RITI DI CONCLUSIONE
Capitolo XXII
“ITE, MISSA EST”
Dalla formula di congedo al nome della messa
Ite, missa est. “Anima forte e saziata, alzati e va’ / dove l’opera
incompiuta e il verso ieri sospeso sulla pagina bianca ti attendono” ¹,
così Paul Claudel commentava la formula ad dimittendum popu-
lum, affidata alla voce del diacono, la formula del congedo che, nel
rito romano, conclude – e insieme, in qualche modo, apre e dilata ad
extra – la celebrazione eucaristica ². La Chiesa ha ereditato un uso
comune nel mondo antico, e ben attestato nella società romana, se-
condo il quale un’assemblea civile o religiosa non si scioglieva in mo-
do spontaneo, ma solo dopo il congedo formalmente espresso da chi
la presiedeva: “Quando nel tempo più antico l’araldo annunciava lo
scioglimento di un’adunanza, lo faceva con una corrispondente forza
di voce. Il giudice, il dignitario, conscio della sua dignità, parla con
un tono misurato, l’araldo fa risuonare alto il suo invito sull’assem-
blea. Non poteva essere diversamente quando si trattava dello sciogli-
¹ P. Claudel, La Messa laggiù, in Id., Opere poetiche. Antologia di testi religiosi, Can-
tagalli, Siena , p. .
² Cf. J. A. Jungmann, Missarum sollemnia I, pp. -, ibid. II, pp. -;
M. Righetti, Manuale di storia liturgica III, pp. - (§§ -); pp. - (§§
-); V. Raffa, Liturgia eucaristica, pp. -; -; C. Valenziano, L’Anello della
Sposa I, pp. -; B. Botte, “Ite, missa est”, in L’ordinaire de la messe, pp. -;
Ch. Mohrmann, “Missa”, in Ead., Études sur le latin des chrétiens III, pp. -; C.
Balzaretti, “Missa”. Storia di una secolare ricerca etimologica ancora aperta, C-Edizioni
liturgiche, Roma (si veda anche la bibliografia alle pp. -).
Capitolo XXII
mento della riunione liturgica. In sovrappiù, per l’Ite, missa est già
per tempo doveva essere in uso un vero tono di canto” ³, progressiva-
mente ornato di melismi e accresciuto poi con l’aggiunta di tropi ⁴.
Si tratta, però, di una formula non immediatamente intelligibile
che, proprio a motivo del suo carattere un po’ criptico, ha dato adito
a molte ipotesi interpretative e a numerose letture allegoriche; ma è
significativo che proprio il termine missa, “messa”, abbia assunto
forma sostantivale e sia diventato la denominazione più diffusa e
utilizzata nell’occidente latino per indicare la celebrazione eucari-
stica nel suo complesso (è lo strano destino di certe parole che, pur
designando un aspetto tutto sommato secondario e di scarso rilievo,
finiscono per diventare cifra sintetica e vero e proprio tecnicismo per
indicare una realtà complessa e di grande valore).
Già l’Ordo romanus I, descrivendo la conclusione della liturgia
eucaristica stazionale, presieduta dal vescovo di Roma, annotava:
“Terminata l’orazione dopo la comunione, il diacono … volge lo
sguardo al pontefice che gli fa segno, e dice al popolo: Ite, missa
est. E tutti rispondono: Deo gratias” ⁵; questo testo mostra che
l’iniziativa del congedo spetta al vescovo che presiede l’assemblea
liturgica, mentre il diacono se ne fa interprete, al cenno del pon-
tefice, rivolgendosi direttamente ad populum. Nella continuità di
una tradizione ininterrotta, l’attuale ordinamento fissato dai Prae-
notanda del messale riformato dal concilio Vaticano II recita: “I
riti di conclusione comprendono … il congedo del popolo da parte
del diacono o del sacerdote, perché ognuno ritorni alle sue opere di
bene lodando e benedicendo Dio” ⁶.
Ora, è evidente che l’Ite, missa est costituisce una formula di
congedo: è un imperativo – Ite, “Andate!” – che risuona (dopo la
benedizione impartita da colui che presiede, cf. §§ -; ; ) come
³ J. A. Jungmann, Missarum sollemnia II, p. .
⁴ A proposito dei Tropi ad Ite, missa est, cf. Analecta Hymnica Medii Aevi XLVII, pp.
-.
⁵ Ordo romanus I , p. .
⁶ Ordinamento generale del Messale romano , in EV /.
“Ite, missa est”: il congedo
ultima parola in seno all’assemblea eucaristica, prima che questa
varchi la soglia dell’aula liturgica della basilica o della chiesa per
tornare a camminare in mezzo agli uomini, sulle strade della città:
Post transacta sollemnia, dimissa plebe…, scriveva sinteticamente
Tertulliano ⁷, per indicare che, una volta terminata la celebrazione,
il popolo viene congedato. È un invito che riverbera un’eco scrittu-
ristica che ci rimanda alle numerose occorrenze di questo impera-
tivo, disseminate nell’Antico e nel Nuovo Testamento, secondo la
versione della Vulgata: dall’invito al lavoro nella vigna del Signore
– “Ite, Andate anche voi nella vigna” (Mt ,.) –, all’appunta-
mento per il banchetto nuziale – “Ite, Andate ora ai crocicchi delle
strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze!” (Mt ,) –,
all’invio pasquale delle mirrofore – “Ite, Andate ad annunciare ai
miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno” (Mt ,) –.
“Andate!”, dunque; ma qual è la meta di questo andare? Verso
dove? Questo “permesso di uscire” (abeundi licentia, §§ ; ),
questo “permesso di allontanarsi dalla chiesa” (recedendi licen-
tia, § ), questa “formula di scioglimento dell’assemblea”, questo
“congedo” (dimissio, absolutio, § ) apre un cammino e indica una
direzione. Una direzione memoriale, che ricorda l’esodo, l’uscita di
Israele dall’Egitto e il ritorno da Babilonia (cf. §§ ; ; ), e nel
contempo una direzione escatologica, “verso la patria celeste, dove
saremo sempre nell’azione di grazie” (§ ): se infatti la comunio-
ne è stata la pregustazione del banchetto del Regno, si tratta ora di
non “sedersi, ma affrettarsi verso la patria”, dove ci ha preceduti
l’Agnello che è stato immolato e che ha riaperto all’umanità ferita
l’accesso al paradiso (§ ).
