I comportamenti devianti degli adolescenti e dei giovani adulti, sia individuali
sia collettivi, vanno compresi non solo come manifestazioni personali, ma
anche come espressione delle dinamiche dei gruppi sociali di cui fanno parte.
Un gruppo è definito come un insieme di individui che condivide uno scopo
comune, caratterizzato da interdipendenza e da un’identità sociale condivisa.
Ogni membro ha un ruolo e una funzione specifica, e il senso di appartenenza
al gruppo diventa un elemento fondativo dell’identità personale. Lewin
sottolinea come la coesione del gruppo si costruisca attraverso somiglianze,
differenze e interazioni che favoriscono il raggiungimento degli obiettivi
comuni, mentre Tajfel evidenzia l’effetto della categorizzazione sociale: già il
semplice distinguere tra “noi” (ingroup) e “loro” (outgroup) porta a favoritismo
verso il proprio gruppo e discriminazione verso l’altro.
L’operazione di categorizzazione, studiata anche da Wilkes, produce effetti
psicologici molto precisi: le persone tendono a percepire una maggiore
somiglianza tra i membri del proprio gruppo e ad enfatizzare le differenze
rispetto agli altri gruppi. Questo fenomeno, noto come effetto di omogeneità
dell’outgroup, facilita la formazione di stereotipi e giustifica comportamenti
discriminatori. Esperimenti come quello delle linee di Tajfel e Wilkes dimostrano
come, di fronte a criteri di classificazione anche minimi, le persone esagerino le
differenze tra gruppi, mentre senza categorizzazione percepiscono le
caratteristiche come più simili tra loro. Il cosiddetto “paradigma del gruppo
minimo” conferma che anche criteri arbitrari, come una preferenza artistica,
possono bastare a generare favoritismo verso l’ingroup e ostilità verso
l’outgroup.
All’interno dei gruppi emergono ruoli specifici che influenzano le relazioni e i
comportamenti: il nuovo arrivato, il capro espiatorio e il leader. Il capro
espiatorio serve spesso a canalizzare rabbia e frustrazione del gruppo,
diventando oggetto di prevaricazione; il leader, invece, guida le azioni
collettive, sia con uno stile centrato sul compito, autoritario e orientato al
raggiungimento degli obiettivi, sia con uno stile socio-emozionale, volto a
favorire cooperazione e clima armonioso. Il concetto di role talking, cioè la
capacità di assumere il punto di vista altrui, è fondamentale: chi possiede
questa abilità tende a prevenire conflitti, poiché comprende le motivazioni e i
bisogni degli altri, evitando escalation aggressive.
Il conflictus, termine latino che significa “urto” o “scontro”, definisce la
tensione che nasce quando bisogni, motivazioni o interessi contrastanti
entrano in conflitto. I conflitti interpersonali non sono necessariamente
negativi: possono emergere come disaccordi tra due o più individui e, se gestiti
correttamente, favoriscono crescita, dialogo e soluzione dei problemi. Perché si
verifichi un conflitto, sono necessari almeno tre passaggi interattivi: l’azione
scatenante, la prima opposizione e la risposta contraria, che evidenzia
l’esistenza di un disaccordo reale.
La ricerca di Sherif sulla teoria del conflitto realistico mostra come la
competizione tra gruppi possa generare ostilità, stereotipi e coesione interna:
in esperimenti con ragazzi divisi in due gruppi, la competizione per premi
limitati portava a peggioramento delle relazioni intergruppi, aumento di
pregiudizi e discriminazione. Tuttavia, quando venivano introdotti obiettivi
comuni che richiedevano cooperazione tra gruppi, le tensioni diminuivano e si
sviluppava collaborazione. Questo dimostra come la natura dei conflitti non
derivi solo da caratteristiche individuali, ma anche dalle dinamiche stesse dei
gruppi.
In situazioni di competizione interna, emerge l’effetto pecora nera, per cui il
gruppo svaluta i membri devianti interni per rafforzare la propria identità
positiva. L’individuo che si discosta dalle norme viene percepito come minaccia
e isolato, rafforzando il senso di coesione e appartenenza tra gli altri membri.
