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Vi fu un'Età dell'Oro in cui l'uomo, cosciente della presenza degli Dei in sé, non
agiva in dissonanza con il cosmo ma interagiva – anzi -in armoniosa sinergia con el
sue leggi, questo era il suo “status” magico in un universo in sé sacralizzato, dimora
degli dei stessi, parlante per archetipi, retto da un Verbo arcano, il vero Sè, il Dio
interiore Occulto. Vi fu un tempo in cui l'uomo non era nemico della Natura, un
tempo in cui viveva in simbiosi con essa e, intendendone il linguaggio, plasmava la
sua vita secondo leggi divine.
Oggi, ossessionati dal “potere” dalla divisione in soggetto-verbo agente-oggetto
dell'azione concepita dalla volontà, eseguita dal verbo sull'oggetto, fuori e diverso
da noi,definiamo il mago come un essere dotato di favolosi poteri “soprannaturali”.
In realtà egli era integrato nel cosmo, partecipante della stessa natura, un arcaico
ancestre non ancora traumaticamente enucleato dal Tutto Madre/Padre che poteva
assumere forme diverse della stessa sostanza, non aveva terrore della morte, agiva
operando miracoli sulla natura poiché consunstanziale alle piante, agli animali, alle
meteore del cielo, agli stessi dei.
Quest'uomo antico nel consumarsi delle ere sempre più gravide di materia, sempre
più vicine – nell'oscuro regno del Kali-Yuga – alla tragica finale consunzione e
purificazione del Ragnarokr, non è estinto ma giace dentro di noi, ripiegato, “in
sonno”, come il Re del Mondo della mitica Agarthi o come Fionn, l'eroe dell'Irlanda
celtica che dorme con i suoi cavalieri nel grembo della montagna.
L'Eroe magico può e deve essere risvegliato da colui che nel Kali-Yuga vuole
cavalcare la tigre inarrestabile del fato e porsi, colla morte iniziatica al mondo
perituro nella sfera immortale dell'Essere. E così buio e atroce è il mondo moderno
nell'infierire colpi all'insorgente spirito eroico che in quegli uomini in cui esso non è
del tutto sopito, vi sono momenti in cui sentono vacillare tutte le loro certezze, venir
meno tutte le loro luci, tacere le voci delle passioni e degli affetti, le loro profonde
motivazioni e impegni esistenziali.
Ricondotto al suo nudo centro, l'individuo è agitato e tormentato dalle spine del
problema di ogni problema: cosa sono io?
In moltissimi casi è una tempesta passeggera che si acquieta nell'indossare la
maschera di qualche moda stordente, ma in qualche raro casola spina della
domanda prelude alla “cerca” dell'iniziatica Rosa. L'individuo si incammina verso
la sua investitura dello stato essenziale di “mago”.
Mariella Bernacchi
dall'introduzione di Guida alla Magia
Jean de Blanchefort
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Sommario
Editoriale pag. 5
Intervista a Marco Saura, autore del Libro “La Via del Fulmine” pag. 40
4
Editoriale
5
parzialmente la distanza che per qualche tempo inevitabilmente sarà necessaria. Non
so quando le attività in sede potranno riprendere: tre importanti eventi sono già stati
cancellati e temo che altri dovranno esserlo, ma cercheremo di continuare il nostro
progetto di divulgazione attraverso i mezzi che riteniamo più consoni a queste
discipline e la Rivista sarà un araldo importante della nostra Voce.
In questo numero già ospitiamo una intervista a Marco Saura, ad esempio, che
avrebbe dovuto presentare il suo libro in sede, ma il cui evento è stato annullato. Altri
articoli invece saranno frutto di conferenze che fortunatamente sono state fatte, come
quella di Luca Siniscalco sul libro di Josipovici, o l'intervento di Luca Valentini sulla
Magia Sacrificale, o ancora l'approfondimento di Guido Guidi Guerrera
sull'intervento fatto durante l'inaugurazione, con l'unica eccezione di Ierace, le cui
recensioni sono state gentilmente messe a disposizione dall'Amico e Collaboratore
Roberto Migliussi.
Dall'Eremo di Thoth, attraverso i bagliori del Fosforo, sia dunque alimentato il
Mercurio alato in questo tempo di Tregenda, che da arditi Guerrieri dell'Eone di
Horus, saremo in grado di trasformare da Nemico a fedele Alleato, alla conquista del
Summum Bonum.
Sapah Zimii
IN MEMORIAM
OAS (1954-2018)
Nell’orgia dei tempi, il mio nome è più volte cambiato, ma nell’opinione di alcuni sono già
stato ciò che sono per poter essere quel che forse sarò nella giostra dell’eterno ritorno.
Metamorphosis
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Abbiamo convissuto nel grembo di una cultura strampalata, più stretti dei nostri
antenati, disintegrati tra voglie e affari, a rotta di collo tra piazze scintillanti e tunnel
della metropolitana, attirati nei caffè dal bagliore degli specchi, viali, fasci di luce
colorata, bar pieni di liquori scintillanti, tavoli di conferenze, tutto all'ultimo grido,
una novità all'ora, ogni giorno un problema risolto, una nuova sensazione a
settimana e una grande, rintronante insoddisfazione di fondo. Tecnicamente ancora
produttivi, ce ne stavamo con sorrisi da Rabbi Akiva al termine dell'arte, avevamo
decifrato l'enigma del mondo o almeno credevamo di essere sulla buona strada. Il
punto di cristallizzazione pareva raggiunto, il superuomo in procinto di arrivare.
Così tiravamo avanti, orgogliosi. Figli di un'epoca ebbra di materia, il progresso ci
appariva come il massimo coronamento, la macchina era la chiave per avvicinarsi a
dio, il telescopio e il microscopio erano organi di percezione. Ma sotto quella
scodella sempre pulita e luccicante, sotto tutte le vesti con le quali ci agghindavamo
come prestigiatori, restavamo nudi e crudi come gli uomini della foresta o della
steppa.
Ernst Jünger
La battaglia come esperienza interiore
Se chiudo gli occhi vedo un paesaggio oscuro con rocce e montagne all'orlo
dell'infinito. Nello sfondo, sulla sponda d'un mare nero, riconosco me stesso, una
figurina disegnata col gesso. Questo è il mio posto d'avanguardia, sull'estremo limite
del nulla: sull'orlo di quell'abisso combatto la mia battaglia.
Ernst Jünger
Irradiazioni
7
Abisso1
di Sapah Zimii
Echi e voci
da mondi lontani
suonan nel sogno
vibrano nel mondo,
come un cuore pulsante
ed affamato,
memore della Visione
di Tenebra senza Forma.
Scorgo immagini primitive,
profondità terrestri
dove il Dio si cela
e si rivela,
a Me,
ipnotizzato nell'Abisso,
mascherato dai Tuoi Occhi.
8
Jean Josipovici:
sismografo del moderno e demiurgo dello Spirito
di Luca Siniscalco
9
mondo editoriale italiano, pubblicando diversi libri per editori del calibro di Rusconi,
Mediterranee e Fratelli Laterza.
Muore all’età di settantasette anni, il 25 giugno 1992, a Rossano, in Calabria, dove si
era trasferito.
L’uomo dimenticato
2 Prima ed. it.: Rusconi, Milano 1978. Il testo è stato ripubblicato, con il titolo I limiti della scienza, da
Fratelli Laterza (Bari, 1990).
3 Riccardo De Benedetti, Josipovici e l’uomo “oscurato”, in «Avvenire», 14 novembre 2019, p. 26.
10
ambiti, infatti, diventa manifesto come la meccanicizzazione determinista e
materialista del sapere, assumendo come proprio oggetto la forma più evidente della
vita – ossia l’uomo –, riduca, secondo un processo di reificazione (à la Marx), il
vivente a oggetto4. Trasformandolo nell’uomo a una dimensione che Herbert Marcuse
duramente stigmatizzava, senza, tuttavia, riuscire a opporgli un’alternativa
autenticamente costruttiva5. «L’uomo ha smesso di porsi nella prospettiva del
vivente»6, spiega Josipovici, intendendo “il vivente” in senso affatto biologista,
piuttosto in modo plurale e ontologicamente gerarchico, secondo una prospettiva
affine a quella guénoniana7.
Un uomo oggi dimenticato – Josipovici – ci conduce così nei meandri di una serrata
critica alla scienza oscurantista, colpevole proprio di dimenticare l’uomo 8. Lo fa,
diversamente da molti antimoderni che si sono occupati della questione, con estrema
precisione tecnica e con numerosi riferimenti ad autori, teorie e correnti che hanno
variamente innervato l’approccio oggetto della sua critica. Se alcuni passaggi
possono dunque risultare prolissi o eccessivamente puntigliosi per un lettore
interessato alla storia delle idee più che alla storia della scienza, a emergere in ultima
istanza è una grande competenza sull’argomento trattato – una dote che valorizza
l’efficacia della critica, prevenendo obiezioni sulla competenza dell’autore rispetto a
una materia tanto complessa. Proprio partendo dal metodo e dal linguaggio biologico,
medico e psicoanalitico, Josipovici riesce a ribaltare dall’interno delle categorie del
paradigma modernista le conseguenze che ne vengono solitamente tratte. Lo studioso
mostra così la dialettica dell’illuminismo scientista, evidenziando come i processi di
iper-razionalismo da esso evocati e innescati conducano all’emergere di una
dimensione per nulla razionale, progressista e luminosa, esprimendo piuttosto tutto il
dramma dell’irrazionale, dell’oscuro, del subconscio, della rottura dell’ordine. È da
queste premesse filosofiche, non organicamente delineate ma sempre emergenti nella
fitta prosa dell’autore, che prende piede la pars destruens del saggio. La cui qualità
permette, a nostro avviso, di “passare sopra” a taluni suoi riferimenti meno centrati,
che paiono talvolta strizzare l’occhio a certa superficiale New Age.
4 «Chi studia la mente, finisce per uccidere la mente» (J. Josipovici, Pensieri in rotta, Fratelli Laterza, Bari
1989, p. 24).
5 Per una efficace critica al pensiero di Marcuse e alla “contestazione globale”, secondo una linea
“tradizionalista”, si vedano quattro articoli di Julius Evola pubblicati sulla rivista romana «il Borghese» negli
anni 1968-1969, oggi inseriti come Appendice in J. Evola, Gli uomini e le rovine e Orientamenti, con un
saggio introduttivo di A. de Benoist, Edizioni Mediterranee, Roma 2001, pp. 229-48.
6 J. Josipovici, La scienza oscurantista, a cura di Luca Siniscalco, Iduna, Milano 2019, p. 194.
7 Cfr. R. Guénon, Gli stati molteplici dell’essere, tr. it. di L. Pellizzi, Adelphi, Milano 2012.
8 L’uomo dimenticato è, non a caso, il titolo del primo capitolo del volume del saggio.
11
In «viaggio verso l’oscurantismo estremo»
La psicoanalisi moderna, di cui, citando Sigmund Freud e Carl Gustav Jung, ma
anche Wilhelm Wundt, Oswald Kulp, Edward Bradford Titchener, James McKeen
Cattel, Wilhelm Reich e moltissimi altri, Josipovici ricostruisce magistralmente
genesi e sviluppi, è una forma di «chiusura all’essenziale» 9: anziché aprire in senso
verticale l’uomo, connettere le sue possibilità realizzative soggettive alle condizioni
oggettive dei ritmi cosmici, segna «il cammino dell’intelletto a spese dello spirito» 10,
la riduzione dell’uomo a macchina. Questo «è il prezzo pagato da chi, appoggiandosi
pigramente all’intelletto, cerca di sostituire la qualità con la quantità, i valori con la
materia scomponibile e misurabile»11. La dimensione psichica, che il Pensiero di
Tradizione ci insegna situarsi su un piano dell’essere mediano fra la dimensione
corporea (somatica) e quella spirituale (noetica), viene intesa come l’unica esperibile
e, in tale accentratura monotonica, perdendo ogni possibilità di connessione e
mediazione, viene del tutto disgregata, annullando le sue possibilità metamorfiche e
trasvalutative. In questo senso, la serrata disamina di Josipovici è complementare e
integrativa rispetto alle interessanti osservazioni critiche che René Guénon dedicò
alla «psicologia dei bassifondi»12 e Julius Evola all’«infezione psicanalista»13. La
tripartizione antropologica, che corrisponde su un piano microcosmico alla
molteplicità degli stati dell’essere del macrocosmo, insegna che l’essenza propria
dell’umano è al contempo unitaria e polivalente, organicamente intessuta e
anagogicamente aperta alla trascendenza. Questo paradigma interpretativo costituisce
una formidabile risposta a ogni interpretazione materialista e monotonica
dell’antropologia. Una nuova scienza, secondo Josipovici, dovrebbe ripartire proprio
dalla riscoperta di queste radici dell’umani. E sarebbe a nostro avviso di particolare
importanza nell’età contemporanea, dove al riduzionismo applicato da certa
psicanalisi si accompagna la diffusione dell’interpretazione neuroscientifica della
psiche: una lettura che pecca di un ulteriore riduzionismo, nella misura in cui
l’annoso body/mind problem – ossia il classico dilemma del rapporto fra corpo e
anima, fra cervello e intelletto – viene risolto asserendo, spesso dogmaticamente, la
natura integralmente corporea degli stimoli nervosi e, dunque, del pensiero e
dell’intelletto. Buttando così alle ortiche le raffinate discussioni sul tema che
impegnarono per secoli scuole filosofiche come quella aristotelica e averroista,
nonché l’intero portato dell’esoterismo occidentale.
La biologia moderna risulta altrettanto castrante rispetto alle potenzialità insite
nell’umano. Essa, infatti, riducendo l’uomo al puro piano biologico, commette un
tradimento dell’essenza stessa del bios, che si struttura, certo, in elementi quantitativi,
9 J. Josipovici, La scienza oscurantista, cit., p. 14.
10 Ibidem.
11 Ibidem.
12 Cfr. ivi, p. 85.
13 Cfr. J. Evola, L’infezione psicanalista. Scritti sulla psicanalisi 1930-1974, introduzione di A. Segatori,
Controcorrente, Napoli 2012. Cfr. anche J. Evola, Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo, con
un saggio introduttivo di H.T. Hakl, Edizioni Mediterranee, Roma 2008.