Ite!, “Andate dietro a Cristo e seguitelo” (§§ ; ), si tratta
– in altre parole – di un invito alla sequela, sulle tracce di colui che
vuole offrire al Padre le nostre vite, insieme alla sua, associandoci
“a sé, dopo averci incorporati a sé”, mediante la comunione al suo
corpo e al suo sangue (§ ).
⁷ Tertulliano, L’anima ,.
Capitolo XXII
Ma vi è, nello stesso tempo, una direzione orizzontale in quest’u-
scita, una chiamata ad abitare la città degli uomini: l’imperativo
“Andate!” è invito a una reversio ad familiam, a un ritorno alle
proprie case, alle proprie occupazioni, ai propri pensieri e alla proprie
fatiche, spinti dalla “necessità della carità”, consapevoli del dovere
di far fronte alle “molteplici necessità di questa vita”. Se prima “l’a-
more della verità” aveva mosso i passi e cuori dei fedeli a uscire dalle
proprie case per “andare verso il Signore”, radunandosi in assemblea,
per ascoltare la Parola e ricevere il pane di vita, ora uno stesso amo-
re chiede ai credenti di ritornare a prendersi “cura della casa, della
famiglia e delle necessità di questa vita”; ma questo ritorno avviene
“dopo l’adorazione e il sacrificio, cioè con uno spirito puro”, tra-
sformato dall’incontro con il Signore nella sua Chiesa (§ ).
Si può dire che queste riletture suggeriscono, in qualche modo, lo
sfociare del momento liturgico nel momento etico, in cui il soggetto
umano è chiamato a pensare il mondo con la sua ragione, a cantar-
lo (nell’estetica delle arti, nella festa) e ad agire in esso, non solo
mediante la tecnica ma anche attraverso l’etica dell’agire ⁸: “Come
potrebbe la partecipazione ai sacramenti essere ancora propriamen-
te cristiana, se non venisse riferita, da un lato alle Scritture, sul cui
fondamento la liturgia non è semplice celebrazione di Dio in gene-
rale, ma del Dio rivelato nella vita, morte e resurrezione di Gesù,
e dall’altro alla vita etica, dove il cristiano è chiamato a verificare
– cioè a rendere vero – ciò che ha celebrato e ricevuto nel sacramen-
to? E finalmente, come potrebbe la pratica etica essere propriamente
cristiana se, da un lato, non fosse confrontata alle Scritture come alla
propria fonte, e dall’altro radicata nella celebrazione liturgica? …
A renderla cristiana non è la sua materia, ma la forma che le dona
l’amore inteso come risposta all’amore primo di Dio (cf. Cor ).
Ora, la liturgia è il luogo in cui si attesta questa priorità del dono
gratuito di Dio (eucaristia). La vita etica, di servizio agli altri, tro-
va la sua identità propriamente cristiana, soltanto nella misura in
⁸ Cf. L.-M. Chauvet, I sacramenti, p. .
“Ite, missa est”: il congedo
cui essa è vissuta come risposta a questo amore primo, e dunque si
‘abbevera’ ai sacramenti” ⁹. Infine, è significativo notare come og-
gi si tenda a valorizzare sempre più questa dimensione orizzonta-
le suggerita dalla formula latina dell’Ite, missa est, interpretando
l’eucaristia come sacramento della missione ¹⁰ e proponendo una
nuova traduzione delle parole del congedo, sicuramente suggestiva
e spirituale, sebbene filologicamente poco difendibile: “Andate, la
missione ha inizio!” ¹¹.
Accanto all’imperativo, poi, sta una breve espressione all’indica-
tivo: Missa est; un’affermazione, una constatazione che, in qualche
modo, enuncia la motivazione del congedo, anche se il suo signi-
ficato resta oscuro.
L’interpretazione più lineare intende il termine missa come un so-
stantivo femminile, sinonimo di missio, nel senso di “rinvio”, “con-
gedo”, “commiato”, “conclusione”; la formula di congedo Ite, missa
⁹ Ibid., pp. -.
¹⁰ Cf. M. Kristensen, Het sacrament van de uitzending, missa, Noord-Hollandsche
Uitgevers Maatschappij, Amsterdam ; C. Giraudo, “‘Ite, missa est!’. L’eucaristia
come impegno per la missione”, in Nella luce del Figlio. Scritti in onore di Réal Tremblay
nel suo ˚ genetliaco, a cura di J. Mimeault, S. Zamboni e A. Chendi, E, Bologna
, pp. -.
¹¹ Questa dinamica comunicativa e missionaria dell’assemblea che si riversa nel mon-
do per diffondere la buona notizia del mistero di Cristo, creduto, celebrato e vissuto,
è stata sottolineata anche dal sinodo dei vescovi sull’eucaristia, nella proposizione :
“Per rendere più esplicito il rapporto tra eucaristia e missione, che appartiene al cuore
di questo sinodo, si preparino nuove formule di congedo (benedizioni solenni, preghiere
sul popolo o altro) che sottolineino la missione nel mondo dei fedeli che hanno parte-
cipato all’eucaristia” (XI Assemblea generale ordinaria del sinodo dei vescovi, Elenco
finale delle proposizioni [ ottobre ], in EV /). Queste osservazioni sono
state recepite dall’esortazione apostolica postsinodale, laddove si legge: “Infine, vorrei
soffermarmi su quanto i padri sinodali hanno detto circa il saluto di congedo al termine
della celebrazione eucaristica. Dopo la benedizione, il diacono o il sacerdote congeda il
popolo con le parole: Ite, missa est. In questo saluto ci è dato di cogliere il rapporto tra
la messa celebrata e la missione cristiana nel mondo. Nell’antichità missa significava
semplicemente ‘dimissione’. Tuttavia essa ha trovato nell’uso cristiano un significato
sempre più profondo. L’espressione ‘dimissione’, in realtà, si trasforma in “missione”.
Questo saluto esprime sinteticamente la natura missionaria della Chiesa. Pertanto, è
bene aiutare il popolo di Dio ad approfondire questa dimensione costitutiva della vita
ecclesiale, traendone spunto dalla liturgia. In questa prospettiva può essere utile dispor-
re di testi, opportunamente approvati, per l’orazione sul popolo e la benedizione finale
che esplicitino tale legame” (Benedetto XVI, Sacramentum caritatis , in EV /).
