Modulo VI: Strumenti e Tecniche dello
Psicologo Counselor I
Presentazione
[Link] Valentina Santopietro
OBIETTIVI DEL MODULO
Approfondire gli strumenti pratici del lavoro del counselor,
calandoli nell’articolazione delle diverse fasi dell’intervento
Evidenziare che il counselor stesso, con il suo atteggiamento e
con le sue modalità comunicative, rappresenta uno dei principali
strumenti di lavoro
2
CONTENUTO DEL MODULO
- Fasi dell’intervento di Counseling e Strumenti del Counselor
- Attitudine del counselor : autenticità, accettazione positiva
incondizionata e comprensione empatica
- Comunicazione non direttiva e Ascolto Attivo
- Riformulazione
- Diverse tipologie di Riformulazione
- Domande
- Diverse tipologie di Domande
3
RISULTATI ATTESI DEL MODULO
Orientarsi sui principali elementi pratici da poter impiegare nel
lavoro di Counseling con l’utente
Acquisire nozioni teorico-pratiche su alcuni specifici strumenti di
lavoro del counselor
4
Fasi dell’intervento di Counseling e
Strumenti del counselor
[Link] Valentina Santopietro
CONTENUTO E OBIETTIVI DELLA VIDEOLEZIONE
Comprendere la tipologia di strumento di lavoro più idonea a
ciascuna fase dell’intervento di Counseling
Conoscere alcuni strumenti specifici che si sono rivelati utili in
diverse fasi dell’intervento
*Nozioni tratte dal testo Giusti E., Pagani A., (2014), Il Counselling Psicologico – Assessment e interventi basati sulla ricerca scientifica.
2
All’interno di un intervento di Counseling integrato, è stato dimostrato
che gli strumenti maggiormente efficaci da impiegare mirano a:
•Aumentare l’autoconsapevolezza dell’utente
•Stimolarlo ad effettuare un riesame di sé, fornendogli nuove
conoscenze sul suo modo di essere, agire, sentire e pensare
•Stimolarlo ad effettuare un riesame dell’ambiente, fornendogli nuove
consapevolezze sul suo contesto di appartenenza
•Abbandonare vecchi comportamenti disadattivi
•Acquisire nuove modalità di funzionamento più efficaci
Tutto ciò consente all’utente di:
•Capire se stesso
•Compiere scelte decisionali importanti
•Pianificare la propria vita
•Cambiare comportamenti insoddisfacenti 3
Le tecniche specifiche che è possibile adottare sono varie e cambiano
in base a diversi orientamenti teorici
Non esiste una tecnica più giusta di un’altra MA è importante che
ciascuna tecnica sia utilizzata in modo consapevole, nel rispetto :
della fase dell’intervento di Counseling
dei tempi e dello stadio di cambiamento in cui si trova l’utente
4
PRIMA FASE Strumenti
Obiettivo: aiutare l’utente ad esprimersi nel definire il problema,
comprendendolo empaticamente e creando così i presupposti per
una buona relazione
Strumenti utili quelli che veicolano all’utente la percezione di
essere al centro dell’attenzione e di poter essere compreso, di modo
da aiutarlo ad uscire dalla confusione e dall’autoreferenzialità
ruminante
•Attitudine del counselor fatta di autenticità, comprensione empatica
ed accettazione positiva incondizionata
•Ascolto attivo
•Metodi che spingano l’utente all’osservazione narrativa di se stesso
nel contesto e al riconoscimento di personali limiti e risorse
SECONDA FASE Strumenti
Obiettivo: promuovere una ridefinizione del problema, fino ad
arrivare ad una definizione chiara e completa per entrambi
Strumenti utili quelli che sostengono l’utente nell’esplorazione
della sua situazione, fino ad arrivare ad una valutazione obiettiva
della stessa
•Riformulazioni, domande aperte e chiarificazioni
•Offerta di informazioni, guida e riconoscimenti
•Analisi dei vantaggi e degli svantaggi di determinate posizioni
Questo lavoro conduce l’utente a considerare il suo problema da
un’angolazione diversa e più esaustiva, concentrandosi sulle reali
complessità della situazione
TERZA FASE Strumenti
Obiettivo: gestire il problema presentato dall’utente
Strumenti utili quelli che sostengono l’utente nel processo
decisionale e nell’azione di cambiamento, aiutandolo a conservare la
piena responsabilità del processo
•Problem solving, volto a scandire il processo decisionale in fasi
successive, dalla definizione del problema, attraverso formulazione e
messa alla prova di diverse soluzioni, fino ad arrivare alla messa in
atto di quella più efficace
•Diario di automonitoraggio, volto a riportare i fatti salienti della
sperimentazione delle azioni di cambiamento
TERZA FASE Strumenti
Strumenti utili
Nello specifico rivolti a sostenere l’utente nella sperimentazione di
nuovi comportamenti interpersonali, perseguendo i propri obiettivi nel
rispetto dei propri e altrui diritti
•Psicoeducazione di modalità comunicative assertive
•Psicoeducazione di competenze sociali ed espressive
•Sviluppo di abilità immaginative, di rilassamento volte al self-control
e all’autoregolazione emozionale e comportamentale
Alla fine del percorso può risultare utile, inoltre, l’impiego di metafore
della conclusione e tecniche creative (simulate) volte a rappresentare
ed esplorare l’esperienza del momento e dei sentimenti connessi
6 STADI di CAMBIAMENTO (Prochaska et al., 1994)
Primo Stadio. La Precontemplazione
L’utente non ha proprio preso in considerazione l’idea di cambiare,
perché non se la sente oppure perché non lo desidera
