Tosco
Tosco
INTRODUZIONE
La nozione odierna di paesaggio è un prodotto caratteristico della cultura occidentale, che vanta alle spalle
una lunga storia.
Convenzione europea del paesaggio (20 ottobre 2000): "Il termine paesaggio designa una determinata parte
di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o
umani e dalle loro interrelazioni" —> idea di un "carattere" di paesaggio derivato dall’azione di forze
naturali integrate (eventualmente) con quelle umane.
Il tema è stato affrontato di recente a livello legislativo nel nuovo Codice dei beni culturali e del paesaggio
emanato nel gennaio 2004: secondo il Codice, il patrimonio culturale della nazione risulta costituito non solo
dai monumenti, ma dall’insieme dei beni culturali e paesaggistici.
La recente Riforma del Titolo V della Costituzione, ha introdotto inoltre la distinzione tra tutela dei beni
culturali ( che compete esclusivamente allo Stato), e la loro valorizzazione (materia concorrente tra Stato e
regioni).
La legislazione recente invita a considerare il paesaggio in modo dilatato, come incontro tra la storia e i
luoghi, come prodotto di culture che vivono nel tempo e operano nello spazio.
Tema del libro è quindi ricostruire la storia di un’idea per comprenderne meglio i significati.
Si seguirà quindi una traccia cronologica, senza pretendere completezza sistematica.
3 saranno le discipline protagoniste di questo testo: estetica, geografia e storiografia.
Il lavoro non vuole essere una monografia sul paesaggio, ma un tentativo di tracciare un percorso di metodo:
il paesaggio come sedimento di storia e come spazio di ricerca storiografica. Su questo campo si misurano
oggi discipline diverse, suscitando dibattiti, eclettismi metodologici e conflitti di competenze. Il paesaggio è
uno spazio di confronto.
Polisemia del termine "paesaggio" < indica sia la rappresentazione dell’oggetto (—> il paesaggio è una
rappresentazione elaborata a livello individuale), sia l’oggetto stesso (—> il paesaggio è un sistema
territoriale, il carattere di una regione dotata dotata di qualità morfologiche e ambientali.
Es: la Pineta di Ravenna —> serie di 4 tavole della scuola di Botticelli (dipinte del 1483) che illustravano lo
svolgimento narrativo di una novella del Decameron, le cui scene vennero collocate nell’ambiente naturale
—> le visioni soggettive di pittori e letterati avevano sedimentato, nel corso del tempo, un’immagine di
paesaggio.
Corrado Ricci, all’epoca soprintendente ai monumenti di Ravenna, denunciava il pericolo opponendosi al
degrado "delle cose d’arte e di natura, che fanno nella e famosa la nostra patria" < oltre alla Pineta di
Ravenna erano minacciate anche le Mura di Lucca (il municipio voleva aprirvi una breccia per migliorare la
circolazione) e la Cascata delle Marmore (che volevano essere prosciugate per deviare le acque del fiume
Velino).
Nel 1909 Luigi Rava, ministro della Pubblica Istruzione, promuove una nuova legge "Per le antichità e le
belle arti", dopo un lungo dibattito parlamentare che vedrà prevalere l’idea del bene collettivo sull’interesse
dei privati e le libertà di mercato.
Nel lessico latino e greco non esisteva un termine corrispondente al nostro "paesaggio", ma diverse
espressioni linguistiche richiamavano la percezione soggettiva del territorio, con le sue caratteristiche
ambientali e i valori estetici correlati.
Il tema dei giardini: riferimento importante per la riflessione sul rapporto tra l’uomo e gli spazi naturali.
L’arte di progettare i giardini è chiamata topiaria opera: esso era quindi un giardino dove crescevano piante
rampicanti, avvolte su graticci e porticati, uno spazio allestito dall’uomo dove l’arte e la natura si
incontravano armonicamente.
Accanto alle immagini che illustravano giardini, si moltiplicavano le rappresentazioni panoramiche di spazi
liberi.
nell’età imperiale l’aspetto formale dei luoghi era comunemente indicato con l’espressione facies locorum.
Il legame tra la pittura e ciò che noi definiamo "paesaggio" si delineava quindi con chiarezza nella letteratura
dell’età imperiale. Le sensazioni comunicate dagli autori classici formavano un’eredità culturale che verrà
ripresa nel tardo medioevo e nel primo rinascimento.
La percezione di una natura amica, favorevole ad accogliere gli insediamenti umani, si condensava nel tea
del locus amoenus, destinati ad influenzare evocazioni letterarie e convenzioni iconografica.
Una svolta significativa si verifica nella Toscana del '300 quando si verifica un incontro pionieristico tra
l’arte figurativa, la letteratura e il paesaggio:
- nella Commedia di Dante, in cui compaiono immagini di paesaggi
- nel Decameron di Boccaccio, in cui egli descrive con intenso realismo le terre coltivate che circondano
Firenze
Nella scuola senese, di cui uno dei massimi protagonisti era Simone Martini, amico di Petrarca, la
rappresentazione del paesaggio si afferma per la prima volta in pittura come soggetto autonomo.
L’idea di paesaggio come contemplazione disinteressata, che percepisce l’estetica dei luoghi, follante di
sensazioni ed emozioni, si diffonde più tardi, nella piena età dell’umanesimo.
L’interesse non appare limitato ai poeti e agli artisti —> anche gli storici e i geografi dell’umanesimo
dimostrano una nuova sensibilità verso i paesaggi.
Il nome e la cosa
La fortuna di una nuova "cultura del paesaggio" invitava ad elaborare terminologie appropriate in un periodo
di grande trasformazione dei codici linguistici legati all’arte e all’architettura.
Nel tardo medioevi "paese" non significava "villaggio" come nell’italiano odierno, bensì un’ara territoriale/
una contrada/ una vasta regione.
Nell’uso abituale il vocabolo "paese" apparteneva al linguaggio di tutti i giorni, con un significato generico
vicino alla nostra idea di territorio.
Alla fine del '400 si inizia a parlare di "pittura di paesi", identificando il soggetto della rappresentazione con
il genere artistico.
E’ in Francia che si colloca la nascita del neologismo "paysage" come vocabolo tecnico riferito alla pittura.
Pochi anni più tardi è già possibile incontrare nei documenti la trasposizione italiana del termine francese.
Il successo del genere pittorico si accompagna dunque all’affermazione di un vocabolo univoco in grado di
designarlo.
In ambito germanico perdura l’uso dei termini composti dalla radice "land-" —> es: tedesco "landshaft" o
inglese "landscape". In questa famiglia di vocaboli è ancora assente, a livello etimologico, un riferimento
alla percezione visiva e alla tradizione artistica.
Nel corso del '500 si registra comunque un progressivo impiego del vocabolo nel settore delle arti, arricchito
di valenze semantiche derivate dalla pittura di matrice fiamminga. L’evoluzione linguistica indicava, a livello
europeo, un interesse crescente verso un genere figurativo che conosceva larga diffusione, anche presso un
pubblico di dilettanti.
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La cartografia intrecciava rapporti complessi con la pittura, in base alla formazione degli artisti e alle
richieste della committenza.
Il rapporto con il potere politico favoriva o sviluppo cartografico.
