Storia Greca
Storia Greca
16/10/23 h: 11-13
Le “Dark Ages”, l’età buia (o Medioevo Ellenico) che segna il crollo dei palazzi e ci prepara all’età
arcaica1. È un’epoca segnata dalla recessione, peggioramento delle condizioni di vita, la
popolazione diminuisce e perde anche il senso dell’organizzazione socio-politica propria dell’età
micenea (dei palazzi). Dopodiché, abbiamo rilevato come l’economia micenea (ma anche quella
minoica precedentemente) era costruita intorno ad un nucleo principale (il palazzo del Ϝ-άναξ), ma
col crollo dei palazzi2 e il seguente cambio sociale-economico-politico si hanno nuove forme di
organizzazione degli individui. Si registra un generale peggioramento delle condizioni, in quanto i
nuclei familiari erano sparsi in un territorio molto vasto che non permetteva né un’organizzazione o
una sicurezza personale3. Questi piccoli nuclei di abitato davano alcuni aspetti:
a) Poca sicurezza.
b) Autosussistenza (un piccolo nucleo che cerca di “sopravvivere”, non di “arricchirsi”).
c) Sociale (considerando, al di là dell’abitato, l’edificio religioso e il punto di incontro).
Un tipo di insediamento di questo genere è diverso dall’economia dei palazzi: avevamo menzionato
la pastorizia come attività economia prevalente rispetto all’agricoltura (dal momento che richiede
una società stanziale). La pastorizia è indice di una società nomade, sempre in spostamento. Quindi
le sistemazioni sono di fortuna, non sono più i palazzi minoici. Siamo di fronte ad una mobilità non
di grandi gruppi ma di piccoli nuclei familiari. È evidente che, se non riesco a crearmi un nucleo
familiare o una società vasta (dati i cambiamenti), non ci sono le condizioni favorevoli per la
crescita demografica (non riuscendo ad assicurarmi stabilità). Accanto al calo demografico, si
segnalano cambiamenti di usi funerali. In età micenea c’era la “monumentalizzazione” funebre (in
una società però sedentaria), e in molte regioni veniva applicata la cremazione dei defunti. In
sostanza, cambiano la società – la maniera con cui ci si rapporta e gli usi di conseguenza.
Altra cosa, non indifferente, è la scomparsa della scrittura4. Ad un “certo punto” si dimenticano di
scrivere perché, molto probabilmente, nel momento in cui l’economia si faceva autarchica non c’era
più bisogno di registrare le entrate/uscite. Quindi, i fattori detti poc’anzi hanno forse contribuito alla
perdita d’uso (non saranno stati quelli determinanti). In realtà, l’unico luogo a fare l’eccezione è
l’isola di Cipro (non a caso un’isola5) dove la scrittura permane e si sviluppa in maniera autonoma
con una scrittura cipro-minoica attestata per diversi secoli (XVI – XI sec. a.C.). Questa scrittura si
pone nella storia evolutiva delle altre forme e genera un altro tipo di scrittura cioè la lineare (in uso
dal IX sec. fino al III sec.), praticamente a Cipro v’è continuità di scrittura.
1
È una definizione impropria tuttavia.
2
Non possiamo dire che ci fosse una sola motivazione (ma molte altre) determinante la caduta di questa civilità.
3
Del tipo in Irlanda si ritrovano distese di pianure e colline poco elevate, con pochi centri abitati dopo vari km (chiesa –
pub e 2/3 case).
4
La scrittura fino all’età minoica-micenea era legata alla rendicontazione delle entrate-uscite nel contesto dell’economia
di palazzo. Cioè era una scrittura funzionale, con uno scopo concreto.
5
Frontiera = area osmotica (in questo caso si avverte una certa ibridizzazione), confine = linea. Per le isole,
semplicemente, è perché sono estensioni del mare.
In realtà questi secoli bui contenevano in nuce alcuni elementi di novità dei secoli successivi. Per
cui, ad esempio, verso la fine di quest’epoca: grande mobilità non di singoli ma di gruppi, serie di
innovazioni tecnologiche (re-invenzione della scrittura, adozione del ferro6), inoltre si affermò un
nuovo modo di vedere l’arte (nasce lo stile proto-geometrico).7
In effetti, se troviamo solo oggetti di consumo giornaliero, abbiamo una società che non si
organizza in simposi/pasti comuni ma è una società di sopravvivenza. Pertanto nelle Dark Ages
troveremo ceramiche di largo consumo, nella ceramica di uso comune (chiusa o aperta) – prima del
“Protogeometrico” – si usavano delle piccole protuberanze attaccate sulle pareti del vaso. C’è un
tentativo, semplice, di “decorazione”.
Altro elemento da considerare è la mobilità nel mondo antico. Precisiamo anzitutto che la mobilità
era a corto raggio (la mobilità al massimo all’interno di una stessa regione). Ad un certo punto, alla
fine dell’Età Buia le persone cominciarono a muoversi su larga scala e questo tipo di mobilità
(spingersi fuori dalla propria regione) era più che altro per motivazioni commerciali8 (la ricerca di
nuovi metalli). Infatti, nei secoli XI-X, avviene la cosidetta “Prima Colonizzazione” ma – rispetto
alla Seconda – era più contenuta ed era più una traslazione (un movimento simmetrico). Qui ci sono
quindi delle comunità che hanno un nucleo ben definito nella Grecia Continentale fino alle coste
dell’Asia Minore. Traslazione particolare: tutte le comunità elleniche (per esempio) dell’Asia
Minore settentrionale si sentiranno sempre legate a chi le ha fondate nell’area continentale (per
motivazioni linguistiche, culturali, dialettali).
Le differenze sono:
a) Cronologiche: La I avviene fra l’XI – X sec. a.C., la II invece dall’VIII sec. a.C.
b) Aree toccate: La I parte dal continente fino alle coste dell’Asia Minore (max. Cipro),
mentre la II ha un’ampiezza tale che tocca tutte le coste del Mediterraneo (dal Mar Nero fino
alle Colonne d’Ercole). Quindi la prima colonizzazione ha un’area d’interesse ben precisa e
limitata, ovvero la costa dell’Asia Minore (tutta o parziale9).
c) Organizzazione: La I non è organizzata (sono gruppi di persone che in maniera libera si
spingono verso i primi territori che trovano prospicienti alla loro area di abitazione), la II è
un’operazione organizzata (ed è pure raccontata, i coloni partono con un capo – soli uomini
– risposta dell’oracolo e rituali prima/dopo la partenza, inoltre il capo stesso s’impegnava a
distribuire le terre) probabilmente memori della precedente esperienza.
6
Fino al momento gli utensili erano fatti in rame – legno – pietro e materiali preziosi (argento, oro).
7
Da ricordare la distinzione fra ceramica aperta e chiusa. La I è per la consumazione di pasti (legata ad un gruppo che
mangia insieme), la II è per conservare/distribuire/condividere (con un gruppo). Inoltre rilevante la presenza di
decorazioni.
8
Ma non solo, anche perché l’aumento di popolazione necessitava più terre e non si riusciva più a sostenere l’economia
autarchica. Inoltre il tema del “racconto della II colonizzazione” era quasi un genere, perché autori vari parlano (a
distanza) di quello che era accaduto nel lontano VIII sec. a.C. (leggende di fondazione a posteriori). Per la I solo
menzioni di “qualche movimento”. Per quante leggendarie, abbiamo delle storie e su queste storie si possono realizzare
interi studi analitici (alla ricerca del pattern, cioè quel modello comune a tutte le storie che si declinano). Le fonti non
danno molte informazioni sulla I colonizzazione (Gli Ioni dell’Asia Minore richiamavano le loro origini nella Grecia
Continentale, si sentivano parenti degli Ateniesi/Eubei ma poi nient’altro).
9
Qui vengono formate tre aree culturalmente e linguisticamente separate fra di loro e rimandano ai dialetti parlati nella
madrepatria (cioè la Grecia Continentale). Queste erano l’Eolide, formata dalle Sporadi Settentrionali che formano la
“Dodecapoli Eolica” (Smirne – Cuma Eolica), Ionia (sede anche qui di una “Dodecapoli”, Mileto – Priene – Samo –
Efeso – Colofone – Clazomene – Chio – Rodi – Alicarnasso – Focea, che pur essendo situata nell’Eolide era di cultura
Ionica) e Doride (qui risiedeva l’ “Esapoli”, Rodi comprendente Ialiso/Lindo/Camiro – Cos – Cnido – Alicarnasso).
Altra cosa su cui soffermarsi, è l’adozione di un nuovo metallo. Ad un certo punto, i popoli nelle
Dark Ages si accorgono che i metalli a loro disposizione – pur essendo efficaci – erano dispendiosi
e non molto resistenti. Trovano, quindi, la maniera di gestire un altro metallo più
comune/economico ovvero il ferro (al posto del bronzo, una lega). Il bronzo venne relegato a tutti
quegli utensili/armature da parata o dedica. Questa nuova tecnologia utilizzata avrà delle
conseguenze importanti: il ferro intervenne, nell’agricoltura, in tutti gli altri tipi di strumentazione
per il taglio (falce) e, nell’alimentazione, cambiano anche le modalità (le posate cominciano ad
essere realizzate in metallo10). Aumentando le prospettive di vita, l’uomo fa più figli ed aumenta
così la popolazione.
Le prime decorazioni proto-geometriche erano estremamente semplici o estremamente complesse.
Ad essere precisi, quando uno inizia una decorazione (l’arte re-inizia) la prima cosa che realizza è
una decorazione semplice ed utilizza ciò che la natura gli può ispirare (cerchi – linee) ma poi
prosegue cercando di coprire il campo quanto più possibile11.
Nel sito di Lefkandì ha prosperato una società che dall’XI al IX sec. a.C. ha conosciuto una vitalità
quasi eccezionale (è stata un’isola fiorente). Questi tipi di nuove fioriture, realtà, spunti di ricchezza
non sono uniformi. Questi tipi di realtà (come appunto Lefkandì) non sono uniformi. Finora
abbiamo parlato di società che condividevano caratteristiche generali comuni (in realtà nella fase
finale delle Dark Ages, questi momenti di grande fioritura non si hanno ovunque allo stesso modo).
Tra i siti più fiorenti di quel periodo sono Lefkandì – Atene – Argo (stranamente 2 città che vantano
di una ricchezza e storia continua). Tuttavia, a noi interessa più che altro Lefkandì. In questo sito,
per sbaglio12, vennero trovati i resti di una grande necropoli. Questi tipi di edificio con abside,
nell’età arcaica, in genere sono templi (in quanto nelle prime forme avevano proprio queste forme):
le dimensioni raggiungono i 45 m. di lughezza. All’interno di questo edificio absidato, vennero
trovati due uomini sepolti (il I un uomo di 30/45 anni incinerato e il II una donna inumata). Intorno
ai resti c’era il corredo funerario (gli oggetti messi insieme al morto). Il corredo funerario serviva a
testimoniare la potenza/la ricchezza non soltanto del morto ma anche della famiglia (lasciare un
oggetto al defunto). In effetti, furono ritrovati i resti di 4 cavalli (sacrificati appositamente)13.
L’edificio gigantesco era fatto, anzitutto, da una prima fila di muratura e poi tutto il resto era fatto in
legno. Da un punto di vista interpretativo (in Archeologia), se io ho una sepoltura con un ricco
corredo (con i 4 cavalli), subito penso ad una società estremamente ricca (potendosi permettere i
cavalli14).
10
Le posate in legno realizzavano tagli grossolani ma aumentavano la possibilità di infarti. Per quanto riguardo le
ceramiche, quest’ultime non vennero sostitute da copie in metallo ma continuate ad usare fino all’età moderna
(solamente quelle in metallo – argento e bronzo – erano dedicate al dio).
11
In effetti, nelle ceramiche protogeometriche o geometriche troviamo il vaso interamente riempito di cerchi o di linee.
In questo clima di “depressione”, da un lato, e di grande “recesso”, l’archeologia più recente si è focalizzata su questi
anni e ha trovato il sito di Lefkandì, in Eubea.
12
A Lefkandì, nel villaggio moderno, c’erano lavori per la costruzione di case e venne trovato un edificio absidato (cioè
con un’abside)
13
All’incirca siamo fra il 1000 e il 950 a.C. Il contenuto del corredo ci dice molto sulla datazione (molto precisa).
14
Inoltre il cavallo era da associare al carro da guerra e quindi all’aristocrazia, poi il nome è molto importante (Ipponate
– Ippolito).
16/10/’23 h: 15 – 17
19/10/’23 h: 17 – 19
23/10/’23 h: 11 – 13
23/10/’23 h: 17-19
15
Quando qualcuno parla di “centro” e di “periferia” è un concetto però caduto in disuso, perché non è possibile
distinguere con certezza un centro da una periferia. Quindi si pensava, per comodità, si andava ad indicare il centro nel
mondo attico/ionico perché lì sono avvenuti vari eventi storici.
16
Quindi: Acaia, Arcadia, Elide (l’area intorno ad Olimpia) – Beozia, Etolia-Acarnania, Tessaglia, Epiro, Focide -
Locride (piccole aree intorno a Delfi), Macedonia.
17
Per gli Antichi Greci, l’Iliade e l’Odissea erano la summa del sapere e della conoscenza: norme di comportamento,
usi, come seppellire.
L’unico “racconto del ritorno” pervenuto per intero è l’Odissea, ma ve ne sono tanti altri. Tuttavia
anche gli altri eroi, nel loro viaggio di ritorno, hanno toccato varie tappe e alcuni non
necessariamente sono ritornati nella loro terra d’origine. Altro elemento da tenere in considerazione,
è il contesto militare. Dato il pericolo costante di essere attaccati, le comunità si aggregano (quindi
tutto parte dalla “paura” e dalla ricerca di “sicurezza”). Mentre in un’organizzazione federale
moderna c’è un centro politico ed unico (come Berlino nella Germania), negli stati etnici greci la
leadership politica di una sola comunità sugli altri era un problema non indifferente: ogni città
seguiva il sistema “inter pares”. Per cui si trovò lo stratagemma, usando un luogo neutro che per
eccellenza era il santuario18. In Etolia, per esempio, il santuario preso in considerazione è “Apollo
(Θερμός)19”.
Anzitutto, dovevano essere creati dei luoghi di ritrovo per le comunità (o i loro rappresentanti) ad
hoc e venivano sfruttati soprattutto i teatri. Lo stato etnico subirà in seguito un’evoluzione in
“Κοινόν” (ossia Stato Federale). L’ethnos, in sostanza, è quell’organizzazione primitiva dello Stato
Federale. Quando poi queste comunità assunsero una maggior consapevolezza di loro stesse
solamente rapportandosi con “l’alieno” (cioè il diverso). Le occasioni erano le guerre ma anche
incontri diplomatici.
Un altro punto sono le “concessioni” di cittadinanza. Diventare “cittadini” di una comunità nel
mondo antico poteva avvenire:
a) Nascita: Se nascessi ad Atene sare automaticamente cittadino Ateniese, a Dodona la
cittadinanza della propria comunità – della propria Tribù ed infine quella Epirota.
Ma la cittadinanza poteva avvenire anche per “acquisizione”. La cittadinanza nel mondo antico si
acquisiva per:
b) Trasmissione: Da padre in figlio.
c) Onoranze: Come segno di gratitudine e di rispetto (Atene omaggiò il tiranno di Siracusa,
Dioniso di Siracusa, offrendogli la cittadinanza ateniese).
Chi è conferiva la cittadinanza? Esistevano 3 modalità.
A) Πόλις: La città dello Stato Federale (tutti i rappresentativi, riunitisi, concedevano la
cittadinanza). Questa prassi però risale al tempo dell’Ellenismo (perché ad un certo punto la
cittadinanza venne data a tutti, comportando così la sua svalutazione). Il “Koinòn” era una
soluzione semplice ed economica per ovviare all’estrema frammentazione propria del
Mediterraneo Greco.
18
Dove ci si riunisce e si prendono decisioni politiche a cadenza regolare.
19
Nasce e si sviluppa proprio grazie alla sua importanza regionale. Ha importanza solamente per le comunità di Termo,
di quella regione.
Di Sparta, ci sono molti studi ma non tantissimi per un motivo principale: le fonti su Sparta sono
veramente poche e per giunta molto tarde nel tempo. Ci sono poche fonti scritte/letterarie e sono di
due livelli: letteratura ed epigrafia. Le fonti epigrafiche20, poi, sono anch’esse molto ridotte. Gli
scrittori che parlano di Sparta sono “non-Spartani” e molto tardi rispetto all’antica città
peloponnesiaca. Gli autori in questione sono:
1) Ξενοφῶν: Con la “Costituzione Spartana” (Pseudo-Senofonte)
2) Πλούταρχος: Con le “Vite Parallele” (parlando di usi e costumi spartani nella sezione su
Licurgo e Lisandro).
Plutarco, tuttavia, era un autore di età tardo imperiale e - pur disponendo di fonti migliori di quelli
che sono pervenute a noi – tuttavia scriveva su di una figura antichissima (inizio età arcaica). Da un
punto di vista archeologico, il problema non è inferiore ma questo già l’aveva testimoniato lo
storico Tucidide che riferisce che i monumenti di Sparta non erano molti. Altro problema è che le
fonti sono “Atenocentriche”, cioè viste sempre da una prospettiva ateniese.
Atene era un luogo in cui l’arte era finanziata e la democrazia spinse alla scrittura, insomma alla
rendicontazione di quanto avveniva (entrate – uscite – spese) e inoltre Atene era al centro della
maggior parte degli eventi.
Sulle carte geografiche, vediamo come il Peloponneso (l’Isola di Pelope) sia distaccata dalla
Penisola Balcanica (pur essendoci l’Istmo di Corinto che la connette all’Attica) e soprattutto
puntellata da diverse entità geografiche specifiche.
a) Λακωνία: Occupa la maggior parte della regione centro-meridionale del Peloponneso. A
questa regione si unirà la Messenia (conquistata).
b) Ἀργολίς: Occupa la punta più orientale. È un’altra regione a sé.
c) Ἀρκαδία: Occupa il cuore della penisola. La Letteratura Classica la raffigurò come un posto
idilliaco e dedito alla pastorizia, ma questa connotazione “selvaggia” viene dal fatto che è
una zona tutt’ora non facilmente raggiungibile21.
d) Ἐλίς: Alla sinistra dell’Arcadia, ospita la città di Olimpia (di per sé non attaccabile).
e) Ἀχαῖα: Occupa la zona settentrionale (in età romana diede il nome a tutta la provincia).
f) Κόρινθος: Area situata nell’omonimo istmo.
Queste aree che rimangono separate da un punto di vista politico, rimangono separate anche per un
motivo preciso: la poca accessibilità. Aree prevalentemente montuose (tranne la zona meridionale
della Laconia e di tutta la Messenia), inoltre vi era la “Θυρέα” all’interno di una pianura grande
quanto un fazzoletto fra la città di Argo e Sparta. Questo territorio fu motivo di contrasti per vari
secoli (perché era una pianura al confine ma soprattutto perché buona per la coltivazione). Le zone
di organizzazione poleica sono le città di:
1) Ὀρχομενός: Da distinguere da quella in Beozia.
2) Μεγαλόπολις: Costituzione greca di età tarda, dopo la battaglia di Leuttra (371 a.C.)
3) Τεγέα: Situata in Arcadia, è in continua lotta con Sparta.
20
Da menzionare, a tal proposito, il catalogo delle iscrizioni epigrafiche greche catalogate per regione e in ordine
cronologico. Fra tutte le comunità greche, le iscrizioni provenienti dall’Attica occupano 3 volumi ma le iscrizioni
provenienti dal Peloponneso 1 volume dimezzato (provenienti dalla Messenia e altre regioni peloponnesiache). Nella
sezione di Sparta, le iscrizioni risalgono all’età imperiale mentre quelle di età classica sono veramente scarne (quindi
sappiamo veramente poco dell’antica Sparta). Inoltre non è possibile nemmeno classificare la sua cronologia in base
all’evoluzione di scrittura (non avedo appunto un minimo di documentazione scritta).
21
In effetti riuscì a resistere agli attacchi spartani.
Noi abbiamo detto che quando i Greci percorrevano le vie interne, dalla costa verso l’entroterra,
seguivano le valli fluivali (in quanto i fiumi erano le “autostrade” del tempo ma anche la valle
fluviale stessa consentiva gli spostamenti). Però ciò non era più valido per varie regioni, fra queste
soprattutto il Peloponneso a causa di una serie di cascate che interrompevano il percorso22, ma poi il
centro del Peloponneso stesso era prevalentemente montuoso che interrompono la via fluviale
(questo però era per l’attraversamento N-S). Per andare da E-O, i percorsi fluviali sono
particolarmente importanti e fruibili, soprattutto ad Olimpia23. Ad ogni modo, le valli fluviali
interrompevano le comunicazioni fra Corinto e Argo (che per quanto vicina, Corinto non provò mai
a conquistare Argo). Quindi le comunicazioni sono agevoli lungo le rive ma nemmeno più di tanto.
Sparta è affascinante perché presentava una società particolare: nell’immaginario è la città della
guerra, le istituzioni sono fedeli a quelle osservabili nell’Iliade, immobilismo sociale e
conservatorismo dei costumi quasi maniacali (una parte del nerbo stava nella loro rigidità24). Questo
tipo di caratteristiche è stato notato e analizzato dagli antichi stessi (Platone – Aristotele –
Senofonte25). Questo tipo di peculiarità è rimasta viva nell’immaginario collettivo, fino ad essere
adottata (anche in maniera impropria) da vari esponenti o regimi politici:
a) Il Fascismo: Anche se quest’ultimo si richiamava più al mito di Roma.
b) Il Nazismo:
c) L’Eugenetica:
La tendenza dello stato spartano è il “dimenticarsi dell’individuo e il creare una comunità il cui
pensiero fosse unico e diretto dall’alto”. La cosa paradossale, è che il regime degli “uguali” (degli
Spartani) è stato usato anche dall’opposto dell’estema destra:
d) Il Comunismo: Il fatto che erano “tutti uguali” e tutto era “diviso in parti uguali”, è stato
visto come un tipo di organizzazione sociale prodromica alla società comunista secondo le
teorie marxiste.
Quindi, uno stesso argomento viene usato in maniera funzionale (ed anche opposta) – coi rischi
però della snaturazione – da certi individui. Per gli studi su Sparta, ci sono Massimo Nafissi –
Hodkinson26 - Marcello Lupi.
Sparta è una “pòlis” posta lungo le rive del fiume Eurota. È abbastanza arretrata rispetto alla foce
del fiume (essendo a 40 km. dal mare). La pianura su cui domina è di tipo alluvionale e dunque
abbastanza fertile (altro elemento di ricchezza per la città di Sparta)27, alla destra e alla sinistra
sorgono due catene montuose: da un lato il Παρνόν e dall’altro il Ταύγετος. Il I separa/difende
Sparta da eventuali attacchi da Argo e il II divide la Laconia dalla Messenia 28 (utile in particolar
modo a seguito della sua annessione alla Laconia).
22
Vale a dire: un conto è fare un percorso nella pianura fluviale, un altro conto ripercorrere a ritroso dalla foce verso la
sorgente un percorso fluviale puntellato da cascate.
23
Dal momento che sorge all’incrocio di due fiumi, ovvero l’Alfeo e il Cladeo. In genere è raro che due fiumi si
incrocino e proprio per questo per i Greci del posto garantiva un punto di riferimento nella spazializzazione. In certi
casi, ci si incontrava e si finiva per costruirvi un’intera comunità. Nei pressi sorgeva un santuario che serviva a riunire
quella comunità che onorava un dio (tanto più se questa caratteristica geomorfologica aveva per i Greci carattere divino,
essendo la Natura elemento intrinseco nella Religione Greca Arcaica).
24
Ma questo però non giocherà molto a loro favore col passare del tempo, dal momento che più uno è duttile/flessibile
più saprà stare dietro ai cambiamenti socio-culturali.
25
Lo Storico Senofonte, pur ammirando a 360 gradi la cultura spartana, non riesce a fornire testimonianze oggettive
(bensì alterate) sull’argomento.
26
In pensione, che ha costruito in Inghilterra un centro studi sul Peloponneso.
27
La “κοιλή Λακεδαιμῶν”, ovvero la concava spartana.
28
Non scordiamoci che, ad ogni terremoto (la Laconia è una zona altamente sismica), i Messeni insorgono.
Il Taigeto è ricordato per quella pratica che ispirò la teoria eugenetica dei Nazisti. Appena partoriti,
un gruppo di persone (soprattutto anziani) analizzava se il bambino avesse delle caratteristiche
fisiche tali da poter essere in futuro un soldato per la città. Qualora non le avesse avute, il bimbo
veniva gettato dal Taigeto (però nel mondo antico non c’era veramente una questione
ideologica/etica di base, tutto avveniva seguendo una logica pratica ed utilitaristica 29). La Messenia,
che è dall’altra parte del Taigeto, è una terra estremamente ricca e fertile. La parte meridionale del
Peloponneso, laddove chiaramente ci sono pianure e dal momento che ci sono 2 catene montuose
che si spingono verso il basso (generando corsi fluviali), è fortemente irrigata da fiumi e corsi.
Quindi, il fatto che Sparta avesse a disposizione due grandi bacini e pianure, garantiva loro delle
rendite e delle risorse continue. Motivo per cui, quando parleremo di colonizzazione, Sparta era
l’unica ad avere una sola colonna in tutta la Magna Grecia – ovvero Taranto – e del resto l’aveva
fondata per questioni politiche (non problemi territoriali).
Noi siamo abituati a chiamare “Sparta” in questo modo, in realtà le fonti antiche la presentano come
“Λακεδαίμων”. Sono due toponimi usati, apparentemente come “sinonimi”, ma è del tutto erroneo:
“Σπάρτη” rimanda, per la sua etimologia, al concetto di “seminazione” e fa riferimento all’area
urbana. “Λακεδαίμων” indica la regione più vasta. Per precisazione gli “Spartiati”, propriamente
detti, sono gli abitanti di Sparta e “Lacedemoni” gli abitanti della Laconia (quindi ha un senso più
vasto). Noi abbiamo alcune notizie, però difficilmente ancorabili ad una cronologia precisa.
Sappiamo ch’è stato un processo estremamente lungo, basato più su annessioni di varie comunità, e
la data – in base alla quale possiamo stabilire i limiti territoriali della città di Sparta 30 - sarebbe il
665 a.C. ca. La storia di Sparta, in età micenea, non è molto diversa da quelli degli altri popoli delle
altre realtà geografiche (palazzi distrutti, distruzioni31).
A Sparta, in sostanza, ad un certo punto è avvenuta una frattura (un cambiamento) ma non è un
cambiamento che portò all’indentificazione di una cultura che arriva e domina su tutte le altre in
maniera preponderante. Si arriva alla fine del VI sec. con un realtà locale che è caratterizzata da una
forma di organizzazione tipica di una civilità molto “arcaicizzante”.
29
La città di Sparta era sempre minacciata dall’Esterno (gli attacchi di Argo) ma anche dall’Interno (dalle masse
rivoltose di schiavi, come i Messeni, che mettevano in rischio l’equilibrio sociale).
30
Che rimarranno invariati per secoli.
31
Possibilmente causate da rivolte in seguito a dei terremoti (però potrebbe essere non vero in quanto ogni volta che a
Sparta c’è stato un cataclisma politico di solito avviene in parallelo un fenomeno sismico). Altre cause plausibili
potrebbero essere l’invasione dei Dori dal Nord (ma questo implicherebbe anche un enorme cambiamento culturale). T
26/10/’23 h: 17 – 19
Sparta:
Una caratteristica di Sparta, già vista, è quella che in essa il tempo sembra essersi fermato.
L’organizzazione del territorio, di per sé, seguiva uno schema “antichissimo” – come testimoniava
già Tucidide – ossia “κατά κώμας” (“per villaggi”). Quando un greco doveva dire “Io sono greco,
l’altro è barbaro”, usava una serie di categorie come:
a) Lingua
b) Usi e costumi: teoria delineata dallo storico Erodoto. In questa sezione rientravano anche la
“maniera di vivere” e il “modo di fare la guerra”.
Per i Greci, un conto era vivere all’interno di una città-stato32, un conto vivere sotto una particolare
istituzione politica (per esempio la “monarchia” ma per i Greci era da “barbari”), un altro conto
infine che una popolazione fosse disposta “κατά κώμας” (con questo si soleva indicare o i barbari o
i Greci non propriamente “civilizzati”). Tipico dei Greci, sul piano bellico stavolta, era l’esercito di
opliti ma nel resto del mondo c’erano altre metodologie33. Dire che Sparta sia una “πόλις κατά
κώμας” vuol dire che è una città talmente tanto organizzata in una forma arcaica da essere percepita
per alcuni aspetti non come propriamente “greca”.
Non c’era a Sparta in effetti un agglomerato urbano vero e proprio ma ci sono dei piccoli villaggi
giustapposti come fossero “frazioni” senza un centro. Non c’era un’organizzazione istituzionale
centralizzata come in Atene (il centro città era l’acropoli/agorà) ma tutto era distribuito nei villaggi.
Questa maniera di organizzare la città rispecchia quella che è la “nascita/formazione” di Sparta, da
dei villaggi che si sono uniti, il cui aspetto – dopo l’unione – non è più stato modificato. Alle
origini, l’acropoli di Sparta era minima: c’era un piccolo tempietto e quattro piccoli monumenti
(poco più). Quando Sparta si forma, si forma per unione prima di 4 villaggi (Cinosura, Limne,
Mesoa, Pitane) all’incirca nel X sec. a.C. (secondo la logica “l’unione fa la forza). Quest’unione
però è scomposta, cioè mantenendo le proprie peculiarità34. Testimonianze di questo fenomeno sono
date da Pausania, autore di età imperiale35 (molto tardo):
“τοῦτο δὲ οἱ Λιμνᾶται Σπαρτιατῶν καὶ Κυνοσουρεῖς καὶ ‹οἱ› ἐκ Μεσόας τε καὶ Πιτάνης θύοντες τῇ
Ἀρτέμιδι ἐς διαφοράν.”
“Gli Spartani di Limne, i Cinosurei e la gente di Mesoa e Pitane, mentre sacrificavano ad Artemide,
vennero a contesa e si spinsero fino al sangue.”
L’unione deriva da un contrasto militare. Dopo questa prima unione nel X sec., da quello che si sa,
si unì al gruppo un quinto villaggio, ossia quello di Amicle. Noi sappiamo che in età arcaico-
classica Sparta era divisa in 5 villaggi (Amicle si sarebbe aggiunta nella metà dell’VIII sec. a.C.),
quindi venne assorbito molto tempo dopo l’originario sinecismo di Sparta. Testimonianza di questo
fatto è fornito ancora da Pausania. Non sappiamo, al di là di questi accorpamenti, come da questi
cinque villaggi si arrivi alla dominazione della zona meridionale del Peloponneso (finora abbiamo
parlato soltanto di Sparta-città ma delle altre zone nulla di più ci è stato detto).
32
Percepita dai Greci come un modo “tutto greco”.
33
Questa discrepanza fra Greci e Barbari sul tema bellico si vedrà maggiormente nelle guerre contro i Persiani.
34
Ognuno mantiene il proprio santuario e il proprio modello di organizzazione.
35
Nel III libro della “Guida della Grecia” (una specie di guida turistica). Pausania era più un geografo e un antiquiario.
Sappiamo solo che Sparta dominava questo vasto territorio ma non sappiamo bene le modalità di
formazione di questo dominio. Cosa ci dice Pausania circa l’assorbimento di Amicle agli altri
villaggi?
“Ἀρχελάου δὲ ἦν Τήλεκλος· ἐπὶ τούτου πόλεις Λακεδαιμόνιοι τῶν περιοικίδων πολέμῳ κρατήσαντες
ἐξεῖλον Ἀμύκλας καὶ Φᾶριν καὶ Γεράνθρας, ἐχόντων ἔτι Ἀχαιῶν. τούτων Φαρῖται καὶ Γερανθρᾶται
τὴν ἔφοδον τῶν Δωριέων καταπλαγέντες ἀπελθεῖν ἐκ Πελοποννήσου συγχωροῦνται ὑπόσπονδοι· τοὺς
δὲ Ἀμυκλαιεῖς οὐκ ἐξ ἐπιδρομῆς ἐκβάλλουσιν, ἀλλὰ ἀντισχόντας τε ἐπὶ πολὺ τῷ πολέμῳ καὶ ἔργα οὐκ
ἄδοξα ἐπιδειξαμένους. δηλοῦσι δὲ καὶ οἱ Δωριεῖς τρόπαιον ἐπὶ τοῖς Ἀμυκλαιεῦσιν ἀναστήσαντες, ὡς
ἐν τῷ τότε λόγου μάλιστα ἄξιον τοῦτο ὑπάρξαν σφίσιν”
“Figlio di Archelao fu Teleclo36; Sotto di lui gli Spartani conquistarono in guerra e sottomisero, tra
le città dei dintorni, Fare, Gerantre e Amicle. Gli abitanti di Fare e di Gerantre, atterriti dall’assalto
dei Dori, acconsentirono a lasciare il Peloponneso dopo un accordo; [gli Spartani] non riuscirono
invece a far uscire gli abitanti di Amicle al primo assalto, ma solo dopo che costoro avevano
resistito a lungo e compiuto atti di notevole eroismo. Ciò risulta anche dal fatto che i Dori, dopo
aver eretto un trofeo per la presa di Amicle, mostrano di considerare questa impresa come la più
illustre del tempo.”
Pausania sta praticamente fissando un episodio in un tempo specifico. Quest’annotazione è utile per
una serie di motivi: come funzionava il calendario a Sparta37? Si usava la “diarchia”. Per definire
l’anno c’erano degli stratagemmi che possono essere (come ad Atene) “l’arcontato” (con
l’espressione “Sotto l’arcontato di…”). A Sparta c’era appunto la lista dei “diarchi”. Queste liste poi
s’incrociavano con quelle dei vincitori olimpici. Questi elementi ci aiutano a fissare qualcosa nello
spazio e nel tempo. Il problema è che molto spesso, più si va indietro nel tempo, più queste liste si
fanno meno affidabili dal punto di vista dei nomi (la memoria storica dura in generale 15 anni).
Perlopiù le liste risalenti alla notte dei tempi sono inventate: per esempio il sinecismo di Atene
venne attribuito ad un re metà uomo e metà serpente (chiaramente è fantasioso). Sono quindi liste
fittizie per dare a loro stessi una datazione. Nel passo sovracitato, Pausania ci dà notizie di un
assorbimento di villaggio e di persone di un certo valore38.
Da questa prima unione di villaggi, deriva la città di Sparta. La divisione per villaggi si mantenne
anche nella suddivisione civica della città di Sparta (le ὤβαι). Quest’ultime sono la base della
formazione dell’esercito: il reclutamente dell’esercito avveniva propriamente su questa suddivisione
civica39 (oggi diremo “per villaggi/quartieri”). Possiamo vedere come fin dalle origini, l’elemento
fondamentale – anche nella formazione della città – è il militarismo (o, in altri termini, la cornice
della “guerra”). Inoltre, sappiamo come hanno annesso la Messenia (cioè attraverso diverse guerre e
non una soltanto): ad un certo punto Sparta si ritrovò a dominare 2/5 del Peloponesso (che vuol dire
tanto40).
36
Della famiglia degli Agiadi. Questa famiglia degli Agiadi è una delle due famiglie reali che detenevano la diarchia a
Sparta (doppia monarchia).
37
Nell’antichità il calendario variava da città a città. Per definire l’anno c’erano degli stratagemmi che possono essere
(come ad Atene) “l’arcontato” (con l’espressione “Sotto l’arcontato di…”). A Sparta c’era la lista dei “diarchi”. Queste
liste poi s’incrociavano con quelle dei vincitori olimpici. Questi elementi ci aiutano a fissare qualcosa nello spazio e nel
tempo. Il problema è che molto spesso, più si va indietro nel tempo, più queste liste si fanno meno affidabili dal punto
di vista
38
Gli altri 2 villaggi, evidentemente, non vennero visti come degni di essere assorbiti nel mondo spartano.
39
Mentre in età moderna avviene per età.
40
8000 km2.
La “Conquista della Messenia” è un tema che ricorrerà molte volte nella storia di Sparta. Una volta
che i Messeni vennero inglobati nel sistema spartano, quest’ultimi rappresentarono per gli Spartani
stessi una grande risorsa ma anche un gigantesco problema che si ripresenterà ogni volta che ci sarà
un terremoto o una piccola rivolta. Gli Spartiati, in sostanza, si ritrovarono ad avere la “guerra in
casa”, ad avere il nemico sempre dietro l’angolo. La Messenia è una grande risorsa, sia da un punto
di vista umano (erano numerosi) sia da un punto di vista economico (essendo estremamente
fertile41).