“Non credo di avere questo problema. Tutti sono preoccupati
inutilmente. Posso smettere quando voglio”
Strumenti comunicazione facilitante (ascolto attivo, empatia,
domande) 9
6 STADI di CAMBIAMENTO (Prochaska et al., 1994)
Secondo Stadio. La Contemplazione
L’utente riconosce di essere preoccupato e considera la possibilità
del cambiamento ma è incerto e ha una modalità ambivalente
“Ho un problema, ma non sono sicuro sia così importante da
richiedere un cambiamento adesso. Sono convinto che il mio sia un
problema. Ho necessità di cambiare ma non so come fare”
Strumenti gestione dell’ambivalenza fisiologica con valutazione
dell’impatto del cambiamento ipotizzato 10
6 STADI di CAMBIAMENTO (Prochaska et al., 1994)
Terzo Stadio. La Determinazione – Preparazione all’Azione
L’utente è impegnato in una fase di progettazione del cambiamento
nel futuro prossimo e sta considerando cosa potrà fare nel concreto
“Ce la posso fare”
Strumenti espressione e creatività (brainstorming)
11
6 STADI di CAMBIAMENTO (Prochaska et al., 1994)
Quarto Stadio. L’Azione
L’utente ha attivamente fatto dei passi avanti nel cambiamento, ma
non ha ancora raggiunto una stabilità
“Ce la sto facendo. Metto in pratica e mi soffermo sul piacere del
risultato”
Strumenti strategie di azione e cambiamento, riparazione delle
rotture e prevenzione del drop-out 12
6 STADI di CAMBIAMENTO (Prochaska et al., 1994)
Quinto Stadio. Il Mantenimento
L’utente ha raggiunto pienamente i suoi obiettivi di cambiamento e
lavora attivamente per mantenerli stabili
“So come fare per stare bene, voglio imparare a stare meglio e ad
accorgermene quando qualcosa non va, accettare che stia
accadendo e prendere provvedimenti tempestivi”
Strumenti consolidamento dell’alleanza, monitoraggio,
autoregolazione affettivo-emotiva, autodeterminazione del
comportamento
6 STADI di CAMBIAMENTO (Prochaska et al., 1994)
Sesto Stadio. La Conclusione o la Ricaduta
L’utente ha raggiunto la conclusione quando il nuovo comportamento
è completamente stabilizzato, senza paura di ricadute, con un alto
senso di auto-efficacia
“Ce l’ho fatta e ce la farò ancora”
In alternativa, l’utente sperimenta un ritorno a comportamenti
problematici, per cui bisogna riavviare il processo di contemplazione
e considerare la ricaduta come un fattore normale del processo verso
il cambiamento
Strumenti conferme dei successi, riesami degli insuccessi
CONCLUSIONI
Per concludere, si può affermare che strumenti e tecniche del
lavoro di counseling possono essere impiegate in maniera
variegata, ma con consapevolezza e controllo rispetto alle
caratteristiche della fase dell’intervento di couseling e dello
stadio di cambiamento dell’utente
15
Attitudine del counselor : autenticità,
accettazione positiva incondizionata
e comprensione empatica
[Link] Valentina Santopietro
CONTENUTO E OBIETTIVI DELLA VIDEOLEZIONE
Studiare le caratteristiche dell’Attitudine del counselor, come il
primo strumento che è importante saper impiegare
Analizzare gli elementi dell’attitudine del counselor che, se
adeguatamente regolati, predispongono una buona relazione
clinica e un intervento efficace
*Nozioni tratte dal testio Calvo V., (2007). Il Colloquio di Counseling - Tecniche di intervento nella relazione di aiuto. Il Mulino
2
L’efficacia dell’intervento di aiuto dipende anche da un particolare
atteggiamento di ascolto e partecipazione del counselor, che
concorre a generare un’atmosfera di accoglienza costruttiva
“E’ la qualità dell’incontro interpersonale con il cliente l’elemento più
significativo nel determinare l’efficacia e la riuscita” di una relazione di
aiuto (Rogers, 1970)
Carl Rogers individua tre attitudini personali del counselor che
rappresentano condizioni di base di un intervento di counseling
efficace
1. Autenticità
Il counselor deve partecipare al rapporto con l’utente in modo
spontaneo e genuino
Deve essere ciò che realmente è, senza indossare maschere e senza
nascondersi dietro una facciata di professionalità
Deve sentire, pensare, essere e agire in modo coerente, mantenendo
cioè un atteggiamento di congruenza interiore fra diversi livelli del
proprio funzionamento interiore:
• Ciò che sente
• Ciò che pensa
• Ciò che fa
• Ciò che è
1. Autenticità
La congruenza può esistere se il counselor può ascoltare e accettare
ciò che gli accade dentro e se può vivere senza timori la complessità
dei propri sentimenti e delle proprie reazioni
Profonde e reali convinzioni affettive
Dirigono l’atteggiamento del counselor in maniera congrua
Il counselor è percepito dall’utente come veritiero, convincente e
affidabile
Se l’utente riesce a percepire autenticità e genuinità nel counselor si
creano i presupposti per la costruzione di un rapporto di fiducia
1. Autenticità
A volte, il counselor può sperimentare sentimenti ambigui, negativi o
contraddittori nei confronti dell’utente (noia, antipatia ecc)
Autenticità non implica necessariamente una esplicita manifestazione
di questi sentimenti MA significa:
-Poter riconoscere questi sentimenti dentro di sé
-Poterli accettare e accogliere senza inibirli o negarli
-Comprenderne il significato (che spesso è connesso a
caratteristiche dell’utente, oppure al periodo della vita che sta
