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STORIA

Il documento analizza la crescita demografica e l'evoluzione dell'agricoltura nel Medioevo, evidenziando l'introduzione di tecniche innovative e la trasformazione dei pascoli in terre coltivabili. Tuttavia, dal XIV secolo, una serie di carestie e la peste nera causarono una drastica diminuzione della popolazione e una crisi economica. Nonostante la crisi, il periodo fu anche caratterizzato da un fiorire artistico e culturale, con figure come Dante e Boccaccio che emersero in questo contesto.

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STORIA

Il documento analizza la crescita demografica e l'evoluzione dell'agricoltura nel Medioevo, evidenziando l'introduzione di tecniche innovative e la trasformazione dei pascoli in terre coltivabili. Tuttavia, dal XIV secolo, una serie di carestie e la peste nera causarono una drastica diminuzione della popolazione e una crisi economica. Nonostante la crisi, il periodo fu anche caratterizzato da un fiorire artistico e culturale, con figure come Dante e Boccaccio che emersero in questo contesto.

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1)crescita demografica;

2)sviluppo delle terre coltivabili;


3)miglioramento delle tecniche di produzione agricola, in quanto
a)dalla rotazione biennale delle colture si passa ad una rotazione triennale delle stesse,
cosicché i campi venivano arati in modo differente, tale da permettere una varietà di
prodotti agricoli, dal grano, all’orzo, ai legumi;
b)al tradizionale aratro di legno, usato nell’Alto Medioevo, si sostituì l’aratro di ferro, più
pesante ed efficace, in quanto maggiormente incisivo nel terreno;
c)si diffusero sempre più i mulini, ad acqua ed a vento, che sostituivano il sistema della
macinazione a mano, molto più lento, anche se i contadini non videro sempre di buon
occhio queste innovazioni, come, ad es., i mulini, perché ciò causò l’introduzione di tasse
sul macinato, che saranno sempre odiate dai contadini fino alla fine dell’Ottocento;
4)diminuzione dei pascoli, in quanto i pascoli vennero recintati (enclosures) e trasformati
in spazi coltivabili.
Sul piano cronologico non c’è una successione tra i suddetti eventi, ma una interazione
parallela che comportò un generale miglioramento delle condizioni di vita, un aumento
dell’età media della vita umana ed una conseguente diminuzione del tasso di mortalità. La
trasformazione dei pascoli in terre coltivabili comportò però una diminuzione della
cacciagione e dei latticini, che erano stati elementi fondamentali per l’alimentazione
nell’Alto Medioevo; in ogni caso, nei “secoli d’oro” e nel tardo Medioevo migliorò il sistema
di economia agricola.

19. L’economia nel Trecento.


A partire dal ‘300 questo progresso demografico ed agricolo s’interruppe bruscamente: le
numerose carestie e pestilenze portarono ad un aumento impressionante della mortalità e
ad un arresto della crescita della popolazione. I motivi di tale crisi furono diversi:
1. la crisi della pastorizia e dei latticini, dovuta alle enclosures;
2. l’esaurimento delle terre coltivabili;
3. le scarse vie di comunicazione, che rendevano difficile, talvolta, il raggiungimento di tali
terre;
4. la crisi del legname, che comportò, a sua volta, una crisi nei settori
a. dell’edilizia (molte case erano di legno);
b. della cantieristica navale ( le navi erano di legno);
5. il susseguirsi di inverni freddi e rigidi, che
a. ridusse la produzione agricola;
b. creò problemi per il riscaldamento, venendo a mancare il carbone da legna;
6. la diffusione delle carestie, delle epidemie, della fame per la carenza di risorse creò forti
contrasti tra i contadini ed una nobiltà ancora legata ai privilegi feudali.
Si parla spesso, impropriamente, di “crisi del ‘300”: questo secolo fu infatti connotato da
una grave crisi economica, politica, demografica, religiosa, ma non culturale. Il XIV secolo
fu infatti un’epoca di contraddizioni tra i suddetti aspetti di crisi e gli aspetti artistici,
culturali, letterari, che furono invece floridi, basti pensare a Giotto ed ai tre grandi
trecentisti della letteratura italiana, Dante, Petrarca e Boccaccio.

I. LA “CRISI” DEL TRECENTO.

[Link] peste nera o “morte nera”: cause vere e presunte. Le reazioni.


Dall’autunno 1347 all’estate del 1352 si verificò una terribile pestilenza, che conobbe
l'apice nel 1348: fu la cosiddetta “peste nera” o “morte nera”. I Paesi più colpiti furono la
Francia e l'Inghilterra, ma anche l'Italia. In Francia ed in Inghilterra la popolazione diminuì
di un terzo; la peste si diffuse sia per il contatto fisico che con l'aria; i cadaveri putrefatti,
lasciati per le strade, aumentarono il contagio. La peste, portata dalle pulci, parassiti dei
topi che viaggiavano sulle navi provenienti dall'Oriente, dal Mar Caspio al Mar Nero, seguì
una duplice direzione: verso sud, in Francia, a Marsiglia, poi a Genova fino in Sicilia e nel
nord Africa (a Tunisi, già alla fine del 1347, morì la metà della popolazione), lungo i
principali porti; verso nord, in Germania, Inghilterra, Russia, Europa centro-settentrionale.
Molte erano state le pestilenze nel corso del Medioevo e del Trecento, ma la “peste nera”
o “morte nera” fu un vero e proprio flagello.
Il bilancio complessivo dei morti fu di 20 milioni, ovvero la metà della popolazione
europea.
Alla diffusione del morbo non si diedero risposte scientifiche, ma ci si fece prendere dalla
follia, dal delirio, dal panico e dal fanatismo religioso; alcuni iniziarono a digiunare ed a
pregare, molti si suicidarono, pensando che stesse arrivando il giudizio universale divino,
altri ancora si lasciarono andare, invece, ai piaceri della carne e della gola, pensando che
fossero gli ultimi giorni. Un rimedio efficace fu trovato dal medico del papa Clemente VI
(che, una volta contagiato, si salvò, dopo essersi curato, forandosi i bubboni della peste):
si isolò in una stanza della Curia di Avignone (ove era la sede del papato in questo
periodo) in cui ardevano continuamente due camini, che evidentemente purificavano l’aria.
Il musico del papa invece non si salvò.
La peste comportò la divisione all’interno delle famiglie, poiché il familiare, figlio o moglie
che fosse, veniva chiuso a chiave nella sua stanza e lasciato senza conforto, né viveri; in
questa situazione di follia collettiva, fu assillante la vana ricerca di un capro espiatorio
(Ebrei, stranieri), elemento purtroppo ricorrente in queste occasioni.
Alcuni videro nella peste il castigo divino contro i ricchi proprietari terrieri; altri, nel sud
della Francia, diedero la colpa agli Ebrei, accusati di avvelenare i pozzi. Gli Ebrei furono
oggetto di vere e proprie persecuzioni antisemite, con torture e roghi: l'atteggiamento dei
cristiani contro gli Ebrei trovava spiegazione nel fatto che il popolo ebraico era considerato
un popolo deicida, responsabile di aver ucciso Cristo. Furono massacrati moltissimi Ebrei
di Narbonne, Carcassonne, Strasburgo, Magonza ed a Villeneuve tutti gli Ebrei furono
bruciati, dopo essere stati torturati al fine di estorcere loro false confessioni nelle quali
dovevano dichiarare di essere “untori” e di aver avvelenato i pozzi. Per questo la Chiesa
tollerò gli attacchi agli Ebrei, inizialmente, ma nel 1348 la nota del papa Clemente VI
scagionò gli Ebrei dalle responsabilità del contagio per due motivi: 1)gli Ebrei muoiono di
peste come tutti; 2)la peste si stava diffondendo anche in zone dell'Europa in cui gli Ebrei
non erano presenti. Altri pensavano che la peste, castigo divino, non fosse solo per i
ricchi, ma per tutta l'umanità peccatrice: fu il caso dei flagellanti o battuti, che espiavano
loro peccati flagellandosi fisicamente con delle fruste alle quali legavano piccoli unici e con
dei cilici. Queste fanatiche processioni di flagellanti, spostandosi di città in città e di
campagna in campagna, non facevano altro che aumentare la diffusione del morbo; inoltre
non furono ben viste dalla Chiesa ufficiale, in quanto si trattava di forme di religiosità laica,
estranee al culto ufficiale, e per questo i flagellanti furono accusati di eresia. Girovagando
per le strade e percuotendosi, facevano schizzare il loro sangue sulle mura delle case.
Uno studioso della peste fu il medico Gentile da Foligno, docente di medicina all’Università
di Perugia, che tuttavia non riuscì a salvarsi dal contagio e morì di peste. Molti preti che
assistevano i malati contrassero il morbo e morirono: nella sola Piacenza ne morirono 60.
Le cure consistevano nell’utilizzare i prodotti dello stesso corpo umano, come composti di
urine, feci essiccate e sangue: era la medicina in auge nell’Alto Medioevo, che tuttavia non
produsse alcun effetto benefico. Tra la primavera e l’estate del 1348 a Venezia si
contarono 90.000 morti, come è testimoniato dai registri del tempo, e nello stesso periodo
morirono a Firenze 50.000 persone, ovvero la metà della popolazione. Molto colpite furono
anche le città di Siena, Piacenza e Milano. L’apice del morbo fu raggiunto, all’interno del
sessennio 1347-52, nel triennio 1348-50.
Nella primavera del 1348 la peste, dall’Italia, raggiunse, via mare, i porti della Francia del
Sud e da qui si propagò nell’interno della Provenza: anche la curia di Avignone non fu
risparmiata, mentre, in tutta l’Europa, aumentavano profondamente la diffidenza e l’odio
verso gli stranieri. Il papa Clemente VI fece costruire e consacrare nuovi cimiteri perché
non si sapeva più dove seppellire i cadaveri; fu consacrato addirittura il Rodano, ove
furono gettati i corpi. Ad Avignone in sole 6 settimane morirono un terzo dei cardinali ed
11.000 persone, ovvero la metà della popolazione ed il contagio colpì anche le campagne
intorno alla città.
Dalla Francia la peste si propagò in Inghilterra, colpendo inizialmente il porto di Bristol, nel
1349. In Inghilterra la malattia attaccò soprattutto il sistema feudale, portando alla fine
della servitù della gleba: molti feudatari inglesi rimasero senza servitù ed i pochi servi
rimasti chiedevano salari molto più alti, per lavorare le terre dei signori. Inutile fu l’editto
del re Edoardo III, che nel 1349 impose ai contadini di accettare i salari del 1346: nel 1353
i contadini e le contadine inglesi proclamarono addirittura uno sciopero contro i feudatari
che volevano retribuirli con i salari degli anni precedenti.
La gente si abituò a convivere con la malattia e, come testimoniato dagli affreschi che ci
sono pervenuti, riprese anche la voglia di vivere. Il calo demografico del ‘300 produsse
terribili effetti anche sul piano economico: i prezzi dei cereali crollarono perché diminuirono
i richiedenti, molte terre furono abbandonate e divennero foreste incolte. Per i
sopravvissuti, tuttavia, il tenore di vita talvolta migliorò: con il ricavato rimasto dai defunti,
ad esempio, a Pisa, fu completata la costruzione della torre. Intorno al 1352 la peste,
descritta in affreschi che ci sono pervenuti, sparì quasi improvvisamente da sola (cfr.
documentario “La morte nera”).
Il senso di smarrimento e precarietà alimentato dalla grande peste del Trecento fece sì
che l’idea della morte diventò una presenza sempre più opprimente nell’immaginario
collettivo dell’uomo medievale e questo trovò eco anche nell’iconografia dell’epoca, in cui
la rappresentazione della morte assunse toni terrificanti ed apocalittici; ad esempio, il tema
del “Trionfo della Morte”, con raffigurazioni di teschi e scheletri disegnati dietro le persone,
quasi fossero gli accompagnatori, è ben rappresentato in un affresco risalente alla prima
metà del ‘400 e conservato alla Galleria Nazionale di Palermo, ma furono molto frequenti
queste immagini in tanti affreschi del tempo. Il tema della peste fu quindi molto ricorrente
nell’arte e nella letteratura coeva.
Intorno al 1353 la peste si dissolve, ma resta ignota, ancora oggi, nonostante gli studi
specialistici in materia, la causa della scomparsa della peste.

[Link].
[Link] Boccaccio, dalla “Cornice” del Decameron.
“Dalle quali cose e da assai altre a queste simiglianti o maggiori nacquero diverse paure e
immaginazioni in quegli che rimanevano vivi, e tutti quasi ad un fine tiravano assai
crudele, ciò era di schifare e di fuggire gl’infermi e le lor cose; e così faccendo, si credeva
ciascuno a se medesimo salute acquistare. […]. Altri, in contraria oppinion tratti,
affermavano il bere assai e il godere e l’andar cantando attorno e sollazzando e il
soddisfare d’ogni cosa allo appetito che si potesse e di ciò che avveniva ridersi e beffarsi
essere medicina certissima a tanto male: e così come il dicevano li mettevano in opera a
lor potere, il giorno e la notte ora a quella taverna ora a quell’altra andando, bevendo
senza modo e senza misura […]. E lasciamo stare che l’uno cittadino l’altro schifasse, e
quasi niuno vicino avesse dell’altro cura, e i parenti insieme rade volte o non mai si
visitassero e di lontano; era con sì fatto spavento questa tribulazione entrata ne’ petti degli
uomini e delle donne, che l’un fratello l’altro abbandonava, e il zio il nipote, e la sorella il
fratello, e spesse volte la donna il suo marito; e, che maggior cosa è e quasi non credibile,
li padri e le madri i figliuoli, quasi loro non fossero, di visitare e di servire schifavano. […].
O quanti gran palagi, quante belle case, quanti nobili abituri, per addietro di famiglie pieni,
di signori e di donne, infino al menomo fante rimaser voti! Quanti valorosi uomini, quante
belle donne, quanti leggiadri giovani, li quali non che altri, ma Galieno, Ippocrate o
Esculapio avieno giudicati sanissimi, la mattina desinarono co’ loro parenti, compagni e
amici, che poi la sera vegnente appresso nell'altro mondo cenarono con li loro passati!”
[Link] Villani, Nuova Cronica.
“Nel detto anno 1340, all'uscita di marzo, apparve in aere una stella cometa in verso il
Levante e durò la cometa poco, ma i mali assai sopra la nostra città di Firenze. Che
incontanente incomincio la mortalità, che quale si poneva ammalato, quasi niuno ne
campava e morinne più che ‘l sesto de' cittadini, pure de’ migliori e i più cari, maschi e
femmine, che non rimase famiglia ch’alcuno non ne morisse, o dove due o tre o più; e
durò questa pestilenza in fino al verno vegnente. E più di quindicimila corpi tra maschi e
femmine e fanciulli se ne seppellirono pure nella città, onde la città era tutta piena di
pianto di dolore, e non si intendea appena ad altro che a seppellire morti. E però si fece
ordine che, come il morto fosse recato alla chiesa, la gente si partisse. […]. In contado
non fu sì grande la mortalità, ma pure ve ne morirono assai. E con questa pestilenza ne
seguì la fame e il caro, aggiunta con quello dell’anno passato […]. che a dì 16 di maggio
nel detto anno, di mezzo giorno, cadde in Firenze e d’intorno una gragnuola grossa e
spessa che coperse le tettora e la terra e le vie ed era alta come grande neve, e guastò
quasi tutti i frutti. Per questa mortalità, a dì 18 di giugno, per consiglio del vescovo co’
religiosi sì fece in Firenze grande processione, ove furono quasi tutti i cittadini maschi e
femmine colla reliquia del corpo di Cristo che sta a Santo Ambrogio: e andossi con esso
per tutta la terra in fino a ora di nona, con più di centocinquanta torchi accesi”.
[Link].
[Link] Cipolla, Storia economica dell’Europa preindustriale, Il Mulino, Bologna, 1980.
“Il morbo della peste fu accompagnato da una più grave epidemia: la guerra dei cent’anni,
dovuta alla follia degli uomini, che colpì non solo la Francia e l'Inghilterra, ma anche il
Piemonte, la Toscana e l’intera penisola italiana, come dimostra la flessione dei traffici
commerciali: se Atene piange, Sparta non ride. Le epidemie di peste sgravarono se non
altro l'Europa da quella pressione demografica dei secoli precedenti e per i sopravvissuti
aumentò il reddito pro-capite, come avvenne proprio in Inghilterra, il Paese più colpito
dalla pestilenza. I salari andarono progressivamente aumentando, per cui non si può
parlare di un'economia depressa, di una generica crisi, quanto piuttosto di una
riconversione. I contadini migliorarono la condizione sociale rispetto ai proprietari terrieri.
Utensili di benessere iniziarono a circolare tra chi faceva lavori manuali e quindi migliorò il
tenore di vita, soprattutto in città: il camino, la scodella individuale, la sedia al posto della
panca cominciarono ad essere cose più frequenti anche tra la gente minuta”.
[Link] Huizinga, L’autunno del Medioevo, a c. di B. Jasink, Sansoni, Firenze, 1989.
“Nel Medioevo ed anche nel Trecento non vi fu alcuna crisi, perché il Medioevo fu un
periodo florido, fatto di corti, giocolieri, giullari, cavalieri, adombrati poi dall’Umanesimo.
Grande fu la fioritura dell’arte fiamminga e della Borgogna. L’Umanesimo fu invece
appunto l’autunno, il declino di quest’epoca radiosa e gloriosa”.

[Link] Jacqueries in Francia nel 1358.


I contadini, vessati dalla miseria, iniziarono a ribellarsi ai signori, che ricorsero alle armi
per sedare le rivolte e costringere i contadini al lavoro. In Francia le rivolte contadine
assunsero un particolare rilievo e presero il nome di “Jacqueries”, con atti di saccheggio,
incendi, ruberie, uccisioni dei nobili. Il capo della rivolta era un certo Jacques Bonhomme
ed il termine “Jacques”, presso i nobili, divenne sinonimo di rivoltoso, contadino violento.
La paura colpì i nobili perché i loro castelli vennero presi d’assalto dai contadini, anche se
le Jacqueries rimasero un fenomeno disorganizzato da parte dei rivoltosi e limitato alle
campagne di Bouvais. Proprio perché prive di organizzazione, le Jacqueries furono
represse nello stesso anno in cui esplosero, cioè nel 1358, dai nobili, che riuscirono a
imporre il loro dominio. Il movimento di protesta trovò un certo collegamento con la rivolta
dei borghesi delle città e soprattutto di Parigi, rivolta guidata da Etienne Marcel, che nelle
città francesi, durante la guerra dei cent'anni, stava organizzando la borghesia contro
monarchia. L'alleanza tra i nobili delle campagne e la monarchia della città fu quindi più
forte di quella tra contadini delle campagne e borghesi nelle città.

I.3. Le rivolte inglesi del 1381.


Anche nelle campagne inglesi esplosero rivolte simili a quelle francesi, ma le rivolte inglesi
affiancarono alla protesta sociale un messaggio religioso, quello di John Wycliffe, docente
ad Oxford e fondatore del movimento dei lollardi, che predicavano la povertà evangelica,
la comunione dei beni e la fedeltà alle Sacre Scritture; quando la Chiesa esprimeva una
dottrina contraria alle Sacre Scritture, Wycliffe invitava alla disobbedienza. Il messaggio di
Wycliffe fece leva, come si può facilmente comprendere, sugli strati più poveri della
popolazione. Wycliffe predicava la povertà della Chiesa contro la corruzione e la
mondanizzazione del clero. Wycliffe negò anche la transustanziazione: nell’eucarestia il
pane ed il vino non si trasformano, sono solo segni del corpo e del sangue di Cristo, pane
e vino hanno quindi un valore puramente simbolico. Le idee di Wycliff ebbero comunque
un decisivo influsso sulla Riforma protestante del primo Cinquecento. Seguendo il
pensiero di Wycliffe, un certo John Ball capeggiò una rivolta contadina con lo scopo di
confiscare i beni ecclesiastici ed i castelli dei signori. Nel 1381 organizzò una marcia di
ribelli su Londra, ma il suo movimento fu represso nel sangue, nonostante avesse
evidenziato una certa crisi del regime signorile e nobiliare. Fu l’arcivescovo di Canterbury
a reprimere la rivolta di John Ball. Il fallimento sia delle rivolte francesi nel 1358 che di
quella inglesi del 1381 aveva dimostrato come l'alleanza tra monarchia, chiesa e nobiltà
fosse più forte di quella tra contado e borghesia.

[Link],
[Link] Froissart, Cronache.
Premessa: Jean Froissart era un prete di origini sociali modeste, che si trovava a Londra
durante la marcia di John Ball, che si era messo a capo di una rivolta di ribelli che, da
Canterbury, volevano andare dal re a Londra per avanzare una petizione. Nonostante le
sue umili origini, Froissart fa emergere molto chiaramente la sua posizione, sicuramente
attendibile, a favore del re e della monarchia e quindi contro i ribelli.
“John Ball è un cattivo servo che propugna la ribellione dei contadini contro i signori, così
come Lucifero si ribellò a Dio. John Ball è un prete folle della Contea di Kent che predica
l’uguaglianza sociale, ha arringato la folla ed è stato incarcerato dall’arcivescovo di
Canterbury, ma poi ingiustamente ed erroneamente liberato. Così Ball riprese le sue
prediche a favore dell’uguaglianza sociale ed invitò i poveri a marciare su Londra, dal re.
La domenica, dopo la messa, quando tutta la gente usciva a frotte dalla chiesa, predicava
accanto al portale e raccoglieva il popolo attorno a sé. Diceva che << le cose non
potranno mai andar bene in Inghilterra fino a che non avverrà che ogni proprietà sia fatta
comune, che non esistano più né contadini, né signori e che tutti siano uniti fra loro. Per
quali motivi, quelli che noi chiamiamo signori dovrebbero esserci superiori? Come se lo
sono guadagnato? Perché ci tengono in schiavitù, se discendiamo tutti da un unico padre
e da una sola madre, Adamo ed Eva? Ci fanno guadagnare e sudare quello che poi
spendono. Veniamo detti servi ed ammazzati se non assecondiamo immediatamente ogni
loro richiesta. Andiamo dal re, egli è giovane, facciamogli vedere quanto grande è la
nostra schiavitù, diciamogli che vogliamo che le cose cambino, altrimenti faremo in modo
di aiutarci da soli. E quando il re ci avrà visti ed ascoltati, con benevolenza o come vorrà,
certamente si sforzerà di aiutarci >>”.
2. Decreto di condanna di John Wycliffe (1415) emanato dal Concilio di Costanza (1414-
17).
Premessa: la scomunica e l’anatema contro Wycliffe vengono emesse dopo la morte,
avvenuta per cause naturali nel 1384, visto il pericoloso influsso delle sue idee su Jan Hus
in Boemia.
“Dopo tutte le necessarie proroghe, Giovanni Wycleff è stato condannato come eretico
dalla Santa Sede Apostolica e nessuno lo ha difeso. E’ un eretico impenitente ed ostinato.
Per questo le sue ossa devono essere, se possibile, dissotterrate e risotterrate in terra
sconsacrata, fuori dalle mura della città, dal momento che papa Giovanni XXII ha
sentenziato contro di lui un anatema”.

[Link] tumulto dei Ciompi a Firenze (1378-82) e la sua repressione.


Nel 1378 a Firenze il potere politico era nelle mani di una signoria costituita da 8 membri
(chiamati inizialmente “priori” e poi “otto santi”) e presieduta da un “Gonfaloniere di
Giustizia”. Tale governo esprimeva gli interessi della nobiltà e dell'alta borghesia,
organizzata nelle arti maggiori (notai, avvocati, banchieri, medici, professionisti). I Ciompi
erano invece appartenenti alle arti minori (tintori, pellettieri, artigiani, sellai, calzolai) ed
erano addetti a pettinare la lana con lo scardasso (scardassatori). Le Arti Minori erano
escluse dal governo politico della città ed erano vessate dall’ammonizione, un
provvedimento, ad uso delle Arti Maggiori, che privava di ogni diritto sia le persone
direttamente ammonite che i loro discendenti. Nel 1378 esplose la rivolta e le case dei
nobili e dei borghesi delle arti maggiori furono prese d'assalto: Michele di Lando,
sostenitore dei Ciompi, divenne Gonfaloniere di Giustizia e le arti minori ottennero una
rappresentanza politica, ma Michele di Lando attuò una politica di compromesso con le
arti maggiori che non piacque ai Ciompi, che scatenarono un'altra rivolta con proteste e
richieste più radicali, ma ai Ciompi, che erano i lavoratori, cioè gli operai dell'arte della
lana, venne meno la solidarietà delle altre arti minori e nel 1382 la nobiltà e l'alta
borghesia delle arti maggiori pose fine al tumulto dei Ciompi, reprimendolo nel sangue,
dopo 4 anni di governo popolare.
Anche in questo caso l'alleanza tra nobiltà ed alta borghesia fu più forte di quella tra le arti
minori. Il tumulto dei Ciompi rimase un esempio isolato e limitato a Firenze, come
sottolinea lo storico americano Bruker nell'Ottocento, e non ebbe ripercussioni, nonostante
il peso che la critica marxista ha voluto erroneamente dare a questa rivolta. Il tumulto dei
Ciompi costituì comunque l’unico esempio di governo delle Arti Minori nella storia
comunale.
Storiografia 3. J. Le Goff, Tempo della Chiesa e tempo del mercante, Einaudi, Torino,
1977.
“Il nuovo ritmo della scansione progressiva e dinamica che la cultura mercantile produce
ed introduce nella vita quotidiana è una scansione laicizzata e, per la prima volta, sottratta
ai rituali ecclesiastici tradizionali. Il tempo del mercante viene dunque a contrapporsi al
tempo della Chiesa. E’ la cultura che va laicizzandosi e che consente l’avvento del tempo
del mercante”
II. LA GUERRA DEI CENT’ANNI E LA FORMAZIONE DEGLI STATI NAZIONALI UNITARI.

II.1. La guerra dei cent’anni (1337-1453): le cause del conflitto.


La cosiddetta “guerra dei cent'anni” durò, in realtà, 116 anni, e fu così chiamata per
sottolineare la portata del conflitto, le cui cause vanno ricercate nelle seguenti:
1. dalla battaglia di Hastings (1066) gli Inglesi, con Guglielmo il Conquistatore,
possedevano feudi in Francia, che si erano progressivamente ridotti nel secolo
successivo; il pericolo, come lo stesso re d'Inghilterra Edoardo III aveva palesato, era che
la Francia volesse riappropriarsi di tutto il territorio francese ancora in mano inglese;
2. a questo primo elemento di tensione si aggiunse il fatto che le Fiandre facevano parte
del territorio francese, ma erano maggiormente legate all'Inghilterra per l'industria laniera:
erano infatti intensi i commerci tra le Fiandre e l'Inghilterra;
3. un’ulteriore causa si riscontra nel fatto che, sia in Francia che in Inghilterra, i nobili
spadroneggiavano e si comportavano come usurpatori, impedendo così, ai rispettivi
sovrani, di avere pieno controllo su tutto il territorio; l'ostilità tra Nobili e Corona fu quindi
un altro elemento di tensione sia in Francia che in Inghilterra, tanto sul piano economico
quanto su quello militare;
4. la politica economica interna, sia della Francia che dell'Inghilterra, fu condotta con tasse
esose, sul piano fiscale, e l’eccessiva tassazione, necessaria per affrontare le spese
militari, animò, in entrambi i Paesi, le jacqueries e le rivolte sociali, come abbiamo visto;
5. la Scozia è un regno ancora indipendente dall'Inghilterra (lo rimarrà fino al 1706,
quando l’Inghilterra Giorgio I si annetté la Scozia, ponendo così fine al regno di Scozia e
scatenando l'idea di “devolution” da parte degli scozzesi) ed è alleata della Francia;
6. la “peste nera” ha falcidiato la popolazione francese ed inglese, accentuando le lotte
sociali per la sopravvivenza;
7. la causa scatenante, la “scintilla” del conflitto fu la morte del re di Francia Carlo IV, che
non lascia eredi: la corona viene conferita, da un’assemblea di nobili, al cugino Filippo VI
di Valois, ma il re d'Inghilterra Edoardo III si oppone, rivendicando il trono francese, in
quanto cognato del defunto Carlo IV. I francesi eleggono re Filippo VI, non riconosciuto
però dagli inglesi, che dichiarano guerra alla Francia.
Nel 1337 esplode così la guerra.

