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1 Giustizia Tributaria: Lezione 1, 28/09/2021

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\1 Giustizia tributaria

Lezione 1, 28/09/2021
Nella sfera processuale trovano ripar o le violazioni del diritto sostanziale, qualcosa è andato storto.
Il diritto del processo tributario è particolare, è speciale. La specialità consiste nel fatto che il
ricorrente non è il creditore o il debitore come nel rapporto obbligazionario, ma nell’obbligazione
tributaria, ex lege, l’unico soggetto che può assurgere a ricorrente è la parte privata. Dall’altra parte
c’è l’esercizio di una potestà impositiva, di tipo autoritativo, che si esprime con la notifica di
provvedimenti amministrativi che conculcano la posizione del contribuente.
Le azioni in questo processo sono due: la intimazione dell’atto, illegittimo in tutto o in parte, o
perché il contribuente abbia già pagato una somma che ritiene in tutto o in parte indebita ( viene
giustiziata dal giudice tributario) , l’altra possibile azione è di rimborso, tesa alla restituzione di un
tributo che si ritiene indebitamente dato.
La giurisdizione tributaria ha subito varie evoluzioni. Prima vigeva il principio del solve et repete:
era un giudizio teso ad avere restituito ciò che intanto si era pagato. Poi con la valorizzazione del
cittadino rispetto al suddito, pur dinnanzi alla notifica di un atto impositivo, il cittadino può
impugnarlo: non ha l’obbligo intanto di pagare e poi cercare la restituzione del maltolto perché
l’atto può essere viziato da vizi formali o da vizi sostanziali. A questo punto viene introdotta una
misura cautelare a favore dell’amministrazione finanziaria, consistente nella riscossione
provvisoria. La cerniglia ha impugnato l’atto impositivo, spetterebbe al giudice deciderne sulla
legittimità o meno, ma siccome cerniglia ha a che fare con lo nigro, funzionario agenzia entrate,
allora la riscossione provvisoria è una misura cautelare automatica che consente
all’amministrazione finanziaria di riscuotere una determinata parte dell’imposta richiesta, anche in
pendenza del giudizio. Quindi la situazione è sub iudice: ci siamo rivolte al giudice, ma in questo
limbo l’amministrazione finanziaria pretende, ex lege, il pagamento di un terzo, due terzi,
dell’imposta pretesa dell’atto autoritativo oggetto dell’impugnazione.
Se il giudice decide che l’atto è illegittimo tout court lo annullerà e allora l’amministrazione
finanziaria deve restituire ciò che cerniglia ha versato in sede di riscossione provvisoria più gli
interessi dovuti. Il contribuente, anche in fase cautelare, può non pagare ed è l’unica misura
cautelare a suo favore, cioè il processo cautelare. Occorrerà dimostrare il fumus bonis iuris e il
periculum in mora. Occorrerà cioè vincere la presunzione di spettanza, legittimità dell’atto, (che
implica già un pagamento provvisorio (la provvisorietà è data dalla pendenza del giudizio)) perché
lì occorre rivolgere al giudice la fattispecie che c’è un pericolo grave e irreparabile che colpirebbe il
contribuente qualora pagasse nelle more del processo. Sarà il giudice a concedere questa misura
cautelare a favore del contribuente.
Siamo partiti da un paradigma processuale che non è quello amministrativo (il processo tributario è
species del processo amministrativo), ma recuperiamo una serie di nozioni di tributario sostanziale
che ci servono, sono collegate.
 Esistono atti lesivi del contribuente ma che non sono autonomamente impugnabili, es:
processo verbale di constatazione dopo accesso, ispezione, verifica. è un atto da cui possono
derivare misure cautelari contro il contribuente (es. sequestro conservativo), lesivo della sua
sfera giuridica ma non impugnabile dinnanzi al giudice. Questi atti non autonomamente
impugnabili lo sono insieme all’atto che, nella catena procedimentale, sarà il primo ad poter
essere impugnato. Nel nostro esempio l’atto di accertamento rilevando, per esempio, alcune
violazione che la guardia di finanza ha compiuto nella fase istruttoria, che magari hanno
avuto un riverbero nell’atto finale del procedimento. Quindi abbiamo da una parte atti che
non sono automaticamente impugnabili, quindi il giudice per esempio dichiarerebbe
inammissibile il ricorso se librizzi impugna il processo verbale di constatazione perché è un
atto ispettivo, strumentale alla fase di accertamento. L’avviso di accertamento, invece, è un
atto di accertamento e lì occorre dare la possibilità di difendersi ex art. 24 Cost (diritto di
difesa).
 Poi ci sono atti autonomamente impugnabili. È un onere nei confronti del contribuente, non
una facoltà. Se librizzi non impugna l’avviso di accertamento, entro il termine di 60 gg che
decorrono dalla data di notifica dello stesso, la pretesa del fisco si consoliderà. L’atto non
sarà più impugnabile e l’unico rimedio che librizzi può approntare è l’esercizio
dell’autotutela dell’amministrazione finanziaria.
 Poi ci sono atti ad impugnazione facoltativa di cui parleremo in futuro.
Il tributo è un prelievo coattivo di ricchezza compiuto da stato o enti pubblico, sulla base del
principio di capacità contributiva, finalizzato a soddisfare bisogni pubblici divisibili e indivisibili. Il
tributo è un genus, comprende imposte, tasse, contributi.
Al giudice tributario sono demandate liti che riguardano tutte e 3 le cose. Prima, la giurisdizione
tributaria, non era esclusiva e unitaria. Riguardava un numerus clausus di imposte, ma demandava
le controversie al giudice ordinario. Ciò creava confusione. Oggi, anche con la riforma del 2005,
abbiamo una giurisdizione unitaria e onnicomprensiva ed esclusiva. Le liti riguardanti tutti i tributi
rientrano nella giurisdizione del giudice tributario. La competenza del giudice ordinario riguarda
alcune questione pregiudiziali e agli atti dell’esecuzione forzata, anche se provengono da atti
tributari. Il tributo allude alla necessaria presenza dello stato o altro ente pubblico da una parte, ma
anche alle conseguenze nel caso in cui l’obbligazione tributaria non venga assolta spontaneamente
dal contribuente. La conseguenza sono le sanzioni sono amministrative, poi c’è la possibilità di
esecuzione nei confronti dei beni del debitore. Gli atti dell’esecuzione, anche se provengono da atti
autoritativi tributari, ele eventuali liti non competono al giudice tributario, perché sono fase
esecutiva, distinta. La summa divisio tra le due giurisdizioni ha lasciato al giudice ordinario le
controversie relative agli atti dell’esecuzione.
I principi da considerare, oltre alle norme costituzionali sul giusto processo, art 24, 111,113, sono
due: art. 2-53-23 Cost.. Il principio di riserva di legge è fondamentale: la legge stabilisce anche la
procedura tributaria. Gli art 2 e 53 sono fondamentali nella tutela giurisdizionale del contribuente. Il
cittadino può reagire nei confronti di un atto impositivo, che potrebbe essere illogico. Si mira a
ristabilire il principio di solidarietà e capacità contributiva. Tutti devono concorrere alle spese
pubbliche in ragione della loro capacità contributiva, con i requisiti di personalità, attualità, di
effettività ed eccedenza rispetto al minimo vitale. Quindi dinanzi ad una pretesa tributaria occorre
vedere se viola il principio di capacità contributiva sotto molteplici aspetti: potrebbe attingere a una
ricchezza non più attuale (irretroattività norma impositiva). I principi sostanziali hanno riflessi
processuali. Nell’ambito processuale il cittadino può reagire davanti a un atto che ritiene illegittimo
davanti ad un’autorità che ritiene terza e imparziale, che dovrà ristabilire l’applicazione dei principi
costituzionali. La giustizia tributaria rende giustiziabili i diritti che al contribuente provengono da
norme costituzionali, l’obbligo di solidarietà deve armonizzarsi con principi addirittura di diritto
naturale, come quello della proprietà privata. Il tributo è un’eccezione a questo principio.
