2025
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Intorno alla metà del III secolo a.C. inizia la letteratura latina, ufficialmente la data di inizio si colloca nel 240
a.C. nei secoli precedenti esisteva la scrittura ma era utilizzata unicamente per motivi pragmatici e non come
creazione letteraria infatti l’uso della scrittura era prevalentemente per uso sacrale aristocratico e giudiziario.
Tutte le testimonianze del periodo precedente a quello della nascita della letteratura sono andate perdute,
abbiamo unicamente delle testimonianze di autori successivi. Infatti, nell’asso di tempo di 500 anni dalla
fondazione di Roma nel 753 a.C. fino alla data ufficiale della nascita della letteratura latina ci sono forme pre
letterarie di tramanda azione prettamente orale. Dal VII secolo a.C. si trasmette poi l’alfabeto per usi
prettamente pragmatici. L’alfabeto romano deriva dall’alfabeto greco e in particolare la variante della città di
Cuma e da quello etrusco. Dal 753 al 509 a.C. vi è l’età regia durante la quale avvengono le battaglie con i
popoli pre romani e con gli etruschi e in questo modo si verifica un fenomeno di sincretismo di tutte le culture e
le lingue italiche nella lingua romana. vengono assorbiti soprattutto il lessico e tutto ciò che riguarda il mondo
del teatro. Nel 272 a.C. vi è la guerra di Taranto che testimonia l’espansione di Roma nel Mediterraneo. abbiamo
testimonianze di questa età grazie a Livio Andronico che nel 207 a.C. scrisse un inno Giunone per propiziare la
seconda guerra punica di quest’età arcaica fanno parte altri autori come Plauto, Ennio Nevio e Catone. Intorno al
509 a.C. Roma diventa una Repubblica in questo periodo si collocano nove autori chi si occupano della
letteratura dalle origini fino al 44 a.C. data di fine dell’età repubblicana con la morte di Cesare cui seguiranno le
guerre civili dell’età augustea che andrà dal 44 a.C. Al 14 d.C. E questa l’età dei grandi della letteratura a cui si
rifaranno gli autori dell’età successive. Dopodiché abbiamo l’età imperiale che si estende fino al II secolo d.C. e
la quale si divide in quattro sezioni:
1. La dinastia Giulio Claudia
2. La dinastia dei Flavi
3. L’età di Traiano e Adriano
4. L’età degli Antonini
Nell’età arcaica a Roma si espande e viene a contatto con altre culture fino alla massima espansione che si con
le guerre [Link] questo periodo di espansione Roma venne a contatto con la letteratura greca che a
quell’epoca era già nel pieno della sua espressione e anche con la letteratura e le lingue italiche ed etrusca.
Mente Roma nasce nel VII secolo in Grecia vi sono autori come Esiodo che già scrivono in esametri e
addirittura prima tra l’ottavo e il VII secolo vengono messi per iscritto i poemi omerici. Nel VII secolo inoltre
abbiamo la lirica arcaica di Alceo e Saffo mentre nel VI secolo abbiamo la tragedia di Eschilo nel V secolo
invece abbiamo le tragedie di Sofocle ed Euripide e la commedia di Aristofane e la lirica corale di Simonide e
Pindaro, inoltre nel IV secolo a.C. abbiamo la commedia nuova di meandro mentre nel III secolo si sviluppa la
letteratura greca ellenistica con la lirica di Callimaco. Quindi quando la cultura latina è ancora agli albori, la
cultura greca invece si trovano nel suo periodo di massima espressione. I primi autori latini sono bilingui molto
colti tanto da essere i docenti dei ragazzi dell’Elite romana e guardano alla letteratura greca per tradurla in
latino. Lo stesso Livio Andronico tradusse l’Odissea in latino che insegnarla ai discepoli romani. Si tratta quindi
di imitatio, ovvero di scegliere come modello il modello greco per trasportare le opere greche al pubblico latino,
ma gli autori di questa età si avvalgono anche della tecnica della emulatio, ovvero del superare il modello greco,
modificandolo migliorandolo e rendendolo . Sarà poi dopo l’età augustea che la letteratura sceglierà nuovi
modelli, come ad esempio Virgilio e quindi la letteratura latina inizierà ad emulare se stessa . Alla vigilia della
prima guerra punica, Roma assimilato quasi tutta la penisola ( 264 a.C.). Nel 133 a.C. anno della conquista di
Numanzia e morte di Tiberio Gracco si ha una sorta di spartiacque infatti è la fine della grande espansione
romana e l’inizio del declino dell’età repubblicana. Infatti, la letteratura della seconda età repubblicana esprime
il disagio delle guerre civili, non esiste più quel mos maiorum che caratterizzava la società delle origini. Si
verificano di conseguenza due fenomeni: la nascita dell’epicureismo che offre una visione completamente
diversa dal ms maiorum e la nascita della poesia lirica d’amore (uno stile completamente diverso dalla
letteratura precedente, più politica o teatrale). Nell’età augustea invece gli artisti si dividono tra quelli che si
conformano al regime politico e quindi si comportano come artisti di propaganda, portando avanti la
restaurazione del mos maiorum come Virgilio e Livio o artisti che si dedicano a temi dell’ambito privato come
Properzio che tratta poesia d’amore e come Ovidio.
