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Tacito

Publio Cornelio Tacito, nato tra il 55 e il 58 d.C. in Gallia, è una figura chiave per la comprensione del principato romano, noto per il suo stile complesso e critico nei confronti del potere. Le sue opere principali, 'Agricola' e 'Germania', offrono una biografia encomiastica del suocero Agricola e un'analisi etnografica dei Germani, rispettivamente, mentre le 'Historiae' e gli 'Annales' raccontano la storia turbolenta dell'Impero romano. Tacito è riconosciuto per la sua capacità di suscitare emozioni e riflessioni critiche sulla moralità e il potere, rendendolo uno degli storici più influenti della letteratura latina.

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Tacito

Publio Cornelio Tacito, nato tra il 55 e il 58 d.C. in Gallia, è una figura chiave per la comprensione del principato romano, noto per il suo stile complesso e critico nei confronti del potere. Le sue opere principali, 'Agricola' e 'Germania', offrono una biografia encomiastica del suocero Agricola e un'analisi etnografica dei Germani, rispettivamente, mentre le 'Historiae' e gli 'Annales' raccontano la storia turbolenta dell'Impero romano. Tacito è riconosciuto per la sua capacità di suscitare emozioni e riflessioni critiche sulla moralità e il potere, rendendolo uno degli storici più influenti della letteratura latina.

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TACITO

Publio Cornelio Tacito nacque probabilmente tra il 55 e il 58 d.C., anche se non si conosce con certezza né il
suo prenome né il luogo esatto di nascita. Le ipotesi più accreditate oggi indicano la Gallia come sua terra
d’origine, soprattutto per la diffusione del cognome “Tacitus” in regioni come la Gallia Cisalpina e la Gallia
Narbonese. Questa teoria ha sostituito quella, ormai superata, che lo voleva nato a Terni, basata su tradizioni
tardive e meno attendibili.

Tacito proveniva da una famiglia benestante e di alto rango sociale, come dimostrano la sua carriera
politica e soprattutto il matrimonio con la figlia di Giulio Agricola, un importante console e generale
romano. Questo legame familiare con figure di spicco dell’aristocrazia romana gli garantì un accesso
privilegiato agli ambienti più influenti dell’impero. Si suppone che Tacito sia morto intorno al 120 d.C., durante
il principato di Adriano, anche se la data esatta è incerta.

Dal punto di vista storico, Tacito rappresenta una figura chiave per la comprensione del principato, il nuovo
regime che seguì la fine della repubblica romana. A differenza di Livio, che racconta il passaggio tra
repubblica e impero, Tacito si concentra su questo nuovo mondo politico che vede un potere accentrato in
una sola persona, senza illusioni o speranze di ritorno al passato. Il suo sguardo è profondamente
aristocratico, filosenatorio, e carico di un cinismo disilluso. Non propone soluzioni politiche, ma non
rinuncia a esprimere giudizi severi, spesso feroci, nei confronti dei protagonisti della sua epoca.

Tacito è affascinato dalle grandi figure, sia positive che negative. Così come dedica attenzione al suocero
Agricola, eroe militare e modello di virtù, descrive con altrettanta intensità imperatori come Tiberio, simbolo
della decadenza morale e del potere corrotto. La sua narrazione si caratterizza per un tono tragico: le
grandi personalità si stagliano su uno sfondo di plebe anonima e impotente.

Lo stile di Tacito è uno degli elementi che più lo distingue. Ispirandosi soprattutto a Sallustio, ne esaspera
alcune caratteristiche — la brevità, la pregnanza e la variazione stilistica — e le combina con le esigenze
della sua epoca, dando vita a uno stile complesso, pieno di sottintesi, ricco di aforismi e sentenze
fulminanti. Questa scrittura, spesso spezzata e difficile, ha suscitato nei secoli ammirazione ma anche
critiche, dividendo il giudizio dei lettori.

L’opera di Tacito ha avuto un impatto duraturo e talvolta controverso: ad esempio, il suo scritto Germania è
stato utilizzato dai nazisti per giustificare l’idea di una “razza superiore” germanica, mentre durante la guerra
del Vietnam i pacifisti americani hanno citato alcune sue frasi tratte dall’Agricola per condannare
l’imperialismo degli Stati Uniti. In ogni caso, Tacito rimane uno degli storici più emotivamente coinvolgenti
della letteratura latina, capace di suscitare tanto ammirazione quanto rigetto, ma mai indifferenza.