II. 2. La guerra dei cent’anni (1337-1453): la costituzione degli eserciti.


1)Sia la Francia che l'Inghilterra disponevano di eserciti addestrati, ma l'esercito francese
era più numeroso di quello inglese, quindi, inizialmente, la Francia sembrava più
avvantaggiata, anche se le prime vittorie furono quelle inglesi.
2)L'esercito francese era formato da nobili ed aristocratici, fedeli agli ideali cavallereschi di
eroismo, fedeltà alla corona, lealtà in guerra (sono gli ideali della Chanson de Roland e
della Chanson de geste, tipici del poema epico cavalleresco).
3)L'esercito inglese la formato soprattutto da arcieri specializzati e da mercenari, quindi
non aveva quell'alone “poetico” che caratterizzava la milizia francese.
4)Nella prima fase della guerra è schiacciante la superiorità inglese, mentre in un secondo
momento si riorganizza la milizia francese. I nobili cadetti, cioè non primogeniti, francesi, si
arruolavano volontariamente in guerra, in cerca di fortuna, visto che, in quanto non
primogeniti, erano stati esclusi dall'eredità per il diritto di maggiorascato; spesso questi
guerrieri francesi, abbandonando gli ideali cavallereschi, si diedero ad opere di banditismo
e di saccheggio.
5)Alla fine del conflitto non vi saranno né vincitori, (nonostante alcuni storici parlino di
vittoria francese) né vinti, in quanto le due potenze durante la guerra si autodistruggono e
si costituiscono infine come due Stati nazionali sovrani e reciprocamente indipendenti:
sono nati così i primi Stati nazionali del mondo). Francia ed Inghilterra cessano le
rispettive pretese imperialistiche di dominio di un Paese su un altro.

II. 3. La guerra dei cent’anni (1337-1453): lo svolgimento del conflitto.


Nella guerra si possono distinguere cronologicamente 3 fasi:
I FASE (1337-1360). Nel 1337 esplode la guerra con le prime vittorie inglesi a
L'ecluse (1340),
Crecy (1346),
Calais (1347) e
Poitiers (1356).
Particolarmente importante è la vittoria di Calais (1347), perché il porto di Calais rimarrà
all’Inghilterra.
La Francia, oltre che sconfitta in guerra, è dilaniata all’interno dalle Jacqueries, che
insanguinavano le campagne francesi nel 1358 e dalla rivolta dei borghesi delle città
animata da Etienne Marcel. Nel 1360 è costretta a firmare la pace di Bretigny ed un terzo
dei territori francesi passa all’Inghilterra.
II FASE (1360-1420). Il nuovo re di Francia è Carlo V il saggio, che riconquista molti
territori francesi.
Il successore è Carlo VI il folle, che a causa della sua follia (impazzì dopo una caduta da
cavallo, avendo picchiato la testa), consentì che la Francia fosse dilaniata da conflitti
feudali interni tra la famiglia dei Borgognoni e quella degli Armagnacchi.
L’Inghilterra ne approfitta e sconfigge duramente la Francia nel 1415 nella battaglia di
Azincourt: la Francia è costretta a firmare la pace di Troyes nel 1420 e tutta la Francia
diventa possedimento inglese: il nuovo re d’Inghilterra è Enrico V.
III FASE (1420-1453). I francesi eleggono comunque un loro re, ovviamente riconosciuto
solo dai francesi: Carlo VII, che affida il comando delle truppe ad una giovane contadina,
Giovanna d’Arco, che, dichiarandosi ispirata da Dio per risollevare le sorti della Francia,
riconquista molti territori francesi, tra cui le città di Parigi, Orleans, l’Ile de France, Reims,
la Normandia: entrata trionfalmente a Parigi alla testa dell’esercito francese, fu accolta con
giubilo e chiamata la “pulzella d’Orleans”, cioè la “fanciulla d’Orleans”. Giovanna d’Arco
era figlia di umili contadini francesi dediti alla pastorizia; la famiglia era profondamente
religiosa ed anche Giovanna fu una fervente cattolica. All’età di 13 anni dichiarò di sentirsi
ispirata da Dio, si recò dal re Carlo VII, che, dopo varie esitazioni, le concesse un’armata,
anche perché non c’erano altre prospettive. Grazie a Giovanna, la Francia tornò ad essere
uno Stato nazionale, anche se non ancora completo, e Carlo VII fu ufficialmente
riconosciuto ed incoronato re di Francia nella cattedrale di Reims.
Giovanna d’Arco non ha mai ucciso o ferito nessuno in guerra, portava l’armatura, ma non
era armata, anche se guidava un esercito; fu ferita, non gravemente, in una battaglia. Ma
le antipatie e le invidie suscitate da Giovanna d’Arco presso la nobiltà fecero sì che
venisse arrestata, processata ed accusata di non essere ispirata da Dio, come lei stessa
aveva sempre affermato, ma da un demonio: fu accusata di stregoneria, eresia e di essere
un elemento scismatico all’interno della Chiesa. Venduta agli inglesi dai Borgognoni, fu
arsa viva sul rogo nella piazza del mercato di Rouen il 30 maggio 1431, all’età di 19 anni,
con un rogo particolarmente straziante in quanto lento e doloroso (cfr. film di Victor
Fleeming, “Giovanna d’Arco”).
Dopo la morte di Giovanna d’Arco, la guerra prosegue con altre vittorie francesi e la
Francia riconquista tutti i territori persi ad eccezione di Calais, che rimane in mano inglese.
Con la pace di Arras (località di poco a nord di Parigi, che sarà la città natale di
Robespierre) del 1453 si conclude definitivamente il lungo e sanguinoso conflitto, durato
116 anni: l’Inghilterra abbandona tutto il territorio francese ad eccezione del porto di
Calais, sulla Manica, e Francia ed Inghilterra si proclamano due monarchie assolute
reciprocamente indipendenti e sovrane. Sono così sorti i primi due Stati nazionali unitari, e
proprio in questo consiste l’importanza della guerra del cent’anni, che vide la riconquista,
da parte della Francia, di tutto il territorio in mano inglese e che non segnò, di fatto, né
vinti, né vincitori.

II.4. Documento 1. Verbale del processo a Giovanna d’Arco.


Il vescovo di Beauvais la ritenne “pericolosa, scismatica, idolatra, invocatrice di demoni.
Invece di pentirsi, ha fatto come il cane, che è tornato sul suo vomito. Per evitare che
possa contagiare la Chiesa, viene tagliata via come un membro di Satana e consegnata
all’autorità secolare. Giovanna in battaglia ha portato abiti maschili, contro la sua natura
femminile. Se pentita sinceramente, le venga concesso il sacramento della penitenza”.

II.5. Successivi processi a Giovanna d’Arco.


Dopo la sua morte, nel 1455, lo stesso re Carlo VII aprì un processo di riabilitazione della
memoria di Giovanna d'Arco: un processo politico, come il primo del 1431, ma di segno
opposto. Giovanna era stata l’inviata di Dio, creatura morale e religiosa.
Nel 1921 fu aperto un terzo processo, ancora politico, addirittura di santificazione: la
pulzella d'Orleans divenne il simbolo del patriottismo nazionalista francese.

II.6. La “guerra delle Due Rose” in Inghilterra (1455-85).


Dopo la guerra, la Francia, con il re Carlo VII, si rafforzò e limitò i privilegi ecclesiastici,
sottomettendo la Chiesa al sovrano. Anche la nobiltà borgognone fu ricondotta sotto il
governo del re.
In Inghilterra, invece, muore Enrico V ed il trono inglese è dilaniato da una guerra
intestina, di carattere feudale, tra le case aristocratiche degli York (il cui stemma era una
Rosa Bianca) e dei Lancaster (il cui stemma era una Rosa Rossa): è la guerra delle Due
Rose che insanguinò l’ Inghilterra per 30 anni (1455-85). La guerra portò al collasso
politico ed economico l'Inghilterra e si concluse con un compromesso tra le due famiglie,
mediante una politica matrimoniale che portò all'incoronazione di Enrico VII, che inaugurò
la dinastia dei Tudor, nata dalla fusione tra le due casate. Enrico VII avvantaggiò la
borghesia e frenò l'alta nobiltà, grazie all'opera della Camera Stellata, che aveva potere
giudiziario, e della Camera Bassa, che rappresentava la borghesia.
Storiografia 1. March Bloch, I re taumaturghi, Einaudi, Torino, 1989.
“Si credeva che i sovrani di Francia ed Inghilterra avessero capacità taumaturgiche,
ovvero di guarigione, con particolare riferimento alla cura della scrofolosi, infiammazione
di natura tubercolare dei linfonodi del collo, con tumefazioni esterne ben visibili. Si credeva
nelle capacità taumaturgiche dei sovrani anglo-francesi per situazioni congiunturali che
hanno favorito quelle due monarchie, ma il fondamento del potere taumaturgico è
senz'altro connesso alla più generale sacralità della casa regnante: il re consacrato si erge
sopra le parti e supera la dimensione feudale della sovranità, egli diviene la guida a cui è
affidato il destino del suo popolo. Le istituzioni ecclesiastiche erano in effetti soggette a
progressiva desacralizzazione e laicizzazione, mentre le istituzioni laiche subiscono una
progressiva sacralizzazione allo scopo di legittimare la potestà, pur accentuandosi la
tecnicizzazione degli apparati di governo. Emerge dunque un duplice fenomeno, solo
apparentemente contraddittorio, e cioè il contemporaneo consolidamento della sacralità
monarchica a cui si accompagna una progressiva laicizzazione degli apparati di governo;
si tratta di due fenomeni che hanno in realtà entrambi il compito di consolidare il potere
centrale. La concezione teocratica del potere è uno degli elementi che consolida e
riorganizza la monarchia in senso anti-feudale: il potere regio come potere centrale,
esclusivo, deriva da Dio. Il re è l'unto del Signore, da lui designato al governo del suo
popolo. A lui è sottomessa ogni altra autorità, compresa quella ecclesiastica. Con la
nascita degli Stati moderni il sacro non è scomparso, ha soltanto cambiato di posto”.

II.7. L’unificazione del Regno di Spagna e la “reconquista” cattolica.


Nel 1469 nasce ufficialmente il regno di Spagna come Stato nazionale unitario grazie al
matrimonio tra Isabella di Castiglia e Ferdinando d'Aragona, che unificano così le due
principali regioni spagnole. Anche lo Stato di Spagna, come Francia ed Inghilterra, nasce
come monarchia assoluta.
Nel 1492 i cattolici spagnoli conquistarono la città di Granada, in Andalusia, nel sud della
Spagna, ultima roccaforte musulmana. La “reconquista” cattolica fu così ultimata.
Nello stesso 1492 si verificarono altri due importantissimi eventi: la scoperta dell'America
da parte del navigatore genovese Cristoforo Colombo e la morte di Lorenzo il Magnifico.
Nel primo Cinquecento verrà annesso al Regno di Spagna anche il piccolo Stato di
Navarra.

II.8. La Chiesa nel Basso Medioevo: il conflitto tra Bonifacio VIII e Filippo IV “il bello” e la
fine della teocrazia. L’inizio del “gallicanesimo”, la “Bolla d’Oro” ed il papato avignonese.
A Roma era sempre più viva, in seguito alla ripresa dei movimenti pauperistici ed alla
nascita degli ordini mendicanti, la richiesta di un “papa spirituale”, quindi il collegio
cardinalizio elesse il mite e buon Celestino V, che però, preso atto del clima di corruzione
in cui versava la curia romana, si dimise appena eletto, ed è questo l’unico caso di
abdicazione al soglio pontificio.
Dopo l’abdicazione di Celestino V, fu eletto papa il cardinale Benedetto Caetani,
esponente di una nobile famiglia romana, che salì al trono pontificio con il nome di
Bonifacio VIII. E’ noto come uno dei papi più corrotti della storia pontificia, la sua ‘carriera’
di uomo corrotto inizia con la stessa elezione a papa, per la quale comprò i voti di molti
cardinali appartenenti a famiglie nobili romane; cercò anche, ma invano, di comprare i voti
della famiglia Colonna, importante famiglia nobile romana, ma avversaria dei Caetani. Fu
un papa politico: intervenne, come si è detto, a favore dei francescani conventuali, più
inclini ad una maggiore tolleranza verso la “Regola” francescana della povertà, e
condannò gli spirituali, arrivando addirittura a scomunicare il poeta Jacopone da Todi, che
inveì a sua volta contro il papa nella nota epistola “O papa Bonifazio”.
Inoltre Bonifacio VIII intervenne nei conflitti fiorentini tra guelfi bianchi e guelfi neri, i primi
capitanati dalla famiglia dei Cerchi, molto ricchi, ma democratici, i secondi facenti capo
alla famiglia Donati ed a Corso Donati in particolare, meno ricchi dei Cerchi, ma a favore
di una politica aristocratica. Bonifacio VIII inviò Carlo di Valois come mediatore tra le due
fazioni, ma questi, su incarico di Bonifacio VIII, si schierò a favore dei guelfi neri e mandò
in esilio molti bianchi, tra cui lo stesso Dante Alighieri, che collocò il papa nell’Inferno tra i
papi simoniaci ancor prima che morisse.
Il conflitto con il re di Francia Filippo IV detto “il bello” si verificò quando il re pretese di far
pagare, sul territorio francese, le tasse anche al clero, che era tradizionalmente escluso.
Il papa, con la bolla “Clericis laicos” del 1296 invitò il clero francese a disobbedire al re,
dichiarando illegittima la richiesta di Filippo IV. Questi convocò gli Stati Generali, cioè
l’assemblea dei rappresentanti di tutti i sudditi, che diede, a maggioranza (nobiltà e terzo
stato contro l’alto clero) il pieno appoggio al monarca. Filippo IV riaffermò l’origine divina
del potere monarchico ed accusò il papa di simonia.
In secondo luogo, il re impedì che i carichi d’oro e d’argento provenienti dalla Francia
andassero a Roma per la proclamazione del giubileo o “anno santo”, convocato proprio da
Bonifacio VIII nel 1300, per la prima volta nella storia della Chiesa: il re fece infatti
bloccare le carrozze sul confine francese e requisì il contenuto.
In terzo luogo, Filippo IV destituì un vescovo francese senza l’autorizzazione del papa,
togliendo al vescovo-conte la contea che amministrava, per conferirla ad un nobile laico di
sua fiducia.
Il papa reagì energicamente con 2 bolle, “Ausculta, fili” (1301) ed “Unam Sanctam”
(1302), soprattutto con la seconda ribadì la superiorità del papa sul sovrano sulla scia del
disegno teocratico di Innocenzo III (all’inizio del secolo precedente, di cui si è già parlato,
esattamente nel 1215 con il Concilio Lateranense IV) e minacciò il re di scomunica. La
scomunica era un provvedimento grave anche sul piano politico, nel Medioevo, in quanto
dispensava i vassalli dall’obbedienza al feudatario, fosse questo anche un re o un
imperatore. Nella bolla “Unam Sanctam” Bonifacio VIII tenta di ristabilire la superiorità del
potere spirituale del papa su quello temporale del sovrano, come si è detto, ma la
prossima nascita dei moderni Stati nazionali unitari era destinata a mettere inevitabilmente
e definitivamente in crisi l’universalismo pontificio. Il potere temporale, si afferma nella
bolla, appartiene al papa come quello spirituale: i re ed i cavalieri impugnano la spada del
potere temporale per volontà della Chiesa ed al servizio della Chiesa. Il potere spirituale è
comunque superiore a qualsiasi potere temporale come lo spirito è superiore alla materia,
come si legge negli Atti degli Apostoli e nella “Profezia di Geremia”, che ha posto la
Chiesa sopra le nazioni e sopra i regni. Se il potere temporale sbaglia, può e deve essere
corretto da quello spirituale, ma non viceversa, perché solo Dio può intervenire sul papa.
Questa è la nota “teoria delle due spade” di Bonifacio VIII, alla quale si opporrà, da qui a
pochi anni, la “teoria dei due Soli” di Dante, in base alla quale vi sono due Soli che
splendono, quello spirituale del papa e quello temporale dell’imperatore, e sono due guide,
di ugual valore, per l’uomo, e non devono esserci ingerenze di una sfera nell’altra, anche
se al potere del papa spetta maggior rispetto per la dignità religiosa (cfr. Dante, De
monarchia, libro III, 1312-13).
Si nota come Dante, pur dimostrando un aspetto di modernità e di laicità, nell’affermare
l’indipendenza reciproca dei due poteri, sia ancora fortemente legato al Medioevo, dal
momento che parla sempre di “Impero” e mai di “Stato”, a differenza di quanto farà, nel
1324, Marsilio da Padova nel Defensor Pacis. L’aspetto laico del pensiero dantesco avrà
molta fortuna nei secoli, fino ad arrivare alla nota teoria cavouriana, nell’Ottocento, della
“Libera Chiesa in libero Stato”. Nel Defensor Pacis Marsilio da Padova traccerà le linee di
uno Stato laico, indipendente e superiore alla Chiesa, che deve essere retta da
un’assemblea di vescovi ed organizzata democraticamente, e non dal papa; per le sue
tesi conciliariste ed anti-papiste, che saranno sconfessate dal Concilio di Basilea nel 1431,
di cui parleremo più avanti, Marsilio da Padova sarà costretto a rifugiarsi in Germania
presso Ludovico il Bavaro.
Un altro elemento di laicità di questo periodo è la “Bolla d’oro”, emanata nel 1356
dall’imperatore Carlo IV di Lussemburgo (successore di Arrigo VII, evocato da Dante per
riportare pace tra le fazioni in Italia), con la quale si stabilì che la carica imperiale
avvenisse per elezione da parte di un’assemblea di principi elettori costituita da 7 membri,
dei quali 3 ecclesiastici e 4 laici: in tal modo si pose fine a qualsiasi ingerenza papale, in
quanto gli imperatori non venivano più incoronati dal papa.
Ma Bonifacio VIII non si era reso conto che i tempi erano diversi da quelli della lotta per le
investiture tra Gregorio VII ed Enrico IV, alla fine del Mille, ed anche dalla teocrazia di
Innocenzo III, all’inizio del Duecento: Filippo IV, forte dell’appoggio del popolo francese,
prevenne la scomunica del papa ed inviò a Roma Guglielmo di Nogaret, che arrestò il
papa, che fu così umiliato e forse (non vi è infatti la certezza) anche schiaffeggiato da
Sciarra Colonna (un esponente della famiglia romana dei Colonna, che Bonifacio aveva
invano cercato di corrompere per la sua elezione a pontefice massimo) ad Anagni, presso
Roma, ove si era rifugiato. L’episodio è noto come “schiaffo di Anagni”. Il papa fu portato
prigioniero in Francia, poco dopo liberato, ma dopo pochi giorni morì.
Le pretese universalistiche della Chiesa erano ormai inevitabilmente tramontate: il nuovo
papa, Clemente V, era francese, e la decisione della sua elezione fu ovviamente
caldeggiata dal re di Francia: la sede del papato fu trasferita da Roma ad Avignone, in
Provenza, per volontà dello stesso Filippo IV, che voleva evidentemente controllare la
Chiesa e porla sotto l’egemonia della corona. Questo atteggiamento politico, non solo di
Filippo IV, ma in generale dei re di Francia e del potere laico francese è definito
“gallicanesimo”. La sede del papato rimase ad Avignone dal 1309 al 1377, per quindi
quasi un settantennio, durante il quale si succedettero ben 7 papi sulla cattedra di Pietro;
in questo periodo il papato avignonese conobbe una fase di forte corruzione e
mondanizzazione, contro la quale di scagliò Francesco Petrarca nel sonetto del
Canzoniere “Fontana di dolore, albergo d’ira”.

II.9. Documenti
2. Bonifacio VIII, Bolla “Unam Sanctam” (1302).
Emerge l’interpretazione faziosa del papa, che, in mala fede, travisa il significato delle
Scritture per accreditare la propria tesi teocratica.
“Noi sappiamo dalle parole del Vangelo che in questa Chiesa e nel suo potere ci sono due
spade, una spirituale, cioè, e una temporale, perché quando gli Apostoli dissero <<Ecco
qui due spade >> - che significa nella Chiesa, dato che erano gli Apostoli a parlare – il
Signore non rispose che erano troppe, ma che erano sufficienti. E chi nega che la spada
temporale appartenga a Pietro, ha male interpretato le parole del Signore, quando dice:
<< Rimetti la tua spada nel fodero >>. Quindi ambedue sono in potere della Chiesa, la
spada spirituale e quella materiale; una invero deve essere impugnata per la Chiesa,
l’altra dalla Chiesa, la prima dal clero, la seconda dalla mano di re o cavalieri, ma secondo
il comando e la condiscendenza del clero, perché è necessario che una spada dipenda
dall’altra e che l’autorità temporale sia soggetta a quella spirituale […]. Ma è necessario
che chiaramente affermiamo che il potere spirituale è superiore a ogni potere terreno in
dignità e nobiltà, come le cose spirituali sono superiori a quelle temporali […]. Così si
avvera la profezia di Geremia riguardo la Chiesa ed il potere della Chiesa:
<< Ecco, oggi io ti ho posto sopra le nazioni e sopra i regni >>. Perciò se il potere terreno
erra, sarà giudicato da quello spirituale; se il potere spirituale inferiore sbaglia, sarà
giudicato dal superiore; ma se erra il supremo potere spirituale, questo potrà essere
giudicato solamente da Dio e non dagli uomini, del che fa testimonianza l’Apostolo:
<< L’uomo spirituale giudica tutte le cose; ma egli stesso non è giudicato da alcun
uomo >>, perché questa autorità, benché data agli uomini ed esercitata dagli uomini, non
è umana, ma senz’altro divina, essendo stata data a Pietro per bocca di Dio e fondata per
lui e i suoi successori su una roccia, che egli confessò, quando il Signore disse allo stesso
Pietro: << Qualunque cosa tu legherai in terra sarà legata in cielo e qualunque cosa tu
scioglierai in terra sarà sciolta in cielo >>. Perciò chiunque si oppone a questo potere
istituito da Dio, si oppone ai comandi di Dio […]. Quindi noi dichiariamo, stabiliamo,
definiamo e affermiamo che è assolutamente necessario per la salvezza di ogni creatura
umana che essa sia sottomessa al pontefice di Roma”.
3. Francesco Petrarca, “Fontana di dolore, albergo d’ira”, in Rerum vulgarium fragmenta,
sonetto CXXXVIII.
“Fontana di dolore, albergo d’ira, A
scola d’errori, et templo d’eresia, B
già Roma, or Babilonia falsa et ria, B
per cui tanto si piange e si sospira; A

o fucina d’inganni, o pregion dira, A


ove ‘l ben more, e ‘l mal si nutre e cria, B
di vivi inferno, un gran miracol fia B
se Cristo teco alfine non s’adira. A

Fondata in casta et humil povertate, C


contra’ tuoi fondatori alzi le corna, D
putta sfacciata: et dove ài posto spene? E

Ne gli adùlteri tuoi? ne le mal nate C


richezze tante? Or Constantin non torna; D
ma tolga il mondo tristo che ‘l sostene. E
Commento.
E’ un sonetto petrarchesco contro la Curia avignonese, definita una Babilonia falsa e
malvagia, che è un grande miracolo se Cristo non si adira; lì il bene muore ed il male si
nutre e cresce; castità e povertà sono sostituite da adulterio e ricchezze di questa
meretrice, “putta”; poiché l’imperatore Costantino non può tornare a punirla, è giusto che
sopporti le pene dell’Inferno.
Storiografia.
4. H. Grundmann, Movimenti religiosi nel Medioevo, Il Mulino, Bologna, a c. di L. Santini,
1980, p. 470:
“Papa Giovanni XXII condannò come eretica la dottrina della povertà assoluta secondo
l’esempio di Cristo e degli apostoli”.
5. Umberto Eco, Il nome della rosa, Bompiani, Milano, 1989.
“La vexata quaestio se Cristo considerasse di sua proprietà la tunica che portava non
deve condurre all’idea che la Chiesa debba essere povera?”
Commento: nel Medioevo fu infatti convocato addirittura un concilio per stabilire se la
tunica indossata da Gesù fosse o meno di proprietà; il dibattito si allargò poi alla questione
della povertà della Chiesa, sulla quale insistevano i frati dolciniani, cioè seguaci di Dolcino,
in alta Lombardia, considerati eretici (nel testo echiano il frate Salvatore è indicato come
eretico dolciniano e sarà arso sul rogo; i dolciniani uccidevano i ricchi vescovi, accusandoli
di aver tradito lo spirito di povertà di Cristo).
6. Jonathan Sumption, Monaci, santuari, pellegrini. La religione nel Medioevo, Editori
Riuniti, Roma, a c. di M. Lucioni, 1981.
“Il concilio di Costanza decretò rigorose restrizioni alla concessione delle indulgenze,
esprimendo il timore che <<a causa del loro grande numero, possano cadere in
discredito>>. Ma il danno era già stato fatto. […]. Le indulgenze avevano insegnato agli
uomini a considerare il merito una merce. La credenza che le indulgenze potessero
liberare dal Purgatorio era una pietra angolare della pietà tardo-medievale, ma le sue
origini affondano solide radici nel passato. […]. Troviamo quest'idea nella letteratura
penitenziale del IX secolo e nelle leggi canoniche dell' XI”.
7. J. Le Goff, La nascita del Purgatorio, Einaudi, Torino, 1982.
“Con la creazione del Purgatorio la Chiesa assumeva fino in fondo il ruolo di inteemediario
tra Dio e gli uomini, attraverso l’intercessione che essa svolgeva in favore della remissione
delle pene dei purganti. Il giubileo organizzato nel 1300 consolida e potenzia in questo
senso il potere della Chiesa romana. Il papa, arrogandosi il diritto, tramite l’indulgenza
plenaria, della remissione delle pene, assumeva un ruolo centrale nel meccanismo
salvifico e si costituiva come assoluta potenza terrena, unica guida dell’umanità verso la
salvezza”.

II.10. L’eresia di Huss.


Contro la corruzione e la mondanizzazione della Chiesa ed a favore di una profonda
riforma morale del clero, sulle orme di Jonh Wycliffe, nel 1415, in Boemia, si diffuse il
movimento di Jan Huss, studente e poi docente dell’Università di Praga e dei suoi
seguaci, gli hussiti, a favore di un ritorno alla Chiesa delle origini, umile, povera,
evangelica. Huss fu accusato di eresia, arrestato, torturato ed arso vivo sul rogo ed il
movimento hussita fu disperso, ma anche le idee di Huss, come quelle di Wycliffe,
avranno un grande peso sulla Riforma luterana del secolo successivo. In realtà, Huss fu
scomunicato e condannato (Wycliffe invece si salvò e morì in comunione con la Chiesa)
anche perché le sue idee, oltre a denunciare la corruzione del clero, miravano anche
all’indipendenza politica della Boemia dall’Impero germanico e le sue prediche ed i suoi
appelli alla libertà rivolti al popolo boemo erano quindi considerati politicamente pericolosi.
Huss aveva considerato Wycliffe come il suo maestro, negò il valore dell’assoluzione
impartita da un prete e si rifiutò di ritrattare le sue tesi anche in punto di morte,
“sostenendo che le accuse erano false e che la Sacra Scrittura era l’unico giudice della
dottrina”.

