1 Giustizia Tributaria: Lezione 1, 28/09/2021
1 Giustizia Tributaria: Lezione 1, 28/09/2021
Lezione 1, 28/09/2021
Nella sfera processuale trovano ripar o le violazioni del diritto sostanziale, qualcosa è andato storto.
Il diritto del processo tributario è particolare, è speciale. La specialità consiste nel fatto che il
ricorrente non è il creditore o il debitore come nel rapporto obbligazionario, ma nell’obbligazione
tributaria, ex lege, l’unico soggetto che può assurgere a ricorrente è la parte privata. Dall’altra parte
c’è l’esercizio di una potestà impositiva, di tipo autoritativo, che si esprime con la notifica di
provvedimenti amministrativi che conculcano la posizione del contribuente.
Le azioni in questo processo sono due: la intimazione dell’atto, illegittimo in tutto o in parte, o
perché il contribuente abbia già pagato una somma che ritiene in tutto o in parte indebita ( viene
giustiziata dal giudice tributario) , l’altra possibile azione è di rimborso, tesa alla restituzione di un
tributo che si ritiene indebitamente dato.
La giurisdizione tributaria ha subito varie evoluzioni. Prima vigeva il principio del solve et repete:
era un giudizio teso ad avere restituito ciò che intanto si era pagato. Poi con la valorizzazione del
cittadino rispetto al suddito, pur dinnanzi alla notifica di un atto impositivo, il cittadino può
impugnarlo: non ha l’obbligo intanto di pagare e poi cercare la restituzione del maltolto perché
l’atto può essere viziato da vizi formali o da vizi sostanziali. A questo punto viene introdotta una
misura cautelare a favore dell’amministrazione finanziaria, consistente nella riscossione
provvisoria. La cerniglia ha impugnato l’atto impositivo, spetterebbe al giudice deciderne sulla
legittimità o meno, ma siccome cerniglia ha a che fare con lo nigro, funzionario agenzia entrate,
allora la riscossione provvisoria è una misura cautelare automatica che consente
all’amministrazione finanziaria di riscuotere una determinata parte dell’imposta richiesta, anche in
pendenza del giudizio. Quindi la situazione è sub iudice: ci siamo rivolte al giudice, ma in questo
limbo l’amministrazione finanziaria pretende, ex lege, il pagamento di un terzo, due terzi,
dell’imposta pretesa dell’atto autoritativo oggetto dell’impugnazione.
Se il giudice decide che l’atto è illegittimo tout court lo annullerà e allora l’amministrazione
finanziaria deve restituire ciò che cerniglia ha versato in sede di riscossione provvisoria più gli
interessi dovuti. Il contribuente, anche in fase cautelare, può non pagare ed è l’unica misura
cautelare a suo favore, cioè il processo cautelare. Occorrerà dimostrare il fumus bonis iuris e il
periculum in mora. Occorrerà cioè vincere la presunzione di spettanza, legittimità dell’atto, (che
implica già un pagamento provvisorio (la provvisorietà è data dalla pendenza del giudizio)) perché
lì occorre rivolgere al giudice la fattispecie che c’è un pericolo grave e irreparabile che colpirebbe il
contribuente qualora pagasse nelle more del processo. Sarà il giudice a concedere questa misura
cautelare a favore del contribuente.
Siamo partiti da un paradigma processuale che non è quello amministrativo (il processo tributario è
species del processo amministrativo), ma recuperiamo una serie di nozioni di tributario sostanziale
che ci servono, sono collegate.
Esistono atti lesivi del contribuente ma che non sono autonomamente impugnabili, es:
processo verbale di constatazione dopo accesso, ispezione, verifica. è un atto da cui possono
derivare misure cautelari contro il contribuente (es. sequestro conservativo), lesivo della sua
sfera giuridica ma non impugnabile dinnanzi al giudice. Questi atti non autonomamente
impugnabili lo sono insieme all’atto che, nella catena procedimentale, sarà il primo ad poter
essere impugnato. Nel nostro esempio l’atto di accertamento rilevando, per esempio, alcune
violazione che la guardia di finanza ha compiuto nella fase istruttoria, che magari hanno
avuto un riverbero nell’atto finale del procedimento. Quindi abbiamo da una parte atti che
non sono automaticamente impugnabili, quindi il giudice per esempio dichiarerebbe
inammissibile il ricorso se librizzi impugna il processo verbale di constatazione perché è un
atto ispettivo, strumentale alla fase di accertamento. L’avviso di accertamento, invece, è un
atto di accertamento e lì occorre dare la possibilità di difendersi ex art. 24 Cost (diritto di
difesa).
