Immanuel Kant
Alla base della formazione di Kant stanno gli insegnamenti di Martin Knutzen da cui apprese la
metafisica leibniziano-wolffiana e la scienza fisica newtoniana. Il suo obiettivo iniziale è quello di
conciliare il razionalismo e l’empirismo, ma comprende che la metafisica necessitava di una
adeguata fondazione. Attraverso lo studio di David Hume, Kant inizia a dubitare della stessa
esistenza della metafisica in quanto concetto non materiale e, dunque, non visibile. Kant vuole così
trovare un punto di partenza per ciò che è invisibile all’interno dela sua opera, la Critica della ragion
Pura. Il termina “critica” è recuperato nel suo significanto più antico, ovvero “esaminare”. Esso viene
applicato alla ragione, che è speculativa, e all’aggettivo “pura”, cioè senza l’uso dell’esperienza. Kant
vuole indagare sulla possibilità di un uso puro della ragione conoscitiva. Questo perché con la fisica
abbiamo una parte razionale esperienziale, che nella metafisica è assente. Dunque, il problema sta
nel trovare quella componente a priori del processo conoscitivo, che non sta nelle idee innate. Infatti,
secondo Kant, ciò che è innato sono quelle strutture che mi portano a qulle idee.
Kant ripropone il problema dibattuto da empiristi e razionalisti: per i primi l’uso della ragion pura è
impossibile perché tutte le conoscenze sono a posteriori (scettici), mentre i secondi sostengono l’uso
puro della conoscenza con le idee innate, che sono strutture a priori (dogmatici). Il problema dell’
“uso puro” riguarda anche la possibilità di metafisica e scienza: della metafisica perché si occupa di
oggetti (Dio, l’anima) che sono al di là della nostra esperienza; ma anche della scienza, perché essa si
basa su concetti (come il nesso causale) che non possono essere conosciuti a partire dall’esperienza.
Pur essendoci strutture innate sia nella metafisica che nella scienza, esse non vanno poste sullo
stesso piano, perché la scienza è dotata di percezione. La metafisica, invece, si occupa di ciò che non
può essere percepito perché va oltre l’esperienza. Kant conclude che l’uso della ragion pura è
possibile solo in ambito scientifico in quanto applicata agli oggetti dell’esperienza. Tuttavia, non
possiamo conoscere oggetti non empirici; la metafisica non può essere una scienza.
La domanda sull’uso puro della ragione porta Kant a compiere un’indagine sulla natura, le condizioni
e i limiti della conoscenza umana. Il suo punto di partenza sono i giudizi che formano la scienza. Per
poter essere scientifici, i giudizi devono essere universali e necessari e accrescitivi del sapere.
Nell’ottica della scienza illuminista, i giudizi possono essere analitici o sintetici.
I giudizi analitici sono a priori, che non necessitano dell’esperienza, e ciò li rende universali e
necessari. Tuttavia, essi non possono accrescere il sapere e ciò non li rende scientifici;
I giudizi sintetici sono a posteriori, e dunque accresscono il sapere, ma non sono né universali né
necessari.