Aprendo una digressione, a Sparta il pagamento in moneta venne introdotto solamente con la fine
della Guerra del Peloponneso. Vennero istituite le figure degli ἀμώρβοι, che venivano impiegati per
gestire questo immenso territorio (non avendo più Atene il dominio sull’Egeo) ed erano simili a
degli ambasciatori/diplomatici spediti nei territori precedentemente sotto influenza ateniese42.
Siccome erano mandati fuori di Sparta, dovevano essere pagati (erano le prime figure istituzionali a
ricevere un pagamento), generando però – d’altra parte - fenomeni di corruzione.
Prima di allora, a Sparta non c’era l’uso della moneta all’interno dello stato (probabilmente gli altri
usavano una qualche forma di pagamento nelle relazione inter-poleiche43).
Si dice che venisse prodotta una moneta di ferro (un valore estremamente diverso da una di argento
o di oro) ma proprio per non “corrompere” i loro costumi decisero deliberatamente di non produrre
monete. Qualcuno ha parlato di “obolo” (cioè degli spiedi). Gli Spartani usavano gli “spiedi” come
moneta di valuta. In una società in cui non c’era un sistema di valuta in monete, un modo per
definire la ricchezza di un individuo era nei possedimenti “immobili” di un individuo (terra, capi di
bestiame). Lo spiedo quindi era “una parte per il tutto44”: quindi era un simbolo di condivisione tra
“pari”, ricchezza (perché è lo strumento con cui mangio le carni che io stesso possiedo).
Per quanto riguarda le Guerre Messeniche, fu sempre Pausania a trattarle. Questi dedicò 2 libri
inerenti al Peloponneso e sono estremamente importanti perché, in parte al di là di lui non vi sono
tante altre testimonianze, sono abbastanza ricchi di dettagli. Secondo Pausania, la I guerra
messenica ebbe origine da un incidente avvenuto nel santuario di Artemide “Limnatis”. Questo
santuario era situato sul lato occidentale del monte Taigeto (la parte più occidentale del
Peloponneso) ed era molto vasto (si trovava al confine fra la Laconia e la Messenia). In antichità i
confini si stabilivano con elementi naturali o altri oggetti (come appunto un santuario, cippi di
confine). I santuari erano molto funzionali e quindi la “conquista di uno di essi” significava
“spostare il confine”. Di questa storia esistono due versioni (una spartana e una messenica).
Pausania, prassi molto comune nel mondo antico, riporta due versioni di uno stesso fatto:
a) Versione spartana: Dicevano che il loro re Teleclo subì un torto perché mentre c’erano delle
celebrazioni in questo santuario (un momento in cui non si doveva spargere sangue) alcuni
messeni avrebbero violentato delle ragazze spartane e Teleclo, volendo fare giustizia, venne
ucciso.
b) Versione messena: Dicevano che gli Spartani aveva già in mente di conquistare la Messenia
e, durante le feste in onore di Artemide, alcuni giovani imberbi si vestono con abiti
femminili e vanno al santuario per indurre in tentazione i Messeni, per poi scoprirsi e
conquistarli. Anche qui Teleclo muore.
41
Avevamo detto che uno dei primi motivi di allontanamento dalla terra d’origine era la ricerca delle terre. Sparta non
ebbe bisogno di “uscire” dalla Grecia proprio perché aveva assoggettato la Messenia e fondò solamente una colonia,
cioè Taranto (fondata tra l’altro per motivazioni politiche).
42
Argomento ben trattato nel manuale.
43
Prendere per esempio i soldi dell’Impero Persiano per vincere la Guerra del Peloponneso.
44
Nel mondo antico era di prassi comune ergere un elemento per indicare più cose.
La storia è più o meno la stessa: ci sono episodi di violenza, due parti contrapposte, una festa ma i
ruoli sono ribaltati. È chiaro comunque che il tentativo di conquista da parte degli Spartani ad ogni
modo fallisce. Ci sono due versioni della storia e ognuno di esse tira l’acqua al proprio mulino.
Quindi, le fonti ci segnalano che quello era un momento significativo nella storia spartana: una festa
è stata interrotta e c’è uno spargimento di sangue (in più un re viene ucciso). La guerra non scoppiò
subito ma si aspettò una generazione, stando sempre a Pausania. Ci sono chiaramente una serie di
scaramucce, piccole battaglie di confine e alla fine la guerra si trasformò in assedio (le guerre si
vincevano o per assedio o per assalto). Lo scopo di una guerra d’assedio era quello di far finire al
nemico i viveri. Per vent’anni i Messeni resistono e alla fine capitolano ad Itome. In conclusione i
Messeni giurano di non ribellarsi agli Spartani e di versare loro metà dei prodotti provenienti dalle
loro terre (era un accordo). Le fonti dicono non molte cose al riguardo ma per la prima volta (e forse
l’unica per Sparta) abbiamo una fonte diretta, ossia il poeta Tirteo:
“Al nostro re Teopompo, amato dagli dei: con lui prendemmo la vasta Messenia, Messenia: terra
buona da arare, buona da semina Per lei fecero guerra diciannove anni senza mai tregua; con tenace
coraggio i padri dei nostri padri, con la lancia in pugno. Al ventesimo anno i Messeni lasciarono le
fertili campagne, via dalle vette di Itome.” (Tirteo, fr. 5 West48)
45
Il tema della “Propaganda” entrò di moda negli anni ’80 e venne analizzato in particolare da Marta Sordi (docente
della grecista Cinzia Bearzot). Gli storici “fuori-classe” di storia Greco-Romana nel II dopoguerra sono Domenico
Musti e la stessa Marta Sordi (è grazie a lei che sappiamo molto della storia della Tessaglia).
46
In realtà era anche di prassi greca sacrificare uomini ma ad un certo punto si smise, perché si sentì come cosa
immorale (questo argomento fu analisi di Walter Burkert, nell’opera “Homo necans”).
47
Durante le festività spartane, gli Spartani non potevano prestare aiuto agli altri, nemmeno in casi estremi.
48
Un editore inglese che si è occupato dell’edizione dei frammenti dei lirici arcaici ma non solo.
Quindi, anche qui c’è come indicatore temporale un sovrano ma stavolta un certo “Teopompo” (è
passato tempo dall’ultimo re). Inoltre, viene evidenziata subito la motivazione “vera” della guerra
contro i Messeni (non parla di “giovani imberbi” o altro). Gli Spartani avevano fin da subito le idee
chiare e hanno trovato un pretesto per attaccarli (quello raccontato poc’anzi). In 8 versi Tirteo
fornisce precise indicazioni sul dove, come, quando e perché (pur essendo solo un poeta49).
Tra la I e la II Guerra Messenica passano 20 anni, e a questo punto partono numerose scommesse
sulla cronologia di queste due guerre:
a) 1 ipotesi: 735 a.C. – 715 a.C.
b) 2 ipotesi: 743 a.C. – 723 a.C.
c) 3 ipotesi: 757 a.C. – 737 a.C.
d) 4 ipotesi: 738 a.C. – 718 a.C.
Però, la datazione alla fine la lasciamo approsimata “metà VIII sec. a.C.” (considerando che
Pausania è di età imperiale-romana e la fonte più vicina è Tirteo che però ci dice tutto e niente).
La II Guerra Messenica probabilmente scoppiò nel 685 a.C. e finì nel 640 a.C. I Messeni, che
avevano promesso di non ribellarsi, fecero tutt’altro. Si ribellarono sotto la guida di un signore di
nome “Aristomene”. Questi capì che da solo non poteva farcela e quindi cercò di allearsi con il re
dei Pisati (una micro-regione vicino Olimpia) e con il re di Orcomeno (in Arcadia). Probabilmente
anche su quest’ultimi, a loro volta, incombeva il pericolo d’invasione spartana e questo
spiegherebbe l’alleanza. Quindi, scoppia la guerra e anche qui ci fu un altro assedio. Dopo 11 anni
di assedio, la Messenia cadde e Aristomene si rifugiò a Rodi (perché era terra amica degli Spartani).
A questo punto la sottomissione dei Messeni fu totale. A questo punto, siamo nel VII sec. a.C. e la
conformazione di Sparta, così come la conosceremo nei secoli successivi, è stata completata.
Occupa i 2/5 del Peloponneso, tutta la regione meridionale. Nonostante la vicinanza al mare, Sparta
decise di non dedicarsi mai all’attività navale ma anzi, tutte le attività manuali (anche quelle del
mare) venivano considerate dagli Spartiati totalmente “prive di valore”. Cioè, gli Spartiati vivevano
di rendita e non praticavano attività manuali (perfino la scrittura veniva considerata tale). Per tanti
anni, si parlò degli Spartiati di “analfabeti”.
Abbiamo capito che gli Spartani, come molti altri in quegli anni, avevano bisogno di terre. Questo li
portò a scontrarsi con le popolazioni autoctone delle terre vicine alla propria. L’acquisizione della
Messenia comportò anche l’acquisizione di risorse umane non indifferenti perché ridusse ad un
livello di schiavitù (o semi) un’intera popolazione che fino al IV secolo a.C. rimase completamente
sotto le mani degli Spartani: non è un caso che la potenza spartana crollò quando la Messenia si rese
indipendente.
a) Zona in giallo: Terra abitata dai Perieci. Questi erano coloro che “abitano intorno al nucleo
di Sparta”. In sostanza la loro terra fungeva da cinta protettiva.
La Messenia rappresentò un costante problema per gli Spartani. Questi effettivamente si
accontentarono di quanto avevano conquistato perché sapevano di non poter gestire un territorio
ancora più vasto. Gli Spartani, poi, sentendo costante il pericolo dei Messeni, non provarono mai ad
uscire da Sparta e dalla Messenia perché sapevano che se avessero allentato la corda sarebbe stata la
fine50 (ma anche perché stando fuori si poteva rimanere condizionati dagli usi/costumi altrui).
49
Ma del resto gli storici sfruttano qualsiasi fonte pur di elaborare l’esegesi di un fatto.
50
Quando gli Alcmeonidi chiamano gli Spartani a liberare Atene dalla tirannide, gli Spartani si rifiutarono perché
anzitutto erano amici dei Pisistratidi e poi perché sapevano che fare una spedizione militare avrebbe comportato
l’assenza dal territorio locale (se ci pensiamo bene, Lisandro – che passò molto tempo in Oriente – ritornato a Sparta
venne accusato di aver acquisito i costumi persiani: realizzò un monumento di sé stesso a Delfi, cosa proibita.). Prima
volta in cui un uomo venne ritratto e all’interno di un santuario dedicato ad Apollo. Questa moda venne ripresa dai re di
Macedonia ma ad Olimpia.
30/10/’23 h: 11 – 13
Nella lezione precedente si era discusso sulla formazione di Sparta (gli elementi che ne hanno
determinato la grandezza) e dunque l’estensione territoriale. Estensione territoriale che è raggiunta
non senza sforzo attraverso l’annessione della Messenia, tutta la zona più occidentale del
Peloponneso, nonché il garante di ricchezza economica e di risorse per Sparta. Le guerre di
conquista occupano la “seconda metà dell’VIII sec. a.C.” (la prima) e il “primo quarto del VII sec.
a.C.”. L’annessione della Messenia al territorio di Sparta contribuì anche ad un ulteriore fenomeno
storico, ovvero – stando alle fonti – alla fondazione della città di Taranto (unica colonia spartana
accertata). Sappiamo che in genere le colonie nascono dalla mancanza di terre/sovrappopolazione e
quindi lo sfogo si ha al di fuori delle piccole poleis. Questa motivazione vale per quasi tutte le città
della Grecia Antica ma non per Sparta.
Taranto venne fondata, infatti, per ragioni socio-politiche. Le fonti che ci parlano della
colonizzazione spartana in Puglia sono diverse. La principale è “Strabone51” (un geografo di età
romana di lingua greca). Nella sua opera, in cui ci racconta la cultura e la tradizione di vari luoghi,
offre degli excursus sulle leggende di fondazione relative alle città menzionate (fra questi Taranto
stessa). Strabone riporta quelle che sono le fonti a lui precedenti sull’unica colonia di Sparta: questi
sono “Antioco di Siracusa” ed “Eforo di Cuma” (due storici pervenuti solamente per frammenti).
Il I si focalizzò sulla storia locale (uno storico siciliano, interessato alla propria zona) e il II scrisse
una “Storia Universale52” (quindi raccolse tutte le informazioni possibili sulla storia antica e ci
diede tantissime nozioni sulle città coloniali). Strabone presenta le due versioni ma non prende una
posizione. Entrambi gli storici affermano che c’è un elemento sociale (una parte di popolazione)
all’interno di Sparta che ad un certo punto sentì il bisogno di andare via. Si parla di una “στάσις”
(guerra civile). Sull’anno preciso della fondazione di Taranto non tutti gli studiosi sono concordi
(anche perché dipende da come datiamo le guerre messeniche). Finora si ritiene il 706 a.C. come
l’anno della fondazione coloniale di Taranto (data abbastanza convenzionale).
A) Antioco di Siracusa: “Al tempo della conquista della Messenia53, quelli tra gli Spartani che
non parteciparono alla spedizione furono dichiarati schiavi e vennero denominati iloti,
chiamarono partenii tutti i figli nati durante la spedizione e li giudicarono privi dei diritti di
cittadinanza. Essi però erano molti e non si sottomisero a tale stato di cose54, organizzano
perciò un complotto contro i cittadini che costituivano l’Assemblea. Questi (gli Spartani),
venutolo a sapere, mandarono alcuni che - fingendo di essere amici - dovevano in realtà
riferire i suoi modi della congiura. Fra di essi c’era anche Falanto, che era considerato il loro
capo ma che non era per niente gradito a quelli nominati dall’Assemblea55. Si era convenuto
che alle feste Giacinzie56, mentre si svolgevano i giochi, quando Falanto avesse messo il
berretto di cuoio, si facesse l’attacco. I cittadini liberi erano riconoscibili dalla capigliatura
ma avendo alcuni svelato di nascosto quanto si era convenuto fra quelli con Falanto, mentre
si svolgevano i giochi, l’araldo – facendo avanti – disse a Falanto di non mettersi il berretto.
Avendo loro capito il complotto, era stato scoperto: alcuni scappavano, altri domandavano
grazia. Fu loro ordinato di farsi animo e furono presi sotto custodia. Falanto fu invece
mandato a Delfi circa la fondazione di una colonia.”
51
VI libro della “Geografia”.
52
Di Eforo di Cuma abbiamo tantissimi frammenti e lunghi (frammenti per testimonianza indiretta e diretta).
53
Indicazione cronologica.
54
Quindi c’è una parte della popolazione che nasce fuori dal matrimonio e rivendica dei diritti (poche informazioni,
ristrette e sintetiche). Vengono dati: luogo, motivazione, origine del conflitto.
55
Anche qui c’è un uomo “cammuffato” (alcuni motivi si ripetono).
56
Feste in onore di Apollo Giacintio (uno dei santuari di Sparta) di 3 giorni nell’Amicleum (ad Amicle).
In sostanza, Antioco fa proprio un micro-riassunto di tutto un disastro evidentemente avvenuto a
Sparta. Ci parla di un qualche conflitto civile interno fra i cittadini a pieno diritto e quelli non
completamente. Si fa capo di questo complotto un certo Falanto (è in atto un tentativo di colpo di
stato) tuttavia vennero scoperti e tenuti come prigionieri (non li vollero punire perché erano
evidentemente metà-cittadini). Questi partenii vengono raggruppati e Falanto non venne punito
(proprio perché metà-cittadino) ma gli venne ordinato di andare a Delfi perché gli avrebbe dato la
giusta soluzione (al tempo, rivolgersi a Delfi significava avere l’avvallo della divinità per la
fondazione di una colonia). I Partenii andarono dunque con Falanto.
B) Eforo di Cuma: “I Lacedemoni stavano combattendo contro i Messeni, che avevano ucciso il
loro re Teleclo57 (giunto a Messene per un sacrificio). Essi avevano giurato che non
sarebbero tornati in patria prima di aver distrutto Messene o morti tutti. Quindi lasciarono
come custodi della città, mentre essi combattevano, i più giovani e i più anziani dei cittadini.
In seguito, nel decimo anno di guerra, le donne spartane – essendosi riunite – mandarono
alcune di loro dagli uomini a lagnarsi perché essi non combattevano contro i Messeni a
parità di condizioni. Quelli infatti, rimanendo in patria, generevano figli mentre gli Spartani
– accampati intorno al territorio nemico – avevano lasciato le loro donne come vedove e
c’era il pericolo che la patria rimanesse priva di uomini. Gli Spartani dunque, desiderosi di
tener fede al giuramento, mandarono gli uomini più vigorosi e giovani dell’esercito, sapendo
che essi non avevano prestato giuramento perché erano partiti per la guerra ancora giovani
accanto agli adulti58. Ordinarono loro di congiungersi tutti con tutte le vergini, pensando che
in questo modo avrebbero generato più figli. Una volta nati, questi figli furono chiamati
Partenii […]. Tornati in patria, rifiutarono di dare loro gli stessi privilegi degli altri cittadini
perché erano nati fuori dal matrimonio. Quelli allora, alleandosi con gli iloti 59, cospirarono
contro gli Spartani e si misero d’accordo fra loro di sollevare nell’agorà un berretto laconico
in segno d’attacco60. Ma alcuni iloti denunciarono il complotto, e gli Spartani capirono che
era difficile opporsi. Ordinarono perciò a quelli che stavano per dare il segnale di
allontanarsi dall’agorà. Quelli, accorgendosi che il loro disegno era stato scoperto,
resistettero e gli Spartani li persuasero – attraverso l’influenza dei loro padri – a partire per
andare a fondare una colonia.”
La stessa, quasi identica, storia non è tanto legato ad una necessità di terre, quanto ad una necessità
di esercizio politico dei propri diritti. Quindi, questa parte di popolazione che cercava un proprio
luogo dove esprimersi politicamente viene spinta ad andare fuori sede. Eforo non riporta il luogo,
Antioco sì61. Vanno comunque a Taranto. Taranto è una città nata fra un lago salino (un’insenatura
dove il mare entra e crea una specie di bacino lacustre) e il mare. La città presentava
un’organizzazione reticolare sul piano urbano (ossia i suoi “quartieri”, simbolo che è una colonia).
Tuttavia, le fonti parlano anche di altri due luoghi collegati alla città di Sparta. La I è l’isola di
Thera (oggi Santorini): questa venne popolata dagli Eraclidi e a sua volta Thera fondò Cirene. C’è
un legame fittizio fra queste due terre e Sparta come una sorta di albero genealogico. Noi sappiamo
però che l’unica città ad essere di diretta fondazione spartana è Taranto.
57
Fattore temporale molto più preciso.
58
Avevano riempito l’esercito solo in seguito.
59
Anche questi poco inclini a stare sotto gli Spartani. C’erano però diversi tipi di iloti (gli Iloti della Messenia erano
l’ultimo gradino della struttura sociale). Questi vengono descritti come persone poche affidabili e non in grado di andare
alla ricerca dei propri diritti (denunciano per tornaconto personale).
60
Il vincolo del matrimonio garantiva la piena cittadinana.
61
Sappiamo che sia Taranto mediante altre fonti.
Detto ciò, passiamo a parlare – come argomento successivo – di Licurgo. Questi è una figura su cui
abbiamo una gran dovizia di particolari ma che probabilmente non esistette mai. Cioè, si tratta di un
personaggio leggendario del quale non abbiamo, in realtà, certezze matematiche. È il primo
legislatore, quello che – secondo la tradizione – si è inventato (con l’avvallo di Delfi) l’εὐνομία
(cioè il “buon-governo” spartano) ma non riusciamo a collocarlo nel tempo (nello spazio sì). Nella
mentalità antica c’era sempre il bisogno di attribuire la responsabilità di qualcosa ad un individuo. A
Licurgo venne attribuita l’invenzione di una costituzione che funzionava in maniera eccelsa (tanto
più che la tirannide non riuscì mai ad installarsi62). Le figure dei “grandi legislatori”, di età arcaica,
accomunano varie terre e sono a metà fra la leggenda e la realtà storica (c’è sempre il dubbio che
non siano mai esistiti). A Licurgo venne attribuito gran parte del κόσμος (ordine) spartano, ci sarà
un piccolo perfezionamento ma molto tempo dopo di “lui” (ossia l’introduzione dell’eforato). Sono
molte le fonti su di lui (Plutarco addirittura realizzò una sua biografia, dandogli quindi uno spesso
storico non indifferente). Tucidide stesso ci parla di questa nuova configurazione:
“I tiranni Ateniesi e quelli del resto della Grecia furono per la maggior parte, soprattutto gli ultimi
(tranne quelli della Sicilia), cacciati dagli Spartani63. La città degli Spartani infatti, dopo la sua
fondazione da parte dei Dori, essendo stata preda di conflitti interni per il tempo più lungo che
conosciamo, tuttavia fin dai tempi più antichissimi fu ben governata e sempre è rimasta immune dai
tiranni. Sono circa infatti 400 anni o poco più dalla fine di questa guerra che gli Spartani si servono
della stessa costituzione e, potenti grazie a questo, hanno sistemato le cose anche nelle altre città.”
(Tucidide, Lib. I - Storie)
Notiamo una serie di elementi:
a) A Sparta non aderì mai la formazione della tirannide (data la buona costituzione).
b) Gli Spartani sono coloro che cacciano i tiranni in altri luoghi.
c) Questo tipo di costituzione, πολιτεία, è sempre quella (non è mai cambiata).
Tucidide fa chiaramente un confronto fra quello che era successo ad Atene e quello che era successo
a Sparta (dove i regimi costituzionali rimasero invariati, tutto l’opposto di Atene64). Quali sono le
fonti principali su Licurgo? Ci sono varie fonti: alcuni frammenti di Tirteo, gli storiografi di età
classica (Erodoto, Tucidide, Senofonte), ellenistica (Polibio), i trattati di politica (Senofonte), le
opere di Platone e Aristotele (con le “Πολιτεῖαι65”), i frammenti di Crizia (uno dei 30 tiranni
ateniesi, messi al governo proprio grazie agli Spartani), ma rimane l’opera di Plutarco quella più
ricca di particolari (“Ἀποφθέγματα Λακωνικά”), Diodoro Siculo, Pausania66.
Secondo i dettami di Licurgo, la Costituzione degli Spartani non poteva essere messa per iscritto ma
doveva essere trasferita su base orale (raccontata, non fissata nero su bianco). La “trasmissione
orale” era un qualcosa imposto dal dio in persona. Quel poco che sappiamo viene da fonti estranee a
Sparte coi problemi che ne conseguono (Senofonte per esempio ha una visione idealizzata), quindi
furono queste ad alimentare il mito di Sparta (conoscendo poco di essa, hanno dato via libera
all’immaginazione):
62
La “Tirannide” fu un fenomeno pandemico nella Grecia arcaica ( a Corinto ci furono per esempio due tirannidi, nella
Sicilia permase fino all’età ellenistica) ma non toccò Sparta.
63
Non solo a Sparta non attecchì mai la tirannide, ma quest’ultima si fece paladina della cacciata dei tiranni negli altri
paesi.
64
Nel giro di 100 anni si passò da un regime oligarchico-aristocratico, alla tirannide e infine alla democrazia. Tre
significativi cambi di governo.
65
Inquadrate in un progetto basato sulla raccolta di tutto il sistema delle costituzioni nel mondo greco.
66
Ad ogni modo, non abbiamo molte testimonianze dirette sull’età arcaica di Sparta (ma in generale è nell’Età
Ellenistica che si cominciò a scrivere di più).
“Λυκοῦργον μέντοι τὸν θέντα αὐτοῖς τοὺς νόμους, οἷς πειθόμενοι ηὐδαιμόνησαν, τοῦτον καὶ θαυμάζω
καὶ εἰς τὰ ἔσχατα [μάλα] σοφὸν ἡγοῦμαι. ἐκεῖνος γὰρ οὐ μιμησάμενος τὰς ἄλλας πόλεις, ἀλλὰ καὶ
ἐναντία γνοὺς ταῖς πλείσταις, προέχουσαν εὐδαιμονίᾳ τὴν πατρίδα ἐπέδειξεν.”
“Continuo a provare ammirazione per Licurgo, vale a dire per l’autore delle leggi, il cui rispetto è
stato per gli Spartani garanzia di prosperità e, nello stesso tempo, lo giudico un saggio al limite
della perfezione. Egli è infatti riuscito ad assicurare un primato di prospera felicità alla propria
patria, non solo evitando di imitare le istituzioni delle altre città, ma addirittura adottando un
sistema opposto a quello in vigore nella maggior parte di esse.”
(Xen., Lib. I Costituzione degli Spartani)
L’amore di Senofonte per il mondo spartano viene messo subito in evidenza: c’è da un lato una lode
sperticata, dall’altro una critica alla sua stessa città d’origine (cioè gli Spartani avrebbero realizzato
un sistema costituzionale praticamente diverso dalle altre città e non si omologò mai). Realtà o
leggenda?
Di Licurgo, stavolta in Plutarco, non si può dire nulla che non sia controverso (ovvero è più
oggettivo, per quanto sia vissuto molti secoli dopo) tanto sulla nascita che sui suoi viaggi all’estero
e perfino sulla sua morte ed attività di legislatore (anche l’epoca in cui visse). Plutarco,
raccontandoci la vita di Licurgo, sottolinea che le fonti non sono chiare e nemmeno si accordano tra
di loro per stabilire quando è vissuto (è oggettivo, pur essendo un biografo). La Costituzione di
Sparta, chiamata “μεγάλη ῥήτρα67”, sarebbe stata dettata da Apollo Delfico e costituisce quello che
è il sistema su cui si basò Sparta per più di 500 anni. In essa sono stabilite le principali istituzioni
spartane, eccezion fatta per l’eforato (un correttivo a posteriori68).
La prima delle cose contenute all’interno della Costituzione, che è l’ordinamento politico, dice che i
cittadini debbano essere distribuiti in 3 tribù, a loro volta organizzati ciascuna in 5 distretti
territoriali (5 villaggi). Altra cosa importante è la costituzione del “Consiglio degli anziani”, la
Γερουσία, costituito da 30 membri (anziani) e i 2 re. Altro elemento fondamentale è la descrizione
della “ἀγωγή” spartana. A questo grande sistema costitutivo, i correttivi fatti in seguito sono
l’istituzione de “l’eforato” (che sono 5)69. Sappiamo poi che qualche tempo dopo i poteri di questi
efori, nel 556-5 a.C., vennero ampliati per opera di un tale Chilone: le fonti su di lui sono
pochissime in quanto la sua riforma viene posta in secondo piano rispetto alla grande riforma
attuata da Licurgo. Una cosa che rimane sempre costante e uguale a se stessa fino alla fine di Sparta
è l’istituzione della “diarchia”. La diarchia è una “monarchia particolare”, in quanto i re di Sparta
sono sempre due. Erodoto fornisce molti racconti sull’origine di questa forma di governo. Le
dinastie dei due re avevano dato luogo a due casati diversi, quella degli Agiadi e degli Europontidi.
Sappiamo che i primi avevano una lista dei loro re risalente al 1102 a.C (ovviamente il primo re è
frutto di leggende). I secondi invece avevano una lista che non è parallela a quella degli Agiadi
(cioè compare più tardi). Secondo la tradizione, discendevano da una prima coppia gemellare
(Euristene e Procle). L’erede al trono erano due:
“Licurgo sta alla tradizione spartana come Omero alla tradizione epica: se ci sono stati
storicamente personaggi di questo nome, essi sono solo un momento di un processo assai più
complesso, che investe più individui, tutti presenti nel corso della tradizione orale.”
(D. Musti, Storia greca)
67
Si chiama così per distinguerla dalle “Piccole Rhetre” spartane.
68
Gli Efori non sono quindi un’istituzione licurghea.
69
Abbiamo una lista degli Efori spartani che inizia dal 754-3 a.C., quindi sappiamo che è un elemento della metà
dell’VIII sec. a.C. (almeno).
Siamo arrivati a stabilire quello che è la progressiva crescita di potere spartano (l’espansione nel
Peloponneso), ad un certo punto arriva ad essere una potenza dominante che sono gli altri ad
allearsi con Sparta e diventa evidentemente una potenza di riferimento anche per tutte le altre poleis
greche nel bacino del Mediterraneo orientale. Le ragioni, già viste comunque, sono queste:
a) Potenza militare.
b) Potenza stabile grazie alla sua buona costituzione.
Se bisognava cacciare un tiranno o difendere la propria libertà, venivano chiamati gli Spartani: non
a caso, Aristagora di Mileto – quando si sentì minacciato dai Persiani – si rivolse subito agli
Spartani (la loro fama era arrivata fino alla Ionia). Senofonte, in un passo abbastanza famoso,
(quando sembrava riproporsi, agli inizi del IV sec. a.C., un’altra possibile rivoluzione per mano di
Cinadone), fa menzione di alcune classi sociali70. Non si sa moltissimo della congiura ma si sa che a
questa congiura partecipavano alcune classi sociali spartane. Sebbene Senofonte non lo dica, a
questa rivolta si sarebbero aggiunti gli iloti neodamodei – hypomeiones e perieci. I primi due sono
degli ex-cittadini spartani di pieno diritto (gente che non avevano pieni diritti di cittadinanza); gli
iloti facevano parte della classe servile e i perieci non erano cittadini:
“Infatti ogni volta che parlavano tra di loro degli Spartiati, nessuno riusciva a nascondere che li
avrebbero mangiati crudi71.”
(Xen. Costituzione degli Spartani)
30/10/’23 h: 15 – 17
2/11/’23 h: 17 – 19
70
La tirannide compare sempre quando c’è un colpo di stato. Al tempo, quando fra le classi sociali c’era tensione,
prevaleva un partito di minoranza che determinava la tirannide. A Sparta si era già verificato in precedenza un problema
di tipo politico-sociale. Questo tipo di problema si ripropone nel IV sec. a.C. con la congiura di Cinadone.
71
Questa piccola frase ci fa capire che il clima a Sparta non era dei più pacifici: il pericolo non veniva solo dai Messeni,
ma anche da tutti gli altri che vivevano presso Sparta e che non potevano partecipare alla vita politica (né di stare più in
una situazione subalterna). Ciò creava tensioni sociali forte ma si poteva tenere stabile finché il numero degli Spartiati
fosse rimasto alto
6/11/’23 h: 11 – 13
Società spartana:
Iloti: Sappiamo che era una classe servile (per quanto non fossero degli schiavi veri e propri), che
lavorava nelle terre in una condizione di mezzadria e sappiamo anche che c’era una distinzione fra
gli “Iloti della Messenia” e gli “Iloti della Laconia” (la distinzione era su base principalmente
geografica). Nel mondo antico, quando c’erano delle differenze o un qualche tipo di fenomeno, il
Greco cercava sempre di creare una “leggenda originaria”. Le fonti antiche cercavano di ricreare
una storia per giustificare quella differenza (per giustificare uno stato d’essere). Per quanto riguarda
gli Iloti, lo storico “Ellanico72”.
Le attidografie (storie locali) hanno la dimensione di racconto “anno per anno”, come gli Annales
latini. Chiaramente, per le epoche lontane dallo scrivente la dimensione temporale è legata alle
leggende (il mito si confonde con alcuni elementi storici). Qui molto spazio veniva dato al folklore,
quindi sono nozioni da prendere con le pinze, ma sono molto utili perché ci danno degli
input/notizie particolari che altrimenti non avremmo mai avuto. Ovviamente, le attidografie
sull’Attica saranno molto più numerose ma questo non deve sorprendere in quanto:
1) Atene era la patria della cultura, nonché catalizzatore di numerosi fenomeni
culturali/storici/letterari.
2) Atene era stato al centro di tante vicende storiche, quindi c’era molto da raccontare.
Aprendo una parentesi, il termine “Glocal” è un neologismo moderno, nonché una corrente di
studio in cui si analizza quello che è locale ma con una portata globale. Cioè studiare il piccolo
fenomeno relativo ad un luogo (come Creta) è utile perché questo ci dà una dimensione di un
fenomeno che probabilmente ha un’ampiezza più globale. L’attidografia, quindi, ci mette a
disposizione le conoscenze di un qualcosa che altrove non avremmo potuto conoscere 73. Felix
Jacoby, uno storico tedesco fuggito dalla Germania in quanto ebreo, aveva individuato tutti gli
storici in frammenti (contenuti nelle opere letterarie), li ha numerati e divisi per
numero/epoca/autore. Dall’opera “Frammenti degli storici greci”, sappiamo che:
“Gli Iloti sono coloro che abitavano la città di Elos, che furono i primi a essere sconfitti.”
(Ellanico, FGrHist, 4 F 188 di Felix Jacoby)
Quindi ci spiega l’etimologia del nome “Iloti” (un toponimo). Quelli che a noi interessano
maggiormente, sono gli Iloti della Messenia perché erano quelli che crearono più problemi. Furono
ridotti in stato di semi-schiavitù proprio dopo le guerre messeniche (non a caso, erano i Messeni a
ribellarsi regolarmente). Un altro problema è che gli Iloti della Messenia e quelli della Laconia
(impiegati per la gestione delle terre, parte dell’economia spartana) erano numericamente maggiori
a tutti gli Spartani messi insieme. Quindi, si può capire il clima di estrema paura a Sparta. Erano
sempre circondati da nemici interni (gli Iloti) ed esterni (Argo e Arcadia74).
72
Uno dei tanti storici pervenuti in frammenti, si occupò di “attidografia” (cioè un genere storico che si sviluppa alla
fine del V sec. a.C. – ma più abbondantemente nel IV/III sec. – incentrato sulle storie locali). Erodoto e Tucidide si
erano principalmente occupati di questioni generiche (universali) con poi delle digressioni. Ogni città aveva una propria
storia locale (Τά ἀττικά per Atene, Τά Βειωτικά per Tebe). Ma chiaramente la storia locale non è una storia nazionale,
questo però è figlio di quel particolarismo greco.
73
Certo è che non tutto quello che dice l’attidografia ha una veridicità storica (deve essere sempre messa a confronto
con altre fonti).
74
Che premevano ai confini di Sparta.
Quindi, Sparta viveva nella costante paura che i pochi privilegiati perdessero i loro poteri. Un
sistema per contare una popolazione in un determinato arco di tempo è molto complicato: anzitutto
dipende da “chi devo contare” (i cittadini, gli schiavi), e poi “quali parametri usare”. Quanti erano i
cittadini Spartiati?
a) Le fonti: Fonti scritte. Per esempio Senofonte dice che “Gli Spartiati erano x”.
b) Famiglia: Ipotizziamo che ognuno di essi aveva una moglie e quindi erano “y + x”. Ma poi
ognuna di queste coppia aveva almeno 2 figli (considerando che avere un figlio maschio
subito non è facile). Quindi la relazione sarà “x + y + 2”.
c) Schiavi: Facevano parte della famiglia, ma il numero dipende in base alla ricchezza della
famiglia (che poteva permettersi di mantenere gli schiavi) e questo lo si capiva dalla
grandezza di un terreno.
Sono stime di massima sulla popolazione dei cittadini Spartiati (possiamo ipotizzare dai 10 000 ai
15 000). Non possiamo farlo invece sugli Iloti, non essendoci fonti che si focalizzassero su di essi.
Quindi il primo metodo applicato per delineare una stima di popolazione segue il profilo economico
(in base alle tenute, proprietà familiari). Un altro metodo è quello delle “necropoli” (cioè contare i
morti) ma è un metodo fallace perché non sono state riscoperte tutte le necropoli e non è detto che
tutti si facessero seppellire.
Poi ci sono i casi più fortunati come quello della città di Atene, della quale abbiamo anche una sorta
di registro pubblico (per esempio, quando i maschi si segnavano per entrare al ginnasio, in alcuni
casi abbiamo delle liste ad annum). Certo è che non avremo mai la completezza delle fonti. Però, se
noi possiamo fare una stima degli schiavi privati (legati ad una proprietà), avemo più difficoltà a
calcolare gli schiavi pubblici e sacri: i primi si occupavano della manutenzione della città e gli altri
dei santuari o della gestione delle sue proprietà75). Di questi non ci sono abbastanza fonti (anche per
le donne, che possono essere calcolate solo in quanto “mogli di” o “figlie di”). Proseguendo,
vediamo come Senofonte sottolinei il fatto che i cittadini Spartiati andassero in giro armati e che
avessero ordinato agli Iloti di camminare disarmati. Anche da qui, capiamo sempre più che a Sparta
il clima fosse sempre teso:
“Quanto all’abitudine degli Spartiati di circolare sempre lancia alla mano, si deve sapere che è
dettata dalle stesse ragioni per cui tengono lontani gli Iloti dalle armi”.