La prima letteratura
● Carmina- struttura ritmica
● forme teatrali- di origine italica, improvvisazione
Di carattere occasionale e di composizione anonima
● Carmina:
Sfera sacrale-rituale— carmen saliare
— carmen arvale
— precatio del pater familias
Sfera sociale dell’aristocrazia — laudationes funebres
— carmen convivialia
Sfera popolare — carmina triumphalia
● Forme teatrali:
Versi Fescennini
ludi scenici
satura
fabula atellana
•Dalla fine della guerra contro Taranto (272 a.C.) alla presa di Numanzia (133 a.C.) Roma diventa potenza
egemone in Italia e nelle isole, in larga parte nel bacino del Mediterraneo e ad Oriente (Macedonia, Grecia, Asia
minore).
•l’espansione fu un processo sia difensivo che offensivo.
•nel corso del II a.C. prevale una spinta espansionistica, sotto la guida di un nuovo gruppo aristocratico.
192-188: guerra contro la Siria di Antioco III Selèucide e la Lega Etolica): vittoria a Magnesia (190)
148 Macedonia provincia.
146 presa di Corinto: Grecia provincia
133 Àttalo III, re di Pèrgamo, lascia il regno in eredità a Roma (Asia minore, attuale Turchia) e presa di
Numanzia.
Roma prima della prima fase di espansione
Questo allargamento degli orizzonti modifica radicalmente anche il contesto culturale romano. Infatti si aprì un
dibattito tra conservatori, che difendono il mos maiorum (Catone il Censore) e corrente filo-ellenica (Scipioni,
Flaminini) come il Circolo degli Scipioni (artisti ad esso legati: Ennio, Terenzio).
● L’ellenizzazione è una risposta alle nuove esigenze di un imperium non più italico, ma di ampia
estensione.
•La nascita della letteratura muove da una spinta analoga : opere che adattino alla lingua latina e alla
cultura romana i modelli letterari della cultura greca.
•l primi protagonisti della letteratura sono grandi 'mediatori' culturali, bilingui e soprattutto molto
colti (Livio Andronìco, Nevio, Plauto, Ennio), in sintonia con le tendenze più recenti della letteratura
greca in piena fase ellenistico-alessandrina.
•Momento di grande sperimentalismo nella lingua: «corpo a corpo» tra il latino e il greco
→Ennio (generi alti);
→Plauto (generi bassi);
→ equilibrio di Terenzio, che plasma la lingua standard della élite filoellenica.
→vincolo privilegiato tra il genere epico e celebrazione dell’ideologia romana (si manterrà sempre)
Gli Annales
Gli Annales rappresentano la prima grande epopea nazionale latina.
• Aspetti innovativi:
• Primo poema latino in esametri (Nevio aveva usato il saturnio).
• Raccontano la storia di Roma in ordine cronologico, dalle origini mitiche fino agli anni recenti
della vita di Ennio.
• Struttura in 18 libri, dei quali ci restano circa 400 frammenti (per un totale di circa 600 versi).
• Ogni libro è un’unità narrativa autonoma, sul modello alessandrino delle edizioni omeriche.
• Differenze rispetto a Nevio:
• Nevio si era concentrato sulla prima guerra punica (tema monografico).
• Ennio offre un racconto storico continuo e complessivo.
• Fonti e modelli:
• Celebrazione eroica sul modello di Omero.
• Influsso dell’epica ellenistica, che integrava contenuto storico e celebrazione politica.
Il piano degli Annales
Probabilmente l’opera ebbe due fasi:
1. Primo progetto: 15 libri, con conclusione nella vittoria del protettore Nobiliore ad Ambracia
(189) e nella dedicazione da parte sua di un tempio a Ercole Musagete, cioè protettore delle Muse,
simbolo del legame fra Roma e la poesia greca.
