CT14
CT14
Comitato di redazione:
Georges Banu (Université de la Sorbonne, Paris III)
Josette Féral (Université du Québec à Montréal)
Raimondo Guarino (Università di Roma III)
Osvaldo Pellettieri (Universidad de Buenos Aires)
Arnaldo Picchi (1943-2006) (Università di Bologna-DAMS)
Nicola Savarese (Università di Roma III)
___________________________________________________________________
Il prezzo di ogni numero è di Euro 15,50 (IVA assolta). Abbonamento a due numeri
Euro 25,82 (IVA assolta) da versare sul conto corrente postale n. 31378508 intestato a
Carattere - Via Passarotti 9/a - 40128 Bologna.
DANZA/900
Testimonianze e riflessioni intorno al processo creativo
a cura di Rossella Mazzaglia
7 Rossella Mazzaglia
Introduzione
13 Elena Cervellati
Strutture codificate e autonomie autoriali nel balletto tra Ottocento e
primo Novecento: Giselle
25 Lynn Garafola
Creare le danze: processo e pratica nei Ballets Russes di Djagilev
53 Mary Wigman
Danza di gruppo e danza corale. (Nota introduttiva di Eugenia Casini
Ropa)
67 Susanne Franco
Creativà e mitopoeisi in Martha Graham. Psicologia, storia e (au-
to)narrazione
81 Merce Cunningham
Un processo collaborativo tra musica e danza (1982). (Nota introdutti-
va di Marinella Guatterini)
95 Rossella Mazzaglia
L’ansia di una generazione. L’esperienza artistica del Judson Dance
Theater
121 Odette Aslan
Il processo Bausch
139 Laura Delfini
Segni di percorso. Note sul lavoro coreografico di William Forsythe
153 Carlo Cuppini
Virgilio Sieni, Visitazione: un itinerario nel ventre dell’opera
171 Katy Knoll
I dialoghi di Sasha Waltz. Un cammino dalla prospettiva dei Dialoge
DANZA/900
Testimonianze e riflessioni intorno al processo creativo
a cura di Rossella Mazzaglia
Rossella Mazzaglia
INTRODUZIONE
7
globale sull’arte della coreografia e sul suo inevitabile nesso con le mutevoli
concezioni della danza.
La vita di un’opera è infatti inevitabilmente storica, non si manifesta in
maniera generica e generalizzabile, bensì dipende dalla sua origine e dal suo
singolare evolversi in determinati contesti ed effettive situazioni lavorative,
che accompagnano e sostengono le visioni degli artisti; al suo crescere e
modificarsi, la coreografia non si limita inoltre a riflettere le intenzioni ori-
ginarie dell’autore, ma lo svia, lo invita a interrogarsi e lo mette in discussio-
ne, plasmandone il mestiere e l’identità creativa. La stessa ripetizione, che
costituisce un elemento di base della preparazione scenica, indica il perse-
guimento di un ideale “dinamico”, un ideale che si mostra, cioè, sempre al-
meno ad un passo da quanto si è già conseguito, modificandosi nel corso di
prove e rappresentazioni, e costringendo il danzatore e il coreografo, come
il regista o l’attore, a provare di nuovo per l’ennesima volta. Riconoscere gli
ineffabili sentieri della creazione equivale pertanto a sondare, assieme agli
elementi di metodo, il senso etico del lavoro, il suo manifestarsi tra scelte
soggettive e interazioni collettive, tra pratica e pensiero, nonché tra coreo-
grafia e scrittura.
In questa prospettiva, si può rileggere la storia della danza del Novecento
in funzione delle svolte creative che l’hanno caratterizzata e che sono in par-
te discusse nei testi qui raccolti. Ovviamente, tale tentativo di analisi non
pretende di essere esaustivo, ma di indicare delle possibili piste per interpre-
tazioni trasversali, per aree tematiche o secondo una consequenzialità che
metta in luce i fenomeni che hanno progressivamente rinnovato l’arte e la
figura del coreografo, fino a mutarle di segno: da semplice compositore del-
le danze, il coreografo acquisisce, infatti, una legittimità d’artista, pensatore
e autore. Sono termini, questi, che si presterebbero ad una problematizza-
zione e ad una storicizzazione che tuttavia non è obiettivo di questo numero
esplorare, lasciando piuttosto che nel confronto tra l’operato degli artisti
emerga la maniera in cui tali concetti sono entrati nell’attività creativa indi-
viduale e collettiva, così affermando nel concreto lo spessore teorico della
prassi coreutica.
Il modello del balletto ottocentesco funge da contraltare alla crescente au-
tonomia creativa della coreografia del XX secolo. Le rivisitazioni del capola-
voro romantico Giselle, ripercorse nel saggio di Elena Cervellati, presenta-
no le diverse professionalità coinvolte nell’ideazione e nella costruzione
dell’opera, la tipica soggezione al libretto e alla partitura musicale, il costrit-
tivo equilibrio tra l’esigua libertà consentita dalle istituzioni, la tradizione di
un codice linguistico consolidato e le individuali integrazioni dei “coreogra-
fi” ottocenteschi. Con l’inizio del nuovo secolo, alcune aperture sembrano
indicare le potenzialità dell’autore delle danze, senza però modificarne so-
stanzialmente la condizione, che si ridisegna invece nel passaggio al balletto
moderno.
Sviluppatosi in un’epoca d’orizzonti impensati e promettenti per l’arte
della danza nel suo complesso, il balletto moderno intreccia la sopraggiunta
8
consapevolezza della capacità espressiva dell’essere umano, promossa dalle
scienze umane e dai maestri della danza moderna, con la definizione di un
mestiere fino ad allora inesplorato all’interno della tradizione accademica;
come scrive Lynn Garafola nel suo saggio, con i Ballets Russes nasce il pro-
cesso coreografico. La studiosa americana enfatizza, a tal proposito, la sog-
gettività della creazione, esposta in scritti e dichiarazioni che delucidano la
presa di coscienza dei giovani coreografi rispetto alla loro tradizione artisti-
ca di appartenenza. Ricordando la decisiva impronta dell’impresario Djagi-
lev e le motivazioni che spingono all’abbandono del grand ballet ottocente-
sco, l’autrice esplora i singoli apporti dei coreografi succedutisi all’interno
della compagnia in relazione alle fondamentali collaborazioni con musicisti
e pittori, mettendo inoltre in luce la complementare rinnovazione delle
formule compositive e del linguaggio del balletto.
Tra gli anni Venti e Trenta, si afferma intanto la seconda generazione di
danzatori moderni che, muovendosi sull’onda rivoluzionaria dei pionieri,
tenta una definizione più chiara della danza come arte, palesando nuova-
mente un atteggiamento autoriflessivo in appunti, articoli e racconti auto-
biografici che rievocano, riformulano e persino “edificano” poetiche e pras-
si. Mary Wigman e Martha Graham sono le coreografe prescelte per indaga-
re un’idea di danza che si esprime nel punto di vista di diversi autori, ma che
in loro trova delle figure cardine. In particolare, seguendo la tradizione di
“Culture Teatrali”, che compone saggi e interventi di artisti, si è dato spazio
ad un racconto di Mary Wigman sulla creazione dell’opera corale Toten-
mal, un lavoro difficile per la coreografa, stretta – come evidenzia
l’introduzione di Eugenia Casini Ropa – tra l’aspirazione individualista alle
origini della danza espressiva e l’afflato collettivo della Gemeinschaft, che
permeava la società tedesca del periodo e che il nazionalsocialismo stava
trasformando in una visione di massa. Lo scritto di Susanne Franco su Mar-
tha Graham, la coreografa della modern dance che maggiormente ha lavo-
rato all’edificazione sistematica del proprio mito, evidenzia invece difformi-
tà, perplessità e ombre di un’effettiva ricostruzione dei suoi metodi di lavo-
ro, nonostante la prolifica documentazione esistente e, in particolare, la
pubblicazione dei suoi celebri Notebooks.
I discorsi sul processo compositivo assumono toni del tutto opposti nella
narrazione di diamantina chiarezza con cui Merce Cunningham descrive la
vitale collaborazione con il musicista John Cage e l’adozione delle procedu-
re aleatorie. Tanta precisione e linearità non annullano la funzione dello
studioso, bensì ne esaltano il necessario approccio storiografico e non solo
documentario: nella sua introduzione Marinella Guatterini tesse il nesso
con il milieu culturale che nel secondo dopoguerra accoglie, nella New
York dove Cunningham vive e lavora, le avanguardie artistiche europee, in-
tegrandole alle nuove tendenze americane; interpreta e delucida la “poetica
della simultaneità” del coreografo e come essa si sposi con la sua filosofia del
corpo e della danza.
9
La transizione dal prodotto al processo, che corrompe l’antico valore
dell’oggetto artistico come elemento finito e frutto di una speciale capacità o
persino ispirata genialità, penetra nel teatro e nelle arti visive e, persino con
maggior clamore, nelle pratiche del collettivo Judson Dance Theater, cui chi
scrive dedica uno studio specifico. Attraversandone dinamiche relazionali,
utopie e inedite formule compositive, si scrutano storia, società e cultura
della neoavanguardia newyorchese, che agli albori degli anni Sessanta im-
prime un nuovo volto all’autorialità di danza, dando vita al genere della co-
siddetta postmodern dance.
Nel secondo Novecento si conferma la diversificazione di concezioni e
approcci che sostanzia i più visibili rinnovamenti estetici: il rifiuto del passa-
to delle avanguardie si affianca al cosciente tentativo di quanti, recuperando
invece il sapere dei maestri, si riannodano alla tradizione – soprattutto bal-
lettistica – per sviluppare personali e attuali scelte creative; al tempo stesso,
si profila, però, anche un inedito processo di dissoluzione di generi spetta-
colari finora distinti e si affermano idioletti individuali e unici, che assimila-
no, metabolizzano e trasformano gli stimoli culturali più vari, carpendoli
dentro e fuori la sala di danza. La realtà storica impone pertanto una scelta
persino più selettiva sui coreografi da considerare, bandendo nuovamente
ogni pretesa di esaustività al fine, tuttavia, di tracciare linee di continuità o
viceversa di individuare originali punti di partenza. Tra gli anni Settanta e
Ottanta si impongono infatti nuovi maestri, seguiti dalla generazione – da
Francesca Pedroni definita “di mezzo” (Identità e memoria. La generazione
di mezzo, 2007) – che, formatasi e già affermatasi nel secolo scorso, ha accol-
to le cangianti sollecitazioni del terzo millennio.
In particolare, Pina Bausch è da annoverarsi tra i primi esponenti di una
danza d’autore europea ad avere fatto scuola, ad avere sviluppato una capa-
cità registico-coreografica che, esulando dalle consuete categorizzazioni, ha
costretto la disciplina della danza a reinterrogarsi sulla propria identità, fino
ad individuare nel nome di Tanztheater un’espressione che potesse renderne
il carattere ibrido e sfaccettato. Molto è stato scritto su questa coreografa e,
in Italia, si ricorda specialmente il contributo di Leonetta Bentivoglio, Il tea-
tro di Pina Bausch (1985), ma la portata della sua innovazione resta aperta a
riflessioni che nel saggio della studiosa Odette Aslan del 1998 sono sviluppa-
te in maniera originale nel confronto con il teatro, attraverso un’analisi
complessiva della sua opera che ne interpreta il rapporto coreografo-
interprete, improvvisazione-composizione, modalità della messa in scena,
principali elementi costitutivi e logiche strutturali.
Cresciuto sulla scia della scuola neoclassica, William Forsythe presenta
invece una delle strade intraprese dal balletto accademico nell’epoca po-
stmoderna della velocità, degli equilibri instabili e del continuo movimento,
restituiti nella corrente che Elisa Vaccarino ha denominato post-classica ad
indicare la compresente attualità di generi e di sollecitazioni estetiche e cul-
turali eterogenee (Altre scene, altre danze, 1991). Completa dunque
l’excursus delle metamorfosi del classico (passate prima dagli esempi del
10
balletto ottocentesco e moderno) lo studio coreologico di Laura Delfini su
Forsythe. L’autrice sottolinea il carattere in divenire della sua produzione,
enucleandone i materiali di base che diversamente si articolano nel suo mu-
tevole processo creativo, debitore del messaggio della postmodern dance
sulla ridiscussione dello statuto dell’opera d’arte e delle gerarchie interne al
gruppo-compagnia, come dimostra la realizzazione del CD-rom Improvi-
sation Technologies. A Tool for the Analytical Dance Eye.
Accennando brevemente all’uso delle tecnologie per la trasmissione dei
metodi di lavoro, val qui la pena rimarcare la distanza di tali strumenti di
comunicazione da dichiarazioni, scritti o appunti volutamente criptati o mi-
stificanti di molti artisti, soprattutto della prima parte del secolo, e il cam-
biamento di senso dei meccanismi pedagogici che le contemporanee logi-
che creative, ad essi associate, favoriscono. Come nel precedente esempio di
Pina Bausch, seppure in un contesto totalmente diverso, si delinea inoltre
l’identità assunta dall’interprete del teatro di danza contemporaneo come
vettore della creazione, e non come semplice materiale o corpo disponibile
all’intenzione dell’autore, come persona e non solo come danzatore.
Seguendo una consuetudine della rivista, si presentano infine due contri-
buti nati dalla rielaborazione di tesi di laurea DAMS. La coreografia Visita-
zione di Virgilio Sieni è discussa nel saggio di Carlo Cuppini, frutto
dell’osservazione diretta, e pertanto privilegiata, di tutte le tappe preparato-
rie all’opera. Nel suo scritto si evidenziano i dettagli del procedere e la loro
proiezione di una poetica in cui si addensano la sentita ispirazione autocto-
na del coreografo, nella personale affinità con l’arte figurativa, e i continui
attraversamenti disciplinari e di culture altre, plasmati dalla sua decisa e ri-
conoscibile cifra autoriale, che in questo pezzo illumina l’asprezza del vive-
re odierno.
L’opera di Sasha Waltz, cui è dedicato l’ultimo articolo, si è imposta negli
ultimi anni all’attenzione di pubblico e critica, stimolando anche in Italia
una germinale produzione editoriale. Piuttosto che ripercorrerne le coreo-
grafie più note, Katie Knoll tenta tuttavia un’originale illustrazione del suo
cammino a partire dalla serie Dialoge, un progetto laboratoriale, sviluppa-
tosi dagli anni Novanta ad oggi, che ne ha nutrito le creazioni coreografiche
e che evidenzia tanto gli insegnamenti assimilati dalle avanguardie di danza
americane e dal Tanztheater, quanto i tratti multiculturali della vivace Freie
Tanzszene tedesca cui l’artista appartiene.
Attraversando i metodi e le modalità produttive degli artisti contempora-
nei, si nota nel complesso un’imperante ideologia della prassi coreografica,
che antepone o comunque sviluppa – accanto alla ricerca tecnica e linguisti-
ca della danza – degli approcci all’insegna del rapporto umano,
dell’interscambio con gli interpreti o con altri coreografi in forme di im-
provvisazione collettiva, e con spettatori sempre più partecipi e pertanto
“co-autori” degli spettacoli fruiti. La stessa documentazione prodotta dagli
artisti, che da sola non può – come già accennato – esaurire la curiosità e
l’esigenza di comprensione, assume in tale contesto un’attuale sfumatura di
11
senso: al pari delle “prove aperte” esibite in corso d’opera o degli incontri
pre e post-spettacolo, essa si presenta come l’ennesimo tentativo da parte del
coreografo di incontrare, formare e creare il proprio pubblico, nonché di
esserne a sua volta segnato e stimolato per ulteriori ricerche, senza temere
con ciò che la sua autorialità ne venga scalfita.
Alla fine di questo percorso, il quadro di insieme che ne deriva, le intui-
zioni generali che i suoi sviluppi interni consentono e la concretezza degli
esempi che lo compongono confermano le potenzialità della riflessione ten-
tata, ma mostrano con altrettanta chiarezza che la sfida intellettuale avviata
resta, ancora, proficuamente aperta. L’orizzonte di pensiero abbozzato ne-
cessita infatti di altre tinte e tratti che lo definiscano e completino, affinché la
storia della danza novecentesca possa anche per questa via recuperare la
memoria della complessità umana, storica e sociale che indubbiamente l’ha
caratterizzata.
12
Elena Cervellati
STRUTTURE CODIFICATE E AUTONOMIE AUTORIALI NEL
BALLETTO TRA OTTOCENTO E PRIMO NOVECENTO: GISELLE
1
L. Garafola, Introduction, in Rethinking the Sylph. New Perspectives on the Romantic Ballet, a
cura di L. Garafola, Hanover-London, Wesleyan University Press, 1997, p. 1. Se non diversa-
mente indicato, le traduzioni dal francese e dall’inglese sono dell’autrice del presente saggio.
2
Sul concetto di “classico” che ogni epoca costruisce per trovare identità e forza, cfr. S. Settis,
Futuro del ‘classico’, Torino, Einaudi, 2004.
3
Utilizzeremo anche in seguito la dicitura “Opéra” per indicare l’istituzione, nonché la sala
teatrale che ne è espressione, il cui nome cambia più volte nel corso dei secoli e che, nel pe-
riodo che ci interessa, viene chiamata Académie Royale de Musique (10 agosto 1830-25 feb-
braio 1848), Théâtre de la Nation (26 febbraio 1848-28 marzo 1848), Opéra-Théâtre de la Na-
tion (29 marzo 1848-1 settembre 1850), Académie Nationale de Musique (2 settembre 1850-1
dicembre 1851), Académie Impériale de Musique (2 dicembre 1852-30 giugno 1854), Théâtre
Impérial de l’Opéra (1 luglio 1854-3 settembre 1870), Théâtre National de l’Opéra (17 settem-
13
letto. Fondato nel 1669 e quindi teatro d’opera più antico del mondo, simbo-
lo della musica e della danza francesi, la sua esistenza è posta sotto il con-
trollo dello Stato, che lo sovvenziona lautamente e ne regola le procedure
amministrative, tutelandone i privilegi. Diretto da uomini di potere a cui
viene assegnato l’incarico per decreto ministeriale, con la rivoluzione del
1830 e l’instaurarsi della monarchia costituzionale di Louis Philippe diventa
un’impresa privata, sostenuta comunque dal governo. Louis Véron, medico
e uomo d’affari che ne è a capo dal 1831 al 1835, gli dà un’impronta che ri-
marrà inalterata per decenni: ne fa una sorta di Versailles per la ricca bor-
ghesia protagonista del nuovo regno, grazie ai fasti di splendide messe in
scena e grazie all’apertura dell’intimo foyer de la danse4 a un selezionato e
potente gruppo di affezionati abbonati, i quali possono così intrattenersi con
quelle ballerine che, se seguendo Tucidide le donne più virtuose sono quel-
le di cui si parla di meno, “sono quelle di cui si parla di più”5.
La prima opera lirica che debutta sotto la direzione di Véron è Robert le
diable (1831), di Giacomo Meyerbeer, per il cui divertissement Filippo Ta-
glioni crea l’ultraterreno Ballet des nonnes, in cui i bianchi spiriti di monache
defunte popolano un chiostro medievale rischiarato dalla luce della luna. È
il primo esempio di quel ballet blanc che rappresenterà una delle costanti del
balletto ottocentesco e di cui La Sylphide (1832) è la concretizzazione più
luminosa, anche grazie all’interpretazione della delicata e innovatrice Maria
Taglioni. Ma il soprannaturale si mescola alla realtà in un irrisolvibile e fe-
condo contrasto: l’anelito verso l’infinito e il terreno colore locale costitui-
scono i due poli di un perfetto equilibrio di cui Giselle6 (1841) rappresenta la
sintesi esemplare, con il primo atto di policroma e vivace ambientazione
popolaresca e il secondo pervaso dal bianco lunare di un regno abitato da
creature defunte7. Il balletto viene accolto con un entusiasmo e un apprez-
bre 1870-oggi) (cfr. il completo e documentato repertorio a cura di N. Wild, Dictionnaire des
théâtres parisiens au XIXe siècle. Les théâtres et la musique, Paris, Aux amateurs du livre, 1989).
4
Il foyer de la danse è una sala posta dietro al palcoscenico dell’Opéra normalmente utilizzata
dalle ballerine per le prove, per la preparazione prima dell’ingresso in scena e per il riposo du-
rante le pause tra un atto e l’altro.
5
L. Véron, Mémoires d’un bourgeois de Paris, Paris, Librairie nouvelle, 1856, vol. III, p. 193.
6
Giselle. Ballet fantastique en deux actes (Paris, Théâtre de l’Opéra, 28 giugno 1841). Libretto:
Jules-Henri Vernoy de Saint-Georges, Théophile Gautier; coreografia: Jean Coralli, Jules Per-
rot; musica: Adolphe Adam; scene: Pierre Ciceri; interpreti: Carlotta Grisi (Giselle), Lucien Pe-
tipa (Loys-Albert), Simon (Hilarion), Roland (Berthe), Adèle Dumilâtre (Myrtha), Caroline
Forster (Bathilde).
7
Il primo atto si svolge in un villaggio della Germania, nello spiazzo tra la modesta casa di Gi-
selle, deliziosa e fresca fanciulla di paese che ama ballare nonostante la fragile salute, e quella
dell’aitante Loys, in realtà il duca Albert, che per rimanere vicino all’amata tiene celata la pro-
pria vera identità. Tra vivaci feste della vendemmia e teneri colloqui, i due giovani si promet-
tono eterno amore, anche se vengono intralciati da Hilarion, geloso del trasporto di Giselle
nei confronti del misterioso rivale. L’arrivo di una comitiva di nobili, tra cui la principessa Ba-
thilde, promessa sposa di Albert, porterà alla tragedia: l’impostura del duca è scoperta, la tene-
ra Giselle muore pazza di dolore. Il secondo atto è ambientato in tutt’altra atmosfera. Sulle
rive di un lago, in un bosco umido e appena rischiarato dalla luce della luna, appaiono le villi,
pallidi e vaporosi spettri di fanciulle morte in giovane età che costringono a danzare fino allo
sfinimento e alla morte gli uomini che si trovano ad attraversare quei luoghi dopo la mezza-
14
zamento straordinari, che attestano il suo essere epifania di un genere, cro-
giuolo di elaborazione di temi e forme indicativi del gusto e dell’imma-
ginario proprio dell’epoca: “più che un balletto, è il balletto, una certa idea
del balletto, incarnata in forme capaci di inflettersi, nella loro angelica labili-
tà, secondo gli ambienti in cui appare, senza mutare la loro essenza”8.
Si tratta del “più bel successo coreografico dopo La Sylphide”9, di “vera
poesia”10, di “un’opera […] notevole per grazia e originalità”11 e il suo “suc-
cesso straordinario”12 è attestato dalle parodie che rapidamente ne vengono
fatte13, oltre che dai tessuti stampati e dagli accessori di moda che ne pren-
dono il nome 14. Gli interpreti ottengono lodi unanimi, ma fra tutti primeggia
Carlotta Grisi, ormai “la Carlotta”, che, “splendida”15, danza “con una perfe-
zione, una leggerezza, un’arditezza, una voluttà casta e delicata che la pon-
gono al primo rango, tra Elssler e Taglioni”16. La musica di Adolphe Adam17
“risulta riuscita oltre ogni speranza, benché, è bene dirlo, [egli] abbia impie-
gato otto giorni appena a scrivere questa partitura meravigliosa e incantevo-
le”18. Le scene dello spettacolo, create da Pierre Ciceri, “che non ha ancora
eguali nella creazione di paesaggi”19, provengono in parte da allestimenti
notte. Da una tomba si leva Giselle, nuova arrivata, che volteggia nell’aria ricordando i passi
che tanto amava danzare quando era in vita. Sopraggiunge Albert e l’inevitabile incontro tra i
due amanti è pieno di tenerezza e malinconia. L’arrivo dello sfortunato Hilarion scatena le
impietose villi, che lo fanno volteggiare fino a precipitarlo nel lago. Albert, invece, amorevol-
mente protetto da Giselle, si salva con l’arrivo dei primi raggi di sole e tende la mano a Bathil-
de, appena sopraggiunta.
8
F. D’Amico, Una santa con le scarpe di seta, “L’Espresso”, 4 febbraio 1968, ora in Tutte le cro-
nache musicali. “L’Espresso”, 1967-1989, a cura di L. Bellingardi, Roma, Bulzoni, 2000, vol. I, p.
62.
9
T. Gautier, Galerie des artistes dramatiques de Paris, [1841], ora in Portraits contemporains:
littérateurs, peintres, sculpteurs, artistes dramatiques, Paris, Charpentier, 1874, p. 415.
10
M. Escudier, in “La France musicale”, 4 luglio 1841, ora in T. Gautier, Oeuvres complètes, Sec-
tion III, Théâtre et ballets, a cura di C. Lacoste-Veysseyre - H. Laplace-Claverie, Paris, Honoré
Champion, 2003, p. 991.
11
Ibidem.
12
“Revue dramatique”, 1 luglio 1841, ora in Giselle, numero monografico di “L’Avant-scène
Ballet/Danse”, n. 1, gennaio-marzo 1980, p. 19.
13
Poco dopo il debutto un periodico satirico pubblica un finto libretto i cui personaggi prin-
cipali si chiamano “Grise-aile” (Giselle), “Hi, hi, là rions” (Hilarion) e “l’Oie” (Loys) (Grise-aile,
in “Musée Philipon”, 9e livraison, s.d. [1841], pp. 65-70, ora in T. Gautier, Œuvres complètes,
cit., pp. 976-981) e il 19 ottobre va in scena al Théâtre du Palais-Royal Les Willis, in cui una
danzatrice mette a soqquadro un monastero maschile fingendosi una villi (cfr. E. Binney, Les
ballets de Théophile Gautier, Paris, Librairie Nizet, 1965, p. 74).
14
C. W. Beaumont, The Ballet called Giselle (1945), London, Dance Books, 1996, p. 27.
15
Lettera di A. Adam a J.-H. V. de Saint-Georges, 29 giugno 1841, ora in S. Lifar, La danse,
Paris, Editions Denoël, 1938, p. 281.
16
T. Gautier, “La Presse”, 5 luglio 1841, ora in Ecrits sur la danse, a cura di I. Guest, Arles, Actes
Sud, 1995, p. 122.
17
Per un’analisi della partitura, cfr. C. de Beaumont, The Ballet called Giselle, cit., pp. 55-58, e
soprattutto G. Mannoni, Commentaire musical de la partition, in Giselle, numero monografico
di “L’Avant-scène Ballet/Danse”, cit., pp. 58-80, oltre a M. Smith, Ballet and Opera in the Age
of Giselle, Princeton, Princeton University Press, 2000.
18
A. Pougin, Adolphe Adam. Sa vie, sa carrière, ses mémoires artistiques, Paris, G. Charpentier,
1877, pp. 161-162.
19
T. Gautier, “La Presse”, 5 luglio 1841, ora in Ecrits sur la danse, cit., p. 124.
15
precedenti. La creatività dello scenografo si dispiega comunque con origina-
lità e se il primo atto “è fiacco e scolorito […], la sua seconda e splendida
scenografia si prende la rivincita”20. Anche i centosessanta costumi, solo in
parte appositamente ideati da Paul Lormier, vengono largamente recuperati
da precedenti produzioni, senza eccessiva cura per una verosimiglianza abi-
tualmente trascurata in favore di un consistente risparmio economico. Una
componente significativa del successo di Giselle è poi rappresentata dalla co-
reografia: secondo Adam “coreograficamente non si è mai visto niente di co-
sì grazioso come i gruppi di donne che Coralli ha disegnato con superiore
talento”21. In realtà, benché sul libretto, alla voce “coreografo”, compaia il
solo nome di Jean Coralli, diversi resoconti del debutto citano come autore
Jules Perrot22: August Bournonville, abituale frequentatore di casa Perrot-
Grisi durante un soggiorno a Parigi avvenuto proprio nei giorni
dell’allestimento di Giselle, racconta di aver assistito a una prova del balletto
durante la quale Perrot insegna alla Grisi alcuni brani coreografici23; Adam
afferma con decisione che Perrot “ha composto tutti i passi di sua moglie”24 e
“ha fortemente messo le mani in pasta”25. La tesi oggi maggiormente accredi-
tata è che Coralli abbia composto i passi di insieme e Perrot quelli di Giselle,
di Loys e della regina delle villi 26.
All’Opéra la produzione di un nuovo balletto prende forma a partire da
un libretto composto su commissione della direzione del teatro27 e la cui
prima lettura fatta alla presenza degli artisti e dei responsabili di scenografia
e macchinerie segna l’inizio delle prove. Musica, scene, costumi e coreogra-
fie vengono infatti ideati in base a questo testo che rimane in prima istanza
uno strumento di lavoro, nonostante abbia anche lo scopo di aiutare gli
spettatori a seguire vicende spesso difficilmente comprensibili e venga quin-
di distribuito o venduto in occasione delle rappresentazioni per essere scor-
so prima che inizi lo spettacolo o addirittura durante lo svolgersi dell’azione
teatrale. È infatti un ibrido che si pone nell’area di intersezione tra testo nar-
rativo, drammatico e tecnico, “un pre-testo che serve da filo conduttore
20
Lettera di A. Adam a J.-H. V. de Saint-Georges, 29 giugno 1841, ora in S. Lifar, La danse, cit.,
p. 282.
21
Ivi, pp. 281-282.
22
C. Maurice, “Courrier des théâtres”, 27 aprile 1841; “Le Monde dramatique”, 1 luglio 1841;
“Le Moniteur des théâtres”, 30 giugno 1841; E. Binney, Les ballets de Théophile Gautier, cit., p.
72.
23
A. Bournonville, My theatre life, Middletown, Wesleyan University Press, 1979, p. 20.
24
Lettera di A. Adam a J.-H. V. de Saint-Georges, 29 giugno 1841, ora in S. Lifar, La danse, cit.,
p. 282.
25
Ivi, p. 284.
26
P. Lacotte, Giselle: le style romantique, in Giselle, numero monografico di “L’Avant-scène
Ballet/Danse”, cit., pp. 24-25.
27
Il libretto può anche essere autonomamente proposto dall’autore al direttore, che lo valuta
assieme a una giuria di lettura la cui composizione cambia nel tempo, senza mai includere,
però, dei coreografi (C. Join-Dieterle, Les décors de scène de l’Opéra de Paris à l’époque
romantique, Paris, Picard, 1988, p. 96).
16
all’organizzazione del futuro balletto”28 e che accoglie, integrandola alla
fabula, un’ampia serie di annotazioni strettamente tecnico-operative indiriz-
zate alla successiva realizzazione scenica e capaci non solo di evocare e sug-
gerire temi e atmosfere, ma di indicarne pure le modalità di realizzazione.
Cerca quindi di dare una certa connotazione a musica, luci, scene e costumi,
come pure a entrate e uscite, spostamenti e prese di posizione nello spazio,
dinamicità e ritmo, gestualità, qualità di movimento. Il libretto di Giselle, in-
fatti, se introduce e rende plausibile la presenza di scene danzate attraverso
lo svolgersi del racconto e le caratteristiche dei personaggi principali29, è
percorso da un continuo formicolio di corpi in movimento. Viene ad esem-
pio precisato il punto in cui i danzatori devono entrare in scena (le capanne
nel primo atto, le erbe umide e la lapide nel secondo atto); vengono sottoli-
neati i momenti in cui si ritiene necessario un assolo della protagonista (“ella
danza da sola”30 o esegue “un passo danzato da lei soltanto”31); si curano i
passi a due, come quello in cui Giselle e Albert “scivolano trascinati entram-
bi dalla forza di un potere magico”32 o quando “tra i due ha inizio un passo
rapido, aereo, frenetico”33; non si trascura il gruppo: le vendemmiatrici dan-
zano in un “completo e rumoroso delirio”34 o si serrano le une contro le al-
tre35, le villi si presentano l’una dopo l’altra alla propria sovrana e si raggrup-
pano “come le api intorno alla propria regina”36, quindi alcune si staccano
dal gruppo eseguendo rispettivamente un passo orientaleggiante, un mi-
nuetto o un valzer37. L’intenzione di imprimere all’azione una determinata
qualità, indipendentemente da una dettagliata descrizione dei passi, che in
effetti non compare, è decisa. Così il libretto è ricco di aggettivi o espressioni
atti ad assegnare una coloritura specifica a gesti e ad azioni. Nelle prime sce-
ne di Giselle la porta della capanna si apre “misteriosamente”38, Wilfrid saluta
“rispettosamente”39 Albert, che a sua volta bussa “dolcemente”40 alla porta di
Giselle. Nel secondo atto Albert si avvicina a Giselle trasformata in villi “con
lentezza e precauzione, come un bambino che vuole catturare una farfalla
28
H. Laplace-Claverie, Ecrire pour la danse, ou De l’écriture des livrets de ballet, in Ecrire la
danse, a cura di A. Montadon, Clermont Ferrand, Presses Universitaires Blaise Pascal, 1999, p.
183.
29
Giselle mette a dura prova la propria cagionevole salute perché ama sopra ogni cosa danza-
re, come dimostra durante il festoso momento della vendemmia (T. Gautier, Giselle, in Théâ-
tre. Mystère, comédies et ballets, Paris, Charpentier, 1872, atto I, scena VI. D’ora in poi tutti i
riferimenti relativi al libretto verranno tratti da questo volume), e in seguito farà parte della
crudele schiera delle villi danzanti (Giselle, atto II, scena V).
30
Giselle, atto I, scena V, p. 338.
31
Giselle, atto I, scena III, p. 351.
32
Giselle, atto II, scena XII, p. 359.
33
Ivi, pp. 360-361.
34
Giselle, atto I, scena V, p. 338.
35
Giselle, atto I, scena VI.
36
Giselle, atto II, scena IV, p. 352.
37
Giselle, atto II, scena IV, p. 352.
38
Giselle, atto I, scena II, p. 336.
39
Giselle, atto I, scena III, p. 336.
40
Giselle, atto I, scena IV, p. 337.
17
posata su un fiore”41, mentre lei gli sfugge attraversando l’aria “come una co-
lomba timorosa […], come un vapore leggero […], impalpabile come una
nuvola”42 o muovendosi con “l’ardore più grazioso e strano”43.
Una volta definiti libretto e partitura, per quanto riadattabili in corso
d’opera alle esigenze della scena, e messi in cantiere scenografie e costumi,
subentra la delicata fase della creazione coreografica, che si svolge nel foyer
o sul palco con l’accompagnamento di un violinista répétiteur, pronto a ripe-
tere i brani musicali eventualmente richiesti. Il maître de ballet ne è protago-
nista solo fino a un certo punto. Anche se la danza è secondo alcuni “un’arte
che, malgrado la sua apparente frivolezza, ha regole severe”44 e “la coreogra-
fia, se praticata con serietà, è in grado di ottenere ammirevoli effetti”45, le teo-
rie intorno alle doti che il coreografo deve possedere46, già sviluppate nel se-
colo precedente da Jean Georges Noverre47, vengono infatti considerate co-
me segnate da “un po’ di pretese”48. Il termine “autore”, poi, è di norma uti-
lizzato per lo scrittore del libretto, non per chi viene in sostanza valutato alla
stregua di un artigiano -più che di un artista- capace di mettere in opera e
combinare dei passi e di coordinare le masse dei danzatori per mettere in
danza le idee altrui. Il ruolo scarsamente rilevante del coreografo è inoltre
testimoniato dall’autonomia esecutiva e creativa dei ballerini di fama. Il soli-
sta, infatti, non solo può influenzare le indicazioni del librettista, ma spesso
crea personalmente i brani da interpretare o apporta modifiche anche con-
siderevoli alle coreografie ideate da altri49: evidentemente può permettersi di
farlo proprio perché la coscienza della paternità dell’opera contempla solo
di sfuggita il coreografo.
Il coreografo è costretto a muoversi secondo modalità rigidamente fissate
nelle relazioni con l’istituzione e con i colleghi, ma anche nell’utilizzo del
linguaggio che gli appartiene. La tecnica di movimento, normalmente tra-
41
Giselle, atto II, scena IX, p. 355.
42
Ivi, p. 356.
43
Giselle, atto II, scena XII, p. 360.
44
T. Gautier, “La Presse”, 30 luglio 1846, ora in Ecrits sur la danse, cit., p. 195.
45
T. Gautier, “Le Moniteur universel”, 18 luglio 1864, ora in Ecrits sur la danse, cit., p. 311.
46
Secondo Gautier un buon coreografo dovrebbe essere al tempo stesso “poeta, pittore, mu-
sicista e istruttore di reclute” (“La Presse”, 13 giugno 1854, ora in Ecrits sur la danse, cit., p.
281).
47
Secondo Noverre il degno maître de ballet deve conoscere la propria arte e la geometria, es-
sere in grado di superare le difficoltà, possedere il genio del poeta e quello del pittore, essere
sostenuto da ingegno, immaginazione e gusto (cfr. in particolare J. G. Noverre, Lettres sur la
danse et sur les ballets, Stuttgart, chez Aimé Delaroche, 1760, trad. it. e cura di A. Testa, Lette-
re sulla danza, Roma, Di Giacomo, 1980, pp. 34-35).
48
A. Pougin, voce “maître de ballet”, in Dictionnaire historique et pittoresque du théâtre et des
arts qui s’y rattachent: poétique, musique, danse, pantomime, décor, costume, machinerie, acro-
batisme, Paris, Librairie de Firmin-Didot, 1885, p. 492.
49
Gautier deplora questa abitudine che spinge sia Adeline Plunkett, al debutto in quella parte,
sia Carlotta Grisi, per cui era stato creato il ruolo, a eliminare l’orientale pas de l’abeille del bal-
letto La Péri (1843) in favore di una spagnoleggiante cachucha, anche se, evidentemente, “una
Péri con delle nacchere e che danza una cachucha è un’idea che la nostra immaginazione non
ha previsto: occorre che un balletto abbia un po’ di verosimiglianza almeno per gli occhi, se
non per lo spirito!” (“La Presse”, 31 marzo 1845, ora in Ecrits sur la danse, cit., p. 182).
18
mandata da maestro ad allievo attraverso l’oralità e l’esempio nonché attra-
verso manuali redatti da danzatori e coreografi esperti che si propongono di
divulgare un saper-fare acquisito sul campo, perviene proprio nella prima
metà dell’Ottocento a una capacità normativa inusuale e duratura 50. Il corpo
danzante diventa così non solo strumento attivo di una pratica creatrice, ma
anche oggetto di un approfondito studio teorico che esprime, astrae, codifi-
ca e impone una certa visione del corpo stesso 51. La manualistica tende a
proporsi come un’accurata e granitica fonte di norme relative alla grammati-
ca, alla sintassi e allo stile, dando indicazioni precise su pose, passi ed esteti-
ca, ma spingendosi davvero di rado a cenni relativi alla composizione core-
ografica, se si eccettua la descrizione di esemplari frasi di movimento. Eppu-
re, nella pratica si fissano ora delle vere e proprie “formule coreografiche”
tanto ineludibili da rimanere alla base di tutta l’evoluzione del balletto al-
meno fino ai capolavori creati da Marius Petipa e Lev Ivanov a fine secolo: la
presenza di danze popolari, la disposizione dei gruppi ispirata a quella pro-
pria della pittura e della scultura, la definizione dello stile noble, i Leitmotiv
orchestici, l’articolazione del balletto in pas seul, pas de deux, divertissement,
danza del corpo di ballo, scene mimiche indipendenti dalla musica, scene
mimiche sulla musica 52. Proprio Perrot riesce a ideare in seno alla tecnica
accademica innovazioni e arricchimenti che impiega anche in Giselle: il pas
d’action aggiunge ai tradizionali numeri danzati, per lo più non connessi
all’azione, un’ampia sezione completamente danzata e al tempo stesso bene
inserita nel contesto delineato dal libretto; i salti prodigiosi, i voli, i muta-
menti repentini di dinamica contribuiscono a costruire il grand spectacle,
che abbaglia e meraviglia il pubblico sommandosi agli effetti di luce, ai
cambiamenti di scena e alle macchinerie; il corpo di ballo non rimane
nell’anonimato di una colorata e animata cornice per i solisti, ma gli inter-
preti di pas de cinq e pas de six si distaccano dal gruppo per mettersi in luce e
venire poi riassorbiti nel gruppo stesso. Segni distintivi del balletto, come gli
arabesque fluttuanti e scivolati, le braccia incrociate sul petto o morbidamen-
te allungate quasi in un respiro, utilizzano, sviluppandola, una lingua codi-
ficata ma non immutabile.
A breve distanza dal debutto parigino del 1841, Giselle trionfa in Europa e
negli Stati Uniti: viene rappresentata a Londra, Bruxelles, Vienna e San Pie-
50
Tra i principali manuali dell’epoca, sono da ricordare C. Blasis, Manuel complet de la danse
(1830); A. Bournonville, Etudes chorégraphiques (1848, 1855, 1861); A. Saint-Léon, La Sténocho-
régraphie (1852); G. L. Adice, Théorie de la gymnastique de la danse théatrale (1859). Per una
riflessione su Blasis e per una lettura commentata del suo Traité élémentaire (1820), che per la
prima volta sistematizza la tecnica classica come la conosciamo oggi, cfr. il volume a cura di F.
Pappacena, Il trattato di danza di Carlo Blasis, 1820-1830, Lucca, LIM, 2005. Degli Etudes cho-
régraphiques di Bournonville è stata pubblicata un’edizione sapientemente curata e commen-
tata da K. A. Jürgensen e F. Falcone (Lucca, LIM, 2005), mentre La Sténochorégraphie di Saint-
Léon è stata parzialmente edita a cura di F. Pappacena (Lucca, LIM, 2006).
51
Cfr. E. Cervellati, Madrigale panteista. Poetica e ideologia del corpo danzante negli scritti di
Théophile Gautier, in “Teatro e Storia”, n. 27, 2006, pp. 221-242.
52
Cfr. G. Tani, voce “coreografia”, in Enciclopedia dello spettacolo, Roma, Le Maschere, 1956,
vol. III.
19
troburgo (1842), Berlino e Milano 53 (1843), Boston e New York (1846). La in-
terpretano, oltre alla creatrice del ruolo, le acclamate Fanny Cerrito e Fanny
Elssler, ma pure numerose ballerine di secondo piano. A Parigi è presente
con successo fino al 13 aprile 1853, data dopo la quale le repliche vengono
interrotte fino a quando, nel 1863, la russa Marfa Muravieva debutta nella
nuova versione basata sull’adattamento fatto nel 1856 da Jules Perrot a San
Pietroburgo e là da lei stessa interpretato. Alcuni commentatori colgono
l’importanza storica della ripresa di un balletto già percepito come una pie-
tra miliare 54, che a Parigi verrà replicato fino al 1868, per poi rientrarvi sol-
tanto all’inizio del Novecento, con i Ballets Russes.
La Giselle del 1841 è ben diversa dalla Giselle che debutta alla Scala di Mi-
lano il 17 gennaio 1843: l’interpretazione della appassionata e poco téchni-
cienne Fanny Cerrito nel ruolo principale, la musica di Giovanni Bajetti e gli
atti che da due passano a tre ne fanno probabilmente un altro spettacolo, an-
che perché le stesse coreografie sono dichiaratamente di un altro autore,
Antonio Cortesi. Ma certamente la Giselle del 1841 è anche ben diversa
dall’omonimo balletto creato nel 1884 da Marius Petipa al Teatro Marijnskij
di San Pietroburgo, a più di quaranta anni dal debutto dell’originale. Fratello
di Lucien Petipa, il primo interprete del ruolo di Albert, Marius aveva assi-
stito al debutto parigino, annotando una descrizione della coreografia, e, sul
finire del secolo dà al balletto la forma che ancora oggi conosciamo.
Petipa mette mano per la prima volta a Giselle nel 1884, basandosi sulla
versione inserita nel repertorio dei Teatri Imperiali a partire dal 1847 grazie a
Jules Perrot55, e mostrando “un approccio creativo alla conservazione degli
spettacoli del passato. La mano di Petipa ha quindi sfiorato la Giselle di Per-
rot e Coralli, ed è a lui che il teatro di danza russo e mondiale deve la conser-
vazione di questo balletto romantico, unico nel proprio genere”56.
