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LEOPARDI

Nasce il 29/06/1798 a Recanati. La sua famiglia apparteneva alla nobiltà terriera marchigiana ormai
decaduta. Giacomo, inizialmente , fu istruito da precettori ecclesiastici ma, ben presto, non avendo più
nulla da imparare da questi, si ritirò in biblioteca per continuare i suoi studi da solo. Così si dedicò a “7
anni di studio matto e disperatissimo” , mostrando di possedere un’intelligenza straordinaria e arrivando
ad imparare il greco, il latino e l’ebraico. Tra il 1815 e il 1816 avviene la sua conversione “dall’erudizione
al bello” , attraverso l’entusiasmo per i grandi poeti quali Omero, Virgilio e Dante. Un aspetto
fondamentale nella sua biografia è l’amicizia con Pietro Giordani, il quale rappresenta per l’autore una
guida intellettuale . Nel 1819 , inseguito al fallimento della fuga dalla casa paterna, attraversa una crisi
che lo porterà al passaggio dal “bello” al “vero”, ossia dalla poesia d’immaginazione alla filosofia. Il 1819,
però, è anche l’anno di intense sperimentazioni letterarie , con lo Zibaldone, gli Idilli e le Canzoni.

Per quanto riguarda il pensiero, emerge un sistema di idee continuamente meditate e sviluppate basate
su un motivo pessimistico, quello dell’infelicità dell’uomo. Tale motivo risulta basato su un pensiero
tipicamente sensistico, in base al quale la felicità viene identificata con il piacere sensibile e materiale. Ma
l’uomo non desidera un piacere, bensì il piacere, e aspira a un piacere che sia infinito per estensione e
per durata . Di conseguenza, poiché l’uomo non può raggiungere questo piacere, risulta pervaso da un
senso di insoddisfazione perpetua , che causa l’infelicità nell’uomo. A questo punto la natura, in quanto
benigna, per sottrarre l’uomo all’infelicità, gli dà un rimedio : l’immaginazione e le illusioni.

Nella prima fase della sua vita il pensiero leopardiano è costruito sull’antitesi tra natura e ragione, antichi
e moderni. Il progresso della civiltà, infatti, ha reso i moderni incapaci di azioni eroiche. La colpa
dell’infelicità, quindi, è dello stesso uomo, che si allontana dalla via tracciata dalla natura benigna. La
società a lui contemporanea, infatti, risulta colpita dall’inerzia e dal tedio . Da ciò ne consegue un
atteggiamento titanico in cui il poeta si ere solitario a sfidare il fato maligno che ha condannato l’Italia a
tanta abiezione . Inoltre, il fatto che in precedenza gli antichi godessero di una felicità illusoria è collegato
proprio al fatto che questi erano privi delle conoscenze di cui la società a lui contemporanea godeva.
La concezione di una natura benigna entra in crisi. La natura, infatti, mira alla conservazione della specie,
non dei singoli individui. Ne deduce che il male rientra nel piano stesso della natura e la natura stessa ha
messo nell’uomo il desiderio di felicità infinita, senza dargli i mezzi per raggiungerla. Ne consegue una
concezione dualistica, che vede la natura benigna contro il fato maligno.
Successivamente Leopardi arriverà a considerare la natura un vero e proprio meccanismo cieco e
indifferente alla sorte delle sue creature. È, quindi una concezione non più finalistica, ma meccanicistica e
materialistica . Alla natura, infatti, vengono attribuite le caratteristiche che prima erano del fato, la
malvagità.

Al pessimismo storico subentra, così, il pessimismo cosmico che porta con sé la concezione che l’infelicità
non è più legata a una condizione storica relativa all’uomo, bensì a una condizione assoluta , che diviene
un dato eterno e immutabile della natura. Subentra ,così, in Leopardi un atteggiamento contemplativo,
distaccato e ironico. Il suo ideale, infatti, non è più l’eroe antico, bensì, il saggio antico stoico,
caratterizzato dall’atarassia , il distacco imperturbabile della vita. Basandosi su una concezione
pessimistica del mondo, costruirà una concezione della vita sociale e del progresso .

Il primo periodo della giovinezza di Leopardi caratterizzato dalla poesia del vago e dell’indefinito, alla
base della quale si trova la teoria del piacere, che costituisce il punto di avvio della sua poetica. Se,
infatti, il piacere infinito irraggiungibile, l’uomo può figurarsi piaceri infiniti mediante l’immaginazione. Ma
l’immaginazione permette all’uomo di creare una realtà parallela solo attraverso tutto ciò che è vago e
indefinito. Fondamentale è, inoltre, la teoria della visione, basata su una vista impedita da un ostacolo
che suscita idee vaghe e indefinite. È presente, inoltre, la teoria del suono , in cui leopardi elenca una
serie di suoni suggestivi poiché vaghi. Il bello poetico, quindi, consiste nel vago e nell’indefinito , poiché
evocano sensazioni che ci hanno affascinati da fanciulli. Così poetica dell’infinito e della rimembranza si
fondono e ne risulta il recupero della visione immaginosa della fanciullezza attraverso la memoria.

Inoltre, Leopardi osserva che i maestri della poesia vaga e indefinita erano gli antichi , più vicini alla
natura e immaginosi come fanciulli. I moderni, invece, hanno perduto questa capacità immaginosa e
fanciullesca.

Nella polemica tra classicisti e romantici, Leopardi sceglie il classicismo romantico, una posizione molto
originale rispetto a quella dei classicisti. Infatti, critica il classicismo accademico e pedantesco per il
principio di imitazione e per l’abuso della mitologia classica; ma critica anche la ricerca dell’orrido e la
ricerca del dominio della logica sulla fantasia. Così propone i classici come modelli con uno spirito
schiettamente romantico. Da questa concezione deriva la scelta dell’autore di una lirica intesa come
espressione immediata dell’io , della soggettività, dei sentimenti.
CANTI
Il titolo rimanda al carattere squisitamente lirico delle poesie, nonché al desiderio di raccogliere generi
poetici diversi .
CANZONI
Sono componimenti di impianto decisamente classicistico che riproducono lo schema lirico duecentesco.
Composte tra il ’18 e il ’21 affrontano una tematica civile . Tutta l’opera è attraversata da un forte
pessimismo storico ,caratterizzato da aspri spunti polemici contro l’età presente. La più importante è
quella Ad Angelo Mai, una vera e propria summa del pensiero leopardiano di questo periodo.
Fanno parte di questa raccolta “il Bruto Minore” e “l’Ultimo canto di Saffo”, nei quali l’autore affida a 2
personaggi dell’antichità, entrambi morti suicidi, il discorso poetico. Con queste poesie si giunge a una
svolta: la condizione di infelicità non è individuale, ma universale ; di conseguenza, fato e dei sono
maligni, mentre la natura è vista ancora, seppur per poco, come benigna. Emerge , in contrapposizione a
queste 2 forze maligne, l’eroe singolo, che le combatte fino alla morte (titanismo eroico).
IDILLI
Diversamente dalle canzoni, gli idilli hanno tematiche prettamente autobiografiche intime e un linguaggio
colloquiale e limpido. Il termine idillio, in particolare, deriva dal greco eidyllion , diminutivo di eidos,
letteralmente “immagine”. Tale termine è legato a un autore di componimenti ambientati in un mondo
pastorale idealizzato, visto come rifugio di pace e serenità. Inizialmente, quindi, il termine idillio aveva a
che fare solo con la brevità dei testi, e non con la narrazione di una vicenda pastorale. Il modello teocriteo
venne successivamente ripreso da Virgilio nelle Bucoliche, il quale lo rese celebre. Leopardi definì gli idilli
come “espressione di sentimenti , affezioni, avventure storiche del suo animo”. Di conseguenza negli
idilli, la rappresentazione di una natura esterna tranquilla non è altro che una rappresentazione dei
momenti essenziali della sua vita interiore.
La fine delle illusioni giovanili e lo sprofondare in uno stato d’animo di aridità e di gelo, lo porterà al
silenzio poetico. Per questo non scrive più poesia e preferisce dedicarsi alla prosa filosofica che si
compendia nelle operette morali. Inoltre, in questo periodo, abbandona gli atteggiamenti titanici in favore
di una disposizione ironica e distaccata rispetto alla realtà. Le illusioni e le speranze proprie della
giovinezza, le rimembranze, il linguaggio limpido impreziosito da termini e locuzioni peregrine spiegano il
motivo della formula “grandi idilli”. Questi componimenti, però, non sono una semplice ripresa della
poesia di 10 anni prima, ma si differenziano da questa per la fine delle illusioni giovanili e per la
costruzione di un sistema filosofico fondato su un pessimismo assoluto. I grandi idilli, infatti, sono percorsi
da immagini liete , ma queste sono immagini rarefatte , prive di fisicità , dal momento che in quanto
create dalla memoria, sono accompagnate dalla consapevolezza del dolore , del vuoto dell’esistenza ,
della morte. Sarebbe sbagliato, comunque , ridurre i grandi idilli , alla sola componente
idillica ,trascurando la presenza del “vero”, richiamato con delicatezza. La caratteristica è, quindi, un
miracoloso equilibrio che si instaura tra 2 spinte che dovrebbero essere contrastanti : il “caro immaginar”
e il “vero”. Nuova è anche la struttura metrica : agli endecasillabi si succedono endecasillabi e settenari
alternati senza alcuno schema fisso(è quella che viene comunemente chiamata “canzone libera
leopardiana”) .
Nel “Ciclo di Aspasia” Leopardi ristabilisce il contatto diretto con gli uomini, le idee e i problemi del suo
tempo. Appare ,inoltre, più orgoglioso di sé, più combattivo nel diffondere le proprie idee. Non si basa più
sulle immagini vaghe e indefinite, non c’è più un linguaggio limpido e musicale, ma si ha una poesia nuda
e quasi priva di immagini; il linguaggio si fa aspro e la sintassi spezzata. Si instaura un rapporto intenso
con le correnti ideologiche del tempo. La critica di Leopardi si rivolge contro tutte le ideologie ottimistiche
che esaltano il progresso , nonché verso le tendenze di tipo spiritualistico e neocattolico. A queste
ideologie si contrappongono le sue concezione pessimistiche che escludono ogni miglioramento della
condizione umana, dal momento che l’infelicità e la sofferenza sono dati di natura eterni e immodificabili.
Nella Ginestra, il testamento spirituale di Leopardi , non nega più la possibilità di un progresso civile , ma
cerca di ricostruire l’idea di progresso sul proprio pessimismo. La consapevolezza della reale condizione
umana può, infatti, indurre gli uomini a unirsi in una social catena , legame che potrebbe porre fine alle
sopraffazioni. La filosofia di Leopardi, quindi, si apre a una generosa utopia, basata sulla solidarietà
fraterna tra gli uomini.
OPERETTE MORALI
Sono prose di argomento filosofico , il cui diminutivo “operette” sta ad indicare il taglio breve dei testi ,
nonché la scelta di un tono lieve , che faccia leva sul ridicolo , sul comico e sull’ironia. Quest’opera risulta
appartenente a un genere molto antico, quello dello spoudaiogheloion, del “serio-comico”, il cui
rappresentante era Luciano. Molte delle operette sono dialoghi, i cui interlocutori sono personaggi mitici o
favolosi, storici, o bizzarri. I temi centrali sono l’infelicità inevitabile dell’uomo , l’impossibilità del piacere,
la noia, il dolore, i mali materiali he affliggono l’umanità.

ALESSANDRO MANZONI
Nasce a Milano nel 1785. Fin da subito riceve la tradizionale educazione classica . Uscito dal
collegio nel 1805 va a Parigi, dove conosce gli ideologi, un gruppo di intellettuali illuministi. Qui
entra in contatto con gli ecclesiastici di orientamento giansenista che, insieme all’influenza
della moglie Enrichetta Blondel, lo portarono a convertirsi al cristianesimo. Tale cambiamento
influenzò la sua produzione letteraria. Dal punto di vista politico, invece, fu mosso da sinceri
sentimenti patriottici e unitari. Pubblicò i promessi sposi nel 1827 e, inseguito all’unificazione
italiana, divenne da senatore del regno di Sardegna a senatore del regno d’Italia. Tra le sue
opere più importanti ricordiamo quelle di gusto classicista con linguaggio aulico e rimandi
mitologici, composte tra il 1801 e il 1810. Nel 1801 compone il Trionfo della libertà , in cui si
scaglia contro la tirannide politica e religiosa; successivamente comporrà l’Adda, un poemetto
idillico indirizzato a Monti e il carme In morte di Carlo Imbonati, nel quale, secondo il modello
classicista, immagina che Carlo gli compaia in sogno per dargli dei consigli di vita e di
poesia(ideale del gusto solitario e culto delle lettere) . L’ultima opera composta prima della
conversione è A Partenide, una lettera in risposta al poeta danese Baggesen .
Dopo la conversione, quindi, ripone una fiducia assoluta nella religione, ponendosi con un
atteggiamento anticlassico che rispecchiava la nuova opinione di Manzoni sui romani, visti
come un popolo violento e covando un nuovo interesse per il medioevo cristiano(cfr. Promessi
sposi e la provvidenza; da sventura a venturati; il bene ha sempre la meglio sul male) . Dal
momento ,infatti, che considerava il male radicato nella storia e l’uomo incline al
peccato, non poteva che rifiutare la serenità tipica classica, per descrivere il vero della
condizione storica dell’uomo, da cui deriva il rifiuto di ogni formalismo retorico, come scrive in
una lettera a Cesare d’Azeglio, in cui sostiene che un’opera debba avere l’utile per scopo, il
vero per soggetto e l’interessante per mezzo , affermazione che esplicita l’esigenza di un
rinnovamento letterario.
Gli inni sacri
Scritti tra il 1821 e il 1815, rappresentano un nuovo tipo di poesia, slegata dal culto classico e
destinata al popolo , motivo per il quale utilizza sul piano metrico un ritmo agile e
popolareggiante , ma non forme auliche. Il poeta diviene, quindi, interprete corale della
coscienza cristiana, utilizzando, di conseguenza, come modello l’iconografia antica
cristiana(cfr. Pentecoste:no motivi teologici, l’episodio termina con un’invocazione allo spirito
santo) .
Lirica patriottica e civile
Il 5 maggio è un’ode priva di immagini mitologiche e di riferimenti storici antichi, in cui la
prospettiva religiosa emerge soprattutto grazie alla presenza di numerose e varie figure
retoriche.
Le tragedie
Anche nelle tragedie Manzoni introduce delle novità . In precedenza, infatti, i fatti si svolgevano
nell’arco di un giorno, non vi erano mutamenti di scena e non esisteva l’intreccio di più azioni
differenti. La novità di Manzoni sta proprio in questo: nel determinare un contesto storico,
ricostruendolo con fedeltà. Lo stesso poeta spiega, in una lettera al signor Chauvet , che il
suo intento è quello di “spiegare ciò che gli uomini hanno sentito, voluto, sofferto ,
mediante ciò che essi hanno fatto”. Per creare una poesia drammatica, infatti, basta
ricostruire il fatto storico nella sua dinamica interna delle sue cause e dei suoi svolgimenti. Tale
opinione fu fortemente influenzata dalla lettura di Shakespeare e di alcuni autori romantici,
sprezzanti del gusto classico. La tragedia classicista, infatti, era considerata “falsa”,
“romanzesca” dal momento che un poeta, per descrivere le situazioni che
avvenivano in un tempo eccessivamente breve, era costretto a a esagerare le
passioni. La forzatura artificiosa dei caratteri e delle passioni classiche si scontra con il
desiderio manzoniano di rappresentare caratteri autentici, e individuali. Un teatro vero, inoltre ,
può rendere le cose “un po’ più come dovrebbero essere” attraverso i suoi influssi
positivi sul pubblico.
- Il conte di Carmagnola : un capitano di Ventura del ‘400, Francesco Bussone fu
incarcerato e condannato a morte a causa di un sospetto di tradimento. La tragedia si regge
sullo scontro tra ragion di Stato e uomo d’animo elevato che, rappresenta la storia
umana come trionfo del male. (Concezione tipicamente manzoniana)
- Adelchi : durante il crollo del regno longobardo nell’Italia del VIII sec. Le ricerche storiche da
li condotte avevano dato origine al “Discorso sopra alcuni punti della storia longobarda”.
Ermengalda, figlia di Desiderio, re dei longobardi , ripudiata da Carlo Magno, torna dal padre.
- I cori sono il momento lirico in cui lo scrittore esprime la propria visione

