Hobbes
La politica
La condizione pre-sociale e il diritto naturale
Hobbes ha l’obiettivo di elaborare una dottrina politica fondata su premesse necessarie,
come per la geometria, quindi seguendo una prospettiva definita “geometrismo politico”.
La necessità della scienza politica è infatti il riflesso della necessità che agisce nelle volontà
umane per Hobbes, quindi dai principi necessari dell’azione umana si può elaborare la
scienza politica. I due principi certi dell’azione umana sono:
● il desiderio naturale, per cui ciascuno pretende di godere da solo dei beni comuni,
negando che gli uomini abbiano per natura un istinto che li porta alla benevolenza
reciproca e alla concordia;
● la ragione naturale, per cui ognuno sostiene che la morte violenta sia il peggiore dei
mali naturali.
L’origine delle più grandi e permanenti società è quindi la ricerca dell’interesse del singolo e
il timore reciproco, non l’amore naturale dell’uomo verso i propri simili. Le cause di tale
timore sono:
● l’uguaglianza naturale tra tutti gli uomini, una comune vulnerabilità in quanto la
natura ha distribuito equamente intelligenza e forza, permettendo a chiunque di
uccidere qualcun altro, quindi di conseguenza di vivere nella paura;
● la volontà naturale di godere dei beni messi a disposizione dalla natura, che
assieme all’insufficienza di tali beni per tutti e agli scontri di opinioni differenti, porta
alla condizione di guerra di tutti contro tutti, di volersi danneggiare a vicenda.
Lo stato di natura per Hobbes è un’ipotesi razionale, infatti egli non crede che l’umanità si
sia mai trovata in questa condizione, poiché la condizione di guerra di tutti contro tutti
avrebbe portato all’estinzione della nostra specie. Per Hobbes è esistito invece uno stato di
natura parziale.
Sostiene che dalla creazione in poi il genere umano non sia mai stato privo di
un’organizzazione sociale, ossia di un potere superiore che regolasse i rapporti tra gli
individui, con eccezione di 3 casi:
- le guerre civili, in cui vige una totale anarchia;
- alcune società primitive barbariche o indigene;
- tra gli Stati sovrani che si trovano in un rapporto simile a quello tra gli individui nello
stato di natura.
Nello stato di natura non si può sviluppare il concetto di giusto o ingiusto, perché non
esistono leggi che li definiscono e le leggi nascono dove c’è un potere comune. Quindi nello
stato di natura vige il diritto di tutti su tutto, incluse le vite altrui, quindi ogni uomo risulta un
“lupo” per ogni altro uomo.
Il diritto naturale è un istinto naturale insopprimibile non contrario alla ragione, in quanto
consiste nel fare tutto ciò che è in suo potere per difendersi e sopravvivere, nel caso non si
trovassero metodi più efficaci per conservare la propria sopravvivenza.
Se per Hobbes il diritto naturale è illimitato, di tutti su tutto e non può essere mantenuto, ma
deve essere limitato tramite la costituzione dello Stato, per i giusnaturalisti esso è un
insieme di diritti inviolabili e inalienabili (come il diritto alla vita e alla proprietà), che
caratterizzano gli individui fin dalla loro nascita e che la ragione è naturalmente portata a
riconoscere e a porre come basi dello Stato.
La ragione calcolatrice e la legge naturale
La condizione di guerra universale tra gli uomini che caratterizza lo stato di natura,
impedisce loro di svolgere numerose attività, perché intimoriti e incapaci di sfruttare il proprio
tempo. Se l’uomo fosse privo di ragione, questa condizione si trasformerebbe in una guerra
totale che sterminerebbe il genere umano, ma la ragione proibisce ad ogni individuo di fare
ciò che provoca la distruzione della vita e di evitare ciò che permette di conservarla meglio.
Questo principio è la base di tutte le leggi di natura.