L’approccio che il coreografo più apprezzato e potente dei Teatri imperiali
sceglie nei confronti di un capolavoro appartenente al passato, ma al con-
tempo mantenuto in vita da una tradizione solidamente instaurata, conserva
la delicatezza e il rispetto di chi è serenamente integrato in un sistema artisti-
co e produttivo che si fonda in larga parte proprio sulla riproposizione di
opere percepite come esemplari. Tuttavia non manca il colpo d’ala del co-
reografo capace di muoversi in un mondo in cui una lingua antica viene par-
lata e quindi ripensata da corpi necessariamente contemporanei. Secondo
Marie Rambert, infatti, “se Petipa ha conservato larga parte della coreografia
53
In Italia Giselle viene rappresentato per la prima volta il 26 dicembre 1842 al Teatro Regio di
Torino, con Nathalie Fitzjames e Arthur Saint-Léon nei ruoli principali.
54
J. Ruelle, “Messager des Téâtres et des Arts”, 10 maggio 1863.
55
Giselle viene rappresentato per la prima volta a San Pietroburgo nel 1842, in una versione
ricreata dal maître de ballet Titus, che aveva assistito alle repliche parigine. Jules Perrot è il co-
reografo della versione riproposta nel 1847 e nel 1856, quindi modificata da Marius Petipa a
più riprese (nel 1884, nel 1887 e nel 1889). Nel frattempo, diverse ballerine già interpreti di Gi-
selle in Francia danzano il ruolo principale sul palcoscenico dei Teatri Imperiali: Lucile Grahn
(1843), Fanny Elssler (1848), Carlotta Grisi (1850).
56
Y. Grigorovitch, Les leçons d’un maître de ballet, (1971), in M. Petipa, Mémoires, a cura di G.
Ackerman e P. Lorrain, Arles, Actes Sud, 1990, p. 119.
20
iniziale di Giselle nella propria versione russa, il passaggio del secondo atto,
in cui le linee delle villi attraversano la scena in un semplice arabesque, è sta-
to interamente composto da lui”57. Uno dei segni forti di Giselle, che travali-
cano l’aneddoto per risuonare nella potenza evocativa del gesto solo in ap-
parenza insignificante, sgorga quindi dalla capacità di slittare dalla piana ri-
produzione alla ri-creazione intrisa di originalità58: Petipa “non ha lasciato
solo dei balletti rinnovati, ma ha rivestito la loro immortale grandezza con
forme contemporanee”59, connotate da una ritmicità e da una geometricità
in se stesse espressive e cariche di senso, attraverso la trasparenza di una tec-
nica di movimento che, se ben impiegata, può concretarsi in una “forma che
mira all’infinito” nel suo richiamare la struttura del cristallo 60.
Se Petipa ha lasciato numerosi dossier di documenti (illustrazioni, descri-
zioni di luoghi, schizzi di gruppi di danzatori) che attestano le modalità con
cui si avvicinava a una nuova creazione, manca purtroppo quello relativo a
Giselle61. Nelle sue Mémoires62 ama riportare aneddoti relativi alla vita di
viaggi, indigenza e fatiche dei primi anni del proprio percorso artistico,
mentre si limita a scarne osservazioni sul lavoro di scrittura del libretto e di
ricerca di immagini pittoriche ispiratrici che precede la costruzione delle
coreografie e non descrive mai esplicitamente il proprio processo creativo, a
parte qualche annotazione sulle danze popolari che ama riprodurre con or-
goglio filologico 63, sulla difficoltà di ideare variazioni davvero originali64 o
sulla propria abitudine a tradurre immagini mentali sulla carta prima che nei
corpi dei danzatori65. Dedica tuttavia una certa attenzione a considerazioni
che mostrano come, comunque, si attenga alle modalità di composizione
abituali in un grande teatro d’opera, impostate sul percorso tracciato da li-
bretto, scenografia e musica. Osserva infatti che
57
M. Rambert, Une adage tout simple, (1971), in M. Petipa, Mémoires, cit., pp. 140-141.
58
Sulla distinzione tra revival, ricostruzione e ri-creazione, cfr. H. Thomas, Reconstruction and
Dance as Embodied Textual Practice, in Rethinking Dance History. A Reader, a cura di A. Car-
ter, London, Routledge, 2004, pp. 32-45. È inoltre da citare come testo di riferimento
sull’argomento Preservation Politics. Dance Revived, Reconstructed, Remade, a cura di S. Jor-
dan, London, Dance Books, 2000, oltre a, in italiano, Recupero, ricostruzione, conservazione del
patrimonio coreutico italiano del XIX secolo. Atti del convegno. 10 dicembre 1999, Roma, Consi-
glio Nazionale delle ricerche, 2000.
59
T. Karsavina, cit. in O. Petrov, Russian Ballet and its Place in Russian Artistic Culture of the
Second Half of the Nineteenth Century: the Age of Petipa, “Dance Chronicle”, vol. 15, n. 1,
1992, p. 53.
60
C. Lo Iacono, Il cristallo e l’hybris. Forsythe da Love Songs ad Artifact, in Forsythe ieri oggi
domani, Reggio Emilia, Edizioni del Teatro Municipale Valli di Reggio Emilia, 2005, p. 36.
61
I. Sloimski, L’ère Petipa, in Giselle, numero monografico di “L’Avant-scène Ballet/Danse”,
cit., p. 95.
62
M. Petipa, Mémoires (1904), Paris, Actes Sud, 1990.
63
Ivi, p. 62.
64
Ivi, pp. 70-71.
65
S.a., Soixante ans d’activité scénique, intervista a M. Petipa, “La Gazette de Saint-
Pétersbourg”, 2 maggio 1907, ora in M. Petipa, Mémoires, cit., p. 84.
21
naggio separatamente. Dal momento in cui la trama è pronta e ogni elemento è
al proprio posto, bisogna inventare e comporre le danze, i passi e le variazioni
in accordo con la musica66.
All’inizio del lavoro in sala prove faceva eseguire tutta la partitura e, dopo
alcuni momenti di riflessione, la faceva suonare nuovamente, ma suddivisa
in brevi brani, mentre
componeva la danza nella propria testa, gesticolando e muovendo le sopracci-
glia. Componeva la danza progressivamente, dividendo la musica in frammenti
di otto tempi ciascuno. Spiegava ai danzatori le proprie idee con le parole, più
che con i gesti. Quando la struttura della danza diventava perfettamente chiara,
il danzatore eseguiva l’intera composizione e Petipa lo osservava e lo corregge-
va modificando determinati movimenti. Alla fine aveva l’abitudine di dire: ‘E
ora, come si deve’. Ciò significava che questa volta il danzatore doveva eseguire
la variazione definitiva68.
66
Ivi, p. 55.
67
N. Legat, A la mémoire d’un grand maître (1932), ora in M. Petipa, Mémoires, cit., p. 94 (tra-
duzione francese di un estratto dell’originale The Story of Russian School, London, 1932).
68
Ibidem.
69
V. Petipa, Notre famille, manoscritto s.d., ora in M. Petipa, Mémoires, cit., pp. 101-102.
22
L’ascolto e l’analisi della musica, il figurarsi i ruoli principali e quindi
quelli di minore rilievo, i moti involontari del viso e del corpo dell’artista
che pensa il movimento, la riflessione a tavolino e in sala prove, l’utilizzo
della parola e del gesto per comunicare il proprio pensiero, non svelano il
mistero del lavoro creativo del coreografo, il suo muoversi in un ambito che
difficilmente, in quest’epoca, viene colto con consapevolezza. In effetti “si è
versato molto inchiostro per spiegare in cosa consista il ‘sistema’ di Petipa,
ma la maggior parte di questi scritti non spiega nulla. Si può riassumere tutto
il suo sistema con delle parole davvero semplici: ‘Aspira alla bellezza, alla
grazia e alla semplicità e non riconoscere nessun’altra legge!’”70. Lo stesso Pe-
tipa, d’altra parte, non intende certo offrire elementi chiarificatori se ritiene
scontato non avere allievi poiché “non si può insegnare la composizione
delle danze. È una questione di creazione, come per la pittura. [...] Come
comunicare a qualcuno ciò che mi viene per ispirazione e non su ordina-
zione?”71.
La Giselle di Petipa è alla base della versione che nel 1910 viene presentata
a Parigi dai Ballets Russes. Aleksander Benois, il quale nel 1885 aveva assisti-
to a una delle repliche pietroburghesi, sollecita l’inserimento del balletto nel
programma della seconda stagione dei Ballets Russes nella capitale france-
se72, cosa che avviene, nonostante le esitazioni di Sergej Djagilev. Decorata
dalle scene e dai costumi dello stesso Benois, la coreografia creata da Petipa
a partire da Coralli e attraverso Perrot73 viene rivista da Michail Fokin e in-
terpretata da Tamara Karsavina e Vaclav Nižinskij 74. Il balletto si limita a su-
scitare “un successo di stima”75, percepito forse come troppo tradizionale
per una compagnia che entusiasma anche perché portatrice di un’estetica
rivoluzionaria, profumata di un sorprendente esotismo: “Per molti abbonati
la ripresa di questo capolavoro non era che una ripresa del repertorio acca-
demico. Alcuni credettero persino che le scene e i costumi di Benois fossero
i residui di una polverosa realizzazione di Giselle scovata nei depositi
dell’Opéra”76. In effetti Fokin, autore profondamente innovativo, compone
alcuni brani originali77, ma nel complesso si mantiene fedele a un capolavo-
ro ormai assimilato a tal punto dalla tradizione russa da esserne divenuto
uno dei simboli più rappresentativi, un “testo sacro”78. Le prove vengono
70
N. Legat, A la mémoire d’un grand maître, cit., ora in M. Petipa, Mémoires, cit., p. 95.
71
S.a., Soixante ans d’activité scénique, intervista a M. Petipa, cit., ora in M. Petipa, Mémoires,
cit., p. 84.
72
A. Schouvaloff, The Art of Ballets Russes, New Haven-London, Yale University Press, 1997,
p. 133.
73
Anche oggi le versioni di Giselle che si propongono come filologiche dichiarano la triade
Coralli-Perrot-Petipa come autrice delle coreografie.
74
La stessa versione viene presentata anche al Royal Opera Covent Garden di Londra
nell’ottobre 1911.
75
B. Kochno, Le ballet, Paris, Librairie Hachette, 1954, p. 164.
76
Ivi, p. 165.
77
S. Jouhet, Le retour de Giselle, in Giselle, numero monografico di “L’Avant-scène Bal-
let/Danse”, cit., p. 101.
78
B. Kochno, Le ballet, cit., p. 165.
23
portate avanti con fatica, tra lacrime e incomprensioni79, da due artisti di
prima grandezza, ciascuno fermo nella propria idea di un ruolo appreso e
sedimentatosi durante gli anni trascorsi presso la Scuola di danza dei Balletti
Imperiali di San Pietroburgo 80: la funzione del coreografo, seppure di genio,
scolora dietro alla imponenza di una tradizione interpretativa troppo forte
per essere ripensata fino in fondo: “Giselle fu l’occasione di un grande suc-
cesso per gli interpreti principali, ma nulla di più”81.
È forse possibile affermare che, oggi, “l’immaginario dell’artista è profon-
damente posseduto dal fantasma dell’innata irresponsabilità dell’atto creati-
vo e l’artista è assillato dal sospetto di non essere, a propria insaputa, che lo
strumento del potere imprevedibile e contingente della Natura alla quale e-
gli stesso appartiene e che ‘lavora’ in lui”82. La forma continuamente ripensa-
ta e ricostruita dall’autore contemporaneo come autenticamente propria a-
pre a una composizione volutamente magmatica, mutevole e improvvisa. Il
coreografo dell’Ottocento ricava il proprio percorso autoriale all’interno di
una pratica e di una lingua normalizzate che, se possono arrivare a costrin-
gere una creatività in tal modo deprivata di vie di autorealizzazione, sono a
volte una preziosa materia che pare nutrire e far risuonare un pensare e un
fare artistico i cui segreti diventano conoscibili attraverso la razionalità della
parola strutturata83.
79
Cfr. T. Karsavina, Ballets russes, Paris, Librairie Plon, 1931, pp. 242-243; B. Nijinska, Early
memoirs, Durham-London, Duke Universtity Press, 1992, pp. 298-299; B. Kochno, Le ballet,
cit., p. 165.
80
Karsavina aveva appreso il ruolo di Giselle da Evgeniia Sokolova, già prima ballerina e quindi
docente presso la Scuola dei Balletti Imperiali. Nel 1909 Nižinskij lavora il ruolo di Albert con
Anna Pavlova, altra allieva di Sokolova, che interpretava Giselle dal 1903, anche se la coppia
non danzerà mai il balletto in teatro in quanto, secondo Bronislava Nijinska, Pavlova non in-
tendeva dividere con Nižinskij le ovazioni del pubblico (B. Nijinska, Early memoirs, cit., pp.
282-283).
81
T. Karsavina, Ballets russes, cit., p. 243.
82
M. Bernard, De la création chorégraphique, [Paris], Centre national de la danse, 2001, p. 195.
83
Secondo Oleg Petrov danza classica e poesia sono accomunate proprio dalla loro capacità
di rendere comprensibili i “segreti dell’irrazionalità” grazie alla razionalità della lingua che cia-
scuna di esse utilizza (O. Petrov, Russian Ballet and its Place in Russian Artistic Culture, cit., pp.
54-55).
24
Lynn Garafola
CREARE LE DANZE:
PROCESSO E PRATICA NEI BALLETS RUSSES DI DJAGILEV
L’idea del processo, così come molti altri aspetti della pratica coreografi-
ca, è stata modificata radicalmente agli inizi del XX secolo dai Ballets Russes
di Djagilev. Si potrebbe finanche affermare che i Ballets Russes abbiano in-
ventato l’idea stessa di processo coreografico, attraverso i loro rapidi cam-
biamenti di profilo artistico e il frequente variare del personale creativo.
Molto tempo prima del loro avvento, diversi coreografi avevano redatto trat-
tati che enunciavano il valore della danza o di un particolare insieme di
principi estetici e che, talvolta, annotavano persino la coreografia delle loro
danze o esponevano i principi strutturali di un particolare genere di balletto.
Tuttavia, in pochi si erano espressi su quanto avveniva quando il coreografo
(e più raramente la coreografa) entrava in sala e iniziava a “fissare” o “insce-
nare” la danza. In pochi, avevano parlato delle scelte compiute e delle moti-
vazioni soggiacenti, nonostante, di scelte, ne venissero fatte di continuo. In
altri termini, i predecessori dei Ballets Russes avevano affrontato il processo
creativo in maniera trasparente, occupandosi della costruzione della danza
senza intravedere, però, alcuna ragione di spiegarla. Diversamente, le prin-
cipali figure associate all’impresa di Djagilev – Michel Fokine (1880-1942),
Vaslaw Nijinsky (1889-1950), Léonide Massine (1895-1979), Bronislava Ni-
jinska (1891-1972) e George Balanchine (1904-1983)1 – intesero il processo di
costruzione della danza in maniera riflessiva: in scritti e interviste delucida-
rono i loro obiettivi e descrissero il loro funzionamento, enfatizzando
l’unicità del loro approccio all’interno di una cornice di soluzioni contra-
stanti e in rapido cambiamento. Per questo gruppo di coreografi la danza fu
innanzitutto un’arte creativa, un tuffo in una visione personale che rompeva
con convenzioni fossilizzate, pur trattenendo selettivamente l’eredità del
passato.
La nuova enfasi sulla soggettività rifletteva lo stesso credo di Djagilev, e-
sposto in una serie di saggi “polemici” pubblicati nel “Mir iskusstvo” (Il
Mondo dell’Arte) nei tardi anni Novanta dell’Ottocento. In questa sede, nel-
la rivista d’arte da lui fondata nel 1989 quale piattaforma delle nuove tenden-
ze soprattutto delle arti visive, affermò che “il valore e il significato di un la-
voro artistico” consistevano nella sua espressione della “personalità
dell’artista”2. Replicando al primo di un’ampia schiera di critici che gli con-
1
Sebbene fossero nati e si fossero formati in Russia, trascorsero la maggior parte della loro car-
riera da coreografi in Occidente; ho pertanto utilizzato i nomi qui da loro adottati e con i
quali vi sono conosciuti, piuttosto che gli originali russi: Michail Fokin, Vaclav Nižinskij, Leo-
nid Mjassin, Bronislava Nižinskaja e Georgij Balančivadze.
2
S. Diaghilev, Principles of Art Criticism, trad. inglese di O. Stevens, a cura di J. Acocella, in The
Ballets Russes and Its World, a cura di L. Garafola – N. Van Norman Baer, New Haven, Yale
University Press, 1999, pp. 89-90.
25
testavano “una fascinazione cieca per il nuovo”, affermò che, lungi dal rifiu-
tare la storia, assieme ai suoi compagni miriskusstniki (quali i futuri disegna-
tori dei Ballets Russes, Léon Bakst e Alexandre Benois), si era immerso nello
studio di “epoche passate, usando per Shakespeare lo stesso parametro […]
impiegato per Wagner e Böcklin il giorno prima […]. Abbiamo rigettato una
qualsivoglia indicazione che l’arte non possa essere indipendente e abbiamo
posto l’uomo stesso, in quanto unico essere libero, al punto di origine […] la
natura, l’immaginazione, la verità, il contenuto, la forma, lo stile, il naziona-
lismo, tutti questi elementi dovevano essere esaminati attraverso il prisma
della personalità”3.
I saggi polemici non fanno alcun riferimento al balletto, ma anticipano di
soli pochi mesi l’accostamento iniziale di Djagilev al teatro professionale.
Nel 1899, il principe Sergei Volkonskij, il giovane, appena designato Diretto-
re dei Teatri Imperiali, nominò Djagilev Assistente Speciale e, per la prima
volta, questi mise piede dietro le quinte, passando dal ruolo di spettatore a
quello di aspirante produttore. Di lì a poco ricevette il suo primo impiego:
produrre il balletto Sylvia. Diverse ragioni rendono questo incarico signifi-
cativo: nonostante il balletto fosse già stato rappresentato una prima volta
all’Opéra di Parigi nel 1876, non era mai stato prodotto in Russia 4; aveva una
partitura ispirata di Léo Delibes e doveva inoltre servire da produzione
“modello”, essere “un memoriale supremo” al compositore “venerato” dal
circolo di Djagilev5. Volkonskij promise a Djagilev mano libera nella scelta
del personale artistico, permettendogli persino di commissionare scene e
costumi ad artisti non associati ai Teatri Imperiali. Si puntò sui giovani e su
un metodo di lavoro collaborativo: Sergei e Nikolai Legat furono scelti per
coreografare quello che sarebbe stato il loro primo balletto, di cui Olga
Préobrajenska sarebbe stata la protagonista. Contemporaneamente, come
rievocò in seguito Benois, nell’appartamento di Djagilev, “l’intero staff edito-
riale” del “Mir iskusstvo” abbozzava i disegni6. Con Djagilev nel ruolo di in-
termediario tra creativi e gestione del teatro, non restavano che i danzatori
sotto l’autorità imperiale. Per svariate ragioni, la “squadra” di Djagilev fu pe-
rò rimossa dalla produzione prima del debutto7. (E, dunque, la Sylvia che fu
inscenata nel 1901 ebbe la coreografia di Lev Ivanov e di Pavel Gerdt e decori
3
Ivi, p. 90.
4
Come messo in luce da John Wiley nella sua biografia di Lev Ivanov, diverse ballerine italiane
aveva eseguito il balletto, sebbene solo degli estratti, con compagnie di giro negli anni Ottanta
e Novanta dell’Ottocento (J. Wiley, The Life and Ballets of Lev Ivanov, Oxford, Oxford
University Press, 1997, p. 206).
5
A. Benois, Reminiscences of the Russian Ballet, trad. inglese di Mary Britnieva, London, Put-
nam, 1941, pp. 210-211.
6
Ivi, pp. 211-212.
7
Per i resoconti di questo incidente, vedi A. Benois, Reminiscences, cit., pp. 212-218; S. Lifar,
Sergei Diaghilev: His Life, His Work, His Legend: An Intimate Biography (1940), New York, Da
Capo, 1976, pp. 94-98; J. Bowlt, The Silver Age: Russian Art of the Early Twentieth Century and
the “World of Art” Group, Newtonville (Ma.), Oriental Research Partners, 1979, p. 160; Prince
S. Wolkonsky, My Reminiscences, trad. inglese di A. E. Chamot, London, Hutchinson, 1925,
vol. II, pp. 71-77.
26
che un critico liquidò come “vecchi” e “consunti”8.) Eppure, nell’enfasi sulla
collaborazione, nell’uso di artisti “veri”, piuttosto che di pittori di scena, e di
compositori “veri”, piuttosto che di specialisti del balletto, nonché nel tenta-
tivo di proteggere il processo creativo da preoccupazioni di carattere buro-
cratico, l’irrealizzata Sylvia di Djagilev anticipò gli elementi chiave della
prassi dei futuri Ballets Russes.
Sebbene Djagilev non ignorasse totalmente il repertorio russo del tardo
XIX secolo – fra le riproposizioni del Ballets Russes, ci furono Giselle, ver-
sioni ridotte de Il lago dei Cigni e La bella addormentata (rinominata The
Sleeping Princess 9) – ne rigettava le premesse formali e ideologiche. Djagilev
era arrivato a San Pietroburgo nel 1890, anno in cui il balletto russo aveva
raggiunto l’apice con La bella addormentata, di recente inscenata da Marius
Petipa. Sin dal 1847, Petipa aveva lavorato ai Teatri Imperiali, dominandoli
da solo come maître en chef fino al 1869. I suoi balletti attingevano da svaria-
te risorse, quali: l’eredità estetica del romanticismo, identificata soprattutto
con il coreografo Jules Perrot (con cui Petipa aveva lavorato nei suoi primi
anni a San Pietroburgo); la tendenza post-romantica verso danze spettacola-
ri e in stile divertissement, rappresentate da Joseph Mazilier e Arthur Saint-
Léon (con cui Petipa aveva anche lavorato in Russia); il virtuosismo della
tecnica italiana, esemplificato da ballerine italiane in visita negli anni Ottanta
e Novanta e da Enrico Cecchetti, designato maître en second nel 1887 e maître
alla scuola dei Teatri Imperiali nel 189210. Da ultimo ma non da meno, il la-
voro di Petipa degli anni Novanta esprimeva quella sintesi ideologica che ri-
definì la nozione di classicismo. Sotto l’egida del principe Ivan Vsevoložskij,
direttore dei Teatri Imperiali dal 1881 al 1899, il “classicismo” finì per deno-
tare un’arte fuori dal tempo, non macchiata dal nazionalismo, nè intaccata
dal cambiamento, eccetto per questioni “sicure” e neutre dal punto di vista
ideologico come la messa in scena, la tecnica e il personale. Al tempo stesso,
essa incarnava idee politiche quali la gerarchia, l’aristocrazia e l’oppressività,
identificate con lo stato dei Romanov del tardo XIX secolo.
I “grandi balletti” che Djagilev vide negli anni Novanta e ai primi del ‘900 si
dispiegavano nel corso di un’intera serata. Composti di tre o quattro atti e
8
Citato in J. Wiley, Life and Ballets of Lev Ivanov, cit., p. 209.
9
I Ballets Russes inscenarono Giselle nel 1910, The Sleeping Princess nel 1921 e versioni de Il
lago dei Cigni nel 1911, 1923 e 1929. Sebbene Giselle fosse stata rappresentata la prima volta in
Francia, alla fine degli anni Sessanta dell’Ottocento uscì dal repertorio e il balletto sopravvisse
solo in Russia.
10
Petipa rimise in scena diverse opere di Jules Perrot, inclusi Faust (1867), Caterina, ou la Fille
du bandit (1870), The Naiad and the Fisherman (1874) e Esmeralda (1886). Rimise in scena e
rielaborò in maniera consistente Paquita di Mazilier (1847, 1881), Le Corsaire (1863, 1868, 1885)
e tre importanti balletti di Saint-Léon: La Vivandière (1881), Pâquerette (1882) e Coppélia
(1884). Giselle, rivista da Petipa nel 1884, si basava sulla versione messa in scena da Perrot a San
Pietroburgo nel 1850. Per una lista delle produzioni di Petipa in Russia, vedi The Diaries of Ma-
rius Petipa, trad. inglese e cura di L. Garafola, “Studies in Dance History”, vol. III, n. 1, prima-
vera 1992, pp. 80-94. Yuri Slonimsky discute dell’influenza di Perrot su Saint-Léon in Marius
Petipa, trad. inglese di A. Chujoy, “Dance Index”, vol. 6, nn. 5-6, maggio-giugno 1947, pp. 101-
106. Su Cecchetti, vedi G. Poesio, Enrico Cecchetti: The Influence of Tradition, in Dance History:
An Introduction, a cura di J. Adshead-Lansdale – J. Layson, London, Routledge, 1994, p. 124.
27
numerose scene, erano intrattenimenti grandiosi che presentavano storie su
programmi esclusivamente ballettistici, piuttosto che di opera e balletto as-
sieme, come avveniva comunemente in Francia e in Italia. Nella versione
russa, il grand ballet era in sostanza una forma totale, in cui musica, danza e
spettacolo visivo s’incontravano, senza necessariamente fondersi nella crea-
zione di un insieme più ampio. Dominava il libretto, che riassumeva
l’identità di un balletto e, invocando miti familiari o opere letterarie, lo an-
corava alla cultura del suo tempo. Nel XIX secolo, la musica, e specialmente
la coreografia, erano gli elementi più instabili della ricetta ballettistica: alle
volte le partiture cambiavano integralmente, ma di solito se ne aggiungevano
o sostituivano parti consistenti per adeguarsi ai cambiamenti coreografici,
che erano persino più frequenti di quelli musicali. La coreografia mutava,
infatti, con l’assunzione di un nuovo danzatore o per il debutto di una stella
in visita o anche con la ripresa di un lavoro, quando l’aggiunta di nuove dan-
ze o la revisione significativa di precedenti divenne uno strumento per ag-
giornare una produzione, per renderla cioè degna di essere rappresentata di
fronte ad una nuova generazione di spettatori, infondendo il vecchio nel
nuovo con il “profumo” di un’epoca. In altre parole, in un periodo in cui la
paternità dell’opera era confusa, ma incontestata, e il lavoro originario tra-
sformato in revisioni che ne prolungassero la vita, le questioni relative alla
conservazione e alla fedeltà di riproduzione non erano nemmeno oggetto di
considerazione.
Come i suoi pari dei teatri d’opera europei, Petipa lavorava entro i confini
di un’istituzione enorme e fortemente burocratizzata. Il lavoro creativo ri-
fletteva solo un aspetto della sua identità professionale. Adempiva a compiti
molteplici, dalla progettazione e coreografia di nuove opere, alle prove e ri-
prese di vecchie, alimentando il talento di più di 200 danzatori, supervisio-
nando la scuola annessa alla compagnia e coltivando i rapporti con influenti
ballettomani. Per quanto esercitasse un potere enorme, il suo potere non era
tuttavia assoluto; doveva rendere conto al direttore dei Teatri Imperiali, che
poteva avviare progetti e dare commissioni ad artisti persino con il suo di-
saccordo. Nonostante il Balletto Imperiale possa essere stato un gioiello del-
la corona russa, esso era, del resto, solo un’unità all’interno del complesso di
unità spettacolari interconnesse, ma indipendenti, che costituiva i Teatri
Imperiali. Il Teatro Mariinskij, che i danzatori di Petipa condividevano con i
cantanti e i musicisti dell’opera imperiale, includeva atelier di pittura scenica
e reparti guardaroba, così come un’armata di macchinisti, tecnici e altro per-
sonale di scena a supportarli. La gestione era gerarchica e bisognava essere
ricchi e di buona famiglia per servire ai ranghi più alti dell’amministrazione.
La lunga permanenza di Petipa rispecchiava la sua capacità di navigare le in-
sidie della burocrazia imperiale, cosa che Djagilev non volle o non riuscì a
fare.
Nel 1903 Djagilev aveva già dichiarato guerra ai Teatri Imperiali. Il rifiuto
di accettare la sconfitta sicuramente contribuì all’asprezza della critica che
mosse nei confronti dell’ultimo lavoro compiuto di Petipa, Lo specchio ma-
28
gico. Il balletto, una riproposizione di Biancaneve e i sette nani, che si com-
pone di ben quattro atti e sette scene, fu ampiamente percepito come un fal-
limento e definito persino dal suo autore un “fiasco” nelle pagine del suo
diario 11. In una lettera al direttore della “Peterburgskaya gazeta” (La gazzetta
di Pietroburgo), Djagilev fu assolutamente impietoso:
La colpa dell’insuccesso del balletto non dipende dai decori o persino dalla mu-
sica sfortunata e pesante […]. Risiede nella stessa impresa di produrre questo
balletto inutile, noioso, lungo, complicato e pretenzioso. Che coloro che ne
hanno ideato la produzione non pensino […] di essere al di sopra del pubblico,
“che non ha capito […] la loro impresa” […]. Tutto è adesso pienamente com-
prensibile e apprezzato secondo i suoi meriti, ovvero di spettacolo assoluta-
mente non artistico, non ballettistico e, soprattutto, infinitamente noioso12.
11
M. Petipa, 9-22 Febbraio 1903, Diaries, cit., p. 7.
12
S. Diaghilev, lettera al direttore, “Peterburskaya gazeta”, 1 gennaio 1904, in A Century of Rus-
sian Ballet: Documents and Eyewitness Accounts, 1810-1910, a cura di R. J. Wiley, Oxford, Cla-
rendon Press, 1990, pp. 420-421.
13
Per il libretto di Lo specchio magico, vedi R. J. Wiley (a cura di), A Century, cit., pp. 408-416.
29
Russia Imperiale uno scossone dal quale non si sarebbe più ripreso”14. Nei
suoi memoirs esacerbati da anni di esilio e di futilità creativa, Fokine le dedi-
cò diverse pagine ammirate, scrivendo che era stato “il più grande dono
dell’America all’arte della danza”, che “ci ricordò la bellezza dei movimenti
semplici”.
Duncan dimostrò che tutti i movimenti primitivi, semplici e naturali – un
semplice passo, o una corsa, un giro su entrambi i piedi, un piccolo salto su un
piede – sono molto meglio di tutta la ricchezza della tecnica ballettistica, se a
questa tecnica si sacrificano grazia, espressività e bellezza15.
Isadora Duncan gli diede il coraggio e la visione di una danza che sfidava
virtualmente ogni canone della prassi del Balletto Imperiale. Le sue danze
erano senza trama, non raccontavano storie ma evocavano umori ed emo-
zioni, e sembrava che sorgessero direttamente dalla musica: su un palco in-
corniciato da quinte, una donna vestita di una tunica – a piedi scalzi e senza
corsetto – danzava sola in composizioni da lei create.
Sebbene in seguito l’abbia negato, Fokine creò le sue prime danze sulla
scia dei primi concerti pietroburghesi della Duncan, intessendole dei suoi
tipici passi, eseguiti da corpi che ne riproponevano la caratteristica plasticità
di braccia e torso. Prese a cuore la sua lezione che “la bellezza e l’espressività
sono della massima importanza”, e la decantò persino in lavori che attinge-
vano da una molteplicità di stili nazionali16. “L’uomo può e deve essere e-
spressivo”, scrisse in una lettera del 1914 a “The Times”, spiegando il suo la-
voro ai lettori britannici: “il nuovo balletto […] passa dall’espressività del vi-
so all’espressività del corpo intero e dall’espressività del corpo singolo
all’espressività di un insieme di corpi e della danza congiunta di una folla”17.
A quel tempo, Fokine aveva già custodito gelosamente questo credo in una
ventina di opere, quali Chopiniana (1908), rinominata Les Sylphides da Dja-
gilev nel 1909, L’oiseau de feu (1910) e Petruška (1911), che rappresentano i
primi classici del balletto moderno.
I balletti di Fokine non sembravano solo differenti dai precedenti, ma de-
rivavano anche da pratiche compositive diverse. Con Fokine, l’idioma core-
ografico fu disgiunto dall’idioma tecnico della sala. In altre parole, sebbene
egli non abbia mai abiurato la danse d’école come allenamento di base del
danzatore e pratica quotidiana, pochi dei suoi lavori ne rivelavano la pre-
senza in maniera diretta. Usò raramente le punte e quasi sempre in balletti
con ambientazione romantica o pre-romantica, come Le Pavillion D’Armide
(1908), Les Sylphides e Carnaval (1910); in molti altri, con ambientazione e-
sotica o ellenica, come Cléopâtre (1908), Shéhérazade (1910), Sadko (1911) e
14
Citato in W. A. Propert, The Russian Ballet 1921-1929, prefazione di J.-E. Blanche, London,
Bodley Head, 1931, p. 88.
15
M. Fokine, Fokine: Memoirs of a Ballet Master a cura di A. Chujoy, Boston, Little Brown,
1961, p. 256.
16
Ibidem.
17
M. Fokine, lettera al direttore, “The Times”, 6 luglio 1914, p. 6.
30
Narcisse (1911), le punte scomparvero assieme all’altro emblema
dell’identità della ballerina, il tutù; i danzatori indossavano versioni idealiz-
zate di abiti etnografici, oltre a tuniche e sandali che suscitarono accuse di
“duncanismo”. Anche dal punto di vista stilistico, i suoi balletti differivano
l’uno dall’altro, aderendo alla “prima regola” della lettera del 1914, di “non
adottare combinazioni di passi di danza già pronti e stabiliti, ma di creare
ogni volta una nuova forma corrispondente all’argomento: la forma che e-
sprima al meglio il periodo e il carattere della nazione trattata”18. Queste
forme espressive aumentarono significativamente la rosa di movimenti, at-
tingendo in maniera selettiva da passi di danza classica e di carattere rivisita-
ti, da Fokine combinati in modalità inedite e arricchiti con movimenti “natu-
rali” e gesti carichi di significati quotidiani. Egli aggiunse movimenti che li-
beravano il torso e le braccia, drammatizzando la plasticità, l’espansione e il
respiro. Come Duncan, inoltre, le donne non portavano il corsetto. Lavorò
in collaborazione con i solisti, abbozzando i movimenti in maniera quasi
improvvisata e poi aspettandosi da loro che ne definissero i dettagli, impre-
gnandoli della sensibilità individuale. Il risultato fu la liberazione della co-
reografia ballettistica dalla tirannia del passo e dalla costrizione della tecni-
ca, la creazione di lavori di un’accresciuta espressività fisica che “instilla[va]
il sentimento nel pubblico”19.
Anche il trattamento della musica da parte di Fokine era in debito con I-
sadora Duncan. Come lei, Fokine coreografò esclusivamente sul repertorio
concertistico e utilizzò la musica per evocare atmosfere, intensificare emo-
zioni, infondere la soggettività nell’opera danzata. Così come aveva liberato
il movimento coreografico dalla “classe”, egualmente liberò
l’accompagnamento musicale dalle strozzature della “musica di balletto” del
XIX secolo. Staccando la sequenza di movimento da quella musicale, tra-
sformò la convenzionale struttura di assoli, duetti e di danze di insieme, isti-
tuita da Petipa e rispecchiata dalle partiture persino dei migliori compositori
specializzati, e stabilì invece una relazione più vaga tra musica e danza, ba-
sata su ritmo, suono, umore ed espressività. Sebbene i suoi gusti musicali
fossero, come quelli di Isadora Duncan, fondamentalmente conservatori,
egli accettava, almeno in linea di principio, “musica di ogni tipo, purché
buona ed espressiva” e intendeva la relazione tra coreografo e compositore
come “di completa eguaglianza”, insistendo inoltre sulla libertà creativa del
compositore: “il nuovo balletto”, scrisse nella sua lettera del 1914, “non im-
pone specifiche condizioni ‘ballettistiche’ al compositore […], ma dà libertà
completa alle [sue] capacità creative”20. Come dimostra l’elenco delle com-
missioni musicali di Djagilev, il cambiamento avviato da Fokine aprì il bal-
letto ad una varietà senza confronti di collaborazioni musicali; non c’è dub-
bio che il balletto e, successivamente, la modern dance siano divenuti i pa-
troni misconosciuti della musica del XX secolo. Infine, si allontanò così il
18
Ibidem.
19
M. Fokine, Memoirs, cit., p. 62.
20
M. Fokine, lettera, cit., p. 6.
31
cuore del balletto dalla trama. Come spiegò Benois in un resoconto della
stagione dei Ballets Russes del 1909: “per noi, la musica era il centro di gravi-
tà del balletto. Era giunto il momento in cui si ascoltava la musica e, mentre
si ascoltava, si traeva un ulteriore piacere dal vederla. Credo che questa sia la
missione del balletto”21. Con Fokine comparvero i primi lavori modernisti,
basati sulla musica e ancorati al repertorio classico, che – dalle composizio-
ni senza trama che rivelavano che “il balletto poteva riguardare la musica”22
alle opere che Fokine descrisse come “parola plastica”23 – guidavano lo spet-
tatore al cuore della coreografia. “I miei danzatori devono manifestare i loro
pensieri più intimi attraverso l’espressività del loro vero essere”24, disse una
volta, e nel suo lavoro ci fu sempre spazio per il personale e per
l’improvvisato, per la sensibilità e per l’immaginazione.
21
Citato in I. Vershinina, Diaghilev and the Music of the Saisons Russes, in Diaghilev: Creator of
the Ballets Russes. Art, Music, Dance, a cura di A. Kodichek, London, Barbican Art Gallery –
Land Humphies Publishers, 1996, pp. 80-81.
22
S. Jordan, Moving Music: Dialogues with Music in Twentieth Century Ballet, London, Dance
Books, 2000, p. 33.
23
M. Fokine, The Ballet’s Rise from Pink Frills and Satin Slippers, “Musical America”, 29 aprile
1922, p. 3.
24
Citato in J. Lawson, A History of Ballet and its Makers, London, Dance Books, 1973, p. 102.
Fokine lo affermò in una conversazione con Lawson e con il critico musicale Edwin Evans che
analizzava Les Sylphides (p. 100).
32
Tutto iniziò nel 1910 nel salotto della famiglia di Nijinsky a San Pietrobur-
go, quando Vaslaw annunciò alla sorella, che lo idolatrava, che avrebbe
montato un balletto su musiche di Debussy, con un’ambientazione arcaica
(rispetto alla Grecia classica favorita da Fokine) e in cui “sarebbe stata esclu-
sa ogni linea teneramente sentimentale, nella forma o nel movimento”25. A-
veva iniziato a progettare la coreografia e adesso voleva sviluppare le danze
sulla sorella. Nijinska ha riportato le sue impressioni delle prove, che, persi-
no dopo quasi un secolo, trasmettono con più di un semplice tocco di angu-
stia il compito quasi impossibile di trasporre nel proprio, pur disponibile
corpo il movimento idiosincratico inventato dal fratello: “è incredibile”,
scrisse, “come Vaslaw stesso padroneggi totalmente, dall’inizio e senza al-
cuna preparazione, la nuova tecnica del suo balletto. Nelle sue esecuzioni,
ogni movimento, ogni posizione del corpo e l’espressione di ogni momento
coreografico sono perfetti”26. Nijinska fu il suo modello, l’“argilla” da lui pla-
smato per dare forma a “ogni posa e cambiamento di movimento”: egli mo-
strava ed ella imitava, acconsentendo alle sue richieste, così palesando fino
in fondo, nella sua forma iniziale, la relazione fondamentalmente sado-
masochistica instauratasi tra coreografo e interprete, femminile o maschile
che sia, nel XX secolo. “Vaslaw è così esigente”, scrisse, “desidera vedere la
sua coreografia eseguita immediatamente alla perfezione, non è capace di
considerare i limiti umani”27. Nijinska fu tutt’altro che una semplice collabo-
ratrice; imparò a riconoscere la “rifinitura delicata” della sua coreografia, ma
intuì anche che la sua visione non tollerava l’individualità dell’interprete,
che “la minima variazione […] un piccolo sbaglio potevano distruggere
l’intera composizione”28.
Ci vollero dieci minuti per eseguire L’Après-midi d’un Faune e novanta o
più prove (a seconda delle testimonianze) per metterlo in scena. Nijinska af-
ferma che fu “montato e provato nella stessa maniera in cui un’orchestra ese-
gue una partitura musicale”, con Nijinsky che “dirigeva il balletto” badando
ad “ogni dettaglio coreografico come un direttore d’orchestra, che ascolta
ogni nota della partitura musicale”29. Ella ne riconosceva l’autorità ed enfa-
tizzava che il suo successo dipendeva almeno in parte dal processo coreo-
grafico: fu il primo, dichiarò, “a richiedere che l’intero materiale coreografi-
co fosse eseguito non solo in maniera esatta sul piano visivo, ma in modo da
riprodurre la sua stessa interpretazione artistica”30. Fokine aveva incoraggia-
to i danzatori a proiettare la loro individualità, a lasciare un’impronta perso-
nale sulla coreografia; Nijinsky, diversamente, ricostruiva il corpo fino al più
25
B. Nijinska, Early Memoirs, a cura di I. Nijinska – J. Rawlinson, introduzione di A. Kisselgoff,
New York, Holt – Rinehart and Winston, 1981, p. 315.
26
Ivi, p. 316.
27
Ibidem.
28
Ibidem.
29
Ivi, p. 427. Nijinska sostiene che il balletto richiese novanta prove, Marie Rambert “circa cen-
toventi prove”. M. Rambert, Quicksilver: The Autobiography of Marie Rambert, prefazione di F.
Ashton, London, Macmillan, 1972, p. 61.
30
B. Nijinska, Early Memoirs, cit., p. 427.
33
piccolo dettaglio: “Neanche un gesto poteva essere eseguito spontaneamen-
te”, ricorda Marie Rambert31; ogni posizione del corpo era disegnata, come
scrisse Nijinska, “secondo un rigido progetto coreografico” 32. I danzatori
camminavano di profilo, coi piedi paralleli, le braccia angolari o arrotonda-
te come tubature industriali. Camminavano e giravano con le braccia bloc-
cate e le teste inclinate: robot in un’improbabile ambientazione arcadica. E i
danzatori lo odiavano; si sentivano costretti dalla coreografia, “scolpiti nella
pietra”, come dissero a Nijinska33.
Il Sacre complicò e al tempo stesso magnificò l’approccio autoritario di
Nijinsky. Come in passato, egli elaborò dapprima gli schizzi su Nijinska,
montando innanzitutto la “Danse Sacrale”, dove l’Eletta (ruolo di Nijinska
finché non rimase incinta) danza fino alla morte. E come in passato, stabilì
una postura di base – la rotazione in dentro di gambe e piedi che diede vita
al corpo primitivo dei più di trenta danzatori della comunità preletteraria e
precristiana del balletto. A questa postura aggiunse: scuotimento, tremolio,
sussulti, calpestio, pugni serrati e teste inclinate dalla stranezza ieratica di i-
cone. Gli uomini camminavano pesantemente, con le spalle ingobbite e le
donne goffamente, su alte mezzepunte. Nijinsky non era portato per la paro-
la e possedeva limitate capacità di persuasione, favorendo pertanto la ribel-
lione dei danzatori, che si opposero alle sue richieste, ritenute irragionevoli,
e alla sua insistenza sull’imitazione meccanica e sulla perfezione dei dettagli:
alcuni si rifiutarono del tutto di lavorare con lui34 e persino Tamara Karsavi-
na, sua partner di lunga data, se ne andò nel corso delle prove di Jeux, da lui
coreografato all’incirca nello stesso periodo del Sacre. “Alle prove di Jeux,”
scrisse in “Theatre Street”,
non era capace di spiegarmi cosa voleva da me. E non era affatto facile imparare
la parte seguendo un processo meccanico di imitazione delle posture da lui mo-
strate. Dal momento che dovevo tenere la testa girata da un lato ed entrambe le
mani rattrappite come se fossi stata storpia dalla nascita, mi sarebbe stato
d’aiuto sapere a cosa serviva35.
31
M. Rambert, Quicksilver, cit., p. 61.
32
B. Nijinska, Early Memoirs, cit., p. 427.
33
Ivi, p. 428. Léonide Massine, che osservò Nijinsky alle prove del balletto sia a New York nel
1916 sia a Madrid nel 1917, rievocò in maniera abbastanza diversa il suo comportamento in
sala: “Ero eccitato dalla maniera in cui dimostrava anche i dettagli più minuti dei gesti e del
movimento, correggendo ogni danzatore con una pacata rassicurazione e una completa
comprensione. Era un coreografo straordinariamente dotato, capace di impartire il suo stesso
sentimento per il movimento a tutto il cast e che indicava ogni passo con la più sottile delica-
tezza e finezza”. (L. Massine, My Life in Ballet, a cura di P. Hartnoll – R. Rubens, London,
Macmillan, 1968, p. 113).
34
Ivi, p. 460.