I promessi sposi
Il romanzo risponde alla poetica del vero , dell’interessante e dell’utile, rivolgendosi a
un pubblico più ampio, grazie al lessico semplice e comprensibile. Risponde , inoltre ,
alle esigenze dell’impegno civile dello scrittore, fornendo la possibilità al lettore di conoscere
eventi storici passati (funzione educativa ed utilitaristica della letteratura). Ma la scelta
del romanzo è legata anche alla libertà dell’autore di esprimersi a pieno, senza dover
seguire alcuna norma. Ciò dà la possibilità all’autore di rappresentare una realtà umile
(cosa che non aveva potuto fare nelle tragedie, in cui i protagonisti dovevano essere re o
principi) , scegliendo una rappresentazione seria e realistica della quotidianità. Ciò è reso
possibile dalla scelta di 2 personaggi legati a un contesto storico e a un ambiente:sono 2
popolani della campagna lombarda vissuti nella prima metà del XVII° sec. Attraverso queste
innovazioni egli ha creato uno nuovo genere letterario, il romanzo storico. Per ricostruire,
infatti, tutti gli aspetti della società, si avvale di opere storiografiche, cronache del tempo,
biografie e raccolte di leggi, con lo scopo di rendere i personaggi ” così simili alla realtà
che li si possa credere appartenenti ad una storia vera appena scoperta”. La continua
ricerca del vero è, quindi, il motore della storia che spinge l’autore alla costruzione di un
intreccio lontano dal romanzesco , evitando di “stabilire rapporti interessanti tra i personaggi ”.
La società lombarda del seicento risulta sotto la dominazione spagnola. Manzoni si pone con un
atteggiamento tipicamente illuminista di fronte al passato, con lo scopo di cogliere nel modo
migliore l’irrazionalità della cultura e del costume seicentesco. Ma la critica passata si proietta
nel presente.
L’idea manzoniana di società si può facilmente ricavare dal quadro polemico descritto da
Manzoni; oltre all’indipendenza della patria e a un saldo potere statale, non possono mancare
una legislazione equa, una politica economica oculata e un’organizzazione sociale giusta, priva
di conflitti tra classi. All’interno del romanzo, i personaggi aristocratici negativi sono Don
Rodrigo e Gertrude , che usano i loro privilegi in modo oppressivo; il popolo è visto in modo
ambivalente : s da un lato, infatti, è rappresentato come violento in occasione delle giornate
di Milano, è anche visto in modo positivo , con Renzo, quando da ribelle diviene sottomesso alla
provvidenza. Dei ceti medi esempi negativi sono Don Abbondio e L’azzeccagarbugli , positivo è
Fra Cristoforo. Di fronte al male l’azione, nella storia, diventa un mezzo fondamentale per
contrastare . Per ciò il cristianesimo Manzoniano si fonda con un progressismo moderato di
impronta laica e liberale.
Per quanto riguarda l’intreccio, da una situazione iniziale di quiete e serenità, si passa a
un’esplorazione del negativo della realtà storica : mentre Renzo sperimenta il male sociale e
politico , Lucia il campo morale. Le vicende dei 2 disegnano una sorta di romanzo di formazione
. Infatti, la componente ribelle di Renzo , venendo meno, lo porta a rassegnarsi totalmente alla
volontà di Dio. Lucia, invece, appare chiusa in una visione idillica della vita . Le manca, infatti,
la consapevolezza del male, necessaria per capire la vera natura umana. Attraverso le sue
peripezie arriva a comprendere che le sventure si abbattono anche su chi è senza colpa, e non
solo su i malvagi.
La consapevolezza dei 2 personaggi si manifesta nel “sugo” in cui prendono coscienza
dell’incombere costante del male sul mondo e della positività provvidenziale del male, la
Provida sventura. Nella conclusione ,inoltre, sono presenti i cardini della visione manzoniana: il
rifiuto dell’idillio , a cui consegue la rappresentazione di una vita tranquilla, e la
consapevolezza della tragicità del vivere.
I promessi sposi sono definiti anche come “romanzo della Provvidenza” anche se
l’interpretazione provvidenziale della realtà non è enunciata dal narratore , ma dai personaggi.
Per Renzo e Lucia ,Dio interviene per garantire il trionfo della giustizia; mentre, nella realtà ,
virtù e felicità non possono coincidere, dal momento che Dio può scegliere di infliggere delle
sventure anche ai giusti .
Fondamentale, nel romanzo, è l’ironia. Vi può essere, ad esempio, l’autoironia, intesa come
un’osservazione distaccata da parte del narratore della propria scrittura, in occasione della
quale emerge la presa di distanza dello scrittore dalla letteratura. Talvolta ‘ironia è rivolta ai
lettori, in particolare nella parte conclusiva, dove afferma di non raccontare la vita felice dei
protagonisti poiché “seccherebbe a morte” al pubblico, dal momento che non rispecchiava i
suoi gusti, ancora legati al romanzesco. Nei confronti dei personaggi del popolo, umili e
sprovveduti, invece, si tratta di un’ironia affettuosa, quasi paterna, ben diversa da quella con
cui viene colpito Renzo, volta a sottolineare i suoi errori e il suo carattere buono ma
imprudente. Altre volte l’ironia è affidata a commenti espliciti della voce narrante, altre ancora
il narratore tace e l’ironia scaturisce dal contrasto che si crea tra le parole del personaggio e la
realtà effettiva degli eventi. Infine sono l’ironia verso Don Abbondio, per nulla bonaria, e quella
nei confronti dei potenti, un vero e proprio sarcasmo impietoso.
Manzoni ha redatto ben 3 volte il suo romanzo : la prima, gli sposi promessi, del 1823; Fermo e
Lucia del 1827 e i promessi sposi del 1842. Tra le redazioni, le differenze sono essenziali nel
registro linguistico, nella disposizione delle sequenze , nella fisionomia dei personaggi (cfr.
Lucia più realistica e legata alla sua condizione sociale) e nell’impostazione degli episodi (nella
descrizione della Monaca di Monza indugia su una serie di particolari) ; così come nel ricorso ad
ampie digressioni di carattere saggistico su problemi storici, economici e culturali. Vengono
meno, infine, posizioni critiche più aspre e secche, dal momento che la contrapposizione bene-
male diviene più rarefatta.
Con la sua opera Manzoni fornisce un nuovo modello di lingua letteraria, slegata dall’antico,
così come una possibile lingua utilizzabile nella società dell’Italia unita. In una lettera a Fauriel,
si lamenta della mancanza di un codice comune tra chi scrive e chi parla. In un primo momento
utilizza una lingua di compromesso, fondata sulla fusione tra toscano letterario e parlata. Dopo
essere stato a Firenze, comprese che la lingua da usare nella letteratura, così come nel
quotidiano è il fiorentino delle persone colte . In base a ciò compie una revisione del romanzo.
LA SCAPIGLIATURA
Non è una scuola o un movimento organizzato, bensì un gruppo di scrittori accomunati da
un’insofferenza per le convenzioni della letteratura contemporanea . Il termine “scapigliatura ”
compare per la prima volta nell’opera di Cletto Arringhi “la scapigliatura e il 6 febbraio” e , in
questo periodo, designa un gruppo di ribelli alla propria classe di appartenenza , che
amava vivere in modo eccentrico. Era un termine equivalente al francese bohème . Compare,
quindi, il conflitto intellettuale-società , esplicitato da una vita irregolare e dissipata come
rifiuto delle norme morali e delle convenzioni correnti. Di fronte agli aspetti della modernità ,
assumono un atteggiamento ambivalente : se da un lato, infatti, reagiscono con repulsione e
orrore ; dall’altro si rassegnano delusi e disincantati. all’interno del loro gruppo, però, non si
può non parlare del dualismo, della contrapposizione ideale-vero, bene-male, bello-orrendo,
secondo gli stessi inconciliabili, in quanto estremi. Tale situazione di protesta accomuna gli
scapigliati agli scrittori romantici, di cui riprendo alcuni aspetti , quali: l’esplorazione
dell’irrazionale l’esotismo e il macabro. La ripresa dei temi romantici , quindi, aiuta a
sprovincializzare il clima culturale italiano, nel quale gli stessi introducono il gusto del
nascente Naturalismo , così come il culto per la bellezza e per la forma che anticipa
l’estetismo decadente.
VERISMO
Il naturalismo di Zola si diffuse ben presto negli ambienti milanesi di sinistra che, però , si
limitarono a formulazioni teoriche generiche e approssimative. Nel mentre, 2 intellettuali
conservatori, Capuana e Verga, elaborarono un nuovo linguaggio caratterizzato dalla
repulsione della letteratura a scopi intrinsechi, quali la dimostrazione sperimentale di tesi
scientifiche. Il Naturalismo, quindi, perde la sua volontà di scienza e il suo impegno
politico diretto , che si traduce in un modo particolare di fare letteratura. La scientificità
consiste nella tecnica con cui lo scrittore rappresenta la realtà , che è simile al metodo
dell’osservazione scientifica, per quanto resti nei limiti che sono propri dell’arte . La scientificità
si manifesta solo nella forma artistica, nella maniera di creare propria dell’artista che
rappresenta il principio dell’impersonalità dell’opera d’arte , intesa come eclissi dell’autore ,
ossia come scomparsa dal testo del narratore. Come nel caso della scapigliatura, neanche il
Verismo può essere chiamato movimento , dal momento che gli autori veristi hanno ben poco
di simile tra loro ; per questo consideriamo Verga un caso isolato che, nonostante ciò, ha
attuato una rivoluzione tecnica e narrativa, attraverso la descrizione di una realtà
materialistica e pessimistica.

GIOVANNI VERGA
La sua prima opera verista dal linguaggio nudo e scabro è Rosso Malpelo , risultato della
ricerca del vero da parte di Verga, che era stato iniziato con il Nedda, un’opera di ambiente
siciliano dai toni melodrammatici, che descriveva la miseria della vita di una bracciante. Tale
mutamento stilistico è stato interpretato come una vera e propria conversione , nonostante,
infatti, l’obbiettivo di Verga fosse sempre stato quello di ricercare il vero, inizialmente non vi
era riuscito a pieno in quanto possedeva strumenti inadatti che, solo col tempo maturarono in
una concezione materialistica della realtà e nell’impersonalità. Lo scopo dell’autore è quello di
descrivere gli ambienti popolari , dal momento che le “basse sfere” non sono che l
fondamento per lo studio del meccanismo della società.
Alla base del nuovo metodo narrativo c’è il concetto di impersonalità. Lo stile, infatti, deve
essere in grado di conferire al fatto narrato un tono di veridicità tale da porre il lettore
“faccia a faccia col fatto nudo e schietto” , rendendolo, di conseguenza , credibile.
Fondamentale è, inoltre, l’eclissi dello scrittore, inteso come scomparsa del narratore e dei suoi
interventi (diversamente da quanto avveniva in Manzoni) ; l’autore, infatti, deve vedere le
situazioni con gli occhi dei personaggi che le vivono ed esprimerle con le loro parole , in modo
che l’opera sembri “essersi fatta da sé”. Il lettore si colloca nel mezzo dei fatti, dal
momento che l’antefatto non viene spiegato e i tratti dei personaggi non vengono delineati
immediatamente, ma vengono resi noti a mano a mano che la storia procede, dando la
possibilità a chi legge di disporre di tutte le carte per avere un quadro completo della storia.
Diversamente dal passato, quindi, a narrare i fatti non è il narratore onnisciente
tradizionale, dal momento che il punto di vista dello scrittore non si avverte mai ,in quanto si
mimetizza con i personaggi , adottando il loro modo di pensare e non facendo passare i fatti
attraverso la lente dell’autore; chi narra, infatti, ha l’impressione di essere “faccia a faccia col
fatto nudo e schietto” . In Rosso Malpelo, ad esempio, scrive “Malpelo si chiamava così perché
aveva i capelli rossi, ed aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo.” Tale
logica non è propria di un intellettuale borghese, bensì di un minatore qualunque che lavorava
nelle cave con Malpelo. Lo scrittore, inoltre, non informa esaurientemente sul carattere e
sulla storia dei personaggi, né offre descrizioni dettagliate dei luoghi, e , se la voce
narrante commenta i fatti, non lo fa secondo la visione dell’autore, ma in base alla visione
elementare e rosa del popolo, che non coglie le motivazioni psicologiche dei personaggi.
Di conseguenza il linguaggio non è quello proprio di uno scrittore, bensì risulta spoglio e
povero in cui traspare la struttura dialettica, anche se il dialetto viene citato in corsivo.
Verga , nella prefazione dei vinti, sostiene che l’autore debba eclissarsi dall’opera poiché non
ha il diritto di giudicare la materia di cui narra. Ma, perché non ha il diritto di giudicare?
Per la sua visione radicalmente pessimistica, basata sulla concezione della vita come di una
continua lotta per la vita , dal momento che gli uomini non sono mossi da motivi ideali, ma
dall’interesse. Questa legge di natura non domina solo le società umane, ma anche quelle
vegetali e animali. La sua visione rigorosamente materialistica e atea, infatti, esclude
ogni consolazione religiosa, portandolo a considerare la realtà come immutabile.
Infatti ciò si lega alla concezione del giudizio per Verga: solo la fiducia nella possibilità di
cambiare il reale può giustificare il giudizio correttivo e la condanna esplicita in nome della
giustizia. Di conseguenza, se non si può mutare la realtà, ogni intervento giudicante appare
inutile e insensato. Infatti , la letteratura non può contribuire a modificare la realtà , ma può
solo studiare ciò che accade e riprodurlo senza passione .
Risulta chiaro, quindi, che un simile pessimismo abbia una connotazione fortemente
conservatrice , a cui si lega un rifiuto per le ideologie progressiste contemporanee,
democratiche e socialiste. Verga rappresenta l’oggettività delle cose che risultano parlare da
sé , in modo da avvalersi del pessimismo non come di un limite, ma di uno strumento
conoscitivo; inoltre, il suo pessimismo conservatore lo rende immune contro i miti presenti
nella letteratura contemporanea, quali quello del progresso e del popolo. Risulta assente,
infatti, l’atteggiamento populistico , inteso come compassione nei confronti delle sventure
degli umili e come fiducia nella possibilità di migliorare la propria condizione sociale ed
economica. Ciò è esplicitato in molte sue opere quali Malpelo e Malavoglia, rappresentazione di
tutte le sventure che possono colpire una classe paziente e laboriosa. Questo aspetto è legato
alla scelta dell’autore di regredire nell’ottica popolare , costituendo la dissociazione più
impietosa di ogni mito populistico progressivo. Ma in Verga non è presente neanche il
populismo di tipo romantico e reazionario, dal momento che non concepisce la campagna
come un Eden di incorrotta autenticità bensì come un luogo dominato anch’esso dall’interesse
e dall’egoismo.
Vi è una evidente differenza ta il verismo di Verga e il naturalismo di Zola; se in Verga sono
assenti gli interventi del narratore che si immedesima nella situazione narrata , assumendone
persino il gergo, in Zola il narratore riproduce il modo di vedere e di pensare tipico
dell’autore borghese , lontano dalla materia narrata, che non esita a giudicare, facendo
emergere il proprio punto di vista. Inoltre tra il narratore e i personaggi, differentemente da
Verga, c’è un distacco netto , sottolineato dalla lontananza dell’autore rispetto alla situazione
narrata. Nonostante Zola abbia tentato di riprodurre il gergo dei proletari parigini nei dialoghi
della sua opera l’Assommoir, tale espediente risulta esclusivamente limitato a quell’opera e
ai discorsi diretti tra i personaggi dei ceti più umili. (Infatti il narratore si esprime
esclusivamente attraverso un linguaggio letterario e colto) . Zola, infatti, è estraneo
all’espediente narrativo vergano della regressione del narratore , dal momento che per lui
impersonalità significa distaccarsi dalla materia narrata per osservarla da lontano in
modo da avere una visione completa, mentre per Verga significa immergersi nella
materia narrata.
La diversità narrativa porta i due autori a diversificarsi anche nella concezione della
letteratura : mentre Zola interviene nella narrazione per avanzare delle critiche , poiché
convinto della funzione progressiva della letterature, e quindi di poter cambiare la realtà,
Verga, dietro la sua regressione, nasconde un forte pessimismo basato sulla visione di una
realtà immutabile, limitandosi, come narratore, a un trascrizione fedele e spassionata di
ciò che osserva.
VITA DEI CAMPI
È una raccolta di poesie il cui stile fu fortemente influenzato dalla lettura dell’Assommoir di
Zola e dalla sua amicizia con Capuana. Tale raccolta era caratterizzata da una
rappresentazione veristica e pessimistica della realtà , in cui, però, emerge una componente
romantica, dettata da un sentimento quasi nostalgico e dalla concezione del mondo rurale che
di un mondo caratterizzato dall’innocenza e dalla spontaneità. In Verga, quindi, è ancora
presente la contraddizione tra tendenze romantiche e veristiche, che lo porteranno a uno
studio scientifico delle leggi del meccanismo sociale, fino alla comprensione del fatto che la
campagna non è un luogo diverso dalla città, in quanto, sia nell’una che nell’altra, vige la legge
della lotta per la vita.
CICLO DEI VINTI
Contemporaneamente alla composizione delle novelle, Verga decide di scrivere “una
fasmagoria della lotta per la vita“ , con l’intento di tracciare un quadro sociale veritiero. Alla
base del ciclodegi vinti c’è, quindi, il concetto di ”lotta per la vita”, presente anche in “Vita dei
campi”, basato sull’adattamento dell’evoluzione Darwiniana sulla società umana: è il più forte
che schiaccia il più debole. Nonostante sia il più forte a vincere, Verga sceglie di parlare del
vinto, del più debole, di coloro che “piegano il capo sotto il piede brutale dei sopravvegnenti”

I MALAVOGLIA
Autore: Giovanni Verga
Titolo: I Malavoglia
Tempo e spazio: il romanzo è ambientato nella Sicilia del XIX secolo, più precisamente nella
zona di Catania.
Personaggi: il romanzo vede come protagonisti i componenti della famiglia dei Toscano,
soprannominati
Malavoglia. I Toscano abitano ad Aci Trezza, provincia di Catania e sono una famiglia di
pescatori. Il personaggio più importante del romanzo è padron Ntoni, il capofamiglia
caratterizzato da un enorme potere sugli altri componenti. Abbiamo poi il figlio Bastianazzo,
chiamato così perché è grande e grosso, sposato con la Longa. Ci sono infine i nipoti: ’Ntoni è
il maggiore e durante il romanzo finirà per girovagare per la cittadina ubriacandosi
spesso; Luca è il nipote considerato più giudizioso e serio dal nonno; Mena sta sempre al
telaio ed è soprannominata "Sant’Agata";Alessi e Lia i due nipotini più piccoli, all’inizio del
romanzo ancora ai primi anni di vita. Esternamente alla famiglia abbiamo altri personaggi:
lo zio Crocifisso, l’uomo più ricco del paese; Don Franco, lo speziale; il figlio della
Locca; Don Michele, una sorta di odierno poliziotto; Rocco Spatu, l’ubriacone del
paese; Vanni Pizzuto, il barbiere che vende anche qualche liquore economico.
Trama: il romanzo si articola in varie vicende aventi tutte come protagonisti i Malavoglia. Le
vicende hanno inizio nel 1863 ad Aci Trezza, dove i Malavoglia possiedono una barca, la
Provvidenza, e svolgono l'attività di pescatori, grazie alla quale riescono a condurre una vita
relativamente agiata. Iniziano però da ora varie sventure che manderanno la famiglia in
Rovina. Tutto inizia quando Ntoni, il nipote maggiore, deve partire per la leva militare: la
famiglia non ha più un punto di riferimento e un lavoratore. Inoltre l'annata di pesca è cattiva e
la famiglia attraversa un periodo di difficoltà economiche. Per cercare di provvedere alla
mancanza di denaro, padron 'Ntoni decide di comprare a credito dall'usuraio, Zio Crocifisso, un
carico di lupini da trasportare e commerciare con la Provvidenza, ma a causa del mare mosso e
impetuoso, la nave affonda e l’affare viene mandato a monte. In più sulla nave c’è Bastianazzo
che, durante il naufragio, muore. Qualche tempo dopo la barca viene recuperata in pessime
condizioni e lo Zio Crocifisso pretende di essere pagato: iniziano qui i grossi problemi economici
familiari. I Malavoglia sono infatti costretti a lavorare duramente per saldare i debiti. Intanto
torna dal servizio di leva 'Ntoni, che però ha un carattere totalmente differente. E' diventato
molto più viziato e non gli interessa più la vita dura e povera della sua famiglia, soprattutto ora
che è in ristrettezze economiche. In questi anni collochiamo anche la morte di Luca a Lissa nel
1866. Intanto i Malavoglia, per riscattare il debito, devono cedere la casa nel nespolo a Zio
Crocifisso e trasferirsi in un'altra casa. Come vediamo proseguendo la storia non solo i problemi
di natura economica a mandare in rovina la famiglia: La Longa muore per un'epidemia di colera
e 'Ntoni decide di affidare Alessi e Lia al nonno 'Ntoni per partire, contro la volontà di tutti, alla
ricerca di fortuna, ma senza successo. Viene comunque ben accolto nella casa del nespolo
nonostante non abbia fatto fortuna. Ormai però è caratterialmente cambiato, non ha voglia di
lavorare e nonostante i ripetuti richiami del nonno continuerà ad ubriacarsi e a girovagare per
molto tempo. Non rivolge quasi più la parola ai familiari ed è quasi sempre all’osteria del
paese. Questo stato di vagabondaggio lo porta ad entrare a far parte di un gruppo di
contrabbandieri e a venire in seguito arrestato. Per riuscire a fuggire e a causa di una vecchia
rivalità, dà una coltellata al capo delle guardie, Don Michele, senza però ucciderlo. 'Ntoni viene
però catturato e serviranno i risparmi di padron Ntoni per una riduzione della pena. In tribunale
viene detto che 'Ntoni aveva aggredito Don Michele per motivi di onore, perchè l'uomo faceva
la corte alla sorella Lia. Questa, stanca di tutte queste dicerie, decide di spostarsi in un’altra
città dove diventerà una prostituta.
Padron 'Ntoni muore, mentre Alessi, l'unico Malavoglia insieme alla Mena ad essere rimasto
integro, si sposa con Nunziata, e ricostituisce il nucleo familiare, ricomperando la casa del
nespolo. Mena vorrebbe sposarsi con Alfio Mosca, suo amante, ma alla fine non si sposeranno
per questioni d’onore. Il libro si conclude con il ritorno di 'Ntoni dal carcere: egli entra nella
casa del nespolo, e dopo una breve visita, decide di andarsene per sempre, accortosi di aver
irrimediabile offeso i familiari col suo comportamento sbagliato.
Stile: il romanzo è caratterizzato da una prevalenza di dialoghi rispetto alle sequenze
descrittive. Il linguaggio è difficile e frequentemente arricchito da parole in dialetto siciliano, di
cui l’autore fa largo uso anche nei soprannomi dei personaggi. Possiamo perciò parlare di una
popolazione particolarmente legata alla propria terra.

Il primo romanzo del ciclo dei Vinti sono i Malavoglia (il soprannome corrispondeva spesso
alla qualità contraria) , una famiglia di pescatori siciliani, laboriosi e onesti, i Toscano. Vivono
ad Ali Trezza, dove possiedono la casa del nespolo e una barca (Provvidenza) e conducono una
vita abbastanza tranquilla, finché ‘Ntoni, figlio di Bastianazzo e nipote di ‘Ntoni deve partire per
la leva militare , e deve far fronte a una pessima annata per la pesca nonché alla necessità
della dote affinché Mena (figlia maggiore)si sposi. Così Padron ‘Ntoni chiede un credito
all’usuraio Zio Crocifisso per trasportare un carico di lupini in un porto vicino, ma la barca
subisce un naufragio , in cui Bastianazzo muore e il carico viene perso. Cosi iniziano le sventure
: la casa viene pignorata, Luca (secondogenito)muore nella battaglia di Lissa, Maruzza
(madre)muore per il colera . Questi eventi porteranno alla disgregazione della famiglia : ‘Ntoni,
dopo essere stato in città, non riesce a riadattarsi all’enorme mole di lavoro che lo aspetta, così
inizia a frequentare un ‘osteria e arriverà a pugnalare Don Michele, anche perché corteggiava
Lia (sorella minore). Mentre ‘Ntoni ottiene delle attenuanti al processo, Lia scappa dal paese
per il disonore, diventando una prostituta. A causa del disonore della famiglia, Mena non può
più sposarsi con Alfio. Dopodiché Padron ‘Ntoni muore in un ospedale e Alessi, continuando il
mestiere del nonno riscatta la casa del nespolo . Il racconto termina con ‘Ntoni che ,uscito di
galera, si allontana per sempre.

I malavoglia sono la rappresentazione di un mondo rurale arcaico, che non è del tutto
immobile, ma è la rappresentazione di una storia che, procedendo, si disgrega . Tale racconto
ha luogo inseguito all’unità italiana, nel 1863. È in seguito alla leva militare obbligatoria che la
famiglia viene messa in crisi . Il sistema sociale del villaggio , che comprende diverse classi
sociali, è trasformato da movimenti dinamici che portano a un processo di declassazione (da
proprietari di una casa e di una barca nullatenenti) o di ascesa sociale (don Silvestro) .
Nonostante la situazione del villaggio sia dinamica, i fatti ci vengono narrati come
statici, in quanto presentati attraverso il punto di vista dei personaggi , abituati a concepire la
realtà come statica. Fondamentale è il personaggio di ‘Ntoni, che incarna le forze disgregatrici
della modernità, e che è in forte contrasto con lo spirito tradizionalista del nonno e con il suo
attaccamento alla tradizione. Il finale, di conseguenza, rappresenta una ricomposizione
parziale, dal momento che solo Alessi riuscirà a ritornare , in parte, alla situazione precedente
attraverso la riacquisizione della casa del nespolo ; mentre ‘Ntoni si distacca per sempre dal
sistema che aveva messo in crisi in precedenza. Nonostante i malavoglia siano stati considerati
la celebrazione di un mondo primordiale e dei suoi valori, in realtà rappresenta la
disgregazione di quel mondo e dell’impossibilità dei suoi valori. Rappresenta, quindi, il
superamento definitivo della realtà arcaica della campagna, che ora viene vista come
dominata dalla legge della lotta per la vita , presente in ogni tempo e in ogni classe sociale. Di
conseguenza, l’idealizzazione colpisce solo alcuni personaggi, non la totalità del mondo rurale.
Ne risulta una costruzione bipolare: è un romanzo corale , ricco di personaggi, ma privo di
un protagonista vero e proprio , in cui risulta una duplice valenza del coro : da un lato ci sono
i malavoglia, fedeli ai valori puri, dall’altra la comunità del paese, mossa
esclusivamente dall’interesse. L’ottica del paese ha il compito di straniare i valori ideali dei
Malavoglia. Se Verga non rinunciai vagheggiamento dei valori autentici, li sovrappone alla
realtà popolare . Il romanzo ha una costruzione estremamente problematica, dal momento
che l’idealizzazione romantica si scontra con il pessimismo verghiano.

ROSSO MALPELO
Il personaggio di Malpelo. Rosso Malpelo è un ragazzo di cui quasi tutti ignorano il
vero nome, al punto che persino la mamma lo ha quasi dimenticato. Tutti, infatti, lo
chiamano Malpelo per via dei suoi capelli rossi che gli sono valsi non solo questo
spiacevole soprannome, ma anche una pessima nomina. Stando alle credenze popolari,
infatti, i capelli rossi sono indice di cattiveria. Trascurato e maltrattato da tutti, madre
e sorella comprese, Malpelo cresce “torvo, ringhioso, e selvatico" rassicurato solo dal
padre, che lo difende spesso, con cui lavora presso una cava di rena.
• la morte del padre. Le cose precipitano quando l’uomo, Mastro Misciu detto Bestia,
accetta di abbattere un pilastro considerato ormai inutile. Si tratta di un incarico molto
pericoloso, accettato solo per bisogno di denaro, che finisce con il costargli la vita
malgrado gli sforzi compiuti dal figlio per liberarlo dalle macerie. Il lutto segna
profondamente Malpelo, che decide di meritarsi definitivamente la nomina dovuta al
suo aspetto e inizia effettivamente a comportarsi in modo cattivo con tutti e ad avere
comportamenti violenti di vario tipo arrivando anche a picchiare il vecchio asino.
• il rapporto con Ranocchio. La sua solitudine fatta solo di duro lavoro, però, non è
destinata a durare, perché alla cava arriva Ranocchio: un ragazzo con un femore lussato
molto gracile e inesperto. Tra i due nasce uno strano legame: Malpelo maltratta il nuovo
arrivato e si rivolge spesso a lui in modo violento ma, d’altro canto, fa di tutto per
proteggerlo dandogli il proprio cibo e svolgendo al suo posto le mansioni più pesanti. Il
tempo trascorre in questo modo fino a che il cadavere di Mastro Misciu non viene
ritrovato consentendo al ragazzo di recuperare almeno gli attrezzi da lavoro del padre,
che decide di tenere come ricordo. Si tratta di una magra quanto temporanea
consolazione: Ranocchio, malato di tisi, dopo essere finito a terra per via di una spinta
del suo compagno di lavoro, peggiora e, nonostante gli sforzi dell’amico che gli porta
vino e minestra nel tentativo di farlo riprendere, muore.
• la conclusione. Ora Malpelo è definitivamente solo. La madre e la sorella sono andate
a vivere altrove e a lui non resta che lavorare nella cava dove le giornate sono talmente
dure da spingere addirittura un evaso, che lì aveva trovato un impiego e un rifugio, a
cercare una soluzione migliore. Senza nessuno che si prende cura di lui, il ragazzo
accetta di svolgere le mansioni più ingrate e rischiose al punto che un giorno, portando
con sé gli attrezzi del padre, scompare durante un’esplorazione del sottosuolo alla
ricerca di un pozzo. Inghiottito dalla terra Malpelo scompare lasciando ai ragazzi una
pesante eredità: la paura che il suo fantasma si aggiri per la cava “coi capelli rossi e gli
occhiacci grigi”.
MASTRO-DON GESUALDO
È il secondo romanzo del ciclo dei Vinti, ambientato nei primi decenni dell’800 , nell’ Italia
preunitaria, a Vizzini, in provincia di Catania. Gesualdo Motta, un muratore , è arrivato ad
accumulare una fortuna e , per entrare a far parte della nobiltà, sposa Bianca Trao. Nonostante
ciò, però, viene escluso dalla società nobiliare , che lo chiama utilizzando l’appellativo di “Don”
e di “mastro” . Ma la moglie non lo ama , e l’ha sposato solo perché la sua famiglia era in
rovina. Poco dopo il matrimonio rimarrà incinta di Isabella, figlia di un suo cugino. Questa,
come la madre, disprezzerà il padre che la darà in sposa al duca de Leyra, un nobile senza
denaro, a casa del quale andrà a vivere in vecchiaia e dove morirà sotto lo sguardo sprezzante
del servo.
Nel Gesualdo Verga resta fedele al principio di impersonalità , per cui l’autore rimane interno
alla storia rappresentata. Differentemente dai Malavoglia, il lessico è più alto, in quanto
non si è più in un ambiente popolaresca aristocratico. Il narratore del Gesualdo, inoltre,
non dà esaurienti informazioni sulle storie dei personaggi . La storia dell’ascesa sociale del
protagonista non è riportata dal narratore, bensì dal personaggio stesso che riesca il passato.
Un’altra differenza tra i malavoglia e il Gesualdo è che i primi sono un romanzo
corale, mentre il secondo ha al centro la figura del protagonista, su cui è focalizzata
gran parte della narrazione , grazie alla fitta presenza di discorsi diretti.
Scompare la bipolarità tra personaggi con valori e rappresentanti della lotta per la vita. Infatti,
il bipolarismo si interiorizza, trasformandosi in un conflitto interiore del
protagonista, i cui impulsi altruisti sono sempre legati l’interesse economico : la
“roba ” è il suo fine, ciò che lo porta a fare scelte come quella di rinunciare a Diodata, donna di
cui era innamorato e che lo amava, per sposare bianca e ottenere l’appellativo di Don. Il
pessimismo di Verga ,ormai assoluto, rappresenta l’inesistenza di un’alternativa ideale a una
realtà dura. Nonostante Gesualdo possa essere considerato un vincitore materiale , è,
in realtà, un vinto sul piano umano.
POSITIVISMO E DECADENTISMO
Nello stesso periodo del positivismo, (fra il 1870 e la prima guerra mondiale), si sviluppò
un'altra corrente di pensiero che è stata denominata irrazionalismo. Nella seconda metà
dell'Ottocento la Francia subì una dura sconfitta da parte della Prussia . Questo creò una crisi
ideologica connessa all’Imperialismo, al colonialismo e alle aspre lotte sociali e civili all'interno
delle nazioni, che vennero percepiti da alcuni pensatori come trionfo della violenza e della
legge del più forte, in sostituzione dei princìpi morali. L'ideale romantico di patriottismo si
trasformò in esasperato nazionalismo, finalizzato a scatenare guerre per dimostrare la potenza
del proprio Paese, affermando anche la supremazia dell'Europa sui popoli colonizzati. A Parigi la
Comune fu repressa dal governo repubblicano, presieduto dallo storico e politico conservatore
Louis-Adolphe Thiers (I797-1877). La politica estera francese puntò nelle conquiste coloniali e
la ripresa dell’industria. Proprio a partire dalla Francia nella seconda metà dell'Ottocento,
nacquero il Decadentismo e il Simbolismo. Il termine Decadentismo si afferma a Parigi nel
periodo che va dal1870 al1890. Questo termine trae origine dalla rivista “Le Decadent”
(1883 Paul Verlaine) molto in voga tra i poeti irrazionalisti.

Il Positivismo si diffuse in Francia alla fine dell’Ottocento, e pose i fenomeni positivi


al centro dell’indagine: i dati concreti oggettivi indagabili sperimentalmente.
L’ ideologia positiva venne elaborata da Auguste Comte nel trattato “Corso di
filosofia positiva”(1830-1842).
Secondo il filosofo, l’evoluzione umana doveva avvenire in tre stadi e culminava nello stadio
positivo, in cui la fantasia e il ragionamento astratto venivano sostituiti dall’osservazione dei
dati empirici e dal razionale metodo scientifico.( In questa fase la realtà poteva essere indagata
con un metodo scientifico.)
Tale metodo, doveva essere applicato anche alle scienze sociali, materie umanistiche, se si
fosse fatto ciò la vita e la società sarebbero migliorate: il mondo e l' uomo vivono secondo delle
leggi universali, conoscendo le potremmo arrivare a un miglioramento della società.
In quel periodo si sviluppò anche la teoria dell’evoluzionismo elaborata da Charles Darwin nel
suo saggio "L’origine della specie". Darwin eliminò l creazionismo, questo provocò una
spaccatura tra la Chiesa e Scienza, che saranno riallacciate da Papa Giovanni Paolo II La base
di ipotesi filosofiche e nuovi modi di pensare fu l’ unione tra l’evoluzionismo e il pensiero
positivista .

DECADENTISMO

Il termine decadentismo compare per la prima volte nel 1883 nel periodico parigino “Chat Noir”
, dove Paul Verlaine pubblicò un sonetto caratterizzato da un senso di disfacimento e di
fine dell’intera civiltà , proprie di un atteggiamento bohémien , ispirate al modello maledetto
di Baudelaire . Tale termine, usato dalla critica con valore dispregiativo, arrivò ad indicare, per i
decadenti, un privilegio spirituale . Quindi, tale parola, da indicare un movimento arrivò a
designare una vera e propria corrente letteraria collocata tra l’ottocento e il novecento , in
Italia meglio conosciuta come decadentismo, mente, in altri paesi, come “simbolismo”.

La visione del mondo decadente è basata sull’irrazionalismo misticheggiante, così come


sul rifiuto di una visione positivista , che porta il decadente a interessarsi al mistero della realtà
invisibile . Di conseguenza tale visione mistica , vede gli aspetti dell’essere legati da analogie e
corrispondenze, che sfuggono alla ragione e possono essere colte abbandonandosi a
un’empatia irrazionale. Questa rete di corrispondenze comprende anche l’uomo, poiché esiste
un’identità tra io e mondo, tra soggetto e oggetto che si fondono. Fondamentale è la
scoperta dell’inconscio, che distrugge ogni aspetto razionale.

Gli strumenti irrazionali della conoscenza sono gli stati abnormi ed irrazionali dell’esistere.
Questi stati si sottraggono al controllo della ragione . Fondamentali sono le esperienze
dell’ignoto e dell’assoluto, attraverso il panismo, ricorrente in d’Annunzio. Sono presenti,
inoltre, le epifanie, una sorta di rivelazione momentanea di un assoluto.

La poetica del decadentismo ha come strumento principale l’arte. Di conseguenza gli artisti
non sono altro che veri e propri sacerdoti di un culto. Questo culto, in particolare, ha portato al
fenomeno dell’estetismo. Di conseguenza, l’esteta è colui che ha come principio regolatore
della vita non la morale, ma il bello, collocandosi al di là della morale comune e filtrando la vita
attraverso l’arte. Perciò è alla continua ricerca di sensazioni rare e prova orrore per la banalità.
Se la poesia è veicolo di una rivelazione del mistero e dell’assoluto, la parola assume un valore
estremamente suggestivo ed evocativo. Ciò porta a una vera e propria rivoluzione del
linguaggio poetico , dove viene meno lo strumento comunicativo della parola , lasciando
spazio alla sua capacità di rivelare l’ignoto , una verità al di là dell’incomprensibilità . Emerge,
inoltre, il carattere estremamente aristocratico dell’arte decadente, dal momento che
rifiuta di rivolgersi a un pubblico borghese, richiudendosi nella sua suprema raffinatezza. Tale
scelta è principalmente legata alla presenza di una cultura di massa , ricca di prodotti fatti in
serie e delinea una frattura radicale tra artista e pubblico.

Tra le varie tecniche espressive tipiche del decadentismo vi è la musica, intesa come l’arte
suprema, in quanto è la più indefinita ed è svincolata da ogni significato logico e preferenziale
e vi è anche l’utilizzo di una sintassi vaga e imprecisa, costituita da parole con significati
diversi da quelli comuni. Inoltre, nel linguaggio non mancano le figure retoriche, di cui le più
ricorrenti sono la metafora e la sinestesia ; la metafora, vista come espressione di una visione
simbolica del mondo, è caratterizzata dalla capacità di unire cose attraverso un sistema di
analogie universali, sistema costruito attraverso legami tra realtà tra loro remote ma anche
dall’assenza di un secondo termine di paragone, spesso ignoto. La sinestesìa, invece, consiste
nell’ accostamento di più termini appartenenti a sfere sensoriali differenti e, come la metafora,
rimanda anche lei a una rete simbolica sotterranea.

Alla base della cultura decadente c’è l’ammirazione per le epoche di decadenza , come la
grecità alessandrina e l’età bizantina, caratterizzate dal culto per la raffinatezza, a cui si unisce
anche un vagheggiamento del lusso e della lussuria. Importante è anche il peso che viene
dato al tema della malattia : la malattia, infatti, è considerata come una vera e propria
metafora della condizione storica , ma anche come una condizione privilegiata, che separi
l’uomo che ne è colpito dal resto della massa. Di conseguenza i decadenti risultano affascinati
dalla malattia e dalla corruzione perché sono immagini della morte. Al fascino della malattia si
aggiunge quello per il vitalismo, inteso come esaltazione eccessiva della vita.

Il culto della vita, quindi, non è altro che un modo per esorcizzare l’attrazione morbosa della
morte , motivo per cui il vitalizio superomistico non è altro che un’altra faccia della malattia
interiore del poeta, che lo porta a rifiutare la normalità e a chiudersi in sé stesso. Nascono, in
questo periodo, delle figure proprie del periodo decadente, quali:

- l’artista “maledetto” che profana tutti i valori e le convenzioni della società


- L’esteta che vuole trasformare la sua vita in opera d’arte
- L’inetto a vivere che si sente escluso dalla società a lui contemporanea
- La donna fatale, dominatrice del maschio fragile e sottomesso.

La figura dell’inetto, in particolare, può essere associata a quella del fanciullino di Pascoli, per il
rifiuto della condizione adulta e dell’abbandono del nido familiare. A questa figura si
contrappone quella del superuomo di d’Annunzio, ispirato alle teorie di Nietzsche , individuo
superiore alla massa, forte e capace di dominarla.

DECADENTISMO E ROMANTICISMO

Il decadentismo può essere considerato come una seconda fase del Romanticismo, dove
all’eccessivo slancio entusiastico segue un senso di stanchezza, di smarrimento, che induce a
ripiegarsi nell’analisi della propria malattia interiore. Infatti, al romanticismo che mirava alle
vaste costruzioni concettuali, segue l’esaltazione non più della totalità, ma del frammento, che
assume un ruolo primario. Inoltre, all’artista romantico che ricopriva ruoli politici e sociali, si
contrappone lo scrittore decadente, che rifiuta ogni impiego e che sostiene il principio di una
poesia pura, che non sia contaminata da alcun interesse di tipo politico o sociale.

DECADENTISMO E NATURALISMO

Decadentismo e naturalismo sono fenomeni culturali paralleli e compresenti, le cui opposte


fisionomie possono essere spiegate solo considerandole espressione di gruppi intellettuali
appartenenti a ideologie differenti: mentre gli scrittori naturalistici sono integrati nella
borghesia e ne accettano e ne condividono il materialismo e la fiducia nel futuro, i decadenti
rifiutano la società esistente e con i loro atteggiamenti “maledetti”, si estraniano dall’orizzonte
culturale tipico borghese. Nonostante ciò, scrittori decadenti e naturalisti condividono alcune
tematiche ; in Zola, ad esempio, emergono i temi del vitalizio panico e del compiacimento per
le atmosfere malate , mentre in d’Annunzio , in Terra Vergine, ale tendenze veristiche si
mescola il gusto per l’irrazionalità e il compiacimento tipico decadente per la regressione alla
condizione tipica delle belve. Inoltre, bisogna ricordare che la suddivisione degli artisti in
correnti letterarie deriva da un processo di astrazione, attraverso il quale suddividiamo la storia
in periodi più brevi, per ordinare e classificare i fenomeni che si sono verificati nel passato.

BAUDELAIRE

Nato a Parigi nel 1821, in una famiglia borghese, vive la vita dissipata della bohème letteraria ,
vita che può permettersi solo dedicandosi alla critica letterariaaa, con la quale guadagnerà
notevole autorità. Successivamente verrà attratto dall’atmosfera cupa dei racconti
dell’americano Edgar Allan Poe, la cui influenza emergerà nella sua opera “I fiori del male”. Si
dedicherà, inoltre, alle traduzioni, come quella dei Racconti Straordinari di Poe, ma anche a una
vasta serie di saggi di critica letteraria ed artistica, come lo Spleen di Parigi.

I fiori del male , nella prima edizione, comprendevano ben 100 opere, distribuite in 5 sezioni :
spleen e ideale, i fiori del male, la rivolta, il vino, la morte. L’opera suscitò enorme scandalo
nella critica e nel pubblico , tanto che il tribunale condannò l’autore, che preparò una seconda
edizione arricchita di 35 testi e aggiunse una nuova sezione, “quadri parigini”. I fiori del male
sono un’opera unitaria , con un disegno organico. Nella prima parte , intitolata spleen e ideale,
il poeta, per fuggire allo Spleen, uno stato di depressione per il mondo in cui vive, tenta di
protendersi verso l’ideale e verso la bellezza, tensione che risulta vana. Nella seconda sezione,
invece, si immerge nella realtà delle città industriali. Nelle sezioni successive emerge il
tentativo di evasione dalla propria condizione e la conseguente fuga verso l’esotico . Tale
tentativo si rivelerà vano, motivo per cui rivolgerà una preghiera a Satana, modellandola sulle
litanie della Vergine . Così, inseguito all’inefficacia di questo tentativo, si rivolge alla morte,
intesa come possibilità di esplorare l’ignoto. Il titolo, in particolare, come il resto dell’opera,
mostra un carattere provocatorio, dal momento che i fiori, visti dalla tradizione poetica
precedente come simbolo di bellezza e purezza, ora sono associati all’idea del male. Il titolo si
lega così all’idea della vegetazione malata.

I temi principali sono il conflitto artista-società e la bellezza del male, attraverso la quale
trasforma la poesia nella negazione più totale dei valori morali a lui contemporanei.
Fondamentale è, inoltre, l’espediente della provocazione, rivolta persino al lettore , al quale,
attraverso una poesia proemiale, vengono attribuiti tutti i vizi da lui nominati , smascherando
così il volto della società borghese, che si nasconde dietro il disprezzo di tutto ciò che è
amorale. Di conseguenza il poeta si sente affratellato con la società borghese per la comune
condizione di miseri, dal momento che il poeta stesso, prima depositario della cultura, ora
diventa succube di una condizione misera.

Tale condizione legata al momento storico in cui il poeta vive, filo conduttore di tutta l’opera, è
affiancata allo Spleen, uno stat di noia che nasce dalla consapevolezza della realtà moderna.
Infatti, ora persino la natura, che era vista come un Eden di innocenza , risulta contaminata
dall’uomo . Il poetai particolare, di fronte a questa situazione, risente della necessità di una
purezza , di un’elevazione verso il divino , che però viene ostacolata dall’invincibile male. Così il
poeta risulta attraversato dal conflitto tra Paradiso e Inferno , conflitto che trova risoluzione
attraverso la morte, intesa come viaggio verso l’ignoto. Neppure l’amore può allietare l’animo
del poeta, dal momento chela donna è vista sia come essere corporeo, sia come demonio,
motivo per cui il rapporto amoroso si trasforma in una guerra tra i due sessi.

Dal punto di vista formale la poesia Baudelairiana inaugura 2 filoni fondamentali della poesia
moderna , ricercando le corrispondenze, ossia legami misteriosi che uniscono la realtà in un
unità occulta e attraverso l’allegoria, intesa in senso moderno , non più come un rimando a una
realtà certa, bensì come un approdo a realtà non definitive . L’assenza di punti di riferimento e
di verità assolute, quindi, porta l’autore a esprimere le sue forti tensioni conflittuali inferne
nella sua poesia, all’interno della quale si alternano temi sublimi e tragici; bassi e degradanti ,
anche attraverso l’utilizzo di metafore ardite e al limite della stravaganza , amplificate
dall’utilizzo del verso più classico della tradizione francese , l’alessandrino , che corrisponde al
settenario doppio.

D’ANNUNZIO
N
asce a Pescara da una famiglia borghese. Ben presto si dedica alla stesura di opere
letterarie che spesso suscitavano scandalo per i loro contenuti erotici. In questo periodo,
in particolare, D’Annunzio si dedica alla costruzione della maschera dell’esteta,
rifiutando la mediocrità borghese e rifugiandosi in un mondo di pura arte. A questa fase
estetizzante succedette quella del superuomo, mito ispirato alle teorie del filosofo tedesco
Nice. Per il momento, però, il superuomo rimaneva un vagheggiamento fantastico, mentre
d’Annunzio provava a creare l'immagine di una vita eccezionale , sottratta alle regole del
vivere comune. A creargli un alone di mito contribuivano i suoi numerosi amori, quali quello per
l’attrice Eleonora Duse. Infatti, il suo scopo era quello di porsi in primo piano
nell'attenzione pubblica , per vendere meglio i suoi prodotti letterari. Infatti, lo scrittore che
più disprezzava la massa, era costretto a lusingarla e attirarla a sé. Tale contraddizione, in
particolare, non fu mai superata da d’Annunzio , che ora non si accontentava più della vita da
esteta, bramando l’attivismo politico. Allo scoppio del conflitto, infatti, tornò in Italia e iniziò la
sua campagna interventista, arruolandosi , nonostante avesse 52 anni e attirando, di
conseguenza, su di sè l'attenzione ,anche con imprese clamorose. Nel dopoguerra, invece,
egli , spinto dalla delusione per la vittoria mutilata, si pose al capo di una marcia di volontari su
Fiume, venendo esaltato dal fascismo come padre della patria , anche elaborando ideologie e
slogan che furono fatti propri dl fascismo.

Le sue prime opere furono la raccolta di novelle di Terra Vergine , legato al Verga di Vita dei
Campi. Nel Canto Novo, oltre alla metrica barbara, ripropone il senso tutto “pagano “
delle cose sane e forti , portandole al limite e portandole alla fusione tra io e natura,
presentimento del futuro panismo della pioggia nel pineto. Il mondo della terra Vergine è
idillico, non problematico: in una natura rigogliosa esplodono passioni primordiali. sul piano
narrativo, vi è una forte opposizione con il contemporaneo verismo, dal momento che
l’intromissione del narratore è frequente. simili sono le raccolte successive, quali le
novelle della Pescara, in cui accanto all’interesse regionale e dialettale, emerge il
compiacimento per un mondo magico e superstizioso. Nonostante vi siano dei riferimenti al
verismo verghiano, mancano gli interessi sociali , essendo più vicina al decadentismo . A
partire dagli anni 80 inizia la fase dell'estetismo dannunziano, espresso nella formula “il verso
è tutto” : l'arte è il valore supremo, a tal punto che la vita arriva a sottrarsi alle leggi del bene
e del male per sottomettersi alla sola legge del bello. Ciò lo porta al culto religioso della
bellezza e ad una ricerca continua dell'eleganza. Di conseguenza, emerge il personaggio
dell'esteta, colui che si allontana dalla società borghese , in favore di un mondo rarefatto e
sublimato di pura arte e bellezza , in risposta ai processi sociali che avvenivano nell'Italia
postunitaria. Quindi, l'esteta rappresenta una forma immaginaria di risarcimento di fronte alla
condizione degradante dell'artista. Ma d’Annunzio vuole che tale forma immaginaria diventi
reale : infatti, si preoccupa di produrre libri di successo , sfruttando le leggi capitalistiche
per fondare una nuova immagine di intellettuale, in modo da vivere nelle stesse condizioni
agiate dei suoi predecessori.

Ma, ben presto, risente della fragilità dell’esteta portando l’estetismo in crisi. il culto della
bellezza, infatti, si trasforma in menzogna. il suo primo romanzo, il piacere, ha come
protagonista un esteta, Andrea Sperelli, il quale entra in crisi a causa del rapporto con la
donna. Infatti, risulta diviso tra 2 figure femminili :Elena Muti, la donna fatale e Maria Ferres, la
donna pura, che rappresenta la possibilità di elevazione spirituale. Nonostante il personaggio
rappresenti, di fatto, lo stesso autore, il narratore ha un atteggiamento impietosamente
critico, arrivando a pronunciare giudizi molto duri. È , di conseguenza, evidente l’ambiguità
dell’opera, dal momento che lo stesso protagonista esercita un certo fascino sullo scrittore, a
causa della sua mutevolezza camaleontica. Inoltre, è fondamentale sottolineare che, di fatto,
quest’opera può essere considerata un romanzo psicologico dal momento che i processi
interiori dei personaggi sovrastano gli eventi esteriori e anche che compare la tendenza di
costruire sotto i fatti concreti una serie di allusioni simboliche.

Al piacere, succedono una serie di opere sperimentali, in cui è forte l’influenza di Dostoievskij
nell’Innocente, un’esigenza di rigenerazione e di purezza. A questa segue la raccolta poetica
del Poema Paradisiaco, in cui emerge il desiderio di recuperare l’innocenza infantile , così come
la rappresentazione di stati d’animo tipici del decadentismo francese, quali un senso di
estenuazione e di morte, atmosfere sfatte e un languore voluttuoso.

I ROMANZI DEL SUPERUOMO


d’Annunzio coglie alcuni aspetti del pensiero di Nietzsche , quali : il rifiuto del conformismo
borghese, l’esaltazione dello spirito dionisiaco, il rifiuto dell’etica della pietà , l’esaltazione
dell’affermazione di sé e il mito del superuomo. Il suo atteggiamento antiborghese e
antidemocratico, in particolare, lo porta al vagheggiamento dell’affermazione di una nuova
aristocrazia, caratterizzata dal culto del bello e dall’esercizio della vita attiva ed eroica. Il
motivo del superuomo, quindi, è interpretato da d’Annunzio come il diritto di pochi esseri
eccezionali ad affermare sé stessi , sprezzando le leggi comuni del bene e del male.
Bisogna ricordare, però, che l’affermazione del superuomo non corrisponde al superamento
dell’immagine dell’esteta. L’estetismo, però, muta, divenendo volontà di dominio della realtà.
Di conseguenza, l’eroe non si accontenta più di sogni di grandezza, ma vuole metterli in atto. Il
mito del superuomo, però, cela uno scopo politico, che consiste nel contrastare le
tendenze che ad emarginare e degradare l’intellettuale , una figura fondamentale, in
quanto dotata della funzione di vate , di guida. Egli, infatti, deve riscattarsi , sottolineando il
suo ruolo di profeta di un ordine nuovo e ponendo fine al caos del liberalismo borghese.
Inoltre , uno degli aspetti più importanti del superuomo è il suo rapporto con la società : infatti,
non si oppone alla realtà dominante come faceva l’esteta, ma risulta conforme alle tendenze
dell’età dell’imperialismo.

IL TRIONFO DELLA MORTE

Rappresenta una fase di transizione rispetto al delineamento della nuova figura mitica. L’eroe,
Giorgio Aurispa, è un esteta travagliato da un’oscura malattia interiore , che va alla ricerca di
un nuovo senso della vita . Un breve periodo passato con la sua famiglia, però, lo mette in
crisi , facendogli rivivere il rapporto conflittuale con suo padre e la nevrosi della vita familiare.
Insieme con la donna amata, Ippolita Sanzio, si ritira in un villaggio abruzzese, dove rientra in
contatto con la sua gente e i suoi arcaici costumi. Ma viene respinto quel mondo barbarico e
primitivo , cosa che comporta il fallimento della ricerca di un misticismo religioso. Si oppongono
a lui, inoltre, le forze oscure della sua psiche, che si manifestano nella sua donna . Così
prevalgono su di lui le forze negative della morte , che lo spingono a uccidersi al termine del
romanzo. Tale suicidio, però, non ha solo una valenza narrativa : simboleggia, infatti,
l’abbandono del peso che opprimeva lo stesso autore e , di conseguenza, la possibilità di
intraprendere una nuova via, quella del superuomo. Può essere considerato un vero e proprio
romanzo psicologico, incentrato sulla visione soggettiva del protagonista. L’intreccio, di
conseguenza, risulta scarno, dal momento che è sostituito dalla dinamica dei processi interiori.
Ciò è legato al fatto che il protagonista rifiuta il mondo sociale e si chiude nel suo io.

VERGINE DELLE ROCCE

Segna una svolta ideologica radicale, dal momento che d’Annunzio vuole proporre la figura di
un eroe forte e sicuro, a tal punto che un critico successivo, Salinari, arriverà a definirlo “il
manifesto politico del Superuomo” . L’eroe, Claudio Cantelmo , vuole portare a compimento “
l’ideal tipo latino “ e generare il futuro re di Roma che guiderà l’Italia a destini imperiali. Il
superuomo, infatti, non deve più temere le forze disgregatrici che avevano portato Giorgio
Aurispa al suicidio, dal momento che alimenta i suoi grandi disegni. Perciò l’eroe va alla ricerca
della donna con cui generare il futuro superuomo , in una famiglia della nobiltà borbonica . Di
fatto, però , il tema della morte rimane sempre centrale, dal momento che l’esaltazione del
vitalismo e esasperato e l’attivismo eroico sembrano solo modi per esorcizzare la paura della
morte. Il romanzo si chiude con la perplessità dell’autore che non riesce a scegliere tra le 3
principesse , anche se, di fatto, sceglie Anatolie, la quale, però, non può essere al fianco
dell’eroe, dal momento che deve accudire la madre, i fratelli e il padre. Così si lascia ammaliare
da Violante, immagini un Eros distruttivo e crudele . Nonostante i personaggi siano egli eroi,
questi rimangono sempre deboli e sconfitti . In principio, la Vergine delle Rocce , doveva essere
il primo di un ciclo , il ciclo del giglio, composto da 3 opere che, di fatto, non vennero mai
scritte.

IL FUOCO

È il romanzo che si prefigge come manifesto letterario del superuomo . L’eroe, Stelio Effrena ,
vuole creare un nuovo teatro, che forgi lo spirito nazionale della stirpe latina. Non mancano
forze oscure che si oppongono all’eroe sotto forma di donna Foscarina Perdita, che, con il suo
amore possessivo, ostacola l’eroe . Il romanzo, però, si conclude con il sacrificio di Foscarina
che allontanandosi dall’eroe, gli dà la possibilità di compiere il suo progetto. Nonostante ciò,
l’eroe non raggiungerà il suo scopo. Come le Vertigini delle rocce , anche il Fuoco doveva far
parte di un ciclo, quello del melograno, che non verrà mai completato.

FORSE CHE Sì FORSE CHE NO

Il protagonista è Paolo Tarsis, che realizza la sua volontà eroica nel mondo . In quest’opera
d’Annunzio si offre come celebratore di un simbolo della realtà moderna , la macchina . Ma al
protagonista si oppone la “Nemica” una donna sensuale e nevrotica , Isabella Inghirami.
Tuttavia l’eroe trova un’inaspettata via di liberazione : mentre cerca la morte , sicuro di
precipitare con l’aereo in mare, riassalito dal desiderio della vita, riesce ad approdare sulle
coste della Sardegna.

LE LAUDI

Nel campo della lirica d’Annunzio vuole affidare la summa della sua visione all’opera composta
da 7 libri e intitolata “laudi del cielo del mare della terra e degli eroi”

MAIA

Non è una raccolta di liriche, ma un lungo poema unitario di oltre 8000 versi , in cui vengono
abbandonate la metrica tradizionale e barbara in favore del verso libero con rime prive di uno
schema fisso. Si presenta, a primo impatto, come un carme ispirato e perverso da uno slancio
dionisiaco e vitalissimo. Il poema è una trasfigurazione mitica di un viaggio in Grecia, dove
l’”io” si presenta come eroe “ulisside” , dal momento che il viaggio è immerso, almeno in un
primo momento, in un’atmosfera mitica, mentre, successivamente, il protagonista deve
confrontarsi con la realtà moderna e le città emerse di potenzialità vitali. Il contatto con il
presente porta, in quest’opera, il poeta a parlare di argomenti a lui contemporanei, quali il
capitale e le macchine poiché racchiudono in sé possenti energie che possono essere utilizzate
per scopi eroici. È questa l’ultima tappa della ricerca del ruolo dell’intellettuale all’interno della
civiltà borghese moderna , dopo la crisi dell’esteta. Con Maia nel mondo moderno d’Annunzio
scopre una segreta bellezza e, da questo momento in poi, non si contrappone più alla realtà
borghese moderna, ma si propone come “vate” . Compare, ancora una volta, il tema della
morte, dietro alla celebrazione epica, dove è facile vedere la paura e l’orrore del letterato
umanista dinanzi alla realtà industriale che tende a farlo scomparire.

ALCYONE

È il terzo libro delle Laudi , caratterizzato dalla quasi totale assenza del discorso politico e
celebrativo, in favore del tema lirico della fusione panica con la natura, con un
atteggiamento di evasione e contemplazione. L’opera può essere considerato un vero e proprio
diario ideale di una vacanza estiva , dai colli fiesolani alle coste tirreniche. Le liriche, scritte
e solo successivamente ordinate in un disegno organico, contengono 88 componimenti. La
collocazione temporale, Comunque, non è casuale, ma è legata alla concezione dell’estate
come di una stagione propizia . Risulta presente, quindi, il tema del vitalizio panico,
basato sulla fusione dell’io del poeta con il fluire della vita del tutto. Ciò è espresso attraverso
la ricerca di una sottile musicalità, con un linguaggio analogico, basato sulla corrispondenza di
immagini. Questa caratteristica lo porterà ad essere acclamato dalla lirica, che arriverà a
definirlo una “poesia pura “ libero dall’ ideologia superomistica . Nonostante ciò, tale poesia
risulta perfettamente inserita nel disegno ideologico delle Laudi. Non manca, infatti, la ripresa
di alcuni temi presenti negli altri libri , quali l’esaltazione di una violenta vitalità dionisiaca e
l’ulissimo, inteso come febbre di vivere tutte le esperienze, al di là di ogni limite ,
simboleggiato dal mito di Icaro. Subentrano, di conseguenza, la tensione retorica e la gonfiezza
enfatica fatta di esclamazioni e interrogazioni. L’ideologia superomistica offre alcuni dei
risultati più alti della poesia d’Annunziana , che ha influenzato fortemente la lirica novecetesca.

GIOVANNI PASCOLI

Nasce il 31 dicembre 1855 a San Mauro di Romagna , da una famiglia della piccola borghesia
rurale, il cui patriarca fu ucciso a fucilate il 10 agosto 1867 . La chiusura nel nido familiare
e l’attaccamento alle sorelle rivelano la fragilità della struttura psicologica del
poeta, che cerca entro le pareti della sua casa la protezione dal mondo esterno. Il passato di
lutti e dolori , inibisce il rapporto con l’altro; perciò non è presente la vita amorosa, che ai suoi
occhi ha un fascino torbido, in quanto è qualcosa di proibito e misterioso . Le esigenze affettive
sono infatti soddisfatte dal rapporto sublimato con le sorelle, che hanno una funzione materna.
Perciò il matrimonio di una delle sue sorelle lo porterà a vere e proprie manifestazioni
depressive. Questa complessa situazione familiare è alla base del carattere turbato e morboso
della poesia di Pascoli.

La formazione di Pascoli fu positivistica . In Pascoli, infatti, si riflette quella crisi della


scienza che caratterizza la cultura di fine secolo, segnata dalla fine del Positivismo e dall’
affermarsi di tendenze spiritualistiche e idealistiche , che lo portano a fare i conti con l’ignoto ,
verso cui l’anima si protende ansiosa . Tale tensione, però, non si concreta in una fede
religiosa : infatti, il fascino su di lui esercitato dal cristianesimo resta, infatti, nei limiti del
messaggio morale di fraternità evangelica. Inoltre, viene meno l’ordine del reale che, nel
mondo pascoliano, viene sostituito da una visione frantumata , dal momento che i
racconti sono il risultato di impressioni momentanee .

Gli oggetti materiali, in particolare, hanno un forte rilievo nella poesia pascoliana ; i
particolari ,infatti, sono filtrati attraverso la visione soggettiva del poeta e si caricano di visioni
allusive e simboliche che rimandano sempre a messaggi misteriosi e affascinanti. Il termine
preciso diventa, quindi, la formula che permette di andare al cuore della realtà. Il mondo,
infatti, è visto attraverso il velo del sogno e perde ogni sfumatura oggettiva in un
gioco di metamorfosi tra apparenze illusorie. La conoscenza del mondo avviene attraverso
strumenti interpretativi non razionali. La sfera dell’io si confonde con quella della realtà
oggettiva , motivo per cui le cose si caricano di significati umani ([Link]) .

La poetica

Ha come tema centrale la coincidenza la poeta-fanciullo . Secondo Pascoli, in particolare, il


fanciullo che si trova dentro ognuno di noi vede tutte le cose con stupore e
meraviglia , dà il nome alle cose utilizza un linguaggio lontano dalla comunicazione
abituale. Dietro alla metafora del fanciullino si può scorgere la concezione della poesia come
come conoscenza prerazionale, attraverso la quale si può cogliere l’essenza segreta delle
cose . Il poeta appare, quindi, come un veggente, colui che è in grado di attingere all’ignoto .

La concezione della poesia pura in Pascoli è legata non solo all’assenza di fini pratici o
estetici, ma è anche lontana da obiettivi civili e morali , dal momento che deve essere
assolutamente spontanea e disinteressata. Nonostante ciò, dietro la poetica del fanciullino è
implicito il messaggio sociale legato a un’utopia di fratellanza universale che esclude il
concetto di lotta tra classi. Egli rifiuta, infatti, la poesia elitaria in favore di una poesia dalle
tematiche umili, dal momento che l’autore stesso si propone come cantore delle realtà umili
così come celebratore delle glorie nazionali ed evocatore dei miti e degli eroi classici.

I temi della poesia pascoliana

La poesia pascoliana rivela una sensibilità tipica decadente, nonostante Pascoli non possa
essere definito propriamente decadente, dal momento che era l’esatto contrario del poeta
maledetto, che rifiuta la normalità borghese e assume atteggiamenti provocatori , in quanto
incarnava l’immagine dell’uomo comune, appagato dalla sua vita modesta. Tale aspetto viene
ripreso nella sua poesia, dove emerge una visione della vita che presenta fini pedagogici,
morali e sociali. È, infatti, la celebrazione del piccolo proprietario rurale, che si garantisce da sé
la sopravvivenza e la dignità. A questo filone della poesia pascoliana appartiene il sogno di
un’umanità affratellata, che trovi la consolazione del male di vivere nella solidarietà.
Un’altro tema ricorrente nella poesia pascoliana è quello del ritorno dei morti, tematica che
assume un valore pedagogico, dal momento che la tragedia causata dall’assassinio del padre è
trasformata da Pascoli in una vicenda esemplare, da cui si può concludere che il male
serpeggia tra gli uomini. Poiché si fa veicolatore di connetti morali e sociali, assume le
funzioni di poeta vate, che canta le glorie della patria e ribadisce alla massa la fede in
alcuni valori elementari ma fondamentali : la famiglia, la fratellanza e la fedeltà ai morti.
Inoltre, per via dei suoi temi, le opere di pascoli erano quelle che più spesso venivano imparate
a memoria , anche per via del suo linguaggio semplice. Ma tale concezione risulta riduttiva ,
poiché esclude gli aspetti più inquietanti della sua poetica, aspetti che lo rendono uno dei più
grandi poeti italiani. Infatti, è in grado di rendere l’inquietante dimensione del reale caricando
gli oggetti più comuni di sensi simbolici, proiettando nella sua poesia le sue ossessioni profonde
, portando alla luce le zone più oscure della psiche. I due Pascoli individuati, però , sono
accomunati da una radice comune, quali la celebrazione delle piccole cose e l’attaccamento al
nido. Non mancano, purtroppo , i sentimenti riguardo alla contemporaneità, piena di paure che
lacerto la coscienza, come la paura dell’instaurazione di regimi totalitari e i conflitti
imperialistici.

Soluzioni formali

Per quanto riguarda la sintassi prevale la coordinazione sulla subordinazione, motivo per cui
la struttura risulta composta da frasi brevi , allineate senza rapporti gerarchici . Spesso, inoltre,
le frasi risultano prive di un soggetto e assumono la forma dello stile nominale. La
frantumazione pascoliana, però, ha una radice più profonda : rivela il rifiuto di una
sistemazione logica dell’esperienza , il prevalere delle sensazioni momentanee e
immediate , nonché la traduzione di una visione tipicamente fanciullesca. La conseguenza
principale di tale visione è che gli oggetti comuni appaiono come immersi in un sogno , poiché
presentano una fisionomia stranita. Il lessico, invece, non risulta lineare, bensì come il
risultato della fusione di registri linguistici diversi , scelta stilistica che rispecchia la volontà di
abolire la lotta tra classi, come nella poesia abolisce la “lotta ” tra le classi di oggetti e parole.
Troviamo, quindi termini aulici mescolati a termini dialettali; termini provenienti dalla
semantica della botanica e dell’ornitologia a parole quotidiane e straniere. Tale pluralità di
registri costituisce una forte infrazione alla norma dominante nella poesia italiana. Grande
rilievo hanno poi gli aspetti fonici, quali le forme programmatiche , intese come espressioni che
si trovano al di sotto della lingua , quali le onomatopee , che hanno lo scopo di permettere
l’immediato riconoscimento dell’oggetto. Oltre alle onomatopee, sono presenti anche suoni
con valore fonosimbolico, che creano una rete di rimandi ed echi che percorre l’intero testo.
Per quanto riguarda la metrica, invece, Pascoli utilizza i versi più consueti della poesia italiana,
ma, con il sapiente gioco degli accenti, sperimenta cadenze ritmiche inedite. Fondamentale è
l’utilizzo degli enjambements , che favoriscono la frantumazione del discorso. Infine , si può
affermare che Pascoli utilizzi un linguaggio analogico.

SVEVO

LA VITA

Aron Hector Schmitz nasce a Trieste nel 1861 in un’agiata famiglia borghese di religione ebrea.
A partire dal 1880 collaborò con il giornale “l’Indipendente “ fino al fallimento del padre, che lo
costringerà a lavorare. Il suo lavoro, però, lo opprimeva, perciò cercò un’evasione nella
letteratura, dedicandosi alla letteratura di classici italiani e narratori ottocenteschi francesi. A
partire dal 1896, in seguito al matrimonio con Livia Veneziani, entrò nel mondo dell’alta
borghesia e fu in grado di intraprendere numerosi viaggio Francia e i Inghilterra. Così diventa
un uomo d’affari e, dopo un periodo di fermo, inizia nuovamente a scrivere, grazie all’incontro
con James Joyce, da cui prese lezioni di inglese e grazie all’incontro con la psicoanalisi, che
conobbe grazie al cognato che era stato in terapia con Freud. Quando la fabbrica di vernici fu
espropriata per volere delle autorità austriache, Svevo potè dedicarsi totalmente alla scrittura
e, nel 1923 , pubblicò la Coscienza di Zeno. Mentre in Francia ebbe grande successo, in Italia fu
circondato da un’atmosfera di disinteresse e di diffidenza, a eccezione di Montale, il quale gli
dedicò un ampio saggio, riconoscendo la sua grandezza. Muore nel 1928. Bisogna ricordare
che Trieste era una città di confine, in cui confluivano 3 culture diverse: tedesca, italiana e
slava (non è un caso che abbia scelto lo pseudonimo di italo svevo). Alla sua straboccante
cultura si aggiungono, inoltre , le radici ebraiche che permisero a Svevo di avere una
prospettiva ben più ampia di quella di molti scrittori italiani, anche grazie agli stretti rapporti
con l’Europa Centrale. Inoltre, Svevo non può propriamente essere considerato un “letterato
puro”, in quanto non coincide confla figura tradizionale del poeta italiano che si dedica
principalmente alla scrittura e che per mantenersi svolge il lavoro di professore o editore ,
anche poiché i suoi studi furono esclusivamente commerciali e la sua cultura letteraria e
filosofica era solo frutto di ampie letture personali.

CULTURA

Alla base delle sue opere vi è una robusta cultura filosofica. Tra i filosofi che più lo
influenzarono ci sono : Schopenhauer, dal quale riprende il pessimismo radicale e la
necessità di smascherare gli inganni, come accade nel caso degli autoinganni dei suoi stessi
personaggi , che tentano inutilmente di occultare le motivazioni delle loro azioni; Nietzsche
dal quale trae l’idea del soggetto come pluralità di stati in fluido divenire . Inoltre, risulta
influenzato da Darwin e dalla sua teoria evoluzionistica fondata sul concetto di selezione
naturale e di lotta per la vita. Perciò Svevo presenta il comportamento dei suoi personaggi
come conseguenza di leggi immodificabili, nonostante sia in grado di cogliere anche la matrice
storica, legata ai rapporti sociali. Emergono, inoltre, delle forti influenze esercitate dalla
psicoanalisi , influenze dettate dall’interesse per le tortuosità della psiche profonda ma he, di
fatto, lo portano a considerarla non una vera e propria terapia, ma uno strumento conoscitivo
efficace. Viene ripresa anche la visione del mondo di Marx, basata sulla lotta di classe. Sul
piano letterario, invece, riconosciamo l’influenza di :

- Flaubert e Madame Bovary da cui riprende la maniera impietosa di rappresentare la miseria


della coscienza della piccola borghesia e l’atteggiamento irrisorio nei confronti
dell’inettitudine e della tendenza al sogno.
- I naturalisti e in particolare Zola, ripreso nella minuziosa descrizione dell’ambiente della
banca
- Paul Bourget e il nuovo romanzo psicologico
- Dostoevskij , lo scrittore che si addentra nelle zone più segrete della psiche
- Gli umoristi inglesi : Swift e Dickens

In precedenza a critica aveva associo l’Ulisse di Joyce alla Coscienza di Zeno , ma oggi risultano
accomunati solo da una visione del mondo tipica del novecento. Dal punto di vista linguistico,
però , bisogna ricordare che la sua prosa è lontana dal “bello scrivere” della tradizione
letteraria italiana, caratterizzata da un lessico prezioso, anche dal momento che Svevo,
conoscendo il tedesco, ripropone spesso i costrutti tipici della lingua tedesca e poiché il
linguaggio è quello tipico di un borghese triestino che usa l’italiano. Nonostante ciò, il
linguaggio risulta efficace e caratterizzato dalla tendenza di riprodurre il modo di esprimersi dei
personaggi, in particolare nelle parti in cui si ha una dimensione interiore. In Senilità e in Una
vita , artati in 3° persona, domina il discorso diretto libero.

UNA VITA

Nel 1892 fa pubblicare a sue spese l’opera che avrebbe dovuto avere come titolo “ Un inetto”,
titolo che fu sconsigliato dal suo editore , che preferì “una vita”. Il romanzo, comunque, suscitò
pochissima attenzione. Il protagonista, Alfonso Nitti, dopo la morte del padre, abbandona il
paese e la madre e diventa un impiegato presso la banca Maller, ma il lavoro è , per lui,
mortificante. Il giovane, così, evade dalla realtà e dalla sua condizione costruendo “sogni da
megalomane ” e vagheggiato la gloria letteraria. L’occasione di riscattarsi effettivamente gli
viene offerta da un invito a casa del padrone della banca, Maller, in occasione del quale evento
conosce Macario, un giovane brillante che diventerà il suo modello e Annetta, la figlia di Maller,
accomunata dal medesimo desiderio di gloria letteraria. Così, iniziano la stesura di un romanzo
insieme ma, di fatto, non riusciranno a completarlo dal momento che Alfonso, in preda a
un’inspiegabile paura, lascia la città adducendo la scusa della malattia della madre. Una volta
tornato in città, però, scopre che Annetta si è fidanzata con Macario e gli viene assegnato un
compito di minore importanza. Da questo momento in poi commette una serie di errori
irreparabili che lo costringeranno a cercare nella morte la sola via di scampo.

Nel complesso, emergono i legami con i romanzi moderni quali quello della” scalata sociale “e
quello “di formazione” . La ripresa del primo è evidente nella descrizione di un giovane
provinciale ambizioso che vaneggia sogni di gloria ; mentre del secondo emerge il processo
attraverso il quale il giovane si forma alla vita . È presente, inoltre, l’influenza dei naturalità e di
Zola nella volontà di voler ricostruire un determinato quadro sociale , attraverso la resa di una
presa immagine di vari settori di attività della società moderna. Nonostante sia una
componente molto importante, al centro si colloca l’aalisi della coscienza del protagonista.

Con la figura di Alfonso si inaugura la figura dell’inetto, che ritornerà anche nei libri successivi.
L’inettitudine è una debolezza, un’insicurezza psicologica che rende il protagonista incapace di
vivere . Tale condizione, però , viene ricollegata a radici sociali , dal momento che lui era un
semplice apparentemente alla piccola borghesia, che si sentiva minacciato dalla grande
borghesia e che si sentiva lontano dagli ideali della società, il cui unico scopo era arricchirsi.
Alfonso è afflitto da tale condizione di diversità che è da lui considerata come inferiorità . Di
conseguenza, l’impotenza sociale diviene impotenza psicologica , come testimoniato dal fatto
che il modello di Alfonso sia Macario, un giovane brillante . Proprio a causa della sua inferiorità,
Alfonso ha bisogno di crearsi una realtà compensatoria: il suo riscatto è rappresentato dalla
vocazione letteraria , che gli permette di costruirsi, attraverso i suoi sogni da megalomane una
maschera fittizia, che lo protegga dalle sue frustrazioni. Alla figura di Alfonso, nel corso
dell’opera , si oppongono la figura del Padre, incarnata da Maller, possente e terribile e quella
del rivale, Macario, che possiede tutte le qualità che il protagonista vorrebbe avere.

l’impostazione narrativa è del tutto particolare ; risulta caratterizzata da una voce “fuori
campo” che si riferisce ai personaggi in terza persona . Il narratore risulta vicino al codice
dell’impersonalità e predomina la focalizzazione interna al protagonista , dal momento che il
punto di vista è collocato nella sua coscienza , prettamente soggettiva. Tale soggettività,
quindi, permette il passaggio da un romanza realistico e naturalistico a uno psicologico. In
quest’opera la coscienza risulta assimilabile a un tortuoso labirinto di sogni, giustificazioni,
illusioni e false speranze. Questo perché l’autore pone il lettore di fronte all’analisi di una
psiche contraddittoria e complessa, una zona segreta che Freud chiamerà inconscio. La voce
narrante emerge spesso nella narrazione , con lo scopo di criticare le scelte e le decisioni del
protagonista e con lo scopo di smascherare i suoi autoinganni . Il romanzo, quindi , si regge
sulla contrapposizione tra voce narrante e coscienza del protagonista , opposizione che rivela
l’atteggiamento critico dell’autore nei confronti del suo personaggio.

SENILITA’

È il secondo romanzo di Svevo che esce nel 1898 a spese dell’autore che ottiene un insuccesso
peggiore del primo . Il protagonista, Emilio Bretani, vive di un modesto impiego presso una
società di assicurazioni triestina e si appoggia alla sorella Amalia , con cui vive e che lo
accudisce come una madre dimentica di sé stessa . L’insoddisfazione per la propria esistenza
vuota e mediocre spinge Emilio a cercare il godimento in un’avventura con Angiolina, una
ragazza del popolo di cui si innamora perdutamente , idealizzandola e trasformandola in una
creatura angelica. Ma Angiolina si rivela cinica e mentitrice, facendo emergere i tratti peggiori
del protagonista. Il possesso fisico, a cui arriva successivamente, però, lo lasci deluso e
insoddisfatto, dal momento che la figura angelica di Angelina si trasforma in un essere in carne
e ossa, la donna che disprezza. Angelina, allontanata da Emilio, si innamora di Stefano Balli, un
amico del protagonista, che lo stesso allontana da casa sua , distruggendo la vita della sorella ,
che morirà di polmonite.

Il titolo precedentemente pensato da Svevo era “il carnevale di Emilio ” , dal momento che
gran parte della vicenda si svolge durante il periodo del carnevale , che assume un valore
allusivo : dopo un breve momento di felicità, si è costretti a tornare alla vita di sempre ,
squallida e vuota.

L’opera è incentrata quasi esclusivamente su 4 personaggi , le cui vicende si compongono in


una struttura essenziale. Non vengono più affrontati i problemi di natura sociale , dal momento
che la descrizione di ambienti fisici ha poco rilievo rispetto alla dimensione psicologica. Di
conseguenza, la parte preponderante della narrazione è l’analisi psicologica del protagonista.
Dal punto di vista sociale, Emilio è un piccolo borghese, la cui condizione è una diretta
conseguenza della declamazione sociale (prima la sua famiglia era ricca). Al tempo stesso è un
intellettuale , ha scritto un romanzo e interpreta la letteratura attraverso schemi letterari. È
visto dalla società come un debole e un inetto, la cui esistenza cauta da un lato gli garantisce
la sicurezza , dall’altra implica a rinuncia al godimento . Nonostante si rifugi in un sistema di
rinunce , la sua inquietudine lo porta a cercare una soluzione nel rapporto con Angiolina,
simbolo di pienezza vitale. Ma la relazione con la donna ha un altra funzione fondamentale : fa
emergere l’inettitudine del protagonista e la sua immaturità psicologica.

Angelina viene impersonata da 2 figure molto diverse. Da un lato c’è la concezione angelica
della donna viene ripresa dallo Stilnovismo , dall’altro quella della donna fatale, ripresa dai
tardoromantici e dai dannunziani . Sono presenti residui positivisti, che mergono
nell’atteggiamento di Emilio che, come uno scienziato ,studia l’atteggiamento di Angiolina ; ma
si manifesta anche un pessimismo filosofico di matrice shopenhaueriana , che si mescola al
superuomo nietzschiano , dal momento che si sente un “uomo immorale superiore” . I principi
filosofici e politici professati da Emilio, però, sono solo maschere, indossate dai personaggi per
occultare le proprie debolezze. Quella di Emilio, nel complesso, può essere definita una falsa
coscienza dal momento che , presentandosi come un “uomo immorale superiore” che
disprezza la morale comune , appare schiavo di un moralismo tradizionale, motivo per cui è
scandalizzato dalla libertà sessuale della ragazza.

Come in Una vita, il romanzo è focalizzato quasi totalmente sul protagonista, dal momento che
i fatti sono filtrati attraverso la sua coscienza e vengono presentati secondo il suo punto si vista
, che risulta , quindi, inattendibile. L’inattendibilità viene denunciata da Svevo attraverso 3
procedimenti narrativi :

- La voce del narratore che interviene a smentire e a correggere la prospettiva del


protagonista e a smascherare i suoi autoinganni.
- Le minime sfumature ironiche a cui vengono affidati i giudizi dell’autore.
- Gli interventi espliciti del narratore che traducono l’atteggiamento critico di Svevo nei
confronti del suo personaggio.

Il linguaggio di Emilio, nel complesso, risulta stereotipato come le idee che veicola, che non
sono altro che una critica della mentalità e della cultura in un dato momento storico.

LA COSCIENZA DI ZENO

È il terzo romanzo di Svevo che risulta molto diverso rispetto a quelli precedenti . Gli altri 2,
infatti, erano stati scritti durante il periodo di evoluzione interiore del poeta e in un clima di
trasformazioni radicali che stavano sconvolgendo l’Europa. Gran parte del libro risulta essere
costituito da un memoriale, da confessioni autobiografiche , che Zeno Cosini scrive su invito
dello psicanalista dottor S. a scopo terapeutico. Svevo finge, inoltre, che il manoscritto venga
pubblicato dallo stesso psicoanalista, per vendicarsi del paziente che si era sottratto alla cura.

Fondamentale è la trattazione del tempo che risulta “misto”, dal momento che il passato
riaffiora continuamente e si intreccia con il presente . Di conseguenza, la struttura del
racconto non è lineare, ma si spezza in tanti momenti distinti . La narrazione va continuamente
avanti e indietro nel tempo , seguendo la memoria del protagonista che si sforza di ricostruire il
proprio passato.

Il protagonista-narratore è una figura di inetto che negli anni giovanili ha condotto una
vita oziosa e scioperata , cosa che ha portato suo padre a non stimare il figlio , rendendo il
rapporto padre-figlio problematico ; rapporto che porterà Zeno a essere succube del vizio
del fumo . Dopo la morte del padre Zeno, privato della figura paterna, prende come modello
Giovanni Malfenti che, però, assumerà il ruolo di antagonista . Per essere “adottato” da
lui sposa una delle sue figlie, la più brutta, Augusta che, però, si rivela essere la donna di cui ha
bisogno , in quanto dotata di un solido sistema di certezze , che la rendono un perfetto
modello di sanità borghese ,nonché antitetica rispetto a Zeno, malato di nevrosi . Per un
periodo ha una relazione con un’altra donna , Carla, che lo lascerà per un uomo più giovane.
Successivamente si proporrà come collaboratore esterno dell’associazione commerciale
fondata dal suo cognato Guido, che incarna la figura del rivale. Uno, ormai anziano, decide
di intraprendere la cura psicoanalitica , durante la quale gli viene diagnosticato il complesso di
Edipo.

Il narratore è chiaramente inattendibile, dal momento che lo stesso romanzo può essere
considerato un tentativo di auto-giustificazione di Zeno, che vuole dimostrarsi innocente
nei confronti del rapporto col padre. Zeno appare, quindi, come una cattiva e falsa
coscienza , come i protagonisti precedenti, e risulta avvolto da un’ironia oggettiva.

Zeno non è solo oggetto di critica, ma anche soggetto ; egli, infatti , guarda il mondo in
modo ironico e usa la sua malattia come strumento straniante nei confronti dei sani
e dei normali. In lui vi è un disperato bisogno di salute , di normalità . Ma nell’ultima parte del
romanzo, Zeno scoprirà che la salute atroce degli altri è la vera malattia. Così lo
sguardo di Zeno distrugge le gerarchie, rendendo il tutto ambiguo e incerto . Zeno risulta,
quindi, un personaggio a più facce, problematico, negativo in quanto campione di falsa
coscienza borghese ; positivo , in quanto strumento di conoscenza.
L’inettitudine non è più considerata un marchio di inferiorità , in quanto i sani, diversamente
dai malati, sono incapaci di evolversi. In quest’opera cambia, inoltre l’atteggiamento di Svevo
nei confronti dell’inetto, che non è più impietosamente critico, bensì aperto e problematico ,
dal momento che Zeno non è più un eroe del tutto negativo, ma è un essere mobile e
disponibile , che si oppone a un mondo rigido e immobile. Davanti a una realtà ambigua,
quindi, mancano punti di riferimento stabili : ciò che dice Zeno può essere verità o
bugia entrambe le cose .

