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Il documento analizza la vita e il pensiero di Giacomo Leopardi, evidenziando le sue tre fasi di pessimismo e la sua riflessione sulla condizione esistenziale dell'uomo. Leopardi esplora temi come la ricerca del piacere, il valore dell'immaginazione e la bellezza dell'antico, proponendo una poetica che si basa sul vago e sull'indefinito. Attraverso le sue opere, come 'L'infinito' e 'La sera del dì di festa', Leopardi esprime il contrasto tra la realtà e l'immaginazione, evidenziando la fragilità dell'esistenza umana.

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Il documento analizza la vita e il pensiero di Giacomo Leopardi, evidenziando le sue tre fasi di pessimismo e la sua riflessione sulla condizione esistenziale dell'uomo. Leopardi esplora temi come la ricerca del piacere, il valore dell'immaginazione e la bellezza dell'antico, proponendo una poetica che si basa sul vago e sull'indefinito. Attraverso le sue opere, come 'L'infinito' e 'La sera del dì di festa', Leopardi esprime il contrasto tra la realtà e l'immaginazione, evidenziando la fragilità dell'esistenza umana.

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ITALIANO

ARGOMENTI MATURITÀ 2023

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Leopardi
Nasce nel 1798 a Recanati. Il rapporto con la madre condiziona l'adolescenza, costretto a un'esistenza quasi priva di
rapporti con i coetanei e di esperienze sentimentali. Intorno al 1816 Leopardi matura «conversione letteraria», che lo
porta «dall'erudizione al bello»= dal semplice accumulo di nozioni all'appassionata lettura dei grandi poeti classici
(Dante, Omero, Virgilio, Foscolo). Questi anni sono caratterizzati da un senso di isolamento e dal disagio esistenziale
accentuati da un doloroso deperimento psicofisico. Queste sofferenze aprono la strada alla riflessione filosofica e nel
1819 una seconda 'conversione', dal «bello»al «vero». La vita a Roma si rivela una delusione: trova insulsa e mediocre
la mondanità dei salotti e anche monumentalità della città, quindi di reca a Recanati ormai convinto che il proprio senso
di malessere esistenziale non dipenda solo dal «natio borgo selvaggio», ma sia una condizione universale e
ineliminabile, propria di ogni uomo e di ogni tempo. Muore nel 1837.

Il pensiero
L’intera opera di Leopardi si basa sulla riflessione filosofica riguardante la condizione esistenziale dell’uomo e la sua
infelicità. Il suo pensiero è diviso in tre fasi:
1. Pessimismo storico = la sofferenza degli uomini non dipende dalla natura ma dall’evoluzione della civiltà. Infatti la
natura, intesa come madre benigna, aveva dotato gli uomini della capacità di immaginazione che velava gli occhi
degli uomini annebbiando la sofferenza. Infatti, secondo Leopardi, gli antichi, essendo più vicini alla natura, erano
più felici degli uomini contemporanei poiché il progresso li ha allontanati dalla natura mostrando il vero. La storia
viene quindi concepita come un processo di degenerazione; l’unico modo per recuperare le illusioni del passato
consiste nell‘imitare la civiltà e la poesia classica. In questa fase è collegata la teoria del piacere= la felicità si
identifica con il piacere; l’uomo infatti è infelice perché passa la sua vita a cercare non un piacere ma il piacere
ovvero infinito e durevole. Questa ricerca risulta impossibile in quanto il piacere è un qualcosa finito e soddisfabile,
quindi seguito dalla frustrazione e dal sentirsi una nullità. L’unica via attraverso l’uomo può raggiungere una specie
di piacere illusorio è l’immaginazione, nella forma del ricordo di un piacere a passato o nell’attesa di un
indeterminato piacere futuro.
2. Pessimismo comico = l’infelicità dell’uomo non è il risultato di un processo storico ma un dato assoluto e
ineliminabile che riguarda tutte le creature viventi di tutte le epoche. La natura non viene più concepita come una
madre benigna ma come meccanismo cieco e crudele il cui unico scopo è la conservazione dell’esistenza. La natura
infatti fa nascere l’uomo con un desiderio infinito di piacere destinato a restare perennemente insoddisfatto ed è tutto
indifferente al benessere delle proprie creature. Il dolore non è più solo un’assenza di piacere ma è un tormento
materiale dovuta a danni esterni, non è quindi un errore ma un elemento strutturale e una legge essenziale. La natura
è meccanicistica e non finalistica, l’uomo fa parte di questo meccanismo diventando quindi nullità del cosmo.
Questa nuova visione comporta un rovesciamento dei rapporti tra natura e civiltà. La ragione da un lato svela
all’uomo il vero (definito arido), eliminando ogni possibile illusione di piacere, dall’altro lo sprona ad accettare con
dignità e piena consapevolezza la propria sorte infelice.
3. Titanismo eroico = nonostante sappia già di aver perso in partenza, in quanto non si può evitare il male, Leopardi non
si arrende a questo meccanismo. In una prima fase Leopardi considera la condizione dell’individuo ontologicamente
negativa dove nessun ideologia può giustificarla o risolverla, nessuna consolazione è accettabile nemmeno l’amore.
Arriva però la conclusione dove supera l’atteggiamento di distaccata e ironica contemplazione dell’infelicità
universale e riscopre il valore della solidarietà umana. Nella Ginestra infatti rivolge all’umanità un alto insegnamento
morale civile : una volta presa coscienza della propria fragilità di fronte a forse distruttrici, anziché aggravare la pena
combattendosi a vicenda, gli uomini dovrebbero unirsi tra di loro contro il vero nemico, la natura matrigna.
Molto complessa è la tematica del romanticismo leopardiano, esistono infatti doversi elementi romantici: dolore
esistenziale, scompenso tra ideale e reale, io lirico. Ci sono anche, però, elementi che lo allontanano: materialismo e
razionalismo (illuministi), rifiuto di ogni suggestione spirituale, rigore stilistico e parsimonia retorica. Per leopardi la
poesia compensa per un motivo reale e doloroso mentre i romantici italiani davano alla poesia una funzione sociale.

Le teorie
1. La poetica del vago e dell’indefinito = molto legata alla teoria del piacere. La poesia deve perseguire espressività
indeterminata, attraverso situazioni vaghe, dato che l’uomo aspira a un piacere assoluto e illimitato. L’utilizzo di
situazioni vaghe stimola l’immaginazione e l’uomo può quindi soddisfare i suoi piaceri. L’immaginazione poi è
nella memoria e nel desiderio, per questo la poesia deve avere entrambi i significati. Leopardi utilizza quindi un
lessico ampio e polisemico, immagini che regalano la sensazione di vastità ed enjambement. Ricorrono l’attesa e il
ricordo per soddisfare un finto piacere. I ricordi solo legati: alla fanciullezza, in quanto possono richiamare alla
memoria l’infanzia, e gli antichi che sono più vicini alla natura. Per loro c’è una poesia filosofica lontana dall’arido
vero.
2. La teoria del piacere = sostiene che l'uomo nella sua vita tende sempre (fino alla morte) a ricercare un piacere
infinito come soddisfazione di un desiderio illimitato. Il desiderio infatti non ha limiti: né per la durata (finisce solo
con la morte), né né per estensione (sostanziale in noi, non come desiderio unico o multiplo, ma come desiderio del
piacere) => non ci può essere quindi qualcosa che appaghi: niente è eterno e niente è immenso. Infatti la natura porta
al fatto che tutto sia circoscritto e che quindi il piacere venga appagato per poco e che il desiderio ritorni = l’ anima
desidera il piacere e non un piacere. Tuttavia la natura misericordiosa riesce ad aiutare l’uomo a vivere meglio
fornendo due cose:
- facoltà immaginativa dell'uomo che può concepire le cose che non sono reali: l’uomo può figurarsi piaceri

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inesistenti e figurarseli come infiniti in: numero, durata ed estensione => non bisogna stupirsi che la speranza sia il
bene maggiore e che la felicità umana corrisponda all'immaginazione stessa. La natura, misericordiosa tenta di
aiutare l’uomo: e non potendo fare altrimenti fornisce tale facoltà all'uomo come strumento per giungere non alla
verità, ma ad un'illusoria felicità.
- l’occupazione (che può essere considerata la soddisfazione continua degli svariati bisogni che la natura ha fornito
agli uomini) è una condizione che porta felicità nella vita dell'uomo. Ad essa si oppone il tedio, la noia, che è il male
più grande che possa affliggere l'umanità. La felicità, dunque, è più facilmente trovata dai fanciulli che riescono
sempre ad immaginare e riescono a distrarsi con ogni sciocchezza. In sintesi è bene comprendere che la natura
misericordiosa tenta di aiutare l’uomo a vivere al meglio: con l’immaginazione e con il lavoro.
Secondo Leopardi l'umanità poteva essere più vicina alla felicità nel mondo antico, quando la conoscenza scarsa
lasciava libero corso all’immaginazione = necessaria un po’ di ignoranza che avvicina alla natura. Nel mondo
moderno, invece, la conquista del vero ha portato l'immaginazione ad indebolirsi fino a sparire del tutto negli adulti.
Il sapere quindi distrugge l’immaginazione e la felicità.
3. Le rimembranze = Le rimembranze che fanno scaturire bellezza non derivano solo dagli oggetti, ma anche da altre
poesie: certe volte un’immagine rende bella la poesia per l’abbondanza dei ricordi veduta in altre poesie. Le
rimembranze dimostrano una dipendenza dalla fanciullezza. È come se provassimo un piacere perchè ci ricordiamo
di lui. Da questo deriva che la sensazione è presente non è diretta dalle cose, ma una ripetizione dell’immagine
antica.
4. L’antico = L’antico è il principale ingrediente delle sublimi sensazioni materiali o spirituali per la tendenza
dell’uomo all’infinito. Tuttavia l’antico non è eterno, quindi non infinito => è il concepire di uno spazio di molti
secoli a produrre una sensazione infinita ed indefinita. Non è così invece nelle cose moderne dove l’anima non può
perdersi = vede la sua estensione nel tempo. Addirittura quando vediamo qualcosa di nuovo come una torre (esempio
di Leopardi) di cui non sappiamo l’epoca precisa è una torre antica della quale si sa l’epoca precisa, commuove più
la seconda = da un senso di piacere nostalgico in cui ci si perde.
5. Il vero è brutto = Il passato e il futuro sono migliori del presente: ci si ricorda o si immagina. Mentre il presente (il
vero) è brutto: si ha la sua vera forma
6. La teoria della visione = È piacevole tutto quello che lo sguardo esclude: gli oggetti visti con alcuni impedimenti
come la siepe sono poeticissimi oppure la luce del sole e della luna nonostante non si vedano loro e non si capisca
dove si trovino. Di spicco sono le ombre che si fermano ovunque e danno un senso di ignoto e indefinito. Infatti
l’uomo deve sforzare la sua facoltà immaginifica per tentare di capire. Questa cosa non avviene solo in natura ma
anche con dipinti o musica: l’uomo cerca di riprodurre sensazioni vaghe e indefinite.
7. Le parole poetiche = Vi sono alcune parole più poetiche di altre poiché sono in grado di rendere più piacevole una
poesia. Queste parole richiamano lontananza, antichità, vago, indefinito eccetera. Queste parole richiamano anche la
notte (esempio di Leopardi), in quanto confonde l’anima = percezione vaga delle cose.
8. La teoria del suono = La teoria della visione è applicabile anche alle cose che si sentono. È infatti piacevole un
suono lontano, un suono non del tutto chiaro che faccia insorgere l’idea di vago e indefinito. Esempi sono il tuono, il
vento ecc... . I suoni suggestivi sono quelli vaghi. Una voce o un suono lontano è piacevole per l’idea di vago e
indefinito che ci danno.
9. La doppia visione = L’uomo che è provvisto di un’immaginazione feconda viva come il poeta (Leopardi usa se
stesso come esempio, nel senso viva come lui) sempre immaginando in maniera doppia: visione reale e visione
poetica. Quando vediamo qualcosa sarebbe bene che ci insorga l’immaginazione: esempio vediamo una torre nella
realtà e allora dovremmo vederne un’altra con l’immaginazione. È triste la vita di chi vede solo il reale.

L’infinito, G. Leopardi
L’io lirico è seduto assorto in un colle; l’ostacolo della siepe stimola l’immaginazione e per contrasto l’idea di infinito e
gli permette di superare i limiti della realtà. La lirica evoca un’avventura dell’immaginazione avviata da impressioni
sensoriali e sostenuta da una mediazione che va oltre ogni limite. Il testo potrebbe essere diviso in due parti:
- prima parte (vv.1-8) => L’io lirico, partendo da ogni situazione concreta, passa dal piano reale a quello immaginario
grazie ad un’ostacolo (la siepe). L’io lirico raggiunge anche la percezione dell’infinito
- seconda parte (vv.8-13) Il poeta torna alla realtà, ma uno stimolo acustico lo fa tornare all’infinito, un infinito
temporale = confronto tra presente e ampiezza epoche passate = rimembranza. In questa parte infatti dominano
elementi di entrambi i mondi.
Nel finale la situazione si rovescia e il poeta si ritrova in una dimensione del tutto immaginario, è proprio immerso in
essa e ne ricava non più sgomento, ma dolcezza. Come è possibile notare il componimento si sviluppa tra continue
intersezioni tra finito ed infinito = due piani, cioè reale e immaginario, i quali restano sempre distinti. Infatti
l’esperienza leopardiana non è di smarrimento, piuttosto è come un sogno lucido avviato dai sensi ma governato dalla
ragione. Le tematiche presenti sono quelle che Leopardi presenta già nello Zibaldone (non a caso è la chiave di lettura
delle opere leopardiane) => teoria del vago e dell’indefinito, rimembranze , suono.
Nel componimento ricorrono vari elementi che stanno a sottolineare sensazioni indefinite, in vari campi:
- lessico => troviamo termini vagli (interminati spazi, profondi silenzi ...), parole plurisillabiche e composte (in-finito,
in-terminati ... ): dilatazione temporale.
- fonetico => prevalenza delle vocali aperte, specialmente la a (caro, mirando, immensità ... ): suggeriscono vastità e
prolungata risonanza
- sintattico => prevalenza coordinazione, polisindeto, verbi gerundio: dilatazione temporale -

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- metrico: frequenti enjambement che non hanno solo il compito di rendere il passo scorrevole, ma esprimono anche la
continua spinta verso l’immaginazione.