● Il diritto naturale quindi è uno stato di libertà illimitata,che indica cosa l’uomo possa
fare per conservare la vita, ma non garantendo l’esito di tale possibilità,
● mentre la legge naturale è una restrizione di questa libertà tramite una norma, che
indica cosa l’uomo debba fare o debba evitare di fare per garantire la propria
sicurezza in maniera efficace.
Se per i giusnaturalisti moderni la legge naturale è un prodotto della ragione umana,
per Hobbes è una tecnica di calcolo che riesce a prevedere le situazioni future per poi in
seguito compiere le scelte più convenienti.
La legge naturale si basa su tre precetti fondamentali per l’autoconservazione dell’uomo:
● “bisogna cercare la pace”, dalla quale derivano tutte le altre;
● “bisogna rinunciare al diritto su tutto”, che implica la rinuncia, da parte di ognuno,
al diritto illimitato su tutto, per riuscire ad uscire dallo stato di natura e dunque dalla
continua guerra di tutti contro tutti;
● infine “bisogna stare ai patti, cioè mantenere la parola data”, perché il patto di
rinunciare al proprio diritto su tutto è necessario che venga istituito perché tutti gli
uomini si impegnino a farlo ed è necessario che quindi lo rispettino.
La concezione dello Stato
Le leggi di natura non sono comandi assoluti nonostante siano dettate dalla ragione naturale
presente in tutti gli uomini, ma sono regole precauzionali condizionate al fine da
raggiungere. Nello stato di natura non esiste quindi la certezza che vengano rispettate da
tutti, in quanto nessun individuo è talmente potente da poter costringere tutti a metterle in
pratica.
Ciò che distingue lo stato di natura dallo stato civile è il potere illimitato, che nello stato di
natura possiede ogni uomo, mentre nello stato civile solo una persona fisica o giuridica,
che con la forza può obbligare tutti gli uomini a rispettare le leggi.
La società civile nasce attraverso un contratto con il quale gli uomini rinunciano al loro
diritto illimitato trasferendolo ad un solo individuo, per questo si può chiamare anche
persona civile ed è rappresentato dal sovrano, che ha un potere assoluto sui suoi sudditi e
può essere sia un individuo che un’assemblea.
Hobbes individua nella monarchia assoluta la forma di governo che risponde meglio ai
requisiti della sovranità fissati
La prospettiva assolutistica
La teoria dello Stato di Hobbes è una forma di assolutismo politico, i cui punti principali sono:
● l’irreversibilità e unilateralità del patto fondamentale. Lo Stato, dopo esser stato
costituito, non può essere dissolto dai cittadini negando il suo consenso, in quanto il
diritto dello Stato nasce da patti dei sudditi tra loro, il sovrano è escluso;
● l’indivisibilità del potere sovrano, che non può essere distribuito tra poteri che si
limitano a vicenda;
● l’appartenenza del giudizio sul bene e sul male allo Stato e non ai cittadini, che
avrebbero criteri individuali differenti tra loro, dunque ciò porterebbe alla dissoluzione
dello Stato.
Per Hobbes inoltre la legge non stabilisce un comportamento perché “buono”, ma è il
comportamento “buono” perché lo ha stabilito la legge, che quindi costituisce la morale.
Il sovrano non è soggetto alle leggi dello Stato. Non ha quindi alcun obbligo verso i cittadini,
che invece devono obbedire al sovrano, e neppure verso sé stesso, perché nessuno si può
obbligare se non verso un altro.
L’azione dello Stato presenta comunque alcuni limiti. Infatti lo Stato non può ordinare ad un
individuo di uccidere, ferire o privare, sé stesso o gli altri, di qualsiasi cosa necessaria alla
vita, né di auto-accusarsi di un delitto. Quindi i limiti dell’assolutismo derivano dal diritto alla
vita e se il sovrano viola questa condizione, perde la sua funzione, facendo si che si torni
allo stato di natura.
