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Gramsci

appunti presi in classe e in seguito approfonditi sul libro, contengono tutto il necessario per prepararsi alla maturità + collegamenti interdisciplinari

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ANTONIO GRAMSCI 1891 - 1937

CONTESTO STORICO-POLITICO e OPERE


Antonio Gramsci non fu autore di libri: giornalista, dirigente politico, prigioniero di Mussolini,...
I suoi scritti sono stati raccolti in volume soltanto dopo la morte. È il pensatore italiano del ‘900 più
studiato e tradotto.
La sua notorietà è dovuta soprattutto ai “Quaderni del carcere", una raccolta di 33 quaderni di appunti e
di traduzioni. Il primo libro che porta il suo nome fu intitolato “Lettere dal carcere”, pubblicato nel 1947,
10 anni dopo la sua morte, era una selezione delle sue corrispondenze e rivelò all’Italia appena uscita
dalla guerra il rigore morale del prigioniero e la profondità del suo pensiero. Il libro vinse il premio
Viareggio, un premio letterario mai assegnato prima a un’opera postuma.
Le note e gli appunti scritti in carcere furono pubblicati in sei volumi (componenti dei Quaderni del
carcere) tra il 1948 e il 1951 a cura di Felice Platone e Palmiro Togliatti, un’ampia selezione organizzata
per grandi temi. Solo in seguito vennero raccolte le centinaia di articoli che scrisse tra il 1914 e il 1926
sulla stampa socialista prima e su quella comunista poi.

Ieri come oggi la difficoltà maggiore sta nel riconoscerli, Gramsci infatti non firmava quasi mai i suoi
scritti, solo pochissimi portano il suo nome o qualche pseudonimo a lui riconducibile. La vastità dei temi
da lui trattati, l’originalità del suo pensiero, destarono immediatamente l’interesse degli studiosi di
politica, storia, letteratura, filosofia, pedagogia, antropologia,... degli intellettuali impegnati nel
rinnovamento della cultura italiana dopo la caduta del fascismo. Il partito comunista lo presentò come
principale ispiratore della sua politica

Solo più tardi è stata studiata accuratamente la sua biografia che aveva già ispirato, pittori, scultori e
poeti.
Nato ad Ales in Sardegna il 22 gennaio 1891, quarto di sette figli; da bambino viene colpito da una
tubercolosi ossea che gli procura una malformazione alla schiena; l’incarcerazione del padre e la povertà
in cui la famiglia era caduta lo costringono a frequentare in ritardo la scuola, sia le elementari a Ghilarza,
paese di origine della madre, sia i ginnasio a Santu Lussurgiu.
“Ho incominciato a lavorare da quando avevo 11 anni, guadagnando ben nove lire al mese ciò che del
resto significava 1 chilo di pane al giorno, per 10 ore di lavoro al giorno compresa la mattina della
domenica e me la passavo a smuovere i registri che pesavano più di me e molte notti piangevo di
nascosto perché mi doleva tutto il corpo. Ho conosciuto quasi sempre solo l’aspetto più brutale della vita
e me la sono sempre cavata bene o male”.

Nel 1908 si trasferisce a Cagliari per frequentare il liceo, (già in questi anni nonostante le ristrettezze
economiche è abbonato a riviste filosofiche e culturali) e si avvicina alla politica tramite il fratello
Gennaro, dirigente della sezione socialista e della camera del lavoro del capoluogo sardo. Nel 1911
grazie a una borsa di studio si iscrive alla Facoltà di Lettere dell’università di Torino “Partì per Torino,
come se fossi in stato di sonnambulismo. Non so come ho fatto a dare gli esami perché sono svenuto
due o tre volte, ero così avvilito che volevo farmi rimpatriare dalla questura. Verso il marzo 1912 era un
ridotto tanto male che non parlai più per qualche mese, nel parlare sbagliavo le parole”.
Segue assiduamente i corsi di glottologia (studio delle lingue) di Matteo Bartoli, di cui diviene ben presto
collaboratore; nelle aule universitarie fa poche saldi amicizie.