A questo punto, Kant propone una commistione tra i due, che da origine ai giudizi sintetici a priori,
che hanno tutte le caratteristiche necessarie per essere scientifici (come quelli matematici,
geometrici o fisici). I giudizi analitici sono pero’ fondati sui principi di non contraddizione e di
identità, mentre i sintetici sull’esperienza. Queste caratteristiche non apparengono ai giudizi
sintetici a priori. Kant risolve questo problema introducendo in gnoseologia un mutamento di vedute
analogo alla rivoluzione operata da Copernico in astronomia. Kant vuole quindi fondarsi sull’ipotesi
guardando le cose da un altro punto di vista, evitando di smontare e teoria precedenti. Come
Copernico cercò di spiegare i movimenti celesti affermando che non era il sole a ruotare attorno alla
terra, ma la terra attorno al sole, così Kant propone di spiegare la conoscenza affermando che non è il
soggetto che deve adattarsi all’oggetto ma è l’oggetto che si adatta al soggetto conoscente, alle leggi
che esso vi pone. Dunque, l’uomo comprende ciò che lo circonda solo con le sue capacità e non per
ciò che effettivamente è. A questo processo, Kant da il nome di “fenomeno” e lo spiega attraverso
l’esempio degli occhiali verdi, secondo il quale all’interno dell’intelletto vi sono dei filtri che non
permettono all’uomo di vedere la realtà effettiva. La situazione cambia con la consapevolezza di
avere questi filtri interni all’intelletto. Se l'uomo per natura conosce in una certa modalità o in una
certa “forma” può sapere con certezza che qualunque oggetto conoscerà gli apparirà in quella
modalità o in quella forma.
Per capire in che modo il soggetto condiziona l'oggetto occorre ripercorrere l'analisi delle facoltà
conoscitive che Kant svolge nella Critica della Ragion Pura. Le funzioni delle facoltà conoscitive sono
due, il senso e l’intelletto. Al primo gli oggetti sono dati (sono percepiti), col secondo sono pensati.
Quando osserviamo l’oggetto pero’ siamo comunque attivi perché applichiamo ad esso degli schemi
interni alla nostra testa, che vengono poi rielaborati dalla ragione, ch non è una facoltà conoscitiva.
La Critica è divisa in tre parti:
Introduzione;
Dottrina degli elementi, che comprende: l’estetica trascendentale, in cui si discute del senso, e la
logica trascendentale, suddivisa a sua volta in analitica e dialettica trascendentale, dove si
discute rispettivamente in intelletto e ragione;
Dottrina del metodo, dove si spiega l’applicazione di senso e intelletto.
Kant utilizza il termine trascendentale come ciò che è interno alla testa che permette l’esperienza.
Estetica trascendentale
L’estetica trascendentale coincide con la conoscenza sensibile, che è intuitiva e immediata. Essa è
intuizione dei fenomeni che può essere colta solo atraverso i sensi. Nei fenomeni distinguiamo
materia, la pare a posteriore dell’osservazione, e forma, parte a priore, che sono personali. Kant
osserva che tutti gli oggetti esterni che intuiamo sensibilmente sono sempre collocati in uno spazio e
in un tempo. Spazio e tempo non vanno intesi come realtà ontologiche e proprietà delle cose ma sono
funzioni proprie del soggetto, il modo di operare della sensibilità. Sono le forme trascendentali della
sensibilità. L’uomo deve avere la nozione di spazio perché deve conoscere la realtà esterna alla
mente, ma deve avere la nozione di tempo per il concetto di successione. Lo spazio, quindi appariene
al senso esterno, mentre il tempo appartiene sia al senso esterno che a quello interno perché colloco
la percezione degli oggetti esterni nel flusso temporale della mia coscienza.
Spazio e tempo possono essere compresi anche senza materia, originando le intuizioni pure,
contrapposte a quelle che comprendono anche la materia che sono dette intuizioni empiriche. Esse
sono la base della matematica e della geometria. Ciò implica il limite della matematica stessa, perché
le forme a priori della sensibilità possono essere pensate senza l’osservazione, ma devono essere
applicate a un fenomeno.
Logica trascendentale
L’intelletto e la ragione vengono discussi nella sezione della logica trascendentale, in cui si affronta la
rielaborazione attraverso delle strutture a priori. L’intelletto, così come il senso, è una facoltà
fondamentale, in quanto non esistono conoscenze solo sensibili o solo intelettuali. I pensieri, infatti,
se non hanno una componente sensibile o intellettuale sono vuoti. La scienza dell’intelletto è la
logica trascendentale, che viene divisa da Kant in analitica (intelletto) e dialettica (ragione).
