Diritto
Diritto
b) Le leggi ordinarie possono essere emanate sulla base di una proposta di legge emanata dal
Governo, dal Parlamento o mediante iniziativa popolare sottoscritta da 50.000 elettori.
I decreti legge vengono emanati dal Governo per far fronte a casi di emergenza e devono essere
poi portati all’esame delle Camere, per poi essere convertiti in legge entro 60 giorni dalla
pubblicazione del decreto, altrimenti questi decadono e non possono essere più riproposti.
I decreti legislativi vengono emanati sulla base di una legge delega formulata dal Parlamento, in cui
si riportano i principi e i criteri direttivi ai quali il Governo deve adeguarsi nella stesura del decreto.
Attualmente vi è un eccessivo ricorso a tali provvedimenti, per evitare i lunghi tempi di
approvazione delle leggi.
Le leggi regionali hanno validità solo all’interno delle Regioni, il ché è possibile grazie al principio di
competenza per il quale vi sono materie la cui potestà è esclusiva delle regioni.
c) I regolamenti possono essere emanati sia dal Governo che da altre autorità e vengono utilizzati per
disciplinare quelle materie che necessitano approfondimenti da un punto di vista tecnico, pratico e
scientifico. È la stessa legge, infatti, che spesso rinvia ad un regolamento per la descrizione degli
aspetti più specifici e tecnici.
È da osservare che oltre alle fonti sopra esposte, esistono altre fonti normative, emanate da organi esterni
allo Stato ma facenti parti dell’Unione Europea, organizzazione di cui l’Italia fa parte.
La Costituzione stessa prevede, infatti, che ci sia una limitazione della sovranità statale a favore di enti che
operino al fine di garantire la pace e la giustizia tra le varie nazioni.
Per quanto riguarda i soggetti di diritto, si distinguono: le persone fisiche e gli enti collettivi.
Più nel dettaglio:
a) Ogni uomo è un soggetto del diritto e gode della capacità giuridica, ossia gode di una posizione
giuridica riconosciuta e tutelata dalla legge che nasce con la persona e si estingue solo con la
morte. Tuttavia, affinché un soggetto possa agire in giudizio, ossia possa compiere degli atti che
sono rilevanti per il diritto, deve godere della capacità di agire (o capacità legale), che si acquisisce
con la maggiore età.
La normativa italiana prevede alcuni casi di incapacità legale che sono rappresentati da:
- Minore età: il minore di 18 anni non ha la capacità di agire, una capacità limitata è riconosciuta
al minore emancipato, ossia a colui che ha un età compresa tra 16 e 18 anni
- Interdizione legale: riguarda il maggiorenne che è in uno stato di infermità mentale, per cui non
è in grado di tutelare i propri interessi.
- L’inabilitazione: che riguardo colore che sono incapaci di provvedere ai propri interessi poiché
affetti, ad esempio da cecità, mutismo, sordità etc.
Il riconoscimento dell’incapacità legale, avviene al fine di tutelare le persone che
inconsapevolmente potrebbero ledere se stessi. Infatti, per tali soggetti è possibile ricorrere
all’istituto della rappresentanza consentendo quindi ad un rappresentante legale di agire per nome
e per conto del rappresentato.
Può verificarsi anche il caso di incapacità naturale, in cui una persona capace, si trovi in uno stato
tale da essere incapace di intendere e di volere. Anche il caso di incapacità naturale è tutelato dalla
legge, solo che l’incapacità naturale non è documentata, dunque, bisogna tutelare anche gli
interessi della controparte.
b) Gli enti collettivi e le organizzazioni, così come le persone fisiche, sono dei soggetti del diritto per i
quali, però, non si fa la distinzione tra capacità giuridica e capacità di agire.
Alle organizzazioni, è infatti riconosciuta la soggettività giuridica, che può raggiungere il massimo
grado con il riconoscimento della personalità giuridica, in virtù della quale si ha il raggiungimento
dell’autonomia patrimoniale perfetta, ossia si ha la completa distinzione tra il patrimonio dell’ente
e quello dei singoli individui che lo costituiscono.
Una prima distinzione degli enti, che è possibile fare, è in base allo scopo, ossia in ente pubblico, che
ha una finalità pubblica e quini non di lucro, ed ente privato, che ha una finalità privatistica.
Più nel dettaglio:
- Enti a scopo di lucro: si pongono come obiettivo il conseguimento di un utile da dividere tra i soci
(società) o di conseguire un’utilità economica che sarà poi ripartita, come nel caso delle
cooperative.
- Enti senza scopo di lucro: non si pongono come obiettivo il conseguimento di un utile, ma hanno
finalità di carattere culturale, religioso e politico. Questo non significa che non svolgono attività
economiche, sono comunque previsti dei dipendenti, un patrimonio e così via, solo che la finalità
per la quale le persone si associano, non è economica.
Tra gli enti collettivi non a scopo di lucro si ricordano:
Le associazioni, che hanno finalità di tipo culturale, sociale, politiche, non dirette alla
realizzazione di un utile. Possono essere riconosciute o non riconosciute, in quest’ultimo
caso si raggiunge un’autonomia patrimoniale imperfetta e non godono di personalità
giuridica (sono molto presenti sul nostro territorio, ne sono un esempio i partiti politici e
i sindacati).
Le fondazioni: sono organizzazioni che vengono create per gestire un patrimonio che
viene devoluto dal fondatore ad uno scopo socialmente utile, quale una ricerca medica,
in questo caso gli elementi trainanti sono il patrimonio e lo scopo che è esterno, in quanto
i beneficiari sono diversi dai componenti dell’ente.
I comitati: hanno la finalità di raccogliere dei fondi da destinare ad uno specifico scopo. I
membri dei comitati sono solidalmente e personalmente responsabili delle obbligazioni
assunte dall’ente stesso.
2.1: Le obbligazioni
L’obbligazione è un rapporto giuridico, da svolgersi secondo le regole della correttezza, tra un debitore che
è tenuto ad effettuare una determinata prestazione di natura patrimoniale, nei confronti di un creditore.
Ne consegue pertanto che, gli elementi costitutivi di un’obbligazione sono:
- I soggetti coinvolti nell’obbligazione, ossia debitore e creditore.
- L’oggetto dell’obbligazione, ossia la prestazione che il debitore deve effettuare al fine di
soddisfare gli interessi del creditore e che deve essere:
Lecita, e quindi rispettare le norme previste dall’ordinamento giuridico.
Possibile: ossia realizzabile.
Determinato o determinabile: nel senso che devono sussistere ed essere indicati
almeno dei parametri di riferimento cui rapportare il contenuto della prestazione.
Deve avere un contenuto patrimoniale: ossia deve essere quantificabile da un punto di
vista economico.
- Il vincolo giuridico che lega debitore e creditore e che risulta strettamente legato alle fonti
dell’obbligazione ossia tutti quegli atti e quei fatti a seguito dei quali nasce l’obbligazione.
Sono fonti dell’obbligazione:
Il contratto, che è la fonte principale dell’obbligazione.
Il fatto illecito, in quanto chiunque che con il proprio comportamento, doloso o colposo,
arrechi danno ingiusto ad un altro soggetto è tenuto a risarcirlo.
Altri atti o fatti, quali ad esempio
Promessa al pubblico: è il caso in cui un soggetto promette pubblicamente una
determinata prestazione a colui che si troverà in una data situazione o che
compirà una determinata azione.
Pagamento dell’indebito: nel caso in cui un soggetto esegua una prestazione ha
il diritto di ottenere la restituzione di ciò che ha pagato.
Arricchimento senza causa: chi, senza giusta causa, si è arricchito a danno di un
altro soggetto, è tenuto ad indennizzare quest’ultimo della rispettiva
diminuzione patrimoniale.
Relativamente ai soggetti coinvolti nell’obbligazione, è da osservare che, nel caso in cui vi siano più debitori
si ha la distinzione in obbligazione parziaria e solidale.
- Nell’obbligazione parziaria, laddove l’obbligazione risulti “divisibile”, ogni debitore è tenuto ad
effettuare solo una parte della prestazione, proporzionale alla sua quota di debito.
- Nell’obbligazione solidale, uno dei debitori effettua l’intera prestazione al creditore per poi
chiedere mediante l’azione di regresso il rimborso delle quote degli altri debitori.
È da osservare che, l’obbligazione parziaria nel caso di una pluralità di debitori è l’eccezione, mentre la
regola è costituita dall’obbligazione solidale. Nel caso contrario, in cui vi sono più creditori, vi è comunque
la distinzione tra obbligazione parziaria ed obbligazione solidale con la differenza, però, che in questo caso
la parziarietà rappresenta la regola.
2.2: Tipologie di obbligazioni
La prestazione, può avere il contenuto più vario, dato il principio di autonomia contrattuale; si distinguono,
pertanto, vari tipi di obbligazioni e la distinzione riguarda fondamentalmente la modalità di adempimento:
- Obbligazioni di dare: la prestazione riguarda la consegna di un bene;
- Obbligazioni di fare: la prestazione riguarda lo svolgimento di un’attività;
- Obbligazioni di non fare: consiste nell’obbligo di astenersi da una certa attività;
- Obbligazioni accessorie: sono quelle obbligazioni che si accompagnano alle principali, e che sono
logicamente e funzionalmente collegate alle stesse al fine di realizzare meglio gli interessi del
creditore (ad esempio: l’obbligazione di consegnare una cosa include l’obbligo di custodirla fino alla
consegna).
- Obbligazioni naturali: non si tratta di vere e proprie obbligazioni, ma di prestazioni eseguite in
attuazione di un obbligo morale e sociale, come ad esempio, i debiti di gioco. La particolarità è
questa: il creditore non ha alcuna azione legale per ottenere il pagamento, ma se il debitore,
spontaneamente, ritiene di pagare non può chiedere la restituzione.
Nell’ambito delle Obbligazioni di dare, rientrano anche le Obbligazioni pecuniarie per le quali, la
prestazione consiste nel pagamento di una somma di denaro (pecunia).
In tal caso di parlerà di:
- Debiti di valuta quando la somma da pagare è stata determinata al momento in cui nasce
l’obbligazione, non tenendo conto, quindi, di eventuali svalutazioni della moneta riscontrabili al
momento del pagamento.
- Debiti di valore, quando la somma non è determinata nel momento in cui nasce l’obbligazione, ma
corrisponde ad un valore che sarà quantificato solo al momento del pagamento.
2.3.1: L’adempimento
L’adempimento è il miglior modo di estinguere un’obbligazione e prevede che il debitore esegua la
prestazione soddisfacendo gli interessi del creditore.
Affinché l’adempimento possa dirsi correttamente determinato, occorre che esso sia eseguito secondo
determinate regole, relativamente ai soggetti, al luogo, alle modalità ed al tempo. Più nel dettaglio:
a) Per quanto riguarda i soggetti bisogna considerare il caso di incapacità di agire che può riguardare
sia il debitore che il creditore.
Tuttavia, se lo stato di incapacità riguarda il debitore, l’adempimento viene considerato valido
poiché la prestazione del debitore è un comportamento dovuto. Contrariamente, se lo stato di
incapacità riguarda il creditore, l’adempimento è considerato inefficace in quanto il creditore deve
essere in grado di valutare l’esattezza della prestazione e, successivamente, di utilizzarla
coscientemente. In quest’ultimo caso, il debitore, può liberarsi dell’obbligazione solo se prova che
quanto ha pagato è effettivamente andato a vantaggio dell’incapace.
b) Per quanto riguarda il luogo dell’adempimento, quest’ultimo è generalmente determinato dalle
parti. Tuttavia in mancanza di un accordo relativo al luogo, il codice civile prevede che:
L’obbligazione di consegna di una cosa determinata va adempiuta nel luogo in cui si trovava
la cosa quando è sorta l’obbligazione;
L’obbligazione pecuniaria o va adempiuta al domicilio del creditore.
Le altre obbligazioni vanno adempiute al domicilio del debitore.
d) Per quanto riguarda il tempo dell’adempimento, normalmente la scadenza viene stabilita dalle
parti. Questa, è importante poiché da un lato il creditore non può richiedere la prestazione prima
della scadenza, dall’altro, invece, se l’adempimento non viene effettuato alla scadenza interviene la
situazione di mora (ritardo) che, tuttavia, può riguardare sia il debitore che il creditore.
Infatti:
Il debitore, si dice in mora quando non esegue la prestazione nel termine stabilito. È da
sottolineare, però, che il ritardo non equivale all’inadempimento in quanto la prestazione può
essere comunque eseguita oltre il termine. Tuttavia dalla situazione di mora derivano una serie di
conseguenze a carico del debitore, ossia:
Il risarcimento del danno provocato dal ritardo di cui il debitore è responsabile;
Il passaggio del rischio per impossibilità sopravvenuta della prestazione dal creditore al
debitore.
L’impossibilità sopravvenuta della prestazione, è un’ulteriore modalità di estinzione
dell’obbligazione per la quale, il debitore è libero dall’obbligazione laddove si verifichi
l’impossibilità sopravvenuta di effettuare la prestazione per un caso fortuito o cause di
forza maggiore non imputabili al debitore. (Dovevo vendere la casa, ma questa è crollata).
Ne consegue che il rischio dell’impossibilità sopravvenuta della prestazione, generalmente,
ricade sul creditore.
Nel caso in cui, però, l’impossibilità sopravvenuta si verifica successivamente al termine di
scadenza stabilito, allora non ha più alcuna rilevanza l’imputabilità o meno del debitore,
perché questi è, in ogni caso, tenuto al risarcimento del danno.
Il rischio dell’impossibilità sopravvenuta, si trasferisce quindi dal creditore al debitore.
È da osservare però, che affinché le conseguenze della mora si producano è necessaria la
costituzione in mora, ossia una sollecitazione all’adempimento che il creditore rivolge al debitore.
Tuttavia, la costituzione in mora non è necessaria, poiché gli effetti della mora si realizzano
automaticamente quando:
L’obbligazione deriva da fatto illecito;
Il debitore dichiara per iscritto di non voler adempiere;
Nel caso di obbligazioni che devono essere adempiute al domicilio del creditore, come nel
caso di obbligazioni pecuniarie.
2.3.2: L’inadempimento
L’inadempimento consiste nella mancata o inesatta esecuzione della prestazione.
Più nel dettaglio si ha:
- Inadempimento totale e definitivo: il debitore non esegue per nulla la prestazione e non sussiste
più alcun interesse del creditore a riceverlo;
- Inesatto adempimento: il debitore esegue la prestazione ma non rispetta gli standard quantitativi e
qualitativi previsti.
Di fronte all’inadempimento o inesatto adempimento del debitore l’ordinamento prevede una serie di
rimedi volti a risarcire il creditore del danno ricevuto. In particolare:
- Il creditore che abbia interesse alla prestazione può attivare l’azione giudiziaria per ottenere
l’adempimento coattivo, ossia la realizzazione forzata del proprio credito.
- Nel caso di obbligazioni a prestazioni corrispettive il creditore può rifiutarsi di proseguire la
controprestazione (il committente può rifiutarsi di pagare il corrispettivo all’appaltatore finché
questi non ha realizzato un’opera).
- Qualora l’inadempimento risulti di una certa gravita si può richiedere la risoluzione del contratto,
ossia lo scioglimento del contratto.
Il debitore è, invece, esonerato dalla responsabilità per inadempimento qualora dimostri che pur
utilizzando la necessaria diligenza, quella prestazione non era realizzabile o esattamente realizzabile per
cause non dipendenti da sua colpa. L’onere della prova è a carico del debitore ossia è il debitore che deve
fornire la prova di non aver potuto adempiere per cause a lui non imputabili, pur usando la necessaria
diligenza.
I modi di estinzione non satisfattivi, con i quali l’interesse del creditore non ottiene alcun adempimento, si
distinguono in: Novazione, Remissione del debito, Prescrizione. Più nel dettaglio.
a) La novazione si ha quando il debitore ed il creditore si accordano per estinguere l’obbligazione e
per sostituirla con una nuova obbligazione diversa per titolo o per oggetto.
Viene indicato come modo di estinzione non satisfattivo perché l’obbligazione si estingue senza
alcun adempimento. Si ha novazione, ad esempio, quando le parti di un’obbligazione avente ad
oggetto una somma di denaro si accordano per sostituirla con un certo quantitativo di merce.
b) Con la remissione del debito il creditore rinuncia al proprio credito, infatti l’obbligazione risponde
ad un interesse del creditore, per cui questi può decidere, per qualsiasi motivo di rinunciarvi.
c) Con la prescrizione, l’obbligazione si estingue per inerzia del creditore, che non compie alcun atto
di esercizio. Il termine di prescrizione in materia di obbligazioni è quello originario di 10 anni,
termini più brevi sono, però, previsti in alcune specifiche ipotesi.
2.4: Responsabilità contrattuale, extracontrattuale ed il risarcimento
Nell’ambito delle obbligazioni, e quindi del rapporto giuridico che lega debitore e creditore, il risarcimento
del danno è previsto:
- Sia nel caso di Responsabilità Contrattuale, ossia per violazione di un preesistente contratto tra le
parti.
- Che nel caso di Responsabilità extracontrattuale, che non prevede la preesistenza di un contratto
tra le parti, ma che si verifica a carico di colui che per dolo (con intenzionalità) o per colpa (per
mancanza di diligenza) arreca un danno ad altri.
Analoga, invece è nei due casi la determinazione e quantificazione del risarcimento del danno. Ci sono due
possibili forme di risarcimento:
- Risarcimento in forma specifica che consiste nel ripristinare la situazione lesa dall’illecito con
l’eliminazione della causa (è un rimedio poco utilizzato per la responsabilità contrattuale);
- Risarcimento per equivalente: è il rimedio di gran lunga prevalente e consiste nel corrispondere
una somma di denaro al danneggiato commisurata al danno da lui subito.
In particolare il risarcimento deve comprendere la perdita subita dal creditore o dal danneggiato
(ad esempio il valore della cosa danneggiata), nonché il mancato guadagno ossia il lucro cessante
(ad esempio in caso di mancata consegna della merce i profitti che il creditore avrebbe conseguito
rivendendola).
Oss: Nel caso di responsabilità contrattuale, si configura il risarcimento del danno quando:
- Inadempimento o inesatto adempimento dell’obbligazione;
- Impossibilità sopravvenuta della prestazione, se il debitore non prova che l’impossibilità è dipesa da
causa a lui non imputabile;
- Impossibilità sopravvenuta della prestazione in ogni caso quando il debitore è in mora;
- Ritardo ingiustificato dell’adempimento.
2.5: I contratti
Secondo il codice civile, si definisce contratto un accordo tra due o più parti, volto alla costituzione,
regolazione o estinzione di un rapporto giuridico patrimoniale. La definizione sottolinea, quindi che, il
contratto:
- È un accordo tra due o più parti (soggetti).
- È un accordo diretto alla produzione di effetti giuridici, il che evidenzia l’importanza della volontà
delle parti la cui manifestazione avviene attraverso l’autonomia contrattuale.
- È un atto giuridico patrimoniale, ed infatti il contratto è la fonte principale di obbligazioni, il cui
requisito fondamentale è la patrimonialità.
È tuttavia da sottolineare, che dal contratto non derivano solo obbligazioni poiché, assolvendo una
serie di funzioni diverse, può generare effetti diversi quali: effetti traslativi (trasferimento di una
proprietà), costitutivi (costituzione dei diritti reali, quali: e di regolamentazione dei rapporti.
In relazione alle diverse funzioni ed ai diversi effetti, possiamo distinguere varie categorie di
contratto:
Contratti con effetti obbligatori: sono i contratti da cui derivano solo obbligazioni, di una o
di entrambe le parti.
Contratti con effetti reali: sono i contratti con i quali si trasferiscono o costituiscono i diritti
reali. La particolarità di questi contratti è che l’effetto traslativo si realizza nel preciso
istante in cui viene concluso il contratto.
Contratti normativi: si tratta di contratti in cui le parti dettano le regole cui saranno
vincolati nel corso del rapporto contrattuale.