In sintesi, Tacito non è soltanto un testimone del suo tempo, ma anche un interprete profondo e tragico del
potere, delle sue dinamiche e delle sue ombre, capace di parlare con forza ancora oggi.

L’AGRICOLA

L’attività letteraria di Tacito inizia tardi, dopo la morte dell’imperatore Domiziano nel 96 d.C., e prende avvio
proprio come reazione politica e morale al clima di tirannide che aveva soffocato la libertà culturale e
intellettuale sotto il suo principato. Il primo scritto è il “De vita Iulii Agricolae”, una biografia encomiastica
del suocero Agricola, composta tra il 97 e il 98 d.C.. In una ampia prefazione, Tacito presenta la sua visione
storica, lamenta la decadenza del presente rispetto alla grandezza del passato, e denuncia la repressione
del dissenso e della virtù operata da Domiziano, senza mai nominarlo direttamente.

Tacito esalta invece l’inizio della nuova era, con Nerva e Traiano, che riescono a conciliare principato e
libertas. Tuttavia, lo scrittore osserva con amarezza quanto sia difficile risanare il danno culturale: il silenzio
forzato di quindici anni ha spento l’ingegno. Ecco quindi la motivazione dell’opera: conservare il ricordo
della servitù passata e testimoniare i valori ritrovati.
Il protagonista, Agricola, non è un oppositore del regime, ma un uomo prudente, che ha saputo collaborare
con gli imperatori, mantenendo obsequium (obbedienza) e modestia (disciplina e misura). Tacito cerca di
difendere questa figura, potenzialmente attaccabile per opportunismo, con due strategie: da un lato, la
presenta come vittima della gelosia di Domiziano, tanto che circolava la voce che fosse stato avvelenato
dall’imperatore stesso; dall’altro, giustifica la scelta di collaborare con un potere oppressivo come atto più
utile alla res publica rispetto alla ribellione sterile degli stoici, che vengono apertamente criticati per il loro
egocentrismo eroico.

L’opera segue un ordine cronologico lineare, raccontando con sobrietà ed efficacia la vita pubblica del
personaggio, dalla nascita fino alla morte. Ampio spazio è dato alla sua carriera militare e amministrativa,
culminata nel governo della Britannia per sette anni. Qui Tacito inserisce un lungo excursus geografico ed
etnografico, con una rassegna dei precedenti governatori e la descrizione dettagliata delle campagne
militari, soprattutto l’ultima contro i Calèdoni, raccontata con grande intensità narrativa.

Di grande rilievo sono i discorsi diretti dei due comandanti prima della battaglia: quello di Calgaco, capo dei
Calèdoni, è un'accusa veemente contro la brutalità dell’imperialismo romano; quello di Agricola è più
convenzionale, ma sottolinea il senso di disciplina e dovere. Gli ultimi anni della vita di Agricola, segnati dal
ritiro forzato e dalla gelosia dell’imperatore, sono narrati con tono drammatico e asciutto, e si concludono
con un epitaffio e una commossa apostrofe dell’autore al suocero, in stile consolatorio, ma ricco di
sincerità personale.

L’“Agricola” si presenta come una biografia atipica: Tacito rinuncia a pettegolezzi, ritratti fisici o aspetti
privati, concentrandosi sull’azione pubblica. L’opera assume così il tono di una monografia storica,
arricchita da discorsi, riflessioni morali e una forte selettività narrativa, segno dello sguardo critico e
tragico che Tacito porta sulla storia.

LA GERMANIA

Poco dopo l’Agricola, nel 98 d.C., Tacito pubblica la sua seconda opera, la Germania, come si deduce da un
riferimento al secondo consolato di Traiano nel capitolo 37. Il titolo completo è De origine et situ
Germanorum ("Sull’origine e la posizione geografica dei Germani"), un’opera di tipo etnografico, unica
nel suo genere nella letteratura latina conservata.

