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LEOPARDI

La produzione di Leopardi si colloca entro la prima metà dell'Ottocento, in pieno


romanticismo. Le sue scelte poetiche, e la sua visione filosofica, però non sono per
nulla allineate ai caratteri tipici del romanticismo italiano, infatti, Leopardi non è
inscrivibile nel neoclassicismo, è un outsider, rifiuta il proprio tempo, e da esso è
rifiutato. Può essere collocato alle soglie della modernità.
Leopardi ebbe una straordinaria propensione all’autoanalisi come dimostrano i
numerosissimi passi delle lettere o dello Zibaldone.
Il primo personaggio ad accorgersi della straordinaria genialità di Leopardi fu il
letterato Pietro Giordani.
La vita
Giacomo Leopardi, primogenito del conte Monaldo e della marchesa Adelaide
Antici, nasce il 29 giugno 1798 a Recanati, che alla fine del Settecento faceva parte
dello Stato della Chiesa, era un grosso paese nel quale sopravvivevano pregiudizi e
usanze feudali. Nelle lettere Leopardi traccia un ritratto negativo del proprio paese,
ma d’altra parte è dal paesaggio di Recanati che egli trarrà i nuclei fondamentali del
suo immaginario poetico.
Il padre di Giacomo, conte Monaldo, è un rappresentante della nobiltà di provincia,
religiosissimo, Monaldo cerca di costruire un modello esemplare di rettitudine e
ordine.
Se la gestione culturale e educativa dei figli era nelle mani di Monaldo, la gestione
economica era affidata ad Adelaide, la marchesa Antici era diversa dal conte
Monaldo, mentre egli era premuroso e affettuoso nel rapporto con i figli, Adelaide
era ruvida e fredda. La accomunava però al marito la forte religiosità.
Di Adelaide Leopardi fornisce un terribile ritratto in una pagina dello Zibaldone.
Appoggiato dalla moglie, Monaldo cerca di impedire pericolosi contatti dei figli con il
mondo esterno, con la scusa di proteggerli.
I ragazzi Leopardi sono educati in casa come in un prestigioso collegio gesuitico: ogni
anno, devono sostenere veri e propri esami. La casa di Recanati assume agli occhi
dei ragazzi Leopardi il volto di una prigione. Fu questo il clima in cui Leopardi visse
l'infanzia e l'adolescenza, confortato solo dalla presenza del fratello Carlo e della
sorella Paolina.
Tra i fratelli Giacomo emerge per le straordinarie doti di memoria e intelligenza, fa
di tutto per corrispondere alle aspettative paterne: a soli 14 anni attacca le nuove

