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Goldoni

Carlo Goldoni, nato a Venezia nel 1707, è un importante drammaturgo che ha riformato il teatro settecentesco, distaccandosi dalla Commedia dell'Arte per creare opere più realistiche e verosimili. La sua carriera è caratterizzata da un'intensa produzione artistica e da un continuo rapporto con il pubblico, culminando in una riforma che ha trasformato il teatro in un riflesso della società contemporanea. Nonostante il suo successo, Goldoni ha vissuto difficoltà economiche e critiche, morendo in miseria nel 1793.

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Carlo Goldoni, nato a Venezia nel 1707, è un importante drammaturgo che ha riformato il teatro settecentesco, distaccandosi dalla Commedia dell'Arte per creare opere più realistiche e verosimili. La sua carriera è caratterizzata da un'intensa produzione artistica e da un continuo rapporto con il pubblico, culminando in una riforma che ha trasformato il teatro in un riflesso della società contemporanea. Nonostante il suo successo, Goldoni ha vissuto difficoltà economiche e critiche, morendo in miseria nel 1793.

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CARLO GOLDONI

Carlo Goldoni, uno degli autori teatrali più noti e importanti della storia, è stato un uomo
appassionato, mosso da un grande ingegno e tormentato da due nature contrapposte fra loro:
il bisogno di pace e di stabilità da una parte, l’assoluto desiderio di viaggiare, conoscere e fare,
dall’altra. Questa personalità ha portato a dei risultati importantissimi nell’ambito del teatro
settecentesco che esce riformato dopo le nuove idee introdotte da Goldoni.
L’esistenza di quest’uomo, poi, ruota intorno a Venezia, sua città natale.
Carlo Goldoni nasce a Venezia il 25 febbraio del 1707, da un padre medico affettuoso e
piuttosto inquieto, atteggiamento questo che, come anticipato, caratterizzerà anche la
personalità dell'autore.
Segue il padre a Perugia e poi a Rimini iniziando gli studi di filosofia che lo annoiano
terribilmente: già da ragazzo, infatti, la passione per il teatro è forte tanto da indurre Carlo
Goldoni a fuggire da Rimini per seguire una compagnia di attori. La sua vita prosegue attraverso
momenti di grande instabilità in cui alterna fughe e vagabondaggio allo studio della filosofia e
della giurisprudenza. Una svolta fondamentale arriva quando, trovandosi a Genova, Carlo
Goldoni entra in contatto con il capocomico del teatro veneziano di San Samuele: al suo seguito
si trasferisce di nuovo e stabilmente a Venezia e comincia a comporre le prime opere teatrali. È
un periodo però, ancora inquieto, dove alterna l’attività di scrittore a quella di giurista e ai
vecchi studi intrapresi.
Nel 1748 Carlo Goldoni firma un contratto con Girolamo Medebach, impresario di un altro
teatro veneziano, il Sant’Angelo, e da questo momento Carlo Goldoni diventa a tutti gli effetti
uno scrittore professionista, legando il suo lavoro al gusto del pubblico teatrale.
Sono anni di intensissima produzione artistica: Goldoni scrive molte commedie– di questo
periodo sono L'uomo prudente, La vedova scaltra, La putta onorata, Il cavaliere e la dama, La
buona moglie, La famiglia dell'antiquario e L'erede fortunata - mette in scena spettacoli
curando ogni dettaglio della rappresentazione e molti dei suoi lavori confluiscono in raccolte
che lui stesso di preoccupa di curare.
In questo periodo le idee di Goldoni lo portano ad un graduale ma deciso distacco dagli schemi
della commedia dell’arte, modificando a poco a poco le abitudini sia degli attori che del
pubblico e avviandosi definitivamente verso quella che conosciamo come riforma del teatro di
Carlo Goldoni.
