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Tacito

Corso sulla vita e sulle opere di Tacito

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BIOGRAFIA Publio Cornelio Tacito è stato il più grande storiografo di età imperiale.

Vive durante l’avvento della


dinastia Flavia e temi centrali delle sue opere sono i cosiddetti corrupti mores, ovvero la corruzione della società e delle
istituzioni del tempo. Per molto tempo, erroneamente, si è creduto fosse natio di Terni, tuttavia doveva trattarsi di una
omonimia: Tacito probabilmente ha i suoi natali nella Gallia Narbonense da una famiglia dell’ordine equestre. Ad ogni
modo, tacito nasce nel 55 d. C. sotto il principato di Nerone, studia a Roma e sposa la figlia del generale Gneo Giulio
Agricola, Giulia Agricola appunto, proprio colui che partirà, dopo la presa di potere di Vespasiano, alla conquista della
Britannia, cosa già tentata da Giulio Cesare. Tacito inizia la sua carriera politica proprio grazie al suocero Giulio
Agricola, morto nel 93: nell’88 d.C. è pretore, nel 97 viene eletto consul suffectus, il cui ruolo era quello di subentrare al
potere nel caso della morte del console designato e in carica, al tempo Verginio Rufo, comandante romano che aveva da
giovane rifiutato di divenire imperatore e che alla porpora aveva preferito la lealtà al Senato. Per lui, edotto
retoricamente, Tacito pronuncerà la laudatio funebris, il che gli porterà grande fama di oratore: “Qui giace Rufo, che
una volta sconfisse Vindice e liberò il potere imperiale non per sé, ma per il suo paese”. Nel frattempo il senato elegge
imperatore Cocceio Nerva, il cui decorso è, anche secondo Tacito, tranquillo e sereno. Sebbene governi solo per due
anni, egli è ricordato come uno dei migliori imperatori di Roma e, sapendo di essere ormai prossimo alla morte,
avvenuta nel 98, ormai vecchio e malato, decise di adottare un figlio, ma stavolta non per successione ma per
meritocrazia. Marco Ulpio Traiano, generale delle legioni di istanza sul Reno, dopo una importante vittoria in Pannonia,
salirà al trono. Durante il principato di Traiano, Tacito lega con Plinio il Giovane e con lui sostiene nel 100 l’accusa da
parte delle provincie d’Africa sulla corruzione di Marco Prisco, che fu riconosciuto colpevole ed esiliato per
malversazione, il che accadeva quando i proconsoli o i propretori governavano le aree assegnate loro con troppa esosità
o intenti malevoli volti ad approfittarsi dei popoli e delle terre. Plinio dirà in seguito che in quella occasione Tacito
aveva parlato (2, 11) “con tutta la maestosità che caratterizza il suo usuale stile oratorio”. Sarà infine proconsole in Asia
nel 113; si è stabilito come terminus post quem della sua morte l’anno 116, il quale può essere posto anche più tardi
nel 125, anche se non sono pochi gli storici che pongono la data della morte durante il regno di Adriano.

CARATTERI GENERALI, DI CONTENUTO E DI STRUTTURA DELL’AGRICOLA E DELLA GERMANIA A tal


proposito Tacito pubblica nel 98, morto Domiziano nel 96, la sua prima opera, un libello notevolmente composito,
complesso e poliedrico, ovvero il De vita et moribus Iulii Agricolae, sul governatorato del suocero, a metà strada tra una
laudatio funebris, un panegirico e un excursus geo-etnografico. Opera simile nella struttura, sempre del 98, è il De
origine et situ Germanorum. Queste due opere sono fondamentali nella stigmatizzazione dei corrupti mores, affare di
cui già altri storiografi si erano occupati in passato, come Sallustio nelle sue monografie, il quale aveva puntato i
riflettori su due eventi ritenuti fondamentali per capire il crollo delle istituzioni repubblicane, ovvero la congiura di
Catilina e la guerra contro Giugurta. Anche Livio da parte sua aveva denunciato la corruzione dei costumi, decantando
però le antiche virtutes del mos maiorum, le quali erano ritenute perdute: l’Ab Urbe condita riflette e mostra la Romana
virtus delle origines, in cui il popolo, non l’individuo, combatte per il proprio buon nome. Tacito invece offre uno
spaccato della società e della politica romana in un periodo che era già di per sé travagliato, discusso, turbolento,
spaccato che va dalla morte di Augusto alla tirannide di Domiziano, in cui si raggiunge la vetta della corruzione e degli
eccessi dei costumi: il potere viene mostrato per quello che è.