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idee filosofiche del libertinismo, a 17 anni scrive un'orazione politica a difesa del
dispotismo illuminato.
L'universo di Giacomo è la biblioteca di casa Leopardi, suo patrimonio di 20.000
volumi. Nella biblioteca, Giacomo consuma la sua giovinezza, studiando e lavorando
su un tavolo posto proprio davanti a quello di Monaldo. Dalla biblioteca impara da
solo il greco, l'ebraico, l'inglese e lo spagnolo, l'eccesso di studio gli provocò gravi
danni: una cifosi deformerà per sempre il suo aspetto.
Dall’erudizione al Bello
Intorno al 1816 inizia una svolta che porterà Giacomo a contrapporsi agli orizzonti
culturali del padre, in questo momento avviene la scoperta della propria vocazione
poetica, a determinare questo mutamento interiore, contribuiscono nuove
esperienze di vita e culturali.
Leopardi legge opere della contemporaneità (la Vita di Alfieri, il Werther e l’Ortis)
inspirandogli un desiderio di gloria e patriottismo.
La scoperta dell’amore - Il giovane Leopardi si innamora della cugina Gertrude Cassi,
in visita per soli due giorni a Recanati. Il diciannovenne Giacomo prova per la prima
volta l’emozione dell’amore, anche se solamente immaginario, questa pulsione
attiva in lui il desiderio di far poesia.
In questo contesto avviene l'improvvisa scoperta della bellezza nei testi classici (in
particolare Omero).
L’amicizia con Giordani - Nel 1817 inizia l'amicizia con Pietro Giordani, l’allora
letterato classicista, che agli occhi di Leopardi è un maestro di stile. Il letterato,
assumendo il volto di un nuovo “padre” contribuirà a stimolare l'autostima di
Giacomo e il desiderio di emanciparsi dalla schioccante influenza paterna.
La nascita di uno sguardo introspettivo - In questo periodo Leopardi inizia due
esperienze di scrittura importanti: da un lato il fitto scambio epistolare con Giordani,
dall’altro la stesura dello “Zibaldone”.
Dal Bello al “Vero” - Nel 1819 Giacomo progetta una vera e propria fuga da
Recanati, consapevole che il padre non gli avrebbe mai consentito di lasciare il
paese, il progetto viene però scoperto da Monaldo e Giacomo deve rinunciarvi.
La conversione filosofica - Il grave disagio interiore si manifesta sul piano fisico, si
presentano disturbi agli occhi, una costante infiammazione e lacrimazione gli
impedisce di scrivere e soprattutto di leggere, procurandogli un senso profondo di
disperazione. La «drammatica condizione psico-fisica porta Leopardi a prendere
2
coscienza della propria infelicità, a scoprire “il vero”, a diventare filosofo. Leopardi
delinea in questo periodo i nuclei importanti della sua filosofia, come la “teoria del
piacere” e i fondamenti della sua poetica del “vago e dell’indefinito.
Nel 1822 Monaldo gli concede il permesso di uscire da Recanati per soggiornare per
qualche tempo a Roma dallo zio Carlo Antici, la città eterna, con i suoi palazzi
immensi, le sue grandi strade, gli crea un senso di spaesamento e solitudine.
La società romana gli appare dominata dal clientelismo e dalla corruzione, gli
ambienti culturali gli sembrano ancora più attardati di quelli di Recanati.
Torna a Recanati nel 1823, deluso, con la triste consapevolezza della sua inabilità a
vivere, chiuso nella solitudine tronca con il padre ogni dialogo. Nel 1824, dialogo con
se stesso, nascono 20 Operette morali testimonianza di una «filosofia del
disinganno».
Dal 1825 al 1828 per Leopardi sono anni di continui spostamenti, con qualche breve
ritorno a Recanati, alla ricerca di sistemazione che gli consentisse di vivere fuori
dalla casa paterna.
Nel 1825 si reca a Milano per avviare una collaborazione con l’editore Stella. A
Milano Leopardi si ferma pochissimo perché la città gli appare rumorosa e
indifferente, preferisce il clima di Bologna dove si sente stimato.
Nel 1827 va a Firenze, dove cerca di collaborare ad una rivista.
Nel 1828 va a Pisa dove il clima dolce avrebbe potuto alleviare i suoi mali fisici. In
modo del tutto inaspettato avverte una sorta di “disgelo del cuore”: si apre con “il
Risorgimento” e con “A Silvia” una grande stagione poetica. Le necessità
economiche lo costringono a tornare a Recanati dove passa 16 mesi di notti orribili
tra mali fisici e malinconia. Nonostante ciò compone i suoi più grandi testi poetici
prima di lasciare definitivamente Recanati.
Si sposta a Firenze dove si isola contrapponendosi ad una cultura disinteressata al
bello poetico, da qui una serie di scritti satirici che suscitano l’irritazione del gruppo
fiorentino. A Firenze conosce un letterato napoletano Antonio Ranieri a cui si lega in
un’amicizia tanto intima da scegliere di vivere con lui, nel 1833 si stabiliscono
insieme a Napoli ma le sue condizioni di salute sono sempre più precarie.
Leopardi si spegne il 14 giugno 1837 assistito da Ranieri e dalla sorella, un anno
prima aveva composta La ginestra.