II.11. Storiografia: .
2. M. D. Konwless – D. Obolensky, Nuova storia della Chiesa. Il Medioevo (600-1500),
Marietti, Milano, vol. II, a c. di A. M. Berti:
“I lollardi predicavano e vivevano una fede semplice ed evangelica, che si fondava su un’
appassionata condanna della chiesa stabilita. […]. Furono schiacciati dalla repressione
episcopale. […]. Tuttavia Wycliffe rimase un personaggio molto importante. […]. Nei suoi
scritti si trovano riunite per la prima volta ed espresse con vigore quasi tutte le opinioni dei
primi protestanti su argomenti come l’ autorità unica delle Scritture, l'assoluzione
sacramentale, le indulgenze e la struttura della Chiesa. […]. I suoi scritti esercitarono
un'influenza decisiva in Boemia. […]. Giovanni Huss, di umili origini, studente a Praga,
cominciò la sua carriera di predicatore molto presto ed ottenne grandi successi. […]. Fu
influenzato dagli scritti di Wycliffe. […]. Le opere di Wycliffe, così come gli studenti
imbevuti delle sue idee, affluirono in massa a Praga e altrove. Fin dal suo arrivo
all'università, Huss considerò Wycliffe come l'autorità. […]. Fu scomunicato
dall'arcivescovo in quanto seguace dell'eresia. […]. Negò ogni valore all'assoluzione
impartita da un prete. […]. Si rifiutò di condannare le proposizioni che gli venivano
imputate, sostenendo che le accuse erano false. Si rifiutò di ritrattare e insistette
sull'affermazione che la Scrittura era l'unico giudice della dottrina. Dopo essere stato
condannato, fu consegnato all'imperatore. Le circostanze della sua morte sul rogo, che
sopportò con coraggio e pietà, furono raccapriccianti. […]. Huss ebbe un comportamento
sincero, anche se mancò di buon senso tattico”.

II.12. La rivolta romana di Cola di Rienzo e le “Costituzioni Aegidiane”.


Durante il papato avignonese Roma conobbe un periodo di decadenza e di grande
corruzione morale, diffusasi tra la nobiltà, il clero ed il popolo romano, al punto che a
Roma non vi era nemmeno più sicurezza civica per le strade, che erano in mano a predoni
e ladri di ogni genere.
Nel 1347 Cola di Rienzo, un notaio di origini borghesi, capeggiò una rivolta popolare, che
fu però repressa nel sangue dal cardinale Egidio d’Albornoz, inviato a Roma dal nuovo
papa Innocenzo VI (che risiedeva ad Avignone), succeduto a Clemente V. Dieci anni dopo
la repressione, Egidio d’Albornoz emanò le “Costitutiones Aegidiane”, che ebbero una
triplice importanza:
a. Frenarono le proteste popolari;
b. Frenarono le ambizioni nobiliari, accogliendo così, in parte, anche il programma che
aveva animato la protesta popolare di Cola di Rienzo;
c. Costituirono un importante documento per la costruzione di uno Stato della Chiesa.

II.13. Il Grande Scisma d’Occidente e la nascita dello Stato della Chiesa.


Dopo l’elezione di 7 papi francesi e la diffusione dilagante della corruzione e della
mondanizzazione ad Avignone (la Francia era contemporaneamente dilaniata dalla “peste
nera”, come si è visto), il nuovo papa Gregorio XI, nel 1377, decise di rientrare a Roma.
Successore di Gregorio XI fu un papa italiano, Urbano VI, non riconosciuto però dal clero
francese, che elesse un antipapa francese, Clemente VII, che ristabilì ad Avignone la sede
del papato: Urbano VI e Clemente VII non si riconobbero e si scomunicarono a vicenda,
creando così il Grande Scisma d’Occidente. Francia, Scozia e Spagna riconobbero il papa
francese, mentre Italia ed Europa centro-settentrionale riconobbero il papa romano. Due
erano quindi le sedi del papato, in contemporanea: Roma ed Avignone.
Per risolvere la spinosa questione nel 1409 fu convocato il Concilio di Pisa, che depose
entrambi i papi e ne elesse un terzo, ma i due papi destituiti non accettarono le dimissioni
loro imposte e si ebbero così 3 papi contemporaneamente, che non si riconobbero e si
scomunicarono vicendevolmente.
Nel 1414 si aprì un nuovo concilio, il Concilio di Costanza (1414-17), che si chiuse nel
1417: si ribadì qui la supremazia del concilio, cioè dell’assemblea dei vescovi, sul papa
(conciliarismo), che fu accettata dai vescovi, che elessero papa Martino V, con sede del
papato a Roma.
Tuttavia i contrasti in seno alla Chiesa riemersero, per cui, al Concilio di Basilea del 1431,
il nuovo papa Eugenio IV ribadì la superiorità del papa sul concilio (papismo).
I cardinali conciliaristi non riconobbero Eugenio IV e la tesi papista ed elessero un
antipapa, Felice V.
La diatriba si concluse definitivamente con l’elezione di Niccolò V, papa riconosciuto da
tutti: le tesi conciliariste furono sconfitte e la Chiesa si stava ormai configurando sempre
più come una monarchia assoluta retta dal papa, e non come una democrazia
conciliarista, come avrebbe invece voluto Marsilio da Padova.
In conclusione, si può affermare che la Chiesa, fra Trecento e Quattrocento, ha conosciuto
quindi secoli di forte corruzione morale, che rendeva necessaria una riforma, ma se sul
piano etico questo fu un periodo molto oscuro, si deve comunque tener presente che la
parentesi della “cattività avignonese” servì a costruire una monarchia pontificia, cioè a
fare della Chiesa uno Stato, proprio nel momento in cui in tutta l’Europa, tranne che in
Italia, si stanno formando gli Stati nazionali unitari moderni, che nascono come monarchie
assolute. L’universalismo, vale a dire le pretese universalistiche di egemonia assoluta da
parte del papa o dell’imperatore sono ormai definitivamente scomparse.
Schema riepilogativo sul Grande Scisma d’Occidente:
1377: Gregorio XI (ritorno del papato a Roma)
Urbano VI (papa romano: Italia ed Europa centro-settentrionale) / Clemente VII (antipapa
francese: Francia, Spagna e Scozia). I due papi non si riconoscono e si scomunicano.
1409: Concilio di Pisa: viene elettto un terzo papa, con destituzione degli altri due (3 papi
contemporaneamente, che non si riconoscono e si scomunicano).
1414-17: Concilio di Costanza: conciliarismo, Martino V (papato a Roma)
1431: Concilio di Basilea: Eugenio IV / Felice V (antipapa)
Niccolò V (papismo)

II.14. La nascita del Portogallo e della Confederazione elvetica.


Il Portogallo, alla fine del Trecento, si costituì come Stato nazionale unitario con Guzman
d‘ Aviz e con le Ordinanze Alfonsine, una sorta di “Costituzione” del 1448, emanate da
Alfonso V d'Aragona. Enrico il Navigatore nel corso del ‘400 farà del Portogallo una
grande potenza economica, commerciale e marittima, al pari ed in concorrenza con
Genova, Venezia e l'Olanda, grazie ad una pace commerciale stipulata con l'Inghilterra.
Con la pace di Basilea del 1499 anche la Svizzera nasce come Confederazione elvetica e
conquista l'indipendenza dall'impero tedesco, grazie al suo esercito, che si pose al
servizio di signori stranieri, caratterizzandosi come compagnie di ventura (eserciti
mercenari).

II.15. La nascita degli Stati nell’Europa Orientale: Polonia e Russia.


La Polonia era governata dai Cavalieri Teutonici, ossia tedeschi, che furono però sconfitti
dai polacchi nella battaglia di Tannenberg nel 1410, dopo la quale la Polonia si costituì
come Stato nazionale e fu governata dai nobili Jagelloni e la classe sociale emergente fu
la nobiltà terriera. L'economia era basata sulla servitù della gleba ed i contadini furono
ridotti in schiavitù: lo Stato nazionale unitario di Polonia fu quindi fortemente aristocratico.
Ivan III il Grande liberò la Russia dal controllo dei Mongoli ed alla fine del Quattrocento
nacque così lo Stato Russo, caratterizzato da un forte potere dell'aristocrazia agraria, i
Boiari, e della Chiesa ortodossa, già nata con lo Scisma d'Oriente del 1054, prima
collaboratrice del potere degli Zar in Russia (“zar”, contrazione dal latino “Caesar”, cioè
imperatore), al punto tale che Mosca fu considerata la “terza Roma”, dopo Roma e
Costantinopoli (l’antica Bisanzio, divenuta prima Costantinopoli ed in seguito Istanbul). Gli
zar si considerarono imperatori per volontà divina.
Sia la Polonia che la Russia, quindi gli Stati nazionali dell'Europa orientale, sorsero come
monarchie assolute ove l'aristocrazia terriera era la classe principale, in un momento in cui
tale classe sociale veniva sconfitta in tutta l'Europa Occidentale, come hanno dimostrato i
casi di Francia ed Inghilterra.

II. 16. L’Impero Ottomano e la caduta dell’Impero bizantino.


Nella metà del Quattrocento si costituì anche l'Impero Ottomano, che prese il nome dal
grande comandante Othman, del ‘300. Il fondatore dell'Impero Ottomano fu Maometto II,
che nel 1453 conquistò Costantinopoli, che aveva inizialmente sperato, ma invano,
nell'aiuto di Venezia. I turchi ribattezzarono la città di Costantino con un nome turco,
Istanbul: l'impero Ottomano cominciò a rappresentare un pericolo per la cristianità e
divenne una struttura solida e centralizzata (almeno nei primi secoli della sua esistenza),
in cui il sultano aveva poteri illimitati, ma governava con l'aiuto dei ministri (vizir) e dei
pascià (amministratori delle province). L'Impero Bizantino, governato dalla dinastia greca
dei Paleologi, era ormai in crisi economicamente e politicamente. L'impero Ottomano
comprendeva così molti territori, dall'Asia Minore (Turchia o Penisola Anatolica) all'Europa
Balcanica (Mar Nero, Romania, Albania, Montenegro, Macedonia, Grecia, Bulgaria,
Serbia), al Nord Africa (Libia ed Etiopia). Crollerà soltanto alla fine della prima guerra
mondiale, quando nascerà il moderno Stato della Turchia con il Trattato di Sèvres del
1920.
SULTANO (poteri illimitati);
VIZIR (ministri);
PASCIA’ (amministratori delle province).

III. COMUNI, SIGNORIE, PRINCIPATI E STATI REGIONALI NELLA PENISOLA ITALIANA.


LE INVENZIONI DELL’UMANESIMO E LE GUERRE D’ITALIA.

[Link] crisi del comune.


L'istituzione comunale aveva caratterizzato l'Italia centro-settentrionale nei secoli d'oro e
nel Basso Medioevo, ma tra Duecento e Trecento entrò in crisi. Fin dalla sua nascita, il
comune è stato accompagnato da lotte intestine, come quelle tra guelfi e ghibellini e tra
guelfi bianchi e neri a Firenze, o tra le maggiori famiglie aristocratiche prima. Ma le lotte
tra i consoli si sono estese anche al comune podestarile e delle Arti, come dimostrato dal
tumulto dei Ciompi a Firenze (1378-82).
Vediamo i principali elementi che hanno condotto alla crisi della società comunale ed alla
sua conseguente transizione verso quella signorile:
1)Il capitano del popolo, un magistrato forestiero succeduto al podestà, avrebbe dovuto
rappresentare anche gli interessi del popolo minuto ma, di fatto, rappresentava solo quelli
delle maggiori famiglie.
2) Un altro elemento di crisi fu dovuto all'espansione dei comuni maggiori ai danni di quelli
minori, che venivano così fagocitati fino a scomparire. Si assiste quindi ad un processo di
sgretolamento del particolarismo feudale e comunale a vantaggio di istituzioni più grandi,
le Signorie.
3) Tra i comuni entrano in crisi anche le repubbliche marinare, come dimostra il caso di
Venezia: tale crisi è dovuta la nascita dell'impero Ottomano, che minacciava le coste
europee ed italiane e Venezia fu costretta quindi a trovare nell'interno, e non più sul mare,
la propria espansione commerciale.

III.2. La nascita delle Signorie.


La crisi del comune, nelle ultime fasi del suo sviluppo, ebbe come diretta conseguenza la
nascita delle Signorie, consistenti nella consegna del potere nelle mani di un solo uomo, il
signore, che spesso, demagogicamente, si presentava come “super partes” alle fazioni
intestine particolari. Il signore è la nuova figura di governatore che si sostituisce alle classi
in lotta. Il signore era generalmente un ex podestà o un discendente aristocratico di una
famiglia importante o un capitano di ventura, figura del tutto nuova nel primo Quattrocento.
Il Signore viene investito dal basso, dal popolo, di tutti i poteri, ed il passaggio dai comuni
alle Signorie fu molto rapido perché era forte l'esigenza, da parte del popolo, di cercare un
solo uomo che potesse garantire la pace e porre fine alle discordie. Le Signorie si
diffusero un po' ovunque, ma, come per i comuni, soltanto nell’Italia del centro-nord, ed
ebbero un carattere eterogeneo, ma possiamo tuttavia riscontrare alcuni elementi comuni:
1)ogni signoria rischiava di essere facilmente spodestata da chi ambiva al potere,
cosicché la crisi delle Signorie divenne facile e rapida come l'ascesa;
2)il signore, che si dichiarava demagogicamente “super partes”, di fatto avvantaggiava la
classe magnatizia (popolo grasso);
3)il Signore intraprese guerre di espansione territoriale, che portarono presto alla nascita
di Stati regionali.

III.3. Principati e Stati regionali.


Anche se Chiesa ed Impero erano istituzioni politicamente in crisi, rappresentavano
comunque un riferimento sempre importante: la trasformazione delle Signorie in Principati
consiste proprio nel fatto che il Signore ottiene la legittimazione del proprio potere dal
papa o dall'imperatore e ciò rendeva così la signoria ereditaria. Il principe (princeps) è
lontano dalla base, dal popolo, a differenza delle autorità comunali: il principe concentra
nelle sue mani ogni potere, quello di far guerra, amministrare la giustizia, riscuotere le
tasse. Tra ‘400 e ‘500, nel nord Italia, durante il Rinascimento, i Principati sono
caratterizzate da una raffinata vita di corte, lussuosa e molto fastosa; si circondano di
artisti e poeti che tendono ad esaltare la grandezza del principe. E’ una nuova forma di
mecenatismo, alla quale fu chiamata tutta la cerchia dei cortigiani, come Ariosto e Tasso
alla Corte degli Estensi a Ferrara. Il mecenatismo, nato con Mecenate in età romana, era
un fenomeno culturale già conosciuto nel Mezzogiorno, nel Duecento, con l'imperatore
Federico II di Svevia, egli stesso letterato (scrisse La caccia col falcone). Anche a Firenze,
Guelfi e Ghibellini, con il passare del tempo, perdono il loro significato originario di
partigiani del Papato o dell'Impero per diventare fazioni in lotta per il dominio della città, in
quanto Papato ed Impero, le due istituzioni universalistiche, sono politicamente in crisi e
non c'è più bisogno di lottare per esse. Evoluzione politica in Italia: Feudalesimo =>
Comuni => Signorie => Principati => Stati regionali.

III.4. Visconti e Sforza a Milano.


A Milano si ebbero due signorie, prima quella dei Visconti, poi quella degli Sforza.
L'iniziatore della Signoria fu Matteo Visconti, che allargò il dominio di Milano al Piemonte
ed all'Emilia.
Gian Galeazzo proseguì l'espansione di Milano nell'Italia del Nord, in Veneto, Toscana ed
Umbria, ma la sua politica espansionistica fu bruscamente interrotta dalla sua morte, che
causò un periodo di crisi politica a Milano, e diversi territori riconquistarono l'autonomia,
come la Toscana.
La crisi non fu risolta da Filippo Maria Visconti, che tentò inutilmente di riconquistare la
città di Firenze.
Gli successe Francesco Sforza, che inaugurò una nuova dinastia regnante.
A lui seguì Ludovico il Moro.

III.5. Le Signorie a Mantova, Ferrara, Urbino, Firenze, Rimini, Venezia, Genova, Pisa.
A Mantova la signoria dei Gonzaga seppe mantenere, in questo periodo di lotte, una
politica di equilibrio.
A Ferrara la signoria degli Estensi (famiglia d'Este) ebbe l'appoggio della Chiesa con il
cardinale Ippolito d'Este; politicamente, anche gli Estensi seppero mantenere una politica
di equilibrio; con il duca Ercole I d'Este ed il cardinale Ippolito si diede un forte impulso al
mecenatismo, con i poeti Ludovico Ariosto e Torquato Tasso. Notevole la loro reggia, il
“Palazzo dei Diamanti”.
Ad Urbino, nelle Marche, regnò la famiglia dei Montefeltro.
A Firenze, con Cosimo il Vecchio i Medici (famiglia oggi estinta, era originariamente
proprio una famiglia di medici) controllava tutte le banche della città (come i grandi
banchieri Bardi e Peruzzi e, nel 1472, il Monte dei Paschi di Siena), che conobbe un
periodo di splendore politico, economico e culturale anche con Lorenzo il Magnifico, nipote
di Cosimo il Vecchio, letterato e mecenate (scrisse i Canti carnascialeschi per il carnevale
fiorentino e varie ballate). Fondarono l’Accademia Platonica, un circolo di studiosi che
tradussero dal greco tutte le opere di Platone.
Rimini è governata dalla famiglia Malatesta (nel Medioevo ricordiamo Paolo Malatesta,
l’amante di Francesca da Rimini, celebrati da Dante nel V° canto dell’Inferno).
Venezia conobbe un periodo floridissimo sul piano politico grazie alla Serrata del Maggior
Consiglio del 1297, l'organo di governo dei Dogi, con il quale la “Serenissima Repubblica
di Venezia” si chiuse in un rigido e stabile regime oligarchico, in quanto potevano far parte
del governo soltanto i discendenti di ex membri. Venezia fu quindi retta da un'oligarchia
rigidamente ereditaria.
Genova sconfisse Pisa nel 1284 con la battaglia avvenuta presso lo scoglio della Meloria,
(in Toscana, nel tratto di mare tra Viareggio e l’isola d’Elba), e fu una repubblica florida,
attiva nei commerci e politicamente governata da un'aristocrazia stabile, simile a quella
veneziana; divenne un centro bancario tra i più importanti d'Europa, con le famiglie Doria
e Della Costa, mentre Pisa si avviava verso un inesorabile declino.
III.6. La congiura dei Pazzi a Firenze.
Nel 1478, intorno alla famiglia Pazzi, a Firenze, si raccoglievano tutte le correnti
antimedicee: il fratello di Lorenzo il Magnifico, Giuliano de' Medici, fu assassinato in
cattedrale durante una messa, mentre Lorenzo riuscì a salvarsi, fuggendo in sacrestia.
Lorenzo mantenne però saldamente il potere, eliminando tutti i Pazzi ed i loro alleati.

III.7. L'Italia meridionale dagli Angioini agli Aragonesi.


Molto diversa è la situazione politica nell'Italia meridionale, ancora inglobata nella feudalità
normanna, che impedisce lo sviluppo dei liberi comuni, come dimostra il caso di Amalfi,
fiorente repubblica marinara.
Nel 1250 era morto Federico II di Svevia ed il potere era passato agli Angioini con Carlo
d'Angiò, una dinastia francese, e questo grazie ai legami tra la Francia e la Chiesa.
La capitale del regno del Sud fu trasferita dalla Sicilia a Napoli e questo causò forti
reazioni in Sicilia.
Né segui una guerra che si concluse nel 1302 con la pace di Caltabellotta: si conferì il
dominio temporaneo della Sicilia gli Aragonesi (una famiglia d’origine spagnola) e quello di
Napoli agli Angioini, ma con la clausola che alla morte di Federico d'Aragona la Sicilia
avrebbe sarebbe tornata agli Angioini.
Tale clausola non fu rispettata e ne seguirono altri scontri, alla fine dei quali gli Aragonesi,
furono i vincitori e riunificarono le corone di Napoli e di Sicilia con Alfonso V d'Aragona.

III.8. La congiura dei baroni a Napoli.


Ad Alfonso V successe Ferrante d'Aragona, che nel 1485 sventò la congiura dei baroni,
ossia delle correnti angioine filo-francesi e filo-clericali, invitando i nobili angioini a cena
nel castello del “Maschio Angioino” (la fortezza di Castelnuovo, sul mare, accanto al porto
di Napoli, oggi sede amministrativa del comune partenopeo) ed avvelenandoli.
Il popolo, in ogni caso, rimase in miseria e la nobiltà, al sud, continuò a spadroneggiare: le
lotte feudali rendevano al sud la situazione politica ed economica molto più instabile e
critica rispetto al centro-nord.

III.9. Milano con Francesco Sforza.


Anche al nord non mancarono contrasti tra le grandi città, come dimostra la battaglia di
Maclodio del 1427, nella quale i veneziani sconfissero i milanesi (la vicenda è illustrata da
Manzoni nella tragedia in versi Il Conte di Carmagnola, personaggio accusato di
spionaggio a favore dei veneziani).
Venezia divenne la più importante potenza militare dell'Italia del Nord, mentre a Milano
stava tramontando la signoria viscontea.
Gli Sforza, con Francesco Sforza, succeduto ai Visconti, cercarono un'alleanza con
Firenze contro Venezia, ma non portò alcun risultato.

III.10. La caduta di Costantinopoli e la Pace di Lodi.


Intanto nel 1453 Maometto II aveva conquistato Costantinopoli, cambiando il nome in
Istanbul: fu un durissimo colpo per la cristianità ed anche Venezia era molto preoccupata
dal pericolo islamico per i commerci sul mare; tale pericolo indusse gli Stati regionali
italiani a sottoscrivere la pace di Lodi nel 1454, con la quale si assicurò un periodo di pace
all'Italia, pace destinata a durare un quarantennio, fino al 1494. Tale pace, incoraggiata
dalla Chiesa e da Lorenzo il Magnifico a Firenze, fu sottoscritta inizialmente da Roma,
Firenze, Milano, Venezia e Napoli, in seguito da tutti gli altri principati della penisola.
III.11. La discesa di Carlo VIII, la repubblica savonaroliana a Firenze ed il ritorno dei
Medici.
Nel 1494 Carlo VIII, re di Francia, interessato all'Italia, occupò il ducato di Milano,
chiamato dagli stessi milanesi, di nuovo in preda a scontri intestini; in seguito il re di
Francia scese nella penisola, ma fu fermato e sconfitto a Fornovo sul Taro, in Emilia, e
costretto a tornare in Francia. La sua discesa aveva comunque dimostrato la fragilità
politica italiana, nonostante la pace di Lodi. Durante la discesa di Carlo VIII, i Medici
abbandonarono Firenze e si formò, al posto della Signoria medicea, una repubblica, retta
dalle “infuocate” prediche apocalittiche di un frate domenicano, Gerolamo Savonarola, che
resse la Repubblica Fiorentina dal 1494 al 1498. Insieme ai suoi seguaci, detti Piagnoni,
inveì violentemente contro la corruzione della Chiesa, imponendo, a Firenze una
rigidissima riforma dei costumi (con il “divino falò delle vanità” vennero dati alle fiamme, ad
esempio, insigni opere d'arte), che causò la nascita di gruppi anti-savonaroliani. Il papa
Alessandro VI Borgia (una nobile e potente famiglia spagnola), uomo di nota
spregiudicatezza politica e morale (fu, insieme a Bonifacio VIII, uno dei papi più corrotti
della storia della Chiesa), scomunicò il frate, che respinse la scomunica poiché
proveniente da un papa corrotto, ma gli Arrabbiati, un gruppo anti-savonaroliano, presero
il potere e fecero condannare il frate per eresia: Savonarola fu impiccato ed arso sul rogo
nel 1498 a Firenze, in Piazza della Signoria, per volontà del papa Alessandro VI,
sostenuto dagli Arrabbiati e dal popolo fiorentino, stremato e spaventato dalle prediche del
fanatico frate. Dopo Savonarola, arso sul rogo il 23 maggio 1498, La Repubblica fiorentina
resse fino al 1512, quando tornarono i Medici, con l’appoggio del papato (molti papi
provenivano dalla famiglia De’ Medici).

III.12. Documenti e storiografia.


Documenti.
1. Francesco Guicciardini, “Proemio” alla Storia d’Italia.
Premessa: lo storiografo del ‘500 Francesco Guicciardini vede nella morte di Lorenzo il
Magnifico, avvenuta nel 1492 (stessa data della scoperta dell’America e della presa di
Granada da parte dei cattolici spagnoli contro gli Arabi che abitavano ancora l’Andalusia)
l’inizio delle calamità non soltanto di Firenze, ma di tutta l’Italia.
“Quando, nel mese di aprile dell'anno mille quattrocentonovantadue, sopravenne la morte
di Lorenzo de' Medici, morte acerba a lui per l'età, perché morì non finiti ancora i
quarantaquattro anni, acerba alla patria, la quale, per la riputazione e prudenza sua e per
lo ingegno altissimo a tutte le cose onorate e eccellenti, fioriva maravigliosamente di
ricchezze e di tutti quegli beni e da quali suole essere nelle cose umane la lunga pace
accompagnata. Ma e fu morte incomodissima al resto d'Italia, così per l'altre operazioni le
quali da lui, per la sicurtà comune, continuamente si facevano, come perché era mezzo a
moderare e quasi uno freno ne’ dispareri e ne’ sospetti i quali, per diverse cagioni, tra
Ferdinando e Lodovico Sforza, principi di ambizione e di potenza quasi pari, spesse volte
nascevano”.
2. G. Vasari, Vite, Einaudi, Torino, 1991.
Premessa: nel 1550 Giorgio Vasari, genio poliedrico del Rinascimento, scrittore, architetto,
pittore, scrive le celebri Vite, una sorta di biografie degli uomini più eccellenti del Medioevo
e del suo tempo, in cui esalta il progresso civile e culturale italiano e specificamente
toscano e fiorentino che si verificò nel Rinascimento, il secolo in cui l’autore visse. Nel
Rinascimento si imitarono e superarono i classici greci e latini.
“Gli ingegni che vennero, ritornarono ad imitare le antiche maniere con tutta l’industria e
l’ingegno loro. Ma quello che importa il tutto di questa arte è che l’hanno ridotta oggi
talmente perfetta e facile per chi possiede il disegno, l’invenzione ed il colorito, che dove
prima da que’ nostri maestri si faceva una tavola in sei anni, oggi in un anno questi
maestri ne fanno sei, e molto più si veggono finite e perfette che non facevano prima gli
altri maestri. Credasi ed affermisi adunque, che se in questo nostro secolo fusse la giusta
remunerazione, si farebbono senza dubbio cose più grandi, e molto migliori che non
fecero mai gli antichi”.
Storiografia.
1. M. Weber, Economia e società, 1920, “la genesi della modernità”.
Il sociologo tedesco del primo ‘900 Max Weber nell’opera Economia e società (1920) si è
interrogato sulla genesi della modernità ed ha affermato che questa è nata con
l’industrializzazione e la rivoluzione industriale inglese del ‘700, preparata però da quello
che definisce “disincantamento del mondo“: è una visone distaccata, fredda, razionale dei
rapporti umani. Il disincantamento è fondato per Weber su due momenti storici precisi:
1)la nascita delle grandi religioni storiche monoteistiche (buddismo, confucianesimo,
islamismo, ebraismo, cristianesimo). Queste religioni hanno separato nettamente le due
sfere (immanente e trascendente ), in modo che il mondo terreno è diventato dominio
della ragione, mentre a Dio è rimasta la sfera trascendente;
2)l’avvento della burocrazia, che ha fatto terminare la “gestione familiare “, privata dello
Stato, è finita la confusione tra sfera pubblica e sfera privata: i funzionari hanno ruoli fissi,
sono pagati per seguire regole precise nelle procedure pubbliche. Per Weber, la
burocrazia è nata con la società dell’antico Egitto, rigidamente separata in caste
(sacerdoti, faraoni, scribi, militari, operai, contadini, schiavi ), si è perfezionata durante le
lotte tra Papato ed Impero nel Medioevo e sotto le grandi monarchie europee nate nel
‘400. Si consideri la seguente mappa concettuale riepilogativa:
I)
A)MONOTEISMO=>TRASCENDENTE
=>IMMANENTE
=>II) DISINCANTAMENTO=>III) NASCITA DELLA

B)BUROCRAZIA (gestione oggettiva)


MODERNITA’

2. J. Burckhardt, La civiltà del Rinascimento in Italia, Sansoni, Firenze, 1921.


Premessa: Jacob Burckardt è stato un importantissimo storico svizzero, collega di
Nietzsche durante la docenza universitaria a Basilea. Ha studiato in particolare il
Rinascimento italiano, come emerge dalla sua famosissima opera del 1860 La civiltà del
Rinascimento in Italia. Viaggiò in Italia e rimase letteralmente innamorato del Paese,
poiché in Italia, egli scrisse, si presero come modelli gli antichi greci e latini, e questa non
fu soltanto una “moda intellettuale”, ma un “costume” seguito anche dalle persone più
semplici.
La crisi dell’Impero e del Papato fu per l’autore un dato positivo, perché la cultura si
“laicizzò” e si allontanò dall’oscurantismo in cui era stata ridotta nel Medioevo, periodo
considerato quindi antitetico al Rinascimento, in cui sorsero, in luogo delle due grandi
istituzioni universalistiche medievali, gli Stati nazionali unitari.
“In Italia si ha un vero entusiasmo per tutto ciò che è antico, e non da parte dei dotti
soltanto, ma del popolo intorno, perché vi si scorge la rimembranza dell'antica grandezza,
e perché sia un allettamento a darvi opera nella facile intelligenza del latino e nella copia
di memorie e monumenti, che ancora esistono. Da questo impulso sorge e si sviluppa una
creazione affatto nuova, lo spirito moderno italiano, destinato a dare impulso a tutto il
mondo occidentale. Ma la cultura, se voleva svincolarsi dal fantastico del Medioevo, non
poteva passare improvvisamente per mezzo del solo empirismo alla cognizione del mondo
fisico e morale; essa aveva bisogno di una guida, e come tale si offerse la classica
antichità. Da essa si tolsero con riconoscenza e ammirazione le forme e la materia, e se
ne costituì per un certo tratto di tempo l'essenziale di ogni cultura. Anche le condizioni
generali d'Italia favorirono un tale indirizzo: l'Impero aveva rinunciato all'Italia, o non aveva
avuto la forza di mantenervisi; il papato aveva emigrato ad Avignone; [...] lo spirito della
nazione, ridestatosi alla coscienza di sé, ora volto alla ricerca di un ideale nuovo e
durevole, […]. Tornati in possesso dell'antica loro coltura, gl’ Italiani si accorsero ben
presto di essere la nazione più avanzata del mondo”.

