I PROMESSI SPOSI
SCHEDA RIEPILOGATIVA
CAPITOLO 3
- IL TESTO
[…]
- Sentite, figliuoli; date retta a me, - disse, dopo qualche momento, Agnese. - Io son venuta al mondo
prima di voi; e il mondo lo conosco un poco. Non bisogna poi spaventarsi tanto: il diavolo non è
brutto quanto si dipinge. A noi poverelli le matasse paion più imbrogliate, perché non sappiam
trovarne il bandolo; ma alle volte un parere, una parolina d’un uomo che abbia studiato... so ben io
quel che voglio dire. Fate a mio modo, Renzo; andate a Lecco; cercate del dottor Azzecca-garbugli,
raccontategli... Ma non lo chiamate così, per amor del cielo: è un soprannome. Bisogna dire il signor
dottor... Come si chiama, ora? Oh to’! non lo so il nome vero: lo chiaman tutti a quel modo. Basta,
cercate di quel dottore alto, asciutto, pelato, col naso rosso, e una voglia di lampone sulla guancia.
- Lo conosco di vista, - disse Renzo.
- Bene, - continuò Agnese: - quello è una cima d’uomo! Ho visto io più d’uno ch’era più impicciato che
un pulcin nella stoppa, e non sapeva dove batter la testa, e, dopo essere stato un’ora a quattr’occhi
col dottor Azzecca-garbugli (badate bene di non chiamarlo così!), l’ho visto, dico, ridersene. Pigliate
quei quattro capponi, poveretti! a cui dovevo tirare il collo, per il banchetto di domenica, e
portateglieli; perché non bisogna mai andar con le mani vote da que’ signori. Raccontategli tutto
l’accaduto; e vedrete che vi dirà, su due piedi, di quelle cose che a noi non verrebbero in testa, a
pensarci un anno.
Renzo abbracciò molto volentieri questo parere; Lucia l’approvò; e Agnese, superba d’averlo dato,
levò, a una a una, le povere bestie dalla stìa, riunì le loro otto gambe, come se facesse un mazzetto
di fiori, le avvolse e le strinse con uno spago, e le consegnò in mano a Renzo; il quale, date e ricevute
parole di speranza, uscì dalla parte dell’orto, per non esser veduto da’ ragazzi, che gli correrebber
dietro, gridando: lo sposo! lo sposo! Così, attraversando i campi o, come dicon colà, i luoghi, se
n’andò per viottole, fremendo, ripensando alla sua disgrazia, e ruminando il discorso da fare al
dottor Azzecca-garbugli. Lascio poi pensare al lettore, come dovessero stare in viaggio quelle povere
bestie, così legate e tenute per le zampe, a capo all’in giù, nella mano d’un uomo il quale, agitato da
tante passioni, accompagnava col gesto i pensieri che gli passavan a tumulto per la mente. Ora
stendeva il braccio per collera, ora l’alzava per disperazione, ora lo dibatteva in aria, come per
minaccia, e, in tutti i modi, dava loro di fiere scosse, e faceva balzare quelle quattro teste
spenzolate; le quali intanto s’ingegnavano a beccarsi l’una con l’altra, come accade troppo sovente
tra compagni di sventura.
Giunto al borgo, domandò dell’abitazione del dottore; gli fu indicata, e v’andò. All’entrare, si sentì
preso da quella suggezione che i poverelli illetterati provano in vicinanza d’un signore e d’un dotto, e
dimenticò tutti i discorsi che aveva preparati; ma diede un’occhiata ai capponi, e si rincorò. Entrato
in cucina, domandò alla serva se si poteva parlare al signor dottore. Adocchiò essa le bestie, e, come
avvezza a somiglianti doni, mise loro le mani addosso, quantunque Renzo andasse tirando indietro,
perché voleva che il dottore vedesse e sapesse ch’egli portava qualche cosa. Capitò appunto mentre
la donna diceva: - date qui, e andate innanzi -. Renzo fece un grande inchino: il dottore l’accolse
umanamente, con un - venite, figliuolo, - e lo fece entrar con sé nello studio. Era questo uno
stanzone, su tre pareti del quale eran distribuiti i ritratti de’ dodici Cesari [3]; la quarta, coperta da
un grande scaffale di libri vecchi e polverosi: nel mezzo, una tavola gremita d’allegazioni, di
suppliche, di libelli, di gride, con tre o quattro seggiole all’intorno, e da una parte un seggiolone a
braccioli, con una spalliera alta e quadrata, terminata agli angoli da due ornamenti di legno, che
s’alzavano a foggia di corna, coperta di vacchetta [4], con grosse borchie, alcune delle quali, cadute
da gran tempo, lasciavano in libertà gli angoli della copertura, che s’accartocciava qua e là. Il
dottore era in veste da camera, cioè coperto d’una toga ormai consunta, che gli aveva servito,
molt’anni addietro, per perorare, ne’ giorni d’apparato, quando andava a Milano, per qualche causa
d’importanza. Chiuse l’uscio, e fece animo al giovine, con queste parole: - figliuolo, ditemi il vostro
caso.