Il tema dei Germani era particolarmente attuale: Traiano, al momento della successione a Nerva, si trovava in
Germania e si ipotizzava una nuova guerra. Inoltre, Tacito mostra interesse costante per la questione
germanica, visti i pericoli militari che queste popolazioni rappresentavano per Roma.

L’opera è composta da 46 capitoli ed è divisa in due parti: la prima (cap. 1-27) offre una descrizione
generale della Germania e dei suoi abitanti, indipendenti da Roma; la seconda (cap. 28-46) è una rassegna
delle singole tribù, con notizie su usi, costumi e collocazione geografica. Tacito comincia con i confini,
l’origine (ritenuta autoctona), l’aspetto fisico, il clima, le risorse naturali. Segue la descrizione dei mores:
organizzazione politica, militare, religione, giustizia, famiglia, educazione, cultura materiale (vesti, cibo,
armi, abitazioni).

Nella seconda parte, Tacito passa in rassegna le tribù germaniche. Alcune sono solo nominate, per altre
descrive costumi e modo di vita. L’opera si chiude in modo improvviso, con Tacito che afferma che certe
notizie non sono verificabili.

Le fonti usate sono per lo più letterarie: in particolare il De bello Gallico di Cesare (l’unico citato
esplicitamente) e probabilmente l’opera perduta di Plinio il Vecchio sulle guerre germaniche. È possibile che
abbia attinto anche a testimonianze orali di soldati, mercanti e prigionieri.

L’atteggiamento di Tacito verso i Germani è ambivalente. Da un lato, ammira la loro moralità austera, la
libertà, il rispetto per la famiglia, la disciplina, contrapponendoli ai costumi corrotti dei Romani
contemporanei. Tacito utilizza quindi l’etnografia per fare una critica indiretta alla decadenza romana,
esaltando il fatto che i Germani non praticano usanze romane come l’infanticidio, il controllo delle nascite,
l’educazione delegata a nutrici o i banchetti lussuosi.

Dall’altro lato, soprattutto nella seconda parte, emerge un tono di superiorità e disprezzo per la loro vita
rozza e primitiva. Il difetto principale dei Germani, secondo Tacito, è la discordia, cioè l’incapacità di
unirsi contro un nemico comune: è proprio questa debolezza che permette a Roma di tenerli sotto controllo.
Se riuscissero a superarla, potrebbero diventare una minaccia mortale per l’Impero.

In sintesi, la Germania è un testo in cui l’osservazione etnografica si intreccia alla critica politica e
morale, e in cui Tacito offre una rappresentazione complessa e contraddittoria di un popolo straniero,
sempre con lo sguardo rivolto a Roma.

OPERE STORICHE
Le due grandi opere storiche di Tacito sono le Historiae e gli Annales. È importante notare che le prime, che
sono più antiche, narrano avvenimenti successivi rispetto ai secondi: in termini moderni, si potrebbe dire che
l'autore scrisse le Historiae e poi il loro prequel.

La prima opera è dedicata alla dinastia dei Flavi, comprendendo nella narrazione anche la guerra civile del
69 dalla quale era uscito vincitore Vespasiano: un tema, dunque, che abbracciava gli anni dal 69 al 96.
Nello scritto successivo, gli Annales, Tacito risali, come si è detto, all'indietro, raccontando il periodo della
dinastia giulio-claudia, dalla morte di Augusto a quella di Nerone (14-68), accantonando forse definitivamente
il progetto (annunciato nella prefazione delle Historiae) di trattare nella vecchiaia l'età più recente e "felice" di
Nerva e di Traiano.

Le Historiae comprendevano molto probabilmente quattordici libri, di cui si conservano i primi quattro e parte
del V, relativi agli anni 69-70. Gli Annales (ma il titolo attestato nei codici è Ab excessu divi Augusti, "A partire
dalla morte del divo Augusto") sedici, di cui restano i libri I-VI, dedicati a Tiberio, e XI-XVI, relativi agli anni dal
47 al 68.