12
misurabili e meccanici, ma soprattutto – questo il suo tratto primario – in forme
organiche, metamorfiche, relazionali, qualitative. Il Behaviorismo, secondo cui
l’organismo agirebbe automaticamente in funzione della dinamica stimolo-risposta,
ne è un esempio lampante. Parimenti la neurobiologia, pur partendo da premesse
differenti, tende a ridurre l’uomo alla sola dimensione fisiologica, interpretata
secondo schemi causali, razionalisti e deterministi. «L’uomo – spiega invece
Josipovici – anche se dipende da fattori esterni e da fattori biologici – quando non c’è
degenerazione o deficienza troppo grave –, conserva un margine in cui può esercitarsi
la sua volontà personale, la quale deve consentirgli di crescere e di affermarsi
spiritualmente»14. La natura, infatti, compie l’uomo solo parzialmente: per «divenire
ciò che si è», nietzscheanamente, serve un intervento auto-creativo che completi in
senso ascendente – o discendente – la definizione della propria essenza. Un pensiero
in rotta di Josipovici ci indirizza a questa comprensione: «Prima di morire, bisogna
sforzarsi di nascere. Pochi hanno questa prontezza»15.
Anche la medicina moderna che, olisticamente, dovrebbe interessarsi a tale compito,
ne è del tutto aliena. «Per imporsi, il complesso umano si scontra con due ostacoli
principali: l’alterazione della coscienza e l’alterazione dell’affettività. Ciò che la
medicina organica si ostina a ignorare»16. Accompagnando la meccanicizzazione
dell’umano agli sviluppi dell’industria e della farmacologia, la medicina «è divenuta
un’immensa industria»17 e ha fissato l’immagine dell’uomo scisso e bisognoso di un
surplus di chimica artificiale esterna come parametro antropologico – l’homo
farmaceuticus18. Così il microscopio, letto come emblema dell’attitudine analitica
nemica della totalità, è il vessillo della biologia e della medicina moderne. «L’analisi
– infatti – non potrà mai penetrare i misteri della vita, di cui il corpo umano,
considerato come un tutto, è una delle espressioni»19.
Anche la sociologia, trattata più tangenzialmente nel volume, merita gli strali di
Josipovici: ponendo al centro della propria speculazione la collettività, tale disciplina,
frutto maturo della cultura della Rivoluzione francese, contribuisce alla distruzione
dell’essenza della persona20, identificandola con il semplice “ruolo” che l’individuo
14 J. Josipovici, La scienza oscurantista, cit., p. 62.
15 J. Josipovici, Pensieri in rotta, cit., p. 19.
16 J. Josipovici, La scienza oscurantista, cit., p. 63.
17 Ivi, p. 78.
18 Cfr. J. Josipovici, La prigione esoterica, tr. it. di V. Di Giacomo, Edizioni Mediterranee, Roma 1975, p.
16. Sulla critica alla medicina contemporanea, cfr. l’intero capitolo Il corpo, in ivi, pp. 14-23.
19 Ivi, p. 19.
20 Qui intendiamo la nozione di “persona” secondo la lezione del personalismo francese (Mounier, Maritain,
Marcel). Josipovici sembra privilegiare la nozione di “individuo”, che tuttavia, nel dibattito contemporaneo,
tende a evocare l’atomismo disgregatore della peggiore modernità anti-comunitaria. Il nostro ha d’altro canto
chiaramente inteso, ed espresso, la distinzione sussistente fra una singolarità organica e integrale e un
individuo livellato e dominato dall’ego. In questo senso, contrappone l’essenza – «quel che l’uomo ha di più
prezioso, quel che è suo, lui stesso» – alla personalità acquisita – «l’artificio, l’abito, lo stile» (cfr. J.
Josipovici, La scienza oscurantista, cit., pp. 145-49). Ne La prigione esoterica Josipovici distingue
esplicitamente la «personalità profonda o essenza» dalla «personalità acquisita» (cit., p. 44), costruita,
quest’ultima, attraverso l’educazione, la famiglia, l’influenza ambientale e sociale – un fattore artificiale e
13
riveste nella società. È il ruolo impersonato nel sistema sociale che viene infatti
focalizzato e, pertanto, ancora una volta la multidimensionalità del singolo viene
livellata dalle aspettative ed esigenze dei molti. Con una equazione: la società
egualitaria sta all’io (diviso, molteplice, atomizzato – «i piccoli “ego”» 21) come la
comunità organica sta all’Io (plurale, differenziato, unitario).
Non è un caso, nota l’autore, che «ogni qual volta si produce un vacillamento del
quadro sociale, una nuova “apertura” spirituale compare; opera di un soggetto dotato
d’una personalità totale, in rottura col suo tempo» 22. La coscienza del singolo, la sua
essenza sovra-personale, in questo caso cessa di essere un “residuo” e si fa fiamma.
Questa vampa, capace di disintegrare le certezze acquisite e verticalizzare lo scontro
è a nostro avviso precisamente il superamento della visione del mondo
d’orientamento modernista, stretta fra riduzionismi e monismi di ogni sorta – tutto è
materia, tutto è sociale, tutto è psichico, per citarne alcuni –, soffocata da dualismi
incapacitanti, contrari e convergenti, che conducono all’atomismo, alla
parcellizzazione del mondo della vita e all’autismo dell’esperienza.
L’oltrepassamento muove invece dalla possibilità, sempre vigente nell’estatica
potenza dell’attimo, di «strappare i veli con cui Apollo nasconde la realtà originaria,
osare di trascendere la forma per mettersi a contatto con la “atrocità” originaria di un
mondo in cui bene e male, divino e umano, razionale e irrazionale, giusto e ingiusto
non hanno più alcun senso essendo soltanto potenza, nuda, libera potenza
fiammeggiante»23.
artificioso, insomma. Che la distinzione fra le due, nell’esperienza concreta, sia spesso a sua volta fluttuante
e arbitraria, è un commento che ci riserviamo di aggiungere.
21 J. Josipovici, La scienza oscurantista, cit., p. 160. Sulla questione dell’ego, cfr. anche il capitolo Una
falsa idea di sé, in J. Josipovici, Iniziazione alla felicità. La via della trasformazione, Edizioni Mediterranee,
Roma 1999, pp. 27-36.
22 J. Josipovici, La scienza oscurantista, cit., p. 157.
23 J. Evola, L’individuo e il divenire del mondo, con un saggio introduttivo di R. Gasparotti, Edizioni
Mediterranee, Roma 2015, p. 52.
14
lucida decostruzione, operata da Martin Heidegger, del razionalismo calcolante
occidentale, sino alla concordanza con l’antimodernismo di René Guénon.
Quest’ultimo, in particolare, riconosce come segno evidente della decadenza moderna
proprio l’errore dualistico, connesso al dominio incontrastato della quantità, della
materia e della misurazione, in un progressivo allontanamento dall’Origine24.
Raccogliendo questa importante eredità, il saggio di Josipovici procede a considerare
nello specifico, con rigore metodologico, la materia scientifica. Anche qui il
razionalismo appare il problema fondamentale. Riducendo il reale ai suoi aspetti
quantitativi, meccanici e deterministi, l’uomo l’ha intrinsecamente lacerato. Ma la
realtà è scissa perché, ancor prima, è l’uomo a essere in sé scisso: la sua percezione
alterata delle cose trasforma le cose stesse, rendendo la res extensa una costruzione
mentale astratta, incapace di rendere conto della discontinuità, che pure è peculiarità
intrinseca della vita. Una discontinuità collegata alla natura dinamica e relazionale
dell’universo e delle sue infinte estrinsecazioni.
D’altra parte, nel Novecento, la vita ha intrapreso una vigorosa reazione contro il
modello positivista. Il crollo delle certezze manifestatosi nel Secolo Breve, l’avvento
di prospettive relativiste, la comparsa di “anomalie” scientifiche quali il Principio
d’indeterminazione di Heisenberg e il Teorema d’incompletezza di Kurt Gödel,
nonché le intuizioni di Max Planck, Albert Einstein, Louis de Broglie, Niels Bohr,
hanno segnato la bancarotta della scienza “cartesiana”, che pure rimane dominante
nella vulgata comune. «Il materialismo, estrema negazione d’ogni liberazione
spirituale, ha compiuto la sua opera, ma ha anche fatto il suo tempo; e appare per
quello che è: un’illusione. Cede ormai il posto ai furori di forze inferiori, sole capaci
di partecipare alla finale opera di dissoluzione» 25. Fa infatti il suo ingresso trionfale il
postmodernismo, che vince nelle accademie e si manifesta rizomaticamente nella
quotidianità, ma che non ha ancora integralmente scalzato la Weltanschauung
ottocentesca. Il mattino dei maghi, per dirla con Pauwels e Bergier26, ha lanciato la
sua sfida al razionalismo, rivendicando l’integrità organica del sapere. Della sua
eredità dobbiamo ancora farci carico.
Alla critica di Josipovici, che i quarant’anni del saggio non rendono affatto superata –
pur richiedendo talvolta aggiustamenti, precisazioni e aggiornamenti –, si sommano
riflessioni sparse che ci offrono la possibilità di identificare un potente afflato
propositivo. La pars costruens del saggio si muove, a nostro avviso, attorno a due
principali coordinate: l’identificazione di un modello antropologico alternativo a
quello oggi dominante nel sensus communis (che proprio dalla cultura scientista tende
a generarsi) e, alla luce del nuovo paradigma proposto, una integrazione della
metodologia – e deontologia – delle discipline mediche, biologiche e psicoanalitiche.
24 Cfr. R. Guénon, Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi, tr. it. di P. Nutrizio e T. Masera, Adelphi,
Milano 1995.
25 Cfr. J. Josipovici, Il Fattore L, tr. it. di V. Di Giacomo, Edizioni Mediterranee, Roma 1976, p. 113.
26 Cfr. L. Pauwels, J. Bergier, Il mattino dei maghi. Introduzione al realismo fantastico, tr. it. di P. Lazzaro,
Mondadori, Milano 2013.
15
Per quanto riguarda la prima questione, Josipovici concorderebbe con Ernst Jünger:
nella modernità, a mancare è la «principesca apparizione dell’uomo» 27. Nell’era della
mobilitazione totale28, infatti, alla centralità dell’uomo integrale si sostituisce la
“cosalizzazione” dell’uomo-ingranaggio. Ecco che allora si crede di conseguire la
conoscenza mediante questionari, sondaggi e test, anch’essi espressione di quel
delirio sperimentale che accompagna la scienza moderna. Il principio di validità e
quello di funzionalità soverchiano il dispiegarsi della verità.
Josipovici, nel deciso rifiuto della modernità, non invoca affatto un irrazionalismo
altrettanto ingenuo, né un rifiuto reazionario di qualsiasi innovazione; intende
piuttosto precisare che a fronte di questa modernità ne sarebbe possibile un’altra,
organica, completa, spiritualmente innervata. Così, «colui che decide di progredire
sulla strada giusta deve adoperarsi coraggiosamente per sostituire alla ragione chiusa,
quantitativa, una ragione aperta, qualitativa»29.
Questo uomo “diversamente moderno” potrebbe allora procedere a un arricchimento
e a un completamento delle discipline scientifiche considerate.
Così, in ambito psicologico (ma anche medico), spunti interessanti provengono
dall’orientamento psicosomatico e da tutte quelle tendenze che intendono l’uomo in
senso olistico. «Il contenuto fenomenologico – spiega Josipovici – dev’essere vissuto
prima di ogni interpretazione, anche prima che la mente, deformata dalle credenze
convenzionali, operi la divisione tra fisiochimica da una parte, psicologia
dall’altra»30. William James, stando a Josipovici, avrebbe dato indicazioni importanti
in tal senso, possedendo egli «un’autentica conoscenza della vita interiore che egli
denomina – prendendo in prestito da Eraclito l’immagine – the stream of thoughts:
esperienza certo unitaria e globale, ma in continua trasformazione; movimento che è
vano intestardirsi artificialmente a dividere, come è vano tentare di estrarne degli
stati, con il rischio di operare contro il significato stesso della natura umana» 31. È la
stessa esigenza rivendicata da Henri Bergson, maestro di Josipovici, che non a caso
esprimeva la necessità di una ricerca psichica attenta alle mosse dello spirito 32. La
ricerca sul magnetismo e sull’energia elementare, che richiamano intuizioni del Raja
Yoga, vanno nella medesima direzione. Anche in ambito terapeutico, dove Josipovici
sembra richiamare l’importanza di una comprensione filosofica – prima che
neurologica – del disagio esistenziale: «Condurre il paziente ad affrontare l’esistenza,
vuol dire innanzi tutto attrarlo a operare su se stesso. Scoprirà allora che il presente
contiene in germe le determinazioni future, e che i problemi del momento hanno il
27 E. Jünger, M. Heidegger, Oltre la linea, a cura di F. Volpi, tr. it. di A. La Rocca e F. Volpi, Adelphi,
Milano 2010, p. 57.
28 Cfr. E. Jünger, La Mobilitazione Totale, in Foglie e pietre, tr. it. di F. Cuniberto, Adelphi, Milano 1997,
pp. 113-38.
29 J. Josipovici, La scienza oscurantista, cit., p. 137.
30 Ivi, p. 83.
31 Ivi, pp. 24-25.
32 Cfr. J. Josipovici, Il Fattore L, cit., pp. 25-26.
16
loro giusto valore»33. Si tratta, in fondo, di una ricerca di centratura interiore che
passa attraverso la comprensione di sé, la ricerca spirituale, l’ascesi, sino a
configurarsi come una radicale Filosofia della Libertà: l’uomo, per conquistare la
propria radice interiore, deve affrancarsi da ogni vincolo – sia esso materiale o
psichico34 – entrando in contatto con il ritmo creativo della vita e con il suo fluire.
Attraverso la rottura dell’ordine stabilito, prendendo coscienza dei diversi piani della
casualità, l’uomo libero diviene in se stesso causa, e non più effetto, del proprio
destino. Un amor fati dall’impronta metafisica.
È quindi Uspenskij a intervenire a supporto argomentativo di Josipovici: «Il momento
in cui un uomo che cerca la via incontra un uomo che la conosce, è chiamato la
prima soglia o il primo gradino. A partire da questo comincia la scala. Tra la “vita” e
la “via”, c’è “la scala”. Soltanto attraverso “la scala” l’individuo può incamminarsi
sulla “via”. Egli sale la scala con l’aiuto della sua guida; non può salirla da solo. La
via comincia in cima alla scala; ossia dopo l’ultimo gradino o l’ultima soglia, a un
livello ben più alto della vita ordinaria»35.