La sera del dì di festa


Nella serena notte di luna che conclude un giorno festivo, la donna amata dal poeta dorme serena ignara dell’amore
senza speranza che ha suscitato, mentre lui invece veglia in preda alla disperazione. Ai tormenti d’amore poi si
sostituisce il dolore per la presa coscienza del fatto che tutto ciò che è umano è destinato a cadere.
Componimento abbastanza denso, si apre con un notturno che è un elemento poeticissimo perché la luce della luna fa
riverberare il paesaggio in maniera non chiara dando un senso di vago e indefinito
La sua sofferenza non è data da depressione ma dalla contemplazione e presa di coscienza dal fatto che avesse una
profonda capacità di capire l’universo che lo faceva sentire solo, analisi e pensiero poetante che gli fecero prendere
coscienza della sfortuna umana
Costruzione anulare = da una situazione serena ad un ritorno alla serenità > rimembranza dell’infanzia che ci salva
dall’infelicità, si ritorna ad un equilibrio (vediamo ancora la matura benigna)
Possiamo dividere questa lirica in 2 parti:
1. Apre un notturno, si incentra sul contrasto tra la sofferenza individuale del poeta e la serenità della donna. La
natura viene chiamata direttamente in causa = è bellissima come la donna ma solo in apparenza benevola, poiché la
sue quiete nasconde spietata insensibilità. All’imperturbabilità della donna e della natura si contrappone la
disperazione dell’io-lirico al quale viene negata l’attenzione.
2. l’eco lontana di un “solitario canto” suscita nel poeta una riflessione sulla transitorietà delle cose umane e sullo
svanire nel tempo delle grandi civiltà del passato. Vediamo quindi la gioia fuggevole di un giorno festivo e la gloria
secolare di un grande impero che condividono la stessa transitorietà
Temi:
1. Infelicità del poeta che lamenta la sua esclusione della gioie della vita e dell’amore
2. Senso di smarrimento dato dalla constatazione della vanità di ogni azione umana
Il poeta però si consola da questo dolore che sembra essere più ampio, perché al contrario si rende conto che anche quei
dolori collettivi e storici sono destinati ad essere dimenticati

A Silvia
Silvia è la figlia del cocchiere di casa leopardi, il vero nome è Teresa Fattorini che è morta giovane per tubercolosi.
Silvia diventa allegoria stessa della giovinezza, c’è una visione di questa ragazza all’indietro, nel senso che viene
ricordata. Il tema centrale del componimento è costituito dall’evocazione delle illusioni giovanili, seguite dal loro
svanire davanti al triste “vero”. Antitesi tra speranze dell’adolescenza e il subentrare di una forte disillusione che
assume per silvia una morte fisica e per il poeta una morte spirituale (svanire di ogni speranza di felicità). La sofferenza
è inevitabile perché dovuta all’indifferenza di una natura malvagia, che suscita negli individui speranze destinate a
rimanere frustrate. Il contesto primaverile corrisponde alla giovinezza e l’inverno alla vecchiaia. La lirica si apre sul
ricordo e attraverso esso è filtrato il discorso del poeta. All’idealizzazione delle speranze giovanili, portatrici di piacere
in quanto vaghe e indefinite, si unisce la dolcezza del ricordare. L’immagine di silvia incarna la morte e la vita, nel
“maggio odoroso” Silvia ha la bellezza ingenua di un adolescente piena d gioia e fiducia nel futuro, ma già “via
mortale” crea un lutto sull’apparizione di questa fanciulla. La sovrapposizione di silvia e la speranza (entrambe
“compagne” della vita di leopardi) ora morte, crea un’allegoria.

La doppia visione consiste nel fatto di ricordare la casa paterna e gli affari ma nel momento in cui vengono ricordate
diventano altro. Rimembri in quel vago avvenire…Il filtro dell’immaginazione che si attiva attraverso il canto e la
doppia visione. Silvia viene sublimata, non è una poesia dedicata ad una ragazza di cui lui è invaghito. Presa di
coscienza dal pessimismo storico al pessimismo cosmico. Per leopardi la morte è la morte. All’apparir del vero tu
misera cadesti = pessimismo cosmico

Canto notturno di un pastore errante dell’Asia


Questo canto è strato ispirato dalla lettura di un articolo di cui si descriveva la vita dei pastori dell’Asia e si affermava
che questi pastori osservano la luna e passavano la notte a comporre canti tristissimi e malinconici. Inizia con un ode
alla luna
Tematiche = notturno è un topos letterario di leopardi, la luna da una poetica vaga e indefinita, c’è la poetica del vero e
presa di coscienza della verità, riflessione sulla vaghezza della vita umana
I versi hanno rime interrogative senza risposta dalla luna, simbolo di eternità ed infinito. La luna non da alcuna risposta
al pastore e lo lascia a struggersi in solitudine. È un dialogo senza risposta si tratta quindi di un pensiero poetico, è
possibile notare la filosofia leopardiana introdotta dagli interrogativi sulla vita, sull’uomo. La canzone dovrebbe essere
un dialogo tra la luna ETERNA e il pastore FILOSOFO che con i suoi interrogativi si fa portavoce del pensiero del
poeta. La luna che non risponde rappresenta la natura che non si occupa dell’uomo ma fa il suo corso, diventa antitetica
ad esso: la luna è emblema dell’eternità e l’uomo è invece finito, destinato ad avere una fine. Il pastore è simbolo della
condizione umana. Il poeta fa ipotesi sullo scopo dell’esistenza. Il pastore è lontano dalla civiltà come lo erano gli
antichi, al quale Leopardi in passato aveva riconosciuto i privilegi dell’energia vitale dell’armonia con la natura e la
conseguente capacità di esercitare l’immaginazione e gioire delle illusioni concesse dalla natura stessa

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La Ginestra, [Link]
La ginestra è un fiore umile che germoglia con tenacia nei pressi del Vesuvio, dove si manifesta a pieno la potenza
distruttiva della natura => simbolico: rappresenta un modello per la società, che dovrebbe abbandonare l’illusione del
progresso e accettare la propria condizione con dignità.
Il componimento inizia con un paesaggio desolato alle pendici del Vesuvio, dove sboccia la Ginestra, che il poeta
ricorda aver già visto nelle campagne romane, nelle antiche rovine. Essa si configura come una pacata resistenza contro
la violenza ostile della natura. La visione della ginestra sollecita una riflessione sulla vita umana. Dalla descrizione
della ginestra il poeta inizia una polemica verso la propria epoca e verso tutti coloro che si illudono con false credenza
ottimistiche.
Nella terza strofa, in antitesi rispetto ai miti ingannevoli, il poeta invita gli uomini ad accettare la propria condizione e a
stringersi tutti insieme contro il nemico comune: la natura matrigna => solo così la società potrà basarsi su una solida
base.

- La prima strofa è prevalentemente descrittiva e si concentra su ginestra e Vesuvio: essa si erge con fierezza contro un
paesaggio tutt’altro che positivo, che testimonia il potere crudele della natura. La ginestra si erge anche intorno alla
campagne di Roma: simbolo della potenza ormai decaduta. L’atteggiamento da incarnare sarebbe quello della
ginestra: l’uomo dovrebbe accettare il proprio destino in maniera umile ma allo stesso tempo dignitosa e dovrebbe
alleviare la sofferenza altrui.
- Nella seconda strofa Leopardi attacca duramente queste concezioni dicendo che non hanno portato al progresso, ma
al regresso annullando le conquiste del rinascimento e dell’illuminismo (esaltati da leopardi per il loro razionalismo).
- Nella terza strofa troviamo un’allegoria in funzione di similitudine = l’uomo infermo rappresenta tutta l’umanità, che
può accettare le proprie sventure senza aver bisogno di divulgare idee di sicura immortalità o di futuro glorioso.
Soprattuto è segno di nobiltà non accusare gli altri compromettendo i rapporti umani, ma la natura. Gli antichi lo
fecero = applicarono la giusta virtù, mentre i moderni sono governati dall’egoismo e dall’ostilità. Nella seconda
parte della strofa, però, supera la corrosività della critica precedente sulle teorie ottimistiche: Leopardi avanza una
proposta morale e sociale ipotizzando una civiltà in cui gli uomini sono consapevoli della loro sofferenza e si
coalizzano contro il nemico comune: la natura maligna in modo da sopravvivere.

Nella Ginestra Leopardi sviluppa con rigore argomentativo le proprie considerazioni, volte da un lato a polemizzare
contro la società presente, dall’altro volte a evidenziare la natura vista ormai come matrigna e non più benevola. La
Ginestra è un componimento anulare = il componimento inizia e finisce con l’immagine del fiore che come ha aperto la
riflessione la chiude. È possibile dire che la ginestra sia l’incarnazione ultima del poeta: molto più saggia dell’uomo e
più coraggiosa e compassionevole.

La Ginestra segna un nuova nuova poetica leopardiana: abbandono vago e indefinito Anche la voce poetica è cambiata
rispetto alle fasi poetiche precedenti: io-poetico immerso nel paesaggio: abbandono di ogni schema illusorio tra sè e la
realtà => il poeta ha un confronto diretto con la natura e invita il lettore a fare lo stesso.

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Il naturalismo francese
Si inizia a praticare una nuova forma di realismo incentrato sulla rappresentazione di vicende contemporanee di
interesse sociale e volto ad analizzare in modo critico il rapporto tra le scelte individuali e il contesto socio-economico
in un romanzo dove il narratore onnisciente tipico del romanzo tradizionale gradualmente viene sostituito da un’assoluta
e apparentemente neutrale oggettività, che esclude l’intervento diretto dell’autore. In Francia inizia con Honoré de
Balzac che scrive Comédie Humaine (antitesi rispetto alla divina commedia). In questi scritti lui mette a nudo una
società crudele e ipocrita con dei falsi valori. Il naturalismo è rappresentato da un realismo oggettivo e dal principio
della personalità che sposano un metodo scientifico (causa-effetto) => proviene dalla traduzione dell’Origine della
specie di Darwin. Il Naturalismo si fa' al positivismo ed è caratterizzato da un incrollabile fiducia nel progresso
(completamente assente nel Verismo) e dall’obiettivo nei romanzi di dare un servizio ai politici del tempo mettendo in
evidenza la situazione di disagio sociale e credendo nel fatto che la società possa evolversi in meglio = il romanzo
quindi un momento di denuncia che desume il lettore. C’è, dunque, una finalità educativa per la classe dirigente=> le
opere intendono sollecitare un intervento di riforma sociale da parte del governo e dei ceti dirigenti. Solo la rigorosa
analisi delle patologie sociali evidenziate dalla letteratura renderà quindi possibile la loro risoluzione. Affinché la
rappresentazione dei mali della società moderna si realizzi in modo davvero efficace, anche la tecnica narrativa deve
essere oggettiva e distaccata. I naturalisti scelgono quindi come soggetto i ceti sociali più bassi e più umili poiché sono
quelli che patiscono maggiormente il disagio della diseguaglianza morale ed economica.
I naturalisti più importanti furono:
- Emilie zola= scrive i Rougon-Macquart in cui si analizza l’evoluzione della società francese nei suoi diversi strati
sociali
- Fratelli Goncourt = scrivono Germinie Lacerteux, storia delle torbide passioni, dell'alcolismo e della rovina di una
cameriera dalla vita apparentemente ineccepibile. Importante la Prefazione dove gli autori rivendicano la legittimità
della loro scelta di dare spazio ai ceti più umili e di costruire un romanzo «vero» e che «viene dalla strada»,
costituisce uno dei manifesti del Naturalismo francese
- Guy de Maupassant = esprime nei suoi romanzi e racconti una visione disincantata e pessimistica della società e della
natura umana, unita a una minore fiducia nel progresso scientifico e a un profondo scetticismo riguardo alla
possibilità di conoscere a fondo tutti gli aspetti dell'indole e della psiche dei diversi individui.

Il Verismo
I veristi vogliono riprendere il modello del romanzo naturalista, adattandolo alla situazione dell'Italia postunitaria. =
ambientazione diversa dalle metropoli industriali abitate dalla plebe operaia trattate nelle opere dei naturalisti; questo
perché l’Italia era ancora arretrata sul piano economico e culturale. I veristi rappresentano la realtà del Sud d’Italia,
infatti sono di questo periodo le inchieste parlamentari di Sonnino che hanno messo in luce la questione meridionale=
mondo rurale o marinaresco, pervaso da una tensione conflittuale tra valori tradizionali e innovazioni.
Le opere narravano o vicende del mondo popolare (come nei Malavoglia) o della società borghese-aristocratica (come
nel Mastro-don Gesualdo). Il differente contesto socio-economico spiega la diversità dell'atteggiamento degli autori nei
confronti della materia narrata => nessuna fiducia nei confronti del progresso e non vi è nessun tentativo di educare la
classe politica affinché migliori le condizioni sociali dei ceti più poveri che sembrano invece condannati a un destino
tragico è immodificabile= sono i vinti della storia.
Rapporto Naturalismo e Verismo I veristi prendono dal Naturalismo alcune importanti caratteristiche= l’interesse per
la realtà sociale, per i ceti più bassi, per l’ambiente e il contesto storico, per il realismo oggettivo e per l'adozione di una
tecnica narrativa basata sul principio dell’impersonalità. Però Verga e i veristi si differenziano da Zola e dai suoi seguaci
per varie motivazioni= per l’ambientazione, a causa del diverso atteggiamento psicologico e della minore fiducia nella
possibilità di spiegare 'scientificamente' le motivazioni profonde delle passioni e dei sentimenti che muovono i
personaggi.
Giovanni Verga
Nasce a Catania nel 1840 da una famiglia di agiati proprietari terrieri di origini nobiliari. Nel 1860 Verga si impegnerà
nella spedizione garibaldina in Sicilia e dell'istituzione della Guardia nazionale (un corpo volontario finalizzato a
prevenire le agitazioni sociali contro il nuovo regime unitario). Trasferitosi a Firenze, conoscerà e si innamorerà di
Narcisa con un grande desiderio di conquistarla. Segue poi la disillusione: Narcisa si suicida avvelenandosi. Verga avrà
parecchie esperienze amorose ma resterà comunque sempre solo. Coltiverà interesse per il teatro, al quale si dedicherà
principalmente negli ultimi anni della sua vita. Nominato senatore del Regno nel 1920, trascorre gli ultimi anni in
solitudine, sempre più isolato e chiuso nella gelosa difesa dei propri beni e nella cura ossessiva delle terre di famiglia.
Verga muore a Catania il 27 gennaio 1922.

Il pensiero
Verga inizia ad approdare al verismo dopo aver letto le opere di Zola e della poetica del Naturalismo francese ed essersi
interessato alle inchieste di Franchetti e Sonnino. Influenzato dal Positivismo, Verga inserisce la lotta per la vita
nell’ambito sociale, nella società l’individuo è mosso da un cieco desiderio di miglioramento materiale che lo spinge a
prevaricare sugli altri. Verga concentra maggiormente la sua intenzione sulle conseguenze negative di questo
meccanismo sociale che determina la sconfitta dei più deboli e il parziale trionfo dei più forti che verranno poi
sopraffatti. Verga nelle sue opere vuole evidenziare le condizioni di vita dei pescatori e dei contadini della sua Sicilia.
Differentemente dai naturalisti francesi Verga non nutre nessuna fiducia nella possibilità di modificare l’ordine sociale
esistente. Verga mantiene una posizione di rassegnato fatalismo che esclude ogni tipo di utopia. L’unica soluzione che si
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prospetta ai ceti più bassi è costituita dall’ “ideale dell’ostrica” => accettazione passiva della propria condizione per
mantenere intatti i propri valori. Questa unica soluzione viene poi però negata dall’autore ai personaggi poiché questi
spinti dalla curiosità di conoscere il mondo abbandonano il proprio “scoglio”. Verga resta quindi legato a una visione
conservativa del passato e approda a una dolorosa presa di coscienza della realtà.

