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Set 2002

Il documento esplora il concetto di pensiero vivente e la sua importanza spirituale, sottolineando come la polemica possa allontanare dall'essenza della verità. Viene presentata una storia di un giovane guerriero Pawnee, Petalesharo, che si ribella a un sacrificio umano per amore, portando a un cambiamento nelle tradizioni della sua tribù. La narrazione evidenzia il potere dell'amore e della scelta morale di fronte a pratiche culturali radicate.

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Giorgio Grossi
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Set 2002

Il documento esplora il concetto di pensiero vivente e la sua importanza spirituale, sottolineando come la polemica possa allontanare dall'essenza della verità. Viene presentata una storia di un giovane guerriero Pawnee, Petalesharo, che si ribella a un sacrificio umano per amore, portando a un cambiamento nelle tradizioni della sua tribù. La narrazione evidenzia il potere dell'amore e della scelta morale di fronte a pratiche culturali radicate.

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2

Etica

Il pensiero che guarisce è, in basso, Etica


il pensiero che ammala. L’arte per- E. Reale Contestazione e resurrezione……………….…….....2
versa della confutazione e della po-
Tradizioni
lemica può essere vinta dalla sostan-
L.I. Elliot La Stella che non tramonta…………………..…...3
za predialettica del pensiero, spe-
rimentata. Una metafora
L. Canotti La Verità e la Favola………………………..……6
Contestare, anche a ragione, vuol dire, AcCORdo
dal punto di vista spirituale, ignorare quel M. Scaligero La calma inalterabile………….……..….……..7
«pensare che è la verità di tutte le teorie e
di nessuna, essendone la sostanza predialet- Spiritualità
tica», è scritto nell’introduzione al Trattato A. Roncaglia Abbiamo bisogno di Eroi…………….….…….8
del pensiero vivente di Massimo Scaligero, Poesia
e può divenire esperienza dell’uomo. F. Di Lieto Dharma………...……………...….…..…………9
Disputare, contestare, discutere, vuol
dire quindi contraddire, sempre secondo la Il vostro spazio
citata introduzione, la «potenza della “con- Autori Vari Liriche e dipinti.………………….……………10
centrazione”, o la tangibile presenza dello Azione interiore
Spirito». Che invece può essere il fulcro Arcady Logos, Io, ego….……………………….…….…....11
della nostra vita.
Economia
Perché, dunque, trascurare la via al pen-
R. Steiner Per una sana vita sociale.…………...…….….....14
siero vivente, che riguarda l’uomo cosmi-
co, per seguire il demone della polemica, Il Maestro e l’Opera
che contrassegna la nostra quotidianità? F. Giovi Riflessi del diamante……….………..……...….....18
La via del pensiero-luce non ci fa per- Aneddoti
dere la nostra umanità, che anzi risulta po- O. Tufelli Acqua alle corde…………………………………20
tenziata dall’acquisizione di una forza che
comprende senza riprovare e ama senza Redazione
La posta dei lettori……………………….………………….22
giudicare. In realtà siamo tutti in cammino
e il nostro traguardo è il “Cristo nel pen-
siero”, che significa ricchezza nuova del
sentire e potenza indomabile della volontà.
Chi tende a questo traguardo non può che Direttore Responsabile: Fulvio Di Lieto
essere amico fervido della verità, messag- Cura redazionale: Marina Sagramora
gero di amore nel mondo, e quindi fratello
Autorizzazione Tribunale di Roma
dell’umanità.
I segni dei tempi indicano l’urgente ne- N. 104/89 del 4.3.1989
cessità di questi messaggeri di vita, per i Direzione e redazione:
quali contestare significa addirittura tradi- Via Lariana, 5 – 00199 Roma
re il loro compito, che è conoscere, com- tel. e fax: 06 8559305
prendere, amare. Mese di Settembre 2002
Se vogliamo restare sulla scia di questi L’Archetipo è su Internet
messaggeri sacri, dobbiamo sempre piú Programmazione html: Glauco Di Lieto
rendere cosciente l’atmosfera spirituale di
[Link]
ogni notte, in cui, mano nella mano, ci av-
viamo, uniti, verso l’incontro con il Cristo LARCHETIPO@[Link]
resurrettore.
In copertina: Raffaello «San Michele»
Ettore Reale penna acquerellata e rilievo in bianco, Louvre, Parigi
3
Tradizioni

Correva l’anno 1818, ma questo il giovane Petalesharo, valoroso guerriero della tribú dei
Pawnee, lo ignorava. Per lui il tempo era fatto di tante lune, di albe e tramonti, e il suo futuro un
puntino tra i molti astri e pianeti che deco-
ravano la mappa cosmica, gelosamente
custodita dall’Uomo-della-Medicina
nel sacro tepee al centro del villaggio.
Lí accanto sorgeva anche la ten-
da dove era tenuta prigioniera da
quattro mesi una squaw appar-
tenente alla tribú degli Hidatsa,
catturata nel corso di una razzia
che egli stesso aveva capeggiato, ri-
cavandone molti fregi d’onore da
appendere all’esterno della sua tenda.
Tutto era iniziato in primavera, quan-
do una cometa lucentissima aveva attraver-
sato il cielo sopra le Grandi Praterie, scomparendo a
La Mappa del Cielo dei Pawnee
Occidente, oltre le Montagne Rocciose. Il prodigio era stato in-
conservata nel Museo di Storia
terpretato dagli anziani come un segno divino, rivelatore di Naturale di Chicago. In base al-
grandi fenomeni e cambiamenti. Il piú reale era che i visi palli- la esatta disposizione di stelle e
di, in lunghe carovane, venivano da Oriente sui loro strani carri pianeti, gli astronomi hanno po-
tuto calcolare che essa fu stilata ai
coperti, poggiati su cerchi dai molti raggi. Scivolavano con fra- tempi della scoperta dell’America.
gore lungo i sentieri che costeggiavano il Missouri, diretti al
Grande Lago Salato, e piú a settentrione, nelle regioni fredde, dove i fiumi e le rocce contenevano
il ferro giallo, tanto ricercato dagli invasori stranieri. Molti carri si dirigevano invece al mare, al
vasto oceano dalle onde piú alte degli abeti che popolavano le foreste del Nord, dove vivevano
alci, orsi e volpi. I vecchi favoleggiavano di quel mare senza fine, e si sapeva delle città che i visi
pallidi stavano costruendo lungo la costa, dove le sequoie gigantesche fronteggiavano con uguale
possanza quello spazio ignoto, sempre mosso dai venti, battuto da piogge e offuscato da brume
in inverno.
Sí, forse era la venuta degli stranieri da Est l’evento che la cometa annunciava, e che aveva
consigliato ai capi della sua tribú di organizzare una spedizione al campo degli Hidatsa per
rapire una vergine da immolare alla Dea del Mattino, l’astro che brillava come una gemma
cristallina mentre si librava sulla pianura a Levante, annunciando l’arrivo del sole. Mai come
in quei giorni d’estate la stella aveva palpitato lucente e inquieta. Da anni, a memoria dei piú
anziani del clan, non si era visto un simile prodigio. La Dea chiedeva un sacrificio.
E ora la ragazza era lí, nel candido tepee senza fregi né trofei, nutrita con miele e frutti di
bosco, venerata alla stregua di una divinità della natura, lei stessa ormai compresa del supremo
destino cui era votata per volere degli Dei. Tutti i giorni l’Uomo-della-Medicina lo informava
delle congiunzioni delle stelle: solo quando la Stella del Mattino si fosse trovata in una certa
posizione nel cielo, la fanciulla avrebbe dovuto essere immolata. E sarebbe toccato a lui, a
Petalesharo, il piú valoroso dei guerrieri, tendere l’arco di corna di muflone, rinforzato con
tendini di bisonte, e scoccare la freccia di selce aguzza che in un colpo solo avrebbe trapassato
4
il cuore della squaw. Un unico colpo, una sola freccia, pena l’ira della Dea e la sfortuna per il
villaggio e la tribú.
Perché quel sacrificio? Il giovane lo aveva chiesto all’Uomo-della-Medicina, ottenendone
questa spiegazione:
«È un rito antico. Viene dalle tribú che abitano oltre il deserto del Sud, e prima ancora dai
popoli che migrarono dal continente perduto, la terra inghiottita dal mare d’Oriente. Ma questo
avvenne in un tempo remoto, molto remoto… Da allora si offre il sangue agli Dei per renderli
favorevoli quando lo richiedono gli eventi. Ora tocca a noi farlo, perché gli invasori stanno
prendendo le nostre terre e ci minacciano. Per questo tu scaglierai quella freccia senza esitare,
senza ripensamenti né dubbi. La Dea lucente dell’alba ti guarderà e ti giudicherà. Nella tua
mano, Petalesharo, è la sorte di tutti noi. Non ci deludere!».
Ma la squaw era bella, e il giovane guerriero se ne era innamorato durante il viaggio dal terri-
torio degli Hidatsa al suo villaggio. Anche la ragazza lo aveva osservato piú volte con uno
sguardo che non supplicava pietà, ma chiedeva al suo cuore una risposta. In quei mesi, da
quando l’avevano rinchiusa nel bianco tepee, era entrato spesso a vederla insieme alle donne che
le portavano il cibo, o quando l’Uomo-della-Medicina andava a recitare le formule di scongiuro,
girando intorno alla fanciulla che, a testa bassa, i lunghi capelli neri sciolti dalle trecce, ascoltava
le litanie del vecchio stregone senza fiatare, gli occhi chiusi, già lontana dal mondo, oltre la
soglia della vita, piegata al volere del Grande Spirito.
Petalesharo non vedeva nulla di sacro e giusto in quelle funzioni che evocavano il sangue,
preparavano alla morte una squaw che non aveva ancora conosciuto la vita. Chiese conforto ai
suoi avi defunti, e una notte volle dormire tra i giacigli funebri dove i morti si consumavano al
sole e al vento, poco fuori del villaggio. Sognò il suo wakonda, lo Spirito protettore, che gli parlava.
Aveva assunto la forma di un alce bianco, e Alce-Bianco era il nome di un suo antenato, che era
stato uno dei piú valorosi guerrieri del clan.
«Difendi quello che ami!». Queste furono le parole che pronunciò l’apparizione.
Ma quando il mattino seguente si recò dall’Uomo-della-Medicina per farsi interpretare quel
sogno e ottenerne un responso, lo stregone, appena lo vide apparire all’ingresso del tepee sacro,
gli disse: «Domani!».
Era dunque deci-
so. Il giorno dopo
lei avrebbe lasciato
le verdi praterie ter-
restri per vagare in
quelle del Grande
Spirito, e lui, Petale-
sharo, avrebbe arre-
stato quel cuore al
quale sentiva il pro-
prio legato per sem-
pre. Non doveva
accadere. Il sogno,
anche senza l’aiuto
dello sciamano, era
chiaro. Avrebbe dife-
W. Langdon Kihn «Il sacrificio alla Stella del Mattino» – olio su tela so quello che amava.
5
L’indomani, la Stella del Mattino brillava come non mai sulla distesa della pianura solcata dal
fiume lento, dal quale vaporavano nebbie sottili. La squaw era nuda. I suoi capelli si agitavano alla
brezza mattutina. Alcuni guerrieri, tra i piú nobili, recarono a Petalesharo l’arco scelto per la
cerimonia, sottoposto anch’esso agli scongiuri e alle benedizioni nel tepee sacro dall’Uomo-
della-Medicina, il quale ora, eretto al centro dello spiazzo tra le tende, gettava erbe magiche nel
fuoco, recitando formule.
Mentre la legavano con piú giri di corda, la vittima ebbe un attimo di ribellione, implorando
con lo sguardo il suo giustiziere pronto a tendere l’arco. E quando lo stregone, interrompendo
il suo rito col fuoco, diede con voce stentorea l’ordine di lanciare la freccia, la ragazza alzò gli
occhi verso il cielo che rischiarava, quasi volesse berne la dolcezza per l’ultima volta. Fu allora
che Petalesharo gridò forte: un urlo prolungato, come se stesse per ingaggiare un duello
mortale. Insieme a quell’erompere di fiato represso dalla sua gola, ci fu lo scatto ferino verso il
palo del sacrificio. Tagliò di netto con un fendente di coltello le funi, strappò la squaw da quel-
l’intrico e sollevandola la portò fino ai cavalli poco distanti. In un lampo furono in groppa, e il
giovane incitò gli animali, che presero un galoppo sfrenato verso il fiume.
Nessuno ebbe l’ardire e la prontezza di intervenire e di inseguirli. Lo stupore vinse su ogni
altro sentimento. Petalesharo riportò la fanciulla al suo villaggio, poi da coraggioso ritornò,
per affrontare il giudizio dei suoi e la punizione che gli toccava. Ma quando fu di nuovo nel
clan venne a sapere che il consiglio degli anziani aveva letto nel suo gesto un segno del Grande
Spirito, e che la Dea del Mattino, la grande stella foriera del giorno, aveva gradito quell’atto
d’amore piú di ogni altro dono.
Da allora i Pawnee delle Grandi Pianure non fecero piú sacrifici cruenti, e tutte le altre tribú
li imitarono. Petalesharo tornò al campo degli Hidatsa per riprendersi la squaw, che divenne
sua sposa. I suoi le avevano dato un nuovo nome, come era costume quando il destino di una
persona mutava per un evento prodigioso: ora si chiamava Stella-che-non-tramonta.
I due innamorati decisero di andare verso Ovest, seguendo il fiume, oltre le montagne e il
Grande Lago Salato, verso il mare che non avevano mai veduto se non in sogno. La cometa
era nel giusto: i tempi cambiavano. Da Est le carovane di cercatori e coloni dai visi pallidi
aumentavano ogni giorno. I solchi dei carri incidevano sempre piú in profondità i sentieri
lungo il Grande Fiume. Sorgevano fortini con alte palizzate in cui si arroccavano guerrieri
vestiti di blu, che avevano lunghi coltelli e fumavano non dai calumet, ma da corti cilindri di
foglie arrotolate. Non ci si poteva fidare di chi non fumava in comune.
Prima di lasciare il villaggio, Petalesharo era entrato nel tepee sacro per salutare l’Uomo-
della-Medicina.
«Tieni, porta con te questo amuleto!» gli aveva detto lo stregone, porgendogli un sacchetto
contenente erbe magiche e denti di cuccioli di alce.
Poi il vecchio aveva proseguito in tono grave, indicando con le dita un punto sulla mappa
del cielo: «Qui è mutata la storia dei Pawnee. Questa è la Grande Cometa, e accanto ecco la
stella del Mattino. Mai dall’inizio dei tempi si erano incontrate. Tu hai soltanto obbedito al
volere del Grande Spirito. Ora tu camminerai per vie nuove, ma uguale è il soffio che ti spinge.
Difendi quello che ami!».
Petalesharo riconobbe con meraviglia, nelle ultime parole del vecchio sciamano, le stesse udite
pronunciare nel sogno dal suo wakonda. Cavalcando verso Ovest, lungo il fiume e sui monti,
diretto al mare lontano insieme a Stella-che-non-tramonta, sentiva di essere avvolto da quel
soffio divino, di farne parte, e insieme a lui la donna che amava, e le pietre, e gli alberi, e la volta
del cielo, e gli astri che la percorrevano, segnando il destino degli uomini.
Leonida I. Elliot
6
Una metafora