Capitolo XXII
est avrebbe allora il senso di: “Andate, è il momento del congedo”,
“Andate, l’assemblea è stata congedata”. Emblematico è, a questo
proposito, il testo di Floro di Lione: “Il termine missa significa
semplicemente dimissio, ‘congedo’, cioè absolutio, ‘scioglimento’:
conclusa tutta la celebrazione, il diacono proclama che è ormai il
tempo del congedo, e allora il popolo viene sciolto” (§ ). La cele-
brazione prevedeva una duplice missio, un duplice congedo, quello
dei catecumeni al termine della liturgia della Parola, prima della pre-
sentazione dei doni, e poi quello dei fedeli, al termine della liturgia
eucaristica (cf. §§ ; ). In questo senso il termine missa ricorreva
già in Ambrogio ¹² e in Agostino che, in una sua omelia, diceva: “Ec-
co, terminato il discorso avrà luogo il congedo dei catecumeni (post
sermonem fit missa catechuminis) e resteranno solo i fedeli” ¹³.
Poi, estensivamente, il termine missa è passato a indicare sia
“quell’insieme di riti che vanno dall’introito fino all’offertorio”,
detto appunto “messa dei catecumeni”, sia “quell’insieme di riti
che vanno dall’inizio del sacrificio fino all’Ite, missa est” (§ ).
Sembra invece più recente l’interpretazione di missa in riferimento
all’eucaristia, cioè alle specie eucaristiche consacrate durante la cele-
brazione e inviate poi ai malati e agli assenti tramite il ministero dei
diaconi, secondo una prassi peraltro già attestata nella Chiesa antica.
Molti commentatori medievali, sui sentieri dell’allegoria, hanno
preferito scorgere nell’espressione missa est un participio del verbo
mittere, “mandare, inviare”, riferito a un nome che resterebbe sot-
tinteso: oratio, legatio, vota, preces, oblationes, angelus, panis et
vinum, Christus, fidelis. È come se il diacono, congedando l’as-
semblea, volesse rassicurarla del fatto che la supplice preghiera della
Chiesa è già salita a Dio, è già stata inviata al trono della grazia:
“Ormai andate pure, poiché le vostre suppliche e le vostre preghie-
re sono state trasmesse (transmissae) al Signore” (§ ), grazie alla
mediazione di quegli stessi angeli che manifestarono ai discepoli il
¹² Cf. Ambrogio di Milano, Lettere X,,.
¹³ Agostino di Ippona, Discorsi ,.
“Ite, missa est”: il congedo
mistero dell’assunzione di Cristo (cf. § ). Si affermerebbe nel con-
tempo che è stata inviata presso il Padre quella speciale ambasceria,
quella legatio che è il Cristo stesso, che intercede per noi al cospetto
del Padre, quale ambasciatore, avvocato e mediatore fra Dio e gli
uomini, lui che dal seno del Padre era già stato inviato nel mondo
per salvarlo, compiendo così una duplice missio, dal Padre al mondo
e dal mondo al Padre (cf. §§ ; ; ; ); a questa ambasceria di
Cristo nei cieli si associa sulla terra quella compiuta dal sacerdote
“presso il Signore a favore della Chiesa” (§ ). Altri sottintendono
il riferimento al Cristo-vittima: “È stata inviata la vittima di cui in
questo ufficio si fa memoria” (§ ; cf. § ; ; -), nel senso
che l’oblazione sacrificale – sintesi di tutta la vita del Figlio unita
all’offerta di sé da parte dei fedeli stessi – è stata inviata e offerta
alla maestà divina e portata al suo cospetto, sull’altare del cielo,
per le mani dell’angelo santo del Signore, come si prega nel Cano-
ne romano. Oppure a essere stato ormai inviato sarebbe proprio il
missus, l’angelo, “il messo celeste” mandato “per consacrare il cor-
po del Signore” e a portare poi la vittima sull’altare del cielo (§ ).
Il Deo gratias, infine, è interiectio gratulandi, “espressione di
compiacimento” (§ ), voce di tutta l’assemblea che risponde al dia-
cono, riprendendo musicalmente il suo invito dimissorio. L’azione di
grazie della Chiesa ricalca la scia dell’esultanza di Israele nel giorno
dell’uscita dall’Egitto e nel tempo della fine dell’esilio di Babilonia;
il rendimento di grazie dei cristiani è ora rivolto “al Redentore, che
è asceso alla destra del Padre”, al termine del banchetto dell’euca-
ristia, memoriale del mistero pasquale del Figlio, quale espressione
di gratitudine e riconoscenza “per i benefici della nostra redenzione
che abbiamo ricevuto”, partecipando all’eucaristia e comunicando
al corpo e al sangue di Cristo (§ ; cf. §§ ; ; -). “Il Deo
gratias con il quale si risponde a questo annuncio … significava
l’espressione dell’assenso dato a una notizia ma avvolto nel fonda-
mentale sentimento cristiano: il ringraziamento” ¹⁴. È il permanere
¹⁴ J. A. Jungmann, Missarum sollemnia II, p. .
Capitolo XXII
dell’assemblea nell’azione di grazie che si è snodata lungo tutta la
celebrazione eucaristica, dal gratias agimus tibi del canto del Gloria
in excelsis, al “Rendiamo grazie (gratias agamus) al Signore nostro
Dio” del prefazio, dalla memoria dell’azione di grazie compiuta da
Cristo nell’ultima cena (gratias agens), spezzando il pane e condi-
videndo la coppa, all’orazione dopo la comunione. “Ognuno loda e
benedice il Signore: Deo gratias! in continuità vissuta tra il compi-
mento della liturgia eucaristica e il ritorno alle proprie buone opere.
Rendere grazie a Dio, cioè fare eucaristia, ad anello di congiunzione
tra l’eucaristia liturgica e le opere che compiamo con l’aiuto dello
Spirito rendendo continuamente grazie per ogni cosa a Dio Padre nel
nome del Signore nostro Gesù Cristo (cf. Ef ,.)” ¹⁵.
Quando poi la messa è finita, il diacono dice al popolo: Ite,
missa est. Il termine greco “diacono” corrisponde al latino “mi-
nistro”: questi annuncia al popolo che sono finite le preghiere,
poiché nessuno deve uscire dalla chiesa prima che il ministro
abbia dato l’annuncio. E tutti devono rispondere: “Rendiamo
grazie a Dio”.