Nel diritto tributario il fisco talvolta si avvale dell’aiuto derivante dai privati, es. sostituto
d’imposta, obbligato per legge ad applicare su alcune forme di ricchezza che deve erogare ad un
altro soggetto una ritenuta d’imposta. È un obbligo di legge e coopera col fisco per una fiscalità di
massa. Immaginiamo che scoppi una controversia tra gambino, sostituta d’imposta per ritenute
operate nel suo stipendio. La controversia va decisa innanzi al giudice ordinario: qui ci sono due
soggetti privati, anche se la controversia origina dall’applicazione di un istituto tributario. Il fisco si
avvale anche della solidarietà passiva per aumentare le chances di riscossione. Qui abbiamo un n. di
debitori a ciascuno dei quali il fisco può chiedere il pagamento in solido, cioè per l’intero, senza
beneficio di escussione. Se sorgono delle liti, se la bella e fustaino sono responsabili solidalmente
nei confronti del fisco; se il fisco sa che fustaino ha beni più aggredibili, senza che abbia nemmeno
esperito tentativi nei confronti dell’altro, bussa alla sua porta perché la solidarietà passiva mi
consente di chiederle l’intero. La fustaino intanto paga e il rapporto tributario si chiude, perché il
fisco ha incassato quanto spettante e scompare dalla scena. Rimangono i privati, l’eventuale azione
civilistica di rivalsa che fustaino compie nei confronti di la bella è demandati alla giurisdizione del
giudice ordinario. Anche se si applicano istituti di diritto tributario sono demandati alla
giurisdizione del giudice ordinario. Il diritto di rivalsa avrà i connotati dell’obbligazione civilistica.
Accanto al diritto interno abbiamo norme di diritto comunitario, il diritto tributario internazionale e
il diritto internazionale tributario. Questa tripartizione ha riflessi processuali.
L’UE ha un atteggiamento diverso a seconda che si versi in imposizione diretta o indiretta. Per
quanto riguarda l’imposizione diretta occorre guardare ai principi generali della corte di giustizia,
soprattutto al divieto di discriminazione e al divieto di non restrizione, che non sono altro che diritti
soggettivi attribuiti al contribuente, giustiziabili in sede interna, così come i principi normati dalle
direttive self-executing e ai regolamenti in materia di imposizione diretta.
Da questo diritto sovranazionale derivano diritti soggettivi nei confronti dei singoli contribuenti.
Questi ultimi possono farli valere nei confronti del giudice tributario qualora la norma interna si
dimostri non conforme ai principi o al diritto derivato dell’UE e l’atto impositivo abbia come base
giuridica la norma nazionale, chiedendo la disapplicazione degli atti. Sarà un dovere del giudice
tributario disapplicare la norma interna e, sostanzialmente, dichiarare l’illegittimità dell’atto
autoritativo che su di essa trovava la sua legittimità. Quello che accade, mutatis mutandis, con
regolamenti e con gli atti generali. anche nel diritto tributario sostanziale vi sono vari interventi .
allora, qualora un atto autoritativo tributario sia conforme ad un regolamento, ma quest’ultimo si
rilevi non conforme alla legge, il contribuente può chiedere al giudice tributario la disapplicazione
del regolamento, dell’atto generale, per chiedere l’annullamento dell’atto particolare. In caso di
notifica di atto di accertamento, l’atto di accertamento trova la sua ratio in un regolamento o in un
atto generale e il giudice dovrà disapplicarlo per dichiararne l’illegittimità in tutto o in parte:
giudizio di impugnazione, che è la prima categoria di azione esperibile innanzi al giudice tributario.
Però la ferraro potrebbe pure rivolgersi al TAR, che è l’organo competente a conoscere dei
regolamenti e degli atti generali chiedendo non la disapplicazione dell’atto, ma l’annullamento del
regolamento.
Questi esempi ci fanno vedere che i limiti dell’azione e del petitum al giudice da parte del ricorrente
sono determinati, in qualche misura, anche dai poteri che la legge attribuisce al giudice stesso. Se al
giudice tributario è consentita, al massimo, la disapplicazione dell’atto generale; al TAR e consiglio
di stato il petitum deve consistere nella richiesta di annullamento a monte dell’atto presupposto.
Ciò ha conseguenze processuali: nel primo caso la sentenza del giudice tributario avrà un’efficacia
temporale ex nunc, che svolge i propri effetti nei confronti delle parti del processo tributario.
Nel caso in cui ci si rivolga al TAR l’annullamento del regolamento avrebbe effetti ex tunc ed erga
omnes, dal punto di vista della platea dei soggetti interessati dalla sentenza.
Di volta in volta occorrerà anche indagare sulla possibilità di aprire un contenzioso anche
amministrativo. In alcuni stati non esiste il giudice tributario. In spagna si impugna secondo il
diritto amministrativo: emissione atto, ricorso contro l’atto, richiesta al giudice di annullarlo (perché
in fondo sono simili). Da noi si è scelta la via del giudice speciale, perché le discipline sono diverse,
è un diritto molto speciale, cui fa da pendant una giurisdizione speciale con un giudice professionale
che dovrà decidere se i diritti processuali e sostanziali, costituzionali del contribuente siano stati
rispettati dalla norma.
La corte di giustizia ha, in via nomopoietica, ha creato i principi di non discriminazione e di non
restrizione, ma nei confronti dello stato di residenza, anche il cittadino potrebbe chiedere la
giustiziabilità del principio sì dinnanzi al giudice tributario interno. egli ha l’obbligo di applicare il
diritto derivato, ma anche i principi elaborati dalla Corte di giustizia. Cosa si intende per
giustiziabilità di questi diritti? Dobbiamo fare una distinzione tra giudice di ultima istanza e giudice
che non è di ultima istanza per sapere quali sono le facoltà e dov’eri dello stesso giudice nei
confronti della Corte di giustizia.
Andiamo alla distinzione tra diritto internazionale tributario e diritto tributario
internazionale.
Il diritto tributario internazionale non era altro che un diritto nazionale che tendeva a disciplinare
fattispecie internazionali. Ad esempio il contribuente residente in Italia che svolge attività all’estero.
Quindi norme sul credito d’imposta, sulla qualificazione di questo reddito prodotto all’estero, o il
non residente che produceva reddito in Italia. Quindi criteri di imputazione formale che
concedessero all’Italia lo ius impositionis nei confronti del soggetto che non era residente in Italia.