Nel corso del '400 le geografie parietali ottenevano nuovi riconoscimenti: le immagini delle fortificazioni
erano inserite nel paesaggio rurale, segnato dai corsi d’acqua, dai canali artificiali, dalla rete viaria e dalle
infrastrutture di servizio, come un quadro tipografico offerto alla vista dei funzionari che amministravano,
nell’edificio pubblico, i ricchi proventi delle entrate comunali —> la pittura a soggetto geografico si
collegava così alla politica delle signorie.
Verso la metà del '500 le pitture dia città e territori erano divenute un tema alla moda nella decorazione delle
dimore signorili: i programmi geoiconografici rappresentavano una celebrazione per la committenza , una
forma dei riconoscimento che esaltava la cultura cosmopolita del proprietario e illustrava le terre sottoposte
al suo dominio. Le carte proiettate sulle pareti dei palazzi e le mappe conservate negli archivi del principe
erano due facce della stessa medaglia.
Nella grande varietà dei linguaggi cartografici rinascimentali, si producevano iconografie sempre più fedeli
del territorio. Le mappe topografiche illustravano a scala ravvicinata le campagne e gli insediamenti umani,
con forti tratti paesaggistici, mentre la trattatista codificava le regole di base della rappresentazione.
La cartografia non può essere soltanto quantitativa, geometrica e matematica, ma è chiamata ad assumere
aspetti qualitativi < una descrizione efficace non deve limitarsi alla misurazione esatta delle distanze
proiettate su carta, ma richiede una "dipintura de’ luoghi" cioè un incontro con le forme del territorio —> la
cartografia incontrava così la pittura di paesaggio + la mappa diveniva il supporto per una storia regionale
proiettata nello spazio —> alla fine del rinascimento, il paesaggio dei pittori e il paesaggio dei cartografi
procedeva su linee che si intrecciavano e si ibridavano.
Anche nei Paesi Bassi il disegno delle mappe restava una pratica affidata a maestri della pittura e
dell’incisione.
Nell’Olanda del '600 la funzione politica e sociale della pittura proseguiva una tradizione rinascimentale,
conservando saldi legami tra cartografia e paesaggio.
Nella pratica professionale e nei percorsi formativi però, l’arte di misurare il territorio e l’arte di dipingere
paesaggi si andavano distanziando: la rie siesta dei governanti di mappe affidabili, tracciate con precisione
geometrica, relegava ad un ruolo sempre più marginale e decorativo i particolari prospettici e gli scorci
paesaggistici —> la rappresentazione del territorio era ormai affidata all’agrimensore e all’ingegnere
militare.
Il rapido progresso dei sistemi di rilevamento affinava le capacità di rappresentazione in scala, grazie alle
ricerche condotte in Italia e nei Paesi Bassi sui metodi di triangolazione (la tecnica delle proiezioni miste
diveniva più rara).
La cartografia ufficiale, commissionata dai vertici del potere, era uno strumento sempre più tecnico e sempre
meno artistico: si verifica la "definitiva sostituzione del segno geometrico al segno disegnato".
La rappresentazione tecnica del territorio collocava gli oggetti geografici in uno spazio razionale in base a
regole matematiche , mentre ai pittori e agli incisori era affidato il compito di evocare, con opportuni
paesaggi idealizzati, le terre dove saziava il potere del principe.
Queste iconografie senza pretese artistiche, tracciate con misure approssimate, si rivelano talvolta vere
miniere di informazioni storiche sull’assetto dei distretti rurali. Fino all’avvento dell’età contemporanea, la
nostra conoscenza figurativa del territorio resta affidata alla capacità degli agrimensori di rappresentare per
via topografica ambienti rurali oggi in buona parte scomparsi.
Mentre le mappe assolvevano il compito di documentare il territorio con il grado di fedeltà richiesto dai
committenti, l’idea di paesaggio restava un solido dominio della pittura.
Il valore semantico dell’ambiente rimaneva ancorato alla percezione estetica, al mondo del bello e delle arti.
La stagione romantica
Le idee dominanti sono riassunte nella voce redatta da Louis de Jacourt per l’Encyclopedìe di Diderot e
Alembert, secondo cui il paesaggio è un fenomeno puramente visivo, un genere artistico riservato ai pittori di
scene pastorali o mitologiche.
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Una dimensione alternativa si delinea all’apertura della stagione romantica: il concetto di paesaggio estende
la sua portata, essendo non più un dominio esclusivo dell’arte e dell’estetica, ma un luogo di gestazione dello
spirito e dei popoli. Ogni popolo vive in una geografia e in una storia che segnano il uso destino nel grande
percorso dell’umanità. Le terre coltivate, i fiumi, i boschi e le montagne sono lo specchio delle nazioni che
plasmano gli ambienti naturali a loro immagine.
Il rapporto uomo-natura diviene un tema centrale nella cultura romantica.
Nel mondo tedesco, secondo Herder, il clima predispone e favorisce, ma non costringe, lo sviluppo
dell’uomo. La morfologia del paesaggio, il corso dei fiumi, l’aspetto delle foreste, divenivano indici di uno
spirito collettivo impresso nei luoghi, come l’arte e la lingua nazionale < i popoli erano figli della storia così
come della geografia.
Questi concetti vengono ripresi anche da Madame de Stael (francese) che ipotizzava la presenza di rigidi
legami tra i climi, la società e lo sviluppo delle letterature europee —> rapporto intrecciato tra i popoli e la
loro terra.
Nella visione dei romantici l’ambiente diventa un segno della storia.
Il segno più evidente del loro clima è la riscoperta di terre ai margini dell’antropizzazione, dove la natura
esercita incontaminata il suo fascino —> la vera attrazione romantica è per la natura selvaggia, lontana
dall’invadenza dell’uomo.
In Rousseau la percezione del paesaggio è una promenade, dove scienza ed estetica non entrano in conflitto,
scomunicandosi a vicenda, ma convergono nella comprensione del mondo.
Secondo Chateaubriand le rovine non sono frammenti di archeologia, mia elementi di una scenografia
ambientale.
Per Stendhal il rapporto con l’ambiente non vale soltanto per le architetture, ma si estende a tutte le arti
figurative. Le opere d’arte sono il frutto più eloquente di una terra che nei caratteri del paesaggio e nella vita
delle popolazioni conserva i tratti di un mondo idealizzato —> tra paesaggi e passioni dei popoli esiste
un’intima corrispondenza.
Nella Francia della Restaurazione, la riscoperta dei paesaggi dimenticati invitava alla valorizzazione di opere
considerate fino ad allora marginali, come le testimonianze del passato medievale o le figure dell’arte
popolare.
Mérimée riteneva che il valore die monumenti consistesse nella corrispondenza con i paesaggi, nel legame
che si poteva riconoscere con il carattere della popolazione.
Per Novalis, lo spazio di incontro tra storia e natura si riconosce nella geografia.
La trasformazione decisiva del concetto di paesaggio da fenomeno estetico a oggetto di ricerca scientifica si
verifica nella cultura tedesca con Alexander von Humboldt: pioniere della geografia moderna immerso nella
stagione romantica, era dotato di una cultura poliedrica che spaziava dalla botanica all’agronomia, dalla
zoologia all’ingegneria mineraria.