Il principio di autonomia contrattuale, consiste nel potere dei privati di regolare liberamente i propri
interessi patrimoniali, ricorrendo ad un tipo di contratto già regolamentato per legge, ossia i “contratti
tipici” o ricorrendo a “contratti atipici”, ossia a forme di contratto particolari in cui le parti possono
liberamente stabilire il contenuto della prestazione, il prezzo, le modalità di adempimento e così via.
Ciononostante la legge prevede, in alcuni casi, delle limitazioni al principio di autonomia patrimoniale, ed in
particolare:
- Può imporre l’obbligo di contrattazione al fine di garantire alcuni beni o servizi rivolti al pubblico,
come nel caso di imprese che operano nell’ambito del trasporto pubblico o come nel caso di
imprese che operano in regime di monopolio legale
- Può limitare la libera scelta del contraente, laddove vi sia l’esistenza un diritto di prelazione.
(Se l’individuo X vuole vendere un bene e l’individuo Y sul medesimo bene ha un diritto di
prelazione, allora l’individuo X è tenuto a proporre l’acquisto prima all’individuo Y).
Tali diritti di prelazione, si dividono in:
Prelazione convenzionale, che ha efficacia obbligatoria, per cui se il proprietario del bene lo
vende ad un terzo senza interpellare il titolare del diritto di prelazione chiedere il
risarcimento del danno.
Prelazione legale, che ha efficacia reale, per cui se il proprietario del bene lo vende ad un
terzo senza interpellare il titolare del diritto di prelazione, quest’ultimo può esercitare
l’azione di riscatto, sostituendosi, a parità di condizioni, all’acquirente.
- Le eventuali clausole difformi concordate dai contraenti sono sostituite di diritto con le previsioni
legali per cui vi è un’inserzione automatica di clausole. Questo accade per la determinazione del
prezzo di determinati beni, oppure per la durata minima dei contratti di locazione.
È da osservare, inoltre, che l’autonomia contrattuale, nella realtà, è fortemente limitata dal diffuso
fenomeno della standardizzazione contrattuale in virtù del quale le grandi imprese produttrici
predispongono le condizioni generali dei contratti da concludere e che spesso prevedono l’inserimento di
clausole vessatorie (clausole che producono forti squilibri tra le parti), quali ad esempio: la riduzione della
responsabilità imputabile all’impresa, la possibilità di recesso e così via.
Tale pratica, se da un lato consente di semplificare la gestione dell’impresa, dall’altro crea una situazione
fortemente squilibrata a sfavore del consumatore o di chiunque viene posto nella condizione di non poter
discutere il contratto.
Il codice civile al fine di tutelare la parte economicamente più debole nel contratto ha stabilito quindi che:
- Le condizioni generali di contratto predisposte devono essere chiare e conoscibili usando la
necessaria diligenza.
- Sono ritenute inefficaci le clausole vessatorie se non approvate per iscritto, così da richiamare su di
loro l’attenzione del contraente.
Con la simulazione le parti creano una vera e propria situazione giuridica apparente, diversa dalla
situazione reale che è invece descritta nella controdichiarazione, ossia una scrittura privata che ha
valenza tra le parti.
Per quanto riguarda, invece, gli effetti della simulazione rispetto ai terzi e ai creditori vale la
situazione apparente: ossia le parti subiscono le conseguenze della simulazione posta in essere.
Infatti, la simulazione non è opponibile ai terzi, quindi i soggetti che hanno stipulato contratti con le
parti acquistano i diritti derivanti dal contratto.
I terzi e i creditori potrebbero, però in alcuni casi, avere interesse nel far emergere la situazione
reale per vedere i loro interessi tutelati. Per tale motivo, la normativa prevede che i terzi ed i
creditori possono con ogni mezzo, provare l’esistenza dell’accordo simulatorio, ossia provando una
serie di elementi da cui è logicamente deducibile la simulazione. La normativa disciplina la
simulazione al fine di tutelare i soggetti terzi che possono essere danneggiati dal contratto
simulato.
b) La causa è una giustificazione oggettiva dello spostamento patrimoniale che si realizza con quel
determinato contratto ed è condivisa da entrambe le parti, a differenza dei motivi che invece
possono essere diversi. Tuttavia, i motivi non hanno alcuna valenza giuridica, l’unico caso in cui un
contratto è nullo è quando il motivo è illecito, è condiviso da entrambe le parti ed è l’unica ragione
per la quale è stato concluso il contratto
c) L’oggetto è l’insieme delle prestazioni contrattuali. Affinché il contratto sia valido, l’oggetto deve
possedere gli stessi requisiti previsti per la prestazione: deve essere lecito, possibile, determinato o
determinabile etc.
d) La forma non è altro che la modalità con cui viene stipulato il contratto che non necessariamente
deve avvenire con la trascrizione di un documento.
La normativa, però, prevede dei casi in cui l’accordo delle parti deve essere trascritto, mediante
atto pubblico o scrittura privata, pena la nullità del contratto stesso.
Tra i contratti che devono essere redatti per iscritto vi sono:
I contratti che trasferiscono la proprietà di beni immobili o che trasferiscono o
costituiscono diritti reali di godimento su beni immobili;
I contratti di costituzione delle società per azione e delle società a responsabilità limitata;
I contratti di fornitura, subfornitura e così via
La forma scritta rappresenta anche una sorta di maggiore tutela per le parti, perché definisce in
maniera univoca le condizioni definite dal contratto.
a) La condizione, che deve essere lecita e possibile, è quell’evento futuro ed incerto al quale si
subordina l’inizio o la cessazione degli effetti prodotti dal contratto. Si distinguono due tipi di
condizione:
Condizione sospensiva, Se gli effetti del contratto cessano fino a quando non si verifica una
certa condizione (Non darò la casa a X fino a che non si sarà laureato).
Condizione risolutiva: il contratto produce effetti, ma questi potranno cessare all’avverarsi della
condizione. (Darò la casa a X fino a che non si laurea).
Dal momento della conclusione del contratto fino a quando si verifica la condizione c’è una
situazione di incertezza detta di pendenza della condizione.
b) Quando si parla di termine si fa riferimento al termine di efficacia, ossia che sospende o fa cessare
gli effetti del contratto. Il termine è uguale alla condizione, solo che è un evento futuro certo e il
verificarsi di tale evento non ha effetto retroattivo. Il termine indica l’evento futuro a partire dal
quale decorrono gli effetti del contratto (termine iniziale) o cessano gli effetti del contratto
(termine finale).
c) Il Modus, è una clausola accessoria relativa ai soli contratti e atti giuridici a titolo gratuito
(donazione e testamento), che prevede un onere a carico del beneficiario. (Ad esempio Dono 100
euro ma il beneficiario deve spenderli operando in un certo modo)
La nullità è un’ipotesi di invalidità che si verifica per difetti genetici gravi ed in virtù di ciò, al fine di tutelare
un interesse generale, può essere fatta valere da chiunque.
Il contratto è nullo quando:
- Manca uno dei requisiti essenziali previsti per i contratti dallo schema legale
- La causa è illecita;
- L’oggetto è illecito, impossibile, indeterminabile etc.
- È illecito il motivo, che sia comune ad entrambe le parti e rappresenta l’unica ragione per la quale il
contratto è stato stipulato;
- In ogni caso in cui il contratto contrasta con una norma imperativa, a meno che la legge non
preveda la conservazione del contratto con la sostituzione automatica della clausola nulla.
3.9.2: L’annullabilità
L’annullabilità, è un ipotesi di invalidità, che si verifica per difetti genetici meno gravi e riguardanti
principalmente l’accordo. A differenza della nullità, non può essere fatta valere da chiunque, ma dalla
persona la cui volontà non si è consapevolmente e liberamente formata durante l’accordo.
I casi di annullabilità sono, infatti, riconducibili a due categorie: incapacità di agire e vizi di volontà.
a) L’incapacità di agire:
Il soggetto che non è capace di agire non può compiere atti giuridici, in quanto non è capace di
valutare gli effetti delle proprie azioni. In tal caso, si rende pertanto necessario il ricorso ad un
rappresentante legale e risulteranno annullabili:
I contratti stipulati personalmente dal minore o dall’interdetto. In questo caso non ha
rilevanza la buona o la mala fede della controparte in quanto si tratta di casi di
incapacità documentati dalla legge. L’annullamento del contratto è escluso solo
nell’ipotesi in cui il minore con raggiri abbia occultato la sua vera età;
I contratti eccedenti l’ordinaria amministrazione stipulati dal minore emancipato o
dall’inabilitato, senza consenso del curatore e l’autorizzazione del tribunale;
I contratti compiuti dal rappresentante legale dell’incapace senza le formalità previste
dalla legge (in particolare, senza l’autorizzazione del giudice titolare);
Gli atti compiuti dall’amministratore di sostegno in violazione delle disposizioni di legge
o in eccesso rispetto al potere conferitogli.
La legge tutela anche la posizione del maggiorenne che potrebbe trovarsi per qualsiasi causa,
anche transitoria, in uno stato di incapacità di intendere e di volere nel momento della
conclusione del contratto. In questo caso, affinché il contratto sia annullabile è necessario che:
Dal contratto derivi un forte pregiudizio per l’incapace;
Si accerti la mala fede della controparte che era a conoscenza dello stato di incapacità
del soggetto al momento della conclusione.
b) Vizi di volontà:
I vizi della volontà sono degli elementi che incidono sul processo formativo della volontà,
determinandola in modo diversa da come si sarebbe determinata se questi elementi di disturbo
non avessero agito.
Il rimedio dell’annullamento può essere richiesto solo dal soggetto la cui volontà risulta viziata.
I vizi della volontà si distinguono in: errore-vizio, violenza morale e dolo.
L’errore vizio consiste nell’ignoranza o nella falsa rappresentazione della situazione reale che
incide sul processo di formazione della volontà di concludere quel contratto. La parte che cade
in errore, viene così tutelata richiedendo l’annullamento del contratto, che in realtà non
risponde ai suoi interessi.
Affinché possa procedersi con l’annullamento è necessario però, che l’errore sia:
Grave: deve riguardare un elemento essenziale del contratto (il tipo di contratto,
l’identità o la qualità dell’oggetto o della controparte con la quale si conclude il
contratto. Si nota che non ha alcuna rilevanza un errore relativo alle qualità personali,
quali religione e nazionalità.)
Riconoscibile: ossia una persona dotata della necessaria diligenza avrebbe potuto
rilevarlo.
Per violenza morale si intende la minaccia che induce a concludere un contratto per il timore di
un male ingiusto.
La minaccia per provocare l’annullamento deve:
Essere effettiva e tale da fare impressione su una persona sensata, tenendo conto
anche delle caratteristiche soggettive della persona cui è rivolta;
Prospettare un male ingiusto e notevole.
Il dolo è un raggiro, ossia un inganno effettuato da una delle parti, per indurre l’altra a
concludere il contratto, che altrimenti non avrebbe stipulato.
La vittima del raggiro può chiedere l’annullamento del contratto, quando il dolo è:
determinante, ossia, quando in assenza di tale raggiro il contratto non si sarebbe concluso.
Il dolo determinante si differenzia dal dolo incidente che si ha nel caso in cui il raggiro non è
stato tale da determinare per il consenso ma incide sulle condizioni contrattuali: il contratto
sarebbe stato concluso ugualmente, ma a condizioni diverse.
In tal caso il contratto resta valido, ma il contraente può richiedere il risarcimento del danno
per le condizioni svantaggiose alle quali è stato sottoposto.
È da osservare, inoltre, che è causa di annullamento anche, l’errore ostativo al quale si applicano le stesse
regole dell’errore-vizio.
La disciplina della nullità e dell’annullabilità, sebbene siano entrambe ipotesi di invalidità, sono molte
diverse sotto il profilo operativo, ed in particolare in termini di legittimazione, rilevabilità d’ufficio,
prescrizione, natura della sentenza, effetti e conservazione del contratto.
Più ne dettaglio:
a) Legittimazione
La nullità può essere fatta valere da chiunque abbia interesse, ossia da chiunque possa essere
toccato dagli effetti del contratto. Il rimedio dell’annullabilità può essere attivato solo dalla parte
nel cui interesse è stabilito dalla legge ed è infatti, la parte interessata che decide se conservare o
porre nel nulla il contratto viziato.
b) Rilevabilità d’ufficio
La nullità è rilevabile d’ufficio dal giudice, cosa che, invece non può avvenire per l’annullabilità, per
la quale è sempre necessaria una specifica domanda dalla parte interessata.
c) Prescrizione
L’ipotesi di nullità del contratto non è soggetta a prescrizione, ossia può essere proposta in ogni
tempo. (Si può però, prescrivere l’azione di restituzione di quanto eventualmente pagato in
esecuzione del contratto nullo e quindi, non dovuto).
L’ipotesi di annullamento è, invece, soggetta al termine di prescrizione di 5 anni. (La decorrenza del
termine di prescrizione varia a seconda dei casi e deve essere calcolato a partire dal momento in
cui il diritto può essere effettivamente esercitato.)
d) Natura della sentenza
Il contratto nullo non produce alcun effetto sin dall’inizio, quindi, la sentenza di nullità ha natura
solo dichiarativa, in quanto accerta che il contratto è nullo e non ha produce effetti. La sentenza
che sancisce l’annullamento, ha natura costitutiva ciò significa che è la sentenza che cancella il
contratto dal mondo giuridico, perché il contratto annullabile può comunque, vivere e spetta alla
parte interessata decidere se chiedere o meno l’annullamento.
e) Effetti
Il contratto nullo non produce alcun effetto fin dall’origine, in termini più specifici si dice che la
nullità opera retroattivamente, pertanto gli effetti che si sono nel frattempo realizzati sono posti
nel nulla in quanto ingiustificati (delle somme eventualmente pagate si può chiedere la
restituzione. La nullità è opponibile ai terzi che abbiano acquistato diritti dalle parti; tali diritti
vengono meno, anche se i terzi sono in buona fede, fatti salvi solo gli effetti dell’usucapione.
Anche l’annullamento opera retroattivamente, ma solo tra le parti, nel senso che una volta
annullato il contratto, l’effetto tra le parti è analogo alla nullità, diverso è, invece, il regime
dell’opponibilità ai terzi, in quanto fino a che il contratto non viene annullato vive e può produrre
effetti.
f) Conservazione del contratto
Il contratto nullo non può essere convalidato, a meno che la legge non disponga diversamente.
Il contratto annullabile, invece, può essere convalidato, ossia può rimanere in vita e produrre effetti
anche in presenza del vizio. La convalida deve essere avanzata dal contraente legittimato alla
richiesta di annullamento, il quale, valutata la situazione, potrebbe anche ritenere che il contratto,
pur viziato, risponda ai suoi interessi.
3.9.4: La rescissione
La rescissione è un rimedio ad un difetto genetico che, tuttavia, non riguarda gli elementi costitutivi del
contratto, ma attiene al rapporto di scambio tra prestazioni e controprestazione.
Con la rescissione, si tende ad eliminare quei contratti nei quali tale rapporto di scambio è fortemente
squilibrato, perché il contratto è stato concluso in circostanze anomale, di cui una delle parti ha
approfittato a proprio vantaggio.
Le ipotesi di rescissione previste dal codice sono due, basate su due presupposti: contratto concluso in
stato di pericolo e rescissione per lesione.
La risoluzione è il rimedio relativo a difetti funzionali che si verificano nel corso del rapporto contrattuale
nei contratti a prestazioni corrispettive.
Il codice prevede tre ipotesi di risoluzione: inadempimento, impossibilità sopravvenuta e eccessiva
onerosità.
La risoluzione provoca lo scioglimento del contratto ed ha effetto retroattivo, eccetto per i contratti ad
esecuzione continua (in tal caso la risoluzione può operare solo per il futuro e non tocca le prestazioni già
eseguite). La risoluzione, inoltre non pregiudica diritti acquisiti da terzi.
È da osservare che l’attività economica è l’insieme di atti che, considerati nel loro complesso, sono
finalizzati al mercato indipendentemente dal fatto che l’impresa abbia o meno scopi di lucro.
Nel caso di imprese non a scopo di lucro, infatti, l’attività economica è da intendersi come “Economicità di
gestione” nel senso che deve riuscire, quanto meno, ad eguagliare i propri ricavi con l’ammontare dei costi
sostenuti per l’esercizio dell’attività.
La normativa distingue, alcune figure di imprenditori a cui si applica, oltre la disciplina generale, una
normativa specifica. Abbiamo, pertanto:
- In relazione alla natura dell’attività esercitata si distinguono: Imprenditore agricolo; Imprenditore
commerciale; Imprenditore ittico; Imprenditore artigiano; Impresa sociale (impresa no profit).
L’imprenditore agricolo è colui che con professionalità ed organizzazione, sia del capitale che del lavoro,
svolge un’attività agricola che risulta suddivisibile in due categorie:
- Attività agricole principali, quali la coltivazione, la selvicoltura, l’allevamento di animali e tutte
quelle attività che, in genere, richiedono un contatto diretto con il terreno.
- Attività agricole connesse, che sono dirette alla manipolazione, conservazione, trasformazione e
commercializzazione dei prodotti ottenuti dalle attività agricole principali.
Sono inoltre considerate attività agricole connesse, anche l’agriturismo ossia l’insieme delle attività
ricreative, culturali, didattiche finalizzate ad una migliore conoscenza del territorio e alla
degustazione di prodotti aziendali, caratterizzati dai marchi DOP; IGP; DOC.
È da osservare che, non svolgendo attività commerciali, l’imprenditore agricolo non è soggetto al fallimento
ed all’obbligo delle tenute contabili. Deve, tuttavia, iscriversi nella sezione speciale del registro delle
imprese con tale iscrizione che ha, però, funzione di pubblicità legale così come previsto per le imprese
iscritte nella sezione ordinaria del registro delle imprese.
3.2.2 L’imprenditore ittico
L’imprenditore ittico è colui che, titolare di una licenza di pesca, svolge con professionalità ed
organizzazione (sia di capitali che del lavoro) un’attività ittica che, risulta suddivisibile in due categorie:
- Attività di pesca professionale, ossia l’attività economica svolta in ambienti marini, salmastri o di
acqua dolce, diretta alla ricerca di organismi acquatici, alla cala, alla posa, e al recupero di un
attrezzo di pesca, nonché le attività di acquacoltura (allevamento di organismi acquatici).
È da osservare che rientrano nelle attività di pesca professionale anche:
Il pescaturismo, ossia l’imbarco di persone non facenti parte dell’equipaggio, su navi da
pesca a scopo ricreativo;
L’ittiturismo, ossia l’insieme dei servizi turistici offerti dai pescatori sulla terra ferma, quali
l’ospitalità in case di pescatori ed in borghi marinari. Elemento essenziale è la ristorazione a
base di pescato locale.
- Attività connesse alla pesca professionale, che sono tutte quelle attività volte alla trasformazione,
commercializzazione e distribuzione dei prodotti della pesca. Rientrano tra le attività connesse
anche l’attuazione degli interventi di gestione finalizzate alla valorizzazione degli ecosistemi
acquatici.
All’imprenditore ittico si applica la stessa disciplina prevista per l’imprenditore agricolo per cui non è
soggetto al fallimento, non è obbligato alla tenuta delle scritture contabili e deve iscriversi nella sezione
speciale del registro delle imprese con finalità di pubblicità legale.
È imprenditore commerciale colui che svolge una o più delle seguenti attività:
- Attività industriale volta alla produzione di beni o servizi;
- Attività commerciali;
- Attività di trasporto per terra, per acqua, per aria;
- Attività bancaria o assicurativa;
- Altre attività ausiliare allo svolgimento delle precedenti.
Il codice civile prevede che l’imprenditore commerciale, oltre ad essere soggetto alla disciplina generale
dell’impresa, è soggetto anche ad una serie di regole specifiche, che costituiscono lo statuto
dell’imprenditore commerciale e che impongono ulteriori oneri e responsabilità.
