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2025

La letteratura latina inizia ufficialmente nel 240 a.C., con influenze significative dalla cultura greca e forme pre-letterarie di tradizione orale. Durante l'espansione romana, autori come Livio Andronico e Ennio emergono, traducendo e adattando opere greche, mentre la letteratura si evolve in risposta ai cambiamenti sociali e politici. L'età arcaica e repubblicana della letteratura latina è caratterizzata da un mix di imitazione e innovazione, con generi come la poesia epica e il teatro che riflettono l'identità romana.

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La letteratura latina inizia ufficialmente nel 240 a.C., con influenze significative dalla cultura greca e forme pre-letterarie di tradizione orale. Durante l'espansione romana, autori come Livio Andronico e Ennio emergono, traducendo e adattando opere greche, mentre la letteratura si evolve in risposta ai cambiamenti sociali e politici. L'età arcaica e repubblicana della letteratura latina è caratterizzata da un mix di imitazione e innovazione, con generi come la poesia epica e il teatro che riflettono l'identità romana.

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Le origini della letteratura latina - appunti lezione 22/09/2025

Intorno alla metà del III secolo a.C. inizia la letteratura latina, ufficialmente la data di inizio si colloca nel 240
a.C. nei secoli precedenti esisteva la scrittura ma era utilizzata unicamente per motivi pragmatici e non come
creazione letteraria infatti l’uso della scrittura era prevalentemente per uso sacrale aristocratico e giudiziario.
Tutte le testimonianze del periodo precedente a quello della nascita della letteratura sono andate perdute,
abbiamo unicamente delle testimonianze di autori successivi. Infatti, nell’asso di tempo di 500 anni dalla
fondazione di Roma nel 753 a.C. fino alla data ufficiale della nascita della letteratura latina ci sono forme pre
letterarie di tramanda azione prettamente orale. Dal VII secolo a.C. si trasmette poi l’alfabeto per usi
prettamente pragmatici. L’alfabeto romano deriva dall’alfabeto greco e in particolare la variante della città di
Cuma e da quello etrusco. Dal 753 al 509 a.C. vi è l’età regia durante la quale avvengono le battaglie con i
popoli pre romani e con gli etruschi e in questo modo si verifica un fenomeno di sincretismo di tutte le culture e
le lingue italiche nella lingua romana. vengono assorbiti soprattutto il lessico e tutto ciò che riguarda il mondo
del teatro. Nel 272 a.C. vi è la guerra di Taranto che testimonia l’espansione di Roma nel Mediterraneo. abbiamo
testimonianze di questa età grazie a Livio Andronico che nel 207 a.C. scrisse un inno Giunone per propiziare la
seconda guerra punica di quest’età arcaica fanno parte altri autori come Plauto, Ennio Nevio e Catone. Intorno al
509 a.C. Roma diventa una Repubblica in questo periodo si collocano nove autori chi si occupano della
letteratura dalle origini fino al 44 a.C. data di fine dell’età repubblicana con la morte di Cesare cui seguiranno le
guerre civili dell’età augustea che andrà dal 44 a.C. Al 14 d.C. E questa l’età dei grandi della letteratura a cui si
rifaranno gli autori dell’età successive. Dopodiché abbiamo l’età imperiale che si estende fino al II secolo d.C. e
la quale si divide in quattro sezioni:
1.​ La dinastia Giulio Claudia
2.​ La dinastia dei Flavi
3.​ L’età di Traiano e Adriano
4.​ L’età degli Antonini
Nell’età arcaica a Roma si espande e viene a contatto con altre culture fino alla massima espansione che si con
le guerre [Link] questo periodo di espansione Roma venne a contatto con la letteratura greca che a
quell’epoca era già nel pieno della sua espressione e anche con la letteratura e le lingue italiche ed etrusca.
Mente Roma nasce nel VII secolo in Grecia vi sono autori come Esiodo che già scrivono in esametri e
addirittura prima tra l’ottavo e il VII secolo vengono messi per iscritto i poemi omerici. Nel VII secolo inoltre
abbiamo la lirica arcaica di Alceo e Saffo mentre nel VI secolo abbiamo la tragedia di Eschilo nel V secolo
invece abbiamo le tragedie di Sofocle ed Euripide e la commedia di Aristofane e la lirica corale di Simonide e
Pindaro, inoltre nel IV secolo a.C. abbiamo la commedia nuova di meandro mentre nel III secolo si sviluppa la
letteratura greca ellenistica con la lirica di Callimaco. Quindi quando la cultura latina è ancora agli albori, la
cultura greca invece si trovano nel suo periodo di massima espressione. I primi autori latini sono bilingui molto
colti tanto da essere i docenti dei ragazzi dell’Elite romana e guardano alla letteratura greca per tradurla in
latino. Lo stesso Livio Andronico tradusse l’Odissea in latino che insegnarla ai discepoli romani. Si tratta quindi
di imitatio, ovvero di scegliere come modello il modello greco per trasportare le opere greche al pubblico latino,
ma gli autori di questa età si avvalgono anche della tecnica della emulatio, ovvero del superare il modello greco,
modificandolo migliorandolo e rendendolo . Sarà poi dopo l’età augustea che la letteratura sceglierà nuovi
modelli, come ad esempio Virgilio e quindi la letteratura latina inizierà ad emulare se stessa . Alla vigilia della
prima guerra punica, Roma assimilato quasi tutta la penisola ( 264 a.C.). Nel 133 a.C. anno della conquista di
Numanzia e morte di Tiberio Gracco si ha una sorta di spartiacque infatti è la fine della grande espansione
romana e l’inizio del declino dell’età repubblicana. Infatti, la letteratura della seconda età repubblicana esprime
il disagio delle guerre civili, non esiste più quel mos maiorum che caratterizzava la società delle origini. Si
verificano di conseguenza due fenomeni: la nascita dell’epicureismo che offre una visione completamente
diversa dal ms maiorum e la nascita della poesia lirica d’amore (uno stile completamente diverso dalla
letteratura precedente, più politica o teatrale). Nell’età augustea invece gli artisti si dividono tra quelli che si
conformano al regime politico e quindi si comportano come artisti di propaganda, portando avanti la
restaurazione del mos maiorum come Virgilio e Livio o artisti che si dedicano a temi dell’ambito privato come
Properzio che tratta poesia d’amore e come Ovidio.

La prima letteratura
●​ Carmina- struttura ritmica
●​ forme teatrali- di origine italica, improvvisazione
Di carattere occasionale e di composizione anonima
●​ Carmina:
​ Sfera sacrale-rituale— carmen saliare
— carmen arvale
— precatio del pater familias
​ Sfera sociale dell’aristocrazia — laudationes funebres
— carmen convivialia
​ Sfera popolare — carmina triumphalia

●​ Forme teatrali:
​ Versi Fescennini
​ ludi scenici
​ satura
​ fabula atellana

Lezione del 23/09/2025


La letteratura delle origini e dell’età arcaica
Le origini della letteratura latina può essere collocata in una precisa fase storico-culturale: 240-133 a.C., ovvero
dalla seconda guerra punica all’età dei Gracchi. E’ questo il momento in cui Roma si affaccia sul Mediterraneo e
inizia a presentarsi a quella che è la koinè ellenistica. Infatti proprio in questa fase possiamo assistere alla prima
grande espansione del popolo romano che, nato da piccolo villaggio di pastori, man mano si sta facendo largo
tra le varie potenze a lui contemporanee. Tramite questa espansione Roma viene a contatto con la cultura greca
la quale aveva già precedentemente raggiunto la sua acmè e nel periodo ellenico stava già procedendo in discesa
mentre invece Roma si stava apprenda approcciando ad un linguaggio letterario. Proprio pe questo Roma deve
essere estremamente debitrice ai Greci dai quali hanno potuto apprendere ed assumere le varie forme letterarie
per assimilarle e renderle proprie.
Le tappe dell’espansionismo latino: dalle guerre puniche ai Gracchi (240-133 a.C.):
il contesto politico

•Dalla fine della guerra contro Taranto (272 a.C.) alla presa di Numanzia (133 a.C.) Roma diventa potenza
egemone in Italia e nelle isole, in larga parte nel bacino del Mediterraneo e ad Oriente (Macedonia, Grecia, Asia
minore).
•l’espansione fu un processo sia difensivo che offensivo.
•nel corso del II a.C. prevale una spinta espansionistica, sotto la guida di un nuovo gruppo aristocratico.