Nel pensiero di Humboldt il concetto di paesaggio subiva una trasformazione fondamentale: da un motivo
estetico, riservato a pittori e poeti, diveniva un concetto scientifico —> fondava così un nuovo approccio alla
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dimensione "oggettiva" del paesaggio, in cui la contemplazione della natura non era più un poetico
passatempo, ma un primo passo verso una contemplazione scientifica del cosmo.
Lo stadio prescientifico di pura contemplazione estetica non era abbandonato, ma potenziato dalla successiva
fase di approfondimento: l’incanto della visione pittoresca e il fascino per il sublime non sono affatto in
conflitto con l’indagine scientifica.
Jacob Burckhardt introduce in storiografia l’idea di paesaggio come oggetto d’indagine. Il suo maestro, da
cui inizia lo spunto per queste riflessioni, è proprio von Humboldt.
Ogni cultura nasce e si sviluppa in stretto rapporto con la geografia e con il proprio ambiente vitale.
Lo studio delle fonti consente allo storico di ricostruire la percezione ambientale degli uomini del passato.
La convergenza tra lo studio filologico dei documenti, delle opere d’arte e della cultura, apriva nuovi
percorsi di ricerca (guardati con sospetto dagli ambienti accademici ufficiali).
Nella ricerca di Johann Bachofen lo studio del passato non si esauriva in una narrazione di eventi politici,
di guerre e di battaglie, ma restituiva i popoli alla loro terra.
Nell’opera di Carl Ritter (altro pioniere della geografia moderna tedesca) è presente una riflessione
metodica sui rapporti intrecciati tra la geografia e la storia: le sue ricerche puntano alla costruzione di un
quadro sistematico in grado di superare le osservazioni occasionali, utilizzando al meglio i progressi delle
scienze della terra. L’uomo è cittadino di una regione del mondo, di una nazione storica insediata in uno
spazio geografico; ogni popolo forma i suoi caratteri essenziali e sviluppa le sue politiche in funzione
dell’area dove è insediato, dotata di caratteri fisici e naturali ben precisi.
Il progetto di Ritter è quello di costruire un modello interpretativo che metta in luce le diverse influenze della
natura sulle popolazioni, un modello che conserva però una forte componente romantica e spiritualista: se
l’ambiente geografico condiziona le azioni dei popoli, è Dio a determinare l’ambiente geografico.
Il metodo si basa sullo studio comparato dei fenomeni, sul confronto tra popoli e regioni nel grande scenario
del mondo abitato.
Il suo approccio di ricerca non si ferma alla superficie, alle manifestazioni più appariscenti della natura, ma
tenta di stabilire le componenti fondamentali che condizionano la vita delle nazioni.
La data di morte di Humboldt e Ritter (entrambi nel 1859), coincide con il tramonto della stagione romantica
e l’inizio della nuova fase positivista + è la data di pubblicazione di un’importante opera di Charles Darwin
(Origin of Species).
L’eco spiritualista delle ricerche di Ritter era destinato a tramontare in favore di una visone scientista e
meccanicista derivata dalle scienze naturali.
Comte fonda una nuova sociologia, che si qualificava come scienza empirica dei fenomeni sociali, in grado
di leggere le dinamiche del progresso in rapporto alle condizioni in cui vivevano le popolazioni.
Friedrich Ratzer nel 1882 fonda l’antropogeografia, un campo di ricerca nel vasto settore delle discipline
geografiche. Il punto di partenza era lo sviluppo delle premesse di Ritter per poi portare a livello di scienza
secondo i principi del positivismo —> Ratzer si libera della visione teleologica < non vedeva più la
provvidenza divina che guidava la natura per l’educazione dei popoli, dominava invece un rigoroso
meccanicismo governato dalle necessità dell’evoluzione storica.
Egli cerca di costruire una storia naturale delle società, nei rapporti intrecciati con l’ambiente circostante.
La ricerca scientifica è chiamata a scoprire le leggi che regolano la vita delle nazioni all’interno del
paesaggio, formando le basi conoscitive del rapporto tra la natura e la società. Queste leggi si esprimono in
forma geografica , misurando nello spazio gli sviluppi delle nazioni, la formazione degli stati, i loro
confiniate fasi di espansione e di decadenza.
Il mito positivista della ricerca delle leggi universali nelle attività umane non si limitava alla storia e alla
geografia, ma si estendeva alle arti figurative.
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L’estetica funziona come la botanica: se esistono le condizioni favorevoli si sviluppa, fiorisce e si moltiplica,
se invece le condizioni sono avverse si atrofizza e scompare. Così si evolvono, nel corso del tempo, secondo
leggi costanti, le forme artistiche sottoposte a un moto incessante di crescita e di declino determinato
dall’ambiente.
In Vidal, gli aspetti morfologici sono esaminati in modo sistematico: un’attenzione particolare è riservata
alle forme architettoniche e ai materiali da costruzione, nel quadro delle risorse offerte dai territori.
La geografia umana di Vidal mira alla sintesi locale, alla configurazione dei tratti che caratterizzano una
regione. La sintesi nasce proprio dall’incontro tra la geografia e la storia non in chiave descrittiva.
Vidal richiama l’importanza dell’impression che si ricava esaminando una regione, un termine carico di
significati per la cultura e per l’arte francese dell’epoca.
Il paesaggio come percezione sintetica dei luoghi diviene così un programma operativo di ricerca.
August Meitzen fonda una forma di storiografia che tendeva a fondersi con la geografia.
La conoscenza del territorio diveniva un impegno di interesse nazionale destinato ad affascinare un'intera
generazione.
In tutta Europa la nascita dei movimenti ecologisti in difesa dell'ambiente era collegata alla tutela delle forme
tradizionali dell'architettura e del paesaggio.
Nel campo della storia dell'arte Alois Riegl aveva difeso un'idea allargata di tutela, che si estendeva al
rispetto dei monumenti naturali e dei valori storici conservati nel paesaggio.
Secondo Meitzen lo studio del paesaggio consisteva nella conoscenza della patria-casa (Heimatakunde),
nella riscoperta del rapporto che univa i popoli alla Terra.
Esistevano precisi rapporti tra i popoli antichi e insediamenti agrari: i germani, i celti, i finnici e gli slavi
avrebbero modellato il paesaggio in base a regole e sistemi caratteristici della propria civiltà.
Nelle organizzazioni agraria moderna era possibile riconoscere le tracce delle popolazioni che avevano
stabilito in epoche remote le strutture insediative originarie → lo studio della geografia diveniva uno studio
della storia stratificata nei luoghi.
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I rapporti con la geografia continueranno a svilupparsi in seguito, nel clima di apertura interdisciplinare che
caratterizzava la prima fase di questo periodo.
Nell'interesse verso le altre discipline se affacciavano un nuovo incontro con la sociologia e l'antropologia,
destinato a sviluppi successivi.
Marc Bloch si è dedicato ai caratteri originali della storia rurale francese —> il suo lavoro segna uno
spartiacque nella storia del settore.
La storia agraria, da storia economica e tecnologica, diviene storia sociale: l'approccio interdisciplinare, la
lunga durata e il metodo regressivo, aprono la strada verso il territorio son dato utilizzando le fonti
archivistiche ed immagini cartografiche.
Le ricerche sono elaborate in una dimensione internazionale, che supera i limiti dell'ambiente accademico
francese.
