GIACOMO LEOPARDI 1798 - 1837
Recanati - Marche -> facevano parte dello stato Pontificio = ultra conservatore
Famiglia nobile, ma il padre aveva gestito male in patrimonio familiare, la madre cercò di
resettare il patrimonio => vita di stenti
Leopardi manifestò straordinaria capacità intellettuale => già da adolescente è un erudito
(uomo di grande cultura)
=> cresce in una famiglia estremamente severa = non permettono ai figli di sfogarsi - l’unico
rifugio è lo studio (biblioteca famigliare molto vasta)
esistenza tormentata:
salute flebile (problemi di vista - studio + torace deformato)
la sua solitudine + depressione viene alleviata dall'amicizia con Pietro Giordani
(classicista e intellettuale, rapporto epistolare)
A 20 anni tenta la fuga da Recanati -> senza successo
A 24 anni ottiene il permesso dai genitori di allontanarsi da casa (visita i parenti materni a
Roma)
= grandissima delusione: discrepanza tra sogni e realtà
Roma gli appare: “null’altro che una grande Recanati”
Al suo ritorno a Recanati vive un periodo di amarissima disperazione => non riesce a
scrivere
= viene aiutato da alcuni amici: Carlo promuove una colletta per aiutarlo
-> si trasferisce a Milano (collabora con l’editore Stella per cui traduce e cura
opere latine / classiche)
In seguito si trasferisce a Firenze dove frequenta il gabinetto (citalnica, circolo di lettura)
Gabinetto Vieusseux con in cui soci (tutti importanti intellettuali del tempo) entra in conflitto
non condividendone l’ottimismo (nella tecnologia e nel progresso).
A Firenze si innamora disperatamente ma non contraccambiato della nobildonna Fannì
Targioni Tozzetti. Per essa scrive un ciclo di poesie intitolato Ciclo di Aspasia
(= famosissima lettera greca del 4 secolo a.C. - intellettuale, coltissima, in grado di
conversare con gli uomini che offre anche servigi sessuali - in quei tempi le uniche
che riuscivano a conversare con gli uomini; fu amata da pericle
A SE STESSO (dal ciclo di Aspasia)
Or poserai per sempre,
stanco mio cor. Perí l’inganno estremo,
ch’eterno io mi credei. Perí. Ben sento,
in noi di cari inganni,
non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
palpitasti. Non val cosa nessuna
i moti tuoi, né di sospiri è degna
la terra. Amaro e noia
la vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
T’acqueta omai. Dispera
l’ultima volta. Al gener nostro il fato
non donò che il morire. Omai disprezza
te, la natura, il brutto
poter che, ascoso, a comun danno impera,
e l’infinita vanitá del tutto.
● modernissima
● ritmo franto
● Leopardi esorta il proprio cuore a rassegnarsi e non credere più a nulla = nichilismo
● ora riposa = frase imperativa
● ora si è dissolta l'ultima illusione - da bravo romantico contrappone la realtà
all’illusione
● sento con chiarezza che in me si è spento no dico la speranza ma perfino il desiderio
- non desidero più illudermi e sperare
● ti sei agitato già troppo
● nessuna cosa vale i tuoi moti
● nos maiestatis
● la vita: solo amarezza e noia -> non crede più a nulla
● cessa di disperarti e con questo cessa di sperare
● il fato ci ha donato solo il morire, pk la vita è sofferenza = tema centrale
● quindi d'ora in poi disprezza ogni cosa (imperativo) “il brutto poter che, ascoso, a
comun danno impera, e l’infinita vanità del tutto.” - che regna ad anno di tutti
● = esortazione a non credere più a nulla
A Firenze conosce anche l’esule napoletano Antonio Ranieri che diverrà il suo amico
separabile.
Dopo Firenze si reca a Bologna e in seguito a Napoli dove durante una epidemia di colera si
trasferisce con Ranieri e sua sorella a Torre del Greco (oggi periferia estrema di Napoli) e lì
morirà nel 1837 dalle sue numerose malattie.
Dalla villa che hanno affittato osserva il Vesuvio e le ginestre e che gli ispireranno la
famosissima poesia La ginestra.
L’EVOLUZIONE DEL PENSIERO LEOPARDIANO
Dalla tarda adolescenza in poi scrisse un’enorme quantità di appunti, riflessioni, note,
osservazioni che vennero pubblicate postume col titolo Zibaldone (= quaderno di appunti) -
opera immensa. In esso sono visibili alcuni temi cruciali della riflessione del Leopardi che
potremmo chiamare anche filosofica ma che manca di sistematicità. Il filo conduttore dello
Zibaldone è comunque il pessimismo che con gli anni si aggrava.
Intorno ai 20 anni elabora una concezione chiamata pessimismo storico. Tale concezione
risente delle concezioni di Rousseau secondo cui l ‘uomo allo stati di natura era felice e L.
riprende questa tesi: secondo cui l'uomo allo stato della natura era felice ed è diventato
infelice per il progressivo allontanamento dalla natura in seguito all'avvento della civiltà.