​ Le 3 guerre contro Cartagine


●​ I (264-241): Roma potenza navale. Sicilia prima provincia.

●​ II (241-202): contro Annibale, tra Spagna, Italia e Africa.


Publio Cornelio Scipione «l’Africano» sconfigge Asdrubale a Zama (202).

●​ III (149-146): Publio Cornelio Scipione Emiliano distrugge Cartagine (146).


Le guerre a oriente (Macedonia, Siria)
​ 215-168: tre «macedoniche»:
vittoria su Filippo V a Cinocèfale (197 Tito Quinzio Flaminino);
vittoria finale su Persèo a Pidna (168 Lucio Emilio Paolo).

​ 192-188: guerra contro la Siria di Antioco III Selèucide e la Lega Etolica): vittoria a Magnesia (190)
​ 148 Macedonia provincia.
​ 146 presa di Corinto: Grecia provincia
​ 133 Àttalo III, re di Pèrgamo, lascia il regno in eredità a Roma (Asia minore, attuale Turchia) e presa di
Numanzia.
Roma prima della prima fase di espansione

Roma dopo la prima guerra punica

Roma la seconda guerra punica

Roma dopo l’espansione in oriente

Espansione romana fino al 133 a.C.

Questo allargamento degli orizzonti modifica radicalmente anche il contesto culturale romano. Infatti si aprì un
dibattito tra conservatori, che difendono il mos maiorum (Catone il Censore) e corrente filo-ellenica (Scipioni,
Flaminini) come il Circolo degli Scipioni (artisti ad esso legati: Ennio, Terenzio).
●​ L’ellenizzazione è una risposta alle nuove esigenze di un imperium non più italico, ma di ampia
estensione.
•La nascita della letteratura muove da una spinta analoga : opere che adattino alla lingua latina e alla
cultura romana i modelli letterari della cultura greca.
•l primi protagonisti della letteratura sono grandi 'mediatori' culturali, bilingui e soprattutto molto
colti (Livio Andronìco, Nevio, Plauto, Ennio), in sintonia con le tendenze più recenti della letteratura
greca in piena fase ellenistico-alessandrina.
•Momento di grande sperimentalismo nella lingua: «corpo a corpo» tra il latino e il greco
→Ennio (generi alti);
→Plauto (generi bassi);
→ equilibrio di Terenzio, che plasma la lingua standard della élite filoellenica.

I primi generi romani riprendono modelli pre esistenti latini


•nasce il teatro di imitazione greca: tragedia (Livio Andronìco, Nevio, Ennio, Pacuvio) e commedia
(Plauto, Terenzio)
•nasce la poesia epica (Livio Andronìco, Nevio, Ennio)
•nasce la storiografia (Fabio Pittore, le Origines di Catone)
•primi passi dell’oratoria
•nasce la letteratura specialistica in prosa: De agri cultura di Catone
•elementi di poesia «soggettiva»: la satira di Ennio; i prologhi difensivi delle commedie di Terenzio
La filosofia invece suscita uno scarso interesse nella prima metà del secondo secolo, la filosofia viene
socialmente accettata nell’ambiente degli Scipioni a partire dal soggiorno a Roma dello stoico Panezio di
Rodi (145-130 a.C.), maestro di Posidonio. Dopo la definitiva caduta di Cartagine (146 a.C.) i Romani
cominciano a interrogarsi a livello teoretico. Varie famiglie illustri si aprono alla discussione filosofica (è il
periodo in seguito idealizzato da Cicerone). Ebbero inoltre un ruolo importante alcuni intellettuali greci
presenti a Roma come lo storico Polibio (arriva a Roma come ostaggio dopo la battaglia di Pidna (169
a.C.) e il grammatico e filologo Cratète di Mallo, a Roma dal 168 a.C..

La poesia epica arcaica


La poesia epica nasce come una imitazione dell’epica greca di età ellenistica con scopo la celebrazione della
romanità e dei suoi ideali costitutivi e la creazione di uno spazio per la costruzione dell’identità nazionale.
Rispecchia un modello ‘arcaico’ di comunità nazionale:
→una comunità solidale con il modello proposto dalle grandi famiglie dell’aristocrazia e incarnato nelle

sue personalità emergenti

→ celebrando i grandi uomini e le loro famiglie, si celebra Roma stessa

→vincolo privilegiato tra il genere epico e celebrazione dell’ideologia romana (si manterrà sempre)

Schema riassuntivo che compara la letteratura greca e quella latina


Anche se l’epoca è uno dei generi che nasce per primo si sviluppa in un contesto già colto grazie al precedente
lavoro dei greci. Gli scrittori romani si mettono in competizione con quelli greci ma al tempo stesso si
confrontano con i precedenti autori. I poeti romani epici si definiscono dicti studiosus ovvero filologi in quanto
si occupano soprattutto dello studio della lingua e della parola per attuare un lavoro di labor lime sulle opere
scritte per elevarle. Inoltre gli epici arcaici sono anche autori di tragedie di imitazione greca per la vicinanza tra
lo stile epico e lo stile alto e patetico della poesia tragica.

Differenze ed analogie con l’epica ellenistica:


→argomento non mitologico/eroico, ma storico (Nevio: Bellum Poenicum; Ennio: Annales)
→possibilità di narrazione psicologico/patetica, stile soggettivo (tema dell’amore, avventura romanzesca:
dall’epica di Apollonio Rodio)
→gusto eziologico (permette il collegamento del presente al passato)
→il poeta dice ‘io’, presenta se stesso
→dimensioni ridotte : Iliade/Odissea 24 libri
Apollonio Rodio, Argonautiche 4 libri
I protagonisti dell’epica latina arcaica
•Livio Andronìco (240 fabula; 207 inno per Giunone)
Odusìa, traduzione ‘artistica’ da Omero
•Nevio (scrive 235-204 ca.)
Bellum Poenicum (La I guerra punica) epica nazionale
(in tarda età: post 220-210)
•Ennio (vive 239-169 a.C.)
Annales (inizia la composizione dal 184 ca) epica nazionale