Egli stabilisce così correlazioni tra fatti tradizionalmente sottoposti allo studio di discipline diverse.
Tutte le categorie di fonti a disposizione di uno storico dell'epoca venivano utilizzate, dai documenti scritti
alle immagini cartografiche, dalle prime esperienze di archeologia medievale all'impiego pionieristico della
fotografia aerea.
Fernand Braudel va ben oltre la tradizionale introduzione geografica, e presenta lo spazio abitato dall’uomo
come fattore unificante.
La "civiltà materiale" è ora la parola chiave per comprendere il rapporto tra l’uomo e l’ambiente.
Contributi dell’archeologia
Nella Gran Bretagna di fine '800 l’archeologia superava la fase pionieristica dei dilettanti e degli appassionati
di antichità, assumendo un carattere più scientifico.
Grandi innovazioni provenivano dalle ricerche condotte nelle campagne dell’Inghilterra e del Galles da
Augustus-Henry Pitt-Rivers —> l’indagine archeologica smetteva di essere un hobby per dilettanti e
diveniva un impegno scientifico basato sull’analisi stratigrafica, sulla catalogazione dei reperti, sull’accurato
rilievo di piante e sezioni.
L’aspetto più significativo dell’archeologia inglese di questi anni è proprio il rapporto instaurato con il
territorio. Il sito archeologico non può essere analizzato in modo puntiforme, ma in relazione alle condizioni
ambientali e ai processi di antropizzazione che hanno coinvolto l’intera area.
L’archeologia parte dal terreno ma si allarga allo spazio geografico.
L'occhio dell'archeologo si stacca dal suolo e si apre alla cartografia, che con sguardo zenitale può fornire
informazioni preziose per ricostruire i paesaggi del passato.
Gordon Childe sulla base di orientamenti derivati dal materialismo storico e dal marxismo, elaborava il
concetto di cultura materiale in ambito archeologico. Considerava la cultura una risposta alle condizioni
ambientali in cui agivano le società del passato: ogni cultura doveva essere restituita ad un preciso spazio
geografico.
Nuovo termine coniato: "survery" => indagini di ricognizione condotte sul territorio.
John Norden dichiarava che l’agrimensore doveva essere un esperto non soltanto nelle misurazioni, ma
anche n ella lettura dei documenti antichi, per esaminare le carte che giustificavano i diritti di proprietà —>
incontro, nel mondo anglosassone, tra documento e territorio (che è alla base della moderna archeologia dei
paesaggi).
Osbert Crawford aveva una formazione che gli permise di maturare esperienza nel settore aeronautico e
nelle tecniche di rilevamento fotografico, allora pionieristiche —> l’applicazione al campo archeologico dei
sistemi di osservazione zenitale apriva grandi prospettive —> le immagini fornite della fotografie aeree
rilevavano tracce celate nelle coltivazioni, che non potevano essere percepite direttamente sul campo.
Si delineavano così le basi di quella che verrà definita "Landscape Archaeology", ossia l’archeologia del
paesaggio —> le ricerche non si limitavano all’attività di uno scavo, ma si estendevano a un bacino più
ampio.
Le presenze archeologiche venivano inserite in un sistema insediati su vasta scala, in grado di riflettere la
configurazione antica del paesaggio.
Nel mondo anglosassone le pratiche del survey non restavano limitate all’archeologia, ma si diffondevano
nella discipline impegnate sul territorio (come la geografia, l’architettura e l’urbanistica).
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Patrick Geddes condusse indagini nel settore geografico —> i suoi studi erano incentrati sul rapporto tra
l’uomo e l’ambiente naturale, fondando le premesse di una nuova disciplina che verrà definita "ecologia
umana". Per lui L’urbanistica non era un problema riservato alle città, ma coinvolgeva le città e il territorio
—> l’obiettivo non era il town planning, ma il town and country planning —> assumevano importanza
rilevante le indagini conoscitive del terreno, condotte in modo interdisciplinare con l’apporto di saperi e
sensibilità diverse.
1919: Town Planning Act —> consente l’aggregazione di più enti locali per la pianificazione di diverse aree
—> il regional survery affrontava lo studio della località in tutti i suoi aspetti (naturalistici, economici,
storici, demografici, insediativi), mettendo in lice l’assetto della geografia umana e le sue potenzialità, con
ampio utilizzo di tecnologie moderne di rilevamento.
Accanto alle nuove pratiche di pianificazione si sviluppavano i primi movimenti in difesa dell’ambiente e del
paesaggio, minacciati dall’espansione industriale < l’attenzione verso il territorio stimolava iniziative di
tutela.
In Italia, Rodolfo Lanciani contribuì in modo decisivo alla sprovincializzazione delle ricerche archeologiche
—> il suo impegno come campo come direttore di numerosissime campagne di scavo era caratterizzato da
una dimensione estensiva territoriale delle ricerche.
Emilio Sereni dedica un libro alla storia del paesaggio agrario italiano => svolta radicale nello sviluppo
degli studi di storia agraria < il paesaggio entrava in scena non come richiamo in cornice, ma in qualità di
protagonista, nella sua dimensione "oggettiva", formale e percettiva —> si apre una visione dinamica della
campagne, basata sulle variazioni osservabili nel corso del tempo, dovute alla trasformazione dei rapporti
sociali. La storiografia agraria di Sereni è legata in modo indissolubile alla politica, perché è pensata come
un servizio a chi opera politicamente nella riforma delle campagne. Solvato la conoscenza del paesaggio,
delle sue forme e delle sue strutture, è in grado di fornire una base concreta all’intervento economico e
sociale.
L’organizzazione dei sistemi agrari, lo sviluppo dei rapporti produttivi, divengono fenomeni visivi, valori
ottici sedimentati del territorio italiano —> grande novità metodologica del testo: scrivere una storia del
paesaggio basandosi sulle rappresentazioni iconografiche delle campagne, sugli affreschi, sui dipinti e sulle
miniature. Gli storici agrari della prima metà del secolo avevano utilizzato soprattutto fonti cartografiche, le
mappe e i catasti, come supporto per leggere i sistemi agrari del passato —> le immagini degli artisti
divenivano fonti documentarie, di natura soggettiva e come qualsiasi documento, ma in grado di illustrare
una realtà posta sotto gli occhi del pittore e oggi in gran parte perduta.
Sereni è stato il vero pioniere di una storia che non si fermava alle strutture del territorio, ma che insegnava
ad osservare le forme del paesaggio.
Letture strutturali
Mentre la storiografia elaborava nuovi strumenti di lettura della civiltà agraria, anche nel settore geografico
maturavano metodologie più aggiornate.
La nozione di paesaggio aveva ormai acquisito piena dignità scientifica —> la conoscenza del paesaggio
veniva considerata non tanto dal punto di vista storico, ma come configurazione attuale del territorio.
Secondo Otto Schulter la geografia è "una scienza dell’oggetto", che non prende in esame il divenire
temporale ma i fenomeni considerati nella loro dimensione spaziale —> il geografo non deve invadere il
campo dello storico: il suo sapere è rivolto all’assetto odierno del territorio, alla sua configurazione fisica e
formale.
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1938: Congresso geografico interazione di Amsterdam —> la concezione geografica del paesaggio si
presentava con una visione allargata, dove gli aspetti estetici erano compresenti insieme alle relazioni
dinamiche e funzionali che coinvolgevano la complessità dell’ambiente.