Anche queste norme sono oggetto delle eventuali controversie tributarie e andranno all’attenzione
del giudice tributario. Come si pone il rapporto tra queste norme quelle di diritto internazionale
tributario? Laddove cioè non ci troviamo di fronte a norme nazionali, ma norme internazionali
soprattutto di natura convenzionale, ad es. contro la doppia imposizione o contro l’elusione
internazionale. Possono sorgere problemi a cominciare dal concetto di residenza che viene normato
all’interno del nostro paese, ma anche all’interno delle convenzioni. Può sorgere quindi una frizione
tra diversi livelli normativi e sarà il giudice a decidere la questione. La stessa cosa può avvenire con
il concetto di stabile organizzazione, che è alla base dello ius impositionis su imprese non residenti.
Il giudice tributario chiamato a dirimere una controversia come si comporterà?
Nel diritto europeo vi è un consolidato principio del primato del diritto comunitario che prevale su
quello nazionale. In caso di dubbio spetterà alla Corte di giustizia esprimere il principio di diritto e
rinviare le carte al giudice.
Nelle norme internazionali non vi è questo rapporto così netto perché non sono frutto di istituzioni
comuni, si tratta di convenzioni internazionali, fatte dai ministri dei vari paesi, dai governi. Inoltre il
diritto internazionale non attribuisce diritti soggettivi ai contribuenti, in linea di principio. Il
cittadino eventualmente può subire la doppia imposizione in presenza di una convenzione contro la
doppia imposizione se i due Stati interpretano la norma ognuno per i fatti suoi. Con una procedura
amichevole gli Stati membri possono mettersi insieme, formando una commissione di esperti dal
ministero A del ministero B. gli stati quindi potrebbero mettersi d’accordo, ma in via amichevole,
perché non ci sono diritti soggettivi del contribuente. Potrebbero non mettersi d’accordo e il
contribuente pagherà la doppia imposizione.
La giurisprudenza consolidata della Corte di Cassazione ha individuato nel diritto internazionale
tributario uno ius speciale. Quindi il criterio non è quello del primato, ma è quello della specialità.
Se vi fosse controversia sulla doppia imposizione tra Italia e Zambia, il giudice potrebbe ritenere
prevalente la norma convenzionale per un principio di specialità.
Le cose cambiano per un’altra branca del diritto internazionale, che è quella della Convenzione
europea dei diritti dell’uomo, dove la corte europea di Strasburgo (qui si tratta di un rogano
giurisdizionale comune e l’Italia ha deciso di sottostare alla sua giurisdizione). I principi applicati al
diritto interno, in particolare tributario, sono stati
travagliati nell’accettazione.
Nel diritto europeo, il concetto di direttiva self-executing è un concetto di tipo processuale. della
direttiva Self executing se ne può pretendere l’applicazione anche se questa non è stata ancora
attuata o attuata male. Il giudice ha l’obbligo di disapplicare la norma interna e applicherà
direttamente la normativa nazionale (credo che il professore voleva dire “europea”, ma sbagliando
ha detto “nazionale” e ho trascritto “nazionale”), è questa la vera essenza della direttiva self-
executing: Il potere dei cittadini di vedersi conferito dalla normativa sovra-nazionale diritti
soggettivi. Il contribuente, in sede processuale può utilizzarli e chiedere al giudice la
disapplicazione di norme nazionale. Può fare lo stesso nei confronti del principio di non
discriminazione, non restrizione, proporzionalità, principio al contraddittorio, maturatisi anche in
ambito UE.
Il giusto procedimento è legato al giusto processo. L’optimum è un giusto procedimento. Occorre
un contraddittorio anticipato, riguarda il prima del processo. Il processo dovrebbe essere relegato
ad extrema ratio, quando non c’è più nulla da fare, quando i rapporti non sono più risolvibili tra le
parti, preferendo deferire la questione ad un giudice terzo ed imparziale. Non è ammessa la
transazione perché l’obbligazione è indisponibile, ma pur essendoci questa rigidità dell’ambito
pubblicistico, ci sono istituti con cui ci si può venire incontro: l’accertamento con adesione (evita il
contenzioso tributario), l’esercizio dell’autotutela, che serve all’amministrazione finanziaria, dà il
privilegio di poter modificare atti emanati o illegittimi o non fondati senza rivolgersi al giudice.
Sono istituti che evitano i conflitti in atto. I conflitti danneggiano il fisco, il contribuente perché
compremettono la certezza dei rapporti giuridici, perché c’è un giudizio in pendenza. Si ingolfa la
giustizia che affronta troppe cause. L’ottica processuale è quella estrema.
Il giudice tributario è veramente terzo ed imparziale? Per le controversie pari o al di sotto 50.000
euro, come regola di procedibilità innanzi al giudice tributario c’è l’obbligo di un esame preventivo
da parte della stessa amministrazione finanziaria. È l’ottica del tentativo di mediazione.
Poi abbiamo la conciliazione giudiziale o non giudiziale, che serve a diminuire il contenzioso
tributario.
La giustizia tributaria è fondamentale in un ordinamento, perché altrimenti il contribuente
rimarrebbe soccombente davanti ad un atto notificatogli, ma occorre bilanciare gli interessi
riducendo al minimo il contenzioso. La maggior parte misure condonistiche hanno funzione di
eliminazione del contenzioso tributario. Si riferiscono a liti pendenti tra il fisco e il contribuente.
Pagando una percentuale dell’imposta pretesa non si applicano le sanzioni con lo scopo di incassare
i soldi subito e di ridurre il contenzioso.

Giustizia tributaria- Lezione 1 del 28\09\2021 parte seconda


Ricorderete, che, appunto, uno dei principi fondamentali sui quali avevano superato la
nostra attenzione era quello del principio al contraddittorio e avevamo sempre ribadito che per
giurisprudenza e dottrina il giusto processo aveva bisogno di un giusto procedimento e per questo
occorreva un’anticipazione di quel contraddittorio che poi nel processo è mediato attraverso la
figura del giudice; perché ovviamente le parti trasmettono poi i documenti alla segreteria del
giudice, ma comunque poi sono apparsi contenziosi in cui hanno delegato a quest'ultimo la
decisione.
Questo contraddittore anticipato -avevamo anche detto- che non esiste in modo generalizzato
nel codice del diritto tributario, cioè il contribuente non ha un diritto per tutti i procedimenti di
divulgazione delle sanzioni, per gli avvisi di accertamento, per gli atti
della riscossione, ad interloquire con il chiunque, esponendo le proprie difese; Questo in un'ottica
appunto di consentire alla stessa amministrazione finanziaria di avere tutti gli elementi idonei per
decidere ed eventualmente ritirare l'atto spontaneamente attraverso –appunto- l’esercizio del potere
di autotutela.
Avevamo però evidenziato che in alcuni ambiti del diritto tributario tale principio veniva
codificato, viene codificato, ad esempio, proprio quando viene notificato al contribuente il
processo verbale di constatazione.
Saprete che intercorrono 60 giorni durante i quali il contribuente può esprimere difese, può
esercitare pretese, può presentare memorie, ed è un termine così importante che
l'eventuale emissione dell’avviso di accertamento da parte dell’amministrazione finanziaria, prima
del decorso dei 60 giorni, lo renderebbe nullo.
Quindi la sanzione amministrativa può radicare quella della nullità.
Anche qui dobbiamo stare attenti, ormai siamo in un’ottica processuale.
I casi di nullità tributaria in verità sono i casi di annullabilità, perché occorre sempre l’onere di
impugnare quell’atto o quella vicenda dinanzi al giudice affinché questi possa poi decretarne la
nullità.
