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Esiste una sottile differenza tra la modernità e la contemporaneità.

Il concetto di modernità è un
concetto oscillante, dello stesso tempo: ogni epoca ha avuto la propria modernità, che spesso ha
indicato il senso di una novità. La contemporaneità è invece un concetto inserito nel presente. Nel 1700
si svolge in Francia un dibattito tra gli architetti barocchi, quelli che iniziano ad essere considerati i primi
architetti neoclassici e una nuova generazione che va a credere che il mondo tenda una nuova
definizione e semplicità. Il dibattito assunse dei toni così aspri e articolati che viene ricordata con il
nome “la battaglia tra i moderni e gli antichi”. Tutte le avanguardie architettoniche nascono in Europa.
Per formare una propria identità culturale, l’America doveva prendere parte al nuovo dibattito
architettonico europeo. Nel 1932, il direttore del MOMA con lo storico Hitchcock e Philip Johnson
organizza una mostra per diffondere e formare in America un gusto ispirato all'avanguardia europea. Il
museo diventa la vetrina dell’architettura europea nel continente americano. Il MOMA introduce
un’architettura chiamata Modern Architecture, e viene
accompagnata da un sottotitolo, International Style. Gli europei
non hanno mai amato associare l’architettura alla parola “stile”,
in quanto le avanguardie europee si contraddistinguevano per
l’assenza di stile, non volevano essere etichettate ma diventare
un’architettura completamente oggettiva ed “eterna”. Come
dice le Corbusier, lo stile è una copia, un falso. L’America vuole
vendere il concetto di una nuova architettura, che chiama
International Style. La cultura moderna
è ora consapevole di essere legata ai
consumi ed alla comunicazione. Alla MOMA Exhibition sono presenti
architetture di le Corbusier, Gropius, Mies Van Der Rohe (si ricorda il padiglione
di Barcellona), e pochi edifici americani, quasi sempre grattacieli, tra i quali si
ricordano il Mcgraw-Hill building di NY di Raymond Hood e il PSFS Building
Philadelphia di George Howe e William Lescaze. All'interno del libro The
International Style, pubblicato in seguito alla mostra, le immagini sono tutte in
bianco e nero. Oggi, quando si pensa all’architettura razionalista, la si associa ad
un’architettura in bianco e nero. Uno dei centri della mostra era l'illustrazione
della Ville Savoye di le Corbusier che attrae l'attenzione del pubblico. Durante
l’introduzione fatta dai curatori del MOMA, vengono illustrati i 3 principi per essere moderni:
l’architettura come volume (un volume puro, semplice, facilmente riproducibile), la regolarità
(l’evidenziazione della struttura portante - telaio in cemento armato), e l’assenza di ogni forma di arte
applicata o decorazione (si pensi ad Adolf Loos, “ornamento e delitto”. L’unica forma di decorazione
consentita è quella intrinseca al materiale stesso. L’architettura è spoglia ed essenziale, un aspetto
ricollegabile al concetto di verità in architettura, che è esso stesso un segno di modernità. Si pensi al
Barocco, nel quale la verità è rappresentata da una donna nuda, che non ha nulla da nascondere). Le
conseguenze della mostra e della comunicazione sono immediate. Nello stesso anno, Umberto Sartoris
scrive “Gli Elementi dell'Architettura Funzionale”, e successivamente scriverà “L'Enciclopedia
dell'Architettura Nuova”, utilizza il termine nuovo e non più funzionale. Si costruiscono volumi che sono
come ali di farfalla, un’architettura volante che prima non esisteva. Si crea un gusto nuovo che inizia a
cementificarsi, fino a risultare in quella conosciuta come l’architettura moderna. Comincia quindi a
nascere la storia dell'architettura moderna e contemporanea. Uno dei primi libri che testimoniano la
nuova epoca è “From William Morris to Walter Gropius, i pionieri del movimento moderno”, scritto da
Nicolao Pevsner. Nel 1928 Sigfreid Giedon scrive il libro “Costruire in Francia, Costruire in ferro,
Costruire in ferro cemento”, poiché afferma che le radici dell'architettura moderna vadano ricercate
nell'ingegneria. Nel 1937 viene pubblicato “Modern Building”. Nel 1927, W.C. Behrendt pubblica “La
Battaglia del Nuovo Stile Costruttivo”. L'immagine di copertina rappresenta la mostra di Weissenhof,
una mostra situata in un quartiere di Stoccarda, una sorta di "vetrina" internazionale per mostrare le
innovazioni (architettoniche e sociali) proposte
dal movimento moderno. La mostra è la
costruzione delle fantasie degli architetti
moderni: si decide di costruire un quartiere
sperimentativo che vuole comunicare un’idea
attraverso la percezione e il tatto (le case sono
arredate per questo motivo). Il risultato è
un’acropoli, una “mostra vivente” sulla collina.