Il paesaggio può essere concepito in primo luogo come un’esperienza soggettiva, mentre il paesaggio
geografico si poneva un livello più oggettivo, come buna "sintesi aspettata dei paesaggi visibili", basata su
elementi naturali caratterizzanti (clima, idrografia, orografia, vegetazione…) e sull’equilibrio che tali
elementi formano a livello locale.
Renato Biasutti mirava a identificare e classificare metodicamente i grandi "tipi di paesaggio" presenti sulla
superficie terreste, individuando 34 modelli e organizzando gli esempi per gruppi e sottogruppi. Seguendo la
tradizione della scuola tedesca la geografia diventa una "scienza dei paesaggi", impegnata anella
codificazione tipologica degli equilibri ambientali presenti nel nostro pianeta.
Al contrario, Aldo Sestini orientava le indagini geografica verso prospettive diverse —> per lui, la
complessità delle situazioni ambientali, soprattutto quando interagiscono con l’intervento dell’uomo, impone
di riconoscere la specificità dei fenomeni e dei contesti, considerando l’importanza della componente
temporale, che sviluppa dinamiche incessanti di trasformazione sul territorio. Introdurre il fattore tempo nella
ricerca geografica sui paesaggi significa riconoscere il ruolo della storia, con i suoi percorsi e i suoi ritmi
differenziati. —> lo studio del paesaggio diveniva così non una classificazione dei modelli, ma un
approfondimento delle specificità locali; secondo Sestini ogni paesaggio può essere osservato come un
fenomeno unico e concreto, frutto di equilibrio tra l’azione naturale e quella antropica, dove i luoghi
assumono caratteristiche distintive e qualificanti.
Secondo Lucio Gambi l’idea di paesaggio è totalmente inadeguata per comprendere la vera organizzazione
del territorio: un paesaggio offre una lettura parziale e insufficiente, perché scarta in primo luogo ciò che non
è visibile —> la realtà di una regione è molto più complessa di ciò che possiamo apprendere dalla sua forma
sensibile —> una ricerca adeguata, per Gambi, dovrebbe identificare le strutture "invisibili" che governano
le trasformazioni territoriali.
Per Georges Bertrand il concetto di paesaggio, inteso come un assetto visibile delle sistemazioni agrarie,
passa decisamente in secondo piano —> il fine della ricerca diviene lo studio del funzionamento del sistema
agrario —> l’agrosistema è quindi un equilibro instabile che muta nel corso della storia per il mutare dei
rapporti tra l’uomo e l’ambiente.
L’analisi condotta dalla storiografia ecologica dei sistemi agrari punta così ad elaborare modelli generali e a
studiare, nel lungo periodo, le trasformazioni degli agrosistemi su vasta scala, senza privilegiare l’analisi
regionale e i caratteri locali dei singoli paesaggi.
Nelle discipline geografiche la nozione di sistema diveniva un modello comparativo per classificare in modo
astratto le differenti realtà regionali.
la geografia, come la stessa storiografia, trovava nei dati statistici un supporto epistemologico, seguendo i
metodi delle discipline quantitative, basati sulle analisi numeriche seriali e sui modelli matematici.
Le ragioni dell’estetica
Le ricerche dell’impronta strutturalista e i successi della geografia quantitativa non esaurivano la vitalità dei
temi legati al paesaggio.
I valori formali conservati nel territorio tornavano così al centro del dibattito, in aperta opposizione ai limiti
delle analisi strutturali, che rischiavano di ridurre gli insediamenti umani ad uno spazio sociale di rapporti
produttivi. La lettura del "paesaggio visibile" diveniva un compito urgente per valorizzare le potenzialità
estetiche dell’ambiente, minacciato dall’impatto industriale e dall’espansione urbana.
Joachim Ritter ha ricondotto il concetto di paesaggio alla sua dimensione estetica. Nel suo pensiero, un
ruolo centrale spettava alla "storia delle idee", nella prospettiva di ricostruire la trasformazione semantica di
concetti-chiave che avevano guidato il pensiero occidentale.
Nella lettura di Ritter il paesaggio rappresenta la libera contemplazione della natura, non finalizzata ad uno
scopo utilitario o all’analisi scientifica —> la natura diventa paesaggio quando diviene oggetto di una
contemplazione genuinamente estetica. Il compito dell’arte e della poesia è di sviluppare questo approccio
estetico, offrendo nuove ermeneutiche del mondo naturale. La proposta di Ritter individua storicamente nella
cultura occidentale un rinnovato rapporto estetico con il mondo.
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Solo la percezione estetica restituisce la natura alla visione "inutile", alla piena contemplazione.
Il paesaggio veniva restituito alla sua dimensione originaria, al regno del bello e delle arti.
La rivalutazione delle valenze estetiche ha incontrato adesioni in molti settori, soprattutto presso la categoria
degli storici dell’arte.
Le arti figurative, e la pittura in particolare, sarebbero il vero spazio di creazione del paesaggio, in quanto
educano la nostra percezione visiva alla contemplazione estetica della natura. L’origine del paesaggio
risiederebbe nelle arti, nell’occhio del pittore che interpreta il mondo e lo offro in una dimensione figurativa
al pubblico.
Per Alain Roger non esiste una bellezza naturale e la natura diviene bella solo tramite l’intervento dell’arte
—> il paesaggio è frutto di un’attività creativa dell’uomo, un processo di artialisation.
La trasformazione della natura in paesaggio si realizzerebbe due modi:
- in visu: con l’intermediazione di modelli figurativi proposti dai pittori, dai poeti e dagli artisti.
- in situ: sul terreno, grazie all’opera dell’architetto, del giardiniere e dell’urbanista.
Secondo Massimo Quaini l’utilizzo del concetto di paesaggio in termini scientifici conserva oggi uno scarso
interesse. Il suo valore risiede piuttosto nella dimensione evocativa, come spazio di percezione artistica,
come contenitore di miti, sogni ed emozioni. Il ruolo trainante non spetta più alle arti figurative: la pittura ha
oggi perduto il contatto creativo con il paesaggio —> forti potenzialità restano vive nella letteratura e nella
poesia.
Paolo D’Angelo propone una lettura del paesaggio com "identità estetica dei luoghi" —> è l’individualità
ambientale dei singoli luoghi che determina l’aspetto paesaggistico, non riducibile alla mera contemplazione
panoramica.
In Italia, Rosario Assunto ha tracciato, nelle sue ricerche, una storia dell’idea di paesaggio, un percorso
nelle estetiche del bello naturale che si snoda attraverso le diramazioni del pensiero occidentale. Le sue
riflessioni si intrecciano con il fenomeno del giardino, quest’ultimo inteso come un paesaggio artificialmente
modellato dall’uomo, in cui la natura come tale viene curata in quanto oggetto estetico, dal quale l’uomo
possa trarre piacere disinteressato.
Nel panorama italiano, il tema del giardino mantiene una posizione dominante.
Per Massimo Venturi Ferriolo il progetto di paesaggio è un progetto etico ed estetico insieme, dove il
giardino diviene il modello per una dimensione futura dell’abitare —> il giardino diventa luogo della
tolleranza e spazio pluriculturale attivo —> si configura come una sorta di "paesaggio-rifugio".