attraversando oppure al fatto che la relazione con l’utente non sta
funzionando come dovrebbe)
-Gestirli in modo congruente, cercando di superarli con la
costruzione di un rapporto più empatico e profondo con l’utente
1. Autenticità
A volte, il counselor può sperimentare sentimenti ambigui, negativi o
contraddittori nei confronti dell’utente (noia, antipatia ecc)
In proposito Carl Rogers sostiene che in alcuni casi possa essere
utile comunicare all’utente tali sensazioni, esprimendo diverse cose:
-Il proprio stato d’animo negativo
-Il dispiacere di aver sperimentato quei sentimenti negativi
-Il disagio nel manifestare questo aspetto di sé
Ciò consentirebbe di aprire la strada ad un rapporto più profondo ed
efficace in cui l’utente sente la reale intenzione da parte del counselor
di essere autentico e la possibilità di lavorare insieme su qualsiasi
tema, inclusi quelli più scomodi
2. Accettazione Positiva Incondizionata
Il counselor deve mantenere un atteggiamento di accoglienza
caratterizzato da interesse, positività e comprensione
atteggiamento simile a quello di un genitore che apprezza e valorizza
il figlio, senza sentimenti possessivi o egoistici
Ciò presuppone rispetto per l’utente in quanto distinto da sé:
-che viene accettato per ciò che è, indipendentemente da ciò che
dice, pensa o fa
-che non si cerca di convincere, dominare o conquistare
Incondizionato non pone condizioni né riserve, l’altro viene
accettato nella sua globalità, con tutti i suoi aspetti e caratteristiche
2. Accettazione Positiva Incondizionata
C’è assenza di qualsiasi giudizio valutativo non ci sono giudizi
morali, né tantomeno disapprovazioni né approvazioni
Ciò non implica indifferenza agli aspetti etici o morali dell’utente
MA al contrario l’astensione di giudizio consente di creare un contesto
in cui l’utente si sente al sicuro anche se porta parti di sé che
generalmente tiene celate
Così tramite una scelta libera consapevole può cogliere l’opportunità
di prendere coscienza di alcuni aspetti di sé, condividerli e modificarli
nel lavoro di counseling
3. Comprensione Empatica
Il counselor deve poter:
• comprendere il mondo soggettivo dell’utente
• comunicargli tale tentativo di comprensione e immedesimazione
• mantenere presente il confine tra sé e l’altro
“sentire il mondo più intimo dei valori personali del suo cliente come
se fosse proprio senza mai perdere la qualità del “come se” (Rogers,
1970)
3. Comprensione Empatica
Se l’utente fa esperienza di una buona comprensione empatica nella
relazione con il counselor si gettano solide basi per una buona
relazione di aiuto improntata al lavoro congiunto e al cambiamento
raramente nella vita di tutti i giorni è possibile sperimentare la stessa
situazione
“qualcuno capisce come sento e come penso di essere, senza
volermi analizzare o giudicare, allora sento di potere, in una tale
atmosfera, aprirmi e crescere” (Rogers, 1970)
CONCLUSIONI
Per concludere, si può affermare che se il counselor ha
adeguatamente lavorato su se stesso è in grado di modulare
alcune sue caratteristiche che potrà utilizzare come veri e propri
strumenti di lavoro nella relazione con l’utente nel corso di un
intervento di counseling
12
Comunicazione non direttiva e
Ascolto attivo
[Link] Valentina Santopietro
CONTENUTO E OBIETTIVI DELLA VIDEOLEZIONE
Comprendere le caratteristiche dell’ascolto attivo come
strumento dello psicologo counselor
Approfondire le modalità con le quali il counselor può regolare
l’utilizzo dell’ascolto attivo nella relazione con l’utente
*Nozioni tratte dal testo Di Fabio A., (1999). Counseling – Dalla Teoria all’Applicazione. Giunti
2
La comunicazione e l’espressione dell’utente sono tanto più
attendibili quanto più scevre da interrogazioni e richieste che
riguardano i bisogni del counselor
Se il counselor riesce ad adottare un atteggiamento di accettazione,
può:
•Accettare i sentimenti dell’altro, espressi nelle sue dichiarazioni
•Non sentire il bisogno di valutare questi sentimenti oppure
interpretarli o agire su di essi in qualche modo
L’accettazione consente la facilitazione della comunicazione
spontanea e naturale dell’altro
3
Il counselor deve cercare di prendere le distanze da due
modalità comunicative caratterizzate da direttività:
1. Rapporto genitore – bambino
Legame di profondo affetto
L’uno ha un ruolo di autorità e responsabilità
L’altro ha un ruolo di dipendenza
2. Rapporto medico-paziente
Legame di fredda distanza
L’uno formula una diagnosi esperta e un consiglio autorevole
L’altro accetta in modo rispettoso e sottomesso
4
Le modalità comunicative del counselor dovrebbe essere tali da
salvaguardare l’utente:
Da un ipercoinvolgimento
Da una fredda distanza
Ciò potrebbe garantire la possibilità di creare con l’utente “un
legame caratterizzato da calore umano, interesse, rispondenza,
grado di attaccamento chiaramente e precisamente delimitato”
All’interno del quale il counselor è in grado di tollerare l’espressione
dei sentimenti
5
Tutto ciò passa attraverso la preliminare capacità di ascoltare il
significato profondo di quello che l’altro esprime
“cosa sta provando l’altro?” piuttosto che “cosa sta dicendo?”
