LA VITA
Le notizie sulla vita di Orazio si ricavano principalmente dalle sue opere, altri particolari si
desumono da una Vita di Svetonio.
Quinto Orazio Flacci nacque a Venosa, nell’attuale Basilicata, nel 65 a.C., figlio di un agiato
liberto. Nel 42 a.C. combatté a Filippi e ottenne la prestigiosa carica di tribuno militare. Nel
38 a.C. entrò nel circolo di Mecenate grazie a Virgilio e Vario Rufo.
Da allora l’esistenza di Orazio fu interamente dedicata alla letteratura e alla frequentazione
di una ristretta cerchia di amici, come Virgilio non si sposò e non ebbe figli. Prima del 30 a.C.
ricevette in dono da Mecenate una villa in Sabina, furono legati da una profonda amicizia e a
lui dedicò quasi tutte le sue opere.
Anche Orazio diede il suo contributo alla propaganda augustea, componendo carmi
celebrativi e politicamente impegnati, tra cui il Carmen saeculare.
La cronologia delle opere si colloca tra il 41 e il 13 a.C.. Negli anni dal 41 al 30 a.C. furono
composti parallelamente i due libri delle Satire (che Orazio chiama Sermones) e gli Epodi.
Orazio passò poi alla poesia lirica pubblicando nel 23 a.C. i primi tre libri delle Odi, al 17
a.C. risale invece il Carmen saeculare e nel 13 a.C. pubblicò un quarto libro di Odi. Nel
frattempo si era dedicato alla composizione delle Epistole, il primo libro fu scritto dal 23 al
20 a.C., il secondo tra il 19 e il 13 a.C., controversa è invece la datazione dell’epistola ai
Pisoni, chiamata successivamente Ars Poetica.
Orazio abbandonò progressivamente l’attività letteraria, morì nell’8 a.C. e fu sepolto accanto
alla tomba di Mecenate sull’Esquilino.
Si riesce ad avere un’idea ben definita di Orazio grazie ai molti riferimenti autobiografici nei
suoi componimenti; centrale nel pensiero dell’autore è la ricerca del giusto mezzo, la
metriotes, e la limitazione dei desideri, l’autarkeia. La felicità per Orazio va cercata nella
semplicità e nella moderazione e alla giusta misura nella vita corrisponde quella del suo
stile poetico, privo di qualsiasi forma di ampollosità.
Orazio trovò anche consonanze tra la propaganda augustea e i propri valori, alla ricerca
individuale di serenità corrisponde un desiderio collettivo di pace sociale e politica. Gli ideali
oraziani appaiono anche in perfetta sintonia con la restaurazione dei costumi antichi, punto
fondamentale della politica del princeps.
Nonostante la costante ricerca di equilibrio non mancano segni di irrequietezza e
insoddisfazione nella poesia di Orazio, che spesso dimostra un senso di angoscia per il
tempo che fugge e per l’incombenza della morte.
LE SATIRE
La satira è un genere tipicamente romano dalle origini incerte, secondo alcune etimologie
può essere connessa ai Satiri, con un piatto di primizie, con un particolare tipo di ripieno o
con una proposta di legge. Il genere conobbe due fasi di sviluppo, la prima con Ennio e
Pacuvio (III e II sec. a.C.), caratterizzata da una grande varietà di temi e una seconda fase
che iniziò con Lucilio (II sec. a.C.), caratterizzata dall’aggressività. Nell’opera di quest’ultimo
particolarmente rilevante è l’uso dell’esametro, che resterà il metro caratteristico della
satira.
Nelle sue Satire Orazio riflette in maniera critica sul genere, scrivendo tre componimenti
dove presenta Lucilio come iniziatore della satira e allo stesso tempo cerca di nobilitare il
genere ricollegandolo alla commedia greca. La satira latina e la commedia greca hanno
infatti in comune l’attacco personale, il moralismo e lo spirito arguto e divertente. La
compresenza di serio e faceto era caratteristica anche del genere della diatriba, da cui le
satire oraziane sono ampiamente influenzate.