2. Seconda fase: aggiunta di altri 3 libri, per includere eventi più recenti.
I due proemi
Ennio scrisse due proemi (aperture poetiche), che si pongono in dialogo con la tradizione greca e ne
rivelano l’intento programmatico:
• Primo proemio: Ennio si presenta come il continuatore di Omero, affermando di averlo visto
in sogno e di essere la sua reincarnazione. Questo legame diretto con la grande epica greca legittimava
l’impresa di scrivere un’epopea nazionale latina.
• Secondo proemio: accentua l’originalità e la novità del progetto, radicato nel mos maiorum e
nella storia romana, ma espresso attraverso forme e metri greci. Qui si evidenzia la tensione tra eredità
ellenica e identità romana.
Struttura interna
Gli studiosi hanno ipotizzato una divisione dell’opera in triadi o in esadi, cioè in gruppi di tre o sei libri, per
dare ordine e ritmo al vasto racconto. Ciò dimostra la volontà di Ennio di presentare un’epopea
costruita secondo criteri letterari, non come semplice cronaca.
Conclusione
Ennio, con gli Annales, si impose come il padre dell’epica latina. La sua opera univa la grandezza omerica
con la concretezza della storia romana, offrendo a Roma una narrazione poetica della propria identità.
Al tempo stesso, la sua vasta produzione teatrale ne mostra la versatilità e il ruolo di tramite tra la
cultura greca e la tradizione romana. Cicerone stesso lo considerava il vero fondatore della letteratura
latina.
PLAUTO
250 a.C.: nasce a Sàrsina
184 a.C.: muore
La tradizione gli attribuisce i tria nomina:Titus Maccius Plautus
Forse nomi d’arte, utilizzati in fasi diverse della sua attività:
● Maccus «ghiottone» (maschera della farsa Atellana)
● Plautus «dai piedi piatti» o «dalle lunghe orecchie a penzoloni»
Plauto fu autore di grande successo, già in vita. Nel II a.C. circolavano almeno 130 commedie a suo nome
e già si discuteva sulla loro autenticità. Alla metà del II a.C. cominciarono a essere composte delle vere e
proprie «edizioni», secondo i criteri della filologia alessandrina:
L’intervento più importante si deve a Varrone (erudito e grammatico, 116-27 a.C.) il quale scelse le
commedie che riteneva autentiche (dette «varroniane»), in numero di 21. I manoscritti le riportano in
ordine alfabetico, non cronologico.
La formazione di Plauto
Plauto, uno dei massimi autori della commedia latina, si formò attraverso esperienze e influenze molto
diverse, che confluirono nella sua originale produzione teatrale.
Innanzitutto, ebbe una assidua frequentazione del teatro comico attico, in particolare della cosiddetta
commedia nuova, rappresentata da autori come Menandro, Difilo e Filemone. Da loro apprese la struttura
di base della commedia di costume: intrecci familiari, intrighi amorosi, personaggi tipici (vecchi burberi,
giovani innamorati, servi furbi), ambientazione in un contesto urbano e quotidiano.
Accanto a questa solida base greca, Plauto ebbe anche una diretta esperienza del teatro popolare
latino-italico. In particolare:
• la fabula Atellana, una farsa di origine osca con maschere fisse e situazioni comiche
immediate, molto vicina al gusto del popolo;
• la satura drammatica, una forma scenica ibrida che mescolava canto, danza e recitazione,
tipica delle prime sperimentazioni teatrali romane.
A queste si aggiungeva la conoscenza della farsa magno-greca, cioè un teatro popolare dell’Italia
meridionale che parodiava l’epica e i miti greci, con un tono burlesco e dissacrante. Anche il teatro greco
siciliano ebbe un ruolo importante: esso si distingueva per la ricchezza metrica e musicale, elementi che
Plauto avrebbe sfruttato a fondo nella sua commedia, con frequenti cantica e grande varietà ritmica.
Infine, Plauto poté contare sull’esempio diretto di Livio Andronico e Nevio, i primi a sperimentare la
fabula palliata, ossia la commedia latina di ambientazione greca (il termine “palliata” deriva dal pallio, il
mantello greco, simbolo di quell’ambientazione).