L’Odusìa di Livio Andronico


Perché l’Odissea e non l’Iliade?
La scelta di Livio Andronico di tradurre l’Odissea piuttosto che l’Iliade non fu casuale. L’epopea delle
peregrinazioni di Ulisse rispondeva al gusto tipicamente alessandrino per i racconti di viaggio e di
avventura, più vicini alla sensibilità ellenistica che prediligeva la varietà narrativa e il pathos individuale
rispetto al puro eroismo guerresco. Ulisse, inoltre, è l’eroe del ritorno verso occidente: la sua figura
permetteva di ampliare idealmente l’orizzonte greco, facendolo giungere fino all’Italia. Tale elemento
trovava un parallelo con le peregrinazioni di Enea, e quindi con il mito fondativo di Roma. La scelta di
Andronico fu dunque anche politica e culturale: l’Odissea suggeriva sia i legami del mondo greco con
l’Italia sia l’eredità ellenica che Roma, in quel momento storico, rivendicava come propria.
L’Odusìa: una traduzione «artistica»
Livio Andronico non si limitò a una traduzione letterale. Il verbo latino vertere non indicava soltanto il
passaggio da una lingua all’altra, ma implicava un vero e proprio atto creativo di rielaborazione.
​ •​ Talvolta Andronico arcaizzava il testo, conferendogli un tono solenne e arcaico;
​ •​ in altri punti, invece, privilegiava i toni patetici, cari all’ellenismo, che suscitavano emozioni
forti e immediate.
Il suo scopo principale era quello di rendere il testo comprensibile e vicino ai Romani:
​ •​ semplificando e chiarendo i passaggi più complessi;
​ •​ “romanizzando” il contenuto, sostituendo nomi, concetti, espressioni e istituzioni greche con
equivalenti romani.
Anche la scelta metrica fu significativa: Andronico adottò il verso saturnio, il più antico verso italico,
caratterizzato da ritmo binario e da un uso insistito di figure di suono, che conferivano compattezza e
musicalità.
Destinatari
L’Odusìa non era pensata per i pochi intellettuali già in grado di leggere in greco, ma piuttosto per un
pubblico più ampio. Probabilmente veniva recitata ad alta voce, in forma simile alle performance “alla
greca”, e si rivolgeva quindi ai ceti popolari, il cui peso politico stava crescendo sempre più nella Roma
repubblicana.
Andronico, che era anche autore di teatro, comprese bene l’importanza di rivolgersi non solo all’élite colta,
ma anche a un pubblico più vasto, curioso e ricettivo.
Livio Andronico autore di teatro
Oltre all’Odusìa, Livio Andronico si cimentò nella produzione teatrale, sia tragica sia comica.
Tragedie cothurnatae (8 titoli noti)
Ispirate a soggetti greci e messe in scena con l’uso del cothurnus, tipico del teatro tragico:
​ •​ Dal ciclo troiano:
​ •​ Achilles
​ •​ Aiax mastigòphorus (Aiace fustigatore o portatore di frusta)
​ •​ Equos Troianus (Il cavallo di Troia)
​ •​ Aegisthus (Egisto)
​ •​ Hermiona (Ermione)
​ •​ Da altre saghe mitologiche:
​ •​ Danae (fecondata da Giove, madre di Perseo)
​ •​ Andromeda (liberata da Perseo dal mostro marino)
​ •​ Tèreus (i delitti di Tereo e la vendetta di Procne e Filomela)
Commedie palliatae (3 titoli noti)
Ispirate alla commedia greca, ma adattate al gusto romano, con l’uso del pallio (mantello greco):
​ •​ Gladiolus (Lo spadino), forse una caricatura di un soldato fanfarone;
​ •​ Ludius (L’istrione, o forse Lydius = l’Etrusco);
​ •​ Verpus (Il circonciso), con varianti del titolo tramandate come Virgo (La vergine) o Vargus
(L’uomo dai piedi storti).
Con l’Odusìa e con la sua attività teatrale, Livio Andronico inaugurò la letteratura latina. Non fu un
semplice traduttore, ma un vero mediatore culturale: adattò i grandi modelli greci al contesto romano,
offrendo al popolo di Roma la possibilità di riconoscersi in una tradizione letteraria nuova, che da allora
avrebbe cominciato a crescere in autonomia, pur restando sempre legata alle radici elleniche.

Nevio e la sua produzione letteraria


Vita e contesto
Nevio scrisse tra il 235 e il 204 a.C., distinguendosi sia come autore di tragedie sia di commedie. Il suo
atteggiamento era caratterizzato da orgoglio nazionalistico, spirito civico e difesa della libertas, un tema
che percorre tutta la sua produzione.
La sua polemica contro i potenti gli costò cara: nel 206 a.C. fu imprigionato, probabilmente per le invettive
contenute nei suoi versi, come i celebri:
​ •​ Fato Metelli Romae fiunt consules (“Per destino i Metelli diventano consoli a Roma”)
​ •​ Malum dabunt Metelli Nevio poetae (“I Metelli recheranno rovina al poeta Nevio”).

Tragedie cothurnatae (6 titoli)


Nevio compose tragedie di argomento mitologico greco, i cosiddetti cothurnatae. Di esse conosciamo sei
titoli:
​ •​ Iphigenia
​ •​ Hector proficiscens (forse la stessa vicenda di cui scrisse anche Ennio)
​ •​ Equos Troianus
​ •​ Aesiona
​ •​ Danae
​ •​ Lycurgus
Alcuni di questi titoli coincidono con quelli di Livio Andronico (Equos Troianus e Danae), segno di una
continuità di temi nella tragedia latina arcaica.
Particolarmente interessante è il Lycurgus: affrontava un tema bacchico molto attuale nella Roma del
tempo. Raccontava infatti di come Dioniso punisse Licurgo, re di Tracia, per aver scacciato lui e le
Baccanti. Il soggetto trovava eco nella diffusione a Roma del culto dionisiaco e nella sua successiva
proibizione ufficiale con il senatus consultum de Bacchanalibus (186 a.C.). Un dato curioso: con la messa
in scena dell’Equos Troianus si inaugurò a Roma, nel 55 a.C., il teatro di Pompeo, il primo teatro in
muratura.
Tragedie praetextae (2 titoli)
Nevio è considerato inventore della tragedia praetexta, cioè quella di argomento romano.
I titoli noti sono:
​ •​ Romulus sive Lupus: legato alla leggenda delle origini di Roma.
​ •​ Clastidium: celebrava la vittoria del console Marco Claudio Marcello sui Galli a Clastidium
(222 a.C.); fu rappresentata nel 208, in occasione del suo funerale.
Commedie palliatae
Nevio fu autore anche di commedie palliatae (ispirate alla commedia greca, con personaggi in abiti greci).
Il suo contributo era molto apprezzato dagli antichi — nel canone degli antichi critici, Nevio era
considerato al livello di Plauto.
Scrisse circa 28 titoli, tra cui:
​ •​ Ariolus (L’indovino)
​ •​ Colax (L’adulatore)
​ •​ Carbonaria (La commedia del carbone)
​ •​ Dementes (I pazzi)
​ •​ Glaucoma (La cataratta)
​ •​ Quadrigemini (I due gemelli)
​ •​ Triphallus (L’uomo con tre peni)
Unico frammento cospicuo conservato: la Tarentilla, vivace descrizione di una donna di Taranto, con tratti
realistici e ironici.
Conclusione
Nevio fu una figura centrale della letteratura latina arcaica, ponte tra tradizione greca e identità romana.
Con lui nascono la praetexta e un teatro che non è più semplice imitazione della Grecia, ma capace di
riflettere temi civici, politici e morali propri di Roma. La sua poesia, impregnata di spirito nazionale e
libertà polemica, lo rese tanto influente quanto scomodo, fino a condurlo in prigione.

Ennio e i suoi Annales


Vita e formazione
Quinto Ennio nasce nel 239 a.C. a Rudiae, in Puglia, un centro culturalmente composito, dove convivevano
influssi latini, oschi e greci. La sua formazione avvenne probabilmente nella vicina Taranto, città greca
di grande prestigio culturale. Famosa è la sua autoaffermazione: “ho tre cuori”, cioè conosco tre lingue
e tre tradizioni culturali — latino, greco e osco.
Ennio partecipa come soldato alla seconda guerra punica (218-202 a.C.), in particolare in Sardegna. Qui,
nel 204, viene notato da Catone il Censore, di ritorno dall’Africa, che lo porta con sé a Roma. A Roma
Ennio si guadagna da vivere come insegnante e intanto compone tragedie. I suoi predecessori, Livio
Andronico e Nevio, erano già morti, e quindi Ennio diviene la nuova voce poetica di riferimento. Si
lega inizialmente alla famiglia aristocratica di Marco Fulvio Nobiliore: lo accompagna nella campagna
militare in Grecia (189-187 a.C.), che culmina con la vittoria ad Ambracia (189). Per celebrare il suo
protettore compone la tragedia praetexta Ambracia.
In seguito entra nell’orbita degli Scipioni, celebrando Scipione l’Africano in un poemetto intitolato Scipio.
Gli ultimi anni della sua vita sono dedicati alla composizione della sua opera più importante, gli
Annales. Muore a Roma nel 169 a.C.
Opere minori
Accanto agli Annales, Ennio scrisse varie opere, oggi quasi del tutto perdute, che mostrano la sua
versatilità:
​ •​ Hedyphagètica (Edifagètica): poemetto didascalico in esametri, parodia gastronomica sul
“mangiar bene”.
​ •​ Saturae: raccolta variegata, forse con spunti autobiografici.
​ •​ Euhèmerus (forse in prosa): di tema filosofico-religioso, espone la dottrina secondo cui gli dèi
sono in realtà antichi eroi divinizzati.
​ •​ Epicharmus (in poesia): riflessione sul pensiero del commediografo greco Epicarmo.