Poi ci sono atti autonomamente impugnabili. È un onere nei confronti del contribuente, non
una facoltà. Se librizzi non impugna l’avviso di accertamento, entro il termine di 60 gg che
decorrono dalla data di notifica dello stesso, la pretesa del fisco si consoliderà. L’atto non
sarà più impugnabile e l’unico rimedio che librizzi può approntare è l’esercizio
dell’autotutela dell’amministrazione finanziaria.
Poi ci sono atti ad impugnazione facoltativa di cui parleremo in futuro.
Il tributo è un prelievo coattivo di ricchezza compiuto da stato o enti pubblico, sulla base del
principio di capacità contributiva, finalizzato a soddisfare bisogni pubblici divisibili e indivisibili. Il
tributo è un genus, comprende imposte, tasse, contributi.
Al giudice tributario sono demandate liti che riguardano tutte e 3 le cose. Prima, la giurisdizione
tributaria, non era esclusiva e unitaria. Riguardava un numerus clausus di imposte, ma demandava
le controversie al giudice ordinario. Ciò creava confusione. Oggi, anche con la riforma del 2005,
abbiamo una giurisdizione unitaria e onnicomprensiva ed esclusiva. Le liti riguardanti tutti i tributi
rientrano nella giurisdizione del giudice tributario. La competenza del giudice ordinario riguarda
alcune questione pregiudiziali e agli atti dell’esecuzione forzata, anche se provengono da atti
tributari. Il tributo allude alla necessaria presenza dello stato o altro ente pubblico da una parte, ma
anche alle conseguenze nel caso in cui l’obbligazione tributaria non venga assolta spontaneamente
dal contribuente. La conseguenza sono le sanzioni sono amministrative, poi c’è la possibilità di
esecuzione nei confronti dei beni del debitore. Gli atti dell’esecuzione, anche se provengono da atti
autoritativi tributari, ele eventuali liti non competono al giudice tributario, perché sono fase
esecutiva, distinta. La summa divisio tra le due giurisdizioni ha lasciato al giudice ordinario le
controversie relative agli atti dell’esecuzione.
I principi da considerare, oltre alle norme costituzionali sul giusto processo, art 24, 111,113, sono
due: art. 2-53-23 Cost.. Il principio di riserva di legge è fondamentale: la legge stabilisce anche la
procedura tributaria. Gli art 2 e 53 sono fondamentali nella tutela giurisdizionale del contribuente. Il
cittadino può reagire nei confronti di un atto impositivo, che potrebbe essere illogico. Si mira a
ristabilire il principio di solidarietà e capacità contributiva. Tutti devono concorrere alle spese
pubbliche in ragione della loro capacità contributiva, con i requisiti di personalità, attualità, di
effettività ed eccedenza rispetto al minimo vitale. Quindi dinanzi ad una pretesa tributaria occorre
vedere se viola il principio di capacità contributiva sotto molteplici aspetti: potrebbe attingere a una
ricchezza non più attuale (irretroattività norma impositiva). I principi sostanziali hanno riflessi
processuali. Nell’ambito processuale il cittadino può reagire davanti a un atto che ritiene illegittimo
davanti ad un’autorità che ritiene terza e imparziale, che dovrà ristabilire l’applicazione dei principi
costituzionali. La giustizia tributaria rende giustiziabili i diritti che al contribuente provengono da
norme costituzionali, l’obbligo di solidarietà deve armonizzarsi con principi addirittura di diritto
naturale, come quello della proprietà privata. Il tributo è un’eccezione a questo principio.