3.3: Lo statuto dell’imprenditore commerciale
Lo statuto dell’imprenditore commerciale, è un insieme di regole, dettate dal codice civile, che trovano
applicazione solo in riferimento all’imprenditore commerciale e che riguardano 4 aspetti fondamentali:
È da osservare però che, sebbene gli imprenditori ittici ed agricoli siano iscritti nella sezione speciale, per
essi l’iscrizione ha funzione di pubblicità legale.
Inoltre, ci sono casi in cui l’iscrizione nel registro delle imprese ha valenza costitutiva come nel caso delle
società di capitali e delle società cooperative. Tali società, con l’iscrizione al registro acquistano, infatti,
personalità giuridica.
3.3.2: Le scritture contabili
L’imprenditore commerciale, ad esclusione del piccolo imprenditore, è tenuto alla scrittura dei libri
contabili, che documentano le attività compiute quotidianamente dall’impresa e informano i terzi circa lo
stato patrimoniale della stessa.
Le scritture contabili obbligatorie ed essenziali sono il libro giornale e il libro degli inventari, poi in base alla
natura ed alla dimensione dell’impresa sono previste specifiche scritture da tenersi.
Nel libro giornale vengono indicati, giorno per giorno, in ordine cronologico, le attività dell’impresa, ossia le
entrate e le uscite. Nel libro degli inventari vengono riportate le passività e le attività dell’impresa.
Quanto alla modalità di tenuta, il codice stabilisce che i libri siano numerati progressivamente, bollati in
ogni pagina e vidimati; tale modalità presuppone che la contabilità sia tenuta su supporto cartaceo, invece,
ora è previsto che possano essere tenuti con strumenti informatici.
Le finalità del sistema assicurativo è quella di offrire ai lavoratori una tutela economica al lavoratore vittima
di un infortunio o di una malattia professionale esonerando il datore di lavoro dalla responsabilità civile e
quindi del risarcimento economico al lavoratore stesso.
Ovviamente affinché ciò avvenga è necessario che il datore di lavoro non abbia alcuna responsabilità in
merito all’atto accaduto e che quindi non siano state violate le norme previste da testo unico.
Devono, inoltre, essere assicurati tutti i lavoratori e il premio assicurativo, che è a carico del datore di
lavoro, viene versato agli istituti Previdenziali (Inps, Inail).
La regolarità nei versamenti è accertata dal DURC (documento unico di regolarità contributiva che è un
requisito essenziale per poter partecipare a gare di appalto pubbliche).
È da osservare che:
- Si definisce infortunio sul lavoro ogni lesione originata da una causa violenta in occasioni di lavoro
che determini la morte delle persone o una limitazione della sua capacità lavorativa.
- Si definisce malattia professionale è un evento dannoso che agisce lentamente sulla salute del
lavoratore e ne limita la capacità lavorativa, in particolare deve esserci un nesso di causalità tra
attività lavorativa svolta e malattia derivante.
9.2.1: La prevenzione: il TU sulla tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro
Il testo unico dopo avere precisato i compiti degli enti competenti in materia ed in particolare per la
vigilanza che deve osservare che venga applicata la normativa, detta i principi generali di gestione della
sicurezza nei luoghi di lavoro, le misure di responsabilità tutela e obblighi dei soggetti operanti
nell’impresa, nonché le sanzioni penali per le violazioni.
Più nel dettaglio:
a) La vigilanza sull’applicazione della normativa è svolta dall’azienda sanitaria locale, nonché dal
personale ispettivo del ministero del lavoro, in particolare per le costruzioni edili.
Al fine di garantire il rispetto della normativa e contrastare il fenomeno del lavoro irregolare gli
ispettori del ministero possono adottare provvedimenti di sospensione dell’attività
imprenditoriale e del cantiere qualora riscontrino:
Impiego di personale non risultante da alcuna documentazione pari o superiore al 20% del
totale dei lavoratori presenti sul luogo di lavoro;
Gravi e reiterate violazioni in materia di tutela della salute.
La sospensione comporta l’interdizione alla contrattazione con le pubbliche amministrazioni e
alla partecipazione a gare pubbliche. Il t.u. inasprisce le sanzioni a carico del datore di lavoro per
violazione della normativa; allo stesso tempo però, sono previste, delle attenuazioni della pena
per premiare comportamenti virtuosi.
b) Le misure da adottare per la tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori si basano su alcuni
criteri fondamentali, quali:
Eliminazione alla fonte dei rischi o la loro riduzione al minimo;
La programmazione della prevenzione;
La progettazione economica delle postazioni di lavoro;
La priorità delle misure di protezione collettiva rispetto a quelle di protezione individuale.
c) Il T.U. impone all’imprenditore una serie di obblighi, tra i quali:
Effettuare la valutazione dei rischi connessi all’attività produttiva, con elaborazione e
relativo documento che deve contenere:
o Una relazione sulla valutazione di tutti i rischi;
o L’indicazione delle misure di prevenzione e protezione utilizzate;
o L’indicazione del nominativo del responsabile del servizio di prevenzione, del
rappresentante dei lavoratori per la sicurezza e del medico competente, etc.
È da osservare che la valutazione dei rischi e il relativo documento devono essere
rielaborati ogni volta che vengono apportate modifiche sostanziali che impattano sulla
sicurezza. Inoltre, laddove vi siano interferenze, come nel caso degli appalti, il testo unico
prevede che il datore di lavoro compili il DUVRI ossia il documento unico per la valutazione
dei rischi da interferenze.
Adempiere agli obblighi di formazione informazione ed addestramento dei lavoratori;
Organizzare il servizio di prevenzione e protezione nell’azienda;
Nominare il medico competente;
Nel sistema di sicurezza aziendale sono coinvolti anche i lavoratori i quali devono:
Contribuire ad adempiere agli obblighi previsti a tutela della salute e sicurezza sui luoghi di
lavoro;
Utilizzare le attrezzature di lavoro e i dispositivi di sicurezza messi a disposizione;
Segnalare condizioni di pericolo;
Sottoporsi ai controlli sanitari.
d) Per quanto riguarda le responsabilità, il verificarsi di un infortunio sul lavoro può comportare
anche la responsabilità penale del datore per omicidio colposo o lesioni gravi. Anzi, il codice
prevede un aggravamento della pena se il fatto viene commesso con violazione delle norme sulla
prevenzione degli infortuni sul lavoro.
Del reato risponde il datore di lavoro/dirigente, in quanto la responsabilità penale è personale.
Alla responsabilità penale dei soggetti che occupano posizioni apicali, però, qualora si tratti di
società si affianca la responsabilità amministrativa dell’ente.
Quindi, nel caso di condanna delle persone che rivestono una posizione apicale per il reato di
omicidio colposo o lesioni gravi o gravissime, commessi con violazioni delle norme in materia di
sicurezza, sarà applicata una sanzione pecuniaria o interdittiva.
La responsabilità della società è esclusa qualora dimostri di aver adottato un modello idoneo di
gestione e organizzazione, ossia il Modello 231, che deve essere implementato e in cui vi devono
essere specifici requisiti. In particolare sono idonei i modelli di organizzazione aziendale definiti
conformemente alle linee Guida UNI-INAIL o al British Standard OHSAS.
È da osservare che non solo deve essere implementato tale modello, ma deve essere introdotto
anche un meccanismo interno di vigilanza sull’applicazione del modello e un sistema disciplinare
volto a sanzionare il mancato rispetto delle misure indicate.
Il decreto prevede anche i requisiti che il modello deve avere affinché possa essere ritenuto idoneo.
Per l’implementazione del modello sono state previste delle linee guida, quali le linee guida Inail.
È da sottolineare che la portata del decreto è molto più ampia, in quanto è prevista la
responsabilità amministrativa dell’ente per gli illeciti commessi dai dipendenti.
La finalità del decreto è quella di legare la responsabilità penale dell’individuo, che commette il
reato, con la responsabilità amministrativa dell’ente, responsabilità che coinvolge il patrimonio
societario e che quindi va a ledere gli interessi dei soci in precedenza estranei alle conseguenze.
In questo modo diventa interesse anche dei soci prevenire la commissione dei reati.
La società in base al decreto 231/2001, risponde in via amministrativa per i reati commessi, nel suo
interesse o a suo vantaggio, da tutte le figure che ricoprono un ruolo apicale, ma anche dalle
persone sottoposte alla direzione.
L’ambito dei reati per i quali è stata prevista la responsabilità dell’ente è stato nel corso del tempo
ampliato, cosi da estendere l’applicazione della disciplina a più fattispecie. Tra i reati per i quali
l’ente ha una responsabilità amministrativa ci sono:
Truffa ai danni dello Stato o frode informatica ai danni dello Stato;
Delitti informatici e trattamento illecito di dati;
Delitti di criminalità organizzata;
Reati societari;
Delitti contro la personalità individuale;
Omicidio colposo o lesioni gravi o gravissime commesse con violazione delle norme sulla
tutela della salute e sicurezza sul lavoro;
Ricettazione, Reati ambientali etc.
e) Le sanzioni previste dal decreto a carico dell’ente possono essere di vario tipo: pecuniarie,
interdittive, confisca del profitto del reato e pubblicazione della sentenza.
La sanzione pecuniaria va sempre applicata, dipende dalla gravità del reato ed è determinata per
quote. L’ammontare di ciascuna quota, invece, viene definito sulla base delle condizioni
economiche dell’impresa al fine di garantire l’efficacia reale della sanzione.
Le sanzioni più penalizzanti sono quelle interdittive, quali:
L’interdizione dall’esercizio dell’attività;
La sospensione o la revoca delle autorizzazioni, licenze, concessioni;
Il divieto di contrattare con la pubblica amministrazione;
L’esclusione da agevolazioni, finanziamenti, … e la restituzione di quelli già concessi.
Le sanzioni interdittive, si applicano quando ricorre almeno una delle seguenti condizioni:
L’ente ha tratto dal reato un profitto di rilevante entità;
In caso di reiterazione di illeciti.
Il giudice determina il tipo e la durata della sanzione interdittiva, tenendo conto dell’idoneità delle
singole sanzioni a prevenire illeciti, tenendo conto anche del comportamento post reato.
Infine, può essere disposta l’interdizione definitiva, se l’ente ha tratto un profitto di notevole entità
ed è già stato condannato tre volte negli ultimi sette anni oppure nel caso in cui l’ente è
stabilmente utilizzato per la commissione di reati.
L’integrazione delle questioni sociali, ambientali, etiche nelle proprie operazioni commerciali e nella loro
strategia richiede un processo di implementazione alquanto complesso (ecco perché risulta quasi
impossibile da parte delle pmi integrare tali problematiche). Esiste una variegata tipologia di strumenti,
diretti alla realizzazione di sistemi di gestione socialmente utili, tra i quali:
a) Standards e linee guida
Gli standard e le linee guida forniscono un modello dettagliato per l’implementazione dei sistemi di
gestione in materia di lavoro, ambiente, qualità, … Sono caratterizzati da un’adesione volontaria
delle imprese, che ottengono la relativa certificazione a seguito dell’implementazione. Sono
predisposti da vari organismi quali l’ISO (International Standard Organization), l’ILO (International
Labour Organization). Con riferimento alla RSI, si ricordano i seguenti:
- SA8000 (Social Accountability 8000): è uno standard di responsabilità sociale in tema di
lavoro, che prevede aspetti relativi alla gestione delle risorse umane e al rispetto dei diritti
fondamentali, in tema di lavoro minorile, retribuzione dignitosa, sicurezza sul lavoro,…
L’Italia è il paese al mondo con il più alto numero di imprese provviste di tale certificazione;
- UNI-ISO 26000: sono il frutto di un ampio consenso internazionale raggiunto dai maggiori
esperti in materia. È una giuda volontaria che, oltre a descrivere i concetti principali di RSI
valuta le migliori pratiche finora adottate. Non è un sistema di gestione, quindi non è
prevista alcuna certificazione. L’ISO 26000 si presenta come un modello che evidenzia in
primo luogo lo stertto legame tra RSI e sostenibilità e in secondo, la rilevanza assegnata agli
stakeholders:
Responsabilità: rendere conto degli impatti sulla società, sull’economia,
sull’ambiente;
Trasparenza nelle decisioni;
Rispetto e tutela degli interessi degli stakeholders;
Rispetto della legge e dei diritti umani.
La regione Campania ha incentivato questi tipi di certificazione e di norma istituendo il marchio
etico regionale, quale marchio di cui possono essere concessionarie le imprese socialmente
responsabili.
b) Il codice etico
È una carta Costituzionale, ossia una carta dei diritti e dei doveri morali che l’impresa si impegna a
rispettare. È uno strumento di autoregolazione volontaria diretto sia alla governance interna sia alla
regolazione dei rapporti con gli stakeholders. I codici etici hanno avuto ampia diffusione negli ultimi
anni, in quanto rappresentano anche uno strumento di promozione di una buona immagine
aziendale, e, quindi c’è il rischio che restino delle mere dichiarazioni, senza trovare applicazione
pratica. La scrittura del codice può variare da impresa ad impresa, ma generalmente viene
sviluppato prevedendo:
- I principi etici generali dell’impresa;
- Le norme etiche per le relazioni dell’impresa con i vari stakeholders;
- Le sanzioni interne per la violazione del codice.
La stesura del codice prevede tre fasi: l’analisi della struttura aziendale, la discussione interna per
individuare i principi etici generali e infine, la consultazione degli stakeholders per la condivisione
dei principi.
c) Il bilancio sociale
Il bilancio sociale è uno strumento volontario con il quale l’ente rende conto agli stakeholders del
proprio operato. È un documento che illustra in maniera ampia e dettagliata le attività svolte
dall’impresa sottolineando l’impatto prodotto da tali attività sul contesto etico, sociale ed
ambientale. Non esiste un modello unico di redazione del bilancio sociale, ma sono state previste
delle linee guida per la redazione del Bilancio sociale delle P.A., al fine di rendere trasparente,
valutabile il loro operato da parte dei cittadini. Linee guida sono state emanate anche per la
redazione del Bilancio Sociale da parte delle imprese sociali, le quali hanno l’obbligo di redigere tale
bilancio, in virtù della loro finalità.
Il Global Compact è un’iniziativa mondiale volta a promuovere un’economia globale sostenibile, rispettosa
dei diritti umani e del lavoro, della salvaguardia dell’ambiente e della lotta alla corruzione. Hanno aderito a
questo Patto Globale numerosissime imprese provenienti da più paesi del mondo. È un’iniziativa volontaria
di adesione e consiste nel prevedere che le imprese facciano propri dei principi, che sono condivisi
universalmente in quanto derivanti dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, e che riguardano:
- Diritti umani: le imprese devono promuovere e rispettare i diritti universalmente riconosciuti;
- Lavoro: le imprese devono abolire il lavoro forzato, minorile, …
- Ambiente
- Lotta alla corruzione
Capitolo 4: L’impresa collettiva, le società
In relazione alle responsabilità dei soci, è invece possibile effettuare una distinzione delle diverse
tipologie di società in:
- Società di persone, che sebbene abbiano una propria soggettività giuridica, poiché è la società
stessa ad acquisire la qualità di imprenditore, è caratterizzata dal fatto che i soci che la
costituiscono rispondono delle obbligazioni sociali illimitatamente anche con il proprio patrimonio
personale. Esempi di società di persone sono: La Società semplice e la Società in nome collettivo.
- Società di capitali che hanno una propria personalità giuridica per cui godono della ”Autonomia
patrimoniale perfetta” per la quale i soci costituenti la società rispondono solo nei limiti della
propria quota di conferimento. Vi è dunque una netta separazione tra il patrimonio della società e
patrimonio personale dei soci. Esempi di società di capitali sono: La Società per azioni, La Società in
accomandita per azioni e la Società a responsabilità limitata.
Un ulteriore differenza tra le società di persone e di capitali è inoltre legata al potere conferito ai soci nella
gestione della società stessa ossia, al “Regime di Responsabilità”.
Mentre infatti nelle società di persone i soci sono anche amministratori, nelle società di capitali vi è la
nomina degli amministratori cui spetta la gestione della società
Sebbene vi siano diverse tipologie di società vi è una comune definizione normativa del contratto
costitutivo delle società ed in particolare, secondo quanto detta il codice civile (art. 2247):
“Con il contratto di società due o più persone conferiscono beni o servizi per l’esercizio in comune di
un’attività economica allo scopo di dividerne gli utili.”
Da tale definizione del contratto costituivo di una società, è possibile desumere gli elementi essenziali e
caratterizzanti le società stesse, ossia: I conferimenti, L’oggetto sociale ovvero l’esercizio in comune di
un’attività economica e Lo scopo.
Più nel dettaglio:
- Con i conferimenti, i diversi soci vincolano una parte del proprio patrimonio personale
contribuendo alla formazione del fondo patrimoniale iniziale della società attraverso cui eseguire
l’attività sociale.
Oggetti del conferimento possono essere bene o servizi che siano suscettibili a valutazione
economica quali ad esempio: Una somma di denaro, beni mobili o immobili, un brevetto o anche la
prestazione di un’attività manuale o intellettiva che sia.
- L’oggetto sociale, che deve essere specificato all’atto costitutivo della società, deve trattarsi di
un’attività finalizzata al mercato e quindi alla creazione di “ricchezza”
- Lo scopo della società, stante la definizione del contratto costitutivo prevista dal codice civile, è
quella di “divisione degli utili” derivanti dall’attività economica. Tuttavia è necessario precisare che
la divisione degli utili è solo uno dei possibili scopi perseguiti dai soci.
Nel caso di società con scopo mutualistico, infatti, lo scopo è rappresentato dalla creazione di un
vantaggio economico, ossia di fornire ai soci beni, servizi o occasioni di lavoro più vantaggiose di
quelle riscontrabili sul mercato.
Inoltre, le stesse società lucrative, possono avere scopi diversi dalla divisione degli utili ed infatti ad
esclusione della società semplice, tutti i tipi di società possono essere utilizzati per la costituzione di
una società consortile il cui scopo è quello di creare vantaggi operativi o di risparmio delle spese
agli imprenditori consorziati.
Oss: Il contratto costitutivo della società è un contratto “aperto nel tempo”, in quanto consente
l’introduzione futura di nuovi soci ed inoltre l’inadempimento di un socio non comporta la risoluzione del
contratto.
Il capitale sociale è definito come il valore complessivo dei conferimenti effettuati dai soci ed è un valore
costante nel corso del tempo a meno che i soci non decidano di aumentarlo, attraverso ulteriori
conferimenti, o di ridurlo, per far fronte a delle perdite.
Per convenzioni di natura contabile, nel Bilancio Aziendale il capitale sociale compare tra le passività in
quanto così facendo, consente un’immediata valutazione di utili o perdite aziendali.
Infatti se ad esempio, il capitale sociale di un’azienda è di 1'000 euro e le passività sono di 500 euro allora vi
sarà un utile da distribuire solo se l’attivo sarà superiore a 1'500 euro.
Il capitale sociale, inoltre, costituisce un termine di riferimento per misurare la partecipazione del singolo
socio ai diritti patrimoniali e di amministrazione quale ad esempio il diritto di voto.
Il patrimonio sociale è invece definito come l’insieme dei rapporti giuridici attivi e passivi che fanno capo
alla società. Alla nascita della società il patrimonio sociale è costituito dai conferimenti dei soci ed è
pertanto coincidente con il capitale sociale. Nel corso del tempo però, per effetto dell’attività economica, il
patrimonio sociale subisce continui mutamenti annualmente registrati con la redazione del bilancio
aziendale. Ovviamente se il patrimonio sociale netto, inteso come differenza tra attività e passività, è
positivo, allora vi sarà un utile da distribuire tra i soci. In caso contrario vi sarà una perdita.
Il patrimonio sociale ha inoltre la funzione di garantire l’adempimento delle obbligazioni contratte dalla
società pe cui, in altre parole, eventuali creditori della società possono rivalersi sull’attivo patrimoniale, in
via esclusiva nel caso di società di capitali ed in via principale in caso di società di persone.