L’impostazione soggettiva differenzia la satira dalla commedia, permettendo all’autore di
esprimere, parlando in prima persona, le proprie opinioni e i propri giudizi.
Orazio a differenza di Lucilio riconosce la superiorità dei generi sublimi, come la tragedia,
affermando con ostentata professione di modestia di non poter aspirare al titolo di poeta.
Egli accosta la satira al sermo, rimanendo coerente con le posizioni di Lucilio, che aveva
chiamato i suoi componimenti sermones. La satira infatti ha un livello stilistico e linguistico
adeguato ai temi trattati, non elevato ma vicino alla lingua parlata. Dal punto di vista
formale tuttavia Orazio critica Lucilio per la prolissità e la scarsa cura dello stile, applicando
al contrario del predecessore il principio del labor limae. La sua opera è dunque rivolta a
una cerchia ristretta di intenditori, si riaffaccia qui la concezione alessandrina di un’arte
aristocratica.
Dimostrando un alto grado di consapevolezza critica elabora una fondazione teorica del
genere, fissando i tratti caratterizzati in un aggressivo moralismo, nella mescolanza di serio
e faceto e nell’impostazione soggettiva.
Nelle sue satire Orazio parte dall’io per trattare temi poi più generali. L’impegno morale
dell’autore si esprime nella tendenza a spostare l’attenzione dagli individui ai
comportamenti, l’attacco personale non è dunque rilevante. La realtà viene presentata con
spirito e arguzia e la varietà di argomenti si esprime in due forme di satira diverse: la satira
narrativa e la satira discorsiva. La prima prende le mosse da un fatto o un aneddoto, la
seconda svolge una serie di argomentazioni e riflessioni.
Orazio scrive due libri di satire, il libro I contiene dieci satire, quattro narrative e sei
discorsive. Il libro II è formato da sette componimenti in forma di dialogo e un monologo, è
presente maggiore varietà e vivacità rispetto al libro precedente.
Le satire hanno come riferimento i concetti morali del poeta, emerge la sua adesione
all’epicureismo ma le principali idee ispiratrici delle satire sono concetti generali e diffusi,
condivisi da quasi tutte le correnti filosofiche. Si tratta dei principi della metriotes e
dell’autarkeia.
La metriotes sanciva che la virtù consiste nel giusto mezzo, nell’equilibrio tra gli estremi
opposti, tale norma si esprime in particolar modo nel detto “est modus in rebus”, c’è una
misura in ogni cosa.
L’autarkeia consiste nella limitazione dei desideri e nell’autosufficienza, nelle satire si
traduce nell’invito a soddisfare nel modo più semplice le esigenze naturali.
Metriotes e autarkeia sono dunque i due capisaldi dell’intera riflessione oraziana, orientata
verso la morale pratica con lo scopo di ottenere la serenità e l’armonia dell’animo. Orazio si
presenta dunque come un individuo alla ricerca della verità.
Alla saggezza aristocratica si aggiungono alcuni elementi autobiografici, come la
fanciullezza, l’adolescenza, i rapporti con Mecenate e la modesta serenità della vita
quotidiana. Nel libro II in particolare, Orazio accentua la sua autoironia, rifiutando la parte
del protagonista e insistendo spiritosamente sui propri difetti.
Il livello stilistico e linguistico delle satire è volutamente non elevato, il lessico non disdegna
termini della lingua familiare o il ricorso a espressioni colloquiali. Sono evitati tanto i grecismi
quanto le grossolanità del sermo vulgaris, presenti invece in Lucilio. Orazio crea così uno
stile medio che si ispira a una conversazione elegante. L’apparente semplicità è frutto di
un’arte consumata, basata sul principio della brevitas.