Lo schema adottato in entrambe le opere è quello annalistico tradizionale: ogni anno è contrassegnato dal
nome dei consoli e in essi il racconto si sposta, anche più volte, dalle vicende interne a quelle esterne.
Al di là di questa impostazione comune, Historiae e Annales presentano caratteristiche diverse, che appaiono
anche più accentuate a causa della particolare natura dei temi trattati nella sola parte conservatasi dello scritto
più antico, quasi tutta dedicata a un turbolento, confuso, interminabile anno di anarchia e di guerra civile.

LE HISTORIAE

Le Historiae di Tacito si aprono con una lunga prefazione in cui lo storico, dopo aver elogiato gli storici della
Repubblica per la loro libertà di giudizio, critica duramente quelli del principato, considerati inaffidabili,
schierati o dalla parte del potere per servilismo, o contro di esso per rancore personale. A partire da questa
riflessione, Tacito sente la necessità di inaugurare una nuova storiografia, onesta, imparziale e rigorosa, che
si propone di raccontare senza abbellimenti o reticenze i fatti del recente passato romano, segnato da uno dei
momenti più turbolenti della sua storia: la guerra civile del 69 d.C., l’“anno dei quattro imperatori”.

Fin dalle prime righe Tacito anticipa il tono cupo dell’opera, annunciando una successione ininterrotta di
violenze, intrighi, disastri e tradimenti, che travolgono Roma e l’intero impero. L’autore arriva persino ad
affermare che eventi così tragici non erano mai accaduti e che sembrava che gli dèi non volessero più
proteggere Roma, ma punirla.

Il racconto inizia con un’analisi della situazione politica e militare dell’impero all’alba del 69 d.C., delineando
tre aree nevralgiche del conflitto: Roma, dove si concentra il potere ufficiale, la Germania, da cui
provengono eserciti inquieti e pronti alla rivolta, e l’Oriente, dove le legioni attendono di schierarsi.

La crisi esplode quando Galba, nominato imperatore dopo la morte di Nerone, delude le aspettative popolari e
militari, mostrando durezza e indecisione. La sua scelta di adottare Pisone come successore, scavalcando
Otone, genera il primo scontro: Otone organizza un colpo di Stato, Galba e Pisone vengono uccisi, e Otone è
acclamato imperatore.

Ma la sua posizione è immediatamente messa in discussione dall’altra parte dell’impero: in Germania,


l’esercito proclama imperatore Vitellio, un comandante mediocre ma sostenuto da generali capaci e da
truppe agguerrite. Inizia così una vera e propria guerra civile, con due imperatori proclamati da eserciti
diversi. Lo scontro tra Otone e Vitellio è rapido e sanguinoso: Otone tenta inizialmente di risolvere
pacificamente il conflitto, ma alla fine decide di affrontare l’esercito germanico e viene sconfitto. In un gesto
sorprendente, descritto da Tacito con grande rispetto, Otone si suicida, sperando di porre fine allo
spargimento di sangue.

Con l’ingresso a Roma di Vitellio, inizia una nuova fase di degrado: le sue truppe devastano la città, si
abbandonano a violenze e saccheggi, e il nuovo imperatore si mostra incapace di governare. Il potere di
Vitellio, però, dura poco. Dall’Oriente emerge una terza figura, Vespasiano, comandante delle legioni in
Giudea. Il suo profilo è molto diverso: pragmatico, prudente, abile nel tessere alleanze. Viene acclamato
imperatore dai suoi soldati e da molte altre legioni in varie province.

Mentre Vespasiano organizza la sua avanzata, il suo alleato Antonio Primo marcia verso Roma e affronta le
truppe di Vitellio in Italia. Lo scontro culmina in violenti combattimenti nella capitale, dove il popolo assiste agli
scontri come a spettacoli gladiatori. Vitellio viene catturato e ucciso brutalmente, e Roma conosce uno dei
momenti più caotici e sanguinosi della sua storia.

Tacito racconta questi eventi con uno stile ricco di pathos e tensione, insistendo sugli elementi drammatici e
sul carattere tragico della guerra civile, vista come segno di una profonda crisi morale e istituzionale
dell’impero. L’anno 69 appare come un punto di non ritorno: un’epoca in cui la violenza ha sostituito ogni
legittimità, e il potere è diventato preda degli eserciti più forti, non più del Senato o del popolo.