La Verità, dicono, se ne va nuda e abita in fondo a un pozzo. Un giorno, forse


annoiata di quella sua profonda solitudine, uscí dal pozzo e si avviò tra la gente.
Bella idea! Subito i primi che la videro se la diedero a gambe. La Verità provò a
bussare a qualche casa: le sbatterono la porta in faccia. Nessuno voleva accoglierla.
Era notte quando la povera Verità, umiliata e intirizzita, prese una strada che
portava verso la campagna.
Ed ecco venirle incontro una bella signora tutta vestita di seta, ricoperta di
gioielli sfavillanti: era la Favola.
«Salve! – disse la Favola, cordiale. – Ma che fai cosí sola soletta per questo
stradone?».
«Lo vedi – rispose malinconicamente la Verità – sto morendo di freddo. Nessuno
vuol saperne di me. Scappano tutti appena mi avvicino».
«Eppure – replicò la Favola – eppure tu e io siamo parenti strette, e io, dove
vado, sono assai bene accolta. Però capisco – soggiunse ridendo. – Tu hai un torto:
ti presenti troppo poco vestita… No, no! Sai che cosa faremo? Ripàrati sotto il mio
mantello e andiamocene insieme, da buone sorelle. Vedrai, converrà a tutte e due.
I savi accoglieranno me in grazia della Verità che nascondo e i pazzi faranno festa
a te perché sarai frusciante delle mie sete e luccicante dei miei gioielli».

Laura Canotti

da Fiabe e leggende, Edizioni Principato, Milano 1965


7
AcCORdo

Il veicolo per procedere nel sentiero dello Spirito è la conquista dell’assoluta imperturbabilità, della calma
che nulla può alterare, perché è comprensione essenziale del giuoco umano e della continua forma dell’errore.
Occorre sempre ricordare la donazione pura, la via della grande indipendenza e del coraggio. Sempre deve
essere voluta la volontà piú alta, la piú pura, oltre ogni condizione, esaurendo ogni possibilità umana: ma ciò è
possibile soltanto portandosi oltre l’umano, riuscendo ogni giorno – sia pure per brevi momenti – a superare il
limite del possibile e a guardare oltre l’“ordinario”.
Il cuore è chiamato dal pensiero che sorge, non sapendolo, dalla sua profondità: il richiamo antico, perenne:
che rende necessaria ora l’attesa ora la speranza, ora l’alta beatitudine, come identità con la sua verità.
Ekagrata rinnovellato: una ripresa della forza secondo l’antico
suo fiorire, nell’epoca di Michael: che è oggi una
categoria dello Spirito resuscitabile, in ogni punto
del tempo: l’ di Michael non è il tempo, ma
la sua forza sottile, il vero dominio
dell’Arcangelo, un tessuto di pensiero.
La conoscenza spazia, il potere si dilata: am-
bedue debbono di continuo darsi saggiamente un
limite. Solo l’Amore non ha limite: può estendersi
irraggiando inesauribilmente oltre l’oggetto presente
del suo movimento. L’Amore è il vero infinito, ma
gli occorre il principio della sua estrinsecazione
come idea dell’essere al quale donarsi. Questo do-
narsi non può essere gratuito, o spontaneo, o mec-
canico: la sua infinità esige il veicolo dell’idea: che
diviene idea d’amore, ideale d’Amore. Saggiamente
il conoscere e il potere debbono autolimitarsi, ri-
spetto alle Gerarchie: ma l’Amore non ha limite.
Un senso vivamente nascosto e urgente e tuttavia
inafferrabile dell’essere presso la grande liberazione
si accompagna a una calma che non offre presa a
nessuna virulenza umana o ad alcuna tensione
senziente: una calma inalterabile, stabile e sempre piú compenetrata di sé sino alla radice di sé. E da que-
sta calma fiorisce l’essenza di luce che da nulla di umano dipende e guarisce l’umano, essendo in sé tr a-
scendente.
L’Io comincia ad essere allorché giunge ad avere, rispetto a ciò che normalmente gli costituisce la centripeta
essenza, lo stesso atteggiamento che ha verso ciò che lo lascia pienamente indifferente nella sfera dei sensi:
l’Io che gli è piú caro gli deve diventare estraneo e lasciarlo intangibile. Allora comincia ad essere l’Io reale
non legato al proprio riflesso. Questo è l’Io da cui emana il vero Amore. Cosí il vero Amore lo fa nascere:
l’Io trova il sentiero del Sacro Amore, per poter nascere come Io. La via dell’Io che sorge come impulso-
Logos nel mondo è questo Amore.
Massimo Scaligero
da una lettera del febbraio 1971 a un discepolo
8
Spiritualità

«La lucida e originaria vita del pensiero può in alcuni momenti assurgere
a identità con la Forza-Logos: a questo punto essa equivale alla Fede “che
muove le montagne”: ne è l’intuizione diretta e perciò la virtú. Tale intuizione
infatti è parimenti accensione del suo contenuto: l’accensione è il suo attuarsi.
È l’accensione di un fuoco che nella zona aurea dell’anima non dovrebbe
spegnersi mai. Questa Fede oggi urge al mondo, perché il guasto è tale che
le sole forze umane, al livello in cui sono degradate, non sono piú sufficienti a
risanarlo: occorre che queste forze ormai attingano direttamente alla loro
fonte, al Superumano, secondo lo slancio di un anelito disperato».
Massimo Scaligero
da Meditazione e Miracolo, Ed. Mediterranee, Roma 1977, pp. 64-65

