energia in molecole di ATP, ovvero
adenosintrifosfato. L'ATP costituisce quindi la principale forma di energia per la
cellula. Le reazioni anaboliche e cataboliche sono interconnesse tramite la sintesi o la
liberazione di ATP.

L'ATP è un nucleoside trifosfato formato da una base azotata, adenina, uno zucchero,
il ribosio, e tre gruppi fosfato. L'ATP cede energia mediante una reazione di idrolisi
mediata dall'enzima ATPasi. Nella maggior parte dei casi, questa reazione comporta la
rimozione di un gruppo fosfato, che porta alla formazione di una molecola di ADP
(adenosindifosfato). Molte delle reazioni che avvengono all'interno della cellula sono

51
reazioni di ossidoriduzione: l'ossidazione comporta la perdita di elettroni da parte di
uno ione o molecola, mentre la riduzione comporta l'acquisto di elettroni da parte di
uno ione o molecola.

Una via metabolica è una sequenza di reazioni che trasforma gradualmente i reagenti
iniziali nei prodotti finali mediante una serie di passaggi ordinati. In una via
metabolica, il prodotto di una reazione diventa il reagente per la reazione successiva.
Attraverso questa rete complessa di reazioni, la cellula trasforma le diverse forme di
energia in energia metabolica.

Il metabolismo energetico è diviso in diverse fasi:


1.​ In una prima fase le molecole vengono degradate nelle loro costituenti
monomeriche;
2.​ Poi vengono convertite in una molecola di piruvato;
3.​ Il piruvato subisce un'ulteriore trasformazione grazie ad un enzima: il piruvato
deidrogenasi, che ha la funzione di favorire l'eliminazione di un atomo di
carbonio dal piruvato sotto forma di CO2 formando alla fine una molecola di
acetil CoA;
4.​ L’acetil CoA entrerà in una fase comune a tutte e tre le vie: il ciclo di Krebs
con l'eliminazione di una molecola di anidride carbonica;
5.​ La fase finale avverrà in una struttura peculiare delle cellule eucariote cioè nel
mitocondrio.

MITOCONDRIO

Il mitocondrio è un organulo responsabile


della produzione di energia, con un
diametro compreso tra 0,5 e 1 µm e una
lunghezza che può variare da 1 a 4 µm,
arrivando in alcuni casi fino a 10 µm. La
struttura del mitocondrio è caratterizzata
da due membrane: una membrana

52
mitocondriale esterna liscia, che contiene numerose porine che sono dei canali proteici
transmembrana la cui apertura e chiusura può essere regolata, e una membrana
mitocondriale interna che presenta delle pieghe, le creste mitocondriali, all'interno del
volume del mitocondrio. Tra la membrana mitocondriale esterna e quella interna è
presente uno spazio chiamato spazio intermembrana. Le due membrane costituiscono
compartimenti separati: la membrana esterna delimita lo spazio intermembrana,
mentre la membrana interna delimita la matrice mitocondriale, dove si trovano vari
organuli.

Il mitocondrio ha una struttura molto


dinamica, poiché nella stessa cellula i
mitocondri possono fondersi tra loro
o dividersi, pur mantenendo la stessa
architettura di base. Ciò che cambia è
la loro forma, dimensione o numero.
I mitocondri possono dar luogo a una
fusione mitocondriale quando più
mitocondri si fondono in un unico
mitocondrio, o alla fissione
mitocondriale, quando i mitocondri si
dividono. Questi meccanismi
regolano il numero di mitocondri
all'interno della cellula. Per esempio,
se una cellula sta per morire a causa
di un malfunzionamento
mitocondriale, i mitocondri si
fondono, riducendo il numero totale
di mitocondri. Al contrario, quando
una cellula ha bisogno di maggiore energia, viene attivata la fissione mitocondriale,
aumentando il numero di mitocondri.

I mitocondri sono presenti in tutte le cellule eucariotiche, ad eccezione di alcuni


funghi e dei globuli rossi. Sono particolarmente abbondanti in cellule che richiedono
una certa mobilità. I mitocondri sono gli unici organuli ereditati esclusivamente dalla
madre: infatti, durante la fecondazione, i mitocondri vengono trasmessi solo dalla
cellula uovo, poiché quelli dello spermatozoo vengono distrutti. Questo implica che se
la madre ha una malattia mitocondriale, la trasmetterà ai figli, ma ciò non avverrà
tramite il padre.

Per studiare il mitocondrio è necessario isolarlo dal resto del compartimento cellulare.
Esistono diverse tecniche per rompere la membrana plasmatica della cellula, liberando

53
il suo contenuto. Una tecnica è l'uso degli ultrasuoni, che determinano la formazione
di fori nella membrana plasmatica, consentendo la fuoriuscita del contenuto cellulare.
Un'altra tecnica prevede l'uso di detergenti blandi per danneggiare la membrana
plasmatica. Un'altra possibilità è quella di far passare le cellule attraverso un
contenitore molto stretto, esercitando una pressione che provoca la rottura della
membrana. Infine, si può usare un cilindro di vetro con un pistone per omogeneizzare
le cellule e provocarne la rottura.

Dopo l'omogeneizzazione, per isolare i mitocondri si utilizza la centrifugazione


differenziale. Questo processo si basa su una centrifuga dotata di un rotore con
portaprovette
oscillanti.
Quando il
rotore inizia a
ruotare, la forza
centrifuga
solleva le
portaprovette e
le mette in
posizione
orizzontale,
separando i
componenti
cellulari. Ad esempio, una centrifugazione a 600 giri per 10 minuti separa la parte più
densa della cellula, che si deposita sul fondo della provetta, mentre il resto forma il
surnatante, la parte liquida.

Un altro metodo di separazione utilizza la centrifugazione in gradiente di densità, in


cui una soluzione di zucchero viene
usata per separare le componenti
cellulari in base alla loro densità. Il
materiale che si deposita sul fondo
della provetta è chiamato pellet.

Una volta isolato, il mitocondrio


può essere studiato, incluso il suo
genoma. Il mitocondrio è in grado
di replicare il suo genoma in modo
indipendente dalla cellula, ma non
può sintetizzare tutte le sue proteine
da solo. Infatti, sebbene i

54
mitocondri abbiano gli enzimi necessari per i processi metabolici, molte proteine
devono essere fornite dal nucleo della cellula.

La membrana mitocondriale interna ospita anche un complesso proteico enzimatico


che catalizza la sintesi di ATP, il complesso F0F1, che funge da vero e proprio motore
molecolare. Le reazioni che portano alla produzione di ATP avvengono nelle creste
mitocondriali, dove sono localizzati i complessi enzimatici. Questi complessi sono
generalmente formati da diverse subunità proteiche, alcune delle quali sono prodotte
dal genoma mitocondriale, altre dal genoma nucleare, e devono essere importate nei
mitocondri attraverso i pori.

I canali proteici che formano questi pori sono caratterizzati dalla presenza di foglietti
beta-arrotolati, che formano un canale che può adottare due conformazioni: una chiusa
e una aperta, permettendo il passaggio di molecole fino a 5000 Dalton. Molti processi
metabolici all'interno dei mitocondri richiedono la presenza di ioni calcio, che entrano
attraverso questi canali e sono importanti per la regolazione cellulare.

Il genoma mitocondriale, a differenza di quello nucleare, è costituito da una molecola


di DNA circolare a doppio filamento. I due filamenti sono differenti nel contenuto di
basi azotate: il DNA mitocondriale umano ha circa il 44,4% di coppie di citosina e
guanina. Questa distribuzione
varia a seconda che si consideri il
filamento superiore o inferiore. Se
il DNA mitocondriale viene
sottoposto a ultracentrifugazione,
si distinguono un filamento
pesante (H-strand), ricco di
guanina, e un filamento leggero
(L-strand), ricco di citosina. Il
genoma mitocondriale è
notevolmente più compatto
rispetto a quello nucleare, con una
struttura priva di regioni non codificanti, ad eccezione del D-loop, una regione che
svolge un ruolo fondamentale nella regolazione della duplicazione del DNA
mitocondriale. Questa zona contiene sequenze regolatrici che aiutano a controllare il
processo di duplicazione del genoma mitocondriale, ma non presenta le ampie regioni
intergeniche che sono comuni nel DNA nucleare.

Il genoma mitocondriale è composto da 37 geni, che sono strettamente contigui e


non separati da regioni non codificanti. Questi geni codificano per due RNA
ribosomiali (12S e 16S), fondamentali per la sintesi proteica all'interno dei mitocondri,

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oltre a 22 geni per RNA transfer (tRNA), ciascuno specifico per un amminoacido, e
13 geni strutturali che codificano per le proteine necessarie per i complessi
enzimatici coinvolti nella fosforilazione ossidativa, un processo cruciale per la
produzione di ATP.

Le proteine codificate dai geni mitocondriali formano il complesso della NADH


deidrogenasi. Questo complesso è composto da varie subunità, tutte codificate dai
geni localizzati nel DNA mitocondriale umano. Ad esempio, i geni che codificano
per il complesso della NADH deidrogenasi sono di colore azzurro e includono sei
subunità: ND1, ND2, ND3, ND4, ND5, ND6.

Altri complessi che vengono codificati nel genoma mitocondriale sono:

1.​ Complesso III della citocromo C reduttasi, che comprende le subunità:


○​ Citocromo C ossidasi I
○​ Citocromo C ossidasi II
○​ Citocromo C ossidasi III

Il gene per la citocromo C ossidasi I è molto importante nell'identificazione delle


specie viventi. Infatti, una parte di questo gene, che corrisponde a circa 650 paia di
basi, è utilizzata come codice a barre del DNA, un metodo standardizzato per
identificare con precisione tutte le specie viventi.

2.​ Complesso IV della citocromo C ossidasi, che include la subunità citocromo


B.

Infine, l'ultimo grande complesso sintetizzato dal genoma mitocondriale è l'ATP


sintasi. Questo complesso è composto da molteplici subunità, di cui il genoma
mitocondriale codifica solo le subunità 6 e 8, mentre tutte le altre subunità sono
prodotte nel citoplasma e successiva mente trasferite nel mitocondrio attraverso le
porine mitocondriali. Una volta all'interno dei mitocondri, queste subunità vengono
utilizzate per sintetizzare l'ATP sintasi.

RESPIRAZIONE CELLULARE

La respirazione cellulare è un processo di combustione lenta, che parte da nutrienti


che vengono ridotti attraverso i meccanismi metabolici a componenti più semplici,
come carboidrati e acidi grassi. Queste molecole vengono demolite e trasformate in
energia disponibile per la cellula sotto forma di ATP. È un processo esotermico
(libera energia) e può essere descritto come una combustione controllata.

La respirazione cellulare avviene in quattro fasi principali:

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1.​ Glicolisi: La glicolisi è il primo passo della respirazione cellulare, in cui una
molecola di glucosio (uno zucchero a sei atomi di carbonio) viene scissa in due
molecole di piruvato (con tre atomi di carbonio ciascuna). Questo processo
avviene nel citoplasma della cellula e produce una piccola quantità di ATP.
Durante la glicolisi, il glucosio viene ossidato, generando piruvato.
2.​ Decarbossilazione del piruvato: Dopo la glicolisi, il piruvato prodotto viene
trasportato nel mitocondrio, dove subisce la decarbossilazione, ovvero perde
un atomo di carbonio sotto forma di CO₂, e viene convertito in acetil-CoA.
Questo processo avviene nella matrice mitocondriale.
3.​ Ciclo di Krebs: L'acetil-CoA entra nel ciclo di Krebs, durante il quale viene a
anidride carbonica (CO₂), mentre vengono ridotti NAD⁺ e FAD (che
diventeranno NADH e FADH₂, molecole ad alto potere riducente). Queste
molecole trasporteranno elettroni alla fase successiva.
4.​ Fosforilazione ossidativa: Questa è l'ultima fase della respirazione cellulare e
avviene grazie alla catena di trasporto degli elettroni e alla sintesi di ATP.
La catena di trasporto degli elettroni si trova nella membrana mitocondriale
interna ed è composta da diversi complessi enzimatici:
○​ Complesso I (NADH deidrogenasi)
○​ Complesso II (succinate deidrogenasi, che proviene dal ciclo di Krebs,
ma non è prodotto nel mitocondrio)
○​ Complesso III (citocromo C reduttasi)
○​ Complesso IV (citocromo C ossidasi)
○​ ATP sintasi (complesso V)
○​ Durante il passaggio degli elettroni attraverso la catena, viene creato un
gradiente protonico nello spazio intermembrana, che alimenta la
produzione di ATP attraverso l'ATP sintasi.

L'ATP sintasi (o
complesso F0F1) è una
proteina motrice che
produce ATP, il principale
"combustibile" energetico
della cellula. Questo
complesso è composto da
due parti:

●​ F0: attraversa la
membrana mitocondriale
interna ed è composto da

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tre subunità (a, b2, c10), che si organizzano a formare un anello.
●​ F1: si trova nella matrice mitocondriale e contiene 5 tipi di subunità.

La rotazione del complesso F0, alimentata dal flusso di protoni, genera l'energia
necessaria per la sintesi di ATP nel complesso F1.

I PLASTIDI

I plastidi (dal greco plastikos, modellato) sono organelli presenti nelle cellule vegetali
e in alcune alghe. Svolgono funzioni cruciali come la fotosintesi, la sintesi di composti
organici e la conservazione di risorse energetiche.

I plastidi si differenziano principalmente in


base al pigmento che contengono, e vengono
classificati in tre categorie principali:

1.​ Cloroplasti (dal greco chloros,


verde): contengono clorofilla, il pigmento
fondamentale per la fotosintesi clorofilliana,
che permette la conversione dell'energia
solare in energia chimica, immagazzinando
glucosio. I cloroplasti sono caratterizzati da
una struttura interna complessa, con
membrane a forma di tilacoidi organizzate in grana (pila di tilacoidi). Il loro
stroma (il fluido interno) contiene il DNA plastidiale (plastoma), che codifica
per alcune proteine essenziali per la fotosintesi.
2.​ Cromoplasti (dal greco chròma, colore): contengono pigmenti diversi dalla
clorofilla, come carotenoidi (che danno colore giallo, arancione o rosso) e
antociani. Questi plastidi si trovano soprattutto nei frutti maturi, nei fiori e
nelle foglie autunnali, e sono responsabili della colorazione di questi tessuti.
Sebbene non partecipino alla fotosintesi, i cromoplasti possono influenzare
l'attrazione degli impollinatori e la dispersione dei semi.
3.​ Leucoplasti (dal greco leykos, bianco): sono privi di pigmenti. I leucoplasti si
specializzano in immagazzinamento di sostanze nutritive, come amido
(amiloplasti), lipidi (elaioblasti) e proteine (proteoblasti). In condizioni di
carenza o cambiamenti ambientali, alcuni leucoplasti possono differenziarsi in
altri tipi di plastidi, come cloroplasti o cromoplasti, in un processo noto come
interconversione.