1.3: Lo status di Socio: obblighi e diritti
Lo status di socio è definibile come l’insieme di obblighi e diritti di cui si diviene titolari una volta assunta la
qualità di socio. In particolare:
- Gli obblighi del socio consistono essenzialmente nell’effettuare i conferimenti previsti ed infatti in
caso di inadempimento il socio può essere escluso dalla società stessa.
- I diritti del socio si dividono a loro volta in:
Patrimoniali, poiché il socio ha diritto ad una parte degli utili registrati dalla società (utili
che vengono distribuiti in maniera proporzionale ai conferimenti dei singoli soci) ed una
quota di liquidazione nel caso di scioglimento della società.
Di amministrazione, che dipendono dalla tipologia di società, e sono rappresentati dal
potere di gestione della società e di indirizzo delle sue attività.
Di controllo, anch’essi dipendenti dalla tipologia di società e riguardano principalmente il
controllo di amministrazione e controllo contabile.
Nel caso di società semplice, gli obblighi ed i diritti che definiscono lo status di socio, sono i medesimi visti
nel paragrafo 1.3.
Tuttavia trattandosi di società semplice è previsto, anche nel caso di obblighi e diritti, che i soci possano
accordarsi diversamente dovendo però tener conto che è legalmente vietato il così detto “patto leonino”,
ossia il patto con cui uno o più soci sono esclusi da ogni partecipazione agli utili o alle perdite.
Oltre alle cause di scioglimento comuni a tutte le società, la società semplice si scioglie qualora venga meno
la pluralità dei soci se essa non viene ricostituita nel termine di sei mesi.
Diverso dallo scioglimento della società è lo scioglimento del singolo rapporto sociale in quanto in tal caso
la società resta comunque in vita.
Cause di scioglimento del singolo rapporto sociale sono:
- Morte del socio, ed in tal caso gli eredi potranno continuare l’attività sociale o beneficiare della
liquidazione della corrispondente quota di partecipazione.
- Recesso il che può avvenire se la possibilità di recesso è prevista dal contratto sociale o per il
verificarsi di una giusta causa.
- Esclusione, che può essere:
Di diritto, nel caso di fallimento in proprio del socio o qualora il creditore del socio richieda
la liquidazione della sua quota,
Facoltativa, se si hanno gravi inadempienze del socio verso la società o se il socio viene
interdetto o inabilitato per effetto di cause varie. In tal caso, il socio escluso ha 30 giorni
per presentare opposizione al tribunale.
Il procedimento di costituzione di una S.p.a può realizzarsi secondo tre differenti modalità e si articola in
due fasi, ossia stipulazione dell’atto costitutivo ed iscrizione nel registro delle imprese, oltre che da una
serie di condizioni ed adempimenti. Più nel dettaglio:
a) In relazione alle modalità di costituzione, si distinguono:
Costituzione simultanea, che rappresenta la modalità più diffusa e prevede che gli
interessati, che saranno i primi soci della società, concordino tra di loro e stipulino l’atto
costitutivo.
Costituzione mediante pubblica sottoscrizione, che prevede che i promotori della società
depositino presso un notaio un programma, che verrà successivamente reso pubblico,
indicante l’oggetto della società, il capitale ed altri elementi essenziali. Così facendo si
consente, entro un certo intervallo di tempo, agli interessati di aderire al programma e
sottoscrivere le azioni effettuando i relativi versamenti.
Successivamente si convoca l’assemblea dei sottoscrittori nella quale verrà deliberato il
contenuto dell’atto costitutivo e dello statuto.
Costituzione per atto unilaterale, che dà luogo alla così detta società per azioni
unipersonale nella quale tutte le azioni appartengono al medesimo soggetto.
b) In relazione alle condizioni per la costituzione, l’ammontare del capitale sociale deve essere
interamente sottoscritto e quindi attribuito nella sua totalità ai soci fondatori. Generalmente il suo
valore non può essere inferiore a 120'000 euro ma sono, talvolta, previste soglie minime maggiori
come per il caso di attività assicuratrici o bancarie.
È da osservare che, in linea di massima, non è necessario che i conferimenti siano interamente
effettuati all’atto costitutivo ma che sia versato almeno il 25% dei conferimenti in denaro così da
garantire una prima liquidità inziale. Ovviamente ciò non vale nel caso di costituzione unilaterale
per la quale il codice prevede l’integrale versamento.
c) L’atto costitutivo deve essere necessariamente redatto nella forma dell’atto pubblico, ossia dal
notaio e deve contenere una serie di elementi quali:
L’indicazione anagrafica dei soci ed il numero di azioni assegnate a ciascuno di loro.
La denominazione della società che deve contenere la sigla S.p.a
La sede della società principale ed eventuali sedi secondarie
L’attività che costituisce l’oggetto sociale
L’ammontare del capitale sottoscritto e versato
Il numero di azioni, il loro valore nominale, le loro caratteristiche e le modalità di emissione
e circolazione.
All’atto costitutivo deve essere allegato lo statuto che contiene le regole relative al funzionamento
della società che integrano o modificano, laddove sia consentito, le regole legali.
È da osservare che viene considerato nullo il contratto di società, quando:
Vi è la mancata stipulazione dell’atto costitutivo mediante la forma dell’atto pubblico
Vi è illiceità dell’oggetto sociale.
Vi è la mancanza, nell’atto costitutivo, di ogni indicazione riguardante la denominazione
della società, dei conferimenti, dell’ammontare del capitale sociale o dell’oggetto sociale.
d) L’iscrizione nel registro delle imprese rappresenta la fase conclusiva del procedimento di
costituzione della società per azioni e consente all’impresa di assumere la personalità giuridica in
virtù della quale inizia ad esistere come soggetto giuridico.
È tuttavia possibile, a differenza delle società di persone, che vengano effettuate operazioni in
nome della società anche prima che la stessa venga iscritta nel registro delle imprese. In tal caso
però, delle azioni compiute in nome della società saranno responsabili illimitatamente e
solidamente coloro che hanno agito.
5.2: I conferimenti
Come già detto, salvo il caso di costituzione unilaterale della società, all’atto costitutivo della società è
necessario versare almeno il 25% dei conferimenti in denaro mentre la restante parte deve essere versata
alla richiesta degli amministratori.
È da sottolineare che laddove i versamenti dovuti non siano integralmente effettuati e quindi le azioni non
interamente liberate (poiché emesse a fronte del capitale sottoscritto ma non integralmente versato) il
codice impedisce la possibilità di aumento del capitale e l’emissione di obbligazioni convertibili in azioni.
In virtù di ciò, gli amministratori, laddove il socio non esegua i pagamenti dovuti, possono adottare
differenti linee d’azione:
- Si procede in via di esecuzione coattiva.
- Si offrono le azioni agli altri soci per un corrispettivo non inferiore ai conferimenti ancora dovuti.
- Possono fare vendere le azioni a rischio e per conto del socio, a mezzo di una banca o di un
intermediario autorizzato alla negoziazione dei mercati regolamentati.
5.3: Le Azioni
Le azioni, come già affermato, sono i documenti che rappresentano la partecipazione dei soci nella società
ed infatti ogni socio sarà titolare di un certo numero di azioni proporzionali alla quota dei conferimenti
versati. In merito al valore delle azioni è necessario effettuare la distinzione tra valore nominale e valore
reale ed infatti:
- Per valore nominale, si intende il valore della frazione del capitale sociale (per cui la somma del
valore nominale di tutte le azioni deve restituire il valore del capitale sociale) ed è quindi un valore
invariabile nel tempo. È da osservare che laddove vengano emesse azioni senza riportarne il valore
nominale, sul titolo deve comunque essere emesso il numero complessivo di azioni emesse e
l’ammontare del capitale sociale, così da consentire facilmente il calcolo del valore nominale.
- Per valore reale, si intende il valore di mercato delle azioni ed è quindi un valore variabile nel
tempo poiché rapportato al patrimonio sociale e quindi ai successi economici della società.
Le azioni emesse da una società possono appartenere a diverse categorie ed in linea generale si osserverà
che ad un aumento della tutela patrimoniale dell’investimento corrisponde una diminuzione dei poteri
decisionali ed in particolare del diritto di voto.
Le categorie maggiormente diffuse sono:
- Azioni Ordinarie, che attribuiscono ai soci i normali diritti previsti dalla legge, ed in particolare:
diritto agli utili e alla quota di liquidazione, diritto di opzione sulle azioni di nuova emissione, diritto
al voto e di partecipazione in assemblea, diritto di consultazione del libro dei soci, delle delibere
assembleari e del bilancio aziendale.
- Azioni privilegiate, che conferiscono al socio maggiori benefit in termini economici (quali una
maggiore distribuzione degli utili o del patrimonio risultante da un’eventuale liquidazione della
società) avendo però come contro una maggiore limitazione nei diritti di voto. I titolari di azioni
privilegiate possono infatti votare solo nelle assemblee straordinarie.
- Azioni di risparmio, che incentivano l’investimento dei risparmiatori che poco si interessano
dell’amministrazione dando maggiore importanza alla redditività dei titoli ed agli aspetti
patrimoniali. Le azioni di risparmio infatti non conferiscono il diritto di voto né nelle assemblee
straordinario né in quelle ordinarie ma conferiscono particolari privilegi patrimoniali (che devono
essere riportati sul titolo insieme alla denominazione ”azioni di risparmio”).
Tali azioni possono, inoltre, essere emesse “al portatore” il che garantisce l’anonimato e la libera
circolazione.
È da osservare che le azioni di risparmio, sono sottoposte ad alcuni vincoli, ed in particolare:
Possono essere emesse solo da società quotate in mercati regolamentati italiani o in altri
paesi dell’Unione Europea.
Il valore complessivo di tali azioni, non può superare il 50% del capitale sociale.
I titolari di azioni di risparmio possono indire un’assemblea speciale con la quale si nomina
un rappresentante comune e si decide se approvare le delibere della società.
- Azioni di godimento, che si emettono nel caso in cui si deliberi una riduzione del capitale sociale ed
il valore nominale delle azioni risulti inferiore a quello reale.
Nel caso di riduzione del capitale sociale, infatti, le azioni eliminate devono essere rimborsate al
titolare ma se il valore nominale risulta inferiore del valore reale allora gli verranno conferite delle
azioni di godimento che lo terranno partecipe degli utili futuri.
- Azioni a favore dei prestatori di lavoro, che vengono conferite ai dipendenti della società o di
società controllate con norme particolari stabilite dalla società riguardanti la forma, il modo di
trasferimento ed i diritti spettanti gli azionisti.
Le azioni possono essere nominative o al portatore a seconda che sul titolo, ossia il documento che
incorpora l’azione, sia indicato o meno il titolare dell’azione stessa.
Le sostanziali differenze tra le due tipologie di azioni ricade principalmente sulle loro modalità di
circolazione ed infatti mentre le azioni al portatore si trasferiscono semplicemente attraverso la consegna
del titolo, con le azioni nominative la procedura è meno snella ed in particolare si può operare in 2 modi:
È da sottolineare che nel caso di società quotate nei mercati regolamentati, le azioni non sono
rappresentate da titoli, ossia da documenti cartacei, e la loro circolazione avviene attraverso il sistema della
dematerializzazione per il quale il trasferimento avviene attraverso scritturazioni in specifici conti e tramite
intermediari.
Per quanto concerne le limitazioni alla circolazione delle azioni, esse possono essere imposte sia dalla legge
affinché si tuteli l’integrità del capitale, che dalla società stessa se previste nello statuto e riguardano ad
esempio: clausole di prelazione, clausole di gradimento etc.
Al fine di costruire gruppi di società e stabilire quindi legami di controllo e di collegamento, una società per
azioni può acquistare azioni di altre società o anche parteciparne alla costruzione sottoscrivendone le
azioni.
La società può inoltre acquistare azioni proprie divenendo, in pratica, socia di se stessa così da:
- Investire liquidità disponibili, poiché magari sono presenti buone prospettive.
- Mantenere stabile il valore dei titoli sul mercato, laddove l’azienda sia quotata sui mercati.
Tali operazioni presentano però il rischio di annacquamento del capitale sociale e possono prestarsi ad
azioni speculative. In virtù di ciò la normativa pone una serie di regole e limiti a tutela dell’integrità del
capitale sociale. Più nel dettaglio:
5.3.4: Le obbligazioni.
Se la società ha necessità di liquidità potrebbe aumentare il capitale sociale emettendo nuove azioni, ma
non sempre un’operazione del genere risulta propriamente conveniente.
In alternativa, la società, per finanziarsi, può emettere dei titoli di credito di massa, ossia delle obbligazioni
(nominative o al portatore) facilmente trasferibili e negoziabili che forniscono al sottoscrittore il diritto di
rimborso, entro una data prestabilita, ed una somma periodica rappresentata dagli interessi maturati.
La differenza delle obbligazioni dalle azioni è dunque rappresentata dal fatto che le obbligazioni
conferiscono al sottoscrittore la qualità di creditore e NON di socio.
Una particolare categoria di obbligazioni è rappresentata dalla obbligazioni convertibili in azioni, la cui
emissione è deliberata dall’assemblea straordinaria e che prevede la possibilità di trasformare la posizione
di creditore in quella di azionista.
L’attività organizzativa e gestionale di una società di capitali è ripartita tra una serie di organi, ciascuno dei
quali aventi specifiche funzioni, e che danno forma al sistema di Governance.
In particolare, le società di capitale possono scegliere 3 diverse sistemi di Governance:
a) Sistema Tradizionale, che prevede 4 organi differenti:
L’assemblea dei soci.
L’organo di amministrazione (amministratore unico o consigli di amministrazione)
Il collegio sindacale.
L’organo di controllo contabile.
b) Sistema Dualistico, di ispirazione tedesca, che prevede la presenza di 2 soli organi:
Il consiglio di sorveglianza, eletto dall’assemblea ordinaria, che nomina e revoca i
componenti del consiglio di gestione, approva il bilancio di esercizio, vigila sull’osservanza
della legge e dello statuto da parte del consiglio di gestione etc.
Il consiglio di gestione, cui spetta la gestione dell’impresa, composto da almeno 2 membri
(anche non soci) nominati dal consigli di amministrazione.
c) Sistema Monistico, di ispirazione anglosassone, che prevede la sola presenza del consiglio di
amministrazione, cui spetta la gestione dell’impresa e la nomina, al suo interno, di un comitato di
controllo composto dagli amministratori in possesso dei requisiti di onorabilità, professionalità ed
indipendenza. Il comitato vigila sull’adeguatezza della struttura organizzativa, del sistema di
controllo interno e del sistema amministrativo contabile ed esegue ulteriori compiti assegnati dal
consiglio di amministrazione.
5.4.1: L’assemblea degli azionisti
L’assemblea è il luogo in cui si manifesta la volontà dei soci ed è quindi formata da tutti gli azionisti aventi
diritto di voto e delibera secondo il principio maggioritario.
La competenza dell’assemblea, è una competenza speciale in quanto può deliberare solo sulle questioni ad
essa riservate e NON, ad esempio, su atti di gestione dell’impresa che rientrano invece nella competenza
esclusiva degli amministratori.
L’assemblea, che viene convocata dagli amministratori o richiesta dai soci che rappresentino 1/10 del
capitale sociale oppure 1/20 nel caso di società quotate nei mercati regolamentati, può essere straordinaria
o ordinaria. La differenza tra le due assemblee sta nelle materie sulle quali deliberare e sul quorum
costitutivo e deliberativo richiesto (dove per quorum si intende quota del capitale sociale rappresentato
dagli azionisti presenti in assemblea). Più nel dettaglio:
a) L’assemblea ordinaria, che deve essere convocata almeno una volta l’anno, è regolarmente
costituita quando è rappresentata almeno la metà del capitale sociale e delibera a maggioranza
assoluta. Se non si raggiunge il quorum costitutivo, nella seconda convocazione l’assemblea
delibera a maggioranza qualunque sia la parte di capitale rappresentata.
Per quanto concerne le competenze dell’assemblea ordinaria, essa:
Approva il bilancio
Nomina e revoca gli amministratori, i sindaci ed il presidente del collegio sindacale e,
quando previsto, il soggetto al quale è demandato il controllo contabile.
Determina il compenso degli amministratori e dei sindaci, se non stabilito nello statuto.
Delibera sulle responsabilità di amministratori e sindaci.
Delibera, in generale, sugli altri oggetti che rientrano nella competenza dell’assemblea.
Inoltre, nelle società ove previsto il consiglio di sorveglianza, l’assemblea ordinaria:
Nomina e revoca i consiglieri di sorveglianza e determina il compenso ad essi spettanti, ove
non dichiarato nello statuto.
Delibera sulle responsabilità dei consiglieri di sorveglianza.
Delibera sulla distribuzione degli utili
Nomina il soggetto incaricato ad effettuare la revisione legale dei conti.
b) L’assemblea straordinaria:
Delibera sulle modifiche dello statuto.
Delibera sulla sostituzione e sui poteri dei liquidatori.
Delibera su obbligazioni convertibili in azioni e su ogni altra materia attribuita, dalla legge,
alla sua competenza.
In prima convocazione, il quorum costitutivo e quello deliberativo coincidono per cui l’assemblea
delibera con il voto favorevole di più della metà del capitale sociale, se non richiesta una
maggioranza maggiore nello statuto. In seconda convocazione, l’assemblea straordinaria è
regolarmente costituita con la partecipazione di oltre 1/3 del capitale sociale e delibera con il voto
favorevole di oltre i 2/3 del capitale rappresentato in assemblea.
Nel caso di società quotate, è invece prevista, salvo diverse disposizioni nello statuto, di una sola
convocazione per cui l’assemblea delibera a maggioranza qualunque sia il capitale rappresentato.
È da osservare che:
- Lo statuto può consentire l’intervento nell’assemblea attraverso mezzi di telecomunicazione e che
il voto sia espresso per corrispondenza o in via elettronica. Inoltre, laddove un azionista non può o
non vuole partecipare all’assemblea vi è la possibilità di delegare il proprio voto attraverso un atto
scritto, sebbene la normativa preveda delle limitazione al fine di evitare degli abusi.
- Le delibere possono essere invalide ed in particolare nulle o annullabili. Più nel dettaglio:
Sono annullabili le delibere che non sono prese in conformità di legge o dello statuto.
L’impugnazione può essere proposta dagli amministratori, dal consiglio di sorveglianza, dal
collegio sindacale e dai soci assenti, dissenzienti o astenuti che hanno un elevato numero di
azioni aventi diritto al voto e che rappresentino, anche congiuntamente, il 5% del capitale
sociale o 1 per mille nel caso di società quotate. I soci che non sono legittimati a proporre
l’impugnazione hanno invece diritto al risarcimento del danno provocato dalla non
conformità. L’annullabilità è tuttavia sanabile per cui, se sostituita con un’altra delibera
conferme alla legge o allo statuto, non si verifica l’annullamento.
La nullità, è invece prevista quando vi è la mancata convocazione dell’assemblea, la
mancanza del verbale o di un documento equivalente o nel caso si verifichi illiceità o
impossibilità dell’oggetto. La delibera nulla può essere impugnata da chiunque vi abbia
interesse, entro i 3 anni dalla sua iscrizione nel registro delle imprese o dalla sua
trascrizione nel libro delle adunanze dell’assemblea. Anche nel caso di nullità, la delibera
risulta sanabile ed infatti, ad esempio, nel caso di nullità per mancata verbalizzazione, essa
può essere sanata mediante verbalizzazione eseguita all’assemblea successiva.
Agli amministratori spetta l’intera gestione dell’impresa, motivo per cui, a differenza dell’assemblea, hanno
una competenza generale e di decidere quale dev’essere l’organizzazione dell’impresa, la politica
economica della società, le strategie e le tattiche imprenditoriali nonché le operazioni gestionali e di
mercato. Ad accompagnare il potere di gestione vi è, inoltre, il potere di rappresentanza, per cui i contratti
stipulati dagli amministratori, impegnano direttamente la società.