Nel 1753 l'autore rompe con Medebach per passare al teatro San Luca che offre al
commediografo un contratto economicamente vantaggioso e presso cui sperimenta nuovi temi,
nuove storie, divenendo celebre in tutta l’Italia settentrionale e all’estero.
Questi anni si stagliano sullo sfondo di una situazione culturale vivacissima: Venezia conta ben
quattordici teatri che si contendono i migliori attori, le migliori commedie e soprattutto si
contendono il consenso del pubblico. Nascono aspre polemiche fra uno scrittore e l’altro e
Carlo Goldoni si troverà prima rivale di Pietro Chiari e poi, con Carlo Gozzi che lo accusa di
immoralità, volgarità e cattivo gusto.
Carlo Goldoni si trasferisce così a Parigi, accogliendo la proposta di lavorare come autore
teatrale. A Parigi, però, sono ancora abituati a vedere il teatro italiano come la commedia
dell’arte e il nuovo modo di far teatro di Carlo Goldoni lascia gli spettatori confusi. L’autore si
trova a dover ricominciare di nuovo a lottare per le sue idee e torna ad alternare il lavoro di
scrittore con altri come, ad esempio, quello di insegnante di italiano presso la famiglia reale
francese.
Gli anni della Rivoluzione Francese portano a un capovolgimento delle istituzioni e Carlo
Goldoni perde ogni sicurezza economica.
Morirà in piena miseria nel 1793.
Goldoni decise di riformare la struttura della commedia, mirando alla semplicità e alla
naturalezza, caratteristiche fondamentali della cultura arcadica e razionalistica. La Riforma
Goldoniana non si limitava all’ambito letterario, come in passato avevano già tentato invano
altri scrittori toscani, ma risultò essere un’operazione di ambito più vasto. Essa, infatti, investì
anche i rapporti con la vita sociale, in quanto Goldoni intratteneva continui rapporti con il
pubblico.
Goldoni si affidò ai due “libri” fondamentali per mettere in scena la realtà verisimile che il
pubblico richiedeva e che in essa si poteva riflettere: il “Mondo“ e il “Teatro“, dove Goldoni da
un lato vuole produrre testi che piacciano al pbblico e dall'altro egli aspira ad una commedia
che rifletta realisticamente la società contemporanea.
La Riforma Goldoniana riesce a realizzarsi attraverso un processo graduale. Goldoni modificò le
caratteristiche portanti e fisse della Commedia dell’Arte, giungendo alla realizzazione della
commedia “verisimile”, riflesso della realtà sociale e che presentava affinità con la commedia
borghese dell’Illuminismo europeo.
Goldoni mirò all’innovazione dei caratteri teatrali, a discapito delle solite maschere che
limitavano l’analisi psicologica e comportamentale del personaggio. Secondo Goldoni vi erano
infiniti modi di rappresentare un determinato carattere, nonostante affermi pure che i caratteri
sono in numero finito. Tale ricerca innovativa deriva dalla sua visione borghese della realtà, che
però non giustifica del tutto quanto appena detto. Infatti, uno stesso carattere poteva variare
anche in funzione dell’ambiente in cui si trovava il personaggio. E da ciò scaturiscono le sue
commedie: “di ambiente”, che andavano a descrivere un particolare settore della vita sociale; e
“di carattere” – che delineavano una figura.
Il rifiuto del commediografo nei confronti della Commedia dell’Arte si spalma su più punti.
Nella Commedia dell’Arte, gli attori non seguivano alcun copione, bensì si basavano su uno
schema teatrale fisso, i lazi. Ciò non permetteva di rappresentare il reale in tutti i suoi colori, il
cosiddetto “Mondo” a cui Goldoni ambiva nella sua opera riformatrice.
Un equilibrio tra “Mondo” e “Teatro” poteva essere solo garantito dalla stesura di un copione,
che descrivesse con cura ogni azione che l’attore era tenuto a seguire fedelmente.