58
SVILUPPO DEI PLASTIDI

Tutti i plastidi si originano dai proplastidi, che sono organelli immaturi presenti in
tessuti vegetali non differenziati come i meristemi (zone di crescita delle piante). I
proplastidi sono cellule indifferenziate che hanno la capacità di trasformarsi in
cloroplasti, amiloplasti, cromoplasti o leucoplasti, a seconda del tipo di cellula o delle
condizioni ambientali.

Ad esempio:

●​ I proplastidi si
differenziano in
ezioplasti
(precursori dei
cloroplasti) quando esposti
alla luce.
●​ Gli ezioplasti,
quando stimolati dalla
luce, si trasformano in
cloroplasti, con
l'accumulo di
tilacoidi nelle loro
membrane interne.
●​ Gli amiloplasti,
specializzati nell'accumulo di amido, si trovano tipicamente nelle radici, nei
tuberi e nei semi.
●​ Gli elaioblasti, specializzati nel contenimento di lipidi, si trovano in alcune
piante oleaginose.

CLOROPLASTI

I cloroplasti sono organelli di forma generalmente lenticolare, con una faccia piana e
una convessa, e sono visibili al microscopio ottico grazie alla presenza del pigmento
clorofilliano, che
conferisce loro il
caratteristico colore
verde. Il numero di
cloroplasti per
cellula varia da
specie a specie,
generalmente dai 20

59
ai 40, e la loro distribuzione dipende dal tipo cellulare. Come i mitocondri, i
cloroplasti sono delimitati da una doppia membrana, separata da uno spazio
intermembrana, che circonda lo stroma. Lo stroma è una matrice fluida che contiene
enzimi necessari alla fase oscura della fotosintesi, come quelli del Ciclo di Calvin.

Nel cloroplasto si trovano strutture membranose chiamate tilacoidi, che sono sacche
appiattite di circa 7nm di spessore. Le membrane dei tilacoidi sono disposte
parallelamente e alcune formano pile sovrapposte chiamate grana (da 40 a 60 per
cloroplasto). I tilacoidi che collegano i diversi grana sono chiamati tilacoidi dello
stroma. Le membrane dei tilacoidi ospitano i fotosistemi 1 e 2, che sono complessi
proteici contenenti clorofilla e carotenoidi. La clorofilla è il pigmento principale
della fotosintesi e presenta un anello porfirinico con un atomo di magnesio al centro,
a cui è legata una catena idrofoba costituita dal fitolo. La clorofilla B si differenzia
dalla clorofilla A per la presenza di un gruppo formile al posto di un metile. I
carotenoidi, come il betacarotene, assorbono la luce nelle lunghezze d'onda gialle e
arancioni, ampliando lo spettro di luce utilizzabile per la fotosintesi.

I cloroplasti contengono un proprio DNA plastidiale, chiamato nucleoide, che è di


tipo procariotico,
circolare e chiuso
ad anello, e può
autoreplicarsi
autonomamente. Il
genoma plastidiale
contiene tra 70.000
e 200.000 coppie di
basi, codificando
per circa 125
proteine. Tuttavia, la maggior parte delle proteine necessarie per la funzione del
cloroplasto è codificata dal DNA nucleare. Tra le proteine codificate dal genoma
plastidiale, la rubisco ( RIBULOSIO 1-5 BISFOSFATO CARBOSSILASI) è una delle
più importanti. Essa è costituita da 8 subunità piccole, codificate dal DNA nucleare e
sintetizzate nel citoplasma, e da 8 subunità grandi, codificate dal plastoma (genoma
plastidiale) e sintetizzate all’interno del cloroplasto. L’assemblaggio della rubisco
avviene nello stroma grazie all'azione delle ciaperonine, che assicurano la corretta
conformazione dell'enzima.

I proplastidi sono i precursori dei cloroplasti e hanno una forma sferica, delimitata da
due membrane. Al loro interno si trovano ribosomi, DNA e granuli di amido.
Quando i proplastidi vengono esposti al buio, si trasformano in ezioplasti, che
contengono un reticolo di tubuli a forma di corpo prolamellare, ma non sono

60
fotosintetici poiché mancano di clorofilla. La sintesi dei componenti dei cloroplasti
avviene nel citoplasma, sotto il controllo del genoma sia nucleare che plastidiale. I
cloroplasti sono connessi tra loro da stromuli, estensioni dei plastidi che formano una
rete chiamata plastidoma, che si comunica con altre strutture cellulari.

La membrana esterna del cloroplasto è permeabile a molecole di piccole dimensioni


(<10 kDa), grazie alla presenza di proteine chiamate porine, che formano canali. La
membrana interna, invece, è altamente selettiva e consente solo il passaggio di
determinati metaboliti e ioni attraverso specifiche proteine trasportatrici.

TEORIA ENDOSIMBIOTICA

La teoria endosimbiotica è stata proposta negli anni Ottanta dalla biologa americana
Lynn Margulis. Il termine endosimbiosi (dal greco endo = dentro, syn = insieme, bios
= vita) significa letteralmente "vita insieme dentro" e descrive la convivenza di due
specie all'interno della stessa struttura senza arrecare danni; al contrario, questa
relazione è vantaggiosa per entrambe, un fenomeno noto come simbiosi.

Secondo questa teoria, le attuali cellule eucariotiche, ricche di organuli come


mitocondri e cloroplasti, si sono formate grazie all'incorporazione di batteri simbionti
in grado di svolgere funzioni specializzate, come la conversione dell'energia luminosa
in energia chimica o l'estrazione di energia dai composti organici tramite la
respirazione aerobica. Queste capacità, inizialmente assenti nelle cellule eucariotiche
primitive, furono acquisite probabilmente più di 1,2 miliardi di anni fa attraverso
l'inglobamento di batteri aerobi.

Numerose evidenze supportano la teoria endosimbiotica. Ad esempio, la presenza di


DNA plastidiale e la capacità di autoreplicazione nei cloroplasti e nei mitocondri
suggeriscono la loro origine batterica. Il DNA di questi organuli è simile a quello dei
batteri, e come essi, possiedono ribosomi procariotici e si dividono per scissione
binaria. Inoltre, la loro membrana interna presenta caratteristiche proprie delle
membrane procariotiche, e la funzione dei plastidi può essere inibita da antibiotici che
colpiscono i batteri, fornendo un'ulteriore conferma dell'ipotesi endosimbiotica.

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Inizialmente, una cellula procariotica ancestrale venne inglobata all'interno di un'altra
cellula. La presenza di cellule in grado di effettuare la fotosintesi e di cellule capaci di
convertire l'energia luminosa in energia chimica portò alla formazione di organuli
come mitocondri e cloroplasti all'interno di una cellula eucariotica ancestrale. Con il
passare del tempo, questi batteri divennero dipendenti dalla cellula che li aveva
inglobati, dando origine alle cellule eucariotiche complesse che conosciamo oggi.

La clorofilla, che assorbe principalmente le lunghezze d'onda blu e rossa della luce
solare, è il pigmento principale della fotosintesi, permettendo la conversione
dell'energia solare in energia chimica. Questa energia viene utilizzata per produrre
ATP e NADPH durante la fase luminosa della fotosintesi, che vengono poi utilizzati
nella fase oscura (Ciclo di Calvin) per sintetizzare zuccheri a partire da anidride
carbonica e acqua. I tilacoidi sono il sito dove avvengono le reazioni luminose della
fotosintesi, mentre lo stroma è il sito dove si verificano le reazioni del ciclo di Calvin.

GLI EZIOPLASTI

La fotoconversione del
protoclorofillide in clorofilla
è un processo che avviene
quando la plantula (la
giovane pianta) viene esposta
alla luce. Durante questo
processo, si verifica una
grande sintesi di lipidi che
porta alla formazione di un
sistema di membrane tubulari
molto ramificate. Queste
membrane si organizzano in
un corpo paracristallino
chiamato corpo prolamellare.

Quando la plantula è esposta alla luce, il protoclorofillide si trasforma in clorofilla, e


i lipidi del corpo prolamellare si disperdono, contribuendo alla formazione delle
membrane tilacoidali. Allo stesso tempo, l'ezioplasto (un precursore non fotosintetico
del cloroplasto) si trasforma in cloroplasto. Questo processo di fotoconversione
avviene in tempi relativamente brevi, di solito nell'arco di un paio di giorni.

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I CROMOPLASTI

I cromoplasti sono plastidi che, a differenza dei cloroplasti, non possiedono un vero e
proprio sistema tilacoidale, ma possono avere membrane interne. Questi plastidi sono
specializzati nell'accumulo di pigmenti carotenoidi, che conferiscono loro colori che
vanno dal giallo all'arancione. I carotenoidi possono essere immagazzinati in diverse
forme all'interno dei cromoplasti:

●​ In gocciole lipidiche di colore giallo-arancio, note come plastoglobuli.


●​ In cristalli.
●​ Legati a membrane interne.

La conversione di un cloroplasto in un
cromoplasto può essere influenzata sia da
fattori endogeni, come ormoni e nutrienti,
che da fattori ambientali, come il
fotoperiodo (il ciclo luce-buio) e la
temperatura. Questo processo può essere
reversibile, permettendo così una
trasformazione in direzione opposta, da
cromoplasto a cloroplasto, a seconda delle
condizioni

I cromoplasti possono derivare da plastidi


non fotosintetici, come nel caso della
barbabietola e della carota, o dalla
trasformazione di cloroplasti, come avviene
nel pomodoro e nel peperone. La presenza di cromoplasti è responsabile della
colorazione di alcuni frutti, radici e fiori, come ad esempio:

●​ Frutti: pomodoro (rosso), peperone (rosso, giallo, arancione).


●​ Radici: carota (arancione).
●​ Fiori: ranuncolo (giallo).

Questi cromoplasti contengono pigmenti carotenoidi che conferiscono il caratteristico


colore giallo, arancione o rosso.

I LEUCOPLASTI

I leucoplasti rappresentano una vasta famiglia di plastidi caratterizzati dall'assenza di


pigmenti (dal greco "leykòs" che significa bianco). Questi plastidi sono specializzati

63
nella sintesi e/o nell'accumulo di sostanze di riserva, giocando un ruolo cruciale nelle
piante per la conservazione di nutrienti.

I leucoplasti sono classificati in base al tipo di sostanze che producono o accumulano,


ed includono:

1.​ Elaioplasti: Questi plastidi sono


specializzati nella sintesi e nell'accumulo di
lipidi, in particolare oli. Si distinguono dai
sferosomi (o corpi oleiferi), che sono
strutture simili, ma presentano una sola
membrana esterna e derivano dal reticolo
endoplasmatico. Gli elaioplasti sono quindi
coinvolti nel metabolismo lipidico e
nell'immagazzinamento di riserve grasse.
2.​ Amiloplasti: Sono plastidi privi del sistema
di membrane interne (tipico di plastidi come
cloroplasti o cromoplasti). Gli amiloplasti
accumulano carboidrati sotto forma di
amido secondario, che rappresenta una riserva energetica fondamentale per la
pianta, in particolare in tessuti non fotosintetici come i tuberi e i semi.

GLI AMILOPLASTI

Gli amiloplasti sono plastidi specializzati nella polimerizzazione del glucosio per
formare amido, una forma di riserva energetica. Sebbene siano in grado di
polimerizzare il glucosio in amido, non
sono in grado di sintetizzare direttamente
carboidrati complessi a partire da
molecole più semplici. Questo processo
di polimerizzazione permette alla pianta
di accumulare amido come riserva
energetica, che può essere
successivamente mobilizzata quando
necessario.

Gli amiloplasti sono particolarmente


abbondanti nei tessuti e negli organi della
pianta specializzati nell'accumulo a lungo termine di nutrienti, come tuberi (patate),
radici e semi. In queste strutture, l'amido immagazzinato rappresenta una fonte

64
fondamentale di energia che verrà utilizzata durante i periodi in cui la fotosintesi non è
attiva o quando la pianta ha bisogno di energia per crescere o svilupparsi.

IL NUCLEO E I SUOI COMPONENTI

Abbiamo visto che l'insieme delle


sequenze di DNA di un organismo è
detto genoma. Una delle principali
differenze tra cellule procariotiche ed
eucariotiche riguarda la localizzazione
del genoma. Nelle cellule procariotiche,
il genoma non è separato dal citoplasma,
mentre nelle cellule eucariotiche il
genoma è confinato in un compartimento
separato dal citoplasma, che è protetto da
un sistema membranoso noto come
involucro nucleare. Questo involucro
forma il nucleo della cellula eucariota.

Infatti, il termine "procarioti" deriva dal greco pro (prima) e karyon (nucleo),
indicando che queste cellule sono prive di nucleo. Il termine "eucarioti", invece,
deriva da eu (vero, buono) e karyon (nucleo), indicando che queste cellule possiedono
un nucleo ben definito.

Il nucleo è un organulo altamente complesso e organizzato, al cui interno si svolgono


eventi cellulari fondamentali, come la duplicazione del genoma, la trascrizione del
DNA in RNA e il processamento dell'RNA. Questi processi avvengono in modo
strettamente regolato. Il nucleo può quindi essere considerato il "centro di comando"
della cellula, da cui partono gli ordini che regolano tutte le attività cellulari. Esso
costituisce la sede principale dell'informazione genetica e contiene la maggior parte
del patrimonio genetico della cellula.

Inoltre, il nucleo svolge un ruolo di coordinatore e controllore delle attività cellulari,


garantendo che i processi vitali della cellula siano
eseguiti in modo ordinato e sincronizzato.

Il nucleo è facilmente riconoscibile all'interno


della cellula grazie alla sua capacità di essere
marcato da un colorante chiamato DAPI
(4,6-diamidino-2-fenilindolo), un colorante
organico fluorescente che lega fortemente le

65
regioni del DNA ricche di sequenze di adenina e timina, rendendo il nucleo visibile
durante l'osservazione microscopica.