Gli Annales
Gli Annales rappresentano la prima grande epopea nazionale latina.
​ •​ Aspetti innovativi:
​ •​ Primo poema latino in esametri (Nevio aveva usato il saturnio).
​ •​ Raccontano la storia di Roma in ordine cronologico, dalle origini mitiche fino agli anni recenti
della vita di Ennio.
​ •​ Struttura in 18 libri, dei quali ci restano circa 400 frammenti (per un totale di circa 600 versi).
​ •​ Ogni libro è un’unità narrativa autonoma, sul modello alessandrino delle edizioni omeriche.
​ •​ Differenze rispetto a Nevio:
​ •​ Nevio si era concentrato sulla prima guerra punica (tema monografico).
​ •​ Ennio offre un racconto storico continuo e complessivo.
​ •​ Fonti e modelli:
​ •​ Celebrazione eroica sul modello di Omero.
​ •​ Influsso dell’epica ellenistica, che integrava contenuto storico e celebrazione politica.
Il piano degli Annales
Probabilmente l’opera ebbe due fasi:
​ 1.​ Primo progetto: 15 libri, con conclusione nella vittoria del protettore Nobiliore ad Ambracia
(189) e nella dedicazione da parte sua di un tempio a Ercole Musagete, cioè protettore delle Muse,
simbolo del legame fra Roma e la poesia greca.
​ 2.​ Seconda fase: aggiunta di altri 3 libri, per includere eventi più recenti.
I due proemi
Ennio scrisse due proemi (aperture poetiche), che si pongono in dialogo con la tradizione greca e ne
rivelano l’intento programmatico:
​ •​ Primo proemio: Ennio si presenta come il continuatore di Omero, affermando di averlo visto
in sogno e di essere la sua reincarnazione. Questo legame diretto con la grande epica greca legittimava
l’impresa di scrivere un’epopea nazionale latina.
​ •​ Secondo proemio: accentua l’originalità e la novità del progetto, radicato nel mos maiorum e
nella storia romana, ma espresso attraverso forme e metri greci. Qui si evidenzia la tensione tra eredità
ellenica e identità romana.
Struttura interna
Gli studiosi hanno ipotizzato una divisione dell’opera in triadi o in esadi, cioè in gruppi di tre o sei libri, per
dare ordine e ritmo al vasto racconto. Ciò dimostra la volontà di Ennio di presentare un’epopea
costruita secondo criteri letterari, non come semplice cronaca.

Ennio come autore teatrale


Ennio non fu solo poeta epico, ma anche prolifico autore teatrale. La sua produzione rientra nelle principali
tipologie drammatiche:
​ •​ Tragedie cothurnatae (19 titoli noti): di argomento mitologico greco. Tra esse: Achilles, Aiax,
Andromacha Aechmalotis, Andromeda, Hecuba, Iphigenia, Medea exul, Thyestes (rappresentata nel
169, anno della sua morte). Celebre il lamento di Andromaca, che ancora ai tempi di Cicerone era
ricordato come una scena-madre esemplare.
​ •​ Tragedie praetextae (2 titoli): ispirate a soggetti romani: Sabinae (rapimento delle Sabine) e
Ambracia (vittoria di Nobiliore nel 189).
​ •​ Commedie palliatae (2 titoli, di scarso successo): Caupuncula o Tabernaria (“La ragazza
dell’osteria”), e Pancratiastes (“L’atleta del pancrazio”, disciplina che univa pugilato e lotta).

Conclusione
Ennio, con gli Annales, si impose come il padre dell’epica latina. La sua opera univa la grandezza omerica
con la concretezza della storia romana, offrendo a Roma una narrazione poetica della propria identità.
Al tempo stesso, la sua vasta produzione teatrale ne mostra la versatilità e il ruolo di tramite tra la
cultura greca e la tradizione romana. Cicerone stesso lo considerava il vero fondatore della letteratura
latina.

PLAUTO E TERENZIO: LA COMMEDIA TEATRALE LATINA


Occasioni delle rappresentazioni teatrali
A Roma le rappresentazioni teatrali (ludi scaenici) erano legate (almeno circa la loro origine) a feste religiose o
a cerimonie funebri di personaggi molto importanti.
Le principali feste (ludi) in cui avevano luogo le rappresentazioni teatrali:
Inizio aprile - ludi Megalenses (in onore della magna Mater Cìbele)
Metà luglio - Ludi Apollinares (Apollo)
Metà settembre - Ludi Romani (Giove)
Metà novembre - Ludi plebei (Giove)
Assenza di particolari legami con la festa religiosa
Tuttavia i legami con l’occasione religiosa e con la divinità celebrata erano di fatto assenti. Sopravvivevano
attraverso un elemento fisso della scena: un altare, consacrato a una qualche divinità.
Organizzazione degli spettacoli teatrali
I ludi scaenici avevano carattere ufficiale: l’organizzazione era affidata a magistrati (di solito agli aediles) che vi
provvedevano con denaro pubblico, ma spesso quasi del tutto di tasca propria (con contropartita e aspettative
politico-elettorali).
I magistrati esercitavano sugli autori delle opere teatrali (drammaturghi) un forte controllo, perché non
approfittassero della scena per fare opera di propaganda o di satira sociale e politica.
Le rappresentazioni teatrali si svolgevano in concomitanza di altri spettacoli (ludi circenses o munera
gladiatoria) per attirare più pubblico in quanto i romani amavano questo tipo di ludi più forti, cruenti e popolari.
A differenza della Grecia, manca la competizione tra gli spettacoli teatrali, con vincitori e ricompense. Il
successo di uno spettacolo era però importante, perché favoriva ingaggi futuri.
Il luogo: il teatro
Lo spettacolo si svolgeva in strutture provvisorie in legno, all’interno di un recinto (cavea). Il primo teatro
stabile in muratura si avrà a Roma solo alla metà del I a.C. (55 a.C.: teatro di Pompeo).
La scena era molto semplice e fissa. La facciata: un pannello di legno con 3 porte e 2 aperture laterali (quella a
sinistra portava al porto, in campagna, o in generale fuori città; quella a destra portava al foro, cioè al centro
della città). Al centro della scena un altare. Davanti al fondale, uno stretto palcoscenico (pulpitum) che
rappresentava una strada. Lo spettacolo era affidato a compagnie di attori professionisti (greges) dirette da un
regista (dominusgregis).
Le compagnie teatrali annoveravano più di 3 attori (numero fisso in Grecia) → in Plauto troviamo
contemporaneamente sulla scena 4 o 5 personaggi, in alcuni casi anche 6 o 7.
L’autore e la troupe nel teatro latino.
Nel teatro latino l’autore non lavorava in completa autonomia, ma doveva adattare le proprie opere alle
possibilità concrete della compagnia teatrale, chiamata grex. Non bastava avere buoni attori in grado di recitare:
erano indispensabili anche cantanti capaci, perché le commedie e le tragedie romane, specialmente quelle di
Plauto, contenevano numerosi cantica. Si trattava di parti liriche cantate, costruite su schemi metrici complessi e
accompagnate dalla musica. La presenza o l’assenza dei cantica dipendeva quindi dalle competenze degli attori
a disposizione. Se la troupe comprendeva un ottimo cantante, l’autore poteva inserire più sezioni musicali; se
invece non c’erano interpreti adatti, preferiva limitarle, puntando maggiormente sulla recitazione. Questo spiega
perché la quantità di cantica non è un criterio sicuro per stabilire la cronologia delle opere di Plauto: non sempre
le commedie con meno parti cantate sono le più antiche o “immature”, ma riflettono piuttosto le necessità
pratiche della compagnia che le rappresentava. In conclusione, nel teatro romano l’autore non era un creatore
isolato, ma un artigiano del testo che lavorava in stretta connessione con la sua troupe, adattando le forme
artistiche alle capacità degli attori e ai gusti del pubblico.
Uso della maschera
Gli attori recitavano con la maschera, che era fissa (come il costume) per ciascun tipo: vecchio, giovane, lenone,
cortigiana, schiavo, parassita, soldato etc. Gli spettatori riconoscevano subito i vari tipi in scena.
Il teatro comico di ambientazione greca : fabula palliata
(pallium: mantello quadrangolare tipico dei Greci) comincia tra III e II a.C. con Plauto: 250-184
-inizia a comporre già negli anni della II guerra punica (218-202):
allusioni alla II punica si trovano nella Cistellaria (ante 202, forse 204)
prosegue nel II a.C. con Terenzio : 185/184-159 († a 25 anni)
-compone 6 commedie, tutte datate negli anni 165-160
Dopo Terenzio, nel II a.C., si diffuse a Roma la fabula togata, commedia latina di ambientazione romana (toga:
abito nazionale dei Romani). Le commedie «palliate» sono ispirate alle commedie del teatro greco, che i
commediografi latini imitano e adattano.
Le commedie greche prese a modello sono soprattutto le più «recenti»:la stagione della commedia attica
«nuova» (IV-III a.C.), i cui autori più noti sono Filèmone, Dìfilo, Menàndro (342-291). La commedia attica
«antica» (seconda metà V a.C.: Cratìno, Èupoli, Aristòfane) era centrata sull’attualità politica di Atene, con toni
di forte critica sociale e attacco ad personam. Grande ruolo del canto, della musica e del coro. Nella «nuova»
invece, terminata l’età della pòlis e della democrazia, la politica perde di interesse: troviamo temi della vita
privata (amore, rapporti tra generazioni), l’individuo al centro. Personaggi convenzionali, tipi ‘universalizzati’.
Nelle trame, elementi romanzeschi e avventurosi. Drastica riduzione del canto e della musica. Scomparsa quasi
totale del coro.
Struttura della commedia greca nuova
confluisce in Plauto e Terenzio, ma anche con notevoli differenza
•partizione in 5 atti separati da intermezzi corali, estranei però alla trama;
•numero di attori 3 con maschera;
•quasi del tutto recitata, con pochissime parti cantate (scene di maggiore concitazione);
•i personaggi: tipi comici fissi, riconoscibili anche dalla maschera: il vecchio avaro, il giovane innamorato, lo
schiavo scaltro e intraprendente, la meretrice, il ruffiano, il parassita avido, il soldato fanfarone;
•il linguaggio: di livello medio, riproduce la conversazione delle persone colte: semplice, chiara, senza oscenità.
Manca la lingua immaginifica della commedia più antica;
•le trame sono uniformi: lieto fine con restaurazione della situazione iniziale (espediente del riconoscimento),
messa a repentaglio dal vizio (avidità, egoismo, lascivia) o dall’ignoranza ;
•l’ispirazione privilegia la dimensione privata e familiare, a scapito di quella pubblica e collettiva: carattere
intimistico, comicità pensosa e malinconica.