Nel modello tradizionale di governance, gli amministratori sono eletti dall’assemblea ordinaria dei soci e la
durata dell’incarico non può superare i 3 anni sebbene possano essere rieletti successivamente e nel caso si
nomino più amministratori, si ha la formazione del consiglio di amministrazione.
È da osservare che:
- Gli amministratori possono essere revocati dall’assemblea ordinaria in qualunque tempo.
- Non può essere nominato amministratore un soggetto fallito o condannato ad una pena che
comporti l’interdizione dai pubblici uffici.
- Per la validità delle delibere del consiglio di amministrazione è necessaria la presenza della
maggioranza degli amministratori in carica e le decisioni sono prese a maggioranza assoluta tra i
presenti.
- Le delibere che violano la legge o lo statuto possono essere impugnate solo dal collegio sindacale e
dagli amministratori assenti o dissenzienti entro 90 giorni dalla data della delibera.
- Possono essere impugnate anche delibere che sono state prese per effetto del voto determinate di
un amministratore che ha un interesse, proprio o per terzi, in quella determinata operazione.
- Gli amministratori rispondono solidamente verso i creditori della società e verso la società stessa
sebbene si tratti di una responsabilità contrattuale che non tocca il merito delle scelte gestionali ma
la diligenza professionale tenuta.
Il collegio sindacale, i cui componenti (sindaci) sono nominati dall’assemblea, è l’organo deputato al
controllo ed alla vigilanza sulla gestione sociale e quindi sull’osservanza della legge e dello statuto da parte
dell’assemblea e degli amministratori.
Al fine di assicurare l’obiettività, imparzialità ed indipendenza del collegio sindacale sono previste, oltre a
quelle già viste per gli amministratori, specifiche cause di ineleggibilità.
Infatti, non possono essere nominati:
- Soggetti che abbiano legami di parentela (fino al 4°grado) con amministratori della medesima
società o di società controllate o controllanti.
- Soggetti che abbiano rapporti di lavoro con la società stessa o con società controllate o controllanti.
Le responsabilità dei sindaci si configura nel caso in cui non adempiano ai loro doveri con la professionalità
e la diligenza richieste dalla natura del loro incarico. Rispondono, infatti, solidamente con gli amministratori
laddove il “danno” non si sarebbe prodotto se avessero vigilato in conformità degli obblighi dettati dalla
loro carica.
Nel caso di società non quotate, il collegio sindacale può, inoltre, effettuare il controllo contabile cosa che
invece non può avvenire con le società quotate per le quali si rende necessario l’intervento di un revisore
legale in quanto fornisce maggiori garanzie in merito all’efficacia del controllo e all’indipendenza di giudizio.
5.5: Il bilancio
Il bilancio di esercizio è il documento contabile che deve essere redatto dagli amministratori, alla chiusura
di ogni esercizio annuale, con il quale viene fornita la rappresentazione della situazione patrimoniale e
finanziaria della società e del risultato economico dell’esercizio.
Il bilancio è composto tra 3 parti fondamentali, ossia:
- Stato patrimoniale, in cui è indicata la consistenza del patrimonio della società, ponendo all’attivo
il valore dei beni sociali quali immobilizzazioni immateriali, materiali e finanziarie, i crediti, le
disponibilità liquide etc, mentre al passivo il capitale sociale, i debiti etc.
- Conto economico, in cui vengono elencati analiticamente i ricavi realizzati ed i costi sostenuti per
ottenerli consentendo quindi il calcolo del risultato economico della gestione.
- La nota integrativa, in cui si fornisce la spiegazione del bilancio ed i criteri applicati nella
valutazione delle voci di bilancio.
Il bilancio deve essere redatto con chiarezza e deve rappresentare in modo veritiero e corretto la situazione
patrimoniale e finanziaria della società ed il risultato economico dell’esercizio. A tale fine, nella redazione
del bilancio, si rende necessario rispettare una serie di principi, quali:
- Principio di prudenza, in virtù del quale vanno inseriti nel bilancio gli utili effettivamente realizzati.
- Principio di continuità della gestione, in virtù del quale le valutazioni devono essere effettuate
nella prospettiva che la società continui nel tempo la sua attività.
- Principio di competenza, in virtù del quale i costi e i ricavi da considerare nella redazione del
bilancio sono quelli maturati nel corso dell’esercizio anche se le relative somme non sono ancora
state pagate o incassate.
- Principio di valutazione separata, in virtù del quale bisogna considerare separatamente elementi
tra loro eterogenei.
- Principio di continuità sostanziale, in virtù del quale i criteri di valutazione non possono essere
modificati da un esercizio all’altro. Se così non fosse, infatti, si perderebbe la possibilità di
comparare l’esercizio con i precedenti.
5.5.2: Procedimento di formazione del bilancio, distribuzione degli utili e fondi di riserva.
Il valore del capitale sociale, deve essere un valore che indica a terzi la consistenza economica della società
e deve pertanto essere un valore realistico rispetto all’effettiva entità del patrimonio societario.
a) L’aumento di capitale avviene generalmente attraverso l’emissione di nuove azioni e può essere:
A pagamento, se si realizza un aumento effettivo del patrimonio ed in tal caso gli azionisti
vanteranno diritti di opzione sulle azioni di nuova emissione.
Gratuite, se si attinge la somma stabilita per l’aumento dalle riserve della società ed in tal
caso le azioni devono essere assegnate ai soci proporzionalmente al numero di azioni già in
possesso da ciascuno di loro. È da osservare che l’aumento gratuito del capitale può
avvenire anche aumentando il valore nominale delle azioni.
b) La riduzione del capitale, che viene deliberata dall’assemblea straordinaria, può essere facoltativa
o obbligatoria e quindi imposta dalla legge. Più nel dettaglio:
La riduzione facoltativa avviene principalmente per liberare risorse finanziarie non
utilizzate (Ad esempio il capitale sociale è eccessivo in relazione all’oggetto sociale) il ché
può avvenire o liberando i soci dall’obbligo dei versamenti ancora dovuti, oppure
rimborsando ai soci, almeno parzialmente, dei conferimenti già effettuati.
La riduzione obbligatoria, avviene per effetto delle perdite per cui si ha la necessità di
adeguare il capitale al ridotto patrimonio societario.
Accertata la causa di scioglimento, gli amministratori devono convocare l’assemblea straordinaria che
delibera la liquidazione della società e la nomina dei liquidatori.
Successivamente i liquidatori devono redigere il bilancio finale, che va depositato all’ufficio del registro
delle imprese e nel quale va indicata la parte spettante a ciascuna azione.
Approvato il bilancio finale, i liquidatori devono chiedere la cancellazione della società dal registro delle
imprese così da cessare di esistere. È da osservare che, dopo la cancellazione della società, se vi sono dei
creditori sociali non soddisfatti, questi possono far valere i propri diritti sui soci della società entro i limiti
della somma riscossa da loro riscossa per effetto della liquidazione.
- La denominazione della società è costituita dal nome di almeno uno dei soci accomandatari e con
l’indicazione “S.a.p.a”.
- I soci accomandatari sono di diritto amministratori e soggetti agli obblighi degli amministratori della
società per azioni.
- La revoca degli amministratori deve essere deliberata con la maggioranza prescritta per le
deliberazioni dell’assemblea straordinaria della società per azioni.
- In caso di cessazione dall’ufficio di tutti gli amministratori, la società si scioglie se entro 180 giorni
non si provvede alla loro sostituzione.
- Le modifiche dell’atto costitutivo devono essere approvate dall’assemblea con le maggioranze
prescritte per l’assemblea straordinaria della società per azioni e devono, inoltre, essere approvate
da tutti i soci accomandatari.
È da osservare che:
- Per quanto concerne i conferimenti, quest’ultimi vanno fatti in denaro, ma laddove l’atto
costitutivo lo preveda possono comunque essere conferiti “tutti i beni suscettibili di valutazione
economica” previa relazione giurata di un revisore legale. Qualora un socio non effettui i
conferimenti nel termine prescritto, viene invitato ad effettuarli in un tempo di 30 giorni dopo il
quale è possibile vendere la sua quota ad altri soci o ridurre il capitale della somma che doveva
essere conferita.
- La partecipazione dei soci non è rappresentata da azioni ma da quote proporzionali ai conferimenti
effettuati, salvo dichiarazioni differenti presenti nell’atto costitutivo. Tali quote di partecipazione
sono liberamente trasferibili salvo dichiarazioni differenti presenti nell’atto costitutivo.
- L’amministrazione della società è, generalmente, affidata a uno o più soci con la decisione di tutti i
soci restanti. Tuttavia, se previsto nell’atto costitutivo, è possibile affidare l’amministrazione a
persone estranee alla società.
Agli amministratori, che sono solidamente responsabili verso la società dei danni provocati
dall’inosservanza dei doveri a loro imposti dalla legge, spettano:
La redazione del bilancio, secondo le regole viste per la società per azioni.
Le decisioni in merito ai progetti di fusione o scissione
Le decisioni di aumento o riduzione del capitale.
La rappresentanza generale della società, per cui gli amministratori possono compiere atti
di gestione per l’esercizio dell’attività sociale a nome della società.
- Il controllo sulla gestione, può essere affidato, se previsto nell’atto costitutivo, ad uno specifico
organo o revisore dei conti. Ciò è tuttavia obbligatorio nel caso in cui il capitale sia maggiore o
uguale del capitale minimo previsto per la società per azioni.
- Le decisioni dei soci, sono prese con il voto favorevole di una maggioranza che rappresenti almeno
la metà del capitale sociale ed il voto di ciascun socio ha un peso proporzionale alla sua quota di
partecipazione. Possono essere impugnate le decisioni non conformi alla legge o all’atto costitutivo
con la proposta di impugnazione che può avvenire ad opera di ciascun amministratore, dal collegio
sindacale o dai soci dissenzienti.
Sono riservate alla competenza dei soci:
L’approvazione del bilancio e la distribuzione degli utili realmente conseguiti.
La nomina degli amministratori.
La nomina dei sindaci o del soggetto incaricato per la revisione legale dei conti, se previsto
dall’atto costitutivo.
Le decisioni di compiere di compiere operazioni che comportano modificazioni dell’oggetto
sociale o dei diritti dei soci.
Le modificazioni dell’atto costitutivo, deliberate durante l’assemblea dei soci. È da
osservare che nel caso di aumento o riduzione del capitale sociale si prevedono dinamiche
del tutto analoghe a quanto visto con la S.p.a con l’essenziale differenza che in tal caso non
si parlerà di azioni, ma di quote di partecipazione.
8: Vicende della società: Trasformazione, fusione e scissione
La trasformazione è il fenomeno per cui una società di un determinato tipo si trasforma in una società di
tipo diverso e presuppone la modificazione dell’atto costitutivo deliberata secondo le dinamiche previste
per la tipologia di società in esame.
La fusione è il processo attraverso il quale due o più società si uniscono in una sola società nella quale
confluiscono i patrimoni ed i soci di tutte le società coinvolte. La fusione, che può rispondere ad esigenze di
riorganizzazione aziendale o a particolari strategie di mercato, può essere attuata in due modi:
- Fusione in senso stretto, che prevede l’estinzione di tutte le società coinvolte per dare vita ad una
nuova società
- Fusione per incorporazione, che prevede che una delle società (incorporante) assorba le altre
società (incorporate) che quindi si estinguono.
La scissione, è un’operazione inversa alla fusione e risponde anch’essa ad esigenze di ristrutturazione e
riorganizzazione societaria. La scissione può avvenire in due modi:
- Scissione totale per la quale una società assegna il suo intero patrimonio a più società preesistenti
o di nuova costituzione. In tal modo si attua lo scioglimento della società senza liquidazione.
- Scissione parziale, per la quale una società assegna parte del suo patrimonio ad una o più società
preesistenti o di nuova costituzione.
Nell’attuale realtà economica e di mercato è frequente che le imprese, individuali o societarie, instaurino
tra loro rapporti di collaborazione e collegamento, pur conservando la propria individualità e specificità.
Tale fenomeno, a seconda delle diverse esigenze aziendali, si presta a finalità diverse per cui diverse
saranno le modalità di aggregazione.
A seconda delle esigenze si possono, ad esempio, creare delle sinergie tra diverse imprese (modalità di
aggregazione) al fine di facilitare l’accesso al mercato o l’internazionalizzazione. Creare, specie nel caso
delle grandi imprese, grandi gruppi societari così da avere il controllo di ampi settori di mercato.
O anche esternalizzare ad altre imprese, legate attraverso vincoli contrattuali, alcune funzioni aziendali per
meglio focalizzarsi sul proprio core business e raggiungere economie di scala.
5: I distretti industriali
Il distretto industriale è un’aggregazione di piccole e medie imprese, situate in un territorio circoscritto,
specializzate in una o più fasi del processo produttivo e tra loro collegate attraverso una rete di
interrelazioni sia di carattere economico che sociale.
Nel distretto la capacità competitiva delle imprese industriali è legata alle caratteristiche socio-culturali del
territorio in quanto consente di fornire un insieme di saperi, know-how, conoscenze tacite, competenze
valori ed interazioni sociali che si sono stabiliti e creati nei microsistemi locali.
6: Le reti d’impresa
Le reti d’imprese rappresentano un’aggregazione su base contrattuale realizzata con lo scopo di accrescere
la competitività e capacità innovativa delle imprese che ne fanno parte.
Si tratta quindi di uno strumento che consente di coniugare l’autonomia imprenditoriale con la possibilità di
acquisire e condividere un complesso di risorse finanziarie, tecniche e umane o di know-how altrimenti
fuori portata per una piccola impresa e che concorrono all’obbiettivo comune di crescita individuale.
È da osservare che:
- A differenza dell’ATI, la rete rappresenta un’alleanza non episodica.
- A differenza dei consorzi, la rete è una forma aggregativa meno strutturata ed infatti, di norma, non
prevede la nascita di un nuovo soggetto giuridico.
- A differenza dei distretti, in cui le forme di collaborazione sono, in linea di massima, spontanee e
comunque legate al territorio, le reti di imprese sono tra loro legate su base contrattuale e non
risultano legate al territorio.
L’azienda è il mezzo attraverso il quale si svolge l’attività di impresa. Rappresenta il complesso di beni
organizzati dall’imprenditore, per l’esercizio dell’impresa, quindi include beni materiali, immateriali (anche
detti intangibili, quali le proprietà industriali come brevetti e know how) e anche i rapporti giuridici derivanti
da contratti stipulati per ottenere la disponibilità dei fattori produttivi (come contratti di locazione, leasing,
contratti di lavoro,..). Ciò che qualifica il complesso di beni come azienda è il vincolo funzionaleche lega tali
elementi, attraverso la loro gestione coordinata, finalizzata alla produzione di ricchezza. È questo vincolo che
fa si che la somma del valore dei singoli beni è diversa dal valore complessivo dell’azienda. Tale valore è
definito avviamento: l’avviamento è la capacità dell’azienda di produrre ricchezza, ed aumenta nel momento
in cui c’è una gestione efficiente che attira i clienti e genera profitto. L’avviamento non è un bene immobile
autonomo, ma è un valore economico che viene considerato sotto vari profili:
Nel caso di trasferimento dell’azienda è conteggiato nel prezzo di acquisto;
Viene iscritto nel bilancio di esercizio come attivo (immobilizzazioni immateriali);
Nel caso di cessazione del contratto di locazione di immobili destinati all’esercizio dell’attività di
impresa che comporti contatti diretti con i clienti, il conduttore ha diritto ad un’indennità.
2. Il trasferimento dell’azienda
L’azienda può essere trasferita dall’imprenditore ad un altro soggetto, in particolare il trasferimento può
riguardare:
La titolarità dell’azienda: che viene ceduta definitivamente.
Il godimento dell’azienda, a titolo di usufrutto o di affitto: in questo caso la titolarità dell’azienda
resta dell’imprenditore, viene però attribuita all’usufruttuario o all’affittuario la gestione
dell’impresa per un determinato periodo.
Per i contratti relativi al trasferimento di proprietà o al godimento dell’azienda è necessaria la forma scritta,
pena la nullità del contratto stesso. Il trasferimento deve essere iscritto nel registro delle imprese. La
normativa ha previsto una disciplina particolare, volta a regolare i rapporti giuridici che si collegano
all’azienda, anche dopo il trasferimento. In particolare, è previsto che l’acquirente dell’azienda subentra nei
contratti stipulati per l’esercizio dell’azienda, automaticamente, senza il consenso dell’acquirente stesso.
Infatti, i debiti ed i crediti relativi all’azienda ceduta passano automaticamente all’acquirente, cosi come i
contratti di lavoro continuano ad avere effetto.
Il trasferimento dei rapporti contrattuali relativi all’azienda non si realizzano in due ipotesi:
Se le parti si sono diversamente accordate;
Se i contratti hanno carattere personale.
A carico di chi trasferisce l’azienda è previsto il divieto legale di concorrenza, ossia il precedente titolare deve
astenersi, per un periodo di 5 anni, dall’iniziare una nuova azienda, che per oggetto, ubicazione o altri motivi
potrebbe attrarre a sé la clientela dell’azienda ceduta. Nell’ipotesi di usufrutto o di affitto, il divieto permane
per tutta la durata dell’usufrutto o dell’affitto.
3. La proprietà industriale
La proprietà industriale è l’apparato dei principi giuridici che mirano a tutelare i segni distintivi dell’impresa,
conferendone alla stessa un forte vantaggio competitivo. Si parla di proprietà perché è previsto il diritto
all’uso esclusivo del bene, tipico del diritto di proprietà, anche se il bene in questo caso è immateriale. Il
termine industriale va inteso con un’accezione più ampia, perché sta ad indicare l’attività economica. Si
includono, quindi, nella proprietà industriale: i marchi e gli altri segni distintivi (come la ditta e l’insegna, il
nome a dominio), i disegni e i modelli, le denominazioni di origine, le informazioni riservate,…. I diritti di
proprietà si acquisiscono mediante registrazione, brevettazione o negli altri modi previsti dalla legge.
Proprio perché l’impresa opera nel mercato, esistono altri imprenditori che svolgono le medesime attività e
producono i medesimi prodotti, quindi, è fondamentale per l’imprenditore distinguere la propria azienda e i
propri prodotti da quelli concorrenti, mediante segni distintivi. I principali segni distintivi sono: la ditta, che il
nome commerciale dell’imprenditore, l’insegna che è indicativa del locale in cui si svolge l’attività, il marchio
che contraddistingue i prodotti (che è il segno più importante) e il nome a domicilio, ossia l’indicazione del
sito Internet. Tutti questi segni, sebbene abbiano diverse regole, sono tutti volti a fidelizzare i clienti, infatti,
sono anche detti “collettori di clientela”. I principi comuni nell’ambito delle diverse regole sono:
L’imprenditore è libero di inventare i propri segni distintivi;
L’imprenditore ha il diritto all’uso esclusivo dei segni distintivi;
L’imprenditore può sfruttare economicamente i propri segni distintivi.
4.1 La ditta
La ditta è il nome commerciale dell’imprenditore, ossia il nome con il quale l’imprenditore esercita la propria
attività di impresa. La ditta è un segno distintivo necessario, ogni imprenditore ha bisogno di una propria
denominazione. Nel caso di società di persone la ditta è detta ragione sociale, nel caso di società di capitali è
detta denominazione sociale. La ditta deve rispettare i seguenti principi:
Verità: deve comprendere almeno il cognome o una sigla dell’imprenditore;
Libertà: al nome va aggiunta un’altra parte, scelta liberamente, che ne rappresenta l’elemento
caratterizzante (è il c.d. cuore della ditta);
Novità: non deve essere né uguale, né simile ad quella già usata da altro imprenditore.