Questo pessimismo è relativo, perché considera l'infelicità dell'uomo una conseguenza del
processo storico che ha allontanato l'uomo dalla natura.
Il suo pessimismo si aggrava con il suo viaggio a Roma quando il Leopardi dispera inizia la
seconda fase del pessimismo L. chiamato pessimismo cosmico. In questa seconda fase la
natura, che nella prima fase era una madre benigna, diventa matrigna. Questo significa che
è la natura stessa a far soffrire non solo l’uomo ma ogni creatura vivente e quindi ne
consegue che l’uomo sia sempre stato infelice e sia destinato a restare tale. L’infelicità è
connaturata alla condizione umana.
L’opera in cui esprime nel modo più esemplare e eloquente queste concezioni nel Dialogo
della Natura e di un Islandese, che fa parte delle Operette Morali (1825: scrive dopo il ritorno
a Roma, 25 o dialoghi o brevi testi).
L’ultima fase è quella del pessimismo eroico, che trova espressione nella Ginestra. In essa
Leopardi invita i propri simili (=gli uomini) a smettere di combattere tra loro e di allearsi
contro il comune nemico, ovvero la Natura.
POESIE egli chiama IDILLI
parola derivante dal greco antico che significa immagini
Poesie che molte delle quali sono bipartite. Nella prima parte contengono ‘un’immagine’ -
ovvero la descrizione di una scenetta di vita quotidiana perlopiù recanatese. Segue una
seconda parte che contiene una riflessione di carattere universale in genere sulla condizione
umana, riflessione per la quale Leopardi ha preso lo spunto dalla scenetta soprastante.
Sono divisi in Piccoli idilli e Grandi idilli del periodo successivo.
ALL’ITALIA
● Canzone risorgimentale patriottica
L’INFINITO
● leopardi sta osservando l'orizzonte la cui vista è preclusa da una siepe e in
allontanata dal monte Tabor, da L. in poi chiamato colle dell'Infinito
● mentre guarda, prima quasi si spaventa per il silenzio sovrumano e la quiete ma
dopo viene pervaso da un senso di infinito, sia spaziale (consiste nell immaginazione
dei infiniti spazi al di là del colle) sia di un infinito temporale (per un attimo gli sembra
che presente e passato si sovrappongono e formano un tuttuno)
● questa sensazione di naufragare in un mare di immensità suscita in lui una
sensazione di dolcezza
● Qui il meccanismo che suscita questa sensazione di dolcezza nel Leopardi è il solito
meccanismo che contrappone la realtà all’altrove. La realtà = ambiente fisico dove
sta veramente; altrove = dove L. si proietta al di là della siepe e del monte Tabor
● TEORIA DEL VAGO E DEL INDEFINITO: riflessione fondamentale del L. , perché
determina la sua poetica. A sua volta questa teoria si collega alla cosiddetta teoria
del piacere che è stata espressa dal L. nello Zibaldone in modo frammentario ma a
posteriori si può conferire un carattere organico.
○ teoria del piacere: Secondo leopardi l’uomo per istinto brama un piacere
infinito = il piacere per L. è godersi la vita
Dato che non può ottenerlo, egli trae piacere almeno di ciò (parole, immagini,
concetti) che è indefinito.
Leopardi stila un elenco di parole, immagini, concetti vaghi (es. passato, tempo,
antico, ricordo, lontananza, suono lontano, luce che penetra la finestra e non ne
vediamo la fonte -difficile immaginarsi) e indefiniti e dice che essi in particolare
devono essere oggetto della poesia in modo che la poesia possa suscitare nel lettore
sensazioni di piacere
=> questa poesia è l’incarnazione e traduzione più compiuto della poetica del vago e del
indefinito
Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
9 Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.
● vv. 9: a un certo punto L. sente comunque lo stormir delle foglie e pensa - paragona il
rumore del presente a que silenzio dell'infinito che aveva immaginato => poesia si
sensazioni e da questo passa a immaginare l'eternità temporale, il passato, e il
presente (che è vivo, ha dei suoni che lui in quel momento può sentire ). Si lascia
cullare da queste sensazioni.
● concetti indefiniti
A SILVIA
● idea di discrepanza tra
● strofe di diversa lunghezza
● struttura bipartita
○ 1. parte: descrizione di un episodio
○ 2. parte: riflessione universale (tout court)
● silvia = pseudonimo; nome vero Teresa, figlia del cocchiere di casa Leopardi
● Leopardi ragazzino amava guardarla dalla finestra del proprio palazzo mentre lei a
casa svolgeva mansioni tipicamente femminili (qui descrive mentre tesse e canta)
● questa ragazza mori da adolescente di tubercolosi e in questa poesia la assume a
simbolo delle sembianze giovanili che muoiono all’apparir del vero” (preseren: bi
rekul: okusil sem tvoj sad spoznanja) -> consapevolezza di cosa sia la realtà
Silvia, rimembri ancora
Quel tempo della tua vita mortale,
Quando beltà splendea
Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
E tu, lieta e pensosa, il limitare
Di gioventù salivi?