Solo affrancandosi dai pregiudizi correnti l’uomo potrà realizzare integralmente la
propria natura, superando tanto il parossismo delle sensazioni quanto il culto della
ragione. «La posizione giusta è quella dell’intuitivo […]. Intimamente orientato
secondo la sua evoluzione creatrice, vibrante all’unisono, obbediente a un ritmo
uguale, tutto il suo sforzo tende a inserirsi nella Grande Corrente Vitale» 36. Non si
tratta di abbandonare ogni forma di principium individuationis e sfaldarsi in una
pulsione caotica e amorfa, «bensì di ammettere che, oltre l’intelletto che divide, si
dispiega un’energia vitale scaturita dal regno cosmico»37.
17
imperniata su una lettura del “libro del mondo” mediata dalle forme gnoseologiche,
ontologiche ed estetiche del simbolo, dell’analogia e del mito – quel mito che «è in
noi, carne della nostra carne»38. Josipovici ci invita a inaugurare uno sguardo
differente sul reale: abbandonando gli affilati strumenti chirurgici del modernismo,
l’uomo può riacquisire quella prospettiva simbolica fondata sulla corrispondenza fra
la propria singolarità e i ritmi del cosmo. Il mondo può tornare a essere vissuto come
flusso energetico, come epifania del divino, come concatenazione di una pluralità di
stati dell’essere rappresentabili e conoscibili mediante miti, simboli, archetipi.
Non è un caso che un progetto culturale imperniato su un approccio affine abbia
indagato con la medesima ermeneutica questioni – anche terapeutiche – attinenti alla
psicologia e alla cura. Ci riferiamo ad «Antaios», rivista tedesca diretta da Ernst
Jünger e Mircea Eliade e pubblicata fra il 1959 e il 1971 per recuperare e veicolare –
in senso filosofico, letterario, teologico ed estetico – il patrimonio mitico-simbolico
occidentale, ma soprattutto la metodologia analogica, concepita come un efficace
paradigma conoscitivo e sintetico39. In «Antaios» sono numerosi i contributi che si
muovono lungo un itinerario affine a quello di Josipovici. Il retroterra culturale – e il
terreno del dibattito – è infatti simile. Anche qui si cerca di intendere la connessione
essenziale fra uomo e mondo – che nella prospettiva cartesiana moderna è
caratterizzata da una radicale e lacerante scissione – non più in senso statico e
reificato, bensì secondo una dinamica processuale e metamorfica, proprio
riconoscendo nei due estremi – soggetto e oggetto – non dei supporti fissi e ormai
definitivamente dati, quanto dei poli cangianti e in rapporto dialettico costante. Si
tratta di una differenziazione dei livelli dell’essere che corrisponde alla pluralità e
polivalenza del reale.
All’interno dell’ambito medico-terapeutico tale tematica viene declinata soprattutto
secondo un approccio analogico che vede nella persona umana il polo del
microcosmo in relazione costitutiva con il polo del macrocosmo. Questa
Weltanschauung olistica è centrale in «Antaios»: il tema della salute (corporea) è
intrinsecamente connesso a quello della salvezza (interiore), secondo un’affinità già
nota al mondo classico – si pensi in prima battuta all’etimologia del latino salus.
38 J. Josipovici, La prigione esoterica, cit., p. 77. Sull’analogia, cfr. J. Josipovici, Iniziazione alla felicità.
La via della trasformazione, cit., pp. 104-107.
39 Una storia di «Antaios» è contenuta in H.T. Hakl, “Den Antaios kenne und missbillige ich. Was er pflegt,
ist nicht Religio, sondern Magie!” Kurze Geschichte der Zeitschrift ANTAIOS, in «Aries», vol. 9, n. 2, 2009,
pp. 195-232. Ne esiste anche una versione abbreviata in italiano: H.T. Hakl, L’effetto, pur non esteso, è stato
profondo come quello d’una sonda. Breve storia della rivista “Antaios”, curata da Mircea Eliade ed Ernst
Junger (1959-1971), in F. Zambon (a cura di), Cenacoli. Circoli e gruppi letterari, artistici, spirituali,
Edizioni Medusa, Milano 2007, pp. 247-70.
18
Studi come quelli di Maeder40, Fischer41, Weiers42 e Konzett43 si muovono lungo
questa traiettoria.
È nella medesima polarità, capace di scardinare il dualismo – di materia e spirito,
immanenza e trascendenza, soggetto e oggetto, conoscente e conosciuto – alla ricerca
metafisica dell’Uno, che Josipovici prefigura la possibilità di una esistenza totale, che
così illustra ne La prigione esoterica: «C’è una dimensione magica dell’individuo,
come c’è una dimensione magica dell’universo. Ma questa dimensione superiore,
questo eterno presente, creatore di presente, appartiene solo all’uomo che si sia
interamente liberato delle sue catene: le invisibili e le visibili. Ora, l’esser libero è
poter attingere una seconda volta all’albero della conoscenza» 44. L’esistenza totale
trasfigura l’uomo interiore ma anche la natura, che è sinolo di potenze visibili e
invisibili, concrezione fenomenica di istanze sovrafenomeniche, «il manifestarsi –
insomma – d’una forza che circola distribuendo con generosità e conservando
avaramente la vita in tutte le sue forme»45.
Il riduzionismo rimane, in tutta la riflessione di Josipovici, l’avversario più odioso.
Alla conoscenza, infatti, ci si avvicina soltanto «superando l’alternativa di
affermazione e negazione», ossia affrancandosi «dall’“impasse” dualistica»46. Questa
operazione – epistemica gnoseologica ed esistenziale – necessita una trasfigurazione
del soggetto, con un chiaro indirizzo mistico e metafisico. Significa tendere
all’annullamento di quella rottura col Divino47 che è il principale stigma della
modernità.
È significativo che trattando del problema della verità Josipovici affermi: «Non è
l’oggetto a contare, bensì la maniera di pensare»48. Ricollegando questa lapidaria
asserzione al percorso sin qui svolto emerge con chiarezza come tale posizione non si
richiami affatto a un puro relativismo gnoseologico – a dire: il vero è soltanto una
categoria astratta del pensiero, priva di appigli con la realtà, puro flatus vocis
strumentale – quanto alla profonda coincidenza fra essere e pensare, ossia fra realtà
esterna oggettiva e dimensione interna soggettiva. «La deformazione mentale vuole
che i fenomeni siano giudicati dall’esterno, partendo da necessità misurabili imposte
dall’azione utilitaria. […] Da tale concezione semplificata deriva un impoverimento
del reale, la sua visione ridotta, la sua scarsa funzionalità» 49. Come c’insegnano lo
40 Cfr. A. Maeder, Der Archetyp des Heilers und die Heilung [L'archetipo del guaritore e la guarigione], in
«Antaios», II, 1960-1961, pp. 299-317.
41 Cfr. R.W. Fischer, Das Heil des Atmens [La salute del respiro], in ivi, pp. 364-374.
42 Cfr. H. Weiers, Harmonik in der physikalischen Therapie [Armonia nella terapia fisica], in «Antaios»,
VIII, 1966-1967, pp. 490-95.
43 Cfr. H. Konzett, Zur Relativität der Wirkung von Pharmaka [Sulla relatività dell’effetto dei farmaci], in
«Antaios», VI, 1964-1965, pp. 559-62.
44 J. Josipovici, La prigione esoterica, cit., p. 90.
45 Ivi, p. 29.
46Ivi, p. 74
47 Cfr. l’omonimo capitolo in J. Josipovici, Il Fattore L, cit., pp. 58-60.
48 J. Josipovici, La scienza oscurantista, cit., p. 208.
49 J. Josipovici, Iniziazione alla felicità. La via della trasformazione, cit., pp. 20-21.
19
sguardo stereoscopico di Jünger50 e la prospettiva filosofica di Evola 51, l’Assoluto
non c’è mai – spontaneamente, passivamente –, ma sempre può essere attivamente
realizzato. «Si deve entrare nel vero o rimanere al di fuori»52 chiarisce Josipovici.
Teoresi e prassi coincidono, si fanno Uno. Quest’apice speculativo sotteso alla
ricognizione di Josipovici è stato riconosciuto anche dallo studioso Giovanni Sessa,
secondo cui l’autore fondamentalmente intende comunicarci «che oltre la deriva della
modernità illuminista è possibile, recuperando l’approccio olistico al reale, fondare
un’altra modernità, una modernità qualitativa che al nulla contrapponga il ritorno
all’origine»53.
È proprio qui che risiede il culmine realizzativo di un pensiero abissale. Lo sapeva
bene il filosofo colombiano Nicolás Gómez Dávila: «Quando sentiamo che davanti a
un oggetto o a un fatto, il nostro spirito si cristallizza e si rapprende; quanto sentiamo
che le nostre attività calzano le une con le altre; quando sentiamo che una gioia secca
e lucida ci invade, il significato è esploso nel nostro spirito»54.
50 Quella visione sinestetica capace di connettere simultaneamente i diversi piani del reale, svelando la
concretezza della cosa osservata. Così, ad esempio, lo sguardo mitico può farsi stereoscopico: « I miti
colgono ora l’unità ora l’opposizione. Colgono l’intero e non trascurano nulla, come invece la scienza.
Dobbiamo perciò vederli in maniera stereoscopica. E ciò vale anche laddove essi assegnino l'albero ora al
padre ora alla madre, ora alla Terra e ora agli dèi. Entrambe le versioni hanno un senso» (E. Jünger,
L’albero, in L’albero. Quattro prose, a cura e tr. it. di A. Iadicicco, Herrenhaus, Seregno 2003, p. 28).
51 «Se l’uomo cambia il proprio essere, allora percepirà la stessa realtà in altre forme» (J. Evola,
Autobiografia spirituale, a cura di A. Scarabelli, Edizioni Mediterranee, Roma 2019, p. 58).
52 J. Josipovici, La scienza oscurantista, cit., p. 210.
53 Giovanni Sessa, I limiti della scienza moderna. Le tesi di Jean Josipovici, in «Il Borghese», a. XX, n. 1,
gennaio 2020, p. 56.
54 N.G. Dávila, Notas, tr. it. di L. Pasinato, Circolo Proudhon, Roma 2016, vol. I, pp. 50-51.
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Esplorare il Silenzio
di Guido Guidi Guerrera
Viviamo nel tumulto e molte persone per questo sono spaventate dall'idea che solo
per un istante il brusio che ci circonda e pervade possa anche per un attimo smettere.
In realtà una parte del nostro cervello è per così dire attrezzata all'assorbimento di
suoni, voci e rumori che provengono dall'esterno, ma quando questa condizione
diviene insostenibile sono proprio le aree cerebrali a venirne in qualche modo
intossicate. Purtroppo viviamo in una società che spinge all'accelerazione a tutti i
livelli esistenziali possibili e in questo processo catabolico siamo coinvolti totalmente
e senza eccezione. Concedersi pause di riflessione o addirittura momenti di
meditazione organizzata appare come un'utopia irrealizzabile a cospetto di un
mondo che per autolegittimarsi pretende strumenti umani funzionali alla propria
ipertrofia e sempre di più deprivati di una propria identità. La spersonalizzazione
sistematica si celebra meglio nel clamore delle strade, degli uffici d'affari, ma anche
nei luoghi di divertimento e perfino in quella che un tempo era chiamata quiete
domestica. La gente viene scientemente coinvolta in una miriade di forme
comunicative assolutamente inutili all'evoluzione del proprio sé e anzi velenose ai
fini di un rapporto con gli altri davvero significativo e importante. Più rumore
equivale a stordimento, ed è proprio in questa condizione che l'uomo viene più
facilmente depredato della parte migliore di sé che è la sua anima, diventando
fatalmente qualcosa per la società e sempre meno qualcuno per se stesso. Nel silenzio
emergono emozioni profonde che esigono equilibrio e grande libertà di spirito,
perché i fantasmi della mente diventano assai potenti proprio nell'assenza di rumori,
condizione in cui emergono con tutta la loro forza.
E' il momento giusto per fare i conti con se stessi. Ma quanti sono disposti ad
accogliere e comprendere con maturità e acuto senso dell'autodisciplina un simile
meccanismo che come nel caso delle immagini impietose rimandate da uno specchio
riesce a mettere l'anima a nudo?
L'uomo in progresso non disdegna questo appuntamento con se stesso e anzi lo
auspica ben sapendo che si tratta di una strada dura, come tutte le strade che portano
alla conoscenza di sé lo sono. Abbiamo brevemente accennato al frastuono che rende
impossibile la concentrazione dell'essere umano su stesso, sulla sua parte più
preziosa, ma è doveroso sottolineare come il peggiore di tutti i disturbi provenga dai
nostri pensieri che simili al continuo e poderoso frastuono del mare in tempesta ci
impediscono il dialogo con il sé profondo. Molte persone vessate da un problema
affermano con sicurezza: ho bisogno di riflettere.
Lo fanno convinte e con immenso sforzo, senza accorgersi che stanno attingendo a
quel 'mentale' che fa ignorare le risorse della 'volontà profonda' destinata ad avere
comunque il sopravvento. In poche parole è come pretendere di attingere a un pozzo
21
inquinato perché la sua acqua non è stata mai ripulita come recita un celebre
commento del Tao te Ching : la persona si pone l'obiettivo di superare le difficoltà
insistendo con il pensiero, quando dovrebbe lasciare allo spirito il compito di trovare
la soluzione.
Una mente inquinata dai rumori del mondo che condizionano ineluttabilmente il
fiorire disordinato dei pensieri troverà limitata applicazione a scopi prefissati, mentre
troverà strenua resistenza da parte della volontà profonda che attraverso 'la voce
della coscienza' chiede di aspirare a ben altro.