III.13. Le invenzioni ed i perfezionamenti dell’Umanesimo: stampa, polvere da sparo,


bussola, orologi.
Intorno alla metà del Quattrocento il tedesco Johann Gutenberg inventò i caratteri mobili
stampati: l'invenzione della stampa fu una vera rivoluzione nella comunicazione, in quanto
permise una fruizione maggiore dei testi, non più limitata ad una ristretta cerchia di
intellettuali. Entra così in crisi la tradizione dei monaci amanuensi e la cultura acquista un
carattere più laico. Il primo libro stampato fu la Bibbia, che ebbe un successo immenso
(ancora oggi è il libro più letto al mondo). A Venezia nacquero le prime stamperie, presto
diffuse in Francia, in Germania ed in tutta l'Europa; l'editoria divenne una nuova attività
commerciale e facilitò il processo di alfabetizzazione delle masse. La cultura usciva così
dall'esclusivo monopolio ecclesiastico. Tutta l'Europa centro-settentrionale, alla fine del XV
secolo, conosceva la stampa. I primi libri stampati nel Quattrocento furono detti
“incunaboli” (dal cuneo con i quale erano impresse le lettere sulla pergamena), quelli del
Cinquecento furono chiamati “cinquecentine”. I caratteri mobili, prima di legno, furono
sostituiti con quelli di metallo. Grande editore veneziano fu Aldo Manuzio (le “manuziane”
erano le pregiate edizioni di Manuzio).
Altra grande invenzione dell'Umanesimo, in campo balistico, fu quella della polvere da
sparo, che consentì il passaggio dalle armi da taglio a quelle da fuoco. La polvere da
sparo era già stata inventata in Cina nel Duecento ed usata per i fuochi d'artificio volti a
celebrare l’imperatore, oltre che per incendiare pietre che venivano lanciate da specie di
catapulte durante le guerre. Le armi da fuoco caratterizzeranno le guerre dell'Europa
moderna.
Nell' Umanesimo l'uomo diventa inoltre padrone dello spazio, con l'invenzione della
bussola, che consente nuove scoperte geografiche (nel Medioevo si viaggiava solo per
pellegrinaggi religiosi, mentre l'uomo dell'Umanesimo viaggia per conoscere nuovi
territori).
Con il perfezionamento degli orologi, che sostituiscono sempre di più le vecchie
meridiane, l'uomo del Rinascimento diventa anche padrone del tempo: gli orologi
medievali erano i grandi quadranti delle cattedrali, via via si perfezionano, diventano più
piccoli, prima da taschino, poi da polso. Inizialmente girava il quadrante e le lancette
stavano ferme, in seguito saranno le lancette a muoversi. I primi orologi, sulle cattedrali e
sui palazzi comunali avevano una sola lancetta, quella delle ore, in seguito si aggiungerà
anche quella per segnare i minuti. Si passa poi all’orologio da taschino, nel ‘700, ed
all’orologio da polso, nel primo ‘900.

III.14. Le guerre d’Italia (1494-1559): il conflitto franco-asburgico o franco-spagnolo per il


dominio della penisola italiana.
Approfittando della divisione, dei contrasti ( la congiura dei Pazzi a Firenze contro i Medici
e la congiura dei Baroni a Napoli, repressa da Ferrante d’Aragona ) e della successiva
debolezza politica degli Stati regionali italiani ( ducato di Milano, regno di Napoli, Firenze,
Venezia, Stato della Chiesa), Carlo VIII, re di Francia, nel 1494 entra in Italia ed invade il
ducato di Milano, invocato dagli stessi milanesi per porre fine ai contrasti che, dopo la
morte del Magnifico, erano ripresi, ma viene fermato, nella sua discesa, a Fornovo sul
Taro, dove viene sconfitto. Costretto a tornare in Francia, ha comunque fatto capire che la
penisola italiana è in una situazione di grave crisi. I motivi della discesa francese sono i
seguenti: 1) economici ; 2) la preoccupante crescita demografica di alcune città italiane,
che avevano raggiunto i 100000 abitanti ed erano seconde solo a Parigi; 3) la conquista
dell’Italia poteva aprire la porta alla conquista dell’Europa.
Il successore Luigi XII torna infatti ad occupare Milano e nel 1516, con la pace di Noyon,
firmata dal successore Francesco I, la Lombardia passa alla Francia.
In questo conflitto s’ intromette anche la Chiesa, con il papa Giulio II della Rovere, noto
come il “papa guerriero”, acerrimo nemico di Alessandro VI Borgia: il pontefice,
preoccupato delle mire egemoniche francesi su Roma, considerò la Francia, secolare
alleato della Chiesa, come un avversario, ma non riuscì a vedere la fine della guerra
poiché morì nel 1513. Raffaello lo raffigurò con una lunga barba bianca, in quanto il papa
avrebbe detto che non si sarebbe raso fino a quando non fosse riuscito a cacciare i
francesi dalla penisola italiana.
Frattanto, anche la Spagna pone le sue mire egemoniche in Italia, che diventa così teatro
di guerre tra francesi e spagnoli, entrambi aiutati dalle truppe mercenarie (soldati
prezzolati e quindi venduti “al miglior offerente“). Il nuovo sovrano di Spagna è Carlo V
d’Asburgo, figlio di Giovanna la Pazza (figlia di Ferdinando d’Aragona e Isabella di
Castiglia, che nel 1469, con il loro matrimonio, avevano unificato il regno di Spagna) e
Filippo I d’Asburgo (figlio di Massimiliano I d’Asburgo): Carlo V eredita quindi un
vastissimo impero ( gli Stati tedeschi, l’Austria, le Fiandre, la Spagna e tutta l’America
meridionale ad eccezione del Brasile, colonia portoghese ). Era infatti solito affermare “sul
mio impero non tramonta mai il sole“. Carlo V diventa imperatore nel 1516 ed inizia la sua
guerra contro la Francia per il possesso della penisola italiana, aiutato dai prestiti finanziari
dei grandi banchieri tedeschi Fugger e dai soldati mercenari. Nella battaglia di Pavia
(1525) Francesco I viene sconfitto da Carlo V, fatto prigioniero e rilasciato in seguito ad
una notevole cifra di denaro pagata dai francesi, che perdono il ducato di Milano. Carlo V
assedia Firenze e risulta inutile la disperata resistenza di Francesco Ferrucci contro
Maramaldo (spietato soldato di ventura, che uccise Ferrucci infierendo sul suo corpo
ferito, a terra). In seguito le truppe imperiali ed i soldati mercenari di Carlo V nel 1527
occupano Roma ( è il cosiddetto “sacco di Roma“). Nel 1529, con il trattato di Cambrais,
Carlo V e Francesco I firmano una prima pace: l’Italia passa sotto il dominio spagnolo, ad
eccezione di Milano, assegnata alla Francia.
Ma le ostilità riprendono: inizia una seconda fase del conflitto, che terminerà soltanto nel
1559, con la pace di Cateau-Cambresis, siglata dai rispettivi successori di Carlo V e
Francesco I, Filippo II di Spagna ed Enrico II di Francia: l’Italia è interamente dominata
dalla Spagna ad eccezione del Piemonte, destinato alla Francia. La dominazione
spagnola in Italia durerà ininterrottamente per oltre un secolo e mezzo.
SOVRANI FRANCESI SOVRANI DELL’IMPERO
Carlo VIII Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia
Luigi XII Giovanna la Pazza
Francesco I Giovanna la Pazza e Filippo I d’Asburgo
Enrico II CarloV d’ Asburgo
Filippo II di
Spagna

IV. LE SCOPERTE GEOGRAFICHE

IV.1. La scoperta dell’America.


I re cattolici di Spagna, cioè Isabella di Castiglia e Ferdinando d'Aragona, dopo aver
concluso la “reconquista” con l'annessione di Granada, ultima roccaforte musulmana,
nello stesso 1492 manifestarono la volontà di contrastare l'espansionismo portoghese,
che si era già infiltrato in Africa, e per questo accettarono la proposta di Cristoforo
Colombo, dopo iniziali indugi. Colombo era un navigatore genovese che voleva
raggiungere le Indie navigando verso occidente. Aveva infatti studiato la geografia di
Paolo Toscanelli ed era convinto della perfetta sfericità della terra. Colombo avrebbe
preteso per sé il titolo di vicerè e di governatore delle Indie ed i sovrani spagnoli si
sarebbero aggiudicati i territori dell'India ed avrebbero portato, nello spirito delle crociate
medievali, il cristianesimo in India. In realtà Colombo fece un errore di calcolo e, partito dal
porto di Palos, in Spagna, il 3 agosto 1492, con tre caravelle, la Nina (“piccola”), la Pinta e
la Santa Maria, sbarcò in America, in una delle isole Bahamas, da lui ribattezzata San
Salvador, il 12 ottobre 1492. Appena approdato, baciò la terra ove piantò la bandiera
cristiana dei re di Spagna, che avevano sovvenzionato economicamente la sua impresa.
Dedicò ai re di Spagna il suo viaggio (cfr. i film “Cristoforo Colombo” e “La scoperta del
paradiso”, quest'ultimo con Gerard Depardieu). Colombo non comprese mai la verità, cioè
quella di non aver scoperto l'India, ma l'America, e fu Amerigo Vespucci, un altro
navigatore, che ritentò l’ impresa pochi anni dopo, a definire “America”, dal suo nome
“Amerigo”, il “Nuovo Continente” o “Nuovo Mondo” da lui scoperto. Seguirono altri viaggi,
nei quali entrarono in concorrenza spagnoli e portoghesi: il trattato di Tordesillas del 1494
pose fine ai contrasti tra Spagna e Portogallo, assegnando le terre orientali al Portogallo e
quelle occidentali alla Spagna e dividendo l'Atlantico in due sfere di influenza in base ad
un meridiano, il 46°, situato nell'Atlantico, nel Nord Africa occidentale in corrispondenza
delle isole di Capo Verde. Negli anni successivi, il desiderio di ricchezza e di sfruttamento
dei territori centroamericani, ricchi di oro, favorì numerosi viaggi che, con il pretesto di
voler raggiungere una sorta di “paradiso terrestre”, portarono al massacro delle
popolazioni precolombiane, dei fiorenti regni degli Incas, dei Maya e degli Aztechi da parte
dei conquistadores spagnoli e portoghesi (cfr. il film “Mission”, di Robert De Niro, con lo
stesso Robert De Niro come protagonista, e “La scoperta del paradiso”, con Gerard
Depardieu). I Conquistadores erano generalmente avventurieri violenti, che agivano per
conto dei re di Spagna e di Portogallo, ma che in realtà spadroneggiavano personalmente
ed autonomamente nei territori conquistati (cfr. il dvd “Hernàn Cortés, conquistatore del
Messico”).

IV.2. Le civiltà precolombiane.


A) I Maya vivevano nell'America centrale, tra il Guatemala, l'Honduras e la penisola
messicana dello Yucatan. Erano organizzati politicamente in città-stato, autonome, a
carattere ieratico (dal greco “ieròs” = “sacro”). Il potere politico era affidato infatti al sommo
sacerdote, sotto il quale vi era una casta di nobili proprietari terrieri; al di sotto vi erano i
contadini, che lavoravano la terra. Costruirono grandi piramidi di pietra come luoghi di
sepoltura e di culto, avevano cognizioni di astronomia e dividevano l'anno solare in 365
giorni.
[Link] SACERDOTE (POTERE POLITICO E RELIGIOSO)
[Link] (CASTA DI NOBILI)
[Link]

B) Gli Aztechi abitavano il Messico: la capitale era Tenochtitlan, l'attuale Città del Messico,
una città di 300.000 abitanti, più grande di tante città europee. Praticavano la coltura del
mais ed anche se non conoscevano l'uso pratico della ruota, erano esperti nella pittura,
nella scultura, nell’architettura, nella musica e nella danza. Erano dediti a sacrifici umani,
convinti che questi riti potessero placare l'ira degli Dei e far sorgere il sole ogni giorno.
Furono massacrati dal conquistadores spagnolo Cortés, che l'imperatore azteco
Montezuma aveva accolto come un Dio (proprio in quel periodo gli Aztechi si aspettavano,
in base al loro calendario, un Dio barbuto che veniva da Est, dal mare, e Cortés aveva la
barba e proveniva appunto dall’Est e dal mare). Montezuma governava il suo popolo con il
terrore: ai sudditi non era consentito nemmeno guardarlo negli occhi e tra le ipotesi della
sua morte, oltre a quella del suicidio o della morte per mano degli spagnoli, c’è anche
quella sostenente l’assassinio da parte di un azteco. Contro Montezuma, Cortés trovò
l’appoggio di una popolazione vicina; inoltre Cortés sposò un’azteca, donna Marina. Gli
Aztechi non conoscevano il cavallo e scambiarono i conquistadores spagnoli a cavallo
(erano una dozzina, ma sufficienti per cogliere di sorpresa gli indigeni) per un'unica
creatura con il loro animale, spaventandosi così terribilmente, inoltre gli spagnoli avevano
la balestra, sconosciuta ai nativi americani, ed avevano portato dalla Spagna il mastino
spagnolo, un cane addestrato per combattere che aveva anche un collare munito di
speroni appuntiti. Il Messico fu denominato dagli spagnoli “Nuova Spagna”. Gli Aztechi
furono comunque un popolo di guerrieri e di commercianti, al punto tale che era nata una
vera e propria classe sociale di borghesi in ascesa. Abitavano in case confortevoli e
praticavano l'artigianato. Il potere politico e militare era detenuto dall'imperatore, eletto da
un consiglio supremo di guerrieri, funzionari e sacerdoti, che costituivano una aristocrazia
terriera. Il consiglio supremo distribuiva le terre ai capi tribù, che a loro volta le facevano
coltivare dai contadini. Allo stesso livello sociale dei capi tribù vi erano artigiani e mercanti.
Sotto i contadini c'erano ancora servi, retribuiti, e schiavi.
[Link] (ELETTO DAL CONSIGLIO SUPREMO)
[Link] SUPREMO (GUERRIERI, FUNZIONARI, SACERDOTI)
[Link] TRIBU’ - ARTIGIANI – MERCANTI
[Link]
[Link]
[Link]

C) Gli Incas abitavano la catena montuosa delle Ande, attraverso gli attuali Cile, Bolivia,
Ecuador, Perù; la capitale era Cuzco. Anche la popolazione incaica, come quella azteca,
non conosceva l'uso pratico della ruota, ma aveva costruito una fitta rete stradale. L’
Impero era governato dall'imperatore, ma era diviso in province o circoscrizioni
amministrate da governatori locali, che tuttavia rendevano conto del loro operato
all'imperatore, garantendo così un solido potere centrale. La principale attività incaica era
l'agricoltura, praticata con coltivazioni a terrazze che sfruttavano il terreno montagnoso
della catena andina. Non esisteva la proprietà privata e l'organizzazione economica era di
tipo comunista. Il potere spettava all'imperatore ed ai governatori locali delle circoscrizioni,
ma molto importanza avevano anche i sacerdoti, che erano proprietari terrieri. Alla base
della piramide sociale vi erano i contadini, che lavoravano la terra sia per i sacerdoti che
per l'imperatore, ma una parte delle terre apparteneva proprio ai contadini che la
gestivano in maniera comunitaria. Anche gli Incas, sebbene meno frequentemente degli
Aztechi, praticavano sacrifici umani. L'imperatore era venerato come un Dio ed aveva
poteri politici, religiosi e militari simili a quelli dei faraoni egizi. Gli Incas adoravano il sole.
[Link] (POTERE POLITICO, MILITARE E RELIGIOSO)
[Link] DELLE PROVINCE
[Link] LATIFONDISTI
[Link]

IV.3. Altre scoperte geografiche.


Negli anni seguenti alla scoperta dell'America, altri navigatori si avventurarono: Giovanni
Caboto raggiunse il Nord America, Amerigo Vespucci il Brasile, successivamente
raggiunto anche dal portoghese Alvares Cabral, che nel 1500 raggiunse anche Calcutta,
in India. Un altro portoghese, Ferdinando Magellano, al servizio però della Spagna, compì
la prima circumnavigazione del globo, raggiungendo la Patagonia, nel sud dell'Argentina,
ma fu ucciso e mangiato dagli indigeni nelle Filippine. La sua spedizione, dimezzata nelle
equipaggio, rientrò in patria, ma era costata un caro prezzo di vite umane e di denaro. Un
altro portoghese ancora, Vasco de Gama, risalì la costa orientale dell'Africa e tornò in
patria carico di schiavi. Bartolomeo Diaz, anch’egli portoghese, permise il collegamento tra
oceano Atlantico ed oceano Indiano doppiando il “Capo delle Tempeste”, detto poi “Capo
di Buona Speranza”.

IV.4. La distruzione delle civiltà precolombiane e la rivoluzione dei prezzi.


Hernàn Cortés, conquistadores spagnolo, conquistò il Messico tra il 1519 ed il 1521:
Montezuma, l'imperatore azteco, venne ucciso, nonostante avesse accolto Cortés come
un Dio. Sono incerte le sorti di Montezuma: secondo alcuni sarebbe stato ucciso da
Cortés, secondo altri storici si sarebbe suicidato, secondo ancora altri interpreti sarebbe
stato ucciso dagli stessi Aztechi. Gli spagnoli massacrarono atrocemente la popolazione
azteca e conquistarono la capitale Tenochtitlan, una grande città, più grande di tante città
europee: gli stessi soldati di Cortés si meravigliarono quando la videro. Nel 1531
Francisco Pizarro, altro conquistadores spagnolo, distrusse l'impero Incas con la capitale
Cuzco, conquistando i Paesi andini (dopo un conflitto durato dal 1529 al 1531). Cortés fu
nominato viceré del Messico e Pizzarro viceré del Perù. Pizzarro fu un conquistadores più
sanguinario di Cortés. Gli spagnoli erano numericamente inferiori alle popolazioni andine,
ma dotati di armi da fuoco, sconosciute agli Indios, che usavano solo armi da taglio, come
lance, pugnali, frecce. Gli spagnoli erano inoltre determinati a vincere, attirati da facili
guadagni, mentre gli Indios erano stati disponibili con i conquistadores, che avevano
accolto con ospitalità e benevolenza. L'impatto degli Indios con la guerra fu quindi
psicologicamente traumatico. Gli spagnoli si consideravano superiori per natura e per
religione agli Indios e questo fu un altro motivo della loro determinazione in questi conflitti,
che erano stati concepiti come “crociate cristiane” fin dai tempi di Colombo. Il motivo
ritenuto dagli storici come il più importante per spiegare la vittoria degli spagnoli fu dovuto
alle epidemie, alle malattie come il vaiolo (il fratello di Montezuma morì di vaiolo), che gli
europei portarono agli indios, che non conoscevano le malattie europee e non erano
quindi immunizzati. Gli spagnoli conquistarono presto tutta l'America centrale e
meridionale, ad eccezione del Brasile, che divenne colonia del Portogallo (ancora oggi è
l’unico Stato dell’America Latina in cui si parla portoghese e non spagnolo).
Le scoperte geografiche comportarono anche una rivoluzione alimentare: sulle tavole
europee arrivarono i pomodori, le patate, il mais, oltre al tabacco da fumo per sigari e pipe.
Le scoperte geografiche comportarono anche, in Europa, una rivoluzione dei prezzi,
ovvero un aumento dell’inflazione dovuto al fatto che soprattutto dal Messico e dal Perù
s’importarono ingenti quantità d’oro e d’argento (con conseguente sfruttamento della
manodopera indigena, ridotta in schiavitù) in Europa e si cominciò a coniare le monete
con questi metalli preziosi, con una diminuzione delle monete in circolazione. In
congiuntura con questo, il notevole incremento demografico europeo (si passò da 80 a
100 milioni di abitanti nel corso del XVI secolo) causò un aumento del prezzo dei generi di
prima necessità (grano, orzo, segale).
Sui problemi degli Indios la storiografia europea è sempre stata piuttosto povera e bisogna
aspettare la fine degli anni ‘80 del Novecento per il noto studio di Todorov sui massacri dei
conquistadores: proprio a partire dal testo di Todorov si è in seguito maggiormente
sviluppata la storiografia su questi argomenti. I conquistadores erano generalmente
avventurieri spagnoli e portoghesi, piuttosto ignoranti, in cerca di fortuna, anche se Cortés
era abbastanza colto.
Documento 1, Bartolomeo de Las Casas, Brevissima relazione della distruzione dell’Indie
Occidentali, 1542.
Premessa: è il testo di una relazione del frate domenicano Bartolomeo de Las Casas,
missionario a Cuba, in altre isole del mar dei Caraibi, oltre che in Argentina ed in Messico
(nella regione del Chiapas) inviato all’ imperatore Carlo V affinché prendesse
provvedimenti contro le crudeltà dei conquistadores cristiani, ma l’imperatore, pur
emanando leggi a protezione degli Indios (leggi che furono completamente ignorate), fece
richiamare in Spagna Las Casas, con l’accusa di tradimento nei confronti della propria
razza e religione. Las Casas dovette abbandonare definitivamente la propria missione in
Chiapas. La tesi di Las Casas sulla naturale bontà degli Indios e sulle crudeltà dei
conquistadores fu appoggiata pienamente dal filosofo francese, suo contemporaneo,
Michel De Montaigne nei suoi Saggi, e fu invece avversata, come si evince dall’ultimo
documento, dal filosofo aristotelico spagnolo razzista Juan Gines de Sepulveda, che nel
‘500 ha redatto un vero e proprio “manifesto del razzismo”.
“L'isola spagnola fu la prima, come abbiam detto, dove entrarono cristiani dando principio
alle immense stragi e distruzioni di queste genti. Cominciando i cristiani a servirsi delle
mogli e dei figli degli indiani, e a far loro del male, e a mangiare le sostanze dei sudori e
delle fatiche loro, non contentandosi di quello che gli indiani davano loro spontaneamente,
secondo quanto ciascuno possedeva, che è sempre poco. Essi infatti non vogliono tenere
più di quello che serve al loro bisogno ordinario e che accumulano con poca fatica, e
quello che basta a tre case di 10 persone l’una per un mese, un cristiano se lo mangia e lo
distrugge in un giorno. Gli indiani, dopo subite molte violenze e vessazioni, cominciarono
ad accorgersi che quegli uomini non dovevano essere venuti dal Cielo. Da questo fatto si
mossero gli indiani a cercare maniere di cacciare i cristiani dai loro paesi. Diedero mano
alle armi, che però sono assai deboli e poco adatte ad offendere, per cui tutte le loro
guerre sono poco più che i giochi di canne dei fanciulli delle nostre parti. I cristiani, con i
loro cavalli, spade e lance, cominciarono a fare crudeli stragi tra quelli. Entravano nelle
terre, e non lasciavano né fanciulli, né vecchi, né donne gravide, né di parto, che non le
sventrassero e lasciassero come se assaltassero tanti agnelletti nelle loro mandrie. Di
solito uccidevano i signori e la nobiltà in questo modo: facevano alcune graticole di legni
sopra forchette e ve li legavano sopra, e sotto vi mettevano fuoco lento, onde, a poco a
poco, dando strida disperate in quei tormenti, mandavano fuori l'anima. Io vidi una volta
che, essendo sopra le graticole 45 signori a da bruciarsi e penso che vi fossero due o tre
paia di graticole dove abbruciavano altri, e, perché gridavano fortemente davano fastidio o
impedivano il sonno al capitano, questi comandò che li strangolassero, ma il bargello che
abbruciava, il quale era peggiore che un boia (e so come si chiamava, e conobbi anco i
suoi parenti in Siviglia), non volle soffocarli, anzi, con le sue mani pose loro alcuni legni
nella bocca perché non si facessero sentire, e attizzò il fuoco finché si arrostirono pian
piano com’egli voleva. Io vidi tutte le cose sopra dette e altre infinite. Dopo finite le guerre
e con esse le uccisioni, divisero fra di loro tutti gli uomini, compresi i giovanetti, le donne e
i fanciulli, dandone ad uno 30, ad un altro 40, ad un altro 100 e 200, secondo che
ciascuno era in grazia al tiranno maggiore che chiamavano governatore. E così, avendoli
spartiti, li davano a ciascun cristiano sotto il pretesto che dovesse ammaestrarli nella fede
cattolica. I cristiani erano tutti comunemente rozzi e crudeli, avarissimi e viziosi. La cura e
il pensiero che ne ebbero fu il mandar gli uomini alle miniere a cavar oro, che è una fatica
intollerabile, e mettevano le donne a coltivare il terreno, fatica da uomini molto forti e
robusti. Non davan da mangiare agli uni né alle altre, se non erbe e cose che non avevano
sostanza. Si seccava il latte nelle tette alle donne di parto, e così morirono in poco tempo
tutte le creature. E’ impossibile riferire le some che vi ponevan sopra, facendoli camminare
100 o 200 leghe! E i medesimi cristiani si facevano portare dagli indiani in hamacas, che
sono come reti, perché sempre si servivano di loro come bestie da soma. Avevano piaghe
nelle spalle e nella schiena, come bestie piene di guidaleschi. Il riferire le staffilate, le
bastonate, i pugni, le maledizioni e mille altre sorti di tormenti che davano a quelli mentre
s'affaticavano, non si potrebbe nemmeno in molto tempo, né con molta carta, e sarebbe
cosa da far istupidire gli uomini”.