Locke
Ragione ed esperienza
La ragione, per Locke, non possiede nessuno dei Caratteri che cartesio le aveva attribuito:
● non è uguale in tutti gli uomini, che invece ne partecipano in misura diversa;
● non è infallibile, sia perché le idee di cui dispone sono in numero troppo limitato, o
sono oscure, oppure non si lasciano concatenare tra loro nella forma di un
ragionamento, sia perché può essere ingannata da falsi principi e dallo stesso
linguaggio del quale non può fare a meno;
● inoltre non può ricavare idee e principi da sé stessa, ma deve ricavarli
dall’esperienza, che presenta sempre limiti e condizioni.
Locke, nel “Saggio”, compie un’indagine critica della filosofia moderna, quindi vuole stabilire
le possibilità conoscitive umane, individuando i limiti che le caratterizzano.
Questi limiti sono propri dell’uomo perché propri della sua ragione. Sono propri della ragione
perché essa deve confrontarsi con l’esperienza, che fornisce alla ragione il materiale che
essa adopera, cioè le idee semplici, ossia gli “elementi” di ogni sapere umano.
La ragione può combinare e ordinare questo materiale, formando idee complesse e
ragionamenti, ma sempre mentre viene controllata dall’esperienza, che non le permette di
produrre costruzioni fantastiche.
La ragione, se controllata dell’esperienza, non permette all’uomo di avventurarsi in problemi
al di là delle sue capacità, come quelli affrontati dalla metafisica tradizionale. E’ sempre la
ragione, guidata dall’esperienza, a consentire all’uomo di comprendere le basi della morale
e della politica, come l’essenza permanente della religione, al di fuori della superstizione a
cui quest’ultima è andata incontro.
Le idee semplici e la passività della mente
Locke, come Cartesio, afferma che l’oggetto della nostra conoscenza è l’idea, ossia
qualsiasi cosa che è oggetto dell’intelletto nel momento in cui un uomo pensa. Pensare e
avere idee sono quindi la stessa cosa.
Locke però, al contrario di Cartesio, afferma che le idee derivano solo dall’esperienza, quindi
che non sono frutto di una spontanea attività creatrice dell’intelletto umano, ma della sua
passività di fronte alla realtà.
Per l’uomo la realtà è esterna, le cose naturali, o interna, il suo spirito e le idee possono
derivare:
● dall’esperienza esterna, le idee di sensazione o sensazioni, come il giallo, il caldo,
l’amaro..., quindi tutte le qualità che attribuiamo alle cose.,
● oppure dall’esperienza interna, le idee di riflessione, come la percezione, il
pensiero, il dubbio..., ossia tutte le idee che si riferiscono ad operazioni del nostro
spirito.
Locke segue il principio cartesiano secondo il quale avere un’idea corrisponde ad esserne
cosciente, criticando l’innatismo. Le idee per il filosofo non ci sono se non vengono pensate,
l’idea per esistere deve per forza essere pensata. Se esistessero idee innate, dovrebbero
esistere in tutti gli uomini, compresi bambini e selvaggi, ma da queste persone non sono
pensate, quindi non esistono in loro e non possono considerarsi innate.
I bambini giungono ad aver coscienza delle idee innate nell’età della ragione, ma in quell’età
si giunge anche alla conoscenza di idee non ritenuta innate e quindi si può giungere alle
idee ritenute tali.
● Le idee semplici sono le idee non scomponibili in più idee elementari che fungono
da “materiale” di tutta la nostra conoscenza e che riceviamo in maniera passiva
dall’esperienza interna ed esterna. Si dividono in idee di sensazione e idee di
riflessione (vedi su).
● Le idee complesse sono quelle prodotte dal nostro intelletto attraverso la riunione di
più idee semplici.
La conoscenza umana è la costruzione che risulta dalla capacità dell’intelletto, quando è
provvisto, dalla sensazione e dalla riflessione, di idee semplici, di paragonare e riunirle in
modi infinitamente vari.
Ma l’intelletto umano non può inventare o creare un’idea semplice nuova, cioè non derivante
dall’esperienza, o di distruggere qualcuna di quelle che fornisce l’esperienza, questo è il suo
limite. Ignorarlo, significa abbandonarsi a sogni illusori.