L'uomo sociale è tenuto a vivere in una sorta di promiscuità, sembra esistere
pienamente solo quando ha il consenso dell'altro e quando con l'altro si illude di
condividere la maggior parte delle sue emozioni, dei sentimenti, delle aspirazioni più
intime. In apparenza questa la formula sembra il segreto stesso della vittoria e
dell'affermazione personale, ma non è così. Anzi al contrario questo modello così
propagandato spalanca le porte a miriadi di fallimenti esistenziali, alle delusioni più
pesanti e a un cocente senso di impotenza che può pesare come un fardello
insostenibile fino alla morte. La frustrazione indotta da questa società sempre più
competitiva è una delle cause di stress e di incompiutezza in cui cadere è facilissimo,
mentre i rimedi proposti sono in genere assai peggiori del problema. Coppie in crisi
vanno dallo psicologo complicando non poco la propria vita senza trovare alcuna
soluzione, persone sovrappeso che non si piacciono intraprendono viae crucis
dibattendosi tra dietisti, palestre e cure miracolose, uomini d'affari si suicidano o
diventano barboni perché il mondo in cui credevano si è mostrato un effimero
castello di carte e gli è crollato addosso. E tutto questo si celebra stretti dal rumore
assordante del mondo esterno e dal brusio di quello interiore invaso da miliardi di
pensieri parassiti, comunque aspetti di un ciclo d'abitudini aberrante.
Ascoltare il silenzio. Stare in silenzio non è facile per nessuno, perché abbiamo alle
spalle milioni di anni di comunicazione verbale, la stessa che ha portato all'intreccio
babelico delle lingue che poi si sono sparse per tutto il globo terrracqueo. Eppure
questo modo di intendere l'antropologia umana non è affatto connesso alle sue radici
archetipe bensì all'esigenza di stili organizzativi che hanno lentamente portato
l'uomo ad aggregarsi in gruppi sempre più allargati e complessi.
Che questo modello sia di origine istintuale e legato alle cosiddette 'cause
necessitanti' oppure viceversa attenga a scelte di tipo convenzionale e utilitaristico,
è argomento da studiosi del settore. Certo è che più le società si sono evolute e più
l'essere umano ha smarrito la memoria della propria appartenenza: tanto maggiore il
grado di espansione della sua scienza, quanto più radicale il suo allontanamento dalla
fonte primeva, dalla sua stessa scaturigine.
L'uomo primitivo, al riparo nella sua caverna percepiva la presenza del divino come
fatto indiscutibile perché assolutamente privo di mediatori culturali sovrastrutturati:
per quegli esseri ogni fenomeno era di origine misteriosamente plausibile, a
22
cominciare dal miracolo della vita per finire col mistero della morte. Non avevano
bisogno di cercare le ragioni del soprannaturale mediante gli artifici dell'intelletto, e
soprattutto comprendere non equivaleva per loro strappare veli illusori troppo spessi,
semplicemente per il fatto che la stratificazione delle culture non si era verificata.
Quell'uomo antico sentiva che sebbene fosse stato gettato nel regno della materia e
del dolore, tipici della dimensione di Malkut, conservava impressa la memoria della
sua divina appartenenza destinata a manifestarsi piena come in un flash intenso e
conclusivo negli eroi, nei semidei e nei mistici dall'esistenza millenaria, negli avatar.
L'universo promana da un Nulla eterno che è il Silenzio dei Silenzi, dalla notte senza
nome che è culla del 'mai nato' , l'uomo primordiale dopo la luce dell'Eden rinasce
mortale attraverso l'utero di una donna e dal buio inizia il suo lungo viaggio
antropologico che dalle tenebre della caverna lo sospinge verso sempre più sofisticate
forme di esistere, di scoprire, di inventare e reinventarsi all'interno di relazioni che si
fanno via via più intricate e monumentali. Le contrade, poi i paesi, le città e le
metropoli che danno l'albagia della luce perduta, che si presumano debbano
illuminare quel pensiero orfano delle sue origini e pronto a smarrirsi confuso in
nuove e più spesse tenebre. La coscienza non si riconosce affatto nelle ragioni di un
mondo falsificato ad arte, concepito esclusivamente per arrecare benefici ad alcuni a
detrimento di altri. Per corruzione stessa dell'etica si decide che compiere il bene
significa non turbare lo status quo, mentre è definito male ogni comportamento volto
a destabilizzare quegli equilibri su cui poggia l'assunto di fondo.
Nella realtà dei fatti la Coscienza in espansione anela senza sosta al ritorno verso la
grande matrice cosmica e il nostro corpo mortale è la prova di questa tensione.
Ogni cellula si consuma in questo sforzo che è vitalissimo e splendente alla stregua di
un fiammifero acceso la cui fiamma brilla baldanzosa e vivida fino a incenerirlo.
Il silenzio e la morte sono legati esattamente quanto il silenzio alla vita. Nasciamo dal
silenzio moriamo nel silenzio. Il silenzio che è buio che si fa silenzio per tornare ad
essere buio. Tutte componenti che la cultura dell'esistere, specie di matrice
occidentale, ha tramandato come spaventose: i bambini hanno paura del buio perché
certamente qualche 'grande' lo ha contaminato più o meno inconsciamente, il silenzio
appare addirittura come una forma di imposizione e un tempo 'il gioco del silenzio'
era in voga in molte scuole elementari prima di far scattare ben altre misure
correttive.
Il buio è il mistero, il nero, la morte. Il silenzio è il sudario opprimente di una
condizione che appare innaturale all'uomo abituato a parole, canti e strepiti di ogni
tipo. Così siamo stati abituati, così non è.
E’ necessario che un sole vecchio tramonti affinché il nuovo sorga e venga a
stagliarsi luminoso nel cielo. Vita, passione e morte comuni a queste espressioni
teofaniche culminano alfine nel superamento delle barriere che separano la vita dalla
morte. Tutto questo avviene nel Silenzio che miti come quelli di Horus il Giovane e
Gesù Bambino hanno promesso e mantenuto a beneficio degli uomini puri, presenze
speciali il cui scopo è chiudere la propria esistenza in un arco di tempo relativamente
23
breve per tornare a ri-nascere. Una tensione che impone un prezzo da pagare molto
alto al Dio degli uomini ordinari e del clamore, presuppone una direzione precisa che
è quella della propria autentica origine, quel vuoto eterno e silente che oggi la scienza
definisce ‘buco nero’, un Nulla eterno e silente in cui spazio e tempo si annientano
per essere principio e fine, scaturigine e conclusione, caos e cosmos, sogno
immanifesto e illusione di ogni possibile realtà.
24
Sulla magia sacrificale
di Luca Valentini
Sempre più numerosi risultano essere gli studi inerenti alla Magia e sempre più
numerosi risultano essere i fraintendimenti (spesso voluti e malevoli) su ciò che tale
arte ha voluto significare dai tempi più remoti fino alle recenti espressioni del ‘900.
Al di là delle stucchevoli rappresentazioni di chi vuole ridurre una dottrina millenaria
al rango superstizioso di incantesimi d’amore e di fatture di campagna, è doveroso
associare la pratica ieratica ad un atto rituale che, necessariamente, si deve intendere
quale atto sacrificale, in cui il senso dell’operazione valga nelle sue due possibili
varianti. Il sacrificio, infatti, come ci testimoniano sia il mito indù di Prajapati56,
quale smembramento cosmologico dell’Ente Supremo Purusha, sia la cerimonia
nell’antica religione romana degli Agonalia del 9 Gennaio, in cui un caprone nero
veniva ritualmente macellato in onore di Giano, Nume del primo mese dell’anno
civile, è sempre stato concepito come un atto di auto immolazione del Sacro, affinchè
lo stesso possa irrorare quale rugiada celeste il mondo fenomenico della
manifestazione sensibile. Infatti, se il Dio dai due volti romano rappresentava la
soglia di passaggio tra i diversi stati di coscienza, sia cosmologici che interiori, non
casualmente Prajapati, quale Signore delle creature, generava come primogenito,
Agni, il fuoco del sacrificio stesso, cioè l’agente primo della trasmutazione. Tale
processo evidenzia la presenza di un potere numinoso che avverte la necessità di
rendersi manifesto, di fecondare la materia e dalla stessa ridestarsi, come nella
migliore tradizione alchimica, in cui la palingenesi è null’altro che il risveglio
nell’antro di Giunone, cioè nella Terra allegorica di noi stessi, di una specifica
componente aurifico – spirituale. Ciò è evidenziato anche dalla stretta relazione che
in ambito etimologico latino il sacrificio presuppone con la pratica della
macellazione. Come è possibile evincere dagli studi di Emile Benveniste 57, il verbo
“mactare” ha una doppia possibile traduzione e valenza: sia quella di “uccidere” sia
quella di “esaltare”, tale per cui, il senso è molto affine all’aggettivo “magnus”, cioè
l’essere eminente, grande, perseguendo un’interpretazione secondo la quale un Dio e,
per analogia ermetica, un Uomo posso aumentare la propria potestà noetica
sacrificando se stessi, cioè uccidendosi magicamente 58. La macellazione ermetica
55 Abraxa (Ercole Quadrelli), Conoscenza dell’azione sacrificale, in Introduzione alla Magia (a cura del
Gruppo di Ur), volume III, Edizioni Mediterranee, Roma 1990, p. 258.
56 R. Guènon, L’uomo ed il suo divenire secondo il Vedanta, Edizioni Adelphi, Milano 1992, p. 43; M.
Eliade, Il sacro ed il profano, Universale Bollati Boringhieri, Torino 2008, p. 50, in cui il riferimento
all’Anno Cosmico, quale svolgimento della storia divinizzata è al quanto eloquente.
57 E. Benveniste, Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee, Piccola Biblioteca Einaudi, volume II, Torino
1976, p. 453ss.
58 Da rammentare, come fatto più volte nei nostri scritti, la familiarità in ambito misterico dei termini
“teletè” (iniziazione) e “tèlos” (fine, compimento).
25
risulta essere indi quel processo palingenetico di ridestare qualità latenti
nell’interiorità umana, valenze numinose, attive e divine, quello stato di mag, di
trance attiva, a cui spesso un grande magista come Giuliano Kremmerz ha fatto
riferimento59. In ambito ieratico, l’Heroe intraprende il proprio processo di
trasfigurazione nell’ambito di una vera ed autentica denudazione sacrificale del
proprio ego e delle proprie componenti transeunti:
Il rito magico, che deriva dal latino ritus e soprattutto dal sanscrito Rtà, come attualità
perenne della Realtà Divina, non va realizzato come comunemente si intende per
preghiera nelle religioni devozionali, cioè come preghiera passiva rivolta ad un Dio
teistico, ma rappresentando una vera e propria Azione, capace di rimanifestare la
forza di un Numen, di un Eroe appunto, che sappiano rinnovare la presenza effettiva
del Divino occultata nella caverna cardiaca del mago:
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trascendente “vuota”, non piena di Divinità, ma colma di forze e potenze. Qui si
ripresenta il significato simbolico dell’uccisione di Pitone, il serpente astrale, da parte
di Apollo, il centro solfureo di Luce, come nello stemma ermetico di Cagliostro, in
cui delle frecce trafiggono un serpente: la qualificazione rituale consiste
nell’acquisire una precisa consapevolezza, secca, sottilmente ordinata e dominante,
che non concede spazio a qualsivoglia medianità, a qualsivoglia spiritismo, a
qualsivoglia pratica di affabulazione cerimoniale. L’essenzialità della pratica
operativa deve presupporre e preannunciare, favorendola, l’essenzialità, la crudezza
della propria disposizione animica, che è retto pensiero, che è libero sentire, che è
volontà vivente:
“ogni ‘santo’ o mago deve dare l’ultima goccia del proprio sangue vitale a quella
coppa (Graal)”62
Non è casuale, infatti, che medesime predisposizioni operative si ritrovino tra gli
insegnamenti di diversificati lignaggi iniziatici, in cui l’effetto gestuale e della parola
altisonante e criptica vengono indicati, giustamente, con percorsi abnormi –
giustificati al solo scopo della destrutturazione dell’Io profano - che non possono
condurre ad un corretto approccio verso un percorso trasmutatorio. La semplicità,
l’umiltà devono prevalere sugli sguardi magnetici e le pose ierofantiche, il “farsi
fanciullo” di pascoliana memoria essendo il requisito. Un cammino di tale
introspezione rivela la crudezza di una realtà spirituale, quale si deve affermare nel
proprio ambito sacrale, il quale necessariamente riflette, come uno specchio, tale
condizione, anzi ne è principio ed importante ausilio. Il riferimento precedente ad una
ritualità essenziale, ad una preghiera quasi muta è nel solco di tale discorso, è nel
solco di una purificazione e di uno sgrossamento della propria esistenza, ma anche
del proprio rapporto col Divino in sé e nel Cosmo. Tanto più tale rapporto sarà
infarcito di barocchismo, di desiderio di ostentare le proprie insegne, di
“propagandare” la propria “speciale” cultualità, tanto essa sarà piena di recitazioni
autorevoli, di gesti scenici spettacolari (…e spesso ridicoli), tanto quel rapporto sarà
labile, poco armonioso, spesso non basato su di una disciplina interna costante e
duratura, incline alle fascinazioni più esotiche e transitorie del momento. L’uomo
moderno, infatti, si muove in maniera asincronica, spinto dalle curiosità e dal
desiderio di soddisfare i propri appetiti egoici e nel fare questo è per lo più diretto dal
pensamento altrui. E questa omologazione, anche quando si orpella di simboli
antichi, non ha nulla di sacrale, poiché il Sacro non è tangibile dai sensi, il Sacro
manifestandosi come un fulmine, esso corrispondendo ad un “sussulto” che percuote
l’intero Essere:
“La fioritura di questa concentrazione totale del potenziale del corpo fornisce la
base materiale per la manifestazione astrale del fantasma quasi nella stessa maniera
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in cui la mummia formava la base materiale per il Khu (potere magico) del
sacerdote egiziano. Il successivo congiungimento di ‘spirito’ e ‘materia’ costituisce
la resurrezione a una ‘nuova’ vita, a un nuovo modo di vedere le cose, a una nuova
consapevolezza. Ogni atto del genere è un’iniziazione – un viaggio interiore nei
segreti recessi della coscienza. Spare chiama questa unione Amore di Sé, la più alta
forma di conoscenza”63.
La magia come atto di sacrificio primordiale, infatti, consente che tutti i piani sottili
della fisiologia occulta si mettano in movimento all’unisono, non potendo esistere
una pratica trasmutativa, che non rifletta limpidamente la virtù costante ed
incrollabile della presenza a se stessi e della spoliazione di se stessi. Non si
dimentichi, pertanto, come solo nell’oscurità, come espresso dalla tragedia greca in
Euripide nel mito di Penteo, re di Tebe dilaniato dalle Baccanti, si possano attuare le
trasmutazioni di stato: nella palingenesi ermetica il motto “nigrum nigro nigrius” si
riferisce alla prima Opera di combustione di tapas, del fuoco ascetico, la Nigredo.