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La Poetica
La dicotomia natura/ragione, bello/vero – tra il 1817 e il 1822 Leopardi definisce
alcuni nuclei importanti del suo pensiero e della sua poetica. La riflessione di
Leopardi si articola in una serie di concetti antitetici: natura/ragione; natura/civiltà;
bello/vero.
Leopardi scopre la negatività della ragione, se la natura è il regno del bello ed è
generosa dispensatrice dell’uomo di illusioni, la ragione, introducendo sempre di più
il vero, cioè la conoscenza razionale e scientifica, distrugge il bello e le illusioni.
La contrapposizione antichi/moderni - Per Leopardi l'autentica poesia non ha a che
fare con l’età contemporanea, ma è propria del mondo antico. Leopardi idealizza il
mondo classico come età di armonia uomo-natura, età di felici illusioni in cui la
poesia è grandissima proprio per il potere dell’immaginazione.
La civilizzazione è per Leopardi negativa perché distrugge le illusioni,
l’immaginazione e allontana dalla natura. Il mondo antico viene assimilato alla
condizione infantile: quando ancora vedevamo il mondo con occhi ingenui e stupiti,
quando eravamo capaci di immaginare. Il Discorso di un italiano sulla poesia
romantica steso nel 1818 e concepito come risposta alle Osservazioni sulla poesia
romantica di Ludovico-di-Breme, dimostra una vasta conoscenza della letteratura
moderna.
Il Discorso non interessa tanto come documento della polemica classico-romantica
quanto perché contiene le prime importanti formulazioni leopardiane in fatto di
poetica. Per il Leopardi di questo periodo la poesia è espressione dell’
immaginazione e della fantasia e il fine della poesia è “illudere” e “dilettare”.
Leopardi mostra anche insofferenza verso l’esasperazione del patetico, l'eccessivo
psicologismo, Leopardi, rifiuta le regole e l'uso stesso della mitologia.
Il tema della diversità antichi/moderni e la contrapposizione natura/ragione, già
presenti nel Discorso, si radicalizzano dopo la cosiddetta crisi del ‘19. È l’anno in cui
Leopardi vive la fine delle illusioni che cedono il passo al “vero”. L’immaginazione
poetica si spegne: da “poeta” Leopardi, secondo la sua stessa definizione, diventa
“filosofo”.
Il “pessimismo storico” - La meditazione leopardiana si polarizza sul tema della
felicità/infelicità come è accaduto nella sua esperienza personale, così-la-
conoscenza del “vero” propria della modernità ci allontana dalla felice condizione
degli antichi e porta alla noia, alla morte della poesia. Nella fase che dalla critica del
primo Novecento è stata definita “pessimismo storico” l'infelicità appare a Leopardi
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un esito negativo del progresso. Vero e proprio “manifesto” del pessimismo storico
è la canzone Ad Angelo Mai.
La teoria del piacere e la poetica del “vago” e dell’“indefinito”
Leopardi riflette su un tema settecentesco; sulla felicità che per l'illuminismo era un
diritto dell'individuo, Leopardi lo ricolloca al “male del desiderio”romantico. Per
Leopardi il: piacere ha sempre una connotazione legata alla dimensione terrena ed è
quindi ben lontano da una visione idealistica e spiritualistica come quella romantica.
Secondo Leopardi nell’uomo è insito per natura il desiderio di un piacere infinito,
di una felicità assoluta. Il piacere vero nella realtà non esiste e si riduce ad essere
semplicemente momentanea mancanza di infelicità, oppure attesa, speranza di una
felicità che poi vanifica: una concezione che verrà esplicitata nel 1828-30 con Il
sabato del villaggio e La quiete dopo la tempesta.
La vera costante condizione dell’uomo è l’infelicità; Poiché il piacere non può
realizzarsi nella realtà, diventa finzione, fantasticheria, evocazione di sensazioni
indefinite.
La poesia sentimentale come poesia della “modernità” - Nel 1819 Leopardi ha
“preso ormai coscienza della negatività del presente e dell’impossibilità di un
“ritorno alla natura” per l’uomo moderno ritiene che la poesia sentimentale è
esclusivamente propria di questo secolo.
La poetica del “vago” e dell’“indefinito” – Nello stesso periodo però Leopardi scrive
gli idilli, una serie di liriche in cui la dimensione sentimentale, la riflessione sul sé e
sul mondo; convive di poesia pura. Di fatto la poesia in Leopardi ha a che fare con la
rimembranza, cioè con il riaffiorare inaspettato di immagini e percezioni infantili è
l’età in cui è ancora viva la speranza attiva, “l’illusione”.
Lo Zibaldone- un’autobiografia intellettuale - quando ha solo 19 anni, Leopardi
inizia a stendere su pagine di quaderno degli appunti che arriveranno a (4526
pagine). Proprio per la varietà degli argomenti trattati (si va dallo spunto
autobiografico, alla riflessione filosofica, etica, antropologica, estetica), l’autore
intitolò la raccolta Zibaldone di pensieri (nel 700 lo zibaldone era uno scartafaccio di
appunti).
Si va dalla brevissima annotazione al vero e proprio microsaggio. L'obiettivo di
Leopardi non era di allestire un materiale da pubblicare ma piuttosto quello di
costruire un tracciato, ad uso esclusivamente personale, della propria storia
intellettuale. Nel 1827, in seguito a un suggerimento dell'editore milanese Stella,
Leopardi iniziò a organizzare gli appunti a nuclei tematici che consentissero di farne
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una sorta di dizionario per “voci”. Il progetto però si arenò e il manoscritto dello
Zibaldone rimase, per molti anni nelle mani dell'amico Ranieri. Riscattato dallo Stato
italiano, il mano- scritto si trova ora alla Biblioteca Nazio- nale di Napoli. Il testo fu
pubblicato a partire dal 1898-1900 a cura di Giosue Carducci.
La critica moderna riconosce ormai nello Zibaldone un'opera importantissima,
soprattutto sul piano filosofico e antropologico. Il tema dell'infinito e del piacere, poi
ampiamente dibattuto nelle pagine dello Zibaldone.
La natura sensibile e materiale del piacere infinito – Zibaldone
In questo brano Leopardi introduce la sua idea di piacere infinito non è un astratto
concetto metafisico, né spirituale. Leopardi sottolinea che il piacere di cui parla
riguarda sempre la realtà materiale e la percezione dei sensi. Si tratta di una
precisazione che riconduce la teoria leopardiana del piacere a radici sensistiche
settecentesche, distaccandola dall’idealismo e dallo spiritualismo romantici.
3 Il primo tempo della poesia leopardiana:le canzoni e gli idilli - La poesia
leopardiana, nasce tra il 1818 e il 1823, orientandosi in due direzioni parallele da un
lato le dieci canzoni, dall'altro gli idilli, inaugurati dal celebre L'infinito.
Rinnovare la tradizione: le canzoni (1818-1823) - Delle due direzioni la prima
sembra meno innovativa, con il genere metrico più illustre. Nella canzone Leopardi
rivendica, l'originalità tematica e stilistica delle sue canzoni rispetto alla tradizione,
sia classica, petrarchesca o arcadica (da qui il termine stravaganze).
Il tema civile-patriottico e il confronto passato-presente - Le prime cinque canzoni
(All'Italia, Sopra il monumento di Dante, Ad Angelo Mai, Nelle nozze della sorella
Paolina, A un vincitore di pallone) sono scritte sotto l'influenza di Pietro Giordani,
corrispondono all'idea di una poesia di valore civile, ispirata da modelli classici, che
era propria del Giordani.
Comune alle prime cinque canzoni è la condanna, dell'Italia contemporanea,
decaduta culturalmente, a cui è contrapposto un passato ricco di bellezza, valori,
ideali.
La più significativa tra le canzoni è Ad Angelo Mai, dove il tema della decadenza
civile dell'Italia si amplia, il poeta si interroga sul passaggio dallo stato antico al
moderno e vede il progresso come perdita di illusioni, all'avanzare della razionale
che tutto inaridisce, la canzone costituisce un documento del cosiddetto
"pessimismo storico".

