Tacito
Tacito
STRUTTURA LIBRI ANNALES E HISTARIAE L’opera di Tacito raggiunge le sue vette con gli Annales o Libri ab
excessu divi Augusti e le Historiae. Queste due opere, le quali costituiscono la grande opera storiografica tacitea, fanno
emergere a tinte cupe e fosche certi tratti dei regimi assoluti e del principato, mentre le due precedenti opere mostravano
la sola corruzione dei costumi. Difficile stabilire l’esatto numero di libri di ambo le opere, dal momento che ci sono
giunte in un corpus unitario di trenta libri. Si è calcolato che le Historiae dovrebbero essere di dodici o quattordici
volumi, mentre gli Annales di sedici o diciotto; l’oscillazione è dovuta al fatto che l’opera è giunta come unitaria. Gli
Annales, che, a quanto si deduce dallo stile, devono essere posteriori alle Historiae, trattano un periodo antecedente,
cioè dalla morte di Augusto a quella di Nerone, mentre le Historiae, per composizione anteriori a quella degli Annales,
trattano il periodo che va dal 69, l’anno dei quattro imperatori, al principato di Domiziano. Le Historiae mostrano la
degenerazione del potere più estrema: gli imperatori si facevano venerare come dei orientali, Domiziano in particolare è
un uomo esoso, insopportabile, che con le sue continue confische non fa altro che irrigidire il potere in opposizione al
risanamento finanziario del padre e del fratello.
SIMPATIE REPUBBLICANE DI LIVIO E TACITO, I NOSTALGICI Tacito è convinto che il benessere si trovasse
nelle antiche istituzioni repubblicane, è nei fatti un nostalgico, un po’ come lo stesso Livio, che molto dubitava del
potere imperiale di Augusto. Sia Tacito sia Livio erano appassionati della repubblica e dei suoi valori. Ma allora come è
possibile che Livio si trovasse nelle grazie di Augusto? Per dirla tutta, fu lo stesso Augusto a recarsi da Tito Livio,
chiedendogli di comporre un’opera che esaltasse la virtus romana dell’antico mos maiorum e comunque, lui governava
sì assolutisticamente, ma era un gran dissimulatore e lo fece come se le classi sociali repubblicane e il senato valessero
ancora qualcosa. Augusto riuscì ad incentrare nelle sue mani tutto il potere di cui si poteva disporre, andando però
incontro ai nostalgici e ai repubblicani. Fu un uomo di certo molto scaltro nella sua politica, perché fu in grado di
mascherare il suo potere e di ingraziarsi anche le frange più ribelli, inserendosi negli ambienti a sé più ostili e creando
un proprio entourage politico e culturale che gli facesse una accanita propaganda, così bonariamente Augusto scherzava
anche con Livio sulle sue simpatie repubblicane. Tacito invece è uomo molto diverso, proprio a causa del periodo
storico in cui vive, ormai lontano dal principato di Augusto: egli è ben consapevole che le istituzioni repubblicane sono
state esautorate, che le guerre civili avevano fatto cadere la repubblica, e ne è tristemente consapevole. Tacito si
dimostra un uomo nostalgico di un periodo che non aveva mai vissuto, ma di cui aveva letto e sentito parlare, dunque si
ritrova ad accettare il principato, visto come un male necessario ed indispensabile, ma a disprezzare e a rifiutare la
moralità dei governanti e dei politicanti, la degenerazione dei costumi, non condivide la successione dei principi,
l’attaccamento al potere: un princeps, anch’essendo un inetto o un uomo senza carisma, pur di governare si sarebbe
venduto l’anima. Tacito insomma denuncia e demistifica le aberrazioni implicite del governo assoluto.