PLAUTO
250 a.C.: nasce a Sàrsina
184 a.C.: muore
La tradizione gli attribuisce i tria nomina:Titus Maccius Plautus
Forse nomi d’arte, utilizzati in fasi diverse della sua attività:
●​ Maccus «ghiottone» (maschera della farsa Atellana)
●​ Plautus «dai piedi piatti» o «dalle lunghe orecchie a penzoloni»
Plauto fu autore di grande successo, già in vita. Nel II a.C. circolavano almeno 130 commedie a suo nome
e già si discuteva sulla loro autenticità. Alla metà del II a.C. cominciarono a essere composte delle vere e
proprie «edizioni», secondo i criteri della filologia alessandrina:

• nel testo vengono introdotte didascalie e sigle dei personaggi;

•i versi vengono impaginati in modo da essere riconoscibili.

L’intervento più importante si deve a Varrone (erudito e grammatico, 116-27 a.C.) il quale scelse le
commedie che riteneva autentiche (dette «varroniane»), in numero di 21. I manoscritti le riportano in
ordine alfabetico, non cronologico.

La formazione di Plauto

Plauto, uno dei massimi autori della commedia latina, si formò attraverso esperienze e influenze molto
diverse, che confluirono nella sua originale produzione teatrale.

Innanzitutto, ebbe una assidua frequentazione del teatro comico attico, in particolare della cosiddetta
commedia nuova, rappresentata da autori come Menandro, Difilo e Filemone. Da loro apprese la struttura
di base della commedia di costume: intrecci familiari, intrighi amorosi, personaggi tipici (vecchi burberi,
giovani innamorati, servi furbi), ambientazione in un contesto urbano e quotidiano.

Accanto a questa solida base greca, Plauto ebbe anche una diretta esperienza del teatro popolare
latino-italico. In particolare:

​ •​ la fabula Atellana, una farsa di origine osca con maschere fisse e situazioni comiche
immediate, molto vicina al gusto del popolo;

​ •​ la satura drammatica, una forma scenica ibrida che mescolava canto, danza e recitazione,
tipica delle prime sperimentazioni teatrali romane.

A queste si aggiungeva la conoscenza della farsa magno-greca, cioè un teatro popolare dell’Italia
meridionale che parodiava l’epica e i miti greci, con un tono burlesco e dissacrante. Anche il teatro greco
siciliano ebbe un ruolo importante: esso si distingueva per la ricchezza metrica e musicale, elementi che
Plauto avrebbe sfruttato a fondo nella sua commedia, con frequenti cantica e grande varietà ritmica.
Infine, Plauto poté contare sull’esempio diretto di Livio Andronico e Nevio, i primi a sperimentare la
fabula palliata, ossia la commedia latina di ambientazione greca (il termine “palliata” deriva dal pallio, il
mantello greco, simbolo di quell’ambientazione).

La palliata di Plauto

La commedia palliata di Plauto non è mai una semplice traduzione dei modelli greci: è piuttosto
un’operazione di rielaborazione e adattamento creativo. L’autore riprendeva i soggetti attici, ma li
arricchiva con il gusto romano-italico per il comico diretto, il linguaggio colorito, i giochi di parole,
l’elemento farsesco e musicale. Così, a partire da modelli greci, nasceva una forma teatrale profondamente
romana, capace di parlare al grande pubblico e di riflettere i suoi interessi e il suo senso dell’umorismo.

La struttura e le caratteristiche delle commedie di Plauto

Le commedie di Plauto seguono in parte lo schema della commedia nuova greca, ma con notevoli
differenze e innovazioni. In genere sono composte da un prologo, un’azione centrale e un epilogo.

Il prologo serve a informare gli spettatori sull’antefatto e, talvolta, anticipa anche lo sviluppo
dell’intreccio. Può essere recitato da una divinità (come nelle tragedie di Euripide), da un personaggio
allegorico (ad esempio Auxilium nella Cistellaria), da un attore che impersona il Prologus, oppure da un
personaggio interno alla vicenda (come lo schiavo Palestrione nel Miles gloriosus). Non tutti i prologhi
sono autentici: alcuni risultano rimaneggiati, altri composti in epoca successiva, e alcune commedie ne
sono del tutto prive. A differenza delle commedie greche, suddivise in cinque atti, quelle di Plauto si
sviluppano in modo continuo, organizzate in scene, senza divisioni rigide. Solo in età umanistica (con
l’edizione di G. B. Pio a Milano nel 1500) fu introdotta artificialmente la scansione in cinque atti.

Il rapporto con i modelli greci

Plauto parte sempre da modelli greci, ma li adatta al pubblico romano. Lo dichiara lui stesso nei prologhi
del Trinummus e dell’Asinaria, usando l’espressione vortit barbare (“ha tradotto in lingua straniera”, cioè
in latino).

La commedia nuova greca era molto recitata e poco cantata: Plauto la trasforma per renderla più
accattivante agli spettatori romani, abituati a forme teatrali musicali e spettacolari. Così, parti
originariamente recitate diventano cantate, secondo la tecnica della tragedia ellenistica.

Ne risulta una continua alternanza di tre registri:

​ •​ diverbia: parti recitate (monologhi e dialoghi senza musica), in senari giambici;

​ •​ recitativi: parti declamate con accompagnamento musicale, in settenari trocaici;

​ •​ cantica: parti cantate, in metri vari, accompagnate dal flauto.

Per questo motivo, una commedia di Plauto ricordava molto più una commedia musicale moderna che una
commedia di Molière o di Goldoni.