Tutti i barocchismi interpretativi, le più sofisticate interpretazioni filosofiche, le più
arcane simbologie, le più secrete prassi di preghiera ermetica o numenica, perdono
ogni loro interno e serio significato, ogni valenza reale ed effettività palingenetica, se
una cristallina lucidità coscienziale non assuma fissa dimora presso il proprio animo,
se un’osservazione costante e vigile non sappia portar Luce sulle proprie Tenebre e
sulle dominazioni, emozionali e psichiche, che ognuno, in ogni istante, subisce. Su
tale argomento, che è di un’importanza capitale, purtroppo notiamo manifestarci una
diffusa e profonda superficialità, segno di una consapevolezza parziale che non
intacca in profondità la personalità, ma che ne inebria la lunare ed inconscia
fascinazione per l’ignoto ed il vago quanto nebuloso mondo dell’occulto:
Come evidenziato da Gastone Ventura65, nell’ambito della teurgia egizia e dei relativi
mitologhemi di riferimenti, l’Unità, che raccoglie in sé il Sole ed i Dodici Campi
Zodiacali, con l'azione vivificante della magia di Iside, è l’espressione del Dio
Osiride sacrificato e lacerato dal fratello Seth, che, benché privato dell'organo
generativo, ebbe tuttavia il potere di generare Horus (essendo come detto generazione
non più mortale), il Falco Aureo, il Corpo di Splendore Vittorioso sulla materia e sul
tempo. Così l'essenza e l'Opera rituale ricompongono l'unità del corpo di Osiride, la
cui Testa (il tredicesimo pezzo) è naturalmente rappresentata dal supremo archetipo
63 K. Grant, Aleister Crowley e il dio occulto, cap. 9, il sabba delle streghe e la reincarnazione delle
ossessioni primordiali, Astrolabio, Roma 1975, p. 126 – 7.
64 Abraxa, op. cit., p. 264.
65 G. Ventura, Il Mistero del Rito Sacrificale, Edizioni Atanor, Todi-Roma, p. 14ss.
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dei mondi, la cui necessaria presenza è invocata ritualmente. In tal modo l'operatività
rituale diviene un ritorno verso l'Unità, una celebrazione della reintegrazione
dell'UNO-TUTTO, dell'ANTHROPOS Originario, l'Uomo-Dio la cui dispersione
nella molteplicità della manifestazione ed il cui ritorno 66 al primigenio stato divino
sono mirabilmente rappresentati nelle iniziazioni misteriche dell’antichità e
rappresentano l’essenza della magia sacrificale. Tale conseguimento realizzativo è
rappresentato da ciò che la tradizione antica designava col termine “Kùdos”, cioè il
potere magico67, il rapimento vittorioso della “gloria” agli Dei, l’acquisizione della
Forza Universale, della Potenza-Shakti, che è fonte di pericolo e di morte (gli Dèi
Mani), che solo un Heroe qualificato può affrontare e soggiogare. Chi la maestria di
sublimare e fissare tale forza vulcanica con il rito magico - teurgico, ripercorre le
avventure di Ercole che “conquista” l’immortalità olimpica, che realizza la Verità, la
Realtà (Rtà=ritus=rito), appunto la Vittoria trionfale:
“E v’ha una certa arte, conosciuta solo da pochissime persone, per istruire abbellire e
rischiarare lo spirito puro dell’uomo, in modo da trarlo fuori dalle tenebre
dell’ignoranza ed elevarlo subitamente alle più sfolgoranti luci della saggezza e della
scienza”68.
Chi non è qualificato, chi non ha le norme della continuità commette l’errore (non il
peccato!) di affrontare (la Forza) fuori dal rito sacrificale, viene travolto da ciò che
per lui può essere solo caotico ed oscuro, proprio perché non ha suggellato ed
invertito verso l’Alto la Forza medesima: vi è, infatti, sempre un Guardiano della
Soglia che determina il vero “desiderio” da quello intriso da mera curiosità, esso si
presenta nell’attimo in cui si vuole lacerare il velo della verità. E non di privo
interesse potranno essere per il lettore le indicazioni impartite da un Della Riviera sul
nutrimento celeste69 inerenti ad una trasmutazione alchimica della Terra e dei suoi
frutti, che da caduchi tramite un alimentazione sottile, cioè tramite apposite pratiche
di astinenza (non solo alimentari), hanno la possibilità di esplicitare una vera
quintessenza dello spirito. La magia non può non essere sacrificale perché, in sintesi,
presuppone la divinificazione dell’operatore che la pone in essere, quale strumento
palingenetico del proprio corpo saturniano o come proiezione centrifuga di un potere
cangiante del cosmo. E’ per tale motivo che il corpo quale entità fenomenico deve
necessariamente divenire estraneo alla nostra coscienza ridestata, perché di
quell’organismo sensorio bisogna fare mattanza e sacrificio, cioè bisogna “separarlo”
dalla componente geniale ivi occultata. Ci si convinca del fatto essenziale che ogni
percorso educativo, autenticamente magico indi autenticamente trasmutatorio, potrà
essere intrapreso ed essere “conforme” ad una pratica palingenetica vivente, solo con
66 EA (Julius Evola), Introduzione alla Magia, volume I, op. cit, p. 218: “Il corpo immortale, anzitutto, è un
corpo semplice, non composto, inquantochè semplice è il principio che lo pervade e lo domina
interamente, in sostituzione della moltitudine, spesso antagonista, delle influenze e dei poteri che
dominano l’animo e il corpo umano”.
67 E. Benveniste, op. cit., p. 327.
68 E. C. Agrippa, La filosofia occulta o la magia, Edizioni Mediterranee, Roma 2008, volume II, p. 306.
69 C. Della Riviera, Il mondo magico de gli heroi, Laterza Editori, Bari 1932, p. 120ss.
29
l’acquisizione sincera, intimamente radicata di un modus essendi, che sappia
divinizzare se stessi, consci e consapevoli che l’inizio dell’opus è sempre la radicale
quanto tremenda presa di coscienza della propria condizione caduca. Non vi può
essere, in conclusione, pragmatica cerimonalità magica, senza un fondamento di
probante ascesi purificatoria, che sappia valorizzare il doppio sottile insito nel mago:
“Ora cercate di guardare al vostro corpo seduto nella posizione abituale come se
non appartenesse a voi”70
Questo il primo insegnamento dell’educazione magico-ermetica, cioè la
consapevolezza che l’aspetto duale della manifestazione è un assunto illusorio della
nostra condizione cerebrale riflessa e che il superamento di essa, come tensione che
primariamente pensa, percepisce, sente e poi eroicamente vuole, deve essere
l’espansione della coscienza di veglia - non un perdersi nelle nebbie della medianità o
di una morta spiritualità, anche se anticamente artefatta – che valga come accensione
del potere igneo, della Forza Magica, identicamente nell’Uomo e nella Natura. Al
mago l’Arte si impone, pertanto, una trasmutazione assoluta, una realizzazione totale,
divenire Maestro di se stesso, non più discepolo, essendo la Verità per lui in tutti e in
Tutto, omne omne est! Quanto al fine della magia sacrificale, infine, ci affidiamo alle
sagge parole di Francis Barrett:
“…cerca e persegui soltanto il bene, fuggi ogni male nel pensiero, la parola,
l’azione; soprattutto implora Dio di infonderti saggezza: e la messe che mieterai
sarà abbondante”71
[Link]
30
Genesi e Mistero del Liber Loagaeth
Di Sapah Zimii
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Nei primi tempi del Cristianesimo esistevano diversi filoni legati a questa tradizione,
ma durante il cosiddetto Concilio di Jamnia72 si stabilì il testo del Libro di Enoch
come apocrifo. Tuttavia si sa come prima circolassero diversi documenti biblici
definiti come Libro di Enoch. Il primo, e probabilmente il più importante, era
presente in Palestina già nel I secolo a.C. ed era noto e citato fra gli studiosi
dell’antichità, fra cui Sant’Ireneo, ma andò disperso per quasi mille anni. Fu ritrovato
solo nel 1773 ev dall’esploratore James Bruce, durante una esplorazione in Abissinia.
Fu definito “etiopico” perché redatto in etiopico ed è conosciuto con il nome di “1
Enoch”. Negli anni successivi furono trovati anche frammenti redatti in greco e solo
nel 1948 ev ne furono ritrovati 11 frammenti in aramaico e 3 in ebraico presso
Qumran, insieme agli ormai famosi Rotoli del Mar Morto.
Il testo completo è formato da 150 capitoli divisi in 5 sezioni e ruota fortemente
intorno alla Caduta dei Vigilanti e della loro unione con le donne terrestri, originando
così la razza dei Nephilim. Il tutto narrato attraverso l’esperienza mistico-visionaria
di Enoch.
Naturalmente il Libro di Enoch, all’epoca di Dee e Kelley, non era ancora stato
rinvenuto: non ne esistevano copie complete in circolazione, ma solo tradizioni orali
e, forse, qualche frammento, di cui, con molta probabilità Dee era in possesso.
Le stesse Entità che cominciarono a comunicare con Dee e Kelley facevano ampio
uso della mitologia legata ad Enoch e, per questo motivo, tutta la letteratura e la
pratica magica derivante da queste ricerche fu catalogata come Enochiana.
L’obiettivo di Dee e le intenzioni degli Angeli erano proprio quelle di recuperare la
conoscenza che la Divinità aveva dato ad Enoch e racchiusa in un Libro Santo…
L'11 maggio 2019 ev, presso la sede dell'Associazione Culturale Fosforo e Mercurio
di Genova, si è svolto un importante seminario incentrato proprio sulle tecniche
sviluppate dai due Maghi in base alle istruzioni ricevute. La Magia Enochiana è
stata perno e motore dell'impianto magico della Golden Dawn e dell'Astrum
Argentinum, spesso subendone adattamenti rituali, ma in questa occasione si è
provato a tornare alle originali istruzioni contenute nei libri di Dee.
E' stata prodotta una dispensa numerata sul lavoro svolto e alcune copie sono
ancora disponibili e richiedibili in Associazione.
72 Il Concilio di Jamnia è stata una ipotetica assemblea di rabbini ebrei farisei che fra l'altro avrebbe fissato
il canone dell'Antico Testamento (Tanak) intorno al 95 d.C. Il Concilio, secondo i fautori di tale ipotesi,
avrebbero rigettato i libri biblici della Versione greca dei Settanta, compresi quelli che i cattolici
chiamano deuterocanonici. Tale ipotesi, che presuppone il concilio, è stata formulata per la prima volta
dallo studioso Heinrich Graetz nel 1871. Essa ha avuto il consenso della maggior parte degli studiosi fino
agli anni '60, in seguito è stata rigettata da alcuni studiosi. Di sicuro a Jamnia è esistita una scuola giudeo-
farisaica.
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Gerald Yorke
di Sapah Zimii
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Gerald Joseph Yorke nasce il 10 dicembre 1901 ev in una classica famiglia
aristocratica inglese. E' da subito un ragazzo sportivo che si dedica al cricket, alla
caccia, al biliardo, ma la sua grande passione rimangono le armi da fuoco.
Il 28 luglio 1927 ev il suo fratello maggiore Philip muore per una forma di leucemia
pochi giorni prima del suo diciassettesimo compleanno. Inutile dire che l'evento
scuote molto Gerald e i suoi genitori che manterranno intatta la sua camera per altri
trent'anni... Nella scuola si aggira una voce: che Philip fosse morto per opera di
magia nera! Due ragazzi, Eric Blair e Steven Runciman, hanno un dissidio con Philip
e decidono di compiere un atto di ”magia simpatica” per attaccarlo: creano una
figurina di cera del ragazzo e le spezzano una gamba, con l'intento di procurargli un
infortunio sul campo di gioco. Philip invece muore.
I due ragazzi si sentono responsabili e per tutta la vita continuano a coltivare un certo
timore per l'occulto ed il sovrannaturale. Eric arriverà ad essere uno scrittore famoso,
tuttavia forse proprio per il timore di attacchi occulti, non pubblicherà mai col suo
nome ma con lo pseudonimo di George Orwell...
Gerald prosegue gli studi e finita Cambridge va a lavorare per una delle aziende di
famiglia, la Pontifex & Co.
Dopo una infatuazione con una Teosofa sposata, probabilmente più attratto dalla
Teosofia che da lei, finalmente, nel 1927 ev entra nella sua vita Aleister Crowley.
Il primo approccio è attraverso la parte I e II del Book Four, dove rimane affascinato
dai capitoli riguardanti la meditazione e lo yoga. Comincia subito gli esercizi base
dello yoga e qualche esperimento di magia, come una evocazione dello spirito di
Marte, che culmina nell'incendio di un tappeto. Nel frattempo divora uno dietro l'altro
gli scritti di Crowley, compresi gli Equinox, Konx Om Pax e il Book of Lies.
A questo punto mancava solo contattare direttamente l'autore e la sua confraternita
mistica e ciò avviene a mezzo di James G. Bayley, che in quel momento è il factotum
di Crowley in Inghilterra, perché il Maestro si trova a Parigi.
Yorke arriva nella capitale francese il 31 Dicembre 1927 ev; Crowley ha fatto una
divinazione con I Ching sul suo arrivo e il pronostico è promettente, perciò sono
entrambi curiosi riguardo all'incontro.
Una volta conosciutisi la Bestia lo reputa subito un allievo promettente, ma
soprattutto rimane colpita dalla sua posizione sociale: Yorke è un impeccabile
gentleman inglese. Gerald rientra a Londra ancora più entusiasta e determinato ad
ottenere la “Conoscenza e Conversazione con il Santo Angelo Custode”; ricomincia
subito con lo Yoga, sperimenta la magia, le proiezioni astrali e studia il Libro della
Legge. Si mette anche a studiare le malattie mentali da un punto di vista medico e
psicologico perché Crowley lo aveva avvertito che la prima fase dell'addestramento
magico avrebbe potuto portare l'aspirante alla follia.
Durante il 1928 ev gli incontri tra i due si intensificano e Yorke viene iniziato
nell'Astrum Argentinum con il motto di Volo Intellegere.
In una occasione viene svolta una cerimonia alla presenza di Israel Regardie e Maria
Teresa de Miramar, Donna Scarlatta di Crowley, dove Regardie rimane osservatore.