- Vorrei dirle una parola in confidenza.
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- Son qui, - rispose il dottore: - parlate -. E s’accomodò sul seggiolone. Renzo, ritto davanti alla
tavola, con una mano nel cocuzzolo del cappello, che faceva girar con l’altra, ricominciò: - vorrei
sapere da lei che ha studiato...
- Ditemi il fatto come sta, - interruppe il dottore.
- Lei m’ha da scusare: noi altri poveri non sappiamo parlar bene. Vorrei dunque sapere...
- Benedetta gente! siete tutti così: in vece di raccontar il fatto, volete interrogare, perché avete già i
vostri disegni in testa.
- Mi scusi, signor dottore. Vorrei sapere se, a minacciare un curato, perché non faccia un matrimonio,
c’è penale.
"Ho capito", disse tra sé il dottore, che in verità non aveva capito. "Ho capito". E subito si fece serio,
ma d’una serietà mista di compassione e di premura; strinse fortemente le labbra, facendone uscire
un suono inarticolato che accennava un sentimento, espresso poi più chiaramente nelle sue prime
parole. - Caso serio, figliuolo; caso contemplato. Avete fatto bene a venir da me. È un caso chiaro,
contemplato in cento gride, e... appunto, in una dell’anno scorso, dell’attuale signor governatore.
Ora vi fo vedere, e toccar con mano.
Così dicendo, s’alzò dal suo seggiolone, e cacciò le mani in quel caos di carte, rimescolandole dal
sotto in su, come se mettesse grano in uno staio.
- Dov’è ora? Vien fuori, vien fuori. Bisogna aver tante cose alle mani! Ma la dev’esser qui sicuro,
perché è una grida d’importanza. Ah! ecco, ecco -. La prese, la spiegò, guardò alla data, e, fatto un
viso ancor più serio, esclamò: - il 15 d’ottobre 1627! Sicuro; è dell’anno passato: grida fresca; son
quelle che fanno più paura. Sapete leggere, figliuolo?
- Un pochino, signor dottore.
- Bene, venitemi dietro con l’occhio, e vedrete. E, tenendo la grida sciorinata in aria, cominciò a
leggere, borbottando a precipizio in alcuni passi, e fermandosi distintamente, con grand’espressione,
sopra alcuni altri, secondo il bisogno:
- Se bene, per la grida pubblicata d’ordine del signor Duca di Feria ai 14 di dicembre 1620, et
confirmata dall’lllustriss. et Eccellentiss. Signore il Signor Gonzalo Fernandez de Cordova, eccetera,
fu con rimedii straordinarii e rigorosi provvisto alle oppressioni, concussioni et atti tirannici che
alcuni ardiscono di commettere contro questi Vassalli [5] tanto divoti di S. M., ad ogni modo la
frequenza degli eccessi, e la malitia, eccetera, è cresciuta a segno, che ha posto in necessità l’Eccell.
Sua, eccetera. Onde, col parere del Senato et di una Giunta, eccetera, ha risoluto che si pubblichi la
presente.
- E cominciando dagli atti tirannici, mostrando l’esperienza che molti, così nelle Città, come nelle
Ville... sentite? di questo Stato, con tirannide esercitano concussioni et opprimono i più deboli in
varii modi, come in operare che si facciano contratti violenti di compre, d’affitti... eccetera: dove
sei? ah! ecco; sentite: che seguano o non seguano matrimonii. Eh?
È il mio caso, - disse Renzo.
- Sentite, sentite, c’è ben altro; e poi vedremo la pena. Si testifichi, o non si testifichi [6]; che uno si
parta dal luogo dove abita, eccetera; che quello paghi un debito; quell’altro non lo molesti, quello
vada al suo molino: tutto questo non ha che far con noi. Ah ci siamo: quel prete non faccia quello che
è obbligato per l’uficio suo, o faccia cose che non gli toccano. Eh?