Il rapporto interpersonale è centrato sull’utente, con l’intento di
favorire la sua comunicazione
6
Il rischio principale in cui si incorre ascoltando qualcuno è quello di
essere convinti di aver compreso, ma in realtà si è compiuta una
proiezione di significati nostri sulla situazione e sulla
comunicazione dell’altra persona
Per poter essere centrato sull’utente, il counselor deve aver
imparato ad essere centrato efficacemente prima di tutto su se
stesso
Ascoltare e accettare pienamente sé
Competenza preliminare alla capacità di accettare e ascoltare
pienamente l’altro
7
La capacità di ascolto è connessa alla capacità di
osservazione
Una osservazione e un’attenzione centrata sull’utente consentono
di cogliere:
• ciò che l’utente dice
• ciò che l’utente esprime attraverso la comunicazione non verbale
e paraverbale
• ciò che accade in quel preciso momento nella relazione stessa
con l’utente
Così l’Ascolto Attivo si avvale dell’udito, della vista e dell’intera
persona del counselor che risuona empaticamente alle emozioni
dell’altro
8
Potenziali ostacoli per un buon ascolto sono (Mucchielli):
La soggettività dell’ascoltatore (interpretazioni personali)
La deformazione professionale (rispondere con una modalità
standard)
Il significato razionale delle comunicazioni (fermarsi al significato
letterale o intellettuale senza tenere conto delle componenti
emotive e soggettive)
9
Al fine di predisporsi ad adoperare un Ascolto Attivo, il counselor
deve:
Liberarsi dal proprio modo abitudinario di vedere e interpretare le
situazioni al fine di potersi avvicinare e comprendere il punto di
vista dell’utente
Domandarsi quale è il significato di ciò che si osserva e si ascolta
per l’utente
Conoscere le regole della comunicazione
Comprendere e automonitorare se stesso in relazione
10
CONCLUSIONI
Per concludere, si può affermare che al fine di un utilizzare un
valido strumento nella relazione di counseling, il counselor non
deve limitarsi ad offrire all’utente un generico ascolto, ma deve
renderlo attivo e soggettivo, ponendo l’utente al centro
11
La Riformulazione nell’intervento di
Counseling
[Link] Valentina Santopietro
CONTENUTO E OBIETTIVI DELLA VIDEOLEZIONE
Studiare uno specifico strumento dello psicologo counselor
Analizzare l’impiego delle Riformulazioni all’interno
dell’intervento di counseling
*Nozioni tratte dal testio Calvo V., (2007). Il Colloquio di Counseling - Tecniche di intervento nella relazione di aiuto. Il Mulino
2
L’atteggiamento empatico e l’ascolto attivo adoperati dal counselor si
manifestano appieno nel colloquio di counseling mediante l’adozione
di un intervento definito Riformulazione
Consiste nel ridire con altre parole, in modo più conciso e più
chiaro, ciò che l’altro ha appena detto, ricercando l’accordo da
parte del soggetto (Mucchielli, 1983)
Non si tratta di una tecnica da apprendere in modo meccanico, ma
piuttosto di un modo di essere e interagire nella relazione con
l’utente, caratterizzato da sincero interesse e desiderio di
comprenderlo
Mucchielli (1983) individua dei presupposti alla base dell’intervento di
Riformulazione:
1. L’utente è realmente la persona che meglio conosce se stesso
2. L’universo esperienziale dell’utente ha un senso, un significato e
una logica specifici. Comprendere i suoi comportamenti equivale a
comprendere i significati che soggettivi che attribuisce al suo
universo privato
3. L’utente è in grado di riflettere, di prendere coscienza di sé e dei
suoi significati, approfonditi nella relazione con l’altro
4. Ciascuno presenta una grande capacità di autodeterminazione
È definita da vari autori con termini diversi (rispecchiamento, risposta-
riflesso, riflessione)
Nella sua definizione, Mucchielli ha indicato tre elementi centrali che
caratterizzano l’intervento di Riformulazione:
1. È una risposta del counselor al messaggio inviato dall’utente
2. È più breve e chiara del messaggio dell’utente e rimanda un
elemento da lui comunicato, riformulandolo con altre parole ma
senza alterarne il messaggio, come per riflettere allo specchio
quella comunicazione
3. È formulata con intonazione o il significato di una richiesta,
esplicita o implicita, che mira a chiedere all’utente conferma circa
l’accuratezza della riformulazione stessa
Utente (esprimendo preoccupazione): “Negli ultimi tempi in famiglia le
cose non vanno molto bene. Litigo spesso con mia moglie…non so
cosa pensare…”
Counselor: “Se ho ben capito, lei mi sta dicendo che ci sono delle
difficoltà in famiglia e questo la rende confuso e preoccupato”
Utente: “Si, vorrei tanto che le cose migliorassero…vorrei trovare una
soluzione…Però ho paura che possa essere troppo tardi, che
abbiamo lasciato andare le cose troppo avanti…”
Scopo della riformulazione :
-Non è comunicare un dato di fatto, una certezza oggettiva, né
interrogare, rassicurare o interpretare l’utente
-Ma piuttosto è tentare di comprendere empaticamente l’utente,
mettersi nei suoi panni e partecipare alla sua esperienza immediata
La riformulazione dunque svolge diverse funzioni:
1. Dà fiducia e sicurezza poiché contribuisce a far sentire l’utente
ascoltato, compreso e non giudicato. Ciò incoraggia la continuazione e
l’approfondimento dei temi trattati
2. Consente il rispecchiamento, poichè fa da specchio all’utente
riflettendogli i suoi pensieri, sentimenti ed esperienze. Ciò consente
all’utente di rispecchiarsi nell’altro, di rivedere il suo mondo soggettivo con
gli occhi dell’interlocutore e di diventarne più consapevole
3. Arricchisce il messaggio, poiché evidenzia aspetti della comunicazione
presenti solo a livello implicito e aiuta il soggetto ad acquisire nuove
prospettive
La riformulazione del counselor può non ottenere completamente
l’accordo dell’utente oppure produrre un disaccordo :
Utente (esprimendo preoccupazione): “Negli ultimi tempi, le cose in
famiglia non vanno molto bene, litighiamo spesso. Non so cosa
pensare…”
Counselor: “Si sente confuso e preoccupato…”
Utente: “Beh non proprio, non sono confuso…anzi, la situazione mi è
molto chiara…però è vero sono preoccupato. Mi preoccupa in
particolare…”
Non è necessario che la riformulazione del counselor sia sempre
accurata e approvata dall’utente per produrre un ascolto attivo efficace
Piuttosto la riformulazione dovrebbe tradurre l’interesse del counselor
verso l’utente e il suo desiderio di comprenderlo e verificare la
correttezza di ciò che ha compreso
Il disaccordo del soggetto e l’opportunità di esprimerlo e correggere il
tiro in un suo intervento di spiegazione successiva potranno addirittura
alimentare la sua fiducia nel processo, poiché gli consentono di
avvertire il desiderio autentico del counselor di comprenderlo (Di
Fabio, 1999)
Dunque una risposta di riformulazione è effettuata in modo
corretto se riflette un adeguato sforzo di comprensione e non se
è sempre accurata