35
T. Karsavina, Theatre Street: The Reminiscences of Tamara Karsavina, premessa di J. M. Bar-
rie, London, Heinemann, 1930, p. 291.
34
proverbiale autore di Flaubert, egli era il dio del suo universo e, grazie al
supporto incondizionato che Djagilev prestava alle sue ambizioni coreogra-
fiche, non aveva che da domandare, per ricevere un numero illimitato di
prove, l’obbedienza assoluta dei danzatori e la resa della loro creatività.
Questo controllo non era un’anomalia nell’universo del modernismo in
danza; con la trasformazione del maestro di balletto in star, il successo o il
fallimento dell’impresa nel suo insieme dipendevano infatti, ampiamente,
da ciò che il coreografo aveva da dire e da come decideva di dirlo. Vista la
rilevanza degli esiti, l’enfasi ricadeva sul prodotto piuttosto che sul processo:
il fine giustificava i mezzi, sebbene in tal modo le prove si trasformassero in
una serie di umiliazioni, costrizioni e violenze. Come Nijinsky, ma in mag-
gior misura, Martha Graham, Antony Tudor e Jerome Robbins trattarono il
danzatore come uno strumento muto, che si presupponeva non mettesse in
discussione l’immaginazione coreografica.
Per quanto onnisciente possa essere stato Nijinsky in sala, il suo universo
immaginativo raccontava tutt’altra storia. Le tre opere realizzate per i Ballets
Russes rivelavano, senza ombra di dubbio, la crescita di un giovane uomo
lacerato da problematiche legate alla virilità e alla sessualità: il Faune, il pri-
mo capitolo della sua autobiografia danzata, offriva una meditazione
sull’autorisveglio adolescenziale, sull’insorgere del desiderio fisico, su una
prima relazione allettante con una donna e sui piaceri dell’autoerotismo;
anche Jeux si accendeva su fantasie di seduzione. I danzatori – Nijinsky, Kar-
savina e Ljudmila Šollar – flirtavano, si abbracciavano, si accoppiavano,
cambiavano compagno in ciò che il coreografo descrisse come un “caso del-
la vita moderna e dello spirito della gioventù moderna”36. Nei Diari, che
scrisse poco prima che la malattia ne ottenebrasse la mente per decenni, af-
fermò che il balletto era “la vita che sognava Djagilev. Voleva avere due ra-
gazzi per amanti […]. Nel balletto, le due fanciulle rappresentano i due ra-
gazzi e il giovane è Djagilev”37. Il finale è ambiguo: il protagonista è abban-
donato dalle donne che corrono dietro ad una palla da tennis errante, riu-
scendo ad evitare, come nel Faune, l’intrico sessuale 38. Sebbene Nijinsky non
apparisse nel Sacre du Printemps, il ruolo della Vergine Eletta, inizialmente
coreografato per la sorella Bronislava, era effettivamente il “suo”. Ultima di
una serie di giovani dal genere indifferente e “di ambo i sessi”, la Vergine E-
letta spirava in un’estasi di autoimmolazione, sacrificata da una volontà col-
lettiva di sopravvivenza. Da allora in poi, gli eroi dei suoi balletti –
l’iconoclasta burlesco del Till Eulenspiegel (1916), il Faust romantico di Me-
phisto Valse (schizzato ma non realizzato), il sinistro samurai di un non tito-
lato balletto giapponese, il pittore di un altro balletto senza titolo ambientato
36
Citato in R. Nijinsky, Nijinsky, premessa di P. Claudel, New York, Simon and Schuster, 1936,
p. 185.
37
Il diario di Nijinsky (1936), Milano, Adelphi, 1979, p. 135; Diari: versione integrale, Milano,
Adelphi, 2000, pp. 191-192. Il passaggio citato è tratto dall’edizione di Romola Nijinsky.
38
Per un’analisi approfondita di Faune e Jeux, vedi L. Garafola, Diaghilev’s Ballets Russes, New
York, Oxford University Press, 1989, pp. 52-63. Per una diversa lettura, vedi K. Kopelson, The
Queer Afterlife of Vaslav Nijinsky, Stanford, Stanford University Press, 1997, pp. 157-172.
35
nel Rinascimento – avrebbero asserito identità mascoline convenzionali. Ne
deduciamo che Nijinsky era cresciuto; in seguito al matrimonio con Romola
de Pulszky nel 1913, la sua relazione con Djagilev e i piaceri apparentemente
invischiati dal senso di colpa della loro vita assieme erano giunti al termine,
sostituiti da una vita eterosessuale apparentemente convenzionale 39, ma
prima che ciò avvenisse, guidato dalla mano di Djagilev, Nijinsky aveva la-
sciato un registro della sua tumultuosa vita interiore e della sua crescente ca-
pacità artistica in tre notevoli danze. Nel 1913, quando coreografò Le Sacre
du Printemps, il balletto aveva già assimilato la soggettività di solisti come I-
sadora Duncan. Nel linguaggio e nei contenuti, il balletto poteva ora narrare
la storia stessa del coreografo.
Léonide Massine
Con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale nel 1914, Djagilev si trovò
ad una svolta creativa. Nijinsky era andato, licenziato da Djagilev dopo il suo
matrimonio, mentre Fokine, ch’egli aveva persuaso a ritornare per la stagio-
ne del 1914, era rientrato a Pietrogrado. Anche se Nijinsky sarebbe tornato a
danzare con i Ballets Russes nel 1916 e nel 1917, Djagilev non aveva alcun in-
teresse ad un ulteriore sviluppo della sua carriera come coreografo. Come
Fokine prima di lui, Nijinsky era sopravvissuto alla sua utilità. Djagilev era
andato avanti. Al suo fianco, c’era ora Léonide Massine: piacente, giovane,
recentemente colto dal Balletto del Bol´šoj e adesso oggetto della sua appas-
sionata guida. Curioso dal punto di vista intellettuale e studente d’arte saltua-
rio, Massine fiorì sotto la tutela di Djagilev, che rappresentava per lui
l’interlocutore più stimolante che avesse mai conosciuto: “Possedeva l’arte”,
ne scrisse, “di cogliere l’annotazione più fortuita da una conversazione e, in
qualche modo, trasformarla in un’idea creativa”40. Nei primi mesi di guerra,
viaggiarono assieme per l’Italia, visitando chiese, monasteri e musei: Djagi-
lev con la sua fedele Baedeker, e Massine che assorbiva centinaia di anni di
arte italiana, fino al giorno in cui, in piedi dinanzi all’Annunciazione di Si-
mone Martini nella Galleria degli Uffizi, non annunciò infine a Djagilev che
sì, che pensava di potere comporre un balletto, e anzi “non solo uno, ma un
centinaio”41. Così iniziò l’apprendistato di Massine come coreografo. Sin
dall’inizio, le arti visive accesero la sua immaginazione e diedero forma alle
sue invenzioni. Liturgie (1915, irrealizzato), il suo primo balletto, riprendeva
lo stile dei mosaici bizantini e delle pitture dei primitivi italiani, con gesti
delle mani ispirati alla Vergine di Cimabue; Las Meninas (1916) nasceva dal-
la scoperta di Velásquez al Prado, mentre Les femmes de bonne humeur
39
Il senso di colpa di Nijinsky è evidente in diversi punti del diario ma, dal momento che visse
con Djagilev dal 1909 e il 1913, si desume che i piaceri della relazione superassero di gran lunga
la sua oppressività.
40
L. Massine, My Life, cit., p. 85.
41
Ivi, p. 70.
36
(1916) trovava le sue maniere stilizzate nelle pitture di Watteau e di Pietro
Longhi42. Artisti viventi furono di eguale ispirazione: “È difficile trasmettere
l’eccitazione di lavorare con […] Picasso e Cocteau,” scrisse della loro col-
laborazione per Parade (1917). “Ad ogni incontro […] i nostri scambi di idee
spargevano scintille nella stanza, ogni innovazione – gli effetti sonori, i co-
stumi cubisti, i megafoni – metteva in moto un treno fresco di idee per la co-
reografia, che avrei poi illustrato a Djagilev.”43 Lavorò vicino ad André De-
rain, che disegnò La boutique Fantasque (1919), e persino più vicino a Matis-
se, che disegnò Le Chant du Rossignol (1920), per creare una fusione di co-
stumi, decori e coreografia. Nei suoi memoirs, ricordò il momento in cui,
alla fine del balletto, l’Imperatore morente
si alzava e liberava il suo mantello nero, che fluttuò verso il basso e ricoprì cir-
ca sei metri quadri del palcoscenico con la sua magnificente fodera vermiglia.
Matisse l’aveva disegnato come una parte integrante dello spettacolo. In questa
fantasia orientale formalizzata, […] tentai di imitare i movimenti minuscoli e
contenuti che avevo visto nelle pitture cinesi su seta e su superfici laccate44.
42
Ivi, pp. 73, 89-90, 96.
43
Ivi, pp. 105-106.
44
Ivi, pp. 147-148.
45
L. Massine, On Choreography and a New School of Dancing, “Drama”, vol. 1, n. 3, dicembre
1919, p. 70.
46
Citato in A. Parton, Mikhail Larionov and The Russian Avant-Garde, London, Thames and
Hudson, 1993, p. 67. Per le attività performative della coppia, vedi pp. 66-74; per il loro tratta-
mento dell’arte folclorica e l’esplorazione dell’astrazione, vedi i capitoli 5-6.
37
Ad Ouchy, Larionov abbandonò queste idee radicali e, piuttosto, su ri-
chiesta ufficiale di Djagilev, lavorò con Massine, supervisionando i suoi
primi sforzi compositivi e iniziando quel processo che finì per assimilare le
strategie cubo-futuriste in tutti gli aspetti della pratica ballettistica. Massine
aveva già schizzato i movimenti rigidi e angolari di Liturgie. Adesso, con La-
rionov in sala, iniziò a rivederli, limando l’opera “drasticamente” per ottene-
re un effetto di “semplicità organica”. Al tempo stesso, gli schizzi dei costumi
di Gončarova enfatizzarono “posizioni delle mani bizantine” e “movimenti
delle braccia angolari e ruotati in dentro”, che evocavano “l’effetto” che Mas-
sine “si sforzava di ottenere nella creazione”47. Massine lavorò persino più da
vicino con Larionov a Le Soleil de minuit (1915), il suo primo balletto com-
piuto. Il pittore aveva nuovamente il compito di supervisionare la coreogra-
fia, ma, a dire il vero, il suo contributo andò ben oltre: egli ebbe l’idea delle
leggende folcloriche russe che fornirono l’impalcatura narrativa del balletto,
disegnò scene e costumi fortemente stilizzati e ripropose la trattazione del
folclore su linee moderniste. “Sembrava che io e Larionov ci ispirassimo a
vicenda nella discussione e prova di ogni scena”, scrisse Massine in My Life.
“Era fermamente convinto che il balletto dovesse essere realizzato in un au-
tentico stile contadino.” Massine attinse da memorie d’infanzia di danze
contadine circolari, ma piuttosto che trasporle direttamente o idealizzarle,
come Fokine con il materiale folclorico in Petruška, con l’“aiuto” di Larionov
le arricchì di “gesti appropriatamente primitivi e legati alla terra”48. Nelle lo-
ro pitture, spiega lo storico dell’arte Anthony Parton, Larionov e Goncharo-
va “provarono ad assimilare il linguaggio pittorico della cultura visiva russa e
a riproporlo”49, come emerse con evidenza negli schizzi di ispirazione ico-
nica di Gončarova per Liturgie e, ancora di più, nei disegni di influenza futu-
rista di Larionov per Le Soleil de minuit e per Contes Russes (1917), un altro
lavoro che attingeva dal materiale folclorico russo. Utilizzando archi, trian-
goli e cerchi, crearono paesaggi e interni geometrici che tendevano ad una
parziale astrazione. I colori vividi, decisi e puri, erano persino abbaglianti.
Nascosero il volto con trucchi elaborati e mascherarono il corpo in costumi
pesanti e imbottiti, resi rigidi dal cartone e che, ricostruendo il corpo, lo og-
gettificavano come pezzo spettacolare di una scena dinamica, al tempo stes-
so intralciando però i movimenti dei danzatori così abbigliati.
Negli anni di guerra, il circolo di Djagilev assomigliava per lo più a un la-
boratorio itinerante, un seminario di sperimentazione. Come ad Ouchy, pit-
tori, compositori e danzatori vivevano in un’atmosfera di intimità. Nel 1917,
con il progetto in corso di un balletto dai temi ispanici, che sarebbe poi di-
47
L. Massine, My Life, cit., p. 73. Tatiana Longuine in Gontcharova et Larionov, cinquante ans à
St. Germain-des-Pres, Paris, Klincksieck, 1971, cita la dedica affezionata di Massine a Larionov,
scritta su una fotografia nel periodo di Parade: “Au cher Michel Feodorovitch, en souvenir de
notre travail commun et de notre amitié. Son élève affectionné: Léonide Massine, Paris, 1917”
(p. 53). Citato in C. M. Reynolds, The Ballet Parade (1917): An Experiment in Realism, tesi di
dottorato, University of Liverpool, 2005, p. 206, n. 73.
48
Ivi, p. 75.
49
A. Parton, Mikhail Larionov, cit., p. 78.
38
ventato Le Tricorne (1919), Djagilev, Massine, il compositore Manuel de Fal-
la (che ne stava scrivendo la musica) e il danzatore di flamenco Félix Fèr-
nandez (che avevano incontrato a Madrid e con cui studiava Massine) fece-
ro un giro completo della Spagna, con tappe prolungate lungo la Castiglia,
l’Aragona e l’Andalusia, in cui osservarono le danze regionali che Massine e
Falla avrebbero in seguito assorbito nell’idioma modernista del balletto.
Anche l’Italia attrasse l’attenzione di Djagilev: si fermò a lungo a Roma, dove
Picasso, Cocteau e Satie fecero buona parte del lavoro creativo per Parade;
recuperato Massine, frequentò le soirée futuriste e progettò balletti che re-
starono irrealizzati, nonostante Massine avesse iniziato a collezionare opere
dei pittori futuristi, che avevano preso ad influenzare la sua coreografia 50.
Djagilev scoprì anche un nuovo corpus musicale in Italia. Piuttosto che
commissionare nuovi lavori a compositori italiani contemporanei, si volse
alla poco conosciuta musica dei loro precursori del diciottesimo o
dell’inizio del diciannovesimo secolo, quali Scarlatti, Rossini, Pergolesi,
Cimarosa, scoprendo da sè la maggior parte di questa musica e scremando
egli stesso le scelte finali. Per Les femmes de bonne humeur, racconta Massi-
ne, ascoltarono circa cinquecento sonate di Scarlatti, scegliendo le venti che
Djagilev poi chiese al compositore Vincenzo Tommasini di orchestrare 51.
Per Massine, il processo di collaborazione consisteva principalmente nella
relazione interna alla confraternita di artisti raccolti da Djagilev.
Ad eccezione di Gončarova, la confraternita era esclusivamente maschile.
Escludeva anche i danzatori. Per certi versi, ciò spiega l’inusuale ricettività di
Massine ad idee generate da pittori e compositori così come il suo interesse
egualmente inusuale per le “tecniche di danza” dei maestri del balletto del
diciottesimo e del diciannovesimo secolo, che gli permise di immaginare,
come egli disse, “un movimento nuovo nel disegno e nella creazione del bal-
letto”52. Dapprima mise in pratica queste tecniche in Les femmes de bonne
humeur, dove apprese “l’importanza di […] dare pieno significato persino ai
gesti più minuti”, scoprendo che il corpo abbracciava “sistemi strutturali più
o meno indipendenti”, che dovevano essere “coordinati secondo l’armonia
coreografica”. Ciò, a sua volta, lo portò a inventare “movimenti angolari e
rotti per la parte alta del corpo, mentre gli arti inferiori continuavano a muo-
versi nell’usuale armonia dello stile accademico”53. La relazione con la prassi
del XVIII secolo è lungi dall’essere evidente e, a distanza di tempo, Massine
avrebbe rigettato questo approccio; tuttavia, lo sforzo di radicare il suo pro-
cesso compositivo in una tradizione classica alternativa, che eludesse
l’immediato passato russo e saccheggiasse la codifica ottocentesca della tec-
nica ballettistica, suggerisce fino a che punto il suo approccio al classicismo
differisse sia dai predecessori sia dai successori interni ai Ballets Russes. Fu il
solo tra i coreografi di Djagilev a crescere senza il peso dell’eredità di Petipa.
50
L. Massine, My Life, p. 107.
51
Ivi, p. 96.
52
Ivi, p. 94.
53
Ivi, p. 95.
39
Il Bol´šoj eseguiva diverse versioni dei “classici”, di cui molte furono riprese
da Alexander Gorskij, che Massine ammirava soprattutto come danzatore,
nutrendo invece delle riserve sulla sua coreografia e, in particolare, sulla sua
capacità di “manipolare ampi gruppi sul palco”54. In altre parole, a differen-
za dei coreografi di Djagilev cresciuti al Marijnskij, Massine non aveva un
passato da estirpare o capolavori da dimenticare: era una tabula rasa coreo-
grafica in cerca dei suoi principi primari.
Nel periodo di guerra, tramite Massine, Djagilev potè ricreare l’estetica
dei Ballets Russes e però lo fece trasformando, e non rigettando, quindi, i
principi sui quali si era fondata la compagnia fino ad allora. Sin dall’inizio si
era rifatto all’idea di Gesamtkunstwerk, o opera d’arte totale, la nozione wa-
gneriana che tutte le parti di un lavoro – parola, musica e ambientazione vi-
siva – debbano fondersi nella creazione di una nuova sintesi, che sia appa-
rentemente forgiata dalla mano di un solo artista e che provochi un’acuta re-
azione emotiva nel pubblico. Nella sua lettera a “The Times”, Fokine ribadì
questo principio, come avrebbe fatto Djagilev nelle sue conversazioni con
Massine 55. Egli riteneva inoltre che sarebbero cambiate le forme dell’arte,
piuttosto che i principi soggiacenti. Nel suo articolo pubblicato in “Drama”,
Massine analizzò le differenze che lo distinguevano, in qualità di coreogra-
fo, dai suoi due precursori presso i Ballets Russes: Fokine, scrisse, “ci diede
movimento puro”; diversamente, Nijinsky vide la coreografia come un’“arte
plastica che ignorava il movimento e spesso lo bloccava”. Massine, da parte
sua, cercava ciò che descrisse nei termini di “una sintesi di movimento e
forma, coreografia e arte plastica, […] in cui i due elementi essenziali si sa-
rebbero bilanciati, seppure con una certa propensione […] verso quello
plastico”56. Come Fokine prima di lui, egli sottolineò l’importanza della col-
laborazione, affermando che “i balletti di maggior successo erano quelli nati
dal frutto di una collaborazione congiunta di coreografo, disegnatore e
compositore”57. Sebbene il Massine della fine degli anni Sessanta abbia con-
siderato il classicismo come “l’università del coreografo moderno”, il Massi-
ne dei tardi anni Dieci aveva sentito piuttosto il bisogno di ciò che chiamò
“una nuova scuola di danza”. Questa scuola non avrebbe avuto “nulla in
comune” con la “scuola classica”, ma avrebbe “riunito in sé ed espresso tutte
le potenzialità del corpo umano”58. Malgrado l’enfasi sulla pluralità delle
possibilità corporee, Massine non ha invece niente da dire sul danzatore. Sul
piano intellettuale, i danzatori gli erano irrilevanti in relazione al processo
creativo, sebbene, dal punto di vista propriamente fisico, incarnassero la sua
visione creativa. Tuttavia, sin dai suoi primi balletti, Massine pensò a loro
54
Ivi, p. 39.
55
Ivi, p. 85.
56
L. Massine, On Choreography and a New School of Dancing, cit., p. 69.
57
Ivi, p. 70.
58
Ibidem. In My Life (p. 85), Massine afferma che Djagilev “non sottovalutò mai l’importanza
di un solido allenamento classico. ‘Il classicismo’, disse spesso, ‘è l’università del coreografo
moderno. Il danzatore e il maestro di ballo di oggi devono immatricolarsi, così come Picasso
deve conoscere l’anatomia e Stravinskij le scale musicali’.”
40
come ad artisti, comprendendone le capacità e creando dei ruoli che ne
sfruttassero la personalità. Sotto la sua egida, una nuova generazione di pri-
mi ballerini venne alla ribalta, quali Lydia Lopokova, una comédienne natu-
rale, e Lydia Sokolova, che intuiva istintivamente le complessità della sua co-
reografia. In uno scritto sulla riproposizione di Le Sacre du Printemps
(1920), Sokolova disse: “Questa era una tipica produzione di Massine, nitida
e metodica, in cui ogni gruppo contava insistentemente sugli altri, mante-
nendo la precisione del proprio tempo. Nella coreografia di Massine nulla
fu mai lasciato al caso”59. Nel suo magistrale accoppiamento di strategie cu-
bofuturiste con il “nuovo balletto”, l’unica cosa mancante era il cuore.
Bronislava Nijinska
59
L. Sokolova, Dancing for Diaghilev: The Memoirs of Lydia Sokolova, a cura di R. Buckle, Lon-
don, John Murray, 1960, p. 162.
60
Sono grata a Nancy Van Norman Baer per la fotocopia del programma dagli Archivi di Bro-
nislava Nijinska (ora alla Performing Arts Division of Library of Congress). Il concerto ebbe
luogo nel 1915 al Teatro Narodny Dom.
61
M. M. Mudrak, The New Generation and Artistic Modernism in the Ukraine, Ann Arbor,
Umi Research Press, 1986, p. 144. Per un resoconto biografico di questo periodo, vedi N. Van
Norman Baer, Bronislava Nijinska: A Dancer’s Legacy, catalogo della mostra tenuta ai Fine Arts
Museums of San Francisco, 1986, pp. 18-21.
41
di Danza di Nijinska”, “Accademia dell’Arte e della Danza” e “Conservatorio
Teatrale di Danza”, decise infine di chiamare “L’École du Mouvement” o
“Scuola di Movimento”, enfatizzando l’idea, affermata nel suo manifesto del
periodo, che “il movimento è il principale elemento della danza”62. Nella
bozza di un annuncio della nuova scuola, spiegò che, mentre le lezioni sa-
rebbero state impartite “sulla base della […] tecnica della Scuola Imperiale
Russa”, si sarebbe anche “insegnata qualsiasi novità del recente periodo di
sviluppo del balletto russo, […][incluse] le ultime scoperte e i successi
nell’area del Movimento”. Il suo obiettivo era quello di creare un “nuovo ti-
po di artista di balletto”63, pertanto non accettava bambini piccoli, non im-
partiva lezioni di punte, né proibì ciò che Mudrak chiama “i principi sinteti-
ci del sistema dalcroziano”64. Come Massine più o meno contemporanea-
mente, Nijinska accolse “l’espansione di forme” prodotta dalle “nuove sco-
perte”. Allo stesso tempo, mise in discussione, al pari degli altri coreografi di
Djagilev, il bisogno “di creare una nuova scala” di movimento, come aveva-
no fatto Duncan e Dalcroze, per quanto “brillanti e legittime” potessero esse-
re le loro idee. Dolente per “quei sostenitori del classicismo che oggi ci ac-
cusano di distruggere la scuola classica”, affermò che incorporare innova-
zioni l’avrebbe soltanto arricchita: “la vecchia scuola classica non può con-
gelarsi nelle sue forme”65. In altre parole, nell’insegnamento come negli
scritti teorici, lottò per stabilire una via di mezzo. Retrospettivamente, la sua
scuola fu sia un’incubatrice di sperimentazioni sia una culla per il neoclassi-
cismo.
Fu anche il laboratorio dove elaborò le idee della sua prima coreografia
modernista. Gli assoli e le danze di gruppo che creò nel 1919 e nel 1920 non
62
B. Nijinska, On Movement and the School of Movement, a cura di J. R. Acocella – L. Garafola,
in N. Van Norman Baer, Bronislava Nijinska, cit., p. 85. Un’altra versione leggermente modifi-
cata del trattato di Nijinska, con un’introduzione dei curatori, è stata pubblicata in Ballet Re-
view, vol. 13, n. 4, inverno 1986, pp. 75-81. Il saggio originale in forma di manoscritto è conser-
vato presso gli Archivi di Nijinska. Secondo Irina Nijinska, la madre scrisse il saggio nel 1918 a
Mosca. Non è chiaro, tuttavia, se il saggio sia mai stato pubblicato in Russia. La prima pubbli-
cazione documentata (di una versione in parte differente) è comparsa nella rivista di danza
tedesca “Schrifttanz” nell’aprile 1930. Per una traduzione inglese di questa versione, vedi
Schrifttanz: A View of German Dance in the Weimar Republic, a cura di V. Preston Dunlop – S.
Lahusen, London, Dance Books, 1990, pp. 55-60. Dal momento che Nijinska ha eliminato di-
verse allusioni d’attualità dalla successiva versione tedesca, le citazioni qui di seguito riportate
sono tratte dal precedente manoscritto russo.
63
Citata in N. Van Norman Baer, Bronislava Nijinska, cit., p. 18.
64
M. M. Mudrak, New Generation, cit., p. 144.
65
B. Nijinska, On Movement, cit., p. 87. Lasciata la Russia, Nijinska si espresse in misura sempre
più ambigua riguardo a Dalcroze e al duncanismo. Nel 1925, per esempio, nell’accettare di
insegnare due lezioni settimanali all’Opéra di Parigi, insistette nel dire che “solo con artisti
professionisti e non con studenti della ‘ginnastica ritmica’” era possibile ottenere “un risultato
serio”. Lasciò la scelta del nome, se di lezione di danza “di carattere” o “espressiva”, al diretto-
re dell’Opéra, Jacques Rouché (R. Nijinska, lettera a Jacques Rouché, 3 aprile 1925, Archives
Nationales, Paris, AJ13/1213-1097). Per la metà degli anni Trenta, era inamovibile sul fatto che
a prescindere “da quanto la coreografia si discosti dalla danza classica, ogni vero coregrafo
crea sulle basi della scuola classica. Puoi sviluppare la scuola, puoi allargarla, ma mai darti da
fare a romperla o ricrearla”. Vedi B. Nijinska, Reflections about the Production of Les Biches and
Hamlet in Markova-Dolin Ballets, L. Lopokova, “The Dancing Times”, febbraio 1937, p. 619.
42
avevano trama, erano costituiti da studenti della scuola che componevano
gli ensemble e avevano costumi (quando non c’erano soldi che per tuniche)
disegnati da Vadim Meller nell’idioma costruttivista della sua insegnante A-
lexandra Exter. Nijinska insegnava in parte perché vi era obbligata. Nel 1919,
aveva già avuto un secondo figlio, si era separata dal marito ed era divenuta il
solo supporto della famiglia: aveva bisogno del cibo e del carburante che gli
studenti solitamente barattano in cambio delle lezioni. Era un tempo di in-
credibile penuria, ma anche quando si riunì ai Ballets Russes nel 1921, insi-
stette per insegnare, dopo che aveva iniziato a coreografare lavori originali
per la compagnia. Indubbiamente, la lezione giornaliera fu il suo laborato-
rio. “Disegnava le lezioni per fortificare”, scrive Nancy Van Norman Baer,
“soprattutto la parte bassa del corpo, e per sottolineare l’espressione del tor-
so e delle braccia, […] inventando variazioni inusuali per la parte alta del
corpo negli esercizi alla sbarra”66. Dopo anni di lezioni giornaliere con Enri-
co Cecchetti, seguite da un periodo di lavoro con Carlotta Brianza (la prima
Aurora di Petipa e la Carabosse di The Sleeping Princess di Djagilev), alcuni
danzatori esitavano di fronte al suo insegnamento. “Il suo stile di movimento
era persino più pronunciato e idiosincratico di quello di Massine”, ricordò
Lydia Sokolova, “e non era una persona facile con cui lavorare a lezione o
alle prove per via dei suoi manierismi estremi […]. Il sistema di allenamento
sembrava che dipendesse più dall’improvvisazione che dai metodi tradizio-
nali della tecnica, cosicché si aveva l’impressione che mancasse di fonda-
mento.” Nijinska, la coreografa, tuttavia, era di “un’intelligenza brillante e
inventiva”67. Eccelleva nella creazione di “movimenti vigorosi e forti”68 e la
musica non le poneva alcun problema. In Les Biches (1924), “inventò passi e
danze ad una tale velocità che le ragazze non riuscivano a seguire […], le
dimostrazioni e le spiegazioni si sviluppavano tumultuosamente, poi […]
tutto quanto ricominciava daccapo. Sembrava che il balletto prendesse for-
ma dall’oggi al domani”69.
Diversamente da Massine, a suo agio nel circolo di artisti di Djagilev, Ni-
jinska fu sempre una outsider, un po’ perchè donna, tollerata per via del suo
talento e della relazione con Nijinsky, un po’, però, anche perchè la malattia
del fratello l’aveva marchiata, mettendola da parte. Quali pensieri devono
avere attraversato la mente dei danzatori al suo ritorno ai Ballets Russes nel
1921? Dei tre fratelli Nijinsky, solo lei era sfuggita alla malattia di famiglia;
l’aveva risparmiata o era solo una questione di tempo prima che si abbattesse
66
N. Van Norman Baer, Bronislava Nijinska, cit., p. 20.
67
L. Sokolova, Dancing for Diaghilev, cit., p. 203. Il régisseur di lunga data di Djagilev, Serge Gri-
goriev, afferma nelle sue memorie che Brianza subentrò durante la produzione di The Slee-
ping Princess, per “le lezioni giornaliere fino ad allora date all’intera compagnia dal Maestro
Cecchetti”. “Il Maestro”, aggiunse, “si era fatto troppo vecchio per avervi ancora a che fare e,
alla fine della stagione al Prince, ci aveva lasciato, nonostante fosse rimasto a Londra e avesse
continuato a insegnare privatamente” (S. L. Grigoriev, The Diaghilev Ballet 1909-1929, a cura di
V. Bowen, London, Constable, 1953, p. 169).
68
L. Sokolova, Dancing for Diaghilev, p. 214.
69
Ivi, pp. 215-216.
43
anche su di lei? In quanto a Nijinska, non aveva perso solo un fratello, ma
anche un amico. Era stata la sua compagna e persino la sua musa, la testimo-
ne dei suoi atti creativi. All’arrivo a Londra, rimase sconvolta dal fatto che
Djagilev stesse montando The Sleeping Princess (1921), il vero simbolo del
“vecchio balletto”. Egli le chiese di reinscenare diverse entrate e di rivedere
una serie di danze, incluse le variazioni fiabesche e il mimo che Nijinska,
come lo stesso Djagilev, considerava “assurde”70. Iniziò il lavoro, come scris-
se negli anni Trenta, “in lotta profonda con me stessa”:
Ero appena rientrata dalla Russia in rivoluzione e, dopo avervi già realizzato
personalmente molte produzioni, il riallestimento di Sleeping Princess mi sem-
brò un’assurdità, una caduta nel passato, mera nullità. Naturalmente, ciò che vo-
levo […] era un ritorno alle precedenti tendenze del balletto di Djagilev […] in
modo da generare nuova vita, nuovi sentieri e una nuova tecnica nella composi-
zione ballettistica71.
70
B. Nijinska, Petipa pobedil (Petipa ha vinto), in Marius Petipa: Materialy, vospominaniia, stat’i
(Marius Petipa: Materiali, Reminiscenze, Saggi), a cura di A. Nekhendzi, Leningrado, Museo
Teatrale di Stato di Leningrado, 1971, p. 317.
71
B. Nijinska, Reflections, cit., p. 617.
72
B. Nijinska, Petipa ha vinto, cit., p. 319.
73
N. de Valois, Invitation to the Ballet, London, John Lane, 1937, pp. 170-171.
74
S. Grigoriev, The Diaghilev Ballet, cit., p. 184.
75
B. Nijinska, Creation of Les Noces, trad. inglese e introduzione di J. M. Serafetimides – I. Ni-
jinska, “Dance Magazine”, dicembre 1974, p. 59.
44
stenne anche di essere stata lei, e non Gončarova, a rifiutare gli schizzi “rus-
so-boari” di quest’ultima e ad insistere su scene della massima semplicità e
su costumi uniformi; trovate che Gončarova avrebbe accettato con riluttan-
za. Ciononostante, nel suo resoconto della metamorfosi del balletto, Gonča-
rova afferma di avere escogitato personalmente entrambe le soluzioni due
settimane prima del debutto e senza previa discussione con la coreografa 76.
Considerati gli sforzi di Nijinska nei primi anni Venti per conciliare il suo
stesso interesse per l’astrazione con la riluttanza di Djagilev a “rinunciare
all’idea del libretto letterario”, non sembra che ci sia ragione, tuttavia, di du-
bitare che la sua visione dominasse il balletto. Qui, come in altri lavori, ri-
nunciò al “libretto letterario”, creando “una nuova specie di composizione”
fondata su “una forma di danza pura”. Les Noces, dichiarò, “fu il primo lavo-
ro in cui il libretto era un tema nascosto a vantaggio di una coreografia pura:
fu un concerto coreografico”77.
L’astrazione non precluse l’emozione; tutt’altro: come nella letteratura o
nella pittura del periodo, la forma pura permise l’espressione non sentimen-
tale della soggettività. A dispetto della sua severità, Les Noces traboccava di
emozione, specialmente nel modo di presentare la Sposa. I temi del balletto
toccavano una corda personale in Nijinska, evidente in una reminiscenza
scritta decenni dopo il suo debutto:
Vidi una qualità drammatica […] nel destino della sposa e dello sposo, dal
momento che per loro […] non si pone neanche la questione della reciprocità di
sentimenti. La ragazza non sa nulla […] della sua famiglia futura, né di ciò che
l’aspetta […]. L’anima dell’innocente è confusa: sta dicendo addio alla spensie-
rata giovinezza e alla sua amabile madre. Da parte sua, il giovane sposo non può
immaginare cosa gli offrirà la vita vicino a questa giovane fanciulla […]. Come
possono tali anime gioire durante la cerimonia nuziale? 78
76
N. Goncharova, The Creation of Les Noces, “Ballet”, aprile 1948, p. 26. Per un resoconto più
completo, ma che non menziona neanche la coreografa, vedi N. Goncharova, The Metamor-
phosis of the Ballet Les Noces, “Leonardo”, vol. 12, n. 2, primavera 1979, pp. 137-143.
77
B. Nijinska, Reflections, cit., pp. 617-618.
78
B. Nijinska, Creation, cit., p. 59.
79
Per una trattazione delle donne coreografo nel balletto del diciannovesimo secolo e degli
inizi del ventesimo, vedi i seguenti scritti dell’autrice in Id. Legacies of Twentieth-Century
Dance, Middletown (Conn.), Wesleyan University Press, 2005; Soloist Abroad: The Prewar Ca-
reers of Natalia Trouhanova and Ida Rubinstein, pp. 148-170; Where are Ballet’s Women Cho-
reographers?, pp. 215-228.
45
se la comparsa di voci e contesti alternativi per l’espressione delle coreogra-
fe, incluse organizzazioni flessibili, forme espressive più brevi e un’estetica
del cambiamento e del rischio. Per quanto non esplicitamente pensate per
donne, queste condizioni crearono uno spazio in cui le voci femminili pote-
vano essere ascoltate, in cui la manifestazione della soggettività femminile
poteva prendere forma in corpi sia maschili sia femminili. Considerata la
centralità dei Ballets Russes nella creazione dell’arte e dell’opinione artistica
nella sua epoca, Les Noces non rappresentò, quindi, solo un capolavoro col-
lettivo: per la prima volta, la voce femminile fu privilegiata nei quartieri più
elitari del balletto, il quale acquistò libertà espressiva e d’azione e la possibi-
lità, inoltre, di raccontare la storia di una donna, di dolersi per il destino in-
giusto e segnato dal genere di una ragazza, strappata dalle braccia della ma-
dre per il matrimonio.
George Balanchine
Verso la fine del 1924, Nijinska lasciò i Ballets Russes, furiosa perché Dja-
gilev stava segretamente mettendo alla prova, come coreografo, Serge Lifar,
che era stato suo allievo. Nel giro di poche settimane, un nuovo arrivato da
Pietrogrado, il ventenne George Balanchine, divenne il coreografo di com-
pagnia. Nell’arco di pochi mesi, aveva realizzato le danze di nove opere, in-
cluso L’enfant et le Sortilege (1925), la nuova “fantasia lirica” di Maurice Ra-
vel per il libretto di Colette, e stava lavorando ad un’inedita versione di Le
Chant du Rossignol (1925) di Stravinskij. Balanchine restò con i Ballets Rus-
ses fino al 1929, data della morte di Djagilev, che coincise con la dissoluzio-
ne della compagnia. Questi furono gli anni del suo apprendistato, in cui affi-
nò la sua abilità e rifinì il suo gusto, e in cui coreografò quasi una dozzina di
balletti che lasciò successivamente morire – ad eccezione di due, Apollo
(1928) e Prodigal Sun (1929) trasformandosi da intraprendente artista sovie-
tico a cittadino emigrato della gestione politica dell’arte russa. Incontrò an-
che una serie di collaboratori futuri, malgrado anni dopo abbia minimizzato
la natura collaborativa del suo lavoro, eliminando, per i primi anni Cin-
quanta, scene e narrazioni dettagliate dalla quasi totalità dei suoi balletti. “La
musica è sempre la prima”, disse ad un intervistatore nel 1961. “Non posso
muovermi, non voglio neanche muovermi se non sento prima la musica” 80.
Nelle parole di Stefany Jourdan, egli è “il coreografo musicista par excellen-
ce”81.
Negli anni trascorsi con i Ballets Russes, Balanchine collaborò nella crea-
zione con altri artisti molto di più di quanto generalmente non si riconosca;
maturò una stretta relazione con Boris Chokno, aiutante di campo di Djagi-
lev e librettista per la maggior parte delle opere della compagnia tra la metà e
80
Citato in Balanchine: An Interview by Ivan Nabokov and Elizabeth Carmichael, “Horizon”,
gennaio 1961, p. 47.
81
S. Jordan, Moving Music, p. 105.
46
la fine degli anni Venti. Come Balanchine, Chokno era ventenne, era
anch’egli un emigrato russo e, pertanto, condivideva con il coreografo una
lingua e una perduta terra natia. Il loro rapporto proseguì dopo il collasso
dei Ballets Russes e, infatti, Chokno scrisse il “libretto” di diverse opere di Ba-
lanchine prima della sua partenza per New York nel 1933. Chokno ricoprì
anche un ruolo chiave in Les Ballets (1933), la prima compagnia indipen-
dente di Balanchine in Occidente, avvicinandolo a compositori e artisti che
contribuirono al repertorio con idee, oltre che con musiche e disegni. Se-
condo lo studioso russo Oleg Levenkov, La Pastorale (1926) fu la prima reale
collaborazione di Chokno con il coreografo; di ancora maggior rilievo è il
fatto che fu “la prima volta che Balanchine partecipò sin dalle sue fasi iniziali
alla creazione di un balletto”, in cui la relazione tra il fattorino del telegrafo e
la star cinematografica del balletto era ispirata da eventi della sua vita82. An-
che Apollon Musagète (1928) fu una pietra miliare nel suo percorso. Sebbene
egli avesse già lavorato sulle musiche di Stravinskij, questa fu la prima colla-
borazione con il compositore, che divenne suo “confidente a vita”83. Nono-
stante Stravinskij stesso abbia scritto scenario e musica su commissione della
Library of Congress, non è “impensabile” – suggerisce il musicologo Charles
Joseph – che “Balanchine, Djagilev e Lifar abbiano fornito almeno dei con-
sigli al compositore sulla tempistica, visto che Stravinskij abbozzava rego-
larmente delle parti per loro al procedere del lavoro”. Di certo, nelle colla-
borazioni successive, “Stravinskij chiese spesso a Balanchine esattamente
che tempi gli necessitavano per potere adattare le sue concezioni coreografi-
che”84. Balanchine allude a questo processo in un’intervista con Derra de
Meroda pubblicata nel 1931 in “The Dance Journal”, dove descrive il suo
metodo ideale di collaborazione, enfatizzando però anche come esso si le-
ghi a ciò che chiamava “l’idea”, chiarendo che a questo punto della sua car-
riera non aveva ancora abbandonato ciò che Nijinska chiamava il “libretto
letterario”. Trattandosi di una dichiarazione sul metodo coreografico di Ba-
lanchine risalente proprio agli inizi, l’intervista merita di essere citata este-
samente:
82
O. Levenkov, Autobiographic Plots, saggio inedito distribuito al simposio internazionale su
George Balanchine: Legacy, Epoch, Contemporaries, Perm (Russia), 14 maggio 1996.
83
C. M. Joseph, Stravinsky and Balanchine: A Journey of Invention, New Haven, Yale
University Press, 2002, p. 72.
84
Ivi, p. 96.
47
mente al momento della scrittura, oppure mi sforzo di concepire un tema che si
armonizzi con lo spirito della musica85.
Quando inizio a provare, non dico loro nemmeno la trama o una qualsiasi cosa
relativa al balletto ma, al progredire del lavoro, è possibile che menzioni il no-
me di una parte a qualcuno e che gli dica “Sei il fratello di questo e quell’altro”. I
danzatori non sanno cosa dovranno fare o quali personaggi sarà loro richiesto
di rappresentare86.
85
G. Balanchine, How I Arrange my Ballets and Dances: A Simposium, “The Dance Journal”,
vol. 3, nn. 10-11, agosto-ottobre 1931, p. 464. Quest’intervista è stata ristampata in Der Tanz-
Ein Leben: In Memoriam Friderica Derra de Moroda, a cura di S. Dahms – S. Schroedter, Sal-
zburg, Selke Verlag, 1997, pp. 118-120. “The Dance Journal” era l’organo ufficiale della Società
Imperale degli Insegnanti di Danza.
86
G. Balanchine, How I Arrange, cit., p. 464.
87
Ibidem.
88
Ivi, p. 466.
89
Ibidem.
48
che “non altera[va]no nulla deliberatamente”90. Insistette anche sul bisogno
del coreografo di creare nuove opere: “Se i danzatori eseguissero solo com-
posizioni create due o dieci decadi fa, non compirebbero alcun avanzamen-
to tecnico e tanto meno estetico”, asserì in un articolo del 1937 per la rivista
“Dance”. “L’intera vita ed estensione dell’arte della danza classica riposa sui
coreografi”91. Suoi lavori, come La Chatte (1927) e Barabau (1925), sarebbero
piuttosto “impossibili adesso”, poiché, come confidò ad Haskell, “furono re-
alizzati per un altro tempo”. Nelle sue parole riecheggia un luogo comune:
“Non credo nella permanenza di nulla nel balletto ad eccezione del pura-
mente classico. Il classicismo permane perché è impersonale”92. Sebbene
Balanchine nutrisse sentimenti contrastanti per Djagilev, sottoscrisse degli
articoli chiave del suo credo, ovvero che “il classicismo è l’università dei co-
reografi moderni”, ma che il balletto “deve cambiare e rinnovarsi”93. Come
Djagilev, Balanchine non provava sentimentalismi verso il passato. “Più di
chiunque altro”, scrisse a Serge Grigoriev dopo la morte dell’impresario,
“dovremmo lasciare in pace il nome di Djagilev e creare altri balletti con altri
nomi”94.
Balanchine scrisse in seguito che Djagilev rispettava fortemente l’integrità
artistica e non interferiva con il work-in-progress. Tutta la discussione avve-
niva negli stadi preparatori, cosicché “ogni fase […] rappresentava una col-
laborazione tra gli artisti e il loro impresario”95. Ciò potrebbe anche essere
vero, per quanto sia altrettanto vero che un numero piuttosto esiguo di bal-
letti degli anni Venti raggiunse l’unità di Les Noces. Molti, di fatti, non aspi-
ravano nemmeno all’ideale di fusione del Gesamtkunstwerk; gli elementi che
confluivano nella creazione erano spesso arbitrari e incongrui, viaggiavano
nello spazio e nel tempo in giustapposizioni argute. Nella produzione origi-
naria di Apollon Musagète la musica e la coreografia narravano una storia
simultanea di divinità attiche; tuttavia, le muse indossavano il tutù e i presen-
ti alla nascita di Apollo delle lunghe tuniche nello stile duncaniano, mentre
cavalli e putti sgambettavano velocemente sulla trasposizione ingenua di
André Bauchant di una gloire settecentesca. Sebbene Djagilev abbia salutato
la coreografia come “puro classicismo, quale non lo vedevamo dai tempi di
Petipas [sic]”96, complessivamente il balletto riuniva una serie di visioni clas-
siche differenti, che non sempre si accordavano felicemente le une con le al-
tre. Di fatto, la sua storia nel periodo successivo a Djagilev può essere letta
come un tentativo di sciogliere questi differenti filoni del classicismo, elimi-
90
Citato in A. Haskell, Balletomania Then and Now, New York, Knopf, 1977, p. 96.