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Due allegorie dell'infelicità- Le canzoni scritte alla fine del 1821 (Bruto minore) e
Ultimo canto di Saffo (maggio 1822), hanno contenuti di una poesia moderna. In
queste due canzoni scompare il tema patriottico-civile per lasciare il posto alla
riflessione esistenziale, affidata al monologo dei due protagonisti. Leopardi rinuncia
qui a comparire in prima persona sulla scena per celarsi invece dietro due
controfigure appartenenti al mondo classico: Bruto, l'uccisore di Giulio Cesare, e la
poetessa greca Saffo. Entrambi i personaggi muoiono suicidi.
Sul tema del suicidio Leopardi stava meditando proprio in quel periodo.
Bruto minore■ La canzone ha per protagonista il cesaricida Bruto che, prima di
uccidersi, lamenta la caduta di Roma repubblicana, e accusa di ciò il fato indegno e
gli dèi, indifferenti alla sorte dell'uomo.
Ultimo canto di Saffo nel lamento accorato della poetessa greca si ravvisa la voce
stessa di Leopardi, accomunato alla poetessa da un aspetto fisico poco gradevole.
Saffo si lamenta non tanto per un amore infelice, quanto per l'ingiusta esclusione, a
causa della bruttezza del suo corpo, dalla bellezza della natura.
Le domande disperate di Saffo sul perché della propria sorte infelice rimangono
senza risposta. Nella canzone il tema dell'infelicità inizialmente è connotato come
destino individuale, legato all'aspetto di Saffo.
Le altre canzoni Leopardi scrive altre due canzoni "filosofiche" di minore rilevanza
poetica: Alla Primavera e l'Inno ai Patriarchi.
Alla Primavera prende spunto dall'arrivo della bella stagione, in cui la natura sembra
rigenerarsi e anche la malinconia di cui era preda il poeta tende ad attenuarsi.
L'Inno ai Patriarchi è l'unico di una serie progettata di inni sacri poi interrotta. La
religione è presentata essenzialmente come repertorio di miti poetici affascinanti.
L'ultima delle canzoni, è Alla sua donna (1823), dedicata a un'ideale figura
femminile, pura immagine mentale. Dopo questa canzone, la poesia di Leopardi tace
a lungo: è il tempo delle Operette morali.
Gli idilli (1819-1821) - Con il termine idilli Leopardi definisce un gruppetto di liriche
in
endecasillabi sciolti scritte tra tra il il 1819 e il e il 1821, il I nucleo più significativo
degli idilli è costituito da cinque testi: L'infinito, Alla luna, La sera del dì di festa, Il
sogno, La vita solitaria.