L’analitica trascendentale studia l’uso legittimo di queste forme a priori, ovvero il modo di usarle
senza cadere in errore. La dialettica trascendentale, invece, analizza gli errori del pensiero metafisico
che nascono dall’uso illegittimo delle forme a priori. Mentre la logica generale si occupa delle leggi
del pensiero indipendentemente da ogni contenuto, la logica trascendentale si occupa delle
condizioni a priori del pensiero.
L’intelletto, secondo Kant, non è immediato come i sensi, ma è una facoltà rielaborativa. Inoltre,
l’intelletto non è “recettività”, cioè passività, ma “spontaneità”, ossia attività; non si limita a
raccogliere passivamente un dato, ma opera su di esso. Esso è il centro unificatore delle percezioni,
che, appunto, le riunisce in un’unica idea secondo alcuni criteri. In primo luogo, l’intelletto crea i
giudizi per cui è facile comprendere l’esistenza stessa delle forme a priori di unificazione. Pensare,
quindi, significa unire una parte a priori ad una a posteriori. Per Kant, l’atto con cui penso un
concetto (apprensione) è della medesima natura di quello con cui compio un giudizio.
L’identificazione di pensiero e giudizio fornisce a Kant il criterio per trovare i concetti puri
dell’intelletto. La logica generale, infatti, insegna che non esiste una sola forma di giudizio, ma molte.
Se pensare concetti significa giudicare, potremo determinare a priori tanti concetti quanti sono i tipi
di giudizio: concetti puri che Kant chiama categorie. Esse sono dodici e si suddvidono in quattro
gruppi da tre:
Quantità, che sono unità, pluralità e totalità;
Qualità, che sono realtà, negazione e limitazione;
Relazione, che sono sostanza, causalità e azine reciproca;
Modalità, che sono possibilità, esistenza e necessità-
Il termine “categorie” è aristotelico, ma Kant lo utilizza in maniera diversa. Infatti, mentre per
Aristotele avevano un significato anzitutto ontologico, per Kant assumono valore esclusivamente
logico, poiché interne all’intelletto.
Stabilito quali sono le categorie, si pone il problema di giustificarne l’oggettività, che viene affrontato
con la deduzione trascendentale, in cui si dimostra l’uso legittimo delle categorie sulla materia
empirica. Kant usa il termine nel senso giuridico di dimostrazione della legittimità di diritto di una
pretesa di fatto. Di fatto noi applichiamo le categorie agli oggetti dell’esperienza. Il problema
principale è il motivo dell’esistenza delle stesse categorie. Il problema non si era posto nell’Estetica
per spazio e tempo: è chiaro che queste forme valgono per gli oggetti dell’esperienza, perché senza di
esse nessun oggetto può esserci dato. Lo stesso non può dirsi delle categorie: non è per nulla
evidente che gli oggetti debbano sottostare ad esse. Le categorie possono essere applicate agli oggetti
dell’esperienza perché sono le condizioni attraverso le quali essa è possibile, perché sono
trascendentali.
Kant individua così i cinque passaggi per dimostrare le categorie. Il primo è l’attività unificatrice
dell’intelletto, che non viene dai sensi ed è superiore. Ora, l’unificazione di un molteplice presuppone
l’esistenza dell’unità del molteplice stesso, ossia del principio in base al quale si realizza
l’unificazione. Successivamente, vi è l’io penso, o unità sintetica dell’appercezione, che è la struttura
soggettiva del pensiero che contiene le percezioni dell’esterno. Tuttavia, l’io penso in quanto puro,
trascendentale e che accumuna tutti gli uomini, si distingue dall’io empirico, ovvero la psiche del
singolo individio, che provoca anche l’errore. Ora, l’attività unificatrice dell’Io-penso si attua tramite i
giudizi, che sono i modi concreti attraverso cui sistabilisce la connessione tra idee e cose. Ma i giudizi
si basano sulle categorie, che rappresentano le dodici funzioni unificatrici dell’Io penso. Quindi gli
oggetti sono necessariamente pensati attraverso le categorie. La deduzione mette in luce la
caratteristica peculiare del soggettivismo kantiano: l’io è fondamento della realtà fenomenica (il
fondamento di tutto ciò che mi circonda sono io). Quest’attività di riduzione, anche se prerogativa di
tutti gli uomini, non avviene per tutti allo stesso modo: di conseguenza, del mondo che ci circonda
conosciamo solo il nostro corrispettivo mentale e no ciò che effettivamente è, che Kant chiama
noumeno.