91
G. Balanchine, Ballet Goes Native, “Dance”, dicembre 1937, p. 13.
92
Citato in A. Haskell, Balletomania, cit., p. 96.
93
L. Massine, My Life, cit., p. 85.
94
G. Balanchine, lettera a Serge Grigoriev, [ca. 1930], Carte e Documenti di Serge Grigoriev,
Harvard Theater Collection.
95
G. Balanchine, How I Became a Dancer and Choreographer, in G. Balanchine – F. Mason, Ba-
lanchine’s Complete Stories of the Great Ballets, edizione rivista, Garden City (N.Y.), Double-
day, 1977, p. 803.
96
Citato in N. Nabokov, Old Friends and New Music, London, Hamish Hamilton, 1951, p. 83.
49
nando quelli periferici rispetto alla visione centrale del balletto del rapporto
danza-musica articolata da Stravinskij e Balanchine. Pertanto, nel 1937,
quando Balanchine ripropose il lavoro a New York, scartò sia le tuniche in
stile duncaniano sia le evocazioni del grand siècle francese: le muse, come
Apollo, adesso indossavano tuniche che scoprivano quasi interamente le
gambe e parte del busto. Al 1951, Balanchine aveva inoltre eliminato com-
pletamente le scene e semplificato ulteriormente le tuniche delle donne, co-
sicché gli eventi del balletto sembravano sospesi nel tempo e nello spazio,
esprimendo una bramosia di perfezione in uno spazio luminoso e astorico.
Questa rinnovata affermazione dell’idea di fusione, sebbene con la luce al
posto delle scene convenzionali, avvenne molto tempo dopo la morte di
Djagilev. Negli anni Venti, al contrario, Djagilev sottoscrisse con alcune ri-
serve l’idea, messa in circolazione dai dadaisti e resa popolare in questi anni
dai Ballets Suédois, che considerava lo spettacolo come un interscambio di
arti differenti, in cui ciascuna manteneva la sua integrità e indipendenza ri-
spetto alle altre. Djagilev abbracciò questo principio solo saltuariamente: in
Les Noces, come abbiamo visto, permise a Nijinska di imporre la sua visione
unitaria al balletto; eppure, a metà e a fine anni Venti, la disgiunzione era
all’ordine del giorno. Così, in Roméo et Juliette (1926) tutto sembrava in con-
flitto: la partitura armoniosa di Constant Lambert, le quinte surrealiste di
Max Ernst e Joan Miró, il finale (in cui gli amanti decollavano in aereo),
l’entr’acte di Balanchine (in cui il sipario si alzava di una iarda dal suolo, rive-
lando solo i piedi e la parte bassa delle gambe dei danzatori, un dispositivo
utilizzato da Marinetti undici anni prima nella sua opera Le basi), e persino
gli amanti, interpretati da Serge Lifar (che aveva ventuno anni) e Tamara
Karsavina (allora quarantunenne). Il jazz lasciò un’impronta su molte parti-
ture, come la moda sui costumi. Zéphir et Flore, che Massine coreografò nel
1925, aveva una partitura di Vladimir Dukelsky (meglio conosciuto come
l’autore di canzoni Vernon Duke, con cui Balanchine lavorò successivamen-
te ad Hollywood e a Broadway) e costumi per le Muse che, sebbene accredi-
tati a Georges Braque, erano “piuttosto conformi al solo Olimpo che avesse-
ro mai conosciuto, più vicino a Deauville che alla Tessaglia”97. Arguzia e i-
ronia avevano rimpiazzato il desiderio di integrità. Sebbene il balletto abbia
ampiamente rifiutato un simile approccio alla sintesi negli anni Trenta, que-
sto riapparve in forma più radicale nel lavoro di Merce Cunningham e del
compositore John Cage negli anni Cinquanta. Portando all’estremo la no-
zione di indipendenza, essi proposero una forma di collaborazione in cui le
differenti arti si incontravano per la prima volta durante la performance. La
sintesi diventava immateriale: il processo, e non il prodotto, era ciò che con-
tava.
97
H. H[annay], Zephyr and Flora, “The Observer”, 15 novembre 1925, p. 11.
50
Conclusione
Nel 1929, data della morte di Djagilev e del collasso dei Ballets Russes, si
era dunque già stabilita la preminenza del coreografo – invece del composi-
tore o del librettista – nell’identità di un balletto. Si sottolineava, così, la cen-
tralità della pratica coreografica e il contributo del singolo coreografo, per la
prima volta rendendo la soggettività un desideratum del balletto. I Ballets
Russes fecero inoltre da pionieri per una moltitudine di pratiche che artisti
sia di balletto sia della modern dance avrebbero continuato ad investigare nei
decenni a venire, molte delle quali incentrate sulla collaborazione ed altre
sulla relazione tra espressione coreografica e tecnica, dalla rappresentazione
dell’emozione alla natura della narrazione, alla sinergia tra il coreografo e i
danzatori: tutte questioni centrali nella danza novecentesca. I Ballets Russes
enfatizzarono il processo tanto quanto il prodotto, incoraggiarono la speri-
mentazione e ne assimilarono i risultati nella prassi ballettistica, in cui ri-
specchiarono la natura della creatività stessa di Djagilev, la sua straordinaria
capacità di afferrare un’idea e di svilupparla dandole sembianze ballettisti-
che – musica, scena, soggetto e coreografia – pur trasformandone i contenu-
ti. L’assimilazione delle visioni futuriste durante la prima guerra mondiale,
come l’accoglienza del cubismo, furono straordinarie per un uomo della sua
generazione e del suo retroterra, un uomo che non aveva mai messo piede in
una sala senza cappello a cilindro e che probabilmente non fece mai un giro
di danza, e che tuttavia trasformò la pratica e il processo coreografico non
una volta soltanto, ma ricorrentemente al cambio della guardia artistica. At-
traverso i coreografi che scoprì, formò e aiutò a lanciare, espanse i confini
della forma del balletto, creandola e ricreandola in una ricerca del nuovo
che simultaneamente riposava sul passato e proiettava la sua lunga ombra
nel XX secolo.
51
Mary Wigman
DANZA DI GRUPPO E DANZA CORALE*
Nota introduttiva
*
Gruppentanz und chorischer Tanz, in M.W., Die Sprache des Tanzes (Il linguaggio della dan-
za), Stuttgart, Ernst Battenberg Verlag, 1963, pp. 89-98. Il volume passa retrospettivamente in
rassegna tutte le maggiori creazioni di Mary Wigman e ne esprime la poetica matura.
1
Totenmal: testo, regia d’insieme, musica e ideazione scenica di Albert Talhoff; coreografia di
Mary Wigman; direzione della recitazione di Karl Vogt; maschere di Bruno Goldschmidt; rea-
lizzazione luci di Adolf Linnebach.
2
Si fa qui riferimento agli studi studi essenziali: la prima posizione è espressa da Hedwig Müller
nel biografico Mary Wigman. Leben und Werk der grossen Tänzerin, Berlin, Quadriga, 1986,
pp. 166-170; la seconda è sostenuta da Susan Manning nel sociologico Ecstasy and the Demon.
Feminism and Nationalism in the Dances of Mary Wigman, Berkeley-Los Angeles-London,
University of California Press, 1993, pp. 148-160; la terza elaborata da Laure Guilbert nello sto-
riografico Danser avec le III° Reich. Les danseurs modernes sous le nazisme, Bruxelles, Éditions
Complètes, 2000, pp. 58-65. In questi testi sono indicate tutte le fonti primarie sullo spettaco-
lo.
3
Tra i molti studi in questo ambito ricordiamo almeno quelli esemplari di George L. Mosse.
53
apolitico 4, finiva invece per esaltare i caduti in guerra e il loro sacrificio, sci-
volando in un atteggiamento filo-militarista; la coralità del movimento, per-
seguita da Mary Wigman, spingeva ad una deriva liturgica l’idea corale e in-
troduceva una visione necessaria e salvifica della figura della “guida”
(Führer); l’uso di tecniche di rappresentazione originarie della sinistra ope-
raia – coro parlato, lettura di documenti – veniva cambiato di segno e adat-
tato alla nascente mitologia nazionalista, tipica della destra; la stessa orga-
nizzazione dello spazio – una grande sala da 1600 posti, costruita per
l’occasione e priva di sipario – adombrava una cattedrale o un mausoleo, in
cui i cori di attori e danzatori celebravano un rituale che si proponeva come
simbolico dell’intera presunta “comunità” (Gemeinschaft) teatrale e sociale lì
convenuta; e così via... Sull’interpretazione che oggi si può dare al Totenmal
da un punto di vista politico-culturale, dunque, molto è stato scritto e l’esito
della coreografia è stato letto principalmente come presagio dell’avvenire. In
questo contesto, tuttavia, è interessante interpretare le pagine di Mary Wig-
man (benché scritte trent’anni dopo gli eventi) in senso direttamente auto-
biografico, come testimonianza delle pressanti problematiche creative e
compositive, che la caparbia ricerca di un’espressione “corale” imponeva ad
un’artista nata e cresciuta sotto il segno individualista dell’Ausdruckstanz
(danza d’espressione) e dell’espressionismo. Nelle sue oggettive difficoltà e
nella loro ambigua e insoddisfacente soluzione si può leggere la faticosa ela-
borazione di un’opera di adattamento della creazione artistica ad esigenze
concettuali, che conducevano al limite di rottura le potenzialità linguistiche
e comunicative del genere.
Fin dal titolo Mary Wigman instaura nettamente quella differenza tra
“danza di gruppo” e “danza corale”, che si dipana poi nel brano con esiti co-
reografici implicitamente contraddittori. Il gruppo, così come si evidenzia
nel commento a Feier (Celebrazione), appare concepito come un insieme di
individualità cooperanti, che mantengono le loro personali caratteristiche
d’espressione emozionale e dinamica anche sotto la spinta di impulsi comu-
ni e che esprimono al loro interno anche tensioni contrastanti e oppositive.
È dunque un nucleo “drammaturgico” autosufficiente, di per sé generatore
d’azione e di conflitto da realizzare in danza attraverso l’uso variegato
dell’energia, le mutevoli collocazioni e direzioni spaziali, le concentrazioni,
le suddivisioni e gli isolamenti dei singoli, il moto e la stasi. Il compito co-
reografico è in questo caso l’armonizzazione delle diversità, l’orchestrazione
delle azioni motorie in un disegno polifonico più espressivo che simbolico,
la cui ritualità autoreferenziale istituisce il gruppo come entità creativa auto-
noma e pensante. Si tratta, sostanzialmente, della stessa visione prospettata
originariamente da Rudolf von Laban per il suo “coro di movimento” (Bewe-
4
Nella prefazione al libretto a stampa, Talhoff proponeva la sua forma teatrale come alterna-
tiva al “teatro politico” di Erwin Piscator (cfr. A. Talhoff, Totenmal. Dramatisch-chorische
Vision für Wort Tanz Licht, Stuttgart, Deutsche Verlags - Anstalt, 1930).
54
gungschor) 5, la visione certo più coerente con il credo espressivo e comuni-
cativo della nuova danza.
L’idea di coro di Mary Wigman invece, scivola verso un astratto unanimi-
smo che tende a risolversi nell’unisono, nella semplificazione quasi artificia-
le – ma ritenuta necessaria – di un corpo collettivo che vede spegnersi la sua
vitale polifonia, risultando drammaturgicamente impossibilitato a creare a-
zione e conflitto drammatico. Occorrono due cori contrapposti per ottenere
la conflittualità drammatica e occorre una forte guida al coro femminile,
perché possa esercitare quella funzione propositiva e dimostrativa del senso,
che solo un corpo pienamente in vita (quello di Mary Wigman, l’unico sen-
za maschera e con una identità evidente) può sostenere. È qui evidente una
lotta interiore della coreografa, che pare combattere inutilmente con la pro-
pria intima propensione ad un’espressione individuale difficilmente condi-
visibile in quel genere di manifestazione collettiva allargata che voleva defi-
nire corale. Il coro femminile, quello vivente delle donne addolorate, riesce
ancora a mantenere nelle sue componenti caratteri distinti – con la compli-
cità delle maschere fortemente caratterizzate e proprio per questo vissute
come ostacolo alla coralità – ma li irrigidisce in una tipizzazione che conge-
la le posture e le camminate in una sorta di maschere corporee, mentre il co-
ro maschile, quello dei soldati morti, si inquadra in una formazione com-
patta priva di sfumature, che agisce come un unico meccanismo animato.
L’intrinseca tendenza di Mary Wigman ad una concezione sacrale della
danza e l’eco del risonante dibattito ideologico in corso 6, tanto nella società
quanto nell’arte, sull’identità comunitaria e quella di massa, sono certo leg-
gibili nelle soluzioni coreografiche adottate. È come se l’idea di coro come
“massa” senza capacità autonoma di pensiero e d’azione produttiva si fosse
insinuata suo malgrado nella mente della coreografa, sovrapponendosi alla
sua più feconda concezione del lavoro “comunitario” di gruppo e incep-
pando il meccanismo creativo. Eppure, in un testo pubblicato nel 1933 ma
forse concepito già prima, quindi pressoché contemporaneo a Totenmal,
scriveva:
Alla base della comunità in senso produttivo c’è sempre un’idea accettata da tut-
ti i partecipanti. Oltre a questo però la comunità presuppone una funzione-
guida e un riconoscimento di questa funzione. La massa che si riconosce in se
stessa non è mai una comunità. Il lavoro della comunità è servizio all’idea, è
servizio all’opera. Solo in questo modo è da intendersi anche il ruolo della gui-
da nel coro di danza. La guida è altrettanto coinvolta nell’esperienza comune; la
danza che crea non è ideata da lei, ma proviene dallo spirito del gruppo, che si
forma man mano nelle interrelazioni del lavoro di danza.
Forse, all’inizio, la tendenza a comporre delle opere di gruppo non è altro che
una volontà di comunicazione molto accentuata dell’esperienza personale di
5
Tra i numerosi scritti di Rudolf von Laban, cfr. in particolare la sintesi Vom Sinne der Bewe-
gunschöre (Sul significato dei cori di movimento), “Schrifttanz”, III, 2, giugno 1930, pp. 25-26.
6
Per quanto riguarda in particolare la relazione tra questo dibattito e la danza tedesca, si veda
il fondamentale: I. Baxmann, Mythos: Gemeinschaft. Körper-und Tanzkulturen in der Moder-
ne, München, W. Fink, 2000.
55
danza, cioè il trasferimento del vissuto interiore, che potrebbe comunque pren-
der forma in modo equivalente nel solista, su un corpo d’espressione composto
in modo polifonico. Ma dall’attimo stesso del trasferimento le esigenze del
corpo vivente di gruppo cambiano fondamentalmente il processo creativo. Si
scontrano la richiesta definita del creatore che compone e le richieste ambigue
del materiale vivente. Se si uccide la vitalità multiforme e autonoma del deside-
rio di una forma, si uccide contemporaneamente il nervo vitale dell’opera e si
va a perdere senza speranza, in un completo vuoto d’espressione, il senso del
tutto. Perché è proprio il fatto che il singolo danzatore crei la propria voce in-
sieme agli altri e non la riproduca da una partitura preesistente, ciò che distin-
gue un’orchestra di danza da un’orchestra strumentale. All’interno di questa
comunità creativa vibra il respiro vitale dell’opera7.
Qui non si fa distinzione tra gruppo e coro e i due termini vengono usati
indifferentemente per indicare un nucleo creativo che condivide un’idea e la
realizza in termini interattivi. Probabilmente l’ambiguo esito coreografico
corale di Totenmal, che accentuava ieraticamente il ruolo-guida di Mary
Wigman e irrigidiva al fondo il “materiale vivente” dei suoi compagni in un
ruolo monocromatico di eco amplificante della sua figura e del suo pensie-
ro, derivava anche da circostanze esterne: l’utilizzo di molti danzatori e dan-
zatrici provenienti dalle scuole di danza e con poca esperienza, il loro am-
pio numero e la mancanza di tempo per creare un vero lavoro di gruppo, le
richieste “monumentali” di Talhoff che spingevano ad un uso più architetto-
nico che espressivo degli insiemi, il mancato sostegno musicale ed altro an-
cora. Ma quel che interessa sottolineare in questa esperienza è l’involontaria
messa in crisi dell’idea attiva del lavoro di gruppo spinta in una direzione co-
rale passivizzante. Nei problemi di Mary Wigman si riflettono i problemi
della danza moderna dei suoi giorni, messa di fronte alla scelta tra la “libera
espressione” individuale e di gruppo che ne aveva caratterizzato la nascita e
la rapida crescita spontaneistica, e le necessità formali e comunicative impo-
ste dalla sua istituzionalizzazione nei meccanismi produttivi e ideologici
dello spettacolo del tempo 8. Il linguaggio fondato sull’espressione personale
o di piccoli gruppi di individui, che presupponeva uno sfondo etico ed este-
tico condiviso dai danzatori e da un pubblico empaticamente “organico”,
non si addiceva ad una comunicazione allargata e generalizzata: l’ideale e-
spressivo e comunitario del gruppo ristretto e fortemente motivato si scon-
trava con le esigenze della massa, informe e disomogenea. L’allargamento
del gruppo in coro non poteva appoggiarsi allo stesso metodo produttivo e
presupponeva quindi una modificazione tecnica, stilistica e tematica del lin-
7
Gruppentanz/Regie, in R. Bach, Das Mary Wigman Werk, Dresden, Carl Reissner, 1933, pp.
45-47. Il brano citato a p. 45.
8
Un’analisi approfondita e acuta del lavoro di Mary Wigman per Totenmal nel contesto del
malessere e delle contraddizioni ideologiche che pervadevano la nuova danza tedesca di fine
anni Venti si trova nel primo capitolo del già citato studio di Laure Gilbert, Danser avec le III°
Reich. Più in generale, sull’attuale lettura storico-politica dell’Ausdruckstanz, si veda in italiano
la prima parte di I discorsi della danza. Parole chiave per una metodologia della ricerca, a cura di
S. Franco e M. Nordera, Torino, UTET Libreria, 2005.
56
guaggio della danza: semplificazione e stilizzazione dei movimenti, simbo-
logia e assunto chiaramente interpretabili, netta organizzazione spaziale,
tutti elementi che promuovevano un ruolo limitato ed esecutivo dell’insieme
ed uno fortemente ideativo e direttivo del coreografo.
Ritengo che le tensioni e le contraddizioni che dilaniavano allora i creato-
ri della danza tedesca e che appaiono esemplificate nel testo di Mary Wig-
man, al di là della loro precisa contestualizzazione, appartengano in modo
intrinseco alla riflessione sulla creazione in danza quando l'autore si inter-
roga sul ruolo e la qualità della comunicazione teatrale. Quando non si tratta
più della sola esternazione emotiva autobiografica o autoanalitica – da soli o
in gruppo poco importa – o dell’“arte per l’arte”, ma ci si propone un rap-
porto di sintonia o di dialettica attiva con la società condividendone le tema-
tiche culturali, le forme rappresentative tendono necessariamente ad ade-
guarsi. Se nel balletto della tradizione, che rispecchiava l’ordinamento ge-
rarchico del mondo aristocratico da cui aveva preso vita e a cui si rivolgeva,
il “coro” era nettamente delineato nelle sue prerogative di amplificatore pas-
sivo e decorativo dei ruoli protagonisti, nella danza moderna una nuova i-
dea di “coralità” andava conquistata attraverso un difficile percorso di ricer-
ca identitaria, che rispecchiava il disorientamento di una società in bilico tra
ansia democratica e tentazione totalitaria.
Oggi la danza contemporanea occidentale – che, in temperie democrati-
ca, pare aver ormai generalmente introiettato il concetto di ensemble come
un complesso di individualità distinte, più o meno armonizzate e creativa-
mente interagenti – sembra non aver più interesse ad una questione “corale”,
ma si trova tuttavia di fronte alla nuova sfida socio-culturale della “globali-
tà”, che porta in fondo l’idea di massa alle estreme conseguenze. L’adozione
di modi compositivi e strumenti delle nuove tecnologie informatiche della
comunicazione, la cooperazione sperimentale con discipline scientifiche, la
proliferazione continua degli stili, l’interazione delle creazioni coreografi-
che con le strutture urbane, la fusione di tecniche e stili multiculturali e
l’accentuata composizione multietnica dei gruppi, possono essere letti tutti
come segnali di adeguamento linguistico alle necessità comunicazionali
dell’inizio del terzo millennio. Il “globale democratico” non può essere ve-
rosimilmente rispecchiato nel “coro”, ma certo meglio nella molteplicità di
voci, di proposte e di stimoli, forse disorientate e disorientanti, di artisti che
vivono appieno il proprio, incerto tempo.
57
Sono forse le domande e i problemi che mi hanno impegnato nella di-
scussione a posteriori sulla messa in scena di Sellners dell’Orfeo9 e sul mio
contributo coreografico a questo spettacolo, che rievocano, senza che lo vo-
glia, le immagini del Totenmal, il periodo in cui è nato e le circostanze in cui
è stato creato?
Ma cosa ha a che fare l’Orfeo di Gluck con il Totenmal di Albert Talhoff? Il
primo è un capolavoro classico del teatro musicale, l’altro un esperimento
strettamente legato al suo momento storico, che ben presto è caduto nel di-
menticatoio. L’unico collegamento tra i due che sono in grado di cogliere, è
il fatto che in tutti e due i casi non ho firmato la creazione da sola. Quasi tutto
quello che avevo creato prima del Totenmal e tutto quello – fino a questa co-
reografia per l’Orfeo – che è nato dopo, era germinato dal mio terreno per-
sonale e portava in tutto e per tutto la mia firma.
1928 – Congresso dei danzatori ad Essen, dove i danzatori tedeschi e stra-
nieri si erano riuniti per misurare le loro forze e dove il balletto e la danza
moderna incrociarono lame affilatissime.
In una rappresentazione straordinaria il poeta svizzero Talhoff presentò il
suo “coro celebrante”: gruppi di figure che nell’atteggiamento e nei gesti si
avvicinavano all’espressione della danza e che, grazie ad una raffinata tecni-
ca di illuminazione, venivano calati in un’atmosfera quasi mistica. Le possi-
bilità che vi si evidenziavano anche per lo sviluppo scenico del teatro di
danza mi affascinarono. E così da quel breve incontro nacque uno scambio
epistolare, che presto mi condusse ad una visita a Talhoff.
Nel sottotetto della sua casa aveva costruito un laboratorio di magia. Co-
me un mago trafficava disponendo le sue figurine, le illuminava una per una
e in gruppi per poi farle ricadere nel buio. Queste sembravano muoversi e
illuminarsi dall’interno, apparivano in primo piano per poi scomparire nel-
lo spazio indefinito dello sfondo, sul quale si sollevavano ondeggiando lie-
vemente e scomparivano. La loro irrealtà, già di per sé inquietante, era sotto-
lineata anche da una specie di “suono d’ambiente”, degli accordi prolungati
di armonium, che facevano risuonare lo spazio circostante.
Impossibile sottrarsi all’effetto! E quando poi Talhoff cominciò a spiegare
la sua idea di Totenmal, ne rimasi rapita. Il suo progetto era una grande ope-
ra corale per danza, musica e parola, in cui la luce – così come nel suo “Coro
celebrante” – doveva essere coinvolta nell’azione come fattore drammatur-
gico pari a tutti gli altri. L’intenzione, su cui si fondavano le immaginazioni
di Talhoff, era di ideare un monumento vivente ai caduti della prima guerra
mondiale e di realizzarlo con la creazione e la presentazione del Totenmal.
Spazio del richiamo e del grido di risposta, spazio dell’oblio, spazio della
devozione. L’esperienza di vita delle donne, delle madri: la pazienza e la
sopportazione del dolore subito, la protesta accusatrice e la disperazione
rassegnata. La visione dello spazio di una cattedrale e la sua scansione con
colonne fatte di luce vibrante, la visione di pareti di nebbia tagliate ritmica-
9
L’opera Orpheus und Eurydike di Chr. W. Gluck, per la regia di Gustav Rudolf Sellner, fu
messa in scena a Berlino nell’ottobre del 1961. (NdC)
58
mente da segnali di luce. Volti che, intensificati e spinti all’estremo dalla for-
za della sua immaginazione, addirittura urlavano in cerca di forma e di rap-
presentazione attraverso persone danzanti. Era come se fossi trascinata da
un torrente in piena, nei cui vortici non ci si chiede più dove si sta andando.
E come sapeva infiammare la fantasia Talhoff! L’attizzava, diventando egli
stesso fiamma. Ogni dubbio sulle possibilità di realizzazione fu stroncato
immediatamente. Ogni domanda scettica sulla realizzabilità scenica di effetti
luminosi così fantasticamente illusionistici fu soffocata sul nascere: “Zeiss, a
Jena, l’ha già sperimentato da tempo.”
Tornata a Dresda e circondata dall’atmosfera di lavoro limpida e sobria
del mio studio di danza, fui in grado di liberarmi dall’incantesimo che
l’impressionante intensità di Talhoff mi aveva gettato, potei far chiarezza sul
mio compito e riflettere con calma su come fosse possibile assolverlo. Gli
elementi più confusi come la creazione verbale, gli altari parlanti, il coro ce-
lebrante e il narratore solista divennero sempre meno importanti. Ciò che
rimase era l’idea delle scene di danza, che dovevano essere progettate e crea-
te per un grande spazio. E rimase la felicità, perché per la prima volta avrei
lavorato in grande stile, avrei potuto riunire cinquanta danzatori e danzatrici
per intonare con loro il cantico della vita e della morte.
Eccolo qui, il compito corale, per la cui soluzione avevo lottato intima-
mente per tanto tempo, senza aver mai compiuto del tutto il passo dal grup-
po al coro. Certo, tentativi ne avevo fatti anche in lavori precedenti, come
nei Raumgesänge10 (Canti dello spazio) e soprattutto Feier11 (Celebrazione).
Quest’opera era stata forse la più matura e la più inventiva di tutte le mie
precedenti composizioni di gruppo. Era costruita in modo assolutamente
sinfonico, danza pura, senza il sostegno di alcun intreccio narrativo. Le sue
tre frasi – mosso solenne, mosso cupo, allegro celebrativo – si differenziava-
no tra loro solo per il contenuto umorale e divergevano nella manifestazione
della loro diversa energia dinamica e creativa.
La prima frase – chiamata nel programma “Der Tempel” (Il tempio) –
consisteva di quattro danze che si susseguivano senza interruzione, il cui ca-
rattere monotonamente costante si basava su una sequenza di passi appro-
priata al messaggio cerimoniale, una specie di “ostinato”, che acquisiva in
ogni danza una sfumatura diversa, un tempo differente e una nuova varia-
zione della struttura ritmica. Quadruplice variazione di un tema, che nel suo
insieme otteneva l’effetto di una celebrazione cultuale. La solennità celebra-
tiva si manteneva perfino nel vortice estatico della mia “Drehmonotonie”
(Monotonia rotante). Infatti anche in questo caso mi ero di nuovo inserita
come solista, come voce singola che come un filo rosso attraversava e man-
teneva unita tutta la trama del tessuto.
La frase del mosso cupo, “Im Zeichen des Dunkeln" (Nel segno
dell’oscurità), era fondata completamente sull’elemento ritmico-dinamico.
Gruppi nitidamente disegnati, la cui struttura compatta suscitava quasi un
10
Presentati nel gennaio 1926. (NdC)
11
Si fa qui riferimento alla versione presentata nel marzo 1928. (NdC)
59
effetto architettonico, si muovevano con una ritmica dei piedi molto accen-
tuata, alternando delle soluzioni allargate nello spazio a degli addensamenti
concentrati. Il principio della diagonale dominava le direzioni nello spazio.
Si associava ad una ritmica rigorosamente impostata delle gambe allargate e
flesse che avanzavano allineate orizzontalmente, e che poi, nei raggruppa-
menti, si raddrizzavano fino a raggiungere la verticalità – fendendo lo spa-
zio, creandovi voragini, ammucchiandolo per poi disperderlo nuovamente.
Condotta in modo contrappuntistico, la frase sfociava poi in un tema di fuga
e si concludeva in un accordo complessivo che dominava lo spazio.
Anche i costumi delle danzatrici corrispondevano alla drammaticità
complessiva dominata dal buio opprimente: un nero opaco, broccato gri-
gio-acciaio, argento brillante e come unica macchia di colore un rosso vino
oscuramente ardente. Questi erano i colori. Le forme: dei mantelli, lunghi
fino al ginocchio, che cadevano ampiamente dalle spalle e che sottolineava-
no il carattere orizzontale del movimento. E, in contrapposizione, le figure
marcatamente verticali indossavano una veste aderente, che un mantello
lungo e stretto, aperto sul davanti, copriva a malapena.
Ancora oggi non ho dimenticato con quanta efficacia si sviluppava il bra-
no di danza, con la sua coloritura parsimoniosa, con la sua asprezza quasi
spartana, davanti a un orizzonte azzurro cupo inquadrato di nero ai lati. E
raramente sono riuscita a raggiungere l’unisono assoluto di colore, forma e
linea, di ritmo corporeo e spaziale, come in questo lavoro.
“Festliches Ausklang" (Epilogo cerimoniale), la terza e ultima frase, era in-
trodotta da cinque danzatrici che portavano dei piatti e si dirigevano verso la
loro postazione lungo un percorso a zig-zag con svolte molto accentuate.
Stavano ritte come colonne, strutturando lo spazio con una disposizione a-
simmetrica, per poi introdurre con il motivo ritmico dei loro risonanti stru-
menti metallici l’evento cerimoniale. Costituivano, per così dire, il momento
statico nel moto ondoso lievemente vivace che pervadeva lo spazio di danza
che così si era creato, che lo inghirlandava con cerchi, con giri, con salti e
slanci, con l’eccitante su e giù di un vibrato altalenante, che andava aumen-
tando fino all’esultanza.
All’inizio di ogni nuova fase tematica, però, le figure statiche si trasferiva-
no in un’altra postazione, da cui introducevano la ripresa del movimento
polifonico con il motivo dei loro piatti battuti in rapida sequenza. Com’ero
soddisfatta allora di quest’idea! Mi dava la possibilità di modificare lo spazio
durante lo stesso procedere della danza e preservare così lo svolgimento
successivo da ogni pericolo di noia, di disordine e di rigidità.
Per tre volte avveniva questo mutamento, che nel crescendo della sua ul-
tima fase veniva spinto fino al fortissimo, per spegnersi poi gradualmente e
dare inizio ad un tema pastorale. File, curve, archi, cerchi scivolavano sepa-
ratamente e si ricomponevano lentamente nei gruppi di danzatrici inginoc-
chiate, sedute e sdraiate. Solo alcune figure se ne separavano, per abbando-
narsi alla calma dello spazio ora completamente dilatato in incontri fugge-
voli, dondolando dolcemente il corpo, giocando lievemente con le mani. La
60
quiete dopo la tempesta, in cui erano comprese anche le figure statiche. Poi
risuonava ancora una volta il richiamo dei piatti. Ancora una volta lo spazio
diventava la piazza della danza scandita dalle colonne, per raggiungere
nell’unisono del grande giubileo della “Feier” (Celebrazione) il suo robusto
epilogo.
Ma perfino in quest’opera costruita in modo grandioso e ampio continua-
va a dominare la modellatura delle singole figure nelle loro reciproche rela-
zioni e solo per brevi momenti si condensava un’idea unitaria
dell’espressione corale. Mancava solo un passo dal gruppo di danza al coro
danzante! Ma quel passo è fondamentale e deve essere fatto. Perché nel coro
non si tratta più del gioco concorde o contrapposto di forze, che determina
l’intreccio policromo della danza di gruppo nella sua manifestazione espres-
siva personale e generale. Qui l’eventuale conflittualità non viene più messa
in gioco all’interno del gruppo stesso. Qui si tratta piuttosto della fusione di
un gruppo di persone in un unico corpo in movimento, che, rappresentan-
do contemporaneamente il presente e l’imperscrutabile, è orientato da un
punto di vista unitario verso un fine comune da tutti riconosciuto e non può
più essere frantumato in azioni singole; un corpo che, attivamente partecipe,
interviene direttamente nel conflitto fatale che si svolge davanti ai suoi occhi,
o che invece, contemplativo, registra ciò che osserva, per poi trasporlo sul
piano della conoscenza e dell’esperienza.
Questo compito implica sempre per il coreografo una sicura rinuncia: la
rinuncia alla massima valorizzazione del suo materiale di danza ai fini
dell’eccellenza tecnica della prestazione. Infatti l’esigenza più inesorabile
del principio corale si chiama semplicità e ancora semplicità: nelle forme
spaziali, nella condotta ritmica, nell’andatura, nella postura e nel gesto, negli
addensamenti, negli scioglimenti e negli incrementi dinamici. Ogni cosa in
più, ogni dettaglio troppo complicato agisce come un’infrazione dell’idea
corale e lascia fratture non facili da colmare.
Così come la creazione corale richiede un antagonista – sia che si manife-
sti davvero o che agisca come idea tematica sopra e dietro gli eventi – richie-
de in molti casi anche una guida competente del coro, che, con la potenza
della sua testimonianza, aiutata e sostenuta dalla totalità del coro, spinga a-
vanti l’idea tematica ed eventualmente la porti a conclusione.
All’inizio del lavoro per il Totenmal non ero minimamente consapevole
di queste particolari esigenze. Si presentarono solo nel corso del processo
creativo, e più di una volta le ho ripudiate; il che significava ogni volta smon-
tare il lavoro già fatto fino al punto in cui aveva inizio l’infrazione. Dure bat-
taglie che dovevo combattere da sola, perché non c’era nessuno che mi a-
vrebbe potuto aiutare.
Nelle scene di Totenmal si fronteggiavano due cori. Donne che amano,
che nel tormento della loro solitudine si spingono fino alla soglia della mor-
te, nell’illusione di poter annullare la definitività della separazione e di poter
richiamare in vita la persona amata, e all’opposto il coro degli uomini, che
doveva simboleggiare con figure più grandi del naturale i caduti in guerra,
61
avvolto da un’atmosfera spettrale, in silenzio ostinato, in difesa passiva e sof-
ferente, e alla fine in lotta contro l’ingresso in un luogo d’ombre crepuscola-
ri, che non era più possibile lasciare.
Ora, è insito nella sfera della danza dar volto e forma anche al sovrannatu-
rale. Ma io qui ho incontrato delle difficoltà assolutamente inaspettate, degli
ostacoli che sorgevano in me e contro di me. Perché qui non si trattava piú
soltanto di esorcizzare degli spiriti. Qui doveva essere mantenuta la dignità,
il timore reverenziale di fronte alla maestà della morte, che doveva rimanere
l’intoccabile guardasigilli di questo luogo proprio nel suo aspetto più in-
comprensibile.
Paura, orrore, raccapriccio, dolore e pericolo mortali, tutte le immagini
della guerra erano affidate alla forza dell’esperienza delle donne, mentre il
coro maschile stava immobile nello smarrimento, nello spazio dell’oblio,
ormai del tutto irraggiungibile. Qui non esisteva più amore né comprensio-
ne delle esigenze umane. E tuttavia non bastava spingere il coro maschile su
un livello in cui rimanesse pura apparizione. Nonostante la lontananza, il
suo star ritirato nell’ombra spettrale, doveva entrare in azione, doveva di-
ventare antagonista.
Non riuscivo in alcun modo ad equilibrare la realtà e l’irrealtà. Finché un
giorno mi sono ricordata di quel canto dell’Odissea, in cui il grande viaggia-
tore esegue il sanguinoso sacrificio espiatorio per poter incontrare le anime
indistinte del regno della morte e nel colloquio con loro compensare la per-
dita del passato subita a causa delle sue lunghe peregrinazioni. Io vidi davve-
ro come le ombre informi a contatto con il sangue ancora caldo di vita ri-
conquistavano i tratti delle loro fattezze umane, come diventavano ricono-
scibili e accessibili, pur rimanendo intangibili. E anche se questa visione non
era immediatamente utilizzabile, aveva comunque acceso una piccola
fiammella, che mi diede il coraggio di avvicinarmi pian piano al regno di
mezzo, rimasto finora irraggiungibile.
Ad eccezione di una sola figura femminile, che avrei interpretato io stessa,
tutti i danzatori del Totenmal dovevano portare delle maschere. Sgomenta,
stavo davanti ai cinquanta volti intagliati nel legno. Si sarebbero integrati col
processo d’astrazione di una creazione di danza? Con l’intaglio del legno su-
perficiale e a grandi linee, con l’espressione dolorosamente rigida di rifiuto e
distacco, le maschere degli uomini riuscivano ancora a raggiungere
un’espressione spettrale. Ma i volti lacerati delle donne erano spinti ad un
realismo troppo accentuato, che – se pure su un diverso livello – sembrava
ugualmente sospingerle nel mondo dei fantasmi. E così fallì anche il primo
tentativo pratico, perché scivolava nel grottesco. Che fare? Non ne avevo la
minima idea. Eppure si doveva trovare un modo per avvicinarsi a queste ma-
schere.
Provammo con degli “esercizi di meditazione”. Le danzatrici si sedettero
sul pavimento, con la schiena appoggiata alla parete, e osservarono le ma-
schere che tenevano in grembo: un minuto, due minuti, cinque minuti. Si-
lenzio assoluto. Solo una melodia di gong risuonava lievemente attraverso lo
62
spazio. La sera seguente stessa cosa. Solo che, questa volta, le danzatrici si
misero le maschere sul viso e si osservarono nel riflesso di uno specchio che
avevano portato con sé. In questo modo cercammo di appropriarci gra-
dualmente dello stile e del carattere delle maschere.
Poi si passò a modellare le singole figure. Facevo avvicinare le danzatrici
una per volta al grande specchio nel mio studio, per mostrare dove si doveva
cercare la dissonanza tra la maschera e la figura umana.
Ne ricordo in particolare una, che portava una maschera da vecchia: il
suo corpo contrastava grottescamente con l’aspetto della maschera, strazia-
to, solcato di rughe e già avviato all’agonia. Occorreva un’estrema cautela
per imprimere la decrepitezza anche nell’andatura, nel portamento e nel ge-
sto del giovane corpo. Un lavoro infinitamente faticoso di dettaglio, perché
non si trattava solo di armonizzare la maschera e la sua portatrice, ma di fis-
sarla e tipizzarla – pur salvaguardando la sua impronta individuale – anche
stilisticamente. Solo così si poteva raggiungere un effetto complessivo
nell’espressione corale.
Anche se si scoprì che le “colonne di luce” di Talhoff nello spazio-
cattedrale dell’invocazione non potevano essere realizzate, la prima entrata
in scena del coro femminile raggiunse un effetto incredibilmente forte. Dal
buio di fondo una figura femminile dopo l’altra si staccava ed entrava per un
attimo nel cerchio di un cono luminoso, che la faceva risplendere di luce
abbagliante, per poi scivolare di nuovo nel buio e far posto alla prossima fi-
gura. La giovane operaia si faceva strada senza riguardo con movimenti duri
e spigolosi. La cieca, con occhi spenti da maschera tastava il terreno con pas-
si incerti. La ragazzina, quasi ancora inconsapevole della sofferenza, attra-
versava in fretta lo spazio come cercando. La pazza barcollava senza una
meta. La vecchia fragile. La donna sciolta in lacrime e quella pietrificata dal
dolore, la rassegnata e quella materna e gentile, pronta a consolare. La fila
delle figure sembrava non aver fine e scivolava davanti agli occhi come una
visione di straordinaria insistenza.
Solo allora le donne si ritrovavano in un’unità corale, in un’articolata pro-
cessione di cordoglio. E a questo punto cominciava per davvero la mia lotta
personale per la conquista della grande forma corale. Ogni rottura della
formazione a blocco – se dava spazio a un moto concorde o contrastante
dell’espressione individuale – doveva rimanere collegata all’azione generale,
doveva portarla avanti e farla crescere, fino al punto in cui lamento, tristez-
za, nostalgia, rabbia si accordassero in un unico grido improvviso: la dispe-
rata richiesta di restituzione dei morti. I corpi ammucchiati l’uno sopra
l’altro e sobbalzando nel dolore come un animale ferito, il coro femminile si
trasformava in una gigantesca collina di sofferenza, sulla quale cominciava
ad apparire la visione dei morti. In formazione ad organo, ergendosi come
colonne affiancate e sovrapposte, si presentavano nella luce pallida e spet-
trale dello sfondo e alzavano lentamente, con lentezza infinita, il braccio de-
stro in un unico gesto di difesa e di rifiuto.
63
Il coro delle donne però non resisteva. Scosso dal terrore si spezzava. E le
donne, ora di nuovo isolate e abbandonate, fuggivano davanti
all’apparizione da loro stesse evocata di queste figure, che rimanevano al di
fuori della loro portata. Lo spazio diventava buio e cadeva il silenzio, fino a
che i cori parlanti – a destra e a sinistra della scena, edificati come altari –
commentavano con domanda e risposta l’evento danzato e introducevano la
scena successiva.
Le prove sceniche sotto la direzione di Talhoff non si svolsero sempre
senza attrito. Talvolta suscitarono addirittura delle feroci battaglie. Così, ad
esempio, la musica d’accompagnamento, già creata a Dresda e pienamente
sviluppata dalla parte danzata, fu da lui rifiutata e le scene di danza furono
sottomesse ad un’orchestra di suoni ritmici, da lui stesso diretta. I brani di
danza però, già composti in ogni dettaglio, non sopportavano alcun arbitrio.
E, per la dimensione che avevano raggiunto, avevano bisogno di un appog-
gio sicuro, che assicurasse la loro indipendenza da tutti gli altri fattori dello
spettacolo. Ci accordammo infine sul metro battente di due tamburi negri, il
cui suono penetrante arrivava fino all’ultimo angolo del grande spazio sce-
nico, ma non si sentiva in platea.
La rinuncia ad una musica autonoma per la danza fu pesante, ma si rivelò
la decisione giusta. Infatti le composizioni personali ritmico-melodiche di
Talhoff non erano in realtà orientate sulla danza. Avevano un carattere so-
noro decisamente pittoresco, che avrebbe sfumato più che sottolineare la
chiarezza del disegno coreografico. Da quel pericolo ci salvarono i tamburi
negri. Persino quando le alte onde sonore avvolgevano la scena, non riusci-
vano a spezzare la compagine danzante, ma sembravano circondarla con un
muro di suono semovente. Le scene di danza resistettero alle prove di carico
con la parola e il suono. Persino la rinuncia, che divenne necessaria per
problemi tecnici, alla partecipazione della luce sotto forma di colonne lu-
minose e ai segnali battenti e ritmici programmati – sul cui effetto avevo con-
tato tanto – non riuscì a danneggiarle.
Troppe forze squilibrate tra loro erano in gioco, perché si potesse realiz-
zare il sogno di Talhoff dell’opera d’arte totale. Ciò nonostante Totenmal fu
una creazione unica, un abbozzo progettato in modo grandioso, al cui effet-
to non ci si poteva sottrarre. L’impressione dell’opera era e rimase sconvol-
gente.
Sera dopo sera la gigantesca sala di spettacolo appositamente ristrutturata
per il Totenmal si riempiva di persone, che ne rimanevano profondamente
commosse. C’erano quei momenti di profondo rispetto, in cui, dalle gallerie
in alto, singoli dicitori leggevano brani dalle lettere di studenti caduti. Mo-
menti in cui si tratteneva il respiro e un pianto silenzioso sembrava riempire
tutto lo spazio.
C’era la processione delle donne, che, trasfigurate dal dolore e come in-
nalzate sopra se stesse, salivano dal profondo della buca dell’orchestra per
dialogare con i loro morti nello spazio dell’oblio, che era insieme uno spa-
zio del ricordo amoroso. Il suo carattere cimiteriale gli derivava dalle figure
64
del coro degli uomini. Pietre tombali di se stessi, rialzati verticalmente con
l’aiuto di podi e coturni e quasi assorbiti dal silenzio di una pace profonda.
Nessuna protesta delle donne questa volta! Fervore, umiltà, devozione sali-
vano verso le figure maschili e sembravano ottenere qualche reazione: un
quasi impercettibile movimento della testa, una mano che si alzava lieve-
mente. Nessuna minaccia degli uomini. Ancora soltanto rassegnazione e la
grande tristezza nel riconoscere una conclusione ineluttabile.