Alla fine del 1913 si iscrive al partito socialista. Non riesce a sostenere puntualmente gli esami a causa
della sua salute malferma, precaria e delle sue condizioni economiche.
In seguito allo scoppio della guerra, la sua vita ha una svolta. Nel dicembre 1915 è assunto dal
quotidiano socialista "L'Avanti", che ha deciso di aprire a Torino una pagina di cronache locali. La piccola
redazione deve curare anche il settimanale “Il grido del popolo”, il quale segue la vita cittadina, mette alla
berlina gli intellettuali interventisti con i suoi corrosivi sotto la Mole, cura la rubrica teatri, recensendo
drammi, commedie, operette e concerti.
Anche sui suoi scritti, come in generale sulla stampa socialista, si accanisce la censura, che in tempo di
guerra è autorizzata a tagliare le notizie atte a deprimere lo spirito pubblico e la fiducia nell’autorità.
La rivoluzione russa del febbraio 1917 scuote i paesi belligeranti e mette in luce la stanchezza e il
malumore che serpeggia su tutti i fronti europei. Ad agosto 1917 si registra a Torino la più imponente
sommossa fuori dai confini della Russia, segue una dura repressione e la decapitazione del partito
socialista locale.
Gramsci viene nominato segretario provvisorio, è il suo primo incarico politico nel partito socialista. Pochi
mesi dopo scoppia la rivoluzione d’ottobre in Russia. A nemmeno un mese dai fatti, Gramsci la
commenta definendola la “rivoluzione contro il capitale”, perché quell’evento epocale smentiva la lettura
evoluzionista e determinista con cui i socialisti avevano interpretato Marx.
“Alla rivoluzione la mia simpatia spalanca tutte le finestre e tutte le porte della mia anima” scrive l’8
giugno 1918. L’esperienza della rivoluzione e i problemi nuovi portati dalla dimensione statuale della lotta
per il socialismo divengono oggetto dei suoi studi, a cui segue il dibattito che si svolge in Russia e la
pubblicazione del “La letteratura bolscevica".

Il dopoguerra è scosso in tutta Europa dalle lotte operaie e contadine. Ciò che avviene in Italia appare un
tassello di una rivoluzione più ampia.
Scrive il 7 giugno 1919 “In Europa, in Asia, in America e in Africa, giganteggia la sollevazione popolare
contro il mercantilismo e l’imperialismo del capitale che continua a generare antagonismi, conflitti,
distruzioni di vite e di beni, non sazio del sangue e dei disastri di cinque anni di guerra”.
Con alcuni amici riprende un’idea maturata già prima della guerra: dar vita a una nuova rivista di vita
socialista, focolare delle nuove energie morali del nuovo spirito, idea che aveva ispirato nel 1917 un
numero unico rivolto ai giovani “La città futura”. Ora con Angelo Tasca, Palmiro Togliatti e Umberto
Terracini, conosciuti nei primi anni di università, dà vita al settimanale “Ordine nuovo”. Nel tentativo di
tradurre in Italia l’esperienza sovietica il giornale diviene il centro teorico ed organizzativo del movimento
dei consigli di fabbrica, i “soviet italiani”.

Gli ordinovisti sono però isolati e influenti nel solo Piemonte, e nonostante i successi elettorali, il partito
socialista non appare in grado di conquistare il potere politico, nè sa opporsi alla feroce reazione dei ceti
possidenti, che armeranno di lì a poco le prime squadre fasciste. “La fase attuale della lotta di classe in
Italia, è la fase che precede o la conquista del potere politico o una tremenda reazione da parte della
classe proprietaria e della casta governativa” scrive nel maggio 1920.
L’internazionale comunista sollecita gli italiani a liberarsi dei riformisti contrari alla rivoluzione e Gramsci
decide di unirsi alla frazione comunista capeggiata da Amadeo Bordiga, l’ingegnere napoletano, il quale
ha idee politiche molto lontane dalle sue, ma ha costruito una rete nazionale indispensabile per qualsiasi
iniziativa politica. Nel gennaio 1921 la frazione comunista, risultata minoritaria al congresso socialista di
Livorno, decide di costituirsi in Partito Comunista d’Italia (PCI), la crescita del movimento fascista induce
l’internazionale a un ripensamento e preme perché i comunisti e i socialisti si riunifichino.