La palliata di Plauto
La commedia palliata di Plauto non è mai una semplice traduzione dei modelli greci: è piuttosto
un’operazione di rielaborazione e adattamento creativo. L’autore riprendeva i soggetti attici, ma li
arricchiva con il gusto romano-italico per il comico diretto, il linguaggio colorito, i giochi di parole,
l’elemento farsesco e musicale. Così, a partire da modelli greci, nasceva una forma teatrale profondamente
romana, capace di parlare al grande pubblico e di riflettere i suoi interessi e il suo senso dell’umorismo.
Le commedie di Plauto seguono in parte lo schema della commedia nuova greca, ma con notevoli
differenze e innovazioni. In genere sono composte da un prologo, un’azione centrale e un epilogo.
Il prologo serve a informare gli spettatori sull’antefatto e, talvolta, anticipa anche lo sviluppo
dell’intreccio. Può essere recitato da una divinità (come nelle tragedie di Euripide), da un personaggio
allegorico (ad esempio Auxilium nella Cistellaria), da un attore che impersona il Prologus, oppure da un
personaggio interno alla vicenda (come lo schiavo Palestrione nel Miles gloriosus). Non tutti i prologhi
sono autentici: alcuni risultano rimaneggiati, altri composti in epoca successiva, e alcune commedie ne
sono del tutto prive. A differenza delle commedie greche, suddivise in cinque atti, quelle di Plauto si
sviluppano in modo continuo, organizzate in scene, senza divisioni rigide. Solo in età umanistica (con
l’edizione di G. B. Pio a Milano nel 1500) fu introdotta artificialmente la scansione in cinque atti.
Plauto parte sempre da modelli greci, ma li adatta al pubblico romano. Lo dichiara lui stesso nei prologhi
del Trinummus e dell’Asinaria, usando l’espressione vortit barbare (“ha tradotto in lingua straniera”, cioè
in latino).
La commedia nuova greca era molto recitata e poco cantata: Plauto la trasforma per renderla più
accattivante agli spettatori romani, abituati a forme teatrali musicali e spettacolari. Così, parti
originariamente recitate diventano cantate, secondo la tecnica della tragedia ellenistica.
Per questo motivo, una commedia di Plauto ricordava molto più una commedia musicale moderna che una
commedia di Molière o di Goldoni.
Le commedie plautine non seguono una rigida unità di trama. L’intreccio è organizzato in scene autonome,
riconoscibili anche dal cambio del metro e dell’accompagnamento musicale. Queste scene funzionano
come “pezzi chiusi”, facilmente adattabili, tagliabili o ampliabili a seconda delle esigenze, con l’obiettivo
principale di suscitare comicità più che di mantenere coerenza narrativa. In questo contesto si inserisce la
pratica della contaminatio: Plauto inserisce liberamente scene prese da altre commedie o da autori diversi
all’interno del suo modello principale. Le trame sono spesso uniformi e riconducibili a uno schema fisso:
un giovane (adulescens), innamorato, vuole conquistare una ragazza o ottenere del denaro, ma è ostacolato
da un antagonista (il padre, un vecchio, un lenone). Con l’aiuto di un servo astuto, il giovane riesce a
ingannare l’avversario e a ottenere ciò che desidera. Il lieto fine arriva quasi sempre, talvolta grazie al
riconoscimento della vera identità della fanciulla. La novità rispetto a Menandro sta nel ruolo dell’inganno
(la beffa): esso diventa il motore dell’intreccio, e il personaggio che lo orchestra (di solito il servo furbo)
spesso si rivolge direttamente al pubblico, rompendo l’illusione scenica e creando un effetto di “teatro nel
teatro”, che anticipa forme moderne di metateatro.
Il linguaggio
• Nei diverbia ricrea il sermo familiaris, cioè la parlata quotidiana delle classi colte, senza
inflessioni dialettali.
• Nei cantica, invece, sviluppa una vera e propria lingua d’arte dai registri molteplici: dal
linguaggio triviale degli insulti alla solennità sacrale o giuridica, fino alla raffinatezza lirica. Qui il
personaggio si trasforma quasi in un cantante lirico, con forte pathos e ricorso a artifici retorici di ogni
tipo: fonici (assonanze, anafore), lessicali (neologismi, innovazioni morfologiche), sintattici (parallelismi,
antitesi, collocazioni insolite). In questo modo la lingua dei cantica si avvicina molto a quella della
tragedia coeva.