● rimembranza: parola estremamente poetica che esprime il vago
● il sguardo di Silvia fuggiva perché lui era più importante e perché lui era un ragazzo:
era imbarazzata davanti a lui
● cessavi di essere ragazzina ed eri alle soglie della piena giovinezza
● per L. c’è tra giovinezza e adolescenza spartiacque. Il giovane adulto già comprende
la realtà e finisce di immaginare
● pensosa: immaginare la vita da sola
Sonavan le quiete
Stanze, e le vie dintorno,
Al tuo perpetuo canto,
Allor che all’opre femminili intenta
Sedevi, assai contenta
Di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
Così menare il giorno.
● cantavi mentre eri impegnata nei lavori femminili
● vago: bello ma anche indeterminato - per cui tanto più piacevole per L.
● maggio -> primavera: spesso è metafora della giovinezza
Io gli studi leggiadri
Talor lasciando e le sudate carte,
Ove il tempo mio primo
E di me si spendea la miglior parte,
D’in su i veroni del paterno ostello
Porgea gli orecchi al suon della tua voce,
Ed alla man veloce
Che percorrea la faticosa tela.
Mirava il ciel sereno,
Le vie dorate e gli orti,
E quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
Quel ch’io sentiva in seno.
● lui era impegnato nei studi e nei scritti, dove ha speso la miglior parte della sua vita
● ogni tanto si alzava dallo studio e andava sul balcone per ascoltarla cantare e allude
al telaio su cui lei tesseva
● è impossibile dire a parole ciò che lui sentiva e provava a sentimenti
Che pensieri soavi,
Che speranze, che cori, o Silvia mia!
Quale allor ci apparia
La vita umana e il fato!
Quando sovviemmi di cotanta speme,
Un affetto mi preme
Acerbo e sconsolato,
E tornami a doler di mia sventura.
O natura, o natura,
Perchè non rendi poi
Quel che prometti allor? perchè di tanto
Inganni i figli tuoi?
● esprime i propri sentimenti: carichi di speranza
● riacquista consapevolezza del insanabile divario tra quelle speranze e il momento
presenta e la vita così com'è
● j’accuse contro la natura: la natura è gia matrigna, le chiede perchè non mantiene le
promesse, le speranze, pk inganni i tuoi figli
Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,
Da chiuso morbo combattuta e vinta,
Perivi, o tenerella. E non vedevi
Il fior degli anni tuoi;
Non ti molceva il core
La dolce lode or delle negre chiome,
Or degli sguardi innamorati e schivi;
Nè teco le compagne ai dì festivi
Ragionavan d’amore
● si rivolge di nuovo a Silvia “tu”
● Silvia muore in giovane età -> non è riuscita a vivere il fiore dei suoi anni
● => con Sivlia muoiono anche le speranze
● interessante come L. sappia descrivere così bene tutte le sensazioni anche non
provando l’amore
● lei si è persa tutto questo morendo presto
Anche peria fra poco
La speranza mia dolce: agli anni miei
Anche negaro i fati
La giovanezza. Ahi come,
Come passata sei,
Cara compagna dell’età mia nova,
Mia lacrimata speme!
Questo è quel mondo? questi
I diletti, l’amor, l’opre, gli eventi
Onde cotanto ragionammo insieme?
Questa la sorte dell’umane genti?
All’apparir del vero
Tu, misera, cadesti: e con la mano
La fredda morte ed una tomba ignuda
Mostravi di lontano.
● anche insieme a te moriva la mia dolce speranza
● anche a me il fato ha negato di raggiungere la giovinezza = di viverla a pieno e così
come l'ha immaginata
● come te moriva anche la speranza
● Silvia e la speranza si fondono, parallelismo-metafora tra silvia e speranza
● si sta chiedendo se è questo destino degli uomini, il fantasticare, l’amore…
● finale tridimensionale - icastico: quando la speranza si dissolve alla fine
dell'adolescenza l'unico obiettivo oa cui puntare è la morte
IL SABATO DEL VILLAGGIO
● parte delle poesie dei Recanati
● si vede bene la struttura bipartita
○ 1. parte: descrizione
○ 2. parte: riflessione (3. strofa)
● descrizione del tardo pomeriggio
● la ragazzina si prepara già di sabato per il giorno della festa - la domenica: porta i
fiori, le viole per ornarsi i capelli
● vv.8: la vecchietta fila l’arcolaio, parla con le altre della giovinezza: anche lei si
ornava per le domeniche, si metteva in ghingheri e ballava
● vv. 16: dopo il sole che faceva proiettare ombre, viene la luna che fa anche proiettare
le ombre = il tramonto è trapassato in oscurità
● le campane suonano per annunciare che è sabato sera
● i bambini che gridano è lieto pk dimostra che la festa si avvicina
● vv. 29: lo zappatore = contadino; anche lui pensa che finalmente il giorno dopo potrà
riposare
La donzelletta vien dalla campagna,
In sul calar del sole,
Col suo fascio dell’erba; e reca in mano
Un mazzolin di rose e di viole,
Onde, siccome suole,
Ornare ella si appresta
Dimani, al dì di festa, il petto e il crine.