Documento 2, Bartolomeo de Las Casas, La bontà naturale degli indios, in Apologetica


Historia, Feltrinelli, Milano, 1953.
“E poiché in quest'isola e nelle altre era consolidata la pace e l'accordo tra alcuni popoli e
regni degli altri, e non vi eran belve nocive né altre cose esteriori che molestassero i loro
abitanti, per questo non ebbero necessità di unirsi in molta gente e di formare centri abitati
assai vasti, così comunemente vi erano in questa e nelle suddette isole i villaggi di 100,
200 e 500 abitanti, dico case in ognuna delle quali dimoravano 10 e 15 abitanti con le loro
donne e figli. E questo è assai notevole e sicuro argomento della bontà naturale, mitezza,
umiltà e amor di pace di queste nazioni. È chiaro che se non vivessero in pace, d'amore e
d'accordo, non si potrebbero sopportare, e per conseguenza sarebbe necessario che uno
degli abitanti, per vivere in pace, si allontanasse dall'altro; sappiamo bene quante volte
accade tra noi che figli non possono abitare uniti nella stessa casa. Ma sebbene già sia
ammirevole questa concordia e pacifica convivenza in abitazioni tanto strette, è però assai
più degno di ammirazione quello che accade nelle province che chiameremo del Rio della
Plata, dove in una casa vivono non solo 10 abitanti, ma 500 e 600 senza litigare”.
Documento 3, Jùan Ginés de Sepùlveda, Trattato sopra le giuste cause della guerra sopra
gli Indi, in G. Gliozzi, La scoperta dei selvaggi. Antropologia e colonialismo da Colombo a
Diderot, ed. Principato, Milano, 1971.
“Confronta ora le doti di prudenza, ingegno, magnanimità, temperanza, umanità, religione
di questi uomini (gli spagnoli) con quelle di quegli homuncoli, nei quali a stento potrai
riscontrare qualche traccia di umanità, e che non solo sono totalmente privi di cultura, ma
non conoscono l'uso delle lettere, non conservano alcun documento della loro storia
(escluso qualche tenue ed oscuro ricordo di alcuni avvenimenti affidato a certe pitture),
non hanno alcuna legge scritta, ma soltanto istituzioni e costumi barbari. E se, a proposito
delle loro virtù, vuoi sapere della loro temperanza e mansuetudine, che cosa potresti
aspettarti da uomini abbandonati ad ogni genere di intemperanza e nefanda libidine molti
dei quali si nutrivano di carne umana? […] Sono così ignavi e timidi che a mala pena
possono sopportare la presenza ostile dei nostri, e sono spesso dispersi a migliaia e
fuggono come donnette, sbaragliati da un numero così esiguo di spagnoli che non arriva
neppure al centinaio. Non sarebbe stato possibile esibire una prova più decisiva o
convincente per dimostrare che alcuni uomini sono superiori ad altri per ingegno, abilità,
fortezza d'animo e virtù, e che i secondi sono servi per natura. Il fatto poi che alcuni di loro
sembrino avere dell'ingegno, per via di certe opere di costruzione, non è prova di una più
umana perizia, dal momento che vediamo certi animaletti, come le api ed i ragni, costruire
opere che nessuna attività umana saprebbe imitare”.

V. LA RIFORMA PROTESTANTE

V.1. I papi ‘umanisti’ e le cause della Riforma protestante.


A partire dalla metà del Quattrocento, con Martino V, papa ‘umanista’, inizia appunto
quella generazione di pontefici definiti ‘papi umanisti’, come Pio II (Enea Silvio Piccolomini,
di Pienza). Aumentano i papi dotti, ma non la spiritualità della Chiesa; il papa Giulio II
Della Rovere, noto come il papa “guerriero”, rappresentato infatti simbolicamente con la
spada, fece della Chiesa una potenza politica ed economica e successe al soglio pontificio
come acerrimo nemico del Borgia: fu lui ad iniziare la Cappella Sistina, mentre Leone X
de’ Medici fece erigere la cupola di San Pietro con il ricavato delle indulgenze.
In questo stesso tempo si alimentano infatti anche le paure dell’inferno ed aumentano le
indulgenze, già vive nelle pratiche penitenziali dell’ VIII secolo: il vescovo Alberto di
Brandeburgo amplia la propria diocesi, annettendosi anche la città di Magonza, con il
ricavato delle indulgenze, poiché le diocesi dovevano, a loro volta, passare una parte del
ricavato alla curia romana. La cifra da pagare gli fu anticipata dai noti banchieri tedeschi
Fugger (quelli che avevano economicamente aiutato Carlo V) e proprio per questo Alberto
di Brandeburgo incrementò le indulgenze nella sua diocesi.
Le cause della Riforma protestante furono sia religiose che politiche:
1. ritornare alla spiritualità evangelica, smarrita dalla corruzione della Chiesa, ricca e
mondanizzata;
2. la necessità di un ritorno alle Scritture, considerate superiori al magistero della
Chiesa, anche grazie all’opera di Wycliff, Hus e Marsilio da Padova;
3. la formazione di una classe di ricchi borghesi, che aveva comportato un
corrispondente aumento della povertà dei contadini;
4. la differenza tra alto e basso clero, quest’ultimo povero e spesso analfabeta. Il basso
clero necessitava di un’istruzione, come lamentavano molti fedeli.
5. il progresso culturale fece nascere l’idea di leggere ed interpretare liberamente le
Sacre Scritture senza la mediazione della Chiesa.
6. lo scandalo delle indulgenze costituisce, tra queste, non solo la ‘scintilla’ occasionale
della protesta di Lutero, ma anche la causa principale: il fenomeno era sempre più
vistoso ed esteso a catena, in maniera piramidale in tutta la Chiesa, dal papa ai
vescovi, ai parroci di campagna.
Tutte queste profonde motivazioni spiegano la rapida diffusione della Riforma in Germania
ed in Europa.

V.2. La figura di Martin Lutero ed i primi conflitti con la Chiesa. Le “95 tesi”. Le indulgenze
ed il “nepotismo”.
Lo scandalo delle indulgenze in Germania provocò l’ira e lo sdegno di un monaco
agostiniano tedesco, Martin Lutero, nato ad Eisleben, che aveva studiato arte, legge e
teologia, giurisprudenza all’Università di Erfurt; ebbe un carattere deciso, per niente incline
ai compromessi; fu poi nominato professore di “Sacre Scritture” nella piccola università di
Wittemberg. Purtroppo nei suoi scritti non mancano espliciti accenti di antisemitismo, basti
pensare alla sua definizione delle sinagoghe, definite come luoghi demoniaci. Lutero fu
ossessionato dal senso del peccato e dalla presenza del demonio, che credeva di poter
vedere, come ogni uomo, tutti i giorni, perché le tentazioni demoniache sono quotidiane.
All’età di 42 anni si sposò con una ex suora, Caterina Von Bora, dalla quale ebbe 6 figli.
Il 31 ottobre 1517 affisse 95 tesi sul portale della cattedrale del castello di Wittemberg, con
le quali denunciò la corruzione della curia romana e lo scandalo delle indulgenze; affermò
inoltre che l’uomo è, per sua natura, peccatore, e che può salvarsi solo mediante la fede,
come affermato da S. Paolo nella nota Lettera ai Romani, in cui si afferma “Il giusto vivrà
per fede”. Solo la fede può portare la salvezza all’uomo peccatore, non le opere, né tanto
meno il “commercio delle anime” che la Chiesa vergognosamente predicava con le
indulgenze. Luterò negò anche il valore della gerarchia ecclesiastica e l’autorità del papa,
ma il papa Leone X reagì bruscamente alla tesi luterana, condannandola e riaffermando
l’autorità pontificia nella bolla “Exsurge, Domine!” (“Insorgi, o Signore!”) del 1520.
Ma le idee di Lutero si stavano diffondendo ampiamente in Germania, soprattutto tra i
principi tedeschi e tra alcuni intellettuali, come Erasmo da Rotterdam e Filippo Melantone,
un grande intellettuale che diventerà uno dei più stretti collaboratori di Lutero.
Tra le “95 tesi” di Lutero, molto forti contro il papa risultano essere le n° 26, 27, 28, 43, 67,
mentre nelle tesi n° 1, 21, 50, 81, 82, 86, 94 Lutero nega l’esistenza del Purgatorio e
sostiene che sarebbe meglio che la basilica di San Pietro finisse in cenere piuttosto che
essere eretta con le indulgenze; afferma anche che non si possono eliminare le sofferenze
e le penitenze in quanto siamo irrimediabilmente peccatori. Condanna inoltre la corruzione
della Chiesa e dei papi, soprattutto il fenomeno del “nepotismo”, molto diffuso, che
consisteva nell’affidare importanti cariche a parenti ed a nipoti dei papi. Questo emerge
nelle tesi, come si evince da un’attenta lettura. Lutero aveva uno stile di scrittura
avvincente. Paragonò la Chiesa alla corruzione di Babilonia, come afferma nella sua
opera La cattività babilonese della Chiesa cattolica, opera nella quale afferma anche
l’esistenza di soli due sacramenti, battesimo ed eucarestia: tutti gli altri sacramenti vanno
rifiutati perché sono un’invenzione della Chiesa per arricchirsi e mantenere il potere.
Documento 1, M. Lutero, Opere, in Lutero giovane, a c. di G. Miegge, Feltrinelli, Milano,
1977.
Premessa: in questo testo emergono due concetti: 1)la negazione del libero arbitrio, in
quanto l’uomo è peccatore, e quindi comunque servo, o di Dio o del peccato,
contrariamente a quanto sosteneva Erasmo; quindi, per Lutero, è preferibile essere servi
di Dio; 2)la “giustificazione” (ovvero la salvezza) per esclusivo mezzo della fede. Il
seguente testo di Lutero è quasi sicuramente databile all’estate 1513.
Come si nota, Lutero inveisce in particolare con il papa attualmente in carica, Leone X de’
Medici; in proposito è da precisare che a Leone X successe il breve pontificato di Adriano
VI, ultimo papa straniero (era tedesco) prima di Giovanni Paolo II. Il papa Adriano VI tentò
una riforma morale della Chiesa, ma il suo pontificato fu troppo breve affinché questa
potesse essere realizzata. Testo:
“In quell’anno avevo ripreso ad interpretare i Salmi e, pensavo di esservi meglio preparato
per avere intanto commentato le Epistole ai Romani, ai Galati e agli Ebrei. Ero stato
infiammato dal desiderio di intendere bene un vocabolo adoperato nella Epistola ai
Romani, al capitolo primo, dove è detto <<La giustizia di Dio è rivelata nell’ Evangelo>>.
[…]. Nonostante l’irreprensibilità della mia vita di monaco, mi sentivo peccatore davanti a
Dio: la mia coscienza era estremamente inquieta. […]. Finalmente Dio ebbe compassione
di me. Mentre meditavo giorno e notte ed esaminavo la connessione di queste parole <<la
giustizia di Dio è rivelata nell’ Evangelo>> dove è scritto <<il giusto vivrà per fede>>,
incominciai a comprendere che la giustizia di Dio significa qui la giustizia che Dio dona, e
per mezzo della quale il giusto vive, se ha fede. Il senso della frase è dunque questo, l'
Evangelo ci rivela la giustizia di Dio, ma la giustizia passiva, per mezzo della quale Dio,
nella sua misericordia, ci giustifica mediante la fede, come è scritto <<il giusto vivrà per
fede>>. Subito mi sentii rinascere e mi parve che si spalancassero per me le porte del
Paradiso. […]. La giustizia di Dio è quella per la quale siamo giustificati”.
Documento 2, M. Lutero, “95 tesi” in Lutero giovane, a c. di G. Miegge, Feltrinelli, Milano,
1977.
“[Link] signore e maestro nostro Gesù Cristo dicendo << Fate penitenza, ecc. >> volle che
tutta la vita dei fedeli fosse una penitenza.
[Link] dunque quei predicatori di indulgenze, i quali dicono che l’uomo può essere
liberato e salvato da ogni pena mediante le indulgenze del papa […]
50. Bisogna insegnare ai cristiani a conoscere le estorsioni dei predicatori di indulgenze,
Dio preferirebbe che la basilica di San Pietro finisse in cenere, piuttosto che vederla
edificata con la pelle, la carne e le ossa delle sue pecorelle […]
[Link] scandalosa predicazione delle indulgenze è tale che non rende facile neppure
a uomini dotti di difendere il rispetto dovuto al papa dalle infami calunnie o, se volete, dalle
sottili obiezioni dei laici.
[Link] a dire: perché il papa non vuota il purgatorio a causa della santissima carità e
della grande sofferenza delle anime, che è la ragione più giusta di tutte, quando libera un
numero senza fine di anime a causa del funestissimo denaro per la costruzione della
basilica, che è un motivo futilissimo? […]
[Link]: perché il papa, le cui ricchezze oggi sono più crasse di quelle dei più ricchi
Crassi, non costruisce almeno la basilica di San Pietro con il suo denaro, invece che con
quello dei poveri fedeli? […]
[Link] esortare i cristiani perché si sforzino di seguire il loro capo Cristo attraverso le
pene, le morti e gli inferni”.

V.3. La polemica tra Lutero ed Erasmo da Rotterdam.


Erasmo aveva già condannato la corruzione della Chiesa e del papa in una sua opera
pubblicata nel 1511, l’Elogio della follia, ma in seguito entrò in contrasto anche con Lutero
in quanto, in un’altra sua opera, il De libero arbitrio, Erasmo sostenne che l’uomo non si
salva soltanto con la fede, ma può interagire e collaborare con le sue opere alla Grazia
divina. Lutero rispose polemicamente ad Erasmo nel De servo arbitrio, riaffermando la
propria convinzione circa la salvezza per esclusiva fede e sostenendo l’inutilità dell’agire
umano per salvarsi. Se l’uomo potesse collaborare con Dio per la propria salvezza,
afferma Lutero, vorrebbe dire che Dio potrebbe cambiare opinione, e questo è assurdo e
quindi inammissibile.
Anche se le opere di Erasmo furono messe dalla Chiesa all’Indice dei libri proibiti, la
polemica di Erasmo rimase interna alla Chiesa e non ebbe un esito scismatico sulla
dottrina ecclesiastica, a differenza di Lutero. Erasmo va anche ricordato come grande
umanista e filologo, esperto conoscitore delle lingue classiche.
Nell’Elogio della follia, composta tra il 1509 ed il 1511, ancor prima di Lutero, Erasmo si
era già scagliato contro la corruzione della Chiesa, affermando che i papi amano la
ricchezza e disprezzano il lavoro e la fatica, sono abituati al bacio della pantofola e sono
pronti a difendere con la spada le loro ricchezze. Con la loro vita corrotta i papi hanno
ucciso Cristo. La saggezza cristiana farebbe abbandonare ai papi tributi, privilegi e
ricchezze, ma la Follia, che nell’opera erasmiana è personificata, è entrata nella Curia
romana per procacciare ai papi diletti e ricchezze e fargli dimenticare lo spirito cristiano di
povertà; le stesse preghiere, a causa della Follia, sono avvertite dai papi come noiose.
Documento 3, Erasmo da Rotterdam, Elogio della follia.
“E ora, se mai i sommi Pontefici, i rappresentanti di Cristo in Terra, tentassero di imitar la
vita di Cristo, cioè povertà, fatiche, dottrina, croce, disprezzo della morte, e pensassero un
po' che cosa indica il nome di papa, cioè padre, e che cosa Santissimo, chi mai
comprerebbe quel posto con tutti i mezzi? Chi, compratolo, lo difenderebbe con la spada,
col veleno, con ogni sorta di violenze? Di quanti vantaggi non li priverebbe la saggezza,
una volta tanto che penetrasse nel loro spirito? Ma che dico la saggezza! Basterebbe un
granellino di quel sale, cui fa cenno Cristo! Quante ricchezze, quanti onori, qual dominio,
quante vittorie, quanti uffici! E poi dispense e poi tasse e poi indulgenze e ancora cavalli e
mule e guardie e piaceri e tutto dovrebbero abbandonare! Vedete un po' qual mercato,
qual messe, qual mare di beni ho abbracciato in poche parole! E, in luogo di quelli, veglie,
digiuni, lagrime, orazioni, prediche, studi, sospiri e mille travagli di tal fatta! Ora, invece, se
c'è lavoro, lo lasciano a Pietro e Paolo, che hanno tempo d’avanzo, se ci sono invece
sontuosità o piaceri, se li prendono loro. Quanto poi a far miracoli, è cosa vecchia, stantia,
insegnare al popolo costa troppa fatica, interpretare le Sacre Scritture è una cosa da
scuola, pregare non ne vale la pena, versar lacrime è una sventura da femminucce,
essere poveri è cosa spregevole, lasciarsi vincere è vergognoso, poco degno di chi
appena ammette i re, anche quelli più alti, al bacio dei sacri piedi, infine, morire non è un
gran piacere, esser crocifissi è disonore. Veramente le parole dell'apostolo, nel Vangelo,
suonano così: abbiamo abbandonato tutto e abbiamo seguito te, ma i papi chiamano
patrimonio di San Pietro borgate, tributi, dazi e signorie. Per questi beni, accesi da zelo
cristiano, si battono col ferro e col fuoco mettendo eroicamente in fuga il nemico. Ma ci
sono nemici della Chiesa più dannosi degli empi pontefici? Son essi a lasciare sparire nel
silenzio Cristo, a incatenarlo con le loro leggi, a corromperlo con interpretazioni forzate, a
sgozzarlo con la loro vita pestifera”.

V.4. La rottura con la Chiesa cattolica.


Lutero sostenne anche che la Chiesa non doveva occuparsi di questioni politiche; in modo
particolare rimase sconvolto dalla corruzione della curia romana dopo un suo viaggio a
Roma. Paragonò Roma a Babilonia, luogo di corruzione e di eresia (sulla scia di quanto
già affermato due secoli prima da Petrarca nel citato sonetto del Canzoniere “Fontana di
dolore, albergo d’ira”).
Nel 1521 Lutero fu scomunicato da Leone X, ma il monaco, dal temperamento forte e
ribelle, bruciò pubblicamente la bolla di scomunica papale sulla piazza del castello di
Wittemberg. Fu allora invitato nella città di Worms per ritrattare le sue tesi: si presentò alla
Dieta di Worms, ma si rifiutò di ritrattare. L’imperatore Carlo V, paladino del cattolicesimo,
emise un bando di cattura nei suoi confronti, ma Lutero fu però protetto e salvato dai
principi tedeschi e trovò rifugio presso Federico di Sassonia, nel cui castello si dedicò alla
traduzione del Nuovo Testamento dal greco in tedesco (Erasmo lo aveva già tradotto
dall’aramaico al greco ed aveva anche tradotto l’Antico Testamento dall’ebraico al greco,
ma Lutero ignorava sia l’aramaico che l’ebraico e quindi tradusse il Nuovo Testamento dal
greco, che invece conosceva abbastanza bene, anche se non benissimo). Federico di
Sassonia aveva fondato la piccola università di Wittemberg nella quale Lutero insegnava.
Lutero è protetto dai principi tedeschi, il papa è alleato dell’imperatore Carlo V: si creano
quindi una tensione ed un urto politico tra i principi e l’imperatore. Lutero trova ampi
consensi soprattutto tra i giovani studenti delle università del nord della Germania.
La traduzione luterana della Bibbia in volgare tedesco rivestì una quadruplice importanza:
a. Valse a ribadire la tesi luterana della libera interpretazione delle Scritture;
b. Contribuì alla diffusione del luteranesimo tra la popolazione;
c. Favorì l’innalzamento culturale dei tedeschi, in quanto tutti dovevano saper leggere
le Scritture;
d. Grazie ai caratteri stampati di Johann Gutemberg, sorti nel 1449, contribuì alla
formazione di una lingua nazionale tedesca ed al conseguente superamento dei
dialetti.

V.5. I punti della dottrina luterana: teologia ed escatologia.


I punti della dottrina luterana possono essere sintetizzati nei sgg.:
a. Nella sua dottrina Lutero ridusse a soli due i sette sacramenti, vale a dire battesimo
ed eucarestia, perché solo questi sono esplicitamente presenti nelle Scritture;
b. Le Sacre Scritture sono riconosciute come unica fonte di autorità;
c. La Chiesa è costituita dall’assemblea dei fedeli, è la “Chiesa invisibile”, contrapposta
alla “Chiesa visibile”, storicizzata, della curia romana e della gerarchia corrotta;
d. Il pastore protestante non è un prete ordinato, è solo un esperto di Sacre Scritture
che guida la comunità nelle preghiere; pertanto può sposarsi e prolificare;
e. Lutero negò il culto della Madonna, dei santi e delle immagini sacre, considerati
mere esteriorità, feticci, e per questo le chiese protestanti sono spoglie e la Chiesa
cattolica del ‘600 reagirà con il barocco, uno stile artistico caratterizzato dal fasto e
dagli elementi ampollosi ed appariscenti;
f. Neanche i sacramenti servono alla salvezza, perché ci si salva solo con la fede; i due
sacramenti riconosciuti, battesimo ed eucarestia, possono soltanto aiutare,
alimentare la fede, ma non hanno una funzione salvifica;
g. Le opere umane non servono alla salvezza, perché ci si salva solo per fede, come
affermato da San Paolo nella Lettera ai Romani quando dice “Il giusto vivrà per
fede”;
h. Lutero nega l’esistenza del Purgatorio, non citata dalle Scritture; il Purgatorio è solo
uno strumento con il quale la Chiesa ricatta e spaventa i fedeli;
i. Non avendo senso una “Chiesa visibile”, Lutero affermò anche il “sacerdozio
universale dei credenti”: ogni credente è sacerdote di sé stesso;
j. Di conseguenza, il monaco affermò anche il “libero esame delle Scritture”, in base al
quale ogni fedele può interpretare i testi sacri senza la mediazione del sacerdote,
che per la Chiesa era invece fondamentale;
k. Dio, nella sua infinita onnipotenza, ha già predestinato “ab aeterno” i salvati ed il suo
decreto non può essere modificato: la salvezza è “Grazia”, cioè dono gratuito di
Dio e credere che le opere umane possano servire alla salvezza è un terribile atto
di presunzione, e così si comprende anche la polemica con Erasmo, che aveva
invece negato la predestinazione, affermando che l’uomo poteva collaborare con
Dio per la propria redenzione. Come unico veicolo per la salvezza, l’uomo ha
l’obbligo della fede, requisito essenziale per ottenere la Grazia. Questo concetto
luterano di “predestinazione” sarà rielaborato, in un’accezione ancora più radicale e
totale, da un altro importantissimo riformatore, Giovanni Calvino, riguardo
all’escatologia, cioè alla dottrina teologica che studia i destini ultimi dell’uomo e
dell’umanità.

ESCATOLOGIA LUTERANA (MAPPA CONCETTUALE):


OPERE =/=> SALVEZZA (ERASMO: OPERE, FEDE => SALVEZZA);
SACRAMENTI =/=> SALVEZZA;
SACRAMENTI ==> FEDE ==>SALVEZZA (GRAZIA).

V.6. La rivolta dei contadini di Thomas Muntzer: “I dodici articoli dei contadini tedeschi”.
Thomas Muntzer interpretò in chiave sociale il messaggio luterano ed organizzò una
rivolta contadina contro i signori feudali ed i principi.
I contadini chiedevano libertà di cacciare e di coltivare e l’eliminazione delle tasse sui
terreni e delle decime da pagare, denari che preferivano devolvere ai più poveri.
Erano rivendicazioni sociali molto spinte: Muntzer invitò i contadini ad imbracciare le armi
contro i principi, in modo da realizzare già in questo mondo quella giustizia sociale di cui si
parla nel Vangelo. Muntzer respinse quindi la tesi luterana tra il regno di Dio, in cui Lutero
affermava la libertà del credente, ed il regno temporale, sottoposto ai principi.
Lutero, timoroso del fatto che un’eventuale diffusione della Riforma tra i poveri potesse
ostacolare la diffusione delle sue idee tra i principi, dai quali era protetto, invitò i principi a
reprimere nel sangue la rivolta di Muntzer, e questo si verificò con la battaglia di
Frankenhausen nel 1525: Muntzer fu catturato, atrocemente torturato e decapitato. Le
vittime della repressione furono 100.000; i contadini, per Lutero, erano servi di Satana
come lo era il papa; con questo Lutero si dimostrò un uomo fervidamente attaccato ancora
al Medioevo, come dimostra lo stessa tesi della validità unica della fede e delle preghiere,
perfettamente in linea con l’ascetismo medievale. Lutero fu quindi, potremmo dire con un
ossimoro, un “rivoluzionario medievale”.
E’ stata questa un’ ‘ombra morale’ sulla figura di Lutero, che aveva propugnato la libertà
del credente in materia spirituale, ma non in ambito economico-sociale, nel quale ogni
cristiano doveva mantenere il ruolo che Dio gli aveva assegnato nella società.
Muntzer diventò un simbolo per la storiografia marxista.
Munzter aveva anche redatto un manifesto dei contadini, in 12 punti, i cosiddetti “12
articoli dei contadini tedeschi”, nei quali si trovano esposte le lamentele e le richieste dei
contadini: era un programma di riforme politico-sociali che chiedeva l’abolizione della
distinzione tra ricchi e poveri, servi e padroni, l’abolizione della schiavitù e della servitù
della gleba (un retaggio feudale e medievale, che consisteva nel fatto che i contadini
venivano venduti insieme alla terra che lavoravano), la possibilità di devolvere le decime ai
poveri, la libertà di caccia e pesca, la divisione sia delle terre coltivabili che dei boschi tra i
contadini, la legittimità di ottenere contratti scritti nei quali porre bene in chiaro i rapporti e
le regole tra signori e contado, l’abolizione di ogni arbitrio e di ogni ingiustizia, il diritto di
eleggere i parroci, il diritto all’eredità anche per le vedove ed i figli dei contadini; si
dichiaravano infine disponibili ad accogliere critiche al loro programma purché dimostrate
alla luce del Vangelo, come emerge dal testo stesso, redatto con uno stile semplice, ma
chiaro e diretto.
Documento 4, Th. Muntzer, “I dodici articoli dei contadini tedeschi”, in G. Alberigo, La
riforma protestante, Garzanti, Milano, 1959.
“I. Le nostre comunità avranno diritto di eleggersi i loro parroci, e questi dovranno
predicare la parola di Dio unicamente secondo il Vangelo.
II. Non pagheremo se non le decime in grado da servire al sostentamento dei parroci;
l’avanzo andrà a beneficio dei poveri.
III. Sarà soppressa la schiavitù, perché Cristo, con il prezioso suo sangue, ci ha tutti
redenti senza distinzione.
IV e V. Saranno libere per il contadino l’uccellazione e così pure la pesca, perché la
selvaggina dei signori non danneggi e non consumi di più il nostro, il che finora
sopportammo in silenzio. I boschi ritorneranno in possesso della Comunità.
VI e VII. Non saremo tenuti a dare maggiori prestazioni personali che i nostri maggiori: tali
prestazioni saranno fissate con preciso contratto fra il signore e i soggetti, e non avrà più
luogo l’ingiusto arbitrio.
VIII. Il tributo dei beni feudali sarà stabilito su basi più eque, acciocché non avvenga che
noi lavoriamo le terre senza alcun vantaggio.
IX. Si osserveranno le buone leggi antiche e non se ne faranno delle nuove
arbitrariamente.
X. Chiunque si sarà ingiustamente appropriato di terreni appartenenti alle Comunità sarà
tenuto a farne restituzione.
XI. Cesserà la consuetudine chiamata “caso di morte”, per cui gli eredi debbano redimere
la loro eredità dalla signoria mediante una parte di quella (per esempio, consegnando il
miglior capo di bestiame), onde le vedove e gli orfani vengano certamente derubati.
XII. Noi vogliamo, quando uno di questi articoli sia contrario alla parola di Dio e sopra tal
fondamento sia oppugnato, che s’intenda abrogato”.