Immagini ambientali
Nella seconda metà del '900 il paesaggio ha conosciuto un vero revival scientifico —> il tema dell’estetica
ambientale assumeva un’importanza crescente non solo nel campo filosofico, ma anche per le scienze
geografiche e per la pianificazione territoriale.
Secondo Kenneth E. Boulding gli uomini non prendono le loro decisioni in rapporto al mondo, ma in
rapporto all’immagine collettiva del mondo.
Sviluppi recenti della filosofia dell’arte mostrano un nuovo interesse verso l’ambiente e la dimensione
semiotica dei luoghi.
Le estetiche ambientali, elaborate nel mondo anglosassone, presuppongono una rottura delle distinzioni
tradizionali tra arte e natura, invitando ad un allargamento delle forme di esperienza del bello —> l’estetica
tende a divenire no più un fatto eccezionale, isolato all’interno di spazi deputati come il museo o il teatro, ma
una componente della vita di tutti i giorni.
Le arti ambientali (architettura, urbanistica, giardinaggio, pianificazione paesaggistica) implicano un
coinvolgimento diretto due soggetto nel processo di formazione dell’esperienza.
Anche per Kevin Lynch la percezione formale guida le ricerche in ambito urbano.
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L’idea di "figurabilità" è definita come la capacità di un oggetto fisico di evocare nell’osservatore
un’immagine vigorosa, potentemente strutturata.
L’esperienza spaziale ha un carattere "costruttivista", una percezione attiva che crea immagini dotate du
coerenza e autonomia culturale.
L’indagine si organizza secondo categorie di oggetti in grado di offrire quadri mentali dell’ambiente urbano,
strutturati in percorsi, margini, nodi, quartieri, riferimenti —> i riferimenti formano dei landmarks (=
marcatori territoriali), preminenze spaziali rappresentate da edifici o da elementi del paesaggio ad alta
visibilità, identificabili per contrasto locale con il tessuto urbano limitrofo. I percorsi vengono considerati lo
strumento più potente di ordinamento dello spazio.
Le trasformazioni che investivano le città e le campagne aprivano interrogativi urgenti sulla salvaguardia
dell’ambiente e delle presenze storiche.
Paesaggi costruiti
L’urbanistica era la disciplina chiamata ad affrontare in prima linea il problema del paesaggio.
In Inghilterra il "Doorn Manifesto" di Peter e Aliso Smithson (1954) richiamava con forza il rispetto per le
differenze regionali del fare architettura e il concetto di habitat come rapporto concreto tra le costruzioni e il
loro ambiente vitale.
Nell’Italia uscita dalla guerra il decollo industriale e la febbre del costruire investivano le strutture
sedimentarie del territorio. La sensibilità verso i caratteri formali dell’ambiente e le istanze di conservazione
incontravano forti resistenze.
In un’Italia travolta dalla modernizzazione, le denunce all’aggressione dei beni culturali provenivano
soprattutto da giornalisti, intellettuali e associazioni di volontariato. Le battaglie di difesa del paesaggio
minacciato erano destinate ad incontrare scarsa attenzione nel mondo dei professionisti che operavano sul
campo.
La realtà dei centri storici colpiti dalle offese belliche, minacciati dal degrado e dall’edilizia incontrollata,
richiedeva con urgenza una cultura rinnovata del territorio e scelte mature di pianificazione.
Dopo le denunce della commissione parlamentare Franceschini, incaricata di indagare lo stato dei beni
culturali nazionale, il problema della salvaguardia diveniva sempre più urgente.
La salvezza del patrimonio non poteva essere separata da quella dell’ambiente e dei contesti territoriali. Nel
nostro paese esisteva una radicata tradizione di pensiero che collegata in modo indissolubile i beni culturali
al paesaggio.
Giovanni Urbani, difensore accanito dell’indissolubilità tra patrimonio artistico e territorio, diresse dal 1973
l’Istituto centrale per il restauro con una linea di azione di tutela sul campo e pubblicazioni scientifiche. Il
patrimonio veniva riconosciuto come parte integrante dell’ambiente: si elaborava così il concetto di "rischio
ambientale" per le opere d’arte e di architettura.
Il problema è stato recepito anche nell’ambito delle scienze geografiche, che hanno contribuito ad elaborare
ricerche e metodi in questa direzione. L’intreccio tra tutela, storiografia e geografia riconosce ormai nel
paesaggio lo spazio più appropriato per il futuro delle strategie di conservazione e valorizzazione.
Nell’Italia degli anni ’60 -’80 le forme ambientali, il riconoscimento dei caratteri permanenti, le qualità
estetiche stratificate, erano temi che iniziavano a prendere voce.
Nelle ricerche di Saverio Muratori si evidenzia il radicamento nel evidenze immateriali, nei tessuti costruiti
che componevano l’edilizia minore dei centri storici.
Egli elaborava un metodo d’indagine finalizzato all’identificazione dei caratteri permanente nello spazio
urbano —> si vanno a conoscere così dei tipi edilizi. L’analisi tipologica di Muratori assumeva un carattere
induttivo finalizzato ad identificare le forme architettoniche ricorrenti alla base dell'aggregato urbano.
Il suo ricorso alle tracce del passato si traduceva ormai in una critica al moderno, alle esperienze
estranianti dell'architettura coeva, per una ricerca di caratteri permanenti e universali.
Le nuove strategie di pianificazione mirano alla formazione di quadri concettuali e indirizzi operativi per la
valutazione e la riqualificazione, in accordo con le prospettive offerte dalla Convenzione europea del 2000.
Nel campo del recupero la nozione di "restauro del paesaggio" appare ormai acquisita, con un
richiamo forte alla convergenza multidisciplinare. Il dialogo con le scienze del territorio, con l'urbanistica,
l'ecologia e la geografia, si mostra serrato, più allentato invece quello con le
discipline storiografiche e archeologiche, forse per una mancanza di linguaggi comuni.
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Geografie culturali
Nel campo delle scienze territoriali gli orientamenti più recenti hanno tentato di superare le strettoie dello
strutturalismo e di recuperare un contatto vitale con i luoghi.
Il territorio non è più considerato come una mera piattaforma di sviluppo, ma un luogo di risorse accessibili
secondo i criteri della sostenibilità.
Già nel periodo tra le due guerre, nel Middle West degli Stati Uniti ricerche pionieristiche tracciavano le basi
di un incontro fruttuoso tra la geografia e la nascente antropologia culturale.
Le indagini sul campo di Carl Ortwin Sauer e del gruppo di ricercatore formatosi intorno alla sua figura
svelarono che la morfologia del paesaggio diveniva un elemento centrale nell'osservazione dei fenomeni
insediativi.
Il nuovo indirizzo rifiutava il dominio esclusivo dei valori socioeconomici e puntava invece alla
comprensione di quello che veniva definito il "senso dei luoghi".
La geografia culturale poneva al centro del suo interesse la nozione di luogo, contrapposta a quella di spazio
geometrico astratto.
Besançon, in Francia, era dell’idea che la dimensione formale, sensibile, del territorio assumeva una nuova
dignità scientifica. L'ambiente non è soltanto un problema di forze economiche e di equilibrio
dell'ecosistema ma è anche una fonte di stimoli percettivi, godibili dalle popolazioni insediate, stimoli che
assumono un ruolo di primo piano per definire le qualità di un luogo.