La poetica
Il criterio dell’impersonalità Verga afferma il “principio dell’impersonalità” secondo cui il narratore deve eclissarsi
nei fatti narrati, senza lasciar trasparire le sue opinioni. La narrativa deve avere quindi carattere di oggettività e
scientificità. Attraverso questa tecnica, accompagnata dall’ “artificio di regressione”, l’autore rinuncia a esprimere i suoi
giudizi e “regredisce” al livello culturale di un narratore anonimo popolare, interno ai fatti narrati.
La completa “illusione di realtà” Verga rinuncia anche alla descrizione di ambienti e personaggi calando subito il
lettore in media res => nel mezzo dei fatti rappresentati. Fa credere al lettore di aver conosciuto già i personaggi per
dare la completa illusione della realtà. Questo procedimento darà inizialmente confusione ma garantirà una piena
adesione alla realtà rappresentata. Verga evita ogni tipo di analisi psicologica dei personaggi. Il narratore non può
conoscere i pensieri dei personaggi e perciò l’indole dei personaggi traspare dalle loro azioni.
Discorso indiretto libero e scelte linguistiche Verga adotta il discorso indiretto libero => riportare parole o pensieri dei
personaggi in forma indiretta (terza persona). La lingua usata da Verga è una simulazione della lingua parlata dei ceti
bassi della Sicilia post-unitaria. Verga tuttavia non adotta mai il dialetto siciliano poiché desidera che la sua opera si
fruibile da un pubblico vasto e nazionale.
L’artificio di straniamento La regressione dell’autore fa sì che la voce narrante assuma la visione della realtà propri
dell’ambiente rappresentato. Il narratore risulta spesso ostile nei confronti dei protagonisti poiché non ne condivide le
scelte. L’artificio dello straniamento consiste nel far parere strano un comportamento agli occhi del lettore
comprensibile ma inspiegabile al narratore.

Vita dei campi


Le novelle sono per lo più ambientate nel la campagna siciliana e hanno come protagonisti personaggi appartenenti al
ceto sociale più basso, condannati alla miseria. Fedele alla nuova poetica verista, Verga rappresenta questo mondo in
modi realistici e concreti, individuando il predominare al suo interno di rapporti umani regolati dalla legge del più forte,
che esclude ogni sentimento di affetto e solidarietà umana e persegue soltanto l'utile economico. I protagonisti di Vita
dei campi, oppressi dalla miseria e dall'egoismo individuale, sono al tempo stesso portatori di pulsioni primitive e
incontrollabili, dettate per lo più dalla passione [Link] a un mondo arcaico di oscure e torbide passioni, molti
personaggi di Vita dei campi risultano per questo motivo del tutto estranei alle regole della vita sociale e di conseguenza
vengono emarginati da una collettività che riconosce come unici principi quelli dell'utile economico.
La grande novità di Vita dei campi consiste nelle tecniche narrative adottate dall’autore. Verga intende infatti porre il
lettore «faccia a faccia col fatto nudo e schietto», evitando di intervenire direttamente nella narrazione con giudizi e
commenti. L'autore quindi sceglie di regredire al livello di un anonimo narratore popolare interno alla vicenda, di cui
assume la mentalità e il punto di vista. Il racconto viene di conseguenza non solo condotto in un linguaggio semplice e
popolaresco, ma costantemente filtrato attraverso l'ottica del narratore popolare, che assume in genere un atteggiamento
ostile nei confronti dei protagonisti, facendo così risaltare attraverso l'artificio dello straniamento il loro isolamento e la
loro estraneità alle regole economicistiche. Il compito di distinguere il punto di vista dell'autore da quello del narratore
viene lasciato in ultima analisi al lettore, stimolato ad esercitare attivamente il suo senso critico e la sua sensibilità ai
fatti narrati.

I Malavoglia
Romanzo incentrato sulle vicende di un umile famiglia di pescatori siciliani. Nel cosiddetto ciclo dei vinti, Verga
intende mostrare come agisce la spinta al miglioramento e al progresso sui diversi ceti sociali, a partire dai più umili
fino si più elevati. Egli applica quindi il principio scientifico darwiniano della “lotta per la vita”, concentrando
l’attenzione sui più umili, destinati inevitabilmente alla sconfitta. Il romanzo di svolge negli anni successivi all’unità
d’Italia, ed è incentrato sulle drammatiche disavventure di un umile famiglia di pescatori.
La famiglia è composta dal nonno, il vecchio padron ‘Ntoni, da suo figlio Bastianazzo, dalla moglie Maruzza detta La Longa e dai loro 5 figli:
‘Ntoni, Mena, Luca, Alessi e Lia. La partenza di ‘Ntoni per il servizio militare crea delle difficoltà economiche su Malavoglia e per fronteggiarle,
padron ‘Ntoni decide di acquistare un carico di lupini per rivenderli nel porto più vicino. Durante il trasporto però la barca di malavoglia (la
Provvidenza) fa naufragio, i lupini si perdono in mare e Bastianazzo muore. Inizia così una lunga serie di sventure per i Malavoglia, che tenta in ogni
modo di saldare il debito e risollevarsi dalla miseria. Ma la situazione peggiora sempre più: Luca parte per il servizio militare e muore nella battaglia
di Lissa; Maruzza muore per il colera; ‘Ntoni, sempre più insoddisfatto riparte per cercare fortuna altrove, ma ritorna in paese sempre più immiserito
dandosi al contrabbando. I Malavoglia devono ipotecare la “casa del nespolo” e, dopo averla perduta, si impoveriscono ancora di più. Dopo un
secondo naufragio della Provvidenza, ‘Ntoni finisce in carcere, Lia si fa alla prostituzione e Padron ‘Ntoni muore in solitudine. Solo Alessi,
sopravvissuto alla disgregazione della famiglia insieme alla sorella Mena, sposa la cugina Nunziata e riesce infine a ricomprare la “casa del nespolo”.
‘Ntoni, uscito di prigione, dopo un ultimo saluto alla casa dei fratelli, si allontana per sempre da Aci Trezza.

La vicenda si basa sulla contrapposizione tra due visioni del mondo radicalmente opposte: da un lato la fedeltà ai valori
tradizionali (religione della famiglia, visione della realtà statica) e dall’altro l’irrompere della modernità e del progresso
(regole del profitto). La “marea” che smuove la serenità Dei Malavoglia è rappresentata dalle trasformazioni negative
conseguenti all’unificazione d’Italia (leva obbligatoria, accrescersi del carico fiscale, crisi della pesca), che peggiorano
le condizioni della famiglia, fino alle tragiche conseguenze che ne deriveranno. I personaggi che si muovono attorno ai
Malavoglia appaiono dominati dalla ricerca esclusiva del proprio utile economico; mentre i valori della solidarietà e
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della famiglia sono difesi dai Malavoglia. Tuttavia la «vaga bramosia dell'ignoro» investe anche i Malavoglia come
vediamo con il nipote 'Ntoni, ormai incapace di accontentarsi di una vita di sofferenza e desideroso di nuove
esperienze.
Vi è un evidente contrapposizione tra il rassicurante raccoglimento del paese di Aci Trezza e lo spazio
esterno di un mondo vasto e minaccioso, che sembra “inghiottire” tutti coloro che escono dal nido d’origine.
La struttura apparentemente circolare del romanzo, in cui la situazione finale ovvero il riunirsi di nuovo nella
casa del nespolo dei Malavoglia superstiti, sembra riproporre quella di partenza, cioè il tentativo di
miglioramento rappresentato dall'affare dei lupini intrapreso da padron 'Ntoni. Il nucleo familiare si
ricostruisce solo in piccola parte: molti personaggi sono morti lontano dal paese e, soprattutto, la scena finale
si sofferma sul definitivo addio di 'Ntoni alla casa del nespolo e al paese. Il romanzo si conclude su un'alba
che segna la ripresa della vita in apparenza statica di Aci Trezza, ma il protagonista principale ne viene per
sempre escluso, punito per aver tradito “l'ideale dell’ostrica”.

Dal punto di vista delle scelte formali, Verga applica principio dell'impersonalità, affida la narrazione a un
narratore popolare interno al villaggio di Aci Trezza e applica l'«artificio di regressione», secondo un uso
tipicamente siciliano indica i protagonisti con una 'ngiuria, ossia con un soprannome ironico: i Toscano
vengono detti «malavoglia» proprio perché, al contrario di quanto sembra suggerire il loro soprannome, sono
instancabili lavoratori, così come Maruzza viene detta «la Longa» per la sua bassa statura.

Verga Testi
Il naufragio della Provvidenza
Padron’ Antonio ha acquistato a credito dell’usuraio del paese, zio Crocifisso, una partita di lupini da rivendere a
Catania, nella speranza di ottenere un discreto guadagno. La barca, guidata da Bastianazzo, si avventura in mare con il
suo prezioso carico, ma nella notte si scatena una violenta tempesta. Mentre gli abitanti di Aci Trezza commentano
intoni malevoli la disgrazia dei Malavoglia, Marissa attende sulla spiaggia l’impossibile ritorno del marito, finché
qualcuno, impietosito, la riaccompagna a casa.

Mastro-don Gesualdo(secondo romanzo del “ciclo dei vinti”).


Il romanzo è ambientato nella cittadina agricola di Vizzini e si sviluppa nell’arco di un trentennio. La trama si incentra
sulla parabola di ascesa sociale e di successivo declino di Gesualdo Motta, un umile muratore, che va incontro a un
fallimento esistenziale. Le tappe salienti della sua vita sono rappresentate in quattro blocchi narrativi = quattro parti del
romanzo
1. Prima parte => inizio ascesa sociale di Gesualdo. Salva da un incendio scoppiato in un palazzo dei Trao la
nobile Bianca. Bianca, disonorata da Nini Rubiera, viene data in sposa a Gesualdo, il matrimonio aiuta
Gesualdo a inserirsi nell’aristocrazia.
2. Seconda parte => Gesualdo consolida la sua posizione: vince l’asta delle terre comunali e appoggia la rivolta
carbonara contro gli aristocratici di Vizzini. Bianca partorisce una bambina, Isabella, concepita dalla relazione
con Nini Rubiera al quale Gesualdo presta soldi arricchendosi ulteriormente.
3. Terza parte => (grande salto temporale) Isabella riceve educazione in un collegio. Dopo un’epidemia di colera
torna alla campagna e trascorre un periodo con Gesualdo. Si innamora del cugino ma Gesualdo ostacola la
relazione e organizza le nozze con il duca Leyra.
4. Quarta parte => (decadenza di Gesualdo) Bianca muore di tubercolosi, il duca Leyra va scialacquando la dote
di Isabella e nei moti del ’48 Gesualdo viene incolpato dell’assassinio di Nanni l’Orbo. Ammalatosi di cancro
viene condotto nel palazzo palermitano dove muore in solitudine

Rosso Malpelo
Malpelo era chiamato così perché i suoi capelli erano rossi, e secondo una tradizione popolare colui che li possedeva era
malvagio. La credenza popolare che attribuisce un carattere malvagio a coloro che hanno i capelli rossi fa sì che
Malpelo venga giudicato con pregiudizio da tutti, perfino dalla sua stessa madre e dalla sorella. Tutti lo chiamavano
Malpelo, infatti pure la stessa madre non si ricordava quale fosse il suo nome. Viene trattato come una bestia non
ritenendolo degno di essere considerato alla pari di un essere umano e costretto a vivere emarginato e isolato. Malpelo
lavorava in una miniera, insieme al padre Misciu (soprannominato Misciu bestia, dato l'enorme peso che riusciva a
trasportare) per cui provava un fortissimo affetto. Il resto del nucleo famigliare lo disprezzava, infatti la madre lo teneva
in considerazione solo quando alla fine della settimana portava il suo misero stipendio. Le altre persone della miniera lo
prendevano in giro, e per questo Malpelo tendeva a isolarsi. Un giorno, dato che la famiglia di Malpelo si trovava in una
brutta situazione economica, il padre fu obbligato ad accettare un lavoro pericoloso, che nessun altro minatore aveva
accettato. Purtroppo la scelta degli altri minatori era stata saggia perché Misciu, svolgendo quel lavoro, morì sotterrato
dalle macerie. Nel momento della morte di Misciu vi era presente anche Rosso Malpelo, che si era allontanato per
riporre il piccone, e non riuscì a tornare indietro in tempo. Quando arrivò sul luogo, il padre era sotto tonnellate di
macerie. Allora nel paese ci fu un grande turbamento, ma ben presto ci si rese conto che per Misciu bestia non vi era
niente da fare. Allora in primi soccorsi si bloccarono e i minatori tornarono a casa. L'unico che continuò a scavare tra
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l'arena fu Rosso Malpelo, a tal punto da farsi sanguinare le unghie. Dopo la morte del padre, Malpelo era diventato
ancora più cattivo come se gli fosse entrato il diavolo nell'anima. Poco tempo dopo arrivò un altro lavoratore
soprannominato Ranocchio. Ranocchio era chiamato così perché aveva dei problemi e zoppicava ricordando una rana.
Tra il protagonista e Ranocchio nasce una strana amicizia. Infatti Malpelo lo menava e perseguitava per via del dolore
provato nella sua vita, ma non lo faceva solo per procurarli dolore fisico, ma per temprarlo alla vita. Lo perseguitava in
tantissimi modi: lo colpiva così forte da fargli uscire sangue dalla bocca e dalle narici. Egli non scaricava la sua
frustrazione solo contro Ranocchio, ma anche verso i poveri animali della miniera; tant'è che quando un asino si
fermava sfinito lo colpiva così forte quasi da renderlo zoppo. Quando a Ranocchio erano assegnati lavori troppo duri
che egli non riusciva a portare a termine, finiti i suoi, Malpelo lo aiutava, vantandosi della sua resistenza e della sua
abitudine all'essere trattato male e sfruttato. Nella miniera Malpelo era diventato il capo espiatorio di tutte le malefatte
e veniva punito per le sue e anche per quelle degli altri. In realtà egli non era la vittima, perché si era trovato in quella
situazione perché trattava male gli altri che di conseguenza lo schermivano e sfruttavano. Quando il sabato sera tornava
a casa, la sorella lo obbligava a entrare in casa e a nascondersi, per paura che il suo fidanzato, vedendo un cognato così,
l'avrebbe lasciata; e la domenica quando tutti i ragazzi del suo quartiere si vestivano bene o per andare a messa o per
giocare in cortile lui andava da solo nei campi a prendere a sassate le povere lucertole. La madre si sentiva vittima di
avere un figlio così malandato, come dicevano tutti, lo stesso figlio che era buono solo a spezzarsi la schiena in miniera.
Malpelo avrebbe sicuramente preferito fare il manovale come Ranocchio, o il carrettiere come Gaspare, o il contadino e
non fare il minatore, a cui ormai era destinato. Malpelo rimane completamente solo quando anche Ranocchio,
indebolito dalla fatica e dalle inumane condizioni di lavoro, si ammala e muore.
Malpelo non ha più nessuno per cui vivere. Si offre volontario per una pericolosa esplorazione di un passaggio della
cava e si smarrisce nei cunicoli intricati. Nessuno si cura della sua sorte ed egli sparisce nelle viscere della terra,
nell’indifferenza generale, senza lasciare alcuna traccia di sé.