Tipologie di commedie
Plauto compose 20 commedie giunte fino a noi, con intrecci complessi ma ripetitivi, fondati su personaggi
convenzionali e finali lieti. Possiamo distinguere alcune tipologie principali:
Il vero protagonista, più ancora del giovane innamorato, è lo schiavo scaltro, capace di ordire inganni e
beffe. Tra gli esempi:
• Bàcchides: il servo Crisalo inganna i padri e favorisce le avventure amorose dei giovani;
• Aululària: Euclione, vecchio avaro, vive nel terrore di perdere una pentola piena d’oro; la
comicità nasce dagli equivoci linguistici e dalle incomprensioni.
• Càsina: un vecchio libidinoso vuole sposare la stessa ragazza del figlio, ma viene
ingannato e ridicolizzato con la scena delle “nozze maschie”.
Conclusione
Il teatro di Plauto è un perfetto esempio di ibridazione culturale: parte da modelli greci, ma li trasforma
profondamente per adattarli al gusto romano. Alternanza di canto e recitazione, comicità farsesca, libertà di
intreccio, centralità dell’inganno, vivacità linguistica: tutti questi elementi rendono le sue commedie simili
a una commedia musicale moderna, più che a una raffinata commedia di costume. La sua originalità sta
proprio nella capacità di fondere tradizione e innovazione, creando un teatro popolare e allo stesso tempo
artistico, destinato a influenzare secoli di commedia successiva.
IL TEATRO DI TERENZIO
Publio Terenzio Afro (circa 190/185 – 159 a.C.) fu uno dei più importanti autori di commedia latina.
Originario dell’Africa (da cui il soprannome Afro), arrivò a Roma come schiavo e venne poi liberato dal
senatore Terenzio Lucano, assumendone il nome. Entrò presto in contatto con gli ambienti aristocratici più
colti e filo-ellenici della capitale, in particolare con il cosiddetto circolo degli Scipioni, che riuniva figure
di primo piano come Lucio Emilio Paolo (il vincitore di Pidna nel 168 a.C.), Scipione Emiliano (che più
tardi avrebbe guidato Roma alla vittoria nella terza guerra punica, 149 a.C.) e Gaio Lelio, stretto amico di
Scipione Africano Maggiore, colui che aveva sconfitto Annibale a Zama nel 202 a.C. Questo ambiente
raffinato e cosmopolita influenzò molto la sua poetica, vicina alla cultura greca e attenta a valori come
l’umanità, la misura e la riflessione morale. Terenzio scrisse soltanto sei commedie, ma tutte ci sono giunte
integralmente — fatto raro e prezioso. Esse si ispirano ai modelli della commedia nuova greca, soprattutto
a Menandro, eccetto Hècyra e Phòrmio, derivate invece da Apollodoro di Caristo. Le commedie vennero
rappresentate in un arco di tempo piuttosto breve, tra il 166 e il 160 a.C.:
• 166 a.C. – Andria (La fanciulla di Andro): nella prefazione Terenzio si difende dalle
accuse di plagio e contaminatio (fusione di più modelli greci).
• 165 e 160 a.C. – Hècyra (La suocera): inizialmente un fiasco, ma in seguito ebbe successo
grazie all’attore Ambìvio Turpione.
• 161 a.C. – Phòrmio (Il parassita Formione): tratta della figura del parassita astuto e
intrigante.
• 161 a.C. – Adèlphoe (I due fratelli): considerata uno dei suoi capolavori, esplora il
contrasto tra due diversi modelli educativi e morali.
Terenzio morì prematuramente, intorno al 159 a.C., probabilmente durante un viaggio in Grecia.
Nonostante la brevità della sua vita, lasciò un’impronta duratura nella letteratura latina: le sue commedie
sono apprezzate per l’eleganza dello stile, la finezza psicologica dei personaggi e la capacità di far
riflettere lo spettatore su valori universali.
Lezione deln29/09/2025
la storiografia romana inizia a svilupparsi fra il III e il II secolo a.C. Ed è di tipo annalistico e si ispira alle
cronache degli Annales pontìficis maximi o Annales pontìficum. Il pontifex maximus annotava anno per anno, su una
tavola imbiancata (tabula dealbata), gli eventi degni di memoria, preceduti dal nome dei consoli. Gli Annales erano
poi conservati nell’archivio della città. Nel 123 a.C. circa gli Annales, rielaborati e trascritti su papiri, furono raccolti
in 80 libri dal pontifex maximus Publio Mucio Scevola (Annales maximi). Gli Annales vennero utilizzati come fonti
dai primissimi storici romani (gli ‘annalisti’):
● Quinto Fabio Pittore (seconda metà III secolo a.C.): Annales dalla preistoria leggendaria di Roma alla II
punica. Scrive in greco, forse per ragioni di propaganda.
