IMMANUEL KANT (1724-1804)
La vita Immanuel Kant nacque il 22 aprile 1724 a Königsberg, in
Prussia (oggi Kaliningrad, in Russia). Proveniva da una famiglia modesta
e profondamente religiosa. Il padre era un artigiano e la madre una
donna colta e molto devota. Fin da piccolo ricevette un'educazione
rigorosa e disciplinata. Studiò al Collegium Fridericianum, una scuola
pietista, e poi all’Università di Königsberg, dove approfondì studi
scientifici, matematici e filosofici.
Giovinezza e prime difficoltà Dopo la morte del padre, Kant fu
costretto a interrompere temporaneamente gli studi per mantenersi
lavorando come precettore privato presso famiglie nobili. Per molti anni
visse in condizioni economiche precarie, spostandosi nei dintorni di
Königsberg e dedicandosi all’insegnamento.
Carriera accademica e vita abitudinaria Nel 1766 Kant diventa
sotto-bibliotecario alla Biblioteca del Castello di Königsberg, incarico che
manterrà per sei anni. In questo periodo pubblica “Sogni di un visionario
chiariti con i sogni della metafisica”, dove critica il misticismo di
Swedenborg. Nel 1770 ottenne la cattedra di logica e metafisica
all’università di Konigsberg. Da quel momento condusse una vita
estremamente regolare: seguiva una routine rigidissima. Non si sposò
mai, visse da solo, e raramente lasciò la sua città natale.
La pubblicazione delle opere maggiori Dopo undici anni dalla nomina
a professore ordinario, nel 1781 Kant pubblicò la sua opera più
importante, "Critica della ragion pura", che ricevette reazioni contrastanti
per la complessità del linguaggio e la profondità dei contenuti. Per
chiarire il proprio pensiero, pubblicò nel 1783 i "Prolegomeni", e nel 1784
scrisse il famoso saggio "Risposta alla domanda: che cos’è
l’Illuminismo?". Venne nominato rettore dell’Università di Königsberg.
Tra il 1788 e il 1790 pubblicò la "Critica della ragion pratica" e "Critica del
giudizio". Anche se non fu politicamente attivo, Kant seguiva con
interesse gli eventi contemporanei, come la Rivoluzione americana e
francese. Nel 1795 scrisse "Per la pace perpetua", in cui sostenne l’idea di
una costituzione repubblicana e democratica, fondata su libertà,
uguaglianza e indipendenza.
Ultimi anni e morte Negli ultimi anni di vita si scontrò con il governo
prussiano di Federico Guglielmo II. Gradualmente la sua salute peggiorò
e smise di scrivere e insegnare. Morì il 12 febbraio 1804, a 79 anni,
circondato dal rispetto dei suoi concittadini e del mondo accademico.
Sulla sua tomba è incisa una delle sue frasi più celebri: “Il cielo stellato
sopra di me, la legge morale dentro di me.”
Le opere Le opere di Kant si possono dividere in due periodi:
🔹 PERIODO PRE-CRITICO (1746–1770) In questo periodo Kant si
occupa soprattutto di temi scientifici, metafisici e razionali, ancora
influenzato da autori come Leibniz e Wolff.
🔹 PERIODO CRITICO (dal 1781 in poi) Qui Kant elabora il suo sistema
filosofico maturo, centrato sulla "critica" della ragione.
● Critica della ragion pura (1781; seconda edizione 1787)
● Prolegomeni ad ogni futura metafisica (1783)
● Risposta alla domanda: che cos’è l’Illuminismo? (1784)
● Fondazione della metafisica dei costumi (1785)
● Critica della ragion pratica (1788)
● Critica del Giudizio (1790)
● La religione nei limiti della semplice ragione (1793)
● Per la pace perpetua (1795)
● Metafisica dei costumi (1797)
Il Criticismo Il pensiero filosofico di Kant si definisce criticismo, in
quanto fa della critica lo strumento per eccellenza della filosofia. Per Kant
criticare = interrogarsi sistematicamente sul fondamento delle esperienze
umane, chiarendone:
● possibilità (le condizioni che ne permettono l’esistenza)
● validità (la legittimità e la non legittimità)
● limiti => criticismo come filosofia del limite perchè cerca i limiti della
conoscenza
La filosofia del limite non equivale tuttavia allo scetticismo: infatti per
Kant interrogarsi sui limiti della conoscenza vuol dire al contempo
verificarne la validità, mentre lo scetticismo metteva in dubbio e negava
questa validità. L’accettazione del limite diventa quindi la norma che dà
legittimità e fondamento alle varie facoltà umane.
L’orizzonte storico del criticismo Il criticismo non fu inventato da Kant,
anzi si inserisce nel contesto storico del pensiero moderno,
profondamente segnato dalla rivoluzione scientifica e dalla progressiva
crisi delle metafisiche tradizionali. Questa situazione non portò solo allo
scardinamento della vecchia enciclopedia del sapere, ma danneggiò
anche l’etica e la riflessione sull’arte, sul gusto e sui sentimenti. Da qui
nasce il criticismo, che si interroga sui fondamenti del sapere, della
morale e dell’esperienza estetica e sentimentale umana, concretizzandosi
nei tre capolavori di Kant.
Il rapporto con l’empirismo Il kantismo può quindi essere considerato
come la prosecuzione di quell’indirizzo critico che aveva preso
l’empirismo inglese, tenendo però a mente che nel kantismo non vi è il
medesimo esito scettico; inoltre, l’analisi kantiana è molto più profonda in
quanto non si sofferma tanto sulla descrizione dei meccanismi
conoscitivi, ma sulle loro condizioni e i loro limiti.
Il rapporto con l’Illuminismo Inoltre, il kantismo si rapporta in maniera
particolare con l’Illuminismo: ne è sicuramente figlio, ma al tempo stesso
lo supera di gran lunga. Kant infatti radicalizza gli intenti illuministi
decidendo di portare davanti al tribunale della ragione addirittura la
ragione stessa, per chiarirne una volta per tutte le strutture e le
possibilità. E in ciò si scorge anche la totale fiducia illuministica di Kant
nella ragione, che, essendo autonoma, non può che autogiudicarsi e
autoguidarsi. Infatti critica ogni tipo di fideismo, misticismo o fanatismo,
in quanto per lui i limiti della ragione coincidono con i limiti della natura
umana e cercare di superarli tramite capacità superiori vuol dire
avventurarsi in sogni fantastici.
LA C. DELLA RAGION PURA (1781)
Il problema generale La Critica della ragion pura è un’analisi
critica dei fondamenti del sapere, che ai tempi di Kant si articolava in:
- scienza (mate&fis): sapere fondato in continuo progresso
- metafis.: procede oltre l’esperienza quindi non ha una strada sicura
Hume con il suo scetticismo aveva minato sia i fondamenti della
metafisica, sia quelli della scienza tramite la critica al principio di
causalità. Kant riteneva quindi necessario un riesame globale della
struttura e della validità della conoscenza.
Rispetto a Hume, Kant respinge lo scetticismo scientifico in quanto
ritiene il valore della scienza un dato di fatto, ma condivide lo scetticismo
metafisico, seppur con un’idea di fondo diversa: per Hume la metafisica
era un’illusione, per Kant invece è una disposizione naturale dell’uomo,
che lo porta a indagare oltre i confini del verificabile.
Di conseguenza Kant intende indagare su:
- come siano possibili matematica e fisica (in quanto che siano
possibili è un dato di fatto, vanno solo giustificate)
- se ed eventualmente come la metafisica sia possibile, nonostante
sia ugualmente accettabile come disposizione naturale
Com’è possibile la scienza: i giudizi sintetici a priori Per
prima cosa Kant si preoccupa di individuare i fondamenti della
matematica e della fisica, perchè una volta individuati sarà possibile
verificare se essi fondino anche la metafisica.
Il punto di partenza e l’ipotesi Kant parte nella sua analisi dallo
scetticismo di Hume:
- lo ringrazia per averlo risvegliato dal suo “sonno dogmatico”
mostrandogli la non oggettività del principio di causalità
- riconosce la corretta distinzione tra proposizioni della matematica
(certe ma infeconde) e della fisica (feconde ma incerte, in quanto
basate sul princ. di causalità)
Tuttavia, Hume si era incastrato nel vicolo cieco di una scienza che
quando certa è infeconda e quando è feconda è incerta. Kant decide
quindi di mostrare che la conoscenza umana può sia essere certa, quindi
universale e necessaria, ma al tempo stesso feconda. Perciò presuppone
come ipotesi che la conoscenza sia un composto di ciò che riceviamo
dalle impressioni e di ciò che la nostra facoltà conoscitiva aggiunge da
sè.