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Il termine rimanda alla poesia greca di età ellenistica, (in greco il termine idillio
significa “piccolo quadro”). In quest’Idilli è però presente anche una soggettività
moderna, Il paesaggio naturale, pur presente, costituisce solo lo spunto per una
meditazione esistenziale e filosofica.
Per dar voce a queste “avventure dell’interiorità” Leopardi abbandona la forma
rigidamente strutturata della canzone per l’endecasillabo sciolto che, anche
attraverso scelte ritmiche molto sapienti e un uso assai meditato dell’enjambement.
Negli idilli è presente un linguaggio più piano, evocativo dell’indeterminatezza,
mente nelle canzoni la poesia è testimonianza ‘negativa’, negli idilli viene recuperata
come fantasticheria una condizione poetica quale isola nel deserto.
Idilli-L’infinito – Composto nel 1819, nei mesi appena successivi al fallito tentativo di
fuga da Recanati. L’infinito è uno dei testi più celebri è di centrale per comprendere
la poetica leopardina, che ha il suo fondamento sulla suggestione esercitata dal
“vago” e dall’”infinito”.
Le Operette morali - La genesi, il titolo, la scelta della prosa – L’opera che Leopardi
fra tutte prediligeva composte nel 1824, sono prose filosofico-morali (per lo più
dialoghi). Il titolo scelto dallo scrittore, morali, con probabile riferimento agli scritti
di Plutarco allude a contenuti che hanno a che fare con l’ambito filosofico dell’etica
e della morale, mentre la forma operette sembra riferirsi al modo ironico e leggero,
con cui temi così importanti sono trattati nell’opera.
Il Pessimismo cosmico -La radicalizzazione del pessimismo: Nelle Operette morali è
presente una radicalizzazione del pessimismo di Leopardi, in lui non solo si era ormai
spenta la speranza di una felicità personale, ma, soprattutto, era tramontata l’idea
che l’uomo possa in qualche modo raggiungere la felicità. L’infelicità non appare più
una conseguenza del divenire storico che ha portato l’uomo ad allontanarsi dalla
natura, bensì una condizione ontologica, cioè immutabile nello spazio e nel tempo.
Prevalere ora l’idea che la natura sia la prima responsabile dell’infelicità umana,
perché ha dato all'uomo il desiderio infinito del piacere, condannandolo a non
raggiungerlo mai, e anzi perseguitandolo con le sofferenze, le malattie, e la
vecchiaia.
L’adesione a una visione materialistico-meccanicistica - Soprattutto, Leopardi
iscrive ora l’idea di natura all’interno della concezione materialistico-meccanicistica
propria dei più radicali pensatori illuministi, l'universo si autoconserva attraverso un
ciclo continuo, soggetto a leggi necessarie e immutabili. All’interno di questo

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processo l’uomo è solo un ingranaggio, la sua conservazione o distruzione rientra
nel “progetto” della natura, il cui unico fine è autoperpetuarsi.
Per una filosofia del disinganno - Per Leopardi la filosofia moderna è “filosofia del
disinganno” mentre il vero modo di filosofare non è trovare il vero positivo ma
spogliarsi degli errori, sapientissimo è quello che sa vedere le cose che gli stanno
davanti agli occhi, senza prestar loro le qualità ch’esse non hanno.

I temi, i personaggi, le forme e lo stile


il “teatro del pensiero” - Nelle Operette morali la riflessione non assume quasi mai
carattere saggistico-trattatistico, bensì è affidata per lo più a vivi dialoghi tra
personaggi.
Dialoghi che, solo nel caso del celebre Dialogo tra la Natura e un Islandese,
assumono
il carattere di un vero e proprio scontro.

I Personaggi - Alcuni personaggi delle Operette sono astratte personificazioni (come


la Moda, la Morte, la Natura, l’Anima), oppure creature fantastiche (il folletto e lo
gnomo, Malambruno e Farfarello), o ancora personaggi immaginari (Filippo
Ottonieri,
l’Islandese, Tristano). Non mancano personaggi del mito (Ercole e Atlante,
Prometeo) e storicamente esistiti (Colombo, Parini, Copernico).
Alcuni di questi personaggi sono più spiccatamente proiezioni dell’autore stesso:
Filippo Ottonieri, Eleandro, l’Islandese, il passeggere, Tristano, che si collocano a
fianco di altre personificazioni di Leopardi.
I temi - Un nutrito gruppo di operette ha carattere apertamente satirico; Leopardi
utilizza il registro comico-satirico e la dimensione del ‘grottesco’ soprattutto per
attaccare la visione geocentrica e antropocentrica, il mito della perfezione della
specie umana, la “decadenza del mondo”. La maggior parte delle restanti operette si
incentra, con diverse intonazioni stilistiche e oscillazioni anche molto forti dal
comico al tragico, sui temi cardine della riflessione e della poesia leopardiana:
l’irraggiungibilità del piacere, della felicità per l’uomo, l'idea del piacere come attesa
speranzosa del futuro, la vita e la morte, la noia e gli antidoti ad essa.