V.7. La rivolta degli Anabattisti a Munster e l’opera di Menno Simons.


Circa 10 anni dopo la repressione di Frankenhausen, scoppiò un’altra rivolta in Germania,
nella regione della Westfalia: era quella degli Anabattisti (dal greco “ribattezzatori”): non
credevano alla validità del battesimo impartito in età inconscia e sostenevano la necessità
di un secondo battesimo, da ricevere volontariamente in età adulta. Oltre a questo, erano
pacifisti e quindi contrari al servizio militare, sostenevano l’uguaglianza sociale, come i
contadini di Muntzer, l’abolizione della gerarchia ecclesiastica e l’unica autorità delle
Scritture, come Lutero, la non interferenza dello Stato in materia religiosa, l’abolizione di
ogni vizio, del linguaggio volgare e di ogni istituzione mondana, comprese le Chiese
ufficiali.
Organizzarono la loro comunità nella città di Munster, in Westfalia, secondo i principi del
comunismo evangelico, abolendo la proprietà privata all’interno della comunità.
Ma Lutero, timoroso dell’espansione degli Anabattisti, che non credevano alla validità del
primo battesimo, che era invece affermata dall’iniziatore della Riforma, si alleò, questa
volta, addirittura con i cattolici e nel 1535 espugnò la cittadina di Munster, reprimendo nel
sangue gli Anabattisti: fu questa una seconda, gravissima ‘ombra morale’ sulla figura di
Lutero.
Tuttavia Menno Simons riorganizzò il movimento anabattista, che continuò quindi a
sopravvivere.

V.8. La Dieta di Spira, la “Confessio Augustana”, la lega di Smalcalda e la pace di


Augusta.
L’alleanza tra Lutero ed i principi tedeschi portò questi ultimi ad abbracciare il
luteranesimo, nonostante i dissensi interni alla dottrina luterana: con la Dieta di Spira del
1526 i principi rifiutarono il bando dell’imperatore Carlo V contro Lutero, sancito nell’editto
di Worms del 1521, e Filippo Melantone, grande intellettuale e collaboratore di Lutero,
stese i punti della dottrina luterana nella “Confessio augustana”.
Nel 1531 i principi protestanti tedeschi stipularono la loro alleanza nella Lega di Smalcalda
e “protestarono” contro l’editto di Worms del 1521: da qui il termine “protestanti”. Inutili
furono i tentativi di conciliazione tra cattolici e protestanti, e mentre i cattolici intransigenti
diedero il via al Concilio di Trento (1545-63), i protestanti, nel 1555, con la pace di
Augusta tra protestanti e Carlo V, affermarono la libertà di scelta religiosa, ma solo per i
principi: i sudditi dovevano adeguarsi alla religione dei loro principi, secondo la massima
“Cuius regio, eius religio”, cioè “A ciascuno la religione del suo re”.
La religione protestante, in Germania, fu ufficialmente riconosciuta, e s’infranse così il
sogno di Carlo V di costruire un impero cattolico. La Baviera e la Germania del sud
rimasero cattoliche. I sudditi che non accettavano la religione scelta dal loro sovrano
dovevano emigrare.

V.9. La Riforma in Svizzera: Uldrich Zwingli.


La Riforma si diffuse in Svizzera grazie ad Uldrich Zwingli prima ed a Calvino in seguito.
Zwingli rifiutò l‘autorità della Chiesa e riconobbe come unica autorità le Scritture, come
avevano affermato Erasmo e Lutero; aderì alla tesi luterana della giustificazione per fede,
ma, a differenza di Lutero, attribuiva una maggiore importanza alla volontà umana ed
auspicava la costruzione di una comunità, la Svizzera, liberata dal peccato grazie alla
collaborazione tra la Chiesa protestante e lo Stato, cioè la Confederazione elvetica (già
sorta nel 1499 con la pace di Basilea). Orgoglioso della propria nazionalità svizzera,
deprecò il ruolo di soldati mercenari di molti svizzeri, ma nel 1531, con la battaglia di
Kappel, i cattolici sconfissero i protestanti di Zwingli e lo stesso Zwingli fu ucciso.

V.10. Giovanni Calvino a Ginevra: le dottrine della predestinazione e del lavoro.


Il francese Giovanni Calvino studiò teologia in Francia, ma poi si trasferì in Svizzera, a
Ginevra, ove fondò una comunità di proseliti e scrisse la sua più importante opera,
Christianae religionis institutio (L’istituzione della religione cristiana).
Ginevra fu al centro di importanti scontri tra cattolici e protestanti, mentre le idee di Calvino
si diffondevano anche in Francia ed i calvinisti francesi e svizzeri furono chiamati
“ugonotti”, anche se l’origine di questa denominazione resta incerta.
Calvino sostenne la tesi della predestinazione in senso ancor più radicale di Lutero: Dio,
indipendentemente non solo dalle nostre opere, come affermava Lutero, ma anche dalla
nostra fede, ab aeterno, dall’eternità, a priori, prima della nostra nascita, ha già deciso chi
si salverà e chi sarà eternamente dannato. I salvati, che saranno la minoranza,
costituiranno una sorta di “repubblica degli eletti”, degli “scelti”; né le opere, né la fede
servono quindi alla salvezza. La comunità di Ginevra fu governata dal “Consiglio dei 12
Anziani”, l’etica calvinista è rigida ed intollerante, penetrante sino nell’intimità personale e
familiare. La salvezza, in Calvino, resta fondata esclusivamente sulla grazia divina, è
quindi dono di Dio e né le opere meritorie, né la fede possono certo far cambiare a Dio i
suoi imperscrutabili disegni, come emerge dalla sua più importante opera, Christianae
religionis institutio.
Anche se le opere non servono alla salvezza, Calvino sostenne che Dio invia dei
messaggi all’uomo, in vita, per fargli comprendere se è stato appunto “eletto”: il successo
economico nel lavoro è un segno tangibile della scelta divina, per cui è opportuno, anche
se non necessario alla salvezza, già stabilita dall’imperscrutabile volontà divina,
impegnarsi sempre di più nel lavoro per ringraziare Dio della sua scelta. Insistendo sulla
necessità dell’impegno nel lavoro, Calvino, a differenza di Lutero, svalutò l’importanza
dell’ascesi e della preghiera, tanto vive nel Medioevo. Il sociologo tedesco Max Weber, nel
primo ‘900 affermò che il capitalismo moderno nasce proprio grazie alla mentalità
calvinista, anche se per Calvino il lavoro resta soltanto concepito come ringraziamento a
Dio per la sua scelta, e quindi valido in ambito esclusivamente religioso, e non considera il
lavoro come arricchimento individuale. La tesi weberiana fu negata da un altro sociologo,
Mc-Grath, alla fine del Novecento: per Mc-Grath, quando il calvinismo si diffuse, la
mentalità capitalistica si era già affermata, con la nascita delle società mercantili (illustrata
già nelle novelle boccaccesche del Decameron) e degli Stati moderni, tra Basso Medioevo
e primo Umanesimo.

V.11. L’ ‘ombra morale’ di Calvino: il rogo di Michele Serveto. Cenni sul giansenismo.
Come si è detto, Calvino fu rigido ed intollerante, organizzò la comunità ginevrina con una
struttura ferrea e gerarchica, con il “Consiglio dei 12 Anziani”: arrivò a proibire i balli, le
osterie ed i nomi di battesimo non presenti nella Bibbia, fece chiudere i teatri,
considerandoli luoghi di corruzione, e sottopose la stampa a controllo ed a censura.
Ripristinò a Ginevra, in sostanza, quel clima di intolleranza che Firenze aveva conosciuto
durante la Repubblica savonaroliana.
Anche Calvino, come Lutero, ebbe una grave ‘ombra’ morale, il rogo di Michele Serveto,
nel 1553: Serveto si era opposto a Calvino negando il valore del battesimo per i bambini
(come gli Anabattisti) e il dogma della trinità.
Tra ‘500 e ‘600 insegna in Belgio il colto monaco Giansenio, fondatore del giansenismo,
tendente a distinguere radicalmente l’umanità in buoni e malvagi, sulla scia di Calvino: il
giansenismo si diffonderà in Francia e sarà combattuto alla fine del ‘600 dal re Luigi XIV
ed anche dai Gesuiti. I giansenisti fonderanno la loro roccaforte, in Francia, nell’abbazia di
Port-Royal e per questo motivo i giansenisti francesi prenderanno la denominazione di
“porto-realisti”. Il re di Francia Luigi XIV chiuderà l’abbazia di Port-Royal e disperderà il
movimento giansenista. Nel ‘600 il filosofo, matematico e fisico Blaise Pascal (dimostrò
l’esistenza del vuoto) aderirà al giansenisno e nel primo Ottocento anche il giovane
Manzoni, che si convertirà al cattolicesimo soltanto tra il 1808 ed il 1810.
Documento 5, Christianae religionis institutio, a c. di J. Pannier, Parigi, 1961.
“Riconosco che la virtù risiede nello Spirito senza lasciare ai sacramenti null’altro se non la
loro funzione di strumenti dei quali il Signore fa uso nei nostri riguardi […].
Dio non garantisce la sua grazia ai credenti […], la certezza della salvezza non dipende
affatto dalla partecipazione ai sacramenti, come se in essi fosse racchiusa la
giustificazione, che sappiamo essere in Gesù Cristo solo”.
Storiografia, M. Weber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, a c. di P. Burresi,
Sansoni, Firenze, 1990.
“La nascita del capitalismo moderno è strettamente collegata ad altri elementi, tra cui la
religione. Il protestantesimo ed in modo particolare il calvinismo sono razionalmente
collegati alla nascita del capitalismo, perché il calvinismo ha dato un’etica all’economia”.

V.12. Lutero e Calvino sui dogmi della transustanziazione e della consustanziazione.


Lutero aveva ridotto i sacramenti a due, battesimo ed eucarestia, negandogli una funzione
salvifica, poiché salva solo la fede; Calvino concorda con la riduzione luterana dei
sacramenti ed afferma, in modo ancora più radicale di Lutero, che non solo non servono
alla salvezza, ma hanno solo un valore simbolico, commemorativo e celebrativo, per cui,
secondo Calvino, nell’ostia e nel vino non ci sono, rispettivamente, il corpo ed il sangue di
Cristo. Negò quindi il dogma della transustanziazione, come Lutero, ed anche la
consustanziazione (la presenza delle 4 sostanze nell’ostia, cioè vino, sangue, pane e
corpo, ma non la trasformazione di una sostanza nell’altra), che Lutero invece accettava.
CHIESA CATTOLICA: AMMETTE CONSUSTANZIAZIONE E TRANSUSTANZIAZIONE
LUTERO: AMMETTE CONSUSTANZIAZIONE – NEGA TRANSUSTANZIAZIONE
CALVINO: NEGA CONSUSTANZIAZIONE E TRANSUSTANZIAZIONE

V.13. Lo scisma anglicano.


Anche se il re d’Inghilterra Enrico VIII Tudor (successore di Enrico VII, che aveva
inaugurato la dinastia alla fine della guerra delle “Due Rose”) si era scagliato contro le
posizioni di Lutero e per questo era stato definito “defensor fidei” dal papa Leone X.
In Inghilterra era molto vivo il problema di una riforma morale del clero, come John Wycliff
aveva già sottolineato e come stavano evidenziando filosofi come Thomas More. Inoltre,
la Chiesa romana rappresentava da secoli un ostacolo all’autorità regia e l’occasione della
rottura tra Enrico VIII e la curia romana fu offerta dalla volontà del re di divorziare dalla
moglie Caterina d’Aragona, zia di Carlo V, spagnola e cattolica, per sposare Anna Bolena.
La Chiesa negò il divorzio e scomunicò il sovrano, che nel 1534 emanò l’Atto di
Supremazia (“The Act of Supremacy”), con il quale si dichiarò capo della Chiesa inglese,
che assunse la denominazione di Chiesa anglicana, dando così origine ad un’altra
corrente del protestantesimo, l’anglicanesimo, che si affermò ben presto in tutta
l’Inghilterra, dove trovò il favore sia dei nobili che dei borghesi, ostili alla Chiesa cattolica,
con la quale si contendeva il possesso di molte terre in Inghilterra. Il filosofo Thomas
More, anche se sensibile al problema di una riforma morale del clero, si rifiutò di
riconoscere Enrico VIII come capo della Chiesa inglese e rimase fedele al papa, ma il re lo
fece decapitare nel 1535.
L’anglicanesimo ebbe soprattutto un carattere politico, perché rifiutava l’autorità del papa e
non toccava questioni di fede, a differenza delle altre forme di protestantesimo.
In Inghilterra la corona requisì i ricchi beni della Chiesa e perseguitò i cattolici.
L’Irlanda rimase cattolica, mentre in Scozia (che era un regno indipendente dall’Inghilterra
e tale rimarrà fino al 1706) si diffuse il calvinismo con John Knox ed i calvinisti scozzesi
assunsero il nome di presbiteriani.
Enrico VIII ebbe 6 mogli, due delle quali fatte decapitare, tra cui Anna Bolena, accusata di
stregoneria e adulterio.
L’affermazione dell’anglicanesimo in Inghilterra servì politicamente come strumento di
contrapposizione all’Italia, alla Spagna ed all’impero asburgico.
La Bibbia venne tradotta in inglese e la messa fu celebrata in inglese.
Inizialmente, come si è detto, la religione anglicana non intaccò la dottrina della Chiesa,
ma ben presto si affermò che ci si salvava solo per fede (come Lutero), si rifiutò il culto dei
santi (come Lutero e Calvino), si ridussero i sacramenti, negando a questi valore salvifico
(come Lutero e Calvino), si sostituì l’autorità del papa con quella del re e si pose
l’arcivescovo di Canterbury come la più alta carica ecclesiastica; con il passare del tempo,
infatti, anche se il re rimaneva capo della Chiesa inglese, l’anglicanesimo andò
caratterizzandosi sempre più per un forte episcopalismo. A differenza di Lutero, tuttavia, e
come invece nella Chiesa cattolica, l’anglicanesimo mantenne la struttura gerarchica della
Chiesa, come l’ordinazione del sacerdozio.
In Inghilterra si affermò, anche se marginalmente, il calvinismo: i calvinisti inglesi
assunsero la denominazione di puritani e la confessione religiosa si chiamò puritanesimo.
V.14. La Riforma in Italia.
In Italia la Riforma ebbe scarsissima diffusione, perché fu molto forte l’azione della
Controriforma del Concilio di Trento (1545-63) e dell’Inquisizione; inoltre, a Roma vi era la
sede del papato. L’azione della Riforma in Italia rimase quindi limitata e disunita.
A Napoli, grazie all’azione di Juan de Valdés, un nobile spagnolo, si diffuse il movimento
dei valdesi (da non confondersi con il movimento eretico medievale di Pietro Valdo), che
criticava la ricchezza e la mondanizzazione del clero, come aveva fatto Lutero, ma senza
l’intento di giungere ad una rottura con la Chiesa cattolica.
Da ricordare, oltre allo spagnolo Valdés, la famiglia Socini, che criticò la dottrina calvinista
della predestinazione, affermando la validità del contributo umano per la salvezza, insieme
alla fede; i Socini sostennero inoltre la tolleranza religiosa contro l’intolleranza della
Chiesa cattolica.

V.15. La diffusione della Riforma e del cattolicesimo in Europa (con cartina geostorica).
E’ a questo punto tenere presente il seguente quadro geo-storico di riferimento:
a. Il luteranesimo si diffuse in Germania, Danimarca, Svezia, Norvegia, Finlandia e si
affermò quindi gran parte dell’Europa settentrionale;
b. Il calvinismo si espanse invece ‘a macchia d’olio’ in Francia, nei Paesi Bassi
(Olanda, Belgio, Lussemburgo), ed in Scozia, con John Knox, ove assunse il
termine di “Chiesa presbiteriana” (presbiterianesimo, i presbiteriani sono infatti i
calvinisti scozzesi, e si consideri che la Scozia è ancora un regno indipendente);
c. il giansenismo si diffonde molto limitatamente in Francia e nelle Fiandre (cioè in
Belgio);
d. Lo zwinglismo si limitò alla Svizzera;
e. L’anabattismo ebbe scarsissima diffusione solo in Moravia;
f. Il cattolicesimo rimase in Italia, Spagna, Austria, Francia ed Irlanda del sud, quindi
continuò ad essere la religione dominante dell’Europa meridionale, oltre che
dell’Irlanda del Sud, ove iniziarono cruente lotte con gli anglicani inglesi e nord-
irlandesi;
g. l’anglicanesimo si attestò invece in tutta l’Inghilterra e nell’Irlanda del Nord;
h. il puritanesimo si affermò, marginalmente, in Inghilterra (venivano chiamati puritani i
calvinisti inglesi).
Si può in conclusione affermare che lo scisma aperto in Occidente nel primo ‘500, a
differenza di quello d’Oriente del 1054 (che aveva condotto alla nascita della sola
Chiesa ortodossa), aveva portato alla nascita di differenti confessioni religiose.
In Russia e nei Paesi dell’Europa Orientale la Riforma ebbe scarsissima diffusione
ed incontrò molte resistenze, come in Polonia, fortemente legata al cattolicesimo e
nella Russia dello zar Ivan IV il Terribile, grazie al forte sodalizio stabilito, nel
secondo Cinquecento, con la Chiesa ortodossa.
Si osservi la seguente cartina riepilogativa sulla diffusione della Riforma protestante, nelle
sue varie forme, nell’Europa cinquecentesca:
VI. LA CONTRORIFORMA O RIFORMA CATTOLICA.

VI.1. Controriforma o ‘Riforma cattolica’? Un problema di interpretazione storiografica.


La reazione della Chiesa alla Riforma protestante prese il nome, a seconda delle
interpretazioni storiografiche, di ‘Riforma cattolica’ o di ‘Controriforma’.
Gli storici cattolici indicarono la risposta della Chiesa al mondo protestante con
l’espressione di ‘Riforma cattolica’, mettendo in luce l’opera di riforma morale che fu
avviata, all’interno della Chiesa, che accolse così anche alcune critiche mosse dai
riformatori (dopo il Concilio di Trento, con i papi Pio V, Sisto V e soprattutto Urbano VIII,
ovvero il cardinale Barberini, inizialmente amico di Galileo, la Chiesa conosce
indubbiamente un periodo di positivo rinnovamento); gli storici laici parlano invece di
‘Controriforma’, volendo invece sottolineare la risposta negativa e repressiva della Chiesa,
che, di fatto, ebbe purtroppo il sopravvento sull’intento conciliatore di riforma morale.
Il termine ‘Controriforma’, che ebbe maggior fortuna rispetto all’espressione di ‘Riforma
cattolica’, fu coniato per la prima volta dal giurista tedesco Johann Putter nel 1776 (quindi
in clima illuministico ed anticlericale) e sottolineava pertanto la risposta repressiva della
Chiesa, attestata su posizioni conservatrici, tese a respingere in toto la Riforma come
eresia, a perseguitare i riformatori, ritenuti eretici, a censurare i testi e gli scritti dei
riformatori, a riaffermare l’ortodossia della dottrina cattolica.
In realtà furono veri entrambi gli atteggiamenti, quello di conciliazione (cioè di una vera e
propria ‘Riforma cattolica’) e quello repressivo, appunto controriformistico, anche se
quest’ultimo fu, purtroppo, quello indubbiamente dominante: per questo useremo la
denominazione di “Controriforma”.

VI.2. I nuovi ordini religiosi.


Tra gli aspetti positivi della Controriforma bisogna ricordare la creazione di nuovi ordini,
che precedette e seguì il Concilio di Trento, che si svolse appunto a Trento tra il 1545 ed il
1563, con due brevi interruzioni.
Non si tratta di ordini contemplativi, come erano stati i domenicani a partire dalla loro
fondazione nel ‘200 ma attivi, impegnati in opere caritatevoli ed assistenziali a vecchi,
vedove, orfani, infermi, poveri; non sono associazioni spontanee di volontari, ma ordini
religiosi riconosciuti dalla Chiesa, e quindi non ereticali. Ci furono anche missionari che si
dedicarono all’evangelizzazione ed all’insegnamento agli indigeni delle Americhe,
recentemente scoperte; con tali opere la Chiesa, pur rivedendosi interiormente sul piano
morale:
a. Combatté anche il luteranesimo ed il calvinismo, che negavano il valore delle opere
per la salvezza e
b. Offrì un valido aiuto sociale in un tempo che difettava di volontariato.
I nuovi ordini furono quelli dei Teatini, dei Cappuccini, oggi presenti in 101 Paesi del
mondo (dediti all’attività pastorale, il cui fondatore, Matteo da Bascio, vista la corruzione
della Chiesa, si convertì però al protestantesimo), dei Barnabiti, dei Somaschi (presso
questi due ordini studierà il giovane Alessandro Manzoni a Milano), delle Orsoline (fondate
da Sant’Angela), degli Oratoriani di Filippo Neri (dediti alla cura degli orfani romani), dei
Gesuiti o “Compagnia di Gesù”, fondati in Spagna nel 1540 da Ignazio di Loyola, degli
Scolopi, dediti all’insegnamento come i Gesuiti, fondati in Spagna da Giuseppe
Calasanzio, ed infine dei Fatebenefratelli, anche loro dediti alla pastorale. Paolo III
approverà ufficialmente l’ordine dei Gesuiti nel 1540. San Camillo de Lellis, fondatore
dell’ordine degli Ospedalieri, si forma nell’oratorio di San Filippo Neri a Roma.
L’ordine più importante, tra questi menzionati, fu sicuramente quello della Compagnia di
Gesù, che merita una trattazione a parte.
Nel periodo della Controriforma furono canonizzati infatti anche molti santi, quali San
Filippo Neri, Sant’Ignazio di Loyola, San Giovanni della Croce, Santa Teresa d’Avila,
fondatrice delle suore Carmelitane, e San Giuseppe Calasanzio; tali processi di
santificazione furono condotti anche e soprattutto per reagire ai riformatori, che avevano
negato il culto dei santi, delle immagini sacre e della Madonna.

VI.3. La “Compagnia di Gesù”.


Il termine “Compagnia di Gesù” indica già un nome militaresco, quasi una “militia
christiana”. Ignazio di Loyola era infatti un militare: ferito in battaglia, ebbe la vocazione.
Scrisse un’opera, gli Esercizi spirituali, nei quali cercava di fondere l’ascesi e l’obbedienza
con l’azione pratica, tanto che il motto dei gesuiti divenne “contemplativi nell’azione”. I
gesuiti furono ufficialmente riconosciuti dalla Chiesa come ordine nel 1540: in quanto
“militia Christi”, ebbero lo scopo di difendere la Chiesa e di obbedire incondizionatamente
al papa (furono un “ordine”, non una democrazia”). L’obbedienza ai superiori era quindi
assoluta, come nell’esercito, ma dovevano anche essere colti ed esperti nella dialettica, al
fine di difendere la dottrina della Chiesa dagli attacchi dei protestanti. La ”Ratio studiorum”
fu il metodo di insegnamento, molto rigido, seguito dai gesuiti nei loro collegi; a dire il vero,
inizialmente i gesuiti rivolsero il loro insegnamento ai poveri ed agli orfani, ma ben presto
s’insediarono come precettori presso le corti dei nobili ed aprirono numerose scuole rivolte
alla formazione dei rampolli dei principi.
Studiarono non solo la teologia, ma anche la filosofia e le scienze “profane” come la
matematica, la fisica e la biologia, allo scopo di contrastare, sul piano scientifico, i nemici
della Chiesa. Si distinsero per la loro rigorosa preparazione e per la disciplina durissima.
Come missionari in Asia ricordiamo i padri gesuiti Francesco Saverio e Matteo Ricci.

VI.4. Il Concilio di Trento (1545-63).


I papi che si succedettero nel Concilio di Trento furono Paolo III e Paolo IV, mentre i
successori Pio IV e Pio V raccolsero l’eredità del Concilio. Il papa Paolo IV era il cardinale
Gian Pietro Carafa, rigido ed intollerante, che rappresentò l’anima repressiva del concilio,
che si svolse, come già detto, nel castello di Trento, con 2 brevi interruzioni.
Fu aperto dal papa Paolo III e vi parteciparono vescovi e dotti gesuiti: fu un concilio lungo
e travagliato. Nonostante fossero stati condannati la simonia, il nepotismo ed il
concubinato di alcuni preti, nonostante fossero stati creati ordini con un fine di carità ed
assistenza, nonostante fosse stata ribadita la necessità di una maggiore preparazione dei
preti, che spesso, nelle campagne, erano molto ignoranti (come Erasmo da Rotterdam
aveva già sottolineato), prevalse la linea dura, di ferma condanna dell’eresia protestante, e
si ribadirono il culto dei santi, della Madonna, l’autorità suprema del papa, la gerarchia
ecclesiastica ed il valore salvifico dei 7 sacramenti e delle opere. L’imperatore Carlo V
d’Asburgo difese questa linea. Si ribadirono anche la transustanziazione, la
consustanziazione, la verginità della Madonna e l’esistenza del Purgatorio. Con il concilio
di Trento nacquero anche i catechismi, con l’obiettivo di educare i ragazzi nelle parrocchie.
Contro il libero esame delle Scritture, si ribadì come unica interpretazione valida quella
della Chiesa e contro i dialetti nazionali si ribadì anche l’esclusivo uso del latino come
lingua ufficiale della Chiesa, si ribadì anche la legittimità delle indulgenze, pur frenandone
gli abusi. Si riaffermò anche l’importanza delle opere meritorie, congiuntamente alla fede
ed alla misericordia (grazia divina) per ottenere la salvezza. Tutto questo nella “Professio
Fidei Tridentinae” del 1564, approvata da Paolo IV, che chiuse il concilio ed alla quale
s’ispirò anche il “Catechismo tridentino” del 1564, che influenzò il “Catechismo romano”
del 1566 (che, a sua volta, ha esercitato una notevole influenza sull’odierno “Catechismo
della Chiesa cattolica), scritto da Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano, poi santificato.
Le due anime della Controriforma cattolica, quella indulgente e quella repressiva, furono
perfettamente incarnate, dopo il concilio, dalla figura di Pio V, che si batté contro i
protestanti, ma anche contro la corruzione del clero. Si rafforzarono inoltre vescovadi e
seminari per la formazione del clero, già attivi a partire dal Cinquecento.

VI.5. L’Indice dei libri proibiti e la Congregazione del Sant’ Uffizio.


Paolo IV, il cardinale Gian Pietro Carafa, aveva istituito la messa all’Indice dei libri proibiti,
con lo scopo di aggiornare l’elenco delle opere da condannare in quanto contrarie al
cattolicesimo, e la Congregazione del Sant’ Uffizio, una riedizione del medievale Tribunale
dell’Inquisizione, con il quale, mediante un processo, si condannavano al rogo gli eretici.
La sentenza veniva poi materialmente eseguita dalla giustizia laica, dal “braccio secolare”,
al quale la Chiesa consegnava l’eretico dopo il processo. L’azione della Controriforma fu
particolarmente forte in Italia ed in Spagna, Paesi in cui la Chiesa creò un clima di paura,
intolleranza e chiusura culturale definito “oscurantismo”.

VI.6. La caccia alle “streghe” ed agli “untori”: fenomeni di fanatismo.