Le architetture presenti sono quelle di Mies Van
Der Rohe, di le Corbusier e molti altri. Queste
architetture vogliono rappresentare la verità,
per questo motivo si utilizzano gradi vetrate. Le
pareti di vetro che sostituiscono le finestre tradizionali creano una trasparenza, e la linea che separa
l’interno dell’abitazione dall’esterno comincia a sparire. L’esterno è la proiezione dell’interno. In foto si
legge che il quartiere è attraversato da un linguaggio unitario; Mies Van Der Rohe aveva posto delle
regole che facessero da comune denominatore per le costruzioni a Weissenhof: tetti piatti, nessuna
decorazione, volumi semplici. Paul Citrohen è un pittore che prova a rappresentare la città moderna in
quadri: la grande metropoli industriale, con i ponti, in
movimento continuo, caotica, pluriforme ed
impossibile da possedere. Il dipinto che Citrohen fa di
Weissenhof è in forte contrasto il quartiere
rappresentato nelle fotografie. È come se le
architetture si fossero messe in posa, esibiscono il
colore e sembrano poste in modo caotico. Il pittore fa
emergere dietro ad un’apparente idea di equilibrio un
senso di diversità e disordine. È come se ci
dimostrasse che già all'inizio vi era una grande differenza, e che il pensiero unitario non esiste. Esiste
una cartolina, Arabdorf a Weissenhof, nella quale il quartiere è abitato da arabi. L’immagine è
propaganda contro l'architettura moderna, quella che aveva provocato la chiusura del Bauhaus e
l'emigrazione degli architetti verso l'America. L'architettura moderna viene chiamata in Germania
l'architettura bolscevica, ossia l’architettura “nemica”: si sostiene che questo tipo di architettura sia
innaturale, e che sia meglio vivere con la propria tradizione e la parvenza di abitare nel passato. Con gli
edifici per abitazioni al Weissenhof, Mies Van Der Rohe vuole costruire un'economia di mercato, un vero
progetto internazionale. L’architetto detta delle regole da seguire nella costruzione del quartiere
sperimentale, e lui stesso decide di costruire l'edificio preminente. La costruzione, dominata da grandi
vetrate, è un edificio lungo, che si sviluppa a in altezza a partire da moduli di tre piani che si ripetono.
L’architetto lavora in maniera scientifica alla ricerca di un modello di abitazione. L’idea è progettare lo
spazio per una famiglia, che sia funzionale ai bisogni di quest’ultima e non di più: si vuole evitare la
perdita di spazio e di denaro. Le piante dei moduli sono libere e fortemente razionali: non sono presenti
corridoi o altri spazi a perdere, le scale sono situate nello
stesso punto. Gli edifici seguono lo stesso schema logico, si
hanno delle variazioni minimali che giocano sul numero degli
abitanti. Mies Van Der Rohe dispone gli armadi in modo che
diventino muri divisori, si ha
un'assoluta circolarità dello spazio.
L’architetto studia ogni singolo
elemento, compresi gli scarichi, nella maniera più razionale possibile. I mobili,
anch’essi minimali e poco ingombranti (si pensi alla sedia a sbalzo), fanno
nascere il campo del design industriale. Traspare è il principio sul quale viene
venduto e teorizzato il cantiere: il tema dell’abitazione libera, nella quale
l’interno si fonde con l’esterno, dove si ha un'unica grande vetrata che
permette l’entrata della luce e dell’aria. Le grande aperture e lo spazio vuoto
permettono all’aria e alla luce di fluire liberamente all’interno dell’abitazione.