Analisi:
L’autore, Verga, in linea con il Naturalismo descrive il lavoro minorile in Sicilia in maniera del tutto verosimile. A
questo si applicano anche le teorie del darwinismo sociale = ogni personaggio è determinato nel suo agire da fattori
quali ereditarietà e ambiente all’interno di un meccanismo sociale in cui domina la “lotta per la vita” e in cui i più
deboli dono destinati ad essere vinti. Ne deriva una visione pessimistica priva di ogni speranza di possibile riscatto. Il
mondo descritto è dominato dalla legge dell’egoismo, dell’utile economico e dalla sopraffazione. I personaggi si
definiscono in base a rapporti di forza e sono divisi in due gruppi nettamente distinti: i sopraffattori (es. capocantiere) e
le vittime (es. mastro Misciu). Malpelo stabilisce un legame solo con questi ultimi con i quali condivide un identico
destino di morte. Tuttavia rispetto agli altri compagni, Malpelo è dotato di una superiore e quasi eroica lucidità
intellettuale, che lo porta ad accettare la realtà e ad adeguarsi => Malpelo si limita a resistere e ad accettare la sofferenza
senza opporre alcuna resistenza.

‘Ntoni parte soldato


3. il narratore popolare presenta al lettore i membri della famiglia Malavoglia come famiglia unita, modesta
ma laboriosa, guidata dal vecchio padron ‘Ntoni. Con la sua saggezza è padrone della casa del nespolo e
della Provvidenza (peschereccio che è fonte di sostentamento per la famiglia), egli guida suo figlio
Bastianazzo, sua moglie Maruzza, e i loro 5 figli
4. rottura dell’equilibrio iniziale: ‘Ntoni viene chiamato per la leva obbligatoria. Nonostante i tentativi da
parte di padron ‘Ntoni a lasciare il paese, ‘Ntoni è costretto a partire per la leva. Il doloroso addio alla
stazione segna l’incrinarsi dell’unità familiare, colpita sia sul piano economico sia sugli affetti.
L’allontanamento di ‘Ntoni d’ala famiglia innescherà una serie di eventi che porterà il capofamiglia a
fare investimenti che li condurrà alla rovina

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Gabriele D’Annunzio
Fin dagli anni giovanili è consapevole della necessità di imporsi all'attenzione del pubblico borghese come personaggio
oltre che come artista, infatti costruisce con attenzione la propria immagine secondo precisi criteri estetici. Convinto
che«bisogna fare la propria vita come un'opera d'arte», alterna alla stesura delle sue opere le numerose relazioni
d'amore, indebitandosi pur di condurre una «vita inimitabile», un'esistenza fastosa ed elegante che fa del poeta un vero e
proprio mito per un'intera generazione. Nasce a Pescara nel 1863. Successivamente si trasferisce a Roma e inizia a
pubblicare alcune opere => al successo letterario si accompagna quello mondano, raggiunto attraverso una vita di lusso,
di scandali, duelli e amori. Nel 1889 pubblica Il piacere => avrà molto successo e segnerà l’affermazione delle teorie
dell’estetismo. E’ caratterizzato da una profonda analisi psicologica del protagonista e mette in ombra quello di un altro
grande romanzo, pubblicato nello stesso anno dal medesimo editore: il Mastro-don Gesualdo di Giovanni Verga. A
cavallo tra i due secoli svolge varie opere teatrali e la prosa ma finirà anche in politica: in seguito al governo crispi sarà
deputato della destra per poi spostarsi a sinistra (spregiudicato anche in politica). La situazione economica peggiora e
svolgerà un esilio volontario in Francia per 5 anni. Tornato in Italia nel 1915, D'Annunzio si distingue per la sua
posizione interventista. I suoi violenti discorsi a favore dell'entrata in guerra mobilitano l'opinione pubblica. Allo
scoppio della guerra, sebbene già cinquantenne, si arruola volontario nell’esercito. Vuole rivendicare per l'Italia il
possesso delle terre di Fiume e della Dalmazia, cedute alla Jugoslavia. L'11 settembre 1919 il poeta parte da Ronchi, in
Friuli, con un piccolo esercito e il giorno seguente entra nella città di Fiume che occupa in nome del popolo italiano e
dove in seguito proclama uno Stato indipendente, la Reggenza Italiana del Carnaro. Purtroppo peró nel 1920, truppe del
governo italiano assediano la citta e costringono D'Annunzio e i suoi ad abbandonare la città. Successivamente verrà
controllato dalle spie di Benito Mussolini, che ufficialmente lo esalta come vate (tipo profeta) della patria ma in realtà
ne teme il carisma. L'atteggiamento di D'Annunzio verso il Fascismo è ambiguo: egli celebra con scritti d'occasione
l'impresa di Etiopia (1935-1936), ma non si schiera apertamente a favore del duce, cui riserva nelle conversazioni
private un acre disprezzo: tuttavia, il consenso al Fascismo gli è dettato da motivi anzitutto utilitaristici, in garanzia del
sostegno finanziario che riceve dal regime. Dopo l'annessione di Fiume, nel 1924 il re d'Italia lo nomina, dietro
consiglio di Mussolini, principe di Montenevoso. Nel 1938 muore.

Il pensiero e la poetica
L’opera Dannunziana è costituita da numerosissimi testi di varie forme, temi e generi. Questa varietà è dovuta a una
continua sperimentazione che è frutto di una grande curiosità che spinge l’autore a riprendere e reinterpretare vari testi
anche molto diversi tra loro. Questa costante ricerca del piacere lo porta ad una visione del mondo al cui centro vi è una
spiccata sensualità e un forte desiderio di avere e vivere la vita nei suoi momenti più gioiosi, attraverso i sensi e la
parola. Il tutto viene però bilanciato da un forte senso di inadeguatezza, debolezza e arrivo del decadentismo e della
morte. Essi sono la ragione per la quale le sue opere sono spesso risultate in fallimento, svelando quello che è il volto
dell’antieroe. La poetica dell’estetismo si inserisce nella più vasta corrente del decadentismo. D’Annunzio si impegna a
incentrare la propria esistenza e la propria opera sulla ricerca di sensazioni raffinate ed eleganti, all’insegna del culto
della bellezza, inteso come unico vero valore al di sopra della morale. Nelle sue opere esalta la ricerca del bello e il
principio decadente “dell’arte per arte”, secondo cui l’opera deve valere in primis per il suo valore estetico. La ricerca di
un esistenza votata al culto del bello, si accompagna a un’intrinseca debolezza morale, che trasforma il protagonista in
un antieroe velleitario. Negli anni 80 D’Annunzio conosce il pensiero di Nietzsche e lo reinterpreta con libertà senza
banalizzarlo facendo propria la teoria del superuomo = individuo con sensibilità superiore chiamato a opporsi alle
regole borghesi. Esso si identifica con l’artista che deve imporre la propria volontà di potenza nel mondo che però viene
frenata da figure femminili che smascherano l’intrinseca debolezza dei protagonisti destinati al fallimento esistenziale.
Il superuomo si pone alla guida del popolo assumendo un atteggiamento aggressivo e [Link]
quest’ideologia si può comprendere bene anche il pensiero politico di D’Annunzio fortemente antidemocratico è
favorevole a prese di posizione spettacolari e autoritarie. I testi dannunziani più significativi sono quelli in cui il
superuomo cerca la propria affermazione nel contatto profondo con la natura. La caratteristica tipica della poesia
dannunziana diviene aspirazione alla fusione totale dell’io con il cosmo, secondo il principio del panismo. Per
D’Annunzio lo strumento per la totale fusione dell’io con la natura è per il raggiungimento della bellezza e la parola
poetica in tutte le sue potenzialità espressive ed evocative.

Le laudi Le laudi nascono dalla combinazione tra superomismo e simbiosi con la natura. In particolare i primi tre libri
costituiscono un insieme unitario:
- Maia = si rievocano tappe di un viaggio ideale al centro della Grecia che si conclude con un inno di lode alla vita
nella sua sensibilità dionisiaca.
- Elettra = evidenzia l’ideologia nazionalistica che riunisce però anche componimenti celebrativi degli eroi del
passato.
- Alcyone = una sorta di diario poetico suddiviso in sezioni in cui la poesia si esprime senza strutture retoriche
risolvendosi nella fusione con la natura, nella rivisitazione dei miti classici e nella musicalità.
Nelle Laudi, D’Annunzio approda al verso libero. In realtà molto verso brevi dannunziani derivano dalla
scomposizione di versi più lunghi tipici della tradizione italiana come ad esempio l’endecasillabo. Vi sono inoltre delle
strofe variabili e spesso l’uso di quella che lui definì “strofa lunga”. D’Annunzio è sempre attento a ricercare la
musicalità del verso. Fin dagli esordi è costante la ricerca di un linguaggio evocativo, contrassegnato da un’intensa
musicalità.

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Canto novo 23 liriche dove in una natura paganeggiante, il poeta si sofferma su temi che saranno poi tipici della sua
stagione più matura (fusione tra soggetto ed elementi naturali, esaltazione dell’erotismo e di un intenso vitalismo). Sul
piano formale si mantiene fedele alla metrica “barbara”, mentre sul piano linguistico è evidente la ricerca di un
linguaggio raro e prezioso
Poema paradisiaco D’Annunzio abbandona l’accesa sensualità e l’erotismo e si dedica a sperimentare forme poetiche
diverse incentrate sui temi dell’innocenza e della bontà in uno stile più prosastico. Questi sono i temi che informano il
Poema Paradisiaco inteso come “poema dei giardini” = itinerario di rigenerazione morale dove il poeta approda al
distacco dell’amore sensuale e al recupero della purezza degli affetti familiari.
Il piacere Pubblicato nel 1889 (lo stesso anno di Mastro-don Gesualdo di Verga), il primo romanzo dannunziano può
essere considerato uno dei manifesti del Decadentismo europeo. Il protagonista, Andrea Sperelli, alter ego dell'autore,
ama due donne, la bellissima Elena Muti, che lo ha abbandonato per sposare un ricco lord inglese, e Maria Ferres,
moglie di un ambasciatore, creatura dolce e spirituale, che finisce per cedere al suo corteggiamento. Andrea non
dimentica però l'antico amore e, durante il primo (e ultimo) amplesso con Maria, invoca il nome di Elena. Maria,
disgustata dall'«orribile sacrilegio», fugge via, lasciando l'uomo al proprio destino di solitudine.
Nelle intenzioni di d'Annunzio, il romanzo doveva illustrar «la miseria del piacere», cioè il caso psicologico e umano di
un uomo immorale e corrotto, un dandy ossessionato dalla ricerca della bellezza, ma incapace di tradurre in realtà le sue
velleità creative. Nel protagonista, d'Annunzio delinea la figura di un tipico esteta decadente, cultore del superfluo,
desideroso di vivere ogni esperienza dei sensi, amante dell'arte, filtro attraverso il quale intende nobilitare la propria
esistenza. Sperelli finisce dunque per essere l'incarnazione dell'artista, che contrasta la massificazione tipica della civiltà
industriale rendendo morbosa ed esclusiva ogni sua passione: la musica, la pittura, lo sport, la seduzione femminile,
soprattutto la poesia. La sua esistenza di esteta fallito ne mette a nudo il vuoto, il senso di nullità e l'incostanza che
pervadono il suo carattere e la sua stessa vita.

La poesia del Decadentismo in Francia


La poesia è caratterizzata da un profondo rinnovamento tematico e formale, che trova espressione, all’interno del più
ampio movimento culturale del decadentismo europeo, nella corrente del Simbolismo. I poeti simbolisti rivolgono la
loro attenzione al mistero che si nasconde dietro la realtà, accostandosi a esso attraverso l’intuizione e cercando di
riprodurne la musicalità del verso. Questa nuova poesia, in cui si esprimono il rifiuto del Positivismo e il disagio
dell’artista nei confronti della società borghese, trova il suo punto di riferimento nella figura di Charles Baudelaire.
Altra esperienza che contribuisce all’elaborazione della poetica simbolista è costituita dal Parnassianesimo, che
raggruppa un insieme di poeti attivi in Francia a partire dalla metà degli anni Sessanta. Essi derivano proprio nome dal
Parnaso, monte sacro alle Muse, e si esprimono con la pubblicazione di 3 raccolte poetiche intitolate Il Parnaso
Contemporaneo = Manifesto del Simbolismo.

Consolazione
Si trova nella terza e ultima sezione del Poema Paradisiaco ed esprime i tratti tipici della cosidetta “stagione della
bontà” della poesia di D’Annunzio in cui all’esaltazione del piacere e del godimento subentra il desiderio di
rigenerazione interiore. Il poeta immagina di ritornare, dopo una lunga assenza, alla casa natale, e rivolgendosi alla
madre anziana la invita a passegiare in un clima autunnale con lui nel giardino abbandonato. Con una grande dolcezza,
la esorta a ritrovare nel ricordo le gioie semplici del passato e tenta di consolarla con la poesia con la quale esprime il
desiderio di ritrovo delle purezza Nella prima parte il poeta invita continuamente la madre pallida a passeggiare nel
giardino abbandonato e a ritrovare nei ricordi un piacere semplice e puro. Sebbene ogni cosa porta a sentimento
negativi, il recupero dell’innocenza infantile potrà forse avvenire attraverso una sorta di miracolo capace di riportare la
primavera nel giardino e nell’animo della madre. Nel seguito del testo la scena si sposta all’interno della casa e si nota
anche in questo caso un clima triste. Ma il canto del poeta con un clavicembalo avrà il potere di far rinascere il passato
e in questo modo l’anima potrà tornare semplice come una volta. Il ritorno alla casa si accompagna all’invito rivolto
alla madre a ritrovare le gioie dei ricordi e a sognare. In un’atmosfera autunnale e funebre il poeta invita la madre
vecchia e stanca a farsi strumento della propria rigenerazione morale, di una rinascita spirituale che assume connotati
religiosi. Tuttavia il reale tema del componimento non è la rinascita spiriturale, ma l’appagata contemplazione della
decadenza, della morte, come è possibile notare nel parallelismo tra rifiorire del giardino e quello del poeta => tutti e
due i rifiorire sono illusoria. Tra l’altro la corrispondenza vi è anche tra la stanca natura autunnale e la stanchezza
sensuale del poeta. La preoccupazione di purificarsi è il sogno rovesciato di questa stanchezza.

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Giovanni Pascoli
Giovanni Pascoli nasca nel 1855 da una numerosa famiglia [Link] a stretto contatto con gli affetti familiari, la
natura e i paesaggi della campagna romagnola, che saranno i temi principali della sua poetica. Giovanni è in collegio
con i fratelli, Luigi, Giacomo e Raffaele, quando, il 10 agosto 1867, lo raggiunge la notizia che interrompe
drammaticamente la sua felice infanzia: il padre viene ucciso da una fucilata, mentre tornava dal lavoro. Il poeta rimarrà
segnato per sempre da questa tragedia = questo evento diventa il primo anello di una interminabile catena di lutti che
condiziona la sua adolescenza e la vita. Lontano da casa pensa alle sorelle, Maria e Ida, alle quali era strettamente
legato. Il legame con le sorelle, strette intorno a lui all'interno del tanto desiderato Nido, prolunga la condizione
infantile, recuperata con affetto totalizzante che esige la castità e il culto della memoria dei genitori. Inoltre le lettere
relative a questo periodo fanno emergere il carattere maniacale del legame di Giovanni verso le sorelle => quando Ida si
sposa Pascoli ne è sconvolto, considera il matrimonio della sorella come un tradimento e, cosa ancora più grave, un
attentato all'integrità del «nido». Malato di cirrosi epatica, muore a Bologna nel 1912.