Ciò veicola un atteggiamento corretto del counselor che incoraggia
l’utente a proseguire il suo discorso e approfondirlo
Egan (2002) ha individuato un modello schematico della sequenza di
comportamenti che si verificano in seguito ad una riformulazione da
parte del counselor:
1. l’utente fa un’affermazione durante un colloquio
2. Il counselor risponde in modo empatico tramite una riformulazione
Se la riformulazione è accurata:
3. l’utente comunicherà una conferma verbale o non verbale circa
l’accuratezza della riformulazione
4. seguirà poi una nuova elaborazione del tema da parte dell’utente
5. si avvierà un nuovo turno nel dialogo e un nuovo ciclo di
riformulazioni
Egan (2002) ha individuato un modello schematico della sequenza di
comportamenti che si verificano in seguito ad una riformulazione da
parte del counselor:
1. l’utente fa un’affermazione durante un colloquio
2. Il counselor risponde in modo empatico tramite una riformulazione
Se la riformulazione non è accurata:
3. l’utente comunicherà a livello verbale o non verbale la non
accuratezza della riformulazione
4. seguirà quindi una correzione, una nuova riformulazione o una
diversa verbalizzazione da parte del counselor
5. l’utente comunicherà una conferma circa l’accuratezza della
riformulazione e una nuova chiarificazione
6. si avvierà un nuovo turno nel dialogo e un nuovo ciclo di
riformulazioni
Per Rogers la riformulazione consente di fare da specchio all’utente,
ma anche di promuovere in lui comprensione e conoscenza di sé,
mettendo in evidenza aspetti impliciti e sottintesi
In questo modo assume una valenza correttiva sul punto di vista del
soggetto
Deve rimanere però sempre entro il sistema di riferimento interno
dell’individuo, senza aggiungervi dati non presenti nella sua
comunicazione e derivanti da fonti esterne (intuizione del counselor,
teoria di riferimento, ipotesi diagnostica)
CONCLUSIONI
Per concludere, si può affermare che la riformulazione è uno
strumento utile al counselor per varie ragioni e che come al
solito si inserisce all’interno di un intervento che mira nel
complesso a coltivare la relazione e la comprensione, in vista di
un potenziamento delle capacità di autoconsapevolezza che
sono già insite nel soggetto
14
Diverse tipologie di Riformulazione
[Link] Valentina Santopietro
CONTENUTO E OBIETTIVI DELLA VIDEOLEZIONE
Studiare le varie tipologie di riformulazioni a disposizione dello
psicologo counselor
Analizzare l’impiego delle diverse tipologie di riformulazioni
all’interno dell’intervento di counseling
*Nozioni tratte dal testio Calvo V., (2007). Il Colloquio di Counseling - Tecniche di intervento nella relazione di aiuto. Il Mulino
2
Diverse tipologie di Riformulazione variazioni di un’unica tecnica
piuttosto che tecniche realmente
differenti
Rogers e Kinget le distinguono in tre ampie categorie, secondo un
ordine crescente di complessità:
1. Riformulazione semplice (oppure del contenuto) facilita la
comunicazione e fa sentire l’utente compreso e rispettato
2. Riformulazione del sentimento mette in luce l’intenzione,
l’affetto insiti nelle comunicazioni
3. Chiarificazione (oppure riformulazione del significato)
“rappresentano delle forme e delle variazioni del tutto naturali
dell’espressione verbale di un interlocutore che si sforza di liberarsi
del proprio schema di riferimento, allo scopo di immergersi nel
chiaroscuro del mondo soggettivo altrui” (Rogers e Kinget, 1965)
1. Riformulazione semplice
È la forma più elementare di riformulazione
Consiste nel rimandare o riproporre all’utente semplicemente il
contenuto manifesto ed evidente della sua comunicazione
Il counselor deve saper attendere il momento opportuno per
proporre la riformulazione quando l’utente fa una pausa nel
discorso, alla fine di un periodo o di una frase, il counselor può
riformulare la sua idea per permettergli di ascoltarla e riconoscerla
Esistono diversi tipi di riformulazione semplice, che variano in base
al target, ossia alla maggiore o minore porzione di messaggio
riformulata
Eco o reiterazione semplice
È la forma più semplice e breve di riformulazione
Consiste nel ripetere le ultime parole dell’utente, con un tono
leggermente interrogativo, invitandolo, con atteggiamento e
comunicazione non verbale, a proseguire l’esposizione. In seguito si
lascia all’utente il tempo necessario a consentirgli di riprendere il
discorso e proseguire
Utente: “Faccio molta fatica a parlare con mio zio, negli ultimi tempi.
Mi sembra che ci siano sempre incomprensioni, problemi…Non so
se…”
Counselor: “Se?”
Utente: “Se valga la pena continuare a insistere per cercare un
dialogo con lui”
Eco o reiterazione semplice
Utile quando:
• Il discorso è descrittivo o fattuale
• Il soggetto lascia a metà una frase come se fosse incerto se
continuare o meno perché
pensa di aver sviluppato già a sufficienza il proprio ragionamento
ha il timore di essere prolisso, ripetitivo, noioso
vuole essere rassicurato circa il fatto che il counselor sia attento
Scopo sollecitare la prosecuzione del discorso e rassicurare
l’utente sull’interesse del counselor
Un impiego eccessivo potrebbe rendere innaturale e artificioso lo
scambio verbale
Reiterazione parziale
Consiste nel ripetere alcune parole all’interno della frase dell’utente,
con un tono leggermente interrogativo, invitandolo, con
atteggiamento e comunicazione non verbale, ad approfondire quel
determinato argomento. In seguito si lascia all’utente il tempo
necessario a consentirgli di riprendere il discorso e proseguire
Utente: “Ho sempre in testa quel pensiero, che mi impedisce di
sentirmi sereno, a mio agio…tranquillo”
Counselor: “Quel pensiero?”
Utente: “Il fatto che i miei genitori stiano invecchiando e che, prima o
poi, dovrò affrontare la loro scomparsa”
Reiterazione parziale
Utile nei casi in cui il counselor intende orientare il soggetto verso un
determinato tema da approfondire, riducendo il rischio di formulare
una domanda mal posta
Consente di “domandare senza fare domande”
Adottata dai modelli di counseling che prevedono un certo equilibrio
nello stile di conduzione del counselor, fra un atteggiamento non
direttivo e una partecipazione più attiva nel focalizzare i temi da
trattare
Parafrasi
Consiste nel riproporre all’utente gli aspetti fondamentali del suo
discorso, in forma più sintetica e più chiara
Per riproporre i concetti espressi dall’utente, il counselor utilizza
parole proprie, ma equivalenti a quelle usate dal soggetto, di modo
che possa riconoscersi nel contenuto della riformulazione
Di volta in volta si può utilizzare un maggiore o minore grado di sintesi
Viene proposta come la richiesta di una conferma o chiarimento e
non come un’affermazione fine a se stessa
Parafrasi
Introdotta con:
“Se ho ben capito…” oppure “In altre parole…” oppure “Mi sembra di
capire che lei…”
Si può concludere con una richiesta di verifica “E’ così?”