Nelle idee di sensazione, Locke distingue le sensazioni e le qualità delle cose che le
producono in noi, riprendendo la distinzione tra qualità oggettive e soggettive elaborata da
Galilei:
● Le qualità primarie sono le oggettive, quelle originarie e inseparabili dei corpi, che
esistono realmente a prescindere dal fatto che vengono percepite o meno, come
l’estensione, la figura, il movimento...;
● le qualità secondarie sono le soggettive, che non esistono nei corpi ma sono
prodotte in noi dalle combinazioni delle qualità primarie, come colori, suoni, sapori…
Le idee complesse e l’attività della mente
Nel ricevere le idee semplici lo spirito è puramente passivo, mentre nel servirsi di tali idee
come materiale per le sue costruzioni diventa attivo. Questa attività dello spirito può dar
luogo a idee complesse e a idee generali.
Le idee complesse sono infinite di numero, ma si possono suddividere in 3 categorie:
● le sostanze sono le idee di ciò che è percepito come sussistente di per sé, come
l’idea di un uomo o di una pecora;
● i modi sono le idee di ciò che non è percepito come sussistente di per sé, ma come
manifestazione di una sostanza, come l’idea del triangolo o di un delitto;
● le relazioni sono le idee che derivano dal mettere a confronto più idee, creando un
rapporto tra esse, come quelle di causa-effetto o di identità e diversità.
Varie idee semplici sono costantemente unite tra loro, formando ad esempio ciò che
chiamiamo uomo o tavolo, quindi la nostra mente è portata a considerarle come un’unica
idea semplice. Visto che non arriva ad immaginare come un’idea semplice possa esistere di
per sé, si suppone un substrato che ne costituisca la base, la sostanza.
La sostanza corporea è il substrato sconosciuto delle qualità sensibili, la sostanza
spirituale è il substrato sconosciuto delle operazioni dello spirito.
Tra le idee complesse vi sono anche quelle di relazione. L’intelletto infatti non considera le
cose in maniera isolata, ma riconosce i rapporti in cui esse stanno con le altre cose. Così
nascono le relazioni, come quelle di causa ed effetto, di identità e di diversità e i nomi relativi
delle cose poste in relazione.
Per quanto riguarda la relazione d’identità, Locke affronta il problema dell’identità della
persona, individuandola nella coscienza, che accompagna gli stati o i pensieri nel senso
interno. L’uomo oltre a percepire, percepisce di percepire, quindi è consapevole che il suo io
sente o percepisce. Questa consapevolezza permette che le varie sensazioni o percezioni
costituiscano un unico io e a rappresentare quindi la base dell’unità della persona.
Le idee generali per Locke sono segni di gruppi di cose particolari tra loro somiglianti,
ottenute tramite un processo di astrazione, che fissa in modo arbitrario ciò che hanno in
comune indipendentemente dalle differenze specifiche all’interno del gruppo. Un esempio è
l’idea e il nome generale “uomo”, segno degli esseri particolari con caratteri comuni ai quali
abbiamo attribuito il termine “uomo”.
La politica
Stato di natura e diritto naturale
Locke afferma il carattere razionale o dimostrativo dell’etica, quindi che non si possa
proporre alcuna regola morale di cui non si sappia dar ragione. La ragione di tali regole deve
essere la loro utilità per la conservazione della società e per la felicità pubblica.
Il filosofo difese il liberalismo, ossia la libertà dei cittadini, la tolleranza religiosa e la libertà
delle Chiese, inoltre sosteneva che esistesse una legge di natura che è la ragione stessa, in
quanto ha per oggetto i rapporti tra gli uomini e stabilisce la reciprocità perfetta di questi
rapporti.