Quindi anche in questo caso l’avviso viene notificato, il contribuente lo impugna evidenziando che
è stato emesso prima del decorso dei 60 giorni dell’incorrere della notifica processuale di
constatazione il giudice, (è un problema cronologico, quindi sarà facilmente verificabile questa
ipotesi), lo annullerà.
L’importanza strategica del poter interloquire con il Fisco però sarebbe vana, qualora il fisco si
limitasse a recepire queste memorie, queste difese, senza poi magari avere anche l'obbligo
di ascoltarle, di leggerle, di esaminarle; allora accanto al principio del contraddittorio anticipato
si accompagna sempre l’obbligo d'azione specifica, che è l'unico strumento che consente al
contribuente di essere sicuro che in qualche modo queste sue difese siano state almeno lette,
studiate dalla controparte.
Perché? Perché quest’obbligo onera l'amministrazione finanziaria in caso di diniego, nel caso cioè
di mantenimento della pretesa tributaria, in questo caso di emissione dell’avviso di accertamento, e
di motivare espressamente il perché non abbia accolto le memorie difensive depositate,
esposte, trasmesse dal contribuente.
Quindi occorre che si prenda posizione sulla difesa del contribuente e quindi non c'è un mero
obbligo di motivazione, e questo vale per tutti gli atti tributari, ma un obbligo di motivazione
specifica; perché sennò il parlare senza essere ascoltati, capite bene che è uno strumento molto
irrisorio, non avrebbe senso.
Invece occorre esercitare il diritto di poter esprimere la propria difesa a cui corrisponde il dovere in
capo all'altra parte di, queste difese, valutarle ed eventualmente motivarne il restringimento.
Qui vedete l'obbligo della motivazione specifica; la nullità dell’atto qualora non si dia spazio alla
difesa.
Ma vedete, è occasionale questo principio del contraddittorio, non è universale così come vorrebbe
invece la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, laddove proprio in occasione di un procedimento
riguardante la materia doganale, quindi una materia tributaria, ha sancito, con sentenza, un
principio generale, secondo il quale l'amministrazione finanziaria prima di indicare,
(l’amministrazione pubblica in generale e quella finanziaria in particolare), al fine di notificare un
atto da cui discendono conseguenze negative nei confronti della sfera giuridica del contribuente,
dovrebbe poter assumere le informazioni dal diretto interessato.
Attenzione! Questo principio del contraddittorio non tutela esclusivamente il principio soggettivo
costituzionalmente garantito di difesa;
come vedete una difesa anticipata alla fase procedimentale, proprio per scongiurare
la fase processuale. Anche perché in questa interlocuzione il contribuente potrebbe spontaneamente
rendersi conto di aver sbagliato e potrebbe decidere di non impugnare l’atto.
Quindi se agli inizi parlare è sempre un atto positivo, io sono sempre un fautore dei rapporti sociali.
Nei rapporti con Il Fisco è ancora più importante il dialogo, perché ad essere tutelato dovrebbe
essere il diritto a che tutti partecipino al concorso alle spese in base alla propria capacità
contributiva.
Quindi il fatto che l'amministrazione finanziaria abbia l’onere di assumere notizie dal diretto
interessato, cioè da colui che ha messo in essere quelle presupposto d'imposta, espressione di
capacità contributiva, non potrà che arricchire la stessa amministrazione finanziaria inducendola
magari ad un ridimensionamento della pretesa fiscale, oppure al mantenimento della stessa, ma
comunque in un'ottica di chiarezza e di confronto e di collaborazione tra le parti.
Il silenzio purtroppo subentra anche nei rapporti tra contribuente e amministrazione finanziaria.
Molte volte l'amministrazione finanziaria non risponde. Questo ha una rilevanza processuale molto
importante.
Io ho scritto un libro denominato “il silenzio dell'amministrazione finanziaria” e dove metto in
evidenza tutte le possibili conseguenze, a secondo dell'ambito tributario in cui questo viene
espresso.
Da questo atteggiamento di inerzia, di chiusura che non si concretizza neanche nell’emanazione di
un atto di diniego, perché l'atto di diniego scritto è possibile ovviamente impugnarlo di fronte al
giudice;
il silenzio si può impugnare oppure no in chiave processuale?
E qui dipende: in linea di principio, si può dire, che il silenzio deve avere una qualificazione
giuridica, perché il silenzio, viceversa, è soltanto un atteggiamento, soltanto un fenomeno quasi
naturale.
Quindi occorre una qualificazione normativa.
In linea di principio, trattandosi di una materia pubblicistica, il silenzio generalmente ha una
valenza di rigetto; cioè se Librizzi chiede di avvalersi di un'agevolazione tributaria e
l'amministrazione non gli risponde, generalmente si considera che questa richiesta è stata bocciata.
Ci sono delle ipotesi rare in cui vale l’opposta regola del silenzio- assenso; sono delle
eccezioni e una di queste, ve la ricorderete, la riscontriamo nel diritto di interpello ordinario, quando
il contribuente ha facoltà di inserire accanto al quesito anche l’interpretazione che lui ha dato alla
norma, oppure (riguardando ovviamente un caso concreto), è un caso preventivo che ancora non si è
realizzato.
L'amministrazione finanziaria qualora non risponda entro 120 giorni, si suppone, ex lege, che abbia
aderito all'interpretazione fornita dal contribuente o se è l'unica eccezione in cui il silenzio ha una
valenza di silenzio-assenso.
Sono in campo per ora i super bonus; voi sapete c'è grande fibrillazione; allora qui migliaia di
interpelli riguardano proprio la possibilità di usufruire dei super bonus.
Allora, il contribuente presenta la propria situazione particolare ed eventualmente può allegare
anche la sua interpretazione.
Qualora l’amministrazione non risponda... (ha lasciato la frase in sospeso).
L’amministrazione ha due ipotesi:
1) O risponde e potrebbe rigettare per interpretazione del contribuente; anzi generalmente
l’interpello è uno strumento pericoloso perché il contribuente informa il Fisco di quello che
vuole fare e di come lo vuole fare e come interpretare la materia tributaria.
L’amministrazione finanziaria può rispondere e generalmente la pensa diversamente dal
contribuente, in maniera opposta, ovviamente scegliendo il criterio interpretativo meno “morbido”
della norma tributaria e in questo caso il contribuente (anche questa potrebbe essere una
domanda di esami) non ha ovviamente obbligo di aderire alla risposta che sappiamo che
tecnicamente è una risoluzione dell'amministrazione finanziaria per due ordini di ragioni: sia perché
non si tratta di un atto di legge e il cittadino e il giudice ugualmente è soggetto soltanto alla legge,
(ma la risoluzione non è un atto avente forza di legge, non è neanche una fonte del diritto, è soltanto
una risposta all'esercizio dell’interpello che potrebbe quindi proseguire il suo investimento, la
sua attività, interpretando la norma come l'aveva interpretata).
Cosa succederà pero? Che il Fisco già lo sa perché glielo avete detto voi attraverso l’interpello e
ovviamente vi notificherà l’accertamento, interpretando la norma come meglio crede, diversamente
da come l'avete interpretata voi.
Ovviamente sarà in questo caso, ancora una volta, il giudice, la fase processuale, a dare l'ultima
parola.
Vedete come tutto poi alla fine ha un risvolto processuale.