L’imprenditore ha diritto all’uso esclusivo della ditta da lui scelta. Inoltre, il conflitto tra ditte confondibili
viene risolto in base alla priorità d’uso, ossia tenendo conto della data di iscrizione della ditta al registro delle
imprese. La confondibilità tra le ditte viene valutata in base al mercato di riferimento, ossia in base al settore
e all’ubicazione dell’impresa, considerando anche una sua potenziale espansione. Quindi, se una stessa
denominazione viene utilizzata per distinguere un’attività in un settore merceologico completamente diverso
da quello in cui opera tale impresa e non riconducibile in alcun modo all’esercizio di quest’ultima, non vi è
alcuna lesione del diritto inerente all’uso esclusivo della ditta.
La ditta può essere trasferita solo unitamente all’azienda, inoltre, si definisce ditta derivata, una ditta
trasferita in cui l’acquirente continua ad utilizzare il nome della ditta del precedente proprietario (viene così
a mancare il principio di verità: l’acquirente, infatti, non ha alcun obbligo di integrare la ditta con il proprio
nome o la propria sigla), questo anche al fine di garantire una continuità operativa.
Se il trasferimento dell’azienda avviene tra vivi, la ditta non si trasferisce senza consenso dell’alienante; nella
successione per morte il trasferimento della ditta al successore è automatico.
4.2 L’insegna
L’insegna è il segno che contraddistingue il luogo nel quale viene svolta l’attività economica (lo stabilimento,
i locali,…). All’insegna si applicano gli stessi requisiti richiesti per la ditta (novità,…) in quanto occorre evitare
di creare confusione nel pubblico, quindi nel caso in cui l’insegna sia uguale o simile ad una già utilizzata,
occorre modificarla per differenziala da quella esistente.
4.4 Il marchio
4.4.1 Concetto e funzione
Il marchio è un segno distintivo di prodotti e servizi, e , a differenza della ditta, è un segno non necessario,
ma è sicuramente quello che ha assunto maggiore rilevanza. Il marchio serve a differenziare i prodotti da
quelli delle imprese concorrenti, cosi da identificare prodotti di un certo target qualitativo. Il marchio ha un
notevole calore economico e conferisce al titolare dello stesso, il diritto all’uso esclusivo.
Possono essere registrati come marchi tutti i segni suscettibili di rappresentazione grafica, in particolare le
parole, i simboli, le cifre, le lettere, …
Il marchio può essere costituito da parole (marchio denominativo), da figure (marchio figurativo), da forme
dei prodotti o da confezioni (marchio di forma), purché siano costituiti da aspetti distintivi. Occorre
comunque, tener presente che:
I nomi di persona diversi da quello di chi richiede la registrazione possono essere registrati come
marchi purché non ledano la fama e il decoro di chi ha il diritto di portare tale nome; i nomi di persone
note possono essere registrati come marchi solo dall’avente diritto o con il consenso delle stesse;
I ritratti di persona possono essere registrati come marchi solo dietro consenso;
Non possono essere registrati come marchi simboli, emblemi di interesse pubblico.
Il marchio è affisso dal produttore (marchio di fabbricazione) e su uno stesso prodotto possono essere
presenti anche più marchi. I marchi si distinguono in:
Marchio generale: utilizzato per tutti i prodotti;
Marchio speciale: che individua diverse tipologie di uno stesso prodotto (fiat punto, tipo,..).
Per essere registrato come marchio, il marchio deve avere i seguenti requisiti:
Novità:
o non deve essere simile o identico ad un segno già noto come marchio ed utilizzato per
identificare beni e servizi affini;
o non deve essere simile o identico ad un segno già noto come marchio ed usato per beni o
servizi non affini;
o non deve essere identico ad un segno già noto come ditta, insegna, nome a dominio.
Questo per evitare di creare confusione nel pubblico che potrebbe collegare l’attività svolta da un’impresa
con quella svolta da un’altra, in particolare, però, nel caso di un marchio non celebre il rischio di confusione
viene valutato in base al mercato di riferimento, ossia in base all’affinità dei servizi e alla collocazione spaziale.
Più ampia è la protezione del titolare di un marchio celebre, che viene tutelato in via generale, a prescindere
dal luogo di esercizio e di attività dell’impresa.
Capacità distintiva: deve essere intesa come originalità, ossia non possono essere registrati come
marchi i segni privi di carattere distintivo
Liceità: non possono essere registrati come marchi:
o I segni contrari alla legge;
o I segni cha traggono in inganno il pubblico;
o I segni il cui uso viola il diritto d’autore, di proprietà industriale e di uso esclusivo di terzi.
La registrazione del marchio di impresa può essere richiesta all’Ufficio italiano marchi e brevetti da chi lo
utilizza o che vorrebbe utilizzarlo. Ha una efficacia di 10 anni e può essere rinnovato per altri 10 anni. Con
la registrazione il titolare acquisisce il diritto all’uso esclusivo del marchio e può rivendicarsi legalmente
contro i terzi che utilizzano marchi simili o uguali e che possono tranne in inganno il pubblico.
Nel caso di violazione del diritto di uso esclusivo del marchio, il codice prevede una serie di rimedi giudiziari.
Tali rimedi sono applicati, più in generale, quando vi è una violazione di un diritto di proprietà industriale
(quindi, anche per modelli, disegni,..). In particolare: il titolare del diritto può richiedere il sequestro dei
prodotti oggetto dell’illecito, può richiedere l’inibitoria della produzione di quanto costituisce oggetto di
violazione, con sentenza che accerta la violazione può essere richiesta la distruzione di tale merce, può essere
richiesto che i prodotti e i fattori produttivi per realizzarli vengano assegnati al titolare del diritto, può essere
disposta la pubblicazione della licenza sui giornali,… ovviamente è previsto anche il risarcimento dei danni
per il titolare.
L’attività illecita di contraffazione del marchio può essere oggetto di un’azione reale, a tutela dei propri diritti
all’uso esclusivo, ma anche di un’azione personale per concorrenza sleale. L’azione per repressione della
concorrenza sleale e quella di tutela del marchio sono diverse, infatti la prima ha carattere personale e
presuppone la confondibilità dei prodotti con quelli concorrenti mentre la seconda ha natura reale ed opera
indipendentemente dalla confondibilità dei prodotti.
È un contratto a prestazioni corrispettive, con il quale il titolare del marchio concede la facoltà d’uso, dietro
pagamento di corrispettivo, ad un altro imprenditore per prodotti di natura completamente differente da
quelli per i quali il marchio è stato registrato. Il titolare del marchio celebre trae, cosi un notevole beneficio
economico, mentre il licenziatario riesce, utilizzando tale marchio, ad attrarre a sé clientela. Differisce dalla
licenza d’uso in quanto la licenza d’uso attiene a prodotto simili o affini, mentre in questo caso il marchio è
usato per contraddistinguere prodotti completamente differenti. Il compenso pagato dal licenziatario è
previsto sotto forma di royalties, ossia di percentuale sui guadagni in riferimento ad un determinato periodo
contrattuale. Il fenomeno del merchandising interessa molteplici campi, ma il settore nel quale ha assunto
maggiore diffusione è quello sportivo. (merchandising sportivo).
I marchi di qualità si affiancano ai marchi del produttore e servono a certificare che il prodotto abbia
determinate caratteristiche qualitative e sia stato prodotto secondo specifiche procedure.
Marchio collettivo
È un marchio di cui è titolare un ente o un’organizzazione privata il cui uso è concesso ai produttori che
rispettano determinati requisiti, infatti servono a garantire l’origine, la natura e la qualità dei prodotti.
Un particolare marchio collettivo è stato istituito dalla regione Campania, ossia il marchio etico di cui possono
essere concessionarie tutte le imprese regionali socialmente responsabili, che abbiano ottenuto la
certificazione etica SA8000 e che si siano adeguate alle prescrizioni dettate dalle norme ISO2600. È un
marchio distintivo dei prodotti realizzati nel rispetto dei diritti nazionali e internazionali dei lavoratori e senza
l’impiego di manodopera minorile.
Marchio biologico
Questi marchi possono essere sia pubblici che privati e servono a certificare che i prodotti sono stati realizzati
secondo un particolare metodo di produzione biologico. Ne è un esempio il logo UE dell’agricoltura biologica.
[Link] e modelli
Tra i diritti di proprietà industriale rientra anche il design industriale, ossia i disegni e modelli, che per essere
registrati devono anch’essi possedere specifici requisiti. La registrazione del disegno o del modello dura 5
anni e conferisce al titolare il diritto all’uso esclusivo dello stesso.
6.L’innovazione tecnologica
L’innovazione è di fondamentale importanza sotto il profilo strategico, può riguardare vari aspetti, quello
principale è relativo all’innovazione tecnologica, che può consistere in un nuovo prodotto o in un nuovo
processo. Il tema dell’innovazione tecnologica è diventato oggetto anche dell’attenzione della comunità
europea, infatti sono state emanate varie direttive per incentivare lo sviluppo tecnologico, anche nelle
piccole e medie imprese. L’attività di ricerca, però, richiede grandi investimenti, quindi è giusto che
l’imprenditore venga tutelato rispetto alle imprese concorrenti. L’ordinamento ha istituito la concessione di
un titolo, il brevetto, che prevede il diritto di divieto di sfruttamento dell’idea dell’inventore, da parte di terzi,
per un tempo limitato.
L’invenzione industriale è un bene immateriale, che rientra nel complesso dei beni aziendali. Si definiscono
invenzioni industriali le creazioni intellettuali ad elevato contenuto tecnologico che costituiscono una
soluzione ad un problema tecnico. Le invenzioni si suddividono in 3 categorie:
Invenzioni di prodotto: che consistono nel realizzare un nuovo oggetto;
Invenzioni di procedimento: ossia di un nuovo processo di lavorazione;
Invenzioni derivate: che costituiscono un miglioramento o una modifica di invenzioni esistenti.
Nell’ambito delle invenzioni industriali ruotano diversi interessi: l’interesse di natura non patrimoniale
dell’inventore ad essere riconosciuto padre dell’invenzione, l’interesse dell’inventore a sfruttare
economicamente l’invenzione, l’interesse della società allo sviluppo tecnologico.
Possono costituire oggetto di brevetto le invenzioni di qualsiasi settore della tecnica, che siano nuove, che
implichino un’attività inventiva e che abbiano applicazione industriale. Infatti, per poterne richiedere il
brevetto le invenzioni devono rappresentare una soluzione nuova ad un problema tecnico e devono essere
idonee ad avere concrete realizzazioni nel campo industriale, nonché devono garantire un apporto al
progresso tecnologico. Non sono considerate invenzioni: le scoperte scientifiche, in quanto rilevazioni di
qualcosa di esistente; i piani, i principi e i metodi per attività intellettuale, per giochi,…; le presentazioni di
informazioni.
Non sono oggetto di brevetto: i metodi per il trattamento chirurgico del corpo umano e i metodi di diagnosi
ad esso applicati; le varietà vegetali, le razze animali,… e le nuove specie ottenute dalla sola modifica
genetica.
Inoltre, non sono brevettabili oggetti il cui sfruttamento commerciale è contrario alla dignità umana, alla
tutela della salute, dell’ambiente,…
Per ottenere il brevetto l’invenzione deve avere determinati requisiti:
novità;
originalità;
industrialità;
liceità.
Il brevetto per invenzione industriale è concesso dall’Ufficio Italiano Brevetti e marchi, sulla base di una
domanda corredata (a pena di nullità) dalla rivendicazione, ossia dall’indicazione di ciò che deve formare
l’oggetto del brevetto; dalla descrizione e dai disegni che devono avere un elevatissimo livello di dettaglio, a
tal punto che un qualsiasi esperto del settore posso, utilizzandoli, riprodurre l’invenzione. Con la concessione
del brevetto, che ha una durata di 20 anni e che non è rinnovabile, il titolare acquista il diritto di esclusiva,
ossia la facoltà esclusiva di attuare l’invenzione e di trarne profitto. In particolare, se oggetto del brevetto è
un prodotto, il titolare ha il diritto di vietare a terzi di produrre, commercializzare,… il prodotto in questione;
se oggetto del brevetto è un procedimento, può vietare a terzi l’utilizzo di tale metodo.
Il titolare del brevetto può utilizzarlo direttamente, applicando il processo o realizzando il prodotto (questo
accade quando il titolare del brevetto è un’impresa), oppure può decidere di sfruttarlo economicamente,
concedendo ad altri il diritto di utilizzare il brevetto mediante la licenza d’uso. Quest’ultima può essere
esclusiva, se il titolare trasferisce integralmente al licenziatario la possibilità d’uso del brevetto, oppure non
esclusiva, quando il titolare conserva la possibilità di applicazione industriale del brevetto. Il corrispettivo può
essere rappresentato da royalties, ossia da una percentuale sui prodotti venduti o sugli utili. Il codice ha
previsto anche, una licenza obbligatoria che rappresenta una sorta di onere all’applicazione del brevetto, in
quanto si tratta di un apporto al progresso tecnologico. Dunque, è previsto che trascorsi 3 anni dalla data di
rilascio del brevetto, se il titolare non ha ancora attuato l’invenzione o l’ha attuata ma non in maniera
proporzionale ai bisogni dello stato, chiunque sia interessato può richiedere, dopo aver consultato il titolare
il rilascio di una licenza obbligatoria, per l’uso non esclusivo dell’invenzione. La domanda va presentata
all’Ufficio brevetti e marchi e non può avere durata superiore alla rimanente durata del brevetto.
Per le invenzioni valgono le stesse tutele giudiziarie già previste per il marchio. Anche l’invenzione brevettata
è tutelata in sede penale, in quanto la contraffazione costituisce una ipotesi di reato.
6.7 La tutela brevettuale extranazionale
Il brevetto italiano garantisce la tutela solo nel territorio italiano, al fine di estendere la tutela occorre
presentare, entro 12 mesi dalla data di deposito della domanda italiana, tante domande quanti sono gli stati
nei quali si vuole estendere la protezione. La procedura di estensione può essere effettuata singolarmente
per ciascun paese, oppure seguendo le procedure di concessione unificate secondo le principali Convenzioni
Internazionali in materia di brevetti:
il brevetto internazionale PCT;
il brevetto europeo.
È stato istituito con la convenzione di Monaco. La domanda di brevetto europeo deve essere presentata
presso gli uffici dell’ EPO (European Patent Organization) di Monaco di Baviera, Amsterdam o Vienna, e il
titolo una volta rilasciato diventa una collezione di brevetti nazionali degli Stati designati; questo vuol dire
che i brevetti nazionali ed europeo coesistono. All’atto della richiesta devono essere designati gli stati nei
quali il richiedente ha interesse ad ottenere la tutela. Il brevetto europeo rilasciato per l’Italia conferisce gli
stessi diritti ed è sottoposto allo stesso regime dei brevetti italiani.
Il brevetto comunitario europeo è stato istituito con la Convenzione di Lussemburgo ma non è mai entrato
in vigore. Ora è disciplinato da apposito Regolamento. L’idea è quella di creare un brevetto unico, valido in
tutto il territorio europeo, cosi da semplificare le procedure per l’ottenimento della tutela anche negli altri
stati e promuovere lo sviluppo e l’innovazione tecnologica. La domanda va presentata all’EPO, tradotta in
una delle lingue ufficiali della Convenzione sul brevetto europeo (inglese, tedesco o francese ed è proprio su
questo punto che si è incentrata l’opposizione di Italia e Spagna, che non vi hanno aderito). Una volta
concesso avrà efficacia nei 25 Paesi aderenti, senza bisogno di procedere alle fasi convalida nei singoli Stati.
1. Modelli di Utilità
È possibile richiedere il brevetto anche per modelli di utilità, ossia per particolare forme del prodotto che
conferiscono allo stesso particolare funzionalità in termini di applicazione e di comodità d’uso. Tale brevetto
ha un’efficacia di 10 anni a decorrere della data di presentazione della domanda e conferisce al titolare il
diritto di esclusiva.
Il software, definito dalla WIPO, come l’espressione di un insieme organizzato di istruzioni, contenute i vari
supporti capace di far ottenere un risultato, di far eseguire una funzione,.. mediante elaborazione elettronica
dell’informazione. Il software, dopo lunghe discussioni, si è deciso di sottoporlo alla stessa disciplina dei diritti
d’autore. Il diritto d’autore protegge le opere di ingegno di carattere creativo che appartengono alla
letteratura, alla musica, alle arti figurative,… Il diritto d’autore comprende un diritto patrimoniale ed uno
morale. Quello morale consiste nell’essere riconosciuto autore dell’opera creativa, quello patrimoniale è il
diritto esclusivo di sfruttare l’opera d’ingegno. I diritti patrimoniali durano per tutta la vita dell’autore e ne
godono gli eredi per altri 70 anni. Per quanto riguarda la tutela riconosciuta ai programmi per elaboratori, la
normativa riserva al titolare non solo la riproduzione, ma anche l’utilizzo del programma, consentendogli di
escludere la possibilità di uso da parte di terzi, se non espressamente autorizzati con licenza d’uso. I diritti
esclusivi riguardano: la riproduzione del programma con qualsiasi mezzo ed in qualsiasi forma; la traduzione,
l’adattamento e la modificazione del programma; la distribuzione al pubblico. Il diritto d’autore sul software
è tutelato penalmente.
Capitolo Settimo
L’impresa e il mercato
L’attività d’impresa è diretta alla produzione di beni e servizi da destinare al mercato. Il mercato è il contesto
economico nel quale convergono l’offerta e la domanda e dove si manifestano i vari interessi: degli
imprenditori di attrarre a sé quanti più consumatori possibili e dei consumatori di acquistare beni e servizi di
qualità a prezzi limitati.
La libera iniziativa può subire delle limitazioni mediante disposizioni atte a tutelare l’interesse generale della
collettività. Quindi, l’attività economica può essere subordinata a concessioni o ad autorizzazioni
amministrative. Ci sono casi in cui si arriva addirittura alla completa soppressione della libertà di concorrenza
attraverso l’istituzione di monopoli legali. Nel caso di monopolio legale, al fine di evitare comportamenti
arbitrari del monopolista nei confronti degli utenti, è previsto un limite alla sua libertà di contrattare: chi
opera in regime di monopolio ha l’obbligo di contrattare con chiunque richieda la prestazione oggetto
dell’impresa, osservando la parità di condizioni. Altre limitazioni legali della concorrenza sono previste a
tutela degli interessi dei privati, quando questi siano legati da particolari rapporti contrattuali. È imposto il
divieto di concorrenza nei seguenti casi:
Il socio di una società in nome collettivo non può, senza il consenso degli altri soci, esercitare
un’attività concorrente con quella della società, né partecipare come socio illimitatamente
responsabile ad altra società concorrente (lo stesso vale per un socio accomandatario);
Gli amministratori di una società per azione non possono esercitare un’attività concorrente, né
diventare soci illimitatamente responsabili in società concorrenti;
Chi trasferisce l’azienda deve astenersi per 5 anni dal trasferimento dall’iniziare dall’iniziare una
nuova impresa che per oggetto o ubicazione posso deviare la clientela dell’azienda ceduta;
Il prestatore di lavoro subordinato non deve svolgere affari in concorrenza con il datore di lavoro.
Gli imprenditori possono decidere, anche, di limitare la loro libertà, stipulando degli accordi restrittivi della
concorrenza, cosi da assicurarsi una fetta mercato sicura ed evitare una dura competizione. Questi accordi
per essere validi devono essere redatti in forma scritta, devono riguardare una determinata attività o una
determinata zona e non devono eccedere la durata di 5 anni. I patti limitativi della concorrenza possono
anche coinvolgere più di due imprenditori, come nel caso di costituzione di consorzi anticoncorrenziali ( con
lo scopo di disciplinare, limitare, la reciproca concorrenza sul mercato degli imprenditori che svolgono attività
identiche o simili, al fine di evitare un’elevata concorrenza) o di intese o cartelli (ossia di accordi tra
imprenditori che prevedono impregni reciproci di vario tipo, quali la ripartizione delle zone di distribuzione,
la predeterminazione dei prezzi da praticare al pubblico,.., che sono volti a limitare la loro libertà d’azione).