Il pensiero
Il fanciullino L'idea centrale è che anche nell'età adulta di ogni individuo ci sia un fanciullo che osserva il mondo e
vede tutto con meraviglia, come per la prima volta. Di questa parte infantile e irrazionale dell'io, il poeta sa ascoltare e
trascrivere la voce e utilizzerà una lingua “ingenua”, senza la malizia dove la verità delle cose del mondo si rivelerà in
tal modo autentica, priva di retorica e finalmente pura, libera da ogni condizionamento culturale. La poesia non sarà più
fondata sulla logica razionale del reale, ma sull'intuizione e sull'immaginazione, diventando il luogo della conoscenza
istintiva delle cose, grazie al quale si può penetrare nella profondità della natura. L'emozione e la sensibilità percettiva
del «fanciullino» possono così rilevare il valore segreto che risiede anche negli oggetti più umili. Secondo Pascoli la
poesia è un'attività per lo più metaforica, che recupera le voci della natura e adotta una lingua che è ancora in una fase
pre-grammaticale, come avviene nell’infanzia. Nell'eterno fanciullino che è in noi, Pascoli esprime la propria
concezione della poesia, che corrisponde a una sorta di stato infantile permanente, grazie al quale è ancora possibile,
anche quando si è adulti, guardare il mondo con ingenuità e meraviglia.
Il Nido Traumatizzato dai lutti familiari, Pascoli tenta di trovare sicurezza e conforto, dal mondo esterno, negli ambienti
più intimi e cari. Le immagini più ricorrenti della sua poesia evidenziano una costante opposizione dentro-fuori: al
primo elemento sono associate le sensazioni di calore e dolcezza, al secondo quella di freddo, dolore e paura. Il
desiderio di un mondo semplice senza violenza lo porta a osservare con terrore la civiltà industriale: secondo Pascoli il
progresso positivistico, invece di garantire sicurezza all'uomo, lo ha esposto a nuovi pericoli, rendendolo smarrito. Il
poeta definisce la scienza crudele e inopportuna, perché ha illuso gli uomini. L'unica possibilità per conservare la
propria integrità è l’innocenza, ovvero l’infanzia. La fondamentale custode di questo piccolo mondo-giardino degli
affetti è la madre: la sua immagine costituisce il nido, nessuno deve interferire in questo universo difensivo e si tratta
del luogo della ricomposizione dell'unità familiare, lo spazio chiuso che permette il riparo dalla società brutale e
inospitale. La violazione del nido comporta la scoperta di tutto quello che è al di fuori di esso che è quindi spaventoso e
letale. Pascoli dice quindi che la rievocazione dei ricordi d’infanzia, conforta i dolori della vita adulta, quindi grazie alla
poesia, siamo portati a ricordarci di quei bei momenti, facendoci rivivere e dimenticare delle nostre angosce attuali.
Infatti il poeta è in una posizione di incertezza e paura, infatti nella sua poesia troviamo molti elementi e parole legate al
passato e alla sua infanzia. Anche se l’infanzia è l’unico modo per confrontarsi dalle angosce adulte, Pascoli non si
sente appagato con il ricordo di essa, anzi si sente ancora più angosciato dall’impossibilità di raggiungere quest'ultima.
Quindi il raggiungimento dell’infanzia è praticamente impossibile nella realtà, ma si può realizzare tramite
l’immaginazione e i sogni.
Il simbolismo I suoni, i paesaggi e le cose nella poesia di Pascoli si caricano di sovrasenso simbolico, il significato può
essere colto solo abbandonando la logica ordinaria con cui ci relazioniamo alla realtà I particolari e gli oggetti
rimandano sempre a qualcos'altro di più profondo e ignoto: il poeta utilizza infatti la propria soggettività, che è
intimista, e le proprie sensazioni. Per Pascoli si tratta di ricercare il senso perduto della realtà e del mondo, in modo da
cogliere il frammento che riveli la totalità o l'immagine che riassuma una verità universale. Il simbolo naturalmente non
è esplicitato in termini razionali, ma sta al lettore afferrare i sensi riposti e cogliere l'impalpabile verità del mondo, che
non proviene dalla concretezza degli elementi descritti ma dalle possibilità dell'animo di riconoscere aspetti che
sfuggono ai nostri sensi e alla nostra ragione. Si tratta di un falso realismo, in quanto a prima vista le cose sulle quali si
posa lo sguardo del poeta sono quotidiane e semplici, ma Pascoli tende a riferirsi alle cose non per come sono, ma per
come le sente e le vede mediante un'ottica rovesciata e visionaria che va aldilà del fenomeno, alterando prospettive,
rapporti e proporzioni. Dunque se a prima vista può sembrare che gli elementi della natura siano rappresentati con
realismo, tuttavia non vanno considerati in sé ma all'interno dei nessi emozionali che li legano alla dimensione interiore
dell'io poetico.

La poetica
Myricae È la prima raccolta poetica di Pascoli, definita come un crocevia di fondamentale importanza per la storia della
lirica italiana: Sia per gli aspetti linguistico formali, fortemente innovativi, sia per i contenuti simbolisti. Il termine
Myricae sta ad indicare argomenti umili e quotidiani, affiancati dalla ricerca di genuinità e purezza. La maggior parte
dei testi di Myricae mostra quadretti di campagna, descrizioni di fiori e uccelli, fenomeni atmosferici come il temporale,
il lampo, il tuono. Dalla natura però Pascoli non restituisce soltanto la superficie, essa viene vista infatti come fonte di
consolazione e luogo della memoria in cui poter rievocare il passato innocenza perduta. Non a caso è proprio l'infanzia
un altro tema fondamentale, sono molte le figure di bambini presenti nei componimenti della raccolta.

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Essi sono perlopiù piangenti e tristi, o poveri e malati. A generare la sofferenza non è la natura, che anzi madre
dolcissima, ma l'uomo sociale responsabile dell'odio e della violenza perché è diverso da quello primitivo: ciò spiega
infatti il senso di smarrimento e solitudine che si respira nella raccolta e insieme l'aspirazione a una vita rinchiusa
nell’ambito del nido familiare. La morte non viene più intesa romanticamente come approdo ideale o come sublime
annullamento: di fronte a essa e alle immagini che ne derivano non si prova altro che sgomento e paura. Allo stesso
tempo però il poeta cerca continuamente di saldare i vincoli spezzati, recuperando una sorta di comunicazione affettiva
con i defunti della propria famiglia.
X Agosto È una delle liriche più celebri e sofferta della raccolta: in questi versi è ripercorso l'evento più doloroso della
vita di Pascoli ovvero l'assassinio del padre avvenuto il 10 agosto 1867.
Novembre A novembre, poco dopo la ricorrenza del giorno dei morti, durante la cosiddetta estate di San Martino le
giornate sono spesso limpide e il clima così mite che per un istante si ha la sensazione di non essere in autunno, ma in
una luminosa e dolce giornata primaverile. Per pascoli, che parte dai dati naturalistici per caricarli di significati
simbolici, non si tratta però che di un'illusione: il silenzio greve della natura è un lontano cadere di foglie secche che
suggeriscono l'idea di un lento, freddo e inesorabile declinare della vita.

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Pirandello
Nasce nel1867 ad Agrigento da un'agiata famiglia borghese. Educazione data da valori risorgimentali, mostra interesse
per il teatro. Il 1903 segna nella vita di Pirandello una svolta tragica. In seguito a una frana, che devasta la miniera di
zolfo del padre la famiglia vive un grande crollo finanziario. Alle crescenti difficoltà economiche si somma la malattia
mentale della moglie che reagisce alla notizia del disastro con una paralisi nervosa che la porterà alla pazzia. Vegliando
al capezzale di Antonietta, tormentata da un'infondata gelosia, Pirandello compone Il fu Mattia Pascal, paradossale
vicenda incentrata sul tema del doppio e della perdita di identità, il romanzo ottiene successo. Sul piano personale,
questi sono anni difficili per Pirandello: nel corso della Prima guerra mondiale (alla quale l'autore si è dichiarato
favorevole) viene fatto prigioniero il figlio Stefano; nello stesso anno muore la madre, mentre il continuo
peggioramento della moglie induce Pirandello alla dolorosa scelta di farla internare in una clinica psichiatrica, dalla
quale non uscirà più. Il 1921 è un anno cruciale per la produzione teatrale: vi è la rappresentazione a Roma dei Sei
personaggi in cerca d’autore = all’inizio sarà un fiasco clamoroso, ma poi diventerà internazionale. Nel 1924,
all'indomani del delitto Matteotti, Pirandello si schiera pubblicamente con Mussolini, aderendo al Partito fascista. Nel
1934 gli viene conferito il premio Nobel per la letteratura. Interessato anche al cinema, Pirandello lavora alla
trasposizione cinematografica del romanzo Il fu Mattia Pascal. Muore il 10 dicembre 1936. Il funerale rispecchia le
precise disposizioni dell'autore che, in uno scarno documento intitolato Mie ultime volontà da [Link] fedeltà
dell'autore a un atteggiamento esistenziale ostile a ogni facile retorica e incline al nichilismo impone un funerale povero
e silenzioso, creando non poco imbarazzo al regime fascista, che avrebbe gradito una solenne cerimonia di Stato.
Il pensiero
Dalle opere letterarie di Pirandello e dai suoi scritti critici emerge una visione della realtà complessa e paradossale,
improntata a un pessimismo che rispecchia il senso di disorientamento e disagio esistenziale tipici del primo
[Link] particolare contesto storico-culcurale si rispecchia in forme originali nel pensiero di Pirandello che
esprime in forme paradossali il disagio della modernità, giungendo a mettere in dubbio non solo l'esistenza di una realtà
esterna oggettiva e univoca, ma anche l'identità del singolo individuo. Pirandello elabora una visione della realtà come
caos privo di senso e finalità, in cui è impossibile distinguere la verità dalle apparenze soggettive e in cui ogni forma di
conoscenza risulta impossibile. Nel contrasto tra apparenza e verità, tra ciò che gli uomini credono di vedere e la
sostanza delle cose, sottoposte a una legge di continuo mutamento, ogni certezza assoluta viene negata poiché la realtà
nel suo complesso risulta mutevole e sfuggente, suscettibile di una diversa interpretazione a seconda del soggetto che la
osserva. Si giunge così a un totale relativismo conoscitivo: non esiste più una realtà univoca e oggettiva, ma tante verità
soggettive, tutte ugualmente valide e ugualmente imperfette. Egli vede tutta la realtà come parte di un flusso vitale
continuo e inarrestabile, in continua trasformazione e dominato dal caso. Anche l'uomo è parte di questo libero fluire
ma, a differenza delle altre creature, sente il bisogno di attribuirsi una fisionomia unitaria, di fissare il flusso della vita in
'forme' fittizie, che coincidono con le convenzioni sociali e con le regole del vivere [Link] dalla necessità di
pensarsi e rappresentarsi come soggetto organico e coerente, l'uomo assume in realtà non una ma diverse 'forme', che
corrispondono ai diversi ruoli che la società gli attribuisce => la persona si riduce a un insieme di ‘maschere' tutte
diverse e tutte ugualmente inconsistenti. In questo modo anche l'identità individuale si frantuma, scomponendosi in una
serie di maschere fittizie che ostacolano il fluire della vita vera. Di conseguenza il singolo individuo, che si crede 'uno
in realtà si frammenta in 'centomila' diverse immagini tante quante sono i soggetti che lo osservano, e si ritrova infine
'nessuno': dietro le molte maschere dell'individuo in realtà, si cela solo il nulla, o meglio il flusso indistinto e
inafferrabile della vita. Ogni uomo soffre nel sentirsi oppresso dalle tante maschere che la società gli impone e
aspirerebbe a ritrovare, al di là di esse, il libero fluire della vita. Al tempo stesso peró ogni individuo ha bisogno, per
vivere, di assumere una forma, per quanto fittizia e inconsistente, che gli permetta di credersi "uno' e di rapportarsi agli
altri. La possibile soluzione del dilemma vita/forma viene ricercata nell'immaginazione e nell'evasione fantastica o,
talvolta, nella follia, reale o [Link]ù spesso i personaggi pirandelliani, una volta comprese le contraddizioni
dell'esistenza, si trasformano in quelle che egli stesso chiama «maschere nude»: consapevoli dell'insensatezza della vita
e del carattere illusorio di ogni certezza.
La poetica
L’autore nel “L’Umorismo” sostiene che il fine dell’arte moderna consiste nell’analisi critica delle contraddizioni
dell’esistenza. Se l’uomo moderno vive in una condizione di disorientamento, l’artista deve farsi interprete di questo
disagio e riproporlo nelle sue opere demistificando la falsità delle convenzioni sociali e smascherando gli autoinganni
su cui è basata l’esistenza. Pirandello sostiene che l’arte umoristica deve fondarsi soprattutto sull’analisi e sulla
riflessione, per poter mettere in luce il contrasto tra ciò che appare e ciò che è. In questo consiste l’essenza dell’arte
umoristica. Solo assumendo il punto di vista del personaggio e osservandolo attraverso analisi e riflessione si giunge al
“sentimento del contrario”, ossia all’UMORISMO => differente dalla comicità, la quale si ferma alle sole apparenze.
L’opera pirandellina risulta estremamente innovativa anche sul piano della forma e della struttura, infatti nei suoi testi
non ricerca lo svolgimento di una trama lineare e ricca di eventi esteriori, ma si concentra su eventi apparentemente
insignificanti e paradossali che diventano emblema dell’assurdità della vita e delle sue contraddizioni. Al centro delle
sue opere si pone la vita interiore dei personaggi deboli e incapaci di vera azione, tormentati da dubbie e inquietudini e
da un continuo ragionare su se stessi e sulla vita che non approda ad alcuna soluzione concreta.
Nella fase del “Teatro del grottesco” Pirandello si serve dell’illusione scenica con lo scopo di rivelare l’inautenticità
della vita stessa. Nella fase del “Metateatro” giunge a teorizzare e portare sulla scana il principio stesso
dell’impossibilità del teatro di rappresentare la vita. La più nota opera teatrale di Pirandello si risolve in una riflessione
pessimistica sui limiti dell’arte drammatica stessa. Si ripropone quindi anche nel teatro la contrapposizione tra “vita”
autentica di cui i personaggi sono portatori e il tentativo frustrato di rinchiuderli all’interno di una “forma” scenica
precostituita, a cui essi si ribellano.
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Il fu Mattia Pascal
Viene composto nel 1903 e pubblicata l’edizione definitiva del 1921.
Mattia Pascal il bibliotecario di Miragno espone a posteri i motivi che lo hanno spinto a scrivere il suo memoriale. La narrazione vera e propria
inizia a partire dal terzo capitolo con il ricordo della propria infanzia e adolescenza. Mattia era un inetto e alla morte del padre eredita una grande
fortuna che verrà poi ridotta in miseria. Successivamente nel racconto Mattia sposa la cugina Romilda da cui poi avrà un figlio, questo matrimonio
si rivela infelice tanto è che Mattia si trova costretto a scappare di casa e a Montecarlo riesce a vincere una notevole somma di denaro. Mentre
tornava a casa apprende la notizia che un cadavere era stato riconosciuto da Romilda come Mattia Pascal, morto suicida. A quel punto decide di
approfittare della propria morte: si crea una nuova identità, quella di Adriano Meis, e tenta di ricostruire una nuova vita a Roma. Ben presto però si
rende conto che agli occhi della società lui non esiste poiché privo di identità anagrafica. Decide quindi di inscenare il suicidio di Adriano Meis e di
tornare a Miragno dove scopre che sua moglie si è risposata ed è stato dimenticato da tutti. Privo di identità non gli resta che accettare di vivere in
una sorta di limbo come il “fu Mattia Pascal”.
L’intera vicenda è filtrata attraverso il punto di vista soggettivo dell’io-narrante che non coincide però con l’io-narrato
che si scompone in tre identità: Mattia Pascal, Adriano Meis e il fu Mattia Pascal; che non risulta del tutto attendibile.
Il tema centrale è la perdita dell’identità del protagonista. La nuova identità, tuttavia, non gli permette di raggiungere la
libertà anzi lo intrappola in una nuova “forma”. Il caso ha nel romanzo un ruolo centrale, sembra che muova tutti gli
eventi in modo imprevedibile e assurdo. Pirandello, infatti, è convinto che le vicende umane non rispondano alla
volontà di Dio ma sono determinate da eventi accidentali e fortuiti.

