Fichte: vita e opere
Fichte nasce in una famiglia poverissima della Prussia nel 1762, da genitori
contadini. Il suo futuro lavorativo pareva destinato ad essere quello di un
guardiano di oche, la sua principale attività da ragazzo.
Ma Fichte amava lo studio e, aiutato da un signore benestante del suo villaggio,
prosegue la carriera scolastica, dapprima presso il collegio di Pforta, poi presso
la facoltà di teologia delle università di Jena e di Lipsia. Il giovane filosofo
subisce umiliazioni e difficoltà di ogni sorta in giovinezza: deriso dai compagni
di classe più abbienti e poi, per guadagnarsi da vivere, costretto a lavorare come
precettore privato in Germania e in Svizzera. Ma il temperamento forte e risoluto
di Fichte lo conduce a raggiungere, mano a mano, i gradini più alti della sua
carriera e formazione, guidato perennemente da un sentimento rigoroso, coerente e
retto.
Il suo pensiero è, dapprima, fortemente influenzato dalle opere kantiane, ed in
particolare dalla Critica della ragion pratica. Fichte ne è talmente affascinato da
recarsi a Konigsberg, per conoscere personalmente Kant e fargli leggere il suo
primo manoscritto: Saggio di critica di ogni rivelazione.
Il riconoscimento pubblico della grandezza filosofica di Fichte non stenta ad
arrivare e, dal 1794 al 1799, viene chiamato ad insegnare all’università di Jena.
Sono gli anni più fecondi per la sua produzione letteraria e, tra le opere
fondamentali, ricordiamo: Lezioni sulla missione del dotto (1794), Fondamenti
dell’intera dottrina della scienza (1794), Sistema della dottrina morale (1798).
2) Fichte: dalla critica a Kant all’Idealismo
Molti filosofi seguaci di Kant, prima di Fichte, avevano evidenziato come non
potesse esistere e fosse impensabile una “realtà in sé”, esterna al soggetto, da
cui derivava la nostra conoscenza. Fu però Fichte ad andare ancora più oltre,
criticando l’ "io" kantiano: quest’ultimo, infatti, aveva la semplice funzione di
“ordinatore” di una realtà preesistente. Era un “io” finito, in quanto limitato nel
suo agire dal noumeno, una realtà a lui estranea. Per Fichte l’ “io” diventa
“creatore”, infinito, ovvero è il soggetto che crea ogni cosa (dal punto di vista
conoscitivo e materiale) e non è più condizionato da nessun tipo di vincolo. Questo
riconoscimento del ruolo assoluto del soggetto, detto anche “spirito”, sancisce la
nascita di una nuova corrente filosofica: l’idealismo.
Prima di spiegare in che modo vada correttamente inteso l’ “io creatore” di Fichte,
sarà bene sin da ora esplicitare come per il filosofo scegliere di abbracciare
l’idealismo fosse una scelta di vita, una questione prevalentemente etica. A suo
parere, infatti, contrapposto all’idealismoc’era solamente il dogmatismo che,
partendo dalla realtà esterna per spiegare il soggetto, limitava l’autonomia e
l’indipendenza del singolo. Abbracciare l’una o l’altra filosofia significava,
dunque, per Fichte essere dotati di un temperamento “fiacco” e passivo oppure
attivo e votato alla libertà.
3) La Dottrina della scienza di Fichte: spiegazione e analisi
Fichtedescrive l’infinita attività creatrice dell’io, principio di ogni scienza,
nell’opera Fondamenti dell’intera dottrina della scienza. L’ “io” fichtiano non va
inteso come il soggetto specifico. Seguiamo il ragionamento di Fichte, articolato
in tre momenti:
1. Tesi: “l’Io pone se stesso”. Prima di poter affermare qualsiasi cosa,
l’io deve poter affermare la propria esistenza. L’io, secondo Fichte, è da
intendersi come un prodotto di se stesso, come un’attività “auto creatrice” che ha
immediata e intuitiva consapevolezza di se stessa.