C’era anche lo spazio del “Gegenruf” (Grido di risposta), dove il coro ma-
schile insorgeva e si ribellava contro la ripetuta invasione del suo territorio e
protestava contro la guerra. Secondo l’idea di Talhoff, i danzatori dovevano
tranciare e incupire lo spazio in veste di tamburini e sbandieratori fantasma.
Avevo chiamato la danza che nacque come studio preparatorio a questa
scena, "Raumgestalt” (Figura spaziale). Era così faticosa fisicamente, che po-
tei includerla nel mio programma solistico soltanto per un tempo relativa-
mente breve. Un telo doppio, di seta rossa e di velluto grigio-argento, era
cucito nella larga gonna del mio abito di danza. Era lungo quattro metri e il
suo estremo opposto era fissato ad un bastone di legno riempito di piombo
che giaceva pesantemente nelle mie mani. Solo così si riusciva a dominare
l’insolito materiale e a manovrarlo danzando: a gettarlo in aria con un forte
slancio, ad avvolgervisi così strettamente che il corpo diventava una colonna
e a liberarsi poi da esso con un movimento potentemente caricato. Come ali,
che agitavano lo spazio dell’aria e del terreno. Era un lavoro da uomini, che
in realtà superava di gran lunga le mie forze, ma mi mise in grado di trasmet-
tere ai danzatori del Totenmal il suo funzionamento con esperienza e com-
petenza. Sarebbe stata una cosa semplice far diventare l’ultima scena del To-
tenmal il suo culmine, la carica degli inferi sfruttata teatralmente, che si lan-
cia con odio contro la realtà del vissuto umano e la calpesta con rabbia cie-
ca. Ma era proprio questo che non doveva succedere. La misura usata per
tutte le altre scene doveva valere anche qui: un monumento per i caduti in
guerra eretto in un’ora di celebrazione – un monumento commemorativo
anche per i viventi e i sopravvissuti.
Ancora una volta le donne si mettevano in cammino verso i morti. Anco-
ra una volta risuonavano richieste e preghiere in un supplichevole appello
d’amore. Poi però, era come se lo spazio volesse esplodere, con il rimbom-
bo cupo dei timpani, con il battito aspro dei colpi di tamburo sottolineati
per di più dall’orchestra con un rullio incessante. Disposto in colonne, con
un passo di marcia pesantemente battuto ma quasi fermo sul posto, il coro
inquietante degli uomini sembrava lanciarsi in avanti, sembrava spingere da
parte le donne, irrigidite dallo spavento di fronte alla potenza di quella vi-
sione, spianarle al suolo e prendere possesso dello spazio dell’esperienza
umana. Su tutto questo, lo sventolio crepitante delle bandiere che, come le
enormi ali di un tenebroso angelo della morte, continuavano ad essere lan-
ciate in aria e a volteggiare minacciosamente sulle teste.
Così come si era infiammata, la reazione dei morti si spegneva. Ormai si
udiva solo il rimbombo dei passi, che, affievolendosi via via, si perdeva lon-
65
tano e la scena diveniva un vuoto indefinito. Una pausa, un minuto di silen-
zio, in cui io, rimasta da sola, dovevo compiere un ultimo gesto, che rappre-
sentava anche la fine del Totenmal. Come guida del coro, passata attraverso
tutti i livelli d’esperienza delle donne, ora era compito mio ristabilire la pace
nello spazio dei morti turbato dal tumulto, restituirlo a quel silente autocon-
trollo, cui l’uomo può legittimamente avvicinarsi solo in stato di devozione.
Dalla massima erezione del corpo scivolavo lentamente, con lentezza in-
finita, nel grande arco del “ponte”. Di per sé niente di particolare, ogni dan-
zatore lo sa fare! Solo che nel movimento al rallentatore il corpo sembrava
spezzarsi e i secondi parevano un’eternità.
È forse uno degli effetti più affascinanti della danza, che con l’uso dei pro-
pri mezzi puramente fisici si possa raggiungere una completa liberazione dal
corpo. E proprio questo accadeva nell’ultimo gesto. Più la schiena si inarca-
va, più la testa si avvicinava al suolo e le braccia – senza alcun altro appoggio
– cominciavano a oscillare come dei rami che vibrano nell’aria, più mi pos-
sedeva la sensazione della assenza di corpo. Abnegazione? Si, ma il compito
da assolvere era proprio sotto di me. Anche doloroso nei passaggi da un li-
vello di altezza all’altro. Ma non era ciò che generalmente chiamiamo “e-
spressione”. Qui non esisteva più una volontà cosciente né un possibile per-
fezionamento dell’espressione personale; c’era solo la conseguenza inesora-
bile di un agire in atto, che nel completo auto-annientamento diventava ge-
sto di sacrificio. Il sangue batteva sempre più forte nelle tempie, rintronava
nelle orecchie, si faceva buio davanti ai miei occhi. Ma non ci fu mai alcun
accenno di perdita di coscienza. Era piuttosto come essere trasportata ad
un’altra sfera di coscienza, oltre il tempo e la fisicità, in cui la terra stessa
s’impossessava dell’esistenza fisica e pareva risucchiarla con una strana forza
d’attrazione, sempre più lentamente, sempre più in profondità. Solo quando
la nuca toccava il suolo, quella tensione quasi sovrannaturale poteva scio-
gliersi. La schiena cedeva, le braccia si piegavano. Con un profondo sospiro
potevo liberarmi da quella pena autoinflitta. Le luci si spegnevano. Il mo-
numento ai morti era giunto al termine.
66
Susanne Franco
CREATIVÀ E MITOPOEISI IN MARTHA GRAHAM.
PSICOLOGIA, STORIA E (AUTO)NARRAZIONE.
Per una curiosa contingenza editoriale uno dei primi scritti scientifici ap-
parsi in Italia sulla figura di Martha Graham, al di fuori dell’ambito della sto-
ria della danza, è contenuto nella traduzione, nei primi anni Novanta, di In-
telligenze creative1. Il volume di Howard Gardner, neuropsicologo esperto di
psicologia cognitiva, è dedicato a sette esponenti dell’arte e della scienza
che, seppure con modalità differenti, hanno inciso profondamente sulla lo-
ro epoca e sui loro rispettivi ambiti culturali. Secondo Gardner, tra la fine
dell’Ottocento e i primi del Novecento, le convenzioni, le pratiche e i quadri
interpretativi in uso sono apparsi sempre più inadeguati: questi sette “mae-
stri moderni”2 accomunati dall’appartenenza generazionale e da una moda-
lità creativa dirompente rispetto ai modelli preesistenti, costituiscono di per
sé un “campione rappresentativo e corretto della più vasta schiera di individui
che, con le loro scoperte, hanno contribuito a creare una versione o l’altra
dell’età moderna”3. Unica presenza femminile degna di questo pantheon in
cui figurano Albert Einstein, Pablo Picasso, Igor Stravinskij, T. S. Eliot e il
Mahatma Gandhi, è Martha Graham. Di ciascuna delle singole “imprese
creative”4 Gardner mette in luce il profilo della personalità, l’assetto sociale
di appartenenza, i programmi, le realizzazioni e, naturalmente, le capacità
creative. Oltre a ciò, dichiara di volere stilare delle conclusioni più generali
sulla natura del processo creativo per poter comprenderne i principi fon-
damentali. Queste convinzioni si poggiano sulle sue precedenti osservazioni
in merito alle differenti tipologie dell’intelligenza, che per Gardner non ha
una forma unica, bensì multipla 5, come recita il titolo di una delle sue prime
opere, ed è soggetta a mutamenti costanti. Nello specifico egli individua sette
particolari tipologie di intelligenza che possono essere poste in relazione
1
H. Gardner, Intelligenze creative, Milano, Feltrinelli, 1994 (ed. or. Creating Minds, New York,
Basic Books, 1993). Si veda anche la recente riflessione sull’influenza di queste teorie
sull’insegnamento e la pratica della danza: E. C. Warburton, L’intelligence passé, présente et
possible, in Scientifiquement danse. Quand la danse puise aux sciences et réciproquement, nume-
ro monografico di “Nouvelles de danse”, n. 53, 2006, pp. 135-149.
2
H. Gardner, Intelligenze creative, cit., p. 22.
3
Ibidem.
4
Ivi, p. 23.
5
H. Gardner, Formae mentis. Saggio sulla pluralità dell’intelligenza, Milano, Feltrinelli, 1987 (ed.
or. Frames of Mind. The Theory of Multiple Intelligences, New York, Basic Books, 1983).
67
con dei profili neurologici e psicologici, che si traducono in altrettante mo-
dalità creatrici: linguistica, logico-matematica, musicale, corporeo-
cinestetica, spaziale, personale o emotiva, a sua volta ripartita in intraperso-
nale (il talento per comprendere se stessi) e interpersonale (il talento per
comprendere e per mettersi in relazione con gli altri)6.
Gardner ha in seguito sostenuto che, se è vero che ogni essere umano è
dotato di molte intelligenze, ciascuna di esse può essere alimentata e indiriz-
zata in vari modi tramite un’educazione mirata7. Questo approccio allo stu-
dio dell’intelligenza voleva innanzitutto introdurre l’idea, oggi ampiamente
assimilata, che la definizione stessa di “intelligenza” nell’accezione classica è
fuorviante e che i termini “ragione”, “logica” e “conoscenza” non sono suoi
sinonimi, ma che esistono competenze intellettive umane relativamente au-
tonome, ossia delle specifiche formae mentis plasmate e combinate in modi
diversi dagli individui e dalle culture.
I personaggi presentati nel suo studio dispongono tutti di molte tipologie
di intelligenza, ma Gardner ha deliberatamente privilegiato per ciascuno la
messa a fuoco di un’unica tipologia. Così facendo ha ritenuto di poter più
agilmente provare le conquiste creative del singolo, ovvero quel sofisticato
uso di simboli, immagini e operazioni associate a un’intelligenza particolare
operante in un campo particolare 8. La struttura del suo saggio procede dalla
descrizione di un fenomeno all’introduzione di una tassonomia per sfociare,
infine, nell’elaborazione di un approccio a una serie di esempi generati dalla
tassonomia stessa e stabilire dei modelli in grado di presentare allo stesso
tempo “somiglianze rivelatrici e differenze istruttive”9. In questa griglia Gra-
ham è eletta a modello di intelligenza corporeo-cinestetica, in virtù del fatto
che la danza è considerata dall’autore come una delle forme più mature
dell’espressione corporea. Questa formae mentis, al pari delle altre prese in
esame, sembra essere esemplificativa, per Gardner, di quello che egli indivi-
dua come un denominatore comune del genio moderno, vale a dire la di-
sposizione a incorporare e a mantenere viva la sensibilità infantile. Sempre
secondo Gardner, ogni attività creativa scaturisce in primo luogo dai rap-
porti tra gli individui e tra essi e il mondo 10.
Tuttavia, nel capitolo dedicato a Graham, pur fornendo al lettore molte
informazioni sull’universo creativo della coreografa e alcune interessanti in-
terpretazioni sui temi e sui significati delle sue coreografie, sui momenti sa-
lienti delle sue svolte creative e sui contesti in cui si trovò ad agire, Gardner
non dà risposte esaustive a domande che sembrerebbero di importanza fon-
damentale per uno studio simile. Come componeva le sue opere? Cosa na-
sceva per primo nella sua mente: la trama, il personaggio, la disposizione
6
Per una versione aggiornata di queste teorie cfr. H. Gardner, Intelligence Reframed, New
York, Basic Books, 1999.
7
H. Gardner, Intelligence Reframed, cit.
8
H. Gardner, Intelligenze creative, cit., p. 30.
9
Ivi, p. 23.
10
Ivi, p. 25.
68
spaziale, la forma e il flusso del movimento? Come abbozzava i suoi schemi?
Procedeva in modo simile se creava un solo o un movimento corale? Le sue
idee erano legate fin dal principio a un determinato interprete? E in definiti-
va, come si compiva in lei il processo creativo?
Le ragioni che possono spiegare gli scarsi esiti ottenuti con questo ap-
proccio sono varie. Quando Gardner ha ultimato il suo volume – a ridosso
della morte di Graham – non erano ancora stati pubblicati studi moderni
sulla coreografa e dunque non erano state avanzate teorie capaci di sottrarne
il valore al tono auto-celebrativo delle stesse affermazioni e al taglio aneddo-
tico di molta ricerca in danza11. E ancora: la mancanza di strumenti di analisi
del movimento, per altro ammessa dallo stesso Gardner, che applica un lin-
guaggio inadatto a trattare sia l’oggetto di studio, la danza, sia la tipologia di
intelligenza presa in esame, quella corporeo-cinestetica. Il taglio stesso dato
al volume, nel volere privilegiare di volta in volta un’unica tipologia di intel-
ligenza, finisce col limitare a priori la possibilità di individuare alcune aper-
ture alla comprensione del processo creativo proprio nell’azione congiunta
di più forme mentali. Questi ultimi aspetti trascurati da Gardner risultereb-
bero al contrario rivelatori, a maggiore ragione nello studio di una persona-
lità come quella di Graham. Infine, la prospettiva scelta sembra poco attenta
all’esame delle fonti prese in considerazione e non tiene conto della portata
delle rappresentazioni nella costruzione della narrazione (auto)biografica e
storica. Alla sensibilità dello storico contemporaneo una questione si pone,
invece, con urgenza: che idee della creatività aveva fatto proprie Graham
durante la sua lunga vita e quanto esse hanno influito sul modo in cui ha ar-
ticolato, rappresentato e tramandato le complessità del proprio processo
creativo? Lo studio del processo creativo va esteso anche al prodotto della
creazione, al soggetto che crea e al contesto della creazione? Se è assodato
che il processo creativo non è unitario, il termine dovrebbe indicare una
complessa interazione di processi cognitivi, psicologici ed emotivi, e la crea-
tività dovrebbe essere individuata nell’atto della progettazione, ma anche
della presentazione, della divulgazione e della riflessione a posteriori sulle
opere. Immaginazione, promozione, ricezione e (auto)analisi sembrano
fattori ancora più intrecciati nel caso di un artista del passato, quando l’atto
creativo si offre allo studioso stemperato, per un verso, nella (ri)costruzione
del medesimo tramite testimonianze scritte e/o orali (più o meno intenzio-
nali, più o meno pubbliche) e, per l’altro, nei ricordi soggettivi di chi vi ha
assistito (in tutto o in parte, durante un lungo arco di tempo o sporadica-
mente).
11
Si vedano in particolare gli studi di Mark Franko, Susan Manning e Ramsay Burt. Per una
bibliografia aggiornata su Martha Graham si veda S. Franco, Martha Graham, Palermo,
L’Epos, 2003, pp. 237-242.
69
Mitopoiesi di una coreografa
12
Per una ricognizione storica del concetto di creatività si veda J. S. Dacey - K. H. Lennon,
Understanding Creativity. The Interplay of Biological, Psychological, and Social Factors, San
Francisco, Jossey-Bass Publishers, 1998.
70
singole esistenze, conservando quello che ogni uomo può soltanto ripetere
suo malgrado 13.
Nei primi anni della sua carriera, Graham affermò che la danza era un as-
soluto, ovvero non “conoscenza di qualcosa” ma “conoscenza in sé”14, ri-
vendicando così, al pari di molte pioniere della danza moderna, una qualità
razionale a quanto creava sulla scena e con il corpo (femminile). Se l’arte,
per tutto il secolo che l’aveva preceduta, era stata definita come “ispirazione,
motivazione, visione, genio”15, Graham con la sua versione della modern
dance mirava a introdurre l’idea che fosse soprattutto “azione”. Questo signi-
ficava anche riconoscere una mutata predisposizione dell’artista nei con-
fronti della propria materia. Il movimento, sempre secondo Graham, non
era il frutto dell’invenzione quanto della scoperta, “la scoperta di quello che
il corpo farà e di quanto saprà fare nell’esprimere le emozioni”16.
Fu soltanto in un secondo momento, verso i primi anni Quaranta, e cioè
proprio a ridosso della scoperta della psicanalisi, che la sua poetica cambiò.
L’incontro con la letteratura psicanalitica, la sperimentazione in prima per-
sona dei suoi effetti con una terapeuta di formazione junghiana e la frequen-
tazione di alcuni artisti che si riconoscevano sotto l’etichetta dell’espres-
sionismo astratto e che, come lei, erano entrati nel cono d’ombra di queste
nuove teorie, la portarono a riconsiderare strumenti e scopi della sua danza.
Reintegrò a poco a poco la componente narrativa nelle sue coreografie dan-
do ampio spazio all’elaborazione di una drammaturgia spesso di matrice let-
teraria e filosofica e introdusse uno stile interpretativo sempre più dramma-
tico. Questo nuovo indirizzo era dovuto in parte anche al lento invecchia-
mento del suo fisico e ai limiti via via più visibili delle sue capacità tecniche.
Da questo momento in poi Graham descrisse il suo processo creativo come
una mera prassi individuale e nemmeno così originale, nella consapevolez-
za che fosse più semplicemente il risultato dell’evocazione di un passato col-
lettivo: “Quando creo una nuova danza avverto sempre alle mie spalle passi
ancestrali che mi sospingono innanzi e gesti antichi che fluiscono in me” 17.
La sua poetica slittò progressivamente verso orizzonti teorici sempre più sa-
gomati dall’universo letterario, filosofico e mitologico, oltre che
dall’insegnamento psicanalitico in cui matrice freudiana e junghiana si me-
scolarono in modo singolare, sebbene la creatività vi assunse soprattutto il
carattere finalistico attribuito da Jung agli eventi della vita in genere. E pro-
13
P. F. Pieri, Dizionario junghiano, Torino, Bollati Boringhieri, 1998; si veda anche L’uomo e i
suoi simboli, a cura di C. G. Jung, Firenze-Roma, Edizioni Casini, 1967 (ed. or. Men and His
Symbols, London, Aldus Books, 1964).
14
M. Graham, Dancer’s Focus, in B. Morgan, Martha Graham: Sixteen Dances in Photographs,
New York, Duell, 1941, p. 11.
15
M. Graham, Graham 1937, in Donna è ballo, trad. it. di D. Bertozzi, Milano, Savelli, 1980, p. 60
(ed. or. in Martha Graham: The Early Years, a cura di M. Armitage, Los Angeles, Merle Armi-
tage, 1937, pp. 83-88).
16
M. Graham, Affirmations, in Martha Graham: The Early Years, a cura di M. Armitage, cit., p.
104.
17
M. Graham, Memoria di sangue. Un’autobiografia, Milano, Garzanti, 1992, p. 15 (ed. or. Blood
Memory, New York, Doubleday, 1991).
71
prio questo senso di missione attraversò tutta la pratica della coreografa: in
più occasioni Graham ribadì di non avere scelto di diventare danzatrice,
semmai di essere stata scelta e di avere accettato il proprio destino sacrifi-
cando la sfera privata della propria vita18. Non si considerò mai un genio
perché affermava di ignorarne l’essenza e nella sua tarda autobiografia disse
di preferire per sé la definizione di “cane da riporto”, un cane che “riporta le
cose dal passato o che appartengono alla memoria comune del nostro san-
gue”19. L’arte, insomma, era diventata per lei “l’evocazione dell’intima natura
dell’uomo”20 che per suo tramite esprimeva “il paesaggio della sua anima”21.
Le rare occasioni in cui confidò alla pagina scritta le proprie riflessioni sul
processo creativo finirono per assumere il tono dogmatico delle verità rive-
late, perdendo così la loro qualità principale, quella di barometro di una
pratica e di una teoria che si concretizzavano in modi talvolta straordina-
riamente innovativi, talvolta banalmente iterati. Le testimonianze scritte che
lasciò si sovrapposero inoltre alla esigenza crescente di avvolgere se stessa e
la propria pratica artistica in un alone quasi mitico. Affermazioni, dichiara-
zioni, comportamenti: tutto concorse a fare della danzatrice un’intellettuale
incline alle provocazioni, dell’artista un personaggio tipicamente america-
no, della donna l’emblema di una generazione alla ricerca di una nuova i-
dentità. La scarsezza e la frammentarietà di tracce da seguire per ricostruire
il processo creativo di Graham e gli effetti che questa situazione ebbe sulla
mitopoiesi della coreografa comportano la necessità di alcune considera-
zioni teorico-metodologiche sulle fonti.
18
M. Graham, How I Became a Dancer, “Saturday Review”, 28 agosto 1965, p. 54.
19
M. Graham, Memoria di sangue, cit., p. 19. Sull’influenza del pensiero junghiano nell’imma-
ginario di Graham si veda in particolare S. Shelton, Jungian Roots of Martha Graham’s Dance
Imagery, in “Society of Dance History Scholars Proceedings”, 1983, pp. 119-132.
20
M. Graham, Graham 1937, cit., p. 59.
21
M. Graham, Memoria di sangue, cit., p. 9.
22
Si veda S. Franco, A chi appartiene la danza, in Martha Graham, cit., pp. 179-193.
23
Altri archivi, ma abbastanza poveri, si trovano presso la Dance Division della New York Pu-
blic Library presso il Lincoln Center (nella fattispecie una piccola parte della sua corrispon-
72
nei primi anni di esistenza della compagnia, dato che lei stessa distrusse i
suoi diari, i quaderni di appunti e le lettere personali dell’epoca, e in linea
generale della fase preparatoria del suo lavoro restano soltanto dei riferi-
menti sparsi nei suoi scritti, molti dei quali tardi, e alcuni accenni indiretti in
occasione di qualche intervista. A questi documenti si aggiungono le testi-
monianze dei collaboratori e dei danzatori succedutisi nella compagnia, le
cui voci si sono inevitabilmente intessute con gli strati crescenti del mito. Al-
cune sorprese potrebbero essere riservate dalla sua corrispondenza conte-
nuta negli archivi privati attualmente in corso di catalogazione, specie quella
con i musicisti e gli scenografi con cui collaborò. Ma di fatto quella del pro-
cesso creativo di Graham resta una questione dai contorni ancora incerti.
Tra le fonti più autorevoli, anche a questo proposito, un posto di rilievo
spetta sicuramente alla biografia firmata da Don McDonagh, che si basa sul-
le informazioni raccolte durante le molte sessioni di una lunga intervista. È
proprio a McDonagh che Graham fece una delle confidenze più celebri ri-
guardo il proprio modo di procedere nella creazione di un’opera:
Metto in moto le idee. E copio delle citazioni da qualsiasi libro mi stimoli al
momento, le conservo e prendo nota della fonte. Poi, quando si arriva al lavoro
vero e proprio tengo un resoconto completo dei passi. Annoto tutte le mie co-
reografie ma non con un sistema specifico. Mi limito a trascriverle e so quello
che le parole significano o quello che i movimenti vogliono dire, mi segno do-
ve si va e cosa si fa, aggiungendo forse una spiegazione qua e là24.
Questo modus operandi reca però già i segni della fase matura
dell’incontro con la psicanalisi e della originale revisione della mitologia
greca intrapresa con l’omonimo ciclo di coreografie. Diverso sembra essere
stato il suo approccio all’inizio della carriera, quando lei stessa affermò che
la danza era essenzialmente comunicazione, intendendo con ciò “non il
racconto di una storia o la proiezione di un’idea”, bensì la comunicazione di
“un’esperienza attraverso i mezzi dell’azione e percepiti dell’azione”25. Nelle
speculazioni di Stark Young, uno dei primi critici di danza moderna che se-
guirono il suo lavoro, e che furono filtrate dalla stessa Graham prima della
pubblicazione in un volume collettaneo curato da Merle Armitage che do-
cumenta la sua arte nel decennio della piena affermazione, questo era il mo-
do in cui la coreografa dava avvio alla creazione di un pezzo:
Deve iniziare, direi, non con un’idea raffigurativa che rappresenta la realtà (del-
le scene o dei personaggi) oppure con un’idea drammatica: la sua prima idea sa-
rà più simile a quella di un disegnatore di modelli di linee, di angoli, di tappeti,
di mattonelle, di tessuti, quello che si vuole, o ancora come il primo abbozzo di
quello che diventerà un quadro. Da questo modello o forma singola si svilup-
denza privata) e presso la sede della compagnia, sempre a New York (soprattutto materiali
relativi alla gestione della medesima).
24
M. Graham citata in D. McDonagh, Martha Graham. A Biography, New York, Praeger, 1973,
pp. 161-162.
25
M. Graham, Graham 1937, cit., p. 60.
73
peranno altre forme, che a loro volta potrebbero suggerire un’idea meno astrat-
ta visivamente e più un soggetto, un significato letterario o psicologico, e con-
tinuare da ciò forse anche fino al titolo della composizione [...]26
26
S. Young, Young 1932, in Martha Graham: The Early Years, a cura di M. Armitage, cit., pp.
51-52.
27
È interessante a questo proposito la testimonianza di Wallingford Riegger a cui Graham a-
veva commissionato le musiche per una coreografia, e che si ritrovò inaspettatamente di fron-
te a un pezzo già pronto e definito nei dettagli a cui egli dovette adattare tutte le sue idee. Si
veda W. Riegger, Riegger 1937, in Martha Graham: The Early Years, a cura di M. Armitage, cit.,
pp. 36-39.
28
D. McDonagh, Martha Graham. A Biography, cit., p. 138.
29
A. Helpern, The Technique of Martha Graham, in “Studies in Dance History”, 1991, n. 2, p.
20 (seconda ed., New York, Morgan Press, 1994).
74
processo creativo di un pezzo si tradusse spesso in un mero riutilizzo di pas-
si e posture già ampiamente utilizzati in altre opere o rielaborati, ma nem-
meno troppo, a partire dalle lezioni di tecnica 30. Anche il modo di rappor-
tarsi con le molte generazioni di danzatori appare poco lineare. I ricordi di
alcuni di loro sono stati raccolti in un prezioso volume che organizza, in
tanti monologhi dettati dal flusso irregolare della memoria, le testimonianze
di quanti presero parte alle fasi preparatorie di uno o più lavori31. Jane Du-
dley, membro della compagnia fin dagli anni Trenta, così vi descrive i primi
momenti della nascita di una nuova coreografia:
Questo è il modo in cui era solita lavorare. Era sdraiata sul suo divano o sulla
sua chaise longue, circondata dai suoi piccoli bassotti inebetiti che facevano
sempre la pipì sul pavimento. Si alzava e improvvisava per il suo trio [di dan-
zatrici] iniziando dalla camminata. Si tuffava a capofitto in questo. Noi tre la se-
guivamo come meglio potevamo. Poi andava verso il divano e si sdraiava di-
cendo ‘Adesso fatemi vedere’. Si trattava di ricordarsi delle sequenze di movi-
mento che Martha aveva improvvisato. La cosa più importante per una danza-
trice era di catturare l’umore con cui Martha aveva danzato. Martha aveva fidu-
cia in noi in quanto danzatrici. Noi portavamo quello che ci dava un poco più
avanti e rendevamo più chiaro il movimento. […] Non eravamo tese, eravamo
coinvolte nel processo semplicemente sul piano fisico32.
30
Ivi, p. 26.
31
R. Tracy, Goddess: Martha Graham's Dancers Remember, New York, Limelight, 1996.
32
J. Dudley, in R. Tracy, Goddess, cit., p. 57.
33
Ivi, p. 58.
34
Ivi, p. 61.
35
P. Lang, ivi, p. 88.
75
vevano con lei rispecchiava il vissuto del loro sentire ed era conservata nella
forma di un ricordo soggettivo e continuamente trasformato dal tempo.
Dudley, per esempio, afferma con certezza che quando Graham smise di
danzare “i danzatori furono più coinvolti nella creazione di ruoli”36; Helen
McGehee conferma dicendo che, di fatto, ciascun danzatore aveva avuto
voce in capitolo nella genesi di ruoli e di passi37, e argomenta così la sua e-
sperienza a partire dagli anni Quaranta:
Il fatto che Martha coinvolgesse i danzatori nel suo processo coreografico era
entusiasmante e anche spaventoso. Dovevi soltanto lanciarti in tutto ciò. Mar-
tha Graham incoraggiava la ricerca individuale. Direi che realizzai la mia iden-
tità attraverso la danza, l’atto di danzare. […] Non ricordo di essere stata stupita
dalla libertà che ci dava. Mi ricordo che pensavo che sembrava tutto parte del
processo. Si andava alle prove e Martha diceva “Questa è la tua musica. Cosa
puoi fare qui?”38
Così tranne che per le poche volte in cui stava passando un brutto momento –
c’erano periodi in cui era molto giù e depressa e non poteva o non voleva pensa-
re a delle frasi di movimento – era Martha, senza ombra di dubbio, a creare la
coreografia. […] Spesso i danzatori pensano che stanno coreografando, ma non
è così: sono guidati e diretti. Martha cambiava di danza in danza. A volte era
molto specifica rispetto a quello che voleva […] In altre sezioni era più libera.
[…] Nel caso di Martha i danzatori coreografavano all’interno di un dato scena-
rio e di un dato programma che Martha stessa aveva creato. Era il suo movi-
mento. […] Molte persone affermano che Martha diceva “Inizia qui e fai questo
e poi esci dallo studio”. Non ho mai avuto questa esperienza con lei. Forse ero
io. Forse Martha non aveva fiducia in me. Martha diceva “Fai un giro. Fai una
caduta. Fai questo, fai quello.” Se avevi una gran quantità di movimenti ti dava
la possibilità di plasmarli e di fare qualche transizione e poi li supervisionava e,
se le piacevano, bene, altrimenti li cambiava. Credo che tutti i danzatori parte-
36
J. Dudley, ivi, p. 61.
37
H. Mcgehee, ivi, p. 129.
38
Ivi, p. 127.
39
P. Taylor, ivi, p. 240.
40
B. Ross, ivi, p. 167.
76
cipassero entro certi limiti al processo coreografico, ma non sto dalla parte di
chi afferma di avere coreografato il proprio materiale di movimento con Mar-
tha. In realtà non era così41.
Oltre alle innumerevoli fonti orali affidate alla libera circolazione, che co-
stituiscono una parte consistente del patrimonio documentario per rico-
struire la storia di Graham, un unico testo è stato, seppure discutibilmente,
insignito del valore di depositario degli aspetti più intimi e veritieri del suo
processo creativo. Si tratta dei taccuini che Graham compilò durante un ar-
co di tempo ristretto, dalla metà degli anni Quaranta alla metà degli anni Ses-
santa, e dati alle stampe con il titolo di Notebooks of Martha Graham 42. Essi
contengono idee per eventuali soggetti da trattare, indicazioni registiche,
appunti su eventuali soluzioni per costumi e scenografie da utilizzare, rifles-
sioni sulla musica, qualche abbozzo di profili psicologici dei protagonisti
delle singole opere, trame potenziali per storie da raccontare (e in alcuni ca-
si mai messe in scena come le coreografie Pocahontas o Techniques of
Ecstasy), progetti per film poi abbandonati, descrizioni di frammenti di co-
41
L. Hodes, ivi, p. 177.
42
M. Graham, The Notebooks of Martha Graham, cit.
77
reografie e moltissime citazioni, tratte dalle fonti più disparate e assemblate
secondo una logica non sempre facilmente intuibile 43.
L’operazione editoriale sembra rispondere alle esigenze di una nuova po-
litica gestionale della sua immagine, che mirava anche a rendere socialmen-
te significativa la sua danza, avvertita ancora da una parte del pubblico come
eccessivamente intellettuale e difficilmente comprensibile, rinnovando nel
contempo la sua centralità nel panorama culturale prima ancora che artisti-
co del suo paese. È particolarmente indicativo infatti che Graham abbia de-
ciso di dare alle stampe questi materiali proprio nel 1973, cioè contempora-
neamente alla prima biografia ufficiale, quella di McDonagh, quasi a voler
sottolineare la sua palingenesi personale – dopo il lungo periodo di disintos-
sicazione dall’alcool – e professionale – con la ripresa della direzione della
sua compagnia e della sua scuola. A sollecitarne la pubblicazione fu, tra gli
altri, Nathan Kroll, produttore del documentario A Dancer’s World 44, in cui
per la prima volta Graham accettò di esporre la sua poetica sulla danza men-
tre si accingeva a interpretare uno dei ruoli più celebri della sua carriera,
Giocasta, nella rivisitazione del mito di Edipo intitolata Night Journey. Un
ruolo che non a caso rispecchiava pienamente i suoi turbamenti dell’anima,
quelli di una donna matura scandalosamente innamorata di un uomo più
giovane di lei, e le sue doti espressive di danzatrice-attrice messa a dura pro-
va dal passare del tempo ma ripagata da un talento capace di rinnovarsi sor-
prendentemente. Seguendo una logica simile, selezionò questi quindici
quaderni in base all’importanza che ebbero nella sua opera e nella sua vita:
si aprono infatti con un capitolo dedicato a Errand into the Maze (1947), uno
dei primissimi pezzi del ciclo greco, e si concludono con le note riguardanti
due coreografie altrettanto decisive nella sua carriera, Circe (1963) e The
Witch of Endor (1965). Durante la creazione di Circe, per cui aveva inizial-
mente pensato il ruolo della protagonista per se stessa, Graham si trovò co-
stretta a non rimandare oltre la sofferta decisione di affidarlo alla più giovane
Mary Hinkson. Con The Witch of Endor, ritagliò per sé una parte importan-
te, ma di fatto la ridusse a una presenza fisica statica, presagio del suo immi-
nente e definitivo ritiro dalle scene.
La pubblicazione dei Notebooks tradisce perciò il bisogno di individuare
una strategia retorica efficace nel dirottare l’attenzione dal tramonto della
sua carriera di danzatrice e dirigerla verso la sua nuova e unica attività, quel-
la di coreografa. D’altro canto rendere pubblici degli scritti così personali
43
Per un’accurata indagine dei Notebooks si veda N. Barretto, The Role of Martha Graham’s
Notebooks in Her Creative Process, in Martha Graham, numero monografico a cura di A. Hel-
pern, “Choreography and Dance”, n. 5, 1999, pp. 53-68.
44
A Dancer’s World (1957), regia di Peter Glushanok, prodotto da wqed-tv, Pittsburg; con:
Martha Graham, Yuriko Kimura, Helen McGehee, Gene McDonald, Ellen Siegel, Robert Co-
han, Miriam Cole, David Wood, Lillian Biersteker, Bertram Ross, Ethel Winther, Mary Hin-
kson. Il documentario è stato in seguito riproposto come una sorta di introduzione a tre fil-
mati relativi a due coreografie di Graham (Night Journey, girato nel 1961, e Appalachian Spring,
girato nel 1958) col titolo Martha Graham. An American Original in Performance (oppure, nella
versione abbreviata del titolo: Martha Graham in Performance), 1985, regia di Peter Glushanok
e Alexander Hammid, prodotto da Nathan Kroll per Kultur International Films.
78
non fu certamente facile e Graham per prima ammise la “pena e
l’imbarazzo”45 che questo svelamento di sé comportava, ma che trovava una
giustificazione nel cercare di indicare, a chiunque volesse seguirne
l’insegnamento, “un punto da cui partire piuttosto che un punto a cui arriva-
re”46. E uno dei punti di partenza di Graham era stata proprio una nuova
considerazione della creatività. Si fece infatti portabandiera di un’arte il cui
“impulso era maschile e creativo più che imitativo”47 e che, nelle sue parole,
non poteva essere stimolato “soltanto dall’ambizione” ma “dalla necessità”48.
Così facendo sottrasse la danza ai retaggi di un’idea di femminilità intesa
come affettazione e al dominio gestionale fino ad allora esclusivo del ma-
schile, per farne il terreno di una sperimentazione moderna e dunque virile,
nell’accezione che il termine assunse nell’immaginario di un’America fiera-
mente indipendente dal giogo culturale dell’Europa, da sempre vista come
un’icona di tradizione secolare e di eleganza femminile. La complessità della
sua strategia consistette dunque nel riconfigurare tra loro polarità quali ma-
schile e femminile, creazione e imitazione, scrittura e corporeità, e non da
ultimo, coreografia e danza. Affidando alla pagina scritta gli aspetti più inti-
mi del suo modo di lavorare, saldò definitivamente senso soggettivo del sé
(femminile) e creatività corporeo-cinestetica nella nuova immagine della
coreografa-intellettuale.
Tuttavia l’esistenza dei Notebooks non va considerata tout court come una
fonte e la ragione è innanzi tutto legata alla difficoltà di decifrarne il linguag-
gio, spesso oscuro e allusivo oltre che oscillante tra registri disparati, da
quello astratto a quello tecnico, da quello colloquiale a quello filosofico.
L’inacessibilità della scrittura è dovuta alla genesi di questi appunti, elaborati
in solitudine e inizialmente pensati esclusivamente per un uso privato, come
una sorta di piattaforma da cui tuffarsi nel processo creativo. I taccuini di la-
voro rappresentano un genere diffuso nel mondo della danza, ma di rado
fatto circolare su ampia scala e in forma di libro. Nella fattispecie si tratta del
risultato di un procedimento di accumulo negli anni di letture e di stimoli.
L’enigmaticità di molti passaggi rende questi materiali affascinanti, sebbene
essi denuncino da subito il potenziale di rischio che il lettore corre alla ri-
cerca di risposte esaustive ai numerosi interrogativi posti dall’opera di Gra-
ham. Essi sono poco eloquenti nel raccontare la genesi dei personaggi e dei
paesaggi, o nel rendere come Graham traduceva in movimento gli stati
d’animo e i sentimenti, valorizzava le qualità di movimento e in definitiva
dava corpo alla danza. Sono anche assolutamente insufficienti a ricostruire a
posteriori i pezzi andati fuori repertorio e a informare a sufficienza il lettore
sui lavori che negli anni a venire subirono sostanziali trasformazioni dovute
45
M. Graham, The Notebooks of Martha Graham, cit., p. 269.
46
Ibidem.
47
M. Graham, Seeking an American Art of the Dance, in Revolt in the Arts. A Survey of the
Creation, Distribution and Appreciation of Art in America, a cura di O. M. Sayler, New York,
Brentano, p. 249.
48
M. Graham, How I Became a Dancer, cit., p. 239.
79
a questioni estetiche e pratiche, come l’avvicendamento nei ruoli delle nuo-
ve generazioni di danzatori. Di questo ulteriore processo creativo restano, in
genere, tracce ancora più rarefatte, ma che sarebbero altrettanto preziose nel
ricostruire i percorsi delle emozioni di Graham e le architetture del suo pen-
siero coreografico.
I Notebooks testimoniano piuttosto il momento in cui Graham definiva in
che misura dosare descrizioni pratiche di ciò che i danzatori dovevano sem-
plicemente “fare” e in che misura, invece, fornire citazioni utili a delineare
quello che dovevano “sentire” interpretando i loro ruoli. Sicuramente danno
un’idea di come organizzava le associazioni di pensiero e le sequenze di ci-
tazioni lasciano presagire il montaggio metaforico e allegorico tipico della
modalità compositiva dei suoi lavori a partire dalla metà degli anni Quaran-
ta. Risultano però poco illuminanti, quando non fuorvianti se li si legge co-
me un documento in grado di restituire il processo creativo nel complesso.
A suffragare questa versione è la testimonianza di una storica danzatrice del-
la compagnia, Pearl Lang, secondo cui pochissimo di quanto appare nei No-
tebooks fu effettivamente portato alle prove49. Essi danno perciò un’idea non
tanto del modo di procedere di Graham, quanto degli elementi che cattura-
vano la sua attenzione nella fase preparatoria al lavoro, dell’impatto che ave-
vano sul suo immaginario visivo e cinetico e di come questo si intrecciava
con la sua fascinazione per il linguaggio verbale in quella sorta di “magico
workshop alchemico”50 che precedeva l’incontro con i danzatori. Nelle sue
riflessioni le fonti letterarie e psicanalitiche guadagnarono in rilievo, ma non
va d’altro canto ignorato che il lavoro sul corpo, sempre più quello dei suoi
danzatori, rimase un elemento importante del processo creativo, anche se
negoziato di volta in volta sulla base dei suoi umori, delle sue insicurezze o
delle sue certezze. Quel che è certo è che queste due fasi, la ricerca e
l’organizzazione di fonti di ispirazione e il rapporto quotidiano con i danza-
tori e i loro corpi in movimento, furono una costante della sua sfaccettata at-
tività di coreografa:
Sono una ladra e non me ne vergogno. Rubo le cose migliori prendendole do-
vunque le trovi – in Platone, in Picasso, in Bertram Ross. Sono una ladra e me
ne vanto. […] Penso di conoscere il valore di ciò che rubo e ne faccio tesoro per
ogni evenienza – senza farne una proprietà personale, ma vedendovi una sorta
di eredità, un lascito51.
49
N. Barretto, The Role, cit., p. 65.
50
N. Wilson Ross, Introduction, in The Notebooks of Martha Graham, cit., p. X.
51
M. Graham, ivi, p. 303.
80
Merce Cunningham
UN PROCESSO DI COLLABORAZIONE TRA MUSICA E DANZA
(1982)*
Nota introduttiva.
Ciò che distingue Merce Cunningham dalla maggior parte dei maestri del-
la danza del Novecento è il fatto che la sua opera si sottrae a giudizi di valore
puramente estetici. Di fronte alla sistematica e monumentale ricerca condot-
ta da questo coreografo americano in oltre sessant’anni d’ininterrotta attività,
sembra quasi riduttivo soffermarsi su questa o quell’opera del suo ampio re-
pertorio; esso ci appare come un work-in-progress dove non si ravvisano, o
non si dovrebbero ravvisare, spettacoli “finiti”, bensì tappe di un viaggio di
cui si conosce l’inizio ma non la fine. Un viaggio destinato a non esaurirsi
fintantoché l’ormai anziano coreografo avrà forza ed energia sufficienti per
continuare ad interrogarsi sulla natura della danza – a suo dire, misteriosa-
mente inafferrabile e d’origine divina e per questo così attraente; fintantoché
continuerà a porsi domande sul movimento nello spazio e nel tempo, sulla
coreografia, sull’assemblaggio di danze dentro e fuori la scena teatrale,
sull’uso della tecnologia, sul rapporto con le altre arti.
Molti di questi interrogativi, suscitati dallo stretto contatto con un milieu
artistico e intellettuale non certo e non solo coreutico (a cominciare dai da-
daisti americani e da Marcel Duchamp), hanno già trovato risposte – come
si evince dalla lettura di questi scritti del 1982 – cui è possibile attribuire una
valenza storica. La separazione della danza dalla sua sorella (stampella, sole-
va dire Laban) più prossima, la musica; l’introduzione delle chance opera-
tions, la messa in scena degli Happenings e degli Events sono scoperte nate in
un’epoca (gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso) in cui tutte le arti
hanno provato a ridisegnare se stesse, in un Paese, l’America (specie la New
York del dopoguerra, tanto simile alla Parigi del primo Novecento), diventa-
to ricettacolo degli influssi delle avanguardie europee in fuga dal nazismo e
dalla guerra, e capace di amplificare e proteggere le nuove avanguardie arti-
stiche in un inedito rapporto medianico con la società. Tuttavia il rigore, la
coerenza, soprattutto l’oggettività delle risposte date da Cunningham a pro-
blemi tuttora di vitale importanza per l’arte del movimento, quali il rapporto
con la musica, la consistenza coreografica, la partecipazione dei ballerini ad
una nuova “poetica della simultaneità”1, risultano imprescindibili per
*
M. Cunningham, A Collaborative Process between Music and Dance (1982) in R. Kostelanetz,
Merce Cunningham. Dancing in Space and Time, London, Dance Books, 1992, pp. 138-150. Il
testo di Merce Cunningham è introdotto da una sua breve premessa, qui riportata in corsivo.
Sono stati omessi dalla presente traduzione i programmi di sala riportati nell’originale.
1
D. Charles, John Cage, “Revue d’esthétique”, nuovelle série, nn. 13-14-15, 1987-88, Toulouse,
Editions Privat, 1988, pp. 123-138.
81
chiunque si accinga a scoprire le fondamenta della danza contemporanea.