Breuer nel 1928 afferma: “Siamo stufi dell’eterno andirivieni di forme, colori e
stili arbitrari; desideriamo adesso forme logiche, univoche, di contenuto serio”. La sedia che progetterà
è il preciso riflesso del suo enunciato. Le Corbusier è stato uno dei personaggi
più glamour nella storia dell’architettura. Archistar per definizione, le
Corbusier è una persona che ha una capacità di intuizione dei cambiamenti
fuori dalle righe. Le Corbusier utilizza la tecnica della pubblicità, inventa
slogan, scrive libri tra i quali si ricorda “Vers une Architecture”. È
mondialmente conosciuto per l’adozione di volumi geometrici puri, all’interno
dei quali una sequenza di ambienti irregolari e con altezze diverse rompe la
tradizionale suddivisione orizzontale dei piani. A Weissenhof costruisce due
case molto diverse fra loro: la prima è una casa doppia con struttura in
acciaio, la seconda è una “maison citrohan”, ovvero un blocco costituito da
due pareti portanti o chiuse, che racchiudono un grande spazio a doppia altezza. Questo modello di casa
viene immaginato dall’architetto come una tipologia di abitazione seriale, replicabile. La maison citrohan
appare monolitica all’esterno e “calma” all’interno. Lo spazio al piano terra è aperto, con una scala che
conduce al piano superiore, nel quale è presente una camera da
letto, una balaustra che si affaccia sul piano terra e la canna
fumaria. Le Corbusier è un artista logico, descritto come un
iperfunzionalista. Esiste una stretta correlazione tra forma e
funzione. Le Corbusier utilizza il colore come elemento plastico
nella casa per due. La casa doppia (?) ha una struttura in ferro, ed
è un prodotto seriale. Al piano di sopra è presente un ambiente
unico. I pilastri, sempre posti in evidenza e quasi mai nel muro,
creano un arricchimento spaziale in quanto è sempre presente un certo spazio tra pilastro e parete. Le
camere sono divise da mobili a serranda che funzionano da parete. L’unico modello di sedia che le
Corbusier utilizza nell’abitazione sono le sedie Thonet. Un edificio, per essere funzionale, deve apparire
funzionale: ecco il perché della lampadina appesa nuda e spoglia. Le Corbusier è un architetto di
pensiero, uno stratega, vuole vincere la guerra. Il suo lavorare mediaticamente ha la funzione di
allargare il campo dell'architettura facendolo diventare un dibattito pubblico. Nato alla Chaux de Fonds
in Svizzera, le Corbusier frequenta una scuola di arti applicate, dove incontra un maestro che gli cambia
la vita, l’Eplattenier. Quest’ultimo lo sprona a rivolgersi verso l'architettura, mandandolo in giro per il
mondo: in Austria, poiché alla fine dell'800 era l'epicentro della grande rivoluzione viennese, in
Germania da Peter Behrens e a Parigi, nello studio di Auguste Perret e di suo fratello, per imparare a
costruire con il cemento armato. Nel 1914, per favorire la
ricostruzione edilizia al termine della prima guerra mondiale, le
Corbusier pensa ad un schema abitativo facile da realizzare, talmente
semplice da risultare quasi scontato: una casa in cemento armato
«dove i solai sono lastre sospese sui pilastri». La struttura-ossatura in
cemento armato è elementarmente composta da tre solai rettangolari
sostenuti da sei esilissimi pilastri. Uno quei suoi disegni famosi
dell’architetto è quello di Sole e Medusa. Metà è il sole,
Apollo, e l'altra metà è Medusa. Questo contrasto tra i due
lati, dualismo tra drammatico e positivo potrebbe
rappresentare l’irrisolta polarità tra angoscia e speranza nella
quale oscilla l’architetto. Nel disegno, lo spirito di geometria
e delle belle arti si ritrovano. Uno dei suoi primi lavori è la
Villa Schwob, costruita nel 1916 a Chaux de Fonds. L’edificio,
in cemento armato, presenta una facciata che sembra quasi
una facciata modernista. Le Corbusier vede i viaggi come
un’auto formazione, si ricordano i famosi viaggi in oriente. Nei viaggi a Roma, Firenze, Pisa capisce che la
colonna è come un metro, una misura, è un elemento di proporzionalità. A Marsiglia, per coniugare il
bisogno della collettività e individualità, inizierà a pensare ad una
serie di condomini in verticale e un sistema di lavanderia
centralizzato. Il viaggio gli rende la capacità di immaginarsi di
persone, una conoscenza che nasce da un rilievo sistematico delle
cose che vede attraverso la lente progettuale dell'architetto. Le
Corbusier incontra Amèdèe Ozenfant, con il quale fonda la corrente
del purismo. Insieme, i due vogliono superare il cubismo per
arrivare ad un'estetica più oggettiva, statica, neutrale, dove si
hanno delle silhouette di oggetti comuni, spogliati alla loro essenza
e ridotti ad una geometria di una linea e da colori (gli stessi colori
utilizzati a Weissenhoff). La corrente del purismo fonderà l'Exprime
Noveau, una rivista di battaglia, che mostra oggetti comuni e
architettura. Nel 1922 viene costruito a Parigi l’Atelier Ozenfant.