Alla metà del 1922, Gramsci si reca a Mosca come rappresentante del partito italiano nell’internazionale
comunista; dopo il suo arrivo ha un crollo fisico e viene ricoverato in una casa di cura a pochi chilometri
dalla città, dove conosce Eugenia Schucht, una giovane rivoluzionaria anche lei ricoverata, che parla in
italiano poiché ha vissuto a lungo a Roma. Poco dopo conosce la sorella Giulia, alla quale si lega
sentimentalmente. A Mosca può osservare da vicino l’esperienza sovietica e approfondire lo studio di
Marx alla luce degli scritti di Lenin, che conoscerà di persona.
Deve seguire da lontano gli eventi che si susseguono in Italia: il 28 ottobre del 1922 c’è la marcia su
Roma, i socialisti e i comunisti finiscono sotto scacco. A febbraio, Mussolini, presidente del consiglio e
ministro dell’interno, fa incarcerare Bordiga (fondatore del PCI) e quasi tutto il gruppo dirigente
comunista.
Verso la fine del 1923 mentre la magistratura assolve i dirigenti comunisti, Gramsci si trasferisce a
Vienna. Da qui avvia una fitta corrispondenza con i compagni a lui più vicini e riprende la pubblicazione
dell’Ordine nuovo, stavolta con cadenza quindicinale. Poche settimane prima del suo arrivo a Vienna si
capisce che i partiti proletari italiani sono sempre stati deboli dal punto di vista rivoluzionario, hanno
fallito quando dovevano passare dalle parole all’azione, poiché non conosciamo l’Italia e peggio ancora
manchiamo degli strumenti adatti per conoscere l’Italia così com’è realmente e quindi siamo nella quasi
impossibilità di fare previsioni, di orientarci di stabilire delle linee d’azione che abbiano una certa
probabilità di essere esatte.
Mentre si trova in Austria Giulia gli comunica che sta aspettando un figlio.
Eletto deputato può rientrare in Italia nel maggio 1924, dove fonda l'Unità, organi del PCI. Il 10 giugno, il
leader socialista Giacomo Matteotti viene ucciso dopo aver denunciato le violenze e gli imbrogli dei
fascisti durante le elezioni. Gramsci partecipa attivamente alle riunioni delle opposizioni parlamentari. Il
fascismo sembra in crisi, ma i partiti antifascisti aspettano un segnale del re e non assumono iniziative
tali da indebolire il governo e la sua maggioranza. Ad agosto Gramsci diviene segretario del partito.
Negli stessi giorni a Mosca nasce suo figlio Delio. Nell’ottobre del 1925, Giulia, Eugenia e Delio si
trasferiscono a Roma, con le sorelle va a vivere anche Tatiana, che Gramsci aveva conosciuto a Roma
pochi mesi prima. Nonostante l’immunità parlamentare la sera dell’8 novembre 1926, Gramsci viene
arrestato e condotto nel carcere di Regina Coeli, non ha ancora compiuto 36 anni, Giulia era partita per
Mosca nel corso dell’estate incinta di Giuliano, che nascerà ad agosto e che non conoscerà mai il padre.
Viene mandato al confino sull’isola di Ustica.
Con Bordiga, anche lui nell’isola, organizza una scuola per i confinati. Il 19 dicembre 1926 può scrivere a
Tania: “l’amico Saraffa mi ha scritto che ha aperto per me un conto corrente illimitato presso una libreria
di Milano, alla quale potrò richiedere i giornali, riviste e libri, mi ha offerto inoltre tutti gli aiuti che voglio,
come vedi posso guardare l’avvenire con sufficiente serenità”.