Commento alla messa “Dominus vobiscum”
A. Dopo che il clero e il popolo si sono comunicati,
generalmente viene conclusa la preghiera e il diacono subito
esclama: Ite, missa est. “La ‘messa’ propriamente detta costitu-
isce, nel tempo del sacrificio ¹⁶, il momento in cui i catecumeni
vengono mandati ¹⁷ fuori dal levita ¹⁸, che a gran voce dice: ‘Se è
¹⁵ C. Valenziano, L’Anello della Sposa I, p. .
¹⁶ La formula lat. tempore sacrifici indica la seconda parte della messa, dopo la con-
clusione della liturgia della Parola, quando inizia la liturgia dei fedeli, cioè di quanti
hanno ricevuto i sacramenti dell’iniziazione cristiana, mentre i catecumeni vengono
congedati.
¹⁷ Lat.: mittuntur, dal verbo mitto (“mandare”), che ha come participio passato missus.
¹⁸ Il levita indica qui il diacono secondo il principio figurale dell’Antico Testamen-
to; cf. supra, p. , n. .
“Ite, missa est”: il congedo
rimasto qualche catecumeno, esca fuori’. Per questo viene chia-
mata missa, poiché coloro che non sono ancora stati rigenerati ¹⁹
non possono partecipare ai sacramenti dell’altare” ²⁰. A.
Colui che ci ha comandato di compiere questa celebrazione in
sua memoria ²¹ si degni di concedere a noi, che per la grazia di
Dio siamo già rinati da acqua e da Spirito santo ²², di poter par-
tecipare a questi sacramenti celesti che, più di ogni altra cosa,
sono fonte di salvezza. A lui, con il Padre nell’unità dello Spirito
santo, appartengono la gloria e l’onore, la forza e la potenza nei
secoli dei secoli. Amen.
Commento alla messa “Quotiens contra se”, PL ,A-A
Ite, missa est, questa forma equivale a dire: “Ormai andate
pure, poiché le vostre suppliche e le vostre preghiere sono state
trasmesse ²³ al Signore”.
Commento alla messa del manoscritto di Troyes
. Il diacono dice: Ite, missa est, poiché una speciale ambasce-
ria, cioè Cristo, è stata inviata ²⁴ per noi al Padre, portando con
sé i segni della propria passione, “anzitutto, per rafforzare nei
suoi discepoli, mediante questi segni, la fede nella sua resurre-
zione; poi per mostrare incessantemente, supplicando il Padre
¹⁹ Cioè quanti non hanno ancora ricevuto il battesimo e i sacramenti dell’iniziazione
cristiana, e che quindi non possono accostarsi alla comunione del sacramento dell’altare
(sacramentis altaris interesse).
²⁰ Isidoro di Siviglia, Etimologie VI,,. Anche l’autore del Commento alla messa
“Missa ut beatus Isidorus dicit” ha ripreso il testo isidoriano e ha scritto: “Missa, come
dice il beato Isidoro, è termine che deriva dal verbo emittere, ‘mandare fuori’ (ab emitten-
do). Quando, infatti, il sacerdote comincia a consacrare il corpo del Signore, cioè dopo il
Vangelo, il diacono deve dire: ‘Se c’è qualche catecumeno, vada fuori’, e poiché in quel
momento vengono mandati fuori dalla chiesa i catecumeni, che non devono partecipare
ai sacri misteri dato che non sono ancora perfetti, si dice missa da emittere. Oppure, in
altra maniera, può essere chiamata ‘messa’ poiché ci manda a Dio (nos mittat ad Deum)”.
²¹ Cf. Lc ,; Cor ,-.
²² Cf. Gv ,.
²³ Lat.: transmissae.
²⁴ Lat.: missa.
Capitolo XXII
per noi, quale genere di morte egli ha sopportato per la vita dei
mortali; in terzo luogo, mostrando sempre i segni della sua mor-
te, per rinnovare in coloro che egli ha redento con la sua morte,
[la consapevolezza] di quanto grande sia la misericordia con cui
sono stati aiutati, e così essi non cessino di cantare in eterno le
misericordie del Signore ²⁵” ²⁶ … . A proposito di questa amba-
sceria l’apostolo Giovanni dice: Ma se anche qualcuno ha peccato,
abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto ²⁷… .
“Questo non vuol dire che i vescovi o i responsabili non debbano
pregare per il popolo. L’Apostolo, infatti, prega per il popolo, e
il popolo prega per l’Apostolo, il quale dice: Pregate al contempo
anche per noi, perché Dio ci apra la porta della Parola ²⁸. E la Chiesa
pregava per Pietro, mentre Pietro era in catene ²⁹, e fu esaudita,
come anche Pietro pregava per la Chiesa. Ora, dato che tutte le
membra pregano le une per le altre, colui che è il Capo intercede
per tutte. . Di lui sta scritto che sta alla destra di Dio e intercede
per noi ³⁰. Per il Figlio unigenito, infatti, intercedere per l’uomo
significa presentare se stesso come uomo presso il Padre coeter-
no, e aver pregato il Padre per la natura umana significa aver
accolto questa stessa natura nell’altezza della propria divinità.
Il Signore, dunque, intercede per noi non con la voce, ma con
la misericordia” ³¹. . Voglia il cielo che, quando udiamo l’Ite,
missa est proclamato dal diacono, il nostro animo si slanci verso
quella patria dove ci ha preceduti il nostro Capo; così saremo,
con il nostro desiderio, là dove il Desiderato da tutte le genti ³² ci
attende con il suo trofeo, finché un giorno con tale desiderio
²⁵ Cf. Sal (),.
²⁶ Beda il Venerabile, Commento al Vangelo secondo Luca VI,,.
²⁷ Gv ,.
²⁸ Col ,.
²⁹ Cf. At ,.
³⁰ Rm ,.
³¹ Beda il Venerabile, Commento alla Prima lettera di Giovanni ,, ll. -. Dal ca-
poverso “Per il Figlio unigenito” il testo è una ripresa letterale, da parte di Beda, di
Gregorio Magno, Commento morale a Giobbe IV,,.
³² Ag ,.
“Ite, missa est”: il congedo
potremo giungere a lui, che supplica il Padre per noi con queste
parole: Voglio, Padre, che dove sono io là sia anche il mio servo ³³!