IL CONUBIO DI POTERE E CULTURA: AUGUSTO E NERONE Augusto in fin dei conti, pur governando
assolutisticamente, dà l’impressione al senato di avere una certa importanza e di essere stato riportato ai suoi antichi
splendori, come se il princeps e il senato collaborassero, anche se è risaputo che Augusto avesse collaboratori e
consiglieri ben più stretti. Augusto allora avvicina alla sua persona e figura istituzionale vari intellettuali e personaggi
che lo fiancheggiassero e che dessero un certo fregio, culturale e letterario, al potere: esempio risaputo sono Gaio
Mecenate e il suo cenacolo. Il sodalizio tra gli intellettuali e il potere nasce e viene istituzionalizzato proprio a tempi di
Augusto, che seleziona accuratamente il suo entourage. Non a caso Ovidio, con varie licenze definito un grande poeta
elegiaco, a causa di uno scandalo avvenuto proprio con una nipote di Augusto, viene esiliato da Roma e relegato a
Tomis, una piccola località portuale sul mar Nero. Sotto il principato di Nerone questo rapporto stretto tra potere e
cultura viene frenato: egli costringe al suicidio proprio Seneca, per quanto non ci fossero prove che confermassero il suo
coinvolgimento nella congiura neorepubblicana dei Pisoni, e tra gli altri anche Petronio e Lucano. Con Nerone si
verifica una frattura, platealmente dichiarata con la massima evidenza, tra cultura e potere, e ugualmente accade tra
Tacito e Domiziano.
NUOVE CLASSI SOCIALI Il 69 è l’anno dei quattro imperatori, si susseguono cioè al trono ben quattro personalità
politiche nello stesso anno, alla fine del quale, vincendo gli scontri, rimarrà Vespasiano. Ognuno dei quattro ha un
proprio manipolo di persone che lo sostengono e che lo difendono: Galba, sostenuto da alcune sue truppe ausiliarie e dal
senato che lo elegge, poi Otone, definito di una corruzione inarrivabile per qualsiasi anima, sostenuto da altre legioni
militari e dai pretoriani, Vitellio, eletto dalle truppe di istanza in Germania, e infine Vespasiano, sostenuto dalle truppe
di Giudea. In pratica ben tre diversi eserciti eleggono tre diversi principi: si capovolgono le forze, a dimostrazione della
pazzia per il potere raggiunta, la quale porta gli uni armati contro gli altri. A Roma tutti lottano contro tutti per il potere,
fino a che, salito Vespasiano, la situazione viene domata. Nel frattempo il nuovo princeps conduce una guerra in
Giudea, che viene assoggettata, e fa distruggere il tempio di Gerusalemme, il tutto a dimostrazione del fatto che nuove
classi sociali e nuovi ceti avevano preso il controllo dello Stato, mentre il senato andava progressivamente perdendo
influenza. Il senato era stato infatti illuso da Augusto di essere stato reintegrato dei suoi poteri, ma nella realtà dei fatti
esso aveva perso anche la tribunicia potestas. Il senato insomma viene progressivamente messo a tacere, relegato a
fantoccio rispetto al passato. Questa rottura dei rapporti tra il princeps e il senato, di cui si sarebbe dovuto fidare, è
un’altra causa di forte instabilità nello Stato romano e di attrito nondimeno, anche dopo la congiura dei Pisoni, la quale
aveva seriamente minacciato il potere imperiale. Il princeps si ritrova dunque a doversi ben guardare dai senatori e così
altre categorie sociali prendono piede e sopravvento, tra cui eserciti di varia istanza e non ultimi i pretoriani. I pretoriani
costituivano formalmente il corpo di guardia del princeps, anche se proprio all’interno del corpo delle guardie
pretoriane si nascondevano le più grandi mire e ambizioni di potere: un esempio è costituito dalla azione di Tiberio
contro il prefetto del pretorio Seiano. Ma altre grandi mire si nascondevano anche nella stesa corte imperiale, se non
nella stessa famiglia dell’imperatore, basti pensare a Claudio e Agrippina. Tutti erano di base corrotti nell’animo, nel
privato, attaccati al denaro e al potere. Roma aveva in poche parole perso il proprio antico codice di valori, il mos
maiorum, la sua autentica primitività, la quale aveva fatto di Roma proprio Roma. Le congiure sono continue, quasi
all’ordine del giorno. Tacito allora, con un certo cerchiobottismo, è pronto a dire che vada pure il potere assoluto, ma
che sia gestito in virtù di coscienze incontaminate. Altra classe potente e in forte ascesa è quella dei liberti, ovvero gli
schiavi affrancati, uomini talentuosi e di cultura, incorporati tra i funzionari: Claudio ad esempio basava il suo potere
sul protagonismo di certi suoi liberti, colti ed istruiti. Anche il ceto equestre vive con l’impero un certo momento di
gloria: ad esso apparteneva lo stesso Tacito, anche Augusto, che simpatizzava per loro e se li affranca nel governo
dell’impero. I principi dunque fanno loro alleati e collaboratori questi nuovi ceti emergenti, per quanto vi fossero
all’interno numerose invidie e mire, per coprirsi contro l’atavico senato. Cause della caduta dell’occidente furono anche
le continue inimicizie e le continue schermaglie tra gli imperatori e il senato.