Mussolini ha fatto approvare le leggi eccezionali e ha istituito un tribunale speciale composto di militari e
gerarchi fascisti. Colpito da mandato di cattura viene trasferito nel carcere giudiziario di Milano, qui legge
moltissimo ma può affidare i suoi pensieri solo alle due lettere a settimana i familiari agli amici, in attesa
della sentenza scrive alla madre: “Carissima mamma vorrei che tu non ti spaventassi o ti turbassi troppo
qualunque condanna siano per darmi, che tu comprendessi bene anche col sentimento che io sono un
detenuto politico e sarò un condannato politico, che non ho e non avrò mai da vergognarmi di questa
situazione, che in fondo la detenzione e la condanna le ho volute io stesso in un certo modo, perché non
ho mai voluto mutare le mie opinioni per le quali sarei disposta a dare la vita e non sola a stare in
prigione. La vita è così, molto dura e i figli qualche volta devono dare dei grandi dolori alle loro mamme
se vogliono conservare i loro onori e la loro dignità di uomini”.

Il 4 giugno 1928 viene condannato a 20 anni, 4 mesi e 5 giorni di reclusione da scontare nel carcere di
Turi in provincia di Bari. Dal recluso può inviare solo due lettere al mese, che diventeranno in seguito
quattro chiede subito il permesso di scrivere ma lo ottiene solo agli inizi del 1929, può tenere in cella
penne e calamaio, uno o più quaderni preventivamente numerati e vistati dal direttore del carcere, e i
libri o le riviste che sta leggendo, non più di quattro o cinque pezzi in tutto. Si mette al lavoro prima
facendo delle traduzioni, poi riempiendo le pagine di appunti, “in generale, ricordate che tutte queste
note” scrive nel quaderno 4 “sono provvisorie e scritte a penna corrente, esse sono da rivedere da
controllare minutamente, perché certamente contengono inesattezze, anacronismi e falsi accostamenti,
eccetera, esse hanno solo l’ufficio di promemoria rapido, l’eclisse delle culture politiche pre-belliche, la
politicizzazione e la nazionalizzazione delle masse, la crisi della società italiana e la nascita del
fascismo, l’esperienza sovietica, il ruolo degli Stati Uniti e le trasformazioni sopraggiunte nella vecchia
Europa scandiscono l’evolvere del suo pensiero sui nessi tra storia nazionale e storia mondiale, sulle
contraddizioni tra la politica degli Stati e l’internazionalizzazione dell’economia capitalistica, sulla
funzione degli intellettuale, sul significato e i caratteri dell’egemonia.”, questi sono i principali temi trattati
in quaderni.

Nel 1933 le sue condizioni fisiche si aggravano, scrive il 20 febbraio alla sorella Teresina “Sono come un
meccanismo guasto, sono diventato insensibile per tutta una serie di cause e invece mi pare di essere
scorticato vivo per le piccole cose. Se dovessi dire quale sia l’ideale che vagheggio sarebbe questo, di
non aver rapporti con nessuno, di essere dimenticato da tutti e dimenticare tutto e fare la vita di una
bestia nel suo covile”.
Nel dicembre viene trasferito in una clinica di Formia, qui proseguirà il lavoro già iniziato a Turi nel 1932,
rivede le note e le riscrive in quaderni che lui stesso definisce “speciali”, organizzati secondo un piano
tematico, barra le precedenti stesure con lunghi tratti di penna. Presto la clinica si dimostra inadeguata a
curarlo e le sue condizioni peggiorano. Nell'ottobre 1934 gli viene concessa la libertà condizionale, e
nell’agosto 1935 è trasferito nella clinica Quisisana di Roma.
Colpito da emorragia cerebrale muore due giorni dopo aver ottenuto la libertà, nelle prime ore del
mattino del 27 aprile 1937. Il feretro è accompagnato solo da Tania e dal fratello Carlo, e più tardi le
ceneri furono tumulate nel cimitero acattolico di Roma.

La prima edizione integrale delle lettere dal carcere fu pubblicata nel 1965 e solo nel 1992, venne
pubblicata una raccolta delle lettere del periodo precedente tra il 1908 e il 1926.