Hobbes vs Locke
Come per Hobbes, per Locke lo stato di natura è caratterizzato da una condizione di
uguaglianza di tutti gli uomini. Per Hobbes si tratta di un’uguaglianza per forza ed è fondato
sull’egoismo e sul diritto di tutti su tutto, mentre per Locke si tratta di un’uguaglianza per
diritti, fondata sul diritto di disporre di se stessi e dei propri beni, essendo perfettamente
liberi, cioè non sottoposti ad alcun potere. Si gode di un diritto naturale alla vita, alla libertà e
alla proprietà.
Se lo stato di natura di Hobbes non è limitato da alcuna regola e genera uno stato di guerra
contro tutti, quello di Locke è limitato dalla legge di natura, che impone ad ogni individuo di
non danneggiare gli altri, garantendo una convivenza pacifica.
Il diritto naturale è quindi limitato alla propria persona: alla propria vita, alla propria libertà e
alla propria proprietà, cioè il prodotto del proprio lavoro. Questo implica anche quello di
essere giudici della legge di natura, ossia di risarcire le violazioni della legge di natura con
giuste pene, senza l’uso di forza assoluta, ma di una reazione che la ragione indica come
proporzionata alla trasgressione. Si tratta di una condizione di giustizia naturale.
Al contrario nello stato di natura di Hobbes non esistono giusto e ingiusto, è una condizione
pre-morale.
Stato civile e libertà
Per Locke lo stato di natura non è uno stato di guerra come in Hobbes, ma una condizione
di pacifica coesistenza, che può diventare uno stato di guerra quando una o più persone
ricorrono alla forza per ottenere ciò che la legge di natura vieta di ottenere, ossia un
controllo sulla libertà, sulla vita e sui beni degli altri.
Per evitare uno stato di guerra gli uomini abbandonano lo stato di natura creando società,
anche se la costituzione di un potere civile non toglie agli uomini i diritti di cui godevano gli
uomini nello stato di natura, eccetto quello di farsi giustizia da sé.
La libertà dell’uomo nello stato di natura consiste nell’essere limitato solo dalla legge di
natura, mentre la libertà dell’uomo nella società consiste nel potere civile, che ci origina dal
consenso dei cittadini.
La legge di natura esclude il contratto che da’ origine a una comunità civile con un potere
assoluto. L’uomo non può, con un contratto, rendersi schiavo di un altro e sottoporsi ad un
potere assoluto che può disporre della sua vita in qualsiasi maniera.
Locke prevede un contratto tra i sudditi ma anche tra essi e il sovrano, che risulta soggetto
alla legge e al diritto, non l’origine di ogni legge e di ogni diritto. Quindi il popolo ha il diritto di
difendersi contro i sovrani, nel momento in cui essi diventino pazzi o malvagi e
manomettano la libertà e i beni dei sudditi.
Berkeley
L’immaterialismo
Esse est percipi
Berkeley segue il principio cartesiano secondo il quale gli unici “oggetti” della conoscenza
umana sono le idee, non la realtà esterna.
Ciò che noi chiamiamo “cose” sono collezioni di idee. Ad esempio la mela è l’insieme delle
idee di un certo colore, odore, figura e consistenza determinati.
Le idee, sia dei nostri pensieri o sentimenti che quelle impresse dai sensi, per esistere
hanno bisogno di essere percepite.
Comunemente si crede che le cose naturali, come uomini, case, montagne, abbiano
un’esistenza reale distinta dalla percezione che ne ha l’intelletto. Per Berkeley pero’,
l’oggetto e la percezione sono la stessa cosa e non possono essere separati l’uno dall’altra,
di conseguenza l’unica sostanza reale è lo spirito che percepisce le idee, non esistono
oggetti esterni alla nostra conoscenza.
I corpi materiali sono copie dei modelli delle nostre idee, che però, se sono percepibili,
sono anch’essi interni alla mente, cioè idee, se non sono percepibili è impossibile che
possano somigliare alle idee che li rappresentano, poiché un colore ad esempio, non può
somigliare a qualcosa che in natura non si può vedere.