Infine, la teoria del contatto di Allport evidenzia come l’interazione tra
membri di gruppi diversi possa ridurre pregiudizi e conflitti. Tuttavia, non basta
la semplice vicinanza: il contatto produce effetti positivi quando è prolungato,
basato su obiettivi comuni, tra persone di status simile e supportato da norme
sociali e istituzionali. In queste condizioni, l’interazione favorisce empatia,
comprensione e riduzione dell’ansia verso l’outgroup. Studi confermano che
anche l’immaginare un contatto con membri di un gruppo diverso può attivare
effetti simili, riducendo pregiudizi e rafforzando la capacità di cooperare.
Il conflitto, spesso osservato nelle relazioni interpersonali e nei gruppi sociali,
può avere radici profonde nella comunicazione stessa. La pragmatica della
comunicazione umana, sviluppata dalla scuola di Palo Alto, analizza il modo
in cui gli scambi comunicativi possono generare incomprensioni, tensioni e
comportamenti aggressivi. L’attenzione non è solo al contenuto di ciò che viene
detto, ma anche al modo in cui viene trasmesso e percepito.
Secondo questo approccio, la comunicazione è regolata da cinque assiomi
fondamentali. Il primo assioma stabilisce che “non è possibile non
comunicare”: ogni atteggiamento, verbale o non verbale, trasmette un
messaggio agli altri. Anche il silenzio o l’assenza di azione comunicano
qualcosa. Ogni comportamento diventa così portatore di significato, e una
sequenza di scambi di questo tipo costituisce un’interazione.
Il secondo assioma distingue tra contenuto e relazione in ogni messaggio: il
contenuto riguarda le informazioni trasmesse, mentre la relazione riguarda il
modo in cui il messaggio viene comunicato e il legame tra gli interlocutori. Ad
esempio, la frase “stai zitto!” può assumere significati completamente diversi
se pronunciata con tono calmo oppure con tono aggressivo. Quando si esplicita
il significato della relazione, si parla di metacomunicazione, cioè di una
comunicazione sulla comunicazione stessa: attraverso la metacomunicazione,
gli interlocutori chiariscono le regole della relazione, interpretano il significato
dei messaggi e riducono possibili fraintendimenti. I segnali contenutistici e
relazionali possono essere congruenti, quando il linguaggio verbale e non
verbale si supportano a vicenda, oppure incongruenti, come quando un
insegnante, urlando, dice “non strillate!”, generando un conflitto tra forma e
contenuto.
Il terzo assioma riguarda la punteggiatura della sequenza comunicativa,
cioè il modo in cui ciascun interlocutore interpreta causa ed effetto negli
scambi comunicativi. La percezione che ciascuno ha dell’inizio e della fine di
una sequenza può generare tensioni. Ad esempio, uno studente che teme il
rifiuto del gruppo può comportarsi in maniera difensiva, provocando a sua volta
reazioni di esclusione che confermano la sua paura: è il fenomeno della
profezia che si autoavvera, in cui le proprie azioni generano reazioni negli
altri che sembrano giustificare il comportamento iniziale.
Il quarto assioma evidenzia che gli esseri umani comunicano attraverso due
modalità: digitale e analogica. La comunicazione digitale corrisponde al
linguaggio verbale, basato su nomi e simboli convenzionali, mentre quella
analogica comprende immagini, gesti, posture e tono di voce, che
rappresentano la realtà in modo più immediato e spesso meno controllabile. La
comunicazione analogica è particolarmente rilevante per definire le relazioni
tra interlocutori, mentre quella digitale trasmette soprattutto contenuti.
Infine, il quinto assioma riguarda le relazioni di potere e ruolo tra gli
interlocutori: tutti gli scambi comunicativi sono simmetrici o complementari.
Una comunicazione simmetrica si verifica tra persone sullo stesso piano sociale
o con pari ruoli, mentre una comunicazione complementare implica uno
squilibrio, con un interlocutore in posizione dominante (one-up) e uno in
posizione subordinata (one-down). Il conflitto può emergere quando la
complementarità diventa rigida, cioè quando il soggetto dominante mantiene il
controllo, impedendo all’altro di esprimersi. Al contrario, un rapporto
parallelo descrive una situazione flessibile in cui la complementarità e la
simmetria si alternano in modo equilibrato, riducendo la possibilità di tensioni.