- Pare che abbian fatta la grida apposta per me.
- Eh? non è vero? sentite, sentite: et altre simili violenze, quali seguono da feudatarii, nobili,
mediocri, vili, et plebei. Non se ne scappa: ci son tutti: è come la valle di Giosafat [7]. Sentite ora la
pena. Tutte queste et altre simili male attioni, benché siano proibite, nondimeno, convenendo
metter mano a maggior rigore, S. E., per la presente, non derogando, eccetera, ordina e comanda che
contra li contravventori in qualsivoglia dei suddetti capi, o altro simile, si proceda da tutti li giudici
ordinarii di questo Stato a pena pecuniaria e corporale, ancora di relegatione o di galera, e fino alla
morte... una piccola bagattella! all’arbitrio dell’Eccellenza Sua, o del Senato, secondo la qualità dei
casi, persone e circostanze. E questo ir-re-mis-si-bil-mente e con ogni rigore, eccetera. Ce n’è della
roba, eh? E vedete qui le sottoscrizioni: Gonzalo Fernandez de Cordova; e più in giù: Platonus; e qui
ancora: Vidit Ferrer [8]: non ci manca niente.
Mentre il dottore leggeva, Renzo gli andava dietro lentamente con l’occhio, cercando di cavar il
costrutto chiaro, e di mirar proprio quelle sacrosante parole, che gli parevano dover esser il suo
aiuto. Il dottore, vedendo il nuovo cliente più attento che atterrito, si maravigliava. "Che sia
matricolato [9] costui?", pensava tra sé. - Ah! ah! - gli disse poi: - vi siete però fatto tagliare il ciuffo.
Avete avuto prudenza: però, volendo mettervi nelle mie mani, non faceva bisogno. Il caso è serio; ma
voi non sapete quel che mi basti l’animo di fare, in un’occasione.
Per intender quest’uscita del dottore, bisogna sapere, o rammentarsi che, a quel tempo, i bravi di
mestiere, e i facinorosi d’ogni genere, usavan portare un lungo ciuffo, che si tiravan poi sul volto,
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come una visiera, all’atto d’affrontar qualcheduno, ne’ casi in cui stimasser necessario di travisarsi,
e l’impresa fosse di quelle, che richiedevano nello stesso tempo forza e prudenza.
[…]
- In verità, da povero figliuolo, - rispose Renzo, - io non ho mai portato ciuffo in vita mia.
- Non facciam niente, - rispose il dottore, scotendo il capo, con un sorriso, tra malizioso e
impaziente. - Se non avete fede in me, non facciam niente. Chi dice le bugie al dottore, vedete
figliuolo, è uno sciocco che dirà la verità al giudice. All’avvocato bisogna raccontar le cose chiare: a
noi tocca poi a imbrogliarle. Se volete ch’io v’aiuti, bisogna dirmi tutto, dall’a fino alla zeta, col
cuore in mano, come al confessore. Dovete nominarmi la persona da cui avete avuto il mandato: sarà
naturalmente persona di riguardo; e, in questo caso, io anderò da lui, a fare un atto di dovere. Non
gli dirò, vedete, ch’io sappia da voi, che v’ha mandato lui: fidatevi. Gli dirò che vengo ad implorar la
sua protezione, per un povero giovine calunniato. E con lui prenderò i concerti opportuni, per finir
l’affare lodevolmente. Capite bene che, salvando sé, salverà anche voi. Se poi la scappata fosse tutta
vostra, via, non mi ritiro: ho cavato altri da peggio imbrogli... Purché non abbiate offeso persona di
riguardo, intendiamoci, m’impegno a togliervi d’impiccio: con un po’ di spesa, intendiamoci. Dovete
dirmi chi sia l’offeso, come si dice: e, secondo la condizione, la qualità e l’umore dell’amico, si vedrà
se convenga più di tenerlo a segno con le protezioni, o trovar qualche modo d’attaccarlo noi in
criminale, e mettergli una pulce nell’orecchio; perché, vedete, a saper ben maneggiare le gride,
nessuno è reo, e nessuno è innocente. In quanto al curato, se è persona di giudizio, se ne starà zitto;
se fosse una testolina [10], c’è rimedio anche per quelle. D’ogni intrigo si può uscire; ma ci vuole un
uomo: e il vostro caso è serio, vi dico, serio: la grida canta chiaro; e se la cosa si deve decider tra la
giustizia e voi, così a quattr’occhi, state fresco. Io vi parlo da amico: le scappate bisogna pagarle: se
volete passarvela liscia, danari e sincerità, fidarvi di chi vi vuol bene, ubbidire, far tutto quello che
vi sarà suggerito.
