deserto segreto, contamina il passato e il futuro e in qualche modo coinvolge gli astri.
Finché durerà, nessuno al mondo potrà essere prode o felice. Non voglio descriverla; un
caos di parole eterogenee, un corpo di tigre o di toro, nel quale pullulassero
mostruosamen-te, uniti e odiandosi, denti, organi e teste, possono, forse, essere
immagini che le si approssimano.
Non ricordo le tappe del mio ritorno, tra i polve-rosi e umidi ipogei. So soltanto che non
mi lasciava il timore che, all'uscire dall'ultimo labirinto, mi cir-condasse nuovamente la
nefanda Città degli Immor-tali. NulPaltro posso ricordare. Quest'oblio, ora invin-cibile, fu
forse volontario; forse le circostanze della mia evasione furono tanto ingrate che, un
giorno ugualmente obliato anch'esso, giurai di dimenticarle.
III
Chi abbia letto con attenzione il racconto delle mie prove, ricorderà che un uomo della
tribù m'aveva se-guito come un cane fino all'ombra irregolare delle mura. Quando uscii
dall'ultimo sotterraneo, lo ritro-vai all'imbocco della caverna. Stava sdraiato sulla sabbia,
dove goffamente tracciava e cancellava una fila di segni, ch'erano come le lettere dei
sogni, che quando stiamo per capirle si confondono. Dapprima credetti che si trattasse
d'una scrittura barbara; poi compresi che è assurdo immaginare che uomini che non sono
giunti alla parola possiedano la scrittura.
Inoltre, nessuna delle forme era uguale all'altra, e ciò escludeva o allontanava la
possibilità che fossero simboliche. L'uomo le tracciava, le guardava e le correggeva. Di
colpo, come se il giuoco l'annoiasse, le cancellò col palmo e l'avambraccio. Mi guardò,
non parve riconoscermi. Tuttavia, tanto grande era il sol-lievo che m'inondava (o tanto
grande e timorosa la mia solitudine) che pensai che quel rudimentale tro-glodita, che mi
guardava dal suolo della caverna, fosse rimasto li ad aspettarmi. Il sole ardeva la pia-
nura; quando iniziammo il ritorno al villaggio, sotto le prime stelle, la sabbia scottava
sotto i piedi. Il tro-glodita mi precedeva; quella notte concepii il propo-sito d'insegnargli a
riconoscere, e magari a ripetere, qualche parola. Il cane e il cavallo — riflettei — sono
capaci della prima cosa; molti uccelli, come l'usignuo
lo dei Cesari, della seconda. Per rozzo che fosse l'intendimento di un uomo, sarebbe stato
sempre supe-riore a quello di esseri irragionevoli.
L'umiltà e la miseria del troglodita mi trassero alla memoria l'immagine di Argo, il vecchio
cane mori-bondo dell’Odissea, e così gli misi nome Argo e cercai d'insegnarglielo. Ma ogni
mio sforzo falli. Arbitri, rigore e ostinazione furono del tutto vani. Immobile, lo sguardo
inerte, sembrava non percepire i suoni che tentavo d'inculcargli. A qualche passo da me,
era co-me se fosse remotissimo. Gettato sulla sabbia, simile a una piccola e cadente
sfinge di lava, lasciava che su lui girassero i cieli, dal crepuscolo del giorno a quello della
notte. Mi sembrò impossibile che non si avvedes-se della mia intenzione; Ricordai ch'è
fama tra gli etiopi che le scimmie non parlino di proposito, per non essere obbligate a