● Cincio Alimento (combatté nella II punica).
Il filone annalistico tratta con ampiezza le origini e il periodo contemporaneo all’autore; il periodo intermedio è
trattato per sommi capi. La prima storiografia è quindi in greco, come già precedentemente detto, e solo con Catone il
Censore che troveremo la storiografia scritta in latino.
195: è console
189: alla fine della guerra contro Antioco di Siria (189: Magnesia), intenta un processo contro Scipione Africano
e il fratello Lucio Scipione Asiatico, accusandoli degli ammanchi nell’indennità di guerra versata dal re
sconfitto. L’Africano evitò la condanna, ma dovette ritirarsi dalla vita politica.
184: è censore (il candidato non eletto è Lucio Scipione). Esercita la carica con grande rigore (è ricordato come
«Catone il censore»).
155: interviene in senato contro tre filosofi ateniesi giunti a Roma (Carneade, Diogene Stoico e Critolao).
● il suo ultimo obiettivo politico: convincere il senato a intraprendere la III guerra punica e a radere al suolo
Cartagine ( la sua frase celebre è “ Carthago delenda est” , ovvero Cartagine deve essere distrutta).
infatti Catone si pose completamente in contrapposizione con le tendenze filoelleniche degli Scipionie si fece
portavoce delle virtù del mos maiorum tanto da cacciare dal senato tre filosofi greci in quanto non voleva
venisssero intaccati quei valori del mos maiorum. Catone conosce bene la cultura ellenistica ma ritiene sia
pericolosa per la cultura romana.
La sua opera più celebre sono le “Origines”, ovvero le origini di Roma e il periodo regio fino alla sua
contemporaneità. Seguendo il carattere annalistico tratta con grande precisione la parte iniziale della fondazione
e degli eventi storici a lui vicini mentre tutta la storia nel mezzo la tratta per sommi capi ( il motivo principale è
la scarsità di fonti). Le Origines di Catone rappresentano la prima opera storiografica scritta in lingua latina.
Sceglie il latino sia per motivi ideologici ma anche perchè voleva dare una dignità politica alla letteratura. Prima
di lui, la storiografia romana era stata elaborata soprattutto da uomini politici di rango senatorio, ma non di
primo piano, che scrivevano più per erudizione che per vero impegno politico. Con Marco Porcio Catone il
Censore, invece, la situazione cambia radicalmente: egli fu uno degli uomini politici più influenti e autorevoli
del suo tempo e, in età avanzata, decise di dedicarsi anche alla scrittura di un’opera storica. Questo rimase un
caso isolato nella cultura latina: mai più un personaggio politico di simile rilievo si sarebbe dedicato
direttamente alla storiografia.
Con Catone, quindi, la storiografia latina nascente assume un carattere fortemente politico. Le Origines
riflettono pienamente le sue battaglie e le sue idee:
Catone non si limitò a lasciar trapelare echi delle proprie polemiche nell’opera: arrivò a inserire all’interno delle
Origines alcuni testi delle sue orazioni politiche. Un esempio celebre è il discorso Pro Rodiensibus (In difesa dei
Rodiesi, 167 a.C.), confluito nel quinto libro dell’opera. In esso, Catone aveva preso posizione in Senato a
favore di Rodi, accusata di scarsa fedeltà a Roma durante la guerra contro i Macedoni. In questo modo, le
Origines non furono solo un’opera storica, ma anche un veicolo di intervento politico diretto, che univa la
memoria storica di Roma alla battaglia morale e civile del suo autore.
L’opera doveva essere costituita in 7 libri e grazie a Cornelio Nepote che scrisse “Vita di Catone” conosciamo il
contenuto dei libri:
● Adotta il modello annalistico (ampio spazio alla storia arcaica e contemporanea; il periodo intermedio per
sommi capi), ma ne rifiuta la minuzia e la poca importanza dei contenuti:
«Non mi interessa scrivere quello che si trova registrato nella tavola del pontefice massimo, quante volte i
prezzi dei viveri siano rincarati, quante volte una caligine o qualcos’altro abbia offuscato la luce della
luna o del sole».
L’opera Origines, scritta da Marco Porcio Catone (detto il Censore), non è soltanto la prima vera storiografia
latina, ma anche un testo che esprime una visione originale e profondamente romana della storia. In essa Catone
unisce due grandi temi: da un lato l’idea della superiorità del passato e della collettività, dall’altro un forte
interesse etnografico, cioè l’attenzione per gli usi e costumi dei diversi popoli italici e stranieri.