Per meglio comprendere lo specifico che sostanzia tale poetica concer-
nente il modo di concepire il tempo e lo spazio nella creazione artistica, si
può ricorrere a un breve excursus storico. Dal Rinascimento in poi, sia la
grammatica sia la retorica hanno contribuito a sopprimere le soluzioni di
continuità all’interno delle varie parti di uno stesso discorso d’arte; i pittori
hanno creduto di poter radunare gli oggetti da loro raffigurati consegnando
alla prospettiva il compito di assicurarne la coesione nello spazio grazie a un
prolungamento immaginario delle linee effettivamente disegnate; in musica
l’armonizzazione delle melodie puntava espressamente all’omogeneiz-
zazione delle parti successive a quelle a loro precedenti. Il criterio estetico
dell’“unità dei diversi”, ereditato dai Greci, sembrò soddisfatto nella supre-
mazia della transizione, secondo la quale in tutte le esperienze estetiche ogni
parte procede dalla precedente; testimonianze ne furono la progressione lo-
gica adottata nelle tragedie, ma anche nei balletti o la simmetria delle masse
nell’architettura classica. La maggiore ricompensa per l’artista consisteva
nella regolarità con la quale conduceva per mano lo spettatore dall’inizio al-
la fine dell’opera.
Il XX secolo si aprì sostituendo alla transizione la giustapposizione come
modo unificante dell’opera. Ma anche quest’ultimo criterio compositivo –
pensiamo al cubismo, o alla poesia inconsapevole o onirica dei surrealisti –
implica una successione determinata dall’ordine stesso (per quanto fortuito
o nato da un conflitto) dei materiali visivi o verbali messi in campo che fun-
gono ancora da guida alla percezione. Al contrario la simultaneità, come la
si ravvisa nel teatro di danza e musicale di Cunningham e Cage, è piuttosto
costruita di istanti che travolgono la nostra percezione abituale del tempo e
dello spazio. L’ideale “simultaneista” non guarda più alla sintesi hegeliana di
causa ed effetto (così importante nella danza moderna) bensì alla “sincroni-
cità” di Jung come viene esposta nella prefazione al libro cinese I King che
sta alla base dei metodi aleatori adottati dai due artisti americani per instau-
rare modalità di significazione lontane, appunto, dalla logica della succes-
sione causale. Infatti: “quando la progressione casuale è sospesa, tutto divie-
ne centrale. E tutto si intensifica in un “presente continuo che abbraccia tutto
e per sempre”2.
Nell’affermazione di Cunningham troppe volte elusa da critici ed esegeti
della sua opera: “Il mio lavoro non ha per tema la danza (it’s not about
dance), ma è danza (it’s dance)”3, il coreografo suggerisce senza equivoci la
volontà di esplorare, passo a passo con Cage, che lo precede in analoghe e-
splorazioni in campo musicale 4, le sconfinate possibilità non-intenzionali
2
C. G. Jung, Prefazione a I King (Il libro dei mutamenti), [Link]. della versione tedesca, Roma,
Astrolabio, 1950, pp. 11-28.
3
Merce Cunningham in [Link]., Cage, Cunningham, Johns, London, Thames and Hudson,
1990, p. 31.
4
Cfr. M. Porzio, Il tempo zero dal caso all’indeterminazione, in Metafisica del silenzio. John Ca-
ge, l’Oriente e la nuova musica, Milano, Auditorium, 1995, pp. 145-151.
82
dell’arte del movimento, di creare danze purificate da ogni significato acces-
sorio, persino dal concetto stesso di significato, ed infine, o soprattutto, af-
francate dalle prospettive necessariamente ristrette dell’ego, offrendo allo
spettatore una percezione sincronica del tempo e dello spazio proprio se-
condo i dettati della “sincronicità” junghiana descritta sopra. Una logica alla
fine trascendente: ambiziosamente rivolta a “imitare la natura nei suoi pro-
cessi creativi” come tante volte hanno asserito sia Cage che Cunningham, e
in cui nel divenire “simultaneista” preferenze e antipatie del volere si atte-
nuano immediatamente per il fatto stesso che solo “la volontà presuppone la
successione”5.
Negli scritti qui tradotti, Cunningham svela gli strumenti di cui si è dotato
nella prassi del suo lavoro e quali vie ha percorso per farci vedere non più le
idee, i sentimenti, le preferenze, le ideologie, bensì la sola danza. Leggendo
questi documenti con l’attenzione che meritano, non si potrà altro che con-
venire, inoltre, su di un aspetto sotteso a tutte le sperimentazioni presentate
da Cunningham e riguardante la complessa identità del corpo danzante: un
corpo nient’affatto scontato come del resto il lavoro a cui il ballerino si ac-
cinge, ben lungi dall’essere riducibile alla riproposta di schemi tecnici o
poetici prestabiliti. Nietzsche subodorava in ogni pensiero e in ogni senti-
mento “un potente maestro, uno sconosciuto che indica la via”, un sé che a-
bita il tuo corpo, perché “è il tuo corpo” (Zarathustra). A questa intuizione
nietzschiana che ben si adatta a stigmatizzare il lavoro dei pionieri della
danza libera (Wigman, Dalcroze) fa eco l’inconfutabile constatazione che il
corpo, ai giorni nostri, deve essere invece messo in una condizione prossima
al vuoto. Per quanto fortificato e reso duttile da mille tecniche e nelle più di-
verse discipline formative, il corpo riesce a far nascere da sé qualcosa di
nuovo, se posto in una sorta d’assenza, di silenzio da cui tutto può nascere.
Cunningham ha contribuito molto a questa ricerca “nel silenzio”, a questa
sperimentazione sul corpo che non si lascia più guidare dall’ispirazione –
considerata da Cage, soprattutto, un anacronistico retaggio romantico –
bensì dall’oblio di sé che può corrispondere alla ricerca dell’“altro in sé” o al
“sé dell’altro”, poiché il corpo dell’altro nei suoi sostegni, nei suoi contatti,
come nella sua osservazione tattile e visiva, non si rivela immagine, figura
anatomica precisa, ma piuttosto sensazione, intensità in una dimensione
che non è più solo visiva quanto soprattutto temporale. Il tempo, suggerisce
Cunningham, spinge il corpo a “divenire-corpo”, dunque a “divenire-idea”
del corpo.
Alla base delle invenzioni e della postmodernità nella danza – e in parti-
colare di quella zona cuscinetto chiamata New Dance abitata da Cunnin-
gham che sta a metà strada tra Modern e Postmodern – vi è il vuoto di un cor-
po che ha rinunciato al suo potere, alla sua centralità drammatica, alla sua
etica individualistica e ideologica. Vi è un corpo che ha detronizzato la testa
per privilegiare il torso (e Torso è il titolo di una celebre coreografia di Cun-
5
C. G. Jung, Prefazione a I King, cit., pp. 22-23.
83
ningham), rendendo quasi superflue le “zone semiche” (il volto) per dare
maggiore autonomia alle membra e realizzare una molteplicità di intrecci in
cui ogni corpo è davvero un “frammento in sé”. L’orientarsi verso il “fram-
mento in sé” (che anche Nietzsche intitolò Fragment an sich, gratificandolo
però di un da capo illimitato) ha permesso alla danza di affrancarsi dal suo
asservimento a dei contenuti esteriori e, per esempio a Merce Cunningham
di liberarsi dalla tutela di Martha Graham, coreografa totalizzante per eccel-
lenza, per proiettarsi verso il formalismo musicale di John Cage che peraltro
prescriverà poi il ricorso all’informale. La dimensione temporale – al con-
trario di ciò che Rudolf Laban aveva ad esempio professato con l’idea dei
corpi che scolpiscono lo spazio aprendo in esso dei volumi –, diviene in
Cunningham puro ritmo, identificandosi con la definizione cageana di strut-
tura.
Non si tratta più, come nell’Espressionismo storico o nella danza dram-
matica della Graham, di rivelare le contraddizioni della “materia”, di evi-
denziarne i conflitti, ma piuttosto di eliminare il più possibile gli “affetti” del
corpo, poiché essi oppongono la loro dinamica spasmodica alla leggibilità
del tempo: il materialismo di Cunningham, di matrice eraclitea (Eraclito, il
filosofo del continuo divenire), concepisce la materia-tempo come scorri-
mento, la danza come acqua, e il corpo del danzatore non si bagna mai due
volte nello stesso fiume (Eraclito). Il tempo sfugge al suo potere di trattener-
lo 6.
L’importanza di Merce Cunningham e del compositore John Cage nella
storia della danza sta tutta in quest’inedita rivelazione del vuoto: il vuoto che
noi siamo e che essi hanno risvegliato, nell’infinito e nell’indefinito delle no-
stre metamorfosi. Le metamorfosi, direbbe Deleuze, ben lungi dal masche-
rare il vuoto lo rivelano colmandolo. Come se il vuoto, per essere se stesso e
realizzare la sua essenza dovesse svuotarsi del suo proprio nulla e fare il pie-
no d’essere… Cunningham è dunque il coreografo del vuoto/pieno ed è tale
nel continuo divenire, è l’artefice pragmatico e d’orientamento Zen, lo
scienziato/poeta della fluidità (non come tecnica di movimento ma come
Weltanschauung) e del tempo che fugge, non accontentandosi, però, di fug-
gire, poiché nel suo bagaglio di coreografie, e negli Events, in particolare, vi
è una “testualità” nomade, come in James Joyce, che ritorna alla memoria
suscitando però un’altra idea della storia, soprattutto della storia dei corpi.
Marinella Guatterini
84
zione di Second Hand, 1970) secondo cui musica e danza possono essere enti-
tà separate, indipendenti e interdipendenti, che condividono un tempo comu-
ne. C’è una flessibilità permanente nel rapporto tra le due arti; siamo coinvolti
in un processo di lavoro e di attività e non in una serie di oggetti finiti.
Nonostante i timori che ciò possa avere causato nei danzatori che hanno
condiviso con me queste esperienze, credo che essi concorderebbero
nell’affermare che si tratta di un processo anche esilarante e avventuroso: ti
tiene sulla punta dei piedi e fa sobbalzare la mente, tanto quanto il corpo.
85
composi il timing dell’intera scena; in altre parole, usai differentemente la
struttura di tempo assegnatami. Alla prova successiva, Lauterer disse: “vedi,
è molto meglio con la musica più corta”.
Nella primavera del 1948, io e Cage andammo in tournée, esibendoci in
programmi congiunti di musica e danza. Uno di questi fu presentato su un
piccolo palco del Club delle donne di Richmond, che, stando a quanto ci fu
riferito, era il “più antico del paese”. La socia più anziana fu informata in an-
ticipo del piano preparato, in modo da non essere disturbata dai suoni. Il
programma includeva un pezzo che Cage aveva arrangiato per piano e flau-
to. Ascoltandolo, lei disse ad alta voce al suo compagno: “Be’, capisco come
è venuta fuori dal piano quell’altra musica, ma se anche questa è venuta da lì,
allora il nostro piano è rotto”.
In seguito, nella stessa tournée, in un college della Virginia ci fu chiesto di
presentare una dimostrazione-spettacolo. Decidemmo di non fare il con-
venzionale discorso e dimostrazione, ma di creare una danza e un brano
musicale brevi direttamente dinanzi al pubblico, per lo più composto da
studenti. Dopo avere spiegato in cosa consisteva una struttura ritmica e qua-
le sarebbe stata quella impiegata in quest’occasione, procedemmo a lavorare
separatamente, lui su un lato del palco con il piano, io nello spazio scenico
stesso.
Ricordo che la struttura era di 8x8, divisa in 2-2-1-3. Alla fine di ogni se-
zione, ogni 8, provavamo assieme musica e danza. Il pubblico applaudì al
raggiungimento di ogni punto. Avevo spiegato che non ci aspettavamo di fi-
nire il lavoro, che si trattava piuttosto di un “atto di processo”, ma con mio
stesso stupore, lo finimmo.
Le Sixteen Dances for Soloist and Company of Three (1951) ricoprono un
ruolo speciale nel mio lavoro. Si tratta di un pezzo lungo, a serata, in cui, per
la prima volta, l’uso delle procedure aleatorie è entrato nella tecnica compo-
sitiva.
La coreografia aveva a che fare con il comportamento espressivo; in parti-
colare, con le nove emozioni permanenti dell’estetica classica indiana: 4
bianche e 4 nere e la nona e pervasiva tranquillità. La struttura del pezzo
prevedeva che ogni danza corrispondesse a una specifica emozione e fosse
seguita da un interludio. Sebbene l’ordine doveva alternare bianche e nere,
non importava quale, tra Rimpianto o Paura, venisse prima e tirai dunque a
sorte con una moneta. Anche nell’interludio dopo Paura, il numero 14, usai
diagrammi di movimenti separati per definire il materiale per ognuno dei
quattro danzatori, lasciando che la continuità derivasse dalle procedure ale-
atorie.
Il lavoro aveva una struttura ritmica complessiva sulla quale Cage scrisse
la partitura, in genere dopo che le danze erano già finite. La compose per
piano e una piccola orchestra, contraddistinta da un insieme di inusuali
suoni di percussione. Nonostante ogni danza fosse un’entità separata, sta-
vamo iniziando a concederci la “licenza poetica” di trascurare i punti di
connessione interni alle danze.
86
Nel 1952, Cage organizzò un evento teatrale alla Black Mountain Summer
School, il primo del suo genere. C’erano David Tudor al piano,
[Link] e Charles Olson che leggevano poesie, e i White Paintings di
Robert Rauschenberg appesi al soffitto. Rauschenberg stesso metteva i di-
schi, mentre Cage parlava. Io danzavo. Il pezzo aveva una durata complessi-
va di 45 minuti e, a quanto ricordo, a ciascuno di noi spettavano due frazioni
di tempo, entro i 45 minuti complessivi, in cui compiere la propria azione.
Gli spettatori erano seduti al centro dello spazio scenico, gli uni di fronti agli
altri, con le sedie sistemate su diagonali che rendevano impossibile vedere
tutto ciò che accadeva. Durante la danza, un cane mi seguì tutt’intorno allo
spazio. L’evento fu, né più e né meno, ciò che ci aspettavamo che fosse: un
insieme complesso di accadimenti con cui gli spettatori potevano mettersi in
relazione a loro discrezione.
Cage aveva scritto i brani di Music for Piano, la cui sequenza di suoni era
stata trovata annotando le imperfezioni su pezzi di carta e applicandovi le
procedure aleatorie. Decisi di fare lo stesso per stabilire i punti nello spazio
per una danza chiamata Suite for Five in Space and Time (1956). La Suite finì
per comprendere sette danze. Il punto di partenza di ognuna fu il disegno
dello spazio. Usando della carta trasparente come griglia, che rendeva una
visione d’insieme dello spazio scenico, segnai ed enumerai le imperfezione,
servendomi di una pagina per danzatore per ogni danza. In “Duet”, “Trio” e
“Quintet”, sovrimposi le pagine per vedere se c’erano punti in cui i danzatori
si incontravano, in modo da includere il lavoro di coppia o delle pose, e
cioè un qualche tipo di relazione tra di loro. Il tempo fu definito prendendo
fogli a righe, in cui ogni riga rappresentava un intervallo di 5 secondi. Anco-
ra una volta furono segnate le imperfezioni sulla carta e le durate delle frasi si
ottennero numerando a caso le imperfezioni, annotate in relazione al nume-
ro di secondi.
Questa è stata una delle prime danze dove il metro è stato totalmente ab-
bandonato e noi danzatori ci siamo dovuti attenere ai tempi della danza stes-
sa per mantenere sia la lunghezza di ogni singola frase sia quella complessi-
va.
La Music for Piano di Cage, che fu eseguita contemporaneamente alla
danza, è soggetta a cambiamento: i danzatori appresero le sequenze di suo-
ni, ma queste non cadevano necessariamente negli stessi punti da una per-
formance all’altra e quando – come talvolta avvenne – si aggiunsero pianisti
e pianoforti, il suono fu aumentato e si sommarono altri livelli al pezzo ori-
ginario.
Tuttavia, la lunghezza complessiva delle specifiche danze restò ogni volta
identica e la durata dei pezzi variò poco nel corso di molte performance; di-
ciamo che il margine di scarto di una danza, dopo un periodo di circa tre
mesi senza prove (e assumendo che i danzatori fossero gli stessi), andava dai
cinque ai dieci secondi per una danza di durata complessiva di due minuti e
45 secondi.
87
Nel 1958 mi trovavo in residenza con la compagnia al Connecticut
College; l’ultima settimana era previsto un Festival. Dovevamo esibirci in
due programmi e, pertanto, creai due danze: Summerspace, su partitura
commissionata da Morton Feldman, e Antic Meet, su Concert for Piano and
Orchestra di Cage. Questa fu una delle prime volte in cui gli diedi solo la du-
rata totale della danza (36 minuti), ma non punti di riferimento temporali al
suo interno. La partitura è indeterminata sia nella durata sia nelle propor-
zioni interne al pezzo, per cui, sebbene la danza fosse fissata, non potevamo
servirci dei suoni come segnali, visto che non ricadevano mai due volte nello
stesso momento: il lasso di tempo senza supporti per i danzatori si stava e-
spandendo.
Gli Events furono pensati originariamente come mezzi per presentare per-
formance in spazi non ortodossi. Tuttavia, da allora sono stati talvolta offerti
anche in teatri convenzionali. Il primo Event fu eseguito al Museum des 20
Jahrhunderts a Vienna durante una tournée mondiale. La musica era Atlas
Eclipticalis di Cage e fu suonata da sei musicisti, seduti separatamente agli
angoli dell’ampio atrio in cui ebbe luogo Event. Dal momento che lo spazio
performativo non era convenzionale, ma solo uno spazio aperto dentro al
museo, non ci sembrò appropriata una esibizione convenzionale di tre o
quattro danze e decidemmo, pertanto, di presentare una singola durata di
tempo di un’ora e mezza in cui fosse possibile ascoltare e vedere musica e
danza. Riunì una serie di sezioni dal repertorio e, in alcuni punti del pro-
gramma, eseguimmo più danze contemporaneamente; queste non erano
separate nettamente tra di loro e si passava direttamente da una all’altra. Il
pubblico era seduto principalmente dinanzi a noi, ma si estendeva anche
lungo i lati. I musicisti suonarono per un’ora e mezza e, poiché noi danzato-
ri non eravamo coscienti della continuità del suono, potevamo lasciarci
coinvolgere liberamente da ciò che stavamo facendo.
Oggi continuiamo a presentare Events in spazi ortodossi e non ortodossi,
solitamente con quattro musicisti; negli ultimi anni, questi sono stati Takehi-
sa Kosugi e Martin Kalve, oltre a Cage e David Tudor. Ognuno di loro è un
compositore e ognuno crea un suono d’ambiente separatamente dagli altri,
utilizzando il tempo di Event come gli pare. Oggi il materiale di danza non
consiste esclusivamente di pezzi di repertorio, eseguiti interamente o in par-
te, ma anche di danze e azioni create specificamente per Events.
Il Festival Franco-Americano aveva commissionato a Cage una partitura
per cui io avrei dovuto creare la coreografia. Per questo lavoro, Variation V
(1965), Cage decise di scoprire se non esistevano dei modi per influenzare il
suono a partire dal movimento. Assieme a David Tudor scoprì che ce
n’erano, diversi in effetti, di cui soltanto due, infine, funzionarono per il
pezzo, essendo gli altri impraticabili per questioni di costo o richiedendo
macchine non utilizzabili a teatro o semplicemente troppo ingombranti. Le
due modalità impiegate non variavano in relazione alla danza, ma erano di-
verse per i musicisti, i tecnici e l’organizzazione scenica. La prima era costi-
tuita da una serie di pali, in tutto 12, piazzati ovunque sul palco come anten-
88
ne e ognuno con un suo raggio sonoro sferico di 4 piedi. Quando un danza-
tore entrava dentro questo raggio, si innescava il suono. Ogni antenna aveva
differenti possibilità sonore. Le aste metalliche misuravano 5 piedi di altezza
e approssimativamente un pollice di diametro. Non fui a conoscenza delle
dimensioni esatte dei pali né della loro collocazione prima della prova sul
palco del giorno antecedente alla performance, poiché l’apparato tecnico
necessario ad approntarli era stato in costante sperimentazione, però sapevo
che sarebbero stati verticali e in tutto 12. Avevo dunque predisposto coreo-
grafia e danzatori (eravamo in 7) all’eventualità di cambi di idea repentini,
pur chiedendomi come sarebbe stato calpestare i cavi che sarebbero scorsi
lungo il pavimento dalla base dei pali fin su ai sistemi elettronici di control-
lo. Fortunatamente, non fu un impedimento insormontabile.
La seconda risorsa sonora era costituita da una serie di cellule fotoelettri-
che, che si pensava di posizionare sul pavimento lungo i lati del palco. Le lu-
ci di scena sarebbero state direzionate in maniera tale da colpirle, in modo
che, passando tra la cellula e la luce, i danzatori avrebbero innescato ulterio-
ri possibilità sonore. Ciò non funzionò correttamente dal momento che le
luci di scena erano troppo distanti per colpire i margini del palco in modo
sufficientemente forte. Dopo tutto, erano direzionate su di noi, che tende-
vamo a stare al centro dello spazio. Per cui, all’ultimo momento, si trovò
un’altra soluzione praticabile, vale a dire, si posero le cellule alla base dei
dodici pali sparsi nello spazio. Il principio generale, per quanto mi riguar-
dava, era lo stesso delle porte automatiche dei supermercati; i danzatori in-
nescavano alcune possibilità sonore, ma il tipo di suono, la sua durata e se
ripeterlo o rallentarlo, era controllato da musicisti e tecnici che si trovavano
alle numerose macchine poste su una piattaforma dietro e sopra lo spazio
della danza. Questi utilizzavano registratori a nastro, oscillatori e radio a
onde corte.
In questo lavoro furono utilizzate anche immagini filmiche e televisive.
Stan Van Der Beek e Nam June Paik mostrarono entrambi elementi visivi su-
gli schermi posti dietro e ai lati dello spazio performativo. Vi erano anche
vari oggetti di scena: una pianta, un cuscino, un cuscinetto, un tavolo e due
sedie, cui erano attaccati dei microfoni a contatto e che, spostati o toccati dai
danzatori, aggiungevano delle possibilità sonore. Alla fine del pezzo, attra-
versai lo spazio, prima di uscire, pedalando attorno ai pali e alle cellule foto-
elettriche su una bicicletta, le cui ruote erano state connesse elettronicamen-
te per la produzione del suono.
Uno dei miei primi assolo, chiamato Idyllic Song (1944) fu realizzato sul
primo movimento del Socrate di Erik Satie. Cage aveva arrangiato la musica
per due pianoforti. Nel corso degli anni, mi aveva suggerito di coreografare
gli altri due movimenti, visto che aveva progettato di arrangiare anche questi
per pianoforte.
In una delle nostre tournée, verso la fine degli anni Sessanta, nella regione
centro-occidentale del paese, i musicisti che erano con noi, David Tudor e
Gordon Mumma, mi spiegarono che era difficile per loro modificare, du-
89
rante le performance, la predisposizione elettronica per ognuna delle tre
danze. Che fare, dunque? Cage mi suggerì di coreografare il Socrate. Egli ave-
va completato l’arrangiamento per due pianoforti. Io lavorai sulla danza, ri-
cordandomi il primo assolo per la prima parte, creando un duetto per me e
Carolyn Brown per la seconda, e una danza per l’intera compagnia per la
parte finale. A un mese dalla prima, Cage mi telefonò da Davis, California
(dove si trovava in residenza all’Università della California) per dirmi che
l’editore di Satie aveva negato l’autorizzazione per questo arrangiamento per
due pianoforti, ma mi disse anche di non preoccuparmi, dal momento che
stava scrivendo un nuovo pezzo per un pianoforte mantenendo la struttura e
la fraseologia della musica di Satie, sebbene utilizzando le procedure aleato-
rie per modificarne la continuità in modo da non avere problemi di diritti.
Quando me lo disse, replicai: “Ma dovrai provare con noi ed eseguire la mu-
sica, affinché possiamo apprendere la nuova continuità”. “Non preoccupar-
ti, lo farò”, rispose, aggiungendo “ho chiamato la mia versione Cheap Imita-
tion.” “Bene, allora io chiamerò la mia Second Hand.”** È stata l’ultima volta
che ho creato un lavoro seguendo la fraseologia di una partitura musicale.
Nell’autunno del 1973, ho passato 9 settimane a Parigi, lavorando con i
danzatori del Balletto dell’Opéra. Il Festival d’Automne e il Festival Interna-
zionale della Danza di Parigi mi avevano commissionato congiuntamente
questo lavoro, da coreografare sui danzatori dell’Opéra e da eseguire sul
palco dell’Opéra. Chiesi a Cage di comporre la musica e a Jasper Johns di
creare le scene. Accettarono. Doveva essere un lavoro a serata, senza inter-
mezzo e che impegnasse tutte le attrezzature dell’Opéra. Il titolo sarebbe sta-
to Un Jour ou deux.
Originariamente, Cage aveva l’intenzione di usare i lavori di Satie in varie
giustapposizioni per creare un circo della musica di Satie, ma Salabert,
l’editore, negò l’autorizzazione. Compose dunque un pezzo per orchestra,
Etcetera, che coinvolgeva venti musicisti e tre direttori. Cage arrivò a Parigi a
un mese dalla prima e procedette consultando Marius Constant, il direttore
principale, e gli altri due, Catherine Comet e Boris de Vinogradow. Alla
prima prova delle musiche sorse un problema; da quanto compresi, i musi-
cisti, apprendendo che dovevano operare delle scelte sui suoni da produrre,
come indicato dalla partitura di Cage, chiesero più denaro, sottolineando
anche che si trattava di musica da camera. Rolf Liebermann, l’allora diretto-
re dell’Opéra passò un bel po’ della giornata con loro, alla fine risolvendo il
problema dando loro due marchi (ovvero una paga doppia) per ogni prova
e spettacolo. Cage si preoccupò che questo potesse istituire un precedente,
ma Constant affermò: “Non preoccuparti, questa è l’Opéra, sarebbe accadu-
to comunque”.
Ogni giorno lavoravo in sala con i danzatori, al piano superiore
dell’edificio, e molti si mostravano preoccupati all’idea di danzare senza il
supporto musicale. Che sarebbe successo quando musica e danza si fossero
**
“Cheap imitation” significa infatti “imitazione a buon mercato”; “second hand” si traduce
“di seconda mano”. (n.d.t.)
90
incontrate? Questa paura crebbe con l’allungarsi del pezzo; in alcuni mo-
menti, uno o due solisti divennero piuttosto inquieti. Pensavo che li preoc-
cupasse principalmente la loro immagine e li rassicurai, dicendo loro che
erano talmente forti come danzatori che non ne sarebbero stati disorientati.
Alla prima prova della musica in teatro, senza danzatori, dalla fossa
dell’orchestra venne fuori un suono simile alla pioggia quando cade su molti
tetti. L’ampio gruppo di spettatori corse fuori a vedere da dove giungesse il
suono. Ogni musicista aveva, in aggiunta allo strumento, una scatola di car-
tone francese che utilizzava come tamburo in vari momenti durante il pez-
zo.
Molti giorni dopo, alla prima prova intera del lavoro, con danzatori sul
palco e musicisti nella fossa dell’orchestra, dovetti a più riprese tranquilliz-
zare diversi danzatori relativamente al rapporto tra danza e musica. Infine,
iniziarono le prove: ero in ansia quanto basta a stare dietro alla danza e ai
suoi tempi interni, a vedere ciò che funzionava e ciò che non funzionava,
che qualsiasi difficoltà potessero avere incontrato rispetto alla musica non
mi fu immediatamente visibile. In seguito, però, interrogati a proposito, mi
dissero “La musica? No. Non ci ha dato alcun problema”.
L’Event for Television, presentato nella serie “Dance in America” della Na-
tional Educational Television, è nato da una collaborazione tra la compa-
gnia, John Cage e David Tudor. Si trattava di un programma di un’ora che in
quest’occasione durò 58 minuti e 45 secondi. Io e Charles Atlas, con cui ho
realizzato i miei lavori video e filmici, passammo 4 settimane ad elaborare
danze ed estratti di danze che avevamo intenzione di presentare. Gli estratti
estrapolati dal repertorio furono ricreati, modificandone l’angolazione per
la telecamera. In alcuni casi furono anche accorciati, poiché ritengo che
l’informazione si percepisca più velocemente e direttamente in televisione
che non sul palcoscenico.
Cage e Tudor decisero di condividere l’ora. La prima sezione era di Cage,
che suonò Branches, musica per piante. Cage era interessato ai suoni prove-
nienti dalla natura e aveva scoperto che le spine dei cactus, se toccate e am-
plificate, risuonavano. La musica di Tudor iniziava contemporaneamente
alla danza Rainforest (1968) e proseguiva per il resto dell’ora. Entrambe le
musiche furono introdotte nel programma in seguito al completamento del-
la registrazione su nastro e del montaggio, ovvero diverse settimane dopo
l’effettiva ripresa.
Lavorare con la danza per il video richiede un riaggiustamento costante in
termini di spazio, che è spesso su scala ridotta; uno spostamento di 6 pollici
sembra ampio sulla telecamera e può anche provocare uno slittamento nel
timing, che implica un cambiamento di ritmo o l’amplificazione di una frase
di danza, o talvolta un taglio o un’accelerazione nel movimento. Nella rela-
zione convenzionale tra musica e danza, ciò avrebbe potuto comportare
una ricomposizione o un riarrangiamento costante del suono, ma dal mo-
mento che lavoro separatamente dalla musica, e non in un rapporto nota per
91
nota, sono stato libero di adattare in termini visivi le frasi e i movimenti di
danza tramite la macchina da presa.
La collaborazione più recente che ci ha visti entrambi coinvolti è stata al
Corso Internazionale di Danza per Coreografi e Compositori Professionisti,
tenuto, nell’agosto 1981, alla Università del Surrey a Guildford, Inghilterra.
Il workshop durava due settimane e comprendeva 8 danzatori, selezionati
tramite audizione da compagnie professionali di balletto e danza moderna
del continente o del Regno Unito, e 8 compositori attivi, con un nucleo di 27
danzatori e 5 musicisti a disposizione dei vari coreografi e compositori come
personale di lavoro per i progetti.
Con la sola eccezione della durata di ogni progetto, decidemmo con Cage
di condurre il workshop sulla base di procedure aleatorie. Avevamo deciso
di iniziare con un progetto di quattro minuti e di aumentare il progetto quo-
tidiano di un minuto, cosicché il risultato finale sarebbe stato di 15 minuti.
A parte ciò, il resto delle decisioni relative al lavoro giornaliero furono
stabilite tramite procedure aleatorie: il numero dei danzatori o dei musicisti
con cui ogni coreografo o compositore avrebbe lavorato ogni giorno, i veri e
propri danzatori e musicisti coinvolti in un dato pezzo e il rapporto compo-
sitore-coreografo.
Ogni giorno, dopo la lezione del mattino e il pranzo, suggerivo a coreo-
grafi e danzatori un progetto a partire da idee che avevo utilizzato nelle mie
danze in passato. Questi variavano da problemi semplici di tempo e spazio
ad altri complessi, che coinvolgevano spazi multipli e la sovrimposizione di
movimenti e frasi; ogni coreografo era quindi informato relativamente al
numero e ai nomi dei danzatori con cui avrebbe lavorato durante la giorna-
ta. Le danze variavano da soli a ottetti. I coreografi avevano il resto del po-
meriggio – più o meno tre o quattro ore – per lavorare in sale separate, forni-
te dall’università.
Cage discuteva ogni mattina con i compositori e i musicisti delle idee insi-
te nella sua musica, ne dava un resoconto, dai primi pezzi all’ultimo lavoro,
sottolineando le nozioni musicali con cui aveva lavorato in ogni occasione e
le questioni filosofiche che lo avevano interessato. Non presentava un pro-
getto specifico ai compositori, preferendo lasciarli liberi di compiere le loro
scelte.
Né i coreografi né i compositori conoscevano, durante il lavoro pomeri-
diano, l’accoppiamento delle danze e delle musiche.
Ogni sera, nel corso dei 12 giorni del workshop, vi fu un programma che
presentava le danze e le musiche che erano state create durante la giornata
ed era a quel punto, utilizzando nuovamente le procedure aleatorie, che ve-
niva presa la decisione di quale musica avrebbe accompagnato quale danza.
A volte, due opere coreografiche erano eseguite sulla musica di un solo
compositore; in altri casi, due pezzi distinti erano suonati su una stessa dan-
za.
92
Si giungeva al programma della serata con un certo grado di attesa e, no-
nostante non tutto andò liscio, accadde spesso che musica e danza sembras-
sero create l’una per l’altra.
Il progetto originario di aggiungere giornalmente un minuto alla lunghez-
za dei lavori fu abbandonato durante la prima settimana. Un certo numero
di coreografi ritenne che la brevità del tempo di lavoro a disposizione e la
mancanza di familiarità con i danzatori rendessero troppo difficile aumenta-
re, di giorno in giorno, la durata della danza. Presero da sé la decisione rela-
tivamente alla durata, sebbene molti altri scelsero di continuare con
l’aumento di un minuto al giorno e alcuni coreografi, che durante la prima
settimana si erano preoccupati dell’allungamento quotidiano del lavoro,
non trovarono intollerabile una lunghezza di dieci o dodici o quindici mi-
nuti, bensì provocatoria e fattibile.
La condivisione di danzatori, musicisti e idee, l’atmosfera di non-
impedimento che ne risultò, così come la quantità straordinaria di musica e
danza che fu creata, provata e presentata ogni giorno, fu elettrizzante, dando
l’impressione non di cose finite, rubricate e catalogate, ma di un lavoro che
si stava facendo e che poteva continuare a essere fatto e condiviso.
93
Rossella Mazzaglia
L’ANSIA DI UNA GENERAZIONE:
L’ESPERIENZA ARTISTICA DEL JUDSON DANCE THEATER
“Dimmi come lavori e ti dirò chi sei”: un’identità divisa tra storia
dell’arte performativa e della danza.
1
J. Johnston, Judson ’64: I, “Village Voice”, 21 gennaio 1965, ora in “Ballet Review”, vol. 1, n. 6,
1967, pp. 7-10. Salvo dove diversamente indicato, le traduzioni dall’inglese e dal francese sono
di chi scrive.
2
La data di nascita del gruppo è individuata solitamente nella sua prima presentazione pub-
blica del 6 luglio 1962; molto più complesso e dibattuto è il suo percorso interno e la sua con-
clusione, anche per il permanere della sigla rappresentativa che lo identifica al variare della sua
composizione e delle pratiche organizzative. In questa sede, riproponiamo la più comune e
accettata periodizzazione, che associa la vita del collettivo a quella del workshop settimanale
tenuto alla Judson Memorial Church fino al 1964. Una cronologia dettagliata è conservata
presso la Fales Library, JDT Chronology, s.d., Serie A.02, Scatola 3, rilegatore 29, The Judson
Memorial Church Archive, 1838-1995, Fales Library Special Collections, presso la Bobst Li-
brary, NYU, d’ora in poi Judson Memorial Church Archive. Per un resoconto dell’attività del
Judson Dance Theater, si veda anche S. Banes, Democracy’s Body: Judson Dance Theatre, 1962-
1964, Ann Arbor (Mich.), UMI Research Press, 1980.
3
Tra le figure più note in danza, si ricordano Yvonne Rainer, Steve Paxton, Trisha Brown, ma
non mancano artisti visivi di fama come Robert Morris, Robert Rauschenberg, Carolee
Schneemann, o musicisti, come Philip Corner. Molti altri sono i componenti del Judson
Dance Theater, quasi sconosciuti in ambito italiano e che presenteremo in parte, nei limiti
consentiti dalla seguente trattazione.
4
Estratto da una corrispondenza dell’autrice con Yvonne Rainer, febbraio 2003.
95
forum per danzatori e coreografi”5, dove discutere o ridiscutere la danza.
La natura dell’impresa è di fatto instabile; si basa su una gestione e una
concezione del lavoro contrastanti l’impianto gerarchico delle compagnie di
danza tradizionali, nonché l’impostazione principalmente imitativa e nor-
mativa del balletto e della modern dance. Se, per comodità, si usa parlare del
Judson Dance Theater come di un gruppo o persino di un “movimento”, ri-
schiando di suggerire così un’omogeneità che non gli appartiene, è dunque
opportuno pensarlo, piuttosto, come un libero raggruppamento di persone
mosse da esigenze di innovazione, confluite in una pratica continuativa ri-
voluzionaria ma priva di un manifesto estetico – pronunciato solo in seguito
dalla singola, e pertanto parziale seppur significativa, voce di Yvonne Rai-
ner6.
Nonostante la brevità dell’esperimento, i tanti e pulviscolari momenti
rappresentati dagli spettacoli – come dalle sessioni sommerse che li nutrono
– costituiscono una felice stagione sperimentale, che per carattere dirom-
pente e circoscrizione temporale fa pensare al Cabaret Voltaire, durato ap-
pena cinque mesi, eppure da tutti ricordato perché deposito di una memoria
vivente per molti artisti e studiosi. Similmente, il Judson Dance Theater,
reimpostando il pensiero e la pratica di danza con l’uso di gestualità quoti-
diane, l’impiego di modelli impersonali di creazione (dal collage alle proce-
dure aleatorie) e di pratiche collettive di composizione estemporanea sulla
scena, stravolge la visione della creazione artistica, riaprendo al dibattito
quesiti su che cosa sia danza e su come possa definirsi e costruirsi una core-
ografia.
Da uno sguardo alle locandine e ai comunicati stampa dei concerti emer-
ge la centralità delle procedure creative quale elemento stesso di auto-
definizione, che si fa collante delle divergenti estetiche del collettivo. Nella
sua eterogeneità e ricchezza, questi rappresenta per lo storico anche una
lente di ingrandimento su istanze culturali anticipate e covate dalla speri-
mentazione artistica degli anni Cinquanta, assimilate e rielaborate nelle rela-
tive pratiche coreografiche e infine esplose nella controcultura giovanile del
decennio entrante. Le danze sono, in particolare, il frutto di precise strategie
compositive, che variano da indeterminatezza a istruzioni (estrapolate, per
esempio, da giochi d’infanzia o da precisi compiti), a procedure aleatorie,
ad improvvisazione, a “determinazione spontanea”7. Tali metodi segnano
5
D. McDonagh, The Rise and Fall and Rise of Modern Dance, New York-Scarborough, New
American Library, 1970, p. 90.
6
Y. Rainer, Some Retrospective Notes on a Dance for 10 People and 12 Mattresses Called ‘Parts
of Some Sextets’, Performed at the Wadsworth Atheneum Hartford, Connecticut, and Judson
Memorial Church, New York, in March 1965, “Tulane Drama Review”, inverno 1965, p. 168,
ora in Y. Rainer, Work 1961-1973, Halifax, Canada, The Press of Nova Scotia College of Art &
Design - New York, New York Press, 1974. Una traduzione del testo in italiano si trova
all’interno del saggio dedicato a Yvonne Rainer in S. Banes, Tersicore in scarpe da tennis, Ma-
cerata, Ephemeria, 1993, p. 65 (ed. or. Terpsichore in Sneakers. Post-Modern Dance, Hanover,
Wesleyan University Press, 19872).
7
I documenti promozionali prodotti dalla Judson Memorial Church e dal Judson Dance
Theater sono conservati presso il Judson Memorial Church Archive.
96
uno strappo con l’insegnamento più diffuso nei corsi di composizione core-
ografica, avviati alla fine degli anni Venti da Louis Horst (compositore e a
lungo collaboratore di Martha Graham) e, successivamente, da Doris Hum-
phrey (altra grande madrina della modern dance).
Per creare, spiega Horst, è necessario concepire un tema che funga da le-
game tra le parti della coreografia, riunite secondo regole precise, che egli
stesso espone in Pre-Classic Dance Forms (1937) e in Modern Dance Forms
in Relation to the Other Arts (1961)8. Nella prima teorizzazione, prevale
l’impiego di un modello ricavato da musiche pre-classiche (come minuetto,
gagliarda o pavana), che definiscono ritmo, struttura e qualità emotive; nella
seconda, le fonti di ispirazione variano dal Primitivismo, all’Arcaico, al Me-
dioevalismo, all’Introspezione, ecc. Dal punto di vista propriamente struttu-
rale, la formula di base prevede lo schema ABA: in A il tema è affermato e
manipolato (per ripetizione, inversione, amplificazione o contrazione); in B
si sviluppa un tema contrastante, che viene anch’esso manipolato prima di
ritornare ad una forma leggermente mutata di A 9. Indicazioni simili sono
fornite da Humphrey con differenze marginali e con un lavoro specifico dal
punto di vista coreografico sugli elementi di forma, dinamica, ritmo e moti-
vazione 10.
Gli approcci di Horst e Humphrey, assolutamente apparentabili perchè
complementari ed espressione di una comune visione, appaiono rigidi e li-
mitativi agli occhi dei partecipanti del Judson Dance Theater, che vi si op-
pongono con ironia e noncuranza, sorretti dall’esempio di modalità alterna-
tive fornito, negli anni Quaranta e soprattutto Cinquanta, da sperimentatori
quali Merce Cunningham, Alwin Nikolais, James Waring e Anna Halprin.
Da questi maestri, e in particolare da Cunningham e Halprin, discendono
delle indicazioni concrete sul piano creativo, sebbene il senso delle nuove
sperimentazioni non si esaurisca affatto in eredità e tradimenti interni alla
disciplina e vada pertanto cercato anche in territori limitrofi. Uscendo dalla
semplice diacronia della storia della danza come arte autonoma capace di
autogenerarsi tramandandosi di padre in figlio, si scorgono nelle avanguar-
die figurative e nel momento culturale e storico in cui si sviluppa il Judson
Dance Theater gli elementi analitici e contestuali per una nuova interpreta-
zione dell’identità del collettivo.
La rottura con la tradizione coreografica si affianca, infatti, alla continuità
con le performance degli anni Venti e Trenta di costruttivisti, dadaisti e sur-
8
L. Horst, Pre-Classic Dance Forms, Princeton, Dance Horizons, 1937; Modern Dance Forms in
Relation to the Other Arts, Princeton (N. J.), Dance Horizons, 1937.
9
Questo schema prevede diverse varianti. Per un approfondimento, cfr L. Horst, Modern
Dance Forms, cit., pp. 23-27. Per un breve riassunto delle rispettive teorie e delle convergenze
tra Horst e Humphrey, si veda anche D. Madden, L’insegnamento della Dance Composition.
Louis Horst e Doris Humphrey, “Chorégraphie. Studi e ricerche sulla danza”, primavera 1995,
pp. 83-92.
10
Cfr. D. Humphrey, L’arte della coreografia, a cura di B. Pollack, nota introduttiva e trad. it. di
N. Giavotto, Roma, Gremese Editore, 2001 (ed. or. The Art of Making Dances, London, Dance
Books, 1959).
97
realisti: assenza di consequenzialità narrativa, durata estremamente variabi-
le dell’azione performativa, multidisciplinarietà, coinvolgimento dello spet-
tatore sono solo alcune delle caratteristiche riviste e riconoscibili nell’ondata
sperimentale di metà secolo 11. L’unione delle due tradizioni prende in que-
sto caso il nome di post-modern dance, termine piuttosto ambiguo ma ormai
accettato, indicativo della successione cronologica alla modern dance e, so-
prattutto, del bisogno di nominare un fenomeno contemporaneamente de-
ciso e inafferrabile – non molto diversamente da quanto avviene, in altro
ambito, al profilarsi dell’attiguo “nuovo teatro”, costituito da “avvenimenti,
che a prima vista appaiono un incrocio tra mostra d’arte e rappresentazione
teatrale, [che] hanno preso il nome modesto e piuttosto stuzzicante di
«Happening»”12. L’immediata e tranquillizzante etichetta apposta sulla realtà
amorfa del Judson Dance Theater ha consentito il suo protrarsi nel tempo
quale semplice tassello della storia della danza, riproponendo la visione
modernista di un secolo edificato su continue cesure, rivolte e rinascite
all’insegna del nuovo, laddove un’evidente familiarità con l’arte performati-
va, in generale, inviterebbe a guardare nel limbo e nelle intersezioni tra i due
filoni comunque compresenti.
Gli strumenti rubati ai padri elettivi delle avanguardie novecentesche, che
parrebbero sottolineare l’estrosità di un collettivo libero di costruirsi da sé la
propria famiglia, hanno colto l’attenzione della critica contemporanea e del-
la ricerca intellettuale per la cospicuità del loro impiego in molteplici e sva-
riate coreografie, presentate in poche occasioni, ma ricostruite e documen-
tate dettagliatamente dalla storica Sally Banes: alla sua famelica acribia filo-
logica è debitrice ogni riflessione corrente. Tuttavia, l’attualità delle ripropo-
sizioni di metodi trascorsi e della loro rielaborazione da parte del Judson
Dance Theater non è riassumibile in semplici rapporti di assonanza,
nell’elencazione o nell’accostamento delle tecniche di composizione, che ne
sminuirebbero la marcata differenza con i precursori, dovuta ad una mutata
visione dell’arte e del processo creativo.