I giudizi sintetici a priori Secondo Kant questa ipotesi è convalidata
dall’esistenza di quelli che chiama giudizi sintetici a priori. La scienza
offre infatti diversi esempi di principi che, pur derivando in parte
dall’esperienza, sono assoluti. Infatti la scienza, anche nutrendosi
dell’esperienza, presuppone alla propria base dei principi immutabili su
cui essa si regge.
Es. “tutti i fenomeni hanno una causa”, “tutti i fenomeni cadono nel
tempo e stanno tra di loro in rapporti di tempo”
I giudizi di questo tipo vengono chiamati giudizi sintetici a priori:
- giudizi perchè connettono un predicato a un soggetto
- sintetici perchè il predicato dice qualcosa di nuovo
- a priori perchè essendo universali e necessari non possono
derivare dall’esperienza
(universali=valgono per tutti in quanto tutti abbiamo le stesse modalità di
pensiero, necessarie=non possono essere in modo diverso in quanto tutti
ragionano nello stesso modo)
Gli altri giudizi Kant esclude quindi i giudizi analitici a priori e i giudizi
sintetici a posteriori.
GIUDIZI ANALITICI A PRIORI -> Vengono enunciati a priori, senza
bisogno di ricorrere all’esperienza=>il predicato esplicita una proprietà
già intrinseca del soggetto, definita tramite un’analisi basata sul princ. di
non contraddizione. Pur essendo universali e necessari sono infecondi
perchè non ampliano il nostro patrimonio conoscitivo. Rappresentano la
concezione razionalistica. es. “i corpi sono estesi”
GIUDIZI SINTETICI A POSTERIORI -> Vengono enunciati a posteriori,
grazie all’esperienza =>il predicato dice qualcosa di nuovo sul soggetto.
Pur essendo fecondi (perchè aggiungono nuove informazioni al nostro
patrimonio) sono specifiche e non necessarie, ma contingenti.
Rappresentano la concezione empiristica. es. “i corpi sono pesanti”
La conclusione Per Kant quindi la scienza è la somma di esperienza e
giudizi sintetici a priori. Questi giudizi rappresentano quindi la “spina
dorsale” della scienza su cui si basano i vari giudizi scientifici.
Larivoluzione copernicana A questo punto Kant deve
dimostrare da dove vengono questi giudizi sintetici a priori, se non
dall’esperienza. Per rispondere a questa domanda elabora una nuova
teoria della conoscenza, intesa come sintesi di materia e forma, ossia di
un elemento a posteriori e uno a priori.
- materia (elem. empirico o a posteriori): molteplicità caotica e
mutevole delle impressioni sensibili
- forma (elem. razionale o a priori): modalità fisse attraverso cui la
mente umana ordina le impressioni
Per Kant infatti la mente filtra (come delle lenti colorate) i dati empirici
attraverso alcune forme innate e quindi comuni a tutti i soggetti
pensanti, che hanno infatti validità universale e necessaria (in quanto
tutti le possiedono e le applicano allo stesso modo) => INNATISMO
FORMALE (le forme a priori non sono ciò che si conosce ma ciò
attraverso cui si conosce)
Tutto ciò comporta una rivoluzione copernicana. Kant infatti, come
Copernico, per spiegare la scienza ribalta il rapporto tra soggetto e
oggetto, affermando che non è la mente che si modella sulla realtà, ma la
realtà che si modella sulle forme a priori attraverso cui la percepiamo.
In secondo luogo, la nuova ipotesi gnoseologica porta Kant a dover
distinguere:
- fenomeno=realtà quale ci appare tramite le forme a priori=>Gli
oggetti non sono illusori, ma reali, tuttavia soltanto nel rapporto col
soggetto conoscente. Il fenomeno è quindi di per sè oggettivo in
quanto è percepito allo stesso modo da tutti gli intelletti come il
nostro.
- noumeno o cosa in sè=realtà considerata indipendentemente da
noi e dalle forme a priori=>costituisce una “x sconosciuta” che
rappresenta il necessario correlato del fenomeno.
La partizione dell’opera La partizione dell’opera si basa sulle tre
facoltà conoscitive principali:
- sensibilità=facoltà con cui gli oggetti ci sono dati intuitivamente
attraverso i sensi, ordinati mediante le forme a priori di spazio e
tempo=>MATEMATICA
- intelletto=facoltà con cui pensiamp i dati sensibili mediante i
concetti puri (categorie)=>FISICA
- ragione=facoltà con cui cerchiamo di spiegare globalmente la
realtà mediante le idee di anima, mondo e Dio=>METAFISICA
Il concetto di trascendentale e il senso dell’opera Nel
linguaggio filosofico scolastico medievale, il termine "trascendentale"
indicava proprietà universali dell’essere; Kant riprende questo termine,
ma gli dà un significato diverso. Per Kant, “trascendentale” non è una
proprietà ontologica della realtà, ma una condizione soggettiva di
conoscenza. In altre parole, è trascendentale ciò che rende possibile
conoscere l’esperienza.
Il titolo indica un’indagine sui limiti e le possibilità della ragione, che Kant
vuole valutare quando agisce senza esperienza, solo attraverso principi a
priori. La “critica” è una sorta di mappa che mostra cosa possiamo
davvero conoscere e dove invece la ragione si illude.
L’estetica trascendentale L’estetica trascendentale è la sezione
della CDRP in cui Kant studia la sensibilità e le sue forme a priori.
(MATEMATICA=ARITMETICA, GEOMETRIA)
Kant considera la sensibilità sia “ricettiva”, perchè non genera i propri
contenuti ma li accoglie per intuizione, sia “attiva”, in quanto organizza il
materiale sensibile(=intuizioni empiriche) attraverso lo spazio e il tempo
(=intuizioni pure).
- Spazio = forma del senso esterno, cioè la rappresentazione a priori
che sta a fondamento di tutte le intuizioni esterne
- Tempo = forma del senso interno, cioè la rappresentazione a priori
che sta a fondamento dei nostri stati interni
Tuttavia il tempo si configura anche come forma del senso esterno,
poichè è attraverso il senso interno che ci giungono i dati del senso
esterno. Se non ogni cosa è nello spazio, infatti, è però sicuramente nel
tempo.
L’esposizione trascendentale Nell’esposizione trascendentale, Kant
giustifica l’apriorità dello spazio e del tempo mediante considerazioni
sulla matematica, mirate alla fondazione della stessa
Secondo lui, la matematica (geometria e aritmetica) è una scienza
sintetica a priori, cioè crea nuove conoscenze ampliando effettivamente
il sapere, e lo fa indipendentemente dall’esperienza. E allora a cosa si
appoggiano le costruzioni sintetiche a priori della matematica? La
risposta è nelle intuizioni di spazio e tempo.
La geometria si basa sull’intuizione pura dello spazio, senza bisogno di
esperienze sensibili. Allo stesso modo, l’aritmetica si fonda sull’intuizione
pura del tempo e sulla successione, da cui deriva il concetto di numero.
Proprio perché è a priori, la matematica è universale e necessaria: le sue
verità valgono per tutte le menti pensanti e non dipendono da ciò che
sperimentiamo.
Tuttavia, sorge un problema: come mai le costruzioni matematiche, pur
essendo soggettive, valgono anche per la natura? Galilei aveva risolto
questo problema pensando che Dio avesse creato il mondo con una
struttura matematica. Kant, invece, nega ogni riferimento metafisico e
sostiene che non possiamo conoscere la realtà in sé. Le leggi
matematiche valgono per la natura perché sono le condizioni attraverso
cui noi possiamo conoscerla: non sono proprietà delle cose in sé, ma
modi in cui la nostra mente struttura l’esperienza. I fenomeni, in quanto
intuiti nello spazio e nel tempo, presentano già una configurazione
geometrica e artmetica. => KANT HA RISPOSTO ALLA DOMANDA
“COM’è POSSIBILE LA MATEM. COME SCIENZA”
L’analitica trascendentale L’analitica trascendentale è la sezione
della CDRP in cui Kant studia l’intelletto e le sue forme a priori, ovvero i
concetti puri (categorie).
I concetti I concetti sono “funzioni”, ovvero operazioni attive che
consistono nell’ordinare o unificare diverse rappresentazioni. Questi
concetti possono essere empirici (derivati dall’esperienza) o puri
(contenuti a priori nell’intelletto).