Il nucleo è generalmente di forma rotondeggiante (dal latino nucis, nocciolo) e, nelle


cellule animali, si trova frequentemente nella regione centrale del citoplasma.
Tuttavia, la morfologia, la dimensione, la posizione e il numero di nuclei possono
variare notevolmente. Il nucleo è una struttura dinamica la cui morfologia cambia
nelle diverse fasi del ciclo cellulare, in particolare tra la fase di divisione cellulare e il
periodo che intercorre tra due divisioni successive.

Per quanto riguarda la forma, il nucleo è simile a quella della cellula stessa e può
avere una forma sferica, ellittica o lobulata. Tuttavia, in alcuni casi, come negli
spermatozoi, può presentarsi con una forma completamente irregolare. Le dimensioni
e la posizione del nucleo sono spesso variabili, ma generalmente sono proporzionali a
quelle della cellula e caratteristiche per ciascun tipo cellulare. Il rapporto tra il volume
del nucleo e quello citoplasmatico è chiamato indice nucleo-plasmatico (N/P). Ad
esempio, nelle cellule embrionali, il nucleo si trova in posizione centrale. Nei neuroni,
invece, il nucleo è situato al centro rispetto al corpo cellulare.

Normalmente, le cellule eucariote sono mononucleate, ma esistono anche cellule con


più nuclei, come i sincizi, che derivano dalla fusione di più cellule che mettono in
comune i nuclei in un unico citoplasma, o i plasmodi, che sono cellule in cui la
divisione nucleare non è stata accompagnata dalla divisione cellulare. Inoltre, ci sono
cellule prive di nucleo, come i globuli rossi dei mammiferi, che perdono il nucleo
durante il loro processo di differenziamento, poiché il loro unico scopo è il trasporto
dei gas coinvolti nella respirazione. Altri esempi di cellule prive di nucleo includono
le piastrine e le squame cornee della pelle.

Osservando un nucleo al microscopio


ottico o al microscopio elettronico a
trasmissione, si notano le diverse
componenti principali del nucleo: un
sistema di membrane che delimita il
nucleo, detto involucro nucleare; uno o

66
più organuli sferici, che si colorano con coloranti sia basici che acidi, chiamati
nucleoli; un materiale colorabile con coloranti basici, chiamato cromatina, che si
presenta sotto forma di ammassi densi o di sottili filamenti ed è costituito da unità
filamentose distinte di DNA unito a proteine.

La cromatina diventa evidente durante la divisione cellulare, quando si organizza in


strutture visibili chiamate cromosomi. Si nota inoltre una rete di filamenti intermedi
di natura proteica, visibile solo dopo la digestione enzimatica della cromatina, detta
matrice nucleare o nucleo scheletro.

INVOLUCRO NUCLEARE

L’involucro nucleare è un sistema di due citomembrane: una membrana interna a


contatto con il materiale nucleare e una membrana esterna rivolta verso il
citoplasma. Le due membrane si uniscono periodicamente a formare aperture circolari
chiamate pori nucleari.

L'involucro nucleare racchiude il nucleoplasma, e ciascuna delle due membrane è


costituita da un doppio strato fosfolipidico. Entrambe le membrane nucleari hanno
uno spessore di circa 6 nanometri e sono separate da uno spazio chiamato cisterna o
spazio perinucleare, di circa 30-40 nanometri, che è in continuità con il lume del
reticolo endoplasmatico rugoso. La membrana esterna è in continuità con le
membrane del reticolo ed è dotata di ribosomi sulla sua faccia citoplasmatica. È
inoltre associata alla rete citoscheletrica di actina e al centrosoma. La membrana
interna interagisce con la lamina fibrosa e con la cromatina, e queste interazioni
dipendono da 63 proteine integrali attualmente identificate.

L'involucro nucleare è attraversato da


numerosi pori nucleari, in cui le
membrane si fondono e dove si trova una
complessa struttura proteica, chiamata
complesso del poro. Il numero di pori
varia in relazione alla dimensione del
nucleo e alle attività sintetiche della
cellula. Mediamente, una cellula somatica
umana possiede circa 4000 pori nucleari.

Il complesso del poro è una struttura


proteica con un diametro massimo di circa
120 nanometri. Esso è costituito da
un'intelaiatura centrale formata da otto
raggi, situata tra un anello citoplasmatico e un anello nucleare. Dall'anello

67
citoplasmatico sporgono 8 filamenti lunghi circa 50 nanometri, mentre dall'anello
nucleare si diparte una struttura a forma di canestro, chiamata canestro nucleare,
costituita da otto sottili filamenti lunghi 75 nanometri, che si uniscono nella porzione
distale a un anello
terminale compatto,
con un diametro di
30-60 nanometri. A
volte al centro del
poro si osserva una
particella solida di
dimensioni variabili,
chiamata tappo
centrale o
trasportatore.
L'intelaiatura centrale
è perforata da otto
canali, che si pensa
rappresentino siti di diffusione passiva di ioni e piccole molecole.

Dalla faccia esterna dell'intelaiatura partono 8 distinte strutture a forma di maniglia


che si estendono nel lume dello spazio perinucleare e ancorano il poro all'involucro. Il
complesso del poro è costituito da 30-50 diverse proteine, dette nucleoproteine, che si
organizzano in subcomplessi.

Trasporto

Tra citoplasma e nucleo si svolge un intenso traffico bidirezionale. Lo studio della


permeabilità dei pori nucleari è stato condotto iniettando molecole di diverse
dimensioni, marcate radioattivamente, e misurando la velocità di penetrazione nel
nucleo. I risultati mostrano che i pori sono liberamente permeabili a molecole di
piccole e medie dimensioni, fino a un peso molecolare di alcune migliaia di Dalton,
circa 40 kDa. Questo suggerisce l'esistenza di canali acquosi con un diametro di circa
9 nanometri. Molecole di dimensioni maggiori non sono in grado di attraversare il
poro se non attivamente, tramite il complesso del poro, con la collaborazione di
proteine di trasporto solubili che si legano alle macromolecole e interagiscono con le
nucleoporine.

Le molecole proteiche che devono essere trasportate attraverso il poro sono dotate di
segnali specifici di importazione o esportazione nucleare, che vengono riconosciuti da
recettori specifici. Questi segnali non vengono generalmente rimossi dopo aver svolto
la loro funzione. Le molecole più grandi, sia per entrare che per uscire dal nucleo,

68
necessitano di recettori proteici specializzati: recettori di importazione nucleare,
chiamati importine, e recettori di esportazione nucleare, chiamati esportine. Queste
proteine indicano al poro di allargarsi per permettere il passaggio.

Le molecole da importare vengono riconosciute da recettori citosolici, cioè le


importine, che a loro volta si legano direttamente (o tramite intermediari) al poro
nucleare. Le proteine del poro sono ricche di brevi ripetizioni degli aminoacidi
fenilalanina e glicina (ripetizioni FG), che servono da siti di attacco per le importine.
Si pensa che queste ripetizioni formino una guida lungo cui i recettori e il loro carico
si muovono all'interno del poro. Quando il poro si dilata, il recettore legato alla
proteina da importare rilascia il suo carico e poi si stacca dalla proteina trasportata e
torna al citoplasma. Nel caso delle importine riconoscono le NLS (Nuclear
Localisation Signals); le esportine riconoscono le NES (Nuclear Export Signals).

Il trasporto dal citoplasma al nucleo avviene così spiegato:

1.​ Intervengono le proteine importine che hanno la caratteristica di legare la


molecola che deve essere trasportata all'interno del nucleo, in quanto queste
molecole hanno una sequenza aminoacidica NLS;
2.​ Il complesso si dirige sulla superficie esterna del nucleo dove interagisce con i
filamenti citoplasmatici del complesso del poro;
3.​ Viene introdotto un cambiamento di conformazione dei filamenti citoplasmatici
e si attua il trasporto verso il poro nucleare;
4.​ Interviene un altro complesso proteico che si trova all'interno del nucleo
plasma, il RAN-GTP, che determina il rilascio della proteina legata alle
importine.

Allo stesso modo avviene il trasporto al di fuori dal nucleo:

1.​ Le esportine riconoscono una sequenza specifica cioè le NES;


2.​ Il complesso della esportina e della proteina si lega al poro;
3.​ Il complesso attraversa il poro e l’esportina si dissocia dalla proteina nucleare e
torna nel nucleo.

NUCLEOSCHELETRO

Si trova al di sotto delle membrana interna del nucleo, si tratta di una rete di filamenti
che mantengono l’integrità del nucleo (molte analogie con il citoscheletro).
Composizione (diversa dal citoscheletro): acqua, ioni, proteine e DNA

Il nucleoscheletro è generalmente distinto in due componenti principali: la lamina


fibrosa o lamina nucleare e la rete fibrillare.

69
➢​ La lamina fibrosa è situata al di sotto dell'involucro nucleare, ha uno spessore
di 25-80 nanometri ed è costituita da proteine dette lamìne. Esistono 4 diverse
lamine: due appartengono al tipo A (lamina A e lamina C), e due
appartengono al tipo B (lamina B1 e lamina B2). L'unità dei filamenti di
lamina è un dimero. I dimeri interagiscono testa-coda a formare protofilamenti
che si uniscono lateralmente a costituire una struttura reticolare. Le lamine A e
C sono omologhe ai filamenti intermedi del citoscheletro, la lamina B differisce
dalle altre due ed è strettamente associata alla membrana interna dell'involucro
nucleare. Le lamine si trovano anche nella rete fibrillare, dove formano un
reticolo più lasso e meno stabile di quello della lamina fibrosa. Questa rete
sembra costituire un nucleo scheletro che partecipa a mantenere la forma del
nucleo.

I corpi nucleari più piccoli compresi tra 0,1-3 µm sono :

●​ i corpi di Cajal: organuli implicati nel processo di biogenesi dei piccoli RNA;
●​ i corpi PML (corpi nucleari della leucemia promielocitica): strutture deputate
alla difesa contro i virus , vanno a stabilizzare il genoma e sono implicate dei
processi di riparazione del DNA;
●​ gli speckles e i paraspeckles,
●​ i gemini bodies (Gem),
●​ gli histone locus bodies (HLB),
●​ i polycomb bodies,
●​ i clastosomi,
●​ i corpi da stress.

Il citoscheletro svolge un ruolo importante nel determinare e mantenere l'integrità


dell'organizzazione nucleare, fornendo un supporto
alla cromatina. Inoltre, avrebbe anche un'importante
influenza su varie funzioni nucleari, come la
duplicazione e la riparazione del DNA, la trascrizione
e il controllo del ciclo cellulare.

Possiamo avere delle mutazioni in uno dei geni della


lamina che sono responsabili di molte malattie, come
ad esempio una rara forma di distrofia muscolare o la
sindrome della progeria (invecchiamento precoce) di
Hutchinson-Gilford.

70
CROMATINA

Negli eucarioti, il DNA è sempre legato a proteine istone e non istoniche a costituire
una struttura che è chiamata cromatina. La cromatina è costituita da una serie di
filamenti di DNA e proteine, dette cromosomi, il cui numero è costante ed è
caratteristico per ogni specie. I cromosomi si rendono evidenti durante la divisione
cellulare, quando sono nettamente separati fra loro.

Gli istoni sono proteine basiche che si associano strettamente al DNA a formare la
cromatina. Essi sono formati da vari amminoacidi con due gruppi amminici, come
l'arginina, la lisina e sono molecole relativamente piccole di peso nucleare compreso
fra 11 e 20 kDa. Negli istoni, gli amminoacidi apolari costituiscono una regione
globulare, mentre gli amminoacidi basici formano una o due braccia che si estendono
ai lati della regione globulare. Il legame tra le proteine e il filamento di DNA va a
costituire delle strutture: i nucleosomi, nei quali il ruolo degli istoni è strutturale e
funzionale, in quanto intervengono nell’attività del DNA. Il nucleosoma può essere
considerato come una perla, più nucleosomi formano una collana di perle (nei livelli
più semplici di organizzazione della cromatina) e più nucleosomi sono uniti da un
frammento di DNA linker.

Esistono diversi livelli di organizzazione della cromatina:

1.​ La fibra da 10 nm di diametro è il primo livello, è uno stadio detto "filo a


collana di perle" per il suo aspetto. In questo stadio il DNA è avvolto attorno
agli istoni, senza ulteriori ripiegamenti.
2.​ La fibra da 30 nm di diametro è il secondo livello. In esso la cromatina assume
un aspetto solenoidale grazie alle interazioni tra le code degli istoni di un

71
nucleosoma, con quelle dei nucleosomi adiacenti, nonché grazie agli istoni H1.
Questi istoni sono più grandi di quelli che formano l'ottamero del corpo del
nucleosoma e si trovano in rapporto 1:1 con esso. Ogni istone H1 possiede un
corpo centrale e due code che aderiscono sia all'ottamero che ai filamenti di
DNA in entrata e in uscita. La sua interazione con il DNA linker, cioè il
filamento di DNA
che connette i
singoli nucleosomi
avente lunghezza
variabile (da 38 a
53 bp nell'uomo),
gli permette di
direzionarlo in
modo da
contribuire al
ripiegamento
solenoidale. Tuttavia non sono del tutto note le sue funzioni in rapporto al
superavvolgimento della cromatina. La fibra da 30 nm è lo stadio in cui si trova
la cromatina attiva in interfase (periodo compreso fra due divisioni cellulari),
cioè la cromatina che viene trascritta.
3.​ La fibra da 300 nm di diametro o fibra ad ansa: la cromatina si ripiega
ulteriormente su se stessa grazie anche all'aiuto di altre proteine, dette proteine
"scaffolding", che servono come base per la strutturazione delle anse, che
costituiscono così dei domini Topologici chiusi, cioè indipendenti l'uno
dall'altro in termini di superavvolgimento.
4.​ La fibra da 700 nm di diametro: la cromatina si super-avvolge, è il diametro dei
singoli cromatidi.
5.​ La fibra da 1400 nm di diametro è il livello di condensazione massimo, quello
dei cromosomi metafasici.

Ciascun nucleosoma contiene una particella centrale (CORE) formata da 146 coppie
di basi di DNA superavvolto che gira per quasi due volte intorno a un complesso a
forma di disco formato da otto istoni. Gli istoni più comuni sono distinti in istoni del
core nucleosomico: 2 H2A, 2 H2B, 2 H3 e 2 H4, che sono in quantità equimolecolare
nella cromatina e in unione con il DNA formano il filamento nucleosomico. Abbiamo
anche gli istoni linker, fra i quali si trovano H1 (chiamato istone di connessione) e
H5, che non si trovano nel filamento nucleosomico, ma nelle strutture cromatiche di
ordine superiore. Il DNA è avvolto intorno agli istoni a formare i nucleosomi e
sigillato dall'istone H1.