GLI EPÒDI
Gli Epòdi sono un libro composto da 17 componimenti scritti in giambi, Orazio li scrisse
parallelamente alle satire. L’autore si rifà a due autorevoli precedenti della letteratura greca,
Archiloco e Ipponatte. La poesia giambica trae il nome dal metro che la caratterizza, il
giambo, nel metro un piede è connotato dalla successione di una sillaba breve e una lunga,
ha un ritmo che ricorda il linguaggio colloquiale.
La poesia giambica ha di solito argomento e tono realistici ed è caratterizzata dall’attacco
personale, che si manifesta attraverso l’irrisione dell’avversario.
Per l’età arcaica dunque gli autori più significativi sono Archiloco e Ipponatte, il primo
esprime con vivacità sentimenti intensi e passioni amorose, il secondo rappresenta con
realismo e esasperazione ambienti e situazioni squallide e volgari. Usano rispettivamente
l’epòdo e il coliambo.
La poesia giambica rifiorì in età ellenistica con i giambi di Callimaco, caratterizzati da una
grande varietà tematica. Nella letteratura latina il verso più usato è il senario giambico,
adoperato già in età arcaica nelle satire di Ennio e di Lucilio. La poesia giambica vera e
propria, caratterizzata anche dall’atteggiamento aggressivo è ben rappresentata anche da
Catullo, che si ispira principalmente a Ipponatte.
Orazio si ispira principalmente a Callimaco per la varietà tematica, tuttavia la sua raccolta
non è caratterizzata dall’aggressività e dagli attacchi personali. Gli Epodi oraziani offrono un
panorama complesso, che va dalla veemenza delle invettive all’espressionismo. Dal punto di
vista della forma Orazio adotta svariati metri giambici e impiega per primo a Roma l’epodo
archilocheo.
Nella raccolta si possono distinguere alcuni filoni. Il filone dell’invettiva si esprime negli
epodi 4, 6 e 10, tra questi solo il 10 è un attacco diretto a Mevio, a cui si augura di perire.
Nel 4 e nel 6 non viene fatto il nome degli avversari ed è presente un’aggressività
spiccatamente letteraria. Una variante scherzosa del modulo dell’invettiva si trova nell’epodo
3, dove è presente una giocosa maledizione contro l’aglio. Il modulo ritorna anche negli
epodi 8 e 12, rivolti contro una vecchia libidinosa, dove si rivela la tendenza espressionistica
nell’insistenza sui particolari più disgustosi.
Il tema della magia, trattato con accentuato realismo, caratterizza gli epodi 5 e 17. Ben
distinguibile è anche un filone di poesia civile, che ha Archiloco come modello. Gli epodi 7
e 16 trattano della confusione e dello scompiglio dopo la battaglia di Filippi, in questi
componimenti Orazio assume l’atteggiamento del vates, il poeta ispirato dalle divinità. Nel 7
individua la causa remota delle guerre civile nell’antico fratricidio commesso da Romolo,
mentre nel 16 invita i Romani a seguirlo in un’ utopistica fuga verso le Isole Fortunate. Gli
epodi 1 e 9 invece riportano ai preparativi per la battaglia di Azio, il primo funge da dedica a
Mecenate e Ottaviano.
Nella raccolta compare anche il filone erotico negli epodi 14 e 11, dove prevale un tomo
meno violento e domina una pathos leggero e sentimentale.
Sono infine molto originali gli epodi 2 e 13. Il 2 si fonda sul procedimento dell’aprosdóketon
ed è un elogio della vita dei campi, il 13 contiene motivi simposiaci e gnomici.
LE ODI
La produzione lirica di Orazio comprende tre libri di Odi pubblicati nel 23 a.C. e un quarto
libro risalente al 13 a.C.. Orazio si ricollega alla tradizione greca arcaica, che prevedeva
originariamente l’accompagnamento musicale della lyra. Nel primo componimento afferma
che la sua scelta di vita consiste nell'essere lyricus vates, dichiarando l’influsso di Alceo fin
dal principio. Notevole è anche l’influenza di Pindaro, a cui tuttavia guarda come un ideale
irraggiungibile.