2) Qualora invece non risponda, allora vale quella regola del silenzio-assenso.
Cosa vuol dire?
Che mentre il contribuente non è mai vincolato dalla risposta data dal Fisco, potendola disattendere,
poi sarà il giudice a vedere chi aveva ragione.
L’ amministrazione finanziaria invece ha un obbligo nelle due fattispecie:
 o quando risponda positivamente aderendo in maniera scritta alla interpretazione del
contribuente; poi non può ovviamente notificargli un accertamento perché già si è espresso a
favore.
 sia quando con il silenzio-assenso ha lasciato decorrere i 120 giorni dalla proposizione del
quesito da parte del contribuente.
Vedete, quindi sono varie fattispecie.
Il silenzio, però dicevamo, in genere ha una connotazione negativa, di rigetto e quindi occorrerà
caso per caso vedere se quell’ipotesi ha una qualificazione giuridica di silenzio-rigetto per
consentire al contribuente l’impugnazione del silenzio di fronte al giudice;
il classico esempio è proprio la spettanza di un'agevolazione tributaria, un credito, di un bonus, che
deve, che presuppone un’attività fattiva da parte dell'amministrazione finanziaria, oppure anche la
qualificazione di un determinato ente come l’Onu, l’iscrizione quindi nell’albo delle ONU
oppure no.
Quindi ecco che in questo caso occorre valutare se si possa o meno impugnare il silenzio.
Certo è l’atteggiamento più odioso –ripeto- sia nei rapporti interpersonali, che nei rapporti tra ente
pubblico e cittadino, il non rispondere, il muro di gomma; Però occorrerà in questo caso vederne la
qualificazione dal punto di vista normativo.
Accennavo al problema della Convenzione CEDU.
La Convenzione CEDU appunto è un'istanza di diritto internazionale, ha degli organi comuni come
il Consiglio d'Europa e la Corte Europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo.
Il problema è complicato, anche perché non siamo nell'ambito del diritto dell'Unione Europea; basti
pensare che fanno parte del Consiglio d'Europa stati come La Russia, l’Ucraina, la Turchia, stati che
non hanno nulla a che vedere con l'istituzione dell’Unione Europea.
Il problema che si è posto, e le domande d’esame che noi possiamo fare, è:
“In che termini alla CEDU è affidato il processo tributario?”.
A questo punto ancora fa scuola, un leading case della Corte che ha riguardato una fattispecie
tributaria italiana, il cosiddetto Caso Terrazzini. Quindi sostanzialmente la Corte sebbene spaccata,
perché i giudici non hanno accolto questa sentenza all’unanimità… (sapete, ci sono dei meccanismi
di composizione anche interni al giudice, il giudice è un giudice collegiale, capirete che può
capitare che non tutti i membri del Consiglio non siano d'accordo su una determinata decisione).
Allora la Corte Europea dei diritti dell'uomo, fedele ai suoi canoni di trasparenza, anche
architettonici…
non so se voi avete bazzicato in quel di Strasburgo, ha questa forma trasparente, gli uffici sono
trasparenti, dalla strada vedete gli omini sulle scrivanie.
Quindi sussiste questa idea della trasparenza anche sotto il profilo architettonico, si riscontra anche
nelle standing opinion dei giudici, cioè dei giudici che hanno un’opinione diversa e che la mettono
a verbale e che poi viene pubblicata.
Queste sentenze sono veramente straordinarie per noi giuristi, perché ci consentono ad esempio,
all'interno di una questione, di vedere la sentenza così come è stata partorita e perché sia stata
raggiunta tutta quella maggioranza, richiesta dal regolamento interno alla Corte, ma poi è anche
presente il punto di vista dei giudici che non sono d'accordo con quella missione, che sono rimasti
soccombenti però hanno voluto verbalizzare il loro dissenso e la ratio del loro dissenso.
Questa sentenza Terrazzini meriterebbe di essere letta da tutti voi.
Sostanzialmente cosa dice? Dice che il carattere imperativo, pubblicistico, del rapporto giuridico di
imposta, non consente un'applicazione tout court dei principi CEDU alla materia tributaria.
Per cominciare anche dai principi sul giusto processo, ad esempio sulla ragionevole durata del
processo, la Legge Pinto sostanzialmente.
I giudici dissenzienti invece rilevano che questo è assolutamente non moderno, perché il
contribuente italiano, il contribuente degli stati che fanno parte del Consiglio d'Europa, con
differenze molto grosse; immaginate il contribuente russo, quello turco, quello ucraino e così via…
ma comunque non è un “sudicio” e allora questo carattere pubblicistico non dovrebbe non
consentire l’applicabilità tout court delle norme CEDU anche al processo tributario.
Ve l’ho sintetizzato al massimo.
C’è da dire che nel corso del tempo pure la Corte ha avuto delle progressive aperture nei confronti
delle cause processuali, la più importante della quale riguarda le azioni di rimborso.
La seconda grande categoria di azioni promuovibili dinnanzi al giudice tributario, (come facevamo
cenno proprio nell'incipit del nostro incontro), perché lì l'indebito tributario viene assimilato
all’indebito civilistico e quindi c’è proprio un diritto del contribuente, la cui erogazione
corrisponderebbe ad un legittimo arricchimento da parte dello Stato, che incasserebbe un tributo in
barba ad un principio quale quello della capacità contributiva; quindi il tributo non sarebbe più quel
prelievo di ricchezza ispirato al principio di capacità contributiva, ma una sorta di espropriazione
della ricchezza che colliderebbe con un diritto naturale, il diritto sacrosanto stabilito anche dalla
CEDU, che è il diritto di proprietà.
Allora nelle cause di rimborso, per esempio i principi della CEDU sono i cardini, che in qualche
modo si valorizza un’ottica civilistica e para civilistica; così come in un’ottica para penalistica, i
principi della CEDU sono applicati nelle liti che riguardano l'irrogazione delle sanzioni, anche di
quelle amministrative.
In quelle penali è ovvio che la CEDU copre, perché ovviamente copre tutta la materia penale, ma in
quelle amministrative, voi ricorderete che in diritto tributario ci sono sanzioni penali e sanzioni
amministrative:
 In quelle penali sono irrogate dal giudice e vige tra l'altro un principio di specialità, non c'è
cumulo tra i due tipi di sanzione;
 e quelle invece amministrative sono irrogate dall'amministrazione finanziaria e consistono in
sanzioni pecuniarie a differenza di quelle penali che ricorderete, sono delitti con pena carceraria.
Non ci sono multe, non ci sono contravvenzioni, sono tutti delitti la cui violazione indica la perdita
della libertà personale.
Allora il ragionamento della CEDU, della Corte Europea di Strasburgo è stata questa: anche nelle
misure di sanzione amministrativa, anche se sono irrogate da un organo amministrativo, diciamo da
un’organizzazione finanziaria, anche se consistono nel pagamento di somme di denaro, in base agli
Jengens criterie, attengono comunque a fattispecie penali, perché in gioco l’obiettivo è quello
general-preventivo da una parte e afflittivo dall’altra.
La sanzione ha un carattere di afflizione per la violazione compiuta, ma anche general-preventivo
per indurre la generalità dei contribuenti a non violare la norma tributaria.