Le categorie I concetti puri si identificano nelle categorie (nel senso
aristotelico del termine), cioè quei concetti basilari che costituiscono le
supreme funzioni unificatrici dell’intelletto. Le categorie coincidono inoltre
con i predicati primi, in quanto ciascun concetto è il predicato di un
giudizio possibile. Tuttavia, diversamente dalle categorie aristoteliche,
quelle kantiane non hanno un valore logico-ontologico, ma
gnoseologico-trascendentale, in quanto rappresentano esclusivamente
dei modi di funzionamento dell’intelletto che valgono solo per il
fenomeno e non per la cosa in sè.
Kant rimprovera però ad Aristotele di aver definito le categorie in modo
casuale, e perciò decide di basare le sue sul seguente filo conduttore:
poichè pensare è giudicare, esisteranno tante categorie quante sono le
modalità di giudizio, secondo la tavola dei giudizi.
Queste categorie kantiane entrano in azione in tutti i giudizi o le
proposizioni in cui si concreta il nostro pensiero. Si parla infatti sempre di
una totalità di cose o di più coseo di una cosa (categorie della quantità).
Si afferma che una cosa è reale oppure che non lo è oppure che non è
quella tale realtà (categorie della qualità). Si giudica che una certa
proprietà appartiene a una certa sostanza o che un certo fatto è causa
di un altro fatto, o che due cose agiscono e reagiscono l'una sull'altra
(categorie della relazione). Infine si afferma che una cosa e possibile o
impossibile, che esiste o non esiste, che deve necessariamente esistere o
è puramente accidentale (categorie della modalità).
La deduzione trascendentale delle categorie Kant deve ora
giustificare la validità e l’uso delle categorie, e nomina questo problema
“Deduzione trascendentale”. Il termine deduzione non si intende in senso
logico (una prova di fatto), ma giuridico (una prova di diritto). La
Deduzione Trascendentale non si chiede infatti se (quid facti) usiamo le
categorie, ma si chiede con quale diritto (giustificazione) le applichiamo
agli oggetti.
La domanda=> se le categorie sono forme a priori e soggettive del nostro
intelletto, cosa garantisce che gli oggetti dell'esperienza debbano
obbedire a queste leggi innate della nostra mente?
La soluzione=>scoperta del concetto fondamentale di «Io penso» (o
Appercezione trascendentale), che è la suprema unità fondatrice della
conoscenza.
● Cos'è l'«Io penso»? È la struttura mentale identica e universale che
accomuna tutti gli uomini. È l'atto con cui ogni rappresentazione
(sensazione, percezione) viene unificata, ovvero ricondotta alla
coscienza di "me" come soggetto pensante.
● La sua Funzione: L'«Io penso» è il principio attivo e unificante,
senza il quale le rappresentazioni (il molteplice) sarebbero caotiche
e nessuno potrebbe dire "queste sono mie rappresentazioni".
Il ragionamento=>Il ragionamento che collega l'«Io penso» alla natura
(fenomenica) si svolge così:
1. L'attività dell'«Io penso» si attua tramite i Giudizi: L'«Io penso»
unifica il molteplice sensibile producendo i giudizi (es. "La palla è
rotonda").
2. I Giudizi si basano sulle Categorie: I giudizi sono diversi modi di
agire dell'«Io penso», che si concretizzano in dodici funzioni
unificatrici.
3. Conclusione: Per poter essere pensati, tutti gli oggetti devono
necessariamente essere sottomessi alle categorie.
L’io legislatore della natura Se l'oggetto, per essere conosciuto, è
obbligato ad assumere la forma imposta dalle nostre Categorie, allora le
leggi universali della natura non sono negli oggetti, ma sono proiettate
sugli oggetti dal nostro intelletto.
L'intelletto è un legislatore perché ditta le sue leggi (le Categorie) ai
fenomeni. La natura che noi conosciamo è, in senso formale, la risultante
dell'azione ordinatrice del nostro intelletto. D’altro canto, l’io penso e le
categorie non possono rivelare altro se non ciò che la natura è in
generale, perchè le leggi particolari dei fenomeni (natura in senso
materiale) non possono essere desunte dalle categorie, ma solo
dall’esperienza.
Questa correlazione non è solo una teoria astratta, ma il fondamento per
giustificare la validità della scienza. Lo scetticismo di Hume sosteneva
infatti che le leggi scientifiche, basandosi sull'esperienza passata, non
avevano un valore universale e necessario. Domani, l'esperienza potrebbe
smentire il principio di causalità. L'«Io legislatore» annulla questo rischio.
Poiché le leggi fondamentali sono le condizioni a priori che il nostro
intelletto impone all'esperienza, l'esperienza non potrà mai contraddirle.
In sintesi: Le leggi della fisica sono valide universalmente non
perché le abbiamo imparate osservando miliardi di fenomeni,
ma perché sono le forme mentali attraverso cui noi
strutturiamo il fenomeno stesso. L'ordine oggettivo della natura
coincide con le condizioni formali del soggetto conoscente.
KANT HA QUINDI RISPOSTO ALLA DOMANDA ORIGINARIA
“COM’èPOSSIBILE LA FISICA COME SCIENZA”
Gli ambiti d’uso delle categorie La messa in luce della validità delle
categorie e della loro portata giustificatrice nei confronti della scienza
implica anche una simultanea delucidazione dei limiti del loro possibile
uso.
Le Categorie, che sono i mattoni della conoscenza, non sono concetti che
funzionano in isolamento. Le Categorie "sono vuote" se non vengono
riempite di dati sensibili provenienti dall'esperienza. Di conseguenza, le
Categorie risultano legittime solo quando sono riferite al fenomeno
(l'oggetto nello spazio e nel tempo, e quindi il conoscere stesso, che si
basa sulle categorie, non può estendersi al di là dell’esperienza.
Questo limite stabilito da Kant genera una fondamentale distinzione tra
pensare e conoscere: qualsiasi cosa si può pensare, ma non tutto si può
conoscere. La conoscenza richiede sia il concetto (la Categoria) sia
l'intuizione (il dato sensibile)
Ciò rimanda immediatamente alla distinzione tra fenomeno e noumeno.
Il noumeno è infatti l’esempio per eccelenza di ciò che si può pensare,
ma non conoscere. Tuttavia, Kant non ha mai pensato di ridurre la realtà
al fenomeno, anzi presuppone il noumeno come un postulato
immanente(=) del suo discorso gnoseologico. Nello stesso tempo
ribadisce però che l’ambito della conoscenza umana è limitato al
fenomeno. Il noumeno assume quindi il significato negativo di “cosa che
non potrà mai entrare in contatto con noi”, diventando un concetto-limite
utile per arginare le pretese conoscitive dell’intelletto. Il noumeno si può
intendere anche in maniera positiva come “l’oggetto di un’intuizione non
sensibile”, ma questa definizione non è accettabile in quanto preclusa a
noi esseri umani.
Kant usa una metafora marina per descrivere questo limite:
L'intelletto è come un navigatore (la conoscenza scientifica)
che si muove in un territorio sicuro (il fenomeno) grazie alle
bussole (Spazio, Tempo, Categorie). Tuttavia, il desiderio di
andare oltre questo territorio, verso l'oceano ignoto e
tempestoso (il Noumeno), è un impulso naturale. Tuttavia,
avventurarsi in quell'oceano, cercando di usare le categorie
oltre i limiti dell'esperienza, significa navigare senza mappa e
senza bussole, ed è destinato a fallire.
La dialettica trascendentale La dialettica trascendentale è la
sezione della CDRP in cui Kant prova a risolvere il problema della
scientificità della metafisica.
Il significato del titolo Il termine "dialettica" preannuncia la risposta
negativa sulla scientificità della Metafisica: Kant infatti riprende il
significato peggiorativo (negativo) che il termine "dialettica" aveva in
alcuni contesti filosofici (come in Aristotele, dove indicava un
ragionamento basato su premesse probabili, ma non certe). Kant vede
infatti la Dialettica come "Logica della Parvenza", ovvero l'"arte
sofistica di dare alla propria ignoranza, anzi alle proprie volute illusioni,
l'aspetto della verità".
Per dialettica trascendentale Kant intende quindi l'analisi dei
ragionamenti fallaci della metafisica. Il suo compito è "smascherare"
l'infondatezza di questi ragionamenti, che pretendono di usare le
categorie per conoscere ciò che è al di fuori dell'esperienza (il noumeno).
La genesi della metafisica Nonostante Kant concluda che la Metafisica
non è una scienza, egli riconosce che essa risponde a un'"esigenza
naturale e inevitabile della mente umana", in quanto la nostra ragione
non si accontenta dei limiti dell'esperienza (il fenomeno), ma è spinta a
cercare l'incondizionato, la totalità e le cause ultime. La filosofia critica
(kantiana) non intende sopprimere questa esigenza, ma vuole chiarirne
la genesi profonda.