Amalario di Metz, Libro sugli uffici III,,-
. All’orazione e alla comunione segue la benedizione, poiché
dopo che il Cristo pregò sulla croce, mangiò davanti ai discepoli e
diede loro quanto era avanzato ³⁴, alzate le mani li benedisse. E av-
venne che, mentre li benediceva, si allontanò da loro e fu portato in
cielo ³⁵. La nostra benedizione, infatti, è una richiesta al Signore
perché si degni di benedirci … . Poi, il diacono annuncia: Ite,
missa est. Egli parla al popolo come figura di quegli angeli che
dissero agli apostoli: Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto
in cielo ³⁶, eccetera. Infatti, fratello mio, che cosa vuol dire: Ite,
missa est, se non: “Andate in pace alle vostre case”? La preghie-
ra in vostro favore è stata inviata ³⁷ fino al Signore, e per mezzo
degli angeli, che vengono detti “annunciatori” ³⁸, è stata portata
al cospetto della divina maestà. Il popolo risponde: “Rendiamo
grazie a Dio” … . Ecco le parole della santa Chiesa secondo
l’usanza degli apostoli, che, dopo aver adorato Gesù, ritornaro-
no a Gerusalemme con grande gioia ³⁹. Ascolta come gli apostoli
rendevano grazie a Dio: E stavano sempre nel tempio lodando e
benedicendo Dio ⁴⁰, che vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.
Pseudo-Amalario di Metz, Eclogae ,-
Dopo la comunione ⁴¹ e dopo il canto che ne prende il nome,
una volta che il sacerdote ha impartito la benedizione, il diacono
³³ Gv ,; ,.
³⁴ Cf. Lc ,.
³⁵ Lc ,-.
³⁶ At ,.
³⁷ Lat.: legata.
³⁸ È il senso del termine gr. ánghelos.
³⁹ Lc ,.
⁴⁰ Lc ,.
⁴¹ Lat.: post communionem.
Capitolo XXII
annuncia al popolo che la celebrazione della messa è compiuta ⁴²,
dando il permesso di uscire.
La Chiesa di Roma custodisce questo ordine ⁴³, tramandato
dagli apostoli e dai successori degli apostoli, e quasi in tutto
l’occidente tutte le Chiese osservano la medesima tradizione.
Rabano Mauro, La formazione dei chierici ,, ll. -
. Terminati tutti [i riti di comunione], viene rivolta al popolo
presente e osservante la formula di scioglimento dell’assemblea ⁴⁴,
quando il diacono esclama: Ite, missa est. Il termine missa signi-
fica semplicemente dimissio, “congedo”, cioè absolutio, “sciogli-
mento”: conclusa tutta la celebrazione il diacono proclama che è
ormai il tempo del congedo, e allora il popolo viene sciolto dalla
solenne osservanza del culto ⁴⁵. . Per questo i canoni parlano
di “messa dei catecumeni” quando, dopo la lettura del Vangelo,
cominciano a essere celebrati i sacri misteri, ai quali non è con-
sentito partecipare a chi non sia stato rigenerato alla sorgente del
battesimo. . In quel momento, infatti, all’annuncio del diaco-
no, tali catecumeni venivano mandati fuori, cioè congedati ⁴⁶. La
“messa” dei catecumeni, dunque, [cioè il loro congedo] avveni-
va prima dell’azione sacramentale, mentre la “messa” dei fedeli
dopo la consacrazione e la partecipazione ⁴⁷ a tali sacramenti.
Floro di Lione, Commento alla messa ,-
. La messa trae il suo nome da quattro cause: due a motivo
di una legatio, cioè di un’“ambasceria”, e due a motivo di una
missio, cioè di un “congedo”. Infatti, viene detta missa un’am-
⁴² Lat.: officium missae esse peractum.
⁴³ L’autore si riferisce alla sequenza rituale dell’intera celebrazione eucaristica che
si conclude con la licentia abeundi.
⁴⁴ Lat.: absolutio datur.
⁴⁵ Lat.: a solemni observatione.
⁴⁶ Lat.: mittebatur, id est dimittebantur foras.
⁴⁷ Lat.: post confectionem et participationem.
“Ite, missa est”: il congedo
basceria, in primo luogo, perché nella celebrazione della messa
viene resa presente l’ambasceria di Cristo per noi ⁴⁸, in quanto
egli ha compiuto un’ambasceria presso il Padre in favore del
genere umano. In secondo luogo, allo stesso modo viene detta
missa un’ambasceria, poiché in essa il sacerdote compie un’am-
basceria presso il Signore a favore della Chiesa.
Viene poi detta “messa” da missio, in primo luogo, perché il
popolo, che si è radunato come per un giudizio, giunto al termi-
ne della causa viene congedato ⁴⁹ dal giudice. In secondo luogo,
allo stesso modo, viene detta “messa” da missio, poiché, una
volta terminata la celebrazione del sacrificio, viene congedato
il raduno del popolo …
. Eucharistia significa “buona grazia”, eulogia significa
“buona benedizione” … Ite, missa est è permesso di uscire ⁵⁰,
mentre Deo gratias (“Rendiamo grazie a Dio”) è espressione di
compiacimento ⁵¹ [per la buona grazia]: infatti, una volta com-
piute queste cose, il popolo rende grazie e ritorna alle proprie
occupazioni, come il popolo di Israele uscì dall’Egitto con il
permesso del faraone, e rese grazie a Dio, quando, all’ordine di
Ciro, ritornò da Babilonia a Gerusalemme e allora rese grazie a
Dio ⁵². Così, noi, ricevuta l’ultima benedizione, andremo verso
la patria celeste e rimarremo sempre in azione di grazie.
Onorio “Augustodunensis”, La gemma dell’anima ,.
[La celebrazione eucaristica] viene detta “messa”, o perché è
stata inviata ⁵³ la vittima di cui in questo ufficio si fa memoria,
per cui si dice: Ite, missa est, vale a dire: seguite la vittima che
è stata inviata presso le realtà celesti; oppure perché viene il
⁴⁸ Lat.: in eius officio nobis legatio Christi repraesentatur.
⁴⁹ Lat.: dimittitur.
⁵⁰ Lat.: licentia abeundi.
⁵¹ Lat.: interiectio gratulandi.
⁵² Cf. Es ,-; Cr ,-; Esd (Esd) ,-.
⁵³ Lat.: missa est.
Capitolo XXII
messo ⁵⁴ celeste per consacrare il corpo del Signore, e mediante
il quale la vittima viene portata sull’altare celeste. Per questo si
dice: Missa est.
Pietro Lombardo, Sentenze IV, dist. , c. , nr.