Allora questi connotati, che sono identici a quelli del diritto penale, hanno consentito ai giudici di
Strasburgo di estendere la CEDU ad un’altra importante fetta di controversie tributarie che si
invocano dinnanzi al giudice tributario; perché vedremo che il giudice tributario è competente non
soltanto per tutte le liti riguardanti i tributi, comunque denominati di genere e specie, ma anche
degli interessi e degli accessori e delle sanzioni inerenti alla violazione della normativa tributaria.
Allora è importante conoscere questi meccanismi, perché potrebbe capitarvi di invocare questi
principi della CEDU nell'ambito del processo tributario e quindi, anche in questo ambito sono stati
accolti.
Per quanto riguarda la ragionevole durata del processo, con la conseguente attivazione
della Legge Pinto, che penso voi abbiate studiato in altri settori del diritto.
Il problema è generalmente più teorico che pratico, perché il processo tributario sebbene, con tante
ombre, che poi noi evidenzieremo nella struttura attuale, è un processo, è un procedimento
generalmente snello e più veloce di quello penale e di quello civile, quindi in linea di principio non
si pone molte volte il problema della ragionevole durata del processo, proprio per questo carattere
snello e più rapido; anzi talvolta si dice maliziosamente: “non bisogna eccedere nella velocità”.
È difficile l’equilibrio.
Un processo veloce potrebbe tradursi in un processo sommario e quindi in un processo che
non dà giustizia, quindi questo non lo vuole nessuno.
D'altronde il processo non deve essere eccessivamente lungo, perché l’incertezza del diritto non può
perdurare per un certo periodo di tempo, sennò, se dura per tanti anni, diciamo poi arriva troppo
tardi, quando già sono morte le parti, quindi la sentenza esplicherà effetti nei confronti degli eredi.
Quindi occorre anche mediare nella ragionevole durata del processo.
Un altro aspetto molto rilevante che è stato toccato dai giudici di Strasburgo riguarda proprio
l'esercizio di poteri istruttori.
Noi a riguardo sappiamo che l'articolo 12 dello Statuto dei Diritti del Contribuente prescrive
tutta una serie di garanzie e diritti a favore del contribuente, sottoposto ad accessi, ispezioni e
verifiche; una fase onestamente in cui questi diritti possono essere compressi proprio perché c'è un
interesse pubblico strumentale ad arrivare alla verità, scoprire le violazioni.
Arrivano questi interessi anche alla possibilità di violare il domicilio qualora vi sia
un'autorizzazione da parte dell’autorità giudiziaria, oppure a perquisire fisicamente i contribuenti.
Quando la Guardia di Finanza sospetta che quel contribuente possa occultare qualche documento
pregiudizievole o comunque importante per l’indagine. La stessa cosa per l'apertura dell'automobile,
per l'apertura delle cassette di sicurezza, per la corrispondenza, cioè tutte azioni che hanno bisogno
di una autorizzazione dell'autorità giudiziaria ma che comunque possono arrivare anche a superare
alcune libertà considerate fondamentali.
Il problema vero, che avevamo affrontato, e che ora è il momento di valorizzare, era la
tutela giurisdizionale.
Cosa accade qualora questo bellissimo articolo 12 dello Statuto dei Diritti del Contribuente non
venga poi posto in essere.
Ve lo ricordate? Riguarda i tempi in cui la verifica doveva essere esperita, generalmente 30 giorni;
dovevano essere continuativi… ecc.
Ci siamo soffermati su vari aspetti ma adesso non possiamo riprendere il discorso.
Abbiamo detto poi che queste modalità di ricerca istruttoria dovevano essere tali da arrecare la
minore turbativa possibile, quindi gli si consigliava, nelle circolari interne alla Guardia di Finanza,
di rendere possibile di fare indossare al personale abiti civili, di qualificarsi senza spargere il
panico.
Ve lo ricordo per rendere più incisiva la scena.
“Non è che entrano o sparano un colpo in aria e cercano di seminare il terrore”.
Cosa succede qualora tutto questo non venga a rispettato?
In una fase istruttoria, che voi sapete, si conclude con un processo verbale di constatazione,
atto non autonomamente impugnabile; e comunque c'è una forma di giustizia immediata perché,
vedete, la giustizia ha bisogno dei tempi.
Al contribuente cosa interessa? In quel momento far cessare quel comportamento, quell’eventuale
prestazione che si sente di subire, e allora il giudice tributario l'avevamo escluso e oggi riprendendo
le fila del discorso in effetti cosa abbiamo detto finora?
Sembrano poche cose, ma considerate che oggi abbiamo un po’ spiegato le fondamenta di tutto il
processo tributario, quindi tutto sarà riconducibile a quanto poi abbiamo detto un po' oggi.
Abbiamo detto che azioni esperibili sono o:
 di impugnazione di un atto, a condizione che questo sia autonomamente impugnabile per
vizi propri di quell'alto o di atti presupposti per nullità derivata, principio che noi ereditiamo
dal diritto amministrativo nella serie procedimentale di atti;
 oppure azioni di rimborso.
Non ci sono azioni contro la turbativa di eventuali appartenenti alla Guardia di Finanza nei
confronti del contribuente.
Allora vedete che sotto il profilo della sfera giurisdizionale, il giudice tributario non è il giudice
idoneo ad ascoltare queste lamentele e lì avevamo notato una carenza nell’art. 12. dello Statuto dei
Diritti del Contribuente di tutela giurisdizionale, ipotizzando, o arrampicandoci sugli specchi,
altre soluzioni possibili: decreto ingiuntivo del giudice civile…ecc.
Ma comunque sempre con forzature, anche perché se queste violazioni dei diritti e delle garanzie
del contribuente non si sono tradotte in elementi utili per sostenere la motivazione dell’atto
impositivo, al giudice tributario non avranno poi cittadinanza, non troveranno riscontro.
Sostanzialmente per essere più chiaro:
il contribuente cosa farà poi?
Quando finalmente gli verrà notificato l'atto di accertamento lo impugnerà e si limiterà ad
evidenziare gli elementi, vizi formali e sostanziali.
Ma eventuali vessazioni subite, che non hanno però avuto poi un’influenza nella notifica dell’atto,
non troveranno giustizia.
Ancora… immaginate che l'amministrazione finanziaria neanche emetta l’atto impositivo, perché si
convinca della non fondatezza della pretesa tributaria che in qualche modo viene già abbozzata nel
processo verbale di constatazione; quella è una fase istruttoria, poi l’accertamento lo farà l'Agenzia
delle Entrate che potrebbe, guardando il verbale non ritenere elementi tali da emettere l'avviso di
accertamento;
allora mancherebbe addirittura un atto da impugnare, cioè occorre un cavallo di Troia per andare
dal giudice tributario –giustamente- come dal giudice amministrativo, cioè occorre
sostanzialmente l'emissione di un atto, con pagamento di un tributo che si considera indebito in
tutto o in parte.
Viceversa, non è che io posso andare dal giudice, soprattutto da quello tributario che un giudice
diciamo naturale in terra di impugnazione di atti illegittimi e quindi vedete che comunque c'è un
vuoto normativo in terra giurisdizionale che riguarda invece comportamenti e non hanno un
riscontro documentale in un atto. Un’altra ipotesi ulteriore cosa potrebbe riguardare?