Lo slancio di un anelito disperato verso il Superumano è la caratteristica dell’Eroe


Interiore.
L’umanità affaticata e dolente, sottoposta al giogo demoniaco degli Ostacolatori, ha
bisogno di Eroi che non siano soltanto i meravigliosi, tenaci custodi della nostra vita
quotidiana, ma anche, e soprattutto, i silenziosi e sacrali difensori della nostra sostanza
spirituale. Sono questi ultimi, gli eroi del sacrificio, della irriducibile, tetragona consa-
crazione al Divino, disposti a consumare la densa umanità, in uno slancio, appunto, di
sovrumana dedizione. «Beato quel popolo che non ha bisogno di eroi» scrive Brecht.
Beato quel popolo che annovera tra le sue fila molti eroi, sembra dire la Scienza dello
Spirito, per la quale il dolore, la purificazione, il pensiero puro, la percezione sopra-
sensibile, l’esperienza dell’Io, sono strumenti di verità.
A ciascuno di questi eroi, Scaligero direbbe, come dice nella dedica all’Essere amato:
«Attraverso il silenzio, il dono della tua musica vive».
Rendiamoci dunque, in questa estate particolare, protagonisti, anche minimi, di una
propensione verso il Regno dei Cieli in Terra, che trasmuti, goccia a goccia, la carica
istintiva del nostro sangue in chiara rugiada d’Amore, e che dimostri, con l’assolutezza
della realtà, che nulla è spirituale di ciò che il Cristo non ha rinnovato in noi con la
Sacra Magia dei Nuovi Tempi.
Stringiamo i denti nella sofferenza, muoviamo passi, pur incerti ed esitanti, nel nuovo
mondo soprasensibile; gli Eroi che ci stanno accanto, insieme al potenziale Eroe che è in
noi, sono lí ad aspettarci, e l’alba di un mondo nuovo sta prodigiosamente sorgendo.
Non è nulla il dolore, anche se intensamente sofferto, dinanzi alla gioia che ci attende.
Non manchiamo ancora l’appuntamento con la Resurrezione dei cuori, in nome del-
la quale il pensiero diverrà Cosmica Poesia, ed il sentire Musica degli Angeli. Basta
una umile, sincera richiesta, ed il Mondo spirituale ci inonderà con torrenti di Luce, a
condizione che l’inerzia della natura non ci sbarri piú la via verso la fonte della Vita.
Arturo Roncaglia
9
Poesia

Vinto da troppa luce, tanto spazio


per le povere ali si dibatte,
langue tra vita e morte sull’asfalto
il piccione caduto, ormai già preso
nel vortice che annulla piume e sangue.
Qualcuno dice: non sostare, passa,
e se mai guardi, tieni avulso il cuore
dallo strazio crudele, sii lo specchio
che tutto vede e replica, ma infine
oltre il riflesso non coinvolge l’occhio.
Il tuo fragile corpo sia la roccia
ad ogni offesa refrattaria, immune
da vulneranti sensazioni, l’anima.
Che il fiume scorra e non scalfisca il sasso,
che soffi il vento e il tronco lo resista.
Pure, non è cosí. Qualcuno disse:
ogni cosa che muore ti appartiene,
tu sei nel tutto e la tua mano assiste
l’ala che si abbandona, la rimpiange.
Tu sei la foglia rapinata al ramo
dalla buriana. Se infecondo un fiore
cade gualcito e non diventa frutto
si spegne il seme da cui nasce l’uomo.
Il grido estremo è la tua stessa doglia.
Tessera di un mosaico di cui sfugge
l’immagine finale, sei la chiave
dell’universo intero, lo concludi
partecipando al gioco d’assemblaggio.
Se porterai la croce d’ogni male
che intorno a te quell’opera scompone
giorno per giorno, e la ricomporrai,
se il grande vuoto colmerai di umana
voce e pietà, come nel buio il sole,
soltanto allora girerai la ruota.

Fulvio Di Lieto
10
Il vostro spazio Benedetto tu sia, Signore,
per la legge dell’amore.
Per questo benedetto amore
che dalle stelle dilaga
in fiumi, ruscelli e fili d’acqua.
Per i fiori, i boschi e le montagne,
per quanto c’è di bello
che l’amore ha formato.
Benedetto per i nuovi nati
che rallegrano il mondo come fiori,
e felici sono le stagioni
che variano la terra coi colori.
Benedetto sia l’arcobaleno
segno antico d’amore rinnovato.
L’uomo l’ammira
e in cuore gli risuona
ogni colore come un sentimento.
Floriana Scalabrini «Ritorno dalle vacanze» - acquerello
Alda Gallerano

I tuoi silenzi fragili come cristalli


la vita che ti sfugge e che tenti ordinare
timore di viverla, timore delle parole
gelo e silenzio di cose non dette. Perché ancora mi sfuggi, ancora rinserri
la finestra alla vita, al giorno aperto?
Ma il tuo sorriso e il tuo sguardo sono luce In un falso favo di miele ti chiudi, non vivi
e la lieve armonia del tuo passo è verità. né vuoi ascoltare con me il rumore del vento.
La tua linea è anch’essa armonia
verità racchiusa in un filo di luce. Camillo Righini