72
Tra un nucleosoma e l'altro si può osservare una regione di DNA non avvolto, detto
DNA Linker.

Le proteine non istoniche costituiscono una categoria eterogenea per composizione e


funzione. Esse sono per lo più cariche negativamente o neutre e hanno un peso
molecolare che varia da 7 a 200 kDa. Abbiamo diversi tipi di proteine non istoniche,
come ad esempio le proteine ad attività enzimatica, che sono in grado di catalizzare le
diverse funzioni del DNA nucleare, come la trascrizione e la duplicazione, e così via;
le proteine che si associano all'RNA; le proteine che controllano il mantenimento
strutturale dei cromosomi, tra cui troviamo le condensine e le coesine, e tanti altri.

La cromatina appare come un materiale filamentoso e granulare, composto da una


porzione sparsa e poco colorabile detta eucromatina e da una granulare sotto forma di
zolle compatte e ben colorabili detta eterocromatina. Questa divisione appare ben
definita durante l’interfase.

Eucromatina

●​ La maggior parte della cromatina (circa 90%)


●​ Relativamente poco condensata e distribuita in tutto il nucleo
●​ Sotto forma di fibre da 30 nm organizzate in grandi anse (80%)

Eterocromatina

●​ Circa il 10% della cromatina interfasica


●​ Stato molto condensato che assomiglia alla cromatina delle cellule che
attraversano la mitosi
●​ È inattiva dal punto di vista della trascrizione
●​ Contiene sequenze di DNA altamente ripetute, come quelle presenti in
centromeri e telomeri.

L'eterocromatina è distinta in facoltativa e costitutiva:

●​ Eterocromatina facoltativa rappresenta regioni del genoma che sono state


specificatamente inattivate in determinate cellule o in precisi momenti della
vita della cellula, ma non presentano alcuna differenza sostanziale nelle
sequenze di DNA rispetto all'eucromatina.
●​ L'eterocromatina costitutiva non può mai trasformarsi in eucromatina
nemmeno sperimentalmente e corrisponde a regioni del genoma che hanno una
composizione diversa dal resto della cromatina per la presenza sia di sequenze
altamente ripetute di DNA che non trascrivono quasi mai, sia di proteine
particolari come la CENP-A, che è una variante dell'istone H3 che si trova solo
nel centromero.

73
CROMOSOMI

La cromatina si compatta in unità strutturali distinte che vengono dette cromosomi.

Sono strutture evidenti durante la metafase della mitosi: quando si studiano i


cromosomi di un organismo si fa in modo di bloccare le cellule in questa fase e si
utilizzano sostanze come la colticina che blocca la mitosi. Al momento della divisione
cellulare i cromosomi sono andati incontro alla fase S ( sintesi ) in cui replicano il loro
DNA.

Durante la divisione, in particolare nella metafase, i cromosomi raggiungono la loro


massima compattazione, assumendo la morfologia più adeguata per consentire
l'uniforme e ripartizione del patrimonio genetico nelle due cellule figlie. I cromosomi
sono organizzati in territori: ogni cromosoma occupa una regione ben precisa nel
nucleo. Questo territorio viene conservato anche dopo la mitosi e si trasmette alle
cellule figlie.

I cromosomi hanno forma di bastoncello. Poiché prima della divisione è avvenuta la


duplicazione del DNA (fase S) e delle proteine che costituiscono la cromatina, ciascun
cromosoma è formato da due filamenti paralleli di cromatina condensata chiamata
cromatidi. I cromatidi di uno stesso cromosoma sono chiamati cromatidi fratelli. I
cromatidi nella fase iniziale della divisione sono uniti a livello di una strozzatura detta
centromero, che divide il cromosoma in due bracci a volte ripiegati. Se il centromero
si localizza a metà cromosoma questo è detto metacentrico e i bracci hanno la stessa
lunghezza; se il centromero è eccentrico il cromosoma è submetacentrico e i bracci
sono diversi (braccio più corto indicato con la lettera P e i braccio più lungo con la
lettera Q); i cromosomi con
centromero distale e quindi
con un solo braccio si dicono
acrocentrici o telocentrici
(presenti nelle anomalie). Le
estremità del cromosoma si
chiamano telomeri e sono
coinvolte nei processi di
invecchiamento cellulare.

Ogni specie possiede un


corredo cromosomico
caratteristico per numero e
morfologia dei componenti. Lo studio del corredo cromosomico si basa soprattutto
sulle analisi dei cromosomi allo stato di metafase, quando essi sono maggiormente

74
contratti e quindi identificabili al microscopio. Il cariotipo è l'insieme di cromosomi
di una cellula allineati in ordine di lunghezza decrescente e in base alla loro forma.

Nelle cellule somatiche, il corredo cromosomico è costituito da coppie di cromosomi


uguali per forma, dimensione e corredo genetico, detti cromosomi omologhi, ereditati
uno dal padre e l'altro dalla madre. Questo cariotipo è detto diploide e si indica con la
sigla 2n. Nelle cellule che si sono divise per meiosi, il corredo cromosomico è
costituito da un solo elemento per ciascuna coppia di omologhi: tale corredo è detto
aploide e si indica con n.

In tutti gli organismi in cui il sesso è determinato geneticamente, le cellule dei due
sessi presentano cariotipi che differiscono per la morfologia di una coppia di
cromosomi sessuali. I cromosomi sessuali contengono i geni responsabili della
determinazione del sesso. Il sesso che presenta cromosomi sessuali differenti fra loro è
detto eterogametico o digametico, perché produce due tipi di gameti contenenti
ciascuno un eterocromosoma diverso. Il sesso con cromosomi sessuali uguali è detto
omogametico, perché produce gameti aploidi tutti uguali fra loro. Nella femmina ci
sono due cromosomi sessuali uguali detti XX, mentre nel maschio c'è solo un
cromosoma X e un piccolo cromosoma Y. La determinazione del sesso del futuro
individuo spetta al gamete del sesso digametico che aggiunge un cromosoma X
oppure Y all'assetto X del gamete del sesso omogametico.

La formula diploide tipica di una specie si dice corredo cromosomico euploide.


Nell'uomo il corredo euploide è costituito da 46 cromosomi: 22 coppie di autosomi e
una coppia di cromosomi sessuali. I corredi anomali per variazione del numero o nella
morfologia dei cromosomi sono detti aneuploidi.

NUCLEOLO

Il nucleolo è una regione del nucleo responsabile della sintesi dell'RNA ribosomiale. È
una regione densa di materiale genetico e proteico. Al microscopio elettronico a
trasmissione appare come un granulo rotondeggiante, non delimitato da una
membrana, circondato da cromatina condensata ed è formato da due regioni
morfologicamente distinte: una fibrillare e una granulare.

Il nucleolo è presente durante le fasi G1, S e G2 del ciclo cellulare; scompare durante
la mitosi, in quanto durante la profase si ha la dissoluzione del nucleolo e ricompare
quando la cellula ha completato la divisione cellulare e riprende la sua attività di
sintesi.

Nel nucleolo si distinguono diverse zone: la zona organizzatrice del nucleolo, che
contiene le sequenze di DNA che codificano per gli RNA ribosomiali; la zona

75
fibrillare densa, dove ci sono sottili fibre ed è formata dagli RNA appena trascritti; e
la zona granulare, così chiamata per la presenza di piccoli granuli, ed è
sostanzialmente costituita dalle subunità dei ribosomi in via di maturazione. Al
nucleolo, le unità ribosomiali dopo il loro assemblaggio vengono esportate nel
citoplasma attraverso i pori nucleari.

BIOGENESI DEI RIBOSOMI NEL NUCLEOLO: Le proteine ribosomiali che sono


state prodotte nel citoplasma, attraversando la membrana nucleare, arrivano al
nucleoplasma e costituiscono parte del nucleolo ove si associano al rRNA
neosintetizzati. Dal nucleolo, le unità ribosomiali, dopo il loro assemblaggio, vengono
esportate attraverso i pori nucleari.

REPLICAZIONE DEL DNA

Si parla di duplicazione/replicazione del DNA nel momento in cui una cellula madre
duplica il proprio corredo cromosomico per poi entrare in fase di divisione.

La replicazione del DNA viene chiamata replicazione semiconservativa perché un


filamento di DNA parentale viene conservato in ogni molecola figlia di DNA.​
Prima di entrare nel dettaglio del meccanismo di replicazione del DNA, occorre tenere
presente che tutte le
DNA polimerasi
leggono il filamento
stampo in direzione
3’→5’, per cui sono in
grado di sintetizzare un
filamento copia
orientato nel senso
5’→3’. Esse svolgono
la propria attività solo
se alle loro spalle è
stato preventivamente
sintetizzato un piccolo
tratto di RNA, detto
primer.

La duplicazione inizia a livello di determinate sequenze chiamate siti di origine della


replicazione, alle quali si lega un gruppo proteico, il cosiddetto complesso di
riconoscimento dell'origine (ORC) e a proteine iniziatrici chiamate DnaA. All'ORC
si unisce la proteina regolatrice Cdc6 e successivamente una DNA elicasi. Si forma
così il complesso prereplicativo. In seguito allo stimolo di questo complesso, l'elicasi

76
apre la doppia elica, rompendo i legami a idrogeno tra le basi, creando la cosiddetta
forcella di replicazione, che si sposta verso la direzione 5’-3’, dove i due filamenti
sono separati e sono orientati in senso opposto, cioè anti-paralleli: quello con
direzione 3’→5’ è detto filamento principale, l'altro con direzione 5’→3’ è detto
filamento secondario.

Nella replicazione del DNA intervengono tutta una serie di proteine che sono
aggregate in un grande complesso multienzimatico, che si sposta in blocco lungo il
DNA, in modo da sintetizzare la nuova molecola su ciascuno dei filamenti originali
con un'azione coordinata.​
Tra queste, abbiamo l’elicasi, che separa i due filamenti; le single-strand binding
proteins (SSB), che evitano che i due filamenti si riuniscano e vanno a stabilizzarlo; e
le topoisomerasi, gruppo di enzimi che hanno il compito di eliminare i
superavvolgimenti e la maggiore tensione che si trovano davanti alla forcella di
replicazione. Le topoisomerasi sono di due tipi:

●​ Topoisomerasi di tipo 1, che tagliano solo un filamento di DNA;


●​ Topoisomerasi di tipo 2, che tagliano simultaneamente entrambi i filamenti di
DNA.

Le topoisomerasi sono necessarie anche per dipanare molecole di DNA circolare


appena replicate che si intrecciano.

Un altro enzima importante è la RNA primasi, che funge da innesco creando i


primer, piccoli frammenti di RNA. La DNA polimerasi, responsabile per l’aggiunta
dei nucleotidi al nuovo filamento, riesce a operare solo in direzione 5’→3’, motivo
per il quale ha bisogno di un innesco per la sintesi del filamento opposto. Il primo a
scoprire la DNA polimerasi fu nel 1956 Arthur Kornberg. La DNA polimerasi sono
circa di 5 tipi indicate con le lettere dell’alfabeto greco (alfa, beta, gamma…)

MECCANISMO DI REPLICAZIONE

Una DNA polimerasi, dopo la sintesi di un breve primer a opera di una RNA
primasi, legge il filamento principale (o filamento guida) in modo continuo, seguendo
la direzione di apertura della forcella di replicazione, e trascrive un filamento
complementare di DNA 5’→3’. La polimerizzazione del nuovo filamento avviene in
direzione 5′-3′ per aggiunta di uno specifico deossiribonucleotide (dNTP) al 3′−OH
dello zucchero appartenente al nucleotide precedente, formando legami fosfodiestere
tra l’OH legato al C 3’ dell’ultimo nucleotide già unito alla catena in allungamento e il
gruppo fosfato legato al C 5’ del nucleotide aggiuntivo.

77
La copiatura del filamento secondario è invece più complessa. Esso è prima letto da
una RNA primasi, che trascrive un breve RNA che serve da innesco per una DNA
polimerasi. Questa sintetizza un breve tratto di DNA, sempre orientato nel senso
5’→3’, ma il cui sviluppo procede in direzione opposta a quella di apertura della
forcella di replicazione. La DNA polimerasi copia il filamento di DNA secondario (o
lento) in brevi tratti di circa mille nucleotidi, chiamati frammenti di Okazaki.​
Quindi la DNA polimerasi, una volta a contatto con il primer, sostituisce i
ribonucleotidi con i desossiribonucleotidi, rimuovendo l'RNA primer e sostituendolo
con un tratto equivalente di DNA. I filamenti sono poi uniti insieme da enzimi, come
la ligasi, che li riuniscono in un unico filamento di DNA precedentemente sintetizzato
in frammenti di Okazaki.

TRASCRIZIONE DEL DNA


Si tratta dello step successivo alla duplicazione del DNA per arrivare alla sintesi di
una proteina.
La trascrizione è il processo mediante il quale l'informazione contenuta in una
sequenza di DNA, chiamata gene, viene copiata in una sequenza complementare di
RNA grazie all'enzima RNA polimerasi. Solo una frazione del DNA viene trascritta:
quella codificante, organizzata in unità funzionali chiamate geni.

Immaginando di avere
un filamento di DNA
codificante che viene
trascritto in una
molecola di mRNA,
dove la timina viene
sostituita dall’uracile,
poi ciascuna tripletta
(codone) viene
tradotta in un
amminoacido.
Dunque attraverso il
processo di traduzione si passa da una sequenza nucleotidica dell’RNA ad una
amminoacidica della proteina. In realtà se si considerano i genomi esiste un trend
evolutivo secondo cui con l’aumentare delle dimensioni dei
geni, aumenta anche la porzione di dna non codificante, quello che viene definito
“DNA spazzatura”. Se si considera l’organizzazione di un gene, quest’ultimo è
costituito dall’alternanza di porzioni codificanti, definite esoni, e porzioni non
codificanti, cioè gli introni (in un genoma la quantità di porzioni codificanti sono
piuttosto limitati al suo interno).

78
La sintesi dell'RNA rappresenta una tappa fondamentale dell'espressione
dell'informazione genetica. La trascrizione produce non solo l’RNA messaggero
(mRNA), ma anche altri tipi di RNA. Tutte le molecole di RNA generate durante la
trascrizione partecipano al processo di espressione genica. Nelle cellule eucariotiche, i
trascritti primari di RNA subiscono estese modifiche per diventare molecole mature,
pronte a svolgere le loro funzioni biologiche.