Nel diritto tributario il fisco talvolta si avvale dell’aiuto derivante dai privati, es. sostituto
d’imposta, obbligato per legge ad applicare su alcune forme di ricchezza che deve erogare ad un
altro soggetto una ritenuta d’imposta. È un obbligo di legge e coopera col fisco per una fiscalità di
massa. Immaginiamo che scoppi una controversia tra gambino, sostituta d’imposta per ritenute
operate nel suo stipendio. La controversia va decisa innanzi al giudice ordinario: qui ci sono due
soggetti privati, anche se la controversia origina dall’applicazione di un istituto tributario. Il fisco si
avvale anche della solidarietà passiva per aumentare le chances di riscossione. Qui abbiamo un n. di
debitori a ciascuno dei quali il fisco può chiedere il pagamento in solido, cioè per l’intero, senza
beneficio di escussione. Se sorgono delle liti, se la bella e fustaino sono responsabili solidalmente
nei confronti del fisco; se il fisco sa che fustaino ha beni più aggredibili, senza che abbia nemmeno
esperito tentativi nei confronti dell’altro, bussa alla sua porta perché la solidarietà passiva mi
consente di chiederle l’intero. La fustaino intanto paga e il rapporto tributario si chiude, perché il
fisco ha incassato quanto spettante e scompare dalla scena. Rimangono i privati, l’eventuale azione
civilistica di rivalsa che fustaino compie nei confronti di la bella è demandati alla giurisdizione del
giudice ordinario. Anche se si applicano istituti di diritto tributario sono demandati alla
giurisdizione del giudice ordinario. Il diritto di rivalsa avrà i connotati dell’obbligazione civilistica.
Accanto al diritto interno abbiamo norme di diritto comunitario, il diritto tributario internazionale e
il diritto internazionale tributario. Questa tripartizione ha riflessi processuali.
L’UE ha un atteggiamento diverso a seconda che si versi in imposizione diretta o indiretta. Per
quanto riguarda l’imposizione diretta occorre guardare ai principi generali della corte di giustizia,
soprattutto al divieto di discriminazione e al divieto di non restrizione, che non sono altro che diritti
soggettivi attribuiti al contribuente, giustiziabili in sede interna, così come i principi normati dalle
direttive self-executing e ai regolamenti in materia di imposizione diretta.
Da questo diritto sovranazionale derivano diritti soggettivi nei confronti dei singoli contribuenti.
Questi ultimi possono farli valere nei confronti del giudice tributario qualora la norma interna si
dimostri non conforme ai principi o al diritto derivato dell’UE e l’atto impositivo abbia come base
giuridica la norma nazionale, chiedendo la disapplicazione degli atti. Sarà un dovere del giudice
tributario disapplicare la norma interna e, sostanzialmente, dichiarare l’illegittimità dell’atto
autoritativo che su di essa trovava la sua legittimità. Quello che accade, mutatis mutandis, con
regolamenti e con gli atti generali. anche nel diritto tributario sostanziale vi sono vari interventi .
allora, qualora un atto autoritativo tributario sia conforme ad un regolamento, ma quest’ultimo si
rilevi non conforme alla legge, il contribuente può chiedere al giudice tributario la disapplicazione
del regolamento, dell’atto generale, per chiedere l’annullamento dell’atto particolare. In caso di
notifica di atto di accertamento, l’atto di accertamento trova la sua ratio in un regolamento o in un
atto generale e il giudice dovrà disapplicarlo per dichiararne l’illegittimità in tutto o in parte:
giudizio di impugnazione, che è la prima categoria di azione esperibile innanzi al giudice tributario.
Però la ferraro potrebbe pure rivolgersi al TAR, che è l’organo competente a conoscere dei
regolamenti e degli atti generali chiedendo non la disapplicazione dell’atto, ma l’annullamento del
regolamento.
Questi esempi ci fanno vedere che i limiti dell’azione e del petitum al giudice da parte del ricorrente
sono determinati, in qualche misura, anche dai poteri che la legge attribuisce al giudice stesso. Se al
giudice tributario è consentita, al massimo, la disapplicazione dell’atto generale; al TAR e consiglio
di stato il petitum deve consistere nella richiesta di annullamento a monte dell’atto presupposto.
Ciò ha conseguenze processuali: nel primo caso la sentenza del giudice tributario avrà un’efficacia
temporale ex nunc, che svolge i propri effetti nei confronti delle parti del processo tributario.
Nel caso in cui ci si rivolga al TAR l’annullamento del regolamento avrebbe effetti ex tunc ed erga
omnes, dal punto di vista della platea dei soggetti interessati dalla sentenza.