Mi hanno fatto degli accessi, delle ispezioni e verifiche irrituali, ma poi mi hanno fatto pure
un'indagine bancaria, dall'indagine bancaria si scopre che io faccio dei prelevamenti da
imprenditore che non trovano riscontro nella mia dichiarazione, e allora l’avviso di accertamento lo
fondano su delle indagini bancarie e io lì cosa posso impugnare?
Io invece volevo impugnare che mi hanno puntato la pistola così via (ovviamente adesso sto
ingrandendo il problema, c’è il giudice penale per queste cose).

Quello che vi voglio dire è che la tutela giurisdizionale tributaria poi si limita ai vizi dell’atto e
l'unico Pentium possibile è o
 la richiesta dell’annullamento dell’atto o
 la richiesta di condanna dell'amministrazione finanziaria al rimborso delle somme indebite.
Quindi vedete anche lo spettro di azione, anche qui il Pentium si raffronta al potere del giudice che,
abbiamo detto, non è tale neppure da poter annullare l’atto presupposto generale, anche qualora si
accorgesse e reputasse indebito nei confronti della legge, proprio perché non ha questo potere a
differenza del giudice amministrativo, lo può soltanto disattendere, lo può soltanto disapplicare.
Quindi dobbiamo confrontarci anche con i limiti dei poteri del giudice che condizionano anche le
richieste che possono essere fatte nei suoi confronti.
Quindi questa applicabilità della Convenzione CEDU è a macchia di leopardo, riguarda soltanto
alcuni ambiti tributari.
Un'altra grande questione ha riguardato la prova testimoniale.
Vedete, ancora una volta un’altra grande proiezione di aspetti sostanziali su quello processuale,
perché noi vedremo che la prova testimoniale è bandita dal processo tributario (questo voi già lo
sapete, presumo).
Colpisce certo perché, immaginate in un processo penale, il testimone oculare era l'ex prova regina,
adesso la prova regina è il DNA, le indagini scientifiche, perché la prova testimoniale in quanto
soggettiva può essere anche fallace.
Però, certo, se in un omicidio, io sono il pubblico ministero ed ho un testimone oculare che ha visto
che Morgana sparava a Barresi, ovviamente ho un mezzo di prova molto forte, cioè il testimone
oculare.
Invece la testimonianza addirittura è bandita, è proibita nel processo tributario.
La testimonianza è anche ammessa nel processo civile; io porto i miei testimoni nel processo
amministrativo, in qualche misura è consentita, soprattutto in forma scritta.
Nel processo tributario no, nel processo tributario insieme al giuramento, la elimina dal campo dei
mezzi di prova; la elimina perché il processo tributario è un processo prettamente documentale,
parte da un documento, da un atto che è stato notificato al contribuente e che questi impugna con
un'inversione dell'onere della prova.
Questo io non l’ho sottolineato però adesso voglio farlo.
Cosa abbiamo detto?
Il processo tributario parte sempre dal ricorso della parte privata, perché il primo atto è la
notifica dell’atto impositivo da parte del Fisco o di un atto di accertamento o di riscossione o di
erogazione delle sanzioni.
Il contribuente impugna e quindi l’attore formale è sempre la parte privata, e la parte resistente in
primo grado o in appello (ovviamente possono essere entrambi), ma se stiamo parlando del primo
grado di giudizio, la parte resistente, capite bene, è sempre la parte pubblica che resiste con l'atto
che ha già emanato.
Però se ci pensate bene, e in base ai principi costituzionali, dovrebbe essere l'amministrazione
finanziaria a dimostrare che il contribuente ha violato la norma e quindi l'attore sostanziale rimane
l'amministrazione finanziaria; tanto è vero che la resistenza avviene sia attraverso l'atto che è stato
già emanato e che ha già una motivazione.
La motivazione che cosa spiega?
In fatto e in diritto, le ragioni dell’atto ed è un elemento fondamentale a pena di inammissibilità
dell’atto, perché propedeutico all’esercizio del diritto di difesa.
La Luparella come può sapere se deve o no impugnare l’atto se non avesse la motivazione dell’atto.
Occorre che le si spieghi le ragioni in fatto e in diritto per cui quell’atto è stato emanato e allora lei
si convincerà, se avrà il diritto, se le conviene, se potrà impugnarlo oppure no.
Senza motivazione (e lì poi c'è tutto il problema della motivazione per relazione è così vai). La
classica motivazione per relazione appunto l’avviso di accertamento che rimanda al processo
verbale di constatazione; processi verbali di constatazione che magari di mille pagine e allora si
dice: “va bene, basta che c'è una sintesi degli elementi essenziali”. Ma sintesi fino ad un certo
punto.
Io posso vincere la causa dimostrando che le ispezioni, le verifiche sono durate oltre i 30 giorni
guardando i processi verbali giornalieri;
quindi mi devo andare a leggere tutte le carte, io devo avere, se non l’ho avuto notificato è un lupus
alla difesa non avere anche l'atto presupposto, anche se autonomamente impugnabile non era.
La prova testimoniale poi grava un grosso interrogativo di una disparità tra reparti, perché il fisco,
come sapete, può svolgere accertamenti incrociati dei confronti dei terzi; i soggetti cioè non
coinvolti nel rapporto giuridico d’imposta, come può essere ad esempio il fornitore
dell'imprenditore.
Quindi il Fisco può sempre, attraverso l'interlocuzione di terzi assumere informazioni.
È vero, non è la classica escussione testimoniare, quella a cui siamo abituati nel processo
civile o penale, però sostanzialmente ha il potere di assumere informazioni da parte di terzi e poi
di rivolgerli contro il contribuente.
Il contribuente questo potere pubblicistico non ce l'ha; è vero, può in qualche modo, talvolta, in
alcuni casi, esporre delle dichiarazioni.
Dal terzo, se ci va la Guardia di finanza, se ci va l’amministrazione finanziaria, ovviamente con il
potere pubblicistico ha l’obbligo di rispondere;
Se ci va il contribuente è una mera facoltà “io non voglio problemi, non ti dico nulla, lasciami stare
che non voglio essere coinvolto”.
Allora sostanzialmente dice: “questo diniego della testimonianza a livello di mezzi di prova nel
processo, può alimentare un’odiosa disparità di trattamenti.
Perché? Perché in pratica l’Agenzia delle Entrate arriva, in sostanza, alla prova testimoniale con le
informazioni di terzi e il contribuente non lo può fare.
Allora questa questione è stata sottoposta varie volte alla Corte Costituzionale in base a cosa?
In base ai principi
 art.24. della Costituzione e
 art.111. della Costituzione sul giusto processo.
La Costituzione
Parte I
Diritti e doveri dei cittadini
Titolo I
Rapporti civili
Articolo 24
Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi [cfr. art. 113].
La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento.
Sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni
giurisdizione.
La legge determina le condizioni e i modi per la riparazione degli errori giudiziari.

La Costituzione
Parte II
Ordinamento della Repubblica
Titolo IV
La Magistratura
Sezione II
Norme sulla giurisdizione
Articolo 111
La giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge.
Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice
terzo e imparziale. La legge ne assicura la ragionevole durata.
Nel processo penale, la legge assicura che la persona accusata di un reato sia, nel più breve tempo
possibile, informata riservatamente della natura e dei motivi dell'accusa elevata a suo carico;
disponga del tempo e delle condizioni necessari per preparare la sua difesa; abbia la facoltà, davanti
al giudice, di interrogare o di far interrogare le persone che rendono dichiarazioni a suo carico, di
ottenere la convocazione e l'interrogatorio di persone a sua difesa nelle stesse condizioni dell'accusa
e l'acquisizione di ogni altro mezzo di prova a suo favore; sia assistita da un interprete se non
comprende o non parla la lingua impiegata nel processo.