L’entrata in scena del copione non fu accettata dagli attori, abituati all’improvvisazione. Goldoni
dimostrò la sua abilità nel saper sfruttare la situazione a suo vantaggio adattando il personaggio
della commedia alle abilità espressive dell’attore.
Il cambiamento non fu apprezzato nemmeno dall’altra parte del palco. Il pubblico, infatti,
abituato agli intrecci divertenti, non condivideva la commedia goldoniana, così come gli stessi
impresari, che guardavano ai loro interessi economici. Anche in questo caso, Goldoni
contrattaccò gradualmente attraverso vari esperimenti, riuscendo a conquistare il consenso
degli spettatori.
Goldoni cominciò a stendere il copione solo per il protagonista, lasciando al resto degli attori la
possibilità di improvvisare. La sua prima commedia strutturata così fu il “Momolo cortesan“.
Solo cinque anni dopo, con “La donna di garbo”, Goldoni estese il copione a tutti gli attori,
conservando la maschera, che però presentava sensibili differenze con quella della Commedia
dell’Arte.
La maschera goldoniana permetteva, da un lato, il delinearsi del carattere individuale e,
dall’altro, di non provocare nel pubblico nessun tipo di sconvolgimento per un tale
cambiamento. Al termine di questo processo, però, anche le maschere vennero abolite a favore
del personaggio individuale.
La riforma goldoniana trasformò il pubblico da ostacolo all’innovazione a stimolo per
approfondire il suo interesse per il reale e la società. D’altronde il pubblico stesso nutriva
l’interesse nel vedersi rappresentato nella sua quotidianità. Questo impulso verso la realtà
borghese, però, non riuscì a penetrare nell’oligarchia conservatrice veneziana, sempre più
accentrata e chiusa in se stessa, contraria ad ogni tipo di cambiamento. A causa della sua
denuncia contro i vizi nobiliari, Goldoni dovette ambientare tutte le sue commedie in altre città
italiane per non destare sospetti.
1. La prima fase: la celebrazione del mercante
Il “Mondo” che si riflette nella commedia goldoniana è essenzialmente la società veneziana
contemporanea. Se Goldoni è l’interprete di una più generale visione “borghese” della realtà,
egli vi preavvisa attraverso l’analisi di un campione particolare e ristretto, quello spaccato di
società che egli ha sotto gli occhi quotidianamente a Venezia.
Venezia è una repubblica oligarchica in cui il potere è in mano ad una ristretta cerchia di
famiglie nobili, che lo esercitano in senso fortemente conservatore, ma possiede anche un
solido ceto borghese, formatosi nella lunga tradizione mercantile della Repubblica, e che,
almeno nella prima parte del secolo, gode di notevole floridezza economica. Degli ideali e degli
interessi di questo ceto Goldoni è il consapevole interprete e celebratore.
Nella prima fase della sua commedia il mercante veneziano ha un rilievo centrale nei suoi
copioni: si presenta ancora con la maschera di Pantalone, ma assume già una sua concreta
fisionomia individuale, è una figura positiva, portatrice di tutta una serie di valori: schiettezza,
puntualità e rispetto degli impegni, buon senso e concretezza nel valutare le cose, moralità
ineccepibile e forte attaccamento alla famiglia, laboriosità e senso dell’economia, culto della
reputazione, del buon nome, dell’onorabilità.
La nobiltà è colpita dalla critica goldoniana in quanto superba e prepotente, oziosa, dissipatrice
e parassitaria, inutile al corpo sociale, attaccata ai suoi titoli vuoti che non garantiscono ilvalore
autentico dell’individuo.
Goldoni ritiene che i nobili abbiano il dovere di partecipare alla vita economica del
loro paese, contribuendo così alla pubblica felicità.
Goldoni non mette dunque in discussione le gerarchie sociali esistenti, ma le accetta
pienamente. In questo riflette le posizioni della borghesia veneziana; il mercante mira
semplicemente alla riuscita individuale nel suo campo, il lavoro, la famiglia, la
reputazione.