L’edizione critica dei quaderni del carcere dell’Istituto Gramsci a cura di Valentino Gerratana uscì nel
1975. Numerose sono le traduzioni dei quaderni, francese, inglese, tedesco, spagnolo, portoghese e
giapponese.
Oggi è in corso di pubblicazione dell’edizione nazionale degli scritti di Antonio Gramsci, oltre a nuove
lettere, rinvenute nel corso degli anni. L’epistolario presenta per la prima volta la corrispondenza
completa di Gramsci, includendo tutte le lettere inviate e quelle ricevute. I quaderni sono presentati in
una nuova edizione critica integrale comprensiva dei quaderni dedicati alle traduzioni.
La nuova edizione si propone di giungere a una più puntuale datazione delle note carcerarie per meglio
seguire l’evoluzione del suo pensiero; la sezione scritti 1910-1926, grazie a più affinate ricerche storiche
filologiche al lavoro di équipe, sta elaborando criteri di attribuzione più certi e fornendo un apparato di
commento in grado di collocare gli articoli nel contesto storico e di riconoscere le fonti utilizzate da
Gramsci. La sezione di documenti presenterà tutti quei testi strettamente connessi all’attività di studioso,
di organizzatore, di dirigente politico. Dalla dispensa di glottologia di Matteo Bartoli, di cui curò la
redazione ai documenti politici, frutti di un lavoro collettivo che furono spesso da lui influenzati o
rimaneggiati. Il criterio cui si ispira all’edizione nazionale è quello suggerito dallo stesso Gramsci a
proposito di Marx “Quando il pensatore è piuttosto irruento di carattere polemico e manca dello spirito di
sistema, quando si tratta di una personalità nella quale l’attività teorica e quella pratica sono
indissolubilmente intrecciate, di un intelletto in continua creazione e in perpetuo movimento che sente
vigorosamente l’autocritica nel modo più spietato e conseguente, si deve ricostruire la biografia non solo
per ciò che riguarda l’attività pratica, ma specialmente per l’attività intellettuale. Il registro di tutte le
opere, anche le più trascurabili in ordine cronologico, diviso secondo motivi intrinseci, di formazione
intellettuale, di maturità, di possesso e applicazione del nuovo modo di pensare e di concepire la vita e il
mondo. La ricerca del leit motiv, del ritmo del pensiero in sviluppo, deve essere più importante delle
singole affermazioni casuali e degli aforismi staccati.”.
PENSIERO
Nei Quaderni del Carcere, Gramsci delinea una visione innovativa dell’azione politica, partendo dal
presupposto che l’emancipazione delle classi sociali meno abbienti, sfruttate dal sistema capitalistico,
non avviene automaticamente, nonostante sarebbe auspicabile. In questo senso, il materialismo storico
gramsciano si differenzia da quello tradizionale, perché non è [Link] distingue due
modalità attraverso cui un gruppo sociale esercita il potere sulla società:
1.​ Dominio: il potere è imposto dall’alto, attraverso la forza o l’autorità
2.​ Direzione intellettuale e morale: il potere si esercita dal basso, tramite la capacità di guidare le
masse popolari attraverso un’iniziativa culturale e psicologica continua, veicolata da istituzioni
sociali come la scuola, la Chiesa, la stampa e altre

Il gruppo sociale che aspira a diventare classe dirigente deve già esercitare una leadership su una parte
della società, raggiungendo così un’egemonia culturale. Solo conquistando questa egemonia, le classi
subalterne possono formare un blocco sociale coeso, capace di superare le divisioni interne e di
affermarsi nel campo delle idee e della cultura.