8 Siede con le vicine
Su la scala a filar la vecchierella,
Incontro là dove si perde il giorno;
E novellando vien del suo buon tempo,
Quando ai dì della festa ella si ornava,
Ed ancor sana e snella
Solea danzar la sera intra di quei
Ch’ebbe compagni dell’età più bella.
16 Già tutta l’aria imbruna,
Torna azzurro il sereno, e tornan l’ombre
Giù da’ colli e da’ tetti,
Al biancheggiar della recente luna.
Or la squilla dà segno
Della festa che viene;
Ed a quel suon diresti
Che il cor si riconforta.
I fanciulli gridando
Su la piazzuola in frotta,
E qua e là saltando,
Fanno un lieto romore:
E intanto riede alla sua parca mensa,
29 Fischiando, il zappatore,
E seco pensa al dì del suo riposo.
● ormai è notte
● è silenzio, ma ancora qualcuno sta lavorando: il falegname -> sta sveglio per finire il
suo lavora prima che spunti l’alba => così si potrà godere la domenica
Poi quando intorno è spenta ogni altra face,
E tutto l’altro tace,
Odi il martel picchiare, odi la sega
Del legnaiuol, che veglia
Nella chiusa bottega alla lucerna,
E s’affretta, e s’adopra
Di fornir l’opra anzi il chiarir dell’alba.
● il sabato: il giorno più bello pk stai aspettando la domenica; la domenica: all’inizio
bella, ma dopo
Questo di sette è il più gradito giorno,
Pien di speme e di gioia:
Diman tristezza e noia
Recheran l’ore, ed al travaglio usato
Ciascuno in suo pensier farà ritorno.
● si rivolge al ragazzino, che è ancora felice
● la tua primissima dolcezza- adolescenza (la compara alla primavera) è come il
sabato
● compara le fasi della vita …
● goditi la vita adesso, perché la tua età è una stagione lieta e soave
● non voglio dirti altro
● ti dico solo questo: non essere impaziente che arrivi la festa della tua vita, che dopo
si rivela la tua delusione
● => tema tipicamente romantico che mostra il divario tra speranza e realtà
Garzoncello scherzoso,
Cotesta età fiorita
E’ come un giorno d’allegrezza pieno,
Giorno chiaro, sereno,
Che precorre alla festa di tua vita.
Godi, fanciullo mio; stato soave,
Stagion lieta è cotesta.
Altro dirti non vo’; ma la tua festa
Ch’anco tardi a venir non ti sia grave.
LA QUIETE DOPO LA TEMPESTA
● La quiete dopo la tempesta e Il sabato del villaggio formano un ideale dittico in cui è
riconducibile alla teoria del piacere
○ Nel sabato del villaggio: il piacere esiste solo come attesa dell'evento che poi
rivelerà deludente (Schopenhauer)
● ben visibile la struttura bipartita
● artigiano: esce e osserva il cielo e canta continuando a lavorare
● ragazzine mandate dalla madre vanno a prendere l'acqua piovana
● l’ortolano
● casa Leopardi: la servitù spalanca le finestre
● sente un suono lontano di cui non riconosce la provenienza (= teoria del vago e del
indefinito)
Passata è la tempesta:
Odo augelli far festa, e la gallina,
Tornata in su la via,
Che ripete il suo verso. Ecco il sereno
Rompe là da ponente, alla montagna;
Sgombrasi la campagna,
E chiaro nella valle il fiume appare.
Ogni cor si rallegra, in ogni lato
Risorge il romorio
Torna il lavoro usato.
L’artigiano a mirar l’umido cielo,
Con l’opra in man, cantando,
Fassi in su l’uscio; a prova
Vien fuor la femminetta a còr dell’acqua
Della novella piova;
E l’erbaiuol rinnova
Di sentiero in sentiero
Il grido giornaliero.
Ecco il Sol che ritorna, ecco sorride
Per li poggi e le ville. Apre i balconi,
Apre terrazzi e logge la famiglia:
E, dalla via corrente, odi lontano
Tintinnio di sonagli; il carro stride
Del passegger che il suo cammin ripiglia.
● dopo uno scampato pericolo, il sollievo che proviamo lo chiamiamo piacere - felicità
=> il piacere per Leopardi è solo una momentanea cessazione del dolore o quando
aspettiamo che qualcosa avvenga (che però dopo si rivelerà una delusione)
● verso programmatico: riassume la concezione del piacere: “il piacere è figlio della
sofferenza”
● tempesta: simbolo della natura che si scatena contro l’uomo, gli fa provare paura
Si rallegra ogni core.