Di volta in volta occorrerà anche indagare sulla possibilità di aprire un contenzioso anche
amministrativo. In alcuni stati non esiste il giudice tributario. In spagna si impugna secondo il
diritto amministrativo: emissione atto, ricorso contro l’atto, richiesta al giudice di annullarlo (perché
in fondo sono simili). Da noi si è scelta la via del giudice speciale, perché le discipline sono diverse,
è un diritto molto speciale, cui fa da pendant una giurisdizione speciale con un giudice professionale
che dovrà decidere se i diritti processuali e sostanziali, costituzionali del contribuente siano stati
rispettati dalla norma.
La corte di giustizia ha, in via nomopoietica, ha creato i principi di non discriminazione e di non
restrizione, ma nei confronti dello stato di residenza, anche il cittadino potrebbe chiedere la
giustiziabilità del principio sì dinnanzi al giudice tributario interno. egli ha l’obbligo di applicare il
diritto derivato, ma anche i principi elaborati dalla Corte di giustizia. Cosa si intende per
giustiziabilità di questi diritti? Dobbiamo fare una distinzione tra giudice di ultima istanza e giudice
che non è di ultima istanza per sapere quali sono le facoltà e dov’eri dello stesso giudice nei
confronti della Corte di giustizia.
Andiamo alla distinzione tra diritto internazionale tributario e diritto tributario
internazionale.
Il diritto tributario internazionale non era altro che un diritto nazionale che tendeva a disciplinare
fattispecie internazionali. Ad esempio il contribuente residente in Italia che svolge attività all’estero.
Quindi norme sul credito d’imposta, sulla qualificazione di questo reddito prodotto all’estero, o il
non residente che produceva reddito in Italia. Quindi criteri di imputazione formale che
concedessero all’Italia lo ius impositionis nei confronti del soggetto che non era residente in Italia.
Anche queste norme sono oggetto delle eventuali controversie tributarie e andranno all’attenzione
del giudice tributario. Come si pone il rapporto tra queste norme quelle di diritto internazionale
tributario? Laddove cioè non ci troviamo di fronte a norme nazionali, ma norme internazionali
soprattutto di natura convenzionale, ad es. contro la doppia imposizione o contro l’elusione
internazionale. Possono sorgere problemi a cominciare dal concetto di residenza che viene normato
all’interno del nostro paese, ma anche all’interno delle convenzioni. Può sorgere quindi una frizione
tra diversi livelli normativi e sarà il giudice a decidere la questione. La stessa cosa può avvenire con
il concetto di stabile organizzazione, che è alla base dello ius impositionis su imprese non residenti.
Il giudice tributario chiamato a dirimere una controversia come si comporterà?
Nel diritto europeo vi è un consolidato principio del primato del diritto comunitario che prevale su
quello nazionale. In caso di dubbio spetterà alla Corte di giustizia esprimere il principio di diritto e
rinviare le carte al giudice.
Nelle norme internazionali non vi è questo rapporto così netto perché non sono frutto di istituzioni
comuni, si tratta di convenzioni internazionali, fatte dai ministri dei vari paesi, dai governi. Inoltre il
diritto internazionale non attribuisce diritti soggettivi ai contribuenti, in linea di principio. Il
cittadino eventualmente può subire la doppia imposizione in presenza di una convenzione contro la
doppia imposizione se i due Stati interpretano la norma ognuno per i fatti suoi. Con una procedura
amichevole gli Stati membri possono mettersi insieme, formando una commissione di esperti dal
ministero A del ministero B. gli stati quindi potrebbero mettersi d’accordo, ma in via amichevole,
perché non ci sono diritti soggettivi del contribuente. Potrebbero non mettersi d’accordo e il
contribuente pagherà la doppia imposizione.
La giurisprudenza consolidata della Corte di Cassazione ha individuato nel diritto internazionale
tributario uno ius speciale. Quindi il criterio non è quello del primato, ma è quello della specialità.
Se vi fosse controversia sulla doppia imposizione tra Italia e Zambia, il giudice potrebbe ritenere
prevalente la norma convenzionale per un principio di specialità.
Le cose cambiano per un’altra branca del diritto internazionale, che è quella della Convenzione
europea dei diritti dell’uomo, dove la corte europea di Strasburgo (qui si tratta di un rogano
giurisdizionale comune e l’Italia ha deciso di sottostare alla sua giurisdizione). I principi applicati al
diritto interno, in particolare tributario, sono stati
travagliati nell’accettazione.