(Xen. 12,4 Costituzione degli Spartani)
Quindi gli Spartani erano consapevoli che, anche solo con dei bastoni, la superiorità numerica degli
Iloti sarebbe stata tale da sopraffare gli Spartiati. Questo clima di pericolo era costantemente
“rinnovato”. Il pericolo della guerra, come tutte le paure, deve essere combattuta ma anche
“ricordato”. Quindi, “ritualizzare” il pericolo della guerra è un’arma importantissima per il governo.
Secondo quanto riportato da Plutarco – nella biografia su Licurgo – ogni anno, quando gli Efori
assumevano il potere, dichiaravano guerra agli Iloti:
“Gli efori, appena si insediano nella carica, dichiarano guerra agli Iloti affinché non sia sacrilegio
ucciderli”.
(Plut. XXVIII,7 Vita di Licurgo)
75
I santuari, oltre ad essere delle piccole banche, aveva delle proprietà che metteva a reddito.
Capiamo che questo compito era stato dato agli Efori (non ai Re e nemmeno al Consiglio degli
anziani) e questo compito era di rinnovare guerra agli Iloti della Messenia. In secondo luogo,
Plutarco ci dice che per rinnovare la paura/ricordare continuamente che Sparta era uno stato di
guerra (che godeva di supremazia), ogni anno si ritualizzava questo “status” di supremazia sugli
Iloti. Ripetuta tante volte (con precisione scientifica), alla fine ci si abitua a quest’idea. La parte
finale della frase è molto curiosa: quando si è in guerra si uccide, ma Plutarco ci fornisce anche una
“Morale Civile” dell’uomo greco: il versamento di sangue, anche se giustificato, era sempre un
male. Quindi questo rito permette di dare una motivazione giusta per uccidere gli Iloti, e “nell’ottica
spartana” garantiva il beneplacito del divino (ma era un patto fittizio con la divinità e non essendoci
un contraddittorio questo li faceva sentire “non in colpa”). Ma sappiamo anche che questa disparità
di stati veniva ricordata spesso e volentieri, perché leggiamo che:
“Anche per il resto gli Spartani si comportavano con crudeltà verso di loro: li costringevano a bere
molto vino puro76 e poi li presentavano nelle loro mense comuni per mostrare ai giovani che vizio
degradante sia l’ubriachezza; e comandavano loro di cantare canti e balli ignobili e ridicoli e di
astenersi invece da quelli degli uomini liberi”.
(Plut. XXVIII,8 Vita di Licurgo)
Questo passo ci ricorda un altro che testimonia di come lo Spartiata, andando ai sissizi, non deve
bere tanto (secondo l’immagine di uno Spartano sempre lucido e austero). Quindi, per mostrare cosa
non si deve fare si prendeva non a caso un ilota (la parte più infima della società spartana). Quindi
un ilota poteva essere anche umiliato e denigrato (sempre per ribadire la differenza qualitativa tra
uno Spartiata e un Ilota). La costituzione licurghea può apparire ai nostri occhi immorale ma
chiaramente per uno Spartano dell’epoca era “giusta”:
“Ritengo che queste crudeltà siano nate tra gli Spartani più tardi [dopo Licurgo]. Soprattutto dopo
il grande terremoto, in occasione del quale dicono che gli Iloti [della Laconia] assalirono insieme
con i Messeni gli Spartani e causarono moltissimi danni al territorio e fecero correre alla città un
gravissimo pericolo. Quanto a me, non mi sento di imputare a Licurgo una pratica tanto scellerata
come quella della krypteia, se giudico il suo comportamento dalla mansuetudine e dalla giustizia
che egli mostrò in tutto il resto della sua vita.” (XXVIII 12-13)
Plutarco si rende quindi conto che questa pratica era di una società dura e immorale e in un certo
senso è come se “alzasse le mani”. Cioè prende le distanze (ma è vero pure che all’inizio dell’intera
opera aveva affermato che era dubbia l’esistenza di Licurgo). Abbiamo visto che questa situazione
di disparità sociale esasperava una situazione già di per sé compromessa, e Senofonte nelle
Elleniche afferma che:
“ὅπου γὰρ ἐν τούτοις τις λόγος γένοιτο περὶ Σπαρτιατῶν, οὐδένα δύνασθαι κρύπτειν τὸ μὴ οὐχ ἡδέως
ἂν καὶ ὠμῶν ἐσθίειν αὐτῶν.”
“Una cosa era certa: tra questi gruppi sociali [Iloti, Neodamodeis, Ypomeiones, Perieci] se il
discorso cadeva sugli Spartiati, nessuno faceva mistero che li avrebbe volentieri sbranati, magari
anche vivi.”
(Xen. Lib. III,6 Elleniche)
76
Il vino puro era sempre evitato dai Greci perché era troppo inebriante (al massimo era diluito con l’acqua e
accompagnato da spezie).
In questo passo delle “Elleniche” di Senofonte vengono messi in evidenza altri gruppi di Spartani.
Quando parleremo delle classificazioni di tipo socio/economiche, in generale i manuali daranno una
classificazione per grandi categorie (cittadini, non cittadini, schiavi, donne) ma il sistema
sociale/economico – dunque anche politico – in realtà era estremamente più diversificato: fra essere
cittadino e non-cittadino c’erano varie sfumature, di cui non abbiamo tantissime testimonianze
(motivo per cui si da un quadro generalissimo) ma in alcuni casi abbiamo degli elementi per
definirli:
a) Παρθενίαι: I figli nati da donne e uomini portatrici di cittadinanza, ma non legati da
matrimonio. Non godevano della piena cittadinanza.
b) Νεοδαμωδεῖς: Gli schiavi liberati. Gli schiavi potevano essere liberati con un atto di
“manomissione”. Quando veniva liberato, però, doveva rientrare in una categoria
socio/economica, il termine stava ad indicare “Nuova acquisizione del popolo”. I vantaggi di
uno schiavo liberato dipendevano dalla polis in cui abitavano. Anzitutto avevano la libertà
però è ovvio che, non essendo cittadini né padroni di qualcosa, avevano vari problemi: le
tasse (venivano ritenuti come “stranieri”), non potevano essere proprietari di terre e case ma
potevano esercitare solo il loro lavoro.
c) Ὑπομειόνες: Gli Spartani che avevano perso il diritto di cittadinanza (coloro che non
potevano pagare il sissizio).
Una volta che si perdeva (o acquisiva) il diritto di cittadinanza si finiva in queste due classi sociali e
non c’erano più possibilità di spostamento. Casi eccezionali di “concessione della cittadinanza”
venivano dati ad uno straniero, mai fra le genti di una stessa polis. Comunque ogni città greca aveva
le proprie nomenclature per coloro che acquisivano o perdevano la cittadinanza. Queste categorie di
“Iloti” e “Perieci” non erano esclusive di Sparta ma ce n’erano altre. Questo ce lo mostra uno
storico ellenistico, ovvero Callistrato:
Le città menzionate, non a caso, sono tutte città doriche. Le città doriche hanno dei riti e delle
particolarità in comune: quella di avere una categoria sociale a parte (declinata lessicalmente in
maniera diversa), fare dei riti di passaggio in cui è implicata la fustigazione dei giovani che passano
da un’età all’altra e alcune stesse divinità. Per quanto riguarda le donne, avevamo già detto che il
tema della condizione femminile in età antica si è sviluppato nel corso degli anni su influenza della
storia contemporanea (gli anni ’60-’70 dell’emancipazione della donna)77. Dagli “Apoftegmi
spartani” e in altre operette dei “Moralia”, Plutarco dà alcune indicazioni sui doveri delle donne
spartane: produrre dei buoni cittadini (che avrebbero protetto la città), alimentare l’ego degli
Spartani valorosi e invitarli a “tornare a casa con lo scudo o sopra di esso 78”. Dell’amore filiale non
ci sono tracce. Anche le figlie spartane, alle volte, “parlano” (cioè possono esprimersi) e le fonti ce
lo indicano (questo sarà più evidente nella Rivolta Ionica). Sappiamo poi che le donne spartane si
sposavano abbastanza tardi rispetto alle altre donne greche (più o meno intorno ai 18 anni). Tutte
queste peculiarità erano non viste bene dagli altri Greci (la donna spartana era estremamente
criticata)79.
77
Da segnalare il libro “Spartan women” di Sarah Pomeroy.
78
Espressione per dire “Tornare vivo vittorioso o morto”.
79
Il poeta Ibico le denominò “le mostra-coscie” (per l’uso di fare attività ginniche con abiti molto corti) e il
tragediografo Euripide, di molti secoli più avanti di Ibico, “donne non pudiche”.
Quindi la donna spartana erano viste “troppo sfrontate” perché parlavano, avevano un’importanza
di altro tipo rispetto alle altre, partecipavano a gare atletiche importanti (ma anche fuori da
Sparta)80. Oltre alle fonti letterarie, abbiamo coscienza che anche le donne spartane partecipavano
alle gare di sport per due elementi di origine materiale:
1) Un’iscrizione lasciata dalla figlia di un re spartano, che dice di aver vinto ad Olimpia una
corsa coi carri (attività atletica ritenuta maschile per antonomasia). Ma comunque le
iscrizioni sono pochissime.
2) Il ritrovamento di una statuetta di una ragazza che corre con il chitone (una veste molto
corta) in un ambiente riconducibile ai santuari panellenici. Queste statuette così alte,
raffiguranti donne che corrono, venivano poste sull’orlo dei grandi crateri di bronzo donati
ai santuari. Se qualcuno dona un oggetto simile è un tentativo di autoidentificazione (nel
senso che io dono qualcosa al dio che però allo stesso mi rappresenti e mi permetta ai
sacerdoti di riconoscermi)81. La cultura materiale ci dà degli indizi di massima sul luogo,
identità e tempo.
“Aristotele afferma che Licurgo, dopo essersi accinto a rendere morigerate le donne, desistette, non
riuscendo a vincerne la sfrenata licenza e il predominio sugli uomini di cui godevano a causa delle
frequenti spedizioni militari dei mariti, durante le quali erano costretti a lasciarle padrone.”
(Plut. Lib. XIV,2 Vita di Licurgo)
Secondo quanto detto dalle fonti, Licurgo avrebbe cercato di domare le donne ma quest’ultime
avevano già un’indole troppo libera e questo derivava dal fatto che erano lasciate in casa dai mariti
che partivano per la guerra. Questo tipo di libertà ce l’avevano, secondo gli antichi, sia le donne
spartane sia (fra le genti del nord della Grecia) le donne sposate con pastori (perché il pastore
seguiva la transumanza delle greggi). Fra le altre possibilità, c’era anche quella di concedere la
libertà agli schiavi (cosa che in genere spettava ad un uomo, in quanto le donne – prive di
un’identità civica – non avevano questo potere). Sull’educazione delle donne spartane:
“[Licurgo] esercitò i corpi delle fanciulle con corse, e lanci del disco e del giavellotto in modo che
da un lato i loro figli, ricevendo fin da principio una radice robusta in corpi robusti, crescessero
meglio e dall’altro esse stesse, sopportando con vigore i parti, lottassero decorosamente e
facilmente contro le doglie. Eliminando ogni forma di mollezza, di educazione sedentaria e di
femminilità, abituò le ragazze non meno dei ragazzi a partecipare nude alle processioni e a danzare
e a cantare in occasione di certe feste religiose, alla presenza e sotto lo sguardo dei giovani.”
(Plut. Lib. XIV,3-4 Vita di Licurgo)
Licurgo quindi diede estrema libertà alle donne, l’educazione si basava sull’esercizio fisico con
l’obiettivo di partorire ottimi cittadini. Gli aspetti di vita culturale (le arti) non erano così importanti
a Sparta (ma questo era già per gli uomini). Anche ad esse si vietava la mollezza e il fatto che
ballassero “nude” (ma più esattamente con abiti succinti) lo vediamo dalle testimonianze scritte.
80
Chi partecipava erano le figlie dei re, degli aristocratici (le classi più alte).
81
Regalando quello che è un cratere, cioè qualcosa che richiama il mondo dell’aristocrazia (il simposio), le decorazioni
che vengono scelte sopra sono appunto indice di quello che è un indizio per il dedicante. Per esempio, un uomo mai
avrebbe donato un cratere con decorazioni di “donne” ma con immagini di opliti spartani (uno dei motivi più indicativi
della Sparta di fine VI sec. a.C.)
Abbiamo finora parlato di alcuni aspetti sociali e, in parte, politici della Costituzione di Licurgo ma
non delle istituzioni politiche contenute nella Grande Rethra. Sappiamo che fin dall’inizio la Grande
Rethra prevedeva la “diarchia”. Ci soprende un po’ trovare la diarchia a Sparta perché fino all’età
primo-arcaica le poleis avevano come istituto la monarchia ma andò scomparendo per lasciare
spazio a forme governative più o meno democratiche. Di Atene, per esempio, sappiamo che in
epoca leggendaria Teseo era un re che concentrava nelle sue mani tutti i poteri (religioso, giuridico,
amministrativo, deliberativo) ma ci si rende conto, pian piano, che questo non era la forma giusta
dello stato e tutte le poleis cambiarono forma istituzionale (erano incluse le oligarchie, molte delle
quali scelti per base aristocratica). Fino a quando non arrivarono i Romani, Sparta si basò sulla
doppia regalità (a Taranto, fin dalla sua nascita, ci fu invece un’oligarchia).
Sparta è l’unico caso in cui non c’è mai un cambio costituzionale dalla notte dei tempi fino alla
dominazione romana (certo è che la monarchia passò da quella di un unico re a due). La diarchia a
Sparta, secondo la tradizione, sarebbe nata quando ad un certo punto Aristodemo (unico re di
Sparta) morì improvvisamente e la regina aveva partorito due gemelli. La leggenda vuole che
quando le si chiese chi fosse nato per prima, quest’ultima avrebbe preferito non rispondere82.
Quindi è da qui che sarebbe nata la forma della diarchia. Però notiamo che già i conti non riportano
perché degli Agiadi e degli Euripontidi abbiamo le liste dei re che cronologicamente non coincidono
(una è più antica dell’altra). Da un punto di vista storico come spiegare l’esistenza della diarchia a
Sparta? Le spiegazioni che gli storici si danno, una possibile spiegazione di questo fenomeno viene
dal fatto che all’inizio c’erano i 4 villaggi separati e si sarebbero uniti poi. Gli Agiadi erano i
rappresentanti di Pitane e Mesoa, gli Euripontidi di Limni e Cinesura. Un indizio per legare la
diarchia a questi 4 originari villaggi viene dal fatto che gli Agiadi sembra che venissero seppeliti a
Pitane (cioè il villaggio di Pitane è legato im maniera imperitura ad una delle due casate dei re).
L’altra spiegazione da un punto di vista storica deriva dal fatto che probabilmente da una situazione
originaria (i racconti ci dicono che ci fosse un re soltanto), un qualche esponente di una famiglia
aristocratica altilocata (non sappiamo se Agiade o Euripontide) ottenne una vittoria militare
significativa da essergli stato assegnato il compito di governare assieme all’altro re. Questo tipo di
spiegazione regge perché quando c’era una guerra, soltanto un re partecipava alle spedizioni. È
probabile che uno dei re fosse maggiormente legato ai compiti bellici83. È anche possibile che
quella che era la prerogativa di una certa casata, ad un certo punto, venisse estesa al migliore in
campo (forse perché più giovane?) ma non regge per mancanza di fonti e perché abbiamo
testimonianze di Agiadi ed Euripontidi che andavano in battaglia.
82
Questa leggenda è riportata da Erodoto.
83
Le fonti, però, ci testimoniano più re Agiadi impegnati in guerra.
6/11/’23 h: 15 – 17
9/11/’23 h: 17 – 19
13/11/’23 h: 15 – 17
13/11/’23 h: 11 – 13
Abbiamo visto Solone come mediatore politico e come lui aveva operato su due riforme cardine:
1) Σεισάχθεια: L’eliminazione della possibilità di dare in prestito i propri corpi per debiti. Cioè
aveva eliminato, in sostanza, la possibilità di divenire schiavo per debiti.
2) Censo: Riforma socio-economica ma anche politica sulla base del censo. Fino a quel
momento le classi sociali erano fondamentalmente 2 ovvero gli Εὐπατρίδαι (l’aristocrazia) e
i Poveri (che in genere lavoravano per i primi). In genere ai poveri non era concessa la
possibilità di accedere alle cariche politiche (quindi alla vita pubblica della polis di Atene).
Solone, quindi, si rese conto che questo fosse il problema fondamentale: che il governo doveva dare
la possibilità a tutti di partecipare alla vita politica (che non significa, d’altro canto, “partecipare”
alla vita politica). Cambia quindi il criterio di partecipazione alla politica, che non è più quella della
nobiltà di nascita ma un criterio economico: chi aveva le possibilità economiche, poteva candidarsi
alle magistrature. Quindi, capiamo che questa riforma anzitutto socio-economica ebbe delle ricadute
nella sfera politica. Oltre a fare questo, Solone è ricordato per aver fatto altre cose per la città di
Atene.
Anzitutto, viene ricordato come “legislatore” e le riforme promulgate da lui riguardano la società e
l’economia del tempo (per esempio chiese ai genitori di insegnare un mestiere ai figli) 84. Inoltre,
concesse la cittadinanza agli stranieri che si erano insediati ad Atene e svolgevano una
professionalità artigianale (cioè diede la cittadinanza a chi aveva un lavoro) ma perché sapeva che
Atene avesse bisogno di uno sviluppo economico che deve partire sia dall’interno (cioè dai cittadini
Ateniesi) ma anche dall’esterno. Semplificando, Solone si accorse che il porto del Pireo era un
luogo di attrazione per gli stranieri in quanto dava opportunità agli stranieri e ai cittadini. Tutt’ora il
Pireo in Grecia è quasi un nucleo urbano a se stante, indipendente. Poi incentivò l’agricoltura,
capendo che l’olio fosse una risorsa per Atene. Altra questione affrontata era l’adozione del sistema
euboico a discapito di quello egineta da un punto di vista ponderale85. Dopo aver visto che Egina
avesse una prospettiva alquanto limitata, l’alternativa di un certo tipo furono le colonie euboiche
distribuite in tutto il Mediterraneo. Aderire al sistema ponderale euboico, significava proiettarsi su
un mercato molto più vasto. Solone capì che era bene orientarsi su un sistema unico. Sull’attività
legislativa di Solone le testimonianze vengono dalla “Costituzione degli Ateniesi”, una delle fonti
principali ma non l’unica:
“Πολιτείαν δὲ κατέστησε καὶ νόμους ἔθηκεν ἄλλους, τοῖς δὲ Δράκοντος θεσμοῖς ἐπαύσαντο χρώμενοι
πλὴν τῶν φονικῶν. ἀναγράψαντες δὲ τοὺς νόμους εἰς τοὺς κύρβεις ἔστησαν ἐν τῇ στοᾷ τῇ βασιλείῳ
καὶ ὤμοσαν χρήσεσθαι πάντες. οἱ δ' ἐννέα ἄρχοντες ὀμνύντες πρὸς τῷ λίθῳ κατεφάτιζον ἀναθήσειν
ἀνδριάντα χρυσοῦν, ἐάν τινα παραβῶσι τῶν νόμων· ὅθεν ἔτι καὶ νῦν οὕτως ὀμνύουσι.”
“Solone stabilì una costituzione e promulgò altre leggi, e da quel momento gli Ateniesi cessarono di
servirsi di quelle di Draconte. Dopo aver iscritto le leggi su delle tavole rotanti le collocarono nel
portico del re, e tutti giurarono di osservarle. I nove arconti, giurando presso la pietra, promettevano
che avrebbero eretto una statua d’oro qualora avessero violato una delle leggi; ed ancora oggi
giurano in questo modo. Fissò in cento anni la validità delle sue leggi…”
(Pseudo-Aristotele, 7,1-2 Costituzione degli Ateniesi)
84
Questa legge, oggi, la vediamo più come un monito.
85
Questo si spiega perché fino a quel momento Atene era in un ambito ristretto e si associava alla potenza
economica/commerciale più vicina che nel Golfo del Salonico era l’isola di Egina (di fronte ad Atene stessa).
Questo sistema delle tavole rotanti viene descritto anche da Plutarco nell’opera “Vita di Solone”:
“Ἰσχὺν δὲ τοῖς νόμοις πᾶσιν εἰς ἑκατὸν ἐνιαυτοὺς ἔδωκε, καὶ κατεγράφησαν εἰς ξυλίνους ἄξονας ἐν
πλαισίοις †περιέχουσι στρεφομένους, ὧν ἔτι καθ' ἡμᾶς ἐν Πρυτανείῳ λείψανα μικρὰ διεσῴζετο.”
“Stabilì che tutte le leggi restassero in vigore per cento anni86 e le fece iscrivere su tavole di legno
contenute in cornici quadrate che ruotavano su un perno. Di esse piccole parti rimangono ancora ai
nostri tempi e si conservano nel Pritaneo.”
(Plut. XXV,1 Vita di Solone)
Viene fornita un’indicazione temporale, cioè che le leggi hanno la validità di un secolo, e da un
punto di vista storico (e storiografico) significa che Plutarco potrebbe aver letto la “Costituzione
degli Ateniesi” e comunque non abbiamo nessun’altra fonte che ci testimoni un tempo di durata
diverso per la validità delle leggi. Al tempo di Plutarco, in età imperiale, c’erano dei residui di
queste tavole rotanti che erano nel Pritaneo. Evidentemente erano consumate ma siccome erano
ritenute di Solone, quindi importantissime, continuavano a rimanere nel Pritaneo (il cuore della
polis di Atene). Era quasi un “souvenir” di quei tempi andati. Inoltre, al tempo di Plutarco quelle
leggi non avevano più valore ma rimanevano sempre custodite perché rappresentavano un ricordo
di un tempo lontano in cui Solone aveva operato una grandissima riforma della città.
Come già detto, le riforme di Solone – che dovevano accontentare tanto gli aristocratici quanto i
poveri – in realtà scontentarono entrambi. In che modo? Gli aristocratici avevano scelto lui perché
era del loro rango (quindi non avrebbe potuto attaccarli) mentre i poveri avevano sopportato questa
decisione perché Solone aveva la fama di uomo giusto. Anche loro pensavano che con Solone ci
fosse stata la rivoluzione e in realtà le loro aspettative furono smentite. Di quanto detto, ancora
Plutarco ne dà testimonianza nella “Vita di Solone” ma non solo:
“Ἤρεσε δ' οὐδετέροις, ἀλλ' ἐλύπησε καὶ τοὺς πλουσίους ἀνελὼν τὰ συμβόλαια, καὶ μᾶλλον ἔτι τοὺς
πένητας, ὅτι γῆς ἀναδασμὸν οὐκ ἐποίησεν ἐλπίσασιν αὐτοῖς, οὐδὲ παντάπασιν ὥσπερ ὁ Λυκοῦργος
ὁμαλοὺς τοῖς βίοις.”
“Solone finì con lo scontentare tutte e due le fazioni: quella dei ricchi, perché soppresse i crediti da
loro contratti, ma ancor più quella dei poveri, perché deluse la loro attesa non attuando la
spartizione della terra né imponendo un’assoluta uguaglianza di vita come invece aveva fatto
Licurgo.” (Plut. XVI,1 Vita di Licurgo)
Le aspettative verso quest’uomo erano talmente tanto alte che però tutti vennero scontentati. La
cosa più interessante è che di quanto riferito da Plutarco viene riportato da Solone stesso. Questi,
oltre ad essere ricordato come legislatore – mediatore – politico era anche poeta (cioè scrisse delle
elegie87). In alcune di esse, chiaramente affrontò temi di carattere personale/autobiografico e in
queste poesie parla del suo operato (dà un giudizio delle opinioni sulle sue azioni e sui principi che
lo hanno spinto a tali azioni):
86
Importante notare che i due scrittori concordino sulla stessa durata delle leggi. Uno scrittore tardo imperiale
(Plutarco) è d’accordo con un autore del IV sec. a.C.
87
Sono catalogate nella poesia lirica arcaica.
“Dei motivi a causa di quali io ho riunito il popolo, quali di questi abbandonai prima di averli
ottenuti? Lo può testimoniare davanti al tribunale del tempo, e nel modo migliore, la grande madre
degli dèi Olimpi, la nera Terra alla quale io un tempo tolsi i cippi di confine conficcati in molti
luoghi88, ed essa che prima era schiava ora è libera. Ho ricondotto ad Atene, la nostra patria
fondata dagli dèi, molti uomini che erano stati venduti, chi illegalmente, chi legalmente, esuli spinti
dalla forza del bisogno, che non parlavano più la lingua attica perché avevano vagato per molti
luoghi89; e quelli che qui stesso subivano un’indegna schiavitù, tremando dinanzi ai capricci dei
padroni, li ho resi liberi. Con la mia autorità ho compiuto queste azioni, combinando insieme la
forza e la giustizia90, e sono andato fino in fondo come avevo promesso. Ho scritto leggi uguali sia
per gli umili che per i nobili, adattando a ciascuno una retta giustizia. Un altro che come me avesse
avuto in mano il pungolo, un uomo malintenzionato ed avido di ricchezze, non avrebbe tenuto a
freno il popolo91; se infatti avessi voluto ciò che allora piaceva ai miei avversari, o invece ciò che
altri tramavano contro di essi, la città sarebbe stata vedova di molti uomini. Perciò, difendendomi
da tutte le parti mi aggiravo come un lupo in mezzo a molti cani92.”
(Solone, fr.36 West)
“Al popolo ho dato tanto potere quanto basta senza diminuire né accrescere alcun suo diritto93, e
quelli che erano forti e s’imponevano per la ricchezza, anch’essi feci in modo che non subissero
alcun’onta94. Rimasi saldo, proteggendo entrambi con un forte scudo95 e non permisi che nessuno
dei due prevalesse ingiustamente.”
(Solone, fr.5 West)
88
Qui sta facendo riferimento alla riforma di tipo economico-agraria.
89
Quando uno diventava schiavo diventava merce e quindi non era detto che rimanesse sempre in Attica (quindi
potevano essere spediti altrove) e per questo potevano perdere la calata attica.
90
Lui ha compiuto un atto da διαλεκτής (mediatore).
91
Un altro nella mia posizione che mirava alla ricchezza si sarebbe fatto tiranno (siamo in un’epoca in cui la tirannia sta
spopolando).
92
Venivo percepito come una persona non voluta. Il malessere era così forte che lui colse l’occasione di scrivere queste
elegie per dare giustificazione al suo operato.
93
Stiamo parlando di età arcaica, non possiamo aspettarci una rivoluzione di grande influsso (la società non era ancora
pronta a grandi cambiamenti).
94
Cioè difese anche la società da cui proveniva.
95
Metafora legata al mondo della nobiltà (lo scudo da oplita).
È a questo punto che Solone decise di lasciare la città di Atene, ritenendo che non si potesse fare
altrimenti. Pertanto:
“Διατάξας δὲ τὴν πολιτείαν ὅνπερ εἴρηται τρόπον, ἐπειδὴ προσιόντες αὐτῷ περὶ τῶν νόμων
ἠνώχλουν, τὰ μὲν ἐπιτιμῶντες τὰ δὲ ἀνακρίνοντες, βουλόμενος μήτε ταῦτα κινεῖν, μήτ' ἀπεχθάνεσθαι
παρών, ἀποδημίαν ἐποιήσατο κατ' ἐμπορίαν ἅμα καὶ θεωρίαν εἰς Αἴγυπτον, ε[ἰπ]ὼν ὡς οὐχ [ἥ]ξει
δέκα ἐτῶν. οὐ γὰρ οἴεσθαι δίκαιον εἶναι τοὺς νόμους ἐξηγεῖσθαι παρών, ἀλλ' ἕκαστον τὰ
γεγραμμένα ποιεῖν.”
“Organizzata la costituzione nel modo che si è detto, poiché venivano a tormentarlo riguardo alle
sue leggi ora con critiche ora con quesiti, Solone, non volendo cambiarle né farsi odiare con la sua
presenza, fece un viaggio in Egitto per affari e per curiosità, dopo aver dichiarato che non sarebbe
tornato prima di dieci anni: credeva infatti giusto non dover rimanere a interpretare le sue leggi,
bensì che ognuno facesse ciò che era stato scritto.”
Perché mai andò in Egitto? Al tempo, quella terra per la Grecia rappresentava una prospettiva con
cui confrontarsi (un posto da dove venire e dove andare). Nel II libro delle “Storie” di Erodoto
viene percepita come una terra molto più antica della Grecia. Per cui, quando si parla di origini di
culti o di qualcosa la mente per un Greco si dirige verso chi l’ha preceduto. L’Egitto era qualcosa di
molto arcaico che ha dato origine a molte cose ma che poi venne migliorato dai Greci. Perché se ne
andò? Possiamo ritenere plausibile la scusa degli “affari” (in quanto il mondo antico era basato sui
commerci) ma i viaggi per “curiosità” non erano qualcosa del mondo antico. Effettivamente, Solone
– quando venne scelto come mediatore ad Atene – era un uomo adulto. Quindi, pensare che si sia
mosso per la sola curiosità è abbastanza inverosimile96. Un altro elemento importante di questo
piccolo passo dello Pseudo-Aristotele è il fatto che dica in maniera esplicita che queste leggi siano
state messe per iscritto, cioè non sono leggi orali.
Solone, nella retorica successiva, ha goduto di grandissima risonanza sia perché era un personaggio
in vista, sia perché si era misurato in vicende di un certo tipo. Inoltre divenne una figura
estremamente importante nelle retorica e filosofia successive perché, dopo che Atene era caduta di
prestigio finita la Guerra del Peloponneso, ci si cominciò a domandare che cosa aveva portato al
fallimento (perché la democrazia aveva portato allo sfacello?). La filosofia del periodo si chiedette
come aveva fatto la tanto esaltata democrazia a portare a quel punto. Non venne più esaltata la
democrazia ma si fece un ripensamento. L’inventore della democrazia, in realtà, non è Solone ma
Clistene. Questi faceva parte della famiglia degli Alcmeonidi (la stessa di Pericle per parte di
madre). Quindi si cominciò a pensare che la colpa del disastro fosse attribuibile a Pericle. Pertanto
bisognava non osannare Pericle e famiglia ma ricondurre le origini della democrazia (che aveva
portato lustro ad Atene) a qualcun altro. Pertanto il soggetto da scegliere fu Solone.
È così che Solone venne proposto come il padre della democrazia, ma impropriamente perché nella
realtà egli non aveva alcuna intenzione di fare riforme di tipo democratiche (e questo lo
testimoniano le sue liriche). Quindi, da un punto di vista sostanziale Solone non è da definire il
padre della democrazia ma è anche vero che – da un punto di vista storico – ha gettato le basi della
δημοκρατία ad Atene. Lui ha iniziato un processo ma non ha niente di democratico la sua riforma
censitaria chiaramente.
96
Sull’età di Solone ci sono molte opinioni. Inoltre, le fonti letterarie non forniscono informazioni sulle tappe del
viaggio di Solone da Atene in Egitto.
Però, la famiglia di Solone non era collegata in questioni politiche gravi (quindi una persona
neutra):
“Εὑρίσκω γὰρ ταύτην μόνην ἂν γενομένην καὶ τῶν μελλόντων κινδύνων ἀποτροπὴν καὶ τῶν
παρόντων κακῶν ἀπαλλαγὴν, ἢν ἐθελήσωμεν ἐκείνην τὴν δημοκρατίαν ἀναλαβεῖν, ἣν Σόλων μὲν ὁ
δημοτικώτατος γενόμενος ἐνομοθέτησε, Κλεισθένης δ' ὁ τοὺς τυράννους ἐκβαλὼν καὶ τὸν δῆμον
καταγαγὼν πάλιν ἐξ ἀρχῆς κατέστησεν.”
“Ritengo che l’unico modo che ci consentirebbe di tenere lontani i pericoli futuri e di fare fronte ai
mali del presente sarebbe di tornare a quella democrazia di cui Solone, il più grande amico del
popolo (demotikotatos) ha stabilito le leggi e che Clistene ha ristabilito, dopo aver cacciato i tiranni
e restituito il potere al popolo.”
(Isocrate, XVI Areopagitico)
In Isocrate vediamo come la figura di Solone venga esaltata al massimo mentre quella di Clistene
assai minimizzata. Cioè Solone avrebbe “rivoluzionato” il sistema:
Al di là del fatto che dobbiamo valutarlo come fonte, fornisce un’informazione e un monito
importante: quando si analizza una fonte, bisogna vedere il contesto di appartenenza e d’influenza. I
due autori sopracitati erano uomini chiaramente del loro tempo (un clima diverso da quello di
Clistene). Non sono quindi propriamente oggettivi (sono influenzati dal clima politico, da una
scuola filosofica):
“Dopo la partenza di Solone, benché la città fosse ancora in preda al disordine, si riuscì per
quattro anni a conservare la pace. Ma nel quinto anno dopo l’arcontato di Solone non venne eletto
alcun arconte a causa della discordia civile, e nel quinto anno successivo nuovamente venne a
mancare l’arconte per la stessa ragione. In seguito, durante lo stesso periodo di tempo, fu eletto
arconte Damasia che conservò il potere per due anni98 e due mesi, finché venne rimosso con la
forza dalla carica. A causa del protrarsi della discordia civile gli Ateniesi decretarono di eleggere
dieci arconti, di cui cinque furono scelti fra gli Eupatridi99, tre fra i proprietari terrieri e due fra
gli artigiani; e costoro rimasero in carica per l’anno successivo all’arcontato di Damasia. Risulta
chiaro da ciò che l’arconte deteneva un potere assai grande; infatti erano sempre in lotta per
questa magistratura. […] Tre erano le fazioni in lotta: una era quella degli abitanti della costa,
guidati da Megacle figlio di Alcmeone […]; un’altra era costituita dagli abitanti della pianura, che
[…] erano guidati da Licurgo; la terza era quella dei montanari, alla testa dei quali vi era
Pisistrato …”
97
Il clima è sempre lo stesso: post-Guerra del Peloponneso.
98
Era un tentativo di farsi tiranno. La carica dell’arcontato era la più importante ma anche il “pomo” della discordia.
99
Si cerca di ritornare al vecchio sistema.
Per “fazioni” non s’intendono partiti ma gruppi guidati da un preciso leader politico e legati ad un
territorio altrettanto specifico. Quindi, si spartiscono i voti ed emergono 3 persone.
a) Λικοῦργος: Della famiglia dei Butadi (sicuramente aristocratica) non si hanno testimonianze e
poi, ad un certo punto, scomparve di scena100.
b) Μεγακλῆς: Della famiglia degli Alcmeonidi (molto in vista) ed è riportato.
c) Πεισίστρατος: Proveniente dalla regione dell’Attica orientale, particolarmente ricca. Inoltre era
molto astuto. Era inoltre imparentato con lo stesso Solone.
Sappiamo dunque che dopo la scomparsa di Solone ad Atene scoppiarono forti conflitti e che nel
589-88 / 584 – 3 a.C. si impedì di nominare l’arconte. Nel 583-2 a.C Damasia prolungò l’arcontato
più del dovuto, nel 581 a.C. si costituì un collegio misto (un governo d’emergenza). Accanto agli
aristocratici, vengono chiamati al governo esponenti di classi emergenti da un punto di vista
economico (i proprietari terrieri e gli artigiani, che portavano avanti l’economia). Le fonti ci dicono
che c’è un conflitto sociale fra Παραλίοι (costa) - Πεδιεῖς (pianura) - Διακρίοι (montanari). La zona
d’influenza di Pisistrato era al di là del Monte Pentelico, mentre Megacle era il più cittadino fra i 3
(tipo centro-città).
Pisistrato era imparentato, per parte di madre, con Solone e questo gli giovò molto. Le linee
parentali erano molto importanti nell’antichità: le συγγενεῖα (legami) con eroi o rapporti di
parentela (veri o fittizi) permettevano l’auctoritas di un individuo. Aveva interessi economici
nell’area dell’Attica orientale (precisamente l’area del santuario di Brauròn101). Sappiamo poi che si
è distinto in qualità di polemarco, carica che si occupava della guerra, nel conflitto fra Atene e
Megara per il dominio di Salamina. Pertanto, aveva acquisito credito per questo presso i cittadini. Il
genio politico di Pisistrato stava nella sua lungimiranza: sapeva che in questa fase cruciale,
bisognava avere l’appoggio del popolo e possiamo dire che Pisistrato sia stato il primo populista
dell’antichità (dire “demagogo” è improprio). Cioè capì che solleticando l’ego delle masse e
cercando di accattivarsi il loro favore, si poteva tenerle a bada. In sostanza, capì la forza delle masse
e lo sfruttò per i suoi interessi (il contrario invece dell’operato di Solone).