Utente: “In casa mia, sono io che prendo tutte le decisioni, sia quelle
importanti, sia quelle minime. Decido quali spese affrontare, come
organizzare la settimana e anche quello che è giusto o non è giusto
per i nostri figli”
Counselor: “Quindi, se ho ben capito in casa sua è lei che comanda”
Utente: “Si comando io…mi piace che sia così, anche se talvolta non
nego che sia faticoso”
Riformulazione riassunto
Consiste nel formulare una parafrasi più ampia, con la quale riproporre
all’utente la sintesi di un tema o di un insieme di argomenti sviluppati in
più turni comunicativi
Utile per:
• fare il punto della situazione
• aiutare gli utenti più prolissi a restare focalizzati sul tema del colloquio
• preparare la connessione a una domanda di approfondimento,
soprattutto se tale domanda sposterà il focus del discorso
• tirare le fila di quanto emerso nel colloquio, a conclusione dell’incontro
Introdotta con “Riassumendo…” e conclusa con “se ho compreso
bene”
Riformulazione riassunto
Il counselor deve saper riproporre efficacemente l’essenza di quanto
comunicato dall’utente, in modo sintetico, ma anche accurato e vicino
all’esperienza dell’altro
Ciò richiede dunque capacità cognitiva (attenzione e memoria) e
capacità empatica
Counselor: “Lei mi ha raccontato in dettaglio le sue difficoltà in questo
periodo, che sono, se ho ben capito, legate soprattutto alla necessità
di prendere una decisione circa l’acquisto di una nuova casa. Da un
lato pensa che sia un passo necessario, dall’altro è piuttosto
spaventato da tutto ciò che questo comporta…se ho compreso
bene…”
Utente: “Si è così”
2. Riformulazione del sentimento
Consiste nel tradurre in parole i sentimenti, gli stati d’animo e i
significati personali presenti in un determinato messaggio
dell’utente, sul piano verbale e non verbale
Il counselor deve saper cogliere l’intera gamma degli affetti
dell’utente e verbalizzarli in modo sintetico e conciso
Può essere introdotta con “Lei si sente...”
Può essere preceduta da una formula che ne attenui l’assolutezza
per evitare una comunicazione giudicante “Mi pare di capire che…”
2. Riformulazione del sentimento
Il counselor deve utilizzare una buona capacità di osservazione e di
comprensione empatica:
Osservazione dell’utente e del suo comportamento (verbale e
non verbale)
Domanda dell’empatia : “Se fossi al posto dell’utente e facessi e
dicessi queste cose, come mi sentirei?”
È importante riuscire a individuare:
• il tipo di sentimento gioia, tristezza, paura
• l’intensità molto triste, un po’ triste
Arricchire il proprio vocabolario di “parole emozionali”
3. Chiarificazione o Delucidazione
È la riformulazione più complessa ed è quella più vicina ad una
interpretazione (per questo poco utilizzata nell’approccio
rogersiano)
Consiste nel rilevare sentimenti o atteggiamenti che non derivano
direttamente dalle parole del soggetto, ma che possono
ragionevolmente essere dedotte dalla sua comunicazione
È basata su una sorta di deduzione da parte del counselor
coglie nel discorso dell’utente degli elementi logicamente presenti e
li mette in relazione fra loro oppure crea dei collegamenti che
contribuiscono a chiarificare i significati presenti nel messaggio
3. Chiarificazione o Delucidazione
L’obiettivo è aiutare l’utente a cogliere o a creare nuovi
collegamenti tra diversi elementi della sua esperienza
La chiarificazione assume una valenza esplicativa
Carckhuff (1987) la considera una “risposta di significato”
all’interno della quale viene combinato insieme il contenuto
(dimensione intellettuale e concreta) e il sentimento (dimensione
affettiva) espressi dall’utente
Counselor “Sei (sentimento) perché (contenuto)”
3. Chiarificazione o Delucidazione
Egan (2002) la considera una “condivisione di sottolineature
empatiche”, con la quale il counselor comunica la propria
comprensione dell’utente
Counselor: “tu senti (nome dell’emozione espressa dall’utente)
perché (esperienze o comportamenti che fanno originare tale
emozione)”
Strumento utile nelle prime fasi della formazione per familiarizzare
con la riformulazione, in quanto aiuta a focalizzare l’attenzione sui
sentimenti legati alle esperienza chiave nella storia dell’utente
3. Chiarificazione o Delucidazione
Egan (2002) individua alcuni principi da seguire per rendere
efficace una riformulazione:
• individuare correttamente la categoria alla quale appartiene
l’emozione e il grado di intensità con cui l’ha sperimentata l’utente
• osservare e riconoscere anche i sentimenti e le emozioni presenti
nel linguaggio non verbale
• verbalizzare le emozioni con sensibilità con utenti spaventati
dal parlare di sentimenti è possibile procedere con gradualità
analizzando prima esperienze e comportamenti
• adottare un approccio equilibrato circa la dimensione affettiva
dell’esperienza dell’utente evitare di ignorare i sentimenti
dell’utente e al contempo evitare di porvi eccessiva enfasi
CONCLUSIONI
Per concludere, si può affermare che lo psicologo counselor ha
a sua disposizione un’ampia varietà di riformulazioni da
impiegare all’occorrenza, in base alla fase dell’intervento, allo
scopo del suo commento e alle caratteristiche specifiche
dell’utente e della situazione
19
Le Domande nell’intervento di
Counseling
[Link] Valentina Santopietro
CONTENUTO E OBIETTIVI DELLA VIDEOLEZIONE
Studiare uno specifico strumento dello psicologo counselor
Analizzare l’impiego delle domande all’interno dell’intervento di
counseling
*Nozioni tratte dal testio Calvo V., (2007). Il Colloquio di Counseling - Tecniche di intervento nella relazione di aiuto. Il Mulino
2
Nel corso di un colloquio di counseling, il counselor ascolta l’utente,
partecipa empaticamente alla sua comunicazione e cerca di facilitare
la sua espressione. Il suo intervento è principalmente non direttivo,
tuttavia può risultare particolarmente utile porre attivamente
domande all’utente
La domanda può svolgere diverse funzioni:
-È un intervento direttivo, in quanto il counselor decide cosa chiedere,
quando farlo e con quale modalità
-Aiuta il counselor ad orientare la discussione verso un tema in
particolare
-Consente di raccogliere informazioni specifiche dall’utente
-Comunica l’interesse del counselor, la sua attenzione e il suo
desiderio di comprendere a fondo l’utente
-Aiuta a verificare di aver compreso correttamente ciò che riguarda
l’utente
Domande nel colloquio di Domande nel colloquio clinico
counseling o diagnostico
Promuovono la comunicazione Raccolgono informazioni sul
del soggetto, incoraggiano ad funzionamento psicologico e sui
esprimersi e a confrontare i suoi sintomi presentati al fine di
punti di vista formulare una diagnosi
Atteggiamento facilitante Atteggiamento direttivo
Domande di facilitazione
Le domande all’interno del colloquio di counseling vanno formulate
con specifici obiettivi e modalità
Utente: “Sono andato a trovare mio cugino, che fa un lavoro del tutto
diverso dal mio, anche se molto interessante. Abbiamo parlato del più
e del meno… Dopo un po’ mi sono accorto che iniziavo a sentirmi in
modo diverso…”
Counselor: “Che lavoro fa suo cugino?”