Il diacono pone fine alla messa cantando: Benedicamus Domi-
no, oppure nei giorni festivi: Ite, missa est … Con questo saluto
gli astanti sono esortati a uscire, poiché è stata ormai inviata ⁵⁵
quella vittima alla quale appartengono ogni lode e onore, bene-
dizione e gloria. Bisogna affrettarsi a passare dall’esilio presente
a questa gloria, celeri nel passo e santi nel profondo dell’animo.
Questa vittima, infatti, viene inviata ⁵⁶ come ambasceria capa-
ce di ottenere la nostra riconciliazione. È per tale ragione che
questo santissimo ministero [liturgico] viene chiamato “messa”.
Stefano II di Autun, Trattato sul sacramento dell’altare (PL ,B-C)
La messa si conclude in tre modi ⁵⁷: con l’Ite, missa est nelle
solennità, che è come un permesso di uscire ⁵⁸, ed è tratto dall’E-
sodo non letteralmente ma quanto al senso, laddove si dice che
il popolo di Israele uscì dall’Egitto con il permesso del faraone,
oppure che, rendendo grazie a Dio, ritornò alle proprie case con
il permesso di Ciro ⁵⁹. Così anche noi, ricevuta l’ultima bene-
dizione, dobbiamo andare verso la patria celeste, dove saremo
sempre nell’azione di grazie.
Giovanni Beleth, Gli uffici ecclesiastici b
⁵⁴ Lat.: missus. Il riferimento è alla sezione del Supplices del Canone romano, cf.
supra, c. XVI/.
⁵⁵ Lat.: missa est, cioè l’offerta del sacrificio di Cristo, che è stata inviata sull’altare
celeste, al cospetto della maestà di Dio.
⁵⁶ Lat.: mittitur.
⁵⁷ L’autore fa riferimento alle tre formule conclusive, che sono rispettivamente l’Ite,
missa est per i giorni festivi; il Benedicamus Domino per i feriali; il Requiescant in pace
per le messe dei defunti.
⁵⁸ Lat.: abeundi licentia.
⁵⁹ Cf. Es ,-; Cr ,-; Esd (Esd) ,-.
“Ite, missa est”: il congedo
Per quanto riguarda la conclusione della messa, dopo che tutti
[i riti di comunione] sono stati compiuti e il popolo si è comu-
nicato, il sacerdote recita ancora un’orazione, con la quale pone
fine a tutte le [azioni liturgiche] suddette. Poi il diacono, suo
ministro, dà il permesso di allontanarsi dalla chiesa ⁶⁰, dicendo:
Ite, missa est, “Andate, la vostra preghiera è stata inviata a Dio,
Padre onnipotente per mezzo di Gesù Cristo, suo Figlio, il me-
diatore fra Dio e gli uomini ⁶¹, della cui carne e sangue ora voi vi
siete nutriti e ristorati”.
Liber Quare, app. II, add. o
. Il termine “messa” talvolta è un nome proprio, talaltra un
nome collettivo. È un nome proprio quando indica il Cristo, che
è stato mandato ⁶² dal Padre in questo mondo. Allo stesso modo,
indica l’angelo che viene mandato ⁶³ affinché per mano sua la
vittima venga portata sull’altare eccelso del Signore. Viene poi
impiegato in senso collettivo: talvolta, infatti, viene chiamato con
il termine “messa” quell’insieme di riti ⁶⁴ che vanno dall’introito
fino all’offertorio; e questa è la messa dei catecumeni. Talaltra
viene chiamato con il termine “messa” soltanto quell’insieme
di riti che vanno dall’inizio del sacrificio fino all’Ite, missa est,
e in questo caso viene utilizzato davvero in senso proprio, poi-
ché è questo il momento in cui la vittima viene mandata ⁶⁵. Al-
tre volte ancora viene chiamato con il termine “messa” quanto
viene viene letto in silenzio ⁶⁶, poiché è in quel momento che
i catecumeni venivano mandati fuori; mentre altre volte con il
⁶⁰ Lat.: recedendi licentia.
⁶¹ Tm ,.
⁶² Lat.: missus; cf. Gv ,; ,; ,.
⁶³ Lat.: mittitur. Il riferimento è alla sezione del Supplices del Canone romano, cf. su-
pra, c. XVI/.
⁶⁴ Lat.: officium.
⁶⁵ Lat.: mittitur; la vittima viene cioè portata per le mani dell’angelo sull’altare cele-
ste, al cospetto della maestà di Dio.
⁶⁶ Il Canone veniva recitato dal presbitero a bassa voce, cf. supra, pp. -.
Capitolo XXII
termine “messa” si designano soltanto quelle parole per mezzo
delle quali il pane e il vino “vengono mandati” ⁶⁷ a diventare
carne e sangue, cioè vengono transustanziati. È pratica più con-
sueta, però, chiamare “messa” tutto l’insieme dei riti che vanno
dall’introito all’Ite, missa est, o al Benedicamus Domino, e questo
per quattro ragioni: poiché il sacerdote è mandato dal popolo a
Dio affinché interceda; perché l’angelo viene mandato da Dio
al popolo affinché ne esaudisca la preghiera; ancora, perché in
questo ufficio viene rappresentata la missio, l’“invio” di Cristo
dal seno del Padre nel mondo per redimerlo, vale a dire l’incar-
nazione, e l’“invio” di Cristo dal mondo al Padre per placarlo.
Perciò si conclude con la formula: Ite, missa est. Alcuni dicono
che viene chiamata “messa” dal termine dimissio, “congedo”,
poiché il popolo, terminata la celebrazione dell’ufficio, viene
congedato ⁶⁸ …
. [Alla benedizione] segue la conclusione: Ite, missa est …
E questo è il senso: “Andate” dietro a Cristo e seguitelo. Non
bisogna sedersi, ma affrettarsi verso la patria, poiché “è stata
mandata” ⁶⁹ a Dio Padre, per placarlo, la vittima per mezzo della
quale gli inferi sono stati annientati.
Voglia il cielo che, quando udiamo ciò, il nostro animo si
slanci verso il luogo in cui è andata la vittima, cosicché, dove è
il corpo, là si radunino anche le aquile ⁷⁰. Voglia il cielo che con
il desiderio noi siamo là dove il Desiderato da tutte le genti ⁷¹ ci
attende con il suo trofeo e supplica il Padre per noi con queste
parole: Voglio, Padre, che dove sono io là sia anche il mio servo ⁷²!