Così come, a livello dei contenuti, ci troviamo di fronte a un’opera profondamente


moderna, anche se si presenta a prima vista poco attuale, allo stesso modo Leopardi
si propone di usare nelle Operette morali «l'antico e il moderno e tutte le risorse
della lingua» per realizzare uno stile e una lingua «né familiare né antica, ma
elegante in generale, nobile, maestosa, distinta affatto dal dir comune». Anche da
questa sola frase si deduce la volontà antidivulgativa di Leopardi in campo
9
linguistico. Quanto al lessico, i termini appartengono per lo più a un registro elevato,
ma a volte, nelle operette più ironiche, viene anche usato un lessico realistico
popolare, seppur filtrato dalla tradizione del ‘comico’ letterario.

Contro l’antropocentrismo: le “cosmicomiche leopardiane”


Non pochi testi delle Operette morali, collocati in particolare nella prima parte
dell’opera, sono incentrati sulla polemica contro l’orgoglio antropocentrico, che
induce l’uomo a immaginarsi centro dell’universo, creatura privilegiata e destinata a
«magnifiche sorti e progressive» (l’espressione è usata ironicamente da Leopardi
nella Ginestra).

Per sviluppare una polemica che gli sta molto a cuore e che considera
profondamente attuale nel suo tempo, Leopardi utilizza un punto di vista
sideralmente lontano e straniato (attribuito a creature non umane o mitiche) e un
registro satirico e comicamente abbassato.)
la specie umana è sminuita e ridicolizzata in vario modo. Gli uomini, così orgogliosi
della loro superiorità sulle altre specie, nelle parole dello gnomo, sono degradati alla
condizione di sconsiderati, incorreggibili, ragazzini (questi furfanti, quei monelli...).
La loro incoscienza li ha portati addirittura ad autoeliminarsi: innanzitutto attraverso
le guerre fratricide (contro la cui colpevole dissennatezza si scaglierà il poeta
nell’estremo suo messaggio: La ginestra), ma anche attraverso condotte di vita
antinaturali, dallo studio eccessivo (che Leopardi conosceva bene per la sua stessa
esperienza) agli eccessi, all’inerzia.
Eppure questa specie così fragile ha sempre pensato di essere il punto di riferimento
assoluto di tutto quanto accadeva sulla terra. Forte è il sarcasmo dello scrittore
nell'ultima parte del testo, dove l’uomo è rappresentato come “signore
dell’universo”, che egli considera al suo servizio. Pianeti, stelle infinite del cosmo per
l’uomo esistono veramente solo quando sono stati da lui scoperti e possono così
essere registrati tra le sue masserizie.
Eppure il sole, le stelle e i pianeti non si sono neppure accorti che il “signore
dell’universo”era scomparso. Lo scrittore realizza dunque il suo obiettivo (la critica
dell’antropocentrismo) attraverso la tecnica del ‘rovesciamento’ propria della
letteratura ‘carnevalesca’ che investe anche singole figurazioni del testo, come
quella della Fortuna, caricaturalmente presentata nell’atto prosaico di levarsi la
benda, mettersi gli occhiali e starsene tranquilla a sedere.
Il Dialogo di un folletto e di uno gnomo appartiene a un nucleo di operette
caratterizzate dall’intento satirico e dello sfondo cosmico, su cui si muovono
personaggi fantastici o mitologici. Un tipo di rappresentazione che ritornerà nelle
Cosmicomiche di Italo Calvino, certamente debitrici del modello leopardiano.
Ricordiamo anche gli altri testi iscrivibili nel filone “cosmicomico”: il dialogo di Ercole
e Atlante, il dialogo della Terra e della Luna e la scommessa di Prometeo.
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I Dialoghi “cosmicomici”
Dialogo di Ercole e Atlante
Protagonisti sono due eroi del mito classico, del tutto diseroicizzati e umanizzati (a
cominciare dal diminutivo Ercolino con cui Atlante si rivolge all’inizio dell’operetta
all’eroe). Ercole si offre di portare un po’ sulle spalle la Terra al posto di Atlante, ma
ormai la terra non pesa più, è ridotta a una pallottola, a una sferuzza nella quale tace
ogni ‘segno di vita e con la quale i due si mettono a giocare a palla come due
bambini.

Dialogo della Terra e della Luna


Attraverso la conversazione familiare tra la Terra e il suo satellite, viene attaccata la
presunzione geocentrica (il nostro pianeta è una parte insignificante dell’intero
universo) e antropocentrica: all'umanità viene sottratto persino il monopolio
dell'infelicità, dato che la Luna e la Terra alla fine si trovano d’accordo sul fatto che
«il male è cosa comune a tutti i pianeti dell’universo».