Nel diritto europeo, il concetto di direttiva self-executing è un concetto di tipo processuale. della
direttiva Self executing se ne può pretendere l’applicazione anche se questa non è stata ancora
attuata o attuata male. Il giudice ha l’obbligo di disapplicare la norma interna e applicherà
direttamente la normativa nazionale (credo che il professore voleva dire “europea”, ma sbagliando
ha detto “nazionale” e ho trascritto “nazionale”), è questa la vera essenza della direttiva self-
executing: Il potere dei cittadini di vedersi conferito dalla normativa sovra-nazionale diritti
soggettivi. Il contribuente, in sede processuale può utilizzarli e chiedere al giudice la
disapplicazione di norme nazionale. Può fare lo stesso nei confronti del principio di non
discriminazione, non restrizione, proporzionalità, principio al contraddittorio, maturatisi anche in
ambito UE.
Il giusto procedimento è legato al giusto processo. L’optimum è un giusto procedimento. Occorre
un contraddittorio anticipato, riguarda il prima del processo. Il processo dovrebbe essere relegato
ad extrema ratio, quando non c’è più nulla da fare, quando i rapporti non sono più risolvibili tra le
parti, preferendo deferire la questione ad un giudice terzo ed imparziale. Non è ammessa la
transazione perché l’obbligazione è indisponibile, ma pur essendoci questa rigidità dell’ambito
pubblicistico, ci sono istituti con cui ci si può venire incontro: l’accertamento con adesione (evita il
contenzioso tributario), l’esercizio dell’autotutela, che serve all’amministrazione finanziaria, dà il
privilegio di poter modificare atti emanati o illegittimi o non fondati senza rivolgersi al giudice.
Sono istituti che evitano i conflitti in atto. I conflitti danneggiano il fisco, il contribuente perché
compremettono la certezza dei rapporti giuridici, perché c’è un giudizio in pendenza. Si ingolfa la
giustizia che affronta troppe cause. L’ottica processuale è quella estrema.
Il giudice tributario è veramente terzo ed imparziale? Per le controversie pari o al di sotto 50.000
euro, come regola di procedibilità innanzi al giudice tributario c’è l’obbligo di un esame preventivo
da parte della stessa amministrazione finanziaria. È l’ottica del tentativo di mediazione.
Poi abbiamo la conciliazione giudiziale o non giudiziale, che serve a diminuire il contenzioso
tributario.
La giustizia tributaria è fondamentale in un ordinamento, perché altrimenti il contribuente
rimarrebbe soccombente davanti ad un atto notificatogli, ma occorre bilanciare gli interessi
riducendo al minimo il contenzioso. La maggior parte misure condonistiche hanno funzione di
eliminazione del contenzioso tributario. Si riferiscono a liti pendenti tra il fisco e il contribuente.
Pagando una percentuale dell’imposta pretesa non si applicano le sanzioni con lo scopo di incassare
i soldi subito e di ridurre il contenzioso.
Quello che vi voglio dire è che la tutela giurisdizionale tributaria poi si limita ai vizi dell’atto e
l'unico Pentium possibile è o
la richiesta dell’annullamento dell’atto o
la richiesta di condanna dell'amministrazione finanziaria al rimborso delle somme indebite.
Quindi vedete anche lo spettro di azione, anche qui il Pentium si raffronta al potere del giudice che,
abbiamo detto, non è tale neppure da poter annullare l’atto presupposto generale, anche qualora si
accorgesse e reputasse indebito nei confronti della legge, proprio perché non ha questo potere a
differenza del giudice amministrativo, lo può soltanto disattendere, lo può soltanto disapplicare.
Quindi dobbiamo confrontarci anche con i limiti dei poteri del giudice che condizionano anche le
richieste che possono essere fatte nei suoi confronti.
Quindi questa applicabilità della Convenzione CEDU è a macchia di leopardo, riguarda soltanto
alcuni ambiti tributari.
Un'altra grande questione ha riguardato la prova testimoniale.
Vedete, ancora una volta un’altra grande proiezione di aspetti sostanziali su quello processuale,
perché noi vedremo che la prova testimoniale è bandita dal processo tributario (questo voi già lo
sapete, presumo).
Colpisce certo perché, immaginate in un processo penale, il testimone oculare era l'ex prova regina,
adesso la prova regina è il DNA, le indagini scientifiche, perché la prova testimoniale in quanto
soggettiva può essere anche fallace.