Sì dolce, sì gradita
Quand’è, com’or, la vita?
Quando con tanto amore
L’uomo a’ suoi studi intende?
O torna all’opre? o cosa nova imprende?
Quando de’ mali suoi men si ricorda?
Piacer figlio d’affanno;
Gioia vana, ch’è frutto
Del passato timore, onde si scosse
E paventò la morte
Chi la vita abborria;
Onde in lungo tormento,
Fredde, tacite, smorte,
Sudàr le genti e palpitàr, vedendo
Mossi alle nostre offese
Folgori, nembi e vento.
● ultima strofa: sarcasticamente apostrofa la natura
● genere umano, cari gli dei => vuole dire il contrario, siamo degli infelici
● felice sarai se potrai provare un po di sollievo tra un dolore e un’altro
● morte = come unica possibile aspirazione sensata
O natura cortese,
Son questi i doni tuoi,
Questi i diletti sono
Che tu porgi ai mortali. Uscir di pena
E’ diletto fra noi.
Pene tu spargi a larga mano; il duolo
Spontaneo sorge: e di piacer, quel tanto
Che per mostro e miracolo talvolta
Nasce d’affanno, è gran guadagno. Umana
Prole cara agli eterni! assai felice
Se respirar ti lice
D’alcun dolor: beata
Se te d’ogni dolor morte risana.
DIALOGO DI UN VENDITORE D’ALMANACCHI E DI UN PASSEGGERE
● operetta morale
● tema principale: discrepanza tra speranza e realtà
○ discrepanza tra realtà e speranze che coltiviamo per il futuro (in parte
assomiglia al Sabato nel villaggio, qui tutti aspettano la domenica, qui invece
l’anno nuovo)
○ speranza= non cessiamo di sperare
○ ogni anno non è mai quello giusto per essere felici, speriamo sempre
nell’anno nuovo
● il passeggere esprime il pensiero leopardiano: "credete che sarà felice quest'anno
nuovo?”
= la vita quella bella, non è quella che viviamo ogni giorno (sogni -realtà)
● l’almanacco ha vissuto una vita dura, con difficoltà e tristezza, ma non cessa di
sperare che la sua vita migliori
○ v. 51: “speriamo” - spera e aspetta l’anno nuovo
○ = il presente non è mai quello giusto per essere felici
Venditore: Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?
Passeggere: Almanacchi per l’anno nuovo?
Venditore: Sì signore.
Passeggere: Credete che sarà felice quest’anno nuovo?
Venditore: Oh illustrissimo sì, certo.
Passeggere: Come quest’anno passato?
Venditore: Più più assai.
Passeggere: Come quello di là?
Venditore: Più più, illustrissimo.
Passeggere: Ma come qual altro? Non vi piacerebb’egli che l’anno nuovo fosse come qualcuno di
questi anni ultimi?
Venditore: Signor no, non mi piacerebbe.
Passeggere: Quanti anni nuovi sono passati da che voi vendete almanacchi?
Venditore: Saranno vent’anni, illustrissimo.
Passeggere: A quale di cotesti vent’anni vorreste che somigliasse l’anno venturo?
Venditore: Io? non saprei.
Passeggere: Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?
Venditore: No in verità, illustrissimo.
Passeggere: E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?
Venditore: Cotesto si sa.
Passeggere: Non tornereste voi a vivere cotesti vent’anni, e anche tutto il tempo passato,
cominciando da che nasceste?
Venditore: Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.
Passeggere: Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta né più né meno, con tutti i piaceri e i
dispiaceri che avete passati?
Venditore: Cotesto non vorrei.
Passeggere: Oh che altra vita vorreste rifare? la vita ch’ho fatta io, o quella del principe, o di chi
altro? O non credete che io, e che il principe, e che chiunque altro, risponderebbe come voi per
l’appunto; e che avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro?
Venditore: Lo credo cotesto.
Passeggere: Né anche voi tornereste indietro con questo patto, non potendo in altro modo?
Venditore: Signor no davvero, non tornerei.
Passeggere: Oh che vita vorreste voi dunque?
Venditore: Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz’altri patti.
Passeggere: Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell’anno nuovo?
Venditore: Appunto.
Passeggere: Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino
a tutto quest’anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d’opinione che sia stato più o
di più peso il male che gli è toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo
bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si
conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso
incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?
Venditore: Speriamo.
Passeggere: Dunque mostratemi l’almanacco più bello che avete.
Venditore: Ecco, illustrissimo. Cotesto vale trenta soldi.
Passeggere: Ecco trenta soldi.