La seconda fase: incertezze e soluzioni eclettiche
La seconda fase della commedia goldoniana (1753-1758, teatro San Luca) è più versatile e più
incerta a seguito di varie difficoltà: una sala molto più vasta, meno adatta alla rappresentazione
della vita quotidiana e di interni familiari, attori meno noti e meno bravi, un impresario non
facile da trattare, le polemiche con gli avversari, la volubilità dei gusti del pubblico che, dopo
aver accolto con favore il “ragionevole” ed il “verisimile” della commedia riformata, sembra
tornare a preferire un teatro più fantasioso.
Alla figura del mercante guardato con affettuosa e bonaria simpatia, Goldoni preferisce
sostituire una galleria di “personaggi , infermi, maniaci” tutti questi personaggi non hanno
quella ”socievolezza” che Goldoni tanto ammira nei mercanti, tendono a rifiutare i rapporti con
il prossimo, astenendosi dalla vita sociale, sono nervosi e asociali (riflettendo forse quelle crisi
nervose da cui Goldoni
stesso in quel periodo era colpito).
In questa fase si collocano però anche varie commedie di ambiente popolare in cui l’azione
nasce da esili pretesti, equivoci, chiacchiere, pettegolezzi. Questa attenzione al popolo anticipa
quello che sarà pochi anni dopo uno dei testi più rilevanti di G. : Le baruffe chiozzotte.
terza fase: I testi più maturi
La crisi anche psicologica degli anni 1753-1757 trova sfogo in un viaggio a Roma, dopo il quale
Goldoni torna con entusiasmo alla sua commedia “nuova”.
Tra il ’59 ed il ’62 si collocano così alcuni dei testi più maturi, in cui Goldoni torna ad occuparsi,
ma con uno sguardo diverso, della borghesia veneziana.
La crisi che nella seconda metà del secolo aveva colpito la Serenissima per la perdita dei
possedimenti d’oltremare, induceva ad orientarsi verso attività agricole. Di conseguenza il
mercante perde il suo slancio energico, tende a ripiegarsi su se stesso, ad evitare rischi ed
imprese e a chiudersi nel più tranquillo investimento terriero.
Al dinamismo succede l' inattività, all’orgogliosa affermazione della propria visione della vita la
difesa del proprio interesse. Quelle che erano virtù della borghesia si trasformano in vizi, il
senso dell’economia diventa avarizia, la rigorosa difesa della reputazione diventa superbia, la
puntualità diventa ostinazione.
Goldoni, dopo aver elogiato un decennio prima la figura del mercante, la guarda ora con occhio
più critico e severo: al Pantalone aperto e illuminato, che contrappone il suo pacato buon senso
ai puntigli oziosi e alle convenzioni assurde della nobiltà, si sostituisce il “rustego”, chiuso nel
proprio ambiente familiare, attaccato al proprio meschino tornaconto, conservatore, lodatore
del passato, ottusamente autoritario e incapace di aprirsi alle esigenze dei tempi. Con questa
figura asociale si scontrano invece i giovani e le donne, portatori di un’idea più aperta di
socialità, che rivendicano il diritto ad una vita più libera e gioiosa, svincolata dalla cappa
oppressiva dell’ambiente familiare.
La fase parigina
A Parigi Goldoni trovò ancora in piena voga gli scenari improvvisati e le maschere della
Commedia dell’arte e dovette ricominciare da capo a lottare per la sua riforma. Il pubblico
parigino, abituato ai lazzi dei comici, dimostrò freddezza per le novità di Goldoni ( anche a causa
del problema della lingua), perciò dovette adattarsi a tornare agli scenari che da tempo aveva
abbandonato.
Goldoni scrisse le sue commedie sia in lingua italiana che in dialetto veneziano: il dialetto da lui
usato, però, non è quello rozzo e grossolano del popolo, ma più raffinato. Nelle commedie
scritte in italiano, inece usò un linguaggio che fosse comprensibile a tutti.