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Crowley comincia con il Rituale del Pentagramma e prosegue con l'Invocazione del
Non-Nato. Viene chiesto alla de Miramar una Visione e, nei fumi dell'incenso di
Abramelin, lei comincia a danzare invocando gli spiriti del fuoco; tutti gli altri
intonano il mantra della Stele della Rivelazione 73. Ad un certo punto lei si irrigidisce
e la danza termina.
Dopo un'ora di riposo il gruppo riprende l'attività celebrando una invocazione a
Thoth, dove Yorke prende la parte del Sacerdote. Alla fine della giornata il ragazzo è
disorientato, frastornato: l'intensa attività magica non gli permette di riprendere
subito contatto con la realtà e riparte dimenticandosi alcune cose del bagaglio.
In Inghilterra il giovane mantiene una pratica giornaliera, registrata regolarmente su
un Diario Magico, inviato saltuariamente al Maestro per approvazione e consigli.
Anche Crowley impara a conoscere bene il ragazzo e alla fine dell'anno si fida
talmente tanto di lui da nominarlo suo Agente e Tesoriere, con particolare
responsabilità sul fondo legato a sua figlia Lola Zaza.
In qualità di Agente, Yorke, si impegna soprattutto nella pubblicazione e
distribuzione dei suoi libri e in particolare inizia proprio con il Magick sostenendone
il progetto con un contributo di 800 sterline, una cifra veramente importante per
l'epoca. Ha talento nell'organizzazione degli affari e per tutto il 1929 ev si impegna
nel mantenere contatti, far battere manoscritti, cercare potenziali editori: nonostante
le campagne denigratorie su Crowley che stanno iniziando, Yorke è la “faccia pulita”
del Thelema.
Gestire le faccende private di Crowley diventa però sempre più difficile soprattutto
con l'ordinanza di lasciare la Francia per lui, Regardie e la de Miramar.
Crowley vuole rientrare in Inghilterra, ma gli altri due non hanno i permessi di
ingresso nel Paese. Yorke aiuta nella situazione facendo da intermediario con le
autorità e recandosi anche in Francia per cercare di sbloccare l'impasse, che lo rende
piuttosto nervoso, nonostante si sforzi di rimanere calmo all'apparenza, anche perché
gli attacchi giornalistici e i raid della polizia potrebbero coinvolgere anche la sua
famiglia. Comunque l'intercessione funziona, spingendo anche sul fatto che Crowley
fosse malato di malaria, e così la Bestia rientra in Inghilterra.
Piano piano la tensione si allenta e la priorità dei due torna ad essere la pubblicazione
del Magick. Crowley decide di dare la possibilità a Maria de Miramar di arrivare a
Londra proponendole un matrimonio e Regardie riuscirà comunque ad arrivare poco
tempo dopo.
Gli sforzi editoriali di Yorke, supportati ora dalla presenza in patria di Aleister,
arrivano ad una svolta. C'è la possibilità di rilevare una casa editrice, la Mandrake
Press, pagandone i debiti e ricostruendola lentamente... Yorke investe ulteriori 1000
sterline e ne diventa il Direttore, con l'intenzione di farla diventare la casa editrice del
Thelema, ma le cose non vanno così e nel giro di un anno la Mandrake deve essere
messa in liquidazione.
73 A ka dua tuf ur biu bi a chefu dudu ner af an nuteru (Vedi Magick di A. Crowley)
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Crowley se la prende con tutti, ma in particolare, ovviamente, con Yorke, il quale,
nonostante i severi impegni editoriali, continua le sue abituali attività da gentleman
inglese: la caccia, le serate danzanti, i club e i ristoranti ed entra in massoneria.
Saltuariamente si vede ancora con la Rummell, la teosofa sposata con cui aveva avuto
una relazione. Per la Bestia il suo pupillo avrebbe dovuto lasciare tutto e seguirlo
senza impacci e distrazioni, ma Yorke non è un devoto fanatico, sicuramente il suo
ruolo gli piace e gli studi occulti sono importanti per lui, ma ci tiene ad avere una vita
sociale adeguata alla sua famiglia; non vuole seguire il Maestro anche sulla strada
della rottura totale nei confronti della società, anzi conosce una ragazza che gli piace
e ritiene possa esse adeguata per continuare il suo stile di vita e dopo un viaggio in
Francia insieme le propone di sposarlo, ma lei rifiuta soprattutto per il suo
coinvolgimento negli affari della Bestia.
A questo punto la collaborazione comincia a collassare, ma Yorke ha i suoi punti
fermi e scrive a Crowley che non sosterrà più le sue attività editoriali e i suoi fondi.
La motivazione non è tanto il riconoscimento dell'autorità in quanto insegnante,
quanto il non volere avere a che fare con le modalità con cui sperpera e chiede
denaro. Yorke rimarca il fatto che chiede donazioni per l'Opera ma poi spende i soldi
per lui, sostenendo che quelli spesi in questo modo erano spesi per il lavoro... Non gli
era piaciuto neanche il trattamento riservato alla De Miramar: sposata solo per farla
arrivare in Inghilterra e poi abbandonata a se stessa, alla
povertà e, lentamente, alla pazzia, tanto da necessitare di un
ricovero al Colney Hatch Mental Hospital, da cui non uscirà
più. Yorke la visita diverse volte e tenta di sensibilizzare
Crowley sulla questione ma lui non ci sente, partendo
piuttosto alla ricerca di nuove amanti. E' in questo periodo,
quando Yorke comincia a sostenere un utilizzo più razionale
dei soldi, che Crowley realizza una sua caricatura come
Vampiro.
Yorke, comunque, porta avanti sempre la sua volontà di
ricerca yogico/magica e decide di partire per un ritiro
magico in nord Africa, anche sulle orme delle esperienze di
Crowley con Neuburg, dove il Maestro aveva partorito “La
Visione e la Voce”.
Dopo mesi di pratica intensa e studi dichiara: “Non ho ottenuto nulla di eclatante, ma
ho chiarito nella mia mente il concetto di Grande Opera per come lo concepisco”.
Crowley leggendo il suo Diario lo fa avanzare al grado di Neofita e per tale grado
Yorke assume il motto di Frater NIA.
Frater NIA lavora sempre meglio da solo, è refrattario ai gruppi, come spiegherà lui
stesso a Frater Achad durante una corrispondenza: “Ho disgusto delle piccole società
esclusive e della loro partecipazione... Ho detto a Crowley dall'inizio che non avrei
mai fatto parte di una loggia OTO o di un gruppo che lavorasse in questo modo.”
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Tuttavia ciò non vuol dire che Crowley non lo istruisca sulle dottrine di quell'ordine,
anzi, gli consegna i documenti relativi al IX grado così come le carte dal I al III
grado.
Nel 1931 ev Frater Nia inizia un nuovo ritiro, ancora più estremo, all'interno di una
cava. Pratica molto Yoga e nelle sue meditazioni ricorrono spesso le immagini di un
viaggio in Cina. Anche in questo caso Crowley è impressionato dal lavoro
dell'allievo: “Queste annotazioni sono dannatamente buone!” scrive ai margini del
suo Diario Magico. Ancora forte di queste impressioni Yorke decide un ulteriore
piccolo ritiro in un monastero francescano dedicandosi solo allo studio, allo Yoga e
alla meditazione.
Purtroppo il ritorno alla realtà quotidiana non è semplice. I problemi finanziari di
Crowley aumentano e interferiscono sempre più con la sua vita familiare, cosa che lui
vuole invece tenere ben separata. Il Maestro spinge per una via di rottura con i
parenti, ma Nia tiene alla sua indipendenza economica e non ha motivi per
allontanarsi dalla via dei genitori. C'è comunque tensione tra le parti anche perché
ormai è noto a tutti il suo coinvolgimento con la Bestia. A rincarare la dose si ci
mettono i coniugi Germer che scrivono al padre di Yorke chiedendo soldi...
Pressato da queste tensioni sembra davvero un segno divino la proposta di un suo
amico di un viaggio in Cina come corrispondente: in un paio di settimane fa i bagagli
e parte.
Crowley reagisce male: lo accusa del fallimento della Mandrake e gli manda una
richiesta danni di 40000 sterline... Yorke è convinto che sia una strategia per non
farlo partire, ma è la goccia che fa traboccare il vaso, quindi rassegna le dimissioni
dall'Ordine prima di mettersi in viaggio.
La partenza fa bene a tutti e il lavoro di giornalista all'estero lo affascina. Più tardi
con quel materiale pubblicherà anche un libro, “China changes”.
Rientra in Inghilterra solo tre anni dopo e qui, ritrovando una situazione familiare
normalizzata, si sposa con Angela Vivien Duncan. I due fanno un bel viaggio di
nozze tra Francia e Marocco, dove lui ha modo di mostrarle i luoghi del suo passato
ritiro magico. Nell'ottobre del 1938 ev Angela dà alla luce il primo dei loro tre figli.
Yorke in realtà non ha rotto mai definitamente con Crowley, la loro corrispondenza è
sempre continuata, anche se ora non si firma più con il suo motto magico e non
chiama più Crowley con i suoi titoli magici. Si può dire che i due siano rimasti amici,
con gli alti e bassi che si possono avere quando si hanno a che fare con certe
personalità. Comunque Angela viene presentata a Crowley, Yorke continua a
comprare i suoi libri e a partecipare ai suoi party . Addirittura qualche volta Crowley
è anche a casa degli Yorke e nel tempo viene parzialmente ripristinata la
collaborazione: Yorke lo aiuta con la pubblicazione di alcuni libri e quando può lo
finanzia anche. Le donazioni sono sempre accuratamente registrate nei diari di
Crowley, ma Gerald ha ben specificato il loro rapporto in una lettera:
“Ogni aiuto dato da me è nella forma di un amico all'altro, non dal membro di un
Ordine al suo capo.”
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Alla morte di Crowley, Yorke è uno dei partecipanti al funerale e assieme a Louis
Wilkinson leggono alcuni estratti dalle sue opere e il suo Inno a Pan. Qualche mese
dopo sulla rivista The Occult Observer esce un suo tributo pubblico.
Si potrebbe pensare che la morte di Crowley segni la fine dell'interesse nelle sue
faccende, ma non è così. L'OTO e i diritti sui lavori della Bestia sono in mano a
Germer e tra i due non scorre buon sangue, ma tutto il materiale di Crowley rischia di
fare una brutta fine e andare perduto, perché andrebbe spedito in America al nuovo
Capo dell'OTO, ma nessuno se la sente di farlo. Nessuno tranne Yorke che prende in
mano la situazione, scrive a Germer offrendosi in aiuto nel mantenere in piedi
pubblicazioni, vecchie e nuove, gestire gli affari ancora in piedi e provvedere a
mantenere unita tutta la documentazione di Crowley: libri, lettere, appunti. D'altra
parte Germer è in America e non ha nessuno nel vecchio continente di fidato, per cui
accetta.
C'è di mezzo anche un giuramento fatto a Crowley, che non ha mai infranto: quello di
preservare il lavoro del Maestro, pronunciato a Napoli nel 1929 ev.
Questo è anche quello che sa fare meglio perché ormai lui stesso si è reso conto che
la sua funzione e la sua abilità sono più quelle di un collezionista o di un bibliotecario
e nessuno può svolgere meglio questo compito.
L'interesse della gente verso Crowley sta scemando dopo la sua morte e Yorke sente
di dover fare qualcosa: ha in mente di trovare più materiale possibile per una una
biografia e cerca di chiamare a raccolta discepoli, amici e corrispondenti per
concretizzare questo progetto. Gli torna in mente un talismano di Crowley che era
rimasto tra i suoi vestiti quando era morto e che era stato affidato successivamente a
lui; si trattava di un quadrato magico di Abramelin, fatto per “trovare grandi tesori” e
decide di usare lui stesso il talismano per acquisire nuovo materiale e nuove
informazioni. Con grande lavoro e con la collaborazione di Germer si riesce a mettere
in piedi molto materiale da dare a John Symonds, esecutore letterario di Crowley, per
realizzare così quella che per anni sarà la biografia ufficiale e più importante del
Maestro: La Grande Bestia.
Yorke contatta anche il Figlio Magico di Therion, Frater Achad, e ottiene da lui
anche una copia del Liber 31, dove viene descritta la sua scoperta della chiave del
Libro della Legge. Nel corso della corrispondenza l'idea che si fa di Achad è quella di
un fedele devoto dell'Astrum Argentinum, ma probabilmente pazzo.
Nel frattempo lentamente le distanze con Germer si accorciano ed i due diventano più
confidenti, scambiandosi opinioni su qualunque cosa nella gestione degli affari,
anche dell'Ordine. Ne viene fuori che una figura in Europa di responsabilità sarebbe
importante, ma Yorke non vuole assumere quel tipo di posizione e allora si pensa a
Gerald Gardner per un momento, salvo poi dirottare la scelta verso una giovane
coppia: i coniugi Grant.
Kenneth Grant aveva conosciuto Crowley, era divenuto suo discepolo ed ora con la
moglie Steffi si erano dedicati a intensi studi e pratiche magiche.
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Vengono così contattati e si organizzano anche degli incontri con Austin Osman
Spare, che della coppia era molto amico, più che altro con la speranza che Yorke
acquistasse qualche dipinto di Spare.
Nel frattempo l'instancabile Yorke compila una serie di errori ed imprecisioni
contenute nella biografia di Symonds allo scopo di farne una edizione più precisa, ma
il libro comunque vende bene e necessita presto di una ristampa. Proprio grazie
all'ottimo lavoro fatto per questo libro l'editore gli chiede di collaborare anche per
una selezione di futuri testi, non necessariamente thelemici e così grazie a ciò Yorke
può far pubblicare una serie di testi fondamentali per lo sviluppo dell'occultismo
occidentale, come Stregoneria oggi, di Gardner e La Chiave dei Grandi Misteri di
Levi, ma nella traduzione di Crowley.
Continua incessante anche la sua ricerca di ogni tipo di materiale legato a Crowley:
lettere, appunti, libri con dedica, oggetti... e centinaia di persone lo contattano per
vendergli o mostrargli materiale collegato. Alcuni di essi avevano materiale inedito...
Insomma solo l'infaticabile lavoro e la passione di Yorke ci hanno permesso oggi di
avere praticamente tutto quello che è disponibile del Maestro Therion, altrimenti
sarebbe probabilmente andato perduto.
La sua regia occulta e indipendente permette di direzionare l'andamento dell'OTO, i
contatti tra i membri, la successione alla morte di Germer...
E nel frattempo continua a portare avanti il suo interesse per l'Oriente e per il
Buddhismo in particolare facendo pubblicare i primi libri sull'argomento in
Inghilterra e diventando un punto di riferimento per gli editori che volevano
pubblicare a riguardo. Grazie a queste competenze riesce a fare pubblicare il
famosissimo Light on Yoga di Iyengar, come detto in apertura.
Il libro diventa uno dei capisaldi dello Yoga in occidente e lo troviamo nella
traduzione italiana come Teoria e pratica dello Yoga.
Iyengar ha da tempo in mente un manuale completo dello Yoga da lui praticato, ma
ovviamente sebbene avesse il materiale non ha alcun contatto per provare a
pubblicarlo. Una sua allieva Beatrice Harthan è grande amica di Yorke e decide di
parlargliene. Una volta osservato il materiale proposto dall'amica Yorke esclama
entusiasta: “Da anni aspettavo un libro come questo!”.
Nonostante il materiale gli piaccia molto, secondo lui ha bisogno di qualche ritocco
per la pubblicazione soprattutto nell'introduzione e così inizia una corrispondenza con
Iyengar per sistemare al meglio il testo. Di questa corrispondenza e dei consigli di
revisione scrive Iyengar “Alla fine Gerald Yorke fu soddisfatto e così diventò il mio
Guru nell'arte dello scrivere”.
Yorke invia anche dei suoi conoscenti nella scuola di Iyengar, per far valutare se
veramente fosse un Maestro di tale levatura. Soddisfatto anche da quel punto di vista
cura gratuitamente l'edizione del libro e lo fa pubblicare.
Nel 1966 ev scrive a Iyengar “Se in un anno saranno vendute mille copie lo
consideri un successo spirituale”, inutile dire come è andata... “Teoria e pratica dello
yoga” è forse ancora oggi il libro più autorevole sull'argomento.
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Lo studio di Yorke a Montagu Square è quasi un museo tra prime edizioni di libri e
oggetti rari collezionati nel tempo: oltre a oggetti di Crowley, anche di Gandhi, di
Yeats, ma pure rarissimi (all'epoca) kangling, trombette tibetane ricavate da femori
umani e usate nei riti Chod...
Si immerge anche nello studio dello Zen e diventa amico di molti membri della
società Buddhista. Addirittura giunge a incontrare il 14 Dalai Lama, Tenzin Gyatso,
ed essere nominato suo rappresentante in Europa.
Gerald Yorke è stato indubbiamente un uomo dai mille interessi e con un carattere
forte e spiritoso, che gli ha permesso di passare indenne attraverso l'ordalia del
demone Crowley. Muore il 29 aprile 1983 ev e fino alla fine continua a ricevere a
casa sua tutti coloro che hanno desiderato avere informazioni e documentazione su
Crowley: il suo nome compare tra i ringraziamenti di praticamente ogni lavoro di
studio su Therion. Sembrerebbe che anche Regardie debba molto a lui per la
pubblicazione dei rituali della Golden Dawn...
Alla sua morte gran parte del materiale viene lasciato al Warburg Institute, che gli
concede di mantenere la classificazione così come deciso da lui, la rimanenza resta al
figlio che la conserva ancora oggi.
Spero che questo piccolo tributo possa far comprendere meglio la figura di uno
studioso importante per la nostra cultura esoterica, ma che troppo spesso conosciamo
solo per essere un nome citato in una bibliografia.
Sapah Zimii
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Intervista a Marco Saura
autore del Libro “La Via del Fulmine”
a cura di Sapah Zimii
SZ- Ciao Marco, intanto è un piacere tornare ad incontrarsi sul Sentiero. Sono
passati ormai più di cinque anni da quando ci siamo conosciuti ad un seminario di
Ottavio Adriano Spinelli, Tenebra in Estensione, da me organizzato in Genova.
Avevi affrontato un lungo viaggio per esserci e da subito ci siamo trovati in sintonia
di pensiero. Ha avuto influenza il pensiero di Ottavio nel Tuo percorso?
Ciao Sapah. Innanzi tutto volevo ringraziarti per l’opportunità di questa chiacchierata
a distanza e spero di poterci rincontrare di nuovo di persona al termine del periodo di
quarantena. Ricordo con affetto quel seminario, le persone conosciute e ovviamente
la figura di Ottavio. Mi colpì molto per la consapevolezza che aveva raggiunto e per i
suoi modi così eleganti e gentili. Sembrava davvero di star ascoltando un vecchio
amico, magari intorno a un fuoco, che ci raccontava storie sugli spiriti del bosco.
All’epoca seguivo percorsi diversi, ma di certo il suo pensiero è stato illuminante per
chiarirmi alcuni aspetti delle esperienze che mi sono ritrovato a vivere fin da quando
ero poco più di un bambino. E’ come se mi avesse fornito delle chiavi d’oro per
aprire dei lucchetti di memorie antiche. Gli sono molto riconoscente.
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SZ- Ricordo che quel giorno si era parlato di sciamanesimo, di Castaneda, della tua
esperienza in camera di deprivazione sensoriale. Dove si è spinta poi la tua ricerca
negli anni successivi?
Quando ancora andavo alle elementari, anziché interessarmi alle attività che
piacevano ai miei coetanei, passavo le giornate a leggere i libri di Castaneda. Mi
sembravano delle favole meravigliose e terrificanti, anche se dentro di me ero certo
che celassero delle verità ben più profonde tutte da scoprire. Anche perché mi
capitava spesso di avere esperienze di visioni spontanee, soprattutto legate agli spiriti
dei defunti. Sarà perché il ramo materno della mia famiglia era composto
prevalentemente da streghe dei monti Sibillini e da custodi di cimiteri, che mi hanno
trasmesso a livello genetico certe “doti”, chiamiamole così, anche se ai miei occhi di
allora assomigliavano più a delle maledizioni. Fatto sta che aldilà della paura che
spesso la notte non mi faceva dormire, ero incuriosito di saperne di più. Mi avvicinai
ai testi legati all’esoterismo occidentale, ma ero troppo piccolo per comprenderli
davvero. Mentre i libri di Castaneda erano dei romanzi anche piuttosto coinvolgenti
da leggere. Oltre ad avermi fatto scoprire l’esistenza delle culture sciamaniche, mi
hanno portato ad appassionarmi alla narrativa e alla scrittura. Passioni che non mi
sono mai passate, tant’è che scrivere è diventato il mio lavoro, occupandomi
prevalentemente di sceneggiature cinematografiche.
A dodici anni ebbi la benedizione di poter auto-iniziarmi ai cosiddetti funghi magici,
i teonanacatl, la carne degli Dei, come venivano chiamati in lingua Nahuatl ai tempi
degli Aztechi. Fu un viaggio rivelatore, di quelli che ti segnano irrimediabilmente per
tutta l’esistenza. Da allora il mio interesse per le piante sacre non si è quasi mai
fermato, fino a poter avere l’opportunità di partecipare a cerimonie e ritiri in
Amazzonia e altri paesi del Sud e del Centro America. Ho avuto anche il privilegio di
venire iniziato a dei riti di sepoltura e alle busqueda de vision, le ricerche della
visione degli Indiani del Nord, dove si passano in solitaria giorni o anche settimane
intere senza mangiare e bere nulla, assumendo solo il peyote. Negli ultimi anni,
parallelamente ad altri percorsi, ho approfondito ulteriormente il sentiero sciamanico,
chiamato il Cammino rosso, per via della connessione con gli antenati attraverso le
memorie contenute nel sangue, sotto la guida di taita e curanderos di varie estrazioni.
Finché in tempi recenti ho deciso di abbandonarlo, per poter approfondire altre vie, in
particolar modo legate alle tradizioni nostrane e a quelle orientali.
SZ- Il libro prende spunto da una esperienza molto intensa che hai deciso di provare
per il tuo 40° genetliaco, dico bene? Ci puoi raccontare qualcosa a tal proposito?
In Messico si insegna che un uomo-medicina deve sempre vivere accanto alla morte.
Per scelta o per destino a me è capitato proprio così. Non so cosa mi spingesse a voler
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superare i miei limiti, andare ogni volta un passo più in là nell’esplorazione dei
mondi sottili. So solo che al raggiungimento del 40° genetliaco, come usate
chiamarlo voi, ho preso la decisione di regalarmi uno di quei viaggi chiamati “eroici”,
anche se non mi sembra la definizione più adatta. Comunque si tratta di assumere una
quantità spropositata di funghi, 35 grammi secchi, fino praticamente ad auto indursi
una sorta di coma, vivendo un’esperienza di pre-morte di una decina di ore.
Provare a descriverla utilizzando le parole è un impresa destinata al fallimento. Si va
ben oltre il piano astrale, di solito si attraverso tutte le dieci densità dell’albero della
vita. Si viene subito catapultati su Kether, dove è difficile non perdere la coscienza
individuale. Si passano attimi, che sembrano anni, o secoli, in totale fusione con la
Coscienza universale, o la Grande Mente, come la chiamano in Tibet. Brandelli di
eternità fuori dallo spazio e dal tempo di estasi perpetua, dove qualsiasi domanda
trova subito risposta, per poi perdersi nell’oceano della dimenticanza.
Se si riesce ad uscire da questa sorta di latte primigenio, tornando a riconoscersi
nuovamente come un IO, a quel punto comincia il viaggio a ritroso, costellato da
infinite meraviglie multi-dimensionali quanto da subdoli tranelli mentali che possono
portarti alla follia. Finché si rientra nel proprio corpo, sul piano fisico.
Nel libro ho preferito utilizzare il linguaggio simbolico, attraverso i disegni di un
fumetto, rendendo l’esperienza una favola iniziatica alla ricerca del proprio nome
segreto. O una caccia all’anima, come viene definita nello sciamanesimo meso-
americano.
Di certo non è un viaggio semplice, che mi sento di sconsigliare con tutto il cuore,
specie agli esploratori meno esperti. Sono arrivato a compierlo dopo quasi trent’anni
di duro apprendistato e comunque alla quarta volta ho deciso di fermarmi.
Se dovessi tentare di riassumere l’esperienza, penso che la definizione di supremo
spavento dei sufi sia la più adatta.
Altrettanto certo è che da allora non ho più avuto il timore della morte, la madre di
tutte le paure. E’ come se quel tuffo nella Tenebra, per citare il caro Ottavio, mi
avesse donato una serena accettazione per ogni cosa mi arriverà lungo il proseguo del
cammino. Arrivando a provare un amore per la vita, e in particolar modo per la
natura, che credevo inimmaginabile.
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A me è stato dato “Il figlio del fulmine”, perché dicono che posso portare luce
nell’oscurità. Non so se sia vero ma mi piace pensare che sia così.
Il fulmine viene spesso associato anche al risveglio della kundalini, piuttosto
frequente nelle esperienze con le sostanze psicoattive.
Ma ho scelto questo titolo soprattutto per una storia che mi ha raccontato
un’esoterista esperta nella magia rituale egizia. A suo dire, nelle antiche dinastie
dell’alto Egitto, in ogni città venivano eseguite una serie di pratiche al fine di
raggiungere la vibrazione del Dio a cui erano devoti. Di solito si passava tutta la vita
in una sola città, seguendo soltanto quel percorso. C’erano però dei viaggiatori più
arditi che invece passavano di città in città, da un corpo di pratiche a un altro,
seguendo un percorso maggiormente variegato, a zig zag, come le rappresentazioni
dei fulmini.
Mi sembrava la metafora adatta per poter raccontare la mia storia. Ho sempre avuto
difficoltà a fossilizzarmi in un’unica via, tendendo naturalmente verso l’ecclettismo.
Sono passato dai percorsi sciamanici a quelli psico teraupetici, da quelli più
strettamente esoterici alla psichedelia cosmica fino alle arti marziali e altri ancora. A
volte seguendo dei maestri, altre volte delle semplici guide e spesso facendo da solo,
con gli inevitabili errori che si finisce per commettere, ma che tuttavia possono
risultare estremamente utili, anzi, a volte sono i più utili per la comprensione di sé.
Ho conosciuto centinaia se non migliaia di persone che hanno seguito un sentiero dai
mille sentieri come la via del fulmine. Nel libro, partendo dalle mie esperienze,
volevo in qualche modo celebrare anche le loro.
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SZ- Dopo così tante e variegate esperienze, su cosa verte la tua ricerca spirituale
oggi? E c'è qualcosa in particolare di ciò che hai sperimentato che senti ti abbia
segnato più in profondità?
SZ- Purtroppo questa intervista nasce dal fatto che abbiamo dovuto annullare una
tua presentazione nella nostra sede di Fosforo e Mercurio, a causa dell'emergenza
coronavirus, ancora in atto. Cosa pensi di questa particolare fase dell'umanità e di
questo momento storico?
Penso che situazioni come questa che stiamo vivendo diventeranno in qualche modo
una nuova normalità. Poco prima dell’arrivo del virus ero in Salento per scrivere un
film sulla xylella, il batterio che ha ucciso milioni di ulivi. Mentre vagavamo per i
campi, diventati una sorta di cimitero per gli alberi, ci chiedevamo quando sarebbe
arrivata una malattia simile che avrebbe colpito anche gli uomini.
Purtroppo se non cambiamo radicalmente stile di vita, riscoprendo una maggiore
connessione con i cicli naturali, la terra sarà spietata con noi. Da quello che ho potuto
“vedere”, dallo scorso dicembre siamo entrati in una nuova fase di accelerazione che
aumenterà ancora ogni sette anni. Ben lungi da me credere che stiamo alla fine dei
tempi o tantomeno alle porte di una nuova era, ma sembra come se oggi la Coscienza
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cominci a pretendere che ci risvegliamo dalla cecità auto-distruttiva degli ultimi
secoli.
Da un punto di vista del lavoro individuale su di sé è un’opportunità senza precedenti.
Basti pensare che la natura ha obbligato mezzo mondo ad eseguire un ritiro forzato
dove anche senza volerlo qualche domanda sulla propria esistenza se la saranno
dovuta fare un po’ tutti.
Volendo vederci il lato positivo, se ci fate caso ora si raggiungono dei risultati molto
più velocemente. I blocchi interiori si sciolgono con facilità, i risentimenti verso se
stessi e gli altri passano talmente in fretta che quasi non serve più neanche sforzarsi.
Concludo salutando te e gli amici dell’associazione con le parole che mi disse un
maestro tibetano poco tempo fa: “Fino ad oggi il risveglio è stata una scelta. D’ora in
avanti diventerà una necessità”.