Struttura e tecnica drammaturgica

Le commedie plautine non seguono una rigida unità di trama. L’intreccio è organizzato in scene autonome,
riconoscibili anche dal cambio del metro e dell’accompagnamento musicale. Queste scene funzionano
come “pezzi chiusi”, facilmente adattabili, tagliabili o ampliabili a seconda delle esigenze, con l’obiettivo
principale di suscitare comicità più che di mantenere coerenza narrativa. In questo contesto si inserisce la
pratica della contaminatio: Plauto inserisce liberamente scene prese da altre commedie o da autori diversi
all’interno del suo modello principale. Le trame sono spesso uniformi e riconducibili a uno schema fisso:
un giovane (adulescens), innamorato, vuole conquistare una ragazza o ottenere del denaro, ma è ostacolato
da un antagonista (il padre, un vecchio, un lenone). Con l’aiuto di un servo astuto, il giovane riesce a
ingannare l’avversario e a ottenere ciò che desidera. Il lieto fine arriva quasi sempre, talvolta grazie al
riconoscimento della vera identità della fanciulla. La novità rispetto a Menandro sta nel ruolo dell’inganno
(la beffa): esso diventa il motore dell’intreccio, e il personaggio che lo orchestra (di solito il servo furbo)
spesso si rivolge direttamente al pubblico, rompendo l’illusione scenica e creando un effetto di “teatro nel
teatro”, che anticipa forme moderne di metateatro.

Il linguaggio

Plauto costruisce un linguaggio teatrale estremamente vario e vivace.

​ •​ Nei diverbia ricrea il sermo familiaris, cioè la parlata quotidiana delle classi colte, senza
inflessioni dialettali.

​ •​ Nei cantica, invece, sviluppa una vera e propria lingua d’arte dai registri molteplici: dal
linguaggio triviale degli insulti alla solennità sacrale o giuridica, fino alla raffinatezza lirica. Qui il
personaggio si trasforma quasi in un cantante lirico, con forte pathos e ricorso a artifici retorici di ogni
tipo: fonici (assonanze, anafore), lessicali (neologismi, innovazioni morfologiche), sintattici (parallelismi,
antitesi, collocazioni insolite). In questo modo la lingua dei cantica si avvicina molto a quella della
tragedia coeva.

Tipologie di commedie

Plauto compose 20 commedie giunte fino a noi, con intrecci complessi ma ripetitivi, fondati su personaggi
convenzionali e finali lieti. Possiamo distinguere alcune tipologie principali:

​ 1.​ Commedie del servo astuto (servus callidus)

Il vero protagonista, più ancora del giovane innamorato, è lo schiavo scaltro, capace di ordire inganni e
beffe. Tra gli esempi:

​ •​ Psèudolus: il servo aiuta il padroncino contro il lenone e il soldato;

​ •​ Bàcchides: il servo Crisalo inganna i padri e favorisce le avventure amorose dei giovani;

​ •​ Mostellaria: Tranione inventa la farsa della casa infestata dai fantasmi;

​ •​ Miles gloriosus: Palestrione si prende gioco del soldato spaccone Pirgopolinice.

​ 2.​ Commedie di carattere

Plauto amplifica tratti psicologici fino al grottesco.

​ •​ Aululària: Euclione, vecchio avaro, vive nel terrore di perdere una pentola piena d’oro; la
comicità nasce dagli equivoci linguistici e dalle incomprensioni.

​ 3.​ Commedie della beffa

​ •​ Càsina: un vecchio libidinoso vuole sposare la stessa ragazza del figlio, ma viene
ingannato e ridicolizzato con la scena delle “nozze maschie”.

​ 4.​ Commedie degli equivoci

Qui domina lo scambio di persona.

​ •​ Menaechmi: due gemelli identici causano una catena di equivoci;


​ •​ Amphìtruo: Giove e Mercurio assumono le sembianze di Anfitrione e Sosia, generando
inganni comici ma anche riflessioni più profonde. Plauto stesso la definisce una tragicomoedia, perché
introduce elementi mitici e divini, insoliti per la commedia.

Conclusione

Il teatro di Plauto è un perfetto esempio di ibridazione culturale: parte da modelli greci, ma li trasforma
profondamente per adattarli al gusto romano. Alternanza di canto e recitazione, comicità farsesca, libertà di
intreccio, centralità dell’inganno, vivacità linguistica: tutti questi elementi rendono le sue commedie simili
a una commedia musicale moderna, più che a una raffinata commedia di costume. La sua originalità sta
proprio nella capacità di fondere tradizione e innovazione, creando un teatro popolare e allo stesso tempo
artistico, destinato a influenzare secoli di commedia successiva.

IL TEATRO DI TERENZIO

Publio Terenzio Afro (circa 190/185 – 159 a.C.) fu uno dei più importanti autori di commedia latina.
Originario dell’Africa (da cui il soprannome Afro), arrivò a Roma come schiavo e venne poi liberato dal
senatore Terenzio Lucano, assumendone il nome. Entrò presto in contatto con gli ambienti aristocratici più
colti e filo-ellenici della capitale, in particolare con il cosiddetto circolo degli Scipioni, che riuniva figure
di primo piano come Lucio Emilio Paolo (il vincitore di Pidna nel 168 a.C.), Scipione Emiliano (che più
tardi avrebbe guidato Roma alla vittoria nella terza guerra punica, 149 a.C.) e Gaio Lelio, stretto amico di
Scipione Africano Maggiore, colui che aveva sconfitto Annibale a Zama nel 202 a.C. Questo ambiente
raffinato e cosmopolita influenzò molto la sua poetica, vicina alla cultura greca e attenta a valori come
l’umanità, la misura e la riflessione morale. Terenzio scrisse soltanto sei commedie, ma tutte ci sono giunte
integralmente — fatto raro e prezioso. Esse si ispirano ai modelli della commedia nuova greca, soprattutto
a Menandro, eccetto Hècyra e Phòrmio, derivate invece da Apollodoro di Caristo. Le commedie vennero
rappresentate in un arco di tempo piuttosto breve, tra il 166 e il 160 a.C.:

​ •​ 166 a.C. – Andria (La fanciulla di Andro): nella prefazione Terenzio si difende dalle
accuse di plagio e contaminatio (fusione di più modelli greci).

​ •​ 165 e 160 a.C. – Hècyra (La suocera): inizialmente un fiasco, ma in seguito ebbe successo
grazie all’attore Ambìvio Turpione.

​ •​ 163 a.C. – Heautontimorùmenos (Il punitore di se stesso): commedia incentrata sul


conflitto interiore e sul senso di colpa.

​ •​ 161 a.C. – Eunùchus (L’eunuco): fu una delle commedie di maggior successo.

​ •​ 161 a.C. – Phòrmio (Il parassita Formione): tratta della figura del parassita astuto e
intrigante.

​ •​ 161 a.C. – Adèlphoe (I due fratelli): considerata uno dei suoi capolavori, esplora il
contrasto tra due diversi modelli educativi e morali.

Terenzio morì prematuramente, intorno al 159 a.C., probabilmente durante un viaggio in Grecia.
Nonostante la brevità della sua vita, lasciò un’impronta duratura nella letteratura latina: le sue commedie
sono apprezzate per l’eleganza dello stile, la finezza psicologica dei personaggi e la capacità di far
riflettere lo spettatore su valori universali.
Lezione deln29/09/2025

LA STORIOGRAFIA ROMANA E CATONE IL CENSORE

la storiografia romana inizia a svilupparsi fra il III e il II secolo a.C. Ed è di tipo annalistico e si ispira alle
cronache degli Annales pontìficis maximi o Annales pontìficum. Il pontifex maximus annotava anno per anno, su una
tavola imbiancata (tabula dealbata), gli eventi degni di memoria, preceduti dal nome dei consoli. Gli Annales erano
poi conservati nell’archivio della città. Nel 123 a.C. circa gli Annales, rielaborati e trascritti su papiri, furono raccolti
in 80 libri dal pontifex maximus Publio Mucio Scevola (Annales maximi). Gli Annales vennero utilizzati come fonti
dai primissimi storici romani (gli ‘annalisti’):

●​ Quinto Fabio Pittore (seconda metà III secolo a.C.): Annales dalla preistoria leggendaria di Roma alla II
punica. Scrive in greco, forse per ragioni di propaganda.
●​ Cincio Alimento (combatté nella II punica).