Nelle Odi si contrappongono due concezioni della poesia, quella di una poesia ispirata,
prodotta da eccezionali doti naturali, e quella di una poesia che è frutto di una cura infinita
che rinvia al principio del labor limae, tipicamente alessandrino.
Tra le due alternative Orazio sceglie chiaramente la seconda, restando in linea con la
poetica delle Satire.
Orazio nelle odi afferma il valore della propria opera, seppur non contestando la superiorità
dell’epos, rivendica per la lirica un posto adeguato al suo valore. Dalla svalutazione nelle
Satire, passa dunque all’affermazione della grandezza della sua opera. Si dichiara inoltre
con solennità vates, poeta ispirato e protetto dalle divinità.
La poetica delle Odi risulta dunque la contrapposizione del concetto di poesia come frutto di
una tecnica perfetta ma anche di prodotto di geniale ispirazione.
Alceo e Saffo sono i modelli principali, anche per la metrica; anche l’influsso di testi
ellenistici, in particolare gli epigrammi, è notevole. Il ritorno all’antico è per Orazio una via di
rinnovamento, supera lo sperimentalismo dei neoteroi cercando nella compostezza e nella
misura equilibrio e armonia.
Come solito del genere lirico greco, Orazio conferisce quasi sempre ai suoi componimenti
un’impostazione allocutiva, il discorso è dunque rivolto a un interlocutore reale o fittizio.
Questo impianto si inserisce in schemi tradizionali quali l’inno, il modulo del componimento
simposiaco o l’epicedio.
Orazio riprende i modelli con autonomia e originalità avvalendosi dell’arte allusiva tramite
numerosi spunti intertestuali, destinati chiaramente a un pubblico dotto.
I 104 componimenti sono caratterizzati da una grande varietà e complessità di temi, è
comunque possibile distinguere alcuni filoni principali. Importante è il filone erotico, i carmi
si presentano come episodi conclusi, Orazio offre una serie di schizzi legati a momenti
circoscritti e autonomi. A differenza di Catullo Orazio evita il coinvolgimento affettivo e tende
al distacco di una galante ironia.
Il simposio è un altro tema ricorrente, in numerosi carmi le varie occasioni conviviali, legate
al banchetto, costituiscono gli ingredienti topici.
Strettamente legato a questo è anche il filone gnomico, che costituisce il vero centro delle
Odi oraziane. I carmi ruotano intorno al nucleo tematico fondamentale della coscienza
dell’incertezza del futuro e della brevità della vita. Orazio sviluppa questo tema
ripetutamente, sviluppandolo in diverse direzioni. Lo svolgimento in positivo invita a
sopportare le avversità, lo sviluppo in negativo conduce alla constatazione dell’ineluttabilità
della morte e della necessità di usufruire del breve tempo della vita. È il motivo del carpe
diem, l’esortazione a cercare la felicità nel tempo presente, mantenendo una saggezza
tramata di moderazione e autolimitazione. Si ritrovano anche nelle Odi i principi ispiratori
delle Satire della metriotes e dell’autarkeia.
Appare anche il filone religioso nelle preghiere e negli inni, un caso particolare è costituito
dal Carmen saeculare. Scritto in strofe saffiche e destinato a essere cantato l’ultimo giorno
dei Ludi saeculares. Il carmen celebra una nuova età dell’oro e alle lodi per le divinità si
mescolano temi civili come la celebrazione di Roma e l’esaltazione di Augusto.
L’ultimo filone delle Odi è quello della poesia civile, che prende spunto da Alceo, la
condizione di Orazio è tuttavia molto diversa. Mentre Alceo partecipava con passione alle
vicende politiche della patria, Orazio non è che un semplice spettatore della vita pubblica di
Roma. A ovviare questo c’è il suo ruolo di vates, che gli permette di rivolgersi ai romani da
una posizione di superiorità ed esortarli. In questo filone trova spazio la celebrazione di
Augusto, che vedeva in questo tipo di poesia un supporto per la sua azione politica. Sincera
è la gratitudine di Orazio verso il principe per aver pacificato la civitas, e aver reso possibile
il suo otium letterario. Il filone civile è svolto in particolare in un ciclo di sei carmi all’inizio
del libro iii, le Odi romane, dove si intreccia l’esaltazione degli eroi antichi con quella di
Roma e Augusto.