Uno, nessuno, centomila


Vitangelo Moscarda, un uomo benestante di ventotto anni, soprannominato Gengè, che riesce a vivere agiatamente senza lavorare, grazie alla banca
che suo padre gli ha lasciato in eredità. Un giorno sua moglie gli fa notare allo specchio una serie di difetti fisici, dei quali Vitangelo non si è mai
accorto: il naso pende leggermente a destra, le sopracciglia sembrano due accenti circonflessi, un orecchio è più sporgente dell’altro, la gamba
destra è più arcuata della sinistra. Questo banale episodio gli provoca una crisi esistenziale, poiché si rende conto che l’immagine che ha di sé stesso
non corrisponde a come viene visto dagli altri. I paesani lo considerano un usuraio; gli amministratori della sua banca lo ritengono un incapace; sua
moglie lo vede come un povero ingenuo. Ogni persona lo vede in modo diverso e il protagonista non riesce a sopportare l’immagine che gli altri
hanno di lui. Da quel momento intraprende una serie di iniziative per distruggere le immagini fittizie che gli hanno attribuito. Alla fine, Vitaliano
devolve tutti i suoi beni per la costruzione di un ospizio per poveri, nel quale egli stesso si ritira. Qui finalmente non si sente più ossessionato dal
desiderio di una sola identità a tutti i costi contro le centomila che gli altri gli attribuiscono arbitrariamente, e si rasserena all’idea di non avere
nessuna identità.

Testi Pirandello
Il treno ha fischiato
È una novella presente nella racconta delle Novelle per un giorno.
Dal testo Belluca è un impiegato senza particolari qualità che si scaglia irrazionalmente contro il proprio capo sul posto
di lavoro dicendo frasi senza senso dando l’impressione di essere un malato mentale. Dopo essere stato licenziato e
condotto in un ospizio per folli, il racconto, attraverso la voce del narratore (che poi si scopre essere suo amico è vicino
di casa), fa luce sulla sua vita utilizzando dei flashback. La descrizione inizia con la descrizione del protagonista del
quale viene portata l’immagine di un uomo debole abituato alla sottomissione e allo sfruttamento => non si capisce
infatti perché si sia ribellato considerando che solitamente sopporta. A questo punto inizia la ricostruzione dei fatti che
hanno portato l’uomo ad impazzire: il capo decide di rimproverarlo per essere arrivato in ritardo e Belluca sorride
dicendo che il treno ha fischiato. Allora il capo gli domanda cosa stesse dicendo e l’uomo spiega che era arrivato in
posti lontani (es. Siberia). Allora il capo lo sgrida e i colleghi ridono. Questi ultimi infatti non conoscono la sua vita e
rimangono stupiti. Tuttavia interviene il narratore che inizia a descrivere la sua vita. Questa è segnata da un profondo
disagio domestico (il protagonista è responsabile dell’assistenza di tre donne non vedenti, del mantenimento di due
figlie e dei suoi sette nipoti) e dalla vita lavorativa condotta in un ambiente ostile e oppressivo. Inoltre per poter
mantenere la famiglia è costretto a fare due lavori (contabile e ricopiato re) = sempre stressato e stanco considerando
che non aveva neanche un letto ma dormiva in un divano. È proprio in una sera come le altre che il protagonista dopo
una giornata estenuante ha la visione del treno = è una sorta di epifania che lo porta fuori dalla sua quotidianità e
riscopre che esiste un mondo fuori dalla ruba realtà grigia. Questo mondo infatti gli si era chiuso per i mille problemi,
ma lo aveva sperimentato in età giovane. Si comprende come la sua vita sia impossibile e come tutto gravi su di lui.
L’alienazione lo porta quindi alla follia, ma il suo gesto apparentemente immotivato viene spiegato dal contesto in cui si
trova a vivere, permettendogli, una volta scoperto lo scenario retrostante, di recuperare il posto di lavoro con qualche
deroga e pausa che gli consenta di vivere serenamente. Il protagonista quindi accetta di tornare alla sua realtà
consolandosi con l’immaginazione,

Analisi La novella racconta la vicenda del contabile Belluca, un impiegato laborioso è sottomesso, che lavora giorno e
notte per mantenere la famiglia problematica.
Una notte prima nel dormiveglia sente il fischio di un treno. Questo è come un epifania lui = si rende conto che esiste
altro oltre che la sua triste realtà comprendendo quanto sia insensata e alienante la sua vita. Questa rivelazione fa
necare una sua ribellione che lo porta ad essere ritenuto pazzo e chiuso in un manicomio. La scoperta della verità non
coincide però con la liberazione: Belluca ritorna nella sua grigia quotidianità accontentandosi dell’immaginazione come
via di uscita
La novella inizia in media res = il lettore viene subito immerso nella vicenda tramite le reazioni dei colleghi che fanno
visita a Belluca al manicomio. La vicenda poi si chiarisce in corso grazie al narratore che ricostruisce gli eventi e spiega
quindi la causa della pazzia dell’uomo = è naturale come cosa = sta giustificando la sua condizione. Il lettore viene
quindi portato gradualmente verso la verità grazie a dei flashback come in un romanzo poliziesco: si parte dal presente
per arrivare alla sera precedente, poi viene descritta la vita del protagonista e si risale all’ origine della sua follia.

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Si nota l’alterazione tra fabula e intreccio accompagnata da vari punti di vista antitetici = colleghi vs narratore.
Quest’ultimo fornisce una riesce a dare una spiegazione razionale e non si ferma all’apparenza => è presente la
metafora della coda del drago = ci spiega che se vediamo la coda di un drago staccata da essa non comprendiamo a
pieno, allo stesso modo non possiamo fermarci sono all’apparenza ma vanno ritrovate le cause di un fenomeno (la follia
del protagonista in questo caso). Qui trova applicazione la poetica teorizzata da Pirandello nel saggio L’umorismo =
occorre andare oltre l’avvenimento e ricercare le sue cause del comportamento paradossale dei soggetti tramiti l’analisi.
In linea con una poetica che analizza la realtà quotidiana, l’autore sceglie uno stile semplice e immediato vicino al
parlato a tratti teatrale. La voce narrante alterna sequenze riflessive e narrative con periodi brevi e vivaci appelli al
lettore. La contrapposizione tematica = vita angusta e alienante vs possibilità di vita libera, si esplica tramite due
registri stilistici = toni grotteschi vs tono poetica e immaginoso.

La lanterninosofia
Adriano Meis ( nuova forma di Mattia Pascal) si è sottoposto a un 'operazione all'occhio per eliminare lo strabismo, ed è
costretto a trascorrere un periodo di quaranta giorni con gli occhi [Link] alleviare la sua convalescenza, il signor
Anselmo Paleari gli fa visita e gli espone una sua teoria filosofica: la lanterninosofia =>teoria secondo la quale ogni
uomo sarebbe dotato di un lanternino in grado di mostrargli la realtà. L'importanza di questa riflessione è confermata
dalla scelta di Pirandello di riprenderne alcune parti all'interno del saggio L'umorismo.

Dal testo Secondo Pirandello l'uomo, rispetto agli altri esseri viventi, si sente vivere, quindi si esamina dall'esterno per
cercare di meglio ricoprire la sua parte nella società, la sua [Link] è il principio della Lanterninosofia, dove
ogni uomo è illuminato da una lanterna che lo distingue dal buio [Link] Pascal abbandona la sua identità,
facendosi credere morto, per vestire i panni di Adriano Meis. Vorrebbe però sposare Adriana Paleari ma, non esistendo
formalmente, non può farlo. Dopo un intervento all'occhio Adriano deve passare un periodo di convalescenza a casa di
Adriana e del padre Anselmo Paleari. In questa occasione Anselmo Paleari carca di convincerlo che quel buio è
tutt’altro che reale ma pura immaginazione, e per fare ciò ricorre alla [Link], spiega il Paleari, a noi
uomini è capitata la sorte di sentire noi stessi vivere e il sentimento della vita è mutabile e [Link] questo
sentimento della vita è come un lanternino, che ciascuno di noi porta acceso in sé, in grado di farci vedere sulla terra il
bene e il male, la felicità e la tristezza. Al di là del cerchio di luce proiettato dal lanternino vi è l’ombra paurosa della
morte, ma l'ombra esiste proprio perché esiste anche quel lanternino. Il sopraggiungere di quest’ombra che
rappresenta la morte, fa affievolire la luce del lanternino fino a lasciarci, una volta spentosi, in totale soggezione
dell’Essere, al di là delle vane forme della ragione umana. Smarriti nel buio della sorte umana, nel mondo delle
apparenze e delle illusioni, questi lanternini tendono ad orientarsi verso dei lanternoni. Secondo il Paleari questa
concezione pò mutare durante periodi detti di transizione, ed ecco allora sopraggiungere “…fiere ventate che spengono
d’un tratto tutti quei lanternoni”; lasciando tutti quei poveri lanternini nel buio più totale, nel caos, costretti a sbandare
alla cieca: "come le formiche che non trovino più la bocca del formicajo”.Questa è dunque la strana filosofia che il
Paleari propone ad Adriano Meis ne Il fu Mattia Pascal per spiegare la sua condizione di malessere e il
comportamento del resto dell’umanità. Sempre secondo il Paleari quello che stanno attraversando in questo momento è
uno dei sopracitati periodi di transizione o di smarrimento (il Paleari si riferisci all’età del decadentismo in cui vive, in
cui vede cadere i valori e le certezze, e vede l’umanita smarrita).
RICORDA: età moderna=epoca di caduta delle certezze e dei valori in cui i “lanternoni” si spengono all’improvviso.
Troviamo nel testo una polemica nei confronti del positivismo e dell’esaltazione della [Link], è
proprio la luce della coscienza a creare il buio della morte, che è in realtà un'illusione: se l'uomo non avesse
autocoscienza, non avrebbe timore della morte, che forse non è altro che un ricongiungimento con la totalità della
«vita».

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Italo Svevo
Svevo (il cui vero nome è Aron Hector Schmitz) nasce nel 1861 da un agiata famiglia borghese di origine ebraica a
Trieste. La nascita in una città di confine, in cui confluiscono molteplici etnie e tendenze culturali colloca Svevo nel
cuore della Mitteleuropa (l'«Europa centrale»), permettendogli di assimilare con anticipo, rispetto all’Italia, le novità
provenienti dalla Germania, tra cui il pensiero di Nietzsche e di Freud. Consapevole della duplicità delle sue radici
culturali, l’autore stesso scriverà nel suo Profilo autobiografico di aver scelto lo pseudonimo Italo Svevo per affratellare
la razza italiana e quella germanica. I primi romanzi che Svevo pubblicherà a spese sue saranno un fallimento.
Dal 1910, Svevo inizia ad interessarsi alla psicoanalisi. Negli anni della Prima guerra mondiale, Sevo si impegna come
imprenditore e ne ricava altissimi profitti, quando pero, nel 1917 le autorità austriache requisiscono la fabbrica in
seguito alla guerra, si trova temporaneamente libero da obblighi pratici e riprende l'attività letteraria, che del resto non
aveva mai completamente trascurato. Grazie a James Joyce e a un articolo di Montale Omaggio a Svevo, Svevo inizia
ad ottenere sempre più successo.

Il pensiero
Svevo si costruisce una formazione ampia e varia, in cui confluiscono spunti provenienti da correnti di pensiero tra loro
diverse e talora contraddittorie:
- lezione positivistica dell’evoluzionismo di Darwin
- teoria marxista
- pensiero irrazionalista di Schopenhauer e Nietzsche
- riflessione sulle teorie freudiane.
L’individuo e l’inconscio Svevo pone al centro della sua opera l’interessa per la soggettività dell’individuo e per la
complessità della psiche. Nei romanzi di Svevo ritrova la costante contrapposizione tra
- il lottatore = l'individuo borghese in apparenza solido e vincente che è però privo di libertà morale
- il contemplatore = l’inetto = colui che non sa o non vuole affermare la propria volontà, consapevole del suo carattere
fittizio, e si estrania dalla vita, limitandosi alla riflessione su di essa.
In seguito Svevo si accosta alle teorie di Sigmund Freud, giungendo alla scoperta dell'inconscio e all’analisi
psicologica. All'idea tradizionale dell'uomo come soggetto dotato di una personalità unitaria e organica, si sostituisce
quindi - ancor più che in Pirandello - la tendenza ad analizzare i contrasti interiori che lacerano l'io, diviso fra
aspirazioni coscienti e pulsioni inconsce. Sebbene Svevo manifesti una posizione critica nei confronti della psicoanalisi
come metodo terapeutico, soprattutto nella Coscienza di Zeno egli riprende numerosi spunti dalle teorie freudiane per
indagare i complessi «autoinganni» attraverso cui l'individuo giustifica le proprie azioni e maschera i propri fallimenti.
La polemica contro la società borghese Dalla teoria evoluzionistica di Darwin, Svevo riprende l'idea che il
comportamento dei singoli sia il prodotto di leggi naturali non modificabili, prima fra tutte la «lotta per la vita»,
trasferita dal mondo naturale all’ambito sociale. La realtà dei rapporti umani appare dominata da una spietata selezione
naturale, che contrappone individui forti e intraprendenti a soggetti apparentemente deboli e inadatti alla vita.
Reinterpretando questa teoria e contaminandola con le teorie di Schopenhauer, però, Svevo ne respinge l'ottimismo e
rovescia lo stereotipo positivista della superiorità del ceto borghese, sostenendo, al contrario, che proprio i deboli e gli
inetti sono in realtà portatori di una superiore comprensione della complessità del mondo = la mancanza di una piena e
definitiva evoluzione dell'inetto rappresenta non il segno della sua inferiorità, ma piuttosto la sua condizione di
«abbozzo», aperto a una adattabilità potenzialmente infinita alla complessità della vita.
L'inetto e l'intellettuale moderno La figura dell’inetto è un anti-eroe debole e passivo, incapace di agire in modo
costruttivo e intento ad analizzare i propri conflitti interiori e la propria «malattia», intesa essenzialmente come
debolezza della volontà. Svevo, in termini paradossali, identifica l’intellettuale moderno con l’inetto, rovesciando anche
il rapporto tra salute e malattia. L’inetto non appare più come l’unico malato nella perfetta borghesia, ma colui che
grazie ad una sensibilità più vigile, comprende le incongruenze del vivere e smaschera il conformismo di una società
che si fonda su certezze illusorie. Nella Coscienza di Zeno, il concetto stesso di malattia è ambiguo: il protagonista da
un lato si sente malato e, in quanto nevrotico e debole, aspira a uniformarsi alla «bella salute» dei solidi borghesi, ma
d'altro canto, nel finale, giunge alla conclusione che la nevrosi non è una condizione del tutto negativa, in quanto
consente un'osservazione privilegiata della realtà. Svevo rivaluta quindi la figura dell'inetto che viene a coincidere per
molti aspetti con l'intellettuale novecentesco, incapace di condividere i valori superficiali della società contemporanea e
quindi escluso e disadattato.