Il filone annalistico tratta con ampiezza le origini e il periodo contemporaneo all’autore; il periodo intermedio è
trattato per sommi capi. La prima storiografia è quindi in greco, come già precedentemente detto, e solo con Catone il
Censore che troveremo la storiografia scritta in latino.

Marco Porcio CATONE 234 a.C. ca – 149 a.C.

● Nasce a Tuscolo, lavora la terra come piccolo proprietario terriero.


● Combatte nella II punica (218-202) al seguito di Scipione.
● Inizia la carriera politica come homo novus :

195: è console

189: alla fine della guerra contro Antioco di Siria (189: Magnesia), intenta un processo contro Scipione Africano
e il fratello Lucio Scipione Asiatico, accusandoli degli ammanchi nell’indennità di guerra versata dal re
sconfitto. L’Africano evitò la condanna, ma dovette ritirarsi dalla vita politica.

186: ispira il senatus consultum de Bacchanalibus.

184: è censore (il candidato non eletto è Lucio Scipione). Esercita la carica con grande rigore (è ricordato come
«Catone il censore»).

155: interviene in senato contro tre filosofi ateniesi giunti a Roma (Carneade, Diogene Stoico e Critolao).
● il suo ultimo obiettivo politico: convincere il senato a intraprendere la III guerra punica e a radere al suolo
Cartagine ( la sua frase celebre è “ Carthago delenda est” , ovvero Cartagine deve essere distrutta).
infatti Catone si pose completamente in contrapposizione con le tendenze filoelleniche degli Scipionie si fece
portavoce delle virtù del mos maiorum tanto da cacciare dal senato tre filosofi greci in quanto non voleva
venisssero intaccati quei valori del mos maiorum. Catone conosce bene la cultura ellenistica ma ritiene sia
pericolosa per la cultura romana.

La sua opera più celebre sono le “Origines”, ovvero le origini di Roma e il periodo regio fino alla sua
contemporaneità. Seguendo il carattere annalistico tratta con grande precisione la parte iniziale della fondazione
e degli eventi storici a lui vicini mentre tutta la storia nel mezzo la tratta per sommi capi ( il motivo principale è
la scarsità di fonti). Le Origines di Catone rappresentano la prima opera storiografica scritta in lingua latina.
Sceglie il latino sia per motivi ideologici ma anche perchè voleva dare una dignità politica alla letteratura. Prima
di lui, la storiografia romana era stata elaborata soprattutto da uomini politici di rango senatorio, ma non di
primo piano, che scrivevano più per erudizione che per vero impegno politico. Con Marco Porcio Catone il
Censore, invece, la situazione cambia radicalmente: egli fu uno degli uomini politici più influenti e autorevoli
del suo tempo e, in età avanzata, decise di dedicarsi anche alla scrittura di un’opera storica. Questo rimase un
caso isolato nella cultura latina: mai più un personaggio politico di simile rilievo si sarebbe dedicato
direttamente alla storiografia.

Con Catone, quindi, la storiografia latina nascente assume un carattere fortemente politico. Le Origines
riflettono pienamente le sue battaglie e le sue idee:

​ •​ la difesa dei costumi tradizionali romani contro la corruzione e il lusso;


​ •​ la salvaguardia della res publica contro l’affermazione di singoli personaggi troppo prestigiosi
e contro il culto esagerato della personalità.

Catone non si limitò a lasciar trapelare echi delle proprie polemiche nell’opera: arrivò a inserire all’interno delle
Origines alcuni testi delle sue orazioni politiche. Un esempio celebre è il discorso Pro Rodiensibus (In difesa dei
Rodiesi, 167 a.C.), confluito nel quinto libro dell’opera. In esso, Catone aveva preso posizione in Senato a
favore di Rodi, accusata di scarsa fedeltà a Roma durante la guerra contro i Macedoni. In questo modo, le
Origines non furono solo un’opera storica, ma anche un veicolo di intervento politico diretto, che univa la
memoria storica di Roma alla battaglia morale e civile del suo autore.

L’opera doveva essere costituita in 7 libri e grazie a Cornelio Nepote che scrisse “Vita di Catone” conosciamo il
contenuto dei libri:

1. le origini di Roma, da Enea al periodo regio.


2-3. fondazione e origini delle principali città italiche (= titolo al plurale),
notizie geo-etnografiche su varie genti italiche: Liguri, Etruschi, Veneti, Osci, Latini, Galli. La prima
espansione di Roma nell’Italia centrale.
4-5. storia di Roma capitulatim («per sommi capi»): I e II guerra punica.
6-7. dalla II guerra punica fino al 151 (149 a.C. : morte di Catone).

● Adotta il modello annalistico (ampio spazio alla storia arcaica e contemporanea; il periodo intermedio per
sommi capi), ma ne rifiuta la minuzia e la poca importanza dei contenuti:

«Non mi interessa scrivere quello che si trova registrato nella tavola del pontefice massimo, quante volte i
prezzi dei viveri siano rincarati, quante volte una caligine o qualcos’altro abbia offuscato la luce della
luna o del sole».

● Innovazioni rispetto agli ‘annalisti’:


•scrive in latino e non in greco.
•inserisce la storia di Roma in un contesto più ampio, cioè nella dimensione italica.
•come homo novus e sabino, esalta il contributo dalle città italiche all’ascesa di Roma.
•visione della storia collettiva e non individualistica.
•rifiuta il culto carismatico delle grandi personalità: il protagonista è il popolo il — i grandi della storia non
vengono mai nominati per nome ma attraverso la loro carica politica, proprio per esaltare il populus
romano nella sua collettività.

Le Origines di Catone: significato e caratteristiche

L’opera Origines, scritta da Marco Porcio Catone (detto il Censore), non è soltanto la prima vera storiografia
latina, ma anche un testo che esprime una visione originale e profondamente romana della storia. In essa Catone
unisce due grandi temi: da un lato l’idea della superiorità del passato e della collettività, dall’altro un forte
interesse etnografico, cioè l’attenzione per gli usi e costumi dei diversi popoli italici e stranieri.

1. Il passato come fondamento della storia di Roma

Per Catone la storia è soprattutto memoria delle origini. I Romani, a suo avviso, devono sempre guardare ai
maiores (gli antenati), considerati migliori rispetto ai minores (i contemporanei e i posteri).

​ •​ Per capire un popolo bisogna risalire alle sue radici.

​ •​ Nel passato si trovano le regole morali (mores) che devono guidare anche il presente.

Da questa idea nasce una visione della storia di Roma come un processo lento e collettivo:

​ •​ La res publica (lo Stato romano) e le sue istituzioni non sono nate dall’iniziativa di un singolo
uomo, ma si sono costruite nei secoli attraverso lo sforzo di generazioni.

​ •​ Allo stesso modo, anche le vittorie militari non dipendono dal genio di un comandante, ma dal
contributo corale del populus Romanus, il popolo romano unito intorno al Senato.
Questa posizione è polemica nei confronti dei filo-ellenisti, cioè di chi guardava alla cultura greca come
modello. Gli storici greci, infatti, tendevano a raccontare la storia attraverso le grandi personalità (Alessandro
Magno, Leonida, Annibale…). Catone, al contrario, rifiuta il culto dell’uomo eccezionale: nei suoi testi non fa
quasi mai i nomi dei condottieri romani e neppure di quelli stranieri (Annibale, per esempio, è chiamato
genericamente dictator Carthaginensium, “comandante dei Cartaginesi”).

Anzi, per sottolineare il valore collettivo della storia, Catone sceglie talvolta di ricordare uomini semplici,
persino oscuri: soldati o ufficiali minori che, con gesti eroici, hanno contribuito a salvare l’esercito. In questo
modo loda la virtù anonima e corale che sostiene Roma.