Questi accordi possono andare anche contro la normativa Antitrust o antimonopolistica qualora generino
eccessivi cambiamenti nella struttura del mercato compromettendo la libertà di concorrenza.
La necessità di una disciplina Antitrust è stata avvertita in tutti i paesi industrializzati. I primi ad emanarne
una sono stati gli Stati Uniti ( Sherman Act). Anche l’Unione Europea si è dotata di varie normative e
regolamenti che tra l’altro vietano le intese restrittive della concorrenza e gli abusi di posizione dominante.
La Commissione Europea è l’istituzione responsabile dell’attuazione della normativa. In Italia, la disciplina
Antitrust è entrata in vigore nel 1990 con le norme per la tutela della concorrenza e del mercato, riprendendo
la normativa comunitaria sul diritto di iniziativa economica. La legge viene applicata sia alle imprese
pubbliche che a quelle private e istituisce come organo di vigilanza l’Autorità garante della concorrenza e del
mercato (autorità antitrust) con sede a Roma. Si tratta di un organo indipendente che opera in piena
autonomia di giudizio e di valutazione. Deve assicurare, infatti, il rispetto della normativa Antitrust , ha poteri
di indagine e sanzionatorie può vietare comportamenti antoconcorrenziali e irrogare le relative sanzioni
pecuniarie. Successivamente, all’Autorità è stata affidata anche la competenza in materia di pubblicità
ingannevole e comparativa, di pratiche commerciali scorrette, nonché la tutela amministrativa contro le
clausole vessatorie. Le ipotesi di comportamenti anticoncorrenziali previsti dalla legge sono 3: intese
restrittive della concorrenza, gli abusi di posizione dominante e le concentrazioni di imprese.
Concentrazioni di imprese:
si hanno operazioni di concentrazione quando:
Quando due o più imprese procedono a fusione;
Quando due o più imprese alla costituzione di una nuova società,
…
In tutti questi casi c’è un ampliamento della quota di mercato di un’impresa o di un gruppo di imprese
riducendo il numero di operatori economici presenti sul mercato. Non sono concentrazioni le operazioni di
coordinamento tra imprese che conservano la loro autonomia, quali consorzi o reti di impresa.
Le operazioni di concentrazione non sono tutte vietate, in quanto rispondono ad esigenze di razionalizzazione
ed efficientamento del processo produttivo. Diventano illecite quando generano una consistente
deformazione della struttura del mercato rendendola anticompetitiva. Sono, quindi, vietate se possono
comportare il rafforzamento o la costituzione di una posizione dominante compromettendone la
concorrenza. Questo accade, quando vengono effettuate operazioni di rilevante entità economica. Pertanto
, le operazioni di concentrazione devono essere preventivamente comunicate all’Autorità garante, qualora il
fatturato complessivo totale realizzato a livello nazionale dall’insieme delle imprese interessate, sia superiore
a determinate soglie. L’autorità garante se ritiene che l’operazione è effettivamente restrittiva della
concorrenza, ne vieta l’esecuzione. Se è già stata realizzata bisogna procedere a ripristinare le condizioni di
concorrenza effettiva. Nel caso di inottemperanza alle decisioni, l’Autorità garante può infliggere sanzioni
amministrative pecuniarie.
Nel libero mercato gli imprenditori competono per conseguire il maggior successo e nel gioco della
concorrenza possono cercare, anche, di attrarre clientela cercando di sottrarla ai concorrenti con ogni mezzo
consentito. È necessario, però, che nell’interesse generale sia dei consumatori che degli imprenditori la
competizione si svolga nel rispetto dei principi della correttezza professionale. Questo interesse è tutelato
dalla disciplina sulla concorrenza sleale che impone alle imprese operanti sul mercato di agire nel rispetto
delle regole di correttezza, evitando il ricorso a pratiche scorrette. Infatti, non sono vietati comportamenti
egoistici volti ad impossessarsi di maggiori quote di mercato, ma il ricorso a pratiche non corrette nel
raggiungimento di tale obiettivo. Mentre la disciplina Antitrust disciplina globalmente le violazioni delle
regole concorrenziali del mercato, la disciplina della concorrenza sleale tutela direttamente gli imprenditori
che vedono compromesse le loro possibilità di successo sul mercato, a causa di comportamenti scorretti ed
illeciti dei concorrenti. Ed infatti, gli imprenditori sono legittimati ad agire contro tali atti, anche quando
questi non sono ancora stati manifestati, in quanto basta che si tratti di condotte potenzialmente dannose
per il concorrente, affinché si possa agire legalmente. Le sanzioni consistono nell’inibizione alla continuazione
di tali comportamenti e nella rimozione degli effetti prodotti. In caso di danno economico, l’imprenditore
può anche richiedere il risarcimento del danno. Può essere inoltre, disposta la pubblicazione della sentenza
che accerta la concorrenza sleale, su giornali o altri mezzi di comunicazione.
Gli atti di concorrenza sleale si concretizzano nella confusione di prodotti o segni distintivi dei concorrenti, nella
diffusione di notizie o apprezzamenti denigrativi dei concorrenti, nell’appropriazione dei pregi dei prodotti o
dell’attività dei concorrenti. Oltre questi atti, sono atti di concorrenza sleale tutti quelli che sono svolti in
violazione del principio di correttezza.
Atti di confusione.
Sono atti di concorrenza sleale tutti quelli che generano confusione con i prodotti o l’attività delle imprese
concorrenti. Nello specifico, gli atti di confusione si possono realizzare attraverso:
L’uso di nomi o segni distintivi già utilizzati da altri imprenditori e che possono, dunque, trarre in inganno
il pubblico. Nel caso di segni distintivi tutelati dalla normativa (ditta, insegna, marchio), si incorre non
solo nell’azione di concorrenza sleale, ma anche in quella di contraffazione;
L’imitazione servile dei prodotti di un concorrente, che consiste nella riproduzione della caratteristiche
esteriori del prodotto che rappresentano un elemento distintivo ed identificativo dell’impresa
concorrente.
Atti di denigrazione
Consistono nella diffusione di notizie e di apprezzamenti sui prodotti con la sola finalità denigrativa. Infatti, in tal
modo si va a ledere la reputazione dell’impresa concorrente. Lo strumento utilizzato nella maggior parte dei casi
è la pubblicità, attraverso la quale si esalta il proprio prodotto denigrando quello dei concorrenti (ne è un
esempio la pubblicità comparativa.
Atti di vanteria
L’appropriazione di pregi dei prodotti o dell’impresa da essi non posseduti, ma appartenenti a prodotti o
all’impresa di un concorrente, in modo da perturbare la libera scelta dei consumatori.
Altri atti non conformi ai principi della correttezza professionale
Rientrano in tale categoria tutti gli atti effettuati secondo comportamenti scorretti contrari all’etica
professionale. Le ipotesi emerse dai casi concreti e riconosciute dalla normativa sono:
Concorrenza parassitaria: consiste nell’imitazione delle tecniche e delle iniziative commerciali
dell’impresa concorrente.
Storno di dipendenti: consiste nell’assunzione di uno o più dipendenti dell’impresa concorrente (tale
pratica non è di per sé illecita, può diventarlo) se tale azione è giustificata dalla sola intenzione
dell’imprenditore di danneggiare l’impresa concorrente. Si richiede, inoltre, che i dipendenti assunti
siano particolarmente qualificati e rilevanti per l’impresa concorrente.
Sottrazione di segreti industriali: può essere attuata in modo diretto, attraverso lo spionaggio industriale
o indirettamente mediante lo storno di dipendenti.
Boicottaggio: rifiuto sistematico di contrattare con un certo imprenditore, attuato in maniera concordata
con altri concorrenti o inducendo tale comportamento.
Vendita sottocosto: risulta contraria alle regole di correttezza quando viene attuata da un’impresa in una
posizione dominante, che non ha alcun interesse a praticare prezzi simili, se non quello di eliminare i
propri concorrenti che non possono sostenere prezzi simili.
2. La pubblicità
Sin dall’antichità nel commercio si sono utilizzate tecniche di propagazione volte ad esaltare la propria merce.
Nella società attuale, la pubblicità è divenuta uno strumento strategico essenziale per far conoscere i propri
prodotti e renderli distintivi rispetto a quelli concorrenti, assurgendo a vera e propria industria, che impiega
ingenti capitali e che condiziona i comportamenti dei consumatori. Per tale motivo si è avvertita la necessità
di disciplinare questa materia dettando della regole volte a tutelare i vari interessi: gli interessi degli
imprenditori, onde evitare che la pubblicità possa essere utilizzata come strumento di concorrenza sleale; gli
interessi dei consumatori, per garantire la correttezza e la verità delle informazioni. In un primo tempo, in
mancanza di una disciplina specifica, le associazioni di categoria, hanno concordato, su base volontaria un
codice di autodisciplina pubblicitaria, che serve a garantire che la pubblicità venga utilizzata come servizio
per il pubblico, tenendo conto dell’influenza che ha sul consumatore. Gli organismi aderenti si impegnano ad
inserire nei loro contratti o in quelli degli associati, una speciale clausola di accettazione del codice e delle
decisioni autodisciplinari. Infatti, il codice prevede un organo disciplinare, il Giurì, che ha il potere di emettere
provvedimenti inibitori della diffusione di messaggi pubblicitari contrari al codice.
I compiti di controllo e di applicazione delle sanzioni nelle ipotesi di pubblicità ingannevole o vietata spettano
all’Autorità garante della concorrenza e del mercato. L’Autorità può prendere sia provvedimenti d’urgenza,
disponendo la sospensione provvisoria della pubblicità ingannevole o comparativa illecita, sia provvedimenti
di carattere definitivo, vietando la diffusione del messaggio illecito, se non ancora attuata, o inibendone la
continuazione. Con il provvedimento che vieta la diffusione della pubblicità può essere richiesta anche la
pubblicazione del provvedimento, a spese di chi ha commissionato il messaggio, in modo da impedire che la
pubblicità ingannevole o il messaggio di pubblicità comparativa illecito continuino a produrre effetti.
L’autorità dispone, inoltre, l’applicazione di una sanzione amministrativa pecuniaria, che varia in base alla
durata e alla gravità della violazione.
La realizzazione di una campagna pubblicitaria vede, in genere, coinvolti una serie di soggetti specializzati
(agenzie e concessionarie di pubblicità), attraverso la stipulazione di contratti ad hoc. Il contratto di pubblicità
(o contratto di agenzia pubblicitaria) è il contratto con il quale l’agenzia pubblicitaria assume l’incarico di
progettare, realizzare la pubblicità di uno o più prodotti di un committente, dietro pagamento di
corrispettivo. Le prestazioni dell’agenzia sono molteplici e vanno dall’analisi di mercato e del prodotto, alla
scelta della strategia migliore per la diffusione del messaggio, alla contrattazione con i media per
l’acquisizione degli spazi pubblicitari. In genere, sono previste delle clausole di esclusiva, nel senso che
l’agenzia si impegna a non assumere contemporaneamente incarichi analoghi per servizi e prodotti di
concorrenti diretti e il committente a non avvalersi contemporaneamente di altra agenzia per la pubblicità
dei prodotti oggetto del contratto.
L’agenzia pubblicitaria tratta con i media per l’acquisizione degli spazi pubblicitari per la diffusione del
messaggio. Il contratto stipulato viene denominato contratto di diffusione pubblicitariaSi tratta di un accordo
con il quale l’impresa che gestisce il mezzo si impegna alla diffusione del messaggio pubblicitario, dietro
pagamento di corrispettivo. Solitamente, però, l’impresa che gestisce il mezzo di comunicazione, non ha tra
le proprie attività la diffusione del pubblicità, ma ricorre ad un’impresa specializzata nella gestione e
nell’acquisizione degli ordini di pubblicità, ossia la concessionaria di pubblicità. In pratica, il contratto di
diffusione pubblicitaria viene stipulato tra l’agenzia (per conto del committente) e la concessionaria (per
conto dei media). La concessione pubblicitaria è il contratto con il quale un’impresa di comunicazione affida
in concessione ad un’impresa specializzata l’acquisizione e la gestione della pubblicità da diffondere
attraverso il mezzo di comunicazione. La concessionaria, si impegna in proprio nome, con propria
organizzazione e a proprie spese, alla raccolta e alla gestione degli ordini per la pubblicità da trasmettere
con il mezzo di comunicazione.
1.4 La sponsorizzazione
Nel mercato cosi descritto con imprenditori che competono tra loro, con mezzi leciti o meno, che
pubblicizzano i loro prodotti, il soggetto debole è certamente il consumatore, che sebbene sia divenuto più
attento e cosciente, affinché effettui scelte consapevoli è necessario che sia informato circa la qualità dei
prodotti e la loro provenienza, in modo chiaro e trasparente. Per tali motivi, l’ordinamento sia comunitario
che nazionale, ha emanato disposizioni varie a tutela del consumatore che sono confluite nel codice del
consumo, che è un testo organico che disciplina tutta la materia del consumo.
In via preliminare e generale, il codice ribadisce il risarcimento e la garanzia dei diritti e degli interessi,
individuali e collettivi, dei consumatori, anche in forma collettiva e associativa, ossia tramite associazioni di
categoria. In particolare, ai consumatori sono riconosciuti come fondamentali i diritti:
Alla tutela della salute, alla sicurezza e qualità dei prodotti;
Ad un’adeguata informazione e ad una corretta pubblicità;
Alla correttezza nei rapporti contrattuali;
…
I diritti attribuiti al consumatore sono irrinunciabili.
Il codice prevede l’obbligo di riportare delle informazioni essenziali per il consumatore, quali quelle relative
alla sicurezza, qualità e composizione dei prodotti, al paese di origine, all’eventuale presenza di sostanze
dannose, …Le indicazioni minime devono figurare sulle confezioni o sulle etichette dei prodotti nel momento
in cui sono posti in vendita e devono essere espresse in maniera chiara e comprensibile. È, infatti, vietato il
commercio sul territorio nazionale di qualsiasi prodotto che non riporti in forme chiaramente visibili le
indicazioni prescritte.
Sono vietate le pratiche commerciali scorrette, dove per pratiche commerciali scorrette si intende tutte
quelle pratiche che traggono, per motivi vari, in inganno il consumatore, comportandone una scelta
commerciale che non avrebbe preso, in assenza di tali pratiche. In particolare, sono scorrette le pratiche
commerciali:
Ingannevoli: cioè che contengono informazioni non rispondenti al vero, che inducono in errore il
consumatore, che omettono informazioni rilevanti per il consumatore, ….
Aggressive: sono aggressive le pratiche che, mediante molestie, coercizione, forza fisica,… limitano
considerevolmente la libertà di scelta o il comportamento del consumatore.
L’Autorità garante della concorrenza e del mercato, in tali casi, su istanza di chiunque ne abbia interesse,
inibisce la continuazione delle pratiche commerciali scorrette e ne elimina gli effetti; può inoltre, disporre
l’applicazione di sanzioni amministrative pecuniarie.
Il codice del consumo riscrive anche la disciplina delle clausole vessatorie. Si considerano vessatorie quelle
clausole che, malgrado la buona fede, determinano a carico del consumatore un significativo squilibrio dei
diritti e degli obblighi derivanti dal contratto. Inoltre, si presumono vessatorie, fino a prova contraria, una
serie di clausole, elencate minuziosamente, tra cui, ad esempio, quelle che:
Escludono o limitano la responsabilità del professionista in caso di morte o danno alla persona del
consumatore, derivante da un’omissione del professionista;
Limitano i diritti del consumatore nei confronti del professionista in caso di inadempimento totale o
parziale o di inadempimento inesatto da parte del professionista;
Impongono al consumatore, in caso di inadempimento o ritardo nell’adempimento, il pagamento di
una somma di denaro d’importo eccessivo;
Riconoscono al solo professionista e non anche al consumatore la possibilità di recesso dal contratto;
….
Le clausole considerate vessatorie sono nulle, mentre il contratto rimane valido per il resto. La nullità opera
solo a vantaggio del consumatore e può essere rilevata d’ufficio dal giudice.
Il codice prevede, inoltre, specifici obblighi di informazione precontrattuale, che il professionista (persona
fisica o giuridica che agisce nell’esercizio della propria attività commerciale, industriale, artigianale) è tenuto
a riferire al consumatore, nel caso di stipula di contratti a distanza o negoziati fuori dei locali commerciali o
di contratti diversi da tali tipologie. Le informazioni devono riguardare non solo le caratteristiche principali
dei beni e servizi offerti, l’identità del professionista e il prezzo, ma anche i diritti e le facoltà riconosciute al
consumatore dalla legge.
Meritano particolare attenzione due modalità di conclusione dei contratti: i contratti negoziati fuori dei locali
commerciali e i contratti a distanza. Sono considerati contratti negoziati fuori dai locali commerciali quelli
conclusi:
Alla presenza fisica e simultanea del professionista e del consumatore, in un luogo diverso dai locali
del professionista;
Durante un viaggio promozionale organizzato dal professionista, avente lo scopo di promuovere e
vendere beni al consumatore.
Si intendono contratti a distanza quelli stipulati senza la presenza fisica e simultanea del professionista e del
consumatore mediante uno o più mezzi di comunicazione a distanza.
A garanzia del consumatore, il codice prescrive una serie di informazioni che il professionista è tenuto a
fornire al consumatore e degli specifici requisiti formali. Il principale rimedio a garanzia del consumatore è
costituito dal diritto di recesso, che gli consente di ripensarci e sciogliersi dal contratto (cosa che, secondo le
regole generali, non potrebbe farsi, se non in virtù di una previsione legale). Il diritto di recesso, senza alcuna
penalità e senza dover fornire motivo, deve essere esercitato dal consumatore con comunicazione scritta alla
sede del professionista mediante lettera raccomandata con avviso di ricevimento nel termine di 14 giorni,
che decorrono:
Nel caso dei contratti di servizio, dal giorno della conclusione del contratto;
Nel caso di contratti di vendita, dal giorno in cui il consumatore acquisisce il possesso fisico del bene.
Il recesso è escluso in alcuni casi, quali: contratti di servizi, dopo la completa prestazione del servizio, iniziata
con consenso del consumatore; fornitura di beni confezionati su misura o chiaramente personalizzati, …
Il produttore è responsabile del danno cagionato da difetti del proprio prodotto. È una particolare ipotesi di
responsabilità extracontrattuale prevista a carico degli imprenditori commerciali che producono beni mobili,
destinati ai consumatori. L’azione, può essere predisposta direttamente nei confronti del produttore, senza
la necessità di chiamare in giudizio il rivenditore, con il quale è stato stipulato il contratto di acquisto. Un
prodotto è difettoso quando non offre la sicurezza che si può attendete per l’uso per il quale era stato
progettato. Quindi, si esclude la responsabilità del produttore nel caso di uso improprio del prodotto da parte
del consumatore o qualora lo stato delle conoscenze scientifiche e tecniche, al momento in cui il prodotto è
stato immesso sul mercato, non permetteva ancora di considerare il prodotto come difettoso.
Per quanto attiene al risarcimento:
Il danneggiato deve provare il difetto, il danno e il nesso di causalità difetto- danno;
Il produttore deve provare i fatti atti ad escludere la sua responsabilità;
Sono risarcibili i danni alle persone e i danni per distruzione o deterioramento di una cosa diversa dal
prodotto difettoso, ma questi ultimi solo nella misura in cui ecceda la somma di 387 €;
Il diritto al risarcimento si prescrive in 3 anni dal giorno in cui il danneggiato ha avuto o avrebbe
dovuto avere conoscenza del danno, del difetto e dell’identità del responsabile.