Raul Lovisoni «Il dominatore solitario» ‒ tecnica mista


11
Azione interiore
In un articolo sul precedente numero dell’Archetipo (“Michele, Cosmo, Uomo”) abbiamo tentato
di sintetizzare, secondo una prospettiva essenzialmente macrocosmica, l’attuale rapporto tra
l’uomo, nella fattispecie esaminato quale portatore unico e per ora pressoché inconsapevole della
spiritualità che operò agli inizi della Creazione, ed il cosmo, opera ormai compiuta separatasi dalla
spiritualità vivente proprio per consentirci lo sviluppo di una libera autocoscienza, iniziale sor-
gente di una rinnovata vitalità intensamente attesa anche dalle sfere spirituali.
In quel contesto si cercò inoltre di evidenziare, non solo la centralità del ruolo di Michele nella
missione di reintegrazione spirituale del cosmo affidata all’uomo, ma anche l’urgente necessità
che alle conoscenze scientifiche siano affiancate quelle antroposofiche.
Giova ora esaminare la direzione opposta, microcosmica, cioè il nostro rapporto con la spiri-
tualità originaria, per ora, come si è detto, operante a livello subconscio nei confronti dell’at-
tuale coscienza umana.
La Scienza detto Spirito insegna come l’autocoscienza dell’uomo, oggi impegnato, soprattutto
in Occidente, nello sviluppo dell’anima cosciente (1), sia il frutto di una sofferta evoluzione:
«...verso la fine dell‘epoca atlantica …l’uomo apprese a dire “io” a se stesso...» (2).
Ci viene inoltre rivelato come, a causa dell’azione degli spiriti ribelli alle Gerarchie creatrici,
“luciferici”, «...l’uomo fu spinto nella materialità terrestre piú di quanto era stato destinato» (3);
divenne pertanto indispensabile evitare che il principio stesso dell’Io fosse esposto al rischio di un
eccessivo coinvolgimento nella terrestrità: la Divinità operò quindi sul corpo eterico umano in
modo che «il vero Io individuale rimase …poco attaccato al semplice io (ego, n.d.r.) terrestre...» (4).
In relazione alla natura complessiva dell’individualità, sembrerebbero dunque coesistere due
dimensioni: l’Io e l’ego, il secondo dei quali è quello che normalmente sperimentiamo come nostro
autoriferimento soggettivo durante la vita di veglia.
Massimo Scaligero in proposito lucidamente evidenzia come il tessuto strutturante sia in
entrambi il medesimo, per cui nell’ego – come si è visto metamorfosi della sfera “inferiore” del
principio stesso dell’Io, conseguente all’inserimento nel corpo fisico – è potenzialmente rinvenibile
il collegamento con la propria sorgente superiore: «L’ego come forma inferiore dell’Io spirituale è
necessario sul piano sensibile…» (5).
Proprio in relazione al tema in oggetto, ogni dimensione ultraterrena continua ad essere pervi-
cacemente negata dai sostenitori dell’attuale visione materialistica del mondo: per costoro,
l’evidente presenza nell’uomo di un principio di autoidentità è meramente il risultato della sua
organizzazione psico-fisica, destinato pertanto a scomparire con la morte del corpo; concezione
evidentemente incompatibile con ogni ipotesi di sopravvivenza di una personalità individuale e
con la stessa configurabilità di un “aldilà”.
Provvidenzialmente nella persona sana opera ancora un salutare scetticismo nei confronti
dell’esasperazione materialistica; piú per diretta esperienza interiore che tramite speculazione
filosofica, si arriva a percepire come la convinzione “nichilista” in una morte fisica annientatrice
in toto – in quanto tale di fatto vanificatrice di ogni futura espressione di capacità faticosamente
maturate, come pure di qualsiasi opportunità di futura correzione e crescita – appaia quanto
meno incoerente proprio sotto un profilo ontologico complessivo: la stessa sbalorditiva perfe-
zione del corpo umano – frutto di un meraviglioso processo creativo che una mente assennata
dovrebbe percepire come assolutamente inconcepibile quale mero risultato meccanico di intera-
zioni chimico/fisico/ambientali – trova naturale giustificazione solo quale dimora riservata ad
un essere, l’uomo appunto, destinato ad uno sviluppo individuale di correlata grandiosità, palese-
mente non raggiungibile nel breve arco di una singola vita.
Al contrario, esauriente e logica può presentarsi una concezione che preveda l’accumulazione
della sintesi essenziale delle esperienze tra nascita e morte quale base per un successivo ritorno sulla
12
Terra della medesima individualità, sino ad esaurire la serie delle “reincarnazioni” una volta
sostanzialmente attraversate tutte le opportunità evolutive sperimentabili in un corpo fisico.
I menzionati critici, evidentemente sulla scorta di convinzioni incompatibili con quelle alla base
del presente scritto, sono soliti attribuire “l’invenzione” dell’aldilà come pure della teoria della
reincarnazione, al desiderio di continuare a vivere oltre la morte da parte di un’umanità, a loro
dire, povera di pensiero, troppo debole per accettare quella che loro considerano una realtà
ineludibile: la vanità di ogni ipotesi ultraterrena. Si dimentica, per esempio, come proprio un
raffinato pensatore occidentale, G.E. Lessing, nella sua ultima opera, L’educazione del genere umano,
magistralmente ebbe a sottolineare come la concezione della reincarnazione (correttamente intesa
come serie di rinascite terrene della medesima individualità in corpi ed ego diversi con accumu-
lazione spirituale delle sintesi essenziali di ogni singola vita) sia l’unica in grado di spiegare i
progressi dell’umanità – indubbiamente conseguenti alla conservazione nel tempo dei risultati
già acquisiti – proprio tramite la reincarnazione individuale, veicolo vivente di esperienze e
conoscenze dal passato al futuro.
È l’Io “superiore” che ritorna dunque a sperimentare una nuova vita terrestre attraverso la
propria proiezione incarnata, l’ego, del quale acquisisce dopo la morte fisica l’essenza esisten-
ziale che, purificata ed elaborata nelle sfere spirituali con il concorso di alte entità, costituirà la
conseguente struttura della successiva vita terrena con un nuovo ego.
In proposito la Psicologia correttamente richiama l’influenza sulla personalità (contingente)
di fattori quali l’ereditarietà ed il patrimonio etnico, sulla cui reale rilevanza anche la Scienza
dello Spirito lucidamente si esprime (6).
Già la consuetudine filosofica, un tempo piú diffusa, di scrivere in maiuscolo l’iniziale di
questo vocabolo misterioso, “Io” (tuttora conservata, per esempio, nella lingua inglese), con
indubbia devozione sottolinea una qualificazione che supera l’umano, un principio metafisico;
nell’uso quotidiano il termine ha poi una particolarità singolarissima: è idoneo ad indicare solo
noi stessi, mentre chiunque altro è qualificabile come esso, lui, egli... mai come io. Il mistero
dell’Individualità è grandiosamente svelato dal Cristo in persona quando afferma: «Il piú profondo
mistero del mio essere è “l’Io sono”»; il Figlio incarna dunque il principio stesso dell’Io.
In proposito Rudolf Steiner aggiunge: «...La vera, eterna potenza dell’Io sono ...deve fluire
nell’uomo (innanzitutto nell’ego, n.d.r.) ...il Cristo vuole procurare ad ogni uomo il reale possesso
dell’Io, e con ciò vuole risvegliare in ogni uomo il Dio...» (7) .
Da quanto precede (unitamente alle conclusioni in merito all’avvenuto distacco di ogni spiri-
tualità vivente dal cosmo manifesto, nel precedente articolo citato) si desume pertanto come il
rapporto reale con la divinità, unitasi sul Golgota al destino della Terra, sia ormai una facoltà del
tutto immanente per l’uomo di quest’epoca, con diritto definibile “dell’anima cosciente” proprio
perché si comincia a disporre di un ego che, ove lo si decida coraggiosamente, può finalmente
tentare la graduale reintegrazione interiore con la sua eterna sorgente divina.
Strumento ineludibile del descritto processo non può che essere lo stesso che consente l’espe-
rienza iniziale dell’autocoscienza, il Pensare, grazie al quale l’ego si autopercepisce (8) ; solo nel-
l’ambito del pensiero (oggi quasi del tutto contingente in quanto sostanzialmente matematico-
meccanico, ma proprio per ciò “nostro” e non piú passivamente ispirato dal Divino come in
passato), l’uomo può operare consapevolmente; cosa per ora direttamente impossibile sia nella
sfera del sentire sia in quella del volere, ambedue non raggiungibili se non attraverso un pensiero:
la genesi di un sentimento come pure di una decisione volitiva è comunque sempre preceduta da
un processo pensante quale è il caso, per esempio, della tristezza dopo una dolorosa notizia o
della decisione verso uno specifico comportamento a seguito di approfondita disamina.
Si tratta dunque di liberare gradualmente, sempre conservando la lucida coscienza di veglia
raggiunta a cosí caro prezzo, tutta la potenza dei gradi superiori del pensare – imaginativo, ispirati-
vo, intuitivo (9) – tappe grandiose di una comunione consapevole con la Forza per noi nuovamente
13
disponibile grazie all’incarnazione del Logos/Cristo: «Il Figlio dell’Uomo …grazie alla forza del
Cristo apparso sulla Terra, deve pervenire ...alla coscienza della spiritualità» (10).
In una sublime sintesi (11) M. Scaligero ci ricorda come nel mito dell’Eden la coppia peccatrice,
in seguito alla tentazione, acceda all’albero della Conoscenza, ma venga fermamente allontanata
da quello della Vita (eterna, n.d.r.), affinché non ne alimenti il proprio errore rendendolo cosí
perenne, per poi sprofondare nella fisicità, essenza stessa della “caduta”: da allora, dunque, il
frutto della seduzione, lo strumento della conoscenza, il contingente pensiero della coscienza di
veglia, è separato dalla vita (piú esattamente dalle forze vitali/eteriche) e dipende da un organo
fisico, il cervello, in quanto tale mortale.
Da esseri immortali, ma inconsapevoli, in conseguenza del “peccato”, siamo diventati individui
autocoscienti ma caduchi, poiché, come si è detto, solo interagendo con una materia inanimata era
possibile impostare la nostra autocoscienza (vedi articolo su «L’Archetipo» di agosto).
Dobbiamo a Rudolf Steiner la metodica fondamentale in grado di ricongiungere alla Vita l’in-
telletto egoico, ormai esanime riflesso del mondo inerte da cui trae sen-
sorialmente il proprio contenuto: l’esercizio della concentrazione (12).
Partendo dalla nostra coscienza normale, prezioso risultato del-
l’evoluzione sin qui raggiunta, quotidianamente, anche se per po-
chi minuti, ci impegniamo a trattenere volitivamente al centro
della nostra interiorità la rappresentazione mentale di un sem-
plice oggetto ideato dall’uomo: il ripercorrerne con determina-
zione forme e genesi retroattivamente sino ad una sintesi
contemplativa finale di quanto pensato, reintroduce gra-
dualmente nel processo elaborativo del pensiero, rivivifi-
candolo, la potenza dei Troni, spiriti della Volontà, operan-
ti nel sistema membra-ricambio (13).
Con la misteriosa mediazione di Michele, giorno dopo
giorno, anno dopo anno, l’insistenza nell’esercizio e negli al-
tri quattro fondamentali – insieme alla meditazione, allo stu-
dio assiduo dei testi correlati, ad un coerente stile di vita (14) –
libera e vivifica il pensare sottraendolo alla dipendenza ce-
rebrale: è riaperta per l’uomo la via verso l’Eden, che, una
volta raggiunto in un lontanissimo futuro, non sarà piú
smarribile perché coscientemente riconquistato: nuovamen-
te risuona l’accordo tra l’albero della Conoscenza e quello
della Vita, in una rinnovata Armonia delle Sfere.
Arcady
( 1)R. Steiner, Teosofia, Ed. Antroposofica, Milano 1994, p. 36.
(2) R. Steiner, Il Vangelo di Giovanni, Ed. Antroposofica, Milano 1975, p. 115.
(3) R. Steiner, Scienza Occulta, Ed. Antroposofica, Milano 1969, p. 203.
(4) Ivi, p. 204.
(5) M. Scaligero, L’imaginazione creatrice, Ed. Tilopa, Milano 1964, p. 119.
(6) R. Steiner, Considerazioni esoteriche sui nessi karmici, Ed. Antroposofica, Milano 1985, p. 68.
(7) [Link]. alla nota 2, p. 120.
(8) R. Steiner, La Filosofia della Libertà, Ed. Antroposofica, Milano 1966, p. 50.
(9) R. Steiner, Sulla via dell’Iniziazione, Ed. Antroposofica, Milano 1977, p. 12.
(10) [Link]. alla nota 2, p. 105.
(11) M. Scaligero, Graal, saggio sul mistero del Sacro Amore, Ed. Perseo, Roma 1969, pp. 23-34.
(12) M. Scaligero, Manuale pratico della meditazione, Ed. Tilopa, Milano 1984, p. 145.
(13) [Link]. alla nota 6, p. 90.
(14) R. Steiner, L’Iniziazione, Ed. Antroposofica, Milano 1977, pp. 74-94.
14
Economia
Quante persone hanno oggi una rappresenta- propria influenza, renderlo schiavo, costringerlo
zione completamente confusa e astratta della a lavorare per noi. Si può rispondere per propria
vita, della loro vita personale! Generalmente esperienza alla domanda: «Quante persone pen-
non lo facciamo, ma se proprio una volta ci sano che il denaro sia soltanto un assegno per
domandassimo per esempio di che cosa vivia- forza di lavoro umana, che il denaro sia un
mo, potremmo rispondere: «Be’, del nostro mezzo di potere? Quante persone vedono in spi-
denaro ». Fra coloro che risponderebbero: «Del rito che non potrebbero affatto esistere in que-
nostro denaro», vi sono moltissimi che lo hanno sto mondo fisico senza dovere al lavoro di altri
ereditato per esempio dai loro genitori, ed ora uomini ciò che serve alla vita?». Sentirsi obbli-
credono di vivere del denaro ereditato. Ma, gati alla società in cui si vive è l’inizio di quel-
miei cari amici, di denaro non si può vivere! l’interesse che si deve richiedere per una for-
Denaro non è qualcosa di cui si possa vivere. A ma sociale sana.
questo punto bisogna incominciare a pensare. Una buona volta bisogna ben meditare que-
La domanda è intimamente legata al vero inte- ste cose, altrimenti ci si addentra in modo mal-
resse che si ha da uomo a uomo. Chi crede di sano in astrazioni spirituali, e non si sale in modo
vivere del denaro ereditato o avuto in qualche sano dalla realtà fisica alla realtà spirituale. La
altra maniera, salvo che si riceva denaro per mancanza d’interesse alla struttura sociale carat-
lavoro, cosa oggi normalmente invalsa, chi vive terizza proprio gli ultimi secoli. Infatti negli ulti-
in tal modo e crede che si possa vivere del mi secoli si è andata formando man mano l’abi-
denaro, non ha interesse per il suo prossimo, tudine umana che la gente in realtà sviluppa in-
perché nessuno può vivere del denaro. Bisogna teresse, in quanto a impulsi sociali, solo per la
mangiare, ed il cibo deve essere prodotto da propria riverita persona. Piú o meno per vie di-
qualcuno. Bisogna vestirsi. Quello che si indos- verse, tutto è destinato alla propria persona.
sa deve essere prodotto da persone. Perché io Sana vita sociale è possibile solo se l’interesse
possa mettermi una giacca o un pantalone, degli per la propria riverita persona si allarga a vero
uomini devono lavorare a lungo per produrli. interesse sociale.
Essi lavorano per me. Di questo io vivo, non …Potrà sorgere la domanda: «Ebbene, come
del mio denaro. Il mio denaro non ha altro si può cambiare la situazione, se in realtà il de-
valore se non di darmi il potere di usare il naro è soltanto uno strumento di potere?». La ri-
lavoro altrui. Nelle attuali condizioni sociali si sposta è già nel principio fondamentale iniziale,
incomincia ad avere interesse per il prossimo di cui ho parlato qui la scorsa settimana, perché
solo rispondendo in modo adeguato a questa ciò che ho esposto come una specie di scienza
domanda, quando si vede spiritualmente che sociale, attingendo al mondo spirituale, è altret-
tanta gente deve lavorare ore e ore affinché io tanto certo quanto la matematica. In queste cose
possa vivere nella struttura sociale. Il problema non si tratta del fatto che qualcuno possa osser-
non è che ci si senta soddisfatti nel dirsi di vare la vita pratica e dire che bisogna incomin-
amare gli uomini. Non si amano gli uomini ciare a vedere se le cose in questo modo sono
credendo di vivere del proprio denaro e senza giuste. No, le cose da me esposte come scienza
farsi una minima idea del come uomini lavorino sociale, traendole dalla Scienza dello Spirito,
per noi soltanto per avere il minimo indispensa- sono all’incirca come il teorema di Pitagora,
bile alla vita. quando si sappia che il quadrato dell’ipotenusa
Ma non si può dividere il pensiero che tanta è uguale alla somma dei quadrati dei due cateti;
gente lavori per avere il minimo della vita, non esiste alcuna esperienza che lo contraddica e
dall’altro pensiero che si deve rendere alla bisogna applicare dappertutto questo principio.
società, non con denaro ma con lavoro, quello Lo stesso avviene del principio da me esposto
che viene prodotto per noi. Soltanto se ci si della scienza sociale e della vita sociale. Tutto
sente obbligati a restituire la quantità di lavoro quanto l’uomo guadagna, ricevendolo per il suo
che viene fatto per noi con lavoro in altra forma, lavoro nel rapporto sociale, ha cattivi effetti. Il
soltanto allora si ha interesse per il prossimo. Il nesso sociale è sano soltanto se l’uomo può vive-
fatto che si dia il proprio denaro al prossimo re, ma ricevendo il necessario da altre fonti della
significa soltanto poter tenere il prossimo sotto la società. Apparentemente questo è in contraddi-
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zione con quel che ho detto or ora, ma appunto lavoro, allora si giudicherebbe diversamente,
solo apparentemente. Il fatto che il lavoro non perché nella realtà non è che si traggano solo
sia remunerato lo rende apprezzabile. Infatti ciò conclusioni astratte, ma in essa le cose hanno
cui si deve tendere, naturalmente non in manie- anche i loro effetti concreti. Se veramente avve-
ra bolscevica ma ragionevole, è di separare il nisse che il procacciamento dei mezzi di sussi-
lavoro dal procacciamento dei mezzi di sussi- stenza fosse separato dalla prestazione di lavo-
stenza. L’ho detto recentemente. Se non si viene ro, non vi sarebbe piú eredità. Ciò provoche-
remunerati per il proprio lavoro, il denaro, come rebbe un tale mutamento della struttura sociale
mezzo di potere, perde il suo valore per il lavoro. che si avrebbe solo denaro per l’approvvigiona-
Non vi è altro mezzo contro l’abuso che viene mento di merci. Se infatti si pensa concretamen-
fatto col denaro, se non strutturando la società in te una cosa, essa provoca precisamente effetti di
modo che nessuno possa essere remunerato per ogni genere. La separazione del procacciamento
il suo lavoro, che il procacciamento dei mezzi di dei mezzi di sussistenza dal lavoro ha inoltre un
sussistenza sia attuato in tutt’altra maniera. In effetto particolarissimo. Quando si parla di real-