La scrittura per Svevo è l’unico strumento che permettere di essere pienamente consapevoli della propria esistenza.
Una Vita
Alfonso Nitti, per studiare, lascia il suo paese per stabilirsi a Trieste, dove viene assunto nella banca Maller. Egli era un impiegato volonteroso ma
goffo e maldestro, egli, inoltre, fatica a inserirsi nell'ambiente meschino della banca, e trova sollievo solo nei suoi sogni di gloria letteraria.
L'occasione di mostrare le sue qualità gli si offre quando è ammesso nel salotto di casa Maller, dove conosce Annetta, la figlia del padrone della
banca, e suo cugino Macario, avvocato brillante e disinvolto tanto quanto Alfonso è impacciato e incapace di superare il suo senso di inferiorità
sociale. Annetta, attratta dalla cultura di Alfonso, gli propone di scrivere insieme un romanzo, grazie a questo i rapporti tra i due si fanno più stretti,
finché il protagonista seduce la ragazza. La possibilità di una rapida scalata sociale attraverso un matrimonio riparatore diventa impossibile poiché
Alfonso decide di allontanarsi dalla città per evitare uno scandalo. Tornato al paese natale, Alfonso assiste alla morte dell'anziana madre e quando,
dopo una lunga malattia, ritorna a Trieste, trova Annetta ufficialmente fidanzata con Macario. Colto da una grande gelosia, chiede alla ragazza un
ultimo colloquio, ma all'appuntamento si presenta il fratello di lei che lo sfida a duello. La notte prima della sfida Alfonso si suicida, con un gesto che
sancisce il fallimento delle sue ambizioni sociali ed esistenziali.
Il protagonista è un provinciale piccolo borghese che compensa il proprio senso di inferiorità sociale con le ambizioni
artistiche. Secondo i principi del darwinismo sociale, egli è però un debole, destinato a essere «vinto» nel suo tentativo

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di ascesa sociale. Alfonso è l’incarnazione della figura del disadattato, che ha atteggiamenti progressivi e rinunciatari di
natura nevrotica. La fuga di Alfonso da Trieste e il suo stesso suicidio non sono altro che il frutto della paura di vivere e
di una profonda debolezza. Il fallimento sociale di Alfonso si unisce con il suo fallimento amoroso ed esistenziale, ma è
determinato non da ostacoli oggettivi bensì dall'incapacità del personaggio stesso di approfittare di una serie di
circostanze favorevoli= Alfonso non riesce né a imporre la propria volontà né a rinunciare completamente alle proprie
ambizioni, e sceglie infine il suicidio come unica possibile via di fuga.
Fondamentale è la contrapposizione tra Alfonso e Macario, quest’ultimo è il rivale, dotato della capacità di affrontare la
vita che manca totalmente al protagonista.

La coscienza di Zeno
Si presenta come un memoriale autobiografico che il vecchio e ricco commerciante, Zeno Cosini, inizia a scrivere su consiglio del proprio
psicoanalista (il dottor S.) come preparazione alla terapia, e che viene abbandonato quando il protagonista interrompe la cura, sostenendo di essere
guarito dalla sua nevrosi. Nella Prefazione il dottor S. dichiara di pubblicare gli scritti del suo paziente per vendicarsi del suo rifiuto di proseguire la
terapia; seguono il Preambolo, in cui Zeno tenta di ricordare la sua prima infanzia, e altri cinque capitoli in cui il protagonista ripercorre, per temi, le
tappe più significative della sua vita e della sua malattia= il tentativo mai riuscito di liberarsi dal vizio del fumo; la morte del padre; il matrimonio con
Augusta ; la relazione con l'amante Carla; i rapporti di lavoro con il rivale Guido Speier. Il romanzo si chiude con un capitolo intitolato Psicoanalisi,
formato da quattro frammenti di diario scritti da Zeno dopo l'abbandono della terapia, tra il 1915 e il 1916, in cui il protagonista si dichiara guarito e
profetizza l'imminente distruzione dell'intera umanità. Il corpo della narrazione è costituito dai cinque capitoli centrali, in cui gli eventi passati
vengono rievocati dal protagonista secondo un ordine non cronologico ma tematico, e che risultano inseriti in una sorta di cornice costituita dai due
capitoli iniziali e dalla sezione Psicoanalisi, relativi al rapporto problematico tra Zeno e il dottor S.

Al centro della vicenda c’è un antieroe nevrotico, che Svevo stesso definisce «fratello di Emilio e di Alfonso»,
protagonisti di Una vita e Senilità. Come loro, Zeno è inadatto alla vita, la sua nevrosi si manifesta attraverso una serie
di sintomi fisici e psicologici, tra cui l'incapacità di rinunciare al fumo. Tuttavia, a differenza dei personaggi dei primi
due romanzi di Svevo, nonostante la sua nevrosi, Zeno è un «inetto di successo», che realizza le sue ambizioni sia in
ambito familiare sia professionale= costretto a rinunciare ad Ada, sposa quasi per caso Augusta, che si rivela poi la
donna più adatta a lui e riesce negli affari. Svevo crea un personaggio che riesce a trasformare la sua condizione in
un'opportunità per osservare la realtà borghese con distaccata e critica ironia. Il dottor S. individuerà le radici del suo
disturbo in un irrisolto complesso edipico, cioè nel rapporto di odio-amore che lo lega alla figura paterna, ma nel finale
l'interpretazione viene respinta da Zeno che nega alla psicoanalisi qualsiasi valenza terapeutica, Zeno giunge alla
consapevolezza che la vita stessa è malattia e che i borghesi adatti alla vita, che appaiono «sani», sono in realtà
profondamente «malati» in quanto chiusi nel loro ottuso conformismo e in una gabbia di certezze convenzionali e
[Link] romanzo rappresenta l'autoanalisi da parte di Zeno del suo inconscio, Zeno attraverso questa analisi va alla
ricerca di una chiarificazione su se stesso e sulla realtà che lo circonda, ma i risultati di questa ricerca sono in apparenza
fallimentari, in quanto il protagonista maschera le proprie pulsioni attraverso una serie infinita di alibi e di autoinganni
perché è incapace di comprendere la propria interiorità.

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Montale
Nasce a Genova nel 1896. Nel 1917, chiamato alle armi, Montale frequenta il corso per allievi ufficiali a Parma: qui
conosce il poeta Sergio Solmi e congedato nel luglio del 1919, torna in famiglia. Vive in questo periodo a Genova e
conosce anche Anna degli Uberti, poi cantata con il nome di Annetta-Arletta. Nel 1925 conosce Piero Gobetti, compone
i testi che andranno a formare Ossi di seppia e firma il Manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce. Nel
1925 Montale pubblica anche un saggio critico intitolato Omaggio a Italo Svevo, che sarà fondamentale per la fortuna
dello scrittore triestino. Durante la Seconda guerra mondiale, Montale ospita nella sua casa Carlo Levi e Umberto Saba,
perseguitati perché ebrei. La sua fama di poeta e letterato cresce rapidamente e si susseguono i riconoscimenti pubblici,
come le lauree ad honorem da parte delle università di Roma, Milano e Cambridge e il premio Feltrinelli dell'accademia
dei Lincei. Nel 1967 Montale sarà anche nominato senatore a vita. Nel 1975, la fama di Montale raggiunge una vasta
diffusione internazionale grazie al conferimento del premio Nobel, che precede di sei anni la morte, avvenuta a Milano
nel 1981.

Il pensiero
Il nucleo del pensiero di Montale è la percezione di un mancato accordo tra l'io e la realtà, da cui deriva un chiuso senso
di angoscia e di pessimismo sulla condizione umana. Montale rifiuta la possibilità di una interpretazione univoca della
realtà considerata una catena insensata di eventi privi di finalità, in cui l'esistenza dell'uomo si svolge all'insegna della
sofferenza, di un «male di vivere» che deriva dalla consapevolezza di una vita priva di senso. Il poeta rinuncia alla
speranza di offrire soluzioni alternative, ma si assume piuttosto il compito di registrare il «male di vivere» e di sostenere
la dignità umana nel suo sforzo di sopravvivere nel caos dell’universo, rinuncia quindi al ruolo di poeta-vate.
Però in Montale resiste una fiducia residua nella possibilità di cogliere il vero senso della realtà e di attingere l'autentico
senso della vita => la poesia di Montale si nutre della speranza di individuare un evento quasi miracoloso che permetta
di andare oltre l'apparenza fenomenica per cogliere una verità definitiva e assoluta => la ricerca del varco. La ricerca del
«varco» si pone tuttavia nell'opera di Montale come una speranza sempre frustrata: l'evento salvifico viene solo sfiorato
e subito sfugge, rendendo ancora più amaro il pessimismo. Eppure, ogni volta la fiducia rinasce, pur nella
consapevolezza dell'inevitabile delusione. Lo sviluppo della poesia di Montale può essere interpretato come costante
ricerca del senso della vita. Negli Ossi di seppia sembra trasparire da elementi del paesaggio; nelle Occasioni l'accento
si sposta sull'attesa di eventi salvifici o dal ricordo del passato; nel La bufera e altro, la ricerca si amplia dalla
dimensione metafisica a quella storica, legata agli orrori della guerra, oltre i quali la cultura o, forse, la religione,
potrebbero permettere il raggiungimento di una salvezza collettiva.

La poetica
Influenza di Dante e Leopardi Da Leopardi riprende il sostanziale pessimismo sulla condizione umana, il lucido
ateismo e la polemica verso i sostenitori del progresso della società, ma anche la ricerca di una morale che salvaguardi
la dignità dell'uomo, senza eroismi e senza viltà. Anche Dante, scoperto soprattutto negli anni Trenta, costituisce un
punto di riferimento centrale sia sul piano stilistico, con il suo realismo e plurilinguismo, sia sul piano dei contenuti,
attraverso la rivisitazione del concetto di «donna angelicata» che approderà alla costruzione della figura di Clizia. Da
Dante il poeta riprende inoltre la tendenza all'allegorismo che, fuso con la lezione del poeta inglese Thomas Eliot, lo
porterà alla formulazione della tecnica del «correlativo oggettivo».Nella costruzione della sua poetica, Montale respinge
invece con fermezza i modi enfatici dei poeti come Carducci e D'Annunzio, di cui rifiuta la retorica e il ricorso a un
linguaggio elevato e scarsamente comunicativo. Nella lirica I limoni, Montale si contrappone infatti polemicamente ai
«poeti laureati» e alla loro poesia rarefatta e aulica in nome di toni più pacati. Il rifiuto della figura del «poeta-vate»
trova la sua radice nella sfiducia nelle possibilità della poesia di offrire una chiave interpretativa univoca della realtà.
La tecnica del correlativo oggettivo La poetica di Montale si basa sull'importanza attribuita agli oggetti e agli elementi
concreti e quotidiani. Con la tecnica del correlativo oggettivo, il poeta si propone di rappresentare oggetti o situazioni
concreti come equivalenti («correlativi») di precisi stati d'animo e sentimenti, che assumono una valenza universale.
Mentre tuttavia negli Ossi il legame tra l'oggetto e la sensazione che esso esprimeva era in genere dichiarato, nelle
successive raccolte il rapporto «tra il di fuori e il di dentro» di un'immagine lirica, ossia tra la sensazione e l'oggetto che
la incarna, resta implicito e il compito di cogliere i significato di queste allegorie spetta al lettore.
Lo stile Nei suoi versi, la centralità attribuita agli elementi concreti si unisce a una piena volontà comunicativa, egli
utilizza forme elevate e auliche, di neologismi o di termini specialistici. Montale utilizza un linguaggio quotidiano
ricercato ed essenziale, con termini, anche aulici.

Ossi di seppia
Il titolo, Ossi di seppia, rimanda allo scheletro dei molluschi, ovvero a ciò che resta di loro dopo la loro
decomposizione, quando vengono depositate dalle onde sulla spiaggia = l'immagine serve per comprendere sia i
contenuti sia le scelte formali del libro, in quanto allude al motivo centrale dell'aridità, dell'esaurimento della vita,
quest’ultima è incarnata in oggetti concreti e quotidiani e, sul piano stilistico, è incarnata da una poesia essenziale,
dissonante e antiretorica, in grado di trasmettere il male di vivere che domina la realta. Tutta la raccolta parla della
contrapposizione tra il mare = luogo di una perduta armonia con la natura, e la terra= emblema di una condizione
esistenziale segnata da una dolorosa aridità e mancanza di senso. Il poeta, in questo libro, descrive il paesaggio marino
della riviera ligure e di questo fa il corrispettivo poetico di una condizione esistenziale negativa. Secondo Montale un
rapporto di fusione con la natura non è più possibile, infatti, egli parla di un senso di profonda disarmonia nei confronti
della natura, tutto ciò rappresenta l'aridità interiore dell'uomo novecentesco. Come dichiara in Non chiederci la parola,

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Montale non crede che la poesia possa più trasmettere valori e certezze e, contrapponendosi volutamente ai poeti
laureati nella lirica I limoni, dichiara una universale condizione di disarmonia, derivante dalla consapevolezza della
mancanza di senso della realtà e della vita. Tuttavia, anche in questa visione negativa, il poeta non nega la possibilità di
individuare un varco che, interrompendo la catena meccanicistica di cause ed effetti che domina la realtà, permetta di
cogliere il mistero della vita. La ricerca di senso è una costante della lirica di Montale, questa ricerca non viene mai
completata, se non in forme paradossali, come rivelazione del «vuoto» che domina l'esistenza. Il senso di angoscia è
accentuato dalla consapevolezza che neppure il ricordo può contrastare lo svanire della vita. Per esprimere questa
visione pessimistica della realtà, Montale usa immagini concrete, oggetti e situazioni apparentemente reali, che
assumono però un significato allegorico e rappresentano il male di vivere. Il protagonista della maggior parte dei testi è
il paesaggio ligure, che si fa immagine di una condizione esistenziale di sofferenza.