Però, certo, se in un omicidio, io sono il pubblico ministero ed ho un testimone oculare che ha visto
che Morgana sparava a Barresi, ovviamente ho un mezzo di prova molto forte, cioè il testimone
oculare.
Invece la testimonianza addirittura è bandita, è proibita nel processo tributario.
La testimonianza è anche ammessa nel processo civile; io porto i miei testimoni nel processo
amministrativo, in qualche misura è consentita, soprattutto in forma scritta.
Nel processo tributario no, nel processo tributario insieme al giuramento, la elimina dal campo dei
mezzi di prova; la elimina perché il processo tributario è un processo prettamente documentale,
parte da un documento, da un atto che è stato notificato al contribuente e che questi impugna con
un'inversione dell'onere della prova.
Questo io non l’ho sottolineato però adesso voglio farlo.
Cosa abbiamo detto?
Il processo tributario parte sempre dal ricorso della parte privata, perché il primo atto è la
notifica dell’atto impositivo da parte del Fisco o di un atto di accertamento o di riscossione o di
erogazione delle sanzioni.
Il contribuente impugna e quindi l’attore formale è sempre la parte privata, e la parte resistente in
primo grado o in appello (ovviamente possono essere entrambi), ma se stiamo parlando del primo
grado di giudizio, la parte resistente, capite bene, è sempre la parte pubblica che resiste con l'atto
che ha già emanato.
Però se ci pensate bene, e in base ai principi costituzionali, dovrebbe essere l'amministrazione
finanziaria a dimostrare che il contribuente ha violato la norma e quindi l'attore sostanziale rimane
l'amministrazione finanziaria; tanto è vero che la resistenza avviene sia attraverso l'atto che è stato
già emanato e che ha già una motivazione.
La motivazione che cosa spiega?
In fatto e in diritto, le ragioni dell’atto ed è un elemento fondamentale a pena di inammissibilità
dell’atto, perché propedeutico all’esercizio del diritto di difesa.
La Luparella come può sapere se deve o no impugnare l’atto se non avesse la motivazione dell’atto.
Occorre che le si spieghi le ragioni in fatto e in diritto per cui quell’atto è stato emanato e allora lei
si convincerà, se avrà il diritto, se le conviene, se potrà impugnarlo oppure no.
Senza motivazione (e lì poi c'è tutto il problema della motivazione per relazione è così vai). La
classica motivazione per relazione appunto l’avviso di accertamento che rimanda al processo
verbale di constatazione; processi verbali di constatazione che magari di mille pagine e allora si
dice: “va bene, basta che c'è una sintesi degli elementi essenziali”. Ma sintesi fino ad un certo
punto.
Io posso vincere la causa dimostrando che le ispezioni, le verifiche sono durate oltre i 30 giorni
guardando i processi verbali giornalieri;
quindi mi devo andare a leggere tutte le carte, io devo avere, se non l’ho avuto notificato è un lupus
alla difesa non avere anche l'atto presupposto, anche se autonomamente impugnabile non era.
La prova testimoniale poi grava un grosso interrogativo di una disparità tra reparti, perché il fisco,
come sapete, può svolgere accertamenti incrociati dei confronti dei terzi; i soggetti cioè non
coinvolti nel rapporto giuridico d’imposta, come può essere ad esempio il fornitore
dell'imprenditore.
Quindi il Fisco può sempre, attraverso l'interlocuzione di terzi assumere informazioni.
È vero, non è la classica escussione testimoniare, quella a cui siamo abituati nel processo
civile o penale, però sostanzialmente ha il potere di assumere informazioni da parte di terzi e poi
di rivolgerli contro il contribuente.
Il contribuente questo potere pubblicistico non ce l'ha; è vero, può in qualche modo, talvolta, in
alcuni casi, esporre delle dichiarazioni.
Dal terzo, se ci va la Guardia di finanza, se ci va l’amministrazione finanziaria, ovviamente con il
potere pubblicistico ha l’obbligo di rispondere;
Se ci va il contribuente è una mera facoltà “io non voglio problemi, non ti dico nulla, lasciami stare
che non voglio essere coinvolto”.
Allora sostanzialmente dice: “questo diniego della testimonianza a livello di mezzi di prova nel
processo, può alimentare un’odiosa disparità di trattamenti.