tal modo non si potrà mai far sí che qualcuno tà non può avvenire che magari uno dica: «Non
venga costretto, mediante il denaro, a lavorare. capisco il perché». Allo stesso modo si potrebbe
La maggior parte dei problemi che ora sor- dire: «Non capisco perché la morfina produca il
gono, si presentano appunto in modo da venir sonno». Ciò infatti non deriva semplicemente da
affrontati in maniera confusa. Per poterli porta- una relazione di concetti, ma si manifesta sol-
re a chiarezza si può ricorrere solo alla Scienza tanto osservando gli effetti.
dello Spirito. In avvenire il denaro non dovrà Esiste oggi nell’ordinamento sociale qualco-
essere un equivalente per la forza umana di la- sa di innaturale al massimo grado, e cioè che,
voro, ma solo per la merce. Solo merce si potrà semplicemente per il fatto di possederlo, il de-
avere in avvenire per denaro, non forza umana naro aumenta. Lo si mette in banca e se ne ri-
di lavoro. Questo è di enorme importanza, miei cavano interessi. Questo è il fatto piú innaturale
cari amici. Si pensi ora un po’ che proprio dal- che possa esistere. In realtà è semplicemente
la concezione proletaria risulta nelle forme piú un assurdo. Non si fa nulla; si mette in banca il
varie che nella moderna società industriale la denaro che si ha, che forse non ci si è nemme-
forza lavoro è una merce. Questo è infatti uno no procurato col lavoro, ma che si è ereditato,
dei fondamenti del marxismo, uno dei princípi e se ne ricavano interessi. È tutta un’assurdità.
grazie al quale esso ha conseguito il maggior nu-
mero di proseliti fra i proletari. Qui si vede ma-
nifestarsi da un lato in maniera confusa ed im-
brogliata un’esigenza che in ogni modo deve es-
sere soddisfatta da tutt’altra parte. Ed è caratteri-
stico per le esigenze socialistiche attuali che esse
siano suscitate, in quanto si manifestano istinti-
vamente, da istinti senz’altro giusti e sani; solo
che sorgono da una struttura sociale caotica, e
pertanto si manifestano in maniera confusa, ra-
gion per cui portano anche alla confusione. Que-
sto si riscontra in molti campi. Per questo motivo
è tanto importante capire veramente una con-
cezione sociale scientifico-spirituale, perché da
questa soltanto può derivare la salvezza.
Ed ora si domanderà se tutto questo provo-
cherà una trasformazione. Se per esempio un ta-
le ha soltanto ereditato e continua a comperare
per sé merce col denaro che ha o che ha eredita-
to, e nella merce vi è il lavoro di altra gente, si Un gruppetto di investitori raccolto con pre-
dirà che nulla si trasforma. Se però si conside- occupazione davanti a una banca che espone
rassero gli effetti di quanto succede separando le quotazioni di Borsa nel difficile periodo se-
il procacciamento dei mezzi di sussistenza dal guíto alla Prima Guerra Mondiale
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Però sorgerà la necessità, quando il procac- giunge nulla. Oggi denaro significa un equi-
ciamento dei mezzi di sussistenza sarà separato valente per merce e forza lavoro. È un buono
dal lavoro, che venga impiegato il denaro, quan- per qualcosa che avviene. Se si passa dalla
do esiste, e quando venga prodotto come equi- mera astrazione alla realtà, se si pensa, avendo
valente di merci che esistono. Esso deve essere per esempio dieci banconote e facendo un paga-
utilizzato, deve circolare. Si avrà allora l’effetto mento, che con tali banconote si passa da una
reale che il denaro non aumenterà, ma diminui- mano ad un’altra l’equivalente del lavoro di un
rà. Se al giorno d’oggi uno possiede un certo certo numero di persone, che nelle banconote
capitale, in circa quattordici anni e ad un inte- sta il potere di costringere al lavoro un certo
resse normale, avrà quasi il doppio; egli non numero di persone, allora soltanto si è nella vita.
avrà fatto nulla, avrà solo aspettato. Immagi- Allora si è nella vita con tutte le sue ramifica-
nando la modifica della struttura sociale che zioni ed i suoi impulsi, allora non ci si fermerà
avverrebbe con l’applicazione del principio da piú all’astrazione, all’astrazione distratta del pa-
me esposto, il denaro non aumenterà ma dimi- gare col denaro, ma si chiederà che cosa signifi-
nuirà, e dopo un certo numero di anni la ban- chi il passaggio da una ad altra mano di dieci
conota che mi sarò procurata prima di quegli banconote che chiamano al lavoro un certo nu-
anni non avrà piú valore; sarà svalutata, cesserà mero di persone provviste di pensiero, sentimen-
di avere un valore. to e cuore. Che cosa significa questo?
Cosí nella struttura sociale diverrà naturale un In ultima analisi si ha la risposta a questa do-
certo movimento, sorgeranno condizioni a segui- manda soltanto osservando spiritualmente il fe-
to delle quali il semplice denaro, in fondo null’al- nomeno. Prendiamo il caso piú estremo. Suppo-
tro che un documento, un assegno che dà un niamo che qualcuno abbia denaro senza darsi
certo potere sulla forza di lavoro degli uomini, si troppo da fare per l’umanità. Esistono casi del
svaluterà se non verrà messo in circolazione. genere. Voglio esaminarne appunto uno cosí.
Quindi non aumenterà, ma diminuirà progressi- Dunque qualcuno, senza darsi troppo da fare per
vamente e dopo quattordici anni, o forse dopo un l’umanità, ha del denaro. Col denaro egli si com-
periodo un po’ piú lungo, sarà assolutamente pera qualcosa. Ha altresí la possibilità di siste-
uguale a zero. Se uno oggi è milionario, non avrà marsi una vita molto piacevole per il fatto di ave-
raddoppiato il suo avere, ma sarà un povero dia- re del denaro che rappresenta un buono per la-
volo se nel frattempo non avrà guadagnato nulla. voro umano. Bene! Non è necessario che costui
Se presentemente si dice questo, a volte se sia cattivo; può essere un uomo buonissimo, per-
ne riceve l’impressione come se si sentisse il fino pieno di zelo. Spesso non si comprende la
prurito provocato da certi insetti, se mi è con- struttura sociale. Non si ha interesse per il pros-
sentito il paragone. Non avrei usato il paragone, simo, vale a dire per la struttura sociale. Si crede
se non avessi percepito uno strano movimento certamente di amare gli uomini se col denaro e-
in sala. Ma dato che la situazione è cosí, che la reditato, per esempio, ci si compera qualcosa o
cosa fa l’impressione come se certi insetti pro- magari lo si regala. Anche se lo si regala non si
vocassero del prurito, per questo vi è il bolsce- fa altro che far lavorare un certo numero di per-
vismo. Si cerchino soltanto i giusti motivi; si ve- sone per chi riceve il denaro. Il denaro è solo un
drà che sono qui. Né si elimina dal mondo quel mezzo di potere. Per il fatto di essere un buono
che si sta formando, se non si comprende vera- per forza-lavoro, esso è un mezzo di potere.
mente la verità. Non c’è scampo se la verità è Ma miei cari amici, tutto ciò si è sviluppato co-
spiacevole. Sarà còmpito essenziale dell’educa- sí, si è formato cosí, ed è l’immagine riflessa di
zione dell’umanità del presente e del prossimo qualcos’altro. È l’immagine riflessa di quello che
avvenire, far sí che non si creda piú che le verità ho accennato nella conferenza precedente*. Ho
possano muoversi secondo il parere soggettivo, fatto presente che il dio Jahve ha dominato il
secondo simpatie o antipatie. La Scienza dello mondo per un certo tempo perché aveva caccia-
Spirito può già provvedervi se viene compresa to gli altri Elohim, e che ora non può salvarsi
con sano raziocinio, perché la cosa si può anche dagli spiriti che cosí aveva svegliato. Egli aveva
osservare spiritualmente. Col vago modo di dire, cacciato i suoi compagni, gli altri sei Elohim. A
che ho già udito anche da antroposofi i quali, seguito di ciò è diventato dominante nella co-
prendendo in mano denaro, dicono: «Questo è scienza umana solo quanto l’uomo sperimenta
Arimane», con questo modo di dire non si rag- già nello stato embrionale. Le altre sei forze che
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l’uomo embrionale non sperimenta sono perciò romano, per questo motivo si sono verificate tutte
inefficaci, sono cadute sotto l’influenza di entità le cose che hanno provocato da un lato le attuali
spirituali inferiori. Ho detto che negli anni Qua- sciagure. Ho detto che se denaro produce dena-
ranta Jahve non poteva piú salvarsi. Allora, dato ro, non si deve considerare il fenomeno astrat-
che con la saggezza di Jahve acquisita nello sta- tamente, ma bisogna considerarlo nella sua real-
to embrionale si può comprendere soltanto la tà. Tutte le volte che denaro produce denaro si
provvidenza della natura esteriore, e poiché si tratta di qualcosa che avviene solo qui sul piano
cessò di comprendere la provvidenza, irruppe la fisico, mentre ciò che l’uomo è come uomo è
pura scienza naturale atea. L’immagine riflessa sempre in relazione col mondo spirituale. Che
di questo è la circolazione del denaro senza che cosa avviene dunque se non lavoriamo noi stes-
col denaro circoli merce, il fatto che del denaro si, ma avendo del denaro lo diamo ad altri per-
passa semplicemente da una persona all’altra ché lavorino? In tal caso un uomo deve portare
senza che circoli della merce. Infatti, per quanto sul mercato la propria quota parte celeste, e noi
ci si sforzi in un dato campo, nel fatto che il de- lo paghiamo soltanto con qualcosa di terrestre,
naro produca apparentemente del denaro, vive puramente arimanico. Questa è la parte spiritua-
la forza arimanica. Non si può ereditare senza le del fenomeno. Dove è in giuoco Arimane può
che col denaro venga passata una certa quantità solo prodursi rovina.
di forza arimanica. Non vi è altro mezzo di pos- Anche questa è un’altra spiacevole verità; ma
sedere denaro in modo salutare entro la struttu- non serve a nulla dirsi: «Be’, io sono un galan-
ra sociale, se non possedendolo in maniera cri- tuomo o una donna onesta, e non faccio quindi
stica: vale a dire far sí di acquistarlo per mezzo nessun male se, con la mia rendita, pago qual-
di quello che si sviluppa fra nascita e morte. cosa». Però in tal modo si dà Arimane per qual-
Pertanto il modo in cui si riceve il denaro non cosa di divino. Naturalmente entro l’attuale strut-
deve essere un’immagine riflessa di ciò che è tura sociale si è ripetutamente costretti a farlo.
jahvetico. È jahvetico il fatto che veniamo messi Non si deve però fare il giuoco dello struzzo e
al mondo, che passiamo da un embrione alla vi- nascondersi il problema; bisogna invece guar-
ta esterna. Immagine riflessa ne è la circostanza dare negli occhi la verità. Quello che ci porterà
che ereditiamo. Le caratteristiche che ereditia- l’avvenire dipende appunto dal fatto che si
mo col sangue vengono ereditate attraverso la guardi negli occhi la verità. Molto di ciò che in
natura. Il denaro che ereditiamo e non guada- modo tanto catastrofico si è abbattuto sull’uma-
gniamo ne sarebbe l’immagine riflessa. nità, si è abbattuto perché la gente ha chiuso
Per il fatto che la coscienza cristiana non si è gli occhi, anche quelli animici, dinanzi alla ve-
ancora insediata, che veramente la struttura so- rità, che si è costruita concetti astratti per ciò
ciale viene attuata ancora sempre con la saggezza che è giusto e non giusto, e non ha voluto com-
jahvetica o col suo spettro, col pensiero statale prendere il reale, il concreto…
*1a conferenza, Dornach, 29 novembre 1918 Rudolf Steiner
Selezione da: Esigenze sociali Bisogna guardare negli occhi
dei tempi nuovi – II conferenza la verità…
Dornach 30.11.1918
Editrice Antroposofica
Milano 1971, pp. 41-51
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Il Maestro e l’Opera
Sul finire degli anni ’60, già diversi ricercatori, perlopiú gio-
vani, avevano trovato nei libri di Massimo Scaligero un riferi-
mento di destino, spesso dopo lunghe e sofferte peregrinazioni
tra le nebbie di lontani santuari.
Per chi superava alcuni ostacoli interiori e le feroci critiche
(viste in retrospettiva erano di una ottusità impressionante) che da fronti opposti e persino da “amici” veni-
vano lanciate sulle “preoccupanti prese di posizioni” dell’Autore, non era irrealizzabile l’incontro diretto
con Massimo Scaligero.
Anche quando ci si sentiva in una certa misura intimiditi dal sentimento della sua grandezza, egli acco-
glieva fraternamente il visitatore, elevando, se possibile, l’anima di questi ad un eccezionale “meglio di sé”;
in sua presenza emergeva un livello interiore difficilmente raggiungibile dopo decenni di inappuntabili
discipline esoteriche.
Si sperimentava il risultato di ciò che è possibile allo Spirito piú che agli esercizi.
Con l’andar del tempo, la relazione con Massimo Scaligero poteva anche passare per momenti personali
e simpatici. Talvolta, pur trovandosi a Roma per un sol giorno, si pranzava e si passeggiava insieme. In
questi casi una lieta spontaneità era ben accetta. Del resto, come molti sanno, Scaligero possedeva un
formidabile senso dell’umorismo.
Durante una mezz’ora, rubata ai tanti e onerosi compiti, un giovane vivace che si lamentava del-
l’asprezza del lavoro interiore, piú faticoso che luminoso, espresse a Scaligero, con una frase, un infantile
sentimento d’invidia, a onor del vero provato da molti ma taciuto da tutti: «Beato te, che sei già iniziato!».
L’atmosfera intorno a Massimo mutò letteralmente ed il Maestro, senza sdegno o irritazione, ma permeato
da una severità assoluta, rispose: «Non devi dire cose del genere, sono sbagliate. In quanto a me, non c’è
momento in cui non possa tradire». Come da un portale appena socchiuso, sentimmo per attimi l’ombra di
un immenso dolore e dell’inconcepibile lotta che Massimo Scaligero affrontava senza interruzione dietro
il fragile teatrino della parvenza.
Dopo oltre trent’anni, chi non si è arreso ma combatte ancora sulla linea del fuoco, seppur con forze
non paragonabili, ha molto sperimentato ma ha anche spesso tradito, non riuscendo a mantenere la destità e
la coerenza verso gli apici di Luce che lo Spirito a volte, donando, richiedeva.
Dalle rovine della presunzione personale spesso abbiamo dovuto, faticosamente, ricominciare tutto daccapo.
Perciò, a quell’essere in noi che non mente, chiediamo ogni giorno che ancora ci è dato, se la Trasmissione
sia sempre viva e verace, se il filo non sia occultamente spezzato, e ricapitoliamo, in sintesi di puro pen-
siero, ogni luminoso segmento dell’interiore mandala dell’Insegnamento.
Quando si è giovani è possibile venir spinti verso l’Occulto da una vocazione “magica”, ossia verso
un’ascesi che si protende naturalmente ad affermarsi nelle profondità della vita. Una tale vocazione è antica
ed immutabile, perché lo Spirito giunge sino al minerale e oltre, chiedendo all’apprendista, come istinto
spirituale, di congiungersi con le forze creative tessenti nei cieli della corporeità.
Perciò diverse correnti spirituali intuiscono quale sia la materia dell’opera ma non la Via.
Occorre anzitutto stabilire una gerarchia di rapporti: Io - Psiche - Corpo.
Partire dall’Io è faticoso perché si vive con la penosa sensazione di dover sempre ricominciare tutto, è
un sentirsi senza appoggio in nulla.
Perciò l’istinto rifugge dall’Io, cerca la psiche, il sentimento personale, la sensibilità corporea in cui
può trovare tutti gli appoggi che cerca.
L’asceta, appoggiandosi alla psiche, può tentare di tutto, persino lo yoga originario, sforzandosi di giungere
all’“arresto delle funzioni mentali”, ma ignorando che per Patanjali ed altre figure illustri piú recenti, la
mente è assimilabile all’attuale psiche.
Da ciò deriva la necessità di molteplici operazioni psicofisiche, mentre l’Io viene ricacciato nella tr a-
scendenza: Io che nell’uomo moderno è immanente alla sua attività pensante. Perciò le strade fuori tempo
non possono che smorzare la desta coscienza di veglia (in tali condizioni si offrono copiose visioni inte-
riori ma in un indotto stato di mezzo tra veglia e sogno), subordinando il pensiero a potenze corporee an-
che formidabili ma di cui si diviene veicoli. Medianità yoghica o magica.
Il primo incantato limite da superare è il potere del dato, preesistente ed eterno, quale che sia: fisico o
spirituale, visibile o invisibile, in quanto il dato non è opera nostra, viene da sé, poiché per l’attuale grado
di veglia il moto del pensiero gli è asservito, divenendo passivo strumento del dato.
Completamente diversa è la situazione nella quale il dato viene costruito da noi, è il nostro stesso pensiero
(concentrazione). Sorge come ogni pensiero, ora esso è il nostro pensiero ossia la nostra volontà: come in un
punto l’Io (e tutto il Mondo Spirituale) comincia a vivervi.
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Si osservi che anche in tal senso le varie vie allo Spirito sono un nulla, perché si pongono come dati
psicofisici, eludendo l’attività ideale nella quale è presente l’Io.
Ogni dato non risolto, non risorto in idea, è solo un dato della natura, ossia di ciò che si oppone allo
Spirito; ogni sensazione fisica o parafisica è soltanto il limite di un’idea che non si è ancora capaci di pensare:
dunque è decisivo afferrare il moto, l’essere del pensare.
Il pensiero è l’unica realtà dell’uomo che non può affermare di non essere senza essere: ogni tentativo di
prescindere dal pensiero è sempre un suo atto, ogni sua negazione è una sua affermazione.
Affermata la realtà di qualcosa fuori da ogni pensiero, non ci si accorge di aver affermato il pensiero che
una realtà è altrove.
Se, ad esempio, il mistico pensa un paradiso oltremondano al di là dal pensiero ed il materialista pensa
un mondo materiale privi di pensiero, ecco manifestate due opposte concezioni di pensiero che concepisco-
no univocamente il reale diverso dal pensiero che tuttavia le pensa.
Praticamente occorre pensare attivamente per accorgersi di pensare, e soprattutto per giungere all’os-
servazione del pensare che facile non è, sebbene sia soltanto l’estensione del metodo dell’osservazione
scientifica ad un oggetto insolito, poiché quando parliamo di pensiero intendiamo l’assolutamente terso
pensare che “deve essere interamente voluto” da noi.
La natura non ci aiuta, e per giungere ad un risultato d’osservazione occorre una specifica disciplina
chiamata concentrazione, che non deriva propriamente da un chiuso sistema esoterico, essendo piuttosto
l’estrema conseguenza logica della scienza moderna, attuata. (Per quanto concerne ogni approfondimento
sul senso e modo di tale tecnica rimandiamo ai molti ed esaurienti testi di Massimo Scaligero).