Un episodio emblematico è il confronto tra uno spartano e un romano. Lo spartano Leonida, morto alle
Termopili per difendere la Grecia dall’invasione persiana (480 a.C.), fu celebrato con statue, iscrizioni e testi
storici. Catone racconta di un tribuno romano, Quinto Cedicio, che in un’epoca successiva aveva sacrificato la
vita per salvare il suo esercito, compiendo un atto eroico uguale a quello di Leonida. Eppure, osserva Catone,
mentre la Grecia ha reso immortale il suo eroe, Roma si è limitata ad una lode modesta. Qui emerge il suo
obiettivo: mostrare che i Romani non sono inferiori ai Greci e che i loro eroi, anche se meno celebrati, sono
degni della stessa, se non maggiore, ammirazione.

2. L’interesse etnografico: guardare agli altri popoli

Un altro aspetto innovativo delle Origines è l’apertura verso altri popoli, sia italici sia stranieri. Catone dedica
attenzione:

​ •​ ai popoli dell’Italia, sottolineando come abbiano contribuito alla crescita di Roma e alla
costruzione di un modello di vita sobrio e rigoroso;

​ •​ ai popoli stranieri, osservandone costumi e abitudini, a volte per esperienza diretta (Catone
aveva combattuto in Africa e in Spagna).

Questo interesse lo avvicina agli storici greci che spesso descrivevano i popoli “altri”, ma Catone lo fa con uno
sguardo tipicamente romano: ciò che lo incuriosisce non sono tanto le somiglianze, ma le differenze, spesso
bizzarre e sorprendenti (influenza della letteratura greca dei mirabilia, cioè le raccolte di stranezze e curiosità).

Alcuni frammenti ci restituiscono esempi vivaci:

​ •​ Sui Galli: «Nella maggior parte della Gallia, due sono le attività più apprezzate: l’arte militare
e il parlare bene» (fr. 34 Peter).

​ •​ Sulle popolazioni che non danno la dote alle figlie: Dotes filiabus suis non dant (fr. 94 Peter).

​ •​ Sui Libui (popolo del Nord Africa): «Pare che i Libui vadano a prendere l’acqua come si fa
con la legna: portano sul posto una scure e una corda, tagliano un blocco di ghiaccio e se lo portano via legato
alla corda» (fr. 33 Peter).

Queste annotazioni mostrano insieme stupore, curiosità e la volontà di raccogliere esempi insoliti di vita, senza
giudicarli sempre negativamente: ciò dimostra un atteggiamento di osservazione critica e comparativa raro per
un autore romano di quell’epoca.

In sintesi

Le Origines di Catone hanno due grandi tratti distintivi:

​ 1.​ Una concezione collettiva e morale della storia romana, contrapposta all’individualismo della
storiografia greca: la vera forza di Roma non sta nei grandi uomini, ma nella comunità dei cittadini e nei valori
degli antenati.

​ 2.​ Un interesse etnografico e comparativo, che porta Catone a guardare anche oltre Roma, verso
gli altri popoli italici e stranieri, registrandone usi e costumi.
Quest’opera non è quindi solo il primo tentativo di storiografia latina, ma anche una sorta di manifesto politico e
morale, in cui Catone difende la tradizione romana e nello stesso tempo mostra curiosità verso il mondo esterno.

CATONE E L’ORATORIA

Marco Porcio Catone: oratore e scrittore

Catone oratore

Catone fu il più importante oratore dell’età arcaica a Roma. Nella sua epoca, infatti, l’arte della parola e la vita
politica erano strettamente intrecciate: chi sapeva parlare bene in pubblico aveva maggiori possibilità di
influenzare il Senato e i tribunali. All’epoca di Cicerone, erano ancora disponibili circa 150 orazioni di Catone;
oggi ne conosciamo solo circa 80 titoli e pochi frammenti. In alcuni casi Catone inserì i testi delle sue orazioni
direttamente nelle Origines (seguendo una pratica già nota nella storiografia greca). Così fece, ad esempio, con
il discorso Pro Rodiensibus (167 a.C.), in cui difese la città di Rodi, accusata di infedeltà verso Roma durante la
guerra macedonica. Anche se diffidente nei confronti della cultura greca, Catone conosceva bene la retorica
greca e le sue cinque fasi:

​ 1.​ Inventio – ricerca degli argomenti;

​ 2.​ Dispositio – organizzazione ordinata delle idee;

​ 3.​ Elocutio – elaborazione stilistica e linguistica;

​ 4.​ Memoria – memorizzazione del discorso;

​ 5.​ Actio – recitazione con voce, gesti e ritmo.

Catone si cimentò nei due principali generi dell’oratoria romana:

​ •​ Oratoria deliberativa: discorsi in Senato, a favore o contro una legge o una decisione politica;

​ •​ Oratoria giudiziaria: discorsi di accusa o difesa nei processi.

Il suo stile oratorio fu considerato tipicamente romano:

​ •​ Pragmatico e scarno, privo di fronzoli, ma carico di gravitas (autorevolezza e serietà).

​ •​ Ricco di sentenze brevi e incisive.

​ •​ Poco curato sul piano della connessione grammaticale (scarse congiunzioni), ma sempre forte
per chiarezza di pensiero: rem tene, verba sequentur (“se padroneggi l’argomento, le parole verranno da sole”).

Nonostante la semplicità, Catone curava molto l’efficacia orale: ritmo, pause, ripetizioni, figure di suono.
Spesso usava l’accumulazione di parole simili per rafforzare il messaggio. Un esempio, riportato da Aulo Gellio
(Notti Attiche 13,25,12), mostra come Catone martellasse l’ascoltatore con la ripetizione ossessiva (anafora ed
epifora): accusando un certo Termo di aver messo a morte dieci uomini liberi, ripete più volte lo stesso concetto
con parole diverse: “uccidi dieci uomini, privi dieci uomini della vita, compi una strage, fai dieci funerali…”.
L’effetto era quello di colpire con forza le orecchie e la mente degli ascoltatori.

Catone scrittore di opere didascaliche e precettistiche

Accanto all’attività oratoria, Catone si dedicò anche alla scrittura di opere pratiche e morali, rivolte soprattutto
alla formazione dei cittadini romani.

De agri cultura

È il più antico testo di prosa latina giunto fino a noi per intero. Si tratta di un manuale agricolo in 162 capitoli,
con istruzioni per la gestione di una media azienda rurale.
​ •​ Capitoli 1–22: consigli sull’acquisto e l’organizzazione del podere, pensati per un proprietario
che si serve di un fattore (amministratore) e di schiavi.

​ •​ Capitoli 23–54: descrizione delle attività agricole durante l’anno, con attenzione a vino, olio e
altri prodotti.

​ •​ Capitoli 55–162: precetti di vario genere: ricette, rimedi medici e veterinari, pratiche religiose
e formule magiche per favorire i raccolti.

L’opera non è solo un manuale tecnico, ma anche un testo che riflette la mentalità dei piccoli proprietari terrieri,
considerati da Catone i veri Romani. Egli esalta la durezza della vita dei campi come scuola di virtù e fonte di
moralità. Lo stile è asciutto, concreto, ricco di imperativi, con influssi del linguaggio arcaico giuridico e
religioso.

Praecepta ad Marcum filium

Un’altra opera, oggi perduta ma nota dalle fonti, era una sorta di manuale di educazione per il figlio Marco.
Conteneva precetti su medicina, agricoltura, diritto, retorica e arte militare: un compendio del sapere utile per
formare un buon cittadino romano. Quest’opera rifletteva la tradizione italica e si poneva in polemica con
l’educazione greca allora in voga a Roma, basata sull’insegnamento di maestri greci e sull’imitazione della
cultura ellenistica.

Conclusione

Catone, dunque, non fu solo il padre della storiografia latina (Origines), ma anche:

​ •​ Il principale oratore arcaico, che gettò le basi della tradizione retorica romana con uno stile
semplice, ma potente e autorevole.

​ •​ Un autore di opere didascaliche, che riflettono un ideale di vita romano fondato su lavoro,
disciplina e tradizione, in contrasto con il lusso e l’influsso greco.

La sua figura segna un punto di svolta nella cultura romana: un uomo politico di primo piano che usa la parola
scritta e parlata come strumento di formazione morale e politica del popolo romano.

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