Oltre ad essere populista, Pisistrato aveva anche una personalità alquanto ostinata. La situazione ad
Atene, fondamentalmente, era una lotta fra 3 persone che volevano diventare ognuno arconte (con
l’obiettivo successivo di farsi tiranno). Pisistrato, nel 561-60 a.C., si presentò all’agorà di Atene e
disse di essere stato offeso dagli altri due rivali ed esortò il popolo a fornirgli una scorta armata (si
tratta di una delle più antiche manipolazioni della realtà). Il popolo credette alle sue parole e gli
diede un corpo di mazzieri102. Con questo piccolo esercito, Pisistrato prese l’acropoli ma il dominio
era effimero (durò pochissimo). Infatti, dopo qualche anno, Licurgo e Megacle si allearono e
cacciarono Pisistrato. Sul numero della guardia del corpo concesso a Pisistrato, le fonti sono
discordi:
Se il II numero può apparire troppo poco, consideriamo che Pisistrato sia riuscito a prendere
l’acropoli e quindi – anche con una piccola squadra armata – alla fine (simbolicamente) aveva
conquistato lo stato. Infine, l’appoggio del popolo è significativo (i 300 mazzieri alla fine saranno
anch’essi nulla in confronto alle masse)103.
100
Altro personaggio poco considerato è Clistene. Nemmeno Plutarco lo ritenne degno di una “Biografia”.
101
In onore di Artemide. Il santuario è vicino a due porti (Porto Rafina) e questo era signficativo.
102
Anche Cilone, accompagnato da un gruppo di mazzieri (elargito dal suocero), tentò di occupare l’acropoli.
103
Tutto il popolo mise sotto assedio l’acropoli per cacciare Cilone (sebbene questi avesse una scorta armata).
Non possiamo dare un numero esatto di quanto unità fosse composto questo esercito ma sappiamo
che avesse l’avvallo del popolo e quindi l’impresa era simbolica (perché già aveva trovato una
strategia utile alla presa di Atene). Pisistrato, che nella “Costituzione degli Ateniesi” godeva fama di
uomo quanto mai democratico (da intendere come “populista”), si “procurò da solo una ferita” e
persuase il popolo a concedergli una guardia del corpo su proposta di Aristione. L’occupazione
dell’Acropoli avvenne 31 anni dopo la legislazione di Solone. Sembra che i fatti siano accaduti
“sotto l’arcontato di Comea” (quindi, si può datare intorno al 561 a.C.). Si dice che Solone si
oppose (era forse tornato dall’Egitto?), obiettando di essere più saggio di alcuni (di quanti non
capivano che Pisistrato stava meditando la tirannide) e più coraggioso di altri (che pur sapendolo,
preferivano rimanere all’ombra). Tuttavia, siccome nessuno lo ascoltava, preferì ritirarsi dalla
scena.
Pertanto la forza di Pisistrato fu nel non mostrare spudoratamente che il potere fosse interamente
nelle sue mani ma si comportò come un cittadino fra i cittadini. Tuttavia, prima che il suo potere si
consolidasse, i suoi rivali riuscirono a scacciarlo al VI anno dalla sua conquista del poter, “sotto
l’arcontato di Egesia” (556 – 5 a.C.). Una volta mandato via, Megacle e Licurgo continuano la
battaglia al potere. Megacle però, 11 anni più tardi, dal momento che stava soccombendo nella
discordia civile, richiamò Pisistrato e cercò di tenerselo accanto offrendogli la mano di sua figlia104.
Megacle e Pisistrato, dunque, in un primo momento si alleano, il matrimonio suggella l’alleanza e
Licurgo viene quindi allontanato. Tuttavia, Pisistrato ruppe l’alleanza dicendo di non accettare fino
in fondo il matrimonio e ciò scatenò lo sdegno di Megacle:
“Megacle mandò a stringere patti con Pisistrato se volesse in sposa la propria figlia, in vista della
tirannide. Quando Pisistrato ebbe accolto la proposta e si fu accordato a queste condizioni, come
mi sembra, escogitarono per il ritorno un artificio schiocchissimo 105 . […] Nel demo di Peania106
c’era una donna di nome Filia altra 4 cubiti meno 3 dita107 di bell’aspetto. Rivestirono questa
donna con un’armatura, la fecero salire su un carro e la istruirono sull’atteggiamento più
dignitoso che potesse prendere. Quindi, la condussero in città, avendo mandato araldi che
corressero davanti, i quali giunti ad Atene annunciarono quanto gli era stato ordinato. Parlarono
così – Ateniesi, accogliete di buon animo Pisistrato che la stessa Atena, anteponondolo a tutti,
riconduce nella propria acropoli -. Essi andavano in giro, dicevano così e subito, nella religiosa
notizia che Atena riconduceva Pisistrato, credendo che la donna fosse la stessa dea l’adorarono e
accolsero Pisistrato.”
(Erodoto)
Ciò che fecerò fu semplicemente quella di trovare una donna molto alta e di verstirla come se fosse
la dea Atene (per esempio l’armatura). Scelsero una ragazza molto alta perché solitamente le statue
degli dèi non erano a grandezza naturale. Quindi volevano dar l’impressione fisica che fosse
veramente la dea che arrivasse e che accompagnasse l’entrata di Pisistrato in città. Oltre all’accordo
fra i due, si voleva dar di nuovo il benvenuto a Pisistrato e che la città intera lo accogliesse,
pensando che anche Atena era d’accordo con questo nuovo arrivo. Per Erodoto stesso questa storia
appare alquanto inverosimile ma se analizzassimo il fatto da un punta di vista storico, questo non
era altro che una messa in scena: una sorta di processione-rituale in cui si accompagnava
dall’esterno all’interno una persona (che era stata cacciata) a fianco della dea. È come se fosse una
performance teatrale.
104
Le relazioni diplomatiche, in età antica, avvenivano anche per matrimonio.
105
Il patto era tra loro due ma bisognava pur convincere anche il resto del popolo. Segue poi un dubbio dell’autore:
come avevano fatto gli Ateniesi, i più astuti fra i Greci, ad abboccare ad una semplice menzogna.
106
Oggi un piccolo paese presso l’aeroporto di Atene.
107
All’incirca 1,80 m.
Tutti erano consapevoli delle regole del gioco: Pisistrato non aveva bisogno di ulteriore avvallo da
parte del popolo in quanto ce l’aveva già avuto precedentemente. Era una sorta di rituale che dava
finalmente credito ad un ex-capo politico allontanato precedentemente. Quest’interpretazione viene
da Walter Connor che ad un certo punto andò a fondo su questi aspetti. Inoltre, non c’erano altri
metodi per esprimere l’auctoritas. L’alleanza fu di brevissima durata perché Pisistrato non volle
consumare il matrimonio con la figlia di Megacle (cioè non voleva avere figli da lei).
1) Eredità: Pisistrato aveva già altri eredi avuti da un precedente matrimonio. Spartire l’eredità
significava diminuire l’entità dell’eredità di ciascuno.
2) Sacrilegio: Se avesse sposato totalmente la figlia di Megacle, della dinastia degli
Alcmeonidi, avrebbe macchiato la sua famiglia e se stesso del sacrilegio ciloniano.
Pisistrato volle mantenersi distante da qualsiasi tipo di problemi che poteva essere generato
dall’unione con la figlia di Megacle. Pisistrato venne cacciato di nuovo e rimase 10 anni fuori Atene
(potendosi quindi organizzare). Quello che fece fu di stabilire dei legami. La prima cosa che fece fu
quello di mettersi a contatto con altri aristocratici in Grecia, soprattutto i nobili di Ligdami, Nasso,
Tessaglia108 e la sua terra d’origine ovvero l’Eretria (posizionata di fronte ai territori in cui si
estendevano i suoi possedimenti). Lui si stava preparando per rientrare ad Atene (non a caso
dall’Attica orientale) e in più consolidò la sua forza economica nell’area del bacino dell’Egeo
settentrionale. Cioè iniziò a capire che avere delle risorse minerarie (i metalli, cioè monete per
pagare i soldati) fosse importante. Così si preparò nel Pangeo (ricca di risorse minerarie), un’area
che si estende fra la Macedonia e la Tracia. Il III tentativo fu quello che andò a buon fine ed è del
534-33 a.C.
13/11/’23 h: 15 – 17
108
Uno dei figli era soprannominato “Tessalo” dal momento che era fortemente legato alla cavalleria tessala (con gli
aristocratici)
16/11/’23 h: 17 – 19
L’ultima volta avevamo parlato della “Costituzione degli Ateniesi”, che è la nostra fonte principale
per quanto riguarda lo sviluppo in senso democratico della città di Atene e la descrizione delle sue
istituzioni. L’opera è una scoperta relativamente recente, perché è un testo su un papiro molto lungo
di cui manca le parti iniziali e finali (mentre invece quasi del tutta integra la zona centrale). Non si
sa se sia un’opera scritta direttamente da Aristotele o qualcuno del circolo aristotelico, essendoci
problemi di contraddizione all’interno dello scritto109. È una delle fonti principali sebbene notizie
sullo sviluppo democratico di Atene siano visibili anche in Erodoto e Tucidide, per non parlare di
Plutarco (ma lì le informazioni sono minime).
Prima d’intraprendere questo viaggio verso la democrazia, una nozione importante da tenere ben
presente – perché sarà molto utile poi – è il concetto di “tribù”. In parte l’avevamo già menzionata
quando si era discusso di Sparta. La “tribù” è un elemento molto antico, che ci rimanda ad un
contesto storico lontano nel tempo, però è anche una categoria poco menzionata dalle fonti (la
danno quasi per scontata) sia che stiamo parlando di Atene – Sparta e qualsiasi altra città greca.
Vediamo che la “tribù”, questo residuo di arcaicità, acquisisce un’importanza fondamentale con la
riforma di Clistene. Quindi le “tribù” ci sono sempre state nelle società antiche.
Ognuna di queste tribù cercava di ricostruire la propria genesi con la ricerca di un padre fondatore
(il leitmotiv del mondo antico). Avere un “padre comune” giustificava la parentela, il legame fra
individui. Dicevamo che la “tribù” è un elemento ancestrale e serviva ovunque come base di
reclutamento per l’esercito110 e poi, molto spesso, serviva anche come base per l’elezione di
magistrati. Si eleggevano i magistrati proprio sulla base delle tribù, perché è un piccolo gruppo che
si autorganizza militarmente e politicamente senza la necessità di un capo.
L’appartenenza alla tribù è ereditaria, non territoriaria, si passa quindi di padre in figlio. Tutt’ora in
Grecia si vota non sulla base della residenza ma sulla base del luogo originario dove la “tribù” era
allocata (questo era un tentativo di recupero degli usi più greci). Non si sa bene quando la “tribù”
ebbe origine, probabilmente è riconducibile al periodo delle “Dark Ages” però c’è anche da dire che
tutto quello che non riusciamo a collocare nello spazio-tempo viene inserito nel Medioevo Ellenico
perché in un qualche modo si cerca di far riportare i conti.
Noi eravamo rimasti ad un preciso periodo temporale: la cacciata di Ippia nel 511-10 a.C. per mano
degli Alcmeonidi, non senza l’aiuto degli Spartani e di Delfi. Però, quando c’è una situazione di
vuoto politico si ripresenta di nuovo la lotta fra le fazioni. Quando Ippia venne cacciato 111, le
famiglie contendenti erano due:
109
Per esempio nega un qualche elemento esposto nella “Politica” (opera del tutto aristotelica).
110
Ricordiamo che la chiamata alle armi avveniva per raggrupamento di unità provenienti dalle singole tribù.
111
Si era rifugiato nell’Impero Persiano in quanto aveva stretto legami coi Persiani negli ultimi anni di governo.
Quando ci sono casi di estrema litigiosità, il nodo si scioglie in due modi:
1) Uno dei due antagonisti prevale e si dà inizio alla tirannide (con Pisistrato).
2) La litigiosità viene placata dalla mediazione, quindi riforme (con Solone).
Di Clistene abbiamo poche informazione. Sappiamo che era figlio di quel Megacle, dunque della
famiglia degli Alcmeonidi. Sua madre era Agariste, la figlia del tiranno di Sicione (che si chiamava
Clistene). I nomi ci dicono tanto di una persona, soprattutto nel mondo greco si riescono a fare
genealogie di famiglie con l’incastro dei nomi (in genere i figli hanno i nomi dei nonni). Qui
abbiamo una serie di informazioni importanti: cioè che un aristocratico ateniese si lega ad
un’aristocratica fuori d’Atene (forse per alleanza politica). Altra cosa importante, è che Megacle
non diede il nome di suo padre bensì del suocero (un fatto non molto usuale, quindi cercava di
relazionarsi fin troppo col tiranno di Sicione). In un passo di Erodoto, vengono raccontate le nozze
di Agariste e la maniera in cui questa donna era stata data in sposa fra i molti pretendenti.
Di Clistene sappiamo pochissimo, tutto si risolve in una menzione di una riga. Più informazioni al
riguardo si ritrovano nella “Costituzione degli Ateniesi”, in particolare dai cap. 20-22 (più o meno
centrali):
1) Cap. XX: Si parla delle lotte contro Isagora, per poi dire in maniera sbrigativa che Clistene
ebbe ragione del suo avversario.
2) Cap. XXI: C’è la sintesi delle riforme clisteniche.
3) Cap. XXII: Viene dato un giudizio sull’operato, secondo l’opinione di Aristotele (?), di
Clistene (non è però molto positivo).
L’arcontato in questione era “l’arconte eponimo” (quello che dà il nome all’anno) dalla durata di un
anno solo. Quando abbiamo affrontato il discorso di Pisistrato, abbiamo visto che Clistene aveva già
operato come arconte sotto i Pisistratidi, evidentemente l’oggetto del contendere era proprio
l’arcontato ma non per lui stesso ma per qualcuno della sua cerchia112 (ma forse era più un uomo-
ombra). Inoltre, se di Clistene sappiamo poco, ancor meno di Isagora. La “Costituzione degli
Ateniesi” ne fornisce una secca definizione “φιλόστον τυράννων”. Si contendono l’arcontato, che
doveva essere esercitato da qualcun altro (e in entrambi i casi l’ambizione era quella di farsi
tiranni).
Quindi, in una prima fase (508-7 a.C.) sembra prevalere Isagora (viene nominato arconte). Clistene
non cerca di prevalere o di far cadere il governo (mettendovi uno dei suoi) ma capisce che l’arma
vincente era non più la lotta dei singoli ma la lotta del gruppo. Quindi va in assemblea e si rivolge
direttamente al popolo per desautorare Isagora nella sua funzione di arconte. Il sistema riformistico
di Clistene deve essere chiaramente messo a confronto con quello di Solone. Tra Solone è Clistene
c’è una differenza principale: il I si è autoeletto a riformatore, mentre il II viene incaricato sia dagli
aristocratici che dal popolo (è una nomina speciale quella di mediatore). Clistene cercò con la forza
di far passare le sue riforme all’Assemblea113 (in pratica lui andò direttamente là dove aveva capito
che c’era la genesi di un nuovo potere emergente).
È un privato cittadino, inoltre (un po’ come quando qualcuno, raccolto un certo numero di firme, ha
la possibilità di aprire un referendum). Appellarsi direttamente al popolo per avere un cambiamento
è una prassi politica che vale tanto nel monderno quanto nell’antico e Clistene l’aveva fatto quasi in
maniera istituzionale. Capì due cose fondamentalmente:
112
Questo perché i capi-fazione erano dei capi-fila e con ogni probabilità non poteva esercitare una magistratura che
aveva già ricoperto.
113
Non era un’istituzione soloniana ma Solone l’aveva potenziata.
a) Il potere del popolo, che stava emergendo sempre in maniera più massiccia (cioè stava
acquisendo una consapevolezza politica di sé).
b) Non era più il tempo di farsi tiranno, una conseguenza di quanto detto prima. Se il popolo
acquisice una propria consapevolezza politica, non ci sarebbe più stato l’emergere di una
persona (in quanto il popolo non lo permetterebbe).
Questa sua profonda conoscenza del contesto in cui viveva, furono le sue carte giuste per ottenere
quanto voleva. È una forma leggermente più sofisticata della demagogia (l’uso della massa è lo
stesso in Pisistrato). Cioè Clistene usò tutta l’Assemblea per arrivare ai suoi obiettivi ma c’è una
differenza però con il tiranno di Atene: Pisistrato fece il populista/demagogo per i suoi interessi
personali, mentre Clistene capì che se avesse perseguito la stessa strada del primo non avrebbe
avuto vita lunga, pertanto pensò ad un cambiamento generale con un orizzonte democratico. Cioè
trovò un compromesso fra i suoi interessi personali e un nuovo tempo che stava arrivando. Un’altra
differenza coi suoi predecessori, è che lui non aveva nessuna carica al governo ed era quindi un
comune cittadino che votava all’Assemblea come tutti gli altri.
Stando alla “Costituzione degli Ateniesi”, riesce a promuovere il suo tentativo riformistico “sotto
l’arcontato di Isagora”. La fonte dice poi che Clistene diede il potere alle masse. D’altra parte,
Isagora (in quanto “filo-tiranno”) chiamò in aiuto gli Spartani114. Questo sistema estremamente
complicato di amicizie e inimicizie ha dato spazio agli storici contemporanei di riflettere sue queste
relazioni e ci si chiede: “Perché gli Spartani sono intervenuti?”. Gli Spartani erano probabilmente
preoccupati di Clistene e delle sue riforme democratiche, quindi intervennero per impiantare ad
Atene un governo oligarchico filo-spartano. Sapevano che se ad Atene si fosse consolidata la
democrazia, le altre città greche avrebbero potuto fare altrettanto (quindi un problema per Sparta):
“Isagora, troppo debole, chiamarono di nuovo Cleomene, che era il suo ospite, e lo convinse a
scacciare i sacrileghi115 dato che gli Alcmeonidi si credeva fossero tra costoro. Fuggito Clistene,
Cleomene giunto con poche truppe scacciò come sacrileghi 700 famiglie. Fatto ciò, tentò di
sciogliere il Consiglio e d’imporre a capo della città Isagora e 300 amici suoi. Ma poiché il
Consiglio oppose resistenza e il popolo116 si riunì, Cleomene e Isagora si rifugiarono sull’Acropoli.
Il popolo si strinse d’assedio per due giorni. Al terzo giorno lasciarono andare Cleomene con tutti i
suoi e richiamarono Clistene e gli altri esuli. Impadronitisi del potere, Clistene fu guida e capo del
popolo.”
(Pseudo-Aristotele, 20 Costituzione degli Ateniesi)
Notiamo bene come il popolo abbia acquisito consapevolezza: gli Spartani avevano cercato
d’instaurare un regime oligarchico ma il Consiglio e l’Assemblea (organi statali) non lo accettarono.
Poi ci sono dei dubbi sulla durata del processo democratico: dall’opera aristotelica sembra che
questo processo sia avvenuto tutto così in fretta. Altro appunto da ricordare, è che il Consiglio che
voleva sciogliere il governo filo-spartano era quello di stampo soloniano (non di certo clisteneo).
L’obiettivo principale di Clistene era quello di spezzare il potere di alcune famiglie aristocratiche:
capì che il problema era la creazione di queste fazioni, molto spesso con rispecchiamento
territoriale. Cioè, una clientela che si viene a creare intorno ad un nucleo ristretto di persone. Molto
spesso i capi-fazione avevano potere nel territorio in cui abitavano e avevano la gestione di alcuni
beni (di tipo terriero). Queste proprietà davano loro ampie risorse e permetteva di nutrire le famiglie
d’intorno (era un’economia circolare all’interno di questi territori).
114
Situazione alquanto paradossale, in quanto gli Spartani - che avevano cacciato i Pisistratidi - vengono chiamati da
un “amico dei tiranni” per cacciare il membro della famiglia che li aveva aiutati a cacciare i Pisistratidi (anti-tiranno).
115
Si fa di nuovo riferimento al sacrilegio ciloniano, quindi alla famiglia degli Alcmeonidi. La fazione di Clistene
comprendeva 700 famiglie, non poche.
116
L’Assemblea ovviamente.
Le aristocrazie erano questi gruppi formati da uomini con una comunanza d’interessi e in genere
potevano contare su un discorso sociale estremamente variegato e caratterizzato da legami di tipo
consanguineo. Clistene si rese conto di questo problema e quindi spezzò questo “circolo vizioso” e
– come dicono le fonti stesse – “mescola le carte”. Domenico Musti denominò il lavoro di Clistene
“sistema di geometria politica”, perché divise tutto il territorio e la popolazione in gruppi con una
base ben definita.
a) Eliminò le 4 tribù che Solone aveva mantenuto e le sostituì con 10 tribù (c’è un cambio di
numero), inventate di sana pianta da lui stesso con un processo di astrazione.
b) Nel cambiamento delle basi attiche, Clistene partì dalla situazione di fatto, ovvero prese la
carta geografica di Atene (quella conosciuta all’epoca) e partì dall’unità base dei δῆμοι117 (i
villaggi sparsi nell’Attica) che divennero le unità di questa sua organizzazione spaziale.
c) Questi δῆμοι vennero raggruppati in trittie, composte appunto da villaggi non contigui (per
eliminare i raggruppamenti di tipo geografico)118.
d) Si formano 30 trittie (non sappiamo da quanti villaggi composta ciascuna). Ogni trittia aveva
10 demi della costa, 10 della città e 10 dell’interno (ricordano molto le fazioni ai tempi di
Pisistrato). I demi vicini vennero separati, in modo tale che queste trittie formassero delle
comunanze ma non legate da approssimità geografiche.
e) L’appartenenza alla trittia è chiaramente data dalla residenza.
Insieme formano un gruppo variegato ma i membri di questi villaggi non avranno mai qualcosa in
comune. Viene così eliminato il potere aristocratico. Lo “Pseudo-Aristotele” in tutto questo dice:
“Dopo che la tirannide fu abbattuta, ci fu lotta fra Isagora, figlio di Tisandro, che era amico dei
tiranni, e Clistene, della famiglia degli Alcmeonidi […]. Una volta che il popolo ebbe il potere,
Clistene fu a capo della città e alla guida della fazione popolare. Gli Alcmeonidi erano infatti
sicuramente coloro che maggiormente portavano il merito della cacciata dei tiranni e che avevano
sempre portato avanti la lotta politica. […] Per questi motivi, dunque, il popolo aveva fiducia in
Clistene, Egli allora, messosi a capo della parte popolare, nel quarto anno dopo la cacciata di
tiranni, sotto l’arcontato di Isagora, per prima cosa ripartì tutta la popolazione in dieci tribù […]
con l’intento di “mescolare”, allo scopo di far partecipare alla cosa pubblica un maggior numero
di cittadini.[…] Poi istituì un Consiglio (Boulé) di cinquecento membri[…],cinquanta per ogni
tribù.[ …] Ripartì perciò anche il territorio, per demi, in trenta parti, dieci nell’area della città,
dieci della costa e dieci dell’interno e dopo aver denominato queste parti “trittie”, ne assegnò tre a
ciascuna tribù, in modo che ogni tribù avesse al suo interno tutte e tre le aree topografiche.[…] Per
le tribù stabilì degli eponimi scelti da una selezione di cento eroi capostipiti e fu la Pizia a
sceglierne dieci. Fatto ciò, la costituzione divenne molto più democratica di quella di Solone..”
Il testo risulta molto sintetico e conciso, quasi cristallino nella sua chiarezza. Ecco dunque la
riforma clistenica: le nuove tribù diventano la base per la creazione di un nuovo sistema politico e
amministrativo. Il Consiglio passa a 500 membri (eletti per sorteggio, in modo tale che nessuno
potesse contestare). I luoghi della democrazia ateniese (cioè l’Areopago e la Pnice) erano
circoscritte intorno l’Acropoli (versante nord-ovest).
117
Sembra che questi villaggi piccoli fossero circa 140 (di norma i manuali riportano da un minimo di 100 a un
massimo di 200) ma non abbiamo la certezza matematica del numero.
118
Dal momento che ogni δῆμος aveva una grandezza variabile, è ovvio che ogni trittia aveva un numero non uguale
(alcune più grandi, altri più piccole).
a) Ἡ Βουλή: Il Consiglio. Era, sostanzialmente, un organo importante in quanto decideva
l’ordine del giorno, cioè si discuteva quello che aveva deciso di discutere. Quindi aveva una
funzione di controllo tra le cariche più alte e l’Assemblea che era quella votante. La durata
della carica era di due anni massimo, le riunioni si dividevano l’anno in 10 periodi (pritanie)
e ogni pritania esercitava la sua funzione per un decimo dell’anno (tutto è in base 10).
b) Ἡ Ἐκκλησία: L’Assemblea. Si riunisce 4 volte al mese, sorteggia il Consiglio e l’Eliea (i
tribunali). Ha il compito di sorteggiare gli strateghi (che a poco a poco sostituirono gli
arconti stessi come carica principale).
c) Ἄρειος Πάγος: L’Areopago. Era il collegio degli Arconti eletti dall’Assemblea. Gli Arconti
persero il loro potere a favore della “strategia” (che si può reiterare, a differenza
dell’arcontato). Pericle, per esempio, esercitò il suo potere in qualità di stratega e non
arconte.
d) Στρατηγός: La “Strategia”. Era la carica che comandava l’esercito. Esistevano 10 strateghi
(uno per tribù) e venivano eletti dall’Assemblea. L’Arconte Polemarco, come “capo
dell’esercito”, era un residuo arcaico119. Anch’essi restavano in carica 1/10 dell’anno. La
carica si poteva reiterare.
Notiamo che al centro di tutto c’era l’Assemblea, dunque il popolo e il sistema utilizzato era sempre
il sorteggio. Per quanto riguarda l’Arcontato, Clistene non fece grandi riforme però, essendo la sua
sistemazione spaziale/temporale delle cariche ateniesi basato sul numero 10, aggiunse la figura del
“segretario degli Arconti” ai 9 arconti preesistenti.
Ciò che non modificò, invece, furono le classi censitarie che rimasero quelle di Solone (almeno fino
a Pericle), non modificò poi l’Areopago né la costituzione dell’Assemblea (come membri, al
massimo diede loro più importanza)120. La partecipazione all’Assemblea non era obbligatoria (cioè
si poteva partecipare, dunque partecipavano solo chi poteva permetterselo) né retribuita (dunque era
volontaria). Difatto, quella di Clistene era una riforma in senso democratico ma l’esercizio del
potere era svolto da chi aveva una situazione economica solida. Questa era la nascita della
Democrazia ma non era ad un suo stato maturo: questo avverrà quando si comincerà a retribuire la
carica politica, favorendo una larga partecipazione alle riunioni121. Tuttavia questa mossa non è di
stampo clistenico (dovuto al fatto che fosse di origine aristocratica). Secondo quanto detto dallo
Pseudo-Aristotele:
“Pericle fu il primo a concedere indennità anche per la partecipazione ai tribunale, per una
partecipazione più ampia.” (1,1)
Da un punto di vista storico, capiamo che sia stato Pericle ad istituire un pagamento per coloro che
partecipavano alle riunioni dei Tribunali, solo che i Tribunali avevano un grado d’importanza
inferiore alle altre cariche: quindi deduciamo che le altre cariche avevano già da tempo una
retribuzione per la partecipazione.
Sappiamo che il censo, quanto uno guadagnava, dava una definizione della persona all’interno
dell’esercito: in parole semplici, a seconda di quanto una persona poteva spendere per
l’armamentario veniva inserito in uno squadrone che non in un altro. Al tempo, comprare e
mantenere un cavallo costava molto (quindi era per le classi agiate) mentre chi non aveva grandi
possibilità economiche era destinato alla fanteria. Chi non poteva nemmeno comprarsi un’armatura
leggera, veniva usato per la bassa arruolanza (rappresentato dai rematori in una nave122).
119
L’Arconte Polemarco, del resto, era un altro residuo delle funzioni del re (che conduceva la guerra).
120
Di essa aumentò il numero delle riunioni (per dare più importanza ad un’istituzione, bisogna aumentarne il numero
in cui questa si riunisce).
121
La paga era di 5 oboli per la Bulè, 4 per l’Ecclesia, 2 per i Tribunali.
122
Impiego dall’altissimo livello di mortalità (in quanto le battaglie navali erano vinte se si riusciva a speronare la nave
nemica).
Sull’Acropoli di Atene c’è quest’iscrizione significativa che ci mostra come la società greca fosse in
un certo senso “meritocratica” perché l’ascensore economico permetteva una grande mobilità da
una classe all’altra. In quest’iscrizione (un monumento) vediamo come un componente della classe
dei Teti ad un certo punto, fattosi molto furbo, riuscì ad arrivare alla classe dei Cavalieri in
pochissimo tempo. Ce lo segnala sempre lo “Pseudo-Aristotele”:
Da segnalare 3 cose:
1) Molto spesso le fonti antiche citano le iscrizioni. Chi tra gli storichi antichi lo fece come se
fosse di norma, è Pausania. Questi visitando la Grecia registra le iscrizioni dei monumenti
ritenute più significative. La cosa è molto interessante perché molto spesso queste iscrizioni
le ritroviamo e – se illeggibili – possiamo ricostruirne il testo affidandoci alle fonti antiche
(oppure alle volte viene ritrovato il monumento ma non l’iscrizione). Altre volte
2) Le iscrizioni e i monumenti del mondo antico dicono molto sui dedicanti (le piccole statuette
di cavalli ed animali da allevamento ad Olimpia), inclusa la provenienza sociale.
3) Fino a Lisandro l’uomo non si poteva auto-rappresentare. L’autoritratto (su disegno o statua)
non esiste perché si può ritrarre solo il dio o l’ideale (se io spendessi soldi per dedicare
qualcosa all’Acropoli, per autorappresentarmi, devo essere quanto più preciso senza
autoglorificarmi spudoratamente e allora do delle connotazioni sul cambiamento sociale –
come appunto questo Difilo).
Un’altra testimonianza di quanto detto, è in un decreto (un’istanza formale che viene fatta da una)
per la fondazione di Brea123. Testimonianza che permanevano le classi censitarie soloniane anche
dopo la riforma clistenica è proprio questo documento:
“Fantocle disse […] a Brea vadano coloni dalla classe degli zeugiti e dei teti”.
Atene, per colonizzare un’altra città, si prendono non gli aristocratici ma quelli delle basse fasce (in
quanto non avevano nessuna perdita col trasferimento). I principi della riforma clistenica sono 3:
a) Ἰσονομία: “Tutti quanti erano uguali davanti alla legge”, cioè non c’erano distinzioni fra
aristocratici e popolo (però l’uguaglianza era applicabile solo ai cittadini liberi – maschi
adulti -).
b) Ἰσεγωρία: “Tutti quanti, davanti all’Assemblea, possono prendere parola e dire la
propria125”, sostanzialmente il diritto di parola.
c) Controllo: “Controllo del curriculum di chi entrava in carica” (fra le cariche più importanti
ateniesi rientrava la gestione dei tesori). Era però un controllo preliminare e anche
seguente126.
123
Una città che sta al nord dell’Egeo. I decreti venivano per la maggior parte scritti su pietra.
124
Acronimo per “Iscrizioni greche”, I volume (II edizione).
125
Cfr. Chi voleva accusare Pisistrato, quest’ultimo si presentava in tribunale per sentire il querelante.
126
Quindi continuo.
Quindi, certi tipi di magistrature non potevano essere svolte dalle classi più basse: per esempio, se
io fossi il sovrintendente dell’organizzazione delle feste in onore di Atena e ho un alto tasso di
reddito, è chiaro che se ci fosse una mancanza di denaro devo essere in grado di coprire quella
mancanza (altrimenti, verrei tacciato di “non aver svolto il mio lavoro” o di “malafede”).
Perché, però, siamo molto in fissa con il mito della “Democrazia ateniese”? Si trattò del primo
esperimento, non era mai avvenuto qualcosa di simile nelle altre città. Tutte le democrazie
posteriori prenderanno “spunto” da Atene, perché per loro era l’esempio emblematico di un governo
democratico ma poi bisogna aggiungere che la città era un luogo di grande fervore culturale e
quindi questo spiega perché il suo sistema politico fu oggetto di moltissime analisi. In conclusione,
tutte le poleis – per periodi più o meno lunghi – conobbero l’esperienza democratica (Siracusa,
Agrigento) tranne Sparta. Atene quindi è tanto studiata per l’abbondanza delle fonti:
“In seguito a ciò, la costituzione divenne molto più democratica di quella di Solone. Era accaduto
infatti che le leggi di Solone venissero annullate dalla tirannide per disuso.”
“…poiché il popolo ormai era forte, si servirono allora127 per la prima volta dell’ostracismo.
istituito per diffidenza verso i potenti, dato che Pisistrato era divenuto tiranno pur essendo
democratico e stratego . Il primo dei suoi parenti ad essere ostracizzato fu Ipparco, figlio di
Carmo, del demo di Collito, per il quale appunto Clistene, che voleva allontanarlo, aveva fatto la
legge. Gli Ateniesi infatti avevano permesso che restassero in città gli amici dei tiranni che non si
erano compromessi nei torbidi, usando la consueta tolleranza democratica, e Ipparco era guida e
capo di costoro. […] Per tre anni, dunque furono ostracizzati gli amici dei tiranni, secondo le
finalità della legge; ma poi, dal quarto anno, fu allontanato chiunque, anche fra gli altri, sembrasse
troppo potente; e per primo fra gli estranei alla tirannide fu ostracizzato Santippo 128, figlio di
Arifrone.”
27/11/’23 h: 11 – 13
129
Diodoro riporta che il nome di chi veniva ostracizzato era scritto sulle foglie di ulivo.
27/11/’23 h: 15 – 17
Tutte le iscrizioni, tutti i graffiti avevano chiaramente un significato: potevano essere anche graffiti
casuali (incisioni) anche solo per dimostrare la capacità scrittoria o un semplice scarabocchio 130. Ma
in alcuni casi i graffiti, in maniera abbreviata, cercano di dire qualcosa e abbiamo visto oggi, nel
caso dell’ostracismo, il “nome della persona da ostracizzare” ma ci sono anche i cosiddetti “graffiti
commerciali”. I commercianti che vendevano nel Mediterraneo varie partite di ciottoli, vasellame e
altri beni, dovevano avere coscienza del loro carico e dei prezzi dei loro prodotti. Le abbreviazioni
dei “graffiti commerciali” sono stati studiati, nello specifico, da Alan Johnson (contenute e
catalogate in un unico volume realizzato da egli stesso).
La scritta più in basso è l’abbreviazione di un nome greco, ΑΠ131. (forse “Apollodoros”). La scritta
in alto è segnata da una forte spaccattura, forse ad indicare una scritta diversa dalle restanti e le
lettere rappresentavano probabilmente dei numerali:
In conclusione, ammessa l’ipotesi che sia la dicitura di un numero, potrebbe essere 22 (anche se
fosse stato 23 non avrebbe causato gravi cambiamenti). Quindi, il senso globale della scritta
sarebbe: “Apollodoro ha venduto 22 [?]132”.
La scritta alla sinistra, invece, dovrebbe leggersi ΠΕ., una legatura di “πελικαί” (una forma
ceramica). I nomi con cui chiamiamo genericamente le ceramiche greche, non sono gli stessi nomi
che i Greci attribuivano loro.
Quella che per noi era la “κύλιξ”, per i Greci in realtà era la “πελίκη”. È possibile, in sostanza, che
il commerciante aveva scritto sotto il prezzo di un gruppo di pelike, che aveva comprato da un certo
Apollodoro (?). Come si fa a dedurre che il n. 22 era riferito agli “oboli”?
Bisogna considerare che le ceramiche in Grecia erano vendute non singolarmente ma in forma di
“set”. Quindi, i piatti venivano venduti secondo l’ordine: piatti piccoli dentro piatti grandi e alla fine
la parte più piccola (quella che noi genericamente chiamiamo kylix) veniva rovesciata e sopra di
essa il commerciante scriveva quanto costava il “set” e da chi l’aveva preso.
130
Un po’ come quando si da ai bambini dei pennarelli e loro scrivono “scarabocchi” (a dimostrazione dell’io).
131
L’alpha è legato per brevità al pi greco.
132
Potrebbero essere dracme, oboli e tant’altro. È più sicuro comunque “oboli”.
Quindi, 22 oboli per un singolo pezzo sarebbe tanto ma adesso che sappiamo che le ceramiche
erano venduti per “set” il costo potrebbe essere ragionevole. Quindi i graffiti riportano non soltanto
nomi (anch’essi molto utili) ma possono essere anche testimonianze della democrazia e piccole
abbreviazioni per capire il prezzo di un oggetto.