Negli eucarioti esistono tre tipi principali di RNA polimerasi, ciascuna con specifiche
funzioni:

1.​ RNA polimerasi I: catalizza la sintesi di vari tipi di RNA ribosomiale.


2.​ RNA polimerasi II: catalizza la sintesi degli RNA messaggeri, coinvolti nella
sintesi delle proteine.
3.​ RNA polimerasi III: catalizza la sintesi degli RNA transfer (tRNA) e di una
specifica molecola di RNA ribosomiale.

Differenza tra procarioti ed eucarioti:

➢​ Procarioti: la trascrizione e la traduzione avvengono nella stessa sede ovvero il


citoplasma, ma avvengono contemporaneamente. Ciò significa che man mano
che viene trascritto mRNA, si attaccano i ribosomi e lo traducono.
➢​ Eucarioti: il citoplasma risulta essere ben compartimentalizzato. Il
meccanismo risulta essere più complesso perché mRNA viene trascritto nel
nucleo e la proteina viene sintetizzata nel citoplasma.

La trascrizione si suddivide in tre fasi principali: inizio, allungamento e


terminazione.

Fase di inizio

La trascrizione ha inizio nel momento in cui l’RNA polimerasi (che si muove in


direzione 5’-3’ e ha la capacità di dare inizio alla reazione di sintesi, quindi non
necessita di un innesco, come invece necessitava la DNA polimerasi) si lega al DNA
in un punto di inizio, che corrisponde al primo nucleotide da trascrivere. Questo punto
è preceduto da una regione di
regolazione chiamata
promotore. L’RNA polimerasi
riconosce specifiche sequenze
all’interno del promotore e si
lega a esse, dando inizio alla
sintesi della nuova molecola di
mRNA.

79
Il punto di inizio di un gene è preceduto da una regione, detta "a monte", che prende il
nome di promotore. Questa regione è caratterizzata dalla presenza di alcune sequenze
consenso, come ad esempio quella -10 e -35 (il numero si riferisce alla posizione che
le basi occupano rispetto al punto di inizio, cioè rispetto alla prima base nucleotidica).
Il sito promotore contiene queste due sequenze, che vengono riconosciute da sequenze
complementari presenti nell’RNA polimerasi. Quest’ultima si lega in quel punto del
promotore, riconoscendo le sequenze, e una volta individuate, capisce che deve
iniziare il processo di sintesi dell’mRNA. Al suo interno è presente il sito di inizio,
cioè il punto in cui ha luogo effettivamente la trascrizione. Geni differenti possono
avere promotori diversi, permettendo così alla cellula di decidere quali geni debbano
essere trascritti in un determinato momento.

Le regioni ricche di timine e adenine (che formano solo due legami idrogeno) sono più
facili da denaturare rispetto alle regioni ricche di citosine e guanine (che formano tre
legami idrogeno).

Fase di allungamento

Durante l'allungamento, la RNA polimerasi separa i due filamenti di DNA e utilizza il


filamento stampo per sintetizzare RNA in direzione 5’-3’.

Nei procarioti, la
RNA polimerasi si
lega direttamente al
promotore. Negli
eucarioti, invece, i
fattori di
trascrizione devono
prima riconoscere il
promotore per
consentire il legame
della RNA polimerasi. La RNA polimerasi possiede inoltre un’attività elicasica, che le
permette di svolgere i filamenti di DNA senza l’ausilio di un’elicasi separata.

Fase di terminazione

La trascrizione termina quando la RNA polimerasi riconosce delle sequenze


specifiche sul DNA, chiamate terminator,
che indicano l’arresto della trascrizione in
corrispondenza di uno specifico
nucleotide, detto stop-site. In questo
momento, la RNA polimerasi si stacca dal

80
filamento di DNA, rilasciando l’RNA messaggero, chiamato trascritto primario.

Destino del trascritto primario

Nei procarioti, il trascritto primario passa direttamente alla traduzione, poiché la


trascrizione e la traduzione avvengono nel citoplasma, essendo i procarioti privi di
nucleo. L’mRNA appena sintetizzato si lega rapidamente ai ribosomi per avviare la
sintesi proteica.

Negli eucarioti, invece, il trascritto primario subisce un complesso processo di


maturazione nel nucleo prima di essere trasportato nel citoplasma per la traduzione. Il
trascritto primario, chiamato anche hnRNA (RNA nucleare eterogeneo), rappresenta
un precursore dell’mRNA maturo.

Modifiche post-trascrizionali negli eucarioti

Il trascritto primario subisce diverse modifiche:

1.​ Aggiunta del cappuccio 5’: all'estremità 5’ viene aggiunta una molecola di
GTP (guanosina trifosfato) modificata. Questo “cappuccio” protegge l’mRNA
dagli enzimi degradativi che attaccano le estremità libere e facilita l’interazione
con i ribosomi.
2.​ Aggiunta della coda di poli(A): all'estremità 3’ dell’mRNA vengono aggiunte
numerose molecole di adenilato (adenosinmonofosfato), formando la coda
poli(A). Questa modifica è guidata da una sequenza segnale specifica
(AAUAAA) e svolge una funzione protettiva simile al cappuccio 5’.
3.​ Splicing degli introni: durante lo splicing vengono rimossi gli introni
(sequenze non codificanti) e uniti gli esoni (sequenze codificanti), formando un
mRNA maturo pronto per la traduzione. Però spesso può verificarsi lo splicing
alternativo che dà luogo a diverse isoforme di proteine, che sono delle proteine
con caratteristiche
diverse delle altre,
che porta a delle
patologie
all’organismo. A
partecipare al
processo di
splicing degli
introni sono una
classe di enzimi
che formano lo spliceosoma.

81
Dal nucleo dove avviene la trascrizione, gli mRNA maturi passano attraverso i pori
nucleari nel citoplasma dove vengono tradotti.

TRADUZIONE

Il primo a parlare di ribosomi fu George Emil nel 1953. I ribosomi appaiono al


microscopio elettronico come particelle globulari, non rivestite da membrane, con un
diametro di circa 15-20 nanometri. I ribosomi, oltre all'RNA ribosomiale, contengono
delle proteine basiche. Mentre l'RNA ribosomiale ha la funzione di “collante” per
queste proteine ribosomiali, le proteine basiche hanno sia una funzione strutturale che
una funzione enzimatica.

Abbiamo visto che il ribosoma è composto da due subunità:

●​ La subunità maggiore, che ha una dimensione di 60S (Svedberg), e


●​ La subunità minore, che ha una dimensione di 40S.

Il coefficiente di sedimentazione, indicato con la lettera S, è un numero


adimensionale che misura il rapporto tra la velocità di sedimentazione di un corpo
ideale e quella del corpo in esame, a parità di condizioni di riferimento.

Nelle cellule eucariote, il ribosoma è sintetizzato all'interno del nucleo e


successivamente traslocato nel citoplasma attraverso i pori nucleari, dove può essere
sia libero sia legato al lato citoplasmatico del reticolo endoplasmatico. Le
informazioni genetiche trasportate dall'RNA messaggero vengono tradotte in proteine
da più ribosomi simultaneamente.

All’interno del ribosoma è possibile individuare tre siti diversi in cui andranno a
sistemarsi le molecole coinvolte nella sintesi proteica, gli rna transfer sono
caratterizzati dalla presenza di 3 anse, una delle quali prende il nome di anticodone
che va a riconoscere una tripletta complementare sull’mrna, un’altra ansa porta legato
un amminoacido, specifico dalla sequenza dell’anticodone. I tre siti del ribosoma
sono:

1.​ Sito A:
durante la
sintesi
proteica
l’mRNA
scorre tra le
due subunità
e gli tRNA

82
entrano nel ribosoma legandosi con l’anticodone alla sequenza complementare
dell’mRNA e posizionando nel sito.
2.​ Sito P: L’tRNA si sposta, dove avviene la formazione del legame peptidico tra
gli amminoacidi dei due tRNA adiacenti. La catena proteica in formazione
viene trasferita dal tRNA presente al sito P al tRNA presente al sito A
3.​ Sito E: il tRNA scarico presente nel sito P viene spinto verso questo sito, dove
viene rilasciato dal ribosoma.

CODICE GENETICO

Il codice genetico può essere rappresentato da determinate triplette che corrispondono


a degli amminoacidi. Sia nei procarioti che negli eucarioti l'RNA polimerasi inizia la
trascrizione di un gene a monte della sequenza codificante. Come risultato, I'RNA
messaggero possiede, alla sua estremità 5', una sequenza leader non codificante.

Tale sequenza contiene sequenze segnali di riconoscimento per il legame con il


ribosoma che consentono al ribosoma di posizionarsi correttamente per iniziare la
traduzione dell'mRNA. La
sequenza leader è seguita dal
codone di inizio AUG, che
indica l'inizio della sequenza
codificante che contiene le
effettive sequenze per la catena
polipeptidica. A differenza di
quelli eucariotici, gli mRNA
procariotici sono spesso
policistronici, cioè codificano
più catene polipeptidiche
diverse. Alla fine di ciascuna sequenza codificante vi è uno speciale codone di stop o
di terminazione. I codoni di stop o di terminazione UAA, UGA e UAG sono presenti
sia nei procarioti sia negli eucarioti. Questi sono seguiti da sequenze non codificanti,
dette sequenze trailing, all'estremità 3', che possono variare in lunghezza. Vi sono
dunque 64 codoni, ognuno che codifica per un amminoacido.

MECCANISMO DI TRADUZIONE

Il meccanismo di traduzione comprende tre fasi: inizio, allungamento e terminazione.

Inizio

L’mRNA si lega alla subunità minore del ribosoma. Successivamente, il tRNA


iniziatore si lega all’mRNA grazie all’appaiamento tra le basi del codone

83
(sull’mRNA) e quelle dell’anticodone (sul tRNA). Come ultimo passaggio, la subunità
maggiore del ribosoma si unisce al complesso di inizio. La traduzione ha inizio
quando viene riconosciuto il codone di inizio, che è AUG e codifica per
l'amminoacido Met (metionina).

Allungamento

Man mano che procede la sintesi, la catena polipeptidica si allunga grazie all’aggiunta
di nuovi amminoacidi a quello di partenza. Il ribosoma ha tre siti funzionali:

●​ Sito P: sorregge il trna che trasporta la catena in allungamento;


●​ Sito A: trasporta il trna con l’amminoacido da aggiungere
●​ Sito E: da cui il tRNA ormai scarico lascia il ribosoma.

L’allungamento avviene in tre passaggi principali:

1.​ Un tRNA carico (legato a un amminoacido) entra nel sito A, formando un


complesso con il ribosoma e l’mRNA.
2.​ L’anticodone del tRNA si appaia con il codone dell’mRNA. A questo punto, si
forma il legame peptidico tra l’amminoacido legato al tRNA nel sito P e
quello nel sito A. Questa reazione libera l’amminoacido dal suo tRNA nel sito
P.
3.​ Avviene la traslocazione, ovvero il movimento del ribosoma lungo l’mRNA
nella direzione 5' → 3'. Il tRNA precedentemente nel sito P si sposta nel sito E
e viene rilasciato nel citoplasma. Nel frattempo, il tRNA nel sito A si sposta nel
sito P, lasciando libero il sito A per un nuovo tRNA carico.

Durante la sintesi, la catena polipeptidica rimane legata al tRNA collocato nel sito P
della subunità maggiore del ribosoma. Inoltre, la sintesi avviene sempre nella
direzione N-terminale →
C-terminale, con l’estremità
N-terminale della proteina che
viene sintetizzata per prima.

Terminazione

La sintesi proteica termina


quando il ribosoma riconosce un
codone di stop (UAA, UAG o
UGA) sulla molecola di mRNA.
Il processo avviene nel seguente
modo:

84
●​ Il ribosoma riconosce una sequenza specifica dell’mRNA (codone di stop).
●​ L’anticodone del tRNA riconosce il codone di stop sull’mRNA, segnalando la
fine della traduzione.
●​ Il ribosoma si separa nelle sue due subunità e la nuova proteina neosintetizzata
viene rilasciata.

L'RNA messaggero viene tradotto sempre nella direzione 5' → 3', garantendo che
ogni ciclo di allungamento aggiunga un amminoacido all’estremità C-terminale della
catena polipeptidica.

SMISTAMENTO DELLE PROTEINE

Ripiegamento delle Proteine

Prima che le catene polipeptidiche neosintetizzate possano svolgere la loro funzione


biologica, devono assumere una conformazione tridimensionale appropriata attraverso
il processo di folding (ripiegamento delle proteine). Questo processo porta le proteine
alla loro conformazione nativa, caratterizzata da una struttura secondaria e terziaria. In
molti casi, due o più catene polipeptidiche si assemblano in un unico complesso
funzionale, formando la struttura quaternaria.

Dopo la traduzione, molte proteine subiscono ulteriori modificazioni, chiamate


modificazioni post-traduzionali, necessarie affinché diventino completamente
funzionali e raggiungano la loro corretta localizzazione all’interno o all’esterno della
cellula.

Primo Step: Folding delle Proteine

All’interno della cellula, il corretto ripiegamento della maggior parte delle proteine è
facilitato da altre proteine, chiamate chaperon o chaperoni molecolari (dal francese
chaperon, "accompagnatore"). Queste proteine agiscono sin dalle prime fasi della
sintesi, legandosi alle catene polipeptidiche non appena emergono dal ribosoma o
polisoma.

Le chaperon hanno delle funzioni ben precise:

●​ Legano le catene polipeptidiche nelle fasi iniziali del ripiegamento.


●​ Prevengono interazioni premature tra le catene, evitando errori di folding.
●​ Favoriscono il corretto ripiegamento della proteina fino alla sua conformazione
nativa.

85
In alcuni casi, se una proteina non si ripiega correttamente, gli chaperoni possono
indirizzarla verso la degradazione proteica, che avviene attraverso due principali vie:

●​ Proteasoma
●​ Lisosomi, tramite degradazione in vescicole.

Chaperoni Molecolari e Heat Shock Proteins (HSP)

Le prime proteine identificate con un ruolo nel folding sono le Heat Shock Proteins
(HSP), o proteine da shock termico.