Dal punto di vista narrativo, la guerra civile è trattata con estrema attenzione ai dettagli: Tacito rallenta il
ritmo della narrazione per concentrarsi sugli eventi dell’anno 69, a cui dedica i primi tre libri, mentre il resto
dell’opera (andata in parte perduta) avrebbe dovuto coprire il regno di Vespasiano e i suoi successori. Il
racconto è costruito con blocchi narrativi che seguono i diversi teatri di guerra, e viene dato ampio spazio a
discorsi diretti, dialoghi drammatici e riflessioni morali, che trasformano gli eventi storici in un grande
affresco tragico.

GLI ANNALES

Gli Annales di Tacito sono un'opera storiografica che si concentra sull'analisi del potere imperiale e sulla
progressiva decadenza morale e politica di Roma sotto la dinastia giulio-claudia. Tacito apre l’opera con una
prefazione molto breve, in cui ripercorre in sintesi la storia delle istituzioni romane – dalla monarchia alla
repubblica fino al principato – e denuncia la scarsa affidabilità degli storici a lui precedenti, compromessi da
adulazione o odio. Si propone quindi di raccontare in modo sobrio e onesto gli ultimi anni di Augusto, il
principato di Tiberio e gli avvenimenti successivi.

Dopo una rapida panoramica su Augusto, in cui già si intravedono giudizi ambivalenti, Tacito si concentra
sul lungo governo di Tiberio, che occupa i primi sei libri dell’opera. Il racconto è diviso in due grandi blocchi: i
primi tre libri raccontano gli anni 14-22, i successivi coprono il periodo 23-37. Tacito descrive l’evoluzione del
principe, inizialmente prudente e riservato, verso una forma sempre più manifesta di tirannide, mettendo in
luce la sua abilità nella simulazione, la diffidenza e la crudeltà. Due figure aiutano a delineare meglio il
carattere di Tiberio: nella prima parte c’è Germanico, figlio adottivo del principe, amato dal popolo e vittima –
secondo le voci riportate da Tacito – della sua gelosia; nella seconda parte emerge invece Seiano, prefetto del
pretorio, che approfitta della fiducia dell’imperatore per scalare il potere, finché non verrà a sua volta eliminato.

Tacito riprende il racconto con i libri dedicati a Claudio, di cui ci sono giunti solo i libri XI e XII. L’immagine che
ne emerge è quella di un imperatore debole e manipolato, incapace di governare autonomamente,
costantemente influenzato dai liberti e soprattutto dalle due mogli, Messalina e Agrippina.
La narrazione si concentra più sulle dissolutezze della corte che sulle politiche pubbliche, sebbene Tacito non
neghi alcuni aspetti positivi del suo governo.

Il racconto prosegue con i libri XIII-XVI, dedicati all’ultimo imperatore della dinastia, Nerone. Anche in questo
caso, Tacito imposta la narrazione come un progressivo svelarsi della natura tirannica del principe. Due
momenti segnano la svolta del suo regno: la morte della madre Agrippina nel 59, che sancisce il crollo di ogni
freno morale, e quella del prefetto Burro nel 62, accompagnata dal ritiro di Seneca e dalla salita al potere del
temuto Tigellino, paragonato a un nuovo Seiano. A partire da qui, l’imperatore si abbandona a eccessi,
persecuzioni e crudeltà, fino alla grande congiura dei Pisoni del 65, repressa con una lunga catena di arresti
e condanne, tra cui le celebri morti di Seneca, Lucano e Petronio. Tacito racconta anche l’incendio di Roma,
di cui Nerone fu sospettato, e la prima persecuzione dei cristiani, usati come capro espiatorio.

Pur seguendo la struttura annalistica (con alternanza di fatti interni ed esterni), negli Annales la narrazione si
concentra sempre più sulla figura dell’imperatore, vero centro morale e politico del racconto. Tacito non
formula giudizi espliciti, ma guida il lettore attraverso i fatti e i comportamenti, mettendo in luce la decadenza
della classe dirigente e la corruzione del potere imperiale. I personaggi secondari non sono mai protagonisti,
ma assumono importanza solo in relazione al principe e alle sue reazioni.