Oppure l’Ite, missa est può voler dire che l’Agnello è stato im-
molato, ed è stato riaperto l’accesso al paradiso! Seguiamolo,
⁶⁷ Lat.: mittuntur.
⁶⁸ Lat.: dimittitur.
⁶⁹ Lat.: missa est.
⁷⁰ Cf. Mt ,; Lc ,.
⁷¹ Ag ,.
⁷² Gv ,; ,.
“Ite, missa est”: il congedo
mortificando la nostra carne ⁷³ con i suoi vizi e le sue concupiscen-
ze ⁷⁴! … Al sacerdote o al diacono che proclama questa formula il
popolo risponde: “Rendiamo grazie a Dio”. E questo è ispirato
al fatto che il popolo, ricevutane la licenza, con il permesso del
faraone uscì dall’Egitto e rese grazie a Dio; oppure al fatto che,
ricevutone il permesso da Ciro, ritornò dalla cattività babilonese
a Gerusalemme, e rese grazie a Dio ⁷⁵. Così noi, per i benefici
della nostra redenzione che abbiamo ricevuto, rendiamo grazie
al Redentore, che è asceso alla destra del Padre e intercede ogni
giorno per noi presso il Padre ⁷⁶.
Sicardo di Cremona, Mitrale ,, ll. -; ,, ll. -
Compiuto il mistero dell’altare, il pontefice con i ministri
avanza verso l’altare e, baciando l’altare, con le mani alzate recita
l’ultima orazione, che rimanda come segno a quella benedizione
che, come si legge, Cristo, sul punto di ascendere al cielo, rivolse
ai suoi discepoli. Come infatti ricorda Luca: Li condusse fuori
verso Betania e, alzate le mani, li benedisse. E avvenne che, dopo
averli benedetti, si allontanò da loro e veniva portato in cielo ⁷⁷.
Perciò, dopo l’ultimo saluto che il sacerdote indirizza al popo-
lo, il diacono dice a voce alta: Ite, missa est, per indicare ciò che
fu detto agli apostoli: Questo Gesù che è stato di tra voi assunto
in cielo ⁷⁸, eccetera. Il coro, poi, che risponde con riconoscen-
za: “Rendiamo grazie a Dio”, imita gli apostoli che, dopo averlo
adorato, ritornarono a Gerusalemme con grande gioia, e stavano
sempre nel tempio lodando e benedicendo Dio ⁷⁹.
Innocenzo III, Il sacro mistero dell’altare ,
⁷³ Cf. Col ,.
⁷⁴ Gal ,.
⁷⁵ Cf. Es ,-; Cr ,-; Esd (Esd) ,-.
⁷⁶ Cf. Rm ,; Eb ,.
⁷⁷ Lc ,-.
⁷⁸ At ,,
⁷⁹ Lc ,-.
Capitolo XXII
Terminata l’orazione dopo la comunione, il sacerdote, conge-
dando il popolo, si volge di nuovo verso il popolo, dicendo ancora
una volta: “Il Signore sia con voi”, con il desiderio che coloro
che si allontanano dal tempio non si allontanino dal Signore, ma
si sforzino affinché, in tutto ciò che faranno, il Signore rimanga
sempre con loro e mai se ne allontani, cosa che fa se noi rima-
niamo con lui con spirito devoto. Sta scritto nel Primo libro dei
Re ,: Quando dunque avverranno per te tutti questi segni,
fa’ tutto ciò che alla tua mano sembrerà da fare, poiché il Signore
è con te ⁸⁰, e nel Secondo libro dei Re ,: Tutto ciò che è nel tuo
cuore va’ e compilo, poiché il Signore è con te ⁸¹.
Da parte sua il popolo, o meglio il coro, risponderà di nuo-
vo a nome suo e del popolo: “E con il tuo spirito”, poiché nel
sacramento non viene coinvolto se non lo spirito, e il perfector
sanctitatis ⁸² opera sempre nel popolo, anche dopo la messa, cose
spirituali, e non corporali. Per questo bisogna pregare sempre
che il Signore rimanga con il suo spirito e operi in esso; si leg-
ge nella Lettera ai Galati ,: Camminate secondo lo Spirito, e
non portate a compimento i desideri della carne; e nella Lettera ai
Romani ,: La legge dello Spirito di vita in Cristo Gesù mi ha li-
berato dalla legge del peccato e della morte, eccetera; mentre nella
Seconda lettera ai Corinzi ,: La lettera uccide, mentre lo Spirito
dà vita. E così, indicando con il vicendevole saluto la comunione
reciproca, la messa è compiuta ⁸³.
Compiuto ciò, il diacono, o un altro al posto del diacono,
esclama ad alta voce, nei giorni festivi: Ite, missa est. Oppure,
nei giorni feriali: Benedicamus Domino. Oppure, nelle messe dei
defunti: Requiescant in pace. Ora, quando dice: Ite, “andate”,
l’invito significa: ritornate alle vostre case, e avanzate di virtù in
virtù, come sta scritto nel salmo ,: Andranno di virtù in virtù,
⁸⁰ Reg (Sam) ,.
⁸¹ Reg (Sam) ,.
⁸² Cf. supra, p. , n. .
⁸³ Lat.: missa perfecta est.
“Ite, missa est”: il congedo
vedranno il Dio degli dèi in Sion ⁸⁴. Come infatti dice Agostino ⁸⁵,
due sono le realtà che ci spingono a muoverci in due direzioni:
una è l’amore della verità, che ci fa allontanare da ciò che è no-
stro e andare verso il tempio, verso Dio, una volta rigettata e
deposta la preoccupazione per la propria vita familiare; si legge
infatti in Isaia ,: Andranno molti popoli e diranno: Venite, sa-
liamo al monte del Signore e alla dimora del Dio di Giacobbe; egli
ci insegnerà le sue vie e noi cammineremo sui suoi sentieri, e nello
stesso passo, al versetto : Casa di Giacobbe, vieni, e camminia-
mo nella luce del Signore. Vi è poi la necessità della carità, che
ci spinge a ritornare alle nostre case e alla cura della nostra vita
familiare. In questa necessità, infatti, sta l’ordine della carità,
secondo il quale dobbiamo amare anzitutto noi stessi e poi il
nostro prossimo secondo il grado della sua parentela, mediante
il frutto dell’agire e l’offerta di ciò che gli è necessario; leggia-
mo in Luca ,: Marta, poi, era presa dai molti servizi; e nello
stesso passo, al versetto : Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti
per molte cose. Questo andare verso il Signore e ritornare alle
proprie occupazioni è indicato anche in Genesi ,, dove il pa-
triarca Abramo disse ai suoi servi: Aspettate qui con l’asino. Io e
il fanciullo andremo fin là, e dopo che avremo adorato ritorneremo
da voi. I servi, infatti, indicano i servitori che si prendono cura
della casa, della famiglia e delle necessità di questa vita, e rap-
presentano le preoccupazioni, i pensieri e le fatiche che ci diamo
per acquisire quanto ci sostiene in questa misera vita. L’asino,
poi, indica il senso asinino di quell’animale che è il corpo. Que-
sta è la famiglia che bisogna lasciare quando si va al tempio, alla
messa, e a Dio. Ma dopo l’adorazione e il sacrificio che bisogna
fare con il fanciullo, cioè con uno spirito puro, è permesso di ri-
tornare presso la famiglia ⁸⁶, poiché bisogna ritornare alle proprie
⁸⁴ Cf. Sal (),.