Nel 1960, lo scienziato Ferruccio Ritossa studiava la genetica di alcuni organismi e


notò un fenomeno inaspettato:

●​ L’esposizione a un agente denaturante (es. calore) avrebbe dovuto causare la


degradazione delle proteine e una conseguente riduzione dell’espressione
proteica.
●​ Invece, si osservava l’opposto: alcune proteine risultavano over-espresse,
ovvero prodotte in quantità maggiore. Queste proteine avevano una massa
intorno ai 7000 Dalton e vennero identificate come appartenenti alla famiglia
delle Heat Shock Proteins (HSP).

Successivamente, si scoprì che la loro over-espressione non avveniva solo in risposta


all’aumento di temperatura, quindi a uno shock termico, ma anche in condizioni di
stress cellulare, come:

●​ Esposizione a metalli pesanti


●​ Radiazioni
●​ Inquinanti ambientali e organici

Si scoprì inoltre che queste proteine funzionavano da chaperoni, stabilizzando le


nuove proteine e garantendone il corretto ripiegamento, oltre ad aiutare le proteine
danneggiate.

Principali Chaperoni della Famiglia HSP

1.​ HSP90 → Coinvolte nel ripiegamento delle proteine.


2.​ HSP70 → Possono intervenire nella degradazione proteica, sia attraverso
l’autofagia, sia tramite il sistema ubiquitina-proteasoma.
3.​ Small HSP (HSP60) → Chaperoni di dimensioni minori, ma con un ruolo
chiave nel folding proteico.

86
Le HSP60 sono prodotte
dai batteri in condizioni
di shock termico per
prevenire l'autofagia.
Entrambe queste
proteine guidano il
ripiegamento proteico
utilizzando energia.
Possiedono un'attività
ATP-asica, il che significa che agiscono attraverso cicli ATP-dipendenti, regolando il
legame e il rilascio delle proteine substrato.

Le HSP sono costituite da diverse subunità proteiche organizzate in anelli impilati,


formando una struttura a doppia camera di isolamento che ingloba il polipeptide. La
loro funzione principale è riconoscere le regioni idrofobe esposte delle proteine
danneggiate o non correttamente ripiegate.

HSP70

Le HSP70 agiscono in una fase precoce del ripiegamento. Si legano a gruppi di circa
sette amminoacidi idrofobi presenti nelle catene polipeptidiche nascenti, impedendo
così ripiegamenti errati o l'aggregazione della porzione ammino-terminale prima del
completamento della sintesi.

Le proteine assistite dalle HSP70 si ripiegano in domini di circa 100-300


amminoacidi, evitando configurazioni aberranti. Queste chaperon riconoscono
specifiche sequenze amminoacidiche e interagiscono con il polipeptide direttamente
nel ribosoma, facilitando il corretto ripiegamento.

HSP60

Le HSP60 hanno una struttura particolare, simile a un canale o una botte, all'interno
della quale accolgono i polipeptidi già parzialmente ripiegati. Una volta inglobata la
proteina, grazie al consumo di una
molecola di ATP, ne facilitano il
corretto ripiegamento e la
rilasciano nella sua conformazione
nativa.

Si può immaginare il meccanismo


come un coperchio che si solleva
per accogliere le proteine: una volta

87
chiuso, permette il folding corretto, dopodiché la proteina, ben ripiegata, viene liberata
per svolgere la sua funzione.

A seconda della corretta conformazione raggiunta, la proteina può poi essere destinata
a diverse attività cellulari.

Destino delle proteine negli eucarioti

Le proteine possono essere sintetizzate in due sedi principali:

1.​ Sui ribosomi liberi nel citoplasma, rimanendo all'interno della cellula;
2.​ Sui ribosomi legati al reticolo endoplasmatico, per essere in gran parte
destinate all'esterno della cellula o a specifici organuli.

1. Proteine sintetizzate dai ribosomi liberi (citoplasma)

Queste proteine rimangono all'interno della cellula e possono essere:

●​ Proteine strutturali, che fanno parte di organuli o strutture intracellulari;


●​ Enzimi solubili, che svolgono funzioni metaboliche nel citoplasma;
●​ Proteine di membrana, che si distinguono in:
○​ Intrinseche, immerse nello strato citosolico del doppio strato
fosfolipidico;
○​ Estrinseche, aderenti alla superficie citosolica del bilayer fosfolipidico.

2. Proteine sintetizzate dai ribosomi legati al reticolo endoplasmatico

Queste proteine sono prevalentemente destinate all'esterno della cellula e possono


essere:

●​ Proteine di secrezione, rilasciate nello spazio extracellulare;


●​ Enzimi destinati a organuli specifici, come i lisosomi;
●​ Proteine di membrana, che contribuiscono alla struttura della membrana
plasmatica e di organuli citoplasmatici. Esse si classificano in:
○​ Intrinseche, parzialmente immerse nello strato esterno del bilayer
fosfolipidico;
○​ Estrinseche, aderenti alla superficie esterna del bilayer;
○​ Intrinseche transmembrana, attraversano l'intero doppio strato
fosfolipidico.

Eventi post-traduzionali

Dopo la sintesi, specifici segnali presenti nella sequenza amminoacidica guidano le


proteine verso la loro destinazione finale.

88
Le proteine neo-sintetizzate possono essere indirizzate:

●​ Verso organuli intracellulari;


●​ Verso il nucleo, dove
regolano la trascrizione,
passando attraverso i pori
nucleari;
●​ Verso i perossisomi;
●​ Verso i mitocondri;
●​ Verso i plastidi (nelle cellule
vegetali).

Se la proteina è destinata alla


secrezione, seguirà un percorso che
coinvolge:

1.​ Il reticolo endoplasmatico;


2.​ L’apparato del Golgi, che la modifica e la smista verso la sua destinazione
finale:
○​ Verso l’esterno della cellula;
○​ Integrata in vescicole specifiche, come i lisosomi.
○​ Rna messaggero;
○​ Le due subunità minore e maggiore del ribosoma (Rna messaggero si
lega a quella minore);
○​ Non appena i primi amminoacidi vengono legati, attraverso il legame
peptidico a formare il polipeptide nascente, all’estremità NH2 terminale
si lega un peptide segnale.

Questa sequenza consente l’adesione del complesso alla membrana del RER e facilita
il trasferimento della proteina in formazione all’interno del lume del reticolo.

Il peptide segnale è riconosciuto da una particella chiamata SRP (Signal Recognition


Particle), che svolge un ruolo chiave nel processo. Questa particella si lega sia al
peptide segnale che a un recettore di membrana, permettendo alla proteina di essere
trasportata verso il compartimento corretto. La SRP interagisce con un recettore
specifico situato sulla membrana plasmatica o sul RER, nel caso in cui la proteina
debba essere sintetizzata all’interno del reticolo endoplasmatico rugoso.

La sintesi proteica inizia sempre con il legame dell’RNA messaggero a un ribosoma


libero. Se la proteina è destinata al RER, presenta una sequenza idrofobica composta
da amminoacidi non polari. Non appena questa sequenza emerge dal ribosoma, viene

89
riconosciuta dalla particella SRP, che è formata da sei diverse proteine e un piccolo
RNA.

Quando il peptide segnale si lega al recettore, la proteina viene trasportata attraverso il


complesso Sec61, che funge da canale proteico, e indirizzata all’interno del RER. A
questo punto, subisce una modifica grazie all’azione dell’enzima peptidasi del
segnale, che rimuove il peptide segnale ormai non più necessario, rilasciandolo nel
lume del reticolo.

Le proteine di secrezione e le idrolasi acide vengono progressivamente trasferite nel


lume del RER mentre la sintesi avanza. Al termine del processo, il peptide segnale
viene definitivamente rimosso grazie all’azione della proteasi del segnale.

Nel caso delle proteine intrinseche di membrana, queste rimangono inserite nella
membrana del RER. Ciò è possibile grazie all’apertura del traslocatore, che permette
l’inserimento dei domini integrali di membrana all’interno della struttura.

Una volta all’interno del lume del RER, le proteine acquisiscono la loro
conformazione definitiva con l’aiuto di specifiche proteine chaperoniche, come le
ciaperonine. Inoltre, vengono glicosilate e sottoposte a un rigoroso controllo di
qualità per assicurare il corretto ripiegamento e assemblaggio.

Se una proteina non si ripiega o non si assembla correttamente, viene riconosciuta da


specifici complessi proteici, tra cui la proteina BIP. Le proteine difettose vengono
quindi rimosse dal RER, traslocate nel citoplasma e marcate con ubiquitina, un
segnale che le indirizza alla degradazione da parte del proteasoma.

Quasi subito dopo l’ingresso della catena polipeptidica nel lume del reticolo
endoplasmatico (RE), avviene la glicosilazione, un processo in cui vengono aggiunte
catene laterali oligosaccaridiche a specifiche asparagine presenti nella sequenza della
proteina in formazione.

A livello della membrana del RE, sono presenti complessi proteici che facilitano il
passaggio della proteina dal citosol al lume del reticolo. Questo avviene quando la
proteina viene riconosciuta da un recettore e quando possiede un peptide segnale che
ne guida il trasporto all’interno del RE.

Sulla membrana del reticolo endoplasmatico, esiste un gruppo di proteine legate a una
molecola lipidica chiamata dolicolo. Questa struttura è composta da due gruppi
fosfato e da una lunga catena oligosaccaridica di 14 monosaccaridi, che si lega
all’estremità NH₂ di un amminoacido specifico, l’asparagina, presente nella catena
polipeptidica in allungamento.

90
L’oligosaccaride legato al dolicolo è composto da:

●​ 3 molecole di glucosio,
●​ 9 molecole di mannosio,
●​ 2 molecole di N-acetilglucosammina.

Questa coda di carboidrati viene trasferita alla catena polipeptidica grazie alla rottura
del legame fosfato e si lega a un’asparagina presente nella proteina in formazione.
L’enzima responsabile di questo trasferimento è l’oligosaccaride-protein trasferasi.

Le asparagine che subiscono la glicosilazione fanno parte di una sequenza


caratteristica composta da tre amminoacidi:

1.​ Asparagina,
2.​ Un amminoacido variabile,
3.​ Treonina o serina.

Una volta completata la glicosilazione, la proteina, che può essere modificata in


diversi punti a seconda della presenza del tripeptide, viene nuovamente trasportata
fuori dal reticolo endoplasmatico e rilasciata nel citosol.

Degradazione delle proteine

Le proteine hanno una durata limitata all’interno della cellula, regolata da diversi
fattori. Un parametro importante per definirne la stabilità è l’emivita, ovvero il tempo
necessario affinché venga degradata la metà della proteina sintetizzata in un
determinato momento. L’emivita può variare notevolmente:

●​ Pochi minuti, come nel caso di fattori di trascrizione e proteine coinvolte nel
ciclo cellulare, ad esempio le cicline.
●​ Giorni o settimane, per proteine strutturali come quelle del citoscheletro o
proteine coinvolte nel movimento muscolare, come la miosina.
●​ Mesi, come nel caso dell’emoglobina.
●​ Anni, per proteine particolarmente stabili, come quelle presenti nel cristallino
dell’occhio (alfa e beta cristalline).

Motivi della degradazione proteica

1.​ Errori nella sintesi proteica: alcune proteine vengono sintetizzate in modo
errato, ad esempio a causa di eventi di splicing alternativo che rimuovono in
modo scorretto gli introni. Queste proteine devono essere eliminate.
2.​ Rinnovamento del corredo proteico: nel tempo, le proteine invecchiano e
subiscono modifiche chimiche, soprattutto ossidative, che ne compromettono la

91
funzionalità. Per mantenere un corredo proteico efficiente, le proteine non più
funzionanti vengono degradate e sostituite.
3.​ Regolazione metabolica e fisiologica: in determinati scenari metabolici o
fisiologici, la cellula degrada selettivamente alcune proteine, anche se
perfettamente funzionanti, quando la loro funzione non è più necessaria.
4.​ Eliminazione di proteine mal ripiegate: se il sistema di controllo qualità delle
proteine fallisce, le proteine scorrettamente ripiegate vengono destinate alla
degradazione. Alcune di queste possono risultare tossiche, quindi la loro
eliminazione è essenziale.
5.​ Recupero di amminoacidi per la sintesi di nuove proteine: in alcuni casi, la
cellula necessita di proteine diverse rispetto a quelle presenti. Per soddisfare
questa esigenza, alcune proteine vengono degradate per liberare amminoacidi,
che saranno utilizzati nella sintesi di nuove proteine. Questo processo è cruciale
per esigenze energetiche e metaboliche.
6.​ Attivazione di processi cellulari tramite proteasi: alcune proteasi eseguono tagli
selettivi su specifiche proteine in un processo noto come proteolisi limitata,
attivando così funzioni biologiche fondamentali. Esempi di questo meccanismo
si trovano nella coagulazione del sangue e nell’apoptosi (morte cellulare
programmata).

Le cellule eucariotiche utilizzano due principali sistemi per degradare le proteine:

1.​ Via del lisosoma: il lisosoma contiene enzimi specializzati, le proteasi acide
(catepsine), appartenenti alla famiglia delle endopeptidasi. Questi enzimi
degradano le proteine inglobandole in strutture chiamate autofagosomi,
attraverso un processo noto come autofagia.
2.​ Sistema ubiquitina-proteasoma: questo meccanismo utilizza proteasi neutre
per degradare selettivamente proteine nucleari e citosoliche. Le proteine da
eliminare vengono prima marcate con una piccola proteina chiamata
ubiquitina, che funge da segnale per il proteasoma, un complesso enzimatico
che le degrada in frammenti più piccoli. Questo sistema è essenziale per la
regolazione di molteplici segnali cellulari e per l’eliminazione di proteine
danneggiate o che hanno terminato il loro ciclo vitale.

SISTEMA ENDOMEMBRANOSO

L'intenso "traffico" cellulare è costituito dalle vescicole che attraversano la cellula in


direzioni opposte: dall'interno verso l'esterno o viceversa. Perciò, quando si parla di
traffico cellulare, si fa riferimento a tutti i movimenti che avvengono all'interno della
cellula.

92
Molti materiali possono essere trasportati attraverso vescicole di trasporto, che
partono da un determinato
compartimento e si fondono con un
altro. Questo tipo di trasferimento
di materiale avviene grazie alla
formazione di vescicole, le quali
sono provviste di una membrana
che si fonde con quella del
compartimento cellulare di
destinazione, rilasciando così le
sostanze contenute al loro interno.

Il reticolo endoplasmatico ruvido


(RER) è un sistema costituito da
saccule e vescicole. Le proteine
vengono inizialmente concentrate in microvescicole che fuoriescono dal RER e
passano nel citoplasma. Queste microvescicole si addensano formando vescicole di
dimensioni maggiori, chiamate macrovescicole.