Il processo penale è regolato dal principio del contraddittorio nella formazione della prova. La
colpevolezza dell'imputato non può essere provata sulla base di dichiarazioni rese da chi, per libera
scelta, si è sempre volontariamente sottratto all'interrogatorio da parte dell'imputato o del suo
difensore.
La legge regola i casi in cui la formazione della prova non ha luogo in contraddittorio per consenso
dell'imputato o per accertata impossibilità di natura oggettiva o per effetto di provata condotta
illecita.
Tutti i provvedimenti giurisdizionali devono essere motivati.
Contro le sentenze e contro i provvedimenti sulla libertà personale, pronunciati dagli organi
giurisdizionali ordinari o speciali, è sempre ammesso ricorso in Cassazione per violazione di legge.
Si può derogare a tale norma soltanto per le sentenze dei tribunali militari in tempo di guerra.
Contro le decisioni del Consiglio di Stato e della Corte dei conti il ricorso in Cassazione è ammesso
per i soli motivi inerenti alla giurisdizione.
La Corte Costituzionale ha sempre però respinto questa questione, evidenziando che le tipologie
di processo sono diverse, che il legislatore ha una sua discrezionalità nella scelta dei mezzi di prova,
a seconda della tipologia del processo; e quindi mezzi di prova fondamentali in alcuni ambiti
processuali, non è detto che possono trovare cittadinanza in altri, e quindi ha valorizzato, per così
dire, la specialità nel diritto tributario, del processo per mantenere legittima questo divieto di prova
testimoniale.
Ci sono state delle aperture estreme, nel caso in cui il contribuente altrimenti non possa avere
contezza, non possa dimostrare… sono dei casi in cui al contribuente gli sì è incendiata
la contabilità e c'è stato un fenomeno fisico, sono arrivati i ladri che hanno rubato tutto, anche i
documenti tributari e sia impossibile o molto sproporzionato ricostruire tutto, in qualche modo
timide aperture in Cassazione hanno detto “ di questa non puoi proprio farne a meno e
allora puoi attingere anche a informazioni di terzi”.
Ma come capirete bene sono dei casi molto particolari, tra l’altro occorre dimostrare che
ovviamente il ladro non è che è venuto, c’aveva il Rolex e ha detto che schifo e allora si è accanito
sui registri Iva del contribuente, così da goderseli per il resto della sua vita.
Bisogna capire.
Oppure un incendio selettivo; anche qui bisogna poi dimostrare in effetti… (lascia la frase in
sospeso).
Quindi sono dei casi molto particolari.
C’è questa problematica anche dei mezzi.
Un’altra cosa che vi voglio dire in questo grado pieno di approssimazione è che ci sono anche delle
conseguenze di comportamenti che il contribuente ha realizzato nella fase istruttoria o nella fase
procedimentale che hanno effetti processuali. Questo per ribadire ancora una volta che sono due
casi strettamente collegati, e mi riferisco ad esempio alla fattispecie in cui il Fisco chieda, ad
esempio ad Innati, la pura documentazione: la richiesta dovrebbe essere specifica, dovrebbe
riguardare delle novità dire che cosa le serve e così via, e il contribuente si mostri indisponibile ad
esibire la documentazione richiesta.
Allora scatta in questo caso una sanzione indiretta di natura processuale.
Cosa vuol dire? Vuol dire che il contribuente non potrà avvalersi in sede processuale di quei
documenti neanche a suo favore.
Quindi vedete come una disobbedienza, una violazione che è comunque accompagnata da una
sanzione, in fase istruttoria può anche degenerare in una conseguenza di carattere processuale.
Tu contribuente, quando io te l’ho chiesti in sede di istruttoria non hai esibito i documenti che io ti
ho chiesto e allora cara Innati, io non li accetto quando tu li porterai eventualmente a tua difesa nel
processo che si instaurerà nei confronti dell’amministrazione finanziaria.
Altri legami possono riguardare poi l’illegittimità delle prove raccolte.
A quanto proposito faccio un cenno alla vexata quaestio, ma vexata e affascinante quaestio
dell’utilizzo dei documenti recepiti o trasmessi al Fisco, derivati dalle spiate di funzionari infedeli,
ad esempio di istituti bancari.
Su questo avevamo fatto accenno nella parte sostanziale.
Ci sono stati vari casi di fughe di notizie, ormai nessun istituto è al sicuro.
Considerate J. Assange e i suoi amici, la fuga di notizie colossale dalla CIA, che sembra una
fortezza inespugnabile, a maggior ragione è comprensibile che le notizie possono sfuggire agli
istituti di credito collocati in ambienti particolare: ad esempio in una banca lussemburghese, una
banca svizzere.
Ad esempio Morgana che vive e lavora lì, che vede questi conti di questi facoltosi italiani, francesi,
tedeschi con i loro patrimoni occultati nella banca svizzera al sicuro nel segreto bancario, in un
paese che è economicamente stabile, geograficamente a due passi da questi e così via.
Per varie ragioni, di riscatto morale, invidia, voglia di profitto, ci sono varie componenti, si prende
una chiavetta di nascosto, la nasconde, carica tutti i dati con nomi, cognomi, conti correnti e così
via, supera i controlli di sicurezza, (perché in questi istituti si controlla fisicamente, all’entrata e
all’uscita per evitare una fuga di notizie).
Ma Morgana è stato bravo, è riuscito ad occultare bene la chiavetta e che cosa fa? Si mette a
contrattare con i governi e vede queste informazioni; li divide in base alla residenza, alla
nazionalità.
A dice: “Germania io ho un elenco di 400 tedeschi che hanno conti cifrati in svizzera, ti
interessano?”
B risponde: “Si mi interessano, quanto vuoi?”
A ribatte: “qualche milione di euro” e glieli trasmette.
E cominciano a fioccare tutti gli avvisi di accertamento.
La Germania l’ha fatto, anche perché nell’opinione pubblica gli evasori hanno già una
connotazione negativa, è già un condannato. L’evasione delle tasse da un discredito sociale tale da
indurre a volte al suicidio.
In Italia la situazione è diversa.
L’Italia cos’ha fatto? Ci sono state varie pronunce, ma in linea di principio ha ritenuto queste prove
illegittime, perché a monte sono state rubate dalla banca, nonostante gliel’abbia trasmesse
gratuitamente la stessa Germania (perché gli stati membri hanno un obbligo di scambio automatico
d’informazione e quindi se la Germania conosce delle notizie che possono interessare l’Italia allora
gliele tramette gratuitamente). Ma l’atteggiamento dell’Italia è sempre stato generalmente diverso
ed è considerato anche un paese dove l’evasione è più alta della Germania. L’Italia ha considerato
giuridicamente queste prove illegittime e quindi non sussumibili dentro il processo tributario che
poi si è innescato ovviamente reagendo agli avvisi di accertamento. Quindi vedete come possono
alcune prove non trovare riscontro proprio perché sono inutilizzabili. Ci sono, io so che il conto di
tizio non era dichiarato, ma io non lo posso usare perché a monte sono state carpine da Morgana
rubandola alla banca.

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