Il diniego della tradizione di danza si spiega quindi nei termini di
un’esplorazione che unisce radicale sperimentazione e coscienza storica.
Tra le diverse neoavanguardie si radica infatti, in questo periodo, la convin-
zione che “l’arte sia un prodotto artigianale, che vada assemblato in modo
cosciente e critico”, palesando un progressivo “spostamento di attenzione
dall’intenzionalità dell’artista al processo del lavoro d’arte come prassi con-
11
Per una storia dell’arte performativa come genere trasversale e indipendente dalle discipline
di derivazione degli artisti coinvolti, cfr. R. Goldberg, Performance Art from Futurism to the
Present, ed. riv. e ampl., London-New York, Thames & Hudson, 2001.
12
S. Sontag, Happening: un’arte d’accostamento radicale (1962), in Contro L’interpretazione,
Milano, Mondadori, 1998, p. 353 (ed. or. Against Interpretation and Other Essays, New York,
Farrar Strauss & Giroux, 1964). Sugli happening, esiste una bibliografia amplissima. Testo fon-
dante è M. Kirby, Happenings, New York, Dutton, 1965, trad. it. di A. Piva, Happening, Bari,
De Donato, 1968. In italiano, vedi anche M. De Marinis, Il nuovo teatro, 1947-1970 (1987), Mi-
lano, Bompiani, 20004.
98
creta e lenta, banale e quotidiana, del fare ‘arte’”13. Vecchie e nuove tecniche
compositive germinano direttamente da questa comprensione spersonaliz-
zante e dissacrante del procedere creativo, che si associa alla ridefinizione
in senso antitecnicistico del corpo danzante.
Una delle lezioni della Judson Church negli anni Sessanta e Settanta – dice oggi
il coreografo Boris Charmatz – è stata di evitare che i danzatori si richiudesse-
ro nello spazio costretto della sala. Si modificava così la stessa maniera di ap-
prendere il lavoro di danzatore […]14.
Nelle sue lettere alla moglie, Rainer Maria Rilke scriveva, agli inizi del
Novecento, di come nella creazione Rodin restasse sempre “interno al lavo-
ro” e ne lodava quel suo “umile, paziente percorso tracciato nel reale”15. Non
molto diversamente, nei suoi testi Igor Stravinskij identificava nella condi-
zione di homo faber la vera essenza dell’artista-artigiano, per cui
“l’invenzione non è concepibile al di fuori della sua messa in opera”. E dun-
que:
13
G. Celant, Artmakers: arte, architettura, fotografia, danza e musica negli Stati Uniti, Milano,
Feltrinelli, 1984, p. 56.
14
Boris Charmatz in B. Charmatz - I. Launay, Entretenir. À propos d’une danse contemporaine,
Paris, Centre National de la danse – Les presses du réel, 2002, p. 68.
15
R. M. Rilke, Lettere su Cézanne, Firenze, Passigli Editori, 20012, p. 29 (ed. or. Briefe über Cé-
zanne, Leipzig, Insel-Verlag Anton Kippenberg, 1962).
16
I. Stravinskij, La composizione musicale, in Poetica della musica, Pordenone, Edizioni Studio
Tesi, 1983, p. 39 (ed. or. Poétique musicale: sous forme de six leçons, Cambridge (Mass.), Har-
vard University Press, 1942).
99
Molteplici sono i percorsi tra queste due fasi, solitamente poco noti
all’osservatore per mancanza di dati e perché protetti da un alone mitico
che, favorito da una retorica mistificante, riveste la cosiddetta intuizione
dell’artista17. Nel secondo dopoguerra l’enfasi sul metodo sveste in parte la
creazione della sua aura di genialità, sostituendola con l’indagine manifesta
degli ingranaggi che mettono concretamente in moto la fabbricazione delle
opere, secondo un approccio al tempo stesso pragmatico e riflessivo, estra-
neo ad ogni afflato affettivo e introspettivo. Si studiano le possibili strutture
capaci di inquadrare e di contenere l’azione e si cercano delle ancore in an-
notazioni che facilitano l’organizzazione dei materiali, a sua volta innescata
dall’assolvimento funzionale di un compito (da cui derivano le task dances)
o, ancora, dalla relazione fisica con un oggetto. Ne deriva “una sorta di clas-
sicismo”18 che nobilita persino le gestualità semplici e quotidiane impiegate
nelle coreografie e che si afferma come la cifra stilistica privilegiata – sebbe-
ne non l’unica – del Judson Dance Theater: nelle sue pratiche creative e per-
formative riconosciamo l’espressione di una sensibilità pervasiva di molta
arte del tempo, priva di romanticismo, rigorosa e scientifica, frutto di esplo-
razioni impersonali (o trans-personali) 19.
Idee affini transitano da una disciplina all’altra nei metodi di artisti che,
con calma, si adoperano in procedimenti analitici, li scrutano e li modifica-
no, senza proiettarvi i grumi irrisolti della propria personalità, denunciare
piaghe sociali o sviscerare temi universali in atti catartici di creazione - come
nella generazione degli action painters, dei coreografi della modern dance o
degli scrittori maledetti della beat generation. “Esiste un piacere artigianale
del fare, la gioia del lavoro manuale, che per alcuni soddisfa pienamente la
vita dello spirito. Il mondo può andare in rovina, la cosa non li disturberà
[…]”, ma non per questo essi possono dirsi liberi da quella particolare “an-
sia” dell’arte che nulla ha a che vedere con l’espressione immediata di spiriti
inquieti o persino angosciati.
[…] l’ansia dell’arte rende tangibile la libertà che ha l’arte stessa di costruirsi
secondo la sua volontà. La si trova nella ricorrente decisione degli artisti di
questo secolo […] di liquidare l’arte in quanto classificazione di oggetti e di ri-
definirla nei termini dell’atto intellettuale dell’artista20.
17
Basti pensare a Martha Graham, che, come le precedenti pioniere della danza moderna, si è
voluta mostrare al di sopra della norma, simboleggiando per esempio il mistero della sua ge-
nialità con quel limite invalicabile di cui significativamente parla nella sua autobiografia: un
nastro rosso, appeso alla porta della sala, che “diceva” che “nessuno doveva entrare”, che
“non si accettano intrusioni quando si è immersi nell’estasi, perché è questo che accade
quando si sta creando una danza”. M. Graham, Memoria di sangue. Un’autobiografia, Milano,
Garzanti, 1992, p. 133 (ed. or. Blood Memory, New York, Doubleday, 1991).
18
A. Carmines, In the Congregation of Art, “Dance Scope”, vol. 4, n. 1, autunno – inverno
1967-1968, p. 25.
19
Cfr. S. Sontag, Una cultura e la nuova sensibilità (1965), in Contro l’interpretazione, cit., p. 400.
20
H. Rosenberg, Introduzione. Verso una professione senza ansia, in L’oggetto ansioso, Bompia-
ni, Milano, 1967, p. 13 (ed. or. The Anxious Object, New York, Horizon, 1964).
100
Privato di “un’identità sicura”, questo oggetto/prodotto, che Harold Ro-
senberg definisce felicemente “oggetto ansioso”, fa fronte alla domanda “so-
no un capolavoro o un cumulo di rifiuti?” e cerca risposta e riconoscimento
nella comunità di esperti21. Come il risultato finale, così anche il punto di i-
nizio, l’ispirazione motrice del lavoro, non è che un aspetto del processo,
ovvero del procedere producendo ostacoli che alimentano, passo passo, la
creazione.
Tale atteggiamento conquista gli avamposti della sperimentazione, muo-
vendosi da un capo all’altro del paese: entra nelle lezioni di composizione
coreografica tenute dal 1960 al 1962 allo studio di Merce Cunningham dal
musicista Robert Dunn, che raccoglie la maggioranza dei danzatori confluiti
alla Judson Memorial Church (dove mostrano dapprima gli esiti del corso e
continuano successivamente a incontrarsi ed esibirsi) 22, ma anche nella sala
di danza immersa nei boschi californiani della danzatrice e coreografa Anna
Halprin. Ai suoi workshop estivi partecipano Trisha Brown, Yvonne Rainer
e Robert Morris e, con lei, collabora per diversi anni Simone Forti, che, pur
non entrando nel collettivo, frequenta il corso di Robert Dunn, segnando
fortemente l’operato dei suoi coetanei. Ad Halprin e Dunn si attribuisce il
merito di avere avviato esplorazioni diverse e innovative, poi accorpate au-
tonomamente dal Judson Dance Theater, mentre si sottovaluta, ad oggi, la
comune eredità – da entrambi tuttavia riconosciuta – dell’arte costruttivista.
I principali esponenti del Bauhaus si erano stabiliti negli Stati Uniti du-
rante la seconda guerra mondiale, fondando prestigiose scuole e centri co-
me il Black Mountain College, rinomato anche per l’azione concertata or-
chestrata da John Cage nel 1952. Premessa pedagogica di questi artisti era la
centralità della costruzione per la realizzazione creativa: nella pratica labora-
toriale seguita da Lazlo Moholy-Nagy, “più del risultato finale contavano la
sperimentazione, il gioco libero dell’intuizione e la conoscenza dei materia-
li: “educazione attraverso il metodo” divenne la parola d’ordine del corso
preliminare”23. Leggendo i suoi scritti, Robert Dunn ne accoglie dunque
21
Ivi, p. 14.
22
Al suo corso di composizione coreografica partecipano, il primo anno (1960-1961), Paulus
Berenson, Marni Mahaffay, Simone Forti, Steve Paxton e Yvonne Rainer. Il secondo anno
(1961-1962) si aggiungono: Judith Dunn, Trisha Brown, Ruth Emerson, Alex Hay, Deborah
Hay, Fred Herko, Al Kurchin, Dick Levine, Gretchen MacLane, John Herbert McDowell, Jo-
seph Schlichter, Carol Schothorn, Elaine Summers. Frequentano occasionalmente, David
Gordon e Valda Setterfield; vi assistono regolarmente Robert Rauschenberg, Jill Johnston,
Gene Freidman, e talvolta assistono anche Remy Charlip, David Vaughan, Robert Morris, Ray
Johnson, Peter Schumann (S. Banes, Choreographic Methods of the Judson Dance Theater, in
Writing Dancing in the Age of Postmodernism, Hanover – London, Wesleyan University Press,
1994, p. 212). Un altro insegnante egualmente influente è James Waring, artista eclettico,
dall’idioletto personale, che tra il 1959 e il 1960 insegna un corso di composizione coreografica
presso il Living Theater, cui partecipano Valda Setterfield e David Gordon.
23
S. Moholy-Nagy, Moholy-Nagy. La Sperimentazione totale, introd. di Walter Gropius, Mila-
no, Longanesi, 1975, p. 47 (trad. dall’ed. inglese, Moholy-Nagy. Experiment in Totality, New
York, Harper & Brothers, 1950).
101
l’“enfasi sulla natura dei materiali e sugli elementi strutturali di base”24; a sua
volta, Anna Halprin, incontrati Walter Gropius e Moholy-Nagy negli anni
Quaranta ad Harvard, dove il marito Lawrence studiava architettura, sottoli-
nea l’estensione della loro influenza e soprattutto l’“idea che la migliore arte
sia realizzata da una ‘diversità di individui che desiderano collaborare senza
tuttavia rinunciare alla loro identità’. È una proposta talmente umanista – af-
ferma Halprin – che mi ci sono voluti anni per comprenderla davvero e ap-
plicarla”25.
Catalizzatore del Judson Dance Theater, Robert Dunn imposta il corso di
composizione in maniera interdisciplinare, assimilando soprattutto le idee
di Cage, suo maestro alla New School for Social Research di New York dal
1956 al 1960 e riferimento imprescindibile della giovane generazione di arti-
sti: “tutto è possibile” è il suo messaggio, dall’attraversamento dei generi per-
formativi alla riconciliazione di arte e vita nell’ascolto contemplativo degli
stessi rumori che abitano i silenzi della quotidianità26.
Tra la suggestione delle parole e l’indicazione metodologica si situano le
soluzioni adottate dal compositore in collaborazione con Merce Cunnin-
gham, quali l’impiego di strutture di tempo al posto di nessi narrativi e con-
tenutistici, che ingabbiavano la composizione nella modern dance, fino
all’utilizzo di procedure aleatorie. Incamerando l’esempio e l’apertura este-
tica delle visioni di Cage, Dunn trasforma l’insegnamento in un vero e pro-
prio tirocinio per coreografi, confrontati con gli arnesi di un mestiere
dall’identità cangiante. In particolare, l’attenzione sulla struttura, quale ele-
mento di base della creazione, finisce per identificare metodo e sintassi
dell’opera, offrendosi come ipotetico contenitore sia delle idee costruttivi-
ste, sia del minimalismo emergente e di una sorta di comportamentismo,
che assieme generano altre modalità coreografiche.
24
R. E. Dunn, The Legacy of Robert Ellis Dunn (1928-1996), numero monografico di “Move-
ment Research Performance Journal”, a cura di W. Perron, n. 14, primavera 1997, p. 1.
25
Anna Halprin in J. Caux, Anna Halprin. À l’origine de la performance, Paris-Lyon, Panama-
Musèes, 2006, p. 46.
26
Nella formazione stessa di Cage non mancano apporti traversali della cultura musicale e
d’arte europea e della filosofia orientale, in primis il buddismo zen. Vi si riconoscono le tracce
del concretiamo e l’esempio dadaista, accanto alla ben nota amicizia e affinità con Marcel
Duchamp. Nella sua personale miscela di elementi, tesa all’impersonalità della creazione e
all’apprezzamento di natura e vita, Cage non si pone come semplice tramite di idee pullulanti
nel secondo dopoguerra, bensì come vero e proprio profeta, accolto e quasi venerato. Alle
sue lezioni alla New School, partecipano anche eminenti figure della neoavanguardia artistica,
quali Jackson McLow, Al Hansen, Dick Higgins, George Brecht e Allan Kaprow.
27
R. Morris, Notes on Dance, “Tulane Drama Review”, vol. 10, n. 2, inverno 1965, p. 180.
102
di movimento in sé: “Dunn ci insegnava ad afferrare un’idea – ricorda Simo-
ne Forti – e semplicemente ad incorniciarla ed eseguirla”28. Nelle sue lezio-
ni, egli assegna dei compiti di carattere compositivo e ne discute i risultati
con i partecipanti, senza giudicarne gli esiti, bensì interrogandone struttura,
metodo e materiali prescelti, come aveva fatto prima di lui Cage e come a-
vrebbe prescritto Marcel Duchamp con la sua negazione del buono e del
cattivo gusto in favore dell’adozione di tecniche meccaniche 29.
Le indicazioni per gli allievi variano da composizioni su tema (che com-
prendono anche il suggerimento spiazzante di “fare qualcosa su nulla di
speciale”) all’applicazione di strutture ricavate da linee, forme e volumi del-
lo spazio o da un disegno, da regole riprese o improntate a giochi infantili,
alla sottrazione di ornamenti che produce “una danza su una cosa sola”, alla
trasposizione di strutture musicali di John Cage o di Erik Satie. Sfruttando
proprio le Trois Gymnopedies di Satie, Simone Forti compone per esempio
un pezzo in cui salta e si riporta al suolo, poggiando, una dopo l’altra, varie
parti del corpo, ognuna associata ad un numero derivato dalla suddivisione
della suddetta frase musicale: “nessuna tecnica. Solo una donna che salta e
che cade su un piede, poi poggia l’altro, una mano, un ginocchio, il capo.
Più semplice è, meglio è”30. Diversamente, per Three Satie Spoons (1960),
Yvonne Rainer unisce la partitura di Fontana Mix di Cage a quella numerica
derivata dalle Trois Gymnopedies. I brani musicali non comandano la forma
della danza, ma sono prima divisi per sezioni e strutture di tempo, trasposte
successivamente nelle sequenze coreografiche per mezzo di un autonomo
percorso compositivo.
Uno strumento che attraversa i vari esperimenti è l’annotazione della par-
titura, ausilio alla memoria e stimolo creativo – come nota Dunn ricordando
l’esempio labaniano – che favorisce una concezione della coreografia come
disegno/scrittura in movimento.
Pianificando la danza, scrivendo o disegnando, ottieni una visione molto nitida
della danza e delle sue possibilità. L’idea di Laban di realizzare un Tanzschrift,
uno scritto di danza, una forma di documentazione, era secondaria. L’idea di La-
ban era di creare piuttosto una Schrifttanz, di usare cioè iscrizioni grafiche o
trascritte, generando successivamente delle attività. La notazione grafica è un
modo per inventare la danza. È una parte della concezione della danza31.
La trascrizione, per la sua permanenza nel tempo, pone per certi versi la
danza al pari delle arti sorelle e modifica la relazione coreografo-danzatore
quando è utilizzata da tramite, come avviene nel Judson Dance Theater: da
una parte permette di evitare l’effetto clonatorio dei processi imitativi di tra-
smissione delle sequenze di movimento, facendo del danzatore un interpre-
28
Intervista dell’autrice a Simone Forti, 6 ottobre 2002.
29
M. Duchamp, Marchand du sel, Salerno, Rumma editore, 1969, p. 141 (ed. or. Marchand du
sel, Paris, Sanouillet, 1958).
30
S. Forti, Reflections on the Early Days, in The Legacy of Robert Ellis Dunn, cit., p. 4.
31
Intervista a Robert Dunn (1980) riportata in S. Banes, Democracy’s Body, cit., p. 7.
103
te; dall’altra esalta la concezione del meccanismo operativo, tanto più se la
mappatura coreografica non corrisponde alla trascrizione di esperimenti
corporei fatti in prima persona dal coreografo, ma è ricavata dalla composi-
zione di una pagina di giornale (The Daily Wake di Elaine Summers, 1962) o
da immagini lasciate cadere casualmente su un foglio e lì incollate, come in
Proxy (1962) di Steve Paxton, basato sul metodo collagistico di Hans Arp.
Le procedure aleatorie sono, nelle loro infinite versioni, la scelta privile-
giata da Robert Dunn, da cui si distaccheranno in parte i membri del collet-
tivo, dopo averne però assimilato i benefici. Il loro impiego iniziale incon-
tra, infatti, la necessità etica ed estetica di liberare la creazione dagli strasci-
chi dell’ego individuale e dalla paura di sbagliare connaturata al neofita;
produce risultati immediati e inaspettati, che contribuiscono, proprio in vir-
tù della loro anomalia, a scardinare i limiti incontestati della scena di danza:
“ogni sorta di schema coreografico divenne possibile, quali la ripetizione, la
lentezza, l’arbitrarietà per scelta, piuttosto che semplicemente per caso” 32.
Abituando lo sguardo a soluzioni impensate e opinabili, gli esiti performati-
vi si trasformano così in nuove strategie operative, sorrette dalla volontà ana-
litica che impregna sia le fasi della produzione, sia il rapporto critico con lo
spettatore33. Nella sua marcata lentezza, Dance for Carola (1963) di Elaine
Summers mette a fuoco, in tutta la loro evidenza, i semplici atti
dell’accovacciarsi al suolo e del rialzarsi, costruendoli nel tempo e nello
spazio della scena; similmente, in Arizona (1963) di Robert Morris, la sua ro-
tazione del busto, compiuta nell’arco di cinque minuti sul sottofondo sono-
ro di una descrizione del movimento febbrile di un branco di mucche, e-
splora il binomio mobile-statico con evidente ironia.
Come le alterazioni stranianti dei gesti – dal punto di vista quantitativo (il
reiterarsi dell’azione) o qualitativo (il suo dilatarsi) – egualmente, le azioni
funzionali dipendono dalla ricerca di una danza non decorativa, innescata
dall’ideazione di composizioni, basate sull’assolvimento di compiti, che
prendono il nome di task dances e che possono essere indeterminate o to-
talmente predefinite. Nei casi più eclatanti “la scelta in sé del compito equi-
valeva all’idea del movimento”34, ricorda Anna Halprin, che le impiega per
prima verso la fine degli anni Cinquanta. I suoi pezzi di questo periodo con-
servano, però, ancora una parvenza di teatralità, scalzata invece dal Judson
Dance Theater, che si serve delle task dances in maniera massiccia, calando
la danza in una dimensione prosaica e piatta. La strada avviata da Halprin si
incrocia, per questa via, con la prescrizione strutturale tramandata da Ro-
bert Dunn e con lo spirito essenziale e spoglio del contemporaneo gruppo
Fluxus (cui partecipano, fra gli altri, anche Simone Forti, Trisha Brown e
Yvonne Rainer). Al compito assegnato da Dunn di fare “una danza su una
cosa sola” si potrebbero infatti associare la lunga linea tracciata con la testa
32
S. Banes, Choreographic Methods of the Judson Dance Theater, cit., p. 214.
33
Lo dimostreranno in maniera esaustiva la danza analitica e minimalista, da Trisha Brown a
Lucinda Childs, e i lavori di teatro visivo di Bob Wilson della decade successiva.
34
A. Halprin, Moving toward Life, Hanover – London, Wesleyan University Press, 1995, p. 83.
104
su un foglio steso a terra da Nam June Paik in Zen for Head (1962) o la sem-
plice pulizia di un violino in Solo for Violin (1964) di George Brecht35.
Roger Copeland è l’unico ad avere dedicato un saggio, nel 1981, espres-
samente alle task dances, denominandolo significativamente The Neoclassi-
cal Task36. Nel confronto con la modern dance, l’autore sottolinea la nega-
zione della motivazione psicologica del movimento, inteso come estrinse-
cazione di un impulso interiore che contraddirebbe, infatti, quell’operatività
comportamentale voluta dalle task dances, dove il danzatore-agente è chia-
mato, come nel nuovo teatro, a relazionarsi alla situazione “su di un piano
immediato e non referenziale”, assolvendo compiti “che non vengono più
‘mascherati’ dietro la finzione rappresentativa ma esposti nella loro flagran-
za”37. Le azioni funzionali sono spesso orientate alla manipolazione di un
oggetto o di persone come fossero oggetti, natura morta di un quadro in mo-
vimento; così, per esempio, in Colorado Plateau (1964) di Alex Hay, sei in-
terpreti sono “agiti” come manichini, spostati, distesi o posti in piedi: lo spa-
zio diviene “una scultura mutevole di diagonali, verticali e orizzontali. I per-
formers […] oggetti neutri dell’esercizio visivo”38.
Il principio di problem-solving, che guida le composizioni, ne definisce
spazio, tempo e tipologia di movimento, rimpiazzando l’idea di un prodotto
artistico concluso ed elaborato con la manifestazione di una “forma di com-
portamento”: “nella priorità del fare, il sostantivo statico ‘forma’ è sostituito
dal verbo dinamico ‘agire’”39. Gli orpelli dei codici di danza e gli appigli te-
matici si dissolvono in un nuovo imperativo:
Riduci la danza al fare, riduci la creazione alla carpenteria. Una scatola non è più
‘essenziale’ di una scultura di Rodin. Sollevare una scatola non è più ‘puro’ di
sollevare Giselle (o Clytemnestra)40.
L’irriverenza nei confronti delle forme d’arte ereditate dal passato è esem-
35
Cfr. In the Spirit of Fluxus, catalogo della mostra organizzata da Elizabeth Armstrong e Joan
Rothfuss, Minneapolis, Walker Art Center, 1993.
36
R. Copeland, The Neoclassical Task, “New Performance”, vol. 2, n. 3, 1981, pp. 50-59.
37
L. Mango, La scrittura scenica, Roma, Bulzoni, 2003, p. 294. Rispetto agli happening, tuttavia,
l’ambientazione è più asettica. Queste danze sono inoltre più vicine all’event, in quanto non
includono gli spettatori entro lo spazio scenico e non sono itineranti. Per la distinzione tra
happening ed event, vedi M. Kirby, The New Theatre, “Tulane Drama Review”, n. 2, 1965, pp.
23-49, trad. it. di G. Niccolai, Il nuovo teatro, in L’altra America negli anni sessanta, a cura di F.
Pivano, Roma, Officina, 1971, pp. 41-61, ma anche la definizione di Kostelanetz di
“happening da palcoscenico” in R. Kostelanetz, The Theatre of Mixed Means: An Introduc-
tion to Happenings, Kinetic Environments, and Other Mixed-Means Performances, New York,
Dial Press, 1968, trad. it. Il teatro dei mezzi misti, “Sipario”, n. 272, dicembre 1968.
38
J. Johnston, The New American Modern Dance, in The New American Arts, a cura di R. Ko-
stelanetz, New York, Horizon Press, 1965, p. 191.
39
R. Morris, Some Notes on the Phenomenology of Making: The Search for the Motivated (1970),
in Continuous Project Altered Daily, Cambridge (Mass.)-London (England), The Mit Press,
1993. p. 90.
40
Y. Rainer, lettera a Mark Franko del 7 febbraio 1995, citata in M. Franko, Some Notes on
Yvonne Rainer, Modernism, Politics, Emotion, Performance, and the Aftermath, in Meaning in
Motion, a cura di J. C. Desmond, Dunham-London, Duke University Press, 1997, p. 301.
105
plificata da Site di Robert Morris: vestito di bianco (dall’abito, ai guanti da
lavoro, alla maschera che ne riproduce la fisionomia) all’interno di una sce-
na egualmente bianca, composta da una scatola (da cui proviene il rumore
di un martello pneumatico) e da una fila di larghe assi di legno, Morris ese-
gue pochi gesti funzionali: sposta una delle tavole, scoprendo sullo sfondo
un’immobile Olimpia in carne ed ossa ispirata alla famosa opera ottocente-
sca di Manet, proseguendo in seguito come se nulla fosse. Il “commento so-
noro” della scatola e la qualità distaccata dell’azione gli conferiscono
l’immagine di un operaio, mentre la citazione pittorica richiama la secolare
tradizione artistica della raffigurazione di nudi femminili, profanandola,
quasi, attraverso la sua “fabbricazione” in tempo reale: “Qui, in maniera
piuttosto letterale, il ritratto è trasformato in esecuzione, l’arte è essa stessa
‘eseguita’, ‘resa’, teatralizzata”41. Premessa della coreografia è la scultura del-
lo stesso Morris e, in particolare, il lavoro Box with the sound of its own ma-
king (1961), citato al suo interno e che consiste, infatti, in un cubo di legno
che trasmette il suono registrato di sega e martello, ovvero degli attrezzi ipo-
teticamente utilizzati per la sua costruzione.
Al pari di altri artisti del periodo, i coreografi del Judson Dance Theater
agiscono dunque da esperti artigiani e pensano da “esteti consapevoli di es-
sere tali e indotti a contestare in continuazione i loro mezzi, i loro materiali e
i loro metodi”42. Il dialogo con la storia li vede in una prospettiva apertamen-
te dialettica che passa per modalità esplicite come la logica di “doppia espo-
sizione” (dimostrazione e commento), già riconoscibile nei pezzi di Morris
e riproposta con insistenza attraverso il duplice canale fisico e verbale, per
esempio con un prologo che anticipa le azioni (come in Meat Joy di Carolee
Schneemann, 1964) o con registrazioni che le descrivono mentre avvengono
sulla scena (come nel già citato Colorado Plateau di Alex Hay) o persino con
argomentazioni sul “fare arte”, come in Prefabricated Dance, sezione di Ran-
dom Breakfast (1963) di David Gordon, in cui il coreografo realizza una di-
mostrazione-spettacolo, chiarendo come comporre una danza di successo
mentre ne improvvisa i passi43. La riflessività, quale caratteristica invasiva di
ogni esperimento, modella un’immagine del coreografo che riunisce la
mentalità del Bauhaus all’esemplarità di Duchamp (votato a creazioni capaci
di interessare “anche la materia grigia, il nostro appetito di comprensio-
ne”44), riproducendo gli slittamenti tra arte e artigianato delle avanguardie
storiche novecentesche, ma dichiarandoli nello svelamento del processo
41
H. M. Sayre, The Object of Performance: The American Avant-Garde since 1970, Chicago,
University of Chicago Press, 1989, p. 67.
42
S. Sontag, Una cultura e la nuova sensibilità (1965), in Contro l’interpretazione, cit., p. 398.
43
La definizione di “doppia esposizione” è di Jill Johnston. A tal proposito, cfr. J. Johnston,
Pain, pleasure, process, “Village Voice”, 27 febbraio 1964, ora in J. Johnston, Marmalade Me,
Hanover – London, Wesleyan University Press, 19982, pp. 42-46; per il prologo di Meat Joy, si
veda C. Schneemann, More Than Meat Joy, New York, McPherson, 19972, p. 64; per una de-
scrizione di Random Breakfast, si veda It’s about time, “The Drama Review”, vol. 19, n. 1, T-65,
marzo 1975, 43-52.
44
M. Duchamp, Marchand du sel, cit., p. 143.
106
stesso di “lavoro”, che echeggia la percezione diffusa di una società sommer-
sa dalla mercificazione e dai prodotti di serie. Nonostante l’attenzione quasi
unica e comunque precipua al “mezzo”, si intravede un’ibridazione attuale
con la contemporaneità, profusamente filtrata in una pratica densa di storia.
La Pop Art ne mostra l’immagine più memorabile nei giganteschi fumetti di
Lichtenstein, destinati al museo piuttosto che a Disneyland, o nelle serigrafie
di Warhol di scatolette Campbell o persino di volti, che appaiono sovvertire
la secolare eredità del ritratto pittorico: ma cos’altro sono in danza le task
dances se non riflessioni e sperimentazioni sui meccanismi di produzione,
individualmente pensate e poi composte, ricomposte e illustrate ad arte?
45
Come indicato espressamente da Al Carmines, pastore della chiesa battista, e secondo
l’identificazione di molti tra gli stessi artisti coinvolti.
46
D. Di Prima, A Concert of Dance, “The Floating Bear”, n. 21, agosto 1962, p. 45, ora in D. Di
Prima – L. Johns, The Floating Bear. A Newsletter, n.1-37, 1961-1969, La Jolla (Ca), Laurence
McGilvery, 1973, p. 239.
47
Il camp è una sensibilità votata all’artificialità, che corrompe e ridicolizza il serio, contraddi-
cendolo con ironia e presentandolo con modi eccessivi, frivoli, diretti nella loro estrosità. La
prima a definirlo è stata Susan Sontag in Contro l’interpretazione, cit., pp. 359-383. Successiva-
mente, altri studiosi interni ai gender studies ne hanno sottolineato la portata politica, da lei
in parte sminuita, e l’appartenenza dei suoi atteggiamenti e delle sue strategie discorsive alla
cultura queer (termine che non ha corrispondenti in italiano e con cui si indica la costruzione
socio-politica e culturale dell’identità omosessuale). Cfr. M. Meyer, The Politics and Poetics of
Camp, New York-London, Routledge, 1994.
48
R. Bianchi, Il teatro negli Stati Uniti: alla ricerca dell’innovazione permanente, in Storia del tea-
tro moderno e contemporaneo. Avanguardie e utopie del teatro, a cura di R. Alonge – G. Davi-
co Bonino, Torino, Einaudi, 2001, v. III, p. 809.
49
A. Hughes, Dance Program Seen at Church, “New York Times”, 7 luglio, 1962, p. 9.
107
La soggiacente “mentalità collagistica”50, associata spesso a procedure alea-
torie, nasce dalla comune scelta della non-linearità narrativa, che consente
anche di apparentare maestri come Merce Cunningham, con la sua logica di
una “visione simultanea”, e James Waring, con le sue antitetiche commistio-
ni di movimenti incongruenti e marcatamente teatrali51. La premessa meto-
dologica è contenuta nell’idea liberatoria di John Cage che il metodo non è
altro che la “maniera di controllare la continuità da una nota all’altra” 52.
Commentando la collaborazione con Simone Forti per See-Saw (Altalena),
cui partecipa nel 1960 assieme a Robert Morris, Yvonne Rainer coglie pro-
prio in quest’approccio una nuova strategia operativa:
Ciò che mi colpì sul piano sintattico era che lei [Forti] non faceva nessuno sfor-
zo di connettere gli eventi dal punto di vista tematico. Voglio dire: l’altalena e le
due persone, questo era il punto di connessione e una cosa ne seguiva un’altra.
Quando ho dei dubbi, ci penso: una cosa ne segue un’altra53.
50
Intervista a Steve Paxton del 1980, in S. Banes, Democracy’s Body, cit., p. 65.
51
La “visione simultanea” di Cunningham è discussa da Jill Johnston in The New American
Modern Dance, cit., p. 169; su Waring, cfr. L. Satin, James Waring and the Judson Dance Thea-
ter, in Reinventing Dance in the 1960s, a cura di S. Banes, Madison, The University of Wiscon-
sin Press, 2003, pp. 51-80.
52
J. Cage, Silence, Middletown (Conn.), Wesleyan University Press, 1961, p. 62. In italiano, è
stata pubblicata la raccolta J. Cage, Silenzio: antologia da Silence a Year from Monday, a cura
di R. Pedio, Milano, Feltrinelli, 19802.
53
Yvonne Rainer, in R. B. Hecht, Reflections on the Carreer of Yvonne Rainer and the Values of
Minimal Art, “Dance Scope”, vol. 8, n. 1, autunno-inverno, 1973-1974, p. 17. In See-Saw, un
uomo in cappotto nero (Morris) entra nella sala mentre le luci si accendono e si spengono ad
intermittenza, appoggia a terra un cavalletto di legno, esce, porta una panca che sistema in
equilibrio sul cavalletto. Tra l’accendersi e lo spegnersi delle luci, si intravede solo l’asse che
oscilla, poi rientra l’uomo che collega l’asse lateralmente ad elastici e ad un giocattolo che ad
ogni oscillazione produce il verso della mucca, infine compare anche una donna (Rainer) con
un cappotto nero e, nel momento in cui i due salgono sui lati opposti della tavola, le luci si
accendono. Ogni movimento, piccolo o grande, produce delle oscillazioni e quindi il suono.
In seguito, ricomincia l’alternanza di luce e buio: mentre la donna rigirandosi sull’altalena gri-
da, risuona il muuhhh nell’aria e, intanto, Morris, seduto al capo opposto dell’asse, legge un
numero di Art News con voce monotona (Cfr. S. Forti, Handbook in Motion, Halifax, Press of
Nova Scotia College of Art and Design - New York, New York University Press, 1974).
54
R. Barilli, L’arte contemporanea, Milano, Feltrinelli, 20039, p. 206.
55
R. Bianchi, Il teatro negli Stati Uniti, cit., p. 810.
108
I coreografi della neoavanguardia newyorchese sfruttano le invenzioni
della prima metà del secolo, ma ne mutano il senso. Per cominciare, si asso-
ciano al recupero del processo creativo che nel secondo dopoguerra passa
per fenomeni come l’action painting (ancora una forma spontanea e istinti-
va) e gli happening, dal nome dell’evento performativo di Allan Kaprow 18
Happenings in 6 Parts (1959)56. La volontà di segnare l’opera col suo gestus
artistico, che conserva una matrice introspettiva nell’espressionismo astratto
e in parte del nuovo teatro, incontra nelle forme collagistiche del Judson
Dance Theater il desiderio di liberazione dall’ego individuale, indotto da
strascichi diffusi delle filosofie orientali, talvolta assimilate con coscienza,
talaltra assorbite come perle di saggezza condivisa. Ai riferimenti culturali
espliciti discendenti dall’arte europea e americana e dal pensiero orientale,
si aggiunge quel sottotesto dimenticato dell’estetica africanista che pervade
la cultura americana con la sua ironia, i doppi sensi di gesti fisici e verbali e
l’associazione paradossale di elementi evidentemente opposti (estranei ad
una logica di causa ed effetto), che partecipano della costruzione di un pre-
sente storico, attraversato da più saperi ed esperienze, che vive e si mostra a
livello artistico 57.
L’incongruenza tra le parti, come l’apertura al caso o la non-
premeditazione di tutti i tasselli dell’opera negano la percezione di un “og-
getto già fatto e concluso”, lasciando ampio spazio a percorsi individuali di
lettura, riflessione e condensazione da parte dello spettatore 58. Riecheggia
pertanto, anche nel collage, la duplice identità di una tecnica e di una pro-
spettiva di riflessione sull’arte, indicativa di un progressivo e latente cam-
biamento nella figura dell’autore. Frutto di citazioni, furti, lecite manipola-
zioni e accostamenti, l’opera nasce da un dialogo sfaccettato con la cultura
specificamente di danza e più generale; il collage, “forma di appropriazione”,
consente di rubare i materiali dalla vita, per inquadrarli, camuffarli persino,
e di fatto elevarli allo status d’arte: “È ragionevole usare parole come ‘mina-
re’, ‘sovvertire’ o persino ‘decostruire’, per descrivere come, nel collage,
56
Kaprow è anche l’esempio di un pittore passato alla scena: “La ragione per cui ho smesso di
dipingere è perché era come il teatro, incorniciato. Ero un action painter e pensavo all’ampia
tela come ad un’arena (per usare il termine di Harold Rosenberg), una metafora maledetta-
mente azzeccata se ti immagini di essere lì tra i leoni a dare frustate. La pittura rappresenta
davvero la mappa del combattimento del gladiatore in lotta contro i demoni. / Ma, dopo tut-
to, questo è ancora uno spazio teatrale, anche se grande quanto un campo di calcio. […] È
piuttosto comodo finché stai al centro ma, giunto ai margini, devi fermarti, e io non avevo
voglia di fermarmi”. (Extensions in Time and Space: an Interview with Allan Kaprow, a cura di
R. Schechner, in M. R. Sandford, Happenings and Other Acts, New York – London, Routle-
dge, 1995, p. 224.)
57
Cfr. B. D. Gottschild, Digging the Africanist Presence in American Performance, Westport
(Conn.) – London, Praeger, 1996.
58
I meccanismi di condensazione sono teorizzati da Freud e associati, per esempio, a collage di
Max Ernst come Oedipus Rex (1922). “In generale, la condensazione consiste nell’unione di
due o più elementi in una nuova parola o frase in maniera tale che ogni elemento mantiene il
suo carattere mentre interagisce effettivamente con gli altri”. C. Stokes, Collage as Jokework:
Freud’s Theories of Wit as the Foundation of the Collages of Max Ernst, in Collage: Critical
Views, a cura di K. Hoffmann, Ann Arbor – London, UMI Research Press, 1989, p. 255.
109
l’intrusione della cultura di massa operi nello spazio dell’arte alta”59.
Pittura e oggetti ordinari o di scarto s’ibridano negli assemblages di Robert
Rauschenberg, rappresentante di spicco del neo-dada e protagonista del Ju-
dson Dance Theater, che nella coreografia Pelican (1963) unisce le scarpette
da punta della tradizione accademica ai pattini a rotelle. Persino più eclatan-
te è Proxy (1962) di Paxton: tratto da fotografie di persone che camminano o
di pose sportive, da vignette comiche e da un annuncio pubblicitario di
viaggio, Proxy accorpa anche azioni come mangiare e bere, presentate
all’interno di percorsi precisi – scelti dagli interpreti secondo un meccani-
smo di delega (proxy) voluto dal coreografo – momentaneamente congelate
o eseguite informalmente in zone opportunamente demarcate. In maniera
speculare al teatro brechtiano, dove l’attore “esce dai margini” del personag-
gio, nella danza l’interprete rivela l’artificio teatrale “entrando nei margini”
finzionali della scena per svolgervi gesti apparentemente inappropriati60. Lo
straniamento indotto dall’anomalia coreografica, esaltata dalla compresenza
di registri di movimento differenti, fa sì che si sviluppi “l’occhio estraneo” ri-
conosciuto da Galileo di fronte alla lampada oscillante: “costui guardò con
meraviglia le oscillazioni come se così non le avesse previste e proprio non
le capisse; e in tal modo poté poi scoprirne le leggi”61.
Non diversamente dalla Pop Art o dagli assemblages, la mano del coreo-
grafo non si annulla dunque totalmente nel ripiego all’ordinarietà o
nell’appropriazione di gesti e immagini, ma si mostra attraverso processi di
“defamiliarizzazione” nelle scelte, nel dislocamento e nella ricontestualizza-
zione scenica delle azioni62. E, tuttavia, caduta una linea interpretativa com-
plessiva, l’opera si presta ad un’apertura di senso che si riassume nello
sguardo del singolo spettatore/lettore, che “è lo spazio in cui si inscrivono,
senza che nessuna vada perduta, tutte le citazioni di cui è fatta la scrittura”.
“Prezzo della nascita del lettore” è la “morte dell’Autore” che si riteneva pre-
cedesse l’opera, soffrisse, pensasse, vivesse per essa, generandola, come pa-
dre e madre la propria prole 63. La negazione della qualità introspettiva della
creazione, cui rimanda Roland Barthes in queste parole, equivale alla caduta
59
H. M. Sayre, The Object of Performance, cit., p. 20.
60
La portata innovativa e democratica delle azioni, scelte da Paxton, ha eclissato l’importanza
del processo creativo, che solo consente di coglierne il rilievo rispetto al contesto storico e
disciplinare. Negli anni Novanta, un tentativo della compagnia francese Quatuor Albrecht
Knust di rappresentare all’aperto il suo Satisfyin Lover (1967), una danza fondamentalmente
composta da semplici camminate, ha sollevato le critiche dall’autore per la difformità rispetto
alle intenzioni e al senso originario del lavoro.
61
B. Brecht, Scritti teatrali, Torino, Einaudi, 1962, p. 132 (ed. or. Schriften zum Theater, Fran-
kfurt am Main, Suhrkamp Verlag, 1957).
62
A tal proposito, la storica Sally Banes associa i processi letterari individuati da Sklovskij in let-
teratura alle opere del Judson Dance Theater. Cfr. S. Banes, Gulliver’s Hamburger: Defamiliari-
zation and the Ordinary in the 1960s Avant-Garde, in Reinventing Dance in the 1960s, a cura di
S. Banes, cit., pp. 3-23. Sul ragionamento di V. Sklovskij a proposito dei meccanismi di strania-
mento, si veda V. Sklovskij, L’arte come procedimento (1917), in I formalisti russi. Teoria della
letteratura e metodo critico, a cura di T. Todorov, Torino, Einaudi, 20032, pp. 75-94.
63
R. Barthes, La morte dell’autore (1968) in Il brusio della lingua, Torino, Einaudi, 1988, p. 56
(ed. or. Le bruissement de la langue, Paris, Seuil, 1984).
110
del “principio di raggruppamento dei discorsi”, “fulcro della loro coerenza”
identificata da Michel Foucault nell’autore: non l’individuo in carne ed ossa
che crea l’opera, bensì la sua proiezione in termini psicologizzanti
all’interno del testo64.
“Chi aveva parlato nell’artista, l’inconscio oppure una forza a lui estrane-
a?” si chiese l’artista Hans Richter del primo collage di Hans Arp: dopo avere
lavorato a lungo su un disegno, Arp insoddisfatto lo strappò, gettandolo sul
pavimento, ma poi rivolto lo sguardo a terra, scoprì che la disposizione e-
sprimeva quello che aveva cercato invano e che adesso poteva incollare
nell’ordine deciso dal caso 65. Similmente, sempre all’incrocio tra anni Dieci
e Venti, il poeta Tristan Tzara concepiva il “ritaglio” come modo per ri-
scoprirsi attraverso una procedura casuale: si prende un giornale, delle for-
bici, e si sceglie un articolo della lunghezza da dare alla poesia; lo si taglia e
si pongono tutte le parole in un sacco da agitare, per estrarre infine i vari
frammenti, uno dopo l’altro, ricopiandoli in seguito coscientemente. De-
cenni dopo, di questa tecnica si serve in parte Elaine Summers per
Ouverture; mentre altre due danzatrici, Carol Scothorn in Isolations (1962) e
Ruth Emerson in Shoulder r (1962), la impiegano per creare due danze soli-
stiche ricavate da ritagli di notazioni Laban assemblati in maniera casuale 66.
E, in realtà, ci si potrebbe facilmente perdere tra gli esempi di applicazioni
del ritaglio, che è adesso adottato per generare associazioni impreviste (piut-
tosto che per affondare nelle pieghe dell’inconscio), perciò rompendo con i
principi ereditati in Occidente dalla Poetica aristotelica, da sempre garanti
dell’integrità dell’opera. Al loro posto, trapelano concetti di matrice zen,
come l’interpenetrazione e il non impedimento di fattori differenti o persino
divergenti, compartecipi sia nella creazione artistica, sia nella sensibilità con
cui si percepisce la vita di ogni giorno.