Per conquistare l’egemonia politica ed economica di un paese, Gramsci ritiene indispensabile l’apporto
degli intellettuali organici alle classi sfruttate, che devono appunto guidare le masse popolari (tra i due
gruppi quindi non deve esserci una distanza). Questa “alleanza” consentirà di far cadere la falsa
distinzione tra cultura alta, fluita dall'élite, e cultura nazionapopolare, riservata alle classi subalterne, le
quali derivano dalle stesse contraddizioni della società capitalistica. L’intellettuale organico per eccellenza
è il Partito Comunista, che incarna le aspirazioni totali della classe lavoratrice e si configura come guida
morale, politica e ideale del proletariato. Solo dopo aver consolidato questa egemonia, la classe operaia e
le forze rivoluzionarie potranno avanzare nella conquista del potere politico ed economico. La rivoluzione
non è quindi un atto isolato, ma un percorso di trasformazione profonda della società, che passa
attraverso la diffusione di una nuova cultura e coscienza politica.

Il concetto di egemonia di Gramsci si distingue nettamente da quello di Lenin, per il quale l’egemonia si
realizza attraverso la direzione politica imposta dal partito alle masse, dall’alto verso il basso, spesso
attraverso un potere totalitario in cui il partito coincide con lo Stato. Gramsci, invece, insiste
sull’importanza della conquista culturale come base necessaria e preventiva all’effettiva presa del potere.

Oltre a questa analisi, Gramsci propone un ripensamento del marxismo: per lui, il marxismo deve
recuperare una dimensione umanistica e storicistica, ponendo maggiore enfasi sull’azione concreta e
sugli aspetti sovrastrutturali (culturali, ideologici) rispetto a quelli puramente strutturali (economici). Si
oppone al positivismo, affermando l’irriducibilità del sapere sociale rispetto a quello naturale-scientifico, e
critica l’idealismo e alcuni elementi del marxismo stesso, sviluppando il concetto di “prassi” come unità
inscindibile tra teoria e azione umana.
Non avendo una visione deterministica della storia, per Gramsci il cambiamento storico avviene attraverso
atti volontari delle masse proletarie, che possono trasformare la realtà attraverso la propria
consapevolezza e organizzazione culturale.

Un testo che anticipa e sintetizza questi ideali è il celebre articolo “Odio gli indifferenti”, scritto da
Gramsci nel 1917. In questo breve ma intenso scritto, egli esprime un netto rifiuto per l’atteggiamento
passivo di chi si disinteressa della politica e della vita pubblica. L’indifferente, per Gramsci, è complice
delle ingiustizie perché non prende posizione, lascia che la storia venga fatta da altri, spesso a danno
dei più deboli. L’indifferenza non è neutra, ma è una forma di irresponsabilità sociale. Questo concetto è
strettamente legato alla sua idea di prassi: l’agire cosciente e collettivo è ciò che muove davvero la
storia.
“Odio gli indifferenti” è quindi un appello morale e politico a tutti gli uomini e le donne a partecipare
attivamente alla trasformazione della società, a non essere spettatori ma protagonisti del cambiamento.
Questo brano, pur essendo stato scritto anni prima dei Quaderni del carcere, ne prefigura chiaramente i
contenuti centrali: la critica al fatalismo, l’importanza dell’impegno individuale e collettivo, il rifiuto della
neutralità di fronte all’ingiustizia.
11 febbraio 1917
“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non
essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò
odio gli indifferenti. L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella
storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i
programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che
succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà,
lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un
ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da
alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e
allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme
fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non
ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano
pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto
anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è
successo?
Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo
conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente,
di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non
dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.
Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la
mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede
non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia
alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi
non parteggia, odio gli indifferenti”.

Gramsci dedica poi particolare attenzione alla QUESTIONE MERIDIONALE, cioè al divario
economico, sociale e culturale tra Nord e Sud Italia. Egli interpreta questo problema non solo come una
questione di arretratezza materiale, ma anche come una questione di egemonia culturale e politica.
Il Mezzogiorno, infatti, è caratterizzato da un sistema di potere locale conservatore e clientelare che
impedisce l’affermazione di una vera coscienza di classe e ostacola la formazione di una nuova
egemonia popolare.
La soluzione della questione meridionale passa quindi attraverso la costruzione di un nuovo blocco
storico che coinvolga le masse contadine e proletarie meridionali, che devono essere educate e
organizzate culturalmente e politicamente per diventare protagoniste del cambiamento sociale.

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