Domanda scarsamente appropriata perché raccoglie
un’informazione poco rilevante, interrompe il filo del discorso e
sposta il focus dall’elemento più saliente per il soggetto. In
alternativa:
Counselor: “Come iniziava a sentirsi?”
Non ci sono domande giuste o sbagliate in valore assoluto tuttavia è
indispensabile considerarne l’utilità per quell’utente in quel
preciso momento dell’intervento
Considerare sempre che le domande poste possono suscitare
profonde reazioni nell’utente e dunque è importante non abusarne
Esistono degli accorgimenti pratici che possono aiutare a modulare
l’impiego delle domande negli interventi di counseling
Formulare le domande in maniera chiara e a una velocità
contenuta
Un tono di voce eccessivamente basso può essere erroneamente
considerato dai counselor come un espediente che aiuti in tutte le
situazione a creare un clima di maggiore intimità tuttavia utilizzato
male è potenzialmente un fattore di disturbo alla comunicazione,
poiché non consente un corretto invio del messaggio
Se tono e velocità sono utilizzati adeguatamente, il counselor riesce a
comunicare accoglienza e tranquillità e ciò consente all’utente di
sentire che ha il tempo necessario per utilizzare il colloquio e che può
farlo senza sentirsi sotto pressione
Formulare domande brevi e semplici
Utilizzare un linguaggio vicino a quello dell’utente
Quando si richiede un approfondimento di qualche comunicazione
effettuata dall’utente può essere utile utilizzare le parole specifiche
adoperate dal soggetto
Ad esempio: un utente parla al suo counselor di un rapporto d’amore
molto intenso con la moglie, caratterizzato però da alcune “tensioni”
Counselor: “Quando sono iniziate queste vostre difficoltà di coppia?”
reazione di irrigidimento e difesa dell’utente che non sente la
definizione di difficoltà di coppia adatta alla sua situazione
Counselor: “Quando sono iniziate queste vostre tensioni?”
Apertura e disponibilità a proseguire il racconto
Utilizzare un linguaggio vicino a quello dell’utente
Evitare termini tecnici e complicati in quanto:
-Difficili da comprendere per i non addetti ai lavori
-Generano distanza comunicativa, poiché non appartengono ad un
lessico condiviso
-Possono suonare come giudicanti
Impiegare un linguaggio di uso quotidiano, soprattutto nel lavoro con
soggetti in età evolutiva, anziani e persone con un livello culturale
medio - basso
Utilizzare riformulazioni in luogo di vere e proprie domande
Per evitare domande dirette e mantenere un assetto di facilitazione è
possibile utilizzare riformulazioni a eco, ovvero riformulazioni che
hanno funzione di domanda aperta di approfondimento
Utente: “In questo periodo mi sento spesso in difficoltà”
Counselor: “Difficoltà?”
Utente: “Si, nel senso che mi sembra di non riuscire a far fronte a tutti
gli impegni presi”
La riformulazione ad eco del counselor ha avuto la funzione di
sostituire la domanda dire “Che cosa intende quando dice di sentirsi
spesso in difficoltà?”
Formulare domande ricollegandole al discorso dell’utente
Se la domanda del counselor si collega in modo naturale al discorso
dell’utente consente di non interrompere la sua comunicazione, di non
deviare l’attenzione dagli argomenti trattati e ne favorisce
l’approfondimento
Utente: “Al lavoro ho cominciato a sentirmi sotto pressione, la sera ero
molto stanco. C’era stata una grossa riorganizzazione in azienda, un
cambiamento dei compiti e delle mansioni”
Counselor: “Mi può dire qualcosa di più al riguardo?”
Per introdurre la domanda può essere utile impiegare collegamenti e
frasi che fungano da trait d’union, come ad esempio:
Counselor: “Poco fa mi ha detto…Che impatto ha avuto sulla sua vita
familiare?”
Counselor: “Prima mi stava dicendo che…Come è successo?”