La metafora della colomba Per Kant la metafisica è un parto della
ragione, la quale a sua volta non è altro che l’intelletto quando è
inevitabilmente portato a pensare senza dati. In questo stato l’intelletto è
paragonabile a una colomba che, presa dall’ebbrezza del volo e
avvertendo l’impedimenton dell’aria, immagina di volare senza di essa,
dimenticandosi che proprio l’aria, oltre ad essere un limite per il suo volo,
ne costituisce anche la condizione immanente.
Le idee trascendentali Le idee trascendentali sono i “concetti puri della
ragione” e su esse si basa la spiegazione globale cercata dai metafisici.
Sono:
- l’idea di anima = totalità assoluta dei fenomeni interni
- l’idea di mondo = totalità assoluta dei fenomeni esterni
- l’idea di Dio = totalità delle totalità, di tutti i fenomeni esterni ed
interni, fondamento di tutto ciò che esiste
L’errore della metafisica è trasformare queste tre esigenze mentali di
unificazione dell’esperienza in altrettante realtà, dimenticando che noi
non possiamo avere a che fare con la cosa in sè. Per questo i metafisici
sono simili ai naviganti che abbandonano la sicurezza dell’isola e si
addentrano nel mare in tempesta.
La critica della psicologia razionale La psicologia razionale è la
presunta scienza che studia l’anima. Per Kant la psicologia razionale è
fondata su un paralogismo, ovvero un ragionamento errato che consiste
nell’applicare la categoria della sostanza all’io penso, trasformandolo in
una realtà permanente chiamata anima.
In realtà l’io penso non è un oggetto empirico, ma soltanto un’unità
formale a cui quindi non possiamo applicare alcuna categoria, nè alcun
valore positivo, in qunanto x funzionale ignota. La verità è che noi
possiamo conoscere solo l’io fenomenico, che appare a noi tramite le
nostre forme a priori, e non l’io noumenico.
La critica della cosmologia razionale La cosmologia razionale è la
presunta scienza che studia il mondo. Per Kant anche la cosmologia è
destinata a fallire, perchè si basa sul concetto di mondo, inteso come la
totalità assoluta di tutti i fenomeni cosmici, che però è fallace. La totalità
delle esperienze, infatti, non è mai un’esperienza, in quanto noi possiamo
sperimentare questo o quel fenomeno, ma mai tutti insieme. Di
conseguenza, l’idea di mondo cade al di fuori di qualsiasi esperienza
possibile.
Le antinomie Quando i metafisici pretendono di parlare del mondo
cadono infatti nelle cosiddette “antinomie”, dei veri e propri conflitti della
ragione che si concretizzano in coppie di affermazioni opposte, ma tra le
quali non è possibile decidere in assenza di un’esperienza corrispondente.
L’idea di mondo, essendo al di là di ogni esperienza possibile, non può
fornire alcun criterio per decidere per l’una o per l’altra tesi.
1a ANTINOMIA ANTITESI: Il mondo ha un inizio e dei limiti
1a ANTINOMIA ANTITESI: Il mondo non ha un inizio e nè dei limiti
2a ANTINOMIA ANTITESI: Ogni sostanza consta di parti semplici
2a ANTINOMIA ANTITESI: Nessun sostanza consta di parti semplici
3a ANTINOMIA ANTITESI: Non esiste solo la causalità, anche la lib.
3a ANTINOMIA ANTITESI: Tutto accade x leggi => no libertà
4a ANTINOMIA ANTITESI: Esiste un essere necessario
4a ANTINOMIA ANTITESI: Non esiste un essere necessario
La critica della teologia razionale La Teologia Razionale è la disciplina
metafisica che si occupa della questione di Dio come essere supremo,
perfetto e causa ultima di tutto. Kant smantella questa disciplina
dimostrando che le sue argomentazioni non sono scientifiche, ma cadono
in illusioni.
1. La Critica alla Prova Ontologica (di Sant'Anselmo/Cartesio) La prova
ontologica cerca di derivare l'esistenza di Dio puramente dall'idea di Dio
come essere perfettissimo.
● Il Ragionamento Fallace: La prova ontologica afferma che,
essendo Dio perfettissimo e possedendo ogni qualità positiva al
grado massimo, deve possedere anche l'esistenza.
● La Critica di Kant: Kant obietta che questa prova commette l'errore
di saltare dal piano mentale a quello reale (dal piano logico a
quello ontologico). L'esistenza non è un predicato (o una proprietà)
che si aggiunge a un concetto, migliorandolo. L'esistenza è,
piuttosto, l'atto di posizione di un concetto, ovvero il fatto che esso
si riferisca a un oggetto nella realtà.
○ Esempio: Un concetto di 100 talleri reali (esistenti) non è
logicamente più perfetto del concetto di 100 talleri pensati
(non esistenti); i due concetti sono identici. L'unica differenza
è che i talleri reali sono collegati all'esperienza.
● Conclusione: La prova ontologica è una contraddizione e non può
dimostrare l'esistenza di Dio. Essa è il "sottobanco" su cui si
basano, spesso inconsciamente, anche le altre due prove.
2. La Critica alla Prova Cosmologica La prova cosmologica parte da un
dato di fatto: "Se qualcosa esiste, deve anche esistere un Essere
Assolutamente Necessario" che ne sia la causa ultima.
● Il Ragionamento Fallace:
1. Si parte dall'esperienza (esiste qualcosa di contingente e
mutevole).
2. Si applica il principio di causalità per risalire alla sua causa, e
così via, fino a giungere a una Causa Incondizionata e
Assolutamente Necessaria.
3. A questo Essere Necessario vengono attribuite tutte le
perfezioni (infinità, bontà, ecc.) tipiche di Dio.
● La Critica di Kant (Due Fallacie):
1. Uso Illegittimo della Causalità: Si usa il principio di Causalità
(che è una Categoria legittima solo dentro l'esperienza) per
saltare fuori dall'esperienza e giungere a una Causa
Incondizionata (trascendente). Questo è un uso illegittimo.
2. Ricorso alla Prova Ontologica: Dopo aver trovato l'Essere
Necessario, si deve dimostrare che a esso spettano tutti i
caratteri del Dio tradizionale. Questa attribuzione forzata di
tutte le perfezioni è, di fatto, un ricorso nascosto alla prova
ontologica.
3. La Critica alla Prova Fisico-Teologica (o Teleologica) La prova
fisico-teologica parte dalla bellezza e dall'ordine evidente del mondo.
● Il Ragionamento Fallace: L'ordine, la finalità e l'armonia
dell'universo sono così perfetti da far pensare a un Artefice Divino
infinitamente saggio e potente che lo ha progettato e costruito.
● La Critica di Kant (Due Limiti):
1. Limiti Logici: La prova, al massimo, dimostra l'esistenza di un
Architetto o Ordinatore, ma non di un Creatore (che dà la
materia dal nulla). La dimostrazione, quindi, non esclude che
sia la natura stessa ad ordinarsi in quella maniera, e cioè non
può giungere al concetto di Dio come Essere supremo.
2. Ricorso Implicito: Anche questa prova, per elevare
l'Architetto al rango di Essere Perfetto e Infinito (Dio), deve
ricorrere alla Prova Cosmologica e, di conseguenza, alla
Prova Ontologica.
4. La Posizione Finale di Kant (Agnosticismo)
● Non Ateo, ma Agnostico: Kant non nega l'esistenza di Dio (non è
ateo), ma si definisce agnostico in sede teoretica.
● La Causa: La ragione umana, usando le sue Categorie in modo
corretto, semplicemente non può dimostrare l'esistenza di Dio, né
può dimostrare la sua non-esistenza.
● L'Idea di Dio: L'Idea di Dio in Kant non è un'idea innata come in
Cartesio, ma un'Idea Trascendentale – l'esigenza della Ragione di
raggiungere l'incondizionato e la totalità. Sebbene non sia
conoscibile, questa Idea avrà un ruolo fondamentale nella sfera
morale (che Kant tratterà nella Critica della ragion pratica).