Da qui ricaviamo indicazioni su quella che era una pratica, già menzionata diverse volte all’interno
della macchina dello stato, ovvero il fatto che molto spesso i Greci trovassero come risoluzione a
tanti problemi l’estrazione a sorte. Per l’esercizio di moltissime cariche, i Greci si affidavano al
sorteggio e poteva funzionare con tutte le cariche che non richiedessero una grande professionalità
(negli incarichi più specifici, si sceglieva in base alla qualità delle competenze). Nella “colonia” si
decideva la divisione delle terre e delle proprietà, una volta arrivati i coloni, proprio tramite
l’estrazione a sorte. Quando i coloni arrivavano dalla madrepatria alla colonia e si doveva
distribuire le terre, quest’ultime venivano distribuite mediante l’estrazione a sorte perché ci si
accontentava e implicava che un’autorità divina ci mettesse il suo beneplacito. Un altro luogo dove
si praticava l’estrazione a sorte era “l’oracolo”. Quando si poneva ad esso delle domande,
l’estrazione a sorte avveniva con una pallina nera o bianca (la I era un “no” e la II un “sì”) e a Delfi
sono state ritrovate proprio le palline. Le fonti ci parlano di estrazione a sorte con l’uso di un verbo
specifico: “ἀναιρέω” (o derivati). Questo è un verbo tecnico che significa appunto “estrazione a
sorte”.
La democrazia, come l’aveva inventata “Clistene” (pur non sapendo nulla di lui), conobbe la sua
fioritura massima nel V sec. a.C. e cioè durante l’età di Pericle. L’esaltazione ma anche la critica di
essa sono argomenti che hanno riguardato la storiografia del V sec. a.C e la retorica/filosofia del IV
sec. a.C. L’ “Epitaffio di Pericle”, cioè la trascrizione133 del discorso di Pericle sulla democrazia
ateniese per mano di Tucidide, dice:
“…abbiamo un regime politico che non si propone di imitare le leggi dei vicini: al contrario
proprio noi costituiamo un modello per alcuni, più di quanto non siamo imitatori degli altri.
Quanto al nome, dal momento che è affidato non alla volontà di pochi, ma a quello della
maggioranza, tale regime è definito democrazia. In base alle leggi, relativamente alle controversie
di carattere privato, tutti si trovano in una condizione di parità, mentre per quanto riguarda la
considerazione riservata agli individui, ciascuno, quando eccelle in qualche campo, è anteposto
negli onori pubblici non per la sua appartenenza a un determinato ceto, ma per i suoi meriti
personali; d’altra parte, per quanto concerne la povertà, se qualcuno è in grado di rendere qualche
buon servizio alla città non ne viene impedito dall’umiltà della sua condizione. Il nostro
comportamento è improntato alla libertà non solo nell’ambito degli affari pubblici, ma anche per
quanto riguarda i rapporti reciproci nei comportamenti quotidiani: non ci irritiamo con il vicino se
questi in qualcosa agisce a suo piacimento né infliggiamo umiliazioni che, pur senza essere
materialmente dannose, risultano tuttavia dolorose per chi le subisce.
133
O almeno da quanto si dice. È chiaro che quanto scritto non rispecchia per intero quanto avrà detto Pericle (è
Tucidide che parla).
Caratterizzati nell’ambito dei rapporti privati da questo atteggiamento tollerante, nell’ambito degli
affari pubblici abbiamo tuttavia timore di violare la legge, perché prestiamo attenzione a coloro
che di volta in volta ricoprono le magistrature e alle leggi: in particolare a quante di esse sono
state concepite per aiutare le vittime delle ingiustizie e a quante, pur non essendo scritte,
comportano per i trasgressori una vergogna da tutti riconosciuta.[…].
Anche per quanto riguarda i metodi di preparazione alla guerra noi ci distinguiamo dai nostri
avversari per i seguenti motivi: la nostra città, infatti, è aperta a tutti e non accade mai che
attraverso dei provvedimenti di espulsione di stranieri impediamo a qualcuno di apprendere o di
vedere qualcosa che, non essendo nascosta, potrebbe essere vista da un nemico e risultargli utile:
noi, infatti, nutriamo fiducia non tanto nelle disposizioni prese al fine di ingannare, quanto nel
coraggio che dimostriamo al momento dell’azione. Per ciò che attiene poi all’educazione, i nostri
avversari si sottopongono subito, fin da fanciulli, ad una disciplina faticosa per pervenire al
coraggio, noi, con il nostro tipo di vita privo di costrizioni, siamo non meno di loro capaci di
affrontare uguali pericoli.”
Da notare, fin dalle prime righe, una certa protervia mostrata da Pericle nel descrivere la propria
città (vantano insomma di aver inventato per primi la Democrazia e di non essersi ispirati a nessun
altro). Inoltre, sembra proprio che siano stati gli Ateniesi a coniare il termine “δημοκρατία”. Nel
discorso viene poi evidenziato il fatto che ad Atene una persona faccia carriera per meriti personali
(meritocrazia). Inoltre, anche la povertà era ritenuta un fattore non ostacolante per l’ascensore
sociale. Cosa importante e richiesta dalla città è il rispetto per le istituzioni politiche (perché solo
così può esistere lo stato, altrimenti sarebbe anarchia). Inoltre, c’è il timore non soltanto del violare
una legge ma anche del giudizio morale134. Infine, sul piano bellico non sono meno degli Spartani,
pur non obbligando i giovani ad estenuanti provi fisiche (cioè gli Ateniesi si dimostrerebbero
coraggiosi in guerra proprio per loro natura e non per “induzione”).
134
Come dire, “rispettiamo le leggi, non tanto perché debbano essere rispettate ma perché sappiamo che sia giusto e
onorevole rispettarle”.
Sappiamo che l’opera di Tucidide “La Guerra del Peloponneso” è divisa in tanti libri ma gli ultimi
riguardano la “Spedizione in Sicilia”135. Il fenomeno della tirannide ha colpito tutte le città greche
inserite nel Mediterraneo però dobbiamo fare una distinzione epocale:
a) Grecia continentale ed Egeo (isole): Il fenomeno della tirannide attraversò queste aree
nell’età arcaica.
b) Sicilia e Magna Grecia: Il fenomeno attraversò anche l’età classica ed ellenistica (Siracusa
per esempio). Qui c’era una situazione più fertile per la tirannide in parte perché il territorio
è distaccato dalla madrepatria ma anche perché qui funzionava meglio come sistema di
difesa136 (il territorio della Sicilia antica era abitato anche da altri popoli non-greci, quindi
c’è un’osmosi).
Se noi volessimo, in termini molto generali, chiederci “quanto durò la tirannide” la vità è
lunghissima: partiamo dal VII sec. a.C. fino al II sec. a.C. (questo in Sicilia). Chi si è occupato
moltissimo di tirannidi in età arcaica è Nino Luraghi (professore di Storia Greca a Oxford). Per
essere più precisi, la “tirannide” greca non ha una connotazione negativa (come potremmo ritenere
noi d’età moderna). Il termine “τύραννος” ha un’etimologia di origine asiatica (collegabile al
“nababbo, signore, uomo ricco”) e – vedendo le tirannidi di I generazione (come quella di
Pisistrato) – la “tirannide” corrisponde sempre ad un periodo di grande prosperità e fioritura per la
città. Difatto, il “tiranno” – nella sua originale accezione – indicava non qualcuno che esercitasse il
potere in maniera autocratica ma “uno stile di vita” (cioè chi aveva grandi facoltà economiche). La
più antica attestazione del termine “τύραννος” è in un frammento del poeta-soldato Archiloco:
“Non mi interessano i tesori di Gige ricco d’oro, né mai ne ho avuto l’invidia, né sono pieno di
ammirazione per le opere degli dèi, e non cerco una grande tirannide; sono cose lontane dai miei
occhi.”
(Archiloco, fr. 19 West)
Col termine “tirannide”, stava ad indicare una grande ricchezza. Quali sono le differenze fra “re” e
“tiranno”? La differenza fra i due, sostanzialmente, sta nella modalità di ottenimento del potere
perché il re acquisisce il potere per via dinastica (figlio di) mentre il tiranno tramite colpo di stato.
Quindi, il è come dire “legittimato” mentre il tiranno (come Pisistrato) il contrario (però è vero
anche che i figli dei tiranni possono essere assimilati ai figli del re).
La connotazione del tiranno si ha proprio con lo sviluppo della filosofia e delle teorie politiche (nate
soprattutto finita la Guerra del Peloponneso). Nei ripensamenti di tutte le fasi storiche, il periodo
della tirannide è stato visto come uno stop necessario137 che avrebbe “intralciato” il percorso
democratico (il passaggio da un potere monocratico ad uno del popolo). Abbiamo detto che la
“tirannide”, da un punto di vista geografico, è un fenomeno molto esteso e tutte le poleis del mondo
antico vennero toccate dal fenomeno della “tirannide”. C’è da dire che tutto il Peloponneso (sempre
accantonando Sparta) è stato particolarmente attraverso da regimi tirannici che si sono avvicendati.
135
Riguardo gli eventi del Peloponneso, da citare è il libro “A commentary on Thucydides” di Simon Hornblower.
136
Là dove ci sono gli altri, si sviluppano altre forme di governo. La vicinanza porta a qualcosa di nuovo.
137
Perché senza la tirannide di Atene, non sarebbe nata poi la democrazia.
Alcune delle tiranni più importanti nel Peloponneso erano:
a) Κόρινθος: conobbe due forme tiranniche una dopo l’altra.
b) Ἄργος
c) Σικυών: il cui tiranno era il suocero di Megacle.
d) Μεγάρα: il cui tiranno era il suocero di Cilone138.
Invece nell’Asia Minore (la costa era costellata da tutte tirannidi), ricordiamo soprattutto139:
a) Σάμος: l’isola.
b) Νάξος: il cui tiranno più importante fu Ligdami140.
Nel Mar Mediterraneo (che non fu meno dell’Asia Minore), ricordiamo invece:
a) Κέρκυρα: l’isola di Corfù (anche se la politica interna ha sempre presentato problematiche).
Abbiamo visto, dunque, che ogni tirannide ha una propria storia e si differenziano per lunghezza,
modalità con cui il regime venne preso in mano dai “tiranni”, per tipo di gestione del potere, per
come la tirannide cade ma ci sono delle caratteristiche comuni che ci aiutano a far chiarezza:
1) Ricchezza: Il tiranno non è mai una persona proveniente dal basso, bensì un aristocratico (a
prescindere dalla zona geografica) ma perché è inserito nella “lotta per le cariche più alte” (e
a quei tempi chi poteva esercitare il potere erano solo gli aristocratici).
2) Conflitto: La tirannide nasce sempre come conflitto all’interno di un regime
oligarchico/aristocratico (non si parla di “democrazia” che nascerà ad Atene alla fine del VI
sec. a.C.).
3) Necessità: La tirannide si presenta, tuttavia, come un momento necessario (almeno ad
Atene), nonché la presa di coscienza all’interno del popolo.
4) Uso delle masse: In qualsiasi località geografica, il tiranno locale ha impiegato le masse per
l’affermazione di sé. Fanno sì che la presa di potere e il conseguente mantentenimento di
esso implichi l’opionione della massa (demagogia, populismo).
5) Usurpatore: In genere il tiranno è visto come un “usurpatore” dell’ordine politico. Di solito
la presa del potere è accompagnata da un colpo di stato (più o meno violento).
6) Sviluppo: Se dovessimo valutare la condotta dei regimi tirannici nel Mediterraneo greco,
almeno nella I generazione dei tiranni le poleis conobbero una profonda crescita e sviluppo
economico/culturale (Atene è l’esempio più significativo)141.
7) Eredità: Il tiranno cercherà sempre d’instaurare un regime che duri anche dopo la sua morte
ma le tirannidi in genere non oltrepassano mai le due generazioni (eccezion fatta per
Corinto).
8) Anticamere (?): Non sempre l’anticamera alla democrazia è proprio la tirannide (alle volte
può essere l’anticamera di un regime oligarchio). Ad Atene, invece, è stata così.
9) Cultura: Oltre ad aver sviluppato l’economia, i tiranni si sono sempre circondati di artisti-
letterati, creando un piccolo nucleo d’intellettuali (ed era una novità per l’epoca) e ciò
aumentò il senso di megalomania di costoro.
138
Possiamo vedere come i tiranni s’imparentassero fra di loro nel tentativo di crearsi una rete di alleanze politiche
139
Ci sono tantissime storie sui tiranni d’età arcaica, soprattutto di quelli dell’Asia Minore e molto spesso venivano
“presi in giro” dalle fonti storiografiche.
140
Che aveva appoggiato il rientro di Pisistrato in Atene.
141
È un momento di crescita derivato anche dalla stabilità politica perché prima e dopo la tirannide ci sono sempre
scontri politici. Il momento in cui c’è l’esercizio della tirannide, è un periodo di pace all’interno della polis (il tiranno
appianava tutto). Per esempio Corinto espanse nel Mediterraneo tutto il suo mercato proprio durante il tempo delle
tirannidi, la colonizzazione del Mar Ionio e Basso Adriatico si ebbe durante la tirannide.
Queste sono le caratteristiche delle tiranni in età arcaica. Per quanto riguarda l’età
classica/ellenistica (quella siciliana in particolare) il regime è più lungo e c’è un avvicendarsi
diverso dei fatti (la dinastia dei tiranni di Siracusa durò circa 2 secoli). La dinastia tirannica di
Sicilia più conosciuta e testimoniata da fonti letterarie e materiali è la famiglia dei Dinomenidi.
Corinto: La seconda tirannide di Corinto, quella dei Cipselidi, arriva fino alla III generazione (con
Psammetico). Quest’ultimo durò pochissimi anni perché i tiranni avevano “perso la testa”, non
soltanto in senso politico ma anche medico. Difatti, i tiranni locali – per mantenere il proprio potere
– favorivano i legami familiari (cioè matrimoni all’interno della stessa famiglia) ma questo causò la
nascita di malattie genetiche/mentali al suo interno142. Qui, la tirannide è stata l’anticamera di
un’altra tirannide.
Colonialismo greco
Quest’ambito è stato maggiormente toccato da studiosi francesi e italiani. L’idea è venuta da una
serie di scavi che si sono iniziati a fare in Magna Grecia e in Sicilia. L’esplosione dell’archeologia
in queste terre, non soltanto nella Grecia continentale, cercava di mettersi in correlazione con
quest’ultima. Grande fervore culturale, forse dovuto al clima rivoluzionario degli anni ’70:
archeologi e storici hanno collaborato in un’incontro che si tiene annualmente a Taranto 143.
Fernard Braudel, pur essendo uno storico francese dell’età moderna, si è occupato
dell’interconnettività nel Mediterraneo e ha affermato che il Mar Mediterraneo (l’acqua) anziché
separare le coste dei diversi stati le riuniva e fungeva da elemento di interconnettività (era una
“pianura liquida”). Quest’aspetto era stato già messo in luce dal filosofo Platone, in tempi non
sospetti, parlando dei Greci come “rane in uno stagno”144. Pertanto, se dovessimo tracciare quella
che è la mobilità greca in ambito marittimo dovremmo risalire alla notte dei tempi. I Greci – al di là
della questione della colonizzazione – si sono sempre spostati per via mare perché non sono mai
stati autosufficienti nella propria terra d’origine (necessità economica, curiosità):
142
Per esempio, si dice che Periandro (padre di Psammetico) abbia “dormito” con la propria moglie sebbene
quest’ultima fosse già morta. Anche il progetto di tagliare l’istmo di Corinto è partita dai tiranni.
143
Convegno degli studi in Magna Grecia e Sicilia.
144
Perch la vicinanza tra costa a costa nell’Egeo favoriva la mobilità.
Abbiamo già visto questo fenomeno nell’età delle “Dark Ages” in Asia Minore. La “II
Colonizzazione”, quella massiccia e concreta, si ebbe in tutto il bacino mediterraneo ma le zone
maggiormente toccate furono:
1) Italia meridionale
2) Isola di Sicilia
3) Mar Nero
4) Coste spagnole
5) Coste francesi
Le zone del Mediterraneo occidentale/meridionale fu poco toccato perché c’erano altre popolazioni
locali o stanziate lì non indifferenti: Fenici e altre genti che impedivano la formazioni di impianti
stabili. Il termine che noi utilizziamo per indicare la “colonia” e il “colonizzatore” è improprio.
Lingue come il Francese, Tedesco e Inglese usano termini che derivano dal latino “colonia”, che
non ha niente a che vedere con il fenomeno della “colonizzazione greca”.
Questo perché la “colonizzazione latina” era un fenomeno centralizzato (Roma) mentre invece
quella greca dipendeva dalla singola polis (quindi un fenomeno disomogeneo)145.
Robert Osborne aveva scritto un articolo, con intento provocatorio, sulla colonizzazione greca col
titolo: “La colonizzazione greca in Italia non è mai esistita”146. In risposta, gli storici Emanuele
Greco e Mario Lombardo scrissero un altro articolo sulla colonizzazione in Magna Grecia e sulle
forme d’ibridizzazione della colonizzazione. In particolare, il secondo studioso ha parlato nello
specifico dell’ibridizzazione (diremmo oggi “melting pot”), cioè quella società che si crea nel
momento in cui si crea una colonia.
Nel momento in cui un Greco della Calcide o Corinto va a fondare una colonia in Sicilia o in
Magna Grecia147 s’incontra con una società preesistente. Dall’unione del portato culturale greco e
quello “indigeno” nasce una società nuova perché è un miscuglio (non è né più greco né indigeno).
Molto spesso le colonie di Corinto seguivano le colonie Euboiche (Siracusa ha leggende di
fondazione euboiche e corinzie) quindi gli archeologi solitamente si fanno affidamento alla
ceramica euboica (non è da escludere che quelle corinzie potessero essere solo passaggi).
Perché il concetto di “colonizzazione” è difficile da usare nei tempi moderni? Perché “colonizzare”
implicherebbe alcuni elementi.
a) Divario tra una cultura superiore e una inferiore da civilizzare (e invece nacquero molte
società a cultura propria).
b) Impero (i Greci non formarono mai un impero unito).
c) Presenza di un pensiero centrale che organizzi in modo capillare tutti gli spostamenti (quelle
dei Greci erano iniziative prese da singole poleis, se non da singoli individui).
d) Dipendenza (le colonie greche non furono mai così legate alla propria madrepatria, il legame
era al massimo di tipo culturale o religioso)148.
145
Per una serie di comodità, si cominciò a parlare di “colonizzazione” in concomitanza alla colonizzazione del 1900.
Ma chiaramente la colonizzazione moderna non ha nulla in comune con quella antica.
146
Lui però nei suoi pensieri si rifaceva intanto alla colonizzazione britannica nel mondo.
147
Gli Euboici, assieme ai Calcidesi e agli abitanti d’Eretria, furono i primi fondatori di colonie, ma anche i Corinzi
(molto spesso i Calcidesi e gli Eretriesi facevano da apprendisti, i Corinzi seguivano).
148
Tucidide riporta uno scontro navale fra Corcira e Corinto (colonia e madrepatria).
29/11/’23 h: 15 – 17
30/11/’23 h: 9 – 11
Abbiamo iniziato a parlare della colonizzazione e abbiamo visto come fosse un fenomeno che ha
coinvolto maggiormente gli uomini perché le fonti parlano maggiormente di imprese coloniali
maschili (gli ecisti maggiormente ricordati erano uomini). Di solito, dopo aver consultato la Pizia e
fatto riti propriziatori, partivano con 2-3 navi e, arrivati, bisognava ricostruire un’altra società in
loco. Certo è che occorreva la componente femminile, che veniva reclutata volontariamente o
forzatamente fra le donne indigene. Di questo ci danno testimonianza le fonti letterarie e i racconti
estremamente dettagliati su matrimoni misti (uomini greci e donne indigene), chiaramente in forma
leggendaria. Tutti i maschi colonizzatori avevano fatto un matrimonio misto, almeno la I
generazione (per non parlare delle successive)149. Altra testimonianza di quest’ibridizzazione ce le
danno le fonti epigrafiche/archeologiche.
Non possiamo quantificare per quante volte sia avvenuto, però le fonti archeologiche/ epigrafiche/
letterarie ci hanno dato traccia di tutto questo e lo vediamo da una serie di elementi:
1) Necropoli: Dove ci sono corredi funerari di culture miste. Il caso più significativo è Σῖρις-
Πολύχωρον (attuale Policòro), una necropoli dove sono stati ritrovati elementi indigeni-
greci in tombe di signore. Altro esempio importante è la necropoli dei “Giardini-Naxos”
(vicino Taormina) i cui scavi furono condotti dall’archeologa Paola Pelagatti150.
2) Fonti scritte: Che riportano, come aneddoti, i matrimoni misti. L’esempio riportato viene
dall’autore Ateneo, la cui opera “Deipnosofisti” contiene numerose nozioni provenienti da
storici e altre fonti letterarie (l’opera in sé è quasi un’enciclopedia).
“Aristotele, nella sua Costituzione di Massalia, così racconta: “Gli abitanti di Focea, in Ionia,
dediti come sono ai commerci, fondarono [Link] di Focea era un amico del re Nanno
(questo era il suo nome)152. Questo Nanno stava celebrando le nozze della figlia quando, per caso,
arrivò Eusseno e fu invitato al banchetto. Il matrimonio doveva svolgersi nel modo seguente: dopo
il banchetto la fanciulla doveva entrare, riempire una coppa e offrirla a quello dei pretendenti che
desiderava; e colui a cui l’offriva sarebbe stato il suo sposo 153. Quando la fanciulla fece il suo
ingresso, diede la coppa, per caso o per qualche altra ragione, a Eusseno; il nome della fanciulla
era Petta. Quando ciò avvenne, il padre, ritenendo che il suo atto di offrire la coppa fosse avvenuto
per volere divino, pensò bene che Eusseno dovesse averla in sposa e così egli la prese in moglie e
visse con lei cambiandole il nome in Aristossena154”
149
Il colono di Sparta fonda la colonia di Taranto e sposa una donna indigena. Il figlio era metà greco e metà indigeno.
All’epoca era più che probabile che sposasse una ragazza proveniente da un matrimonio misto o un’altra indigena.
Quindi i matrimoni misti non si fermavano al primo livello.
150
Qui è stata ritrovata la tomba di una donna sicula e nel corredo c’era un coccio con un graffito recante il nome:
“Tittabò” (di origine non-greca ma scritto in alfabeto greco).
151
600 a.C. circa.
152
Il I era l’ecista, il II il re locale (vengono descritti i rapporti fra il colonizzatore e l’indigeno).
153
Le donne indigene avevano una grande libertà individuale (potevano scegliere l’uomo che preferivano).
154
L’autorita maschile – almeno nell’ottica greca – era quella del marito. Eusseno cambiò il nome indigeno della donna
e gliene diede uno greco (il comportamento degli indigeni era tollerato dal Greco solo perché indigeno).
Pur avendo detto prima che la spedizione coloniale era un’impresa maschile, leggiamo che:
“I Focei, ai quali doleva la schiavitù calarono in acqua le penteconteri, mettendoci i figli, le mogli
e tutte le masserizie ed inoltre le statue dei templi e gli altri doni votivi, escluso ciò che era di
bronzo, di pietra o dipinto; dopo aver caricato ogni cosa, imbarcatisi essi stessi, salparono per
Chio155. I Persiani occuparono Focea deserta di uomini […] 156. Partiti alla volta della Corsica,
dapprima tornarono indietro a Focea e sterminarono la guarnigione persiana che custodiva la
città; poi, dopo questo atto, pronunciarono gravi maledizioni contro chi avesse abbandonato la
spedizione. Inoltre, gettarono in mare un blocco di ferro e giurarono di non tornare a Focea prima
che quel blocco ricomparisse. Tuttavia, quando stavano partendo alla volta della Corsica, più della
metà dei cittadini furono colti da rimpianto, da nostalgia per la città e per i costumi della loro
terra; si resero così spergiuri e navigarono indietro a Focea. Coloro che invece tennero fede al
giuramento […] presero il mare.”
Siamo nel 545 a.C. circa. Focea è situata nelle coste dell’Asia Minore, dove ci sono le forti
pressioni dell’Impero Persiano. Una volta fondata la colonia in Corsica, si diressero anche a Velia
(in Campania). Fondamentalmente, i Greci si stanziarono solo dove le popolazione li lasciarono
insidiare (cioè dove c’era spazio per inserirsi).
La situazione era questa:
a) Puglia: Le colonie greche si limitano attorno all’area del golfo di Taranto in quanto i
Messapi non lasciarono spazio ai Greci.
b) Basilicata: Gli Enotri furono favorevoli.
c) Sicilia est: I Siculi lasciarono spazio ai Greci da Gela ad Agrigento (da Agrigento in poi
c’erano gli Elimi e i Sicani che bloccavano l’espansione).
I Greci fondavano colonie in territori conosciuti (non andavano mai allo sbaraglio) ma l’incontro
coi locali non sempre fu piacevole (in quanto si trattava pur sempre di genti che strappavano le terre
ai locali). Ci sono casi di violenze e coabitazioni pacifiche. Riguardo al I, il caso più noto è quello
di Siri (in Basilicata) e venne fondata nel 570 a.C. (circa):
“ξόανον ἱδρυμένον αὐτόθι, ὅπερ καταμῦσαι μυθεύουσιν ἀποσπωμένων τῶν ἱκετῶν ὑπὸ Ἰώνων τῶν
ἑλόντων τὴν πόλιν· τούτους γὰρ ἐπελθεῖν οἰκήτορας φεύγοντας τὴν Λυδῶν ἀρχήν, καὶ βίᾳ λαβεῖν τὴν
πόλιν Χώνων οὖσαν.”
“Si racconta di una statua […] che avrebbe chiuso gli occhi quando dei supplici 157, venuti a
implorare la sua protezione, furono strappati con la violenza dagli Ioni158 che si erano impadroniti
della città. Costoro erano arrivati come colonizzatori a Siri, fuggendo la dominazione dei Lidi. Si
racconta che presero con la violenza la città che apparteneva ai Choni.”
(Strabone, Lib. VI, I, 14 Geografia)
155
L’isola più vicino a Samos. La località era stata scelta non a caso (avevano relazioni commerciali con essa, però la
terra era pur sempre abitata da Greci).
156
Stessa tecnica militare usata da Atene nel contesto delle Guerre Persiane.
157
La figura del supplice ricorda il racconto di Cilone. L’ἰκετής era intoccabile nel mondo antico, in quanto sotto
protezione divina.
158
Con questo termine s’indicava o i Greci dell’Asia Minore (gli Ioni della Ionia) o gli Ateniesi stessi (ma solo perché
correlati con questo gruppo greco).
Si trattava di un atto di violenza nato da un disperato bisogno (in quanto i Greci erano minacciati
dai Persiani). Oppure, un’altra tecnica era il far ricorso all’inganno, come a Locri (in Calabria) la
cui fondazione avvenne nel 673 a.C. (circa):
“[I Locresi159] dicevano che quando i Siculi, che occupavano la terra che ora loro abitano160,
furono sorpresi dalla loro prima apparizione e si spaventarono accogliendoli per paura, furono
conclusi degli accordi in base ai quali (i Locresi) si impegnavano a trattarli amichevolmente e a
occupare in comune il territorio fintanto che avessero calpestato questa terra e portato queste teste
sulle spalle. Quando venne il momento di prestare giuramento, dopo aver infilato della terra nelle
suole dei calzari e aver messo di nascosto delle teste d’aglio sulle spalle, prestarono così il
giuramento; poi, tolta la terra dai calzari e gettate le teste d’aglio, ben presto trovarono
l’occasione di cacciare i Siculi dal territorio. Questo dunque si racconta presso i Locresi.”
(Polibio, Lib. XII, 6, Storie)
I Greci di Locri, in sostanza, giurarono sapendo già di mentire. La metafora della “terra” è presente
dappertutto. L’atto di mettere della terra nei calzari era un simbolo per possesso, conquista,
sovranità. Questa metafora è presente tanto nella prosa storiografica, quanto nella lirica (come
Pindaro) e in Pindaro ci sono molti riferimenti alla terra (seppur in maniera molto “ermetica”)161.
Un caso, invece, d’incontro amichevole è quello fra Megaresi e Iblei, testimoniato da Tucidide. Più
che un incontro/scontro si trattò di un connubio e la fusione tra le due entità era visibile nel nome
della città: Megara Iblea, fondata nel 728 a.C. (circa):
“κατὰ δὲ τὸν αὐτὸν χρόνον καὶ Λάμις ἐκ Μεγάρων ἀποικίαν ἄγων ἐς Σικελίαν ἀφίκετο, καὶ ὑπὲρ
Παντακύου τε ποταμοῦ Τρώτιλόν τι ὄνομα χωρίον οἰκίσας, καὶ ὕστερον αὐτόθεν τοῖς Χαλκιδεῦσιν ἐς
Λεοντίνους ὀλίγον χρόνον ξυμπολιτεύσας καὶ ὑπὸ αὐτῶν ἐκπεσὼν καὶ Θάψον οἰκίσας αὐτὸς μὲν
ἀποθνῄσκει, οἱ δ' ἄλλοι ἐκ τῆς Θάψου ἀναστάντες Ὕβλωνος βασιλέως Σικελοῦ προδόντος τὴν χώραν
καὶ καθηγησαμένου Μεγαρέας ᾤκισαν τοὺς Ὑβλαίους κληθέντας.”
“In quello stesso tempo giunse in Sicilia anche Lamide, conducendovi una colonia da Megara e
colonizzò una località di nome Trotilo sul fiume Pantacio, ma poi da lì andò ad abitare insieme ai
Calcidesi a Leontini162, per poco tempo, cacciato da costoro occupò Thapsos dove morì; gli altri,
scacciati da Thapsos, fondarono, sotto la guida del siculo Iblone, che aveva loro concesso il
territorio, Megara detta Iblea.”
(Tucidide, Lib. VI, 4 La Guerra del Peloponneso)
159
I Locresi erano i Greci della Locride (una regione della Grecia continentale). La Locri colonia si chiamava “Locri
Epizefiri”.
160
I Siculi abitavano anche l’attuale Calabria (non solo la Sicilia).
161
Esistevano molti scoli per l’esegesi delle liriche di Pindaro.
162
Vicino all’attuale Catania.
Questo tipo d’iterazione culturale la vediamo anche nella materia culturale (arte con iscrizione), per
l’esattezza un oggetto ritrovato a Castiglione di Ragusa (Sicilia meridionale) in una necropoli.
Il reperto è un bassorilievo (un pezzo di pietra scolpita) dove si possono riconoscere alcune figure:
si vede chiaramente un guerriero a cavallo e accanto due cavalli (uno diretto a destra, l’altro a
sinistra) e poi quella che sembrerebbe una sfinge. Al centro abbiamo uno scudo appiattito (la
prospettiva non era ancora conosciuta) con quello che ricorderebbe la figura di un toro. Alla destra
del blocco si può leggere un’iscrizione: “Per Pyrrinos / figlio di Pytticas / Skyllos fece”. La scritta è
una dedica funeraria, con la firma dell’artista e già dal suono possiamo sentire che non sono nomi
greci. Si potrebbe ragionare su questo reperto in 3 modi (Archeologo, Epigrafista, Storico).
Lo Storico ragionerebbe:
1) Il reperto proviene da una necropoli (quindi era un elemento ornativo per un qualche
monumento funebre).
2) Il monumento funerario dice qualcosa sul morto.
3) Lo stile non ricorda i canoni dell’arte greca (anche locale), quindi deduciamo che sia un
manufatto di arte indigena.
4) L’artefatto potrebbe rappresentare o il guerriero o il gruppo sociale da cui proveniva (quindi
deduciamo che sia un guerriero, aristocratico per la presenza dei cavalli e proprietario
terriero per la presenza di un toro).
5) La presenza di una lancia e di uno scudo potrebbe essere indizio della sua morte in battaglia.
6) La base è piatta (quindi potrebbe essere il coronamento di una tomba o di una porta d’entrata
per la tomba).
7) La Sfinge163 (un simbolo apotropaico per la morte).
163
Per il simbolismo di un qualcosa con matrice mitologica (soprattutto nell’arte) bisogna fare riferimento all’Ofoxord
Classical Dictionary, al LIMC (Lexicon Iconographicum Mythologiae Classicae). La “sfinge”, secondo l’Oxford
Classical Dictionary, era un emblema polisemantico ma ricorrente soprattutto nell’ambito funerario.
La stele di Novilara è stata ritrovata a Novilara, presso Urbino. È una stele che appartiene alla
cultura picena di Novilara, di cui abbiamo 7 testimonianze archeologiche/epigrafiche di cui 2
dubbie e 5 false. L’oggetto nella fotografia non si sa se sia un falso e si ritiene, adesso, che sia un
oggetto autentico. Il soggetto rappresentato è collegato con il fenomeno della “polizia dei mari”:
quando si navigava nell’Adriatico, alcune popolazioni (come gli Etruschi o i Nord-Piceni) facevano
delle attività di controllo/garanzia che i carichi provenienti dal Nord o Sud Adriatico venissero
tutelati nella loro rotta. Questa stele funeraria è stata ritrovata a Novilara e testimonierebbe la morte
di qualcuno in quest’operazione.
Si tratta di un bassorilievo basso e segnato da deboli incisioni (questa caratteristica aveva portato a
credere che fosse un falso). Non si sa dove sia stata scoperta e questo ha contribuito a creare dubbi
sull’originalità. Ammessa l’ipotesi che sia vera, è databile intorno al VII sec. a.C. e sarebbe la stele
funeraria di qualcuno che aveva delle attività connesse alla “polizia dei mari” (quindi sempre uno
con grandi possibilità economiche). Nella stele, si fa riferimento ad uno scontro fra navi e
all’attività di scorta dei cargo. Qui capiamo che:
1) Gli uomini in alto alla sinistra sono legati sono schiavi (quindi era una nave che trasportava
schiavi).
2) Poi si riconoscono alcuni animali (quindi l’uomo doveva essere proprietario anche di
animali).
3) Alla destra della stela si riconosce un terreno arato.
4) In basso c’è la raffigurazione stilizzata di uno scontro per nave.
Di Aristagora di Mileto, si può dire che sia l’uomo che abbia innescato il meccanismo che ha reso la
Grecia veramente “Grecia”. Anzitutto, non si può parlare di Guerre Persiane senza aver prima
introdotto quali erano i rapporti fra Greci e Persiani. I Greci vennero a contatto con la cultura
persiana secondo un lento procedimento mediato dal popolo dei Lidi. Iniziamo quindi un focus sulle
poleis greche dell’Asia Minore, abitate chiaramente da Greci ma che erano una minoranza in
confronto a tutte le altre genti stanziate già da tempo in quella terra (ci riferiamo ai Lidi e ai
Persiani, poi).
Questi aspetti non vengono molto trattati nei tradizionali manuali di storia greca. Dei Lidi si sa
veramente poco e quel che poco che possediamo proviene dalle fonti greche. È un tema che non fu
toccato molto nei secoli scorsi in quanto ciò che maggiormente interessava era la Grecia
continentale (Atene, Sparta, Creta…), tuttavia l’ambiente di frontiera (la Lidia e quel che seguiva
dopo la “grecità”) è un mistero. Negli ultimi 10/15 anni c’è stata una riscoperta del mondo
periferico sia a livello geografico (il rapporto della Grecia con gli “altri”)164 sia le questioni a
margine di tipo cronologico (c’è uno sguardo verso l’Oriente)165. Quando si entra a contatto con le
realtà osmotiche di frontiera, dove il greco si mescola al non-greco, nasce un problema
fondamentale: si ha a che fare con una lingua e cultura di cui non si conosce molto (e della Lidia
non si sa molto).
La Lidia era uno “stato cuscinetto” che s’interfaccia da una parte coi Greci e dall’altra con i
Persiani. Finché questo “stato cuscinetto” ha retto, tutto era in equilibrio. Quando i Persiani
cominciarono ad invadere il Regno della Lidia, cominciarono numerosi problemi per i Greci.
Quello della Lidia, era un regno abbastanza vasto e la capitale era Sardi. Alcuni aspetti della cultura
lidia sono ancora un’incognita (il rapporto fra la lingua lidia e l’indo-europeo), tuttavia era la
cultura non-greca più vicina ai Greci (ma dei primi non si sa praticamente nulla, qui sta il
paradosso). I contatti fra Greci dell’Asia Minore e Lidi erano talmente stretti che talvolta queste due
entità si fusero culturalmente (pur mantenendo costituzionalmente le differenze): le poleis greche
rimasero greche e il Regno di Lidia dei Lidi ma da un punto di vista culturale/società non si
distinguevano gli uni dagli altri.