LO STILE Per quanto riguarda lo stile, Tacito vuole essere aspro, concitato, cupo, riflettendo formalmente le negatività,
gli scompensi e le aberrazioni dell’impero. Necessitando una forma adatta al suo contenuto, tacito si avvale della
cosiddetta inconcinnitas. Se la concinnitas si avvale, rifacendosi allo stile fluido e perfettamente classico di Cicerone, di
periodi lineari, di una scrittura completa senza ambiguità, di un periodare luminoso, chiaro, proporzionato, simmetrico e
antitetico, la inconcinnitas al contrario si avvale di frasi spezzate, di un periodare non fluido, ma rotto, del carattere
impervio e scosceso del discorso. I periodo viene progressivamente frantumato con frequenti ellissi, figura molto cara a
Tacito, fino ad arrivare alla ambiguità del significato. Si intacca la solare e limpida fluidità classica con grandi iperbati,
notevoli variationes e improvvisi cambiamenti di costrutto per dire anche la stessa cosa. Tutte queste disarmonie verbali
ed espressive, le quali costruiscono uno stile ed un periodare nervoso e nevrotico, servono a sottolineare la realtà etica e
storica del periodo narrato. Opera che si distingue tra tutte quelle sopracitate proprio per lo stile è il Dialogus de
oratoribus che, proprio per certe discrepanze stilistiche con le altre opere, è di dubbia paternità tacitea.
CONCEZIONE DELLA STORIA E RELIGIONE Tacito della storia pensava fosse tutta originata e dovuta all’operato
umano. Controverso è il rapporto tra questo operato e il divino: come la volontà divina interviene nella realtà umana?
Contrastandola o bilanciandola. Nei momenti di disperazione, quando non sa più dove andare a parare a causa degli
incredibili eventi, Tacito pare ammettere la esistenza del divino nella storia, per quanto non stia agli dei la nostra
incolumità e la sicurezza dello Stato, perché gli dei sono di base dei vendicatori e dei punitori, come si afferma in
Historiae, I, 3:
[3] Non tamen adeo virtutum sterile saeculum ut non et [3] Sterile di virtù quest'età, eppure non fino al segno
bona exempla prodiderit. comitatae profugos liberos da non portare alla luce anche scelte di nobile
matres, secutae maritos in exilia coniuges: propinqui ardimento: madri al seguito di figli profughi, spose
audentes, constantes generi, contumax etiam adversus vicine ai mariti nel confino, congiunti capaci di
tormenta servorum fides; supremae clarorum virorum coraggio, generi non disposti a piegarsi, schiavi
necessitates fortiter toleratae et laudatis antiquorum arroccati nella loro fedeltà anche di fronte alla tortura,
mortibus pares exitus. praeter multiplicis rerum uomini di primo piano costretti a subire l'estremo
humanarum casus caelo terraque prodigia et fulminum supplizio, e questo affrontato con grande dignità,
monitus et futurorum praesagia, laeta tristia, ambigua all'altezza delle più celebrate morti del passato. E oltre
manifesta; nec enim umquam atrocioribus populi a questa eterogenea somma di umane vicende, i prodigi
Romani cladibus magisve iustis indiciis adprobatum est del cielo e della terra, l'avvertimento dei fulmini e i
non esse curae deis securitatem nostram, esse ultionem. presagi del futuro, lieti e tristi, misteriosi ed evidenti; e
mai al popolo romano con più atroci calamità e con
segni più pertinenti venne confermato che gli dèi non
attendevano alla nostra salvezza, bensì al nostro
castigo.