DIALOGUS DE ORATORIBUS E DECADIMENTO DELLA ORATORIA Riguardo al Dialogus de oratoribus,


pubblicato forse poco dopo l’Agricola o la Germania, la critica ha fatto fatica ad attribuire l’opera a Tacito. Il dialogo
infatti appare scritto con uno stile veramente poco ispirato alla inconcinnitas che ci si aspetterebbe dall’autore, mentre è
molto più vicino alla ciceroniana concinnitas, il che è tuttavia comprensibile. Trattandosi di una opera di oratoria,
ambito in cui Cicerone era considerato un maestro indiscusso, potrebbe trattarsi di un omaggio come di un
accostamento ad un certo modo di scrivere, che seguisse i dettami ciceroniani, cioè raffinato ma non prolisso o
spezzato. Il contenuto e la intonazione del dialogo sono comunque abbastanza particolari e infatti molto vicini allo stile
retorico. Comunque sia, il dialogo è tra due avvocati dell’epoca, Marco Apro e Giulio Secondo, i quali vanno a trovare
a casa sua il retore e tragediografo Curiazio Materno, intervenendo in difesa della eloquenza e della poesia. Da qui il
dialogo si sofferma sulla decadenza della oratoria in epoca imperiale, il che non era esattamente una novità. Già con
Seneca il Retore (54 a.C. – 39 d.C.), padre del ben più illustre Seneca il Giovane, la oratoria era stata ridotta ad un
esercizio di stile fittizio, attraverso controversiae, cioè una sorta di quaestiones finitae, degli esercizi retorici dove si
fissava un principio giuridico e si esponeva brevemente un ipotetico quadro di avvenimenti, a seguito del quale il
declamatore doveva sostenere il ruolo di uno o, più di frequente, di tutti i partecipanti al processo immaginario, e
attraverso suasoriae, cioè una sorta di quaestiones infinitae, ovvero degli esercizi retorici su dei caratteri filosofici o
morali, per questo erano anche dette tesi, dove ci si doveva calare in una situazione storica o mitica e persuadere un
determinato personaggio a compiere o meno l'atto chiave della sua esistenza, sostenendo in due distinti discorsi tutte le
possibili argomentazioni a favore o meno di una presa di posizione. Una volta, nella Atene cosiddetta democratica,
parlare era funzionale al successo politico: un uomo che sa vendere bene la propria ideologia è convincente e piace al
popolo. Per questo la pratica forense nelle arringhe era fondamentale e saper parlare bene era importante in ambito
giudiziario e politico, si veda ad esempio Cicerone. Le scuole di retorica se le potevano permettere i ricchi e i politici, la
retorica era funzionale alla attività politica. Ma in uno Stato assoluto come il principato romano non esiste più un
dibattito politico vivo ed autentico, non ha più senso il confronto di idee, perché l’autorità è monocratica e il bravo
retore dunque non serve più. L’oratoria diventa un semplice esercizio nei confronti di situazioni fittizie. Si studiavano
nelle scuole i modi per stupire un possibile uditorio, perché la retorica poteva di certo tornare utile nelle declamationes,
cioè le suasoriae e le controversiae che erano diffuse come parte critica della educazione romana e nella cultura delle
varie élites, anche perché alle volte venivano recitate in pubblico: furono declamatori noti Plinio il Vecchio, Asinio
Pollione, Gaio Mecenate, Augusto, Ovidio, ricordato da Seneca il Vecchio come un declamatore molto popolare,
mentre anche le opere dei satiristi Giovenale e Marziale, così come quelle di Tacito stesso, rivelano delle intenzioni
declamatorie. Tacito nel Dialogus mostra che una vera oratoria o una vera retorica sono possibili solamente all’interno
di un sistema repubblicano, mentre durante l’impero sono cadute in rovina anche per la corruzione e la ignoranza dei
maestri. Più per il fatto della tematica trattata, cioè del decadimento e della corruzione durante l’epoca imperiale a
dispetto di una repubblica felice e corretta, che per lo stile, l’opera è ritenuta di Tacito. Rimangono insomma in epoca
imperiale solo contrapposizioni immaginate e non reali e discorsi fatti per convincere a compiere delle gesta, ma non
nella realtà effettiva.