Mentre il dottore mandava fuori tutte queste parole, Renzo lo stava guardando con un’attenzione
estatica, come un materialone sta sulla piazza guardando al giocator di bussolotti, che, dopo essersi
cacciata in bocca stoppa e stoppa e stoppa, ne cava nastro e nastro e nastro, che non finisce mai.
Quand’ebbe però capito bene cosa il dottore volesse dire, e quale equivoco avesse preso, gli troncò il
nastro in bocca, dicendo: - oh! signor dottore, come l’ha intesa? l’è proprio tutta al rovescio. Io non
ho minacciato nessuno; io non fo di queste cose, io: e domandi pure a tutto il mio comune, che
sentirà che non ho mai avuto che fare con la giustizia. La bricconeria l’hanno fatta a me; e vengo da
lei per sapere come ho da fare per ottener giustizia; e son ben contento d’aver visto quella grida.
- Diavolo! - esclamò il dottore, spalancando gli occhi. - Che pasticci mi fate? Tant’è; siete tutti così:
possibile che non sappiate dirle chiare le cose?
- Ma mi scusi; lei non m’ha dato tempo: ora le racconterò la cosa, com’è. Sappia dunque ch’io dovevo
sposare oggi, - e qui la voce di Renzo si commosse, - dovevo sposare oggi una giovine, alla quale
discorrevo, fin da quest’estate; e oggi, come le dico, era il giorno stabilito col signor curato, e s’era
disposto ogni cosa. Ecco che il signor curato comincia a cavar fuori certe scuse... basta, per non
tediarla, io l’ho fatto parlar chiaro, com’era giusto; e lui m’ha confessato che gli era stato proibito,
pena la vita, di far questo matrimonio. Quel prepotente di don Rodrigo...
- Eh via! - interruppe subito il dottore, aggrottando le ciglia, aggrinzando il naso rosso, e storcendo la
bocca, - eh via! Che mi venite a rompere il capo con queste fandonie? Fate di questi discorsi tra voi
altri, che non sapete misurar le parole; e non venite a farli con un galantuomo che sa quanto
valgono. Andate, andate; non sapete quel che vi dite: io non m’impiccio con ragazzi; non voglio sentir
discorsi di questa sorte, discorsi in aria.
- Le giuro...
- Andate, vi dico: che volete ch’io faccia de’ vostri giuramenti? Io non c’entro: me ne lavo le mani -. E
se le andava stropicciando, come se le lavasse davvero. - Imparate a parlare: non si viene a
sorprender così un galantuomo.
- Ma senta, ma senta, - ripeteva indarno Renzo: il dottore, sempre gridando, lo spingeva con le mani
verso l’uscio; e, quando ve l’ebbe cacciato, aprì, chiamò la serva, e le disse: - restituite subito a
quest’uomo quello che ha portato: io non voglio niente, non voglio niente.
Quella donna non aveva mai, in tutto il tempo ch’era stata in quella casa, eseguito un ordine simile:
ma era stato proferito con una tale risoluzione, che non esitò a ubbidire. Prese le quattro povere
bestie, e le diede a Renzo, con un’occhiata di compassione sprezzante, che pareva volesse dire:
bisogna che tu l’abbia fatta bella. Renzo voleva far cerimonie; ma il dottore fu inespugnabile; e il
giovine, più attonito e più stizzito che mai, dovette riprendersi le vittime rifiutate, e tornar al
paese, a raccontar alle donne il bel costrutto della sua spedizione.
[…]
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- I TEMI-CHIAVE
o Il colloquio tra il Dottor Azzeccagarbugli e Renzo: una scenetta comica
o Corruzione, disonestà, differenze sociali nell’episodio dell’Azzeccagarbugli
- LA COMPRENSIONE GENERALE
[Link]
- AUTO-VERIFICA: riassumi i TEMI-CHIAVE qui di seguito.
SCHEDA DI AUTO-VERIFICA
I PROMESSI SPOSI
CAPITOLO ……….
COGNOME E NOME: ……………..
DATA: ………………
SUNTO DEI TEMI CHIAVE DEL CAPITOLO: