Capitoli
Capitoli
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La globalizzazione è un fenomeno di recente sviluppo che ha investito le nazioni e gli individui, portandoli ad una
radicale trasformazione.
La teoria della globalizzazione nasce in risposta alla precedente teoria della modernizzazione, la quale sosteneva che
nel resto del mondo ogni forma di sviluppo in ogni società remota potesse solo seguire le orme di un percorso che
l’occidente aveva già sperimentato, e che quindi la società occidentale fosse la tappa avanzata di un unico percorso
che tutte le società stavano intraprendendo, e alla quale tutti sarebbero arrivati col passare del tempo. La teoria della
globalizzazione ha invece smentito la teoria della modernizzazione, in quanto grazie alla prima è risultato evidente
che non esiste un solo percorso percorribile e che le società possono evolversi seguendo strade diverse, non
convergendo verso un unico punto d’arrivo. La teoria della globalizzazione, infatti, vede le società internazionali come
teatri di percorsi di sviluppo fra loro diversi e a volte contrapporti, che nascono e si sviluppano in modo indipendente
in ciascuna area del mondo.
Cosa si intende con il termine globalizzazione? Globalizzazione è processo o insieme di processi a livello
transplanetario che da un lato si sviluppa come costante aumento di flussi multidirezionali che vedono la circolazione
di individui, idee, merci, luoghi, informazioni (flussi che diventano sempre più liquidi), e dall’altro si sviluppa come
creazione di strutture stabili, solide che hanno la funzionalità di agevolare e accelerare il flusso di questi fenomeni (lo
sono ad esempio le rotte di flussi migratori illegali o le linee aeree) oppure di rallentare o fermare i flussi globali – di
cui parlavamo inizialmente – come i confini degli stati, i controlli doganali etc..
Il fenomeno della globalizzazione quindi, a seconda di come si declina, può favorire una maggiore integrazione come
può al contrario ridurre l’integrazione.
La globalizzazione si collega al fenomeno del transnazionalismo, ossia al fatto che gli individui e i gruppi sociali siano
interconnessi e che tale connessione vada al di la dei confini nazionali. Il transnazionalismo si lega alla
transnazionalità, che indica lo sviluppo di comunità, identità, relazioni multipersonali che superano i confini degli
stati.
Nonostante i fenomeni di transnazionalismo e globalizzazione siano spesso sovrapposti e considerati della stessa
portata, in realtà il transnazionalismo è una dimensione del fenomeno della globalizzazione, che è molto più ampio. Il
transnazionalismo vede come propria barriera, come propria “struttura” solo i confini nazionali, mentre la
globalizzazione è un fenomeno che ha come limiti strutturali anche altre forme di strutture, che non si limitano ai
confini nazionali.
Cosa si intende con il termine società civile? Questo termine è stato originariamente coniato da Tocqueville,
mediante uno studio di osservazione della società americana. Si tratta di una rete di soggetti non politici, di stampo
associativo, che permettevano una costante interazione fra individui che permetteva a questi di agire in concerto per
il perseguimento di fini comuni. La società civile moderna si sviluppa solo dopo la fine della Seconda guerra mondiale
(la società preesistente viene interamente distrutta dai regimi dittatoriali).
A partire dagli anni Settanta/ottanta, la società civile assume una dimensione sempre più globale (a partire da quanto
movimenti di resistenza internazionale cominciano a lottare contro il regime comunista in Europa dell’Est e
parallelamente in Sudamerica si sviluppano movimenti per contrastare regimi dittatoriali. Negli anni Novanta si
sviluppa anche nella dimensione della difesa dei diritti umani (con la diffusione dell’AIDS).
La società civile è la dimensione nella quale gli individui possono interloquire con la dimensione politica e la
dimensione economica, e a volte la società civile ha la capacità di influenzare queste due dimensioni. La società civile
ingloba al suo interno sia gli ambienti che le azioni che si svolgono negli ambienti.
Se in passato lo sviluppo di una società civile era legato alla dimensione più nazionale, di recente ha assunto portata
di livello globale, dando vita ad organizzazioni capillarizzate in tutto il mondo. La società civile globale che si sta
sviluppando in tempi recenti ha carattere non-governativo, è composto da processi sociali.
A fronte dell’indebolimento delle potenze nazionali, la società civile globale si sta rinforzando sempre di più.
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Il fenomeno della globalizzazione può essere analizzato sotto numerosi punti di vista: quello economico, quello
istituzionale, quello culturale. In ognuno di questi ambiti, però, notiamo che gli studiosi hanno elaborato teorie di
come la globalizzazione abbia portato ad una generale omogeneizzazione o di come, al contrario, abbia favorito una
frammentazione delle realtà in quell’ambito di studi.
Anthony Giddens
Propone una visione controversa del fenomeno della modernizzazione; questa visione è rappresentata dalla
metafora dell’autotreno. Giddens vede la modernità come un autotreno, il quale ha forza per spingersi in avanti
schiacciando tutto ciò che trova lungo il proprio percorso. I piloti dell’autotreno non controllano bene la strada, e
potrebbero perdere il controllo del mezzo. L’autotreno, come la modernità può portare benefici e pericoli.
Giddens sottolinea nella sua teoria il legame – secondo lui esistente – fra globalizzazione e rischio. La maggior parte
del mondo cambia ad una velocità tale da essere incontrollabile, ma esistono forme e strutture che possono
rallentare il processo di cambiamento (e secondo il teorico, le democrazie possono svolgere un’importante funzione
in questo senso). È quindi possibile limitare i danni provocati dal cambiamento, anche se possiamo controllarli del
tutto. Mentre da un lato ci sono soggetti, come i paesi sviluppati occidentali, che rallentano il fenomeno, dall’altro ci
sono i paesi in via di sviluppo che lo alimentano. Inoltre, come le potenze sviluppate hanno in passato influenzato i
paesi sottosviluppati, adesso l’influenza sta diventando bidirezionale.
Il fenomeno della globalizzazione si sta sviluppando in modo sempre più decentralizzato, a mano a mano che
i paesi non occidentali stanno acquistando un ruolo protagonista nella scena globale.
Nella sua teoria, Giddens teorizza anche quello che ritiene essere lo scontro fra fondamentalismo e
cosmopolitismo che caratterizza la società contemporanea: nonostante queste due dimensioni siano in netta
contrapposizione all’apparenza, il tradizionalismo stesso (al giorno d’oggi) si alimenta attraverso strumenti della
globalizzazione ed è considerabile esso stesso come prodotto della globalizzazione. Nonostante le due forze si
bilancino vicendevolmente, Giddens prefigura la nascita della società globale cosmopolita (in linea con la sua visione
storicistica e deterministica). Il fondamentalismo nella visione di Giddens è destinato a non durare (in parte perché
legato alla non violenza, in parte perché sovrastato dal cosmopolitismo).
Ulrich Beck
Beck distingue tra due termini che egli ritiene due fenomeni profondamente distinti: globalismo e globalità.
Il fenomeno del globalismo prevede che il mondo sia regolato e dominato dalla dimensione economica, e che stiamo
assistendo alla nascita di un mercato mondiale capitalista. La teoria di Beck si contrappone fortemente alla teoria del
globalismo e propone una visione della società globale molto più diversificata e multidimensionale.
Al fenomeno del globalismo – che Beck critica – si oppone il concetto di globalità dove quelli che fino a poco fa erano
considerati “spazi chiusi”, confini invalicabili dentro i quali si svolgevano le dinamiche sociali nel tempo presente non
esistono più, o sono talmente permeabili da essere inesistenti. Spazio chiuso per eccellenza erano gli stati nazionali,
considerati scatole a compartimenti stagni, che con il fenomeno della globalizzazione sono erosi in favore di processi
transnazionali di varia natura (economica si, ma anche etica, religiosa, linguistica, culturale, politica, sociale...). Niente
si limita più al locale, ma assume una dimensione transnazionale.
Il concetto di globalità è inoltre associato a quello della seconda modernità. Mentre l’epoca della prima modernità
era caratterizzata dal potere delle nazioni e dalla stabilità dei confini nazionali, il declino delle nazioni stesse porta
all’inizio di una nuova epoca, detta seconda modernità, segnata dalla denazionalizzazione, dall’ascesa delle
organizzazioni transnazionale e dal generale sviluppo di una dimensione transnazionale.
Bauman
Bauman descrive il processo di globalizzazione come una guerra di spazi, dalla quale emergono dei vincitori e dei
perdenti. I vincitori sono coloro che si muovono liberamente attraverso il globo, che sono mobili; sostiene che i
vincitori vivano più nel tempo che nello spazio, perché lo spazio assume una rilevanza di secondo piano mentre è il
tempo a scandire la vita di questa categoria di persone. I perdenti invece sono coloro che non hanno possibilità di
mobilità, che restano confinati al territorio dove vivono, senza prospettiva di allontanarvisi.
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Vi sono poi delle categorie intermedie, che hanno una minima possibilità di movimento. Vi sono i turisti, che si
muovono con ritmi meno frequenti ma che riescono a perseguire le proprie mete per assecondare desideri; i
vagabondi invece sono in movimento quasi per una condizione di necessità, perché trovano i confini territoriali
inospitali e si rifiutano di rispettarli.
Anche la categoria dei vincitori vive le sue problematiche: 1) per loro, è impossibile rallentare i ritmi di vista
scanditi dal sistema, e una volta intrapreso quello stile di vita sono sempre in movimento; 2) la costante mobilità è
legata ad un livello elevato di incertezza; 3) la continua mobilità diventano insostenibili come ritmo di vita e qualità
della vita nel lungo periodo.
LA TEORIA CULTURALE
Pieterse ha analizzato il fenomeno della globalizzazione osservando come questo influenza la dimensione culturale
nel mondo. Dalla sua analisi emergono tre visioni della “cultura globalizzata”.
Un primo paradigma è quello del differenzialismo culturale, secondo il quale le culture del mondo tendono a
mantenere una propria identità, rimangono intonse e prive di qualsiasi ingerenza culturale esterna; al massimo le
ingerenze potranno coinvolgere la superficie, ma la struttura portante della cultura sarà sempre solida e inalterata.
Questa teoria ha una tradizione di lungo corso, ma ha trovato particolare credibilità soprattutto dopo gli eventi
dell’11 settembre 2001 e conseguenti guerre in Medio Oriente.
Huntington in una sua opera espone in modo chiaro la teoria del differenzialismo culturale. Nel corso di tutta la
guerra fredda, gli equilibri mondiali erano stabiliti dalla dimensione politico-economica che prendeva la forma di un
dualismo fra capitalismo e comunismo. Una volta conclusasi questa fase di dualismo, si è aperta una nuova fase dove
a dettare gli equilibri del mondo diventano le differenze culturali, che diventano identità nemiche.
Le culture sociali, pur essendo numerose, presentano tutte delle caratteristiche comuni: 1) sono la forma di
associazione umana che esiste da più tempo, 2) sono il livello più ampio di identità culturale, 3) coprono più di uno
stato, 4) diventano totalitarie nella società, 5) sono fortemente legate alla religione e alla razza.
Nella sua opera letteraria, Huntington ripercorre la storia dello sviluppo delle società.
Circa 3000 anni fa le società che si erano sviluppate nel mondo vivevano in modo atomizzato, senza entrare mai in
contatto fra loro se non per rari e brevi momenti che spesso sfociavano in episodi di violenza.
A partire dal 1500 fino alla seconda metà del 1900, il globo ha visto una diffusione sostenuta della società occidentale
che è arrivata a prevaricare sulle altre imponendo un’egemonia culturale quasi assoluta. Questo è stato dovuto
soprattutto alle capacità tecniche ineguagliabili sviluppate in occidente, che avevano fatto dei paesi europei le
principale potenze commerciali e militari al mondo.
A partire dalla fine della Seconda guerra mondiale il globo si è trasformato in un sistema multipolare, con la presenza
prima di un dualismo di natura politica (capitalismo – comunismo) per poi trasformarsi – una volta crollato il
comunismo con la dissoluzione dell’URSS – assumere natura culturale, religiosa e civile.
Nonostante l’Occidente oggi detenga il primato nel determinare gli equilibri del mondo, è una potenza in discesa e il
suo declino è segnato. Nel frattempo, Huntington prevede l’ascesa di altre due culture: quella islamica e quella
orientale.
L’ascesa della cultura orientale avverrà prevalentemente per mezzo della crescita economica, che porterà paesi
come Giappone, Cina e in futuro anche l’India a diventare le nuove potenze mondiali. Di fronte ad una simile crescita,
l’occidente sarà impossibilitato ad imporre i propri standard.
L’autore poi prevede anche l’ascesa parallela della cultura islamica, che avverrà diversamente per mezzo di una
crescita demografica all’interno degli stati e della crescente mobilità delle popolazioni di questa cultura, che la
porterà ad essere velocemente espansa in tutto il mondo.
Huntington distingue otto diverse società nel mondo, ma tre sono le principali che ne determinano gli equilibri e
determinano le sorti del mondo: la civiltà occidentale, la società islamica e la società cinese.
Quello che prima era un conflitto capitalismo-comunismo, ora si è trasformato in un conflitto fra queste tre civiltà
ben distinte. Secondo l’autore, il conflitto scoppierà a causa della vocazione universalistica della cultura occidentale,
nonostante gli occidentali non abbiano le capacità e gli strumenti per rendere quella cultura realmente egemone nel
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mondo. Nonostante l’occidente abbia sempre manifestato la volontà di espandersi, ultimamente i flussi migratori
hanno fatto si che altre civiltà si spostassero in territori dove domina la cultura occidentale, provocando una
spaccatura dall’interno.
Huntington ritiene poi che ovunque vi sia un contatto con la cultura musulmana, quel contatto sia destinato a
sfociare in conflitto a causa della propensione della cultura islamica per il conflitto violento.
Nel libro, l’autore manifesta preoccupazione per il declino dell’occidente che è dovuto prevalentemente al declino
degli Stati Uniti; ritiene che per sopravvivere gli USA dovrebbero tornare protagonisti e principali esponenti della
cultura occidentale (ritorno del ruolo di leadership). È fondamentale che gli USA accettino rinuncino alle pretese
universalistiche e accettino l’esistenza di un sistema multipolare dove loro rappresentano la società occidentale –
ritiene sia la via più semplice per evitare lo scoppio di guerre di civiltà.
Il vero pericolo per l’occidente è il multiculturalismo, al quale Huntington contrappone come via da perseguire la
continuità culturale, il realizzarsi di una purezza culturale interna alla civiltà.
CONVERGENZA CULTURALE
Una teoria opposta sostiene invece che la globalizzazione abbia favorito un processo di convergenza culturale e di
omogenizzazione su scala globale, portando ad una crescente somiglianza delle strutture sociali in tutto il mondo.
Questa teoria sostiene che a causa dell’influenza della globalizzazione le culture sono cambiate nei decenni. Si tende
a notare una globale assimilazione rivolta a tutti i gruppi delle società dominanti.
L’autore sottolinea che, pur sostenendo la tesi della convergenza culturale, non ritiene che essa sia totalizzante:
ritiene infatti che i processi globali che portano allo sviluppo di fenomeni simili in tutto il mondo siano affiancati da
fenomeni locali; anzi, sostiene addirittura che l’avvento di fenomeni globalizzanti permetta una rinascita anche dei
fenomeni locali.
Tesi della McDonaldizzazione – si basa sull’applicazione del modo di produzione tipico della catena fast food
McDonalds alle dinamiche comportamentali che si stanno sviluppando nella società globale. È un processo per cui i
principi del fast food influenzano i settori della società americana e globale.
Il fenomeno della McDonaldizzazione ha alcune caratteristiche principali
Efficienza – in questo processo lo scopo è scoprire quali sono i mezzi migliori possibili per conseguire le
finalità desiderate, e applicarli in qualsiasi ambito della società. All’interno del fast food (e parallelamente
nella società) si sviluppano una serie di norme non scritte che rendono le azioni quotidiane meccaniche allo
scopo di massimo efficientamento
Calcolabilità – la quantità assume maggior importanza della qualità delle azioni e dei prodotti elaborati.
L’enfasi posta sulla velocità delle azioni va a discapito della qualità, e questo sfocia in insoddisfazione
generale, alienazione e costante ricambio.
Prevedibilità – alcuni meccanismi, alcuni aspetti sono gli stessi e si ritrovano in praticamente ogni contesto,
indipendentemente da spazio e tempo.
Controllo – sia dei dipendenti che dei consumatori, esercitano attraverso l’onnipresenza di macchine che
svolgono servizi o che aiutano gli umani a farlo.
Irrazionalità della razionalità – fenomeni di massimizzazione dell’efficienza possono comunque dare spazio a
situazioni di inefficienza, provocando a catena situazioni di degrado.
Altro fenomeno a cui l’autore fa riferimento è la globalizzazione del nulla. Si parla di globalizzazione del nulla quando
assistiamo alla diffusione globale e all’omogenizzazione di strutture e forme vuote, svuotate del loro contenuto.
Consiste nell’esportazione di “scheletri”, di cassetti vuoti che ogni realtà locale può scegliere di riempire come
preferisce, provocando comunque inevitabilmente assimilazione globale. Le forme sono vuote in quanto svuotate,
provate del loro contenuto distintivo. Sono più facili da esportare e far radicare in altre società e parti del mondo
rispetto a contenuto sostanziali, rispetto a strutture “piene”; queste ultime infatti potrebbero avere caratteristiche e
tratti distintivi che potrebbero potenzialmente entrare in conflitto con la cultura e società locale ed essere così
rigettate. Le strutture vuote sono adattabili a qualsiasi tipo di realtà locale, a qualsiasi tipo di particolarismo
territoriale e per questo sono ben accette in ogni parte del mondo.
L’autore presenta quattro tipologie di “nulla”:
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non-luoghi – ambienti vuoti, strutture fisiche standardizzate ed esportate nel mondo (esempio: centri
commerciali)
non-cose – oggetti standardizzati con stessa forma e colore (carte di credito)
non-persone – coloro che lavorano all’interno di “non luoghi” (chi lavora all’interno del mondo delle
televendite, che viene trasmesso in diretta in numerose parti del mondo)
non-servizi – servizi erogati attraverso macchinari, in cui l’essere umano deve eseguire operazioni per far
funzionare il macchinario in modo che il macchinario eroghi il servizio (es. servizi self-service)
Il concetto di globalizzazione del nulla ha un legame molto stretto con il concetto di grobalizzazione – dal termine
“grow”, crescere – che si tratta di un fenomeno in costante aumento per il quale l’unico obiettivo che le imprese e le
attività hanno è quello di crescere, di espandersi sia territorialmente che economicamente, indipendentemente dal
servizio offerto e dalle modalità con le quali viene offerto. L’unico interesse è la crescita, anch’essa svuotata di un
contenuto sostanziale.
IBRIDAZIONE
Il terzo paradigma che propone un’analisi della globalizzazione avvenuta in ambito della cultura è quello
dell’ibridazione. Questo paradigma sostiene che il fenomeno della globalizzazione e della diffusa omogeneità si
unisce alla nascita di culture ibride, nuove e originali, che non sono assimilabili né alla realtà globale né a quelle
locali.
La nascita di queste culture ibride porta ad una maggiore eterogeneizzazione sociale. Concetto chiave di questo
fenomeno è il termine glocalizzazione – questo termine indica la penetrazione del locale con il globale, che da vita a
effetti unici in ogni area geografica. Al contrario della grobalizzazione dove venivano esportate strutture vuote, nella
glocalizzazione si creano in loco strutture in parte piene di significato, sostanziali. Le caratteristiche che possiamo
attribuire a questo fenomeno sono:
pluralismo ed eterogeneità: questo fenomeno tiene di conto delle differenze e sensibilità; enfatizza le
diversità opponendosi invece all’assoluta omogeneizzazione tipica della grobalizzazione.
Individui e strutture hanno grande potere di adattarsi e plasmare strategicamente il mondo
I processi sociali non sono “preconfezionati”, ma sono di natura relazionale e contingente. Possono provocare
effetti diversi
I beni e i media non sono sfruttati a scopo coercitivo, ma sono considerati strumenti utilizzabili per la
creazione e diffusione di materiale culturale.
Altro concetto che si lega al fenomeno dell’ibridazione sociale è quello della creolizzazione. I creoli sono
comunemente individui di razza mista. Il fenomeno della creolizzazione è inteso come la mescolanza di più linguaggi
o culture diverse, che in passato erano rigidamente separati.
Appadurai elabora nella sua opera letteraria al teoria dei paesaggi. In questa teoria, l’autore evidenzia i flussi globali e
le linee di separazione che si creano tra quei flussi, analizzando e producendo gli ibridi culturali presenti nel
panorama mondiale. Individua cinque diversi flussi globali da analizzare, e sceglie per ognuno il suffisso -scape in
riferimento al paesaggio per richiamare alla mancanza di confini specifici, di rigidità, alla variabilità e alla fluidità.
L’aspetto interessante di questa teoria riguarda il fatto che gli strumenti interpretativi possono essere utilizzati da
chiunque faccia parte di un panorama o della società in generale; anche se, ovviamente, i flussi vengono
regolamentati da chi detiene il potere, Appadurai ritiene possibile che ogni membro della società possa immaginarsi
la forma che quelli dovrebbero avere. La capacità di rielaborazione dei panorami ne ridefinisce le forme, e in alcuni
casi arriva ad avere potere sovversivo.
I panorami elaborati da Appadurai sono di cinque tipi (perché toccano cinque dimensioni diverse):
Ethnoscapes – individui o gruppi con caratteristiche accomunanti che si spostano, in continuo movimento.
Rientrano in questo paesaggio l’analisi dei flussi migratori.
Technoscapes – processi che analizzano il movimento e la configurazione globale della tecnologia meccanica
e informativa; analizza come viaggiano le informazioni, sotto che forma valicano i confini nazionali
Financescapes – processi attraverso cui denaro o forme di finanziamento si spostano attraverso gli stati
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Mediascapes – i processi che regolano questi flussi riguardano la capacità di creare e trasmettere
informazioni, immagini o qualsiasi tipo di fonte in grado di influenzare le persone.
Ideoscapes – sulla falsa riga dei mediascapes, sono processi che vedono lo svilupparsi di flussi ideologici,
veicolati spesso da immagini o fonti scritte/visive, che solitamente vengono prodotti da uno stato in linea con
la propria ideologia e successivamente diffusi in tutto il mondo.
Tre cose a cui prestare attenzione: 1) i paesaggi sono processi globali che sono in parte o totalmente indipendenti dal
soggetto dello stato da cui vengono prodotto e/o nel quale permeano; 2) oltre ai flussi che permeano e passano
attraverso gli stati, bisogna sempre tenere di conto che in alcuni casi gli stati pongono delle cesure che impediscono
lo sviluppo e la propagazione dei flussi; 3) i territori geografici sono attraversati in modo diverso dai paesaggi e dalle
cesure: in ogni luogo, questi processi si sviluppano in una maniera totalmente peculiare e legata alle caratteristiche
locali. Nonostante i processi siano generali e universali, prendono forma in numerosi modi diversi per cui
compongono complessivamente un panorama molto differenziato ed eterogeneo.
LA TEORIA ECONOMICA
La lettura del fenomeno della globalizzazione all’interno della dimensione economica si declina soprattutto in ottica
neoliberista, perché durante la globalizzazione sono state le teorie neoliberiste a fare da padrone nel panorama
mondiale. Il neoliberismo è una teoria che si applica sia all’economica che alla politica (dimensioni strettamente
collegate fra di loro).
Le teorie neoliberiste nascono come reazione ad un periodo storico in cui aveva predominato la teoria keynesiana
unita con la teoria marxiana, che insieme vedevano da un lato una forte limitazione del mercato libero da vincoli
sociali e politici e una forte normativizzazione, e dall’altro l’applicazione di un’economia di collettivizzazione e
programmazione statale. Dopo la Grande depressione e la dissoluzione dell’URSS, segno del fallimento di questi
modelli economici, si riafferma quindi una nuova ondata di liberismo economico, segnata questa volta dalla novità
dell’impegno politico nel favorire la libertà individuale e contrario all’intervento statale.
Uno dei principali studiosi della teoria neoliberista è Easterly. Si oppone ad ogni forma di collettivismo in quanto
ritiene che inibisca o distrugga la libertà.
Easterly ritiene che la libertà economica sia legata a doppio nodo al successo economico: la libertà economica
consente la realizzazione del successo economico, secondo le seguenti motivazioni:
1. Vivere in un regime di libertà economica consente a tutti gli individui che agiscono in economica di
sperimentare percorsi diversi: i modelli che funzionano restano e vengono riutilizzati, mentre quello
fallimentari vengono semplicemente eliminati. Nel lungo periodo, restano solo le azioni che si sono
dimostrate funzionanti e di successo.
Un soggetto pianificatore centrale non potrebbe mai fare una cosa simile, perché in un mercato si può
intraprendere un solo percorso alla volta e il processo richiederebbe quindi mooolto più tempo. Il
pianificatore centrale non può arrivare ad avere la quantità di conoscenza economica e di strumenti e modelli
che si creano in poco tempo in un mercato libero
2. I mercati liberi offrono continuamente e immediatamente feedback su quali azioni funzionano e quali no
3. In un mercato libero, le risorse sono costantemente riallocate a favore dei modelli funzionanti; in un mercato
pianificato, invece, c’è più possibilità che le risorse restino su progetti fallimentari perché vi è più possibilità
che vi siano dietro degli interessi nascosti
4. Nei mercati liberi è possibile operare cambiamenti di larga scala in periodi di tempo relativamente brevi
grazie alla flessibilità delle dinamiche di mercato, mentre non è possibile in un mercato pianificato
5. Grazie ai sistemi di protezione a favore degli imprenditori e degli investitori, è più facile che un soggetto
economico nel libero mercato si assuma rischi e a sperimentare modelli nuovi (cosa che non accade in
economie pianificate).
Nei mercati neoliberisti, le istituzioni dovrebbero quindi impegnarsi in: 1) creare un clima favorevole al business per
permettere alle imprese di creare capitale – perché il successo del mercato andrò a beneficio di tutti; 2) privatizzare
settori che prima erano statali; 3) per i settori che non possono essere privatizzati, lo Stato deve garantire massima
efficienza, 4) contrastare gruppi di interesse (sindacati, movimenti sociali) che agiscono per limitare l’accumulazione
del capitale; 5) ridurre gli ostacoli e le barriere che impediscono il libero commercio.
Numerosi autori hanno criticato questo modello economico, accusandolo di andare solo a vantaggio delle élite e
tentando di apparire democratico quando in realtà non lo è. Lo accusano inoltre di avere delle profonde
contraddizioni interne.
Critiche al neoliberismo
Principale fautore di opere di critica al neoliberismo è l’economista Polanyi; sostiene che la teoria neoliberista sia
miope e basata sull’interesse egoistico. Ritiene non solo che il sistema di laissez-faire è possibile solo perché gli stati
lo tutelano e si assicurino che regga, ma anche che se fosse lasciato a se stesso porterebbe la società
all’autodistruzione. Nonostante la teoria neoliberista sia sempre stata presentata come unanimemente condivisa e
sostenuta in certi paesi del mondo, in particolare Europa e Nord-America, Polanyi sottolinea che a sostenere questo
modello economico non sono intere società ma solo specifiche classi dentro di esse, che traggono dal mercato libero
particolari condizioni di vantaggio economico. Quelle classi, molto poco popolose ma molto potenti, sono riuscite ad
imporre il proprio paradigma sul resto della società, rendendo il neoliberismo il modello predominante in società.
Alla teoria del laissez-faire, Polanyi oppone la teoria del doppio movimento, che teorizza una serie di strumenti che lo
stato può utilizzare invece per difendersi dalle conseguenze dell’economia neoliberista.
Nell’idea di mercato ideata da Polanyi, si prevede la fine del dominio esercitato dal libero mercato e dei mali da esso
causati; l’autore ritiene infatti che un modello economico più regolamentato sia in grado di garantire maggiore libertà
agli individui.
C’è da considerare che l’opera è stata pubblicata nel 1944; Polanyi ripone le aspettative dell’arresto del neoliberismo
negli stati-nazione, che però come sappiamo perdono tutto il loro potere con l’avvento della globalizzazione nella
seconda metà del XX secolo. Il superamento del neoliberismo è diventato nuovamente possibile solo con la crisi
economica del 2008 che ha visto piegarsi le principali economie neoliberiste del mondo.
Altre critiche contemporanee mosse al neoliberismo sono, ad esempio, il fatto in esso si associ il benessere generale
al benessere economico, e che si presuma che una persona stia bene quando sia economicamente stabile e
indipendente. Non si contemplano altri tipi di benessere, come quello intellettuale o affettivo.
Il neoliberismo, inoltre, è stato accusato di aver provocato profonde crisi finanziarie in più parti del mondo e questo
modello, invece di generare nuova ricchezza come era stato teorizzato, ha solamente contribuito a redistribuire
quella esistente a favore dei ricchi, allargando la forbice sociale.
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Si stanno però manifestando segnali evidenti di un imminente crollo di questo modello economico, e si presume che
esso sia pronto ad essere sostituito da nuovi modelli, in particolar modo di stampo neomarxista.
Altro importante critico del sistema capitalista, oltre che teorico di un’importante teoria neomarxista, è Sklair. Sklair
distingue fra due sistemi di globalizzazione: il capitalismo globale, che è il sistema predominante ora, e il socialismo
globale, che teorizza e auspica.
La sua opera presenta prima un’importante e approfondita critica al capitalismo transnazionale, Sklair approfondisce
quelle che definisce pratiche transnazionali, ossia ambiti globali in cui il capitalismo si dispiega e che influenza.
La prima è la pratica transnazionale economica, dove dominano le corporazioni internazionali, ossia
corporazioni portatrici di interessi settoriali che assumono dimensione globale, svincolandosi dai limiti territoriali
nazionali.
La seconda è la pratica transnazionale politica dominata dalla classe capitalista transnazionale, la quale a sua
volta si distingue internamente in quattro porzioni: la componente aziendale (composta da dirigenti delle
multinazionali e delle grandi corporazioni transnazionali, inclusi i dirigenti delle sedi locali); la componente statale
(composta dalle istituzioni statali che assumono ruolo decisionale nel determinare gli equilibri e i flussi della
globalizzazione); la componente tecnica (professionisti della globalizzazione) e la componente consumista (composta
dai dirigenti in ambiti economici, commerciali e finanziari).
La classe capitalista transnazionale si definisce tale perché:
La terza è la pratica transnazionale cultural-ideologica, dove secondo Sklair la comunicazione e l’ideologia del
consumismo assumono particolare importanza nel processo di globalizzazione. Le modalità di comunicazione sono in
grado di esercitare controllo ideologico sulle persone soprattutto attraverso la pubblicità. L’influenza culturale spinge
al consumo di beni, che va a vantaggio delle grandi corporazioni.
Sklair propone, come alternativa al capitalismo transnazionale, il modello del socialismo transnazionale o
globalizzazione socialista. L'autore sostiene che questo nuovo modello si stia già radicando, e coglie questa tendenza
in alcuni aspetti della società contemporanea come la nascita di nuovi movimenti sociali e di gruppi
antiglobalizzazione, che si sono moltiplicati nel corso degli ultimi anni. Sottolinea in particolar modo la rilevanza dei
movimenti per i diritti umani, nei quali risiedono i “germogli” per lo sviluppo del nuovo modello.
Sklair inoltre sottolinea un aspetto innovativo e importante: nelle premesse dello sviluppo del modello capitalista, già
erano osservabili le cause che ne avrebbero provocato la decadenza e distruzione. Era un declino preannunciato, e si
poteva leggere negli stessi paradigmi del modello capitalista.
Altri due autori come Hardt e Negri hanno elaborato la teoria dell’impero. Secondo questa teoria, la modernità è
associata all’imperialismo per cui un numero ristretto di nazioni esercitano controllo centralizzato del resto del
mondo. Questa forma di controllo, però, non ha una sede fisica né una forma concreta: la sovranità dell’impero
risiede in un non-luogo e il potere non è legato ad un territorio specifico: è disperso attraverso il globo. L’impero non
ha confini di spazio (non ha confini territoriali) né di tempo (si pone l’obiettivo di durare in eterno). Non ha nemmeno
confini di espansione: mira a radicarsi quanto più possibile in profondità nelle strutture e modelli sociali.
L’impero fonda il proprio potere sulla struttura giuridica e sulla giuridicizzazione delle proprie azioni e politiche. Il
potere politico si costituisce nella forma di potere giuridico, e attraverso questo passaggio legittima tutto quello che
fa (anche azioni violente, come la guerra, sono giustificate se hanno come scopo quello di difendere l’ordine giuridico
costituito)1. La fonte del potere dell’impero risiede nella propria struttura giuridica.
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Le guerre in epoca contemporanea imperialista sono diventate quasi una missione sacra, volta a combattere chiunque sia
identificato come nemico dal sistema giuridico.
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L’impero si fonda su un principio imperativo triplice: arrivare ad includere la quantità maggiore possibile di fenomeni,
così da creare un mondo piatto dove sono eliminate le differenze, dove viene annullato il conflitto e la resistenza; le
differenze che esistono nel tessuto sociale da un lato sono celebrate socialmente, ma giuridicamente vengono
emarginate; l’impero tende a gerarchizzare al suo interno e a contenere le differenze all’interno della struttura
gerarchica.
Rispetto al modello di capitalismo studiato da Marx, questo modello risulta molto più astratto, nebuloso, difficile da
definire.
Se nella teoria marxista era la classe del proletariato a costituire l’opposizione al sistema costituito, chi fa opposizione
in questo modello neomarxista? Gli autori ritengono che non esista più una classe proletaria, e individuano un nuovo
nemico del sistema: la moltitudine. Come l’impero, anche la moltitudine è nebulosa e difficile da definire. La
moltitudine è l’insieme di persone sparse in tutto il mondo che, in forme diverse, permette all’impero di esistere,
sostenendolo e agendo nei paradigmi da esso dettati. Per la moltitudine, l’impero rappresenta un’entità parassitaria
che impedisce ad essa di esercitare la propria creatività e di essere positivamente produttiva.
La moltitudine però puoi scegliere di rovesciare l'impero sottraendosi a quei paradigmi e creando in modo
autonomo un contro-impero; questo può avvenire solo se anche la moltitudine, a sua volta, è deterritorializzata ed
esercita ovunque, senza avere un centro di comando specifico e fisico.
Gli autori quindi non ritengono che sia la globalizzazione il problema, ma il modello organizzativo capitalista a cui
essa si lega. Hardt e Negri elaborano infatti un modello di globalizzazione socialista, all’interno del quale è possibile
perseguire libertà ed eguaglianza universale. Gli autori conferiscono al fenomeno della globalizzazione una
connotazione quasi positiva, in quanto la ritengono fenomeno in grado di contrastare l'isolazionismo (dilagante
invece nel modello di società capitalista).
Questi autori sono gli unici all'interno della tradizione neomarxista a proporre un modello sociale di visione globale,
mentre tutti gli altri modelli si basano su un modello locale: concentrarsi e analizzare la dimensione globale è
fondamentale in quanto è ritenuta l'unica via per contrastare il fenomeno parassitario anch'esso di portata
globale(l’impero).
Le azioni che sovvertiranno l’ordine costituito e porteranno al crollo dell’impero sono azioni collettive e multilocali, e
sono fenomeni come il nomadismo, la diserzione, la migrazione. Azioni considerate di contrasto all’impero sono
anche quelle che prevedono trasformazioni corporali distintive (e quindi piercing, tatuaggi, o la liberalizzazione delle
pratiche sessuali).
Hardt e Negri sottolineano anche l’importanza di una dimensione che spesso passa in secondo piano ma che in epoca
post-moderna è fondamentale: la comunicazione. Il lavoro immateriale, intellettuale e legato anche alla
comunicazione assume un ruolo sempre più centrale. Siamo controllati da un linguaggio comunicativo uniforme e
scelto dall’impero, e per questo la comunicazione e il controllo dell’ideologia hanno un immenso potenziale
rivoluzionario a favore della moltitudine, che potrà esprimersi attraverso di essi.
La comunicazione è lo strumento attraverso il quale la moltitudine potrà creare un contro impero.
LA TEORIA POLITICA
Le due principali teorie che analizzano la politica per come essa si dispiega all’interno del fenomeno della
globalizzazione sono la teoria del realismo politico e la teoria dell’interdipendenza complessa.
La teoria del realismo politico sostiene che la politica internazionale si basa su potere, violenza e guerra. Sostiene
anche che gli stati siano i principali attori nel panorama mondiale. Sostiene anche che la forza e la violenza siano lo
strumento più efficace per esercitare il potere.
La teoria dell’interdipendenza complessa sostiene che gli stati-nazione interagiscono tra loro attraverso numerosi
canali, che si distinguono principalmente in due tipologie: normali e non ufficiali. I canali normali sono le classiche
interazioni intergovernative, che vedono protagonisti due o più stati. I canali non ufficiali sono invece le dimensioni
delle organizzazioni internazionali, piattaforme attraverso le quali gli stati si interfacciano grazie al ruolo
intermediario che svolte l’organizzazione internazionale.
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Le due teorie si differenziano principalmente per due elementi: la prima sostiene che la violenza sia strumento
fondamentale ed efficiente, mentre la seconda ritiene che la violenza sia destinata al declino e alla scomparsa
(quantomeno all’interno di aree geografiche dove i soggetti impareranno a comunicare).
Altro elemento distintivo fra le due teorie è che nella prima le organizzazioni internazionali giocano un ruolo
marginale, nella seconda sono riconosciute per avere un ruolo ben più rilevante, in quanto servono da catalizzatore
nella formazione di coalizioni.
La dottrina si è espressa in merito al futuro dello stato-nazione come soggetto della scena politica. Secondo una
componente importante della dottrina, la stabilità dello stato-nazione è minacciata da diversi processi globali come
l’economia che assume un carattere sempre più globale, i flussi di informazione, le rotte migratorie, la criminalità, la
droga…
Parte della dottrina pensa che l’indebolimento sia dovuto al crescente protagonismo delle organizzazioni
internazionali e globali.
Altra causa dell’indebolimento sembra essere il crescente aumento di problemi di scala globale, per i quali l’azione
statale risulta insufficiente rendendo necessaria un’azione globale (come la gestione della pandemia).
Per riassumere, si crede che lo stato nazionale sia diventato un soggetto politico “poroso”.
Vi è una parte (minoritaria) della dottrina che invece ritiene che lo stato nazione continui ad essere protagonista e a
rappresentare il soggetto principale nella scena globale.
Altri addirittura sostengono che il suo ruolo e il potere esercitato si siano addirittura rinforzati negli ultimi anni in
quanto negli ultimi anni è stato il soggetto politico chiamato a dare una risposta a numerosi problemi sorti a livello
globale (come l’aumento di episodi di terrorismo).
Un altro filone della dottrina sostiene che, nonostante sia vero che gli stati si siano indeboliti, il fenomeno della
globalizzazione non è così forte come si creda e che l’indebolimento è molto minore rispetto a quello che tutti
ritengono.
Cosa rende la globalizzazione una novità rispetto ad altri fenomeni storici che possono sembrare simili o che
sembrano in linea di continuità con essa?
1. Ruolo del capitale finanziario nell’assetto dell’economia mondiale: il capitale rende la dimensione economica
veloce, si moltiplica velocemente, più astratto, penetra più facilmente nelle strutture economiche degli stati.
2. Nella globalizzazione, le innovazioni in ambito tecnologico e informatico hanno segnato un importante cambio di
passo, e si sono messe a servizio dell’ambiente finanziario. L’utilizzo di strumenti informatici di ultima generazione
porta alla morte degli assetti economici nazionali (solidi fino alla rivoluzione informatica). La distruzione di assetti
economici nazionali a causa delle nuove tecnologie ha come conseguenza anche un indebolimento del concetto di
sovranità nazionale.
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3. La ricchezza prodotta dall’attività dei mercati finanziari elettronici è causa di crescente aumento del divario fra
ricchi e poveri (anche nei paesi sviluppati)
Nell’epoca della globalizzazione, il fenomeno della migrazione costante del capitale e della ricchezza da una parte
all’altra del mondo si sviluppa parallelamente con il fenomeno della migrazione di persone (sia ricche che povere) e
questi due fenomeni congiunti portano ad un aumento di tensione fra identità.
La permeabilità delle frontiere e la mobilità di merci, persone e denaro ha fomentato i dibattiti, sia all’interno che i
confini nazionali che tra stati, arrivando a costituire un nuovo potenziale di violenza. La violenza nel mondo
globalizzato è arrivata ad assumere le forme più diversificate; tutti questi esempi di violenza sembrano avere alcuni
minimi comuni denominatori come il fenomeno in aumento della violenza sistematica contro le donne, che
accomuna contesti di violenza nel Medio Oriente come negli ultramoderni Stati Uniti. Altra forma di violenza diffusa è
quella contro i bambini, che si manifesta nella costruzione di eserciti di bambini, nel loro coinvolgimento in guerra o
nello sfruttamento nelle filiere economiche di produzione. Vi sono poi numerose forme di violenza nei confronti delle
classi più povere, le quali subiscono le decisioni politiche che gli stati sviluppati impongono su territori non sviluppati
(politiche che, ad esempio, perseguono un determinato modello di ambientalismo).
Alcuni critici sostengono che tutti questi fenomeni (violenza sulle donne, sfruttamento dei minori, sfruttamento delle
popolazioni povere) siano semplicemente la continuazione della storia dell’essere umano, e che non siano
riconducibili alla globalizzazione come causa. Esistevano prima, e il fatto che esistano non è necessariamente perché
c’è la globalizzazione. A questa critica, l’autore risponde che molti degli eventi e dei fenomeni citati che si verificano
oggigiorno sono legati a doppio nodo alle trasformazioni dell’economia mondiale che hanno cominciato a realizzarsi a
partire dagli anni Settanta e dagli scontri fra popoli e società per l’acquisizione della sovranità nazionale (che in
passato non funzionavano come funzionano oggi).
Altro aspetto che ci fa capire che questi episodi e fenomeni siano invece legati alla globalizzazione è l’aumento della
violenza interna ai confini nazionali rispetto alla violenza fra stati (che in passato era più frequente). E l’aumento della
violenza interna a sua volta si lega a fenomeni globali, come l’aumento del traffico di armi, di droga, di soldati
mercenari, delle reti mafiose…
In generale, gli studiosi osservano una generale avversione nelle minoranze di vario genere, che siano politiche,
culturali o di genere (indipendentemente dal fatto che la minoranza in questione sia stata etichettata e riconosciuta
come tale, o solo in quanto considerata implicitamente minoranza dalla società). La violenza nei confronti delle
minoranze in tutto il mondo è un fenomeno che ricorre a livello globale, e si lega quindi alla globalizzazione.
Per comprendere, bisogna innanzitutto riconoscere che oggi il mondo si divide in minoranze e maggioranze: questo
antagonismo duale è il risultato di un processo storico che ha porto al centro (fino a radicarlo nella società
contemporanea) il principio della rappresentanza, le idee di numero e il diritto di voto. Si può dire quindi che la
nascita di un dualismo fra minoranza e maggioranza nel mondo sia un fenomeno relativamente recente.
Il ruolo della minoranza nella società è quello di sollevare questioni sul rispetto di diritti non riconosciuti, e
più in generale di rendere lo stato responsabile nella tutela delle minoranze stesse: le minoranze riconoscono allo
stato dei doveri nei confronti delle minoranze, e gli affidano la responsabilità di prendersene cura.
Spesso le minoranze ricoprono un ruolo quasi di “opposizione politica” rispetto alle maggioranze, ed è per questo che
in certi regimi le minoranze siano oggetto di emarginazione o di epurazione (sia in contesti democratici che
autoritario). Le minoranze però non nascono dal niente, ma si formano progressivamente con il tempo e in seguito ad
un processo di negazione dei diritti e di episodi di violenza subita.
Che ruolo ricoprono le minoranze nel paradigma della globalizzazione? Il sistema della globalizzazione ha provocato
un forte indebolimento della sovranità nazionale e gli stati sono stati relegati a difensori e garanti degli interessi del
proprio popolo di riferimento; gli stati quindi si sentono a loro volta marginalizzati e impotenti rispetto ad un sistema
globale, e riversano questo stato d’essere sulle minoranze di qualunque tipo. L’incapacità degli stati di avere un ruolo
protagonista nelle dinamiche globali si trasforma in frustrazione dovuta al senso di marginalizzazione, che si riversa in
forme di violenza nei confronti delle minoranze interne alla propria popolazione. L’aumento della violenza trova
spiegazione nel paradigma della globalizzazione in quanto è considerato una conseguenza del timore che la vera
parità mondiale fra stati stia sfumando, e che la sovranità internazionale si stia sgretolando come concetto.
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Perché le minoranze assumono un ruolo così centrale nel paradigma della globalizzazione? La presenza di una
minoranza all’interno di un contesto sociale dà vita ad un dualismo e ad una guerra fra noi e loro, e questa è la
rappresentazione empirica del dilemma più astratto della globalizzazione. Gli stati nutrono nei confronti della
globalizzazione una duplice sensazione: possiamo fare nostra la globalizzazione, arrivando ad esercitare controllo
sulle dinamiche globali, oppure possiamo essere sopraffatti da quelle dinamiche dalle quali possiamo venire
marginalizzati. Nel primo caso siamo maggioranza, nel secondo opposizione. E così il fatto che uno stato possa
arrivare a ricoprire un ruolo di maggioranza (condurre) o di minoranza (essere condotto e sopraffatto) all’interno del
fenomeno della globalizzazione si riversa specularmente sulla propria popolazione interna (come un trauma infantile
irrisolto che si ripercuote in atteggiamenti nella vita adulta). Quindi il senso di inferiorità e di marginalizzazione
provato nei confronti della globalizzazione, che è un fenomeno impersonale e difficile da combattere per un singolo
stato, lo stato riversa le frustrazioni e ricrea queste stesse dinamiche nei confronti della propria popolazione, creando
una divisione fra “vincitori” e “perdenti” e adottando politiche di marginalizzazione o di persecuzione di quei
perdenti.
L’insicurezza degli stati verso l’incapacità di garantire la sovranità economica nazionale si unisce poi anche con un
fenomeno più culturale: storicamente la concezione di stato-nazione si basa su un’idea di purezza, di omogeneità
etnica che risponde a determinati parametri e criteri, e qualsiasi minoranza esistente impedisce la realizzazione di
quella purezza a cui si aspira.
Questi due elementi congiunti portano lo stato ad essere intollerante nei confronti di qualsiasi forma di
diversità ed eterogeneità.
In alcuni casi le minoranze si palesano in maniera spontanea; quando questo non succede, lo stato può ricorrere a
specifiche strategie politiche per si che emerga una qualche minoranza contro la quale diventa possibile rivolgere
campagne denigratorie.
Contrariamente a quanto sostenuto solitamente da leader politici, non sono le minoranze che producono violenza
me è la violenza che necessita delle minoranze per essere esercitata come valvola di sfogo. Lo stato ha bisogno di un
nemico come valvola di sfogo, come capro espiatorio al quale attribuire le colpe di un fallito processo di
globalizzazione e messa in comune del mercato finanziario.
Classico esempio di come questo processo è stato messo in atto è nei confronti della minoranza sikh in India.
L’autore sostiene che vi sia poi un legame fra il fenomeno della globalizzazione e forme di violenza di forma più
intima, che si esplicitano nelle relazioni quotidiane, nell’intimità della propria casa o nei rapporti di vicinato. Qual è il
legame fra questi due fenomeni? Il concetto di minoranza assume concretezza se assegnato ad un corpo fisico. Il
corpo diventa quindi lo specchio dei timori che nutriamo nei confronti della globalizzazione (dinamica più astratta,
nei confronti nella quale non possiamo riversare le nostre paure). Ciò che per noi rappresenta il diverso - perché
magari presenta una qualsiasi caratteristica fisica che lo contraddistingue rispetto a ciò che è considerato normale –
diventa il canale attraverso il quale esprimiamo le nostre paure verso la globalizzazione e diventa il corpo nei
confronti del quale esercitiamo violenza.
Come è possibile rompere questo modello che si è radicato nella pratica degli stati? Lo si può fare creando narrazioni
alternative. Possiamo rallentare gli effetti violenti della globalizzazione rendendo la globalizzazione un fenomeno più
comprensibile e maneggevole, e per farlo dobbiamo applicare considerare tale la minoranza sociale.
La globalizzazione e la narrazione statale ad essa legata porta gli stati ad esorcizzare tutto ciò che è nuovo.
Stanno emergendo sempre di più e progressivamente nuove narrazioni, portate avanti da soggetti alternativi
come i movimenti sociali o, più in generale, soggetti interstatali che non tengono di conto dei confini nazionali. I
movimenti sociali contribuiscono enormemente all’elaborazione di una narrativa contro-globalizzazione.
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Fuori controllo – antropologia del cambiamento accelerato
Per un lungo periodo di tempo, nel corso di quella che gli storici hanno definito età moderna, il cambiamento era ben
accolto e ben presto ha cominciato ad essere considerato “la norma”: era normale che le cose si evolvessero in
continuazione, e le innovazioni non erano più accolte con sorpresa; al contrario, a sorprendere erano i periodi dove il
progresso rallentava.
Adesso però gli scienziati sociali si sono resi conto l’epoca moderna può ormai essere considerata chiusa e superata:
quelli che prima venivano considerati fenomeni in grado di migliorare profondamente le sorti del genere umano si
sono rivelati essere estremamente problematici. L’entusiasmo esistito fino ad allora nei confronti dello sviluppo si è
smorzato.
Per questo possiamo considerare l’epoca storica in cui ci troviamo noi come post-moderna.
Questo libro si basa su un concetto che è minimo comune denominatore di tutti gli argomenti che affronteremo: tutti
i fenomeni di cambiamento che contribuivano all’evoluzione della specie in epoca moderna si sono rivelati ad avere
problemi grossi e soprattutto imprevedibili; non sono però stati provocati volontariamente e non sono frutto di
cospirazioni contro il genere umano.
Invece, i problemi che sono emersi con la globalizzazione possono essere visti come conflitti fra i punti di
osservazione dai quali si può considerare e analizzare un problema: se si osserva un problema da un punto più basso
della “scala”, si avrà una diversa prospettiva rispetto a se si osservasse dall’alto e si avesse una panoramica più
completa, e viceversa.
Un approccio di tipo antropologico non sarebbe corretto in quando indagherebbe i fenomeni nei dettagli senza
proporre un’immagine d’insieme, mentre lo studio sociale al contrario offrirebbe una panoramica dall’alto senza
considerare i dettagli. È necessario combinare i due metodi nella ricerca.
Il libro indaga alcuni fenomeni legati alla globalizzazione non solo in quanto tali, ma anche indagandone le
contraddizioni e i conflitti di scala interni al fenomeno (i conflitti di opinione fra chi osserva il fenomeno da diversi
punti di osservazione).
CAPITOLO 1
Quasi al termine della sua vita, l'antropologo Lévi-Strauss rilascio un'intervista all'allora presidente della Repubblica
francese Sarkozy, nella quale affermava che il mondo era diventato troppo pieno, definendolo anche surriscaldato.
Il mondo che Sarkozy definisce tale è un mondo completamente diverso rispetto a quello del XX secolo; un mondo
caratterizzato da cambiamento accelerato, dalla diffusione della modernità sotto innumerevoli forme.
Nonostante la nostra non sia da considerare una società omologata, bisogna però avere l’onestà intellettuale di
ammettere che rispetto al passato si sta diffondendo e sta essendo adottato un linguaggio comune fra le nazioni e i
popoli, come se tutte le società e culture diverse avessero adottato un piano base uguale per tutte.
Anche se il compito dell’antropologo dovrebbe essere quello di limitarsi a descrivere la realtà per come essa
è, senza giudicare, questo diventa difficile quando la diversità e l’eterogeneità si riduce a causa della globalizzazione a
causa del fatto che tutti i popoli hanno ormai acquisito una base morale simile.
La diffusione di modelli giuridici, di battaglie per il riconoscimento dei diritti e la produzione intellettuale, in particolar
modo, hanno contribuito a far si che si sviluppasse un unico spazio morale con una base solida, seppur con varie
sensibilità al suo interno e mantenendo eterogeneità su livelli più superficiali. Questo ha fatto si che i valori che in
passato appartenevano ad una determinata corrente di pensiero territorialmente identificata, ora sono riconosciuti
come valori morali.
Il problema in merito allo studio del fenomeno della globalizzazione è che esso viene affrontato in modi diversi da
professionisti diversi: gli accademici tendono ad elaborare visioni d’insieme, globali e generali del fenomeno,
tralasciando e considerando secondarie le particolarità locali; gli antropologi invece, al contrario, restringono il
proprio spazio di studio a pochi contesti sociali e si dedicano approfonditamente allo studio empirico di quei contesti
specifici. È fondamentale, per un corretto studio del fenomeno riuscire a combinare lo studio della dimensione micro
con il macro.
Uno strumento da sfruttare per lo studio della globalizzazione è applicare la ricerca etnografica (metodo
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appartenete alla disciplina dell’etnografia) in quanto unico modo di fornire uno studio finemente dettagliato per
comprendere e interpretare la vita locale. L’etnografia però è insufficiente, in quanto è inutile studiare un gruppo di
individui senza considerare il contesto spazio-temporale e la storia: per questo, per studiare la globalizzazione è
necessario ricorrere ad un mix combinato di discipline e metodi di studio.
La globalizzazione è un fenomeno colpito da numerose contraddizioni interne: le due che più esaltano all’occhio dello
studioso sono solitamente la contraddizione fra le forze universalizzanti, che tendono a far si che il mondo intero
adotti ritmi e processi simili (che il sociologo Castells definiva sistema-mondo), e il desiderio di autonomia rimarcato
da alcune realtà locali (mondo della vita). Altra contraddizione molto lampante è quella fra la persecuzione dello
sviluppo economico e la difesa della sostenibilità ambientale (mentre si auspica la crescita della produzione, si grida
all’allarme per il cambiamento climatico provocato da quello stesso processo di crescita) – è una contraddizione che
colpisce soprattutto le istituzioni.
Le contraddizioni in seno alla globalizzazione contribuiscono a creare tensione, e in particolar modo l’autore ritiene
che nella globalizzazione si sviluppino tre tipologie di crisi: quella riguardante l’ambiente, quella sull’economia e la
crisi dell’identità. Lo studio promosso dall’autore è una critica nei confronti del mondo contemporaneo, e studia i
processo globali come strutturalmente contradditori.
La prima importante osservazione da fare dando uno sguardo all’epoca contemporanea è che è caratterizzata dal
fenomeno della crescita accelerata: questo significa non solo che siamo aumentati numericamente, ma che fra di noi
abbiamo più contatti, ci muoviamo più velocemente e con una varietà di mezzi e strumenti sempre crescente. Il
fenomeno della crescita accelerata ha colpito non solo la demografia, ma anche settori come la tecnologia
(soprattutto quella di ultima generazione), la migrazione, il turismo, il commercio internazionale. C’è da considerare
comunque che non tutti questi fenomeni crescono con la stessa intensità e che alcuni addirittura decrescono e si
indeboliscono.
Nonostante la crescita accelerata abbia riguardato praticamente tutti gli ambiti della società postmoderna, i due
cambiamenti che hanno assunto maggior rilevanza sono stati la crescita della popolazione e, conseguenzialmente,
l’aumento del consumo di energie.
Nell’arco di poche decine di anni la popolazione mondiale è quasi quadruplicata, e ognuno di noi si incastra in un
contesto globale in cui siamo anche più connessi fra di noi. L’aumento della popolazione e la maggiore connessione
hanno contribuito ad avvicinarci vicendevolmente, anche se questo non ha eliminato i particolarismi locali.
Essendo più persone, è anche logico pensare che si consumi più energia. La quantità di energia prodotta aumenta da
un lato perché siamo di più, e dall’altro anche perché ognuno di noi consuma di più rispetto all’individuo medio del
passato.
Gli effetti collaterali principali di questi due fenomeni sono naturalmente l’inquinamento e il degrado ambientale,
anche se a questi si accompagnano effetti a lungo termine come l’esaurimento delle risorse.
Se la popolazione non fosse cresciuta così tanto in così poco, probabilmente avremmo potuto evitare gli
effetti più gravi del consumo accelerato dei combustibili. Allo stesso tempo, è vero anche che l’umanità sarebbe
potenzialmente potuta arrivare a sette miliardi di persone senza che si verificasse alcuna rivoluzione energetica, ma
in tal caso le condizioni di vita medie sarebbero state infinitamente peggiori.
Esiste un’alternativa di sviluppo per una società mondiale che vive in una situazione di stallo e sembra prossima al
collasso? Non esiste una risposta univoca a questa domanda, e i sociologi e gli antropologi stanno cercando di
trovarla.
La particolarità dell’epoca postmoderna non è solo che si sta sviluppando con ritmi incredibilmente veloci, ma anche
che non riesce ad incastrarsi in un processo di sviluppo storico con passato e futuro. Chi vive in epoca post-moderna
non ha dei riferimenti spazio-temporali in cui orientarsi, per cui mediamente un individuo vive molte più esperienze
ma allo stesso tempo non ha gli strumenti e la capacità di orientamento tale da poterle assimilare e comprendere. Se
proprio dobbiamo inserirlo in un percorso storico, possiamo considerare il 1991 come la data di inizio dell’epoca post-
moderna per una serie di motivi (principalmente per la fine dell’equilibrio dualista e della guerra fredda, ma anche
per altre cose come la deregolamentazione dell’economia indiana, comincia lo smantellamento del regime di
Apartheid…) in tutto il mondo, l’inizio dell’epoca post-moderna coincide anche con la diffusione di una forma di
capitalismo deregolamentato in tutti gli stati.
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Anche se inizialmente il capitalismo viene considerato il nuovo modello politico-economico pronto ad acquisire un
ruolo centrale nell’epoca postmoderno, presto si dimostra fallimentare sotto numerosi punti di vista: non solo non è
in grado di garantire uno sviluppo economico che favorisca tutte le classi sociali e porti al miglioramento del tenore di
vita anche delle classi più povere, ma contribuisce all’ampliamento della forbice sociale; non scompaiono fenomeni
come la politicizzazione della religione o le politiche identitarie (ci si aspettava invece che l’istruzione sarebbe stata in
grado di laicizzare certi aspetti della politica); non migliorano le condizioni lavorative e le classi medio-basse non
stanno meglio, ma anzi sono soggette ad una maggiore flessibilità in numerosi ambiti lavorativi che da vita al
fenomeno del precariato (flessibilità che era stata auspicata come fenomeno positivo in vista dei futuri sviluppi
informatici attesi).
Per un numero importante di persone, l’applicazione del modello capitalista all’economia soprattutto ha significato
un peggioramento delle condizioni di vita rispetto al passato.
Il cambiamento legato alla globalizzazione e ai suoi effetti collaterali avviene in modo disomogeneo nel mondo,
perché in ogni territorio è una combinazione di processi globali con processi locali e peculiari.
CAPITOLO 2
Per comprendere al meglio il fenomeno della globalizzazione a livello generale e nelle sue peculiarità locali, è
fondamentale avere coscienza di alcuni termini.
Antropocene
L’antropocene è considerata essere un’era storica caratterizzata dal fatto che in ogni parte del mondo possiamo
trovare evidenti tracce dell’impatto del genere umano. Le tracce dell’uomo possono essere sia dirette (come la
presenza di case o di strade) ma anche indirette (come gli effetti dell’emergenza climatica negli angoli più reconditi
della foresta amazzonica, dove l’uomo non ha ancora messo piede.
L’onnipresenza dell’uomo in qualsiasi luogo del pianeta porta con se molte conseguenze, spesso imprevedibili. Il
problema che si sta riscontrando adesso con lo sviluppo del genere umano non è che gli uomini non sono più in
grado di evolversi, ma che non ci sono più le risorse e gli spazi per farlo agli stessi ritmi rispetto al passato. Per
soddisfare i nostri bisogni abbiamo sfruttato l’ambiente (negli spazi e nelle risorse) e adesso l’ambiente sta
dimostrando le proprie difficoltà attraverso gli eventi legati alla crisi climatica. Per questo motivo il termine
antropocene acquisisce una connotazione negativa, perché è legato al senso di minaccia e di declino del genere
umano.
Neoliberismo
Il neoliberismo è un particolare tipo di ideologia e pratica economica di mercato che si basa su politiche di
deregolamentazione e privatizzazione di beni, e ha cominciato ad essere applicata nel corso degli anni Ottanta in USA
e UK, dai governi di Reagan e Thatcher, e poi si è diffusa in tutto il mondo. La diffusione del neoliberismo ha dato vita
ad un dibattito in ambito sociale e antropologico, dove esponenti neoliberisti come Hayek si opponevano
ideologicamente ad autori socialisti come Polanyi, dando vita a due visioni opposte di vedere il mercato e l’economia.
Mentre i neoliberisti proponevano il modello dell’economia come comportamento e modus operandi massimizzante,
i socialisti proponevano il modello alternativo dell’economia come organizzazione sociale di
produzione/distribuzione/consumo.
Nella sua opera di critica al neoliberismo e alla concezione del mercato economico, Polanyi sostiene che i valori e le
pratiche della socialità, della reciprocità e della solidarietà, che sono tipici dell’esistenza umana, infine prevarranno.
Doppio legame
Il doppio legame è un tipo di comunicazione o di dinamica auto confutante, dove un soggetto o entità fa/dice una
cosa e il contrario di essa. Un esempio lampante di doppio legame è il modo in cui la società post-moderna
promuove al contempo la crescita economica e la sostenibilità ambientale, due fenomeni che nella realtà dei fatti si
contrastano fra di loro.
Flessibilità
La flessibilità viene descritta come “potenziale di cambiamento non impegnativo”. La flessibilità è un concetto che
può essere applicato al sistema complessivo così come può essere applicato ai singoli fattori che compongono il
sistema. L’equilibrio del sistema complessivo dipende proprio dalla flessibilità delle componenti che lo determinano,
e cioè da quanto i valori dei singoli fenomeni possono potenzialmente variare. Maggiore è la flessibilità di fattori
complementari, più facile è che il sistema complessivo ritrovi l’equilibrio a mano a mano.
La flessibilità dei singoli parametri invece è calcolabile in base ai valori limite che quei parametri possono assumere
senza rappresentare un dato allarmante.
Un esempio lampante di parametri e fenomeni che si equilibrano a vicenda sono anche qui la crescita della
popolazione e del consumo energetico e l’ambiente: il raggiungimento dei valori massimi del parametro di flessibilità
del numero della popolazione mondiale, legato ad un conseguente aumento del consumo di energie, ha portato
dall’altro alto alla riduzione drastica della flessibilità dell’ambiente.
Negli stessi anni in cui si sviluppava la teoria della flessibilità, si è aperto anche il dibattito in merito alla selezione
naturale; molti dei paradigmi e dei ragionamenti vanno ad influenzare la teoria della flessibilità. Viene coniato, in
questo contesto, il termine exattamento: allo stesso modo in cui un individuo modifica la sua struttura e il suo
fenotipo in base all’ambiente in cui deve vivere, così anche le strutture flessibili possono reagire in risposta a come
cambiavano i parametri nell’ambiente circonstante.
Al di là di come un fenomeno fosse stato pensato all’interno del sistema in cui si inseriva, possono presentarsi una
serie di variabili esterne e influenti che fanno si che le cose non vadano come previste.
Altro concetto fondamentale è che solitamente l’aumento di flessibilità in un campo tende a comportare una
riduzione della flessibilità in altri campi: non è necessariamente un gioco a somma 0, ma è un sistema che tende a
riequilibrarsi.
Il problema che riscontriamo oggi è che la civiltà moderna dimostra una flessibilità sempre crescente in ambito di
crescita culturale, mentre per controbilanciare il rapporto fra civiltà e ambiente tende a perdere di flessibilità.
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Riproduzione
Con il termine “riproduzione” si fa riferimento alla capacità di un soggetto, di un gruppo o di un ecosistema di
continuare il proprio percorso di sviluppo senza manifestare il bisogno di adattarsi a mutamenti esogeni.
Scala
Gli scienziati definiscono “scala” la portata di un fenomeno. Per intenderci, la scala è il “livello”, il punto di
osservazione dal quale si percepisce e si osserva un determinato ambito. Nel fenomeno della globalizzazione,
riconosciamo quattro diverse scale: la scala sociale (che ci da una misura delle organizzazioni), la scala fisica (che ci da
misura del sistema infrastrutturale), la scala cognitiva (che ci fa comprendere le proporzioni del mondo e come esso
viene percepito) e la scala temporale (l’orizzonte temporale).
In generale, vige la regola che un fenomeno su larga scala è un fenomeno standard, mentre un fenomeno su piccola
scala è unico e irripetibile al mondo.
Spesso può accadere che più livelli di una stessa scala entrino in conflitto fra di loro, perché uno ha una visione più
generale che entra in conflitto con certi particolarismi locali (accade, ad esempio, quando gli stati nazionali applicano
politiche ambientali non curanti del fatto che l’emergenza climatica sia un fenomeno a livello globale e che quindi
l’intervento dovrebbe provenire da un livello più alto della scala).
Dagli anni Novanta, periodo di inizio dell’età post-moderna, i cambiamenti introdotto dalla modernità e dalla
globalizzazione hanno cominciato ad accelerare nel loro processo di sviluppo a ritmi senza precedenti. Oggigiorno, si
è creata una situazione per cui le idee e i concetti rimangono comunque sempre indietro rispetto allo sviluppo e ai
cambiamenti nel mondo fisico. Siamo di fronte ad uno sviluppo così accelerato che siamo incapaci, come specie, di
tenere il passo con esso.
Il mondo post-moderno è di difficile comprensione, e per questo il terreno per il conservatorismo culturale è
particolarmente fertile in un periodo storico come questo: mentre tutto cambia, la garanzia della stabilità e della
preservazione di ciò che è conosciuto è visto positivamente.
È interessante notare come anche in fisica la velocità sia associata al calore, e come anche nel linguaggio corrente si
utilizzino numerosi termini (inglesi) legati al mondo del calore o delle temperature in riferimento a stati di eccesso o
di “rallentamenti” (pensiamo a termini come burnout, meltdown, cool down...). è una particolarità interessante.
CAPITOLO 3 – ENERGIA
L’energia nelle sue forme più variegate è considerata linfa vitale delle società complesse, e per questo necessità di
approfondimenti. Gli autori hanno le opinioni più diverse in merito all’energia: c’è chi sostiene che il rinnovabile sia
l’unica forma di energia sostenibile, c’è invece chi ritiene che l’uso di fonti fossili sia l’unico modo possibile per
permettere anche al sud globale di svilupparsi.
Due esperti sostenevano (in una loro opera) che l’uso crescente di energia (in varie forme) portasse
inequivocabilmente ad un deperimento dell’ambiente, e che il processo di crescita economica fosse un processo
distruttivo – non costruttivo – basato sul consumo di risorse limitate che ad un certo punto arriveranno a
scarseggiare. Le previsioni di questi due esperti si sono rivelate fondate nel lungo periodo, anche se scrivevano in un
momento storico in cui la globalizzazione non era nemmeno cominciata.
La storia dello sfruttamento delle fonti di energia ha inizio con la scoperta del carbone e del suo potenziale. Con la
scoperta del carbone, ha inizio quel processo di accelerazione che ultimamente si è potenziato ulteriormente e che è
stato regolato dagli equilibri della globalizzazione. Dal 1800 ha avuto inizio l’epoca dell’antropocene caratterizzata dal
consumo di combustibili fossili.
La storia del consumo del carbone si è sviluppata nei secoli parallelamente alle dinamiche politiche di alcuni paesi, e
in particolar mood dell’Inghilterra. Il lavoro nell’ambito del carbone (estrazione, lavorazione, trasporto) metteva la
classe lavoratrice di minatori in condizioni di avere il potenziale potere di regolamentare l’affluenza di questa fonte di
energia. Non appena hanno capito il potenziale coercitivo della loro attività lavorativa, la classe dei minatori ha
cominciato a sfruttare questo potere per rivendicazioni di carattere politico: il riconoscimento dei primi diritti della
classe lavoratrice avviene proprio grazie alle battaglie combattute dai minatori inglesi, che rivendicavano attraverso lo
sciopero. Per un lungo periodo, il potere politico è stato legato alla capacità di produrre e, specularmente, di
interrompere la circolazione della principale fonte di energia del pianeta, senza la quale il progresso si sarebbe
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fermato. È stato per decenni l’unica fonte di energia, ed era anche molto potente. Ovviamente i ricercatori erano
perfettamente consapevoli del potenziale dannoso che il consumo di carbone poteva avere, ma come in ogni
dipendenza è difficile rinunciare a qualcosa da cui ormai sei dipendente, anche se sei consapevole del danno causato.
Le élite politiche sono sempre state consapevoli del potere politico che aveva un ambito lavorativo come quello del
carbone, e si sono affrettati ad intraprendere strade alternative non appena se ne è manifestata l’occasione: già nel
piano Marshall le potenze economiche dell’epoca pianificavano di rendere il petrolio la fonte principale dell’energia.
Proprio per evitare che si riproponessero modelli sociopolitici tipici dell’estrazione del carbone, l’attività di
estrazione/elaborazione/petrolio è stata totalmente centralizzata dalle autorità politiche (questo anche grazie ai
regimi totalitari che esercitano potere negli stati dove si estrae principalmente il petrolio, in particolar modo l’Arabia
Saudita). In un simile sistema di produzione non c’è spazio per le rivendicazioni dei diritti perché l’attività non
dipende dai lavoratori, ma da macchinari e da reti di tubature per i trasporti. Le persone non ricoprono un ruolo tale
da avere il potere di bloccarne i flussi, e si riduce così il rischio di sciopero.
Il passaggio dal carbone al petrolio ha assottigliato il potere di negoziazione della classe lavoratrice, e ha ridotto il
potere delle sinistre europee del 1900. L’annientamento del potere politico delle classi lavoratrici ha raggiunto livelli
tali che nei paesi di estrazione del carbone, alle miniere sono stati applicati meccanismi di estrazione che riprendono
i meccanismi dell’estrazione petrolifera, cosicché neanche nel settore dell’estrazione del carbone potessero più
verificarsi blocchi e interruzioni.
Nonostante quanto appena detto, e nonostante si pensi che il carbone è considerato ormai una fonte di energia
obsoleta e non più utilizzabile nella società post-moderna, il carbone resta una delle fonti di energia più utilizzate
insieme a gas e petrolio, e il suo consumo aumenta ogni anno.
La chiusura di numerose miniere di carbone soprattutto nel mondo sviluppato è dovuta al fatto che le tecniche di
estrazione e produzione ormai sedentarizzate non erano più in grado di competere con i ritmi di produzione del resto
del mondo.
Il fatto che ormai abbiamo radicato lo stile di vita della società moderna nell’attività di produzione del carbone e nello
sfruttamento di questa materia prima fa si che una vera e propria transizione verso una società completamente
indipendente dal carbone sia impossibile; nonostante questo, sia realtà locali che organizzazioni internazionali hanno
sottolineato l’importanza di cominciare a cercare nuove fonti di energia ecologiche e maggiormente sostenibili.
Numerose ricerche e documentazione sembrano dimostrare che l’umanità abbia raggiunto il proprio picco, il
massimo livello di sfruttamento, e che a partire da ora l’energia utilizzabile sarà sempre meno tanto da dover correre
ai ripari utilizzando fonti alternative. A causa di recenti sviluppi nell’ambito dell’estrazione e della scoperta di nuovi
canali di estrazione (come l’Antartide), al rischio di rimanere senza fonti di energia utilizzabili si somma anche il
rischio più catastrofico di fomentare la crisi climatica.
Il tema della conversione energetica a fonti più green e sostenibili è sicuramente sul tavolo di discussione delle
organizzazioni mondiali e dei tavoli di lavoro internazionali, ma non sembra essere la strada che i paesi responsabili
dell’attività di estrazione vogliono portare avanti. Non solo c’è reticenza a percorrere strade alternative da parte di
alcuni paesi, ma in generale il sistema energetico mondiale sembra non essere flessibile al punto da essere in grado
di operare una conversione simile, rimanendo invece inchiodato ad una forma di dipendenza storica da fonti non
rinnovabili (carbone, gas, petrolio).
Riflessioni generali sull’energia – l’antropologo Harris, spesso oggetto di critiche per le sue teorie un po’ controverse,
aveva scoperto con largo anticipo il potere fra produzione dell’energia e potere politico; sulla base dei suoi studi,
aveva capito che l’unico modo per distruggere le dinamiche di monopolio della produzione di energia era attraverso il
decentramento della produzione: solo decentralizzando la produzione di tecnologia e di energia è possibile ricreare
condizioni di equità sociale e di democrazia internazionale.
Questa sua osservazione deriva dal fatto che Harris ritiene impossibile che l’umanità sarà disposta a rinunciare a
qualsiasi fonte di energia, in quanto questo porterebbe alla morte della specie in breve tempo; allo stesso tempo, c’è
consapevolezza del fatto che il sistema di produzione e commercio adottato fino ad ora non è sostenibile e che deve
essere sostituito. È quindi fondamentale per gli studiosi e tutte le discipline coinvolte nel campo trovare una modalità
di produzione alternativa e sostenibile, che permetta lo sviluppo della specie a livello globale.
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Per comprendere bene il legame tra equilibri politici e rapporti di produzione, gli studiosi hanno dedicato molta
attenzione i particolar modo alle attività estrattive. Porre attenzione sull’attività di estrazione ha permesso ad
antropologi e sociologi di comprendere meglio le disuguaglianze economiche nel mondo. L’attività di estrazione,
inoltre, può essere vista anche in termini di conflitto di scala: si tratta di un’attività da cui il piano globale trae grande
beneficio mentre alcune realtà locali ne vengono distrutte.
Resta poco studiato invece il rapporto fra l’uso di energia e la qualità della vita umana: viene esplorato in particolar
modo da un antropologo, White, che sostiene che vi sia una correlazione fra l’uso di energia e l’evoluzione sociale del
genere umano: nella sua legge dello sviluppo culturale, White afferma che l’aumento della cultura e del tenore di vita
medio fosse direttamente collegato all’aumento annuale dell’uso di energia e all’aumento dell’efficienza delle
tecnologie con cui si trasforma e consuma energia. Ritiene quindi che vi sia un legame direttamente proporzionale fra
consumo di energia e miglioramento della qualità della vita.
Questi studi sono stati ampiamente smentiti: studi comparati indicano che non esista nessuna correlazione diretta fra
una buona vita e l’utilizzo di energia.
Quest’affermazione è confermata anche in contesti sociali opposti fra loro: vi sono società in cui l’energia abbonda
ma in cui la disuguaglianza sociale è molto forte (Arabia saudita) e paesi in cui nonostante vi sia pochissima energia
disponibile non ci sia equità e uguaglianza sociale (paesi dell’africa sub-sahariana). Tutte queste diverse casistiche
smentiscono la correlazione teorizzata da White.
In tutto questo, gli effetti collaterali dell’eccessivo consumo di energia sono fra le preoccupazioni principali al mondo,
e numerosi soggetti internazionali si stanno muovendo per trovare fonti di energia alternative. Allo stesso tempo,
però, questo comporta un grave problema per i paesi più poveri del mondo che non hanno gli strumenti tecnologici
per ricorrere a fonti di energia rinnovabile e che vedono ridotte le loro opportunità di partecipare al processo di
modernizzazione nazionale.
Ricchezza d’energia – all’interno di un’opera di indagine, Rifkin disegna un nuovo modello di sviluppo energetico il cui
concetto alla base è il decentramento della gestione dell’energia. In questo modello, la combinazione di energia
solare e di comunicazione via internet avrebbero indebolito il sistema capitalista e rafforzato al contrario le comunità
locali che sarebbero riuscite a condividere la gestione dell’energia. Questo modello avrebbe consentito alle comunità
locali in generale di emanciparsi dal fossile e al rifiorire di modelli sociali democratici.
Questo modello risulta interessante proprio perché in grado di combinare elementi di piccola e larga scala:
potenzialmente ciascun individuo sarebbe in grado in questo modello di essere produttore della propria energia
attraverso mezzi sostenibili, e quella prodotta in disavanzo verrebbe redistribuita attraverso una rete di larga scala. Il
ruolo dello stato in un sistema simile si limiterebbe a gestire la rete di redistribuzione dell’energia (a meno che questa
non sia gestita da una società cooperativa).
Durante le ricerche, l'autore di questo libro ha avuto modo di visitare alcune realtà locali e le loro modalità di
autoproduzione dell'energia. Questi fenomeni locali, l'autore si è reso conto del fatto che i casi in cui le persone
scelgono di intraprendere uno stile di vita più sostenibile sono fenomeni di piccola scala che comunque vivono
all'interno di un sistema di larga scala dove domina il modello capitalista della produzione di energia. Si tratta di un
tipico esempio di conflitto di scale: comunità a impatto zero coesistono in un ecosistema regolato dalla costante
produzione di energia tramite fonti fossili, senza che l’uno impatti sull’altro. Le piccole comunità ecologiche e la
grande dimensione del capitalismo corporativo possono esistere in parallelo, senza influenzarsi vicendevolmente.
L'autore studia poi da vicino il caso della Norvegia, in quanto ritiene che costituisca un altro importante esempio di
conflitto di scala. In particolar modo l'autore guarda all'operato di due presidenti del consiglio norvegesi: Brundtland
e Stoltenberg (entrambi esponenti del partito laburista), in quanto entrambi nel corso della loro carriera politica (e
non solo) hanno applicato politiche che poi sono entrate in forte conflitto con il loro modo di pensare.
Brundtland è stata la PM che ha coniato il termine “sviluppo sostenibile” ed è l’autrice del rapporto “our common
future” che mette al centro proprio la ricerca di modalità di sviluppo che possa coesistere con la difesa dell’ambiente
e con l’arresto del fenomeno dell’inquinamento. Concetto centrale della sua teoria era la necessità di introdurre limiti
e vincoli ecologici all’interno delle pianificazioni economiche statali. Al tempo stesso, il suo governo è stato
responsabile dell’espansione di operazioni petrolifere nel Mare del Nord (importante fonte di ricchezza e di lavoro
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per il popolo norvegese).
Il suo successore Stoltenberg, in maniera analoga, ha sostenuto la continuazione delle trivellazioni per poi venire
inviato dall’ONU per condurre ricerche sul cambiamento climatico, in seguito alle quali è diventato uno dei maggiori
sostenitori dell’urgenza di trattare del CC e di intervenire immediatamente per ridurre l’impatto (quando fino a
qualche anno prima ne era stato uno dei principali responsabili).
In generale, l'accusa che viene mossa alla Norvegia è che quando si parla di cambiamento climatico essa fa parte del
problema, essendo responsabile dell'emissione del 3% delle emissioni globali di anidride carbonica, mentre la
Norvegia si autoproclama parte della soluzione da trovare.
Il ministro norvegese, nel tentativo di controbilanciare gli effetti dannosi delle proprie politiche sull'ecosistema,
adotto principalmente due misure:
1. il fondo pensionistico nazionale si è impegnato nella promozione di investimenti etici, ed è stato affiancato da
un consiglio etico appositamente creato che ne supervisionava l'attività
2. lo stato norvegese si è impegnato in numerosi progetti allo scopo di ridurre le emissioni di carbonio altrove
(soprattutto nel sud del mondo
L'insieme di progetti di cui si parla nel secondo punto fa parte del programma REDD, nel quale essenzialmente i paesi
già sviluppati finanziano i paesi in via di sviluppo affinché siano questi ultimi a modificare il proprio comportamento e
i propri consumi per ridurre l'impatto prodotto dal pianeta (che poi in realtà è per la maggior parte causato da quegli
stessi paesi che finanziano il progetto, cioè dai paesi già sviluppati).
L’obiettivo alla base di questo progetto è la chiara dimostrazione di un dualismo di base, di una contraddizione
interna all’assetto istituzionale e in generale al fenomeno dello sviluppo energetico: lo sviluppo energetico e la
sostenibilità ambientale sono entrambi obiettivi che gli stati perseguono, ma sono impossibili da raggiungere
parallelamente, sono incompatibili.
Nel rapporto Brundtland (elaborato dalla prima ministra), la ricerca indica che i paesi ricchi dovrebbero impegnarsi
nella riduzione delle emissioni secondo tre argomentazioni:
la giustizia globale - dato che l'energia è una risorsa limitata, lo standard di vita dei paesi poveri può
migliorare solo se i paesi già ricchi sono disposti a fare un passo indietro
il cambiamento climatico - la riduzione del consumo di energia nei paesi ricchi è fondamentale per
raggiungere la necessaria riduzione di emissioni globali
la tutela della biodiversità - l'utilizzo di grandi quantità di energia a conseguenze catastrofiche per la
biodiversità
Nonostante le numerose ricerche sul tema e l'allarme sulla necessità di ridurre le emissioni, il consumo energetico
mondiale è raddoppiato in meno di quarant'anni e continua ad aumentare: non si accenna a voler intraprendere una
vera transizione verso un modello sociale a basso consumo di energia.
Rispetto a questo cambiamento necessario ma non effettuato, l'autore del libro riscontra un atteggiamento
incoerente e contrastante sia da parte della società civile che da parte delle istituzioni nazionali e internazionali.
Nonostante i numerosi accordi sul clima stipulati anche in tempi recenti, Gli Stati sembrano non voler adottare
politiche che limitino effettivamente la produzione di energia non rinnovabile.
All'interno della società civile, parallelamente, nonostante siamo tutti consapevoli del cambiamento climatico
sembriamo non essere disposti a cambiare il nostro stile di vita per evitarne le conseguenze. Anzi, è frequente
osservare all'interno della società civile una maggiore volontà ad impegnarsi a livello globale invece di voler agire a
livello locale (forse proprio per una volontà di auto-deresponsabilizzazione).
Per quale motivo, nonostante siamo consapevoli del cambiamento climatico e delle sue conseguenze, non siamo
disposti nel privato a cambiare il nostro stile di vita? A questa domanda è possibile rispondere attraverso analisi di
diverso tipo, ma l'autore cerca di rispondere da un punto di vista antropologico fornendo prevalentemente due
spiegazioni: 1) siamo stati abituati nel corso dei decenni ad associare il progresso e un certo tenore di vita al consumo
di energia, e non siamo disposti a ridurre quel consumo per paura che il tenore di vita vada peggiorando a nostro
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stesso discapito; 2) l'azione sia degli individui che degli Stati agisce su una scala temporale diversa rispetto a quelle
che sono le effettive necessità di cambiamento: il cambiamento climatico richiederebbe un intervento immediato,
mentre sia gli individui che gli Stati sono disposti a effettuare cambiamenti diluiti nel tempo.
La scarsità di energie – ovviamente non tutti i luoghi del mondo hanno uguale accesso alle fonti di energia, e la
differenza fra nazioni ricche e nazioni povere è abissale. Nelle nazioni povere, la diffusione dell’energia e il processo
della modernità sono arrivati non solo in ritardo rispetto al nord del mondo, ma anche in maniera molto più
irregolare e intermittente e incompleto.
Questo è dovuto in parte al fatto che, non essendo in grado di autoprodurla, spesso le comunità del sud del mondo
devono comprare energia e non ne hanno possibilità economiche. È dovuto anche in parte all’insufficienza delle
infrastrutture energetiche che rendono impossibile un corretto sviluppo.
La soluzione più facilmente percorribile e attuabile per ovviare a questo problema e per garantire agli stati poveri lo
stesso accesso all’energia sarebbe sviluppare delle strutture di produzione energetica di energia rinnovabile, che
sfruttino acqua e calore (a seconda della morfologia del territorio) invece di ricercare la dipendenza da reti globali di
produzione di fossili. Elaborare un sistema di produzione, diffusione e consumo di fonti di energia rinnovabile sembra
più possibile in territori in via di sviluppo perché non hanno strutture energetiche preesistenti, e sono un po’ una tela
bianca sulla quale è possibile sfruttare le nuove tecnologie.
La particolarità del consumo massiccio di energia sta nel fatto che in generale i luoghi che risentono delle
conseguenze del cambiamento climatico non sono coloro che procurano danno all’ambiente. Eccezione in questo è
l’Australia, che è uno dei principali produttori ed esportatori di carbone ma che ha risentito dell’inquinamento delle
acque marine che ha causato lo sbiancamento della barriera corallina.
Un antropologo australiano ha coniato il termine solastalgia per indicare il disagio prodotto dai cambiamenti
ambientali che incidono sulle persone mentre esse sono legate al loro ambiente quotidiano. Questo concetto viene
formulato osservando e studiando il territorio della Upper Hunter Vallet, nel Galles meridionale: i profondi
cambiamenti che hanno inciso sul paesaggio del territorio, portando essenzialmente alla sua distruzione, si legano ad
una sensazione quasi di nostalgia provata dagli abitanti del luogo, ad un senso di perdita e di dolore associato a
cambiamenti drastici del proprio ambiente naturale.
CAPITOLO 4 – LE CITTA’
Questo paragrafo è dedicato alle città, scenario della globalizzazione sia su piccola che su larga scala.
oggi le città sono il luogo fisico dove si svolgono praticamente tutti i processi legati alla globalizzazione. Stanno
vivendo una crescita sempre più rapida, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, e sono scenario di numerosi
fenomeni della globalizzazione (la crescita di violenza, il multiculturalismo, la disoccupazione, l’inquinamento).
Il libro porta gli esempi di Pechino, che nel 2014 fu oggetto di una potente ondata di inquinamento tanto da limitare
la circolazione dei suoi abitanti, e di città della Papua Nuova Guinea che, a causa del crescente fenomeno della
disoccupazione dovuto alla scomparsa repentina di numerosi terreni da coltura, hanno visto un’impennata del tasso
di criminalità.
La città è in particolar modo lo scenario per eccellenza dell’inquinamento: in particolar modo il modello di centro
urbano che si è sviluppato nel Sud del mondo vede centri sempre più popolosi, con condizioni di salute e sicurezza
sempre più precarie, con una rete stradale insufficiente e, a padroneggiare l’immagine, ingorghi stradali. L’ingorgo in
particolar modo mostra il paradosso al cuore della modernizzazione e della globalizzazione: la velocità, resa possibile
grazie allo sviluppo di una tecnologia in grado di percorrere lunghe distanze in poco tempo (macchina) che però
provoca lentezza – a causa della pessima gestione delle reti stradali, si creano spesso ingorghi. La macchina stessa si
trasforma in strumento che rallenta.
L’urbanizzazione dei territori è forse uno dei fenomeni che maggiormente contribuisce al processo di
surriscaldamento.
Altro paradosso che rappresenta perfettamente il modello di città che si è sviluppato nel sud del mondo riguarda
l'antitesi fra aumento della ricchezza della nazione e povertà della sua popolazione: nonostante i paesi del Sud
continuino a crescere e si stiano progressivamente affermando come nuove potenze economiche sul piano globale, la
ricchezza prodotta dalle attività economiche si concentra nelle mani di pochi individui mentre il resto del paese è
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colpito da enormi sacchi di povertà. La povertà diffusa impedisce anche alle autorità pubbliche di intervenire con
politiche pubbliche per il miglioramento del centro urbano, perpetrando la condizione di povertà e malessere.
La città è un soggetto della globalizzazione che si è sviluppato prima piano, poi velocemente. Il concetto di centro
urbano non è associato soltanto ad un valore numerico, ma anche ad un certo tipo di organizzazione della società.
Lo sviluppo della società in generale è stato possibile soltanto grazie all’impiego di crescenti quantità di energia –
maggiore era l’energia impiegata, più la città si sviluppava; più si sviluppava e migliorava, più aumentava la
popolazione (attirando anche persone da zone rurali o da paesi stranieri) e si innescava un meccanismo ciclico.
Per questo le città diventano anche luogo di incontro e di mescolanza culturale.
La crescita e lo sviluppo dei centri urbani nel sud del mondo avvengono però senza che vi sia un parallelo sviluppo di
un assetto di infrastrutture adeguato a servire la popolazione ospitata, e questo spesso significa mancanza dei beni
basilari come acqua o energia elettrica.
In molte città del Sud globale, nonostante tutto, si è sviluppato un mercato del lavoro del tutto particolare e adeguato
al contesto sociale: è un mercato informale e ufficioso, con grande mobilità e variabilità delle attività lavorative. Senza
cura delle norme sanitarie o dei diritti dei lavoratori (esempio di Agbogbloshie, discarica a cielo aperto).
La crescita dei centri urbani che si sta sviluppando nel Sud del mondo, però, segue un modello a sé stante dando vita
a centri urbani ingestibili, pericolosi e violenti. Le città del sud globale sono un fenomeno particolarmente
interessante e ricco di contraddizioni interne. Le persone si muovono verso le città per una doppia pulsione: spinta di
fuga dalle campagne, che vengono abbandonate a sé stesse e diventano invivibili, e attrazione dalle città stesse, che
sono viste come prospettiva di opportunità. Una volta arrivati in città, però, l’aspettativa e la qualità della vita sono
molto più basse del previsto: a causa della mancanza di strutture adeguate, l’acqua e l’elettricità non arrivano in tutto
il centro urbano e più questo si allarga più è difficile approvvigionare le zone periferiche con risorse adeguate.
Possiamo affermare che il fenomeno dell’urbanizzazione si è sviluppato solo a causa della presenza di un
modello socioeconomico neoliberista? Forse questo fenomeno avrebbe potuto realizzarsi anche all’interno di altri
modelli, ma è certo che è una diretta conseguenza del neoliberismo.
Lo sviluppo così rapido dei centri urbani è un classico esempio di crescita fuori controllo anche se non è la prima volta
che si manifesta: la crescita fuori controllo dei centri urbani fu anche la causa che portò al crollo del SRI d’Occidente e
dell’impero azteco.
Il collasso dei centri urbani quando questi diventano eccessivamente ingestibili è facilmente spiegabile: le società
urbane che non sono in grado di autoprodurre cibo, acqua ed energia sono poco flessibili e sono fortemente
dipendenti da altre strutture e da altri centri.
Inoltre, per crescere i centri urbani hanno bisogno di quantitativi sempre maggiori di energia: ciò significa che più la
città cresce e meno è sostenibile dal punto di vista ambientale. La città diventa un sistema sempre più complesso, e
più è complesso e maggiori sarà facile che possa essere messo in difficoltà anche dal più piccolo malfunzionamento.
Nei sistemi complessi, l’effetto-farfalla provoca molti più danni rispetto ad un sistema rurale autosufficiente e poco
interconnesso.
Informalità: il surriscaldamento flessibile – al contrario di quanto gli economisti sostengono, l’economia non è una
scienza. L’economia è una disciplina immersa nei rapporti sociali, che non può prescindere da essi, e che quindi per
essere correttamente analizzata e compresa deve tenere di conto di fattori umani e ha in sé un’intrinseca
componente di informalità che ne favorisce la maggiore flessibilità e il miglior funzionamento.
Non si sa precisamente quanto sia capillare e diffuso il settore economico informale, ma si sa che in alcuni stati dove
le strutture sociali non sono ben sviluppate arriva ad essere ancora più ampio del settore formale.
Il settore formale dell’economia è definito come l’insieme di attività economiche che prevedono transazioni in natura
o in denaro senza che esse siano correttamente registrate.
Il settore informale esiste anche in paesi dove il formale è ben strutturato, anche se in questi casi è percepito come
“l’eccezione”, e considerato come un qualcosa da evitare e estirpare. Nei paesi in via di sviluppo invece è parte
integrante delle attività quotidiane.
La diffusione del settore informale fa sì che in questi sistemi economici si alimenti anche la rete sociale: più sono
informali i rapporti, e maggiore è la dimensione umana che l’economia assume.
Questo tipo di economia, che viene descritta “globalizzazione dal basso”, contribuisce esattamente come l’economia
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formale al surriscaldamento delle città e all’interconnessione del mondo, e lo fa in maniera meno controllata e più
impattante.
Alcuni teorici sostengono che il settore informale contribuisca a creare un “neoliberismo migliore”, cioè un sistema di
libero mercato nel quale non sono le grandi aziende a trarre profitto dal consumismo, ma sono i piccoli commercianti
e produttori. Il commercio nel settore informale dà opportunità di consumo e accessibilità dei prezzi a persone che
altrimenti non avrebbero potuto permetterselo, oltre al fatto che crea posti di lavoro assorbendo in parte la
disoccupazione provocata dal settore formale.
Alcuni economisti sostengono che il settore informale dovrebbe essere formalizzato, in quanto la formalizzazione
consentirebbe a chi svolge attività in quel settore di emanciparsi e di migliorare la propria posizione, dato che
all’interno del sistema formale sarebbe in grado di ricevere prestiti e investimenti. Una simile prospettiva è molto
improbabile, perché sono comunque molti i benefici che si traggono da un sistema informale.
Ovviamente anche il settore informale ha le sue criticità: prima fra tutte, più è sviluppato il settore informale e
minore è la leva finanziaria con la quale il settore pubblico può potenziare la struttura sociale, e questo provoca un
indebolimento dello sviluppo urbano.
Nonostante sia diffusa l’idea che l’esistenza del settore formale non dipenda da quello informale, in realtà non è così:
in molte città il settore informale svolge un ruolo cruciale e in un certo senso completa le mancanze di quello
formale, tanto che alcuni sistemi economici cittadini non reggerebbero senza il settore informale.
L’informale contribuisce a creare posti di lavoro, si apre a nuove aree e soddisfa bisogni materiali di quelle fasce di
popolazione povere che non sono economicamente in grado di attingere al settore formale.
Allo stesso tempo, l’economia di un assetto urbano non sarebbe in grado di reggersi esclusivamente sul
settore informale perché esso, per definizione, non produrrebbe ricchezza anche per il pubblico e di conseguenza
sarebbe impossibile realizzare le infrastrutture necessarie a garantire un buon sviluppo urbano. Formale e informale
sono due facce della stessa medaglia, e solitamente si sviluppano su binari paralleli: lo sviluppo del formale spiana la
strada anche all’informale, e i due sistemi economici convivono pacificamente all’interno dello stesso assetto urbano.
La città super-diversa – L’autore riprende invece il modello di città del Nord globale e, nel farlo, introduce il concetto
di città super-diversa, intesa come città variegata non solo nella provenienza etnica e linguistica, ma anche come città
più mobile, ambigua, fluttuante e informe; nella città super diversa troviamo molte forme di immigrazione, di
occupazione lavorativa, di stile di vita e di direzioni.
A fianco, viene portato anche il concetto di transnazionalità che indica il fatto che un migrante non riesce ad
integrarsi completamente nel territorio di immigrazione perché mantiene sempre un legame di dipendenza o di
obbligo morale nei confronti del paese di provenienza. Alcuni migranti restano incastrati quindi in questa rete di
obblighi internazionali.
L’aumento della diversità nei centri urbani porta gli individui ad essere più tolleranti ed empatici oppure, al contrario,
li porta reazioni violente e incapacità di adeguamento reciproco? La risposta a questa domanda è duplice in realtà: vi
sono persone e intere zone dei centri urbani che sono particolarmente propense a favorire l’integrazione culturale,
che sono disposte a favorire un clima di armonia; vi sono invece persone o gruppi etnici che vedono il conflitto come
l’unica via per garantire la sopravvivenza.
La globalizzazione e la diversità etnica da un lato favoriscono lo sviluppo di nuove forme comunicative interetniche o
interlinguistiche, mentre dall’altro possono portare a climi di tensione, in cui alcuni gruppi ritengono necessario
affermare la propria diversità e una chiara identità. Da questa “necessità” espressa, hanno poi origine i partiti e i
movimenti nazionalisti diffusi in tutta Europa.
È un’ovvietà affermare che la crescente mobilità internazionale e i flussi migratori sono una diretta conseguenza del
mercato neoliberista e capitalista, perché la circolazione libera delle persone è dovuta alla deregolamentazione dei
confini e dei mercati. È vero al contempo che la circolazione delle persone è più soggetta a vincoli rispetto a quella
delle merci.
In linea con l’approccio neoliberista, i migranti sono ben accolti fintanto che costituiscono una risorsa economica,
dopodiché è considerato legittimo essere intolleranti verso di loro.
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Il fenomeno della migrazione all’interno dei centri urbani può essere vista come un esempio di conflitto di scala: sul
piano dell’economia globale la migrazione è un fenomeno sommariamente benefico, ma nelle specifiche economie
nazionali può risultare dannosa per vari motivi: in stati come quelli del Sud Europa, la migrazione è negativa perché
spesso i propri giovani vanno a cercare migliori prospettive di vita nel nord del mondo, impoverendo la ricchezza
culturale del paese; in altri stati la migrazione ha effetti negativi perché il mantenimento degli immigrati grazie al
sistema sociale nazionale ha costi maggiori rispetto al guadagno che il paese può trarre dalla loro produttività
economica.
Altro tipo di conflitto di scala provocato dal fenomeno della migrazione si manifesta esclusivamente a livello globale:
la migrazione può rappresentare un’opportunità e un miglioramento delle condizioni di vita per chi emigra, ma non lo
è per chi risiede in quartieri che vengono si popolano sempre di più di stranieri.
In ogni caso, la città rimarrà scenario di molti fenomeni destinati a svilupparsi in futuro, in parte per la complessità
che aumenta sempre di più della struttura sociale del centro urbani, in parte perché la maggior parte delle persone
già vive in centri urbani.
CAPITOLO 5 – LA MOBILITA’
La globalizzazione è la diretta causa del fenomeno del cambiamento accelerato, ossia di un aumento di velocità con la
quale le cose intorno a noi si evolvono. Il cambiamento accelerato, però, non è un fenomeno omogeneo e lineare:
È proprio il fatto che i fenomeni si evolvono a più velocità diverse che provoca spesso conflitti di scala e frizioni, e a
quelli che sono definiti cultural lags (scarti culturali).
È stato osservato che l’epoca post-moderna è caratterizzata da un generale aumento della mobilità (che non significa
che siamo tornati al nomadismo) – la maggior parte delle persone è influenzata dal cambiamento accelerato, e
questo si manifesta ad esempio in una maggiore tendenza ad emigrare, a studiare all’estero, a viaggiare sia all’interno
della propria città che da stato a stato.
Il turismo è uno dei fenomeni più rappresentativi ed esemplificativi della globalizzazione e del cambiamento
accelerato. Nel giro di pochi anni, il turismo è esploso e ha cominciato ad assumere forme sempre più diversificate.
Si è venuto a creare un particolare tipo di turista, definito anti-turista: è il turista che sceglie mete di nicchia, che non
siano le mete tipiche, appositamente per evitare di sovraccaricare certi luoghi e di non fomentare il fenomeno del
turismo di massa. Cercano appositamente destinazioni che attraggano pochi turisti.
Lo stato dove il fenomeno dell’esplosione del turismo è stato particolarmente amplificato è la Cina, dovuto sia ad un
esponenziale aumento della popolazione sia ad un parallelo attenuamento delle limitazioni della valuta. La Cina ha
finito col rappresentare il paese con più turisti al mondo, e nel 2020 il turismo è arrivato a rappresentare il 10% del
PIL nazionale.
In alcuni (molti) luoghi, la turistificazione è arrivata a tal punto da raggiungere un punto di non ritorno: non è più il
turista che si adegua al luogo che visita, ma è il luogo a creare attrazioni e attività su misura di turista. Il luogo si
adegua alle volontà e alle richieste e aspettative del turista, e tutto questo per crescita del capitale.
È stato osservato che un’altra importante tendenza che si sta sviluppando nel settore del turismo post-moderno è la
commercializzazione dell’identità, ossia il tentativo di un luogo di ottenere una specie di “copyright” sulle proprie
attrazioni di modo che queste non siano oggetto di sfruttamento dell’immagine da parte di catene turistiche globali.
Il turismo, oltre a tutto questo, è anche uno dei fenomeni che più alimenta il fenomeno dell’antropocene.
Il turismo di massa è caratterizzato da una crescente omologazione nei servizi offerti e nei percorsi creati, e questo
porta inevitabilmente alla creazione di modelli condivisi e riprodotto nelle più lontane mete turistiche; sta
diventando una forma di linguaggio comune condiviso da una parte crescente di popolazione mondiale.
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Le crisi dei profughi – in questo paragrafo si fa riferimento allo specifico fenomeno della crisi della migrazione illegale.
Scenario tipico della crisi migratoria sono le Canarie e il Mediterraneo.
L’autore prende sotto analisi prima l’isola di Tenerife, che presenta come “scenario” nel quale si sviluppano tre
diverse tipologie di turismo arrivate con tre diverse ondate migratorie: il turismo dei nordici europei, che vivono
Tenerife come paradiso e quiete, luogo di vacanza; il turismo dei latino-americani e degli est-europei, che è un
turismo prettamente lavorativo (arrivano nel paradiso tropicale per effettuare lavori di costruzione e ristrutturazione,
lavorando per imprese); il turismo africano, dove arrivano sulle coste dell’arcipelago imbarcazioni fatiscenti di
persone che scappano da condizioni di guerra, povertà, fame, discriminazione e persecuzione.
Altro territorio dove la migrazione profuga solitamente si svolge è il Mediterraneo, diventato negli ultimi anni
scenario delle principali rotte migratorie. Nonostante in Europa le frontiere fra paesi si sono dissolte, sui confini
dell’area Schengen i muri sembrano essersi alzati e sono aumentati i controlli sui confini esterni. Questo rende più
difficile per profughi approdare in territorio europeo rispetto al passato.
A causa dell’esponenziale aumento della popolazione nei territori dai quali solitamente provengono i profughi
europei, e a causa della parallela decrescita demografica dell’Europa stessa, i flussi migratori non sembrano destinati
a diminuire e il fenomeno dell’integrazione culturale è un fenomeno al quale ci dovremo, volenti o nolenti, abituare.
La pressione sui confini europei sembra destinata a non diminuire.
Sicuramente l’aumento vertiginoso dei flussi migratori è riconducibile a fenomeni come le guerre in Africa e Medio
Oriente, e queste sono a loro volta riconducibili ad azioni pubbliche portate avanti da stati europei che hanno
influenzato gli equilibri in paesi esteri.
La risposta europea alla crisi umanitaria provocata dai governi europei stessi è stata debole e carente, incapace di
rispondere adeguatamente al grido di necessità. Ad eccezione di Svezia e Germania (che hanno messo in atto vere
politiche di accoglienza) l’Europa ha accolto solo una minima parte dei rifugiati che cercano una nuova casa: la
politica comunitaria in tema migratorio si è concentrata su lotta contro le organizzazioni criminali che finanziavano il
traffico e sui salvataggi in mare. L’Europa però è stata carente e poco lungimirante, e non ha previsto per tutti gli
immigrati accolti un vero piano per il reinsediamento.
In proporzione, c’erano più “migranti” nel primo dopoguerra che adesso. Le differenze sociali e politiche tra allora e
adesso sono: 1) prima gli emigrati internazionali erano di pelle bianca, solitamente solidarizzavano con i governi
coloni locali ed erano quindi ben accetti e integrati nei paesi visitati; 2) essendo oggi triplicata la popolazione
mondiale, i governi sono più preoccupati sul capire come affrontare i problemi legati all’integrazione piuttosto che a
capire quale tipo di contributo il migrante potrebbe portare nel proprio sistema statale.
L’ideologia neoliberista incide pesantemente sui ritmi migratori attuali: se sei in grado di produrre o consumare, sei
più ben accetto rispetto a se stai soltanto cercando protezione ma non hai nessun apporto positivo alla ricchezza del
paese.
I migranti poveri, o profughi, costituiscono in un certo senso un’anomalia nel mondo surriscaldato, tanto che l’autore
li definisce surplus sociale: sono quelle persone che non producono, non consumano, non sono “necessari” per il
funzionamento dell’economia. Per il capitalismo, almeno, acquisiscono questa connotazione.
In realtà i profughi che escono dai campi profughi riescono ad inserirsi all’interno di reti di economia informale e di
relazioni sociali che li fanno integrare all’interno di una rete sommersa, che però permette loro di vivere e di crearsi
una nuova vita.
CAPITOLO 6 – RIFIUTI
L’utilizzo di energia nelle sue diverse forme produce inquinamento, anche quello che assume varie forme.
L’inquinamento e la produzione di rifiuti sono una diretta conseguenza del cambiamento accelerato; i rifiuti sono
l’altro lato della medaglia (quello fatiscente) rispetto al consumo e al progresso.
Tutti i fenomeni legati alla globalizzazione (il turismo, la mobilità, lo sviluppo tecnologico e informatico etc..) hanno
come minimo comune denominatore, come destinazione in comune, quello della produzione di rifiuti.
Mentre nel nord del mondo il settore della gestione e smaltimento dei rifiuti sta crescendo e diventando
incredibilmente proficuo, nel Sud si fa fatica a smaltire le discariche a cielo aperto che spesso occupano territori vasti,
a causa dell’assenza di strutture sociali e pubbliche che garantiscano lo sviluppo nella gestione dei rifiuti.
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La produzione dei rifiuti è un effetto collaterale inevitabile della ricchezza, del surplus e del progresso.
In passato la quantità di rifiuti prodotta non era così elevata come lo è oggi: in parte perché eravamo meno persone,
e in parte perché (grazie al fatto che l’industria non aveva ancora adottato modelli di produzione capitalistici)
acquistare un bene era un gesto molto costoso, la qualità era migliore e solitamente quel bene durava più a lungo, si
prestava più attenzione a non romperlo e la sua riparazione era sempre più conveniente di un nuovo acquisto. Oggi
non è così: a causa del modello neoliberista di produttività, il costo di praticamente qualsiasi bene è diminuito fino a
raggiungere prezzi irrisori, tanto che siamo portati ad accumulare beni e a sostituirli con facilità estrema, provocando
così un aumento dei rifiuti prodotti.
Oltre a questo, si somma il problema che stiamo finendo gli spazi dove collocare i rifiuti: il pianeta viene sempre più
spesso paragonato ad un’astronave, dove diventa fondamentale ottimizzare gli spazi e liberarne il più possibile; in cui
lo spazio è poco, e ogni cosa fuori posto deve trovare la giusta allocazione.
In alcuni paesi, soprattutto nel nord del mondo, stiamo assistendo ad una lenta ma progressiva diminuzione dei rifiuti
(in parte per le migliori tecniche di smaltimento, in parte perché i rifiuti vengono esportati verso altri paesi).
Mentre ancora nel Novecento le discariche erano ancora tutte a cielo aperto, e rappresentavano un enorme
problema nell’impatto ambientale che i rifiuti avevano sul territorio circostante, oggi le tecnologie permettono di
trattare i rifiuti in modo migliore. I rifiuti possono essere spediti in altri stati per evitare accumuli eccessivi, anche
oltreoceano.
oggi in alcuni paesi le tecniche di smaltimento (raccolta differenziata e incenerimento dei restanti rifiuti) ha reso le
discariche quasi obsolete, tanto che in alcuni posti stanno chiudendo; in altre parti del mondo (nel sud globale) le
città discarica non accennano invece a diminuire, e spesso i rifiuti che arrivano in quei posti vengono recuperati,
riconvertiti e immessi nuovamente nel circolo dell’economia, ritornando ai paesi del nord globale sotto nuova forma.
La discarica è in grado di trasformarsi in fonte di sostentamento per più persone di quante se ne immaginino. Le
persone riutilizzano i materiali di scarto e gli alimenti trovati nelle discariche, dando loro una seconda vita, e questo
permette loro di sostentarsi – altrimenti sarebbero emarginate e disoccupate, mentre ora sono in grado di
guadagnarsi la vita mediante rifiuti di altre persone. L’autore fa l’esempio di una popolazione, i Warao (America
latina, situata lungo il fiume Orinoco) che durante un viaggio via mare hanno scoperto un’isola di rifiuti pensando si
trattasse di un paesaggio pieno di tesori. Hanno cominciato a trasportare rifiuti nei villaggi, rivendendoli o usandoli
per costruire. A volte la discarica a cielo aperto viene visitata anche da mendicanti della “terraferma” che si
incrociano con i Warao, e con i quali barattano materiali da discarica.
popolazioni autoctone come i Warao sono passati da un regime di caccia e pesca ad una condizione di dipendenza
dai rifiuti delle discariche a cielo aperto, e questi li ha risucchiati nel vertice della globalizzazione, diventandone una
falange marginale. Non sono più una piccola società isolata, ma sono diventati classe inferiore di una società su scala
globale.
Nell’opera vite da scarto Bauman crea un parallelismo pionieristico fra i rifiuti materiali e quella classe sociale globale
che non produce benessere e è inattiva sul piano economico, e che viene percepita e trattata come “scarto umano”.
Così come nella società moderna non si parla dei rifiuti, e lo scarto di materiale è rapido e indolore, così avviene
anche l’esclusione dalla società e l’allontanamento dalla vista di quelle persone “sommerse” dal sistema capitalista
neoliberista; tant’è che negli USA si usa il termine “deposito” per indicare i carcerati. Nella società si è creato un
legame cognitivo fra i rifiuti e gli esseri umani considerati “parassitari”, perché non lavorano, non producono, non
contribuiscono. Semplicemente esistono, e per far si che non siano un peso si scartano.
Il legame fra rifiuto e rifiuto umano si ripropone anche nella dimensione della mobilità: così come i rifiuti spesso
vengono trasportati da nord a sud e lì smaltiti, così anche le persone povere spesso vengono trattenute nel sud
globale e se ne impedisce l’accesso al nord. Vi è una generale tendenza a tenere i rifiuti umani fuori dai confini dei
paesi ricchi.
In questo ambito, si vengono a creare due doppi legami associati alla crescita fuori controllo dei rifiuti: quello della
crescita vs sostenibilità, e quello dell’affermazione dei diritti umani universali vs la classificazione neoliberista del
valore umano (che porta a vedere le persone come rifiuti umani).
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Soluzione: sostituire la logica della crescita esponenziale con una logica del riciclo e dell’autoproduzione, con la
creazione di circuiti di risorse sostenibili. L’adozione di una simile logica presuppone però una volontà del genere
umano di abbandonare l’ideologia della crescita e di non essere più dipendenti dai combustibili fossili.
L’autore del libro fa due osservazioni sul mondo della tecnologia e dell’informazione accelerata:
1) la diffusione di tecnologie “salva-tempo” in realtà ha contribuito solo a rendere le persone più stressate
rispetto al passato
2) l’accesso illimitato e gratuito all’informazione di tutti i tipi ci ha reso (in generale) meno informati rispetto al
passato
3) le informazioni sono “servite” in pacchetti sempre più piccoli e frammentati, per agevolarne l’assorbimento;
questo però ha provocato una generale perdita della capacità di recepire informazioni e di mantenere la
concentrazione per periodi prolungati di tempo.