La scommessa di Prometeo
In un Olimpo parodizzato Prometeo (qui presentato come l'eroe che aveva plasmato
l’uomo con acqua e terra) si ribella al verdetto delle Muse che avevano premiato
Bacco per aver inventato il vino, Minerva per aver inventato l’olio e Vulcano'per
l’invenzione di una pentola capace di cuocere in fretta. Prometeo rivendica
l'eccellenza della sua opera (l'uomo) su ogni altra opera degli dei. Scommette con
Momo (figura della mitologia che rappresenta lo scherno e la maldicenza) che
riuscirà a dimostrare che l’uomo è la creatura più perfetta del cosmo.
Recatisi prima nel Nuovo Mondo (dove incontrano, inorriditi, una popolazione di
cannibali), poi in una zona dell'India (dove assistono a un barbaro e inumano
rituale), credono di trovare un perfetto modello di umanità almeno a Londra, cuore
della civiltà europea. Ma trovano solo disperazione, frutto del tedio. Prometeo si
dichiara sconfitto.
Il Dialogo della Natura e di un Islandese
La più celebre delle Operette Morali. In essa Leopardi immagina che un islandese,
dopo aver vagato per tutto il mondo, incontri la Natura, personificata in una donna
gigantesca e lo interroghi sul tema della felicità/infelicità e sul significato
dell’esistenza dell’uomo e dell’universo stesso. Nel Dialogo trova una sistemazione
pressochè definitiva del pensiero leopardiano nota come “pessimismo cosmico” la
natura stessa è la causa prima dell’infelicità dell’uomo, e non la benigna
consolatrice, quale compare nella teoria del piacere. Viene qui abbandonata, e
sarcasticamente confutata, anche la concezione, d’origine rousseauiana, secondo
cui la ragione e il progresso avrebbero allontanato l’uomo da una primigenia
condizione di naturalità felice.
Una rivisitazione moderna del “dialogo socratico”
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Dialogo di un venditore d'almanacchi e di un passeggere, Operette morali

Scritto nel 1832, a differenza delle altre Operette, il dialogo si fonda su una
situazione verosimile, realistica: siamo presumibilmente negli ultimi giorni dell’anno,
un venditore ambulante offre ai passanti dei calendari nuovi (gli “almanacchi”
nominati nel titolo. Da questa banale circostanza si sviluppa il dialogo, incentrato
sullo scambio di battute tra il venditore, portavoce dell’opinione corrente riguardo
alla felicità, e il passante, che gradualmente lo porta a conclusioni diverse rispetto
all’inizio.

Dai canti pisano-recanatesi all'ultimo Leopardi


Il risveglio dell'ispirazione poetica
Lo stabilizzarsi del pessimismo cosmico

Dopo la stesura delle Operette morali (1824-27) la visione filosofica di Leopardi si


assesta definitivamente su un pessimismo integrale e radicale, fondato su una
visione rigorosamente materialistico-meccanicistica che vede la natura come ciclo di
produzione/distruzione indifferente al bisogno disperato di felicità dell'uomo.
Nell'ordine universale è iscritta per natura la sofferenza e ciò non riguarda solo la
specie umana, ma ogni essere vivente (compresi i fiori, i vegetali): in un pensiero
dell'aprile del 1826 Leopardi concretizza questo concetto nella celebre immagine del
«<giardino sofferente», simbolo di un male universale a cui non c'è rimedio.

I "grandi idilli": una definizione non leopardiana


L'estensione del termine idilli anche a questa sezione dell'opera di Leopardi non si
deve al poeta, ma a De Sanctis e poi a Carducci, sulla base di alcune indubbie
analogie tra la stagione del 1819-21 e quella del 1828-30: in entrambe le fasi, le
liriche si fondano infatti sull'interazione fra elemento paesaggistico ed effusione
della soggettività. La critica e, più lentamente, la stessa manualistica scolastica, ha
ormai in genere rinunciato a usare la comoda formula "grandi idilli", per adottare
quella più neutra (e più corretta) di "canti pisano-recanatesi": i nuovi testi poetici
infatti furono composti tra il 1828 e il 1830, parte a Pisa (II risorgimento e A Silvia) e
la maggior parte a Recanati (Le ricordanze, La quiete dopo la tempesta, Il sabato del
villaggio e infine Il canto notturno di un pastore errante dell'Asia). Probabilmente tra
il 1829 e il 1830 Leopardi compone anche Il passero solitario, che, nell'edizione dei
Canti, colloca però ad aprire la sezione degli Idilli (perciò prima dell'Infinito).