LA CONCEZIONE STORIOGRAFICA DI TACITO:

Nel dedicarsi alla storiografia, Tacito si confronta con una tradizione consolidata, quella di Sallustio e Livio, i
cui principi fondamentali erano l’imparzialità e la veridicità. Anche Tacito si richiama esplicitamente a questi
valori nei proemi delle sue opere, mostrando una sincera volontà di raccontare i fatti con obiettività. Il suo
lavoro di storico è infatti molto scrupoloso: si avvale di fonti letterarie, documenti ufficiali e testimonianze
dirette, soprattutto per gli eventi più recenti.

Tuttavia, il modo in cui realizza questo intento è del tutto originale. Tacito ha l’abitudine di riportare più
versioni di uno stesso fatto, senza dire esplicitamente quale ritenga vera, lasciando al lettore il compito (e
spesso il sospetto) di interpretare. Inoltre, dà ampio spazio ai rumores, cioè alle dicerie popolari, pur
trattandole con distacco e disprezzo aristocratico. Questa scelta, se da un lato arricchisce il racconto, dall’altro
lo rende ambiguo, perché finisce per indirizzare il lettore verso interpretazioni spesso critiche o pessimistiche,
anche senza manipolare apertamente i fatti.

Tacito non si limita a raccontare gli eventi: come era consuetudine nella storiografia antica, si assume anche il
compito di giudicare, e lo fa con severità. I suoi giudizi morali sono spesso impietosi, soprattutto verso gli
imperatori, ma in realtà colpiscono tutta la classe dirigente. Emergono così il suo pessimismo nei confronti
della natura umana e una tendenza a sospettare motivazioni basse dietro ogni azione.

Uno dei nuclei centrali del pensiero tacitiano è il rapporto problematico tra Senato e imperatore, e il modo in
cui il principato ha trasformato profondamente la società romana. Sebbene Tacito riconosca che l’impero
abbia garantito ordine e pace, non nasconde il prezzo altissimo pagato in termini di libertà e dignità morale.
Inizialmente, nelle opere giovanili come l’Agricola, mostra una certa fiducia verso figure illuminate come Nerva
e Traiano, ma con il tempo il suo giudizio si fa sempre più amaro: nell’Historiae e soprattutto negli Annales
domina l’idea che il principato sia un rimedio necessario ma doloroso, segno di una decadenza irreversibile.

Tacito concentra la sua attenzione soprattutto sui personaggi, in particolare gli imperatori, che diventano il
vero fulcro del racconto. L’indagine storica si trasforma così in un’acuta analisi psicologica e morale, che
indaga le passioni umane (ambizione, paura, invidia, sospetto) come cause profonde degli eventi politici.
Seguendo la tradizione di Sallustio, Tacito delinea ritratti morali anziché fisici, spesso al momento
dell'ingresso in scena o dopo la morte (come epitaffi).

Un’attenzione particolare è riservata ai personaggi contraddittori, quelli in cui convivono tratti opposti: figure
complesse e imprevedibili, come Petronio o Otone, che sfidano le aspettative del lettore. Questa centralità
della persona rispetto ai fatti rende la storiografia di Tacito vicina alla biografia, ma senza cadere nei dettagli
privati e futili, come invece accade in Svetonio.
Tacito fa ampio uso della drammatizzazione: inserisce numerosi discorsi, spesso di sua invenzione, che
però servono a dare voce a riflessioni politiche profonde o a definire meglio i personaggi. Anche le morti
tragiche, le catastrofi, i rivolgimenti improvvisi e le cadute rovinose sono narrati con toni intensi e teatrali,
allo scopo di coinvolgere emotivamente il lettore e rafforzare la sua visione tragica della storia.

Lo stile di Tacito è infine un altro elemento distintivo. È uno stile difficile, conciso, denso di significati,
ispirato in parte a Sallustio, ma con tratti ancora più estremi: costruzioni sintattiche complesse, lessico elevato,
uso frequente di arcaismi e di metafore poetiche. Ama la brevitas, evita parole comuni e banali, e spesso
chiude i periodi con sentenze incisive (sententiae) che racchiudono giudizi duri e memorabili.

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