Nozione di "immagine ambientale": la percezione viene considerata non più come un fatto personale, ma
come un fenomeno collettivo che può essere analizzato osservando il comportamento dei gruppi sociali —>
tentativo di uscire da un'idea troppo soggettiva del paesaggio, basata sulle impressioni sensibili e sulla
percezione individuale, per elaborare una visione più scientifica e intersoggettiva.
Nella geografia contemporanea un ruolo importante è riconosciuto agli aspetti simbolici dei luoghi, con
sviluppi disciplinari indirizzati verso la semiotica.
Per Eugenio Turri l'uomo è riconosciuto come spettatore e insieme attore del paesaggio, in quanto partecipa
attivamente alla sua formazione. Gli elementi che compongono un ambiente sono investiti di valori culturali
per le popolazioni insediate e stabiliscono forti relazioni con il sistema territoriale circostante —> processo
che i semiologi definiscono di "significazione" = attribuzione di particolari significati ad elementi della
natura e del cosmo; gli oggetti investiti di tali caratteri rappresentativi (di natura religiosa, politica,
etnografica) emergono nel contesto ambientale e assumono un valore identitario per le popolazioni.
Nel grande ambito delle scienze ambientali è maturata di recente la geomorfologia culturale, che studia le
forme della superficie terrestre come componente culturale di un paesaggio, nelle sue interazioni con il
patrimonio storico, architettonico, insediativo.
Concetto di "beni culturali immateriali": i fenomeni etnografici, la memoria orale e il patrimonio linguistico
dialettale = prodotti della cultura che non hanno un riscontro in oggetti fisici ma in manifestazioni collettive.
Questi fenomeni formano un "invisible landscape", parte integrante del patrimonio antropologico.
=> si delinea così una lettura complessiva del paesaggio come fenomeno culturale, prodotto di una
società insediata in un territorio.
Secondo Denis Cosgrove il ricercatore deve assumere il compito di decifrare il paesaggio in relazione alla
comunità che lo ha plasmato. Il paesaggio non è più panorama, spazio contemplato da un punto
d'osservazione, ma ambiente partecipato nella storia che arriva fino all’oggi.
Ogni manufatto ha la capacità di stabilire dei legami significativi con l'ambiente, in grado di valorizzare o al
contrario di degradare uno spazio antropizzato.
Ecostorie e microstorie
I nuovi orientamenti metodologici tentavano di ricucire la frattura che si era formata tra territorio e
paesaggio, tra l'analisi socioeconomica e l'aspetto morfologico degli spazi abitati.
Lo strutturalismo è accusato di rigidità epistemologiche, di elaborare a priori un modello esplicativo dei
fenomeni osservati, con cui il ricercatore impone una serie di vincoli alla complessità e all'eterogeneità. Il
rischio è di sopprimere, in nome di una struttura predisposta, le peculiarità dei luoghi, i caratteri che
qualificano e diversificano i contesti.
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In ambito archeologico la crisi dei modelli definiti "olistici" si registra con l'avvento della cosiddetta
"archeologia post-processuale", diffusa in ambiente anglosassone e scandinavo —> scetticismo circa la
possibilità di elaborare leggi universali e strutture esplicative globali nell'interpretazione dei fatti
archeologici, rispettando invece la complessità, la frammentarietà dei dati, la dimensione locale delle culture
materiali. Lo strumento più valido in mano al ricercatore diviene così l'analisi del contesto, una chiave di
lettura per comprendere una società antica nei suoi rapporti intrecciati con l'ambiente che la ospita.
Il tema del paesaggio assume un ruolo importante, come quadro di riferimento per la lettura dello spazio
abitato in cui si collocava il sito di scavo.
In ambito di storiografia un'immagine utile per esprimere un indirizzo di pensiero è derivata dalla geologia:
quella di faglia —> la faglia è un'interruzione netta di rapporti stratigrafici accumulati sul terreno, causata da
movimenti profondi nella crosta terrestre; in modo analogo il territorio della storia è costellato di faglie, in
grado di documentare contesti ed equilibri che non corrispondono alle stratificazioni dominanti.
Si assiste oggi ad una certa frammentazione delle ricerche, sul piano tematico come su quello metodologico.
Nascita di quella che verrà definita la "microstoria", formata in Italia e introdotta con successo in Francia.
Importante è un volume pubblicato da uno degli allievi di Braudel: Emmanuel Le Roy Ladurie, il quale
esplora le caratteristiche del paesaggio antropizzato (l'ambiente naturale, le forme abitative, l’organizzazione
agraria) esaminando le notizie reperibili nei documenti scritti.
Gli sviluppi limitati dell'archeologia medievale, e una storia dell’arte occitana ancora troppo legata a letture
formaliste, rendevano all'epoca difficile un'interazione interdisciplinare per questa
prima esperienza di microstoria.
Carlo Cinzburg pubblicava poco dopo un testo che apriva nuove prospettive sulla microstoria culturale.
Come nell’opera francese anche qui le fonti processuali venivano utilizzate per indagare i dislivelli culturali
presenti nella società. Lo storico agiva come un antropologo che utilizzava le deposizioni giurate di uomini
del popolo per penetrare nel microcosmo di una comunità del passato.
La microstoria mantiene un carattere fortemente sperimentale e manca tuttora di uno statuto metodologico
universalmente condiviso. Mira al superamento delle grandi periodizzazioni cronologiche (antichità,
medioevo, rinascimento ecc.) e dei modelli economico-sociali consolidati dall'immagine tradizionale del
passato < l'imposizione di questi tipi ideali si rivela spesso fuorviante e incapace di cogliere i caratteri
distintivi dei fenomeni locali.
La microstoria non si limita alla descrizione di un territorio nei secoli passati, magari in termini idealizzati.
E’ una critica alle "grandi narrazioni", alle spiegazioni totalizzanti prodotte dalla cultura egemone, e una
ricerca di "nuove narrazioni", scandite sul tempo delle comunità. Pone in discussione lo sviluppo lineare
degli eventi e scopre le discontinuità, cercando di esaminare i processi dall’interno.
L’ecologia è ormai configurata come un settore disciplinare autonomo, dotato di un quadro metodologico e
di obiettivi di ricerca ben definiti.
È una scienza di sintesi che studia gli ecosistemi considerando i rapporti tra le molteplici componenti
biologiche, chimiche e fisiche. In una visione ecologica il paesaggio è considerato come un’entità vivente,
come uno spazio dinamico di organizzazione biologica.
Obiettivo primario è superare l’opposizione tradizionale tra paesaggi antropici e paesaggi naturali —> al
centro si colloca il concetto di biocenosi (= comunità di individui che coabitano in un medesimo ambiente
interagendo in modo reciproco) —> non esiste un solo paesaggio, ma tanti paesaggi quanti sono gli attori
bionici coinvolti nel territorio.
L'ecologia del paesaggio formula giudizi critici sullo stato di salute dell’ambiente, prospetta indirizzi di
pianificazione con soluzioni compatibili per favorire la tutela e lo sviluppo delle aree.
L'incontro tra l'ecologia del paesaggio e la storiografia rappresenta una risorsa importante.