Uno dei più vistosi fenomeni di fanatismo religioso, sia cattolico che protestante, perché si
sviluppò prevalentemente nei Paesi protestanti, fu quello della caccia alle streghe, tra ‘500
e ‘600: spesso, vedove e donne nubili venivano tacciate di stregoneria e di congreghe
notturne con Satana ed i vari diavoli.
Il fenomeno fu particolarmente cruento tra il 1570 ed il 1630 nella Germania luterana, ma
la caccia alle streghe era già stata legittimata da papa Giovanni XXII ad Avignone nella
prima metà del Trecento, che vedeva nella stregoneria e nella magia una sorta di eresia;
l’ultimo processo ad una strega fu istituito in Svizzera nel 1782, quando una donna fu
decapitata con l’accusa di stregoneria, mentre la Francia aveva già abolito, il secolo
precedente, il reato di stregoneria grazie al re Luigi XIV, anche se le accuse di stregoneria
furono largamente diffuse in Francia, ad opera soprattutto degli ugonotti.
In certe zone periferiche dell’Europa, quali l’Irlanda e la Russia, l’accusa di stregoneria
colpì per il 75% gli uomini e solo per il 25% le donne, percentuale che nel resto
dell’Europa era ribaltata; l’Italia cattolica fu toccata molto marginalmente dal fenomeno.
Fu una piaga di intolleranza e fanatismo. Le donne accusate di stregoneria venivano
processate e torturate fino alla confessione e molte, per evitare atroci torture,
confessavano subito i loro rapporti con il diavolo: è il caso di Gostanza da Libbiano,
verificatosi a San Miniato, presso Pisa, che venne assolta dalla Congregazione del
Sant’Uffizio per aver confessato di avere avuto rapporti carnali con il demonio in persona,
cosa impossibile in quanto Lucifero, angelo ribelle cacciato dal paradiso, è puro spirito, e
quindi non può avere corpo; Gostanza fu condannata all’esilio a vita da San Miniato. La
Chiesa dichiarò legittima la caccia alle streghe.
Alcune donne furono condannate solo perché avevano dato delle ricette, a delle vicine di
casa, sul modo di cucinare le verdure.
Due frati domenicani tedeschi, Jacob Sprenger e Heinrich Kramer, scrissero anche un
trattato, un vero e proprio manuale per combattere il demonio, il Malleus Maleficarum (Il
martello delle streghe).
Anche nei conventi talvolta si cercavano le streghe tra le giovani novizie, come capitò in
Francia ed in Germania, Paesi in cui questo fenomeno di fanatismo fu più accentuato che
in Italia (fu in ogni caso più vistoso presso i protestanti, luterani e calvinisti, che non presso
i cattolici).
Eclatante, in Italia, fu il caso delle streghe di Nogaredo, un paesino del Tirolo, intorno alla
metà del ‘600: una giovane donna, Lucia, fu torturata e portata davanti ad un inquisitore, e
qui accusò un’altra donna, Domenica, di stregoneria e complicità, per scaricare la colpa,
ma cadde in contraddizione, avendo detto di aver collaborato con il demonio dopo essere
stata trasformata in un gatto.
In Germania, un gesuita tedesco, Friedrich von Spee, era il confessore delle streghe
condannate e nel testo che ci ha lasciato racconta la storia della strega Gaia: qualsiasi
cosa dica, Gaia è condannata: se si dichiara innocente, Gaia è una bugiarda, perché è
noto che le streghe mentono, se si dichiara colpevole, allora ha ammesso la sua
colpevolezza; “femmina” significa già, in latino, “fede minore”.
Molte donne, infatti, dichiaravano, nel corso di questi folli processi, subito di essere
streghe, pur di non essere torturate, come Gostanza da Libbiano.
Lo storico italiano Carlo Ginzburg ha studiato i documenti originali dei processi alle
streghe ed ha sottolineato, nei suoi saggi, come spesso non erano i tribunali ecclesiastici
a condannare le streghe, ma quelli laici, imperiali e ducali, soprattutto nell’Impero
Germanico.
Altro segno di fanatismo del Seicento fu quello della caccia agli “untori”, follemente
accusati di diffondere il germe della peste, che era invece stato portato dai soldati
mercenari lanzichenecchi durante la loro discesa nel ducato di Milano nel 1627, nel corso
della guerra dei trent’anni (1618-48), come ci illustra Manzoni negli ultimi capitoli de I
Promessi Sposi e nella Storia della colonna infame.

Documento 1, F. Von Spee, Cautio Criminalis, ovvero dei processi contro le streghe, 1631,
trad. it. Di M. Timi, a c. di A. Foa, Salerno, Roma, 1986.
“Se Gaia ha condotto una vita dissipata, è un indizio, se ha condotto una vita onesta,
mente, come fanno le streghe. Se, gettata in carcere, ha paura della tortura, è segno che
è colpevole, se non la teme, finge di essere innocente, e questa è comunque una prova,
perché le streghe fingono; non bisogna fidarsi delle femmine, la cui radice del nome in
latino significa infatti già “fede minore”. Se confessa la colpevolezza, è una strega che ha
confessato, e questa è la prova, se invece si dichiara innocente, verrà torturata fino a
quando non confesserà di essere una strega”.

Documento 2, Armando Saitta, Antologia di critica storica, Laterza, Bari, 1958, “La caccia
alle streghe”.
“In un villaggio una donna dà alla luce un figlio che muore dopo pochi giorni. Un bue,
colpito da un male sconosciuto, soccombe. Due maiali scompaiono senza lasciare traccia.
Non v’è dubbio: si tratta dell’opera di una strega e questa è presto trovata. Arrestata,
confessa tutto il sabba. La si esamina e pungendola con degli spilli, si trova il segno del
Diavolo. La si strangola, si brucia il corpo e le ceneri sono gettate al vento: grano di
streghe, che subito prolifera, genera altre streghe, provoca altri processi”.
Documento 3, F. Bolzoni, “Le streghe di Nogaredo”, in Le streghe in Italia, Universale
Cappelli, 1973.
“<<Una sera d'estate, Cristoforo era tornato a casa da Salisburgo. Fui invitata da
Domenica in casa sua, qui vi era la Mercuria che teneva un gran barattolo sopra una
cassa, vicino al letto. Domenica mi disse di mescolare anch'io nel barattolo. Mescolando,
gli domandai cosa volevano fare. Mi risposero tutte e due che volevano andare da
Cristoforo e conciarlo per le feste. Si spogliarono, e poiché non volevo spogliarmi, mi
toccarono nel naso e fui obbligata a obbedir loro. Divenni piccola piccola e assunsi la
forma di un gatto. Andammo in compagnia alla casa di Cristoforo, entrammo per la porta
della stalla di sotto. Prima veniva Domenica, portando il barattolo. Cristoforo era a letto e
dormiva da solo. Domenica, aiutata da Mercuria, cominciò ad ungerlo dal capo sino ai
piedi. Cristoforo mai si mosse dal sonno, né io mai le aiutai. Ma, piegata indietro, mi fecero
guardare e tenere la mano in alto. Passata mezz'ora, tornammo a casa di Domenica.
Allora le due donne presero a ridere, a tirar fuori pane, formaggio e un boccale di vino.
Cominciammo a mangiare e a bere>>. Il giudice osserva: <<Non eri in forma di gatto?
Spiegati meglio>>. E Lucia: <<Subito tornata, mi trovai vestita delle mie vesti>>. Il giudice:
<<Si dice che il diavolo si unisca alle donne nel congresso notturno. Ci sei andata anche
tu?>>. <<Vi sono andata più volte in compagnia di Mercuria e di Domenica. Qualche volta
veniva mia madre e Morandina di Merano. Il diavolo, in forma di uomo, ci abbracciava
tutte. Facevamo festa e ballavamo, perché il diavolo conduceva con sé suonatori>>”.

VII. LA SPAGNA DI FILIPPO II E L’INGHILTERRA ELISABETTIANA

VII.1. Filippo II ed il “siglo de oro” della Spagna.


Alla morte di Carlo V salì sul trono il figlio Filippo II, con il quale la Spagna raggiunse il suo
massimo splendore. La Spagna possedeva quasi tutta l'America centrale e meridionale, i
Paesi Bassi, la Franca Contea, il Portogallo, che fu conquistato da Filippo II nel 1580.
Carlo V aveva lasciato il trono di Spagna al figlio Filippo II ed il titolo di imperatore al
fratello Ferdinando, separando così la carica imperiale da quella di re di Spagna. Filippo II
sposò Mary Tudor, regina d'Inghilterra, e si presentò così in Europa come paladino della
Controriforma cattolica. Stabilì la capitale del Regno di Spagna a Madrid, nell’Escorial,
grandiosa costruzione dalle forme intermedie tra fortezza e convento, organizzò l'impero
in modo centralizzato, ma aiutato da una fitta organizzazione burocratica a lui fedele. Fu
quindi, sotto questo punto di vista, un sovrano moderno (secondo la definizione di
modernità data dal sociologo tedesco Max Weber in Economia e società, intesa appunto,
come si è già detto, come organizzazione burocratica, oggettiva, ‘spersonalizzata’ della
struttura politica). Il Cinquecento di Filippo II fu per la Spagna il “siglo de oro” (“secolo
d’oro”), sia per le ingenti ricchezze d'oro e d'argento provenienti dalle miniere del Sud
America, sia per la ricchezza culturale, rappresentata da pittori come Hieronymus Bosch (i
famosi trittici su tavole di legno), El Greco, Rubens e da letterati come Lope de Vega e
Miguel de Cervantes con il suo celebre Don Chisciotte della Mancia.

VII.2. La politica interna: la persecuzione dei “moriscos” e dei “marranos”.


Filippo II impose il cattolicesimo con la forza, perseguitando sia i “moriscos”, ovvero gli
Arabi rimasti nella Spagna meridionale dopo la caduta di Granada (in Andalusia, a
Granada, Cordoba, Siviglia) nel 1492, anche se convertiti al cattolicesimo, sia i “marranos”
o “conversos” o “cristianos nuevos”, cioè gli Ebrei convertiti al cattolicesimo. Furono due
minoranze religiose represse con la violenza, perseguitate ed infine espulse; in
particolare, i “moriscos” furono perseguitati ed espulsi perché si rifiutarono di rispettare la
legge che proibiva loro di parlare la lingua araba in Spagna, anche all'interno delle loro
comunità. Filippo II rafforzò anche il Tribunale dell'Inquisizione: era convinto che alla
purezza di fede dovesse corrispondere anche una “lempieza de sangre”, cioè una
“purezza di sangue”, di stirpe, in quanto un arabo o un ebreo convertiti rimanevano, nella
sua concezione razzista, pur sempre arabi ed ebrei. Per Filippo II il cattolicesimo fu quindi
più un mezzo di cui servirsi che non un ideale da servire.

VII.3. La politica estera di Filippo II: la battaglia di Lepanto e la conquista del Portogallo.
Con Solimano il Magnifico i turchi avevano consolidato i propri domini nel Medio Oriente e
nel vicino Nord Africa e rappresentavano un serio pericolo per la cristianità. A questo si
aggiungevano le frequenti scorrerie di pirati saraceni in Europa. Selim II, successore di
Solimano il Magnifico, conquistò l'isola di Cipro, che era un possedimento veneziano e
roccaforte della cristianità in Oriente. Il papa Pio V istituì allora una Lega Santa, formata
da Roma, Venezia, Spagna ed Austria, che nel 1571 sconfisse i turchi nella battaglia di
Lepanto: i turchi furono costretti ad abbandonare l'isola di Cipro.
Approfittando inoltre di una crisi dinastica interna al Portogallo, nel 1580 Filippo II
conquistò il Portogallo, facendo così raggiungere alla Spagna l'apice del suo potere. La
conquista del Portogallo non fu osteggiata dalla borghesia portoghese, che trovò
un'occasione per intensificare i commerci.
Il pericolo islamico non fu però ridotto: nel 1573 i turchi riconquistarono Cipro e nel 1574
fecero di Tunisi una roccaforte islamica. La battaglia di Lepanto rappresentò quindi, per
Filippo II, un successo modesto e provvisorio.

[Link] rivolta dei Paesi Bassi e l’indipendenza delle Province Unite.


I Paesi Bassi comprendevano i territori corrispondenti a Belgio, Olanda, Lussemburgo,
Normandia e Bretagna, cioè nord della Francia. Erano divisi in province ed ogni provincia
inviava i suoi rappresentanti al governo di Bruxelles, ma il governatore generale dei Paesi
Bassi, che aveva appunto sede a Bruxelles, era nominato dalla Spagna. Filippo II
opprimeva le colonie dei Paesi Bassi sia con una politica fiscale troppo esosa, sia
intromettendosi pesantemente in questioni politiche specifiche dei Paesi Bassi, sia in
questioni religiose, volendo imporre il cattolicesimo con la forza, mentre i Paesi Bassi
erano in maggioranza calvinisti. Filippo II intensificò, nei Paesi Bassi, il Tribunale
dell'Inquisizione, ma un borghese olandese, Guglielmo I d'Orange-Nassau si pose alla
testa di una rivolta popolare che iniziò a saccheggiare chiese e conventi; Filippo II inviò
allora il cattolico duca d'Alba a reprimere la rivolta nel sangue, rivolta nota come “rivolta
dei pezzenti” (“gueux”), in quanto così sprezzantemente erano chiamati i borghesi
protestanti olandesi dai cattolici, ma Guglielmo I d'Orange-Nassau aveva l'appoggio sia
del popolo che della borghesia, vessata dalle tasse imposte da Filippo II. Dopo la
sconfitta, Guglielmo I d'Orange-Nassau riorganizzò l'esercito con l'aiuto dei protestanti
tedeschi e costrinse il duca d'Alba a tornare in Spagna.
Ma nel 1576 il duca d'Alba saccheggiò la città di Anversa, mentre tornava in Spagna, ed il
sacco di Anversa portò ad una forte coesione del sentimento nazionale tra le province del
Nord, protestanti, e quelle del sud, cattoliche. Tutte le province, superando così le divisioni
religiose, si unirono nell’ Unione di Gand nello stesso 1576.
Allora Filippo II inviò Alessandro Farnese, suo nipote e duca di Parma, più diplomatico, e
destituì il duca d'Alba. Alessandro Farnese riuscì a far leva sul sentimento religioso e
l'unione di Gand si divise in due: l'Unione di Arras, cattolica, al Sud e l'Unione di Utrecht,
protestante, al Nord, chiamata anche “Repubblica delle Sette Province Unite”, tra cui
l'Olanda, al comando di Guglielmo I d'Orange Nassau, che fu però ucciso da un fanatico
cattolico.
La nuova regina d'Inghilterra, Elisabetta I Tudor, anglicana, intervenne a favore delle Sette
Province Unite: la guerra che ne segui fu un lunga e sanguinosa. Alla fine del conflitto,
Belgio Lussemburgo e Francia del Nord, cioè Normandia e Bretagna, acquistarono
l'indipendenza, grazie all'intervento di Elisabetta I Tudor, ma non l'Olanda, che vedrà
riconosciuta la propria indipendenza come Stato protestante solo nel 1648, a conclusione
del più grande conflitto religioso della storia moderna: la guerra dei trent’ anni, che
insanguinerà l'Europa dal 1618 al 1648.

VII.5. L’Inghilterra elisabettiana e l’ascesa della potenza inglese.


Dopo Enrico VIII Tudor, in Inghilterra salì al trono Maria I Tudor, che sposò Filippo II di
Spagna: fu un’abile politica matrimoniale, preparata dallo stesso Carlo V, padre di Filippo
II, con la speranza di inglobare l'Inghilterra tra i Paesi soggetti alla Spagna.
La regina di Scozia era invece Maria I Stuart, anch’ella cattolica e moglie del re di Francia
Francesco II (firmatario del trattato di Cateau-Cambresis): l'asse matrimoniale Scozia-
Francia avrebbe dovuto controbilanciare quello tra Inghilterra e Spagna.
Maria I Tudor, nuova regina d'Inghilterra dopo Enrico VIII, fu una cattolica fanatica ed
intransigente, perseguitò violentemente gli anglicani e vietò i testi della Chiesa anglicana.
Impose il cattolicesimo con la forza e fu soprannominata “Bloody Mary”, (“Maria la
sanguinaria”).
Morta senza eredi, il trono passò alla sorellastra Elisabetta I Tudor, figlia di Enrico VIII e di
Anna Bolena (seconda moglie di Enrico VIII, dopo Caterina d'Aragona, e fatta in seguito
da lui decapitare, come si è già visto). Elisabetta I Tudor aveva rifiutato la proposta di
matrimonio di Filippo II di Spagna, che, rimasto vedovo di Maria I Tudor, nutriva evidenti
mire egemoniche sull'Inghilterra. Tuttavia Filippo II non contestò il fatto che il trono inglese
andasse ad Elisabetta, perché questo evitò che potesse andare a sua cugina, Maria I
Stuart, regina di Scozia e moglie del re di Francia Francesco II. Elisabetta I Tudor era
anglicana, ma fu tollerante con i cattolici, i luterani ed i calvinisti.
Si consideri il seguente schema sulle politiche matrimoniali:
CARLO V == > IMPERO AL FRATELLO FERDINANDO ENRICO VIII TUDOR
V V
FILIPPO II (re di Spagna, figlio di Carlo V) <===>MARIA I TUDOR (“BLOODY MARY”),
regina d’Inghilterra.
FRANCESCO II<===>MARIA I STUART V
(re di Francia) (fanatica cattolica, ELISABETTA I TUDOR (sorellastra
regina di Scozia, di Maria I Tudor, era figlia di Enrico

cugina di ELISABETTA I VIII e di Anna Bolena).


TUDOR
L'Inghilterra elisabettiana si caratterizzò per lo splendore economico e culturale, con
Christopher Marlowe ed il teatro di William Shakespeare, mentre in ambito filosofico va
ricordato Francis Bacon. Intanto in Scozia i calvinisti (presbiteriani), capeggiati da John
Knox, si ribellarono contro l'intollerante politica religiosa di Maria I Stuart, che fu costretta
ad abbandonare la Scozia ed a rifugiarsi da sua cugina, in Inghilterra, Elisabetta I Tudor,
con lo scopo, però, di rovesciarne il trono. Accortasi dei loschi piani della cugina,
Elisabetta la fece decapitare.

VII.6. Il conflitto tra Inghilterra e Spagna.


L'aiuto dato da Elisabetta I ai Paesi Bassi, protestanti, contro Filippo II, e l'esecuzione di
Maria Stuart, sua cugina, cattolica e moglie del re di Francia Francesco II, fecero
precipitare i già tesi rapporti tra Spagna ed Inghilterra e Filippo II dichiarò guerra
all'Inghilterra nel 1588, ma le pesanti navi spagnole della “Invincible Armada” (così era
chiamata la celebre flotta di Filippo II) furono sbaragliate dalle agili golette inglesi e
l'Inghilterra impose così il proprio dominio sui mari, mentre la Spagna era destinata ad un
periodo di crisi. Lo storico belga Fernand Braudel nel suo studio Civiltà ed imperi nel
Mediterraneo nell'età di Filippo II ha Infatti scritto che “Filippo II ha vinto dove poteva
perdere ed ha perso dove doveva vincere”, in quanto la battaglia di Lepanto contro i turchi
non portò grandi vantaggi alla Spagna, poiché i turchi riconquistarono l'isola di Cipro nel
1573, mentre la sconfitta del 1588 contro l'Inghilterra significò cedere agli inglesi il
monopolio dell'Atlantico, che passava i popoli del Nord, cioè ai protestanti di Elisabetta I.
Storiografia: F. Braudel, Civiltà ed imperi nel Mediterraneo nell’età di Filippo II, Einaudi,
Torino, 1953.
“Filippo II fu un vero monarca spagnolo,’castigliano’: volle proseguire l'opera del padre
Carlo V, ma non comprese mai pienamente che il suo regno, molto più di quello di Carlo V,
era legato a fattori economico-fiscali: senza un'adeguata politica fiscale, spesso esosa,
sarebbe stato impossibile dominare l'Europa ed il Mediterraneo. L'impero di Carlo V fu più
un impero ‘universalistico’, quello del figlio Filippo II fu maggiormente dettato da ragioni
economico-fiscali e la stessa religione cattolica, che per Carlo V era un ideale da servire,
per Filippo II fu un mezzo di cui servirsi. Come un ragno nel mezzo della sua tela, Filippo II
organizzò l'Impero in modo burocratico e moderno, ereditò dal padre il deficit finanziario e
vi trovò rimedio soltanto con l'oro e l'argento inviatogli dallo zio Ferdinando (fratello del
padre Carlo V) e provenienti dalle colonie dell’America centrale e meridionale. Molto
costosa e poco proficua fu per la Spagna la guerra nei Paesi Bassi. Filippo II fu un
sovrano ‘castigliano’ perché rimase all'Escorial, tra gli spagnoli, e fu amato dal suo popolo,
mentre fu odiato dalle popolazioni dei Paesi Bassi, che avevano invece amato suo padre.
Carlo V viaggiò, Filippo II fu un sovrano sedentario e non si rese mai veramente conto che
i tempi erano diversi da quelli del padre. Come il padre, si ritenne paladino della cristianità,
concepì la battaglia di Lepanto contro i Turchi come una crociata religiosa e con violenza
si scagliò contro i Paesi Bassi, ai quali dovette infine concedere l'indipendenza, tranne che
all’Olanda. La sconfitta dei Turchi a Lepanto nel 1571 non ebbe conseguenze, mentre la
sconfitta spagnola dell' Invincible Armada del 1588 contro l'Inghilterra significò, per la
Spagna, cedere il monopolio dell'Atlantico agli inglesi, cioè ai popoli del nord Europa, ai
protestanti di Elisabetta I Tudor: per questo Filippo II ha vinto dove poteva perdere ed ha
perso dove doveva vincere”.
VIII. LE GUERRE DI RELIGIONE, IL DECLINO DELLA SPAGNA E DELL’ITALIA,
L’ASSOLUTISMO IN FRANCIA E L’ASCESA DELL’INGHILTERRA.

VIII.1. La notte di San Bartolomeo.


Alla fine del Cinquecento la Francia fu scossa da un grave conflitto religioso: nella notte
tra il 23 ed il 24 agosto 1572, la notte di San Bartolomeo, a Parigi, i cattolici, comandati
dalla famiglia dei Guisa, massacrarono violentemente gli ugonotti, cioè i calvinisti francesi
e più di 2000 furono le vittime. Fu un atto di profondo fanatismo ed intolleranza, come ci
illustra, alla fine del Settecento, il filosofo francese illuminista Voltaire nel suo Dizionario
filosofico alla voce “Fanatismo”. Gli scontri e le persecuzioni verso gli ugonotti si
espansero nelle campagne francesi, con altre vittime. I Guisa, cattolici, rappresentavano la
borghesia parigina, mentre gli ugonotti erano rappresentati dai Borbone, esponenti della
piccola nobiltà delle città e delle campagne. Nello scontro, favore di Guisa, si era
intromesso anche Filippo II di Spagna, con evidenti mire espansionistiche verso la
Francia.

Documento 1, Voltaire, dal Dizionario filosofico, voce “Fanatismo”.


“Il fanatismo sta alla superstizione come il delirio sta alla febbre ed il furore alla collera.
[…]. Chi sostiene la propria follia con il delitto è un fanatico [...].
Il più detestabile esempio di fanatismo è quello dei borghesi di Parigi, che nella notte di
San Bartolomeo corsero ad assassinare, scannare, gettare dalle finestre, fare a pezzi i
loro concittadini che non andavano a messa [...]. Una volta che il fanatismo ha
incancrenito un cervello, la malattia è quasi incurabile [...] . Non c’è altro rimedio a questa
malattia epidemica che lo spirito filosofico che, diffondendosi da un luogo all’altro, finisce
con il mitigare i costumi e con il prevenire gli attacchi del male: infatti, non appena questo
male progredisce, bisogna fuggire ed aspettare che l’aria si sia purificata. Le leggi e la
religione non bastano contro la peste degli animi; la religione, lungi dall’essere per loro un
alimento salutare, si trasforma in veleno nei cervelli infetti [...].
Che rispondere a un uomo che vi dice che preferisce obbedire a Dio che agli uomini e che
quindi è sicuro di meritare il cielo sgozzandovi?
Sono comunemente i farabutti a guidare i fanatici ed a metter loro il pugnale in mano […].
Non c’è stata che una sola religione al mondo che non sia stata insozzata dal fanatismo:
quella dei letterati cinesi. Le sette dei filosofi erano non solo immuni da questa peste, ma
ne costituivano il rimedio: infatti, l’effetto della filosofia è di rendere l’animo sereno, mentre
il fanatismo è incompatibile con la serenità. Se la nostra santa religione è stata così
spesso corrotta da questo furore infernale, è con la follia degli uomini che bisogna
prendersela”.

VIII.2. Dalla “guerra dei tre Enrichi” all’editto di Nantes.


Il nuovo re di Francia fu Enrico III: in Francia proseguirono violentemente le lotte religiose,
che portarono ad un nuovo conflitto noto come “guerra dei tre “Enrichi” tra Enrico III,
cattolico, re di Francia, ma non fanatico, Enrico di Borbone, ugonotto e cognato di Enrico
III, ed Enrico di Guisa, fanatico cattolico. Enrico III fece assassinare Enrico di Guisa, ma
sua volta fu pugnalato a morte da un frate fanatico cattolico, in quanto Enrico III era
cattolico, ma non fanatico, e, nonostante avesse avuto notevoli responsabilità nella strage
di San Bartolomeo, voleva pacificare i francesi. Enrico III, in punto di morte, designò come
erede al trono suo cognato Enrico di Borbone, a patto però che questi si convertisse al
cattolicesimo ed Enrico di Borbone, convertitosi immediatamente al cattolicesimo, divenne
così re con il nome di Enrico IV, pronunciando, secondo la tradizione, durante la messa di
incoronazione, la famosa frase “Parigi val bene una messa”, a significare il fatto che,
privatamente, rimaneva di fede calvinista. Nel 1598 emanò infatti l'editto di Nantes, con il
quale concesse libertà di culto agli ugonotti in tutta la Francia con l’esclusione,
inizialmente, di Parigi, per evitare disordini nella capitale, ma ben presto l’editto fu esteso
anche a Parigi. Con l’ editto di Nantes si garantivano anche agli ugonotti pieni diritti politici,
di assistenza negli ospedali e di istruzione nelle scuole. Anche Enrico IV sarà però
assassinato da un fanatico cattolico e gli succederà Luigi XIII. Si consideri la seguente
mappa concettuale:
3 1 2
frate fanatico cattolico ======>Enrico III ========> Enrico di Guisa (cattolico fanatico)
(re di Francia, cattolico, ma
non fanatico)
V nomina successore, in punto di
morte
Enrico di Borbone
(suo cognato e ugonotto)
V
conversione al
cattolicesimo
V
4
Enrico IV: editto di Nantes (1598)

Documento 2, Enrico IV, “Editto di Nantes” (3 aprile 1598):


“Articolo 1. In primo luogo che sia estinto e soppresso il ricordo di qualsiasi azione
compiuta dalle due parti.
Articolo 2. Noi proibiamo a tutti i nostri sudditi di qualsiasi rango o condizione essi siano, di
rinnovare il ricordo di tali fatti, di attaccare, osteggiare, ingiuriare o provocarsi
vicendevolmente a rivendicazione del passato, qualunque ne sia la ragione o il pretesto, o
di litigare, discutere, contendere intorno a ciò, o di oltraggiare o offendere con fatti o con
parole, ma esortiamo tutti a contenersi ed a vivere in pace come fratelli, amici e
concittadini, sotto pena di essere passibili di punizione come perturbatori della pace e
della quiete pubblica.
Articolo 23. Ordiniamo che non vi sia alcuna differenza o distinzione, a causa della
suddetta religione, nell'accettazione degli studenti in Università, Collegi e scuole, o dei
malati e poveri in ospedali, infermerie e pubbliche istituzioni di carità.
Articolo 27. Al fine di riunire più efficacemente le volontà dei nostri sudditi, come è nostra
intenzione, e di evitare ogni futura lagnanza, noi dichiariamo che tutti coloro che
professano la suddetta religione Riformata, possono tenere ed esercitare ogni professione
pubblica, onore, carica e servizio qualsiasi, reale, feudale o altre cariche nelle città del
nostro regno, paesi, terre e signorie a noi soggetti, nonostante ogni altro giuramento
contrario, e devono esservi ammessi ed accolti senza distinzioni.
Articolo 92. E per maggiore garanzia del comportamento e della condotta, che ci
attendiamo in seguito a quest’ editto, Noi vogliamo, ordiniamo e desideriamo che tutti i
Governatori ed i Luogotenenti Generali delle nostre province, i Balivi, i Siniscalchi ed altri
giudici ordinari delle città del regno suddetto, immediatamente dopo aver ricevuto questo
editto, giurino di farlo mantenere ed osservare, ognuno nel suo proprio distretto; e
parimenti i sindaci, gli sceriffi, capitani, consoli e magistrati delle città, annuali o perpetui”.