Una volta allontanate dal RER, le macrovescicole migrano verso l’apparato di Golgi,
un altro sistema di membrane formato da saccule appiattite. Qui, le macrovescicole
subiscono modificazioni attraverso diversi processi. Uno di questi è la glicosilazione
delle proteine, che ha più funzioni:

●​ L’aggiunta di gruppi oligosaccaridici induce una modifica conformazionale


della proteina, permettendole di ripiegarsi correttamente.
●​ La struttura finale della proteina determina la sua funzione.
●​ La glicosilazione protegge le proteine dall’attacco di proteasi presenti a livello
cellulare, rendendole meno soggette alla degradazione da parte di questi enzimi

Le proteine sintetizzate e maturate possono seguire due vie diverse:

1.​ Via citoplasmatica


2.​ Via secretoria

Nella via secretoria, le proteine vengono sintetizzate a livello del RER, sui ribosomi
adesi alla superficie delle saccule del reticolo. Queste proteine possono avere due
destinazioni principali:

●​ Organelle intracellulari, come i lisosomi

93
●​ Membrana plasmatica, dove vengono inglobate ed eventualmente secrete
all'esterno tramite esocitosi. Questo avviene attraverso la fusione delle
vescicole cellulari con la membrana plasmatica.

Sistema di Endomembrane

Il sistema di endomembrane è il sistema di smistamento della cellula ed è


un’importante compartimentazione cellulare. Si basa su due strutture fondamentali:

●​ Reticolo endoplasmatico
●​ Apparato di Golgi

Molte proteine iniziano il loro percorso entrando nelle membrane o nei compartimenti
interni del reticolo endoplasmatico. Da qui, poi, si spostano al complesso del Golgi,
dove la maggior parte delle proteine subisce delle modificazioni chimiche prima di
essere smistata nelle vescicole che le trasporteranno verso le loro sedi definitive.

RETICOLO ENDOPLASMATICO

È il sistema di membrane più esteso della cellula eucariota ed è essenzialmente


costituito da un sistema di tubuli ramificati e anastomizzati tra loro, di cisterne e
di vescicole, delimitati da membrane di natura lipoproteica. Tutto questo sistema si
diparte dall’involucro nucleare fino a gran parte del citoplasma.

Lo spazio contenuto all’interno di cisterne e tubuli viene detto lume del reticolo
endoplasmatico. Questo lume è separato dal resto del citosol in cui le cisterne sono
immerse, quindi presenta una
composizione chimica
differente rispetto al citosol
della cellula eucariotica.

È una struttura molto


dinamica, e il numero di
vescicole e tubuli che la
formano è piuttosto variabile.
Questa variabilità dipende sia
dal tipo di cellula che dalla sua
attività. Durante il ciclo
cellulare, la cellula alterna
momenti di sintesi (divisione
cellulare) a momenti di
recupero delle risorse

94
necessarie, come avviene durante l’Interfase. Alcune cellule, in determinati momenti
del ciclo cellulare, aumentano la loro attività e, di conseguenza, necessitano di una
maggiore quantità di queste strutture (ad esempio, il RER quando è richiesta una
maggiore sintesi proteica).

I tubuli e le cisterne sono delimitati da membrane di natura lipoproteica, e anche i


lipidi che compongono queste membrane vengono sintetizzati all’interno della cellula.
Per la costruzione del sistema endoplasmatico è quindi necessario il trasferimento di
macromolecole, in particolare lipidi.

Il reticolo endoplasmatico è deputato alla sintesi e al rimaneggiamento delle


proteine, ma svolge anche altre funzioni. In alcuni casi, partecipa alla
detossificazione della cellula, eliminando composti tossici per i compartimenti
cellulari.

Una delle sue funzioni più importanti è la sintesi dei lipidi steroidei, che verranno
utilizzati per costruire le membrane del RER o del REL.

Il reticolo endoplasmatico svolge anche una funzione di accumulo, immagazzinando


sia le molecole sintetizzate dalla cellula che quelle provenienti dall’esterno,
successivamente incamerate all’interno della cellula.

RETICOLO ENDOPLASMATICO LISCIO E RUGOSO

Nel reticolo endoplasmatico sono distinguibili due regioni intercomunicanti, che si


differenziano per:

●​ Organizzazione strutturale
●​ Funzioni svolte
●​ Presenza o assenza di ribosomi sulla superficie della membrana rivolta verso
il citoplasma

Le due regioni sono:

●​ REL (Reticolo Endoplasmatico Liscio) → costituito prevalentemente da un


sistema di tubuli anastomizzati tra loro e collegati alla componente rugosa del
reticolo endoplasmatico.
●​ RER (Reticolo Endoplasmatico Rugoso) → organizzato principalmente in
cisterne, con membrane ricche di ribosomi e una minore presenza di tubuli.

In tutte le cellule eucariotiche sono presenti sia il RER che il REL, ma in proporzioni
variabili a seconda delle funzioni e dell’attività cellulare. In generale:

95
●​ Il RER è molto sviluppato nelle cellule con un’intensa sintesi proteica, in
particolare per le proteine destinate alla secrezione (via secretoria).
●​ Il REL è più sviluppato nelle cellule specializzate nella sintesi di altre
macromolecole, come gli ormoni steroidei (colesterolo, steroidi, estrogeni). È
anche abbondante in cellule coinvolte nei processi di detossificazione e nella
contrazione muscolare.

A livello del REL, i lipidi vengono sintetizzati e accumulati, per poi essere trasferiti
all’Apparato di Golgi, da dove raggiungono altre membrane cellulari, inclusa la
membrana plasmatica. Essendo parte di un sistema membranoso, i lipidi vengono
trasportati anche attraverso le vescicole intracellulari.

RETICOLO ENDOPLASMATICO LISCIO

Il REL è presente in una varietà di tipi cellulari e svolge funzioni diverse a seconda
della cellula in cui si trova.

●​ Nelle cellule delle gonadi


e del surrene, il REL è
specializzato nella sintesi
degli ormoni steroidei
(colesterolo, steroidi,
estrogeni).
●​ È costituito da tubuli e
vescicole che si
ramificano, formando una rete.
●​ Un tipo particolare di REL è il reticolo sarcoplasmatico, presente nelle cellule
muscolari striate. Qui svolge un ruolo fondamentale nella contrazione
muscolare, poiché immagazzina ioni calcio nel lume delle sue cisterne. Quando
necessario, rilascia il calcio nel citosol per avviare la contrazione muscolare.

Differenze tra REL e RER

●​ REL:
○​ Non presenta ribosomi, quindi ha una superficie liscia.
○​ Non è costituito da cisterne, ma prevalentemente da tubuli
comunicanti, alcuni dei quali sono in continuità con le cisterne del
RER.
○​ Il suo ruolo principale è la biosintesi e maturazione dei lipidi, che
vengono accumulati in vescicole e indirizzati verso il Golgi per subire
ulteriori modificazioni.

96
○​ Funge da deposito di ioni calcio, che sono potenti secondi messaggeri
in grado di innescare numerose risposte cellulari.
●​ RER:
○​ Presenta ribosomi sulla superficie esterna delle membrane, che sono i
siti di sintesi proteica.
○​ È particolarmente sviluppato in cellule con elevata produzione di
proteine, soprattutto quelle destinate alla secrezione.
○​ Esempi di cellule con RER molto sviluppato:
■​ Cellule acinose del pancreas → secernono enzimi digestivi
pancreatici.
■​ Cellule mucipare dell’intestino e dell’apparato respiratorio →
hanno forma caliciforme e secernono muco.

APPARATO DEL GOLGI​


Nel 1897, Golgi individuò nel citoplasma delle cellule nervose una struttura
microscopica, composta da un intreccio di filamenti, placche e granuli, che denominò
Apparato Reticolare Interno. Questa nuova scoperta venne messa in discussione per
oltre 50 anni, poiché secondo alcuni ricercatori doveva essere considerata un artefatto
della tecnica di colorazione
(impregnazione
cromoargentica). La
N-glicosilazione avviene a
livello del RER, in cui il
gruppo glucidico viene
aggiunto a un gruppo
amminico. I principali
amminoacidi a cui vengono
attaccati sono l’asparagina.​
La O-glicosilazione avviene
a livello dell’apparato del
Golgi, dove il gruppo
glucidico viene aggiunto a
un gruppo OH, quindi si ha la perdita dell'H e il gruppo glucidico rimane unito
all’ossigeno. Normalmente i gruppi glucidici vengono aggiunti alla serina e alla
treonina. Nel 1952, il microscopio elettronico dimostrò l'esistenza dell'apparato di
Golgi. Il nuovo e più potente strumento visivo dimostrò che in tutte le cellule è
presente l'apparato di Golgi, costituito essenzialmente da un certo numero di sacculi
schiacciati posti l'uno sopra l'altro in più file.

97
FUNZIONE DELL’APPARATO​
L'apparato del Golgi ha la funzione di rielaborare, immagazzinare, selezionare ed
esportare i prodotti cellulari che possono essere trasportati fuori dalla cellula o che,
pur rimanendo all'interno di essa, devono rimanere separati dal citoplasma mediante
una membrana. Inoltre, l'apparato di Golgi riceve dal REL i lipidi da usare per la
sintesi delle lipoproteine.

Ogni apparato del Golgi possiede due versanti o facce:

1.​ Versante di ingresso (detto versante Cis o prossimale): è la zona più adiacente
al reticolo endoplasmatico.
2.​ Faccia Trans o distale: si trova
all'estremità opposta, ed è la parte
rivolta verso la membrana
plasmatica.

L’apparato del Golgi svolge un ruolo


centrale nell’elaborazione e nello
smistamento delle proteine che si
muovono verso la via secretoria. In
particolare, interviene nei processi di
modificazione post-traduzionale delle
proteine (processo di glicosilazione, sinte
si delle molecole polisaccaridiche).​
Le proteine e i lipidi sintetizzati
rispettivamente dai ribosomi e dal reticolo
endoplasmatico liscio sono racchiusi dal reticolo endoplasmatico in minuscole
strutture tondeggianti delimitate da membrana, dette vescicole. Queste ultime vanno a
fondersi con la cisterna dell'apparato di Golgi più vicina al nucleo (superficie di
formazione). Da qui, proteine e lipidi vengono convogliati progressivamente
attraverso le pile di cisterne fino a raggiungere la superficie di maturazione, ossia la
cisterna più vicina alla membrana plasmatica.​
Nell'apparato di Golgi, le proteine possono essere modificate mediante l'aggiunta di
lipidi (lipoproteine) o carboidrati (glicoproteine).

LISOSOMI

I lisosomi sono organuli cellulari che si formano per distacco dal complesso di Golgi.
Sono piccole vescicole osservabili all'interno del citoplasma. La loro funzione è quella
di svolgere la digestione cellulare; proprio per questo motivo si fondono con i vacuoli
contenenti particelle alimentari ingerite dalle cellule. Rappresentano la sede della
digestione intracellulare e vengono considerati una sorta di stomaco della cellula. Il

98
funzionamento delle idrolasi (enzimi contenuti nei lisosomi in grado di degradare le
macromolecole) avviene in pH acido. Se potessero agire anche a pH neutro o basico
(pH 7.2 del citosol), potrebbero danneggiare molte sostanze presenti nel citosol,
poiché potrebbe accadere, ad esempio, che le membrane che avvolgono i lisosomi si
rompano e quindi le idrolasi acide si liberino nel citoplasma. In ogni caso, questi
enzimi non sono attivati dal pH basico o neutro, perciò non vanno a distruggere il
materiale citoplasmatico.​
I lisosomi furono scoperti dal citologo belga Christian de Duve nel 1949.​
Queste vescicole tondeggianti sono sintetizzate a livello dell’apparato di Golgi e si
staccano dalla faccia Trans. Il lisosoma (dal greco lysis, dissoluzione, e soma, corpo) è
una vescicola presente in numerose copie nelle cellule eucariotiche. Il numero dipende
dal tipo cellulare e dalla fase cellulare in cui si trovano le cellule stesse, ed è
responsabile della degradazione di molecole estranee ingerite dalla cellula via
endocitosi, così come di macromolecole endogene. All’interno di questi organuli sono
contenuti circa una cinquantina di enzimi idrolasi acide. Le molecole che si ottengono
dall’attività di questi enzimi vengono poi trasferite nel citoplasma e, attraverso
specifici trasportatori, vengono espulse all’esterno della cellula tramite processi di
esocitosi, fatta eccezione per i lipidi che riescono a diffondere in maniera semplice
attraverso la membrana.

Tra gli enzimi contenuti nei lisosomi troviamo:

●​ Proteasi: enzimi che digeriscono le proteine;


●​ Nucleasi: digeriscono gli acidi nucleici;
●​ Lipasi: enzimi che digeriscono i lipidi (molecole di grassi);
●​ Fosfolipasi: più specifiche per i fosfolipidi;
●​ Glicosidasi;
●​ Fosfatasi.

Poiché questi enzimi sono potenzialmente pericolosi, nel caso vengano liberati nel
citoplasma, il meccanismo con cui entrano in contatto con le sostanze da degradare
viene definito autofagia o fagocitosi, a seconda dell’origine delle sostanze da
degradare.

Fagocitosi​
Nel caso di fagocitosi, il percorso è leggermente diverso. Alcune cellule, come quelle
del sistema immunitario (macrofagi), sono in grado di inglobare materiale estraneo,
come ad esempio un batterio.​
Il batterio viene circondato dalla membrana plasmatica della cellula e fagocitato,
formando un fagosoma, una struttura costituita dal batterio circondato dalla
membrana plasmatica. Questa struttura si fonde con i lisosomi, formando un ulteriore

99
vescicola chiamata fagolisosoma, all'interno del quale avviene la digestione del
batterio.

Autofagia​
L’autofagia svolge una funzione fondamentale nel ricambio e nell’eliminazione di
molecole dannose e nel turnover fisiologico di vari aggregati proteici o organuli della
cellula.​
Durante l’autofagia, porzioni di citoplasma contenenti diversi organelli vengono
sequestrate all’interno di vescicole delimitate da doppie membrane, che si formano nel
reticolo endoplasmatico e vengono chiamate vacuoli autofagici o autofagosomi. Il
materiale danneggiato viene quindi circondato da queste doppie membrane.​
Gli autofagosomi si fondono con i lisosomi, dando origine agli autofagolisosomi,
dove il materiale al loro interno viene completamente degradato.