LA LOCANDIERA
La locandiera è una commedia del commediografo e intellettuale Carlo Goldoni.
L'opera è una commedia che è divisa in tre atti e che è stata scritta nel 1753.
Nel testo de La locandiera, Goldoni racconta la storia della furba locandiera
Mirandolina che, grazie al suo fascino, riesce a prendersi gioco di parecchi uomini. Nel corso dei
fatti incontra anche Ortensia e Dejanira che si fingono nobildonne eq cercano di ottenere favori
dagli ospiti di Mirandolina senza riuscirci, invece lei, come un'attrice nata, riesce a farli
innamorare tutti quanti di se, gioca con loro e li prende in giro senza che loro se ne accorgano.
Ma nel finale vediamo che rinuncia a questo suo potere per mantenere fede alla promessa fatta
al padre. Deciderà, infatti, di sposare l'umile Fabrizio, lasciando gli altri pretendenti a mani
vuote.
Presenta una finzione all'interno della più grande finzione teatrale che viene svelata solo alla
fine con lo scopo di screditare la commedia che si basava sulla finzione. Viene molto utilizzato
lo scontro tra personaggi completamente diversi. Il finale può sembrare inaspettato.
Il colpo di scena principale è senza dubbio il finale, quando Mirandolina sposerà Fabrizio.
Mirandolina: È la protagonista della vicenda. Ha ereditato dal padre una locanda a Firenze, con
la promessa che avrebbe sposato il cameriere
Fabrizio. È una donna molto furba e corteggiata. Definita lusinghiera e pericolosa.
Si diverte a mettere alla prova le proprie capacità seduttive e per questo decide di far cadere ai
suoi piedi l'ostile Cavaliere. Riesce sempre a raggiungere il suo scopo e far piegare gli altri
davanti a lei. L'unico segno di debolezza lo notiamo nei confronti del padre, infatti mantiene la
promessa contro i suoi interessi personali.
Il Cavaliere: Nobiluomo. Da sempre disdegna le donne, è deciso a godersi da solo il suo denaro
senza pensare ad un possibile erede. Anche se sembra ferreo nei suoi principi alla fine
Mirandolina riuscirà a farlo impazzire d'amore.
Il Marchese: Nobile ma senza denaro. Cerca di attirare l'attenzione di Mirandolina con dei doni
che però non potevano competere per valore.
Il Conte: È un uomo molto ricco e cerca di conquistare Mirandolina con gioielli. Discute spesso
con il Marchese in quanto i due sono rivali in amore.
Fabrizio: Lavora da tempo al servizio della locandiera Mirandolina di cui è
perdutamente innamorato. È colui che è stato designato come futuro sposo dal padre di lei.
Sopporta i vari corteggiatori benché ne sia molto geloso. Nel finale vediamo che sarà lui il più
fortunato. Non viene mai descritto benissimo.
Ortensia e Dejanira: Sono due commedianti che giocano a fare le dame per avere un
trattamento di tutto rispetto. Attrici di attrici: una commedia dentro una commedia. Cercano
inutilmente di conquistare il Cavaliere. Il loro gioco viene smascherato all'arrivo dei mariti.
Essendo un testo teatrale non c'è voce narrante ma solo un'alternanza di battute.
Non è molto moderno ma comunque comprensibile. È scritta completamente in lingua italiana
con frequenti toscanismi. La lingua non è difficile, sempre piana e colloquiale. Molto curata
visto che tutto ruota intorno alla seduzione di Mirandolina, che spesso attua con strumenti
essenzialmente verbali.
La città in qui siamo è Firenze.
Tutto si svolge all'interno della locanda di Mirandolina, anche se ci sono cenni al mondo esterno.
La storia è contemporanea, quindi datata intorno al
750. I tutto dura un paio di giorni.
La comicità è data senz'altro dai modi con cui Mirandolina si prende gioco dei suoi pretendenti.

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