PIRANDELLO

Nacque a Girgenti il 28 giugno 1867 da una famiglia agiata di condizione borghese . Nel 1903 ,
in seguito a un dissesto economico, la moglie ebbe una crisi che sfociò in pazzia ; inoltre
dovette incrementare la propria produzione letteraria si dedicò anche alla cinematografia. A
partire dal 1910 Pirandello ebbe il primo contatto col mondo teatrale, e, a partire dal 1920,
riscosse il successo pubblico , con la rappresentazione di molte opere quali “sei personaggi in
cerca d autore” nel 1922 lascia la cattedra universitaria e si dedica totalmente al teatro . A
partire dal 1925 assunse la direzione del teatro d’arte a Roma . Tale esperienza però, fu resa
possibile solo grazie ai finanziamenti statali , di cui Pirandello godette in quanto iscritto al
partito fascista. Se in un primo momento aveva visto il regime come garanzia di ordine,
successivamente ne comprese la vuota esteriorità che portò a un lento distacco dal partito.

Per quanto riguarda la visione del mondo di Pirandello, alla base c’è una concezione
vitalistica che considera la realtà come un perpetuo movimento vitale e , di conseguenza, un
continuo divenire. Il flusso continuo e indistinto della vita è paragonabile all’identità personale
dell’uomo, che risulta privo di una personalità coerente e unitaria. Noi, infatti, credito di
essere la stessa persona per noi e per gli altri, ma in realtà siamo tanti individui diversi, a
seconda di chi ci guarda. Così Pirandello introduce il concetto di “maschera” , inteso come
una costruzione fittizia che ci impone la società. Sotto questa maschera, però, c’è un fluire
indistinto e incoerente di stati d’animo in continua evoluzione . Tale visione risulta influenzata
dalle teorie dello psicologo francese Alfred Binet , il quale era convinto che nell’uomo
coesistessero più persone ; condusse, quindi, una critica al concetto di Dio, che viene
frantumato . Di conseguenza etra in crisi l’idea di una realtà oggettiva e definita . La crisi
dell’io, però, risente dei grandi processi in atto nella realtà contemporanea quali l’instaurarsi
del capitale monopolistico che annulla l’iniziativa individuale ; l’espandersi della grande
industria e l’uso delle macchine che rendono l’uomo pari a una rotella insignificante . Di
conseguenza, l’io si indebolisce . La presa di coscienza di ciò, quindi, è riportata nei testi di
Pirandello, all’interno dei quali i personaggi risultano guidati da un sentimento di smarrimento
e di dolore. Inoltre, l’impossibilità di avere una sola identità, genera un senso di solitudine ,
anche perché ognuno ha la sua verità e, di conseguenza , gli uomini non possono intendersi e
non possono comunicare tra loro.
La concezione di Pirandello della società è basata su una concezione del tutto negativa dei
rapporti sociali. La società, infatti, gli appare come una costruzione fittizia che isola l’uomo.
Alla base delle opere emerge il rifiuto delle forme di vita sociale e un bisogno di
autenticità. In particolare, egli individua l’ambiente familiare con una trappola , che , con le
sue tensioni segrete, gli odi e i rancori, opprime i personaggi. Oltre a quella familiare, individua
un’altra trappola, quella economica, costituita dalla condizione sociale e dal lavoro , da cui gli
eroi pirandelliani sono afflitti. È fondamentale ricordare che pirandello non ricerca le cause
storiche per cui la società è una trappola, dal momento che è, per lui, la manifestazione di una
condizione universale. L’unica via di relativa salvezza è, quindi, la fuga
nell’immaginazione e nella follia , intesa come arma in grado di rivelare l’inconsistenza di
convenzioni e rituali della società a lui contemporanea. Il rifiuto della vita sociale dà luogo alla
figura del “ forestiero della vita “, ossia di colui che ha compreso il carattere fittizio della
società e si esclude da essa, preferendo osservare gli uomini imprigionati dall’ trappola con un
atteggiamento umoristico, di irrisione e pietà. È quella che Pirandello definisce “filosofia del
lontano”, dal momento che consiste nel vedere la realtà come da un’infinita distanza, in modo
da vederla con una prospettiva diversa tale da rendere inconsistente ciò che non lo è .

Se la realtà è un continuo divenire, non possono essere fissati schemi e moduli d’ordine
totalizzanti . Il soggettivismo assoluto del poeta lo collega al clima tipico del novecento,
dilaniato dalla crisi delle certezze positivistiche , che porterà alla nascita del decadentismo , un
movimento culturale basato sulla fiducia in una entità misteriosa che unisce la realtà in una
fitta rete di corrispondenze. Pirandello, però, rifiuta questo movimento, in favore di una visione
della realtà che si sfalda in una pluralità di frammenti che non hanno un senso complessivo. Il
soggetto, da entità assoluta, diventa nessuno.

LA POETICA

Il saggio più importante di Pirandello è l’umorismo, diviso in 2 parti : da un lato c’è la parte
storica, in cui esamina varie manifestazioni dell’arte umoristica; dall’altra la parte teorica, in cui
viene definito il concetto stesso di umorismo.

Nell’opera umoristica la riflessione non si nasconde, ma si pone dinanzi al sentimento come un


giudice, lo analizza e lo scompone. Da qui nasce il sentimento del contrario, come una
vecchia imbellettata, da cui trae la conclusione che l’avvertimento del contrario è comico.

La riflessione, nell’arte umoristica, coglie il carattere molteplice e contraddittorio della realtà,


permettendo di vederla contemporaneamente da diverse prospettive. Tragico e comico, infatti,
vanno sempre insieme.

Nel saggio Pirandello afferma che l’umorismo si trova nella letteratura di tutti i tempi; è un’arte
riflessa, che non può mai coincidere con una prospettiva univoca, ma deve sempre vedere
l’oggetto anche dal punto di vista opposto. È un’arte “fuori chiave”, disarmonica e piena di
continue dissonanze.è un’arte che tende a scomporre, disgregare e far emergere contrasti. È
un’arte moderna, perché rispecchia la coscienza di un mondo non più ordinato ma
frantumato . È un’arte eminentemente critica, che dissolve luoghi comuni e abitudini di
pensiero radicate.

POESIE E NOVELLE

Dal 1883 al 1912 si dedica alla composizione di poesie che conservano le forme metriche
tradizionali. Nella prima raccolta, Mal Giocondo, approda a un invito vitalistico ad abbandonarsi
alla madre natura . Nella raccolta successiva, intitolata Pasqua di Gea, compaiono accenti tristi
e malinconici, mentre nelle Elegie renane e nella Zampogna affiorano spunti stranianti e
umoristici. Con l’ultima raccolta intitolata Fuori Chiave rovescia lo statuto lirico della poesia.

Tutte le novelle scritte nell’arco della sua vita sono state raccolte in “Novelle per un anno” una
raccolta priva di un determinato ordine il cui stesso titolo sembra alludere allo “sperpero
casuale dei giorni e delle vicende” come affermato da Luperini. Lo stesso corpus riflette la
visione pirandelliana di un mondo non ordinato e armonico, ma disgregato in una miriade di
aspetti precari e frantumati.

All’interno della raccolta è possibile distinguere le novelle collocate in una Sicilia contadina
quelle focalizzate su ambienti piccolo borghesi continentali. Se da un lato riscopre l’aspetto
folklorico della terra siciliana, dall’altro le figure presentate sono deformate da una carica
grottesca che trasforma le vicende narrate in casi paradossali, estremizzati fino all’assurdo.

Su una linea affine si collocano le novelle romane caratterizzate da figure appartenenti alla
condizione piccolo-borghese . Anche qui è estranea a Pirandello l’intenzione di studiare la
società da lui narrata, come era accaduto in Verga. Le figure avvilite appartenenti alla classe
sociale da lui analizzato, il ceto impiegatizio sono la metafora della condizione esistenziale
assoluta: la trappola , costituita da una famiglia oppressiva o da un lavoro monotono che
mortifica l’individuo.

UNO, NESSUNO E CENTOMILA

Si collega al Fu Mattia Pascal dal quale riprende il tema della crisi dell’identità individuale .
Dopo che il protagonista Vitangelo Moscarda scopre di non essere “uno” ma di essere
“centomila” per gli altri , e quindi “nessuno “. Questa presa di coscienza fa saltare tutte le sue
certezze . Così decide di eliminare tutte le opinioni che gli altri hanno di lui per cercare di
essere “uno per tutti” , arrivando a copiare gesti assurdi e sconcertanti. Una volta ferito da
un’amica della moglie , colta da un raptus di follia, cede tutti i suoi averi per fondare uno spizio
per poveri in cui si fa ricreare, estraniandosi dal resto della società. Rinunciando così ad ogni
identità rifiuta di fissarsi in alcuna forma e si identifica di volta in volta con nelle cose che lo
circondano. In questo abbandonarsi al confluire della vita si possono scorgere i sei di
quell’irrazionalismo misticheggiante che connota l’ultima stagione pirandelliana. Inoltre porta
all’estremo la disgregazione della forma romanzesca , dal momento che si tratta di una
narrazione retrospettiva da parte del protagonista , che si concreta non nella forma del diario,
ma in quella del monologo ininterrotto.

GLI ESORDI TEATRALI E IL PERIODO GROTTESCO

Fra il 1915 e il 1916 Pirandello scrive vari testi teatrali in dialetto . Il suo è un teatro che gioca
sulla deformazione e sull’assurdo.

Il contesto teatrale era quello del dramma borghese di impianto naturalistico , che si incentrava
sui problemi della famiglia e del denaro. Pirandello porta la logica delle convenzioni borghesi
fino alle estreme conseguenze, assumendo con estremo rigore i ruoli imposti dalla società
borghese, fino a giungere al paradosso e all’assurdo.

Nei drammi pirandelliani vengono sconvolti i 2 capisaldi del teatro borghese naturalistico: la
verosimiglianza e la psicologia. Gli spettatori, infatti, non si trovano davanti a un mondo
naturale, bensì a un stravolto e ridotto alla parodia, i cui personaggi sono contraddittori . Di
conseguenza, il linguaggio adottato da Pirandello è del tutto nuovo : compaiono esclamazioni,
interrogazioni e risulta nel complesso concitato. Purtroppo, però, dal omento che recensori e
pubblico non erano pronti per ciò , il teatro Pirandelliano riscuote uno scarso successo, e viene
apprezzato solo da Antonio Gramsci.

Con il piacere dell’onestà e il giuoco delle parti si accosta alla poetica del teatro grottesco, di
cui nel 1920 dà la seguente definizione : “una farsa che includa nella medesima
rappresentazione della tragedia la parodia e la caricatura di essa, ma non come elementi
soprammessi , bensì come proiezione d’ombra del suo stesso corpo , goffe ombre d’ogni gesto
tragico”. Di conseguenza, il grottesco non è che la forma che l’arte umoristica assume sulla
scena. I rami citati danno concretezza ai seguenti principi : il tragico è sempre straniato dal
comico , viceversa il comico rivela sempre un nucleo di tragica serenità.

IL TEATRO NEL TEATRO

Nel 1921, con 6 Personaggi in Cerca D’Autore , Pirandello, anziché mettere in scena il dramma
dei personaggi, rappresenta la sua impossibilità di scriverlo. Emerge, infatti, l’impossibilità di
rappresentarlo non solo per ls mediocrità degli attori ma anche per l’incapacità intrinseca del
teatro di rendere sulla scena ciò che uno scrittore ha concepito. Di conseguenza quest’opera
costituisce un testo metaletterale dove, attraverso l’azione scenica, si discute del teatro stesso.
Il dramma suscitò inizialmente l’indignazione del pubblico in quanto impreparato a un discorso
d’avanguardia , ma in seguito incontrò un successo crescente, anche su scala mondiale.

Enrico IV
In una villa solitaria vive un uomo rinchiuso da vent’anni che, impazzito in seguito a una caduta
da cavallo, durante una mascherata in costume, si è incarnato nella parte che rappresentava,
quella dell’imperatore medievale Enrico IV. Ma Enrico IV è rinsavito da molti anni e si è
rinchiuso nella sua parte a causa del disgusto nei confronti di una società corrotta ; così
facendo ,però, è anche rimasto escluso dalla vita, di cui ora vorrebbe riappropriarsi. Nel
complesso è di fondamentale importanza il rapporto che il protagonista ha con la maschera :
da un lato è infastidito da questa, poiché la vede come un ostacolo a riappropriarsi della sua
vecchia vita, ma dall’altro rappresenta un rifugio, in quanto gli permette di estraniarsi dalla
società contemporanea.

L’ULTIMA PRODUZIONE TEATRALE

Il pirandellismo

Pirandello cerca di riproporre gli schemi della produzione precedente in forme macchinose e
artificiose , giungendo quasi a proporre la caricatura di sé stesso. Gli interventi dei personaggi
danno l’illusione di una profondità intellettuale che, però, non è altro che la ripetizione di
schemi ormai inerti.

Già sul finire degli anni ’20 la produzione di Pirandello prende nuove direzioni , che si
allontanano dall’umorismo e dal grottesco del periodo precedente. Compaiono , infatti,
tendenze irrazionali e misticheggianti tipiche decadenti . Di conseguenza viene definito un
nuovo significato di arte, inteso come strumento per la rivelazione intuitiva dell’essenza e della
verità. Anche il linguaggio muta, dal momento che il discorso “mira a illuminare magicamente
spettatore e lettore”.

In questo clima compaiono i miti teatrali , testi che non rappresentano più la realtà sociale
borghese ma che si collocano in un’atmosfera mitica e simbolica , utilizzando elementi mitici.
L’azione, di conseguenza, si svolge in luoghi separati dalla realtà storica contemporanea, come
nel caso di :

- nuova colonia

- Lazzaro

- Giganti di montagna
L’ULTIMO PIRANDELLO NARRATORE

Compare, in questa ultima parte della sua produzione, lo scavo nella dimensione dell’inconscio
e un bisogno di autenticità e di vitalità genuina che si manifesta come ritorno alla natura o
come regressione all’infanzia. In questo contesto abbiamo 2 novelle significative:

- i piedi nell’erba: un vecchio vede i bambini che corrono e giocano a piedi nudi sull’erba e
prova l’impulso di fare lo stesso
- Il chiodo: un ragazzo di buona famiglia, spinto da un impulso misterioso, uccide una bambina
di 8 anni, esprimendo la volontà di restare fermo a uno stadio infantile.

Di questo periodo fanno parte anche le novelle surreali, quali:

- c’è qualcuno che ride : in una festa mascherata seria c’è una famiglia che si abbandona a un
riso giocondo (atmosfera allucinata simile a quella kafkiana)
- Soffio : un uomo scopre che soffiando sul pollice l’indice uniti, può uccidere delle persone, e
così semina intorno a sé la morte, fino a suicidarsi, facendo tale gesto davanti a un specchio
- Una giornata : un uomo perde la memoria ma le persone lo conoscono ; tornando a casa si
guarda allo specchio e si vede vecchio; i suoi stessi figli invecchiano , mostrandosi una
metafora della vita e del rapido fuggire del tempo
- Di sera, un geranio : un’anima staccatasi dal corpo si cala per un momento in un geranio.