Nelle Odi la varietà di temi si accompagna alla pluralità di registri stilistici, il vero fulcro
dello stile oraziano è costituito dalla disposizione delle parole, incastonate in modo tale da
valorizzarsi reciprocamente. Particolarmente efficaci sono le iuncturae, le associazioni di
vocaboli ingegnose e al limite dell’ossimoro. Lo stile rimane caratterizzato da sobrietà e
misura, Orazio rinuncia a tutto ciò che può essere superfluo o eccessivo per creare una
forma nitida e armoniosa.
LE EPISTOLE
Orazio pubblica anche due libri di epistole, il primo libro fu scritto dal 23 al 20 a.C., il
secondo tra il 19 e il 13 a.C., controversa è invece la datazione dell’epistola ai Pisoni,
chiamata successivamente Ars Poetica. Le epistole sono in continuità con le Satire, Orazio
tuttavia conferisce ai testi un orientamento più rigido e preciso, i contenuti sono specifici e
legati all’occasione e al destinatario. Accanto a queste caratteristiche si affiancano la vena
moralistica e soggettiva e la tematica letteraria, si accentua anche la tendenza allo stile
medio e colloquiale. Rispetto alle Satire Orazio attenua lo spirito, prevalgono un fine
umorismo e una sottile malinconia.
La convenzione epistolare determina la presenza di componimenti di occasioni come lettere
di convenienza in cui si chiedono informazioni o inviti a cena.
Molto frequenti anche i temi morali che si intrecciano con spunti personali, nel libro I per
esempio il poeta riflette criticamente su sé stesso e decide di cambiare vita, aspirando alla
sapienza. In campo filosofico Orazio sceglie l’eclettismo, vi è un epicureismo di fondo
(troviamo il precetto del lathe biosas) ma emergono anche spunti stoici. Ai principi
dell’autarkeia e metriotes aggiunge il tema fondamentale della fugacità del tempo e della
necessità di godere di ogni momento dell’esistenza. La coscienza della fugacità del tempo
comporta in Orazio la mutevolezza degli stati d’animo. Se nel libro I esprime una nota di
inquietudine, talora si atteggia invece a persona matura ed esperta, qualche volta appare
sereno ed equilibrato mentre altre ancora preda di un’invincibile scontentezza.
Il libro I presenta dunque un panorama vario e complesso in cui oscillazioni e sconfitte
caratterizzano il tormentato itinerario verso la saggezza.
Il libro II è invece composto da due sole epistole dove prevale la tematica letteraria. Nella
prima Orazio tratta la questione della superiorità dei poeti antichi o dei moderni proclamando
l’eccellenza della poesia contemporanea. A questo tema si intreccia quello della rinascita
del teatro romano, sul quale esprime riserve.
La seconda epistola a Floro è invece interamente incentrata sulla figura dell’autore.
L’Epistula ad Pisones è invece una sorta di trattato in versi, nota già dall’antichità come
Ars poetica, rivolgendosi a Calpurnio Pisone Orazio vi espone i suoi precetti di poetica.
Seguendo fonti aristoteliche egli tratta di poesia, della figura del perfetto poeta e della
centralità della tragedia. Si aggiunge anche l’esigenza di perfezione formale secondo
l’estetica callimachea, Orazio predilige infatti un lessico scelto, privo di termini volgari e
popolari ma anche di quelli troppo elevati.
Nell’epistola Orazio annuncia anche i due principi estetici fondamentali della poesia,
l’ingenium e l’ars, e la preferenza accordata al poeta che sa miscere utile dulci, dilettare e
insieme ammaestrare il lettore.