L'Uso Regolativo delle Idee della Ragione Dopo aver stabilitoche le
Idee della Ragione (Anima, Mondo, Dio) non possono avere un uso
costitutivo, cioè non possono produrre conoscenza scientifica valida,
Kant ne recupera la funzione assegnando loro un uso regolativo. La
Ragione umana è per sua natura spinta a cercare la massima estensione
e unità sistematica del sapere, cercando l'incondizionato che si
nasconde dietro la molteplicità dell'esperienza. Ad esempio, l'Idea di Dio
spinge lo scienziato a considerare l'intera esperienza come se fosse
organizzata da un unico principio ordinatore, fornendo una direttiva
metodologica per unificare le leggi particolari. Le Idee, quindi, sono utili
e necessarie: ci impediscono di fermarci ai singoli fenomeni e ci spingono
a progredire costantemente verso la massima coerenza e l'estensione
completa della conoscenza empirica, pur sapendo che l'obiettivo ultimo
dell'incondizionato non sarà mai raggiunto.
La Nuova Metafisica "Critica" o "Scientifica" La confutazione della
Metafisica tradizionale (la Teologia razionale) porta Kant a rifondare
l'intera disciplina, salvandola da mera illusione sofistica e trasformandola
in una Metafisica critica o scientifica. La Metafisica tradizionale falliva
perché pretendeva di applicare le Categorie al di là dell'esperienza (uso
trascendente); la nuova Metafisica si concentrerà invece sui principi a
priori e immanenti che sono propri della mente umana. Essa non è la
scienza degli oggetti in sé, ma la scienza dei concetti puri la cui validità
e i cui limiti sono stati stabiliti dalla Critica della ragion pura. Questo
nuovo campo di si articola in due rami: la Metafisica della Natura, che
studia i principi a priori che rendono possibile la conoscenza scientifica
del mondo fenomenico (come le leggi fondamentali della fisica), e la
Metafisica dei Costumi, che studia i principi a priori della moralità (la
Legge Morale). L'opera di Kant, la Critica della ragion pura, funge quindi
da Propedeutica per fondare la Metafisica come un sapere rigoroso e
scientifico, immune dalle illusioni dialettiche.
LA C. DELLA RAGION PRATICA (1788)
Gli obiettivi della seconda critica Per Kant la Ragione serve
a dirigere non soltanto la conoscenza (ragione teoretica), ma anche
l'azione (ragione pratica). Kant stabilisce quindi una distinzione
fondamentale tra una ragion pratica pura, che opera in maniera
totalmente autonoma e indipendente dall'esperienza e dalla sensibilità, e
una ragione pratica empirica, che invece opera ed è influenzata
dall'esperienza e dalle inclinazioni sensibili. Poiché la dimensione della
moralità si identifica con la dimensione della ragione pratica pura, il
filosofo dovrà distinguere in quali casi la ragione è pratica e anche pura
(dunque morale), e in quali casi essa è pratica senza essere pura (dunque
senza essere morale). A questo scopo serve la Critica della ragion pratica.
Il titolo dell'opera È importante notare che questa seconda Critica non
è una "critica della ragione pratica pura", a differenza della prima che era
una "critica della ragione teoretica pura". Mentre la ragione teoretica
aveva bisogno di essere criticata anche nella sua parte pura perché
tende a comportarsi in modo illegittimo (valicando i limiti
dell'esperienza), la ragione pratica non ha bisogno di essere criticata
nella sua parte pura. Questo perché in essa si comporta in modo
perfettamente legittimo, in quanto obbedisce già a una legge universale
e a priori, ovvero la legge morale. La critica si focalizza invece sulla
ragione pratica empirica che, pur essendo legata ai dati di fatto e non
potendo dare leggi universali, pretende illegittimamente di dominare la
volontà.
I limiti della morale nella finitudine umana Il fatto che la ragione
pratica pura non sia criticata non significa che sia priva di limiti o errori
di valutazione. Per Kant, la morale è profondamente segnata dalla
finitudine umana e necessita di essere salvaguardata dal fanatismo (la
presunzione di identificarsi con un essere infinito). La ragione morale è
pur sempre la ragione di un essere pensante finito e, perciò,
condizionato. Il condizionamento è costituito dal fatto che la ragione
incontra la resistenza ineliminabile della natura sensibile dell'uomo. È
questa resistenza che obbliga la legge morale ad assumere la forma del
"dovere".
I caratteri generali dell'etica kantiana Alla base della
Critica della ragion pratica c'è l'idea di una legge morale a priori,
scolpita nell'essere umano e valida per tutti e per sempre. Kant non deve
dedurre o inventare questa legge, ma unicamente constatarne l'esistenza
quale "fatto" della ragione pratica pura, di cui si ha consapevolezza a
priori e certezza apodittica. Questa legge è assoluta o incondizionata
(unbedingt). Dal punto di vista di Kant, o la morale è una chimera (agisce
per sole inclinazioni), oppure, se esiste, deve per forza essere
incondizionata e presupporre una ragione pratica "pura", capace di
svincolarsi dalle inclinazioni sensibili per guidare la condotta.
La libertà umana e l'universalità della legge morale L'assolutezza
della legge morale implica due convinzioni strettamente legate: la libertà
dell'agire umano e la validità universale e necessaria della legge. Per il
primo punto, l'incondizionatezza della morale implica la possibilità per gli
esseri umani di autodeterminarsi al di là delle sollecitazioni istintuali,
configurando la libertà come il primo presupposto (postulato) della vita
etica. Il secondo punto è una conseguenza diretta: essendo indipendente
da ogni impulso, la legge morale è per definizione universale e
necessaria, ovvero immutabilmente uguale a sé stessa in ogni tempo e
luogo. L'equazione "moralità = incondizionatezza = libertà = universalità
e necessità" è il fulcro dell'analisi.
La tensione fra ragione e sensibilità Per Kant, la morale è ab-soluta
(sciolta) dai condizionamenti istintuali non nel senso che possa
prescinderne, ma perché è in grado di de-condizionarsi rispetto ad essi.
La morale si gioca all'interno di una insopprimibile tensione bipolare tra
ragione e sensibilità. Se l'uomo fosse esclusivamente sensibilità
(animalità), il problema morale non esisterebbe; ma se fosse pura
ragione, la morale perderebbe il suo senso, poiché l'individuo sarebbe già
nella «santità» (perfetta conformità della volontà alla legge morale).
L'illusione della «santità» come bersaglio della seconda Critica È
proprio la bidimensionalità dell'essere umano (sintesi di sensibilità e
ragione) a far sì che l'agire morale sia una lotta permanente tra ragione
e impulsi egoistici. Tema dominante della Critica della ragion pratica è
infatti la polemica contro il fanatismo morale, che è l'idea di superare i
limiti della condotta umana, sostituendo alla virtù (l'intenzione morale in
lotta) la presunzione della totale «santità.
Il carattere prescrittivo dell'etica kantiana Kant è consapevole della
forza condizionante di desideri e impulsi sulla volontà, ma nega che tale
forza possa essere considerata un movente morale. Sentimento e
inclinazione al piacere non possono essere posti alla base dell'etica per il
loro carattere mutevole e soggettivo, che contraddice il valore universale
richiesto. Per questo, l'etica di Kant non è descrittiva (non concerne
l'essere - come gli uomini si comportano), ma prescrittiva o deontologica
(déon = dovere): concerne il dover-essere (come gli uomini dovrebbero
comportarsi).
L'articolazione dell'opera
L’Analitica: I principi della ragion pura in ambito
pratico A livello metodologico, Kant avverte che nell' Analitica l'ordine
di analisi sarà l'opposto di quello della Critica della r. pura: si procederà
dai principi ai concetti e poi ai sensi. L'esposizione comincia con l'analisi
dei principi pratici, ovvero le regole generali che disciplinano la nostra
volontà, intesa come facoltà di agire secondo principi.
Per Kant i principi pratici si distinguono in massime e imperativi.
➔ massima = prescrizione di valore puramente soggettivo, valida
esclusivamente per l'individuo che la fa propria.
➔ imperativo = prescrizione di valore oggettivo, cioè valida per
chiunque. li imperativi si dividono a loro volta in imperativi ipotetici
e imperativo categorico.
◆ imperativi ipotetici -> prescrivono dei mezzi in vista di
determinati fini e hanno la forma del "se vuoi... allora devi...".
Questi si distinguono in «regole dell'abilità» (norme tecniche
per raggiungere uno scopo) e «consigli della prudenza»
(mezzi per ottenere benessere o felicità).
◆ imperativo categorico -> ordina il dovere in modo
incondizionato, prescindendo da qualsiasi scopo, e ha la
forma del "devi" puro e semplice.
La legge morale non può dipendere da impulsi soggettivi o circostanze
mutevoli, quindi può risiedere soltanto in un imperativo categorico che si
imponga assolutamente e incondizionatamente, possedendo le
caratteristiche della legge.