STRUTTURA LIBRI ANNALES E HISTARIAE L’opera di Tacito raggiunge le sue vette con gli Annales o Libri ab
excessu divi Augusti e le Historiae. Queste due opere, le quali costituiscono la grande opera storiografica tacitea, fanno
emergere a tinte cupe e fosche certi tratti dei regimi assoluti e del principato, mentre le due precedenti opere mostravano
la sola corruzione dei costumi. Difficile stabilire l’esatto numero di libri di ambo le opere, dal momento che ci sono
giunte in un corpus unitario di trenta libri. Si è calcolato che le Historiae dovrebbero essere di dodici o quattordici
volumi, mentre gli Annales di sedici o diciotto; l’oscillazione è dovuta al fatto che l’opera è giunta come unitaria. Gli
Annales, che, a quanto si deduce dallo stile, devono essere posteriori alle Historiae, trattano un periodo antecedente,
cioè dalla morte di Augusto a quella di Nerone, mentre le Historiae, per composizione anteriori a quella degli Annales,
trattano il periodo che va dal 69, l’anno dei quattro imperatori, al principato di Domiziano. Le Historiae mostrano la
degenerazione del potere più estrema: gli imperatori si facevano venerare come dei orientali, Domiziano in particolare è
un uomo esoso, insopportabile, che con le sue continue confische non fa altro che irrigidire il potere in opposizione al
risanamento finanziario del padre e del fratello.

SIMPATIE REPUBBLICANE DI LIVIO E TACITO, I NOSTALGICI Tacito è convinto che il benessere si trovasse
nelle antiche istituzioni repubblicane, è nei fatti un nostalgico, un po’ come lo stesso Livio, che molto dubitava del
potere imperiale di Augusto. Sia Tacito sia Livio erano appassionati della repubblica e dei suoi valori. Ma allora come è
possibile che Livio si trovasse nelle grazie di Augusto? Per dirla tutta, fu lo stesso Augusto a recarsi da Tito Livio,
chiedendogli di comporre un’opera che esaltasse la virtus romana dell’antico mos maiorum e comunque, lui governava
sì assolutisticamente, ma era un gran dissimulatore e lo fece come se le classi sociali repubblicane e il senato valessero
ancora qualcosa. Augusto riuscì ad incentrare nelle sue mani tutto il potere di cui si poteva disporre, andando però
incontro ai nostalgici e ai repubblicani. Fu un uomo di certo molto scaltro nella sua politica, perché fu in grado di
mascherare il suo potere e di ingraziarsi anche le frange più ribelli, inserendosi negli ambienti a sé più ostili e creando
un proprio entourage politico e culturale che gli facesse una accanita propaganda, così bonariamente Augusto scherzava
anche con Livio sulle sue simpatie repubblicane. Tacito invece è uomo molto diverso, proprio a causa del periodo
storico in cui vive, ormai lontano dal principato di Augusto: egli è ben consapevole che le istituzioni repubblicane sono
state esautorate, che le guerre civili avevano fatto cadere la repubblica, e ne è tristemente consapevole. Tacito si
dimostra un uomo nostalgico di un periodo che non aveva mai vissuto, ma di cui aveva letto e sentito parlare, dunque si
ritrova ad accettare il principato, visto come un male necessario ed indispensabile, ma a disprezzare e a rifiutare la
moralità dei governanti e dei politicanti, la degenerazione dei costumi, non condivide la successione dei principi,
l’attaccamento al potere: un princeps, anch’essendo un inetto o un uomo senza carisma, pur di governare si sarebbe
venduto l’anima. Tacito insomma denuncia e demistifica le aberrazioni implicite del governo assoluto.

IL CONUBIO DI POTERE E CULTURA: AUGUSTO E NERONE Augusto in fin dei conti, pur governando
assolutisticamente, dà l’impressione al senato di avere una certa importanza e di essere stato riportato ai suoi antichi
splendori, come se il princeps e il senato collaborassero, anche se è risaputo che Augusto avesse collaboratori e
consiglieri ben più stretti. Augusto allora avvicina alla sua persona e figura istituzionale vari intellettuali e personaggi
che lo fiancheggiassero e che dessero un certo fregio, culturale e letterario, al potere: esempio risaputo sono Gaio
Mecenate e il suo cenacolo. Il sodalizio tra gli intellettuali e il potere nasce e viene istituzionalizzato proprio a tempi di
Augusto, che seleziona accuratamente il suo entourage. Non a caso Ovidio, con varie licenze definito un grande poeta
elegiaco, a causa di uno scandalo avvenuto proprio con una nipote di Augusto, viene esiliato da Roma e relegato a
Tomis, una piccola località portuale sul mar Nero. Sotto il principato di Nerone questo rapporto stretto tra potere e
cultura viene frenato: egli costringe al suicidio proprio Seneca, per quanto non ci fossero prove che confermassero il suo
coinvolgimento nella congiura neorepubblicana dei Pisoni, e tra gli altri anche Petronio e Lucano. Con Nerone si
verifica una frattura, platealmente dichiarata con la massima evidenza, tra cultura e potere, e ugualmente accade tra
Tacito e Domiziano.