Nell’ordinaria inversione delle forze che veicolano la struttura umana, il corpo e la psiche non favori-
scono ma combattono contro la concentrazione, la cui caratteristica saliente è l’assoluto estracorporeo. A
tale condizione dovrebbe tendere il ricercatore cosciente. La minima tensione corporea o l’inerenza alla
sensazione è sempre il corrispettivo di una carenza spirituale.
L’“adamantino”, spesso evocato nelle parole di Massimo Scaligero, è il puro estracorporeo realizzato
nel pensiero.
Perciò la concentrazione non va soltanto “fatta”, ma anche tentata con la massima indipendenza, che il
corpo e l’anima siano stanchi o malati o tesi. Grado indispensabile dell’ascesi è il giungere ad abituarsi ad
un pensare che si esprima con autonomia quale che sia la situazione psicosomatica: la concentrazione deve
venir compiuta anche quando il corpo è scomodo o mentre si vive un proprio dramma o, ancora, sotto il
pungolo di qualsiasi azione urgente.
Provate ad immaginare un terribile leone che corre verso di voi: non fuggire, non nascondersi, non
avanzare a combatterlo mentre vi sta raggiungendo, ma sedersi (o rimanere in piedi ad occhi aperti, non
ha alcuna importanza) e ricostruire il concetto di chiodo, di tappo ecc.. Questa sarà la prima azione pro-
priamente umana che un individuo può compiere.
Con esempi del genere che paiono forse eccessivi, ci sforziamo di caratterizzare un agire interiore che
contrasta le note direzioni dell’anima. Simili rappresentazioni non sono propriamente conoscitive ma val-
gono come orientatrici e rafforzanti per intuire l’indispensabile livello. Occorre con una certa urgenza af-
ferrare la ferma comprensione che un pensiero, un pensiero qualsiasi, come ad esempio una semplice
formula matematica, può essere pensato in qualsiasi situazione. Si può veramente immaginare il rapporto
tra lati ed angoli di un triangolo mentre si sta seduti nel proprio studio o legati alla sedia elettrica.
Non è impossibile: con ferma disciplina ciò che oggi pare inattuabile sarà realizzato domani.
Siamo consapevoli che la liberazione eterica del pensiero non si improvvisa, tuttavia è realmente possibi-
le da subito attingerla sia pur per brevi momenti, nella retta concentrazione.
Anche se la retta concentrazione è difficile, rimane tuttavia la strada piú breve e senza vere alternative:
finché la coscienza si identifica nel pensiero ordinario, chiamato anche pensiero riflesso, si è sempre domi-
nati dal senziente corporeo.
Si superi per intensificazione cosciente tale pensiero, si conquisti la corrente del pensare, allora si è nel-
l’Io, perciò in relazione con il vero astrale, con il vero eterico, con il vero corpo.
Solo allora è permesso congiungersi con le Forze che dominano il corpo, in primis con la corrente che
ascende dal cuore al capo.
Per questo occorre ravvisare la condizione vera, non i retaggi spirituali ma l’atto interiore che nel nostro
passato mai è stato compiuto: il vero sadhana della nostra epoca.
Franco Giovi
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Aneddoti