Le occasioni
La seconda raccolta poetica di Montale, Le occasioni, viene adattata al contesto storico-politico dell’epoca (anni
trenta= fascismo e guerre) e segna un'evoluzione nella poetica di Montale. Montale, in questi anni difende i valori della
cultura, attraverso una poetica più aulica e rarefatta, influenzata dai modi dell'Ermetismo, che spopolava proprio in
quegli anni a Firenze, dove il poeta risiede a partire dal 1927. Le occasioni già dal titolo alludono all'attesa di un evento
miracoloso, a una possibilità di salvezza (individuale e collettiva) che si offre al poeta. In questa raccolta vengono
raccontati eventi apparentemente irrilevanti che sono accaduti veramente nella vita personale dell'autore, questo perché
l’autore stesso si offre come nuovo, possibile varco verso la serenità. L'elemento salvifico è rappresentato nelle
Occasioni soprattutto dalla donna, una presenza indefinita che assume le sembianze dell'angelo visitatore e
probabilmente in vita fu Irma Brandeis, studiosa di Dante con cui il poeta intrattenne una relazione e che, in quanto
ebrea, fu costretta nel 1938 a far ritorno negli Stati Uniti per sottrarsi alle leggi razziali. Nella raccolta la donna è
chiamata Clizia, nome della ninfa innamorata di Apollo, dio del sole e della poesia, e trasformata per questo in girasole.
Irma Clizia è non solo una moderna Beatrice, portatrice di una salvezza personale, ma si fa emblema dei valori laici
della cultura e dello spirito, gli unici valori in grado di opporsi alla violenza della storia. Nella sezione finale delle
Occasioni, un ruolo potenzialmente salvifico viene attribuito anche alla memoria, intesa come possibilità di recuperare
frammenti del passato a cui attribuire un senso che illumini il presente. Tuttavia, come già negli Ossi di seppia, il
ricordo è in genere negato e l'impossibilità di ristabilire un legame con le figure del passato disorienta il soggetto,
incapace di identificare le tappe del fluire del tempo.

La bufera e altro
La “bufera” si riferisce agli eventi della Seconda guerra mondiale, mentre l’aggiunta “e altro” rinvia al dopo guerra =
periodo di delusione, affermazione società di massa, avvento incubo atomico. A dominare tra i temi è sicuramente il
confronto con la storia e con gli eventi collettivi, a cui il poeta allude però in forma indiretta e metaforica, facendone
l’emblema di una più ampia condizione esistenziale. Il tono è cupo e privo di speranza = riceve critiche per via del
momento storico caratterizzato da entusiasmo per il postguerra (progresso). Di fronte alla negativa situazione bellica il
poeta non cessa di ricercare una più remota possibilità di salvezza collettiva = in un primo luogo è Clizia (donna-angelo
della Occasioni, emblema religioso, intermediaria Dio-uomo ed esprime la tensione di Montale verso il trascendente).
L’allontanamento forzato di Irma Brandeis dall’Italia diviene in chiave metafisica il corrispettivo del sacrificio di Cristo
= tutti salvi => la lontananza della donna è positiva = paradosso.

Satura e l’ultimo Montale


Dopo “bufera e altro” abbiamo il periodo del boom economico = venir meno di ogni speranza di Mortale di
sopravvivenza della poesia. Ormai infatti il mondo è massificato, capitalistico e dominato dai mass-media = ogni
possibile salvezza legata alla tradizione umanistica è impossibile. Da tutto ciò nasce un periodo di silenzio poetico, che
viene interrotto nel 1964 spinto dal dolore per morte della moglie Il libro di suddivide in 4 parti:
- prima e seconda = Xenia I + Xenia II = brevi liriche per la moglie. Ora la donna viene definita insetto miope. Iterza e
quarta = Satura + Satura II = testi più satirici, ironia che distrugge i valori simbolici delle altre opere e colpisce allo
stesso modo la realtà, la storia e la letteratura.

I limoni
Il componimento costituisce una vera e propria dichiarazione di poetica. In questo testo c’è la contrapposizione tra lo
stile elevato dei versi dei poeti ufficiali e la scelta di una poesia dallo stile meno elevato sia per toni che per contenuti
=> si ispira alla semplicità quotidiana del paesaggio ligure caratterizzato dai limoni = sembrano poter rappresentare una
sorta di rivelazione che permetta di cogliere il mistero della vita celato dall’apparente insensatezza della realtà. Tuttavia
la speranza che si era creata svanisce e il trascorrere della stagioni riporta l’inverno che a sua volta porta il tedio
dell’esistenza. Ma non bisogna perdere la speranza come si nota nel finale = limoni intravisti = speranza accora
esistente.

Non chiederci la parola


La lirica contiene una riflessione sulla funzione della poesia = la poesia contemporanea non è più in grado di trasmettere
certezze precise e rassicuranti. La poesia del Novecento, espressione di un'epoca di crisi, può soltanto farsi portatrice di
un messaggio «in negativo», non privo però di una profonda tensione etica. Vi è una vera e propria riflessione sulla
poesia in cui si sottolinea la perdita del ruolo che aveva nell’800.
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Giuseppe Ungaretti
Giuseppe Ungaretti nasce nel 1888 ad Alessandria d'Egitto da genitori lucchesi. Degli anni giovanili il poeta ricorderà
una condizione di sradicamento che lo farà sempre sentire nomade. Allo scoppio della Prima guerra mondiale, convinto
sostenitore dell'entrata in guerra dell'Italia, si arruola volontario come soldato di fanteria e viene inviato al fronte sul
Carso. La presa di coscienza delle atrocità della guerra è immediata e l'interventismo di Ungaretti subisce un duro
colpo. Le prime poesie vengono scritte in trincea, «coricato nel fango e di fronte al nemico che stava più in alto ed era
cento volte meglio armato» e annotate su pezzi di carta o su vecchi giornali; Ungaretti le porta sempre con sé nel
tascapane. Il tenente dell'esercito italiano Ettore Serra, proprietario dello Stabilimento Tipografico Friulano, diventato
amico di Ungaretti, raccoglie e pubblica le sue poesie con il titolo Il porto sepolto (1916). La raccolta, nucleo centrale
della futura Allegria, sarà ristampata a La Spezia nel 1923 in un’edizione fuori commercio, con una prefazione di
Benito Mussolini. Nel 1920 sposa la francese Jeanne Dupoix, da cui avrà due figli: Anna Maria e Antonietto.
Nel 1921 Ungaretti si trasferisce a Roma e l'osservazione del paesaggio urbano classico e barocco unito ad una crisi
religiosa che lo conduce alla fede cattolica, lo portano alla stesura nel 1933 della raccolta Sentimento del tempo che
avvia il 'secondo tempo' della sua ricerca poetica, basata su una riflessione sul trascorrere del tempo. Nel 1936 accetta
l'incarico di insegnante di lingua e letteratura italiana all'università di San Paolo del Brasile, dove si trasferisce con la
famiglia. La permanenza in Brasile, protrattasi fino al 1942, è però segnata da tragici eventi: la morte del fratello e due
anni dopo, nel 1939, del figlio Antonietto, di soli nove anni. Lo strazio di Ungaretti trova espressione nei versi della
raccolta Il dolore (1947), in cui l'urgere della sofferenza privata riporta in primo piano la componente autobiografica,
che caratterizzava l’Allegria, e che tuttavia si apre a una più ampia meditazione sulla sofferenza dell'uomo nella storia,
in parte mitigata dalla fede religiosa. Nel 1952 scrive con la raccolta Un grido e paesaggi dove torna il dolore per la
morte del figlio: il «grido» evocato nel titolo è infatti quello, sempre rinnovato nella memoria, lanciato da Antonietto
prima di morire e rievocato nella lirica Gridasti: soffoco. I «paesaggi» alludono invece ai luoghi conosciuti da Ungaretti
nei suoi ultimi anni, su cui si stende un velo di malinconia per la vecchiaia incombente e per una morte che viene vista
come unica possibile liberazione dal dolore esistenziale. Nel 1960 pubblica la sua ultima raccolta, Il taccuino del
vecchio, che comprende anche 27 frammenti della Terra promessa, intitolati Ultimi cori per la terra promessa. La
materia mitico-leggendaria dello sbarco dell'eroe troiano nel Lazio diviene in questi versi un emblema individuale e
universale, ovvero il desiderio di approdare, al termine della vita, a una dimensione di armonia. Ma, nella tristezza della
vecchiaia, al poeta contesta che l’unica meta dell'esistere si risolva infine nel nulla della morte. Nel 1969 Mondadori
completa la pubblicazione di tutta la produzione ungarettiana in un volume dal titolo, scelto dal poeta medesimo, Vita
d'un uomo. È lo stesso Ungaretti ad affermare: «Se la rileggo, ridisegno tutta la mia vita nel suo sviluppo. È un diario e
ha il carattere di diario anche dove l'animo trabocca e sembra oltrepassarmi». L'anno seguente, nel 1970, il poeta viene
colto da malore durante un viaggio negli Stati Uniti, rientrato in Italia, muore a Milano nella notte tra I'1 e il 2 giugno.

La poetica
Le diverse fasi della poesia si presentano come tappe di una ricerca varia ma coerente. In quest’ottica, l’uomo è al
tempo stesso sia Ungaretti stesso, nella sua individualità e nelle sue esperienze autobiografiche, sia l'Uomo in assoluto,
di cui il poeta rappresenta una sorta di emblema esistenziale. La vicenda personale di Ungaretti, divisa tra il doloroso
confronto con la storia e l'aspirazione in un rasserenante equilibrio, tende così ad assumere un significato più ampio e
universale, proponendosi come simbolo di un'umanità divisa tra il caos dell'esistenza e il recupero di una perduta
dimensione di [Link] dalle liriche del Porto sepolto, all'esperienza drammatica della guerra di trincea si
contrappone la contemplazione dell’armonia. Allo stesso modo, l'esperienza dello sradicamento del poeta «girovago» e
senza patria è compensata dalla ricerca di un'identità nazionale e su un piano utopico di «paese innocente», di un'ideale
«terra promessa», metafisica e astratta. La compresenza del dolore dell'esistenza e dell' aspirazione al recupero della
purezza costituisce il motivo conduttore di tutta la sua opera e di una ricerca esistenziale, individuale e collettiva, che
riflette appieno le inquietudini dell'uomo novecentesco. Lo strumento privilegiato per cogliere il vero senso della realtà
è per Ungaretti la poesia, intesa come un illuminazione in grado di svelare il mistero dell'esistenza, al di là delle
apparenze. Grazie alla parola pura, il poeta partendo dalle sue sensazioni vuole arrivare a cogliere l'essenziale che ha
valore universale e riguarda tutti gli uomini. La parola poetica si pone quindi come antidoto al dolore della vita, come
occasione per scavare nell’abisso della propria interiorità riportando alla luce il vero senso delle cose. A questo scopo,
Ungaretti sottopone le sue liriche a un accuratissimo processo di revisione formale per far si che la «parola pura» sia
valorizzata al massimo delle sue potenzialità evocative. Attraverso un lavoro di progressiva scarnificazione dei testi,
egli approda a liriche estremamente sintetiche, talora veri e propri frammenti articolati in versi brevi o brevissimi, liberi
da rime e vincoli metrici, in cui ogni termine risalta nel suo pieno valore semantico, emergendo dalla pagina bianca
come dal silenzio.

L’allegria
Il porto sepolto, la prima raccolta poetica di Ungaretti, comprendeva 32 testi che erano stati composti da Ungaretti tra il
1915 e il 1916 sul fronte carsico. Al termine della guerra il poeta ha ampliato questo nucleo in una raccolta ancora più
grande, Allegria di naufragi, che venne pubblicata nel 1919 e riuniva 105 testi. Dal decennio successivo Ungaretti
eseguì una serie di rielaborazioni, eliminando una trentina di testi e intervenendo nella loro struttura, fino all’edizione
definitiva del 1931: L’allegria.
Il titolo originario “Il porto sepolto” si riferisce ad una leggenda egiziana che il poeta aveva appreso da due giovani
ingegneri francesi. La leggenda raccontava di un porto, oramai sommerso, che esisteva già dell’epoca tolemaica,
dimostrando così che Alessandria è sempre stata un porto anche prima di Alessandro. La leggenda, tuttavia è metafora

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degli abissi dell’io. A causa della tematica della guerra, trattata da Ungaretti, il titolo “allegria di naufragi” rimane
insolito. Il “naufragio” connotato negativamente rinvia alle violenza e alle devastazioni della guerra mentre “l’allegria”
si contrappone, infatti, viene intesa come slancio vitalistico nato da un’esperienza estrema e dalla fragilità
dell’esistenza. Nell’ultimo titolo “L’allegria” l’eliminazione della parola “naufragio” è stata fatta per rendere evidente
l’elemento positivo: la celebrazione della vittoria dei valori della vita. Ungaretti sceglie di seguire l'ordine cronologico
in modo da presentare l'opera come una sorta di diario di guerra, infatti, i testi sono presentati tutti con un'indicazione
precisa del luogo e della data di composizione e rappresentano in modo dettagliato la vita di trincea. Al centro della
raccolta, si pone come tema centrale l'esperienza della guerra del poeta. Ungaretti ripercorre giorno dopo giorno la
crudezza della guerra senza tralasciare nessun particolare neppure quelli più cruenti, tuttavia, riemerge l'attaccamento
alla vita, il senso di solidarietà che unisce tutti gli uomini e dalla consapevolezza del valore di testimonianza della
poesia stessa. L'autore, oltre a ripercorrere la guerra, ripercorre anche la propria vicenda autobiografica, sottolineando il
proprio nomadismo che lo spinge a sentirsi “sempre straniero” e alla continua ricerca di “un paese innocente”.

Sentimento del tempo


La seconda raccolta poetica di Ungaretti comprende le liriche composte a partire dagli anni 20. La raccolta si ispira alla
percezione dello scorrere del tempo. L'autore riprende le teorie del filosofo francese Bergson, secondo cui il tempo
viene inteso come una percezione da parte del soggetto del fluire e del maturare della realtà, in un continuo processo di
disgregazione e di rinascita che coinvolge non solo il paesaggio ma anche la storia dell'esistenza e della civiltà
individuale. L’autore fa una riflessione sul destino effimero dell'uomo che si accompagna la meditazione sul rapporto
tra tempo ed eternità affiancandosi anche al tema della fede religiosa. Il sentimento acuto della caducità del mondo e
della vita umana lega Ungaretti alla poesia barocca, segnata dalla presenza dei temi della morte e della metamorfosi. Il
poeta, inoltre, viene affascinato dai monumenti della Roma barocca che diventa per Ungaretti la sintesi perfetta in cui il
passato si confonde col presente, non inteso come il passato del poeta ma il passato della storia della cultura.

Il dolore
Il tema centrale è il dolore sia personale che collettivo. La prima parte si concentra sul lutto del poeta per la morte del
fratello e per la morte del figlio Antonietto, la seconda parte della raccolta, invece, affronta la tragedia della Seconda
guerra mondiale. Centrale è il confronto con la perdita di persone care avvertita nel senso doloroso dell'assenza e del
vuoto lasciate nella vita di chi resta. Tuttavia, al di là della sofferenza, traspare la speranza dettata dalla fede cristiana
che permette a Ungaretti di mantenere viva la fiducia negli uomini, nonostante la guerra, e di affidarsi al volere divino.

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