La studiosa italiana che si è interessata maggiormente alla questione è Francesca Garzano. Le fonti
greche a disposizione sono:
Τά Λιδιακά: Opera che parla di storia/cultura/folklore e fatti inerenti alla Lidia. Alla fine del V sec.
a.C. - ma più dal IV al II sec. a.C. - esplose l’interesse per le storie locali (le storie dei centri
singoli)167. Di Xanto di Lidia sappiamo che era un autore di V sec. a.C. e che nacque a Sardi (dopo
la Rivolta Ionica e le Guerre Persiane). I frammenti della sua opera ammontano a 30 (gli
Alessandrini divisero la sua opera in 4 libri). Possiamo fare solo congetture sul contenuto
dell’opera, confrontando quelli che sono i temi degli altri (Xanto, effettivamente, s’inserisce in un
filone di storiografia), pertanto s’ipotizza “Le origini favolose della Lidia, elementi di cultura,
istituzioni, culti”. Non sono però storiografie nazionalistiche.
164
Il rapporto Illiri- Greci del Nord, e i rapporti con i Lidi-Persiani.
165
Questo impulso venne dato da alcune opere cinematografiche (es. Alexander).
166
Di essa abbiamo pochissimi frammenti ma rappresentò la fonte principale di Erodoto. Quello che più ci stupisce è
che Xanto scrisse in greco (pertanto un “Lidio” che scrisse di storia locale ma in greco). Quindi nel pubblico greco c’era
qualcuno interessato alla Lidia.
167
Di recente sono stati ritrovati i frammenti di un’attidografia sulla città di Sparta (quindi anche la città del
Peloponneso destava interesse). La storia locale parlata ad un pubblico vasto (greco).
30/11/’23 h: 13 – 15
Abbiamo detto che Erodoto utilizza tantissimo Xanto di Lidia come fonte da cui attingere e non ci
deve sorprendere il fatto che conoscesse l’opera di quest’ultimo perché, essendo uno storico,
conosceva le opere degli altri e soprattutto perché proveniva da Alicarnasso (una città di lingua
ionica). Valutare quanto di Xanto sia in Erodoto è difficile: sappiamo che sia stato un punto di
partenza ma al di là di ciò non è possibile dirlo. La “storia locale” è una disciplina il cui studio è
andato particolarmente di moda nel mondo germanico e anglosassone, tant’è vero che la “storia
locale” (come linea di ricerca) ha preso il nome tedesco “Local-Geschichte”. Questo filone storico
si avvicina all’antiquaria (tutti quei fatti, elementi di folklore, spunti che sembrano “storici” ma che
in realtà appartengono alla leggenda e sono più di una storia minuta/locale che della Storia
Generale). Ovvero, il tema della “storia locale” è in netto contrasto con la “storia universale” (come
Eforo, Diodoro).
Bisogna dire che la genesi di alcune discipline (come la Filosofia, la Storiografia e tante altre
materie) hanno come origine l’Asia Minore. Non è un caso che alcuni intellettuali come Talete di
Mileto, Erodoto di Alicarnasso ed Ecateo di Mileto provenissero dalle coste greche asiatiche.
Sempre in queste città sorsero l’Astronomia168, la Musica (secondo la concezione antica e dunque
anche gli strumenti), l’Epica e la Geografia. Abbiamo capito in sostanza che le poleis dell’Asia
Minore sono un bacino estremamente fertile perché – trovandosi a contatto con l’Oriente (altre
civiltà) – l’osmosi tra due culture genera sempre nuove idee. Lo “straniero” genera sia timore sia
input per nuove idee e non è un caso che questa linea d’incontro fra Oriente e Occidente sia stata
una fucina di invenzioni, scoperte.
Ciò che noi sappiamo del mondo lidio lo sappiamo da Erodoto, che ci fornisce un quadro
abbastanza completo ma da una prospettiva limitata (è la visione esclusiva di Erodoto). Nei suoi
libri (c’è un libro unicamente dedicato ai Lidi, ma altri excursus al riguardo compaiono anche negli
altri libri). C’è da dire che dei Lidi, Erodoto non fece mai un excursus geo-etnografico perché era
un argomento già noto al popolo di lingua greca (soprattutto i Greci d’Asia Minore). Quindi, diede
per scontato che i Lidi fossero già conosciuti dai Greci. Tuttavia, è grazie a lui che abbiamo notizie
di tipo genealogico sulle dinastie lidie. Sempre da Erodoto, sappiamo l’estensione del regno di base
– il sistema sociale (di tipo feudale, come sarà nell’Europa medievale) e del fatto che intrattenessero
ottime relazioni con tutte le popolazioni limitrofe.
I Lidi erano talmente vicini alle coste greche in Asia Minore, ad un certo punto, che dobbiamo
presupporre un certo dominio lidio sulle poleis in Asia ma com’era questo “dominio”? Era di tipo
economico, politico o culturale? I Lidi diedero ampie libertà ai Greci (che mantennero le proprie
istituzioni) ma dovevano pagare un dazio ai Lidi per mantenere queste libertà. I Greci mantennero
la loro autonomia istituzionale ed erano – per così dire – i “mercanti” dei Lidi e “coabitavano” con
essi perché quest’ultimi avevano concesso l’autonomia (i Greci non si sarebbero mai sottoposti ad
una monarchia). È plausibile ritenere che l’errore dei Persiani sia stato proprio quello di
“fagocitare” le genti greche (cosa che non fecero mai i Lidi). I Lidi, in altri termini, non pensarono
mai d’imporre il loro regime sui Greci, contrariamente ai Persiani.
168
Sempre in questo contesto, è proprio Aristagora di Mileto che presentò la prima cartina geografica della storia agli
Spartani. Questo significa che aveva in mano una primizia ed in effetti al tempo delle Guerre Persiane circolava il primo
disegno del mondo conosciuto in Occidente.
Vengono tramandate molte notizie sulla storia dei re lidi, dunque sulla dinastia dei Mermnadi e sul
tipo di regno che si viene a creare: da un originario e piccolo nucleo, i Lidi crebbero e arrivarono ad
un dominio più vasto (divennero quasi uno stato federale). All’interno del piccolo 169 regno lidio,
vivevano varie comunità etniche mantenendo la propria peculiarità etnica.
La cronologia dei sovrani lidi proposta da Erodoto è la seguente:
Le informazioni maggiori sono sui sovrani messi in grassetto perché ci sono molti aneddoti correlati
a quest’ultimi mentre degli altri sovrani meno. Possiamo individuare una cronologia abbastanza
precisa dei re lidi e sappiamo che l’ultimo re è quello che cadde di fronte ai Persiani e questo
rappresentò l’inizio della disfatta. La posizione di Erodoto non è neutra (come di qualsiasi altro
greco che parli di Lidi) ma alcune notazioni degne di analisi sono sulla percezione da parte di un
Greco verso la grandezza del regno Lidio.
Nel I libro di Erodoto, ci sono tanti aneddoti su Creso e in particolar modo i suoi rapporti col
mondo greco attraverso la religione170. Un passo riporta:
“Alle loro domande [degli ambasciatori di Lidia] entrambi gli oracoli, Delfi e Anfiarao, diedero
identica risposta, pronunciando a Creso che se avesse mosso guerra ai Persiani, sarebbe stato
rovesciato un grande regno.”171
(Erodoto, Lib. I, Storie)
Problema è che il grande regno a dover essere “rovesciato” era proprio il suo, in quanto i Persiani
misero a ferro e fuoco il suo regno. Comunque il passo è interessante perché in Erodoto si mostrano
tanto le assimilazioni quanto le differenze fra Greci e Lidi. Si può ipotizzare che ad un certo punto
l’aristocrazia lidia si fonde con quella greca delle poleis greche d’Asia Minore, fondando una koiné
(un’unione comune, cioè l’avere dei tratti in comune). I Mermnadi, dal primo all’ultimo, furono
molto aperti nei confronti dei Greci, dal momento che vedevano questi come una risorsa economica
importante. C’è un’osmosi culturale tanto che Sardi diventò una città cosmopolita in cui, non
soltanto si assimila la cultura greca da un punto di vista culturale, ma iniziò ad utilizzare una serie
di maestranze greche (provenienti dalle città della costa) per la costruzione di grandi monumenti.
Monumenti che le fonti ci descrivono e si arriva ad una serie di combinazioni di stili.
Per cui troviamo dei monumenti funerari giganteschi, fatti da maestranze greche che segnano il
paesaggio e che non avremmo trovato mai nella Grecia continentale. C’era un sistema ibrido ed
“esagerato” per l’autorappresentazione (usando comunque conoscenze greche). La quantità
d’importazione greca nell’area lidia di questo periodo è incommensurabile. L’aristocrazia lidia era
appassionata di tutti i beni di lusso che potevano importare dalle coste d’Asia Minore (in cui
passavano tutti i beni che circolavano nel Mediterraneo ed erano diretti in Oriente).
169
Piccolo se messo a confronto con il grande Impero Persiano.
170
Nell’aneddoto vediamo come questo re lidio (con alle spalle un proprio pantheon) si sia rivolto agli oracoli greci
(l’osmosi culturale era talmente forte che, in caso di bisogno, consultasse senza problemi santuari greci).
171
Il contesto è che il regno dei Lidi era grande, prospero e fiorente ma allo stesso tempo i Persiani – alle loro spalle – si
stavano espandendo. Giunti alla frontiera e prossimi ad uno scontro, Creso si domandava se attaccare o aspettare di
essere attaccati. Nel consultare gli oracoli ha fatto un’azione da “greco” ma allo stesso tempo un’azione da non-greco in
quanto volle vedere chi dei due dicesse la “verità” (un Greco non avrebbe mai messo in discussione la parola
dell’oracolo né avrebbe chiesto l’opinione di un secondo).
Sappiamo che i Lidi amavano i beni di lusso, di sfarzo: vesti, metalli preziosi, commercio di colori,
profumi, spezie in un’ottica “esagerata” all’occhio del Greco. Questa dimensione “esagerata” venne
criticata dai Greci del continente, che cominciarono a guardare i loro conterranei d’Oriente come
“contaminati” dai costumi lidi. Questo perché il Greco ha una “misura” in tutto, perfino nella
ricchezza e nello sfarzo. In sostanza, questo rapporto osmotico tra Greci e Lidi si vede in moltissimi
settori. Un settore particolare è quello della musica. La cultura greca era una cultura “sonora”, cioè
molto focalizzata sulla musica e sfruttava moltissimi strumenti a fiato, fra questi l’αὐλός (di origine
lidia):
“Aliatte combattè contro i Milesi la guerra ereditata dal padre Sadiatte. Infatti, muovendo in armi,
assediava Mileto in questo modo: quando il raccolto nei campi era maturo, faceva la spedizione:
marciava con l’esercito al suono delle siringhe, strumenti a corde e flauti, maschili e femminili.”
(Erodoto, Storie)
Le notizie che ricaviamo sono due: anzitutto l’αὐλός vanta origini lidie e che il ritmo era
fondamentale anche nelle marce dell’esercito (quando si sta in battaglia, i comandi venivano meglio
sentiti con un accompagnamento musicale)172. Altro elemento, in questo clima di fervore culturale,
è che i Lidi – secondo la tradizione – sarebbero anche gli inventori della moneta (è una leggenda
che non ha però verità di fondo). Tuttavia, questo mito sarebbe nato partendo dal dato di fatto che i
Lidi erano un popolo assai ricco e quindi che la tradizione li veda come “gli inventori della moneta”
ci stupisce poco173. Altra leggenda a loro legati, è che abbiano inventato il “commercio al minuto”
(cioè il mercato):
“[I Lidi] Furono i primi degli uomini di cui abbiamo conoscenza che coniarono ed utilizzarono
moneta d’oro e d’argento.”
(Erodoto, Lib. I, 94,1 Storie)
Le fonti riportano che i Lidi, fra l’altre cose, abbiano per primi introdotto la pratica del simposio
(uomini aristocratici che mangiano distesi). Questo descritto finora è quanto i Lidi donarono ai
Greci. Tuttavia, è vero anche che i Lidi presero molto dai Greci come L’alfabeto. La loro lingua,
per lo più indecifrata, usò ad un certo punto i caratteri dell’alfabeto greco. Cioè, traslitterarono la
loro lingua usando il Greco (usarono il repertorio dei segni greci laddove chiaramente erano
utilizzabili per esprimere i suoni lidi). I Greci d’Asia Minore vennero accusati di essere “troppo
orientalizzanti”. L’espressione usata era “medizzarsi”, cioè avere simpatie per l’Oriente, e ciò nel
mondo greco ha sempre rappresentato un problema. Leggiamo che:
“Avendo appreso dai Lidi inutili lussi andavano all’assemblea con indosso mantelli tutti di porpora,
non meno di mille, pieni di boria, orgogliosi delle chiome splendenti, stillanti profumo di ben
preparati unguenti.”
(Senofane, fr.3 West)
172
Il ritmo è una forma di comunicazione più veloce e immediata.
173
Recenti studi hanno mostrato che le prime monete della storia, fatte di elettro (una lega di oro e argento), recassero il
simbolo dei leoni della Lidia. Quindi è possibile che i Lidi siano stato il primo popolo ad abbandonare il baratto e a far
ricorso ad un sistema di scambio più lineare.
Da Teopompo, un altro storico in frammenti, sappiamo che:
“Teopompo, nel quindicesimo libro delle Storie di Filippo dice che mille uomini fra loro [i.e. fra i
Colofoni] frequentavano la città alta portando mantelli di porpora: ciò era allora molto raro anche
per i re, e ricercato, Infatti la porpora era considerata dello stesso valore dell’argento.”
La porpora era un elemento denotante grande ricchezza, in quanto bisogna estrarla da dei piccoli
molluschi (bisognava quindi averne parecchi per poter produrre vestiti di porpora e chiaramente
avevano un certo costo). Per gli altri Greci, questo modo di vestire era visto come “estraniante”.
Andando oltre, vediamo come le città greche d’Oriente siano un gruppo ristretto concentrato solo ed
esclusivamente sulla costa (inoltre fra le città c’era una relativa vicinanza). Riconosciamo:
Dopo queste città, incominciava subito il Regno dei Lidi e dopo di essi la Persia. I Lidi
acquisiscono molti aspetti dei Greci: i riti di purificazione e la religione sono in parte uguali, le
armi, le divinità (seppur diverse):
“Così, dopo aver riflettuto, volle subito far prova degli oracoli di quelli greci e di quello in Lidia174.
Mandarono uomini in vari luoghi: chi a Delfi, chi ad Abe in Focide175 e chi a Dodona: sono questi
gli oracoli greci ai quali Creso mandò per avere responsi. Altri li inviò ad interrogare l’oracolo di
Ammone in Lidia, per sperimentare quale fosse il pensiero degli oracoli: quando non si fosse
scoperto che pensavano la verità, avrebbe mandato ad interrogarli di nuovo se muovere guerra ai
Persiani.”
(Erodoto, Lib. 1, 46 Storie)
Questi ambasciatori partono insieme da Sardi e devono fare il “test” all’oracolo esattamente 100
giorni dopo essere partiti (in modo da avere un oracolo simultaneo) per sapere cosa Creso stesse
facendo in quell’esatto momento. E sappiamo poi che:
“Al centesimo giorno dovevano consultare gli oracoli, chiedendo loro cosa stesse facendo in quel
momento il re dei Lidi, Creso figlio di Aliatte; dovevano trascrivere parola per parola il responso
degli indovini e tornare a riferirlo.”
(Erodoto, Lib. I, 47 Storie)
Pur essendo nella notte dei tempi, i Lidi già avevano l’abitudine a mettere tutto per iscritto.
174
In Lidia, c’era solo l’oracolo di Zeus-Amon. Il re difficilmente andava di persona a sentire un’oracolo . Comunque
vennero mandati uomini anche ad Anfiarao e Trofoni, ma anche a Mileto.
175
A lungo cercato. Venne ritrovato per puro caso a Kalapodi.
“Nessuno sa dire quali furono le risposte degli altri oracoli, ma a Delfi, non appena i Lidi furono
entrati nel santurario ed ebbero consultato il dio formulando la domanda prescritta, la Pizia diede
in versi esametri176 la seguente risposta –
Creso aveva cucinato tartaruga e agnello, insieme, in una pentola (o per meglio dire un calderone,
“lebete”). Quest’oggetto da cucina poggiava su di un treppiede (un tripode), cioè un supporto.
Questo supporto era infine formato da un anello che circondava il calderone (in bronzo o in
ceramica) ed era sostenuto da un sistema di 3 gambe (motivo per cui tripode). Un calderone così
grande dà l’idea di comunanza per cui banchetto/simposio ma quello usato da Creso era in bronzo
(la ceramica è di uso comune). Quindi, nell’insieme, abbiamo in mente la condivisione del pasto
presso l’aristocrazia d’élite. L’azione fatta da Creso era molto particolare e l’oracolo di Delfi
doveva capire di cosa si trattattasse. A questo punto, mettono per iscritto le parole della Pizia in
modo tale da avere le esatte parole da lei dette. Nell’originale greco Erodoto riportava la previsione
della Pizia in versi per poi darne una versione in prosa. Certo è che non possiamo dire di sapere
qualcosa sui Lidi (noi abbiamo letto le usanze/maniere di un personaggio peculiare o al massimo
del suo gruppo d’origine). Nel descriverci le usanze dei sovrani lidi, Erodoto riporta non solo il loro
modo di “interpellare gli oracoli” ma come “onoravano le divinità”:
“Mentre era re Gige mandò a Delfi non pochi doni votivi; a Delfi moltissimi doni votivi d’argento
sono suoi; oltre all’argento, offrì oro a profusione e di questo, ciò che soprattutto merita ricordo,
sono sei crateri d’oro da lui dedicati, Si trovano nel tesoro dei Corinzi177 e pesano trenta
talenti[…]178. Gige fu il primo dei barbari, per quanto sappiamo, a offrire doni votivi, dopo Mida,
figlio di Gordies, re di Frigia. Anche Mida, infatti, dedicò il trono regale, dove sedeva a rendere
giustizia, che è degno di essere visto; questo trono si trova là dove sono anche i crateri di Gige.
L’oro e l’argento, che Gige dedicò, sono chiamati dai Delfii “gygada”, dal nome dell’offerente.”
Gige, non avendo un proprio “tesoro”, usò quello dei Corinzi (non sappiamo se l’abbia fatto per sua
scelta o per mano della stessa città di Delfi). Dopo ciò, veniamo a sapere che:
176
La Pizia dava sempre risposte in forma poetica.
177
Il “tesoro” era una struttura che assomigliava ad un tempio ma non lo era. A Delfi ve n’erano tanti (aveva la stessa
struttura). Erano – per così dire – depositi dei votivi mobili che la città dava a Delfi (funzione pratica e valore simbolico
perché rappresentativo di quella città). Solitamente venivano appesi fuori di esso alcuni decreti.
178
Nella mente di un Greco l’oro a profusione era simbolo di ostentazione e non-sacrificio (cioè ne aveva in
abbondanza).
“Dopo aver fuso una quantità infinita di oro, ne fece forgiare dei mattoncini […], in numero di
centodiciassette; quattro erano di oro puro, ciascuno del peso di un talento; gli altri di oro bianco,
del peso di due talenti. Fece fare anche una statua di leone in oro puro, del peso di dieci talenti.
Quando il tempio di Delfi bruciò, questo leone cadde dai mattoncini (era infatti collocato su di essi)
e si trova ora nel tesoro dei Corinzi; pesa tre talenti e mezzo perché tre e mezzo se ne fusero.
Preparati tali doni, Creso li mandò a Delfi, e questi altri insieme: due crateri di grandi dimensioni,
uno d’oro e uno d’argento; quello d’oro si trova a destra di chi entrava nel tempio e quello
d’argento a sinistra […]. Insieme a questi furono mandati da Creso molti altri doni non
contrassegnati179: forme rotonde d’argento fuso e anche una statua d’oro di donna alta tre cubiti
che, secondo i Delfi, rappresenta la fornaia di Creso180. Creso dedicò inoltre le collane e le cinture
della moglie. Tutto questo lo mandò a Delfi; ad Anfiarao, invece, […] dedicò uno scudo tutto
quanto d’oro e una lancia d’oro massiccio; la sua asta era d’oro come la punta181. Entrambi fino ai
miei tempi erano collocati a Tebe e nel tempio dei Tebani di Apollo Ismenio […]. In Grecia ci sono
molti altri doni votivi di Creso, e non solo quelli che ho detto: a Tebe di Beozia un tripode d’oro,
che dedicò ad Apollo Ismenio; a Efeso le vacche d’oro e la maggior parte delle colonne; nel tempio
della Pronaia182 a Delfi un grande scudo d’oro. Questi doni votivi erano ancora là ai miei tempi;
altri andarono persi183. I doni votivi di Creso nel santuario dei Branchidi a Mileto, a quel che
sento, erano uguali di peso e simili a quelli di Delfi.184”
In conclusione, Creso – pur non essendo greco – consultò le divinità greche e diede loro doni votivi
ma a modo suo. Per quanto riguarda le relazioni politiche, noi sappiamo che in Asia Minore erano
alquanto tese, nel senso che i rapporti civili di convivenza non nacquero così all’istante:
“Conquistato il potere [Gige] fece una campagna contro Mileto e Smirne e prese la rocca di
Colofone. Tuttavia poiché non fu compiuta da lui nessuna altra impresa importante durante il suo
regno di trentotto anni, lo lasceremo senza ricordare altro. Ricorderò Ardys, figlio di Gige, che gli
successe nel regno. Costui prese Priene e assalì Mileto […]. Dopo Ardys, che regnò quarantanove
anni, gli successe Sadiatte, figlio di Ardys, che ne regnò dodici. A Sadiatte successe Aliatte. Costui
[…] prese Smirne, fondata da Colofone e attaccò Clazomene, Da qui tuttavia non tornò come
avrebbe voluto, ma dopo gravi insuccessi. Mentre regnava compì altre imprese; le più degne di
essere raccontate sono queste. Combatté contro i Milesi la guerra ereditata dal padre.”
Ci sono una serie di lotte, dove i sovrani lidi cercavano di espandere il loro territorio ma non
riuscirono mai a conquistare le città greco-ioniche, motivo per cui decisero di mantenere le città
greche sottomesse a livello economico. La resa finale si ebbe con Creso:
179
Senza la dedica votiva.
180
Per i Greci era impensabile fare una statua raffigurante una persona concreta.
181
Ad Anfiarao dedicò meno forse perché non aveva dato una risposta soddisfacente o forse più semplicemente perché
non era poi così frequentato e così non poteva ben esibire le proprie ricchezze.
182
A Delfi c’erano due templi: il I ad Apollo e il II chiamato “Atena Pronaia” (“L’Atene di fronte al Tempio d’Apollo).
183
In tempi di guerra molti di questi doni venivano fusi in modo tale da pagare le milizie.
184
Mileto stava vicino alla Lidia, la sua terra.
“Primo fra i barbari di cui si abbia conoscenza, questo Creso sottomise al pagamento del tributo
una parte dei Greci, altri invece se le fece amici. Sottomise gli Ioni, gli Eoli e i Dori d’Asia, si fece
amici gli Spartani. Prima del regno di Creso tutti i Greci erano liberi[…]. Per primi, dunque,
Creso attaccò gli Efesi, poi di volta in volta tutti gli Ioni e gli Eoli, adducendo per ciascuno un
pretesto diverso, recando accuse più gravi contro quelli per cui se ne potevano trovare di più gravi,
ma contro altri adducendone anche di futili […] Passò del tempo ed erano sottomessi quasi tutti i
popoli che vivono al di qua del fiume Halys. Esclusi i Cilici e i Lici, Creso aveva soggiogato tutti
gli altri: sono questi Lidi, Frigi, Misi, Mariandini, Calibi, Paflagoni, Traci, Tini e Bitini, Cari, Ioni,
Dori, Eoli e Panfili.”
(Erodoto, Lib. I, 6,2-3; 26,3; 28 Storie)
Nei fatti, però, ci è difficile percepire un così forte astio da parte dei Greci e allora come ci
spieghiamo questa serie di stereotipi non proprio positivi nei loro confronti? Quello che
rappresentava un vero e proprio timore nella mente dei Greci erano le dimensioni politiche dei Lidi
(da cui il non-essere più liberi sotto il comando di un solo) e questo portò alla formazione di
numerosi pregiudizi. Erodoto si focalizza più che altro sulla figura di Creso, mostrandone le luci e
le ombre. Nell’ottica di Erodoto, Creso è stata una persona vicina ai Greci ma è stato il primo
barbaro a chiedere ai Greci una sottomissione economica.
Inoltre, ha fatto differenze nel pagamento di tributi (a seconda della propria simpatia). Tuttavia,
sembra contraddirsi nel dire che i Lidi hanno costumi molto simili a quelli greci (quindi Erodoto
non riesce mai ad essere completamente neutro nei confronti dei Lidi). Quindi li osserva quasi da
moralista. Il lusso, la sfrenatezza e tante altre connotazioni morale negative sembra che vengano
tutte da Oriente anche se sono state acquisite in Magna Grecia e a Corinto. Erodoto si contraddice:
da una parte esalta, dall’altra negativa (per esempio dice che l’esercito della Lidia era molto potente
ma dall’altra dice che i soldati erano effemminati).
Sull’ultimo punto, potremmo ritenere che arrivi a dire ciò perché ritiene i Lidi “responsabili” di non
aver saputo fronteggiare i Persiani. Quindi, per Erodoto la loro colpa sarebbe stata quella di essere
troppo sicuri di sé e aver sottovalutata la minaccia persiana. Non è un caso, poi, che le sue “Storie”
riguardino principalmente le Guerre Persiane. Nel cercare un “responsabile”, trova Creso e i Lidi.
Pertanto il danno ricadde sui Greci. I Persiani, una volta caduto il regno di Lidia, chiese alle poleis
di sottostare alla loro politica (pagando dazi e rinunciando all’autonomia politica).
4/12/’23 h: 11 – 13
Persiani
C’era un’iniziale illusione di continuità e non era indifferente la presenza del regno Lidio. Le
reazioni sono diverse:
1) Mileto: Si arrende immediatamente
2) Focea e Teo: Prese d’assedio fondano nuove colonie e cercano la salvezza sul mare.
Richiesta di aiuti a Sparta, ma quest’ultima rifiuta e invia un piccolo contingente per saggiare la
minaccia persiana (è la prima volta con cui si mettono in contatto con i Persiani).
Gli esuli, come avevamo detto, pregarono Aristagora di aiutarli: quest’ultimo s’appellò ai Greci del
continente, primi fra tutti gli Spartani. Perché intervenne Atene? Le motivazioni sono diverse ma
possiamo ritenere:
a) Comune origine
b) Ippia, l’ex-tiranno di Atene, aveva trovato rifugio in Persia e ciò doveva aver convinto gli
Ateniesi a muovere guerra contro chi aveva ospitato il loro tiranno.
c) Se l’Impero Persiano si stava spingendo oltre le coste d’Asia Minore, cioè verso il nord (lo
stretto di Bisanzio)185, gl’interessi economici ateniesi nel Bosforo potevano essere intaccati
(la famiglia di Milziade aveva lì delle tenute e controllava i traffici di grano).
Contraria all’impresa, era il partito degli Alcmeonidi che con i Persiani aveva stabilito una qualche
alleanza. Tutti erano propensi ad intervenire in difesa di Aristagora di Mileto ma gli Alcmeonidi (e i
loro seguaci) erano contrari ma quest’ultimi non vennero considerati, quindi l’iniziativa venne
accettata. Come avevamo visto, ad un certo punto il Re Persiano s’infastidì del fatto che il tempio di
Cibele a Sardi fosse stato distrutto. La “Rivolta Ionica” prosegue e i Persiani erano sotto assedio a
Sardi; in loro aiuto giunse un contigente e questi riuscirono a sconfiggere i Greci ad Efeso (quindi la
battaglia si spostò da Sardi verso le coste). Abbiamo detto poi che nel 498 a.C. gli Ateniesi
rientrarono, con gli abitanti d’Eretria, in patria ma – nel frattempo – i Greci rivoltosi vennero aiutati
dalle poleis dell’Ellesponto – della Caria e dall’isola di Cipro (ma perché anche su di loro
incombeva la minaccia persiana). Lo scontro avvenne nel 494 a.C. a Lade186 e i Greci vennero
sbaragliati: la Rivolta Ionica venne soffocata nel sangue. E Aristagora? Erodoto racconta:
“Ordinato ciò, chiamato al suo cospetto Istieo di Mileto (che Dario tratteneva da molto tempo) gli
disse – Io so, Istieo, che il tuo luogotenente, al quale hai affidato Mileto, ha ordinato trame contro
di me perché portando uomini dall’altro continente e gli Ioni con essi, che mi pagheranno il fio di
ciò che hanno fatto, dopo aver convinto costoro a seguirlo, mi ha privato di Sardi187. Vi sembra che
questo vada bene? E come può essere stato fatto qualcosa senza i tuoi consigli 188? Bada di non
doverti trovare in colpa in seguito. Al che Istieo rispose – O re, che parola hai pronunciato! Che io
abbia consigliato un’impresa da cui un piccolo grande male potesse venire a te? Di che mai
essendo bisognoso potrei aver fatto ciò? Ma se il mio luogotenente ha fatto davvero qualcosa del
genere che tu dici, sappi che lo ha fatto da solo, sotto la sua responsabilità. Quanto a me, non
posso accettare in primo luogo il discorso cbe il mio luogotenente abbia fatto qualcosa contro i
tuoi interessi ma se poi fanno qualcosa di questo genere, e tu hai udito la realtò, o re, sappi cosa
mai hai fatto strappandomi dal mare. Mi pare infatti che gli Ioni, da quando sono stato sottratto dai
loro occhi, abbiano fatto ciò di cui da tempo avevano desiderio 189. Ma se hanno fatto questo è
perché tu mi hai allontanato da Mileto, mentre se io fossi stato nella Ionia nessuna città si sarebbe
mossa. Ora dunque, lascia che io al più presto parta per la Ionia perché ti rimetta ogni cosa al
proprio posto190. E dopo aver fatto ciò secondo il tuo volere, giuro sugli dèi che non mi toglierò di
dosso la tunica con la quale scenderò dalla Ionia prima di averti reso tributaria la Sardegna,
l’isola più grande!”
185
La connessione tra Mar Egeo e Mar Nero.
186
Ai tempi dei Greci era un’isola (la geografia cambia nel corso dei secoli).
187
Evidentemente, Sardi era un avamposto molto importante a livello economico.
188
Dario pensava che Istieo fosse coinvolto nella Rivolta Ionica.
189
In sostanza, Istieo sta facendo ribaltare la situazione.
190
In realtà, Istieo voleva solo allontanarsi dalla corte e mantenersi al sicuro.
Istieo, non solo, chiese al Gran Re di poter tornare al comando di Mileto per risistemare le cose ma
che sarebbero arrivati a dominare anche la Sardegna. Tuttavia, sappiamo che Istieo era un uomo
alquanto ingannevole e abile nella retorica. Aristagora viene in un certo senso lasciato – almeno a
parole – anche dal suocero. Tutta la storia, come ce la racconta Erodot, è fatta d’inganni:
La rivolta scoppia:
“Ἁλισκομένων δὲ τῶν πολίων, - ἦν γάρ, ὡς διέδεξε, Ἀρισταγόρης ὁ Μιλήσιος ψυχὴν οὐκ ἄκρος, ὃς
ταράξας τὴν Ἰωνίην καὶ ἐγκερασάμενος πρήγματα μεγάλα δρησμὸν ἐβούλευε, - ὁρέων ταῦτα, πρὸς δέ
οἱ καὶ ἀδύνατα ἐφάνη βασιλέα Δαρεῖον ὑπερβαλέσθαι· πρὸς ταῦτα δὴ ὦν συγκαλέσας τοὺς
συστασιώτας ἐβουλεύετο, λέγων ὡς ἄμεινον σφίσι εἴη κρησφύγετόν τι ὑπάρχον εἶναι, ἢν ἄρα
ἐξωθέωνται ἐκ τῆς Μιλήτου […]Τὴν μὲν δὴ Μίλητον ἐπιτρέπει Πυθαγόρῃ ἀνδρὶ τῶν ἀστῶν δοκίμῳ,
αὐτὸς δὲ παραλαβὼν πάντα τὸν βουλόμενον ἔπλεε ἐς τὴν Θρηίκην καὶ ἔσχε τὴν χώρην ἐπ' ἣν ἐστάλη
[…]αὐτός τε ὁ Ἀρισταγόρης καὶ ὁ στρατὸς αὐτοῦ, πόλιν περικατήμενος καὶ βουλομένων τῶν Θρηίκων
ὑποσπόνδων ἐξιέναι.
“Le città venivano conquistate e Aristagora di Mileto era proprio, come dimostrò, di animo non
eccelso, lui che dopo aver sconvolto la Ionia e aver intrapreso grandi iniziative, vedendo questo
pensava a una scappatoia; oltre tutto vide chiaramente che era impossibile avere la meglio sul re
Dario. In questa prospettiva, dunque, chiamati a raccolta quanti avevano aderito alla rivolta si
consultava con loro dicendo che la cosa migliore per loro sarebbe stata che ci fosse qualche luogo
nascosto e sicuro per la fuga, nel caso fossero stati scacciati da Mileto […]. Affida perciò Mileto a
Pitagora, uomo stimato fra i cittadini, e presi con sé tutti quelli che volevano, naviga fino in Tracia e
occupa la regione verso la quale era partito. Muovendo da qui, mentre stavano assediando una città
[…] Aristagora stesso e il suo contingente furono annientati dai Traci.
Mileto subì una punizione esemplare: i Persiani la occuparono e la rasero al suole. Genericamente
non distruggevano una città conquistata, ma qui era per “cancellare” una macchia dal loro impero
(quella di aver sobillato un’intera regione). Gli abitani vennero sterminati o deportati:
“I Persiani, dopo che vinsero gli Ioni nella battaglia navale [di Lade], assediando Mileto per terra
e per mare, scavando sotto le mura191 e portando ogni sorta di macchina bellica, la rasero al suolo
nel sesto anno dalla rivolta di Aristagora […] la maggior parte degli uomini furono uccisi dai
Persiani che portavano lunghe chiome, e le donne e i figli vennero ridotti in schiavitù e il santuario
di Didime192 , sia il tempio che l’oracolo, fu saccheggiato e incendiato. Di là, coloro fra i Milesi
che erano stati presi vivi furono condotti a Susa. E il re Dario, senza far loro altro male, li stanziò
sul mare chiamato Eritreo, nella città di Ampe, presso la quale il Tigri, scorrendo, si riversa in
mare. Invece nella regione dei Milesi erano gli stessi Persiani a occupare le zone intorno alla città
e la pianura, mentre ai Cari di Pedaso diedero in possesso la regione montuosa.”
191
Per aggirare l’assedio.
192
Detto anche “Branchidi” (sta più giù di Mileto). Era affiliato al santuario di Apollo Delfico.
“Fra quanti si erano ribellati a Dario, soltanto ai Sami non furono incendiati né la città né i
santuari. Presa Mileto, i Persiani occuparono subito la Caria e si impadronirono delle città:alcune
si assoggettarono spontaneamente, le altre furono costrette con la forza.”
La distruzione di Mileto, al pari di quella di Sardi, ebbe un forte impatto emotivo nei Greci ma
soprattutto perché era una città “greca”: nel 494 a.C. il trageda Frinico dedicò una tragedia a questo
evento, tuttavia:
“Ἀθηναῖοι μὲν γὰρ δῆλον ἐποίησαν ὑπεραχθεσθέντες τῇ Μιλήτου ἁλώσι τῇ τε ἄλλῃ πολλαχῇ καὶ δὴ
καὶ ποιήσαντι Φρυνίχῳ δρᾶμα Μιλήτου ἅλωσιν καὶ διδάξαντι ἐς δάκρυά τε ἔπεσε τὸ θέητρον καὶ
ἐζημίωσάν μιν ὡς ἀναμνήσαντα οἰκήια κακὰ χιλίῃσι δραχμῇσι, καὶ ἐπέταξαν μηκέτι μηδένα χρᾶσθαι
τούτῳ τῷ δράματι.
“Gli Ateniesi dimostrarono chiaramente, in molti modi, di essere stati sconvolti dalla presa di
Mileto e in particolare, quando Frinico scrisse un dramma dal titolo La presa di Mileto e lo mise in
scena, il teatro scoppiò in lacrime ed egli fu multato con un’ammenda di mille dracme per aver
rinnovato il ricordo di sciagure che erano considerate come proprie e familiari e stabilirono che a
nessuno fosse mai più consentito di rappresentare quel dramma.”
