Asse: incarnazioni del potere
Problematica : in contesti di guerra e Resistenza, in che modo il potere si incarna e si manifesta
attraverso figure inusuali come bambini e donne, ribaltando così l’idea stessa di potere ? / ruoli sociali
e gerarchie tradizionali?
Sviluppo:
1. Il potere che si manifesta sottoforma di gioco:
a. Per Pin il potere diventa affascinante, un gioco
b. Il potere seduce i più deboli: i bambini (attirato dal potere del Dritto)
2. Il potere che si manifesta come resistenza e memoria
a. Agnese e la memoria
b. Il potere del sacrificio e della resistenza
c. Un potere silenzioso → obbedisce
3. Il potere come emancipazione
a. Ruoli che si ribaltano: le donne al potere
b. Il potere che diventa simbolo di emancipazione e unione collettiva
c. La foto che ribalta l’idea di guerra
In conclusione, il potere non è una singola entità, può nascere dalla violenza che, appropriandosi dei
più deboli – come i bambini, diventa un gioco, nasce dalla memoria ma anche dalla rivendicazione
di un nuovo ruolo sociale.
I documenti proposti si inscrivono nell’asse “Incarnazioni del potere”, che fa parte della tematica
“Poteri e contro-poteri” proposta alle classi di Première. È importante notare che il termine
“incarnazioni” è posto al plurale, ad indicare che il potere può avere diverse forme e diversi significati.
Il termine ha una connotazione innanzitutto religiosa, divina: infatti, l’incarnazione si riferisce
all’anima che discende, si appropria di un corpo. In termini simbolici e retorici, l’incarnazione è una
personificazione, cioè la rappresentazione di concetti, di ideali e fenomeni naturali nella persona vera
e propria. Proprio per questo, non è un caso che il termine affiancato sia “potere”, che designa se non
altro un ideale, un’aspirazione da raggiungere. D’altronde, vedremo che il potere non ha solo una
forma, bensì può manifestarsi diversamente in base al contesto in cui ci si trova e può assumere diversi
significati in base alle personalità e al punto di vista: ciò che per una persona è una forma di potere,
per l’altra è una forma di sottomissione. Non c’è, insomma, un’unica e vera rappresentazione del
potere, esso può assumere significati differenti, giusti o sbagliati, personali o collettivi che siano.
I testi citati del dossier sono due, entrambi si collocano nella letteratura partigiana e mettono in scena
la vita e le avventure di due personaggi che, quasi per caso, si ritrovano a far parte del gruppo della
resistenza italiana. Il primo testo, Il sentiero dei nidi di ragno, pubblicato subito dopo la fine della
Seconda Guerra Mondiale, nel 1947 presso la casa editrice Einaudi, è il primo libro di Italo Calvino
ma anche il primo romanzo sulla Resistenza. Un romanzo che Calvino commenterà in seguito
attraverso la prefazione come “nato dalla smania di raccontare”, nato dalla necessità di dover
raccontare in maniera neorealista ciò che si era vissuto ma dal punto di vista di quello che oggi
definiremmo un antieroe. Difatti, Calvino non scrive dal suo punto di vista, né dal punto di vista di
un Partigiano, che immaginiamo come un uomo coraggioso, un uomo che ha come priorità la sua
patria, bensì ci ritroviamo difronte l’avventura vissuta da un bambino, un personaggio insolito per
raccontare una guerra, che diventa un gioco e un simbolo di appartenenza.
Il protagonista nel secondo testo proposto, così come nel primo, è inusuale, Renata Viganò racconta,
infatti, nel libro L’Agnese va a morire, pubblicato nel 1949, la resistenza vissuta da una donna. Agnese
non è una donna forte, che ha volutamente deciso di prendere parte al movimento dei Partigiani, al
contrario, è una donna semplice, abituata ai suoi spazi, alla sua casa e che mai avrebbe pensato di
impugnare delle armi al posto degli utensili domestici.
Sulla scia di Renata Viganò che decide di rappresentare una vita semplice come simbolo di resistenza
al potere, viene proposto nel dossier un articolo online pubblicato nel 2022 da Nicoletta Labarile sul
sito “[Link]” dal titolo “La resistenza è donna. La storia (dimenticata) delle partigiane italiane”.
L’articolo mette in luce alcuni dati molto importanti e spesso lasciati nell’ombra: il numero di donne
che hanno preso parte, chi con un compito, chi un altro, e donne uccise, arrestate, facenti parte
dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia. Numeri che non ci si aspetta, proprio perché
nell’immaginario culturale sono gli uomini i protagonisti della guerra, sono i soldati. L’articolo ha lo
scopo di dimostrare che non solo le donne hanno partecipato attivamente alla guerra, ma anche che,
purtroppo, vengono escluse dal racconto della guerra.