Tra i mille episodi attribuiti al Faraone Ramsete II, c’è anche quello che racconta come egli
avesse fatto legare il proprio figlio sulla cima dell’obelisco di Karnak affinché ingegneri, operai
e schiavi si rendessero conto del rischio che correvano qualora non fossero riusciti a innalzare il
monolito e l’avessero invece fatto precipitare spezzandolo, uccidendo cosí il regale rampollo. Si
trattava, a detta di Plinio, di un blocco di porfido alto 120 cubiti (63 metri), per sollevare il quale
occorsero 120mila uomini. Di “appena” 26 metri era invece quello che Caligola fece trasportare
da Alessandria d’Egitto nel 30 d.C. con un’apposita nave, e che andò a formare la spina del Circo
che l’imperatore aveva fatto costruire oltre Tevere, nella regione vaticana: arena che Nerone
aveva in seguito abbellita e ristrutturata, essendo ambedue i cesari dei fanatici frequentatori di
corse di bighe, essi stessi abili aurighi.
L’obelisco, rimasto per secoli abbandonato tra i ruderi dell’anfiteatro presso cui era sorta la
Basilica di San Pietro, venne ripescato su ordine di Sisto V, il papa urbanista che il popolino
chiamava “er muratore”. Non prestando fede al parere dello stesso Michelangelo che anni prima,
con Paolo III, aveva ritenuto azzardato e di grande “sperpero di danari” il recupero del-
l’obelisco – che tra le altre leggende ad esso legate pareva contenesse le ceneri di Giulio Cesare
nella sfera di bronzo posta alla sua sommità – Sisto V, al secolo Felice Peretti, bandí un concorso
tra i maggiori architetti dell’epoca, per chi avesse elaborato il progetto piú acconcio ed economico
per il recupero, il trasporto e l’innalzamento del blocco di porfido pesante 440 tonnellate.
L’obelisco, l’unico di quelli eretti a Roma lasciato in piedi da Totila – il re barbaro che si era
convertito ed era divenuto devoto dell’Apostolo Pietro – si ergeva solitario dal lato della sacre-
stia della Basilica. Da lí doveva essere trascinato fino al centro della piazza.
Il Fontana si aggiudicò l’appalto e il 5 ottobre 1585, dopo una messa solenne nella cappella
del Priorato, diede inizio alle operazioni di imbracatura del monolito che sorgeva a 256 metri di
distanza dal punto dove doveva essere collocato. Un castello di legni e travi avvolse completa-
mente l’obelisco. Il 28 aprile 1586 il castello venne ultimato. Si trattava ora di coricare l’obelisco
e porlo sullo stràscino, una slitta speciale, operazione questa delicatissima. L’architetto impiegò
per tale fase 40 argani, 800 uomini e 120 cavalli. Ogni azione veniva scandita da squilli di tromba
per procedere e da tocchi di campana per arrestarsi, non essendo sufficienti i richiami a voce.
Il 7 maggio 1586 l’obelisco venne disteso sulla slitta. Iniziò cosí il trascinamento verso il centro
della piazza. L’operazione durò tutta l’estate e Sisto V non volle muoversi da Roma, al contrario
di quanto usava fare nella stagione calda. Contava di mostrare al mondo l’obelisco collocato in
sede per il 14 settembre, festa dell’Esaltazione della Croce.
Il 30 agosto 1586 la piazza venne chiusa da un recinto. Il 10 settembre 65 argani, 140 cavalli e
907 uomini sollevarono l’obelisco a metà in obliquo. Si attese l’Ambasciatore di Francia in visita
al papa. Quando il corteo diplomatico passò per la piazza, il Fontana fece eseguire due tirate di
corda in onore dell’illustre ospite. Al tramonto dello stesso giorno l’obelisco era completamente
in posizione verticale, ma ancora sulla slitta di trascinamento. Occorreva eseguire l’operazione
piú rischiosa di tutte: sollevarlo in blocco a un’altezza tale da consentire di estrarre lo stràscino e
quindi poter poggiare il monolito sui quattro dadi di bronzo originali, i cosiddetti astragali, ideati
dagli ingegneri di Caligola e coperti per iniziativa del Fontana da quattro leoni di bronzo,
simbolo della forte autorità di Sisto V.
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La mattina del 16 settembre, dopo due messe solenni per invocare lo Spirito Santo, impie-
gando gli stessi cavalli, argani e operai, l’obelisco fu sollevato. Ma accadde che i canapi che
stringevano il blocco, per il calore e l’attrito cominciarono a fumare, minacciando di spezzarsi.
La tensione nella piazza salí alle stelle. Oltre il recinto la folla taceva impressionata e il Fontana
temette che tutto il lavoro di un anno andasse perduto, con danni materiali e morali tanto per
la sua carriera quanto per l’immagine del papato. Fu a quel punto che un marinaio di San Remo,
tale Bresca, nonostante la pena di morte stabilita per chi avesse con verbo o suono arrecato
disturbo, gridò: «Acqua alle corde!». L’acqua gettata allora in grande quantità sulle funi fece sí
che queste si accorciassero di una misura sufficiente a portare a termine il sollevamento e la
messa a dimora dell’obelisco.
Invece di essere giustiziato, il Bresca fu premiato da Sisto V, perché con la sua violazione
del decreto papale aveva salvato insieme all’obelisco la reputazione della Chiesa, nonché
l’opera di messer Domenico Fontana, architetto pontificio.
La famiglia del mari-
naio ottenne poi dal Vati-
cano la privativa, tuttora
conservata, per la fornitu-
ra al Palazzo Apostolico e
alla Basilica di San Pietro
delle palme da distribuire
ai fedeli nella domenica
precedente la Pasqua.
Quali considerazioni è
possibile ricavare dall’epi-
sodio di cui fu protagoni-
sta il marinaio ligure, che
mise a rischio la sua vita
gridando quelle tre fatidi-
che parole? Due in parti-
colare emergono e fanno
riflettere: la prima è che la
«L’obelisco viene eretto sulla piazza antistante la Basilica di San Pietro» scienza deve essere consa-
Incisione di Alessandro Specchi su disegno dell’architetto Carlo Fontana
pevole della propria fal-
libilità di fronte all’imprevisto e alla fatalità, e allo stesso tempo conscia dell’apporto che può
ricevere dalla partecipazione di persone di qualunque grado e livello ai suoi tentativi di pe-
netrare i segreti della natura; l’altra è che l’individuo comune, il cosiddetto uomo della strada,
il passante per caso, può essere chiamato in qualunque momento della sua vita a mettere a
disposizione degli altri la propria limitata o vasta conoscenza, la propria scarsa o notevole
energia, le proprie piú o meno cospicue doti fisiche, mentali e morali. E ciò al fine di elevare
la condizione umana al modello di civiltà prefigurato dalle Gerarchie spirituali e instanca-
bilmente indicato dai Maestri.