PEROSSISOMI​
I perossisomi sono presenti in tutti i tipi di cellule eucariotiche e sono noti anche come
microcorpi. Hanno un diametro compreso tra 0,1 e 1,0 µm e una forma sferica. Spesso
contengono un nucleo denso e cristallino formato da enzimi ossidativi, perché a livello
dei perossisomi avvengono numerose reazioni di ossidazione (per questo motivo sono
chiamati perossisomi), che portano alla formazione di perossido di idrogeno (H₂O₂),
un agente ossidante tossico e altamente reattivo. Contengono enzimi per reazioni di
trasferimento dell’idrogeno dai vari composti in cui si trova all’ossigeno. L’acqua
ossigenata serve per detossificare alcune sostanze.

I perossisomi sono coinvolti nel catabolismo


degli acidi grassi a catena lunga e degli acidi
grassi a catena ramificata.​
La funzione specializzata dei perossisomi
NON è quella di produrre il perossido di
idrogeno, ma è quella di eliminarlo,
detossificando la cellula.​
Questi organuli contengono, oltre alle
ossidasi (che ossidano altri substrati), anche
l'enzima catalasi, che detossifica il perossido
di idrogeno trasformandolo in acqua e
ossigeno molecolare, sostanze innocue.​
Il perossisoma interviene a vari livelli del metabolismo cellulare e può utilizzare o
digerire (distruggere) diverse molecole. Tra queste sostanze nocive che fungono da
substrato ci sono l'acido formico, la formaldeide (utilizzata nei laboratori come

100
Processi e funzioni principali dei perossisomi:

1.​ Produzione e degradazione del perossido di idrogeno:


○​ Le ossidasi nei perossisomi catalizzano reazioni che generano H₂O₂.
○​ La catalasi degrada il perossido di idrogeno o lo utilizza per
detossificare sostanze nocive (es. etanolo, metanolo).
2.​ Catabolismo degli acidi grassi:
○​ Nei mammiferi, i perossisomi avviano l'ossidazione degli acidi grassi a
catena lunga (C16-24) o ramificati, producendo acidi grassi più corti
(C12), che vengono ulteriormente metabolizzati nei mitocondri.
○​ Negli altri eucarioti (esclusi i mammiferi), i perossisomi sono l'unico
sito di ossidazione degli acidi grassi.
3.​ Ossidazione dell'acido urico:
○​ L'acido urico è un sottoprodotto del metabolismo delle purine
(componenti degli acidi nucleici).
○​ Nelle specie dotate dell'enzima urato-ossidasi (uricasi), l'acido urico è
convertito in allantoina, successivamente degradata ed espulsa.
○​ Nei primati (incluso l'uomo), negli uccelli e in alcune specie di rettili e
insetti, l'uricasi è assente, e il catabolismo delle purine si arresta alla
formazione di acido urico.
4.​ Detossificazione:
○​ La catalasi può utilizzare come donatori di elettroni varie sostanze
tossiche, come l'etanolo e il metanolo, contribuendo alla loro
eliminazione.
5.​ Regolazione del metabolismo dell'azoto:
○​ Degradano composti contenenti azoto, come gli amminoacidi.
○​ Possono degradare molecole insolite, come D-amminoacidi, che non
possono essere metabolizzate da altri sistemi.

BIOGENESI DEI PEROSSISOMI

I perossisomi si formano per scissione da perossisomi preesistenti.

●​ Lipidi:
○​ Parte dei lipidi necessari alla membrana perossisomiale viene
sintetizzata direttamente nel perossisoma, mentre un'altra parte proviene
dal reticolo endoplasmatico (RE).
●​ Proteine:
○​ Le proteine destinate ai perossisomi sono sintetizzate da ribosomi liberi
nel citoplasma e successivamente maturano all'interno del perossisoma.

101
IL CICLO CELLULARE

Il Ciclo Cellulare è una serie di eventi ordinati che avvengono nelle cellule eucariote,
portando alla crescita e alla duplicazione cellulare. Questo processo è fondamentale
per lo sviluppo e la rigenerazione dei tessuti e degli organi.

Fasi del Ciclo Cellulare

Il periodo che intercorre tra una divisione cellulare e l'altra è chiamato interfase.
Durante questa fase, la cellula cresce accumulando sostanze nutritive e si prepara per
la replicazione del DNA, al fine di poter dividere correttamente i propri contenuti.

Il ciclo cellulare è essenziale per lo sviluppo di un organismo: a partire da un ovulo


fecondato, attraverso numerose divisioni cellulari, si sviluppa un intero organismo.
Inoltre, il ciclo cellulare è alla base dei processi di rinnovamento cellulare, come nella
crescita dei capelli, nella rigenerazione della pelle e nella produzione di nuove cellule
sanguigne.

Fasi del Ciclo Cellulare

1.​ Fase G1 (Gap 1)​


La fase G1 è il primo stadio dell'interfase. Durante questa fase, la cellula cresce
in dimensioni e sintetizza vari componenti necessari per il suo funzionamento.
Tra questi, vengono prodotti i componenti del citoplasma, degli organelli, gli
mRNA, i nucleotidi, gli istoni e le proteine che saranno impiegate nella
successiva replicazione del DNA. La cellula si prepara, dunque, per il
passaggio alla fase successiva.
2.​ Fase S (Sintesi)​
Durante la fase S, il processo
principale è la sintesi del
DNA. In questa fase, avviene
la replicazione del materiale
genetico, con la duplicazione
dei cromosomi. Ogni
cromatidio (una delle due
copie di un cromosoma) viene
replicato, creando due
cromatidi fratelli identici. Ciò
garantisce che il materiale
genetico presente nel nucleo cellulare venga raddoppiato in preparazione alla
divisione cellulare.

102
3.​ Fase G2 (Gap 2)​
Nella fase G2, la cellula continua a crescere e svolge attività preparatorie per la
divisione cellulare. Vengono sintetizzati mRNA e proteine specifiche per la
mitosi, e iniziano a comparire modificazioni strutturali visibili al microscopio.
Queste modifiche preparano la cellula per il passaggio alla mitosi, fase in cui
avverrà la divisione vera e propria.

Fase M (Mitosi)

La fase M del ciclo cellulare è la fase in cui avviene la divisione della cellula
progenitrice in due cellule figlie identiche. La fase M può essere suddivisa in due
processi principali:

1.​ Mitosi​
La mitosi è il processo in cui i cromosomi vengono segregati in modo uguale
tra le due cellule figlie. Durante la mitosi, i cromosomi duplicati si allineano al
centro della cellula e vengono separati, grazie all'azione del fuso mitotico, che
li trascina verso i due poli opposti della cellula.
2.​ Citochinesi (o Citodieresi)​
La citochinesi è la divisione del citoplasma, del nucleo e degli organelli
cellulari. Al termine di questo processo, si formano due cellule figlie distinte,
ognuna con un set completo di cromosomi e organelli.

La divisione cellulare in questa fase è rapida e si completa generalmente in un tempo


relativamente breve, che dura circa 30 minuti.

Fase G0 (Fase di Quiescenza)

Non tutte le cellule proseguono indefinitamente nel ciclo cellulare. In determinate


condizioni, la progressione del ciclo si interrompe e la cellula entra nella fase G0,
anche detta fase di quiescenza.

●​ Fase G0: Molte cellule degli eucarioti pluricellulari, una volta raggiunto il loro
differenziamento cellulare, non si dividono più e entrano in uno stato di
riposo. Queste cellule sono non proliferative e non partecipano attivamente al
ciclo cellulare.

Punti di Controllo del Ciclo Cellulare

Il passaggio da una fase all'altra del ciclo cellulare è controllato da punti di controllo
(checkpoint), che impediscono l'avanzamento del ciclo se i requisiti necessari non
sono soddisfatti. Questi punti di controllo assicurano che la cellula sia pronta per

103
proseguire nel ciclo in modo sicuro ed efficiente. Vi sono tre punti di controllo
principali:

1.​ Checkpoint G1/S (Tra le fasi G1 e S)​


Questo checkpoint regola il passaggio dalla fase G1 alla fase S del ciclo
cellulare. In questa fase, la cellula verifica se ha abbastanza risorse ed
energia per duplicare correttamente il proprio DNA. Se la cellula è malnutrita
o presenta danni al DNA, il ciclo viene arrestato in G1, impedendo il
passaggio alla fase S e evitando che il materiale genetico venga replicato in
condizioni sfavorevoli.
2.​ Checkpoint G2/M (Tra le fasi G2 e M)​
Questo checkpoint controlla che la cellula abbia raggiunto le dimensioni
adeguate e abbia una quantità sufficiente di fosfolipidi e citoplasma per
procedere alla divisione. Inoltre, verifica se è il momento giusto per attivare la
divisione cellulare. In alcuni casi, ad esempio durante i primi stadi della
crescita embrionale, è importante che le cellule si dividano simultaneamente,
quindi questo checkpoint assicura che la divisione avvenga nel momento
opportuno.
3.​ Checkpoint della Metafase (Fase M)​
Il terzo checkpoint si trova durante la metafase della mitosi. In questa fase, la
cellula verifica se i cromosomi sono allineati correttamente al fuso mitotico.
Solo quando i cromosomi sono perfettamente allineati, il ciclo può procedere
alla separazione dei cromatidi (anafase). Questo checkpoint è fondamentale per
garantire che ogni cellula figlia riceva una copia completa e corretta del
materiale genetico.

MITOSI

La mitosi è il processo che separa i cromatidi fratelli di ciascun cromosoma,


garantendo che ciascuna cellula figlia riceva una copia corretta del DNA. È suddivisa
in quattro fasi principali: profase, metafase, anafase e telofase. A volte, il passaggio
tra profase e metafase viene indicato come prometafase.

Durante la profase, la cromatina si condensa, e i cromosomi diventano visibili. Ogni


cromosoma è composto da due cromatidi fratelli, uniti al centromero, risultato della
duplicazione del DNA avvenuta in fase S. I centrosomi si spostano verso i poli opposti
della cellula e iniziano a formare il fuso mitotico, un insieme di microtubuli che sarà
fondamentale per separare i cromatidi.

La prometafase è il periodo che va dalla completa dissoluzione dell'involucro


nucleare all'attacco delle fibre del fuso ai cinetocori, i complessi proteici situati al

104
centromero di ogni cromosoma. Durante questa fase, i cromosomi iniziano a
connettersi al fuso mitotico.

In metafase, i cromosomi si allineano lungo il piano equatoriale della cellula,


formando la cosiddetta piastra metafasica. In questa fase, il fuso mitotico è costituito
da tre tipi di microtubuli: quelli del cinetocore, che si attaccano ai cromosomi; quelli
polari, che si sovrappongono al centro della cellula; e quelli astrali, che si estendono
verso la periferia della cellula. Il centromero si scinde longitudinalmente, separando i
cromatidi.

Durante l'anafase, i cromatidi fratelli vengono separati e tirati verso i poli opposti
della cellula grazie ai microtubuli e alle proteine motrici. Questo movimento assicura
che ogni cellula figlia riceva una copia identica del materiale genetico.

Infine, in telofase, si
riforma l'involucro
nucleare attorno a
ciascun set di
cromatidi, che ora
costituiscono i
cromosomi
completi. I
cromosomi si
despiralizzano e
tornano a essere
cromatina, mentre il
nucleolo riappare. A partire dalla fine dell'anafase, inizia la citochinesi, che porta alla
separazione del citoplasma e alla formazione delle due cellule figlie.

MEIOSI

La meiosi è un processo di divisione nucleare, seguito da citodieresi, che interessa le


cellule germinali, cioè quelle destinate a diventare gameti (spermatozoi e cellule
uovo).

Questo processo riduce il patrimonio genetico della cellula, producendo gameti


aploidi, cioè con la metà del numero di cromosomi rispetto alle cellule somatiche.
Durante la fecondazione, l'unione dei gameti ripristina il numero diploide di
cromosomi tipico della specie. La meiosi comprende due divisioni nucleari
successive, entrambe seguite da citodieresi.

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1.​ Meiosi I (riduzionale): separa i cromosomi omologhi e produce due cellule
figlie aploidi, i cui cromosomi sono ancora formati da due cromatidi.
2.​ Meiosi II (equazionale): separa i cromatidi fratelli, come avviene nella mitosi,
e da ciascuna delle due cellule prodotte dalla meiosi I si ottengono due cellule
aploidi con cromosomi monocromatidici.

Il risultato finale della meiosi è la formazione di quattro cellule aploidi con


cromosomi monocromatidici.

Meiosi I o riduzionale

La meiosi I si articola nelle seguenti fasi:

●​ Profase I
●​ Metafase I
●​ Anafase I
●​ Telofase I

Profase I è lunga e complessa, tanto da essere chiamata profase meiotica tipica. Si


suddivide ulteriormente in:

●​ Leptotene: inizia la spiralizzazione della cromatina, con la comparsa dei


cromosomi dicromatidici.
●​ Zigotene: i cromosomi
omologhi si appaiano, formando una
struttura chiamata tetrade o
bivalente. L’appaiamento tra
cromosomi omologhi è facilitato dalla
formazione del complesso
sinaptinemmale (CS).
●​ Pachitene: avviene il
crossing-over, ovvero lo scambio di
segmenti tra cromatidi non fratelli
appartenenti a cromosomi omologhi.
●​ Diplotene: i cromosomi omologhi iniziano a separarsi, ma rimangono uniti ai
punti di scambio (chiasmi).
●​ Diacinesi: i cromosomi si preparano alla separazione.

Metafase I: i cromosomi omologhi, ancora uniti ai chiasmi, si allineano sulla piastra


metafasica. La disposizione dei cromosomi è casuale, senza una preferenza tra i
cromosomi materni e paterni.

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Anafase I: i cromosomi omologhi vengono separati e indirizzati verso i poli opposti
della cellula.

Telofase I: si forma l'involucro nucleare attorno ai set di cromosomi separati e avviene


la citodieresi, che genera due cellule aploidi con cromosomi dicromatidici.

Meiosi II o equazionale

Dopo una breve interfase o nessuna interfase, inizia la profase II. Questa fase è breve,
poiché i cromosomi non si despiralizzano completamente durante la telofase I.

Le fasi successive della meiosi II sono simili a quelle della mitosi:

●​ Metafase II
●​ Anafase II
●​ Telofase II

Al termine della meiosi II, i cromatidi fratelli vengono separati, e da ciascuna delle
due cellule prodotte dalla meiosi I si ottengono quattro cellule figlie aploidi,
ciascuna con cromosomi monocromatidici.

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