L’ultimo documento è una fotografia di Roger Viollet, scattata e/o resa pubblica nel 1945 che
rappresenta due donne in tenuta da “guerra”, indossano giacconi e pantaloni, cinture, stringhe legate
al corpo come veri e propri militari, capelli e camicie. Fino a quel momento, non era mai stato solito
mostrare le donne in un mondo che si pensava non appartenesse loro, il mondo della guerra. Ma
proprio perché, anch’esse cittadine del mondo, le donne hanno partecipato alla guerra e la fotografia
non è altro che la testimonianza, la memoria di ciò che spesso, come si apprende dall’articolo di
Labarile, viene dimenticato.
Mentre il potere arriva nella vita di Pin sottoforma di gioco, qualcosa che lo affascina, che lo
incuriosisce, ma soprattutto il potere ha la forza di attrarre i più deboli, in questo caso un bambino,
nel caso di Agnese il potere si manifesta come resistenza e come memoria di un tempo passato. Al
potere individuale di Pin e di Agnese si oppone il potere collettivo che unisce un gruppo, non solo i
partigiani uniti ma anche le donne, e che diventa anche il mezzo per arrivare all’emancipazione. Il
potere diventa quindi il simbolo di riscatto sociale di un intero gruppo.
A partire da questi documenti ci si chiede quindi in contesti di guerra e Resistenza, in che modo il
potere si incarna e si manifesta attraverso figure inabituali come bambini e donne, ribaltando così i
ruoli sociali?
In un primo tempo, sarà analizzato il ruolo che il potere assume nella vita del piccolo Pin e
successivamente, in un secondo tempo, vedremo come invece può cambiare forma nella vita di una
singola donna, Agnese. Infine, il ruolo del potere sarà analizzato da un punto di vista collettivo e come
ha portato le donne all’emancipazione.
Nel primo estratto proposto, finalmente Pin si sente parte integrante di un gruppo, non si sente più
solo – “si sente un po’ il suo complice”, infatti Il sentiero dei nidi di ragno vede come protagonista
questo piccolo bambino, già cresciuto forzatamente per colpa del periodo storico in cui nasce,
cresciuto in un mondo fatto di soldati, persone adulte di cui non capisce i termini e affetti inesistenti.
Il desiderio del piccolo Pin è da sempre quello di provare affetto, di sentirsi parte integrante di un
gruppo e abbandonare la solitudine che ha caratterizzato la sua infanzia. Nella prima parte del
romanzo, come nell’estratto proposto che collochiamo verso la fine del romanzo, Pin sente di
acquisire potere tramite un oggetto: una pistola. In una prima parte, a Pin viene chiesto dai grandi di
rubare la pistola dell’ufficiale tedesco che visita sua sorella, una prostituta. Pin sa che rischierebbe la
vita nel compiere questo gesto, eppure, pur di seguire il suo desiderio di appartenenza, ruba la pistola
e la ripone nel suo nascondiglio. Questo è il gesto che più in assoluto gli dona quel senso di potenza
che non aveva mai provato prima: ha una pistola e potrebbe farci tantissime cose, tutti lo starebbero
finalmente a sentire e non lo tratterebbero più come un bambino, il quale, però, è. Nasconde la pistola
proprio come un bambino nasconderebbe il suo giocattolo preferito e il potere assume la forma di un
gioco. La stessa cosa avviene, quasi nella stessa modalità, nell’estratto proposto: a Pin viene chiesto
dal Dritto di aiutarlo a pulire una pistola. Ritroviamo lo stesso oggetto e Pin è pervaso dalla felicità
ma di un gesto che non dovrebbe appartenere alla vita di un bambino: “Pin non sa bene la differenza
tra quando c’è la guerra e quando non c’è”. Anche in questo caso, maneggiare una pistola, ma con la
differenza di farlo insieme ad uno dei grandi, un adulto, conferisce a Pin una sensazione di potere, è
entusiasta di poter raccontare della sua pistola nascosta, delle differenze tra l’una e l’altra, come se
non fossero più “arnesi per uccidere, ma giocattoli strani e incantati”. Attraverso questo meccanismo
di seduzione che avviene tra il bambino e il gioco, il desiderio di potere si insinua nella vita di Pin. Il
bambino si impossessa di uno strumento tipicamente adulto, associato alla violenza e all’autorità. In
questo modo, la guerra diventa per lui un rito di iniziazione e il Dritto rappresenta una figura di potere
carismatico, capace di attrarre e dare identità (“è una cosa bellissima stare a parlare così col Dritto”).