Intuizioni e concetti sono eterogenei: “come è possibile la sussunzione delle intuizioni sotto i
concetti?”. Occorre un elemento di mediazione, omogeneo al fenomeno e alla categoria, per mezzo
del quale si possa applicare la categoria al fenomeno: una rappresentazione pura da un lato
intellettuale, dall’altro sensibile. La soluzione è trovata da Kant con lo schema trascendentale. Lo
schema, in generale, è un’immagine che diventa un modo per rappresentare un concetto. Lo schema
trascendentale è costituito da una certa determinazione a priori di tempo, atta a rappresentare una
categoria. Il tempo infatti è puro, a priori e perciò affine alle categorie ed è la forma di tutte le
intuizioni sensibili.
Nell’Analitica trascendentale, Kant trova i fondamenti della fisica applicando le categorie al mondo
esterno. In questo modo, ne ricava alcuni giudizi sintetici a priori, dividi anch’essi in quattro gruppi:
Qualità: Assiomi dell’induzione;
Quantità: Anticipazioni della percezione;
Modalità: Postulati del pensiero empirico in generale;
Relazione: Analogie dell’esperienza.
Per le analogie dell’esperienza la sostanza rimane invariata, vale il principio di causa-effetto e tutte le
sostanze compiono azioni reciproche. Quindi, secondo Kant, gli assiomi assumono senso quando
sono applicati all’esperienza. Non che sia possibile costruire la scienza fisica senza ricorrere
all’esperienza, a priori sono i fondamenti, grazie ai quali la natura può essere conosciuta come
soggetta a leggi necessarie, determinabili empiricamente. Il limite dela scienza è nella sua fondazione
sulle forme a priori dela mente: non serve osservare qualcosa più volte per arrivare ad una legge,
perché essa appartiene alla mente dell’uomo, dove sono contenute tutte le leggi. Per essere
conosciuta, la legge scientifica deve essere applicata alla realtà. Ciò non vuol dire che la scienza sia
limitata negativamente, perché la sua oggettività e universalità deriva dalla struttura dell’intelletto
che è uguale per tutti. Tuttavia, l’esistenza dei fenomeni determina l’esistenza anche di ciò che non si
vede, poiché gli enti devono esistere anche in se stessi. Dunque, Kant non nega l’esistenza di una
realtà extrafenomenica alla base della nostra conoscenza. In questo modo modo, si oppone
all’idealismo, per cui il mondo è creato durante l’osservazione. Kant, quindi, conclude che non
possiamo conoscere oggetti metafenomenici ma solo le forme in cui ci appaiono gli oggetti empirici.
Questo è il motivo per cui la metafisica non esiste, perché non è possibile vedere la cosa in se
(noumeno).
La Dialettica trascendentale
L’ultima sezione della Critica è la dialettica trascendentale, dove Kant si sofferma sulla ragione, la
quale, operando solo sulle idee, utilizza le categorie in modo sbagliato. Kant assume il termine
“dialettica” in senso negativo, perché rappresenta l’apparenza. Essendo trascendentale, la dialettica
rappresenta i tentativi di comprendere il noumeno in quanto le idee sono slegate dal mondo
empirico. Questa tendenza erronea non può essere eliminata in quanto è inscindibilmente legata alla
natura umana. Kant intende quindi capire il perché vi è la permanenza di queste idee, come quella di
Dio o dell’anima, di cui l’uomo non può liberarsi.