Ovidio Tufelli
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Redazione  

 …Mi accorgo sempre di piú che ogni concessione fatta dalla cosiddetta democrazia è come il
letto di Procuste: si dà da una parte e si taglia dall’altra, in un continuo inutile tentativo di contentare
tutte le categorie… Come far comprendere a chi sembra non voler intendere ragioni che si tratta di una
corsa il cui traguardo viene continuamente spostato in avanti?

Elio Bartolomei

Come insegnava il Maestro d’Occidente, Procuste rappresenta un essere arimanico. Il suo desiderio è di
conformare l’uomo a una verità unica dettata dalla materia, e quindi falsa. Egli trova fra ecce sso e
difetto una soluzione meccanica che non risolve ma peggiora la situazione, mentre occorrerebbe una
soluzione interiore. È il senso di tutti i compromessi esteriori, quando non si sa trovare un provvedimento
interiore: la costrizione a una misura antiumana. La democrazia è essa stessa un letto di Procuste. Su 100
persone, 2 sono dotate di spirito elevato, mentre il restante 98 è composto di mediocri. Se gli uomini
fossero ancora illuminati, i due sarebbero guide degli altri. Ma la voce dei mediocri ora sopravanza quella
dei due: ecco la falsità del suffragio universale. Le grandi verità si pagano col martirio, perché la massa
le respinge. Ci è stato fatto da Rudolf Steiner anche in questo campo un grande dono: la Tripartizione
dell’organismo sociale. Nostro compito non è solo studiarla sui libri (reprimendo in noi l’errato pregiudi-
zio di considerarla una teoria interessante benché grandemente utopistica), ma di cominciare a metterla in
pratica nelle nostre piccole vicende quotidiane, e soprattutto pensandola: nei nostri pensieri potranno af-
facciarsi soluzioni di cui potrà giovarsi la società futura.

 Vorrei sapere se la preghiera può rapportarci alla divinità. Non credo di saper pregare, anche se
spesso ho provato a farlo, ma senza tanta forza e convincimento…

Anita Binello

La forza della preghiera è nella spersonalizzazione, nell’attingere alla fonte di vita inesauribile, non
come forza di personalità ma come tutt’uno con il Creato. Perché la preghiera raggiunga la Divinità,
occorre che ci si svincoli dall’ego. La forza che ci permette la liberazione dall’ego è il pensiero che pensa
se stesso: il pensiero libero dai sensi. Ed è proprio attraverso tale pensiero che la preghiera assume il suo
esatto valore e la sua virtú risanatrice e creatrice.

 Durante questo periodo di vacanze cerco di riposarmi senza riuscirci. Ho sempre dentro il
ritmo incalzante dell’ambiente in cui vivo normalmente, dove gli impegni di lavoro mi costringono a
continui spostamenti. Sento di essermi portato dietro la mia stanchezza. Come liberarmene?

Ferruccio Ardigò

Il riposo è la forza attinta dall’eterico. L’allontanare ogni pensiero, scacciandolo al suo sorgere, resti-
tuisce la necessaria distensione al cervello fisico, là dove è la sede della stanchezza. La forza eterica è
inesauribile, quindi svincolandosi dal veicolo fisico attraverso l’esercizio della concentrazione o della
meditazione, possiamo attingere alla sorgente inestinguibile di vita. Bastano pochi minuti al giorno di
intensa concentrazione per restituire al fisico stanco il giusto equilibrio.
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 Qual è il significato, dal punto di vista spirituale, del calore del sole, quel calore che ci
brucia e ci “cuoce” d’estate, quando vogliamo abbronzarci?
Barbara Centini

Il calore solare è l’amore del cosmo che si riversa sulla natura e che l’uomo deve trasformare in po-
tenza del sentire, ossia in amore umano. Il calore è movimento puro. Ogni volta che un pensiero si “ac-
cende” in noi, si crea un movimento che genera calore. Il vero calore è spirituale: noi non lo perce-
piamo direttamente, abbiamo solo sensazioni di oggetti riscaldati, sensazioni di ciò che è pervaso di calo-
re, come la nostra pelle esposta al sole. La percezione diretta del calore, invece, è un atto essenziale dello
Spirito: è percezione di Amore.

 È stato chiesto un mio parere sull’eutanasia, facendo il caso di un essere nato deforme e con e-
videnti turbe psichiche. Non ho saputo rispondere in modo appropriato, anche se sento che l’eutanasia
non è una cosa giusta. Sarei grata di un orientamento.

Lorena Di Santo

Oggi si parla di eutanasia perché non si comprende piú il valore della sofferenza. Un essere umano
nato infelice, deforme, è un centro di forze, lavoro segreto dello Spirito dietro un apparire che è come
una scrittura occulta: da decifrare. L’eutanasia è anticristiana. Viene presa in considerazione a causa
dell’attuale perdita dei reali valori umani, di una non penetrazione del fenomeno della vita. In ogni sof-
ferenza del corpo bisogna vedere una costruzione, una nuova creazione. È lo Spirito che cerca un’evo-
luzione attraverso una nuova espressione nel fisico. Dobbiamo pensare che ogni organo sensibile si è
formato attraverso lunghe sofferenze. Immaginiamo la formazione dell’occhio: si dovranno essere aperte,
all’inizio, due profonde piaghe nel viso. È indicativa la sofferenza di una madre per la nascita di un figlio,
dell’ostrica per la formazione della perla. L’eutanasia rappresenta l’assoluta negazione dell’amore:
quell’amore che la vicinanza di esseri infelici spinge ad esercitare nella maniera che è spesso la piú alta
per le possibilità umane, perché meno egoistica di altre forme, persino dell’amore materno. E dobbiamo
anche considerare che la sofferenza del fisico è una gioia per lo Spirito, cosí come le gioie umane, finché
non si accostano alla gioia pura – quella che partendo dall’umano lo trascende per entrare nella sfera
sovrasensibile – sono causa di dolore per lo Spirito. Quanto all’eutanasia richiesta dalla persona stessa
per porre termine alle proprie sofferenze, essa rappresenta un atteggiamento di fuga dal proprio karma,
un rimandare il problema che tornerà comunque a proporsi.

 Perché quando incontro per la prima volta una persona mi accade di essere piú colpita
dall’intonazione della sua voce che da quanto effettivamente dice? Questo mi è già successo piú di una
volta con persone appena conosciute, e in seguito ho trovato un esatto riscontro alle mie impressioni
iniziali nello scoprire la loro reale personalità…
Savina Lugli

Attraverso il suono della voce si manifesta la vera essenza dell’uomo: come nella parola si esprime il
pensiero riflesso, cosí nel suono della voce, nelle sfumature delle intonazioni, si esprime il pensiero
libero dai sensi. Si deve immaginare la parola come una superficie dall’interno cavo, in cui agisce il
suono. Il primo segno di un Iniziato è il cambiamento del tono della sua voce: perché da lí egli sprigiona
delle forze che agiscono direttamente sull’ascoltatore, indipendentemente dal significato delle parole
che pronuncia. Quando l’uomo arriverà ad esprimersi con il suono, invece che con la parola, si creerà un
nuovo linguaggio, derivato direttamente dal suono.
«L’Arcangelo Michele» – tempera su tavola, 1550-1580
Prov. Chiesa di San Demetrio, Museo Saris, Bardejov, Slovacchia

«Michele è lo Spirito del vigore. Con il suo entrare nella


evoluzione umana egli deve renderci capaci di non porre da
un lato la spiritualità astratta, dall’altro la materialità in cui
urtiamo e che sezioniamo, senza avere il minimo sentore che
in fondo essa è pure una forma di manifestazione dello Spirito;
Michele ci deve permeare come forza vigorosa che può guardare
attraverso la materia, poiché in essa vede dovunque lo Spirito».
Rudolf Steiner

da La missione di Michele, Ed. Antroposofica, Milano 1998, p. 36.

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