Per Catone la storia è soprattutto memoria delle origini. I Romani, a suo avviso, devono sempre guardare ai
maiores (gli antenati), considerati migliori rispetto ai minores (i contemporanei e i posteri).
• Nel passato si trovano le regole morali (mores) che devono guidare anche il presente.
Da questa idea nasce una visione della storia di Roma come un processo lento e collettivo:
• La res publica (lo Stato romano) e le sue istituzioni non sono nate dall’iniziativa di un singolo
uomo, ma si sono costruite nei secoli attraverso lo sforzo di generazioni.
• Allo stesso modo, anche le vittorie militari non dipendono dal genio di un comandante, ma dal
contributo corale del populus Romanus, il popolo romano unito intorno al Senato.
Questa posizione è polemica nei confronti dei filo-ellenisti, cioè di chi guardava alla cultura greca come
modello. Gli storici greci, infatti, tendevano a raccontare la storia attraverso le grandi personalità (Alessandro
Magno, Leonida, Annibale…). Catone, al contrario, rifiuta il culto dell’uomo eccezionale: nei suoi testi non fa
quasi mai i nomi dei condottieri romani e neppure di quelli stranieri (Annibale, per esempio, è chiamato
genericamente dictator Carthaginensium, “comandante dei Cartaginesi”).
Anzi, per sottolineare il valore collettivo della storia, Catone sceglie talvolta di ricordare uomini semplici,
persino oscuri: soldati o ufficiali minori che, con gesti eroici, hanno contribuito a salvare l’esercito. In questo
modo loda la virtù anonima e corale che sostiene Roma.
Un episodio emblematico è il confronto tra uno spartano e un romano. Lo spartano Leonida, morto alle
Termopili per difendere la Grecia dall’invasione persiana (480 a.C.), fu celebrato con statue, iscrizioni e testi
storici. Catone racconta di un tribuno romano, Quinto Cedicio, che in un’epoca successiva aveva sacrificato la
vita per salvare il suo esercito, compiendo un atto eroico uguale a quello di Leonida. Eppure, osserva Catone,
mentre la Grecia ha reso immortale il suo eroe, Roma si è limitata ad una lode modesta. Qui emerge il suo
obiettivo: mostrare che i Romani non sono inferiori ai Greci e che i loro eroi, anche se meno celebrati, sono
degni della stessa, se non maggiore, ammirazione.
Un altro aspetto innovativo delle Origines è l’apertura verso altri popoli, sia italici sia stranieri. Catone dedica
attenzione:
• ai popoli dell’Italia, sottolineando come abbiano contribuito alla crescita di Roma e alla
costruzione di un modello di vita sobrio e rigoroso;
• ai popoli stranieri, osservandone costumi e abitudini, a volte per esperienza diretta (Catone
aveva combattuto in Africa e in Spagna).
Questo interesse lo avvicina agli storici greci che spesso descrivevano i popoli “altri”, ma Catone lo fa con uno
sguardo tipicamente romano: ciò che lo incuriosisce non sono tanto le somiglianze, ma le differenze, spesso
bizzarre e sorprendenti (influenza della letteratura greca dei mirabilia, cioè le raccolte di stranezze e curiosità).
• Sui Galli: «Nella maggior parte della Gallia, due sono le attività più apprezzate: l’arte militare
e il parlare bene» (fr. 34 Peter).
• Sulle popolazioni che non danno la dote alle figlie: Dotes filiabus suis non dant (fr. 94 Peter).
• Sui Libui (popolo del Nord Africa): «Pare che i Libui vadano a prendere l’acqua come si fa
con la legna: portano sul posto una scure e una corda, tagliano un blocco di ghiaccio e se lo portano via legato
alla corda» (fr. 33 Peter).
Queste annotazioni mostrano insieme stupore, curiosità e la volontà di raccogliere esempi insoliti di vita, senza
giudicarli sempre negativamente: ciò dimostra un atteggiamento di osservazione critica e comparativa raro per
un autore romano di quell’epoca.
In sintesi
1. Una concezione collettiva e morale della storia romana, contrapposta all’individualismo della
storiografia greca: la vera forza di Roma non sta nei grandi uomini, ma nella comunità dei cittadini e nei valori
degli antenati.
2. Un interesse etnografico e comparativo, che porta Catone a guardare anche oltre Roma, verso
gli altri popoli italici e stranieri, registrandone usi e costumi.