Perché? Perché in pratica l’Agenzia delle Entrate arriva, in sostanza, alla prova testimoniale con le
informazioni di terzi e il contribuente non lo può fare.
Allora questa questione è stata sottoposta varie volte alla Corte Costituzionale in base a cosa?
In base ai principi
art.24. della Costituzione e
art.111. della Costituzione sul giusto processo.
La Costituzione
Parte I
Diritti e doveri dei cittadini
Titolo I
Rapporti civili
Articolo 24
Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi [cfr. art. 113].
La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento.
Sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni
giurisdizione.
La legge determina le condizioni e i modi per la riparazione degli errori giudiziari.
La Costituzione
Parte II
Ordinamento della Repubblica
Titolo IV
La Magistratura
Sezione II
Norme sulla giurisdizione
Articolo 111
La giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge.
Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice
terzo e imparziale. La legge ne assicura la ragionevole durata.
Nel processo penale, la legge assicura che la persona accusata di un reato sia, nel più breve tempo
possibile, informata riservatamente della natura e dei motivi dell'accusa elevata a suo carico;
disponga del tempo e delle condizioni necessari per preparare la sua difesa; abbia la facoltà, davanti
al giudice, di interrogare o di far interrogare le persone che rendono dichiarazioni a suo carico, di
ottenere la convocazione e l'interrogatorio di persone a sua difesa nelle stesse condizioni dell'accusa
e l'acquisizione di ogni altro mezzo di prova a suo favore; sia assistita da un interprete se non
comprende o non parla la lingua impiegata nel processo.
Il processo penale è regolato dal principio del contraddittorio nella formazione della prova. La
colpevolezza dell'imputato non può essere provata sulla base di dichiarazioni rese da chi, per libera
scelta, si è sempre volontariamente sottratto all'interrogatorio da parte dell'imputato o del suo
difensore.
La legge regola i casi in cui la formazione della prova non ha luogo in contraddittorio per consenso
dell'imputato o per accertata impossibilità di natura oggettiva o per effetto di provata condotta
illecita.
Tutti i provvedimenti giurisdizionali devono essere motivati.
Contro le sentenze e contro i provvedimenti sulla libertà personale, pronunciati dagli organi
giurisdizionali ordinari o speciali, è sempre ammesso ricorso in Cassazione per violazione di legge.
Si può derogare a tale norma soltanto per le sentenze dei tribunali militari in tempo di guerra.
Contro le decisioni del Consiglio di Stato e della Corte dei conti il ricorso in Cassazione è ammesso
per i soli motivi inerenti alla giurisdizione.
La Corte Costituzionale ha sempre però respinto questa questione, evidenziando che le tipologie
di processo sono diverse, che il legislatore ha una sua discrezionalità nella scelta dei mezzi di prova,
a seconda della tipologia del processo; e quindi mezzi di prova fondamentali in alcuni ambiti
processuali, non è detto che possono trovare cittadinanza in altri, e quindi ha valorizzato, per così
dire, la specialità nel diritto tributario, del processo per mantenere legittima questo divieto di prova
testimoniale.
Ci sono state delle aperture estreme, nel caso in cui il contribuente altrimenti non possa avere
contezza, non possa dimostrare… sono dei casi in cui al contribuente gli sì è incendiata
la contabilità e c'è stato un fenomeno fisico, sono arrivati i ladri che hanno rubato tutto, anche i
documenti tributari e sia impossibile o molto sproporzionato ricostruire tutto, in qualche modo
timide aperture in Cassazione hanno detto “ di questa non puoi proprio farne a meno e
allora puoi attingere anche a informazioni di terzi”.
Ma come capirete bene sono dei casi molto particolari, tra l’altro occorre dimostrare che
ovviamente il ladro non è che è venuto, c’aveva il Rolex e ha detto che schifo e allora si è accanito
sui registri Iva del contribuente, così da goderseli per il resto della sua vita.
Bisogna capire.
Oppure un incendio selettivo; anche qui bisogna poi dimostrare in effetti… (lascia la frase in
sospeso).
Quindi sono dei casi molto particolari.
C’è questa problematica anche dei mezzi.