La legge morale e le sue formule Una volta stabilito che la legge etica
è un imperativo categorico, Kant precisa che il suo contenuto, in quanto
incondizionato, non può essere un contenuto materiale; di conseguenza il
suo unico contenuto può essere la sua forma, cioè l'esigenza di essere
una legge universale. Poiché "legge" significa "universalità", l'imperativo
si concretizza quindi nella prescrizione di agire secondo una massima che
può valere per tutti. Da ciò deriva la formula-base dell'imperativo
categorico:
La formula-base della legge morale «Agisci in modo che la massima della
tua volontà possa sempre valere nello stesso tempo come principio di
una legislazione universale».
Questo comando prescrive di tenere sempre presenti gli altri e che un
comportamento è morale solo se supera il "test della generalizzabilità",
ovvero se la sua massima è universalizzabile. Ad esempio, chi mente
compie un atto immorale, poiché l'universalizzazione della massima di
mentire renderebbe impossibili i rapporti umani.
La seconda formula Nella Fondazione della metafisica dei costumi si
trova una seconda formula: «agisci in modo da trattare l'umanità, sia
nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e
mai semplicemente come mezzo». Questa formula prescrive il rispetto
della dignità umana, evitando di ridurre il prossimo o sé stessi a semplice
mezzo. Kant sostiene che la morale istituisce un regno dei fini, cioè una
comunità ideale di persone libere e razionali che si riconoscono
reciprocamente la «dignità».
La terza formula La terza formula dell'imperativo categorico prescrive:
«agisci in modo che la volontà, in base alla massima, possa considerare
contemporaneamente sé stessa come universalmente legislatrice».
Questa sottolinea in modo particolare l'autonomia della volontà,
evidenziando come il comando morale non sia un imperativo esterno, ma
il frutto spontaneo della volontà razionale. Obbedendo a essa, si
obbedisce a noi stessi, in quanto la volontà è considerata
autolegislatrice.
La formalità della legge morale Una caratteristica strutturale dell'etica
kantiana è la formalità: la legge non dice che cosa dobbiamo fare, ma
come dobbiamo farlo. Questo carattere deriva dall'incondizionatezza: se
la legge fosse "materiale" (contenuti concreti), perderebbe l'universalità
(poiché nessun contenuto particolare è universale) e la libertà (l'azione
sarebbe condizionata). Per questo la legge morale non è una lista di
precetti specifici, ma un imperativo formale-universale che si limita a
prescrivere: tieni presenti gli altri e rispetta la dignità umana che è in te e
nel prossimo.
Spetta poi all'individuo tradurre la legge astratta in azioni concrete. Le
norme etiche concrete sono quindi «fondate» dall'imperativo categorico,
non sono «fondanti», in quanto esistono in funzione di esso. Il formalismo
etico kantiano consiste quindi nella scoperta della fonte perenne della
moralità.
Il carattere anti-utilitaristico Il carattere formale e incondizionato della
legge morale è inseparabile dal suo carattere anti-utilitaristico. Se la
legge ordinasse un fine o un utile, si ridurrebbe a un imperativo ipotetico,
compromettendo sia la libertà (sarebbero gli oggetti a dare la legge alla
volontà) sia l'universalità (l'area degli scopi è soggettiva). La moralità
kantiana risiede quindi nello sforzo di attuare la legge della ragione
soltanto per ossequio(rispetto) a essa.
Si potrebbe vedere una contraddittorietà nel test di universalizzabilità
(poiché sembra giudicare le conseguenze), ma in realtà il test di Kant è di
tipo logico-formale. Non mira a un'analisi delle conseguenze, ma a una
verifica della razionalità della massima se questa fosse universalizzata.
Consiste nel capire se andrebbe bene a tutti che la massima diventasse
una legge universale (es. uomo ricco che non aiuta il bisognoso).
Il carattere rigoristico Al formalismo si lega in modo inscindibile anche il
rigorismo: Kant esclude emozioni e sentimenti dal dominio dell'etica, in
quanto possono sviare la volontà o inquinare la purezza morale.
Nemmeno la felicità può costituire il fine del dovere. La moralità consiste
nel puro dovere-per-il-dovere, che esige sottomissione alla legge morale
per puro rispetto (ossequio).
Il rispetto della legge morale In un'etica che polemizza contro il
sentimentalismo, l'unico sentimento ammesso è il rispetto per la legge
(=rispetto di sé), che sorge dalla capacità dell'uomo di umiliare le pulsioni
egoistiche sottomettendosi alla legge. Questo «sentimento morale» non è
un movente della moralità, ma è prodotto esclusivamente dalla ragione e
serve a disporre l'individuo all'obbedienza al puro dovere.
Affinché un'azione sia morale, non è quindi sufficiente che sia
esteriormente «conforme al dovere» (cioè legale), ma deve essere
compiuta «per il dovere» (cioè con la sola intenzione di obbedire alla
legge morale – moralità – intenzione invisibile).
es. Un atto altruistico è morale solo se compiuto per obbedire alla
ragione, non per ottenere un vantaggio o per un sentimento di
benevolenza.
Poiché la morale concerne l'intenzione (determinando un’etica
dell'intenzione), il bene consiste non nel “fare” il bene, ma più nel volerlo,
ovvero la volontà buona. La volontà buona (l'intenzione di conformarsi
alla legge morale) è l'unica cosa incondizionatamente buona ed è un
bene in sé stessa, non in vista del conseguimento di altri beni.
Il carattere noumenico e sovrasensibile della morale Per Kant il
dovere-per-il-dovere e la volontà buona innalzano l'essere umano al di
sopra del mondo sensibile del meccanismo naturale, rendendolo
partecipe del mondo intelligibile (noumenico), dove vige la libertà.
L'agire moralmente quindi non è un semplice aggiustamento del
comportamento nel mondo fisico, ma è l'affermazione della nostra
libertà e razionalità, che ci permette di trascendere il mondo delle
necessità fisiche e di stabilire, con ogni scelta, un ordine ideale (la natura
sovrasensibile) governato dalle leggi della ragione universale.
La vita morale, quindi, è il processo con cui l'uomo realizza la sua vera
essenza di essere libero e razionale.
Il carattere autonomo della legge morale Tutte le determinazioni della
legge etica convergono e si riassumono nel concetto di autonomia. Il
senso profondo dell'etica kantiana è infatti l'aver posto il suo fondamento
nell'essere umano e nella sua ragione, per salvaguardare libertà e
purezza della morale. Questo è il significato della "rivoluzione
copernicana" morale compiuta da Kant, che colloca l'uomo al centro
dell'universo morale, facendone il «legislatore», proprio come accade per
il mondo naturale nella CDRP.
Kant polemizza aspramente contro tutte le morali eteronome, ovvero tutti
quei sistemi che pongono il fondamento del dovere in forze esterne
all'essere umano o alla sua ragione (principi "materiali"). Kant elabora a
proposito una tavola dei motivi etici eteronomi.
La Dialettica: I Postulati della ragion pratica Dopo
aver esposto il concetto di dovere nell'Analitica, Kant nella Dialettica
prende in considerazione il concetto dell’assoluto morale, ovvero quello
che lui chiama “sommo bene”, arrivando poi a discutere e risolvere
l’antinomia fondamentale della ragion pratica.
Il sommo bene e il bene supremo Per Kant il sommo bene è quel bene
intero e perfetto che si identifica con l'unione di Virtù e Felicità. Tuttavia,
sappiamo che la felicità non può mai erigersi a motivo del dovere, pena
la perdita di incondizionatezza. Per questo, Kant distingue dal sommo
bene(virtù+felicità) il bene supremo (la sola Virtù, cioè il tendere alla
«santità»). Quindi è il bene supremo (virtù) ciò a cui l’essere umano deve
tendere.
Kant però riconosce che l'essere umano, pur agendo per puro dovere, ha
il bisogno connaturato di pensarsi degno di felicità (raggiungere il
Sommo Bene), senza che ciò contraddica il carattere disinteressato della
legge morale. Per questo Kant ha la necessità di risolvere l’antinomia
della ragion pratica.
L'antinomia della ragion pratica Nel mondo, virtù e felicità non sono
mai congiunte, poiché lo sforzo virtuoso implica la sottomissione delle
tendenze egoistiche e quindi il mettere talvolta da parte la felicità. Il
binomio "virtù e felicità" costituisce quindi l'antinomia etica per
eccellenza, oggetto della Dialettica. Vari filosofi greci hanno provato a
sciogliere quest’antinomia risolvendo o la felicità nella virtù(stoici) o la
virtù nella felicità(epicurei). Kant invece afferma (ricollegandosi al
platonismo e al cristianesimo) che l'unico modo per uscire da questa
antinomia è "postulare" l'esistenza di un mondo dell'aldilà in cui possa
realizzarsi l'equazione "virtù = felicità".