Venditore: Grazie, illustrissimo: a rivederla. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi
DIALOGO DELLA NATURA DI UN ISLANDESE
● espressione del pessimismo cosmico - ovvero l’approdo di leopardi il pessimismo
cosmico
● le operette morali sono la conseguenza della delusione dopo la visita a Roma
(infelicità connaturata all’uomo)
● islandeese (emblema dell’uomo): Leopardi aveva letto un libro sulle difficili
convenzioni vitali dell’uomo
● donna (bella e terribile) come impersonificazione della natura
● Inizia il dialogo: l'islandese dice di star cercando di fuggire dalla natura
○ capisce che i piaceri non esistono si decide di evitare i patimenti
■ vita oscura e anonima = banale
○ si isola - libera dagli uomini ma l’islandese capisce che è impossibile rifugiarsi
dalle sofferenze
■ sofferenze: derivanti dalla natura (freddo ,caldo, fuoco…)
● comincia a viaggiare: vuole vedere se in un Altrove (metafora della ricerca
dell’Altrove) rinunciando dalla felicità si sarebbe potuto liberare dalla Natura e dalle
sue sofferenze
● in nessun luogo ha trovato la felicità
● cerca di trovare un posto nella natura dove la natura non lo affligge più
● giunge alla conclusione che la natura è nemica degli uomini
● La natura gli dice una cosa molto importante: pensi che il mondo sia fatto in funzione
degli uomini? La natura ha tutt'altri motivi e obiettivi se rendere l'uomo felice o infelice
- io non agisco in funzione dell’uomo
● uomo: allora perché mi hai messo al mondo?
● natura: risposta materialistica, dichiarando la natura materialistica del suo operato:
“sappi che la vita di questo universo è un perpetuo circuito di produzione e
distruzione di materia” => anche l'uomo fa parte di questo ciclo: materia che viene
distrutta e si riproduce sotto altra forma
● citazione importante per ogni volta che parliamo di materialismo e che lo descrive
● l’uomo si domanda: ma allora a chi giova l’universo, che viene conservata con la
morte di tutto ciò che compone?
● = tratta temi filosofici
● finale= grottesco, ma comunque una conferma di quanto detto nel testo
○ descrizione dei leoni che anche loro sono macilenti, affamatissimi, magrissimi
che comunque mangiano l’islandese per sopravvivere a quel giorno senza
sapere cosa sarà domani
○ frecciatina contro la moda di allora di saccheggiare i paesi extraeuropei e di
trasportare in Europa reperti storici
IL PASSERO SOLITARIO
● Tutta la poesia basata su un parallelismo tra un passero solitario che trascorrre la
primavera e il poeta che fa lo stesso
D’in su la vetta della torre antica,
Passero solitario, alla campagna
Cantando vai finchè non more il giorno;
Ed erra l’armonia per questa valle.
Primavera dintorno
Brilla nell’aria, e per li campi esulta,
Sì ch’a mirarla intenerisce il core.
Odi greggi belar, muggire armenti;
Gli altri augelli contenti, a gara insieme
Per lo libero ciel fan mille giri,
Pur festeggiando il lor tempo migliore:
Tu pensoso in disparte il tutto miri;
Non compagni, non voli,
Non ti cal d’allegria, schivi gli spassi;
Canti, e così trapassi
Dell’anno e di tua vita il più bel fiore.
● la primavera = metafora per giovinezza
● il paesaggio esulta e brilla dalla primavera
● tu te ne stai pensoso in disparte e ti limiti ad osservare
● non ti interessa l’allegria e ti limiti a cantare, divertirsi e così ti perdi il più bel periodo
dell’anno ovvero della tua vita
Oimè, quanto somiglia
Al tuo costume il mio! Sollazzo e riso,
Della novella età dolce famiglia,
E te german di giovinezza, amore,
Sospiro acerbo de’ provetti giorni
Non curo, io non so come; anzi da loro
Quasi fuggo lontano;
Quasi romito, e strano
Al mio loco natio,
Passo del viver mio la primavera.
Questo giorno ch’omai cede alla sera,
Festeggiar si costuma al nostro borgo.
Odi per lo sereno un suon di squilla,
Odi spesso un tonar di ferree canne,
Che rimbomba lontan di villa in villa.
Tutta vestita a festa
La gioventù del loco
Lascia le case, e per le vie si spande;
E mira ed è mirata, e in cor s’allegra.
Io solitario in questa
Rimota parte alla campagna uscendo,
Ogni diletto e gioco
Indugio in altro tempo: e intanto il guardo
Steso nell’aria aprica
Mi fere il Sol che tra lontani monti,
Dopo il giorno sereno,
Cadendo si dilegua, e par che dica
Che la beata gioventù vien meno.