Questo è uno dei casi in cui la letteratura s’inserisce nel contesto storico: una fonte storica riporta
una testimonianza letteraria. Qual è la fine di Istieo? Pur non essendo riuscito a convincere il re a
farsi mandare in Ionia, riuscì invece a farsi mandare a Sardi per sistemare le questioni ad essa
legate. A quanto pare, il re non credette fino in fondo al suo consigliere e disse: “O Istieo, su queste
vicende le cose stanno così: questo calzare lo cucisti tu ma lo calzò Aristagora”. Sembra poi che
Istieo, essendo controllato a vista, riuscì a mandare un messaggio cifrato ad Aristagora in questo
modo: prese un servo e gli rase i capelli per scrivergli sulla testa il messaggio. Giunto a Sardi, Istieo
fuggì ma ad un certo punto venne catturato da un luogotenente persiano di nome Arpago:
“Istieo fu catturato nel modo seguente: mentre i Greci combattevano contro i Persiani nella Malene
e la cavalleria – mossa sul più tardi - piomba su di essi, Istieo sperando di non essere ucciso dal re
per la sua presente colpa sceglie questa via di salvezza. Quando, fuggendo, venne raggiunto da un
Persiano e quello stava per trafiggerlo, parlando in persiano, rivela di essere Istieo di Mileto. Se
quando fu catturato fosse stato portato dal re Dario, credo non avrebbe sofferto alcun male e che
Dario gli avrebbe perdonato la colpa. Ora invece, proprio per questo, e perché scappando non
divenisse un nome più influente alla corte del re, Artaferne il satrapo di Sardi e Arpago – che
l’aveva preso – appena giunse sotto scorta a Sardi, impalarono il suo corpo lì sul posto e la testa la
mandarono dal re Dario a Susa.”
I due Persiani agirono in questo modo ritenendo Istieo la causa di tutto ma il gesto non piacque a
Dario che ordinò di lavare la testa di Istieo e seppellirla degnamente. Dopo 6 anni di rivolta e dopo
la tragica morte di Aristagora ed Istieo, siamo arrivati al momento in cui i Persiani cominciano non
tanto ad interessarsi delle aree al di fuori dell’Asia Minore ma a cercare vendetta per quanto
accaduto. Le “Guerre Persiani” sono un evento, per quanto riguarda la storia persiana, minimo –
avendo quest’ultimi conquistato terre come Babilonia e Lidia193 - ma per i Greci rappresentano un
momento importante della loro storia perché funsero da “collante” ad un’intera comunità. I Greci
per la prima volta, forse, si rendono conto di essere uniti contro un nemico comune. I Greci si
sentono per la prima volta “Greci” e non più solo Ateniesi/Spartani e così via.
193
Si trattò di semplici scontri ai confini dell’Impero.
Si sentono legati da una serie di caratteristiche in comune e che vengono delineate nell’VIII libro di
Erodoto (origine, sangue, culti) e la definizione di questi “denominatori comuni” viene proprio dal
distinguersi verso qualcuno che è totalmente diverso da essi. Due studiosi molto focalizzati su
queste tematiche sono:
1) Edith Hall, autrice di “Inventing the Barbarian”, partendo dalla “tragedia” (materia
letteraria) e più in particolare “Persiani” di Eschilo.
2) Jonathan Hall, autore di “Hellenicity”.
Entrambi si sono focalizzati sul tema del “diverso” – che al tempo si diceva “barbaro”, quindi
straniero – e hanno utilizzato vari parametri: il II ha preso in considerazione le testimonianze
storiografiche della definizione di “grecità” partendo da Erodoto. Qual è il significato di queste
guerre in generale? Per i Persiani furono un piccolo incidente di confine ma questa prospettiva
partiva dall’idea che il loro re aveva dei Greci, ovvero un piccolo popolo che aveva infastidito il suo
regno (ignorando però la loro grandezza): avevano osato mettersi contro di lui e ritenne la loro
vittoria un caso fortuito. Nella prospettiva greca, queste guerre assunsero un’importanza elevata
tanto che alimentarono l’ego del popolo ellenico.
Andando nel dettaglio, la I Guerra Persiana fu un evento minimo, dalla durata quasi effimera con
altrettanto coinvolgimento. Ciò è dato dal fatto che c’è una sola battaglia principale, la “Battaglia di
Maratona” ma non si trattò di una vittoria “greca”, dal momento che allo scontro parteciparono
principalmente Ateniesi e Plateesi (seppur il loro contributo fu minimo). Proprio perché fu una
vittoria “Ateniese”, rafforzò le istituzioni politiche di Atene. Da qui, Atene espanse la propria sfera
d’influenza e si pose come un modello politico antitetico a Sparta: fino a quel momento, tutte le
città greche si rivolgevano agli Spartani. A ciò, si aggiunga l’idea che l’esercito ateniese non era
composto da soldati di professione, bensì da persone semplici alimentate però dal desiderio di
libertà e di autonomia. La II Guerra Persiana ebbe più momenti e luoghi significativi (Termopili,
Artemisio, Salamina, Platea e Micale194). Qui ci fu una più ampia partecipazione fra i Greci, in
quanto il solo esercito ateniese non bastava più per fronteggiare un’armata persiana desiderosa di
vendetta (quindi il pericolo era per tutti)195.
Altro punto da tenere in considerazione, è il fatto che molte delle poleis greche (sia per legami
precedenti sia per timore) si dichiararono allineate con la Persia e quindi la Lega Ellenica le
denominò “Medizzanti” (filo-persiane). Poi c’erano le città che si dichiaravano neutre (sempre per il
timore di possibili ritorsioni in caso di vittoria o dell’uno o dell’altro). Le città dichiaratesi neutre
sono:
1) Argo: In quanto nella Lega rientrava Sparta.
2) Siracusa: In quanto non volevano “dividere” il comando delle truppe196.
3) Corcira: Diedero un contributo minimo (alcune navi) che non raggiunsero mai il largo e
soprattutto perché influenzata dall’Oracolo di Delfi.
4) Creta
Per la prima volta, fra i Greci nacque l’idea di “Noi Greci” in opposizione allo straniero. Un punto
fondamentale è capire che – dopo le Guerre Persiane – la Persia divenne una pedina importante sia
in maniera negativa che positiva: o diventa un nemico che bisognava temere197 o un alleato198.
194
In Asia Minore.
195
Non coinvolse di certo tutte le città greche.
196
Ma questo valeva anche per gli Spartani.
197
Il terrore della Persia, ad un certo punto, divenne un letmotiv per coalizzarsi (in particolare, Atene nel formare la
Lega Delio-Attica.
198
Perché divenne la “Banca”, il finanziatore dei Greci dopo le Guerra.
Dopo le Guerre Persiane, la Persia acquisì in sé il mito di essere il pericolo principale dei Greci
oppure l’altra via era proprio quella di essere il finanziatore per le truppe mercenarie 199. È chiaro
che alla Persia non interessasse a chi avrebbe dovuto prestare denaro. Almeno fino al IV sec. a.C., i
Persiani difatto non rappresentarono più un pericolo per i Greci . Alessandro Magno, molto tempo
dopo, entrerà in contatto con loro.
Le fonti utilizzano, molto spesso, la parola “Medi” come sinonimo di “Persiani”, da cui poi il
termine “Medizzante” per indicare o coloro che si schierano dalla parte dei Persiani o chi ne imita
lo stile di vita. In entrambi i casi, essere definiti “Medizzanti” era chiaramente dispregiativo. Avere
un tipo di vita tipico dei Persiani era visto molto male. Ad un certo punto, quasi tutti gli eroi delle
Guerre Persiane vennero accusati, in un qualche modo, di essere in combutta con i Persiani. Per
esempio, dopo la Guerra del Peloponneso, venne accusato di avere costumi troppo orientali (e non a
torto) fu Lisandro200.
I Guerra Persiana
Siamo dopo la Rivolta Ionica ma è, per così dire, una continuazione di essa (o comunque
strettamente collegata). I Greci continentali avevano visto che non c’era più alcuna possibilità di
riacquisire la costa ionica e i Persiani avevano sulle spalle l’affronto dei Greci (la rivolta). La I
Guerra Persiana si pone sia come una delle tante guerre di espansione dell’Impero Persiano.
Essendo stato conquistato l’Egitto, era inevitabile un attacco ai danni della Grecia continentale e
questo progetto venne anticipato a causa dell’intervento ateniese-eritriese in aiuto dei Greci della
Ionia. Quindi, la I Guerra Persiana era più una “spedizione punitiva” nei confronti di Atene ed
Eretria ed infatti i Persiani cercarono di mirare in quelle terre specifiche.
Nel 492 a.C. iniziarono ad organizzarsi partendo da Nord. Pur essendo stato più ragionevole
attraversare l’Egeo, i Persiani vollero attaccare da nord e le motivazioni plausibili sono:
a) Attraversando il mar Egeo, avrebbero incontrato delle difficoltà perché tutte le poleis egee –
non soggette al dominio orientale – avrebbero prevenuto l’eventuale attacco persiano (dando
tempo ad Atene di prepararsi).
b) Il passaggio dal Nord ebbe un valore mediatico.
I Persiani passarono per la Tracia secondo i piani di Mardonio (nel nord avevano poi delle amicizie)
e l’obiettivo principale era “punire” Atene ed Eretria. In procinto di circumnavigare la punta del
monte Athos (nella penisola calcidica), una tempesta sbaragliò la flotta. Pertanto, si iniziò una
nuova spedizione l’anno seguente ma secondo precisi schemi. La prima cosa che fecero fu il
conseguimento della resa incondizionata. Questa la si otteneva chiedendo “acqua e terra”: gli
ambasciatori facevano tali richieste in tutte le città ed isole del mar Egeo. Atene, forte anche del
successo avuto (forse per la presa di Sardi), non si arrese (ed era anche forte l’acquisizione del
potere democratico). Chi si pose come leader del partito anti-persiano era lo stesso Milziade. Gli
Alcmeonidi, invece, avendo capito il problema non indifferente, erano più favorevoli alla resa. Gli
Ateniesi non solo si rifiutarono di accettare ma uccisero anche gli ambasciatori (un’azione però non
saggia, in quanto al tempo l’ambasciatore era visto come “sacro”).
199
Sparta, ad esempio, nella Guerra del Peloponneso usò mercenari contro gli Ateniesi.
200
Questi, avendo speso molto tempo alla corte orientale, acquisì tratti culturali tipici di un Persiano/Asiatico (culto
della persona).
Erodoto dice:
“Quindi Dario cercava di conoscere cosa i Greci avessero in mente: se volessero combatterlo o
consegnarsi. Perciò mandava araldi, avendoli distribuiti qua e là per la Grecia, ordinando di
chiedere terre e acqua per il Re. Questi allora li mandava in Grecia ma altri araldi li mandava
nelle città della costa sue tributarie, con l’ordine di preparare navi da guerra-imbarcazioni per il
trasporto di cavalli. Costoro apprestavano tutto questo e agli araldi arrivati in Grecia molti
continentali diedero loro quello che il Persiano chiedeva e tutti gli isolani, presso i quali
giungevano, per fare le richieste. Tra gli altri isolani, concessero terra e acqua a Dario anche gli
Egineti. Appena lo ebbero fatto, gli Ateniesi li assalirono. Appena lo ebbero fatto, lo comunicarono,
riferendo che gli Egineti avessero fatto quelle concessioni a loro danno per marciare contro di loro
con il Persiano e, andando a Sparta, accusavano gli Egineti di ciò che avevano fatto, tradendo la
Grecia201.
(Erodoto, Storie)
A questo punto s’innescano una serie di azioni a catena. Si riaccendono contrasti all’interno di
Atene e quando Sparta venne chiamata a risolvere la questione, il tutto si risolse con un arbitrato 202.
Per risolversi con un arbitrato, i conflitti fra Egina ed Atene, evidentemente, erano esistenti dalla
notte dei tempi. Altro motivo per cui si cerca la soluzione non-armata era la Guerra Persiana che
incombeva203. L’esito non fu del tutto positivo, in quanto Egina venne isolata da un’eventuale
coalizione anti-persiana.
Nel 490 a.C., dopo i tentativi di sondaggio del terreno, i Persiani fecero una spedizione guidata da
Dati e Artaferne. Il loro consigliere per la conquista di Atene era Ippia in persona: questo spiega
perché i Persiani sbarcarono secondo precisi schemi. Partiti dalla Cilicia, si diressero verso le
Cicladi e passarono per Nasso (che venne conquistata e distrutta)204. Da qui, puntarono verso
l’Eubea, precisamente a Caristo (una polis sulla punta dell’Eubea). Eretria è la prima terra ad essere
punita. A questo punto, i Persiani puntarono verso Atene. Il passaggio da Maratona e l’area di
Brauron verso l’Attica (Atene) era immediato. Questa scelta era giustificata dal fatto che Pisistrato
era originario del demo di Brauron205. Gli Ateniesi non attesero l’assedio dei Persiani ma, in
maniera così “incosciente”, decisero di andare incontro ai nemici. Greci e Persiani si scontrarono a
Maratona. Erodoto riporta questo:
201
In caso di vittoria persiana, sicuramente Egina avrebbe avuto man forte nella gestione dell’Attica (il Gran Re
avrebbe mandato qualcuno a gestire una possibile satrapia locale e, se c’era qualche appoggio precedentemente, gli
Egineti avrebbero dominato su un territorio più vasto). Gli Ateniesi, in sostanza, pensavano che gli Egineti si erano
arresi preventivamente per ottenere qualcosa dalla Guerra (i Persiani avrebbero premiato chi si sarebbe dimostrato
favorevole a loro), magari il dominio dell’Attica.
202
La scelta di “arbitrato”, più o meno simile, si verificò nella questione Cinuria – Tireatide (il fazzoletto di terra posto
fra Argo e Sparta). Con il passare dei secoli, le due città si rivolsero ai Romani per fare da giudice esterno in questa
problematica. La stessa condizione si verificò in altri luoghi del Mediterraneo greco (nel conflitto Corcira-Corinto
intervenne Atene/Temistocle). Gli arbitrati potevano essere gestiti o da una polis o da una persona.
203
Uno studioso di diplomazia antica fu Luigi Piccirilli.
204
I Persiani erano memori di quanto aveva fatto Aristagora.
205
Ippia doveva avere ancora un certo potere in quell’area.
“Χειρωσάμενοι δὲ τὴν Ἐρέτριαν καὶ ἐπισχόντες ὀλίγας ἡμέρας ἔπλεον ἐς γῆν τὴν Ἀττικήν,
κατοργῶντές τε πολλὸν καὶ δοκέοντες ταὐτὰ τοὺς Ἀθηναίους ποιήσειν τὰ καὶ τοὺς Ἐρετριέας
ἐποίησαν. Καί, ἦν γὰρ Μαραθὼν ἐπιτηδεότατον χωρίον τῆς Ἀττικῆς ἐνιππεῦσαι καὶ ἀγχοτάτω
τῆς Ἐρετρίης, ἐς τοῦτό σφι κατηγέετο Ἱππίης ὁ [103] Πεισιστράτου. Ἀθηναῖοι δὲ ὡς ἐπύθοντο
ταῦτα, ἐβοήθεον καὶ αὐτοὶ ἐς τὸν Μαραθῶνα.Ἦγον δέ σφεας στρατηγοὶ δέκα, τῶν ὁ δέκατος
ἦν Μιλτιάδης.”
“Impadronitisi di Eretria e trattenutisi pochi giorni, i Persiani navigavano verso il territorio attico
pieni di tracotanza e pensando di riservare agli Ateniesi lo stesso trattamento che avevano inflitto a
a Eretria. E poiché Maratona era la zona dell’Attica più adatta alle manovre dei cavalieri e la più
vicina a Eretria, verso questa li condusse Ippia, figlio di Pisistrato. Come gli Ateniesi lo seppero,
accorrevano a loro volta a Maratona. Li comandavano dieci strateghi, il decimo dei quali era
Milziade.”
(Erodoto, Lib. VI, 102-3 Storie)
I Greci chiesero aiuto agli Spartani ma quest’ultimi erano impegnati in quanto nella loro terra
c’erano le feste in onore di Apollo Carneo206 (e dovevano attendere il plenilunio, secondo la loro
credenza):
“E prima, mentre erano ancora in città, gli Ateniesi mandano a Sparta Fidippide, un ateniese che
era un emerodromo207 ed esercitava questo mestiere. […] Questo Fidippide, inviato allora dagli
strateghi [ …], il giorno dopo la partenza dalla città di Atene era a Sparta e, giunto davanti alle
autorità, diceva: “O Lacedemoni, gli Ateniesi vi pregano di aiutarli e di non permettere che una
città antichissima fra i Greci cada in schiavitù per opera di barbari, poiché ormai Eretria è stata
resa schiava e la Grecia è stata indebolita dalla perdita di una città importante” Egli annunciò agli
Spartani quanto era stato ordinato ed essi decisero di aiutare gli Ateniesi, ma era loro impossibile
farlo subito non volendo trasgredire la legge208. Era infatti il nono giorno dall’inizio del mese e
dissero che non sarebbero partiti non essendoci ancora il plenilunio209. Essi allora attendevano il
plenilunio, mentre Ippia, figlio di Pisistrato, conduceva i barbari a Maratona.”
Gli Ateniesi si organizzarono come potevano (affrancarono per esempio gli schiavi). In più, i
Plateesi – pur essendo di una città della Beozia – intervengono con un contingente di 1000 uomini
(ma del resto erano da sempre alleati degli Ateniesi):
“Agli Ateniesi, schierati nel recinto sacro di Eracle, vennero in forza per portare aiuto i Plateesi210.
I Plateesi del resto avevano compito atto di dedizione agli Ateniesi e gli Ateniesi per loro avevano
già sopportato molte fatiche.”
(Erodoto, Lib. VI, 108 Storie)
206
Delle feste Carnee si sa ben poco. Era una festività spartana all’insegna di gare sportive e musicali con 9 giorni e
probabilmente avevano un orientamento militare perché l’esercizio fisico doveva avere un certo peso.
207
Un impiego simile a quello del moderno postino.
208
Per i Greci non bisognava mai trasgredire il nomos, la legge.
209
Le feste nell’antichità erano regolate dai cicli lunari e solari, per cui non era sempre costante. Secondo l’idea
spartana, la luna non completa era simbolo di sciagura.
210
I Plateesi erano forse gli unici Greci – al di là di Atene – ad aver capito la minaccia persiana.
“Come furono schierati e i sacrifici riuscirono favorevoli, allora gli Ateniesi, appena ricevettero
l’ordine, si lanciarono di corsa contro i barbari: lo spazio tra di loro non era inferiore a otto
stadi211, I Persiani, vedendoli arrivare di corsa contro di loro si preparavano ad accoglierli e
tacciavano gli Ateniesi di una follia del tutto rovinosa vedendo che erano pochi e che per di più
avanzavano di corsa privi di cavalleria e di arcieri. Proprio questo pensavano i barbari, ma gli
Ateniesi, come si scontrarono con i barbari a ranghi serrati, combatterono in modo memorabile.
Primi infatti fra tutti i Greci che conosciamo andarono contro i nemici di corsa, per primi
sostennero la vista dell’abbigliamento medo e degli uomini che lo indossavano, benché fino ad
allora per i Greci fosse motivo di paura anche il solo sentire il nome dei Medi.”
(Erodoto, 112)
Sull’ultimo punto, possiamo dire che questo era dato dal fatto che fra le file degli Ateniesi vi erano
molti uomini di origine contadina, motivo per cui non avevano mai visto l’abbigliamento sfarzoso
dei Persiani né tantomeno un esercito multietnico. Il timore veniva dal fatto che non “conoscevano”
e quindi non sapevano chi avessero davanti (del resto i Persiani avevano riconquistato Sardi e
Mileto).
211
All’incirca 200 m. Quindi lo spazio fra i due non era così tanto.
6/12/’23 h: 15 – 17
Maratona, al tempo, era una piana dove si scontrarono i 10 000 Ateniesi con un esercito multi-
etnico e linguistico. Era una zona pianeggiante, vicino al mare ma caratterizzata da numerose
paludi. L’eroe della battaglia è Milziade (in genere i busti di comandanti e filosofi greci sono di età
romana, in quanto fino all’età ellenistica presso i Greci non c’era l’usanza di realizzare monumenti
dedicati al singolo individuo212).
Milziade, ad ogni modo, viene ritenuto “l’eroe di Maratona” in quanto da solo riuscì a vincere i
Persiani. Milziade aveva discrete doti di strategia militare e riesce a sfondare le file dell’esercito
persiano dal mezzo e a quel punto i nemici, confusi, si ritirarono. Quindi, Ateniesi e Plateesi
riuscirono a vincere seppur con alcune perdite. Secondo le stime di Erodoto, circa 6400 Persiani
vennero uccisi (un numero non indifferente se rapportato alle dimensioni dell’esercito greco). Altro
discorso da fare, è che i caduti greci ammontano a 192. Ci stupisce il numero esatto delle perdite di
entrambe le parti (come se fossero stati contati uno per uno). Il numero delle perdite greche è visto
come significativo, in quanto sono coloro che morirono per la libertà, mentre quelle asiatiche sono
un numero grossolano (appunto insignificante rispetto ai Greci).
Per il mondo greco, l’esaltazione dell’individuo morto deve passare in secondo piano, nel senso che
il monumento funebre – come celebrazione di un singolo – l’Atene arcaica e in parte classica non lo
concepiva e ciò che contava era la comunità. In Erodoto, c’è invece un atteggiamento contrario: si
esalta per “nome e cognome” gli individui caduti in battaglia (come se i soldati di Maratona
avessero un valore maggiore)213:
“Καὶ τοῦτο μὲν ἐν τούτῳ τῷ πόνῳ ὁ πολέμαρχος Καλλίμαχος διαφθείρεται, ἀνὴρ γενόμενος ἀγαθός,
ἀπὸ δ' ἔθανε τῶν στρατηγῶν Στησίλεως ὁ Θρασύλεω.”
“In questo scontro cadde il polemarco Callimaco che si era dimostrato uomo valoroso e morì uno
degli strateghi, Stesileo, figlio di Trasileo.”
Le persone cadute sono anche persone che occupavano cariche importanti all’interno della polis.
Erodoto, in genere, menziona pochissime persone con il loro preciso nome:
“Ἐν ταύτῃ τῇ ἐν Μαραθῶνι μάχῃ ἀπέθανον τῶν βαρβάρων κατὰ ἑξακισχιλίους καὶ τετρακοσίους
ἄνδρας, Ἀθηναίων δὲ ἑκατὸν καὶ ἐνενήκοντα καὶ δύο· ἔπεσον μὲν ἀμφοτέρων τοσοῦτοι.”
“In questa battaglia morirono circa seimila quattrocento barbari e centonovantadue Ateniesi: tanti
ne caddero da entrambe le parti.”
(Erodoto, 114)
Per capire l’impatto culturale della Battaglia di Maratone nella storia ateniese, uno degli elementi su
cui riflettere è il fatto che in uno dei portici dell’agorà di Atene era decorata da varie scene, fra
queste appunto una raffigurazione della Battaglia (come se dovesse appunto mantenere vivo il
ricordo negli Ateniesi).
212
In genere, le erme venivano usate per decorare i giardini dei Romani ed erano ritratti di fantasia (più propriamente
“idealizzati”).
213
In quanto sono quegli individui che hanno garantito la libertà per Atene, motivo per cui Erodoto li menziona uno per
uno.
“Λακεδαιμονίων δὲ ἧκον ἐς τὰς Ἀθήνας δισχίλιοι μετὰ τὴν πανσέληνον, ἔχοντες σπουδὴν πολλὴν
καταλαβεῖν οὕτω ὥστε τριταῖοι ἐκ Σπάρτης ἐγένοντο ἐν τῇ Ἀττικῇ.Ὕστεροι δὲ ἀπικόμενοι τῆς
συμβολῆς, ἱμείροντο ὅμως θεήσασθαι τοὺς Μήδους· ἐλθόντες δὲ ἐς τὸν Μαραθῶνα ἐθεήσαντο. Μετὰ
δὲ αἰνέοντες Ἀθηναίους καὶ τὸ ἔργον αὐτῶν ἀπαλλάσσοντο ὀπίσω”
“Dei Lacedemoni ne arrivarono duemila ad Atene dopo il plenilunio, avendo tanta fretta di arrivare
che giunsero in Attica il terzo giorno dopo la partenza da Sparta. Giunti troppo tardi per la battaglia,
avevano comunque una gran voglia di vedere i Medi; andati a Maratona, li contemplarono.
Quindi, lodando gli Ateniesi e la loro impresa se ne tornarono indietro.
(Erodoto, 120).
Pur sapendo che era ormai tardi per la battaglia, vollero comunque vedere da vicini i Persiani
(volevano vedere qualcosa di mai visto). La fama dei Medi era giunta in Grecia attraverso i
mercanti ma soprattutto dopo l’arrivo di Aristagora. I Persiani comunque non erano stati
completamente sconfitti e si erano infatti ritirati nelle navi e si preparavano alla controffensiva. In
genere, finita la battaglia, era concesso qualche tempo per onorare i caduti. Vennero realizzati due
tumuli, per distinguere i Greci caduti in battaglia. Di tutto ciò, parte delle testimonianze viene da
Pausania:
“Il demo di Maratona è sito a uguale distanza dalla città di Atene e da quella di Caristo
nell’Eubea. Fu in questa parte dell’Attica che i barbari presero terra, furono vinti in battaglia e
perdettero non poche navi mentre salpavano. Nella piana c’è la tomba degli Ateniesi, sulla quale
riportarono i nomi dei caduti, ciascuno secondo la propria tribù. C’è poi un’altra tomba che è
quella dei Plateesi di Beozia e degli schiavi; perché in questa battaglia combatterono per la prima
volta anche gli schiavi (…) Gli Ateniesi affermano di aver dato sepoltura ai Persiani, in quanto per
loro ha valore universale la sacra legge che impone di coprire di terra il cadavere dell’uomo. Io
però non sono riuscito a trovare tomba alcuna. Evidentemente andarono a gettarli, così come
capitò, in una fossa.”
(Pausania, Lib. I, 32 3-5 Guida della Grecia)
Le due località geografiche vengono prese come punti di riferimento spaziali/estremità (l’isola di
Eubea e la penisola dell’Attica). Sul tumulo vennero scritti i nomi di ciascuno dei caduti ateniesi, il
II raggruppa tutti gli altri partecipanti (Plateesi e schiavi). I Persiani vennero probabilmente sepolti
in una fossa comune (e nemmeno venne segnalato). I Persiani doppiano Capo Sunio (la punta
estrema meridionale dell’Attica), risalgono per mare e puntano verso il porto del Falero (Pireo) e
tentano un attacco a sorpresa. Milziade, capito che i Persiani non si sarebbero arresi facilmente, capì
le loro intenzioni e quindi decise di tagliare “per terra”. Il progetto di attaccare Atene di sorpresa
fallisce e a questo punto i Persiani si ritirarono nei loro confini.
Quella degli Ateniesi, fu una vittoria inaspettata. Quindi si scatenano gli entusiasmi e la prima cosa
che fecero fu onorare gli dèi. Per onorarli, si fecero offerte votive/personali ma soprattutto
prendendo parte del bottino di guerra. Questi doni vengono offerti ai santuari panellenici perché
tutti dovevano sapere chi avessero sconfitto i Persiani (per dire che oltre agli dèi, il merito va anche
agli Ateniesi). Gli scavi ad Olimpia hanno portato alla luce un elmo sul cui orlo c’è un’iscrizione
greca che – tradotta – dice: “Milziade offrì a Zeus214”. Molto probabilmente non è quello usato in
guerra perché è in bronzo (troppo pesante e meno duro del ferro). Possiamo essere certi del fatto che
sia di Milziade perché è un elmo “greco” (ne esistevano 3 tipi).
214
“Μιλτιάδης ἀνέθηκε” (si può leggere in originale).
Altro elmo rinvenuto, è uno preso dai Medi. Probabilmente è di tipo assiro e compare in basso
l’iscrizione: “A Zeus, gli Ateniesi dopo averlo preso dai Medi”. Quindi, la scritta venne fatta dopo
che il copricapo venne sottratto al caduto in battaglia (questo ci rivela anche che una componente
dell’esercito persiano era fatta di Assiri). Sul perché mai gli Ateniesi offrissero in dono il bottino di
guerra anziché i propri utensili, possiamo dire che era un modo per dimostrare la loro vittoria.
Inoltre il bottino di guerra era di tutti gli Ateniesi e non di un solo. Abbiamo visto come gli Ateniesi
(popolo) e Milziade (eroe della battaglia) dedicano beni personali e parte del bottino (e li
marchiano). Questo tipo di offerta verso la divinità in un santuario panellenico significava
ringraziare la divinità maggiore, tutto il pantheon greco per questa vittoria e in secondo luogo fare
pubblicità di se stessi. Olimpia era per così dire la “vetrina” dove io espongo in maniera più o meno
diretta le mie glorie per far sì che tutti quanti vedessero le mie azioni. Il libro “Athens and Oracles”
di Catherin Morgan, che fa la storia di Delfi e Olimpia come “showcase” appunto “vetrine” (luoghi
di autorappresentazione). La gloria di Delfi e Olimpia passava dunque anche attraverso questi
elementi.
La celebrazione della vittoria sui Persiani ad Atene avvenne nella sua Acropoli. È evidente che
fosse un luogo dove ci si usava dedicare alla divinità locale, che in un qualche modo doveva aver
contribuito alla vittoria e quindi ci si “autocelebra” nella propria patria. Gli scavi hanno rinvenuto
una dedica del polemarco Callimaco, un’iscrizione metrica (ma non ci deve stupire perché siamo in
età arcaica e al tempo era più comune la metrica anziché la prosa):
“Callimaco di Afidna mi dedicò ad Atena Quale nunzio immortale a coloro che abitano le case
dell’Olimpo…polemarco degli Ateniesi nella battaglia che ebbe luogo a Maratona… A tutti gli
Ateniesi ricordo (?)….”
È una dedica che si collega con un passo letterario. È uno di quegli eroi caduti a Maratona,
menzionato per “nome e cognome” da Erodoto. I familiari, probabilmente, vollero menzionare che
uno della loro famiglia era caduto in Maratona (una notizia clamorosa al tempo). A Delfi, intanto,
gli Atenisi fecero una dedica di un certo tipo – un’iscrizione abbastanza lunga – posta sulla facciata
del “tesoro215” degli Ateniesi a Delfi:
“Gli Ateniesi ad Apollo (dedicarono), sottratto al Medo, il fior fiore delle spoglie della battaglia
(svoltasi) a Maratona.”
Ciò che interessa, è il fatto che tutti dovessero sapere che la vittoria a Maratona fosse una vittoria
degli Ateniesi (dei Plateesi non c’è menzione). Chi è caduto a Maratona, ha una grande fama perché
è morto per la libertà di tutti oppure anche coloro che vi hanno combattuto (ma non morti) – ovvero
i Μαραθωνόμαχοι – godevano di grande credito presso tutti i cittadini (visti come “difensori della
democrazia”). Si stava consolidando l’idea della “democrazia” come forma istituzionale antitetica
alla monarchia persiana. L’epitaffio di Eschilo trageda, riportato da Pausania, mette più in evidenza
la sua partecipazione alla battaglia che non alla sua attività tragica. Noi possiamo leggere dunque:
“Io credo che per questa vittoria gli Ateniesi andassero orgogliosi più che per ogni altra. E anche
Eschilo, quando sentì vicina la fine della vita, nessun altro motivo di vanto ricordò pur essendo
giunto a tanta fama e pur avendo partecipato alle battaglie navali dell’Artemisio e di Salamina, ma
dopo il proprio nome e quello di suo padre e dopo il nome della sua città, fece scrivere sulla sua
tomba che testimoni del suo valore erano il bosco di Maratona e i Persiani che vi erano sbarcati.”
(Pausania, Lib. I, 14,5 Guida della Grecia)
215
Uno spazio simile ad un tempio riservato ad una polis (a pagamento). All’interno venivano inseriti i doni votivi
(anche il bottino è un dono votivo) e questo edificio venivano posti o vicino al tempio di Apollo oppure alcuni spazi
cruciali (l’entrata, la curva, la vicinanza ad un tempio).
La sconfitta a Maratona, tutto sommato, non rappresentò una grave perdita per i Persiani perché
difatto parte dell’obiettivo era stato compiuto: intendevano punire Atene ed Eretria. Tra le altre
cose, avevano conquistato Nasso (che non era una terra indifferente).
Cosa succede nell’Atene post-bellica? Ricominciano le guerre intestine e chi ne fece le spese fu lo
stesso Milziade, colui che aveva sbaragliato l’esercito persiano pur con un contingente non molto
grande. Bisogna dire, però, che subito dopo la vittoria gli Ateniesi progettarono l’invasione
dell’isola di Paro (nell’Egeo). L’obiettivo, probabilmente, era quello di “stuzzicare” i Persiani (che
dominavano la terra di Nasso). Nel 489 a.C. si organizzarono e diedero il comando a Milziade.
L’assedio tuttavia non ebbe successo e, per giunta, Milziade tornò in patria ferito ad una gamba. Ad
un certo punto, la città lo accusò di essere una persona che aveva fatto solo perdere tempo e risorse
ad Atene. Milziade venne multato a 50 talenti (una cifra enorme). Se gli hanno attribuito questa
cifra, significava che la famiglia di Milziade aveva particolari mezzi. La multa cadde sul figlio di
Milziade, Cimone. Il successo del singolo non verrà mai premiato:
“Dopo la sconfitta dei barbari avvenuta a Maratona, Milziade, che anche prima godeva di rispetto
e prestigio da parte degli Ateniesi, lo accrebbe allora anche di più. Chieste settanta navi, un corpo
di spedizione e denaro agli Ateniesi, senza comunicare loro verso quale obbiettivo volesse compiere
un attacco, ma dicendo loro che se lo avessero seguito sarebbero diventati ricchi: li avrebbe infatti
condotti all’attacco di una regione tale che da essa avrebbero portato via con facilità oro senza
fine. Dicendo tali cose avanzò la richiesta delle navi: e gli Ateniesi, esaltati a queste prospettive,
gliele concessero. Ricevuto il corpo di spedizione, Milziade navigò contro Paro, adducendo come
ragione ufficiale il fatto che i Parii erano stati i primi ad attaccare, mandando navi a Maratona
insieme con il Persiano. Questo però era un pretesto; in realtà nutriva rancore nei confronti dei
Parii a causa di Lisagora figlio di Tisia, che era di stirpe paria e che lo aveva calunniato presso il
persiano Idarne. Giunto dove aveva diretto la sua navigazione, con il contingente di soldati
Milziade teneva sotto assedio i Parii rinchiusi all’interno delle mura e, inviato un araldo, chiedeva
cento talenti sostenendo che, se non glieli avessero dati, non avrebbe ritirato le truppe prima di
averli sottoposti a saccheggio. I Parii, però, a come fare a dare i soldi a Milziade non ci pensavano
neppure, ma si preoccupavano invece di difendere la città e per questo escogitavano soluzioni e,
rafforzate tutte le altre difese, in particolare dovunque il muro si mostrasse più vulnerabile, di notte
lo alzavano il doppio di quello vecchio…(…) Milziade, in cattive condizioni di salute, navigava
indietro, senza portare ricchezze agli Ateniesi e senza aver conquistato Paro, dopo averla assediata
per ventisei giorni e aver devastato l’isola… Gli Ateniesi non facevano che dire male di Milziade,
una volta tornato da Paro, e fra gli altri in particolare Santippo, figlio di Arifrone216 che, citato in
giudizio Milziade di fronte al popolo chiese per lui la pena di morte con l’accusa di aver ingannato
gli Ateniesi. Milziade, pur essendo presente al processo, non poté parlare in propria difesa; non
era infatti in condizione di farlo per la cancrena alla coscia, ma mentre se ne stava disteso su una
barella parlarono in sua difesa i suoi amici, ricordando più volte la battaglia di Maratona (…) Pur
essendosi pronunciato il popolo in suo favore quanto alla pena capitale, egli fu tuttavia
condannato, in base alla sua colpa, a una multa di cinquanta talenti, ma Milziade, essendosi in
seguito aggravato lo stato di cancrena e sopravvenuta la necrosi, morì, e i cinquanta talenti li pagò
suo figlio Cimone.”
216
Un Alcmeonide.
C’è un momento di panico: tutti quelli in vista vengono accusati di filo-medismo. Nel 487 a.C.
venne applicata per la prima volta l’ostracismo, frutto della riforma clistenica:
“… (gli Ateniesi) vinsero la battaglia di Maratona sotto l’arcontato di Fenippo; lasciarono passare
due anni e poiché il popolo ormai era forte, si servirono allora per la prima volta dell’ostracismo,
istituito per diffidenza verso i potenti, dato che Pisistrato era divenuto tiranno[…]. Il primo dei suoi
parenti ad essere ostracizzato fu Ipparco, figlio di Carmo, del demo di Collito, per il quale appunto
Clistene, che voleva allontanarlo, aveva fatto la legge.”