La ragione è posta come un’evoluzione dell’intelletto e cerca l’incondizionato, overo ciò che si trova
al di fuori delle categorie. La ragione, infatti, è la facoltà dei silogismi, ovvero utilizza le idee per se e
le unisce attraverso delle regole. Il silogismo, secondo Kant, è di tre tipi, a cui corrispondono le tre
idee metafisiche permanenti: al categorico l’idea di anima, all’ipotetico quella di mondo e al
disgiuntivo quella di Dio. Allo stesso modo, ai tre silogismi corrispondono le tre branche della
metafisica: psicologia, cosmologia e teologia. Queste idee, dette trascendentali, vanno oltre
l’esperienza, ma sono costruzioni mentali su cui l’uomo ha fondato le discipline dilalettiche,
Psicologia Razionale, Cosmologia Razionale e Teologia Razionale, che compongono la metafisica.
La psicologia razionale nasce perché la ragione cerca di trovare un centro unificatore delle percezioni
in qualcosa che non può essere unificato, ovvero l’anima. Poiché la psicologia assimila l’io penso alla
categoria della sostanza, la mente incorre in degli errori detti paralogismi, che sono silogismi folli.
Tuttavia, se l’io penso ha già la caratteristica di sostanza, non può applicarla a se stesso. La
cosmologia razionale, invece, è il tentativo di applicare la categoria di causa-effetto ai fenomeni
pensando che siano interne al mondo stesso. In questo modo, si cade in quattro errori, che Kant
chiama antinomie ( coppie di proposizioni contraddittorie), che non sono risolvibili. Le antinomie
nascono perché l’uomo applica le categorie in ambiti in cui non possono essere usate. Il mondo non
può essere preso come totalità perché altrimenti si cadrebbe nell’errore. Le antinomie sono coppie di
tesi razionaliste e antitesi empiriste. Le prime due sono matematiche, e sono sbagliate perché non
possiamo sapere se il mondo è finito, mentre le altre due dinamiche, che sono vere solo nel mondo
noumenitco perché si possono pensare. Tutte le antitesi sono vere nel mondo fenomenico:
Quantità: Il mondo è finito nello spazio e nel tempo o infinito;
Qualità: Il mondo è composto di parti semplici o è divisibile all’infinito;
Relazione: Ci sono anche cause libere o solo cause necessarie;
Modalità: Il mondo suppone una causa ultima necessaria o no.
Infine, la teologia razionale introduce e dimostra la massima razionalizzazione della mente con
l’idea di Dio. Kant si occupa di confutare queste tre prove: ontologica, che deduce l’esistenza dalla
perfezione di Dio così come è da noi concepita, cosmologica, se esiste qualcosa di contingente deve
esistere un Ente necessario, e teologica, che da ordine, finalità e bellezza del mondo risale a Dio,
quale loro causa. La prima, quella ontologica, non è esaustiva perché l’esistenza di Dio non può essere
definita a priori, ma attraverso l’osservazione. La prova cosmologica è sbagliata perché il principio di
causa non è interno agli enti, ma è una categoria della mente che può essere applicata solo a ciò che è
osservabile. Seppur fosse vera, si dimostrerebbe un ente necessario che non per forza coincide con
Dio. In queto modo, si ricorre alla prova ontologica, che è sbagliata. Infine, la prova teologica è errata
perché trascura l’ipotesi che l’ordine della Natura dipenda dalla Natura stessa. Conduce solo ad un
“ordinatore” che viene identificato con l’Ente necessario (seconda prova) che deve per forza esistere
(prima prova).L’ordine non è insito, ma interno alla mente e non deve essere perfetto.