2. Antitesi: “l’Io pone il non-Io”. Per potersi realizzare come attività
creatrice, il soggetto ha bisogno di trovare un ostacolo, un limite. Oppone,
dunque, in se stesso un “non-Io” (natura, mondo, corpo) con cui “lottare” per
potersi sviluppare, determinare, per poter procedere.
3. Sintesi: “l’Io oppone, nell’Io, all’io divisibile, un non-Io
divisibile”. L’Io infinito, avendo creato il non-Io, si ritrova materialmente ad
esistere come tanti individui (io divisibile o finito) opposti a molteplici cose
(non-Io divisibili). È la situazione del nostro mondo.
Questi tre principi, per quanto apparentemente difficili da comprendere, tendono
essenzialmente a spiegare che:
- La natura (il non-Io) non esiste come realtà autonoma, indipendente e
preesistente al soggetto, ma unicamente come scenario e momento fondamentale dello
sviluppo dello spirito.- L’Io infinito si concretizza in una serie di “io finiti”.
L’ “Io puro” risulta quindi essere, per Fichte, una missione, una tensione
continua, uno Streben (sforzo in tedesco) infinito volto al superamento di tutti
gli ostacoli. La vita del singolo uomo è, dunque, una tensione verso l’Infinito che
non avrà mai fine.
Ma perché, si chiede infine Fichte, se è l’Io a porre il non-Io (cioè la realtà)
noi percepiamo il mondo come qualcosa di indipendente ed esterno da noi? La
riposta, per il filosofo, sta nella stessa attività creatrice dell’Io, che è
inconsapevole: soltanto attraverso varie fasi della conoscenza il soggetto
riconosce come tutto ciò che esiste sia in realtà un prodotto di se stesso.
4) Idealismo etico di Fichte
Secondo Fichte noi esistiamo per un unico motivo, quello di agire, e il mondo
esiste solo in quanto è il nostro “ostacolo”, lo “scenario” delle nostre azioni. In
questo atteggiamento sta il particolare idealismo di Fichte, definito appunto
“etico”, in quanto c’è il riconoscimento di un’assoluta superiorità della morale
sull’aspetto conoscitivo.
L’io finito ha dunque una meta: l’affermazione assoluta della sua libertà, la
vittoria sugli ostacoli. Abbiamo già detto come l’io finito non può mai realizzarsi
completamente come Io puro, infinito ma, riprendendo le parole di Fichte: “non vale
nulla essere liberi; cosa divina è diventarlo!”. Il senso dell’io sta dunque nella
sforzo di incessante auto-perfezionamento di se stesso (superando passioni e
egoismi) e del mondo circostante: tendere, cioè, ad un mondo sempre più
“umanizzato” e ad una società di individui liberi e razionali. Scrive a tal
proposito il filosofo:
“L’uomo esiste per divenire egli stesso sempre migliore moralmente e per rendere
migliore materialmente e (se consideriamo l’uomo nella società) moralmente tutto
quanto lo circonda, conquistandosi così una felicità sempre maggiore”.
Ma l’uomo e il suo sforzo, nota il filosofo, non sono mai solitari, in quanto
l’istinto sociale è imprescindibile: “L’uomo ha la missione di vivere in società;
egli deve vivere in società”. Lo scopo dell’individuo risulta quindi essere sempre
più liberi e rendere sempre più liberi tutti gli altri al fine di compiere “la
completa unità e l’intimo consentimento di tutti i suoi membri”.
Per conseguire tale scopo, conclude Fichte, è inoltre necessario l’intervento del
“dotto”cioè dell’intellettuale che, in quanto consapevole dei veri bisogni, non
deve in nessun modo elevarsi superbamente al di sopra degli altri uomini ma, come
guida e educatore, deve attivamente lavorare per il miglioramento morale di tutta
l’umanità.