La preminenza del genere lirico


Questa desolata acquisizione del "vero" sembrerebbe precludere a Leopardi la
possibilità di un ritorno alla poesia; eppure negli anni del "silenzio poetico" qualcosa
lievita, preparando la nuova, insperata, stagione del 1828-30; scoprendo, in
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spontanea consonanza con i romantici tedeschi e la grande poesia europea (VAN
l'importanza del genere lirico.
La rinascita della poesia
Dopo il periodo del "gelo del cuore", in cui stende il nucleo principale delle Operette
morali (1824 e 1827), Leopardi si trasferisce a Pisa. Nella cittadina toscana sente
improvvisamente rinascere, come scrive alla sorella Paolina, l'ispirazione poetica:
inaugurata da un testo significativamente intitolato Il risorgimento, espressamente
dedicato a illustrare il risorgere (da qui il titolo) del sentimento poetico, si apre la più
grande stagione della poesia leopardiana, quella dei cosiddetti “grandi idilli".

L'annuncio della nuova poesia: Il risorgimento


Si tratta di un testo di modesto livello tuttavia esso è molto importante per il suo
carattere in un certo senso esplicativo della svolta che Leopardi sta vivendo: da un
lato il poeta ricapitola una negativa stagione della vita (quella del «<gelo del
cuore>>) e dall'altro annuncia, con trepidante stupore, l'aprirsi di una nuova (e
insieme antica) ispirazione poetica.
Il Risorgimento è diviso in due parti quasi uguali, tra loro giustapposte sul piano del
contenuto tematico: la prima descrive l’inaridimento della dimensione affettivo-
sentimentale che il poeta ha vissuto ed è dominata appunto da espressioni che vi
alludono («cor gelato», seno «irrigidito»). La seconda parte del canto si apre con una
stupita domanda: «Chi dalla grave, immemore / quiete or mi ridesta?» Il riaffiorare
della sensibilità riporta in vita, come per miracolo, il colloquio amicale con la natura,
che non era dunque stato del tutto annullato dall’infausta verità

La bipolarità costituzionale dei nuovi canti: ragione/immaginazione


L’irrompere inaspettato dell’immaginazione non si fonda dunque, nei canti del 1828-
30, sulla rimozione delle amare verità acquisite; ma si affida alla inspiegabile
capacità dell'animo di risollevarsi, di proiettarsi in illusioni ormai appartenenti al
passato (ma di cui rivive intatto il fascino) che la ragione ha vanificato. Di fatto però
la fredda presenza della consapevolezza è ormai ineliminabile: da qui la costitutiva
bipolarità tematico-stilistica che contraddistingue i cosiddetti “grandi idilli”, il
dialogo intermittente fra immaginazione e consapevolezza dell’arido vero.

Analogie e differenze rispetto agli Idilli


l canti pisano-recanatesi si collegano indubbiamente agli Idilli per la centralità dell’io
lirico e del paesaggio naturale, ma sicuramente la componente riflessiva, costitutiva
della poesia “sentimentale”, si fa qui più marcata e tende a erodere, a insidiare lo
spazio dell’immaginazione poetica. Inoltre l’io lirico nei canti pisano-recanatesi
supera la dimensione autobiografica per proporsi come testimone della condizione
umana.

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La poetica della regressione memoriale
Far vera poesia coincide allora con la consapevole adozione di una “poetica della
rimembranza”, della regressione: grazie alla magia della parola poetica possono
essere rivitalizzate, riattualizzate immagini, sensazioni vitali che appartengono a un
tempo antico, il tempo antico dell’io (quindi l’infanzia, la fanciullezza) e non tanto
quello collettivo.

Le scelte linguistiche
Fin dalla prima importante fase della sua produzione (idilli e canzoni) Leopardi
associa la poesia (che egli distingue nettamente dalla prosa) alla vaghezza semantica
delle parole, contrapposte nella sua riflessione linguistica ai termini i quali
corrispondono a un uso definitorio e categorizzante della lingua.

Il sabato del villaggio


fu composta sempre a Recanati tra il 20 e il 29 settembre, immediatamente dopo La
quiete dopo la tempesta. Leopardi riprende il tema del piacere, mantenendo la
prospettiva pessimistica che ispira il precedente canto: anche qui il piacere non
esiste nella realtà, ma, in questo secondo esempio, è solo attesa della felicità,
destinata a vanificarsi.
Anche in questo caso il tema ricorre nelle pagine dello Zibaldone: «la felicità ed il
piacere è sempre futuro, cioè non esistendo, né potendo esistere realmente, esiste
solo nel desiderio del vivente, e nella speranza, o aspettativa che ne segue».

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