Nell'ultimo ventennio nasce la cosiddetta "ecologia storica" o "ecostoria": secondo tale orientamento la
storiografia tradizionale è caduta in un eccesso di antropocentrico, riducendo il mondo naturale ad uno
spazio dove l’uomo costruisce il proprio dominio.
L’ecologia storica colloca piuttosto l'ambiente al centro delle ricerche, inteso come unità di organismi viventi
e di fenomeni fisici, collegati in un rapporto interdipendenza reciproco.
Si stabiliscono così legami con le scienze archeologiche attive nel settore, con lo sviluppo delle indagini
paleoambientali, la ricostruzione dei paleosuoli e delle stratigrafie pedologiche sedimentate.
L'ecostoria si collega alla microstoria, quando vengono analizzati contesti locali ben definiti.
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Lo sviluppo delle tecnologie digitali offre oggi ampie possibilità, in particolare con l’utilizzo dei dispositivi
Gis (Geographical Information System). La creazione di una piattaforma digitale consente una gestione
coordinata delle banche dati e la traduzione in forma
cartografica delle informazioni —> strumento che favorisce la convergenza sul territorio d'indagini
interdisciplinari.
I confini che dividono le discipline restano il problema principale da superare —> ancora oggi la storia
agraria resta troppo legata ai documenti, e difficilmente lavora in accordo con gli archeologi
e con gli storici dell’architettura.
La landscape archeology stenta ad intrecciare rapporti con la storia dell'arte e dell'urbanistica.
Quello che ancora sembra mancare è una storiografia integrala del paesaggio.
I gruppi umani insediati sul territorio hanno elaborato un'organizzazione dei luoghi che corrispondeva ai loro
bisogni e investiva gli oggetti di qualità formali e simboliche.
Il lavoro, condotto sul campo, d'identificazione, catalogazione e analisi delle permanenze consente di
ricostruire quadri coerenti e di far luce sui processi di trasformazione. La storia del paesaggio mira a
comprendere l'assetto odierno di un’area come risultato finale di un lungo processo di sviluppo. In sostanza
tende alla sua decostruzione in frammenti di storie che formavano il quadro dei paesaggi del passato.
Il "paesaggio" inteso in senso astratto per lo storico non esiste. Ogni fenomeno è localizzato, collocato
all'interno di coordinate geografiche, plasmato da un percorso nel tempo che lo rende un esempio unico e
irripetibile. Al centro dell'interesse si colloca allora l'ambiente come fenomeno locale, soggetto a mutazioni e
a trasformazioni che seguono ritmi e periodicità diverse. L'ambiente è un equilibrio dinamico, in continua
evoluzione nel corso del tempo, dotato quindi di una storia.
La geografia fisica ha elaborato la nozione di unità dei fenomeni locali che descrive un insieme di forze che
interagiscono reciprocamente all'interno di un medesimo spazio —> sintesi associativa di un sistema
ambientale.
Gli insediamenti umani partecipano attivamente alla formazione di tale sintesi e contribuiscono al
raggiungimento di equilibri locali, favorendo la formazione di paesaggi dotati di specificità e omogeneità.
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Il grado di approfondimento dell’indagine si misura proprio nell'utilizzo di un ventaglio di fonti di natura
più ampia possibile.
Il paesaggio si distingue dal territorio in quanto include la dimensione percettiva e formale dell'ambiente
antropizzato —> passando dal territorio al paesaggio passiamo dalla struttura materiale alla percezione
culturale dello spazio.
Le stesse opere d'arte presenti nel territorio assumono un valore più ampio se considerate parte del
paesaggio. Non si tratta, semplicemente, di riconoscere la provenienza del materiale o le usanze costruttive
diffuse a livello locale: è la collocazione stessa dell’opera, il uso ambiente vitale, che ne condizionano la
lettura e orientano i nostri apparati percettivi —> salto comunicativo dalla visione frontale dell'opera alla sua
percezione ambientale, condizionata dalla morfologia del luogo che l’accoglie.
La ricostruzione dell'identità estetica diviene veicolo di una ricostruzione dell'identità storica.
Se ridotto a valore estetico, il paesaggio è impoverito, inquadrato in una dimensione univoca, derivata in
ultima analisi dall'orientamento disciplinare del ricercatore.
Il superamento di ogni tentazione di riduzionismo offre la garanzia migliore per un accesso all'autentica
portata storica del paesaggio.
Il concetto di paesaggio culturale offre in effetti un termine orientativo di riferimento che abbraccia le più
eterogenee manifestazioni della vita collettiva, depositate sul terreno e rilevabili nelle fonti.
Sul piano metodologico le tracce del passato possono essere raggruppate in grandi categorie.
In apertura si pone la distinzione tra:
- manufatti: rappresentano tutti gli oggetti prodotti direttamente dall’uomo.
- ecofatti: sono le tracce di processi naturali conservate nel terreno.
Ogni intervento dell’uomo che lascia una traccia materiale può essere classificato come manufatto —> in
questo senso il paesaggio è un grande archivio della cultura materiale.
Le fonti scritte che presentano un maggiore interesse possono essere suddivise in due grandi categorie:
- i documenti patrimoniali —> sono prodotti essenzialmente per la gestione di beni immobili.
- le testimonianze letterarie —> sono libere descrizioni, slegate da interessi economici.
Non è raro però che le due categorie di fonti s’intreccino.
Il principio generale rimane comunque fissato: i manufatti territoriali e i reperti mobili assumono un pieno
significato soltanto quando vengono contestualizzati nel paesaggio che li ha prodotti e li ha vissuti. Il ritorno
agli oggetti fisici, il recupero della loro materialità, rappresenta un momento essenziale della ricerca.
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La forma ambientale
I manufatti rappresentano sempre il prodotto di attività umane operanti in stretto rapporto con l'ambiente in
cui sono collocate. Ogni manufatto può essere classificato in base a quattro categorie fondamentali:
1) forma, 2) funzione, 3) collocazione territoriale (o area di provenienza per i reperti mobili), 4) cronologia.
Il punto di partenza si pone allora nell'osservazione della forma —> ogni forma non è chiusa in se stessa
come un fenomeno isolato, ma si qualifica come forma ambientale, legata ad un luogo.
Storia e valorizzazione
In quanto fenomeno storico il paesaggio può essere compreso soltanto in modo storiografico.
In una prospettiva di collaborazione l'approccio non dovrebbe essere multidisciplinare, ma interdisciplinare,
prevedere cioè una comunicazione attiva tra i saperi, l'intersezione delle competenze e l'integrazione degli
obiettivi di ricerca.
I paesaggi più ricchi di sedimenti del passato sono anche quelli più minacciati, proprio perché i mestieri e le
culture in via d'estinzione li rendono più fragili ed esposti alle trasformazioni indotte dallo sviluppo
economico-sociale. geologo. Anche dal punto di vista ambientale tali aree conservano valori aggiuntivi.
I programmi di conservazione divengono realmente efficaci quando sono in grado d'integrare il recupero dei
monumenti con la protezione dell'ambiente e delle attività umane correlate.
L'eredità dei paesaggi è una ricchezza che spetta in primo luogo allo storico valorizzare. La salvezza del
patrimonio culturale passa attraverso il suo riconoscimento e approfondimento conoscitivo.
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