Le Corbusier parte dal pensiero che nell'atelier di un pittore


l’elemento fondamentale sia la luce zenitale. Il risultato è un edificio
tradizionale, fatto in muratura, nel quale la parete scompare del
tutto. Quest’ultima è sostituita da ampie vetrate; la luce entra come
un grande flusso omogeneo. L’atelier viene situato all’ultimo piano.
Le Corbusier riesce a mettere a punto un alfabeto nuovo.
La Villa Stein, costruita nel 1927, è una villa suburbana, in un
quartiere residenziale verde. È caratterizzata da lunghe
finestre a nastro. È un impianto razionale, una griglia interrotta
da scatti di movimento. È presente una sovrabbondanza di
terrazzi. Le architetture di le Corbusier possiedono una grazia e
un sistema di proporzionamento che recupera la lunga
tradizione intorno alla geometria e alle proporzioni che risale
al famoso dibattito rinascimentale semplificato dalla tavola di
Leonardo inscritta nel cerchio e nel quadrato. La
corrispondenza tra la natura e il corpo umano è data dalla geometria. Le Corbusier è un erede di questa
tradizione che riassumerà nelle tavole del Modulor. La facciata della villa diventa una composizione
completamente libera, ed è aiutata dalla geometria e dalla sezione aurea che vengono applicate nel
determinare ciascun elemento secondo una legge geometrica. All'interno, tutto è trasparente e
luminoso. Le cucine sono libere e luminose. L’architetto
introduce la Promenade Architecturale: la rampa centrale
attraversa e unisce tutti gli ambienti dal piano terra su pilotis al
tetto-giardino. Ville la Roche Jeanneret, realizzata nel 1926 a
Parigi, costruisce un prototipo di costruzione urbana. Le stanze
molto piccole. Lo spazio è sospeso con una rampa, vi è una
scomposizione del volume interno. Tagli di luce, entrano in tutte
le sue possibili varianti, diventando un elemento fondamentale.
La Ville Savoye, costruita nel 1929 a Poissy, è il capolavoro di le Corbusier. È un’opera fuori dai canoni,
composta da quattro facciate tutte uguali con un coronamento. È stata accostata alla Villa Capra di
Palladio (…). I pilotis, tondi come per richiamare il tempio greco, sono uno degli elementi fondamentali
della villa, e sono trattati come un elemento plastico. La Ville Savoye è un captatore di sole, una grande
spugna geometrica regolare. Una rampa sale dal livello
zero alla terrazza, e permette alle persone di osservare
l’abitazione nella sua interezza. La rampa, che è la spina
dorsale della villa, divide in due metà la pianta,
scindendo le funzioni private e pubbliche dell’abitazione.
La Ville Savoye diventa il manifesto della nuova
architettura, che è riassunta in cinque punti
fondamentali: l’elevazione dell’edificio su pilotis
(pilastrini) per lasciare libero il pianterreno; la copertura
a tetto-giardino, piatta e quindi praticabile; la struttura a
pilastri in cemento armato per ottenere una pianta libera dall’ingombro dei muri portanti; l’adozione di
finestre continue (finestre a nastro) per illuminare meglio gli interni; la struttura in cemento armato
anche per la facciata che, come la pianta, diventa libera.

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