⁸⁵ Cf. Agostino di Ippona, La città di Dio ,.
⁸⁶ Lat.: reversio ad familiam.
Capitolo XXII
occupazioni a causa delle molteplici necessità di questa vita. Per
questo motivo, dunque, il diacono dice: “Andate”.
Ciò che poi aggiunge: Missa est, significa che, quando sono
ormai state consumate le specie sacramentali, la vittima è stata
offerta ed è ormai stata “inviata” ⁸⁷ alla destra del Padre, perché
là offra al Padre, insieme a se stessa, anche noi, perché ci associ a
sé dopo averci incorporati a sé, e perché ci prepari un posto, come
si dice in Giovanni ,: Vado a prepararvi un posto. Il diacono,
dunque, fa questo, affinché tutti sappiano di essere inviati al Si-
gnore e a lui congiunti nella sacra comunione ⁸⁸, e tutti cerchino
di rimanere nel Signore, come se ripetessero quella parola dell’A-
postolo nella Lettera ai Filippesi ,-: La nostra cittadinanza
è nei cieli, e di là aspettiamo anche il nostro salvatore Gesù Cristo,
che trasformerà il nostro corpo di miseria per conformarlo al suo cor-
po di gloria. E così ciascuno fa ritorno alle proprie occupazioni.
Nei giorni feriali, invece, il ministro dice: Benedicamus Domi-
no; si tratta di un rendimento di grazie per il mistero della messa,
che è stato compiuto, come se ripetesse l’invito di Deuteronomio
,-: Date magnificenza (vale a dire: magnifici rendimenti di
grazie) al nostro Dio, poiché le opere di Dio sono perfette.
A queste due acclamazioni del diacono, il coro risponde a no-
me del popolo: “Rendiamo grazie a Dio”: bisogna infatti rende-
re grazie perché si è ricevuto un così grande sacramento, e così
non si dica ciò che sta scritto in Luca ,: Non si è trovato chi
tornasse a rendere gloria a Dio.
Alberto Magno, Il sacrificio della messa III,,
. Bisogna notare che la messa si conclude … mediante l’Ite,
missa est … come per dire: “Ritornate alle vostre occupazioni
poiché la vittima che porta la salvezza è stata inviata ⁸⁹ e offer-
⁸⁷ Lat.: missa.
⁸⁸ Lat.: in sacra communione missos et commissos.
⁸⁹ Lat.: missa.
“Ite, missa est”: il congedo
ta a Dio a favore del genere umano” … Secondo un’altra in-
terpretazione, questa formula annuncia al popolo che la messa
e le preghiere sono finite, visto che è stato stabilito al concilio
d’Orleans che “nessuno deve uscire dalla chiesa finché [il conge-
do] non sia stato annunciato dal ministro” ⁹⁰. O ancora il senso
dell’Ite, missa est è: “Andate” dietro a Cristo e seguitelo. Infatti
non bisogna stare fermi in questo mondo ⁹¹, ma affrettarsi verso
la patria per mezzo delle opere buone, cosa che possiamo fare
facilmente, poiché “è stata mandata” ⁹² a Dio Padre, per placar-
lo, la vittima per mezzo della quale gli inferi sono stati distrutti
ed è stato riaperto l’accesso al paradiso …
. Una volta detto: Ite, missa est, il clero e il popolo rispon-
dono con riconoscenza: “Rendiamo grazie a Dio”, imitando gli
apostoli che, dopo averlo adorato, ritornarono a Gerusalemme con
grande gioia, e stavano nel tempio lodando e benedicendo Dio ⁹³.
“Rendiamo grazie a Dio” è infatti, secondo il parere di qualcu-
no, un’acclamazione di riconoscenza e di felicitazione, e sarebbe
stata tratta dall’Esodo, non letteralmente ma quanto al senso,
poiché, quando il popolo di Israele uscì dall’Egitto con il per-
messo del faraone o quando ritornò a Gerusalemme, congedato
da Ciro, dopo la prigionia babilonese, rese grazie a Dio ⁹⁴. Ma
anche gli apostoli, dopo l’ascensione del Signore, fecero ritorno a
Gerusalemme benedicendo il Signore; così anche noi, dopo aver
ricevuto l’ultima benedizione, andremo alla nostra patria cele-
ste, dove saremo in perenne azione di grazie. Anche gli apostoli,
predicando, dicevano: Rendete grazie, pregate incessantemente ⁹⁵.
Si può anche dire che il sacerdote, quando intona il Gloria in
excelsis Deo, è segno dell’angelo che annunciò ai pastori l’ineffa-
⁹⁰ Decreto di Graziano, pars III. De consacratione, d. , c. (Friedberg I, col. ).
⁹¹ Cf. Mt ,.
⁹² Lat.: missa est.
⁹³ Lc ,-.
⁹⁴ Cf. Es ,-; Cr ,-; Esd (Esd) ,-.
⁹⁵ Ts ,-. Durando altera qui la struttura della frase dei due versetti.
Capitolo XXII
bile gioia della nascita di Cristo. L’Ite, missa est designa l’arrivo
dei pastori al luogo della nascita di Cristo … Il coro che rispon-
de: “Rendiamo grazie a Dio” rappresenta quanto Luca riferisce:
I pastori tornarono indietro glorificando Dio per tutte le cose che
avevano visto e udito ⁹⁶.
Guglielmo Durando, Razionale degli uffici divini IV,,-
⁹⁶ Lc ,.