«E vidi l’era della terra. La nostra. La foresta cominciò ad assomigliare a quelle reali.
Finché dal cielo appena sorto spuntò un avvoltoio che si lanciò su Aurora»
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Presentazione dell’Offerta Formativa:
Corso di studio:
“I Tarocchi di Crowley, Uso Pratico”
Realizzato dall’Associazione Culturale “Fosforo e Mercurio” ,
con la collaborazione di Flavio Garzia
Imparare a leggere i Tarocchi non richiede nessuna dote e nessun requisito, solo
passione, curiosità e voglia di imparare. I Tarocchi, soprattutto se usati come
strumento di crescita personale, sono un'arma potentissima che permette di avere una
visione profonda della situazione. Di conseguenza non sono solo degli strumenti
divinatori, ma validi alleati nella psicologia, nella sociologia, nelle discipline olistiche
e nella vita quotidiana.
Personalmente pratico i Tarocchi da più di 30 anni, una passione ereditata dalle mie
origini “gitane”.
Nel 1938 circa, Lady Frieda Harris, suggerì un tarocco re-immaginato basato sul
Libro della Legge, che ancora oggi usiamo.
Nel suo libro sui Tarocchi di Thoth, Duquette scrive a riguardo: "Quando chiediamo
cosa rende unico il Tarocco Thoth, la prima e più ovvia risposta è l'opera d'arte. Per
quanto difficile possa essere afferrare le sottigliezze matematiche della geometria
proiettiva, la vediamo manifestamente elettrizzata nell'uso di linee, reti, archi,
turbini, colpi di scena e angoli di Harris combinati per ridefinire visivamente il
tessuto dello spazio. "
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I dipinti, quindi, carichi di simboli e riferimenti alla Kabbalah, all'astrologia,
all'alchimia, alla numerologia, alle corrispondenze magiche, furono terminati nel
1943 e usati per illustrare la prima edizione del "Libro di Thoth".
Il Tarologo è una persona che si avvale delle proprie competenze nel campo
divinatorio, per indagare e consultare “l’Oracolo dei Tarocchi”, fungendo da ponte tra
“la richiesta espressa” e la risposta “Letta”, mettendo a disposizione la propria
capacità interpretativa, per affrontare un dato momento o una determinata situazione.
Il cartomante non è l’oracolo, ma la sua “voce”, resta chiaro che il responso deriva
dalla capacità del cartomante di estendere la sua coscienza su altri piani.
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Se viene gettata in terra una manciata di fiammiferi esso genererà un disegno
caratteristico di quell’istante, ma una verità come questa è utile solo se sappiamo
coglierne il significato intrinseco e ciò dipende dall’osservatore e dal contatto con
quelle entità spirituali che fanno dare una risposta significativa al quadro osservato,
essendo la realtà momentanea caratterizzata dall’operare di quell’essere supremo che
noi chiamiamo Agente Superno o anima Mundi o emissari di dio etc. …
Da sinistra a destra c’è la lettera ebraica che come vedremo indica molte cose, (in
questo caso troviamo una Tzaddy); ed il segno zodiacale, l’elemento o il pianeta
corrispondete per Analogia.
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Dobbiamo padroneggiare tutti questi simboli prima di poter effettivamente passare al
grado successivo ovvero la Divinazione vera e propria.
Quello che presentiamo ai soci di Fosforo e Mercurio è un corso messo a punto solo
dopo 30 anni di pratiche, allo scopo di:
Al termine del Corso è previsto un piccolo esame finale, superato il quale si riceverà
l’Attestato di Partecipazione conferente titolo di:
“Tarologo”
Consulente Intellettuale
*Esiste una normativa sulla categoria di Operatori e Consulenti, in tal senso,
è bene informarsi prima di attivare un percorso lavorativo.
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Struttura del corso
La divinazione ed i Tarocchi
Divinazione nella storia ed i Tarocchi del passato ad oggi
Le carte di Aleister Crowley
Presentazione Carte
Uso dei tarocchi per sé stessi
tecniche
…per gli altri
tecniche
Esempi illustri
Esempi di lettura tarotica
Strumenti
Strumenti aggiuntivi del Divinatore
Tecniche varie
Cenni su Tarocchi ed Astrologia, Tarocchi e I King, Tarocchi e Geomanzia
Consigli finali
Un esame pratico sull’avanzamento personale, note legali
Il Piano in dettaglio
Invio di Dispense cicliche
1° invio le prime 3 dispense - 1° mese
2° invio dalla 4° alla 7° – 3° mese + Videolezione Generale
3° invio dalla 8 alla 11 - 5° mese + Videolezione Personale
Fine del 6°, mese: Prova ed Attestato finale
Interattività
Contatto aperto per 6 mesi con mail con l'Autore, disponibile per qualsiasi verifica
1 Videolezione: Una lettura generale
Una pratica lettura personale
*Lezione personale: da concordare nelle modalità e negli scopi individuali
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Aleister Crowley e l'Italia
Recensione del libro di Cristian Guzzo
a cura di Sapah Zimii
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sensibilità di uno studioso thelemita; un passaggio che mi ha dato modo di riflettere,
meditare e che ritengo possa dare un ulteriore contributo, se però propriamente
inteso. E' giusto dire che Guzzo lo riporta come dato storico, senza alcun commento
in merito. Ho verificato personalmente ed in effetti il dato storico è vero.
Di cosa sto parlando? Del fatto che nei giorni della Rivelazione del Cairo Crowley
fosse affetto da sifilide e quindi, probabilmente, non nel pieno di uno stato di salute
ottimale. Egli aveva contratto la sifilide negli anni giovanili: già al momento
dell'ingresso nella Golden Dawn ne risultava affetto e ne era ancora in cura. Questo è
un dato storico incontrovertibile e mi riservo di approfondire con un medico
qualificato cosa significasse esattamente in quegli anni convivere con tale patologia.
In ogni caso sappiamo che Crowley si curava e che ne è guarito; le cure non gli hanno
impedito di continuare a scalare, di affrontare viaggi pericolosi, pratiche magiche
intense, o continuare ad avere rapporti sessuali (tra l'altro non risulta ad oggi che
abbia infettato altre persone, né tanto meno che i figli siano nati sifilitici).
A tal proposito Crowley stesso scriveva: “Ho contratto la sifilide nel 1897, mi sono
accuratamente curato con mercurio e non ho più avuto sintomi seri, e assolutamente
alcun disturbo dal 1917.”
Mi sento dunque di escludere categoricamente che questo possa avere influito sulla
sua lucidità durante gli avvenimenti del Cairo, che tra l'altro hanno coinvolto anche
altre persone e fatti oggettivi, come la scoperta della Stele della Rivelazione.
Certo stava affrontando una malattia e questo vuol dire comunque essere in una fase
di particolare sensibilità, un periodo di intensa corrosione interiore da parte della
forza del Vitriol. Tuttavia manca, ad oggi, uno studio iniziatico su come la malattia
possa influire sul percorso iniziatico personale, anche se sappiamo che ovviamente
influisce... il più delle volte, tuttavia, facilitando l'acquisizione di stati superiori. Per
citare una persona completamente fuori contesto, viene subito in mente Tiziano
Terzani: un uomo in cammino, ricercatore dell'ulteriore, ma il cui vero Maestro fu
proprio la Malattia... un Maestro terribile, che lo ha accompagnato alla Morte certo,
ma con il sorriso dell'Iniziato che davvero ha interiorizzato uno stato alterato.
Recentemente studi scientifici hanno dimostrato che la flora batterica presente in un
organismo influenza il cervello ed il nostro comportamento. Lo stesso effetto lo
producono alcune sostanze vegetali... mi domando se anche dei virus possano avere
una tale influenza. E' un campo di ricerca ancora inesplorato e continuerò ancora a
meditare sulle parole di Therion che sono sicuramente provocatorie, ma possono
anche assumere un significato di grande riflessione, proprio sulla base di quanto
appena accennato:
“Sarebbe salutare se ogni maschio si impregnasse dei germi di questo virus [la
sifilide] per favorire lo sviluppo del genio individuale!”...
cit. The Magical Record 10 agosto 1930 ev
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Ascensore per il Samādhi
Giuseppe M. S. Ierace
Con il termine Samādhi, che Tara Guber traduce oneness (pienezza/identità) e Mircea
Eliade enstàsi, s’intende solitamente quello stato di serenità mentale ottenuto grazie
alla meditazione. A seconda del grado di assorbimento di mente, cuore e
consapevolezza (il loro insieme è “citta”) nell’oggetto prescelto per la
concentrazione, questa condizione somato-psicologica ha più livelli, anche se citta
non tiene conto dei cinque costituenti della persona (pañca skandha: rūpa, forma;
vedanā, sensazione; saññā, percezione; saṅkhāra, coefficiente; viññāna, coscienza).
Per giungere a tale scopo, e conquistare la “saggezza”, occorre pertanto elevarsi allo
stato di “felicità” più alto possibile. Samādhi, allora, può essere visto sia come
l’attico d’un palazzo a più piani, sia come l’ascensore che permette di arrivarci. Non
per nulla, forse, il titolo del libro del “lift” Luca Mori è proprio “Il grattacielo dello
yoga - presente e futuro di un'antropotecnica” (Epsylon, Roma 2016), anche perché
il suo interesse è rivolto all’inserimento del “metodo” in seno alla storia più recente
di ciò che può essere considerato l’insieme delle “discipline” riguardanti i sistemi
migliori per relazionarsi, nell’interazione degli “spazi di coesistenza” della “non
polemica iperbole” di Peter Sloterdijk, con la “costituzione ontologica”. Michel
Foucault definiva “tecnologie del sé” quelle che si ripropongono di trasformare chi le
pratica. Mentre Sloterdijk circoscrive come “esercizio ogni operazione mediante la
quale la qualificazione di chi agisce viene mantenuta o migliorata in vista della
successiva esecuzione…”. Come funzionerebbe, allora, lo yoga? Proseguendo il
proprio viaggio, soprattutto nell’interiorità, e senza trascurare il corpo, da plasmare
per quanto è perfettibile, fino a scoprire l’anima con cui riconnettersi.«Du mußt dein
Leben ändern» (Devi cambiare la tua vita). Il busto di Apollo, esposto al Louvre,
aveva imposto a Rainer Maria Rilke, nel 1908, una sincera conversione al «lavoro su
di sé». Si tratta della migliore sintesi poetica di “…tutti i manuali di meditazione e le
dottrine iniziatiche, tutte le regole di allenamento e le prescrizioni dietetiche”.
“L’individuo in lotta con se stesso, preoccupato per la propria condizione” (etica), è
piuttosto homo immunologicus, nel suo rivestirsi di simboli, nonché repetitivus,
nell’inseguire ciò che è “superiore a se stesso”. Gli esercizi servono dunque a
“immunizzarsi”, perché intendono la natura dell’uomo assolutamente autoplastica. La
metafora del “grattacielo” è ripresa dai “manichini” (Dummies) di Georg Feuerstein e
Larry Payne, che rispondono, quasi, all’imperativo dell’indagatore di costumi Leo
Longanesi, nel dipingere il carattere dello stare “in piedi” e, alternativamente,
“seduti”, a seconda di quanto sarcasticamente scriveva Curzio Malaparte a proposito
“della legge di natura”, di cui non ha paura/ chi corregge “la natura della legge”. La
divulgazione globalizzata ha fatto sì che i seguaci d’una scuola non prendano in
considerazione gli insegnamenti, pur validi, delle altre; il tutto a scapito
d’un’ininterrottamente indispensabile “integrazione”. Quando lo yoga si confonde
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con l’aerobica o la danza, perseguendo l’obiettivo di posture sempre più contorte, si
rischia di perdere di vista la fondamentale importanza del rilassamento e d’una
confortevole stabilità nella concentrazione. Impoveriti di senso, gli āsana non
ottengono più il loro scopo, venendo asserviti a moderni e futili valori d’una cultura
agonistica, fatta di competizione, individualismo, esteriorità. E l’apparenza non
manifesta così la realtà più intima. Patañjali dedicava agli āsana soltanto tre aforismi
del secondo capitolo della sua dissertazione, Yoga Sūtra, ossia i versetti 46-7-8. La
posizione dev’essere priva di qualsiasi esibizione, non acrobatica, dunque, né
egoistica; deve semplicemente favorire la meditazione (Yoga Sūtra II, 46). Il
rilassamento la deve rendere comoda e lo sforzo va indirizzato verso l’assorbimento
nell’infinito (II, 47), al fine di trascendere ogni afflizione derivante dalla dualità degli
opposti (II, 48). Carlo Alberto Perretti, in “Yoga Sadhana - la pratica spirituale
dello yoga” (Aseq, Roma 2017), cita pure quel passo di Śrīmadbhagavadgītā in cui
Kṛṣṇa esorta Arjuna a essere uno yogi, superiore al tapasvin (asceta), al jnanin (colui
che ha conoscenza), e al karmin (ritualista) (VI, 46), poiché yoga è “equanimità della
mente” (II, 48), e “abilità nell’azione” (II, 50). La perfetta cerimonia consiste nella
rinuncia all’attaccamento verso i risultati delle azioni compiute; la vera conoscenza è
quella consapevolezza che si raggiunge quando si riesce a realizzare il netto
discrimine tra realtà e illusione; l’ascesi si deve raggiungere senza sforzo, senza
prestare più attenzione al livello corporeo. Lo yoga inverte l’eliotropica tendenza
vegetale a seguire la luce del sole, inseguendo invece una serenità che vada
rivolgendosi piuttosto all’interno di se stessi (Insichgekehrtheit avrebbe detto
Wilhelm von Humboldt). Attraverso la luce del sole, l’aria, l’acqua, il cibo, il
riposo… ciò che vediamo, ascoltiamo, odoriamo, gustiamo, percepiamo col tatto… le
persone con cui ci relazioniamo…, a un livello davvero sottile, assorbiamo prāṇa,
energia e principio vitale. In realtà, quella descritta con terminologie disparate, in
fondo in fondo, è una medesima pratica, un immergersi nell’hic et nunc, entrare in
sintonia con il tutto, ma, prima d’ogni altra cosa, dominare l’attività mentale,
connettersi con il proprio essere più profondo, ed esercitare costantemente la
consapevolezza, anche qualora dovesse prendere il sopravvento la riflessione di Italo
Svevo, che sarebbe molto più agevole vivere credendosi grande, però d’una
grandezza latente.
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