I postulati etici I postulati etici (ugualmente a quelli matematici) sono
proposizioni non dimostrabili assunte come vere, con lo scopo di essere le
condizioni di possibilità della legge morale. Sono quindi quelle esigenze
interne della morale che vengono ammesse per rendere possibile la realtà
della morale stessa.
1° postulato: L’Immortalità dell'anima L’immortalità dell’anima viene
postulata per garantire il raggiungimento della santità. Dato che essa
non è realizzabile nel mondo finito, all’essere umano servirà in un’altra
zona del reale del tempo infinito per progredire verso essa.
2° postulato: L’ Esistenza di Dio Nasce per rendere realizzabile il secondo
elemento del sommo bene, ovvero la felicità. Serve un garante che
colleghi la virtù alla felicità => Dio.
3° postulato: La Libertà Dopo i due postulati religiosi, Kant affronta il
tema della libertà: essa è la condizione stessa della morale. Nel momento
in cui l’etica prescrive il dovere, presuppone che si possa agire o meno in
conformità ad esso, e che quindi l’uomo sia libero.
Kant pone quindi sia la libertà come postulato ontologico dell’etica (cioè
l’etica esiste solo perchè c’è la libertà), sia riconosce che la legge morale
è la ragione di conoscenza (ratio cognoscendi) della libertà. Dunque
l'azione morale prova la libertà con la formula «Devi, dunque puoi».
Il primato della ragion pratica La teoria dei postulati etici
stabilisce il primato della ragion pratica sulla ragione teoretica, che
consiste nella prevalenza dell'interesse pratico e nel fatto che la ragione
ammette, nel suo uso pratico, proposizioni che non potrebbe ammettere
nel suo uso teoretico. Kant infatti si trova a rivalutare nella pratica dei
concetti che aveva negato nella pura.
Pur aprendo uno squarcio sul noumenico, tuttavia, i postulati etici non
valgono come conoscenze. Il “primato della ragione pratica” non
significa che essa da all’uomo ciò che la ragione pura nega, ma
semplicemente che le sue condizioni di validità comportano la
ragionevole speranza dell'esistenza di Dio e dell'immortalità dell'anima.
Il rapporto tra morale e religione Se i postulati fossero certezze
dimostrabili, infatti, la morale cadrebbe nell'eteronomia di essere basata
sulla religione. Kant, in contrasto con la tradizione, sostiene quindi che la
morale (pura forma del dovere-per-il-dovere) conduce alla religione, non
il contrario. Dio o l’immortalitaà dell’anima sono unicamente un fine della
condotta morale, un’eventuale speranza di completamento, e non il suo
fondamento. Infatti la morale, in quanto autonoma, non ha bisogno di
stimoli esterni per conoscere il proprio dovere, gli basta la propria
ragione. Tuttavia essa conduce inevitabilmente alla religione.
+l’uomo vive in un dualismo fenomenico-noumenico, tra il mondo della
ragione e il mondo della morale=>affrontato nella critica del giudizio
LA CRITICA DEL GIUDIZIO (1790)
Nella Critica del Giudizio Kant muove da una sorta di dualismo lasciato
aperto dalle prime due Critiche:
- dalla CDRPURA emergeva una visione meccanicistica della realtà,
in quanto la natura fenomenica appariva come una struttura
causale e necessaria, dove la libertà umana non trovava posto. =>
MONDO FENOMENICO e MECCANICISTICO conosciuto dalla
scienza
- dalla CDRPRATICA emergeva una visione indeterministica e
finalistica, in quanto si postulavano come condizioni della morale la
libertà dell’uomo e l’esistenza di Dio. => MONDO NOUMENICO e
FINALISTICO “postulato” dall’etica
Il sentimento La Critica del Giudizio (1790) ha lo scopo di gettare un
ponte su questo "immenso abisso" tra i due mondi. Kant lo fa studiando
una facoltà umana, il Sentimento (o Giudizio), che funge da "terza
facoltà umana" in aggiunta alla Conoscenza e alla Volontà, ed è il campo
dell'attività autonoma. Il Giudizio non si occupa né di conoscere la realtà
(come la Ragion Pura), né di agire secondo il dovere (come la Ragion
Pratica), ma di cogliere la finalità peculiare della realtà.
Def: SENTIMENTO=facoltà peculiare mediante la quale gli esseri
umani fanno esperienza di quella finalità del reale che la prima
Critica escludeva sul piano fenomenico e la seconda postulava a
livello noumenico.
Ciò non significa che la CDRPURA è la tesi, la CDRPRATICA l’antitesi e la
CDG la sintesi; Kant infatti non ha “superato” il dissidio tra le prime due
critiche: per lui il sentimento, nonostante figuri il mondo fenomenico
tramite i concetti di finalità e libertà, è semplicemente un’esigenza
umana che non ha però alcun valore conoscitivo o teorietico. è l’incontro
(non conciliazione) soggettivo dei due mondi.
L’analisi del sublime Kant inizia la sua analisi del Sublime
prendendo spunto dal pensiero settecentesco, in particolare dal filosofo
irlandese Edmund Burke, che aveva dato una definizione di bello
destinata a influenzare fortemente l’estetica settecentesca. Per Burke,
mentre il Bello è associato alla misura, all'ordine e all'armonia (ciò che è
piccolo e delicato), il Sublime è legato all'eccesso, alla sproporzione e a
tutto ciò che può provocare una sensazione di "dilettoso orrore", ovvero
di terrore e pericolo da cui l'essere umano, pur rimanendo in sicurezza, si
sente sopraffatto. Questa esperienza, prodotta da qualcosa di smisurato
o incommensurabile, è il punto di partenza per l'analisi di Kant.
Le Due Forme del Sublime Kant distingue due tipi di Sublime, entrambi
legati all'impossibilità, per la nostra immaginazione, di comprendere
pienamente l'oggetto osservato.
Il Sublime Matematico Il Sublime matematico nasce in presenza di
qualcosa di smisuratamente grande in termini di estensione. Di fronte a
queste immense grandezze, la nostra immaginazione non riesce a
"abbracciarle" completamente; proviamo quindi un senso di dispiacere.
Tuttavia, questo dispiacere si converte subito in un piacere della Ragione:
essa infatti evoca l'Idea dell'Infinito, in confronto alla quale persino
l'immensità dell'oggetto fisico appare piccola. Scoprendoci portatori
dell’idea di infinito, riconosciamo la nostra essenza di esseri superiori alla
stessa natura raggiungendo la consapevolezza della nostra grandezza
spirituale.
Prendendo coscienza del fatto che il vero sublime non risiede tanto nella
realtà, quanto in noi stessi, convertiamo l’iniziale stima per l’oggetto in
una finale stima per l’oggetto contemplante.
Il Sublime Dinamico Il Sublime dinamico nasce in presenza di una
potenza naturale minacciosa e forze distruttive come tempeste, oceani in
rivolta o terremoti. Di fronte a questi fenomeni, proviamo inizialmente
paura. Ma, una volta assicurati di essere in salvo il primo sentimento di
piccolezza si trasforma nel piacere di sentirci superiori alla forza della
natura in quanto soggetti pensanti. In questo modo, la potenza della
natura ci fa percepire la nostra grandezza spirituale, derivante dalla
consapevolezza della nostra destinazione morale e della libertà che ci fa
resistere e non soccombere al caos della natura.
La Sublimità della Legge Morale e l'Ossequio La vera sublimità non
risiede negli oggetti naturali stessi, ma è una "sublimità della nostra
destinazione" che risiede dentro di noi. È un riflesso della nostra natura
sovrasensibile e della nostra libertà.
È proprio in base a questo legame tra estetica e morale che Kant
afferma che la legge morale è il sublime per eccellenza. Come difronte
alla natura, di fronte alla forza invincibile della ragione (il dovere), l'animo
prova un sentimento di rispetto (o ossequio) che lo induce a
sottomettersi al dovere. L'uomo si sente contemporaneamente piccolo (a
causa dell'impotenza di fronte alla natura) e grandissimo (perché la sua
Ragione può trascendere quella stessa natura). Il piacere provato di
fronte al Sublime dinamico, infatti, non è felicità, ma è la consapevolezza
di poter ubbidire a un "duro impero" (la legge morale) che ci rende signori
della nostra natura fisica.