Quest’opera non è quindi solo il primo tentativo di storiografia latina, ma anche una sorta di manifesto politico e
morale, in cui Catone difende la tradizione romana e nello stesso tempo mostra curiosità verso il mondo esterno.
CATONE E L’ORATORIA
Catone oratore
Catone fu il più importante oratore dell’età arcaica a Roma. Nella sua epoca, infatti, l’arte della parola e la vita
politica erano strettamente intrecciate: chi sapeva parlare bene in pubblico aveva maggiori possibilità di
influenzare il Senato e i tribunali. All’epoca di Cicerone, erano ancora disponibili circa 150 orazioni di Catone;
oggi ne conosciamo solo circa 80 titoli e pochi frammenti. In alcuni casi Catone inserì i testi delle sue orazioni
direttamente nelle Origines (seguendo una pratica già nota nella storiografia greca). Così fece, ad esempio, con
il discorso Pro Rodiensibus (167 a.C.), in cui difese la città di Rodi, accusata di infedeltà verso Roma durante la
guerra macedonica. Anche se diffidente nei confronti della cultura greca, Catone conosceva bene la retorica
greca e le sue cinque fasi:
• Oratoria deliberativa: discorsi in Senato, a favore o contro una legge o una decisione politica;
• Poco curato sul piano della connessione grammaticale (scarse congiunzioni), ma sempre forte
per chiarezza di pensiero: rem tene, verba sequentur (“se padroneggi l’argomento, le parole verranno da sole”).
Nonostante la semplicità, Catone curava molto l’efficacia orale: ritmo, pause, ripetizioni, figure di suono.
Spesso usava l’accumulazione di parole simili per rafforzare il messaggio. Un esempio, riportato da Aulo Gellio
(Notti Attiche 13,25,12), mostra come Catone martellasse l’ascoltatore con la ripetizione ossessiva (anafora ed
epifora): accusando un certo Termo di aver messo a morte dieci uomini liberi, ripete più volte lo stesso concetto
con parole diverse: “uccidi dieci uomini, privi dieci uomini della vita, compi una strage, fai dieci funerali…”.
L’effetto era quello di colpire con forza le orecchie e la mente degli ascoltatori.
Accanto all’attività oratoria, Catone si dedicò anche alla scrittura di opere pratiche e morali, rivolte soprattutto
alla formazione dei cittadini romani.
De agri cultura
È il più antico testo di prosa latina giunto fino a noi per intero. Si tratta di un manuale agricolo in 162 capitoli,
con istruzioni per la gestione di una media azienda rurale.
• Capitoli 1–22: consigli sull’acquisto e l’organizzazione del podere, pensati per un proprietario
che si serve di un fattore (amministratore) e di schiavi.
• Capitoli 23–54: descrizione delle attività agricole durante l’anno, con attenzione a vino, olio e
altri prodotti.
• Capitoli 55–162: precetti di vario genere: ricette, rimedi medici e veterinari, pratiche religiose
e formule magiche per favorire i raccolti.
L’opera non è solo un manuale tecnico, ma anche un testo che riflette la mentalità dei piccoli proprietari terrieri,
considerati da Catone i veri Romani. Egli esalta la durezza della vita dei campi come scuola di virtù e fonte di
moralità. Lo stile è asciutto, concreto, ricco di imperativi, con influssi del linguaggio arcaico giuridico e
religioso.
Un’altra opera, oggi perduta ma nota dalle fonti, era una sorta di manuale di educazione per il figlio Marco.
Conteneva precetti su medicina, agricoltura, diritto, retorica e arte militare: un compendio del sapere utile per
formare un buon cittadino romano. Quest’opera rifletteva la tradizione italica e si poneva in polemica con
l’educazione greca allora in voga a Roma, basata sull’insegnamento di maestri greci e sull’imitazione della
cultura ellenistica.
Conclusione
Catone, dunque, non fu solo il padre della storiografia latina (Origines), ma anche:
• Il principale oratore arcaico, che gettò le basi della tradizione retorica romana con uno stile
semplice, ma potente e autorevole.
• Un autore di opere didascaliche, che riflettono un ideale di vita romano fondato su lavoro,
disciplina e tradizione, in contrasto con il lusso e l’influsso greco.
La sua figura segna un punto di svolta nella cultura romana: un uomo politico di primo piano che usa la parola
scritta e parlata come strumento di formazione morale e politica del popolo romano.