RE DI FRANCIA DAL ‘300 AL ‘600:


Carlo IV
Filippo VI di Valois
Carlo V il Saggio
Carlo VI il Folle
Carlo VII
Carlo VIII
Luigi XII
Francesco I
Enrico II
Francesco II
Enrico III
Enrico IV
Luigi XIII

VIII. 3. La Francia da Richelieu a Mazarino.


In Francia, dopo l’assassinio di Enrico IV, salì al trono Luigi XIII, all’età di soli 9 anni: seguì
un periodo di crisi durante il quale i nobili, approfittando della tenera età del monarca,
cercarono di far valere le loro pretese feudali. La madre era Maria de’ Medici (poco amata
dai francesi in quanto toscana) che, di fronte alle difficoltà del regno, nel 1614 convocò
l’Assemblea degli Stati Generali, ossia dei rappresentanti della nobiltà, dell’alto clero e
della borghesia (o ‘Terzo Stato’), che tuttavia non risolse i contrasti. Divenuto
maggiorenne, Luigi XIII trovò nel cardinale Richelieu un primo ministro capace di
restaurare il potere del re. Il cardinale seppe tenere a freno la nobiltà, anche con metodi
duri, e sconfisse gli ugonotti a La Rochelle: questi, approfittando dei privilegi ottenuti con
l’editto di Nantes (1598), tendevano infatti a costituire una specie di repubblica entro i
confini della Francia, una specie di “Stato dentro lo Stato”. Richelieu rafforzò l’apparato
statale con burocrati stipendiati dalla Corona e scelti tra la borghesia, e non più tra la
nobiltà, che venne quindi sostituita nelle mansioni di governo: questi borghesi costituirono
la “nobiltà di toga”, che si differenziava dalla “nobiltà di spada” di tipo feudale. I privilegi
della “nobiltà di spada” furono destituiti e si strinsero sempre più i rapporti tra i “nobili di
toga” ed la monarchia.
Dopo la morte di Richelieu, la medesima politica fu proseguita dal cardinale Mazzarino,
che assistette Luigi XIII fino alla morte e che governò anche durante l’inizio del regno di
Luigi XIV, divenuto re all’età di 5 anni. L’opera del Mazzarino fu però più difficile, perché la
“nobiltà di spada”, per riconquistare il potere ed i privilegi, fece leva anche sul malcontento
popolare, dovuto alle pesanti tasse che i francesi dovettero pagare per affrontare la guerra
dei trent’anni: i parlamentari si organizzarono nella “fronda parlamentare” (1648) ed i nobili
nella “fronda dei principi” (1650), ma entrambe queste proteste rientrarono grazie all’abile
politica del Mazzarino. Tuttavia l’assolutismo monarchico in Francia si affermerà
pienamente solo quando, morto Mazzarino (1661), Luigi XIV assumerà personalmente il
compito di amministrare la Francia.

VIII. 4. La guerra dei trent’anni (1618-48).


E’ il più grande ed ultimo conflitto religioso tra cattolici e protestanti nella storia moderna:
durò ininterrottamente trent’anni, dal 1618 al 1648.
L’acuirsi dei conflitti politici e religiosi all’interno dell’Impero Germanico fu la causa diretta
della guerra dei trent’anni. A questo si aggiunsero altri motivi, come il precario equilibrio tra
cattolici e protestanti, le tendenze nazionalistiche, particolarmente forti in Boemia ed in
Transilvania, l’aspirazione dei principi tedeschi a conquistare una piena autonomia
politica. La guerra si può dividere in quattro fasi, la prima delle quali è nota come
I - periodo boemo-palatino (1618-24). La “scintilla” che provocò il conflitto fu la
“defenestrazione di Praga”: il 23 maggio 1618 un gruppo di nobili irruppe in una sala del
palazzo reale di Praga e gettò dalla finestra due luogotenenti cattolici dell’imperatore
Ferdinando II, i quali si salvarono cadendo su un mucchio di letame. Tuttavia Ferdinando
II sconfisse i luterani boemi nella battaglia della Montagna Bianca, presso Praga, nel
1620. Sempre in questa fase del conflitto si assiste alla “guerra di Valtellina”, zona di
grande importanza strategica perché consentiva il collegamento tra i domini spagnoli in
Nord Italia, e la Germania. La Valtellina si trovava divisa tra cattolici, aiutati dalla Spagna,
e protestanti, aiutati dalle altre potenze. La guerra di Valtellina si concluse con
l’indipendenza della Valle, ma i cattolici ebbero la meglio. Seguì il
II - periodo danese (1625-29): il re di Danimarca Cristiano IV, luterano, fu sconfitto dalle
truppe imperiali cattoliche, perché non ebbe l’aiuto di Inghilterra ed Olanda, ovvero degli
altri Paesi protestanti, ma in questo periodo la Germania conobbe gli anni più tristi della
sua storia, dovuti a saccheggi e violenze di ogni sorta compiuti dagli stessi soldati
mercenari che avevano sconfitto Cristiano IV: questa desolante situazione della Germania
ci è mirabilmente descritta nelle pagine del drammaturgo tedesco del ‘900 Bertolt Brecht,
nel dramma Madre Coraggio e i suoi figli. Seguì il
III - periodo svedese (1630-35): nel 1632 il re di Svezia Gustavo Adolfo, luterano, cadde
in battaglia a Lutzen, ma l’esercito svedese sconfisse la Germania; tuttavia nel 1634
l’esercito svedese fu sconfitto da quello imperiale nella battaglia di Nordlingen, anche se
con la pace di Praga del 1635 i principi protestanti svedesi ottennero diverse concessioni.
Seguì il
IV - periodo francese (1636-48), l’ultima fase della guerra: l’imperatore Ferdinando II fu
duramente sconfitto a Rocroi dai francesi, nel 1643; l’intervento francese era stato deciso
dal primo ministro, il cardinale Richelieu, reggente del re Luigi XIII, minorenne, in quanto la
Francia di Richelieu, sia pure cattolica, era preoccupata da una possibile futura
aggressione dell’Impero ed era contemporaneamente interessata al dominio sull’Alsazia,
una volta eventualmente vinta la guerra, ed infatti questo lungimirante disegno dell’abile
stratega Richelieu si verificò.
A Ferdinando II successe Ferdinando III, che nel 1648 firmò la pace di Westfalia, che
concludeva definitivamente il conflitto: Francia e Svezia uscirono vittoriose (la Francia
ottenne l’Alsazia ed altre città, mentre la Svezia consolidò il suo dominio sul Mar Baltico),
l’Olanda acquistò l’indipendenza dalla Spagna, i principi protestanti tedeschi videro
riconosciute le loro libertà, il calvinismo fu riconosciuto ovunque, mentre l’autorità
imperiale fu ridotta ad una larva. Spagna ed Impero Germanico sono i grandi sconfitti della
guerra.

VIII. 5. La decadenza della Spagna e dell'Italia. Il crollo della potenza spagnola.


Alla morte di Filippo II, in Spagna salì al trono Filippo III, che dovete prendere atto del
fallimento della politica estera del suo predecessore, sia con l'Inghilterra tra (battaglia della
Invincible Armada nel 1588), che con la Francia e con i Paesi Bassi. La nobiltà,
parassitaria, viveva arroccata sui propri privilegi e la situazione sociale era aggravata dalle
proteste dei contadini, vessati da un’ esosa politica fiscale.
Il successore Filippo IV fu aiutato dall’ abile ministro Guzman, duca di Olivares, che tentò
inutilmente di opporsi e di sgravare i sudditi con una più equa politica economica. La
guerra dei 30 anni diede il colpo di grazia al debole regno spagnolo, che cadde preda dei
contrasti tra i nobili, che vedevano minacciati i loro privilegi, ed i contadini, sempre più
vessati dalle tasse. Nel 1648 l'Olanda conquistò l'indipendenza dalla Spagna e molte
rivolte scoppiarono nei domini spagnoli. Il duca di Olivares fu allontanato dal potere a
causa delle pressioni dei nobili.
Alla morte di Filippo IV successe Carlo II, un bambino di 4 anni, debole e malaticcio, che
indebolì maggiormente il regno di Spagna.

VIII.6. I domini spagnoli in Italia e la rivolta di Masaniello e Gennaro Annese a Napoli.


I possedimenti spagnoli in Italia erano affidati a dei viceré. Anche se a Milano l'economia
era più florida che al sud, la peste del 1630 (cfr. A. Manzoni, ultimi capitoli de I Promessi
Sposi) indebolì la città, incapace di contrastare la concorrenza. Al Sud ed in Sardegna,
che erano possedimenti spagnoli, la situazione economica era già precaria di suo e molti
contadini si diedero al brigantaggio, cioè alla rapina ed alla macchia. Le terre erano di
proprietà dei nobili, che vessavano le popolazioni con un’ esosa politica fiscale, come in
Sicilia ed Napoli. Le spese necessarie per affrontare la guerra dei 30 anni, nella quale la
Spagna fu peraltro sconfitta, provocarono un aumento delle tasse e nel 1647-48 a Napoli
un pescivendolo, Tommaso Aniello, detto “Masaniello”, animò una rivolta anti-spagnola,
ma fu ucciso subito dopo una settimana dall'inizio della rivolta, che fu proseguita da
Gennaro Annese, che, postosi alla testa dei “Lazzaroni” (così erano chiamati dagli
spagnoli i rivoltosi), riuscì a cacciare gli spagnoli da Napoli e ad estendere il movimento di
rivolta nella provincia e nelle campagne. A Napoli fu cacciato il viceré spagnolo e fu
proclamata una Repubblica sotto la protezione francese, ma i francesi erano poco
interessati ai problemi napoletani e non intervennero nel 1648, quando gli spagnoli posero
sanguinosamente fine alla Repubblica, ripristinando il potere dei viceré e dei nobili.

Storiografia 1, Benedetto Croce, Vita morale italiana nel Seicento, Napoli, 1952.
In questo testo il filosofo della storia Benedetto Croce interpreta la dominazione spagnola
in Italia come segno di grave decadenza morale, in cui si è smarrito ogni slancio vitale
verso il cambiamento e la trasformazione. Non ci sono più filosofi come Pascal, Cartesio,
Spinoza, l’Italia vive sulle glorie passate e non sa nemmeno ben conservarle.
Politicamente, lungi dall’essere uno Stato nazionale unitario, a differenza delle altre
nazioni d’Europa, l’Italia è costituita da Stati e “Staterelli”, cioè repubbliche, più o meno
piccole, in lotta tra loro ed al loro stesso interno, tra vecchia e nuova nobiltà. Anche la
Chiesa, potenza politica fino a Paolo IV, il papa della Controriforma, è ora in crisi. L’Italia
del ‘600 è priva di una propria identità politica e culturale e persino Genova, un tempo
fiorente repubblica marinara, adesso, inglobata nell’orbita della monarchia spagnola, è in
crisi anche sul piano commerciale.
“Se, dopo avere contemplato la vigorosa e varia vita europea di quei tempi nell’Inghilterra,
nella Francia e nell’Olanda, a Ginevra, e sparsamente in altri luoghi, riportiamo l’occhio al
paese d’Italia, e dalle Alpi alla Sicilia percorriamo gli aspetti della società che in esso
viveva, possiamo bene, frugando qua e là, scorgere qualche tratto dei medesimi processi
che si svolgevano altrove, ma nel generale non troviamo più né moto politico né religioso
né economico, non calvinismo né giansenismo, non razionalismo e giusnaturalismo, non
sforzi di unificazione sotto un principato assoluto, non aneliti di dignità umana e di libertà,
non intraprese commerciali e coloniali; e non vediamo fra i suoi uomini le fisionomie dei
Richelieu e dei Mazarino, dei Cromwell […] e dei Pascal, dei Cartesio e degli Spinoza, o
appena qualche raro animo, qualche rara mente, che a loro somigli.
L’Italia era diventata un paese conservatore, tale cioè che viveva sugli ideali e sulle forze
del passato: ideali e forze che non possedevano più la gagliardia di una volta, perché
gagliardia è attualità di svolgimento e di trasformazione, e i vari Stati italiani, invece, si
erano arrestati a talune posizioni raggiunte e nemmeno sapevano sempre ben difenderle
e mantenerle. […].
Le repubbliche e repubblichette, grandi e piccine, diventarono tutte strettamente
aristocratiche e oligarchiche, da quelle di Venezia e di Genova a quella di Lucca, se pure
con taluni contrasti tra nobiltà vecchia e nobiltà nuova, sopiti o composti alla meglio senza
che partorissero notabili effetti o dessero principio a rivolgimenti e trasformazioni sociali e
politiche. […].
Il papato, che aveva raccolto in sé grande somma di potere spirituale nella seconda metà
del Cinquecento e sino ai primi del secolo seguente e la vedeva ora gradualmente
diminuire, considerato come potenza territoriale, non possedeva anima politica ed era
incapace di allargarsi e di formare centro d’attrazione statale e nazionale, quale aveva
tentato di affermarsi ancora con Paolo IV, e quale doveva apparire poi nel sogno, ma solo
nel sogno, di alcuni utopisti […]. E anch’essa l’Italia spagnuola era priva di un principio
proprio e seguiva le sorti della monarchia di cui era provincia, le quali declinarono lungo
tutto il secolo e nel riguardo sociale, economico e culturale divennero assai peggiori delle
sue. Nella stessa orbita della monarchia spagnuola […], Genova continuò i propri affari
commerciali e bancari, ma non fece più intraprese di politica propria. La quale mancanza o
quasi totale mancanza di vigore e d’indipendenza politica, e la stessa loro condizione di
piccoli Stati in tempo in cui erano fiorenti e crescevano i grandi Stati, impedivano altresì
generalmente agli Stati italiani di mantenere quel che si poteva mantenere delle posizioni
acquisite e cercarne altre diverse, nella rivoluzione prodotta dall’ampliamento e dalle
nuove vie dei commerci mondiali e dagli avvenimenti militari”.

VIII.7. Giacomo I Stuart in Inghilterra e la “congiura delle polveri”. La prima rivoluzione


inglese (1640-49) e la dittatura repubblicana di Oliver Cromwell.
Dopo la morte di Elisabetta I si estinse la dinastia dei Tudor ed il nuovo re d'Inghilterra fu
Giacomo I Stuart, figlio di Mary I Stuart. Adottò una politica assolutistica, convinto di
essere re per diritto divino, ed entrò in urto con il parlamento, sia con la Camera dei Lord
(nobili) che con la Camera dei Comuni (alta borghesia). Giacomo I, con l'appoggio della
Chiesa anglicana, perseguitò i puritani (così erano chiamati i calvinisti inglesi) ed i cattolici,
e furono proprio questi a ordire, per il 5 novembre 1605, la cosiddetta “congiura delle
polveri”, con l’intento di far saltare la Camera dei Lord insieme al re, convocata per
l’inaugurazione del parlamento, ma una lettera anonima recapitata al sovrano il 1°
novembre 1605 lo avvertì della cospirazione ed il 4 novembre i congiurati furono arrestati,
torturati ed uccisi (furono squartati): il capo dei congiurati era un certo Gay Fawkes.
L’intento dei cattolici era mettere in atto un colpo di Stato per poi cercare un’alleanza con
le potenze cattoliche dell’Europa, ovvero Francia, Austria e Spagna.
Il re mantenne quindi pieni poteri ed arrivò a sciogliere il parlamento, ma poco dopo morì.
Salì al trono il figlio Carlo I, che prosegui la politica assolutistica del padre contro il
Parlamento e la minoranza puritana, che fu costretta ad abbandonare l'Inghilterra per
approdare in America, dove i puritani poterono fondare liberamente le loro comunità.
Avendo sciolto il parlamento, per un antico editto risalente alla “Magna Charta Libertatum”
del 1215, il re non poteva imporre nuove tasse; avendone però la necessità, fu costretto a
riconvocare il parlamento, il quale impose però al re la “Petizione dei Diritti” (“Petition of
Rights”), con cui si obbligava il monarca a rispettare il parlamento. Carlo I tuttavia non
rispettò la Petition of Rights e lo sciolse di nuovo, per poi riconvocarlo per necessità di
approvare nuove tasse, per poi scioglierlo nuovamente (fu il cosiddetto “Short Parliament”,
“Corto Parlamento”, perché ebbe una breve durata in carica). Nel 1640 Carlo I fu spinto
dalla necessità di riconvocare una terza volta il Parlamento, che questa volta ebbe l’ aiuto
del popolo e della borghesia, mentre il re contava sull'appoggio della sola nobiltà e
dell'esercito reale. Il Parlamento rifiutò di sciogliersi (Long Parliament, “Lungo
parlamento”). Dopo una guerra civile il re fu processato e decapitato nel gennaio 1649: era
la prima volta che si giustiziava legalmente un sovrano.
L'Inghilterra fu trasformata in una repubblica ed il potere fu assunto da una borghese,
Oliver Cromwell, che instaurò però una dittatura personale. L'Inghilterra usciva da una
guerra civile ed anche il fronte antimonarchico era diviso tra repubblicani, residui di
puritani, “livellatori” (“levellers”, estremisti che propugnavano la giustizia sociale su basi
comuniste) e forze moderate, che volevano trasformare la monarchia assoluta in
costituzionale. Con Cromwell l'Inghilterra si trasformò invece in una repubblica, che ebbe
però un carattere dittatoriale: anche Cromwell sciolse il Parlamento e si inimicò la nobiltà
poiché abolì i privilegi dei nobili. Attuò una politica interna moralistica e fanatica: chiuse
taverne e teatri, considerati luoghi di corruzione, anche se incoraggiò il commercio e la
produzione interna con una politica protezionistica che giovò all'Inghilterra. Infatti, con
l'Atto di navigazione, emanato nel 1651, stabilì che le merci inglesi in arrivo o in uscita
dall'Inghilterra potessero viaggiare solo su navi inglesi: in tal modo l'Inghilterra di Cromwell
spezzò la concorrenza economica olandese e si riconfermò come prima potenza navale.

VIII.8. Il ritorno degli Stuart, la “Glorious Revolution” e la “Bill of Rights”.


Ma la dittatura del Cromwell e l’austera politica interna non erano piaciute al popolo, né ai
nobili, ed alla sua morte fu restaurata la monarchia: la corona fu offerta a Carlo II Stuart,
figlio del decapitato Carlo I. Governò per 25 anni, riprendendo l'assolutismo e rifiutandosi
di convocare il parlamento; trovò un alleato nel nuovo re di Francia, Luigi XIV. Alla sua
morte gli successe il fratello, Giacomo II Stuart, che promosse una politica filo-cattolica,
filo-francese ed assolutistica, che preoccupò molto l’ intera popolazione inglese. Scoppiò
una seconda rivoluzione, un'altra guerra civile, che costrinse nel 1688 Giacomo II all'esilio
in Francia, presso Luigi XIV, monarca assoluto. Il nuovo re d'Inghilterra fu un borghese
proveniente dall'Olanda, Guglielmo III d'Orange, un generale olandese che aveva sposato
Mary II Stuart, figlia di Giacomo II e che aveva armato un esercito contro Giacomo II.
Questa seconda rivoluzione inglese fu detta “Glorious Revolution” perché avvenne senza
spargimento di sangue, in quanto il re fu esiliato e non ucciso. Nel 1689 Guglielmo III d'
Orange, insieme a sua moglie Mary II Stuart, figlia del fuggiasco Giacomo II, dovete
firmare il “Bill of Rights”, ovvero la “Dichiarazione dei Diritti”, con la quale si impegnava a
rispettare il pieno potere legislativo del parlamento. L’Inghilterra diventa così la prima
monarchia costituzionale del mondo.
In Inghilterra si configurarono due partiti, quello conservatore (Tory), rappresentante la
nobiltà delle città e delle campagne, ed il partito liberale (Whigs), rappresentante la
borghesia mercantile, che, su base di elezioni ancora censitarie maschili, iniziarono ad
alternarsi al governo del Paese, mentre il popolo dovrà aspettare la nascita,
nell'Ottocento, del partito laburista (Labour party), la terza grande forza politica inglese.
Iniziò per l'Inghilterra, oltre che un secondo florido periodo economico (dopo quello
elisabettiano), anche un’età di libertà politica e religiosa. Nelle Lettere sugli inglesi del
1733-34 il filosofo illuminista francese Voltaire affermerà, durante il suo soggiorno in
Inghilterra, che “L'Inghilterra è il Paese più libero e felice del mondo, dove ognuno può
andare in paradiso per la strada che più gli piace”.
Elisabetta I Tudor: monarchia assoluta;
Giacomo I Stuart: monarchia assoluta; |
Carlo I Stuart : monarchia assoluta; | 1640-49: prima rivoluzione inglese;
Oliver Cromwell ==> dittatura repubblicana;
Carlo II Stuart: monarchia assoluta;
Giacomo II Stuart: Glorious Revolution (1688); | 1688: seconda rivoluzione inglese;
Guglielmo III d’Orange: Bill of Rights (1689) ==>| monarchia costituzionale.
Alla fine del Seicento, Spagna, Francia, Inghilterra seguono quindi 3 destini politico-
economici differenti: la Spagna si avvia verso una crisi inesorabile, la Francia marcia verso
l’assolutismo, l’Inghilterra emerge come potenza economica e politica, in quanto diventa la
prima monarchia parlamentare esistente al mondo.
Documento 3, Estratto dal verbale del processo a Carlo I, 20 gennaio 1649.
Il Parlamento inglese nel 1649 processa Carlo I e lo condanna a morte tramite
decapitazione con le accuse di: 1)tradimento del popolo inglese; 2)usurpazione dei diritti
del Parlamento. Carlo I si rifiuta di rispondere dichiarando che è re per diritto divino e non
per volontà popolare. Il Presidente della Corte risponde che il Parlamento è legittimato dal
popolo inglese, ma il re replica affermando che l’Inghilterra è un regno ereditario e non
elettivo; il re non deve la sua maestà al popolo e pertanto si rifiuta di rispondere e di
riconoscere il Parlamento come suo legittimo giudice. Il Presidente della Corte, constatata
la totale ostinazione di Carlo, invita la Corte a procedere.
“CARLO- Ricordatevi, signore, ch’io sono il vostro re, vale a dire il vostro re legittimo, e
quale peccato state attirando sulle vostre teste, oltre ad altri grandi giudizi sul Paese. […].
Io non vedo che abbiate alcuna autorità, e pertanto fatemi sapere in virtù di quale autorità
legittima io mi trovo qui; allora non ricuserò di rispondere. E allo stesso tempo sappiate
che non voglio abbandonare il diritto che m’è stato affidato in deposito, io ho un deposito
che m’è stato commesso da Dio per effetto di un’antica e legittima successione dai miei
antenati, io non l’abbandonerò sottomettendomi a rispondere a un’autorità che non sia
legittima. […].
PRESIDENTE- Signore, se vi foste compiaciuto di notare quel che la Corte vi ha dapprima
delimitato e lo scritto che vi è stato letto, avreste riconosciuto in virtù di quale autorità noi
siamo qui riuniti, cioè l’autorità dei comuni d’Inghilterra riuniti in parlamento in nome del
popolo inglese [...], la quale autorità vi richiede ora in nome di questo popolo di rispondere
alla vostra accusa.
CARLO- Nego che l’Inghilterra sia mai stata un regno elettivo, questo è stato ereditario da
quasi mille anni, e pertanto fatemi sapere in virtù di quale autorità io sono chiamato qui
davanti a voi, essendo la vostra fondata su un potere che è usurpato. Io non verrò mai
meno al mio dovere. […]. Perciò fatemi vedere per quale autorità legittima io comparisco
qui, e allora risponderò”.
Documento 4, Bill of Rights, 1689.
Guglielmo III d’Orange, olandese, e sua moglie Mary II Stuart (figlia di Giacomo II Stuart,
fuggito dall’Inghilterra) nel 1689 firmano il “Bill of Rights” (“Dichiarazione dei Diritti”) e
s’impegnano a rispettare la volontà del Parlamento, accettando i limiti del potere
monarchico, ponendo fine all’assolutismo e trasformando così l’Inghilterra in una
monarchia costituzionale, la prima in Europa e nel mondo. E’ questo l’atto di nascita del
costituzionalismo inglese. I nobili, i religiosi, i laici, i borghesi conferiscono a Guglielmo III
ed a sua moglie i titoli di re e regina d’Inghilterra, fiduciosi nell’opera di liberazione dagli
Stuart da Guglielmo avviata. Senza il consenso del Parlamento è illegale sospendere o
fare eseguire le leggi ed imporre tasse in favore della Corona, l’elezione del Parlamento
dev’essere libera e dev’esserci libertà di espressione e stampa, è inoltre illegale
mantenere un esercito in tempo di pace senza il consenso del Parlamento e per tutelare la
libertà dei cittadini è opportuno che il Parlamento si riunisca spesso. Si nota come questo
documento segua la linea inaugurata nel 1215 dalla “Magna Charta Libertatum”, che era
tuttavia una limitazione, da parte dei nobili, e non della borghesia, verso il potere regio.
“I Lords Spirituali [i nobili religiosi] e Temporali [i nobili laici] ed i Comuni [alti borghesi] […]
dichiarano:
Che il preteso potere di sospendere le leggi, o l’esecuzione delle leggi, per autorità regia,
senza il consenso del Parlamento, è illegale.
Che il preteso potere di dispensare dalle leggi, o dall’esecuzione delle leggi, per autorità
regia, come è stato affermato ed esercitato recentemente, è illegale […].
Che imporre tributi in favore o ad uso della corona, per pretese prerogative, senza
l’approvazione del Parlamento, per un periodo più lungo o in altra maniera che lo stesso
Parlamento non ha e non avrà concesso, è illegale.
Che i sudditi hanno il diritto di petizione al Re ed ogni incriminazione o persecuzione per
tali petizioni sono illegali.
Che riunire e mantenere in tempo di pace un esercito stabile, se non vi è il consenso del
Parlamento, è contro la legge. […].
Che l’elezione dei membri del Parlamento deve essere libera.
Che la libertà di parola e di discussione o di stampa in Parlamento non deve essere
impedita o contestata in nessuna corte o luogo fuori del Parlamento. […].
E che, per far giustizia di ogni gravezza e per emendare, rafforzare e preservare le leggi,
le riunioni del Parlamento devono essere tenute frequentemente […].
Ed essi chiedono e domandano con insistenza l’osservanza di tutti e ciascuno dei predetti
punti come loro indubbi diritti e libertà […].
Pienamente fiduciosi che Sua Altezza il Principe d’Orange vorrà perfezionare l’opera di
liberazione da lui iniziata […] i detti Lords Spirituali e Temporali ed i Comuni riuniti a
Westminster stabiliscono che Guglielmo e Maria, Principe e Principessa d’Orange, sono
dichiarati Re e Regina di Inghilterra ed Irlanda e dei domini ad esse appartenenti”.

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