● neppur io so spiegarmi il perché mi disinteresso sia dei divertimenti e delle risate e
addirittura mi disinteresso dell’amore che è fratello della giovinezza e passo la
primavera della mia vita come un eremita, come un estraneo al mio luogo natio
● descrizione di un episodio della vita
● nel giorno della festa del patrono, si usa a festeggiare nel nostro borgo
● questi suoni che echeggiano da lontano sono per Leopardi vaghi, e per questo
evocano un’idea di raffinatezza
● anche le ragazze possono uscire, tutti sono allegri
● antitesi: lui non è con gli altri, è in solitudine
● il sole mi ferisce lo sguardo che tramontando sta sparendo e pare il sole che dica che
la gioventù sta anche svanendo
● il sole: come un monito che ci avverte che anche la gioventù sta passando
Tu, solingo augellin, venuto a sera
Del viver che daranno a te le stelle,
Certo del tuo costume
Non ti dorrai; che di natura è frutto
Ogni vostra vaghezza.
A me, se di vecchiezza
La detestata soglia
Evitar non impetro,
Quando muti questi occhi all’altrui core,
E lor fia voto il mondo, e il dì futuro
Del dì presente più noioso e tetro,
Che parrà di tal voglia?
Che di quest’anni miei? che di me stesso?
Ahi pentirommi, e spesso,
Ma sconsolato, volgerommi indietro.
● antitesi tra sé e l'uccellino
● non rimpiangerai di aver vissuto in solitudine perché ogni vostro atteggiamento è
frutto della natura
● io quando sarò vecchio come giudicherò questo mio comportamento?
● risposta: me ne pentirò, e spesso e mi volgerò indietro disperato
CANTO NOTTURNO DI UN PASTORE ERRANTE DELL’ASIA
● composto da Leopardi dopo che avrebbe letto un articolo su pastori Kirghisi che pare
avessero l’abitudine di notte di intonare canti alla luna
● ispirato da questa informazione scrive questo canto
● l’io lirico: pastore che si rivolge alla luna
● il pastore interroga la luna sul significato della vita del sul universo e del significato
dell’uomo
● la luna è spesso accompagnata da uno o'più aggettivi che mirano ad attribuire alla
luna una distanza dall’uomo, una imperscrutabilità, una indifferenza verso l’uomo, la
sua vita e la condizione umana; da questo punto di vista la luna può essere assunta
al simbolo della natura (del dialogo della natura e un islandese) cioè indifferente alle
sorti dell’uomo (anche si qui non appare così spaventosa)
○ luna silenziosa = lontana, muta
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● la luna percorre la propria orbita e svolge sempre il proprio ciclo
● le domanda se non è stufa di fare sempre lo stesso ciclo e di osservare queste valli?
la tua vita assomiglia a quella del pastore, perché anche il pastore si alza all'alba,
muove il gregge e vede sempre le stesse cose: gregge, prati e stanco si riposa. Non
ha speranza di cambiamento = vive sempre la stessa vita, monotona
● si pone interrogativi sullo scopo della vita monotona del pastore e dell’immortale
esistenza degli astri
● risponde con una metafora tragica (ispira a Petrarca): muovesi vecchierel
○ vecchierello che con fatica arriva alla meta = morte nella quale dimentichiamo
tutto, dopo la morte il nulla
● = vita che prosciuga ogni forza
3. strofa
● spiega il perché la vita sia sofferenza, fatica e infelicità
○ la nascita è fatica e tormento - rischio di morire
● la luna non si cura: è lontana e immortale
○ la luna invece sa le mille cose che sono nascoste al pastore
● intatta luna = insonsa
● guardandola il pastore si interroga sul senso dell'esistenza e sulla ciclicità (astri che
ruotano e poi tornano sempre sullo stesso punto)
● 100-104: capisco e sento solo questo, che dell'eterno ruotare dell’universo e della
mia fragile esistenza - confronta il grande e il piccolo, qualche vantaggio o
soddisfazione forse c’è l'avrà qualcun altro; per me la vita è male
● segue il paragone tra uomo e animale (già nel passero solitario) - la condizione
umana e quella animale (riflessione su ciò che vede ogni giorno)
○ il pastore esprime invidia il gregge perché non soffre quasi mai perché scorda
subito tutto non ti invidio per questo, ma perché non ti annoi (oggi:
depressione)
○ il gregge si accontenta di quello che ha e ne sta quasi tutto l anno seduta
sull’erba
○ anche lui si siede ma subito un fastidio lo turba e non riesce a stare più
fermo, eppure non desire nulla - scontentezza quando non c’è n'è motivo
○ sei fortunata, io invece provo pochi piaceri e felicità
○ vuole chiederle: perché voi riuscite a stare oziosi e appagati? perché invece
io ho questa impazienza ingiustifi
● finale: immagine che se fosse un'aquila sarebbe più felice
● forse in qualsiasi forma e stato (se si nasce animale o uomo) il giorno di nascita è
funesto
○ Forse in qual forma, in quale
Stato che sia, dentro covile o cuna,
E’ funesto a chi nasce il dì natale.