Il filosofo inoltre rifiuta la distinzione tra qualità primarie e qualità secondarie. Le qualità
primarie non esistono senza quelle secondarie. Ad esempio, non esiste un’estensione che
non sia colorata.
Berkeley afferma che non c’è alcun modo di dimostrare l’esistenza della sostanza
materiale, ossia un sostegno delle qualità sensibili. Per definizione deve essere diverso
dalle idee sensibili, ma non ha alcun rapporto con la nostra percezione, quindi è impossibile
dimostrarne l’esistenza.
L’affermazione dell’esistenza reale di oggetti materiali “esterni” allo spirito è priva di senso
per il filosofo. Si può pensare ad un gruppo di alberi in un parco che esistono senza che
nessuno li percepisca, ma significherebbe pensarli come non pensarli, il che è una
contraddizione.
Dio percepisce le “cose” senza interruzione
La causa delle idee percepite attraverso i sensi non può essere il nostro spirito, che riceve
questi pensieri senza poterli produrre essendo finito. Le idee devono essere impresse in noi
da uno Spirito Infinito, Dio, e le leggi naturali non sono che regole e metodi attraverso i
quali Dio produce in noi le idee.
Quando le idee non sono percepite da noi, sono comunque percepite da Dio e le cose
possono anche essere dette esterne, perchè sono impresse nello spirito finito che è l’uomo
da uno Spirito diverso.
Appunti Vale
Anche berkeley entra a far parte di questa discussione e dice che è' lo stesso mondo
esterno, comprese le impressioni di cui io non posso essere certo. Tutto e' una nostra
proiezione soggettiva. LE COSE ESISTONO PERCHÉ' C'È' UN SOGGETTO CHE LE
PERCEPISCE.
Vi e' un primato assoluto del soggetto che percepisce, rispetto al mondo esterno che e'
percepito.
SOGGETTIVISMO ESASPERATO. Il mondo esterno, o ciò che noi ne percepiamo, e'
sempre secondo un punto di vista specifico/particolare. Dunque la negazione della realtà'
oggettiva del mondo esterno arriva Berkeley a sostenere che le cose hanno esistenza
secondo il modo in cui un soggetto le percepisce, al contrario di ciò' che pensava Locke.
fine di pag.344 spiegazione finale delle cose che esistono anche se non sono percepite.
Dio e' una potenza finita che in modo permanente contempla, osserva e percepisce il mondo
attraverso un sistema di idee. IN termini di primato il primato e' sempre nel soggetto. Il
mondo e' plasmato da come noi lo percepiamo.
Hume
Secondo Hume le percezioni della mente umana si possono dividere in 2 classi, a seconda
del grado di forza e vivacità con cui colpiscono la nostra mente e penetrano nel
pensiero(=coscienza):
● Impressioni: percezioni che penetrano nel pensiero con maggior forza e violenza.
Sono tutte le sensazioni, passioni, emozioni, immediate.
● Idee o pensieri: costituiscono il ricordo sbiadito delle impressioni e derivano da
impressioni avute in precedenza. L’idea non può mai raggiungere la forza e vivacità
dell’impressione. Essa deriva da impressioni e non esistono idee o pensieri di cui
non si sia avuta precedentemente l’impressione→ Uomo non è libero: egli può
comporre idee fantastiche etc.. ma non farà mai realmente un passo al di là di se
stesso, perché non avrà mai altro materiale se non le impressioni.
Hume risolve totalmente la realtà nel molteplice delle idee attuali, impressioni sensibili e le
loro copie → Egli dice che non esistono idee astratte, ovvero idee che non hanno caratteri
particolari(se penso ad un triangolo non penso mai a uno qualsiasi ma o a un triangolo equi,
o iso, o sca).
Dunque→ ESISTONO SOLO IDEE PARTICOLARI, ASSUNTE COME SEGNI DI ALTRE
IDEE PARTICOLARI A ESSE SIMILI.