Un’altra cosa che vi voglio dire in questo grado pieno di approssimazione è che ci sono anche delle
conseguenze di comportamenti che il contribuente ha realizzato nella fase istruttoria o nella fase
procedimentale che hanno effetti processuali. Questo per ribadire ancora una volta che sono due
casi strettamente collegati, e mi riferisco ad esempio alla fattispecie in cui il Fisco chieda, ad
esempio ad Innati, la pura documentazione: la richiesta dovrebbe essere specifica, dovrebbe
riguardare delle novità dire che cosa le serve e così via, e il contribuente si mostri indisponibile ad
esibire la documentazione richiesta.
Allora scatta in questo caso una sanzione indiretta di natura processuale.
Cosa vuol dire? Vuol dire che il contribuente non potrà avvalersi in sede processuale di quei
documenti neanche a suo favore.
Quindi vedete come una disobbedienza, una violazione che è comunque accompagnata da una
sanzione, in fase istruttoria può anche degenerare in una conseguenza di carattere processuale.
Tu contribuente, quando io te l’ho chiesti in sede di istruttoria non hai esibito i documenti che io ti
ho chiesto e allora cara Innati, io non li accetto quando tu li porterai eventualmente a tua difesa nel
processo che si instaurerà nei confronti dell’amministrazione finanziaria.
Altri legami possono riguardare poi l’illegittimità delle prove raccolte.
A quanto proposito faccio un cenno alla vexata quaestio, ma vexata e affascinante quaestio
dell’utilizzo dei documenti recepiti o trasmessi al Fisco, derivati dalle spiate di funzionari infedeli,
ad esempio di istituti bancari.
Su questo avevamo fatto accenno nella parte sostanziale.
Ci sono stati vari casi di fughe di notizie, ormai nessun istituto è al sicuro.
Considerate J. Assange e i suoi amici, la fuga di notizie colossale dalla CIA, che sembra una
fortezza inespugnabile, a maggior ragione è comprensibile che le notizie possono sfuggire agli
istituti di credito collocati in ambienti particolare: ad esempio in una banca lussemburghese, una
banca svizzere.
Ad esempio Morgana che vive e lavora lì, che vede questi conti di questi facoltosi italiani, francesi,
tedeschi con i loro patrimoni occultati nella banca svizzera al sicuro nel segreto bancario, in un
paese che è economicamente stabile, geograficamente a due passi da questi e così via.
Per varie ragioni, di riscatto morale, invidia, voglia di profitto, ci sono varie componenti, si prende
una chiavetta di nascosto, la nasconde, carica tutti i dati con nomi, cognomi, conti correnti e così
via, supera i controlli di sicurezza, (perché in questi istituti si controlla fisicamente, all’entrata e
all’uscita per evitare una fuga di notizie).
Ma Morgana è stato bravo, è riuscito ad occultare bene la chiavetta e che cosa fa? Si mette a
contrattare con i governi e vede queste informazioni; li divide in base alla residenza, alla
nazionalità.
A dice: “Germania io ho un elenco di 400 tedeschi che hanno conti cifrati in svizzera, ti
interessano?”
B risponde: “Si mi interessano, quanto vuoi?”
A ribatte: “qualche milione di euro” e glieli trasmette.
E cominciano a fioccare tutti gli avvisi di accertamento.
La Germania l’ha fatto, anche perché nell’opinione pubblica gli evasori hanno già una
connotazione negativa, è già un condannato. L’evasione delle tasse da un discredito sociale tale da
indurre a volte al suicidio.
In Italia la situazione è diversa.
L’Italia cos’ha fatto? Ci sono state varie pronunce, ma in linea di principio ha ritenuto queste prove
illegittime, perché a monte sono state rubate dalla banca, nonostante gliel’abbia trasmesse
gratuitamente la stessa Germania (perché gli stati membri hanno un obbligo di scambio automatico
d’informazione e quindi se la Germania conosce delle notizie che possono interessare l’Italia allora
gliele tramette gratuitamente). Ma l’atteggiamento dell’Italia è sempre stato generalmente diverso
ed è considerato anche un paese dove l’evasione è più alta della Germania. L’Italia ha considerato
giuridicamente queste prove illegittime e quindi non sussumibili dentro il processo tributario che
poi si è innescato ovviamente reagendo agli avvisi di accertamento. Quindi vedete come possono
alcune prove non trovare riscontro proprio perché sono inutilizzabili. Ci sono, io so che il conto di
tizio non era dichiarato, ma io non lo posso usare perché a monte sono state carpine da Morgana
rubandola alla banca.