Kant conclude la Critica affermando che l’idea di anima, mondo e Dio sono errate, ma permangono
nella mente dell’uomo perché hanno un uso regolativo. Le idee indicano come dare unità e organicità
alle nostre conoscenze: dobbiamo connettere tutti i fenomeni psichici interni come se dipendessero
da un principio unico; dobbiamo connettere i fenomeni naturali come se dipendessero
unitariamente da principi intelligibili; dobbiamo connettere tutti i fenomeni come se dipendessero
da una suprema intelligenza. Questo uso regolativo è dato dall’etica.
La Critica della Ragion Pratica
Kant discute della filosofia pratica in tre opere, Fondazione della metafisica dei costumi, Critica della
Ragion Pratica e Metafisica dei costumi. La ragione pratica, pero’, non è pura perché in questo caso la
prospettiva di Kant è capovolta: vuole dimostrare che esiste una ragione pratica che è pura ed è
l’unica possibile. Nella Critica della Ragion Pratica Kant vuole anche dimostrare l’esistenza di
un’unica legge morale a priori che contiene un obbligo di obbedienza nella sua stessa formulazione.
La legge morale è diversa da quella naturale, perché si trova all’interno della mente e può quindi
essere usata in modo sbagliato. La legge morale è, quindi, un dovere, ma non una necessità. I principi
della legge morale sono di due tipi: massime, che sono principi pratici soggettici poiché valgono in
base alla circostanza e non sono né universali né necessari (vendetta); imperativi, che sono universali
e necessari e, dunque, oggettivi. Gli imperativi possono essere a loro volta ipotetici, ovvero che
valgono per tuti ma sono condizionati, o categorici, che valgono indipendentemente per tutti.
Dunque, secondo Kant, la legge morale deve essere un imperativo categorico.
Il problema dell’imperativo categorico sta nella sua formalità, perché non non obbligherebbe la
volontà con il contenuto e l’uomo lo rispetterebbe solo per la sua ricompensa e non per moralità. La
legge morale, quindi, non perviene dall’esperienza e non ha contenuto, ma deve essere formale. In
virtù di queste condizioni, qualunque legge scritta non obbliga la volontà, poiché, seppur vietando
diverse cose, non comunica che siano sbagliate. La moralità, invece, comunica come raggiungere il
bene. Kant propone, così, tre formulazioni dell’imperativo categorico:
Quando agisci, ciò che fai può valere in modo necessario e universale. In questo senso, la morale
è valida solo in maniera formale e da una direzione. Il suo conntennuto diventa bene solo
quando è universalizzabile;
Quando agisci, le azioni devono essere universali senza considerarle come mezzo, ma come
scopo. Oltre al contenuto universale, l’uomo deve fare del bene con uno scopo e non per una
ricompensa;
Quando agisci, lo si fa pensando ad una legge morale, che è soggettiva. Ciò implica che la mia
legge morale non è sempre giusta per gli altri.
La ragion pratica non dipende da alcun contenuto, né da fini o moventi esterni. Proprio per questo
Kant critica tutte le morali precedenti, perché si fondano sul materialismo, come il piacere, l’estasi o
la felicità (morali eteronome). Tuttavia, tutte le morali che si basano sul contenuto hanno come
obiettivo la felicità, che secondo Kant non è sufficiente per non commettere azioni immrali. Essa,
invece, piò essere una conseguenza dell’essere buono. Ciò implica che la moralità prescinde dal
sentimento, ad eccezione del rispetto per chi compie il proprio dovere.
Kant si ritrova ad ammettere che la legge morale abbia una ricompensa nella vita ultraterrena,
recuperano le idee di anima e mondo, escluse dalla ragion pura: la legge morale non ha un contenuto
quando è in vita, ma può essere possibile in un mondo ultraterreno proprio perché l’uomo non è in
grado di percepirlo se non con la ragion pratica. Le idee non appaiono quindi come esigenze, ma
come modelli a cui tendere, e prendono il nome di postulati, che sono dei dogmi da rispettare per
obbedire alla legge morale. L’idea di mondo diventa infatti “la volontà è libertà”: dire che il mondo
esiste come noumeno, significa che esistono delle cause libere. L’idea di Dio diventa l’esistenza di
Dio, mentre l’idea di anima diventa immortalità dell’anima.