È in questo contesto che si distinse Temistocle, della famiglia dei Licomoridi (di cui non si hanno
notizie in età arcaica). Egli aveva compreso che, per poter emergere come singolo, avrebbe dovuto
usar meglio le tecniche del populismo (usare una comunicazione efficace e capillare per l’appoggio
di tutti). Per far emergere Atene sul piano economico e militare, fece rafforzare il porto del Pireo.
Fece quindi una serie di attività volte a potenziarlo: come lavoro d’infrastruttura, determinò molte
aspettative. Questo gli comportò tanti amici quanti nemici, per cui tantissime volte lo troviamo fra i
nomi che tentano di essere ostracizzati. Altra mossa di Temistocle, fu la modifica dell’elezione
degli Arconti: secondo Clistene gli arconti dovevano essere sorteggiati, Temistocle invece cercò
d’includere una pre-selezione:
“εὐθὺς δὲ τῷ ὑστέρῳ ἔτει, ἐπὶ Τελεσίνου ἄρχοντος, ἐκυάμευσαν τοὺς ἐννέα ἄρχοντας κατὰ φυλὰς ἐκ
τῶν προκριθέντων ὑπὸ τῶν δήμων πεντακοσίων, τότε μετὰ τὴν τυραννίδα πρῶτον. οἱ δὲ πρότεροι
πάντες ἦσαν αἱρετοί.”
“L’anno immediatamente successivo, sotto l’arcontato di Telesino, gli arconti furono sorteggiati,
uno per tribù, da una lista di cinquecento nomi proposti dai demi, e ciò avvenne allora per la prima
volta dopo la tirannide: in precedenza gli arconti venivano tutti eletti.”
Non si sorteggiò più a caso ma fra chi aveva una qualche competenza. Questa è una riforma che si
deve a Temistocle. Conseguenza di tutto ciò, è che gli arconti divennero mento importanti e la
“strategia” assunse sempre più importanza (essendo possibile reiterare il suo mandato). Altra cosa
che fece è la legge navale, proposta nel 483-2 a.C. In questo stesso anno, si scoprì un nuovo filone
di argento nel Laurio (una zona dell’Attica meridionale, la zona per eccellenza delle minieri). Le
miniere erano evidentemente del demanio (quando si scopriva una “vena” di metallo, la si estraeva
per venderla o battere monete). Come usare tuttavia il ricavato dalla vendita d’argento? Ad Atene,
scoperto questo filone, Temistocle propose di investire questi soldi per la costruzione di una flotta.
Erodoto dice che vennero fatte 200 triremi. L’Alcmeonide Aristide,, rivale di Temistocle, venne
ostracizzato.
7/11/’23 h: 11 – 13
Siamo rimasti con Temistocle, che emerge sulla scena politica ateniese. Abbiamo visto che è
membro di una famiglia, non molto in vista, che si scontra con la potente famiglia degli Alcmeonidi
(con Aristide). L’oggetto della discussione è lo sfruttamento dei soldi ricavati dalla vendita
d’argento. Temistocle convinse il popolo ateniese ad usare questi soldi per la costruzione di una
flotta e sappiamo da Tucidide:
“ὀλίγον τε πρὸ τῶν Μηδικῶν καὶ τοῦ Δαρείου θανάτου, ὃς μετὰ Καμβύσην Περσῶν ἐβασίλευσε,
τριήρεις περί τε Σικελίαν τοῖς τυράννοις ἐς πλῆθος ἐγένοντο καὶ Κερκυραίοις […]. Αἰγινῆται γὰρ καὶ
Ἀθηναῖοι, καὶ εἴ τινες ἄλλοι, βραχέα ἐκέκτηντο, καὶ τούτων τὰ πολλὰ πεντηκοντόρους· ὀψέ τε ἀφ' οὗ
Ἀθηναίους Θεμιστοκλῆς ἔπεισεν Αἰγινήταις πολεμοῦντας, καὶ ἅμα τοῦ βαρβάρου προσδοκίμου ὄντος,
τὰς ναῦς ποιήσασθαι αἷσπερ καὶ ἐναυμάχησαν.”
“Poco prima delle Guerre Persiane e della morte di Dario, re dei Persiani dopo Cambise, i tiranni di
Sicilia217 e i Corciresi ebbero triremi in gran numero […], Egineti e Ateniesi, e forse qualche altra
città avevano invece poche navi, per lo più penteconteri (navi a cinquanta remi): solo più tardi
Temistocle riuscì a persuadere gli Ateniesi, in guerra contro gli Egineti – anche in previsione
dell’arrivo dei barbari – a costruire navi, con le quali ebbero poi a combattere.”
Da Tucidide vediamo quali fossero i rivali marittimi di Atene, di Egina sappiamo già che aveva una
propria storia marittima in quanto isola (anche le monete locali, recano l’incisione di una tartaruga).
Temistocle non costruisce difatto una flotta soltanto perché c’era una guerra con gli Egineti ma
perché aveva una visione lungimirante: non costruì una flotta soltanto per un evento specifico
(Egineti o ritorno dei Persiani) ma capì che Atene, senza flotta, sarebbe rimasta sempre in una
posizione marginale. Lo pseudo-Aristotele ci dice:
“ἔτει δὲ τρίτῳ μετὰ ταῦτα Νικοδήμου ἄρχοντος, ὡς ἐφάνη τὰ μέταλλα τὰ ἐν Μαρωνείᾳ, καὶ
περιεγένετο τῇ πόλει τάλαντα ἑκατὸν ἐκ τῶν ἔργων, συμβουλευόντων τινῶν τῷ δήμῳ διανείμασθαι τὸ
ἀργύριον, Θεμιστοκλῆς ἐκώλυσεν, οὐ λέγων ὅ τι χρήσεται τοῖς χρήμασιν, ἀλλὰ δανεῖσαι κελεύων τοῖς
πλουσιωτάτοις Ἀθηναίων ἑκατὸν ἑκάστῳ τάλαντον, εἶτ' ἐὰν μὲν ἀρέσκῃ τὸ ἀνάλωμα, τῆς πόλεως
εἶναι τὴν δαπάνην, εἰ δὲ μή, κομίσασθαι τὰ χρήματα παρὰ τῶν δανεισαμένων. λαβὼν δ' ἐπὶ τούτοις
ἐναυπηγήσατο τριήρεις ἑκατόν, ἑκάστου ναυπηγουμένου τῶν ἑκατὸν μίαν, αἷς ἐναυμάχησαν ἐν
Σαλαμῖνι πρὸς τοὺς βαρβάρους. ὠστρακίσθη δ' ἐν τούτοις τοῖς καιροῖς Ἀριστείδης ὁ Λυσιμάχου.”
“sotto l’arcontato di Nicodemo218, come furono scoperte le miniere di Maronea219 e dal loro
sfruttamento alla città venne un guadagno di cento talenti, mentre alcuni consigliavano di ripartire
l’argento fra il popolo, Temistocle si oppose: senza dire a che cosa sarebbe servito il denaro,
propose di assegnare un talento a ciascuno degli Ateniesi più ricchi. Poi, se l’impiego del denaro
fosse piaciuto, la spesa sarebbe stata a carico della città, in caso contrario il denaro poteva essere
chiesto indietro agli assegnatari. Ricevuto il denaro a queste condizioni, costruì cento triremi,
ognuna a spese di uno dei cento cittadini; e con esse gli Ateniesi combatterono a Salamina contro i
barbari. In questa circostanza fu ostracizzato Aristide, figlio di Lisimaco.
217
Ma più nello specifico, Siracusa.
218
Circa 483-2 a.C.
219
Zona dell’Attica meridionale, presso il Laurio.
In poche righe, lo Pseudo-Aristotele delinea la figura di Temistocle come genio politico e i suoi
stratagemmi usati per i suoi fini (ma potrebbero anche essere non veri). Nell’ultima parte, capiamo
che non tutti erano faavorevoli all’idea di Temistocle e fra questi appunto Aristide figlio di
Lisimaco l’Alcmeonide. Tuttavia, vincendo la pozizione di Temistocle, quest’ultimo riuscì a porre
Aristide in minoranza e toglierlo dalla scena politica. Questa vicenda viene raccontata anche da
Erodoto:
“Un’altra volta, in tempi precedenti, l’opinione di Temistocle aveva prevalso, quando alle grandi
ricchezze che già affluivano nel pubblico tesoro di Atene si erano aggiunti i proventi delle miniere
del Laurio220. I cittadini si accingevano a riceverne ciascuno la propria parte della misura di 10
dracme a testa. In quell’occasione, Temistocle aveva persuaso gli Ateniesi a rinunciare a spartirsi
il denaro e a costruire con esso 200 navi per la guerra, intendendo la guerra contro gli Egineti. Lo
scoppio di questo conflitto finì per segnare la salvezza della Grecia, giacché costrinse221 gli
Ateniesi a farsi marinai. Le navi non servirono poi allo scopo per cui vennero fatte costruire ma
risultarono pronte al momento opportuno alla Grecia. Erano, insomma, disponibili queste navi
costruite già prima degli Ateniesi ma bisognava allestirne altre. Gli Ateniesi, riuniti in assemblea
dopo responso, decisero di sostenere l’urto del barbaro invasore con la flotta, obbendendo al dio,
tutti uniti con i Greci disposti a seguirli.”
(Erodoto, Storie)
Nell’immagine possiamo vedere un esempio di trireme greco-antica. Tutte le 200 navi, per numero
di rematori, ammontavano ad un totale di 34 000 uomini. Abbiamo visto, quindi, l’umore ad Atene
dopo la vittoria di Maratona: il senso di esaltazione colpì tanto le masse quanto i singoli individui.
Abbiamo visto, poi, che oltre alle reazioni emotive, gli Ateniesi si attrezzarono nel pratico di una
flotta multifunzionale. Se la I spedizione persiana si pone come una spedizione “punitiva”
(prevalentemente), nella II i Persiani accumularono altro risentimento verso gli Ateniesi, ritenuti
colpevoli non solo di aver distrutto Sardi ma anche di averli sconfitti a Maratona. Dario, che
s’impegnò per riarmarsi, mentre si stava accingendo a partire, fra il 483 e il 486 a.C. scoppiarono
due rivolte a Babilonia e in Egitto, motivo per cui venne accantonata l’impresa. Dario preferì
mantenere unito l’impero che focalizzarsi sulla propria rivincita (anche perché poi Babilonia era il
cuore dell’Impero e l’Egitto era una risorsa assai importante). Sistemate le questioni, nel 486 a.C.
Dario morì.
220
Da notare come Erodoto parli di Laurio, mentre invece Tucidide di un luogo preciso presso il Laurio. Quindi le fonti
parlano di uno stesso argomento ma danno dettagli diversi da mettere a sistema.
221
Erodoto non è molto in linea con la politica di Temistocle.
“Come la notizia della battaglia avvenuta a Maratona giunse al re Dario, figlio di Istapse, già da
prima profondamente adirato con gli Ateniesi per l’attacco di Sardi, allora ancora più terribile fu
la sua collera e ancora di più si affrettava a marciare contro la Grecia. E subito, inviando
messaggeri per le città, annunciava di preparare un esercito, ordinando a ciascun popolo molto di
più di quanto avevano messo a disposizione in precedenza, sia navi, sia cavalli, viveri e navi. A
questi annunci, per tre anni l’Asia fu sconvolta e gli aristocratici222 erano tutti mobilitati in vista
della spedizione contro la Grecia ed erano pronti, Ma al quarto anno (487) gli Egizi, che erano
stati asserviti da Cambise, si ribellarono ai Persiani; allora ancora di più si dava da fare per
realizzare una spedizione contro entrambi. Mentre Dario si preparava a muovere contro l’Egitto e
contro Atene, fra i suoi figli sorse una contesa per il potere, in quanto bisognava che egli facesse le
spedizione dopo aver indicato il suo successore, secondo l’usanza persiana […]. Designato ai
Persiani Serse come re, Dario si apprestava a fare la spedizione, ma l’anno successivo a questi
fatti e alla rivolta dell’Egitto (486) accadde che lo stesso Dario, mentre era intento ai preparativi
morisse, dopo aver regnato in tutto trentatré anni, senza che gli fosse concesso di vendicarsi né
degli Egizi ribelli né degli Ateniesi. Morto Dario il regno passò a Serse.”
Serse, oltre ad aver ereditato un grande regno, acquisì dal padre anche una serie di problematiche
(come quella di sistemare varie vendette). Serse riuscì a sedare la rivolta in Egitto solamente nel
484 a.C. L’impero persiano era un impero estremamente problematico, sia per la gestione dei popoli
al suo interno (tipico di una qualsiasi nazione multietnica) sia per le lotte dinastiche (se ci sono
problemi a definire un erede, significa che l’eredità non passava secondo la legge del primogenito).
Sistemata la questione egiziana, si rivolse ad Atene ed iniziò a preparare il tutto. Serse volle
“esagerare” e nel 483 a.C. iniziò a fare una serie di preparativi. Il suo piano d’invasione, com’era
stato agli inizi della I invasione, consisteva nell’invasione del Nord. Iniziò quindi il suo progetto
megalomane, ossia quello di scavare un canale attraverso il promontorio del Monte Athos.
Iniziarono anche una serie di costruzioni d’impianti ed infrastrutture in Tracia (l’attenzione è rivolta
ai traffici eventuali che ci potevano essere dalla Persia fino ad Atene/Grecia attraverso il Nord). Nel
481 a.C., fra queste imprese “stravaganti” e “iperboliche”, si registra la costruzione di un ponte di
barche sull’Ellesponto: anziché fare l’attraversata per mare, si preferì mettere le navi una di fianco
all’altra come se fosse appunto un ponte di legno (a mò di camminatoio). Un progetto assurdo e
dispendioso. Oltre a ciò, vengono chiamati a raccolta tutti gli uomini idonei alla guerra. Secondo
Erodoto, si calcola 1 milione di fanti (un numero chiaramente impossibile), 80 000 cavalieri (i
cavalli inoltre potevano essere anche più di uno), 1200 triremi (flotta): per terra e per mare, Serse si
muoveva come se dovesse conquistare tutto il Mediterraneo. Secondo la storiografia moderna,
questi numeri sono chiaramente esagerati. Sono risorse “esagerate” per l’impresa che si voleva
compiere:
“Dal momento della conquista dell’Egitto, per quattro anni interi, [Serse] preparava un esercito e
quanto necessitava all’esercito e verso la fine del quinto si pose al comando di un’armata di grandi
proporzioni. Infatti, di tutte le spedizioni che conosciamo, questa fu di gran lunga la più grande …
Quale popolo infatti Serse non condusse dall’Asia contro la Grecia? Quale corso d’acqua potabile
non fu prosciugato, tranne quello dei grandi fiumi? E gli uni fornirono navi, altri furono schierati
per l’esercito di terra, a questi fu ordinato di fornire cavalli, e al tempo stesso di partecipare alla
spedizione, ad altri ancora di preparare grandi navi per i ponti, ad altri infine viveri e navi.”
222
Che avrebbero guidato le truppe e gestire le risorse nelle varie satrapie.
“E in primo luogo, dal momento che i primi che avevano circumnavigato l’Athos avevano subìto un
disastro223, per tre anni faceva preparativi soprattutto sull’Athos. A Elaiunte, nel Chersonneso,
stavano infatti all’ormeggio delle triremi e muovendo da là uomini di ogni stirpe che partecipavano
alla spedizione, scavavano sotto il pungolo della frusta e alternandosi in turni successivi. E
scavavano anche quelli che abitavano intorno all’Athos. Bubare, figlio di Megabazo, e Artace,
figlio di Arteo, uomini persiani, sovrintendevano all’opera.”
Stiamo parlando di lavori forzati per un’impresa titanica. Nel momento in cui, delle truppe persiane
erano stanziate in Calcide – dove erano localizzate anche delle colonie greche -, chiaramente la cosa
non sfuggì ai Greci. Questo dispiego di mezzi era soprattutto una guerra psicologica. Ammessa
l’ipotesi che Erodoto avrebbe esagerato e data una visione esasperata dell’intera vicenda,
sicuramente era perché voleva “esaltare la civiltà greca”. Erodoto scrisse la sua opera dopo quanto
accadde e l’intento era di dire: “Nonostante le imprese colossali dei Persiani, noi Greci siamo
riusciti a sconfiggerli”. Vengono rimandati nuovamente, per ordine di Serse, degli ambasciatori a
tutte le città greche nel 481 a.C:
“Giunto a Sardi, (Serse), in primo luogo mandava araldi in Grecia per chiedere terra e acqua ed
avvertire di preparare banchetti per il Re e, tranne che ad Atene e a Sparta, in ogni altra zona
mandava per la seconda volta a chiedere terra e acqua, perché credeva che quanti prima non
l’avevano concessa a Dario quando aveva inviato i suoi messi a chiederle, costoro ora, intimoriti,
le avrebbero concesse; volendo dunque sapere questo con esattezza, inviava araldi. Fra coloro che
le avevano concesse vi furono Tessali, Dolopi, Eniani224, Parrebi, Locresi, Magneti, Maliesi, Achei
della Ftiotide, Tebani e gli altri Beoti, tranne Tespiesi e Plateesi. Ad Atene e a Sparta Serse non
mandò messaggeri per la richiesta della terra, per questa ragione, perché, avendoli mandati Dario
in precedenza per questa stessa ragione, gli uni avevano gettato i richiedenti nel baratro e gli altri,
gettandoli in un pozzo, li invitavano a portare al re terra e acqua da lì.”
È evidente che i Persiani volevano portar guerra contro tutti (non era più “punire” gli Ateniesi ma
“conquistare” la Grecia). Serse pensava a Sparta e Atene come le due più grandi poleis del
continente greco. Nel 481 a.C., d’altra parte, cominciarono a prepararsi militarmente anche i Greci e
si inviano internamente gli ambasciatori. Sempre in quell’anno i rappresentanti delle città greche si
riunirono a Corinto, città facilmente raggiungibile più o meno da tutti. Nasce così la συμμαχία
(un’alleanza militare) e venne fatta espressamente per bloccare l’avanzata persiana (si chiama anche
“Lega Ellenica”) ed è un evento molto importante per la storia greco-antica.
Le poleis greche che parteciparono a quest’allenza, per esempio, furono Atene ed Egina
(storicamente rivali). Vennero richiamati tutti gli ostracizzati (soprattutto ad Atene) e venne giurata
severa punizione per chi si sarebbe passato dalla parte dei Persiani. Il comando delle truppe di terra
venne dato a Sparta (si riconosce il primato della città dorica). Si pensa che circa 30 stati firmarono
il patto di partecipazione ma non sappiamo veramente quanti furono. Riconosciamo comunque:
223
La spedizione di Mardonio del 492.
224
I Perieci dei Tessali (tranne Locresi). La regione della Grecia Centrale è persa. Tespi e Platea sono due città della
Beozia ma, mentre in Tessaglia tutti sono compatti ad essere filo-persiani, in Beozia ognuno va per la tangente propria.
Il Koinon della Beozia prese partiti diversi.
a) Ἀθῆναι
b) Σπάρτη
c) Κόρινθος
d) Αἴγινα
e) Εὔβοια (alcune città dell’isola)
f) Θεσπιαί
g) Πλάταια
I Tessali, apertamente favorevoli ai Persiani, erano guidati dalla dinastia degli Alevadi (non molto
studiata). La “προξενία” è il risvolto civico della “ξενία”: una città dava ad un cittadino di un’altra
città il compito di rappresentare i cittadini della città che gli avevano offerto la “προξενία”. È
importante, perché quando uno straniero andava in una città e veniva chiamato nelle corti dei
tribunali, non poteva essere rappresentato in quanto straniero (il “proxenos” riceveva tanti oneri ma
anche onori, una sorta di “ambasciatore”227).
I Tessali, oltre ad avere amicizie importanti fra gli aristocratici greci e i Persiani (il ritorno dei
Pisistratidi venne accompagnato da un gruppo di cavalieri tessali), avevano un ruolo di primaria
importanza nell’oracolo di Delfi. L’oracolo di Delfi era protetta dall’Anfizionia delfica, gestita dai
Tessali e dai loro Perieci. È ovvio che l’oracolo rispondeva alle direttive dei superiori. L’oracolo
delfico cercava di attirare a sé un numero di poleis filopersiane o neutre.
Il sinereo delfico (il consiglio) era composta da 12 membri ed ognuno di essi godeva di 2 voti:
In genere, si votava quando si sapeva di vincere. In effetti, Filippo II di Macedonia divenne il leader
della Grecia perché si fece “tago” dei Tessali, cioè entrò nell’Anfizionia delfica e venne ritenuto
“greco” (tago era l’arconte tessalo). Avere il controllo dell’Anfizionia delfica, significava avere il
controllo di Delfi ma anche una forte ingerenza politica su tutta la Grecia intera. Il mondo greco, ad
ogni modo, era estremamente diviso:
225
Ma probabilmente erano filopersiani.
226
I Cretesi erano noti nell’antichità per la loro indisponibilità e per il loro non voler immischiarsi negli affari pubblici
(ritenevano vantaggioso per loro).
227
Questa pratica era molto limitata e i cittadini che godevano di questo beneficio erano veramente pochi (fra la fine
dell’età arcaica e l’inizio di quella classica).
“ Ἡ δὲ στρατηλασίη ἡ βασιλέος οὔνομα μὲν εἶχε ὡς ἐπ' Ἀθήνας ἐλαύνει, κατίετο δὲ ἐς πᾶσαν τὴν
Ἑλλάδα. Πυνθανόμενοι δὲ ταῦτα πρὸ πολλοῦ οἱ Ἕλληνες οὐκ ἐν ὁμοίῳ πάντες ἐποιεῦντο· οἱ μὲν γὰρ
αὐτῶν δόντες γῆν ‹τε› καὶ ὕδωρ τῷ Πέρσῃ εἶχον θάρσος ὡς οὐδὲν πεισόμενοι ἄχαρι πρὸς τοῦ
βαρβάρου· οἱ δὲ οὐ δόντες ἐν δείματι μεγάλῳ κατέστασαν, ἅτε οὔτε νεῶν ἐουσέων ἐν τῇ Ἑλλάδι
ἀριθμὸν ἀξιομάχων δέκεσθαι τὸν ἐπιόντα, οὔτε βουλομένων τῶν πολλῶν ἀντάπτεσθαι τοῦ πολέμου,
μηδιζόντων δὲ προθύμως.”
“La spedizione del re si diceva si dirigesse contro Atene, ma in realtà andava contro tutta la Grecia.
Saputo ciò da molto tempo, i Greci non si comportavano tutti allo stesso modo. Quanti di loro
avevano dato terra e acqua al Persiano confidavano di non dover patire nulla dal barbaro, ma quelli
che non l’avevano data erano in grande panico, sia perché non c’erano in Grecia navi in numero
sufficiente per fare fronte all’invasore, sia perché molti non volevano partecipare alla guerra e
stavano dalla parte dei Medi.”
(Erodoto, Lib. VII, 138 Storie)
“Συλλεγομένων δὲ ἐς τὠυτὸ τῶν Ἑλλήνων τῶν περὶ τὴν Ἑλλάδα τὰ ἀμείνω φρονεόντων καὶ διδόντων
σφίσι λόγον καὶ πίστιν, ἐνθαῦτα ἐδόκεε βουλευομένοισι αὐτοῖσι πρῶτον μὲν χρημάτων πάντων
καταλλάσσεσθαι τάς τε ἔχθρας καὶ τοὺς κατ' ἀλλήλους ἐόντας πολέμους· ἦσαν δὲ πρός τινας καὶ
ἄλλους ἐγκεχ‹ει›ρημένοι, ὁ δὲ ὦν μέγιστος Ἀθηναίοισί τε καὶ Αἰγινήτῃσι. Μετὰ δέ, πυνθανόμενοι
Ξέρξην σὺν τῷ στρατῷ εἶναι ἐν Σάρδισι, ἐβουλεύσαντο κατασκόπους πέμπειν ἐς τὴν Ἀσίην τῶν
βασιλέος πρηγμάτων, ἐς Ἄργος τε ἀγγέλους ὁμαιχμίην συνθησομένους πρὸς τὸν Πέρσην, καὶ ἐς
Σικελίην ἄλλους πέμπειν παρὰ Γέλωνα τὸν Δεινομένεος ἔς τε Κέρκυραν κελεύσοντας βοηθέειν τῇ
Ἑλλάδι, καὶ ἐς Κρήτην ἄλλους, φρονήσαντες εἴ κως ἕν τε γένοιτο τὸ Ἑλληνικὸν καὶ [εἰ] συγκύψαντες
τὠυτὸ πρήσσοιεν πάντες, ὡς δεινῶν ἐπιόντων ὁμοίως πᾶσι Ἕλλησι.”
“Riunitisi in uno stesso luogo, I Greci che erano animati verso la Grecia dei propositi migliori,
consultandosi fra di loro e scambiandosi promesse, decisero allora prima di tutto di deporre le
ostilità e le guerre in atto fra loro e soprattutto la più importante, quella fra Ateniesi ed Egineti. Poi,
saputo che Serse con l’esercito era a Sardi, decisero di mandare esploratori in Asia per conoscere i
fatti del re e ad Argo ambasciatori per concludere un’alleanza contro il Persiano e altri ne
mandarono in Sicilia da Gelone, figlio di Dinomene e altri a Creta, per vedere se mai tutti gli Elleni
si unissero, se tutti di comune accordo volessero agire allo stesso modo, dal momento che pericoli
tremendi si avvicinavano per tutti i Greci senza distinzione.”
(Erodoto, Lib. VII, 145 Storie)
Nel 480 a.C. l’esercito persiano attraversò il ponte di barca e la Tracia. Arriva in Macedonia ed era
chiaro che si stesse dirigendo verso il sud. Inoltre la Tessaglia e la Beozia erano un’anticamera per
l’Attica. I Greci alleati si organizzano e li attendono alle Termopili, in quanto era il punto più
facilmente raggiungibile. Quello che succede è uno scontro che ha raggiunto i livelli di fama
insormontabili. I Greci sono riusciti a racimolare circa 7000 uomini, 300 dei quali appunto Spartiati
(addirittura poco meno di tutti gli Ateniesi e Plateesi a Maratona). Le 270 triremi greche, in gran
parte sono tuttavia ateniesi. Le navi vengono stazionate a Capo Artemisio.
Alle Termopili, gli Spartani registrano un’incredibile forza di resistenza, volta soprattutto ad
arrestare l’avanzata persiana. Comandante degli Spartani è Leonida. Dopo aver sbaragliato
l’esercito greco, i Persiani avanzarono sempre verso sud: ma dovevano anche attraversare territori
come Platea e Tiespi (che vennero appunto rase al suolo). La Focide, l’area del tempio di Delfi,
venne abbattuta e tutti i templi vennero distrutti (tranne quello di Delfi, perché era filopersiana).
Ad Atene intanto serpeggiava il panico. Temistocle emerse di nuovo come leader politico
lungimirante e convinse tutta la popolazione che egli, tempo prima, avesse ricevuto un oracolo da
Delfi che diceva di “rifugiarsi nelle mura di legno”. Quindi, convinse che tutta la popolazione
(donne,anziane e bambini) a trasferirsi sia ad Egina che a Salamina (le due isole antistanti al porto
del Pireo). Si tratta di un’evacuazione generale e quindi, una volta arrivati i Persiani, trovarono una
città deserta. Quest’ultimi misero a ferro e fuoco tutta la città.
La flotta persiana, intanto, aveva circumnavigato l’Attica e si scontrò a Salamina (quell’isola presso
Egina). In questo spazio assai angusto, composto anche da rocce aguzze, c’erano poche possibilità
di manovra. Gli Ateniesi si scontrarono a Salamina in quanto erano marinai del posto (conoscevano
il golfo di Saronico) e chi non conosceva il posto, si rischiava di far affondare la nave prima del
dovuto. In tutto ciò, la popolazione ateniese assistette allo scontro (quindi il pathos e il grande
coinvolgimento emotivo è assolutamente percepibile se si conosce la geografia del luogo). La flotta
persiana retrocede e il generale Mardonio andò a svernare in Tessaglia. A quel punto, nell’attesa del
bel tempo, cominciarono alcune trattative.
“Nella zona in cui si trovava Mardonio in persona, che combatteva dall’alto di un cavallo bianco e
aveva attorno a sé una schiera dei mille più valorosi Persiani. Lì soprattutto incalzavano gli
avversari228. Fin quando Mardonio rimase in vita, essi resistettero e difendendosi abbatterono
molti Spartani. Ma come Mardonio morì e il gruppo schierato intorno a lui, che era il più forte,
cadde, allora anche gli altri si volsero in fuga e cedettero agli Spartani (…). Allora, secondo
l’oracolo la pena per l’uccisione di Leonida venne pagata agli Spartani da Mardonio, e Pausania,
figlio di Cleombroto, figlio di Anassandrida, conquistò la più bella delle vittorie che noi
conosciamo. (…) A Platea i Persiani, non appena furono messi in fuga dai Lacedemoni, fuggirono
senza alcun ordine verso il loro accampamento.”
(Erodoto, Lib. IX, 63-5 Storie)
C’è una vittoria spartana guidata dal re Pausania (della famiglia degli Agiadi).
“Pausania ordinò con un bando che nessuno toccasse la preda e comandò agli iloti di raccogliere
ogni cosa. Ed essi sparsisi per il campo, trovarono tende adorne d’oro e d’argento e letti dorati e
argentati e crateri d’oro e coppe e altre tazze; sui carri trovarono anche sacchi, dentro i quali si
vide che c’erano lebeti d’oro e d’argento; spogliarono i cadaveri di collane e braccialetti e delle
scimitarre, che erano d’oro, poiché delle vesti ricamate non si fece alcun conto (…) Dopo aver
raccolto tutto il bottino e averne tolta per il dio di Delfi la decima, con la quale fu dedicato il
tripode d’oro che è stato collocato sopra il serpente a tre teste vicinissimo all’altare, e un’altra per
il dio di Olimpia, con la quale dedicarono uno Zeus di bronzo di dieci cubiti, e una per il dio
dell’Istmo, dalla quale fu fatto un Poseidone di bronzo di sette cubiti; dopo aver fatto tutte queste
detrazioni, tutto il resto lo divisero e ricevettero, ciascuno di quelli che lo meritavano, le concubine
dei Persiani e l’oro e l’argento e altri oggetti preziosi e bestie da soma. Nessuno dice quanti doni
furono scelti per coloro che a Platea erano stati valorosi; credo però che anche a loro siano stati
dati. Per Pausania furono riservate di ogni cosa dieci esemplari, cavalli, talenti, cammelli e così
anche per tutto il resto.” (Lib. IX, 80-1)
228
Gli Ateniesi avevano capito che se cadeva Mardonio, l’esercito sarebbe stato allo sbando.
“Se si prosegue oltre l’ingresso del buleuterion si trova uno Zeus, senza alcuna iscrizione e ancora,
se ci si volge a nord, vi è una statua di Zeus. Questa è rivolta a oriente e la dedicarono i Greci che
combatterono a Platea contro Mardonio e i Medi. Sulla base, nel lato destro, sono iscritti i nomi
delle città che presero parte all’impresa: per primi i Lacedemoni seguiti dagli Ateniesi, al terzo e al
quarto posto sono iscritti i Corinzi e i Sicioni e al quinto gli Egineti; dopo gli Egineti, i Megaresi e
gli Epidauri; tra gli Arcadi i Tegeati e gli Orcomeni e poi gli abitanti di Fliunte, Trezene ed
Ermione; dall’Argolide i Tirinzi; tra i Beoti i soli Platesi e fra gli Argivi gli abitanti di Micene; tra
gli isolani i Cei e i Meli; gli Ambracioti della terraferma della Tesprozia; i Teni e i Lepreati - i
Lepreati unici tra gli abitanti della Trifilia - dall’Egeo e dalle Cicladi non solo i Teni, ma anche
Nassi e Citni; dall’Eubea gli Stiri e poi gli Elei i Potideati e gli Anactori ed infine i Calcidesi
dell’Euripo.”
(Pausania, Lib. V, 23, 1-3 Guida della Grecia)
L’ordine non corrisponde fatta eccezione per le prime 3 posizioni: Lacedemoni, Ateniesi e Corinzi
erano inevitabilmente i membri più importanti della guerra. Per quanto riguarda invece il fronte
orientale:
“Nello stesso giorno in cui avvenne la disfatta di Platea si verificò anche quella di Micale, nella
Ionia. Mentre infatti i Greci, quelli che vi erano giunti con la flotta insieme allo spartano
Leotichida, si trattenevano a Delo, giunsero presso di loro da Samo in qualità di ambasciatori,
Lampone figlio di Trasicle, Atenagora figlio di Archestrato ed Egesistrato figlio di Aristagora,
inviati dai Sami di nascosto dai Persiani e dal tiranno Teomestore, figlio di Androdamante, che i
Persiani avevano istallato come tiranno a Samo. Dopo che si furono presentati agli strateghi, fu
Egesistrato a parlare, a lungo e variamente, dicendo che gli Ioni, se solo li avessero visti, si
sarebbero ribellati ai Persiani e che i barbari non avrebbero opposto resistenza. … Invocando gli
dei comuni li esortavano a liberare uomini greci dalla schiavitù e a scacciare il barbaro.”
Infine:
“I Sami, che partecipavano allo scontro e che erano nel campo dei Medi, come videro fin da subito
che la battaglia era incerta, fecero quanto potevano per portare aiuto ai Greci. Gli altri Ioni, che
avevano visto i Sami prendere l’iniziativa, si ribellarono anch’essi ai Persiani. (…) Così, per la
seconda volta la Ionia si ribellò ai Persiani.”
(Erodoto, Lib. IX, 103-4 Storie)
Nel 470 a.C. Temistocle venne ostracizzato e accusato di medismo ma trovò rifugio proprio in
Persia. Pausania, invece, venne ad un certo punto accusato di farsi tiranno e per scampare a
quest’accusa venne rinchiuso all’interno delle mura del santuario di Atena (nell’acropoli di Sparta).
Tutto quello che venne distrutto dai Persiani, una volta finita la guerra, venne usato in maniere
diverse:
1) Veniva seppelito in una “tomba”, ossia la colmata persiana.
2) Rimpiego per costruire le mura dell’acropoli.
Riusare gli elementi della vecchia città seguiva una logica pratica ma anche moraleggiante:
ricordare agli Ateniesi che erano giunti i Persiani e sono stati sconfitti (un memoriale bellico, quasi
più potente di quelli innalzati ad Olimpia e a Delfi).
“Pisistrato, come si è detto, gestiva gli affari della città con moderazione e più alla maniera di un
cittadino che di un tiranno; in generale, infatti, era benevolo, mite e comprensivo verso coloro che
commettevano errori, ed in particolare prestava denaro ai poveri per finanziare i loro lavori, in
modo che si guadagnassero da vivere coltivando la terra. Si comportava così per due ragioni:
perché essi trascorressero il tempo non in città, ma sparsi per la campagna, e perché una volta
divenuti moderatamente benestanti e dediti ai loro affari privati, non desiderassero e non avessero
tempo per occuparsi di quelli pubblici. Ciò determinava, al tempo stesso, che le sue entrate si
accrescessero, perché la terra veniva coltivata ed egli riscuoteva la decima sui suoi prodotti.
Perciò istituì anche i giudici dei demi, ed egli stesso si recava spesso in campagna per ispezionare
e riconciliare coloro che avevano qualche disputa, di modo che non trascurassero il lavoro
scendendo in città. […] E neppure sotto altri aspetti molestò il popolo durante il suo governo, ma
anzi assicurò sempre la pace e mantenne la tranquillità. Per questo veniva spesso ripetuto il detto
che la tirannide di Pisistrato era l’età di Crono: ed in effetti solo in seguito, quando gli successero i
figli, il governo diventò molto più duro. La cosa più importante fra tutte quelle che si raccontavano
intorno a lui era il suo comportamento benevolo e favorevole al popolo. In linea generale, infatti,
voleva amministrare tutto nel rispetto delle leggi, senza concedere a se stesso alcun vantaggio; ed
una volta accadde che, citato in giudizio davanti all’Areopago con l’accusa di omicidio, egli stesso
si presentò per difendersi, mentre l’accusatore si impaurì e rinunciò all’accusa. Fu anche per
questo motivo che conservò il potere per tanto tempo e riuscì a riconquistarlo con facilità dopo
essere stato cacciato.”