Non si tratta di un potere morale o istituzionale: è un potere seduttivo, ambiguo, che conquista chi è
più fragile, in questo caso, un bambino. La marginalità del bambino si converte temporaneamente in
partecipazione a un mondo che lo affascina e lo spaventa allo stesso tempo, mostrando come la guerra
possa generare forme di potere improvvisate e pericolose.
Un’altra incarnazione del potere appare invece nel romanzo di Renata Viganò, Agnese va a morire,
dove la protagonista rappresenta una forma di potere diametralmente opposta: silenziosa, morale,
resistente, triste. Nel passaggio in cui ricorda il Natale dell’anno precedente, Agnese si confronta con
la perdita, il lutto, la solitudine. Grazie alla memoria però, “adesso sapeva molto di più”, era uscita
dalla sua zona sicura, la sua casa, ed era entrata a far parte di tutte quelle cose di cui prima – prima
dell’incontro con i Partigiani, non era a conoscenza.
Quel ricordo, apparentemente semplice, custodisce la nostalgia per un mondo domestico fatto di
rituali familiari, di gesti modesti, ma anche di sicurezza affettiva. È proprio confrontandosi con la
perdita di quel mondo – con la morte del marito, con la solitudine improvvisa – che Agnese scopre
dentro di sé una forza nuova, inattesa, che la spinge a non subire la guerra ma a reagire.
La sua scelta di unirsi alla Resistenza non nasce da un impulso eroico o da un’ideologia astratta: nasce
da una fedeltà ostinata agli affetti, da un bisogno di giustizia che germoglia nel quotidiano. Questo
rende il suo potere ancora più autentico, perché non poggia sulla violenza né su un’autorità formale,
ma sull’etica personale e sulla responsabilità verso gli altri “questo era il partito e valeva la pena farsi
ammazzare”. Agnese incarna così una forma di potere profondamente umana, che si manifesta
attraverso atti di cura, di solidarietà, di dedizione. La sua forza non sta nel dominare, ma nel
sopportare, nel resistere, nel fare fronte alla sofferenza senza perdere la capacità di agire. Eppure, da
questa fragilità nasce una forza nuova: la decisione di agire, di entrare nella Resistenza, di trasformare
il dolore personale in responsabilità collettiva. Agnese non ha autorità formale, né potere fisico, e non
appartiene a nessuna categoria considerata tradizionalmente potente. Eppure, nel suo coraggio
quotidiano, incarna un potere fatto di tenacia e dignità, che si oppone all’oppressore senza clamore.
La sua figura dimostra che il potere può anche essere etico, non violento, e soprattutto accessibile a
chiunque.
Il terzo tipo di incarnazione del potere emerge dall’articolo dedicato alle donne partigiane e dalla
fotografia di Roger Viollet che le ritrae nel 1945 con le armi in mano. Qui il potere si manifesta come
emancipazione collettiva. Durante la Resistenza, le donne — fino ad allora confinate nel ruolo
domestico, come Agnese — entrano nello spazio pubblico con un coraggio e una determinazione che
sovvertono ogni stereotipo. L’immagine delle partigiane armate è emblematica: è la rappresentazione
visiva di un rovesciamento radicale delle gerarchie di genere su ogni tipo di livello: sociale e politico.
La lotta le rende protagoniste della storia, non più figure di supporto ma agenti attive del
cambiamento. Questo potere è rivoluzionario, perché non appartiene più a un singolo individuo ma a
un gruppo che si riconosce e si legittima reciprocamente. Le donne non solo partecipano alla
liberazione, ma incarnano un modello di autorità nuovo, condiviso e profondamente politico.
In conclusione, i testi e i documenti analizzati mostrano che nelle situazioni di crisi il potere cambia
natura e si incarna in figure inaspettate. Pin rivela il potere come seduzione e desiderio di
appartenenza; Agnese, come forza morale che nasce dalla sofferenza; le partigiane, come
emancipazione collettiva e trasformazione dei ruoli sociali. Attraverso queste incarnazioni così
diverse, la Resistenza appare non solo come un movimento armato, ma come un laboratorio di nuovi
poteri, che ridefinisce chi può agire, chi può essere ascoltato, chi può cambiare la storia. E proprio in
questo ribaltamento si comprende la vera essenza del potere: non è una singola entità, può nascere
dalla violenza che, appropriandosi dei più deboli – come i bambini, diventa un gioco, nasce dalla
memoria ma anche dalla rivendicazione di un nuovo ruolo sociale.