LA CORRUZIONE E L’IMPERO COME UN MALE NECESSARIO Il potere è corrotto e gestito malamente,


malgrado ciò il principato è un male necessario. Tacito pone rilievo sulle aberrazioni del potere di Domiziano,
facendone risaltare i fatti accaduti e soffermandosi su una caratterizzazione dei personaggi sottile ed attenta,
evidenziando, denunciando. Tacito non propone nella sua opera alcuna alternativa, se non una palingenesi di coscienze:
se esse non sono pulite nel privato, come potrebbero esserlo nel pubblico? Come si può governare correttamente? I
politicanti di allora si abbarbicavano al potere, non avendone però il carisma necessario. Tacito si mostra allora
favorevole alla successione per adozione: se non ci sono meriti, il potere può portare solo alla violenza, scaturita dal
voler trattenere il potere a tutti i costi. Il male maggiore dello Stato viene dunque identificato nella potentiae cupiditas:
si era dunque perso interesse dello Stato per la brama di potere, mentre il potere imperiale reprimeva il dissenso. Tacito
se la prende particolarmente con Domiziano, visto come un vero e proprio tiranno: aveva irrigidito il potere di
Vespasiano e di Tito, ordinato nuove persecuzioni contro i cristiani: lo storiografo esprime, anche nell’Agricola, tutto il
suo dissenso e la sua contrarietà al potere del princeps.

NUOVE CLASSI SOCIALI Il 69 è l’anno dei quattro imperatori, si susseguono cioè al trono ben quattro personalità
politiche nello stesso anno, alla fine del quale, vincendo gli scontri, rimarrà Vespasiano. Ognuno dei quattro ha un
proprio manipolo di persone che lo sostengono e che lo difendono: Galba, sostenuto da alcune sue truppe ausiliarie e dal
senato che lo elegge, poi Otone, definito di una corruzione inarrivabile per qualsiasi anima, sostenuto da altre legioni
militari e dai pretoriani, Vitellio, eletto dalle truppe di istanza in Germania, e infine Vespasiano, sostenuto dalle truppe
di Giudea. In pratica ben tre diversi eserciti eleggono tre diversi principi: si capovolgono le forze, a dimostrazione della
pazzia per il potere raggiunta, la quale porta gli uni armati contro gli altri. A Roma tutti lottano contro tutti per il potere,
fino a che, salito Vespasiano, la situazione viene domata. Nel frattempo il nuovo princeps conduce una guerra in
Giudea, che viene assoggettata, e fa distruggere il tempio di Gerusalemme, il tutto a dimostrazione del fatto che nuove
classi sociali e nuovi ceti avevano preso il controllo dello Stato, mentre il senato andava progressivamente perdendo
influenza. Il senato era stato infatti illuso da Augusto di essere stato reintegrato dei suoi poteri, ma nella realtà dei fatti
esso aveva perso anche la tribunicia potestas. Il senato insomma viene progressivamente messo a tacere, relegato a
fantoccio rispetto al passato. Questa rottura dei rapporti tra il princeps e il senato, di cui si sarebbe dovuto fidare, è
un’altra causa di forte instabilità nello Stato romano e di attrito nondimeno, anche dopo la congiura dei Pisoni, la quale
aveva seriamente minacciato il potere imperiale. Il princeps si ritrova dunque a doversi ben guardare dai senatori e così
altre categorie sociali prendono piede e sopravvento, tra cui eserciti di varia istanza e non ultimi i pretoriani. I pretoriani
costituivano formalmente il corpo di guardia del princeps, anche se proprio all’interno del corpo delle guardie
pretoriane si nascondevano le più grandi mire e ambizioni di potere: un esempio è costituito dalla azione di Tiberio
contro il prefetto del pretorio Seiano. Ma altre grandi mire si nascondevano anche nella stesa corte imperiale, se non
nella stessa famiglia dell’imperatore, basti pensare a Claudio e Agrippina. Tutti erano di base corrotti nell’animo, nel
privato, attaccati al denaro e al potere. Roma aveva in poche parole perso il proprio antico codice di valori, il mos
maiorum, la sua autentica primitività, la quale aveva fatto di Roma proprio Roma. Le congiure sono continue, quasi
all’ordine del giorno. Tacito allora, con un certo cerchiobottismo, è pronto a dire che vada pure il potere assoluto, ma
che sia gestito in virtù di coscienze incontaminate. Altra classe potente e in forte ascesa è quella dei liberti, ovvero gli
schiavi affrancati, uomini talentuosi e di cultura, incorporati tra i funzionari: Claudio ad esempio basava il suo potere
sul protagonismo di certi suoi liberti, colti ed istruiti. Anche il ceto equestre vive con l’impero un certo momento di
gloria: ad esso apparteneva lo stesso Tacito, anche Augusto, che simpatizzava per loro e se li affranca nel governo
dell’impero. I principi dunque fanno loro alleati e collaboratori questi nuovi ceti emergenti, per quanto vi fossero
all’interno numerose invidie e mire, per coprirsi contro l’atavico senato. Cause della caduta dell’occidente furono anche
le continue inimicizie e le continue schermaglie tra gli imperatori e il senato.