Formulare domande ricollegandole al discorso dell’utente
Talvolta per il counselor può essere necessario approfondire un
argomento trattato in una fase precedente dell’esposizione oppure in
un colloquio precedente
Anche in questo caso è importante regolare la fluidità del colloquio
mediante una verbalizzazione di collegamento che può includere
anche un breve riepilogo di quanto detto dall’utente
Counselor: “quello che sta dicendo in questo momento mi fa venire in
mente che nel nostro primo colloquio ha detto di sé che si sente…A
questo riguardo le vorrei chiedere…”
Porre le domande nel momento più opportuno di ogni colloquio e
dell’intero intervento di counseling
Per porre domande è necessario che ci sia:
• Intimità: I primi momenti di un colloquio sono in genere dedicati alla
conoscenza e al riconoscimento reciproco evitare domande troppo
intime o personali
• Tempo: Le fasi finali di un colloquio sono quelle che si avvicinano al
momento della chiusura evitare domande che approfondiscano
argomenti complessi che richiedono tempo
• Relazione: affinchè si possano affrontare argomenti personali e delicati è
necessario che si sia instaurata tra counselor e utente una buona alleanza
di lavoro e un sufficiente clima di fiducia evitare domande delicate nelle
fasi iniziali dell’intervento, quando ancora non si è adeguatamente creata
la relazione di aiuto
CONCLUSIONI
Per concludere, si può affermare che le domande rappresentano
un importante strumento di lavoro anche dello psicologo
counselor, tuttavia è essenziale tenere presente che
nell’intervento di counseling la necessità di curare la
relazione ha sempre la priorità sulla necessità di
raccogliere informazioni
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Diverse tipologie di Domande
[Link] Valentina Santopietro
CONTENUTO E OBIETTIVI DELLA VIDEOLEZIONE
Studiare le varie tipologie di domande a disposizione dello
psicologo counselor
Analizzare l’impiego delle diverse tipologie di domande
all’interno dell’intervento di counseling
*Nozioni tratte dal testio Calvo V., (2007). Il Colloquio di Counseling - Tecniche di intervento nella relazione di aiuto. Il Mulino
2
Esistono diverse modalità di formulare una domanda ed alcune
sono più in linea con l’atteggiamento di non direttività tipico
dell’intervento di counseling e facilitano la comunicazione
Domande Aperte
•Richiedono una risposta articolata, non un semplice “si” o “no”
oppure solo una risposta secca
•Facilitano il discorso
•Lasciano all’utente la possibilità di rispondere con i suoi tempi e di
chiarire le sue aree di preoccupazione
•Generalmente cominciano con la parola “Come” oppure “Che/che
cosa/quale”
“Come si sente?”
“Quale immagine ha di sé?”
Domande Aperte
•Non sono applicabili in maniera stereotipata a tutte le situazioni e
devono generare da un ascolto attento dell’utente
•Ne sono un esempio le domande generali di approfondimento,
ovvero quelle che aiutano l’utente ad approfondire l’argomento
trattato
Utente: “Ultimamente mi sento solo”
Counselor: “Che significato ha per lei la parola solo?”
Oppure
Counselor: “Può fare qualche esempio?”
•Non tutte le domande aperte hanno lo stesso grado di apertura: ad
alcune si può rispondere in modo succinto
Domande Semiaperte
•Generalmente cominciano con la parola “Chi” oppure “Dove”,
“Quando” o “Perché”
•Spingono il soggetto a fornire informazioni molto specifiche e
dunque non invitano alla riflessione e all’elaborazione
•Un esempio è dato dalle “domande perché”, che sono da evitare in
quanto possono suonare come un’accusa e mettere in difficoltà gli
utenti, per i quali è complesso dare una spiegazione al loro
comportamento. Queste sollecitano risposte difensive (“perché è
così”) oppure intellettualizzazioni volte a ricercare una spiegazione
cognitiva
Possono essere sostituite con domande che indaghino le ragioni
dell’utente, ma in modo più cauto e indiretto
Counselor: “Ha provato a dare una spiegazione alla sua reazione?”
Domande Chiuse
•Sollecitano risposte “Si” o “No” oppure risposte molto dettagliate
•Chiudono la comunicazione
•Mirano a raccogliere informazioni specifiche e circostanziate
•Non sollecitano la funzione riflessiva evitate nel counseling
•È possibile trasformare una domanda chiusa in una aperta
“Era angosciato?” “Come si sentiva in quel momento?”
Così si sacrifica la precisione e il dettaglio dell’informazione in favore
della comunicazione e del rapporto con l’utente
•Possono essere utilizzate strategicamente nel caso in cui sia
necessario ridurre le verbalizzazioni di pazienti particolarmente
ansiosi, nei quali l’atteggiamento non direttivo può aumentare l’ansia
Domande Interlocutorie
Considerate contemporaneamente chiuse e aperte, poiché sono
costituite da due parti
Domanda chiusa Domanda aperta
“Se la sente di dirmi… …cosa ha sentito in quel momento?”
Sonda se il soggetto vuole È il quesito vero e proprio e stimola
rispondere o meno e può la comunicazione riflessiva
replicare con un “Si” o un “No”
•Sono le domande meno direttive in assoluto e lasciano massima
libertà al soggetto
•Se utilizzate in eccesso hanno un effetto diverso dalla facilitazione e
cioè possono rimandare al soggetto la sensazione di essere
manipolato in modo subdolo
Domande Indirette o Implicite
•Iniziano con espressioni come “mi chiedo/mi domando” oppure “deve
essere/deve sentirsi”
•Lasciano massima libertà all’utente sul modo in cui replicare
•Vengono utilizzate per sondare pensieri, stati d’animo e sensazioni
dell’utente
•Si rivolgono ad aspetti interni del suo funzionamento e dunque vanno
usate raramente e solo con una buona alleanza
•Se utilizzate in eccesso rischiano di sembrare manipolatorie o
invasive
“Deve essersi sentita proprio arrabbiata in quella situazione”
Domande Proiettive
•Iniziano con la parola “se”
•Aiutano il soggetto ad esprimere opinioni, pensieri, timori, desideri e
conflitti
•Invitano l’utente a rispondere ad un quesito che propone una
situazione ipotetica o ideale su cui riflettere
“Se dovesse fare un piccolo passo in quella direzione da cosa
inizierebbe?”
•Nell’intervento di counseling servono a focalizzare la riflessione sul
futuro, sui cambiamenti e su come intraprenderli, per cui sono
utilizzate quando gli utenti cominciano a delineare obiettivi concreti
che desiderano raggiungere
CONCLUSIONI
Per concludere, si può affermare che lo psicologo counselor ha
a sua disposizione un’ampia varietà di domande da impiegare
all’occorrenza, in base alla fase dell’intervento, allo scopo del
suo commento e alle caratteristiche specifiche dell’utente e della
situazione
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