Differenza e Punto Comune con il Bello A questo punto, Kant distingue
il Sublime dal Bello, ma ne riconosce anche un punto in comune:
● Differenza: Il Bello genera un sentimento di calma e serenità grazie
all'equilibrio e all'armonia tra l'immaginazione e l'intelletto. Il
Sublime, invece, provoca una disarmonia e una tensione tra
l'immaginazione (che non riesce a cogliere l'immenso) e la Ragione
(che evoca l'idea dell'infinito o della libertà), provocando
ammirazione e commozione.
● Punto Comune: Entrambi, Bello e Sublime, sono giudizi di
riflessione, e sono basati sul soggetto pensante.
LA TEORIA DELLO STATO
Kant fonda la sua teoria dello Stato sul contrattualismo. Riprende da
Hobbes l’idea che i rischi dello stato di natura conducano alla formazione
razionale dello stato; da Locke la convinzione che esistano dei diritti
umani inalienabili; sempre da Locke e da Montesquieu la divisione dei
poteri; da Rousseau la concezione della volontà collettiva come l’unico
principio adeguato per la posizione del diritto.
Per lui, però, il contratto sociale non è un fatto storico realmente
accaduto, ma è un'idea a priori della ragione pratica, cioè un principio
razionale e politico che deve guidare l'agire pratico di chi governa. Il
contratto serve a rendere possibili i diritti, i doveri e l'esistenza stessa
della società civile.
Questo approccio lo porta a criticare la Rivoluzione Francese. Sebbene
Kant ne ammirasse l'entusiasmo iniziale, ne criticò la violenza e il terrore
(come quello esercitato da Robespierre). Per Kant, l'unico potere legittimo
è quello che si costituisce in modo riformato e non violento. La riforma e
la critica sono accettate solo sottoforma di libertà di penna
(espressione), operando all'interno della sfera pubblica e critica.
Il Fine dello Stato: La Libertà Per Kant, il fine ultimo dello Stato non è
la felicità dei cittadini (che è soggettiva e può essere perseguita solo
individualmente). Osservando bene, lo stato non ha un fine proprio,
perchè questo coincide con i fini di tutti i cittadini. Lo stato quindi deve
limitarsi a fare in modo che ognuni possa raggiungere i propri scopi,
ovvero garantire la libertà.
Lo Stato deve assicurare che la libertà di ciascuno sia inviolabile e
inalienabile, purché conciliabile con la libertà di tutti gli altri. L'individuo,
in quanto persona, ha una dignità assoluta e non può essere trattato
come un mezzo per i fini dello Stato. La legge, quindi, deve limitarsi a
regolare il campo d'azione dei singoli, permettendo a ciascuno di
perseguire i propri fini individuali (etici, economici, ecc.) senza
danneggiare gli altri.
In virtù di ciò, Kant è considerato uno dei principali padri fondatori del
liberalismo moderno e uno dei suoi maggiori filosofi, poiché il suo
modello statale è:
● Stato liberale: Lo Stato deve preoccuparsi solo di porre i cittadini
nella condizione giuridica di perseguire i propri fini
● Stato di diritto: Lo Stato ha la funzione di stabilire un ordinamento
in cui, in base alla legislazione universale del diritto, ciascuno
possa coesistere con gli altri secondo una legge universale.
● Stato formale: Lo Stato non si preoccupa di cosa i cittadini fanno
(cioè non deve dettare i loro scopi, che restano nella sfera morale
privata), ma deve preoccuparsi solo di come lo fanno, ovvero di
garantire che l'azione di ciascuno si svolga in modo da non ledere
gli altri e la loro libertà.
In questo senso, il pensiero politico e giuridico di Kant, come sottolinea
Bobbio, rappresenta una delle migliori formulazioni della concezione
liberale dello Stato, ponendo la libertà individuale come principio
fondante.
PER LA PACE PERPETUA (1795)
Kant affronta il tema della pace tra gli Stati nel suo trattato Per la pace
perpetua, scritto in occasione della pace firmata a Basilea tra Francia e
Prussia nel 1795. L’opera, che ha la struttura di un vero e proprio trattato
internazionale, è composta da sei “articoli preliminari”, che trattano le
condizioni necessarie per eliminare le principali ragioni di guerra tra stati,
e tre “articoli definitivi”, che si occupano delle condizioni necessari per
stabilire una pace durevole.
Gli Articoli Preliminari Questi articoli stabiliscono le condizioni
necessarie affinché si possa eliminare le principali cause immediate di
conflitto, vietando pratiche che rendono instabile la pace:
1. Nessun trattato può essere considerato tale se contiene la riserva
tacita di futuri conflitti.
2. Nessuno Stato indipendente può essere acquisito da un altro, in
nessun modo.
3. Gli eserciti permanenti devono scomparire nel tempo.
4. Non si devono contrarre debiti pubblici per finanziare azioni
belliche.
5. Nessuno Stato deve intromettersi con la forza nella costituzione o
nel governo di un altro Stato.
6. Nessuno Stato in guerra con un altro deve permettere atti ostili che
minino la fiducia reciproca e la pace futura.
Gli Articoli Definitivi Gli articoli definitivi stabiliscono le tre
condizioni istituzionali e giuridiche essenziali per una pace durevole:
1. La Costituzione Repubblicana degli Stati: La costituzione di ogni
Stato deve essere "repubblicana". Per Kant, "repubblicano" non
significa necessariamente democratico, ma significa che il regime
deve essere non dispotico e basarsi sulla separazione dei poteri e
sulla rappresentanza, tutelando l'uguaglianza giuridica di tutti i
cittadini e la libertà individuale. In un regime repubblicano, dove i
cittadini devono acconsentire alla guerra, riflettono sulle
conseguenze e sono meno propensi a iniziarla.
2. La Federazione di Stati: Il diritto internazionale deve fondarsi su
una "federazione di liberi Stati", non su un unico Stato mondiale
(un "super-Stato" o una monarchia universale, che sarebbe
dispotico). Questa federazione dovrebbe essere una lega di popoli
capace di eliminare le guerre, non limitandosi a una pace
momentanea (pax provisoria), ma tendendo alla pace perpetua
(pax perpetua).
3. Il Diritto Cosmopolitico (Ospitalità Universale): Il diritto
internazionale deve limitarsi a regolare le condizioni di
"un'universale ospitalità". L'ospitalità per Kant non è un atto di
filantropia, ma un diritto degli stranieri a non essere trattati con
ostilità quando giungono sul territorio altrui. Questo principio è
cruciale perché favorisce il commercio pacifico e la comunicazione
tra i popoli, contrastando la rapacità e lo sfruttamento coloniale.
La Costituzione di un "Ordinamento Cosmopolitico" Per
Kant, la fine della guerra non può essere raggiunta con semplici divieti
(gli articoli preliminari), ma esige la trasformazione strutturale della
politica e del diritto, estendendo i principi giuridici oltre i confini nazionali
per creare un diritto internazionale. Per lui infatti gli Stati vivono in una
sorta di stato di natura bellicoso, in cui domina il diritto del più forte.
L'uscita degli Stati dallo stato di natura verso la pace richiede quindi la
creazione di uno Stato legale affidato alla sola ragione, che lui definisce
“ordinamento cosmopolitico”. La nascita di questo stato non è però un
processo necessario, ma dipende dalla razionalità umana e non ha
alcuna garanzia intrinseca di realizzazione: si configura piuttosto conme
un compito da perseguire.
Il Ruolo della Filosofia Nella seconda edizione della Pace
Perpetua (1796) Kant aggiunge un articolo “segreto” agli altri 9:
“le massime dei filosofi sulle condizioni di possibilità della pubblica
pace devono essere prese in considerazione dagli Stati armati per
la guerra”
Kant precisa poi la “segretezza” di questo articolo, precisando che per
l’autorità legislativa di uno Stato potrebbe apparire sminuente accogliere
dai sudditi insegnamenti sul modo di comportarsi. Tuttavia egli chiarisce
che farlo sembra consigliabile, e che allora gli Stati inviteranno
tacitamente (facendone un segreto) i filosofi a dare questi insegnamenti:
ciò significa che lo stato li farà parlare liberamente.
Per Kant quindi non solo la ragione umana è al di sopra della potenza
dello Stato, ma che i filosofi, più grandi esponenti della stessa, hanno
qualcosa da dire ai potenti, e non sono visionari fuori dal tempo o
ripetitori di cose morte.
Questo non significa che per Kant i re debbano filosofeggiare o i filosofi
debbano diventare re, perchè ciò non è realistico, in quanto il potere
tende a corrompere la ragione. È invece fondamentale chegli Stati non
facciano tacere i filosofi, e che i filosofi non si chiudano nella loro
conoscenza, ma la utilizzino per consigliare i politici.