Il codice del consumo regola anche, alcuni aspetti dei contratti di vendita per garantire il consumatore
nell’acquisto dei beni di consumo. Per bene di consumo si intende un qualsiasi bene mobile, ad esclusione
dei beni oggetto di vendita forzata, dell’acqua, del gas, se non confezionati per la vendita in un volume
delimitato o in quantità determinata, e dell’energia elettrica. Il venditore ha l’obbligo di consegnare al
consumatore beni conformi al contratto di vendita. Il venditore è responsabile nei confronti del consumatore
per qualsiasi difetto di conformità esistente nel momento della consegna del bene. Se tale difetto sussiste, il
consumatore ha diritto alla riparazione o sostituzione del bene; se la riparazione o sostituzione, non è
possibile, o se risulta eccessivamente onerosa, oppure se il venditore non vi provvede, il consumatore può
chiedere una riduzione adeguata del prezzo o la risoluzione del contratto.
Capitolo Ottavo
La contrattazione di impresa
1. Aspetti particolari dell’attività contrattuale dell’impresa
Nell’attività d’impresa il contratto ha un ruolo fondamentale: l’imprenditore stipula contratti per ottenere la
disponibilità di fattori produttivi (contratti di locazione, leasing, contratti di lavoro), conclude contratti per
organizzare la propria attività nel mercato, aggregandosi con altre imprese (consorzi, contratti di rete,..);
sono contratti l’atto costitutivo di una società e lo sbocco dell’attività d’impresa (contratti di vendita,..).
I contratti di impresa sono quelli in cui una delle parti è un imprenditore oppure quelli in cui il contenuto del
contratto inerisce ad un’attività di impresa. La disciplina della contrattazione d’impresa ha degli aspetti
peculiari che la differenziano da quella generale. Alcuni degli aspetti peculiari sono legati alla posizione di
preminenza economica dell’impresa nel mercato rispetto alla controparte (consumatori, piccole imprese) e,
quindi, alla necessità, che l’ordinamento si è posto di tutelare la parte economicamente più debole. Infatti, il
fenomeno della standardizzazione contrattuale ha portato l’ordinamento ad intervenire a tutela del
consumatore, prevedendo la nullità delle clausole vessatorie. Anche il codice del consumo ha la finalità di
tutelare il consumatore, inibendo la continuazione di pratiche commerciali scorrette, prevedendo specifiche
informazioni precontrattuali, …
Altra caratteristica della contrattazione d’impresa è l’insensibilità alle vicende personali dell’imprenditore: i
contratti conclusi per finalità d’impresa sono indipendenti dalla persona fisica dell’imprenditore, infatti,
restano in vita anche nel caso di morte dell’imprenditore, se l’impresa continua con gli eredi o nel caso di
trasferimento.
Proprio nell’ambito imprenditoriale si sono sviluppati nuovi modelli contrattuali atipici rispetto alle classiche
tipologie regolate dal codice; ne sono esempi: il leasing, la concessione di vendita, il catering, il
merchandising, .... Alcuni di questi contratti sono rimasti atipici (leasing), anche se molto diffusi nella pratica,
altri sono stati poi regolamentati da una specifica disciplina legale per dirimere problematiche evidenziate
dall’applicazione concreta (subfornitura e franchising).
2. Leasing
Il leasign è un contratto con cui una parte (concedente) concede in godimento ad un’altra (utilizzatore) un
bene, dietro pagamento di corrispettivo (pagando un canone periodico) per un periodo di tempo limitato al
termine del quale l’utilizzatore può decidere di rinnovare il contratto, restituire il bene o acquistarlo. È un
contratto atipico a prestazioni corrispettive, il cui contenuto può essere di vario tipo. La principale distinzione
che si ritrova nella pratica è tra:
Leasing operativo: il rapporto si instaura direttamente tra concedente (produttore o distributore del
bene) ed utilizzatore. Il canone periodico include sia la componente finanziaria e di utilizzo del bene
sia quella relativa ai servizi accessori; la durata del contratto è rapportata alla vita utile del bene.
Leasing finanziario: si configura come un’operazione di finanziamento nella quale intervengono tre
soggetti: il concedente finanziatore (una società finanziaria che esercita l’attività di leasing), il
fornitore e l’utilizzatore finale del bene. Quest’ultimo interessato ad ottenere la disponibilità di un
determinato bene, si rivolge alla società di leasing conferendole l’incarico di finanziare e di procedere
all’acquisto del bene specificato. Il concedente acquista il bene dal fornitore e, mantenendone la
titolarità del diritto di proprietà sul bene acquistato, ne cede il godimento all’utilizzatore in cambio
di un canone periodico. Al termine del contratto l’utilizzatore può scegliere tra il riscatto del bene
mediante pagamento del prezzo finale, la proroga del contratto o la restituzione del bene al
finanziatore. Il leasing finanziario, non dà luogo ad un unico contratto trilaterale, ma realizza un
collegamento negoziale tra il contratto di leasing (tra società di leasing e utilizzatore) ed il contratto
di acquisto (tra società di leasing e fornitore). L’operazione presenta vantaggi per tutti i contraenti:
il concedente finanziatore, conservando la proprietà del bene è preservato da un’eventuale
insolvenza di quest’ultimo (cosa che non accadrebbe nel caso di stipula di un normale contratto di
mutuo), in quanto in tal caso il bene andrebbe restituito.
Il fornitore vede soddisfatto il suo interesse commerciale alla vendita del bene. L’utilizzatore
finanziato (un’impresa solitamente) ha il vantaggio di ottenere la disponibilità del bene senza
anticipare il capitale per l’acquisto, ma ottenendo un finanziamento più conveniente di un mutuo;
può personalizzare il contratto in relazione alle necessità; può imputare al passivo dell’impresa il
pagamento dei canoni; può dedurre i canoni secondo il criterio della competenza economica. La
durata del contratto di leasing è correlata alla vita tecnico-economica del bene; il canone periodico
è commisurato al prezzo di acquisto e comprende una quota relativa al margine di profitto della
società di leasing. Il valore dell’opzione finale di acquisto è inferiore al valore di mercato del bene
alla scadenza contrattuale.
È una forma di finanziamento anche il sale and lease back che è un’operazione negoziale complessa che
consiste nella vendita da parte di un imprenditore, di un bene strumentale (difficilmente ricollocabile sul
mercato) o di un bene immobile, allo scopo di ottenere liquidità immediata e di conservare l’uso del bene,
con la facoltà di riacquistarne la proprietà al termine del rapporto. In pratica, l’imprenditore vende il bene ad
una società di leasing, ottenendo il relativo prezzo, ma ne conserva la disponibilità dietro pagamento del
canone periodico, in base al contratto di leasing contestualmente stipulato con la società.
3. L’appalto
Nell’appalto pubblico il committente è una P.A e l’opera è finalizzata alla realizzazione di un pubblico
interesse. La materia è regolata dal codice dei contratti pubblici di lavori, servizi e forniture, che ha unificato
in maniera schematica e sistematica tutte le leggi relative a tale materia. Per ogni singolo intervento da
realizzarsi mediante un contratto pubblico, le amministrazioni aggiudicatrici nominano un responsabile di
procedimento, unico per tutte le fasi della progettazione, dell’affidamento e dell’esecuzione. In via generale,
le fasi delle procedure di affidamento dei contratti pubblici prevedono:
Le procedure di affidamento presuppongono atti di programmazione delle amministrazioni
aggiudicatrici;
Prima dell’avvio delle procedure le amministrazioni dichiarano di voler contrarre, in conformità ai
propri ordinamenti, individuando gli elementi essenziali del contratto e i criteri di selezione degli
operatori economici e delle offerte;
Viene emanato il bando di gara, che indica i requisiti per la partecipazione degli operatori economici
interessati;
La selezione dei partecipanti avviene mediante uno dei sistemi previsti dal codice per l’individuazione
dei soggetti afferenti;
La selezione della migliore offerta avviene mediante uno dei criteri previsti dal codice: prezzo più
basso, offerta economicamente più vantaggiosa, ..
Al termine della procedura viene dichiarata l’aggiudicazione provvisoria e poi quella definitiva;
Divenuta efficace l’aggiudicazione definitiva, la stipulazione del contratto ha luogo entro 60 giorni: il
contratto deve essere redatto in forma scritta o elettronica;
L’esecuzione del contratto ha inizio dopo che lo stesso è divenuto efficace.
Sono ammessi a partecipare alle procedure di affidamento dei contratti pubblici: le imprese individuali, i
consorzi, i consorzi stabili, i raggruppamenti temporanei di concorrenti, gli operatori economici stabiliti
in altri Stati membri dell’Unione europea.
4. La subfornitura
La subfornitura è un fenomeno sempre più diffuso nella pratica e si ha quando un’impresa, invece di
provvedere in proprio a tutte le fasi di produzione, si avvale di altre imprese per la realizzazione di parti
del prodotto finale. La subfornitrice è una piccola impresa che organizza la sua attività per una
particolare lavorazione o per produrre un particolare elemento e, non ha altri sbocchi sul mercato. Ne
può conseguire una particolare situazione di soggezione del subfornitore , che dipende
economicamente da quello che è, spesso, l’unico cliente, con il rischio di instaurare rapporti del tutto
squilibrati tra le parti. Tale tipologia di contratto era, in origine atipica, oggi, è regolata da apposita
disciplina, volta a garantire un equilibrato svolgimento del rapporto e a tutelare la parte
economicamente più debole. La legge definisce la subfornitura, come il contratto con cui un
imprenditore si impegna:
Ad effettuare, per conto di un’impresa committente, le lavorazioni su prodotti semilavorati o su
materie prime fornite dalla committente medesima (subfornitura di lavorazione);
A fornire all’impresa prodotti o servizi destinati ad essere incorporati o utilizzati nell’ambito
dell’attività economica del committente o nella produzione di un bene complesso (subfornitura di
prodotto o servizio).
Il contratto deve essere stipulato in forma scritta a pena di nullità e in esso devono essere precisati:
I requisiti specifici del bene o del servizio richiesti dal committente;
Il prezzo pattuito;
I termini e le modalità di consegna, di collaudo e di pagamento; in particolare il pagamento del deve
avvenire entro 60 giorni dalla consegna del bene o della comunicazione dell’avvenuta esecuzione
della prestazione. La normativa, vieta, inoltre, l’abuso dello stato di dipendenza economica nel quale
si trova nei confronti del committente, l’impresa cliente o fornitrice. Si parla di dipendenza
economica, quando un’impresa nei rapporti commerciali con l’altra impresa, determina un eccessivo
squilibrio di diritti e di obblighi. L’abuso può consistere:
Nel rifiuto di vendere o di comprare dal subfornitore;
Nell’imposizione di condizioni contrattuali gravose e discriminatorie;
Nell’interruzione arbitraria delle relazioni commerciali in atto.
Il patto attraverso il quale si realizza l’abuso di dipendenza economica è nullo. Competente per le azioni in
materia, comprese quelle inibitorie e di risarcimento dei danni, è il giudice ordinario.
5. I contratti di distribuzione
La distribuzione commerciale riguarda tutte quelle attività che consentono al produttore di raggiungere il
consumatore finale dei beni o dei servizi prodotti. Più specificamente, si parla di contratti di distribuzione
quando il produttore non provvede direttamente alla vendita, attraverso contatti diretti con il consumatore,
ma regola la commercializzazione attraverso la cooperazione con le altre imprese, adoperando lo strumento
del contratto. Il produttore, si rivolge pertanto ad altri imprenditori che, pur rimanendo autonomi ed
operando a proprio rischio, garantiscono uno sbocco finale per la sua produzione. L’espressione contratti di
distribuzione indica quella categoria di contratti nei quali un operatore economico formalmente
indipendente assume l’obbligo di promuovere la rivendita di prodotti forniti dal produttore, in cambio delle
opportunità di guadagno legate al riconoscimento dell’esclusiva per la rivendita in una determinata zona. I
contratti di distribuzione si differenziano tra loro per il diverso grado di integrazione del distributore con il
fornitore. In alcuni casi il fornitore non ha il potere di incidere in maniera significativa sull’attività
commerciale del distributore (es. concessione di vendita); in altri, come nel contratto di franchising, il
distributore è fortemente legato al fornitore, nell’ambito di una rete distributiva coordinata. I principali
contratti di distribuzione sono l’agenzia, la concessione di vendita e il franchising. È importante sottolineare
la diversa natura dei contratti di distribuzione: l’agenzia nasce come contratto tipico, mentre la concessione
di vendita ed il franchising rientrano nella vasta gamma dei contratti atipici, anche se quest’ultimo ha trovato
di recente una specifica regolamentazione legale.
5.1 L’agenzia
Il contratto di agenzia è un contratto con il quale una parte assume stabilmente, dietro corrispettivo,
l’incarico di promuovere, per conto di un’altra, in una zona determinata, la conclusione di contratti aventi ad
oggetto i prodotti del preponente. È prevista la forma scritta ai fini della prova e le parti del contratto sono
l’agente ed il proponente. L’agente assume l’obbligazione di promuovere la conclusione di contratti per conto
del preponente nella zona assegnatagli, svolgendo attività di ricerca della potenziale clientela, di descrizione
e di pubblicizzazione dei prodotti; se munito del potere di rappresentanza, può concludere contratti per
conto del preponente. L’agente, che è a sua volta un imprenditore commerciale, è un ausiliario autonomo
dell’imprenditore preponente, in quanto è legato a quest’ultimo da uno stabile rapporto di collaborazione,
destinato a durare nel tempo. Non si tratta di un vincolo di subordinazione, in quanto l’agente p libero di
organizzarsi come meglio crede e le direttive del preponente non possono interferire con la sua autonoma
organizzazione (si può parlare di rapporto di lavoro parasubordinato). Nell’esecuzione dell’incarico, l’agente
deve tutelare gli interessi del preponente ed agire con lealtà e buona fede. Il compenso dell’agente è
costituito normalmente dalla provvigione, che consiste in una percentuale da calcolare sul valore dei
contratti conclusi grazie al suo apporto. Caratteristica essenziale del contratto è l’esclusiva, prevista sia
nell’interesse dell’agente sia nell’interesse del preponente. Infatti, il preponente non può avvalersi
contemporaneamente di più agenti nella stessa zona per lo stesso ramo di attività, e l’agente non può
assumere l’incarico di trattare nella stessa zona e per lo stesso ramo di attività gli affari di più imprese in
concorrenza tra loro. La violazione dell’esclusiva da parte del preponente o dell’agente è motivo di recesso
per giusta causa. Alla cessazione del rapporto, il preponente è tenuto a corrispondere alla’gente un’indennità
se ricorrono le seguenti ipotesi:
L’agente abbia procurato nuovi clienti al preponente e il preponente riceva ancora sostanziali
vantaggi derivanti dagli affari con tali clienti;
Il pagamento di tale indennità sia equo, tenuto conto di tutte le circostanze del caso, in particolare
delle provvigioni che l’agente perde e che risultano dagli affari con tali clienti.
All’atto dello scioglimento del contratto può essere stipulato un patto che limita la concorrenza da parte
dell’agente: esso deve riguardare la medesima zona, clientela e genere di beni e servizi e la sua durata non
può eccedere i due anni successivi all’estinzione del contratto.
È un contratto di distribuzione commerciale mediante il quale una parte (detta concessionario), agendo in
veste di acquirente/rivenditore, assume stabilmente l’incarico di vendere i prodotti del concedente in una
determinata zona. Con la concessione di vendita il concedente realizza l’obiettivo di ridurre i costi relativi alla
distribuzione dei prodotti, trasferendoli sul concessionario; da parte sua il concessionario sfrutta la notorietà
del marchio esposto accanto alla sua insegna e gode, spesso, di un diritto di esclusiva. È un contratto atipico,
è la tipica formula che regola i rapporti tra case automobilistiche e i rivenditori di auto. Il concessionario si
impegna a promuovere stabilmente la commercializzazione e vendita dei prodotti del concedente; la sua
obbligazione consiste nell’acquisto e nella successiva rivendita, in nome e per contro proprio, dei beni
specificati dal contratto, ad un prezzo, in genere imposto o consigliato da fornitore. Il concedente ha l’obbligo
di fornire i prodotti, di garantirne la qualità ed assistere il concessionario nella sua attività di promozione,
inviandogli materiale pubblicitario o illustrativo, finanziando il concessionario nelle campagne
pubblicitarie,….
Non di rado è prevista anche una licenza d’uso dei marchi e del nome del concedente nella pubblicità e
nell’insegna del concessionario. Il contratto può contenere una clausola di esclusiva a favore del
concessionario, del concedente o di entrambi, che può essere attiva (esclusività di acquisto presso il
concedente) o passiva ( impegno del concedente a non vendere direttamente o a non servirsi di altri
rivenditori nella zona di competenza del concessionario).
5.3 Il franchising
È il contratto con cui un’impresa produttrice di beni e servizi, detta franchi sor o affiliante, concede ad un
altro soggetto detto franchisee o affiliato, economicamente e giuridicamente indipendente, la disponibilità,
dietro corrispettivo, di un insieme di diritti di proprietà industriale o intellettuale, tra cui quelli relativi a
marchi, denominazioni commerciali, invenzioni e know how. In tal modo l’affiliato (in genere una piccola
impresa) entra a far parte della catena di produzione o di rivendita di beni dell’affiliante, giovandosi dei segni
distintivi e del prestigio di quest’ultimo ha la possibilità di intraprendere un’attività commerciale e di inserirsi
nel mercato con riduzione del rischio, utilizzando il sostegno direzionale, tecnico, gestionale di un’azienda
dalle capacità manageriali superiori. Il franchi sor, dal canto suo, ha il vantaggio di allargare il proprio giro di
commerciale, creando una rete di distribuzione ma senza dover intervenire direttamente nelle realtà locali e
senza alterare la propria organizzazione interna. Il fine economico del contratto di franchising è, quindi,
quello di creare una rete di distribuzione con caratteri organizzativi, segni distintivi e marchi omogenei, che
risulti facilmente individuabile dal cliente, rete gestita da imprenditori commerciali che cooperano con un
unico produttore. Il franchising si presenta con un’ampia varietà di contenuti; la distinzione principale vede
tre tipologie di contratto:
Franchising di distribuzione: l’affiliato rivende i prodotti del franchi sor in punti vendita che
espongono i segni distintivi di quest’ultimo, conformandosi alle tecniche e metodi commerciali
costituenti il know- how che viene trasferito all’affiliato;
Franchising di servizi: l’affiliato non vende alcun prodotto, ma offre la prestazione di servizi inventati,
messi a punto e sperimentati dall’affiliante.
Franchising industriale: il franchisor concede al franchisee la licenza dei brevetti di fabbricazione e i
marchi, gli trasmette la sua tecnologia, gli assicura un’assistenza tecnica costante; il franchisee
fabbrica e commercializza le merci prodotte dal proprio stabilimento applicando il know- how e le
tecniche di vendita dell’affiliante.
Il contratto di franchising è nato come contratto atipico, ma poi è stato sottoposto ad una specifica normativa
per tutelare la posizione dell’affiliato, quale contraente più debole. Il contratto deve essere redatto in forma
scritta pena la nullità e deve contenere:
L’ammontare degli investimenti e delle eventuali spese di ingresso che l’affiliato deve sostenere
prima dell’inizio dell’attività; infatti, quale corrispettivo per l’inserimento nella rete di franchising,
viene previsto il pagamento di un front free (diritto di ingresso), ossia di una cifra fissa che l’affiliato
versa al momento della stipula del contratto di affiliazione commerciale.
Le modalità di calcolo e di pagamento delle royalties, ossia della percentuale che l’affiliante richiede
all’affiliato, sempre quale corrispettivo, commisurata al giro d’affari.
L’ambito di eventuale esclusiva territoriale sia in relazione ad altri affiliati, sia in relazioni a canali ed
unità di vendita direttamente gestiti dall’affiliante.
Le caratteristiche offerte dell’affiliante in termini di assistenza tecnica, commerciale, progettazione,
formazione,…
Il contratto può essere a tempo determinato o indeterminato. Tra gli obblighi dell’affiliato, oltre il pagamento
della corrispettivo (front free e royalties) è previsto di non trasferire la sede indicata nel contratto senza il
preventivo consenso dell’affiliante, e l’obbligo di massima riservatezza in ordine al contenuto dell’attività
oggetto dell’affiliazione commerciale.