Nel mondo noumenico è possibile la scelta di obbedire o meno alla morale. In questo modo, l’uomo
accede al noumeno in quanto essere che ha una componente fenomenica, che è condizionata, e una
noumenica, che invece è libera. L’idea di Dio è necessaria per la ricompensa: immaginare l’esistenza
di Dio mi garantisce di ottenere la felicità che non ho avuto in vita. Ciò non afferma la sua esistenza,
poiché diventerebbe un imperativo ipotetico. Oltretutto, non si può negare la sua esistenza proprio
perché alla base c’è un premio. La legge morale mi comanda la santità (perfetta adeguazione alla
legge) ma tale perfezione non può essere realizzata in questo mondo e in un tempo finito. Allora o la
legge comanda l’impossibile o è ragionevole postulare un’esistenza infinita della mia personalità
razionale dopo la morte del corpo. Dunque, secondo Kant, non bisogna essere sicuri né dell’esistenza
né dell’inesistenza della perfezione, poiché i postulati fanno parte di qualcosa di impercettibile che
pero’ posso provare a comprendere. A questo punto, Kant conclude che la ragione pratica è una
facoltà superiore perché mi permette di comprendere ciò che non può essere compreso dalla ragione
pura.
La Critica del Giudizio
Kant scrive anche una terza critica, quella del Giudizio, con cui non si intende quello scientifico, ma
quello estetico-teleologico. Con le altre due critiche, Kant ha posto il dualismo noumeno-fenomeno
di cui l’uomo stesso è composto. Il problema ora sta nella conciliazione tra le due parti, poiché
l’uomo interpreta le cose in base alle sue necessità. Di conseguenza, Kant si chiede come sia possibile
che la Natura si pieghi alle necessità umane. Questo accordo non può essere risolto dall’uomo, che
può solo comprenderlo attraverso la facoltà di Giudizio, che è il sentimento o il gusto. Mentre il
giudizio scientifico-conoscitivo è determinante, il Giudizio, ovvero la facoltà, è detto riflettente
perché, appunto, riflette su ciò che osserviamo per trovare una concordanza tra fenomeno e
noumeno.
Il Giudizio può essere estetico o teleologico. Il primo serve a trovare la finalità soggettiva delle cose,
mentre il secondo ha lo scopo dell’oggettività. L’unione tra fenomeno e noumeno, dal punto di vista
soggettivo, sta nella bellezza, che è proporzionalità, mentre dal punto di vista oggettivo sta nel
ricercare i propri fini nella natura. Per Kant, l’unica concordanza possibile è quella soggettiva. Bello è
ciò che piace senza interesse, in modo universale e necessario e che percepiamo oggetto di una
finalità senza scopo. Il modo di osservare l’estetica, secondo Kant, è uguale per tutti gli uomini e,
dunque, la soggettività è sottoposta alle categorie.
Kant affronta anche la questione del sublime, che può essere matematico, ovvero di bellezza per
quello che è infinitamente grande, o dinamico, per quello che è infinitamente potente. Il sublime non
coincide con il bello perché non è determinato e provoca sentimenti come il terrore, da cui ne
consegue l’attrazione. Il sublime attrae perché dimostra quanto l’uomo è piccolo di fronte alla
natura. L’uomo, pero’, è potente perché è in grado di comprendere la Natura e di darle dei fini.
Per Kant la visione scientifica del natura è quella meccanicistica, tuttavia in virtù del giudizio
teleologico l’avvertiamo ordinata secondo cause finali. Il giudizio teleologico serve nell’ottica della
legge morale: la Natura è ordinata perché noi agiamo secondo un ordine. E lo scopo ultimo che
percepiamo nella natura è l’uomo e la realizzazione della legge morale.