LO STILE Per quanto riguarda lo stile, Tacito vuole essere aspro, concitato, cupo, riflettendo formalmente le negatività,
gli scompensi e le aberrazioni dell’impero. Necessitando una forma adatta al suo contenuto, tacito si avvale della
cosiddetta inconcinnitas. Se la concinnitas si avvale, rifacendosi allo stile fluido e perfettamente classico di Cicerone, di
periodi lineari, di una scrittura completa senza ambiguità, di un periodare luminoso, chiaro, proporzionato, simmetrico e
antitetico, la inconcinnitas al contrario si avvale di frasi spezzate, di un periodare non fluido, ma rotto, del carattere
impervio e scosceso del discorso. I periodo viene progressivamente frantumato con frequenti ellissi, figura molto cara a
Tacito, fino ad arrivare alla ambiguità del significato. Si intacca la solare e limpida fluidità classica con grandi iperbati,
notevoli variationes e improvvisi cambiamenti di costrutto per dire anche la stessa cosa. Tutte queste disarmonie verbali
ed espressive, le quali costruiscono uno stile ed un periodare nervoso e nevrotico, servono a sottolineare la realtà etica e
storica del periodo narrato. Opera che si distingue tra tutte quelle sopracitate proprio per lo stile è il Dialogus de
oratoribus che, proprio per certe discrepanze stilistiche con le altre opere, è di dubbia paternità tacitea.

CONCEZIONE DELLA STORIA E RELIGIONE Tacito della storia pensava fosse tutta originata e dovuta all’operato
umano. Controverso è il rapporto tra questo operato e il divino: come la volontà divina interviene nella realtà umana?
Contrastandola o bilanciandola. Nei momenti di disperazione, quando non sa più dove andare a parare a causa degli
incredibili eventi, Tacito pare ammettere la esistenza del divino nella storia, per quanto non stia agli dei la nostra
incolumità e la sicurezza dello Stato, perché gli dei sono di base dei vendicatori e dei punitori, come si afferma in
Historiae, I, 3:

[3] Non tamen adeo virtutum sterile saeculum ut non et [3] Sterile di virtù quest'età, eppure non fino al segno
bona exempla prodiderit. comitatae profugos liberos da non portare alla luce anche scelte di nobile
matres, secutae maritos in exilia coniuges: propinqui ardimento: madri al seguito di figli profughi, spose
audentes, constantes generi, contumax etiam adversus vicine ai mariti nel confino, congiunti capaci di
tormenta servorum fides; supremae clarorum virorum coraggio, generi non disposti a piegarsi, schiavi
necessitates fortiter toleratae et laudatis antiquorum arroccati nella loro fedeltà anche di fronte alla tortura,
mortibus pares exitus. praeter multiplicis rerum uomini di primo piano costretti a subire l'estremo
humanarum casus caelo terraque prodigia et fulminum supplizio, e questo affrontato con grande dignità,
monitus et futurorum praesagia, laeta tristia, ambigua all'altezza delle più celebrate morti del passato. E oltre
manifesta; nec enim umquam atrocioribus populi a questa eterogenea somma di umane vicende, i prodigi
Romani cladibus magisve iustis indiciis adprobatum est del cielo e della terra, l'avvertimento dei fulmini e i
non esse curae deis securitatem nostram, esse ultionem. presagi del futuro, lieti e tristi, misteriosi ed evidenti; e
mai al popolo romano con più atroci calamità e con
segni più pertinenti venne confermato che gli dèi non
attendevano alla nostra salvezza, bensì al nostro
castigo.
Altrove, come in Annales, III, 18, tacito rivela un cupo determinismo e fatalismo, ma è il solo caso nell’intera opera
pervenutaci. Quando gli eventi insomma si fanno impervi o drammatici, Tacito è per la libera azione dell’uomo o un
cupo fatalismo:

[18] Multa ex ea sententia mitigata sunt a principe: ne [18] In molti punti la proposta venne mitigata dal
nomen Pisonis fastis eximeretur, quando M. Antonii principe: nessuna cancellazione del nome di Pisone dai
quid bellum patriae fecisset, Iulli Antonii qui domum fasti, dal momento che nella lista rimanevano quello di
Augusti violasset, manerent. et M. Pisonem ignominiae Marco Antonio, che aveva mosso guerra alla patria, e
exemit concessitque ei paterna bona, satis firmus, ut quello di Iullo Antonio, che aveva profanato la casa di
saepe memoravi, adversum pecuniam et tum pudore Augusto; e sottrasse dall'infamia Marco Pisone e gli
absolutae Plancinae placabilior. atque idem, cum concesse i beni paterni, mostrandosi saldo, come
Valerius Messalinus signum aureum in aede Martis spesso ho ricordato, di fronte alle tentazioni del denaro
Vltoris, Caecina Severus aram ultioni statuendam e, in quella circostanza, più disposto alla clemenza per
censuissent, prohibuit, ob externas ea victorias sacrari la vergogna dell'assoluzione accordata a Plancina. Alla
dictitans, domestica mala tristitia operienda. addiderat proposta avanzata da Valerio Messalino di innalzare
Messalinus Tiberio et Augustae et Antoniae et una statua d'oro nel tempio di Marte Ultore o a quella
Agrippinae Drusoque ob vindictam Germanici gratis di Cecina Severo per la fondazione di un'ara alla
agendas omiseratque Claudii mentionem. et Vendetta, oppose un rifiuto, obiettando che erano gesti
Messalinum quidem L. Asprenas senatu coram rituali per le vittorie esterne, mentre le sventure
ercontatus est an prudens praeterisset; ac tum demum domestiche vanno chiuse sotto un velo di tristezza.
nomen Claudii adscriptum est. mihi quanto plura Messalino aveva anche aggiunto un pubblico
recentium seu veterum revolvo tanto magis ludibria ringraziamento a Tiberio, Augusta, Antonia, Agrippina
rerum mortalium cunctis in negotiis obversantur. e Druso, per aver vendicato Germanico, senza far
quippe fama spe veneratione potius omnes menzione di Claudio. Lucio Asprenate, in pieno senato,
destinabantur imperio quam quem futurum principem domandò a Messalino se l'avesse tralasciato
fortuna in occulto tenebat. intenzionalmente; solo a questo punto venne incluso il
nome di Claudio. Per parte mia, quanto più ripenso a
vicende recenti o passate, tanto più ho la conferma del
capriccio che si dispiega in tutte le vicende umane.
Perché per fama, speranza e stima tutti potevano essere
indicati come la persona designata all'impero, piuttosto
che quello tenuto segretamente in serbo dalla fortuna
quale futuro imperatore.

Tacito vuole dimostrare come nella Roma imperiale tutti gli starti sociali siano in realtà corrotti. La corruzione
albergava nella corte: ci si doveva guardare anche dai familiari più prossimi. Contro la corruzione, tacito si scaglia
particolarmente nell’Agricola e nella Germania. Nel De vita et moribus Iulii Agricolae Tacito celebra il suocero
incorruttibile, ma costretto ad agire in tempi di forte corruzione. Lui è un vero aristocratico, un migliore che si ritrova ad
agire in tempi improbi, impietosi, sotto la tirannia di Domiziano, con cui però ha un rapporto esemplare, rimanendo un
suo funzionario, pur non scadendo mai nella bieca lode o nel disdicevole dissenso. Verso il princeps Agricola nutre
rispetto prima di tutto, sa che deve agire per lo Stato seguendo degli ordini precisi, non scadendo mai però nel vile
servilismo.

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