LA GINESTRA, O FIORE DEL DESERTO
● Rappresenta l’ultima fase del pessimismo leopardiano, chiamata la fase eroica,
quella in cui Leopardi invita gli uomini ad allearsi tra loro per combattere il nemico
comune
● queste riflessioni sono ispirate a Leopardi dal panorama che vede dalla villa di torre
del Greco in cui si è rifugiato con Antonio e sua sorella per fuggire dal colera che
imperversava Napoli
● le ginestre nonostante la lava continuano a crescere sulle pendici del vesuvio
● in questa poesia il Leopardi polemizza anche contro il gruppo Napoletano di
spiritualisti cattolici che credevano nel progresso dell’umanità (=avevano una visione
ottimistica della condizione umana)
● alla lirica premessa un motto del vangelo di Giovanni
● E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce* (Giovanni, III, 19)
● gli spiritualisti con cui polemizza scelgano l’inconsapevolezza a proposito della
tragicità della condizione umana
○ (invece che scegliere la luce =la consapevolezza)
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● Leopardi si rivolge alla ginestra rallegrandosi di rivederla in quel paesaggio brullo
reso tale dalla lava
● lì intorno in passato sorsero villaggi e campi, pascolarono armenti, furono giardini e
palazzi di ricchi, furono città famose (POmpei ed Ercolano) ora invece non c'è altro
che desolazione. Solo tu fiore gentile esali un profumo che consola questo deserto:
tutto infatti è stato distrutto da Vesuvio
● Vesuvio: simbolo della forza distruttrice della natura
● venga qui chi ha l’abitudine di lodare e esaltare la nostra condizione. venga qui a
vedere quanto la natura ci ami e come questa dura nutrice (v.44) possa con minimi
moti distruggerci del tutto
● prima parte termina con: in questi luoghi sono raffigurate le "magnifiche sorti e
progressive” (v.51) dell’uomo
● v.51: scritto in corsivo perché si tratta di una citazione di una lettera di un cugino di
Leopardi spiritualista cattolico il quale soleva il destino magnifico e progressivo
dell’uomo => si dimostra polemico
● mette a confronto la potenza distruttrice del Vesuvio e l’irrilevanza umana
2. STROFA
● Guardati e specchiati in questi luoghi
● v. 53: secol superbo e sciocco = polemica contro il reo tempo, che viene
rappresentato dai spiritualisti cattolici che per Leopardi sono dei vili
● che sei regredito rispetto al Illuminismo e ti vanti invece di progredire
● tutti gli ingegni ti adulano, io invece non morirò con tale vergogna, ma anzi, voglio
mostrarti a viso aperto il mio disprezzo (riferendosi al secol) anche sapendo che chi
è molesto al proprio tempo è destinato all'oblio
● questa sorta mi accomunerà a te e comunque me ne infischio
● v. 80: sei un vigliacco, tanto che ha rivolto le spalle all’età della ragione e all’età
dell'illuminismo e fuggi chiamando vile chi ha il coraggio di guardare in faccia la
realtà. Chi povero ma malato, ma nobile di stima, non definisce se stesso forte e
ricco perché questo sarebbe ridicolo, ma si dimostra così com’è senza vergogna,
perciò non credo che sia nobile d’animo, ma stolto, colui che nato per morire, nutrito
di sofferenze dice sono nato per essere felice e di “fetido orgoglio empie le carte” -
scrive opere piene di disgustoso orgoglio
● al contrario, l’uomo nobile (di spirito) e chi osa guardarlo il fato comune senza timore
e che con franchezza ammette la nostra condizione bassa e fragile; nobile è colui
che non incolpa gli altri uomini della propria felicità ma la natura che degli uomini
“madre è di parto e di voler matrigna” - è madre degli uomini ma si comporta come
matrigna (v.125)
● combattere contro altri uomini è così stolto come se in un campo accerchiato dagli
amici all’apice degli assalti dentro l’accampamento i soldati dimenticassero i nemici e
incominciassero a combattere tra di se
● gli uomini dovrebbero allearsi per combattere contro la natura amando veramente il
prossimo e comportandosi in modo solidale con lui
FINALE
● v. 297: la ginestra divenne simbolo dell’uomo nobile (perché resiste alla natura- forza
del Vesuvio)
● stenderai un’avida coltre sui tuoi dolci cespugli
● anche la ginestra è destinata a morire e a soccombere di fronte alla natura
● quando ciò accadrà piegherai il tuo capo sotto la lava senza ribellarti, pur non
avendolo piegato fino ad allora invano supplicando vilmente il futuro oppressore, ma
anche pur non avendolo eretto con “forsennato orgoglio” per questo tu fosti più
saggia, molto meno debole dell’uomo
● = ginestra simbolo dell’uomo, cresce lì; quando la lava la ricoprirà, non si ribellerà;
ma è importante come vivrà fino ad allora => fino ad allora non avrà piegato la testa
per supplicarlo - non sarà vile e patetica, ma non avrà eretto la testo con un orgoglio
patetico - come invece fanno i spiritualisti cattolici
● tutta la sua opera: ricerca di valori, tentativo di ribellarsi