La funzione dell’abitudine
Per spiegare la funzione del segno, cioè la capacità di un’idea di richiamare un gruppo di
idee tra loro simili, Hume ricorre all’abitudine: quando scopriamo una certa somiglianza tra
idee che sono in realtà diverse, noi utilizziamo un solo nome per indicarle→ Si forma così in
noi l’abitudine di considerarle unite tra di loro.
L'analisi critica del principio di causalità
Tutti i ragionamenti che riguardano i fatti si fondano sul principio di causalità. La relazione tra
una causa e il suo effetto non può mai essere conosciuta mediante un puro ragionamento,
ma per esperienza → Nessuno di fronte a un oggetto per lui nuovo è in grado di scoprire le
sue cause e i suoi effetti soltanto ragionando a priori su di esso, ma deve averne fatto
esperienza.
Due oggetti sono considerati l’uno causa dell’altro quando:
● si presentano tra loro [Link] basta una vicinanza spazio-temporale ma deve
esserci un congiungimento costante→ due eventi analoghi, in analoghe
circostanze, si siano sempre presentati connessi.
● uno dei due(la causa) viene prima dell’altro. Si ricorre al rapporto causale per
spiegare ciò che accadrà in futuro e ciò che è accaduto→ Noi attribuiamo alla
relazione causa-effetto anche il carattere della necessità, A segue B perché A deve
farlo.
Uniformità della natura→ Fondamento del principio di causalità
Per poter assumere l’esperienza come base per ragionamenti presupponiamo che il corso
della natura non cambi; se ci fosse solo il sospetto che il corso della natura potesse
cambiare ogni esperienza sarebbe [Link] questo principio non è vero, in quanto la natura
può cambiare.
Queste considerazioni escludono che il legame tra causa ed effetto sia oggettivo, dunque
sempre vero. Però l’uomo crede che sia vero e fonda su di esso la sua vita in quanto il
principio dell’uniformità della natura risponde a un’aspettativa della natura umana; esso
costituisce una credenza non razionale e soggettiva. La conoscenza istintiva è il
frutto dell'abitudine. (Abitudine ci fa credere che domani sorgerà il sole come ha sempre
fatto, ma noi non sappiamo veramente se accadrà. Essa spiega perché l’uomo creda alla
necessità dei rapporti causali). Sfortunatamente però l’abitudine non giustifica questa
credenza( che è una sorta di libero istinto della mente, di sentimento naturale di cui non
possiamo fare a meno), che rimarrà uno dei più grandi misteri della filosofia, secondo Hume.
La credenza nel mondo esterno e nell’io
La conoscenza umana della realtà è per Hume:
● il frutto di un sentimento e non della ragione.
● priva di necessità e rientra nel dominio di mera probabilità.
La credenza, come ho scritto precedentemente, è la predisposizione dell’uomo a
riconoscere la realtà o la necessità di qualcosa. Una credenza comune è quella del mondo
esterno, creduto diverso rispetto alle impressioni che se ne hanno.
Hume distingue due tipi di credenza:
● Credenza nell’esistenza continua delle cose: grazie alla coerenza e costanza di certe
impressioni l’uomo è portato ad immaginare che certe cose siano dotate di
un’esistenza ininterrotta e quindi che esisterebbero anche se l’uomo non ci fosse. In
altri termini, la coerenza e la costanza di certi gruppi di impressioni ci fa dimenticare
che le nostre impressioni sono interrotte e discontinue e ce le fa considerare come
riunite in oggetti persistenti e stabili.
● Credenza nell’esistenza esterna delle cose
La credenza nel mondo esterno(sostanze materiali) è ingiustificabile perché noi
possiamo solamente essere certi della realtà costituita dalle percezioni e non si può
affermare l’esistenza di alcuna realtà esterna alle nostre percezioni.
L’esistenza dell’io (sostanza spirituale) è anch’essa ingiustificabile perchè in realtà noi
non abbiamo impressioni del nostro io ma solamente dei nostri stati d’animo successivi. In
altre parole ciò che noi sperimentiamo come ‘io’ è soltanto un fascio di percezioni che si
susseguono nel tempo.