La risoluzione dei conflitti tra pari e la promozione di atteggiamenti positivi
possono essere favoriti attraverso pratiche strutturate che incoraggiano
collaborazione, comprensione reciproca e sviluppo di competenze socio-
emotive. Una delle tecniche più note in ambito educativo è stata sviluppata da
Aronson con la metodologia della Jigsaw Classroom, o classe puzzle. In
questa tecnica, la classe viene divisa in piccoli gruppi, e il materiale didattico
suddiviso in parti, in modo che ogni studente possieda un pezzo unico di
conoscenza. Ogni membro deve imparare la propria parte e poi condividerla
con gli altri, creando così interdipendenza positiva, collaborazione e
responsabilità reciproca. L’esperienza dimostrò che le classi che adottavano la
Jigsaw Classroom mostravano una significativa riduzione di pregiudizi e
stereotipi, sia all’interno della stessa etnia sia tra gruppi etnici differenti.
Questo approccio si inserisce nella più ampia cornice dell’apprendimento
cooperativo, secondo cui la collaborazione efficace richiede cinque elementi
fondamentali: interdipendenza positiva, responsabilità individuale, interazione
diretta e costruttiva, uso di abilità sociali e valutazione del gruppo.
Un’altra prassi utile nella gestione dei conflitti è la mediazione tra pari, che
può assumere forme differenti a seconda della situazione. La mediazione
allargata interviene quando un gruppo rischia di trasformare un singolo
membro in capro espiatorio; la mediazione riparativa affronta ferite
identitarie, sollecitando i membri responsabili di comportamenti offensivi a
sostenere chi è stato danneggiato; infine, la mediazione per la
cooperazione facilita la negoziazione tra le parti in conflitto, promuovendo
contatti positivi e un clima di fiducia nel gruppo. Tutte queste forme di
mediazione favoriscono la prevenzione di discriminazioni e contribuiscono a
consolidare la coesione sociale.
Il costruttivismo sociale rappresenta un ulteriore approccio educativo per
favorire la risoluzione dei conflitti. Attraverso discussioni collettive e critiche su
temi condivisi, si stimola il dialogo produttivo. Le fasi principali prevedono
l’individuazione di un’esperienza collettiva, la proposta di un problema
stimolante, la modifica delle regole di partecipazione e la conduzione orientata
a favorire l’espressione di punti di vista differenti. L’insegnante agisce da
facilitatore, incoraggiando il ragionamento collettivo, il rispetto dei turni e
l’accettazione di prospettive diverse, senza giudizi o valutazioni personali.
Questo approccio sviluppa competenze cognitive, affettive e sociali e
promuove la capacità di risolvere conflitti in modo costruttivo.
Una tecnica complementare, strettamente collegata ai concetti di empatia e
ruolo nei gruppi, è il role taking. Questo metodo consiste nello scambio di
ruoli, mettendo gli individui nei panni degli altri per sviluppare la percezione
della realtà altrui. Il role taking favorisce l’empatia, la regolazione delle
emozioni e la comprensione dei bisogni degli altri, incoraggiando
comportamenti pro-sociali. Le dimensioni principali associate a tali
comportamenti comprendono l’introduzione ai valori pro-sociali, la regolazione
emotiva, la capacità di assumere la prospettiva dell’altro, la comunicazione
efficace e la preparazione all’impegno civico.
Infine, la pratica dell’assertività mira a rafforzare il benessere individuale e
relazionale senza ledere gli altri. Essa comprende l’autonomia emotiva, la
libertà espressiva, il rispetto di sé e degli altri, l’autoaffermazione e lo sviluppo
di un’immagine positiva di sé. L’assertività consente di soddisfare i propri
bisogni, riconoscere quelli altrui, gestire critiche e silenzi e migliorare il timing
comunicativo. Le abilità assertive includono capacità verbali e non verbali,
come contatto visivo, postura, gestualità, voce e chiarezza nell’esposizione. I
training di assertività favoriscono l’empowerment, cioè la consapevolezza di
sé e delle proprie azioni, e la gestione efficace delle relazioni interpersonali,
prevenendo comportamenti passivi o aggressivi.