Altrove, come in Annales, III, 18, tacito rivela un cupo determinismo e fatalismo, ma è il solo caso nell’intera opera
pervenutaci. Quando gli eventi insomma si fanno impervi o drammatici, Tacito è per la libera azione dell’uomo o un
cupo fatalismo:
[18] Multa ex ea sententia mitigata sunt a principe: ne [18] In molti punti la proposta venne mitigata dal
nomen Pisonis fastis eximeretur, quando M. Antonii principe: nessuna cancellazione del nome di Pisone dai
quid bellum patriae fecisset, Iulli Antonii qui domum fasti, dal momento che nella lista rimanevano quello di
Augusti violasset, manerent. et M. Pisonem ignominiae Marco Antonio, che aveva mosso guerra alla patria, e
exemit concessitque ei paterna bona, satis firmus, ut quello di Iullo Antonio, che aveva profanato la casa di
saepe memoravi, adversum pecuniam et tum pudore Augusto; e sottrasse dall'infamia Marco Pisone e gli
absolutae Plancinae placabilior. atque idem, cum concesse i beni paterni, mostrandosi saldo, come
Valerius Messalinus signum aureum in aede Martis spesso ho ricordato, di fronte alle tentazioni del denaro
Vltoris, Caecina Severus aram ultioni statuendam e, in quella circostanza, più disposto alla clemenza per
censuissent, prohibuit, ob externas ea victorias sacrari la vergogna dell'assoluzione accordata a Plancina. Alla
dictitans, domestica mala tristitia operienda. addiderat proposta avanzata da Valerio Messalino di innalzare
Messalinus Tiberio et Augustae et Antoniae et una statua d'oro nel tempio di Marte Ultore o a quella
Agrippinae Drusoque ob vindictam Germanici gratis di Cecina Severo per la fondazione di un'ara alla
agendas omiseratque Claudii mentionem. et Vendetta, oppose un rifiuto, obiettando che erano gesti
Messalinum quidem L. Asprenas senatu coram rituali per le vittorie esterne, mentre le sventure
ercontatus est an prudens praeterisset; ac tum demum domestiche vanno chiuse sotto un velo di tristezza.
nomen Claudii adscriptum est. mihi quanto plura Messalino aveva anche aggiunto un pubblico
recentium seu veterum revolvo tanto magis ludibria ringraziamento a Tiberio, Augusta, Antonia, Agrippina
rerum mortalium cunctis in negotiis obversantur. e Druso, per aver vendicato Germanico, senza far
quippe fama spe veneratione potius omnes menzione di Claudio. Lucio Asprenate, in pieno senato,
destinabantur imperio quam quem futurum principem domandò a Messalino se l'avesse tralasciato
fortuna in occulto tenebat. intenzionalmente; solo a questo punto venne incluso il
nome di Claudio. Per parte mia, quanto più ripenso a
vicende recenti o passate, tanto più ho la conferma del
capriccio che si dispiega in tutte le vicende umane.
Perché per fama, speranza e stima tutti potevano essere
indicati come la persona designata all'impero, piuttosto
che quello tenuto segretamente in serbo dalla fortuna
quale futuro imperatore.
Tacito vuole dimostrare come nella Roma imperiale tutti gli starti sociali siano in realtà corrotti. La corruzione
albergava nella corte: ci si doveva guardare anche dai familiari più prossimi. Contro la corruzione, tacito si scaglia
particolarmente nell’Agricola e nella Germania. Nel De vita et moribus Iulii Agricolae Tacito celebra il suocero
incorruttibile, ma costretto ad agire in tempi di forte corruzione. Lui è un vero aristocratico, un migliore che si ritrova ad
agire in tempi improbi, impietosi, sotto la tirannia di Domiziano, con cui però ha un rapporto esemplare, rimanendo un
suo funzionario, pur non scadendo mai nella bieca lode o nel disdicevole dissenso. Verso il princeps Agricola nutre
rispetto prima di tutto, sa che deve agire per lo Stato seguendo degli ordini precisi, non scadendo mai però nel vile
servilismo.