Come tutti gli altri fenomeni, la rivoluzione digitale ha amplificato le disuguaglianze già esistenti nel mondo. Anche se
su un piano globale la tecnologia consente di essere più connessi e di sviluppare reti sociali anche internazionali che
vengono attraversate con frequenza, la povertà economica si è riflettuta anche sulla povertà informatica e digitale
contribuendo ad ampliare il divario fra Nord e Sud globale: gli stati più poveri sono anche quelli dove Internet è meno
diffuso (in particolar modo gli stati del continente africano).
La rivoluzione digitale però ha colpito anche l’Africa, e questo cambiamento si è intrecciato sempre di più con il
fenomeno della migrazione: le persone stanno in contatto con i parenti all’estero andati a cercare una prospettiva di
vita migliore, cercano opportunità di lavoro o consigli su come raggiungere l’Europa con più facilità.
Questo fa si che la mobilità tecnologica amplifichi e contribuisca anche al fenomeno della mobilità fisica, già di per sé
in crescita. Al fine di colmare i divari esistenti, l’UE ha portato avanti progetti di aiuto e finanziamento per aiutare gli
abitanti del Sud del mondo a sfruttare le nuove tecnologie, ma questi esperimenti si sono rivelati per la maggior
parte fallimentari per il non corretto uso di strumenti tecnologici.
In sunto, la comunicazione istantanea accelera l’interazione sociale e amplifica i fenomeni di accelerazione
che sono presenti in altri ambiti già studiati.
A causa dell’immaterialità del prodotto della rivoluzione tecnologica, è difficile quantificare la crescita di questo
fenomeno. Possiamo limitarci a sottolinearne lo sviluppo esponenziale in pochi anni.
La rivoluzione tecnologica è stata accompagnata da criticità note: 1) si preferisce la quantità delle informazioni alla
loro qualità e approfondimento, 2) si prediligono informazioni più frammentate a discapito della coerenza, 3) tutto
questo favorisce una sempre più frequente sensazione di fatica quando ci si trova ad immagazzinare informazioni.
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La quantità di informazioni rende difficile una loro catalogazione, e rende difficile stabilire una gerarchia di
importanza delle informazioni stesse.
La rivoluzione informatica e tecnologica da vita ad un doppio legame: la quantità di informazioni prodotte e la
velocità con cui si accumulano è in contrasto con l’approfondimento, la specificità e la qualità dell’informazione e del
prodotto intellettuale.
Unica differenza rispetto alla dimensione dei rifiuti materiali è che le informazioni obsolete e in eccesso non possono
essere “gettate via” in quanto immateriali, ed essendo ineliminabili si accumulano. Le informazioni superflue sono
considerate alla stregua di rifiuti che occupano la mente, il tempo e lo spazio.
Nonostante inizialmente la rivoluzione tecnologica fosse vista come uno strumento di crescita e di miglioramento
della qualità della vita, e inizialmente ha contribuito a rendere estremamente più flessibili le vite delle persone, oggi
invece sembra che l’estremizzazione di certi fenomeni – in particolar modo il sovraccarico di informazioni superflue e
la costante reperibilità che rende impossibile godere del tempo – hanno finito per ridurre quella stessa flessibilità
che avevano contribuito a creare.
Grazie alla tecnologia, è più facile mantenere contatti e avere interazioni con persone al di là del confine nazionale,
tanto che siamo arrivati ad oltrepassare i confini stessi – per descrivere questa tendenza è stato usato il termine
super-diversità intesa come diversificazione della varietà: sempre più individui si spostano sempre più dentro e fra i
confini nazionali, sviluppando lingue e religioni in comune. Sicuramente la telefonia mobile e l’accesso a internet ha
contribuito ad alimentare il fenomeno della migrazione verso l’Europa.
Nonostante in questo capitolo ci siamo concentrati a descrivere gli aspetti negativi della rivoluzione
informatica perché vista come fenomeno di larga scala, ricordiamoci che inizialmente la tecnologia e l’informatica
nascono come fenomeni di piccola scala allo scopo di aumentare la flessibilità in altri ambiti della vita quotidiana. È
quindi possibile fare un passo indietro (per il singolo individuo), passare ad una scala inferiore e riguadagnare la
flessibilità perduta.
Applicando anche i concetti visti nel capitolo dedicato all’energia, l’antropologo Rifkin ha elaborato il concetto
di Wikipedia dell’energia – ha elaborato un modello di produzione dell’energia basato sulla creazione di una rete
elettrica decentralizzata, in cui ogni individuo contribuisce attraverso i propri strumenti di produzione a mettere in
comune ciò che produce al fine di evitare un controllo centralizzato. Il modello appena descritto potrebbe essere un
modello alternativo a quello attualmente esistente, e sicuramente più sostenibile.
Per limitare i conflitti di scala, spesso si “sale di scala” (cioè si cerca di adottare misure ad un livello della scala più
ampio per garantire maggiore uniformazione), ma questo processo ha due conseguenze importanti:
1. salire di scala crea sempre in ogni ambito economie di scala, cioè livelli economici più ampi e livelli più locali
e specifici; solitamente i livelli di scala più ampi tendono ad inglobare e ad annientare i livelli inferiori,
rendendo così impossibile lo sviluppo di reti economiche su piccola scala
2. salire di scala solitamente implica l’adozione di meccanismi automatizzati e comporta l’omologazione: questo
può facilitare il lavoro, ma è causa di perdita della flessibilità (sia nello sviluppo di capacità lavorative che di
flessibilità ambientale – viene fatto l’esempio del passaggio dai campi di contadini alla piantagione).
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3. Salire di scala solitamente è anche un modo per sottrarre potere contrattuale ai livelli di scala inferiori, e
infatti quando questo accade e un’attività viene centralizzata accade che anche la responsabilità viene
centralizzata e trasmessa a livelli sempre più alti, irraggiungibili per chi opera ai livelli più bassi della scala.
Salire di scala indebolisce coloro che subiscono gli effetti negativi del passaggio di scala, del cambiamento. Il
trasferimento di responsabilità a livelli più alti colpisce tutti gli ambiti interessati dalla globalizzazione.
Qualsiasi ambito che è stato colpito dal fenomeno della globalizzazione (trasporti, produzione di energia,
comunicazione, consumo e produzione) ha subito uno spostamento verso un livello di scala più ampio perché tale
spostamento ad un livello più generale della scala era fondamentale per dare struttura al nuovo modello
socioeconomico, quello neoliberista, che stava prendendo piede e che oggi regola gli equilibri del mondo. Lo
spostamento di scala però ha portato come conseguenza numerosi conflitti di scala in praticamente ognuno di questi
ambiti.
I conflitti di scala trasposti sul piano economico possono essere positivi per il livello di scala più ampio, ma
danneggiare i livelli più bassi e locali.
Il libro riporta l’esempio dei coltivatori di banane dell’isola di Dominica, che in passato producevano ed esportavano
banane in funzione di un accordo con aziende statunitensi. Quando anche negli USA si è cominciato a produrre
banane in colture intensive, è stato chiesto ai contadini di adattarsi ai nuovi meccanismi di produzione; questa
popolazione ha rifiutato, mantenendo una produzione di scala locale e a rete ristretta, producendo colture variegate
e scegliendo di prediligere autonomia e flessibilità rispetto a connettersi ad una rete di larga scala nella quale non
avrebbero avuto più alcuna identità e controllo sulle attività.
Nel momento in cui si creano conflitti fra livelli di scala, intervengono anche sensazioni umane come la fiducia e
l’attribuzione di colpa/responsabilità. I conflitti di scala, infatti, oltre ad avere conseguenze tangibili sul piano politico
ed economico hanno anche importanti conseguenze sul piano cognitivo personale.
Quando si verificano conflitti di scala (piani alti e piani bassi) gli individui si trovano di fronte ad un aut-aut: dare
fiducia al livello superiore, che appare più “informato” ma è distante e astratto, oppure dare fiducia alla propria
esperienza e a dati empirici che derivano da un punto di osservazione più basso ma di cui si ha più certezza? Molti
scelgono la seconda opzione.
Una delle cause che provoca conflitto fra livelli di scala diversi è la consapevolezza che i livelli più alti hanno
potere decisionale e che i livelli alti influenzino pesantemente i livelli più bassi, mentre gli ultimi non hanno alcun
controllo sui primi. Fra più livelli di scala vi è spesso una distribuzione del potere diseguale (a vantaggio del livello di
scala più ampio).
Il cambiamento accelerato ha dato vita a strutture che in passato erano legittimate, stabili e ispiravano fiducia alle
persone, perché quelle strutture avevano visioni più globali e in grado di leggere il cambiamento del mondo e di
guidare gli individui, che si sono ritrovati inglobati da livelli di scala più ampi perché i livelli locali sono
progressivamente spariti o sono stati sottomessi.
Quelle strutture però hanno cominciato a perdere stabilità e legittimazione quando le narrazioni da loro portate
avanti hanno cominciato ad essere poco lineari e quindi poco credibili. A questo punto, gli individui possono scegliere
di dare fiducia ad altri tipi di strutture sempre su ampia scala ma alternative rispetto alla narrazione che aveva
dominato fino ad ora e che si è rivelata fallace o fallimentare, oppure possono scegliere di retrocedere e di dare
fiducia a livelli più bassi, a narrazioni che provengono da persone con cui hanno rapporti personali e a cui danno
riconoscibilità in funzione del rapporto diretto. La vicinanza e la possibilità di dialogo ispirano autonomamente più
fiducia e più disponibilità a legittimare un nuovo tipo di narrazione.
All’interno di una società così complessa è fisiologico che si sviluppino più tipi di narrazione e conoscenza,
che si scontrano fra di loro e competono per il livello di legittimità, influenza e fiducia guadagnato che deriva dagli
individui.
Anche se fino ad ora abbiamo parlato di conflitti fra diversi livelli di scala e diversi livelli di conoscenza, dove la
conoscenza empirica si scontra con la conoscenza astratta e più globale, è anche vero però che a volte gli scontri si
creano anche al medesimo livello della scala.
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La sfida più grande che attende i sistemi post-moderni è quello di essere in grado di riconciliare un mondo cognitivo
basato su osservazione ed esperienza con un mondo ontologico basato su studi e astrattezza. L’antropologo levi-
Strauss rappresentava questi due diversi livelli di “fiducia” contrapponendo due figure professionali: il bricoleur che
aveva idee e materiali a disposizione per realizzare progetti, e l’ingégneur che possedeva invece i principi geometrici
per garantire che il progetto fosse funzionale.
Come funziona poi il sistema di attribuzione della colpa? La colpa solitamente viene attribuita dagli individui dai livelli
di scala più alti e astratti, ritenuti irraggiungibili e responsabili degli effetti negativi di qualsiasi cosa. Il rischio di
attribuire la colpa solo ed esclusivamente a livelli troppo alti ha però un effetto collaterale, che consiste nel fatto che i
livelli intermedi, che magari potrebbero agire per invertire la rotta di un fenomeno, sono deresponsabilizzati e non si
assumono la colpa delle proprie azioni, continuando ad operare indisturbati e contribuendo ad aumentare i danni.
Nelle società complesse, si è sviluppato un sistema di attribuzione della colpa che può prendere tre direzioni diverse:
si può incolpare la vittima stessa del danno, dicendo che non ha preso le giuste contromisure per evitare di essere
danneggiata; si può incolpare fattori e soggetti appartenenti ad un livello di scala più ampio, con il quale è difficile –
se non impossibile – avere un contatto diretto; oppure si attribuisce la colpa ad un fattore esterno al sistema, un
fattore endogeno e imprevedibile che viene additato come il nemico comune e contro il quale il sistema prende
contromisure. La società post-moderna è caratterizzata dall’attribuzione simultanea di più tipi di colpe a soggetti
diversi.
La tendenza ad attribuire la colpa però non segue sempre la logica, e anzi più il fenomeno ci sembra incontrollabile e
fuori della nostra portata più tendiamo a fare affidamento su logiche cognitive piuttosto che sui dati e le conoscenze.
Più il responsabile di un certo fenomeno negativo è astratto o di larga scala, più diventa difficile attribuire
responsabilità e colpe secondo logica, e diventa psicologicamente e sociologicamente necessario personalizzare la
colpa attribuendola a qualcuno o qualcosa che invece vediamo più vicino a noi. La personalizzazione della colpa serve
spesso per ridurre la scala, ridurre la complessità di situazioni che percepiamo come più grandi di noi e far sembrare
il fenomeno gestibile (anche se in realtà non lo è).
Spesso in queste situazioni si verificano fenomeni di incanalamento e deviazione della responsabilità verso agenti
specifici: attribuire la colpa ad agenti deboli e vulnerabili può essere una mossa di un governo allo scopo di
distogliere l’attenzione popolare dai “piani alti”, mentre al contrario attribuire la colpa al sistema a livello globale –
come già abbiamo detto – può distogliere l’attenzione dalla responsabilità locale di certi conflitti o situazioni.
In un mondo che si organizza strutturalmente su più livelli, diventa difficile avere le capacità di individuare il
responsabile di un determinato fenomeno, e questo significa che si ha difficoltà anche a rivolgere reclami o accuse
nei confronti del vero responsabile.
In un mondo così complesso, si sono sviluppati modi di trasferimento del problema ad un livello di scala diverso. Il
problema e la responsabilità possono essere trasposti in tre diversi modalità:
- Dal basso verso l’alto – spostare un problema verso un livello di scala più alto rispetto al nostro deriva dalla
convinzione che il problema possa essere affrontato e risolto da un livello più elevato, che ha una visione più
globale rispetto alla nostra e che per questo potrà fare scelte migliori.
- Dall’alto verso il basso – scendere di scala si basa sul presupposto che le entità astratte a livello più alto siano
incapaci di guadagnarsi la fiducia necessaria, e che siano quindi volontariamente deresponsabilizzate nella
gestione dei problemi. Dato che il livello di scala alto non è capace di risolvere il problema, lo spostamento
della responsabilità serve a dimostrare che il livello più basso sarebbe più meritevole di fiducia e di potere
per la soluzione del problema. Allo stesso tempo, però, in un mondo così globalizzato è ormai impossibile
eliminare i livelli di scala più alti e ridurre tutto a livelli locali: ormai le strutture globali sono inamovibili e
bisogna convivere con esse. Il massimo che i livelli di scala bassi possono fare è appoggiare e sostenere i
livelli di scala più alti.
- Lateralmente – l’oscillazione laterale di problemi e responsabilità è la forma più variegata e meno lineare, e
più difficile anche da mettere in atto. Solitamente lo spostamento laterale comporta il rivolgersi ad entità
diverse, dalle quali ci si aspettano risposte diverse e soluzioni diverse, ma le quali appartengono allo stesso
livello della scala. L’oscillazione laterale non presuppone un cambio di livello. Quando la trasposizione laterale
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fa entrare in conflitto alcuni fenomeni o attività, non si tratta necessariamente di uno scontro fra livello
diversi ma, anzi, nella maggior parte dei casi si tratta di contrasto fra principi organizzativi.
Per riassumere: la forza motrice che ha reso possibile il progresso in ottica neoliberista di tutte le dimensioni della
vita umana è la continua produzione di energia sotto diverse forme e il suo impiego in ogni ambito possibile.
In generale, i fenomeni e le strutture di larga scala predominano ampiamente su quelle di piccola scala arrivando ad
inglobarli; spesso scoppiano conflitti fra questi molteplici livelli di scala dove il modello di organizzazione sociale
locale si scontra con la standardizzazione, la massimizzazione dell’efficienza e la perdita di flessibilità.
Esistono le condizioni e la possibilità che si possa instaurare un dialogo globale fra stati e entità sovranazionali per un
coordinamento globale delle attività umane? Sembrerebbe che la possibilità che si verifichi una conversione globale
sia sempre più concreta grazie al costante processo di ibridazione delle culture: l’entrare in contatto delle varie
culture che (principalmente a causa di mobilità e tecnologia) si sono diffuse e mescolate in tutto il mondo ha fatto si
che si creassero punti di contatto e convergenza che in passato non esistevano.
Forse è proprio il fatto che i fenomeni provocati dal neoliberismo colpiscano indiscriminatamente tutti gli angoli del
mondo a renderci disponibili, oggi più che mai, ad instaurare un dialogo globale per risolvere i problemi da esso
causati.
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