IL ” FU MATTIA PASCAL”
La storia si presenta come un flashback del protagonista, Mattia Pascal, il quale, lasciando
intendere la straordinarietà della sua vita (afferma di essere già morto ormai due volte!),
decide di scrivere le sue memorie in un testo che affiderà poi a don Eligio
Pellegrinotto, un uomo di chiesa che custodisce una collezione di libri in una chiesa
sconsacrata assieme al protagonista. Il flusso di ricordi inizia dall’infanzia: Mattia parla
della sua famiglia, della madre, del fratello Roberto e del padre, morto quando lui aveva
quattro anni. Il padre lascia alla famiglia una più che discreta fortuna ma la madre, incapace di
amministrarla, sceglie Batta Malagna, un uomo che suo marito aveva sempre aiutato e che
quindi lei considera degno di fiducia, come “contabile” di famiglia. Quello che Mattia e Roberto
non sanno è che l’uomo inventa tasse e spese fasulle, in modo da estorcere loro sempre
maggiori somme di denaro. Intanto Mattia si innamora di Romilda Pescatore, figlia di
una cugina di Batta Malagna; la ragazza rimane incinta, e i due giovani si sposano. A partire
da questo periodo la crisi economica della famiglia Pascal inizia a mostrarsi apertamente: il
fratello Roberto si sposa e si trasferisce in un’altra città, mentre Mattia inizia a vivere a casa
della suocera assieme alla moglie, successivamente seguito anche dalla madre. Tra la vedova
Pescatore e la madre di Mattia cominciano però a nascere litigi ed incomprensioni, il
tutto aggravato dal fatto che Mattia non ha ancora un lavoro; questo contribuirà al
trasferimento della madre a casa della zia Scolastica. Intanto il vecchio amico di Mattia,
Pomino, gli procura un lavoro presso la biblioteca, che gli garantisce un modesto
stipendio. Inizialmente felice dell’occupazione, Mattia finisce ben presto per stancarsene: si
tratta di un lavoro solitario, che lo porta ad isolarsi ancora di più dalla società, lasciandogli
perdere la sua identità. Nel frattempo la gravidanza di Romilda procede, e la ragazza finisce
con il dare alla luce due bambine: una muore dopo pochi giorni, l’altra dopo un anno, assieme
anche alla madre di Mattia. Per il protagonista tutto questo costituisce un duro colpo
psicologico; Mattia lascia la casa, senza meta, e finisce con il ritrovarsi a Nizza.
Incuriosito dal nuovo gioco della roulette, lo sperimenta, e grazie ad una spiccata
fortuna riesce a vincere una grande somma di denaro. Decide allora di tornare a
casa, per migliorare finalmente la sua vita; mentre si trova in treno però gli capita di
leggere un giornale dove trova la notizia della sua morte: un uomo si era suicidato nella
sua vecchia proprietà, e Romilda e la madre avevano affermato che si trattava dello scomparso
Mattia Pascal. Inizialmente scosso dalla notizia, Mattia capisce invece che si tratta
dell’occasione propizia per cambiare definitivamente vita, costruendosi indipendentemente
una nuova identità. Con il nuovo nome di Adriano Meis, cambia aspetto e abitudini,
recidendo ogni legame con il passato (episodio esemplare quello della fede di nozze, con incisi
all’interno il suo nome e quello della moglie, assieme alla data, che lui abbandona nei bagni di
una stazione ferroviaria), inizia a viaggiare ed a condurre una nuova esistenza, dove
immancabile però comincia a farsi strada il sentimento della solitudine. Ma neanche
l’opportunità di adottare un cucciolo di cane viene accolta: nessun legame può essere
accettato, perché costituirebbe una restrizione troppo alta alla sua appena riscoperta libertà.
Dopo un anno passato a viaggiare, Adriano decide finalmente di fermarsi a Roma,
dove prende in affitto una camera presso una famiglia, composta da Anselmo Paleari, la figlia
Adriana, il cognato di lei, Terenzio Papiano ed il fratello di questi, Scipione; assieme a loro vive
poi un’altra affittuaria, la signorina Silvia Caporale. I suoi rapporti diventano sempre più
familiari con Anselmo Paleari (con il quale ha conversazioni riguardo l’anima e la morte), ed
anche con le due donne della casa, che si innamorano entrambe di lui: ma mentre la signorina
Caporale non è corrisposta, Adriano finisce con il provare forti sentimenti verso
Adriana. Improvvisamente torna a casa Terenzio, che per il suo modo di fare insospettisce
subito il protagonista: Adriano lo scopre all’inizio a parlare contro di lui con Silvia, poi,
osservandolo, scopre anche come egli mostri un certo interesse verso la sorella della moglie
morta, Adriana. La signorina Caporale infine gli rivela come Terenzio sia interessato alla dote di
Adriana, e al solo scopo di riuscire ad ottenerla continua ad ingannare il signor Paleari,
sostenendo alcuni suoi studi soprannaturali sugli spiriti che in realtà egli trucca. Intanto
Adriano, a causa dell’arrivo in casa di un ricco spagnolo che aveva conosciuto a Montecarlo, e
che sarebbe quindi stato in grado di riconoscerlo nella sua precedente identità di Mattia Pascal,
si fa sottoporre ad un intervento che finalmente gli corregge lo strabismo dell’occhio. Durante
una seduta spiritica organizzata dal signor Paleari, Terenzio, con l’aiuto del fratello Scipione,
sottrae una forte somma di denaro al protagonista, e questi per nascondere ancora la sua
identità, si trova impossibilitato a sporgere denuncia in via legale ed a recuperare quindi il
denaro. Il protagonista prende così coscienza di come il suo cambio di identità gli
abbia tolto qualsiasi possibilità di ricrearsi una vita sociale, e decide di allontanare
da sé Adriana, in modo da non illuderla su un loro futuro insieme. La lite con un pittore
spagnolo, che gli propone un duello, sommata agli scontri con Terenzio e all’amore senza
speranza per Adriana, spingono Adriano a fingere un suicidio e a ripartire per il paese
natale, con l’intenzione di riassumere l’identità di Mattia Pascal. Si reca inizialmente
ad Oneglia a trovare il fratello, e poi a Miragno dalla moglie Romilda, che nel
frattempo si è risposata con il suo amico Pomino, ed ha avuto una bambina. Mattia
non vuole riavere una famiglia in cui già precedentemente non si trovava a suo agio, per cui
rassicura la nuova coppia, e si accontenta solamente di essere riconosciuto e riabilitato
nel suo ruolo sociale dal paese, per poi ritirarsi a lavorare nella vecchia biblioteca
nella chiesa sconsacrata assieme a don Eligio Pellegrinotto. Ogni tanto si reca a visitare
la sua tomba, portandovi una corona di fiori, e decide infine di scrivere le sue memorie nel
testo in questione ed affidarlo all’amico prete, affinché lo conservi.

UNGARETTI
Nasce ad Alessandria d’Egitto l’8/2/1888 . Nel 1912 si rea a Parigi, dove avrà la possibilità di
approfondire la poesia decadente e simbolista . Nel 1914 si reca in Italia per partecipare alla
guerra e si arruola come volontario nella fanteria. In questo periodo scrive Il Porto Sepolto e
Allegria di Naufragi, che verranno successivamente raccolti ne L’allegria. Ritorna in Italia e nel
1936 occupa la cattedra di letteratura italiana nell’università di San Paolo in Brasile, incarico
che lascerà per tornare in Italia nel 1942 e occupare la cattedra di letteratura italiana
contemporanea nell’università di Roma.
ALLEGRIA
Ungaretti, riordinando le sue poesie, vuole sottolineare il carattere autobiografico di queste,
motivo per cui propone la sua opera come una sorta di nuova “ricerca del tempo perduto”.
Come in Proust, non possiamo identificare la poetica come un semplice racconto della vita
dell’autore, bensì come una concezione tipica di Ungaretti che poi verrà ripresa anche dagli
ermetici , basata su un legame saldo tra vita e letteratura e sulla considerazione di
quest’ultima come di un mezzo per svelare il senso nascosto delle cose. Di conseguenza la
poesia assume il compito di illuminare e illustrare la vita stessa. Ciò è reso possibile attraverso
l’utilizzo di novità formali , quali la predilezione per una frase estremamente ridotta. Questa
capacità di sintesi della poesia, quindi, rispecchia l’essenza misteriosa dei contenuti che vuole
comunicare e li comunica attraverso l’uso delle analogie. Supera infatti le metafore e la
simbologia del periodo precedente, distaccandosi anche dal futurismo. La sua, però, è una
conoscenza superficiale e immediata, capace di mettere in comunicazione immagini
lontane e che lo rende capace di andare al di là della realtà, potendo conoscere, di
conseguenza, il senso delle cose.
Dal momento che il poeta è in grado di entrare a contatto con l’essenza delle cose, può essere
considerato una sorta di “sacerdote della parola” : può essere, infatti “illuminato” a tratti
grazie alla forza di penetrazione intuitiva , forza che permette alla parola di assumere una
improvvisa e folgorante “illuminazione”.

La scelta di un verso immediato comporta l’abbandono del verso tradizionale , in favore


della capacità di cogliere e rappresentare un attimo . A ciò si lega la scelta di uno stile
nominale , così come l’assenza della punteggiatura e il ricorso di un sistema
monolinguistico, caratterizzato da termini che alleggeriscano il peso delle parole utilizzate .
Il "porto sepolto “equivale al segreto di una poesia nascosto nel fondo di un abisso nel quale il
poeta deve immergersi; Allegria di Naufragi costituisce un’espressione ossimorica
(allegria=esultanza di un attimo +naufragi= effetto distruttivo della morte ).

L’opera è suddivisa in 5 sezioni:


- Ultime : 1914-1915
- Il porto sepolto:
- Naufragi
- Girovago
- Prime
Ogni sezione è caratterizzata dalla presenza di una biografia “trasfigurata”, in quanto le
esperienze da lui vissute e poi raccontate assumono il valore di un’esperienza volta alla
conoscenza della verità.
Non mancano i temi legati all’infanzia e all’adolescenza del poeta, quali le immagini del periodo
passato ad Alessandria, l’esperienza del fronte, la consapevolezza di una ritrovata
identità(fiumi) , il precario confine vita-morte (soldati) e il motivo del viaggio.
SENTIMENTO DEL TEMPO
Le poesie scritte a partire dal 1919 sono raccolte ne “Sentimento del tempo” e presentano un
non indifferente mutamento di prospettiva , arrivando ad apparire come un secondo tempo
d’esperienza umana. Mentre nell’Allegria il tempo è concepito come un’entità discontinua, , un
insieme di attimi separati da loro, nel Sentimento del tempo è sentito come durata, come
causa del mutare di tutte le cose.
IL DOLORE
Pubblicato nel 1947 , la raccolta si fa voce del tormento personale (morte figlio e fratello) e
collettivo (guerra). Di conseguenza, può essere considerato una sorta di diario poetico .

EUGENIO MONTALE
Nasce a Genova il 12 ottobre 1896 . Frequenta le scuole tecniche e ottiene il diploma di
ingegnere. Dopo aver partecipato alla prima guerra mondiale, nel 1922 esordisce come poeta
su “Primo Tempo”, rivista fondata da Giacomo Debenedetti. Nella rivista da lui fondata ,”il
barelli”,pubblica il saggio “stile e tradizione” caratterizzato dal rifiuto dell’esperienza delle
avanguardie. Compare, inoltre, l’Omaggio a Italo Svevo , sottolineandone l’importanza dello
scrittore triestino. Nel 1925, con l’uscita di Ossi di Seppia, esprime tutto il suo dissenso nei
confronti della dittatura. Arrivato a Firenze, per lavorare come redattore, è costretto a lasciare
quel lavoro in quanto non era iscritto al partito fascista; così si occuperà di dirigere il Gabinetto
letterario Vieusseux . Nel 1939 pubblica Le Occasioni; è in questo periodo che si dedicherà
all’attività di traduttore . Nel 1956 pubblica La Bufera e Altro e, dopo aver ospitato a casa sua
Umberto Saba e Carlo Levi, perseguitati per motivi razziali, si iscriverà al partito d’azione. Nel
1948 si trasferisce a Milano e diviene redattore presso il Corriere della Sera. Nel 1967 iene
eletto senatore a vita e nel 1975 ottiene il premio Nobel per la letteratura.
OSSI DI SEPPIA (=correlativo oggettivo)
Pubblicato nel 1925 è diviso in 4 sezioni : Movimenti, Ossi di Seppia, Mediterraneo e Meriggi e
Ombre. In entrambe le sezioni emergono in modo chiaro i legami con il periodo a lui
contemporaneo; dal punto di vista filosofico è forte l’influenza di Schopenhauer, mentre dal
punto di vista letterario è ripresa la poesia dannunziana, di cui abbandona gli aspetti più
sensuali e il vitalizio panico, in favore della scelta di trattare oggetti semplici e per alcuni
procedimenti stilistici.
Il titolo dell’opera, nel complesso, risulta carico di significato : dal punto di vista concettuale,
infatti, gli ossi di seppia, i residui lasciati dai molluschi e depositati dal mare sulla riva, sono
allusione di una condizione vitale povera; allo stesso tempo gli ossi rimandano a una
condizione minimate indicano il fatto che la poesia debba attingere non allo stile aulico, bensì a
una realtà marginale, resa attraverso una dizione spoglia e secca. Non a caso il tema che
percorre tutta l’opera è quello dell’arsura, dell’aridità. Lo sfondo è rappresentato dal paesaggio
ligure che, però, non viene raffigurato nella sua immediata fisicità, ma viene reso astratto e
considerato una forza crudele che prosciuga e inaridisce ogni forma di vita.
Questa condizione esistenziale, però, è legata a un altro oggetto, il muro, ricorrente negli Ossi,
che, di fatto, è impossibile da valicare . Per questo motivo quella dell’uomo è solo un’illusione :
egli pensa di potersi muovere, di avere una direzione, ma il suo solo un "immoto andare”.
Alla condizione di prigionia dell’uomo si lega, inoltre, l’incoerenza e l’inconsistenza
dell’anima, che diventa ,quindi, incapace di possedere un’integrità morale. Alla mancanza di
consistenza dell’anima, si lega la perdita dell’identità individuale. Di conseguenza l’uomo,
non avendo più un’identità individuale, vive in disarmonia con il mondo esterno e, dal
momento che l’aridità esterna diviene anche aridità morale, il poeta non è più in grado di
trovare sentimenti vivi, intensi.
A ciò il poeta risponde attraverso l’indifferenza, considerato come l’unico antidoto al male
di vivere. Come alternativa l’uomo può solo assumere l’atteggiamento di distacco tipico di
uno stoico che contempla in modo lucido la reale condizione del cosmo.

Così il poeta si propone di cercare un varco che consenta di uscire dalla prigionia esistenziale ,
una sorta di “maglia rotta nella rete che ci stringe”. Questa, però, è un’esperienza totalmente
negativa , in quanto si tratta della percezione improvvisa e traumatica del nulla che si cela
dietro l’apparenza ingannevole delle cose. Nonostante quella del poeta sia una
consapevolezza, non esclude la speranza di ridare un senso all’esistenza .

Montale , quindi, non può confidare nella parola poetica come se fosse una formula magica
capace di attingere all’assoluto; non può credere che la poesia sia veicolatrice di
messaggi positivi e certezze , di fronte a una realtà cruda e difficile. Ne deriva, quindi,
il rifiuto del lirismo (della magia musicale del verso) . Non ricorre al linguaggio analogico ,
come faceva Baudelaire che cercava le corrispondenze segrete tra gli oggetti, ma si concentra
sulla poetica degli oggetti , che vengono paragonati alla condizione umana (come nel caso
del muro) o a concetti astratti.
è il tema del male di vivere, disposizione esistenziale dell’uomo contemporaneo . Un altro
aspetto distintivo di Montale è il correlativo oggettivo , poetica elaborata da Eliot che sta ad
indicare una tecnica utilizzata per esprimere sensazioni e idee e che consiste, di fatto, una
determinata sensazione ed emozione attraverso alcuni oggetti concreti che dovrebbero
rappresentare nel lettore ciò che il poeta prova.
Montale , inoltre, dichiara di non amare le realtà nobili e di preferire, invece le realtà
impoetiche, coerenti con la sua visione desolata del mondo.
Dal punto di vista stilistico, invece, la poesia è ridotta a “qualche storta sull’alba e secca come
un ramo” ,dal momento che prevengono suoni aspri e ritmi rotti. Fa spesso ricorso al verso
libero e all’endecasillabo.

LE OCCASIONI
È la seconda raccolta poetica di Montale, il cui titolo sembra alludere a poesie legate a delle
esperienze autobiografiche , anche se il legame è taciuto o implicito. È presente anche qui la
poetica degli oggetti e l’influenza di Eliot con il correlativo oggettivo. Diversamente dal primo
libro, però si ha un netto innalzamento stilistico, con un registro elevato e monolinguistico. Nel
1927, infatti , entra a far parte della Solaria, una rivista che raccoglieva un gruppo di
intellettuali , dalla cui concezione umanistica della letteratura derivò una concezione elitaria
della cultura e degli intellettuali , così come la tendenza a isolarsi dal contesto sociale per
mantenere la dignità propria degli uomini di lettere.
Nelle occasioni, diversamente dal passato, compare la figura della donna salvifica , di una
donna angelo capace di indicare una via di salvezza dall’inferno quotidiano.
Compaiono altre immagini di donne , come nel caso di Dora Markus , ma queste donne, non
sono altro che doppi del poeta stesso, il quale proietta la sua irrequietudine esistenziale su
questi personaggi.
L’opera , nel complesso, risulta scissa in 2 parti : da un lato c’è una condizione esistenziale
imprigionata nel fluire eguale del tempo, dall’altra c’è l’attesa dell’epifania della donna angelo,
colei che può indicare la via di salvezza al poeta.

LA BUFERA E ALTRO
È una raccolta di poesie ben diverse da quelle precedenti , dal momento che muta il contesto
storico e biografico da cui nasce : dal culto umanistico e aristocratico delle occasioni si passa,
infatti, a un’atmosfera dissoluta dalla guerra. Le speranze sviluppatesi dopo la guerra furono
presto deluse dal definitivo trionfo della società di massa . Inoltre, con la guerra fredda, si
prospettava una catastrofe atomica.
In questa raccolta, ricompare l’immagine della donna-angelo che incarna, ora, valori cristiani.
La nuova figura femminile, Volpe, a causa del carattere erotico può essere considerata una
sorta di anti-Beatrice . È presente ,inoltre, la figura della moglie, Mosca, che sarà di grande
importanza nei componimenti successivi.
L’ULTIMO MONTALE
Satura
Nella sua ultima parte della sua produzione artistica , il suo pessimismo storico risulta
accentuato a causa della diffusione della società di consumo, della massificazione e della
diffusione dei mass media. Montale , di fronte a questa società, si pone in modo freddo e
distaccato, esprimendo i suoi duri giudizi attraverso ironia e sarcasmo che si trasforma
nell’espediente dell’autoparodia. Ha grande rilievo, nella raccolta Mosca, la moglie , che non
rinuncia a insegnare una minima saggezza quotidiano. Lo stile di quest’ultima raccolta è basso,
comico.

Nel 1945 iene fatto uscire il suo “quaderno delle traduzioni ”, contenente tutti i classici
contemporanei da lui tradotti

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