arena; sulla riva opposta splendeva (agli ultimi o ai primi raggi del sole), svelata, la Città
degli Im-mortali. Vidi mura, archi, frontoni e fori: la base era un altipiano di pietra. Un
centinaio di nicchie irregolari, uguali alla mia, foravano la montagna e la valle. Nell'arena
erano pozzi di poca profondità; da quelle misere buche, e dalle nicchie, emergevano
uomini dalla pelle grigia, dalla barba negletta, ignu-di. Credetti di riconoscerli;
appartenevano alla stir-pe bestiale dei trogloditi, che infestano le rive del Golfo Arabico e
le grotte d'Etiopia; non mi meravigliò che non parlassero e che mangiassero serpenti.
Il tormento della sete mi rese temerario. Calcolai [Link] a circa trenta piedi
dall'arena; mi gettai, gli occhi chiusi, le mani legate dietro la schiena, giù per il fianco del
monte. Affondai la faccia insan-guinata nell'acqua oscura. Bevvi come si abbeverano gli
animali. Prima di perdermi di nuovo nel sonno e nei deliri, inspiegabilmente ripetei alcune
parole greche: i ricchi teucri di Zelea che bevono l'acqua nera dell’Esepo...-.
Non so quanti giorni e quante notti trascorsero su me. Dolente, incapace di tornare al
riparo delle ca-verne, nudo sull'ignota arena, lasciai che la luna e il sole giocassero col
mio infelice destino. I trogloditi, infantili nella barbarie, non mi aiutarono a sopravvivere
né a morire. Invano li pregai di darmi morte. Un giorno, con una pietra affilata, ruppi i
miei legami. Un altro, mi levai in piedi e potei mendicare o rubare — io, Marco Flaminio
Rufo, tribuno militare di una delle legioni di Roma — la mia prima detestata razione di
carne di serpente.
L'ansia di vedere gli Immortali, di toccare la sovru-mana Città, m'impediva quasi di
dormire. Come se indovinassero il mio proposito, neppure i trogloditi dormivano:
dapprima credetti che mi sorvegliassero; poi, che sentissero il contagio della mia
inquietudine, come accade ai cani. Per allontanarmi dal barbaro villaggio scelsi l'ora più
palese, il declinare del meriggio, quando tutti gli uomini emergono dalle fenditure
della roccia e dai pozzi e guardano il tramonto, senza vederlo. Pregai ad alta voce, non
tanto per im-petrare il favore divino quanto per intimidire la tribù con parole articolate.
Attraversai il ruscello sabbioso e mi diressi verso la Città. Confusamente, mi seguirono
due o tre uomini. Erano (come gli altri di quella stir-pe) di piccola statura; non ispiravano
timore ma re-pulsione. Dovetti aggirare alcuni avvallamenti irre-golari che mi parvero
cave; offuscato dalla grandezza della Città, l'avevo creduta vicina. Verso la mezzanot-te
calpestai, irta di forme idolatriche sulla sabbia gial-la, la nera ombra delle sue mura.
M'arrestò una [Link] orrore sacro. Tanto abominati dall'uomo sono l'ignoto e il
deserto, che m'allietai d'esser stato accompagnato fin li da uno dei trogloditi. Chiusi gli
occhi e attesi, senza dormire, che splendesse il giorno. Ho detto che la Città s'innalzava
su un altipiano di pietra. Quest'altipiano, paragonabile a una scogliera, non era meno a
picco delle mura. Invano affaticai i miei piedi: il nero basamento non scopriva la più pic-
cola irregolarità, le mura inalterabili non sembravano consentire una sola porta. L'ardore
del sole fece si che mi rifugiassi in una caverna; nel fondo era un pozzo, nel pozzo una
scala che sprofondava nelle tenebre sot-tostanti. Discesi; attraverso un caos di sordide
gallerie giunsi a una vasta stanza circolare, appena visibile. V'erano nove porte in quel
sotterraneo; otto s'aprivano su un labirinto che ingannevolmente sboccava nel-la stessa