Non scompare dunque il pensiero dell’artista, che però cerca altre strade
64
M. Foucault, L’ordre du discours, Gallimard, Parigi, 1971, p. 28, trad. it. di A. Fontana, M.
Bertani, V. Zini, L’ordine del discorso e altri interventi, nuova ed., Torino, Einaudi, 2004, p. 14.
Si veda anche M. Foucault, Qu’est-ce qu’un auteur (1969), in Dits et écrits, 1954-88, t. 1, Galli-
mard, Parigi, 1994, pp. 789-821.
65
H. Richter, Dada Arte e Antiarte, Milano, Mazzotta, 1966, p. 61 (ed. or. Dada Kunst und An-
ti-Kunst, Cologne, Verlag Dumont-Schauberg, 1964).
66
Nell’ipotesi avanzata da Sally Banes, i coreografi potrebbero essere stati introdotti da Cage al
metodo di Tristan Tzara grazie al libro curato da Robert Motherwell in cui esso è esposto,
The Dada Painters and Poets, Wittenborn-Schultz, New York, 1951 (cfr. S. Banes, Choreogra-
phic methods, cit., p. 217).
67
William Burroughs in C. Knickerbocker, Intervista con William Burroughs (1967), Roma, Edi-
zioni minimum fax, 1998, pp. 36-37.
111
fuori di sé attraverso l’osservazione e l’inclusione (ovvero l’apprezzamento)
di quanto lo circonda e agisce su di lui (o lei) nel momento della creazione,
dando avvio ad un meccanismo che produce da sé alcuni tra i possibili per-
corsi, così estendendo i margini dell’esperienza estetica.
Nelle arti performative, l’accostamento contemporaneo di differenti atti-
vità o, altrimenti, la successione alogica delle azioni permettono pertanto di
svincolare la composizione da nessi tematici di causalità e prevedibilità, a-
prendo un varco per l’inaspettato e per l’anarchia di una “sensibilità surreali-
sta” che attraversa la sperimentazione del XX secolo con la sua idea implicita
“di distruggere i significati convenzionali e di creare nuovi significati o anti-
significati col metodo dell’accostamento radicale (il ‘principio del colla-
ge’)”68. È Yvonne Rainer la figura più rappresentativa della pratica
dell’accostamento radicale, “tecnica coreografica di base della danza post-
moderna”69, che coincide con una modalità tendenzialmente “fredda” (cool)
di accorpare gli elementi; la pittrice Carolee Schneemann, con la “giustap-
posizione selvaggia” del suo teatro cinetico, è invece la madrina della sua
versione più “calda” (hot).
Nel primo caso, si esalta l’autonomia dei singoli ingredienti, spingendo
all’estremo la tendenza dell’avanguardia teatrale a costruire performance a
compartimenti separati, “senza matrici” di luogo, tempo e spazio a partire da
spunti eterogenei assemblati in maniera stridente70: dalla faccia allucinata di
una donna in metropolitana a quella di una ballerina anziana nell’atto di
mostrare dei passi di danza, ai manierismi di un amico, ai giochi dei bambi-
ni. Accanto ai gesti convivono, semplicemente e senza finalità illustrative,
sonorità preverbali e parole. Racconta Rainer:
68
S. Sontag, La psicoanalisi e “Life against death” di Norman O. Brown, in Contro
l’interpretazione, cit., p. 361-362.
69
S. Banes, Tersicore, cit., p. 18.
70
Lo spettacolo senza matrici è teorizzato da Michael Kirby. In particolare, si veda M. Kirby, Il
nuovo teatro, cit. e dello stesso autore, Happening, cit.
71
Y. Rainer, appunti (1962), citati in S. Banes, Democracy’s Body, cit., p. 14.
112
gelide tonalità, fatto di frasi quali “ti amo”, “perché non mi ami?”, “dimmi
che mi ami”. La conversazione nasce da un’esperienza di vita scarnificata nei
suoi lineamenti essenziali affinché, cozzando con il pathos suggerito dalle
posizioni, evochi i toni alienati della quotidianità percepita:
Due persone a pezzi, un uomo e una donna, sedevano l’uno di fronte all’altra
sulle scalette esterne della mia porta d’ingresso. Con voci distrutte dall’alcol e
dalle durezze della vita, recitarono uno dei luoghi fin troppo comuni dei litigi
d’amore: “Non mi ami”…, “Dici sempre cose del genere”…, “Se mi amassi, tu
…”, “Non mi hai mai amato”, e via dicendo. Restai nell’atrio buio a pochi passi
da loro, giusto dietro la tenda della vetrata della porta d’ingresso, lacerata da
questo straordinario dramma che si dipanava nel mezzo della notte72.
72
Y. Rainer, Feelings are Facts, Cambridge (Mass.) - London (England), MIT Press, 2006, pp.
143-144.
73
Nel suo diario, in pagine datate “novembre 1952” e, quindi, quasi dieci anni prima di avven-
turarsi nella creazione di danze, la giovanissima Yvonne aveva scritto a grandi lettere ciò che
percepiva come la causa delle sue difficoltà di integrazione: “Le persone in questa società non
vogliono avere relazioni con persone, non vogliono lavorare con persone, non vogliono im-
piegare persone, non vogliono essere viste con persone che non appaiono come tutte le altre
persone”. Ivi, p. 89.
74
L’allontanamento dalla prospettiva antropocentrica dell’arte è indagato, rispetto al “nuovo
romanzo”, da Alain Robbe-Grillet in argomentazioni cui sono debitrice per la felice corri-
spondenza con le ricerche coreografiche. A tal proposito, cfr. A. Robbe-Grillet, Una via per il
romanzo futuro, a cura e con un saggio introduttivo di R. Barilli, Milano, Rusconi e Paolazzi,
1961.
113
delle task dances.
Carolee Schneemann chiama i suoi pezzi “concrezioni” di un “teatro cine-
tico”, “la sua particolare elaborazione degli ‘happening’”75, utilizzando la
scena come fosse un’immagine abitata da materiali che consentono di attiva-
re le sensazioni che la vista può solo suggerire. Nonostante sia meno coin-
volta nelle dinamiche di gruppo, esibisce comunque quattro lavori alla Ju-
dson Memorial Church tra il 1963 e il 1964: Newspaper Event, Chromelodeon,
Lateral Splay, Meat Joy. La formazione pittorica, che non le impedisce di u-
nirsi al collettivo, la porta a sfruttare le qualità fisiche degli interpreti secon-
do un approccio visivo: “Pensavo a loro come ad una sorta di ‘tavolozza’ fisi-
ca”, racconta l’artista, che ne è ispirata per la creazione di Newspaper Event,
un lavoro ampiamente basato sull’improvvisazione e il contatto, pensato
come un “organismo fagocita” in cui tutte le parti interagiscono 76. L’incontro
con i danzatori avviene attraverso la ricostruzione di un’anatomia corporea
disinibita: “il focus non è mai sul sé, bensì sui gesti e sulle azioni materiali
che ci coinvolgono”, recita infatti il prologo di Meat Joy77, dove corpi semi-
nudi si mescolano a materiali di ogni genere e consistenza (dal pesce alla
carne, alla vernice o alle pagine di giornale) in un’orgia ritualistica parzial-
mente prefissata.
Segnata dal verbo di Antonin Artaud raccolto ne Il teatro e il suo doppio,
diffuso in lingua inglese nel 1958, Schneemann mira a provocare lo spettato-
re simultaneamente su più fronti, attraverso una “giustapposizione selvag-
gia” capace di agire “sui suoi sensi e la sua carne”, capace “di farlo gridare”78.
I miei occhi creano, tirano fuori la forma espressiva dei materiali che scelgo; ta-
le forma corrisponde alla dimensionalità visivo-cinestesica; [...] un evento mo-
bile, tattile in cui l’occhio guida il corpo: un piano d’immagine della dimensio-
ne del sogno o di un paesaggio79.
75
C. Schneemann, Image as process, “Creative Camera”, n. 76, ottobre 1970, p. 304. Distinguere
il kinetic theater di Schneemann dagli happening non è comunque semplice, se non per
un’attenzione particolare al movimento. McDonagh ne sottolinea il particolare flusso energe-
tico e una qualità motoria che spicca anche nelle azioni più teatrali (D. McDonagh, The Rise
and Fall and Rise, cit., p. 269). Ma la confusione è lecita, tanto che Al Hansen parla di Meat
Joy come di un happening bellissimo e inusuale (A. Hansen, A Primer of Happenings &
Time/Space Art, New York, Something Else Press, 1965, p. 26).
76
C. Schneemann, More than Meat Joy: Performance Works and Selected Writings (1979),
McPherson, New York, 19972, pp. 32-35.
77
Ivi, p. 66. Anche per Schneemann, l’efficacia del teatro si misura sulla sua crudeltà in chi lo
vede e, in primo luogo, in chi lo agisce fisicamente. Alle prove di Chromelodeon, chiederà ai
danzatori di gridare a squarciagola per liberare i personali blocchi, fino a superare la soglia del-
la sopportazione.
78
A. Artaud, Il teatro e il suo doppio, Torino, Einaudi, 1968, p. 162 (ed. or. Le Théâtre et son
double, Paris, Gallimard, 1938).
79
Ivi, p. 13.
80
D. McDonagh, The Rise and Fall and Rise, cit., p. 269.
114
traverso lo sguardo, lo spettatore può avvertire la carezza, la conturbante
“gioia carnale” o finanche la repulsione fisica. L’estetica di Schneemann la
allontana in parte dall’approccio analitico del Judson Dance Theater: la dif-
ferente provenienza è indice di un modo di procedere diverso, che soprav-
vive ed è ammesso dagli altri membri in virtù della condivisa distanza da
modelli narrativi o da forme di disciplinamento fisico a priori e, più a fondo,
dall’eguale rifiuto dell’introspezione e del mentale, che mostra qui il volto
atipico di un comportamentismo quasi biologico, per cui l’interprete non
esiste come soggetto relazionale, ma è reificato, materia e carne quasi ani-
male.
La generazione dei beatnik aveva gridato con rabbia quel “dolore bianco”
di un’esistenza senza sufficiente estasi, gioia o persino oscurità82, aveva giu-
dicato sbagliato tutto quello che era stato predicato dai greci 83, preferendovi
una visione immanentista della vita; i giovani del Judson Dance Theater non
covano la stessa angoscia e dicono di volersi occupare solo di danza, ma dal-
le loro dinamiche creative trapelano inevitabilmente le preoccupazioni e le
spinte culturali del tempo, che richiamano persino l’ideale della “democra-
zia partecipatoria” promosso, in quegli stessi anni, dal movimento studente-
sco nel Manifesto di Port Huron84. Sebbene il coinvolgimento politico sia in
questa fase ancora secondario o del tutto assente tra i coreografi, il loro at-
teggiamento di socialità artistica – introdotto dallo stesso Cage – rispecchia
una “pratica ideologica di consenso diffuso e profondo, e si vorrebbe dire
molecolare, che attraverso il messaggio effettuale delle opere musicali e pit-
toriche, letterarie e coreografiche, rende egemone, per gradi, un’idea di co-
munità altra e migliore, liberata dai conflitti d’interesse e di dominio, dalle
opposizioni di classe”85.
81
A. Trocchi, Il libro di Caino, Roma, Fandango, 2002, p. 180 (ed. or. Cain’s Book, New York,
Grove, 1960). Da questo testo, ho tratto il titolo del paragrafo “Gioca. Homo ludens”. Troc-
chi è tra gli scrittori principali della beat generation. Di origine scozzese, si trasferisce a New
York nel 1956. Il libro di Caino, seguito a distanza di anni al famoso Giovane Adamo (1954), è
subito un best seller ed è tra i testi citati da Yvonne Rainer nella sua autobiografia come im-
portanti e influenti nella sua formazione.
82
J. Kerouac, Sulla strada, Milano, Mondadori, 1959, pp. 232-233 (ed. or. On the Road, New
York, The Viking Press, 1957).
83
Ivi, p. 153.
84
T. Hayden, The Port Huron Statement (1962), New York, Thunder’s Mouth Press, 2005.
85
E. Sanguineti, Praticare l’impossibile, prefazione all’edizione italiana di J. Cage, Lettera a uno
115
La microsocietà del Judson Dance Theater si regge sulle discussioni setti-
manali, sui rapporti personali e sulle reciproche influenze artistiche e si rap-
presenta al pubblico anche nella flessibilità di azioni indeterminate, im-
provvisate o di “determinazione spontanea”, che riflettono la contempora-
nea svolta teatrale “dalla fase della composizione a quella dell’esecuzione”86.
I metodi di composizione dei lavori di questa serie – recita il programma dei
concerti 3 e 4 – variano dai tradizionali, che predeterminano tutti gli elementi
di un pezzo, a quelli che stabiliscono una situazione, un ambiente o un insieme
di base di istruzioni che governano uno o più aspetti di un lavoro, pertanto con-
sentendo a dettagli e continuità di manifestarsi in maniera spontanea o inde-
terminata87.
Non importa comprendere un metodo per esperire ciò che vedi, ma mi è stato
impossibile in questo caso lasciarmi coinvolgere nel lavoro senza riflettere sul
metodo che era intimamente connesso ai risultati. Quando il metodo è esposto
direttamente nella stessa performance attraverso l’ovvia risposta a segnali pre-
determinati, quel metodo diviene parte di ciò che esperisci 88.
sconosciuto, Roma, Edizioni Socrates, 1996, p. 14 (ed. or. Conversing with Cage, a cura di R.
Kostelanetz, New York, Limelight, 1987).
86
M. De Marinis, Il nuovo teatro, cit., p. 19.
87
Judson Memorial Church, Concert # 3, 4, comunicato stampa, serie A.02, Judson Dance
Theater, scatola 3, cartella 32, “A Concert of Dance # 3”, 29 gennaio 1963, Judson Memorial
Church Archive.
88
J. Johnston, Yvonne Rainer: II, “Village Voice”, 6 giugno 1963, p. 11.
116
dell’azione), sono gettati in aria dai sette danzatori presenti in scena, che ne
interpretano le combinazioni ottenute alla loro caduta, eseguendo di conse-
guenza i movimenti. La danza è governata da un’atmosfera ludica, tanto da
ricordare dei bambini intenti a giocare a palla sulla spiaggia 89; si rappresenta
ed esalta l’effimero, lo spreco e il piacere creativo generato da una “macchi-
na” che contiene un numero altissimo di varianti, aprendo la rigidità dello
schema iniziale a possibilità impreviste.
A livello formativo, l’improvvisazione esplode nel secondo dopoguerra
quale manifestazione di un bisogno di spontaneità e di liberazione. In ambi-
to teatrale, compaiono libri che indicano esercizi specifici per sviluppare la
creatività (e fra gli altri, il diffuso Improvisation for the Theater di Viola Spo-
lin, 196390) e anche nella danza, tra i maestri che anticipano la neoavanguar-
dia, l’improvvisazione è adottata sistematicamente nelle lezioni tenute da
Alwin Nikolais alla Henry Street Playhouse di New York o, dalla sponda ca-
liforniana, nelle sessioni pomeridiane di lavoro con Anna Halprin. Le sue
sperimentazioni sono il riferimento principale degli allievi confluiti al Ju-
dson Dance Theater, che tuttavia ne prendono le distanze nella loro pratica
performativa.
89
S. Banes, Democracy’s Body, cit., pp. 47-49.
90
V. Spolin, Improvisation for the Theater: Handbook of Teaching and Directing Techniques
(1963), Evanston (Ill.), Northwestern University Press, 19993.
91
A. Halprin, Intuition and Improvisation in Dance, “Impulse”, 1955, p. 11. Copie di “Impulse”
sono conservate presso la New York Public Library for the Performing Arts, NYC. L’adozione
a partire dai primi anni Sessanta di partiture (scores) come guida alle “esplorazioni”, e gli scritti
che ne sono seguiti, hanno eclissato le posizioni iniziali di Anna Halprin, riscontrabili invece in
questo contributo. Per un breve resoconto della visione successivamente maturata rispetto
alla creazione collettiva, vedi L. Worth - H. Poynor, Anna Halprin, New York, Routledge,
2004, pp. 66-74.
92
A. Halprin, Intuition and Improvisation in Dance, cit., p. 11. Eventuali ulteriori specificazioni
sono previste da Halprin nel passaggio dall’improvvisazione alla coreografia, ovvero ad una
struttura compiuta.
117
Rainer improvvisa dei passi, mentre la sua voce registrata descrive i mecca-
nismi messi in moto nell’esecuzione e che sembrerebbero seguire un ap-
proccio egualmente libero da “preconcetti”.
Vengono le idee e gli impulsi e i controimpulsi. Penso che prima vengano gli
impulsi, che sono puramente fisici. [...] Per cui io continuo a osservare la situa-
zione, vediamo: continuo a camminare e prendo delle decisioni. [...]
L’improvvisazione, nei vari modi di affrontarla, richiede che in una determinata
situazione ci si relazioni a qualcosa, un oggetto, un’azione e/o un umore. Quante
più connessioni si stabiliscono, tanto più semplice è procedere. L’idea di avere
“maggiori” o “minori” connessioni è legata al proprio grado di consapevolezza
della situazione complessiva, incluso il pubblico93.
Se all’inizio definisci una struttura e decidi di avere a che fare con i materiali X,
Y e Z in un certo senso, la fissi ulteriormente e chiarisci che puoi solo cammi-
nare in avanti, non puoi usare la voce o che devi fare 195 gesti prima di sbattere
contro il muro dall’altra parte della stanza, allora ottieni un’improvvisazione
entro limiti stabiliti. Questo è il principio, per esempio, che sta dietro al jazz94.
93
Y. Rainer, Some Thoughts on Improvisation (1964), in The Floating Bear, a cura di D. Di Pri-
ma – L. Johns, cit., p. 406.
94
Trisha Brown, in A. Livet, Contemporary Dance: an Anthology of Lectures, Interviews and
Essays with many of the most important Contemporary American Choreographers, Scholars and
Critics, New York, Abbeville Press, 1978, p. 44. Un noto esempio di improvvisazione struttura-
ta è Huddle (1961) di Simone Forti, dove un gruppo di sette-otto persone è in piedi e ammas-
sato; una persona per volta si arrampica liberamente e con un tempo proprio, riconfluendo
subito dopo nella massa, da cui un altro partecipante a caso comincia la sua salita. Talvolta
due persone si arrampicano contemporaneamente. La durata complessiva è variabile, ma si
aggira sui 10 minuti. La sua partitura è trascritta in S. Forti, Dance Construction, in An Antho-
logy of Chance Operations, a cura di G. Brecht – L. M. Young, New York, L. Young & J. Ma-
cLow, 1963, senza numeri di pagina.
118
voltura e concentrazione il proprio percorso 95. Nelle diverse modalità per-
formative la condivisione delle regole assicura “un’affidabile compartecipa-
zione”, fornendo quei “controlli e contrappesi” che contengono impulsi in-
dividualistici o meccanismi di esclusione, recuperando e capitalizzando una
concezione dell’arte come gioco, sia che si adottino meccanismi
d’improvvisazione, sia che si citino o che siano impiegate come struttura
portante attività ludiche o sportive96. Nel rapporto tra premeditazione e ca-
sualità, condizionamento e scelta, l’opera si presenta come progettualità in
itinere e anticipa le procedure “autostranianti” delle performance degli anni
Settanta, così definite da Richard Schechner proprio perché costituite
dall’alternarsi del flusso di azioni (flow) e del loro “guardarsi allo specchio”
(reflexivity), ovvero da “un modo molto teatrale di fare le cose. Provare, fer-
marsi, ripetere, interrompere l’azione a metà, giocare, farla «meglio»”97. Li-
mitando il campo delle eredità alle filiazioni dirette di tali logiche performa-
tive, spiccano esempi di rilievo come il collettivo della Grand Union (1970-
1976) e la contact improvisation, fondata da Steve Paxton nel 1972 e diffusasi
in tutto il mondo, dove è tutt’oggi praticata da danzatori e attori 98.
Riflessioni conclusive
95
S. L. Foster, Choréographier les féminismes, in Être ensemble, a cura di C. Rousier, Paris, Cen-
tre National de la danse, 2003, p. 245. Un esempio può essere considerato Diagonal, frammen-
to di Terrain costituito da azioni che si svolgono su diagonali: ogni performer può chiamare
una lettera o un numero, cui sono associate delle azioni, e chiunque si troverà nel suo stesso
gruppo dovrà rispondere al segnale vocale fino all’esaurirsi della diagonale. Se due segnali so-
no chiamati contemporaneamente, il danzatore potrà seguire quello che ha udito più chia-
ramente; ma, in genere, può anche decidere di separarsi dal gruppo o di dividerlo, afferrando
un compagno mentre chiama un’altra azione, ecc.
96
J. Johnston, Play, “Village Voice”, 18 novembre 1965, pp. 13, 22.
97
R. Schechner, Teoria della Performance 1970-1983, Roma, Bulzoni, 1984, p. 44.
98
La Grand Union discende da un progetto di Yvonne Rainer del 1968, Continuous Project
Altered Daily, ed è stata documentata da Margaret Hupp Ramsay in Grand Union 1970-1976.
An Improvisational Performance Group, New York, Peter Lang, 1991; in italiano, si veda S. Ba-
nes, Tersicore, cit., pp. 203-230. La rivista Contact Quarterly rappresenta una documentazione
preziosissima sulla storia, le pratiche, le dinamiche collettive della contact improvisation, ripor-
tate anche in un pregevole studio di Cynthia Novack, Sharing the dance. Contact Improvisa-
tion and American Culture, Madison, University of Wisconsin Press, 1990.
119
– manifesti metanarrativi tanto più efficaci quanto inattingibili per il loro ca-
rattere effimero e, pertanto, maggiormente soggetti alla cristallizzazione sto-
riografica. Del resto, va ricordato che l’attività complessiva del collettivo non
beneficia di un repertorio tramandato99 e, anzi – come quell’ansia che origi-
nariamente attraversava i suoi “oggetti” – ha nel tempo sollecitato più do-
mande che risposte, aprendo nuovi varchi nella riflessione teorica e nella
sperimentazione artistica. Di questa, il Judson Dance Theater mantiene la
portata estetica, tessendo linee di continuità e di frattura con la danza prece-
dente e con l’arte contemporanea, alla luce del particolare periodo che l’ha
visto nascere.
Più volte si è rimarcato l’alone di scontento che aleggiava sui giovani ame-
ricani alla fine degli anni Cinquanta. Il loro disappunto nasceva in parte dal-
le maglie restrittive di un’etica del lavoro, ritenuta responsabile della desen-
sualizzazione del corpo e della repressione soggettiva, contro cui oppone-
vano l’attività creativa e ludica: una dicotomia evidente distingueva tassati-
vamente lavoro e gioco, homo faber e homo ludens. In controtendenza con
altri fenomeni culturali e con la riflessione sociologica e filosofica del tem-
po 100, attraverso pratiche e discorsi intorno alla danza, il Judson Dance The-
ater si serve invece della retorica costruttivista e del modello produttivista,
recuperando proprio le istanze “moderne” dell’homo faber, per generare un
nuovo ideale di artista: un homo ludens desoggettivizzato che si affaccia alla
condizione postmoderna con il suo bagaglio di influssi occidentali (europei
e americani) e orientali, facendosi portavoce anomalo di un fervore conte-
statario che sfocerà, in seguito, nella controcultura e nei movimenti sociali
degli anni Sessanta. La serietà con cui i coreografi del collettivo si dedicano a
pratiche inconsistenti rispetto alla tradizione di danza e invitano alla carpen-
teria come processo artistico è l’altra faccia di una rivolta giovanile sconsa-
crante, che va di pari passo, e non è in contraddizione, con il trastullarsi in
attività apparentemente infantili. L’arte è l’oggetto in questione; attraverso di
essa, si esprime tuttavia anche l’inversione di rotta nei valori culturali di
un’epoca di cui, solcati gli effluvi mitopoietici, la prassi coreografica si fa te-
stimonianza e memoria.
99
Due tentativi di recupero delle coreografie originarie sono degni di nota: all’inizio degli anni
Ottanta, al Bennington College, e, negli anni Novanta, con il White Oak Dance Project di Mi-
chail Barysnikov. Altri di minor respiro sono stati realizzati in ambito ristretto e, tendenzial-
mente, universitario. Per un approfondimento, si veda Judson Dance Theater: 1962-1966, cata-
logo prodotto dal Bennington College Judson Project, a cura di W. Perron e D. J. Cameron,
Bennington College, Bennington (Vt.), 1981; PastForward, riprese video dello spettacolo pre-
sentato alla Brooklyn Academy of Music in associazione con Baryshnikov Productions; White
Oak Dance Project; per la direzione artistica di Michail Barysnikov e la regia di David Gordon,
2001, conservate presso la New York Public Library for the Performing Arts; W. Perron, Mi-
sha’s New Passion, “Dance Magazine”, novembre 2000, pp. 54-59.
100
Si veda, per esempio, H. Marcuse, Eros e civiltà, Torino, Einaudi, 1964 (ed. or. Eros and Civi-
lization. A Philophical Inquiry into Freud, Boston, The Beacon Press, 1955); H. Arendt, Vita
activa: la condizione umana, Milano, Bompiani, 20008 (ed. or. The Human Condition, Chicago,
University Press, 1958).
120
Odette Aslan
IL PROCESSO BAUSCH*
*
Estratti da O. Aslan, Le processus bauschien in Danse/Théâtre/Pina Bausch. II. D’Essen à
Wuppertal, numero monografico di “Théâtre/Public”, n. 139, gennaio-febbraio 1998, pp. 25,
26-28, 40-46, 57-58.
1
Non impieghiamo il termine improvvisazione in senso stretto – il preparare estemporanea-
mente, in velocità – ma nell’accezione profonda di esplorazione attraverso il corpo e il pensie-
ro, di ricerca prolungata per raccogliere materiale scenico che servirà da base alla coreografia,
non diversamente dal teatro, dove pedagoghi e registi contemporanei, respingendo ogni testo
dato, hanno fatto dell’improvvisazione uno strumento di allenamento o di elaborazione di
uno spettacolo. Pina Bausch preferisce parlare di ricerca. Si veda la conversazione di Pina
Bausch con Philippe Noisette in [Link]., Pina Bausch. Mot pour mot, Paris, Van Dieren, 1997,
pp. 8-9: “Il mio lavoro è una ricerca, e quando si cerca, non si improvvisa”.
2
Cfr. Raphaël De Gubernatis in G. Delahaye – L. Bentivoglio, Pina Bausch, Paris, Solin, 1986,
p. 30.
3
Ivi, p. 32.
121
ce parte dal movimento facendo emergere a poco a poco l’immaginario 4.
4
Jean-François Duroure a Laurence Louppe in “Bulletin de CNDC”, n. 4, ottobre 1989, p. IV.
5
Pina Bausch a Jochen Smith, ritaglio di giornale, archivio del Goethe Institut, Parigi.
6
In relazione al risveglio dei traumi o in ragione delle sedute discorsive “come in psicanalisi”,
vedi H. Finter, Sur l’herbe, en talons aiguilles, “Puck”, n. 8, 1995, p. 55.
7
Lutz Förster a Hervé Gauville in “Libération”, 30 luglio 1981.
8
P. Hottier, La structure du masque agit sur le corps et le mental du comédien, in Le masque.
Du rite au théâtre, a cura di D. Bablet – O. Aslan, Paris, Editions du CNRS, 1985.
9
B. Bost in “Le progrès”, Lione, 17 luglio 1981.
122
mentre i temi prendono una piega, acquistano un’estensione e una forma fi-
nale tali, da risultare impossibile la ricostruzione del percorso compiuto.
Per Two Cigarettes in the Dark, centocinquanta quesiti produssero quindici
ore di spettacolo, di cui ne rimase solo un quinto.
Le sue domande sconclusionate sembrano non avere né capo né coda,
pur tuttavia Bausch ha in mente un’idea segreta, inespressa: quando conte-
sta, scarta una risposta, non è per la pessima intenzione del danzatore, per la
forma impropria o perché l’improvvisazione non funzioni; spesso, piutto-
sto, la proposta non si concilia col suo progetto personale, un progetto vago
e tuttavia preciso, che le permette soprattutto di eliminare, così come fa lo
scultore tagliando, rimuovendo la materia e lasciando che la sua opera si re-
alizzi per sottrazione. Intuitivamente, sente cosa vorrebbe che fiorisse. Di-
strugge, esclude, simile ad un pittore insoddisfatto dei suoi bozzetti, o mette
da parte per altri spettacoli.
I suoi interpreti – Giovanni Moretti li chiama danzattori10 – sanno osser-
vare la vita: “diventano saggi e bambineschi quanto basta ad essere tutti inte-
ressanti e attraenti”11.
Al tempo in cui non faceva ancora improvvisare come nel Tanztheater per
fomentare questa “spinta cieca, organica” di cui parla Ann Halprin in rela-
zione alle improvvisazioni della coreografa Yvonne Rainer12, Pina Bausch si
esprimeva in immagini e motivava il movimento dall’interno, in modo ana-
logo a Stanislavkij, il quale dava stimoli creativi ai suoi attori sulla base del
“come se”:
Mi ricorderò sempre dell’immagine da lei evocata per le nostre folli corse nel
Sacre: dovevamo immaginare di sbucare in una radura illuminata dal sole, in
un luogo così bello da far scoppiare un irresistibile bisogno di correre. La sua
indicazione ci consentì di agire subito correttamente13.
Avevo chiesto ai miei danzatori di mostrarmi, servendosi di una sola mano, sei
gesti che fanno quando vogliono essere teneri; di disegnare con i loro corpi
l’albero che gli piacerebbe essere. Alcuni raffigurarono il salice piangente, altri
10
G. Moretti, Teatro d’improvvisazione, in Pina Bausch. Teatro dell’esperienza, danza della vita
(1993), a cura di E. Vaccarino, atti del convegno internazionale svoltosi a Torino, 2-5 giugno
1992, Genova, Costa&Nolan, 20052, p. 78.
11
L. Bentivoglio, Il teatro di Pina Bausch, Milano, Ubulibri, 1991, p. 31, ora in ivi, p. 86.
12
Yvonne Rainer in un’intervista a cura di A. Halprin in “Tulane Drama Review 30”, vol. 10, n.
2, inverno 1965, pp. 142-166.
13
Héléna Pikon, citata in D. Frétard, “Le Monde”, 7 aprile 1994.
123
delle radici ben piantate nel terreno. Prendo in considerazione il movimento,
ma parimenti il sentimento che lo detta14.
Capii che prima d’allora avevo soltanto e semplicemente danzato. Capii che at-
traverso questo metodo stavo cominciando a scoprire qualcosa di molto im-
portante su di me e su un mio nuovo modo di fare teatro18.
14
Pina Bausch, intervista al Goethe Institut di Parigi, 8 aprile 1994.
15
G. Delahaye – L. Bentivoglio, Pina Bausch, cit., p. 32.
16
Cfr. D. Frétard, Danse Wuppertal juge “sa”choreographe, cit.
17
Bénédicte Billet in conversazione con l’autrice, 1988.
18
L. Bentivoglio, Il teatro di Pina Bausch, cit., p. 24, ora in G. Moretti, Théâtre d’improvisation,
cit., p. 78.
19
Pina Bausch in R. Hoghe, Pina Bausch: histoire du théâtre dansé, Paris, L’Arche, p. 112 (pro-
ve di Two Cigarettes in the Dark).
124
TEATRO PINA BAUSCH
• Supplire l’assenza di un testo dato • Supplire l’assenza di soggetto e
musica preesistenti
• Eliminare i blocchi • Sviluppare l’esteriorizzazione
• Sviluppare l’immaginazione • Sviluppare l’immaginazione
• Produrre l’emozione. Richiamo • Niente emozioni. Non è richie-
alla memoria emotiva sta la reviviscenza
• Osservazione della vita • Osservazione della vita
• Imitare gli altri • Niente mimetismo
• Celarsi dietro al ruolo o creare un • Nessun ruolo né personaggio
personaggio
• Attingere dalla propria esperien- • Attingere dalla propria espe-
za di vita rienza di vita
• Rendere viva l’espressione corpo- • Far ricorso alla parola quando
rea. L’improvvisazione è spesso l’espressione corporea non è
muta più sufficiente
• Tradurre col corpo una parola, • Rispondere alle domande con
una frase, un’idea parole o movimenti che diven-
teranno danza
• L’improvvisazione serve rara- • Una volta esposte, selezionate,
mente a comporre un intero spet- rielaborate, le improvvisazioni
tacolo servono da materiale per lo
spettacolo.
Messa in forma
Non si riuscirà mai a dire abbastanza fino a che punto il materiale grezzo,
raccolto e trattenuto da Pina Bausch sia rielaborato, stornato, trasposto in
coreografia e scena; fino a che punto sia a sua volta personalizzato e colletti-
vizzato, svuotato con le reiterazioni e riattivato attraverso rimaneggiamenti,
ancora assimilato e integrato in un insieme.
È un processo che richiama quello di Eugenio Barba: all’Odin Teatret, do-
ve il teatro “danza” e dove diversi anni di training vocale e corporeo svilup-
pano le possibilità fisiche dell’attore rendendo il suo corpo vivo ed eloquen-
te, l’improvvisazione desta la creatività. Gli attori-soggetti creano un assolo a
conclusione dell’apprendistato. Julia Varley, nel corso di una dimostrazio-
ne, ha puntualizzato le semplici azioni che, a partire da un tema o da una
poesia, mobilitano l’energia e costituiscono a poco a poco una sequenza
della quale vengono variati successivamente i ritmi, lo spazio percorso,
l’impiego dei segmenti del corpo 21. Si passa così gradualmente dalla poesia
20
Pina Bausch a Norbert Servos in “Die Deutsche Bühne”, maggio 1990, pp. 8-11.
21
The Dead Brother [1992], regia di Claudio Coloberti, Odin Teatret Film, 1993, 68’.
125
di partenza alla poesia nello spazio, per dilatazione o compressione, inver-
sione delle azioni, sostituzione dell’esecuzione gestuale con la proiezione
vocale o la somma delle due: in breve, si gioca artisticamente con il materia-
le elaborato, lo si modella. Barba, intervenendo per la messa in forma finale,
suggerisce un cambio di costume (la ragazza in abito rosa che racconta la
storia del fratello indossa un completo da uomo blu) e tutta la gestualità ne
risente; un personaggio appare, l’azione si drammatizza.
Questo esempio permette di valutare come un attore o un danzatore, cia-
scuno a suo modo, possa inventare del movimento-materiale e svilupparlo
all’infinito, perfezionandolo, sovvertendolo, stilizzandolo.
[…]
Il processo ripetitivo
22
G. Genette, L’autre du même, in Corps écrit, n. 15, Paris, PUF, 1985, p. 11.
23
P. Claudel, Art poétique, Paris, Mercure de France, 1915, p. 99, trad. it. di F. Fimiani, Arte po-
etica, Milano, Mimesis edizioni, 2002, p. 66.
24
S. Freud, Remémoration Répétition et Elaboration, in De la technique psychanalitique [1914],
Paris, PUF, 1972, pp. 104-115, trad. it. di E. Luserna - C. Musatti, Tecnica della psicoanalisi 1911-
14, Torino, Paolo Boringhieri, 19763, pp. 65-74.
25
D. Couegnas, Introduction à la paralittérature, Paris, Seuil, 1992, pp. 55-74, trad. it. di S. Nobi-
li, Paraletteratura, Firenze, La Nuova Italia, 1997, pp. 41-60.
26
Botho Strauss citato da Geneviève Ryelandt, che riconosce delle affinità elettive tra Pina
Bausch e questo drammaturgo, in “Telex-Danse”, giugno 1994, pp. 17-18.
126
Però si stenta ad accettare la replica di una stessa battuta in una rappresen-
tazione tradizionale, attribuendola ad una mancanza di inventiva dell’autore
o ad un errore dell’attore. (Beckett non ha tuttavia temuto di rallentare a suo
piacimento il ritmo minimo di un’azione nell’incedere cavilloso dei suoi
personaggi in Aspettando Godot, Finale di partita o Giorni felici, imprigionati
in una situazione senza via d’uscita ed entro i loro discorsi. Senza sosta, gli fa
riascoltare la loro voce registrata – L’ultimo nastro – e ripropone nel secon-
do atto di Godot la stessa struttura del primo).
La danza è in sé fondata, invece, “sulla ripetizione ritmica”27 e presenta
un’energia che va in crescendo o in diminuendo. Come in musica, si è av-
vezzi a code, bis, riprese, leitmotive; il piacere di un pezzo noto viene pro-
lungato; è sfruttato il successo di una “variazione” o del puro virtuosismo
(enchâinement di pirouettes, serie di trentadue fouettés28); il corpo di ballo ri-
prende un tema lanciato dalla solista. Secondo la coreografa Yvonne Rainer,
ripetere un movimento corrisponde ad oggettivare il materiale, a facilitarne
la visione.
Pina Bausch non è dunque l’unica ad utilizzare la ripetizione. Musicisti
americani e coreografi dei due mondi ne hanno fatto largo uso e, tra gli altri,
si ricorda il Bolero di Ravel, con la coreografia di Maurice Béjart del 1961:
una microcellula musicale infinitamente riprodotta richiama nel movimen-
to una sequenza gestuale iterata, sviluppandosi entrambi nel crescendo so-
noro e in una progressiva amplificazione del gesto29.
Fenomeni quali il ricorrere dei cicli, l’avvicendarsi delle stagioni, la pe-
riodicità lunare fanno parte, con i rispettivi simboli, delle strutture antropo-
logiche dell’immaginario e costituiscono i nostri modelli inconsci30. Pari-
menti, le sequenze ripetitive di Beckett o di Pina Bausch, basate su questa
memoria antropologica, ci toccano in modo incomprensibile, anche se il
loro prolungamento talora ci infastidisce poiché, forzando il nostro sguardo
e il nostro udito, ci spinge ad una percezione più intensa31. Altri autori o
compagnie, non mantenendo purtroppo che il procedimento esteriore del
ripetere tanto per ripetere non producono che un clichè stilistico.
“In musica, A non è mai uguale ad A […] Nessuna ripetizione è pura ripe-
tizione in ragione della polivalenza percettiva che noi riscontriamo del me-
desimo fenomeno dato”32. “Agire non è mai ripetere […]”, conferma Gilles
Deleuze, “[si tratta] di sottrarre alla ripetizione qualcosa di nuovo, sottrarle
27
F. Escal, Ostinato, “Corps écrit”, n. 15, PUF, 1985, p. 49.
28
Cfr. G. Prudhommeau in Création et répétition, a cura di R. Passeron, Paris, Clancier-
Guénaud, 1982, p. 148, tratto da un dibattito condotto all’Università di Paris I.
29
Si veda l’analisi di Marion Bastien in Le corps en jeu, a cura di O. Aslan, Paris, CNRF Editions,
1993, pp. 95-100.
30
G. Durand, Les structures anthropologiques de l’imaginaire, Paris, Bordas, 1969, passim, trad.
it. di E. Catalano Le strutture antropologiche dell’immaginario. Introduzione all’archetipologia
generale, Bari, Dedalo, 1996.
31
Anne Teresa de Keersmaeker ha spinto il processo fino all’esasperazione in Fase (1982) sulla
musica seriale di Steve Reich.
32
F. Escal, Ostinato, cit., pp. 46-47.
127
la differenza. […]. Di interrompere il tempo, il futuro previsto”33. È proprio
questa differenza che irritò Kierkegaard nell’assistere ogni giorno a prove di
opera lirica nelle quali non ritrovava più l’incanto della prima volta o, alme-
no, le sue originarie sensazioni, vuoi che l’interpretazione dei cantanti al la-
voro si fosse trasformata, vuoi che la sua percezione del medesimo oggetto,
riascoltato, si fosse modificata. Il teatro è il luogo privilegiato del ridire e del
ricominciare. Integrando il dato a apriori di ogni serie di rappresentazioni,
sempre preceduta e condizionata da ripetizioni, Jan Fabre incamera delle
azioni ripetitive all’interno dei suoi spettacoli: movimenti che vanno ad in-
tensificarsi (correre, saltare), riprese di uno stesso gesto (una coppia si spo-
glia e si riveste ininterrottamente), ripetizioni di uno stesso testo da parte di
ciascun interprete, riutilizzo delle scene di spettacoli precedenti34. Durante
le prove, un regista non si trova forse costantemente di fronte alle stesse se-
quenze infinitamente riprodotte, cucite insieme nella sua mente e differen-
ziate nel corso dei tentativi successivi? Lo spettacolo proposto da Fabre allo
spettatore esce dalla consueta logica del prodotto finito: porta in sé le tracce
di un work in progress, esibisce i materiali preparatori riorganizzati, impone
le ripetizioni che fino alla noia si praticano dietro le quinte. Assimilabile al
procedimento del teatro nel teatro, la precedente ripetizione a priori conta-
mina la rappresentazione e la sovverte, pur non conservando le goffaggini
che vengono successivamente corrette. Si tratta piuttosto di giocare con
l’elemento ripetitivo al pari di un elemento strutturale.
“Ancora, ancora”, reclamano i bambini insaziabili. Ancora un giro sulla
giostra, ancora lo stesso gesto con un giochino. A forza di premerlo in preda
all’eccitazione, il pallone pieno d’aria esplode; a forza di essere azionato, il
gioco meccanico si guasta e a forza d’essere maneggiati, i capelli della bam-
bola finiscono per essere strappati nel piacere rabbioso di ciò che diverrà
l’adulto amore-odio dell’attrazione/repulsione. In questo modo la ripeti-
zione dello stesso atto genera sazietà o dipendenza, irritazione o disgusto.
Era questo, dunque? Non era che questo? Il giocattolo tanto vezzeggiato gia-
ce a terra, disdegnato e distrutto, l’amore fatto a sazietà non arreca più piace-
re e la gestualità del danzatore, ripetuta fino al logorio, s’annulla e muore nei
suoi appetiti riproduttivi.
33
G. Deleuze, Différence et répétition, Paris, PUF, 1968, p. 103, trad. it. di G. Guglielmi, Differen-
za e ripetizione, Milano, Raffaello Cortina Editore, 1997, pp. 101-102.
34
E. Hrvatin, Répétition et discipline dans le théâtre et la danse, in La danse, art du XX siécle?, a
cura di J.-Y. Pidoux, Payot, Université de Lausanne, 1990, pp. 377-384.
35
G. Bachelard, La dialectique de la durée (1950), Paris, Rééd Quadrige, 1989, p. 37.
128
merso nell’istante presente, sia che l’interprete stabilisca un crescendo, sia
che si limiti a riprodurre l’identico, come quando si rimette un disco
dall’inizio. Ne discende un piacere ripetuto o un effetto comico; un chiodo
viene piantato, o ancora la situazione viene trasposta in una dimensione ir-
reale, o ancora drammatizzata (in Café Müller, la ripetizione accelerata nella
condizione di sforzo reiterato faceva pensare all’orgasmo). In Komm, tanz
mit mir, l’uomo che non fa altro che attraversare la scena camminando, che
non si ferma né guarda la donna che intanto lo chiama, la perseguita, così,
ogni qual volta riprende la stessa manovra del tutto inalterata. In Barbablù,
Jan Minarik ritarda indefinitamente l’avvio dell’azione, rimettendo sempre
le medesime note iniziali della registrazione d’orchestra, come nelle prove
di teatro o di danza, dove instancabilmente si riparte dal principio, fin tanto
che il regista o il coreografo non è soddisfatto.
Pina Bausch procede per accelerazione ritmica e contrazione spaziale
nella sequenza divenuta celebre di Café Müller, dove Minarik percorre sem-
pre meno spazio per ritornare a far stringere nell’abbraccio due amanti che,
sempre più velocemente, abbandonano la loro posa. E così come il kinesio-
logo Daniel Stern aveva scoperto rabbia, irritazione e talora persino aggres-
sività, riducendo la velocità di scorrimento di immagini registrate nelle quali
aveva visto, a normale velocità, delle madri prendersi cura dei loro bambini
con delicatezza, allo stesso modo, nei danzatori di Wuppertal lo spettatore
osserva la trasformazione di affettuosi gesti, attente premure e carezze, in atti
di aggressione o di violenza, in cui talora la violazione viene suggerita
dall’incalzare serrato della ripetizione di un gesto anodino o sollecito da
parte di due o più persone. Se una ne abbraccia un’altra a ripetizione, il gio-
co scenico può infatti farsi violento, infernale 36. In Kontakthof, non soltanto
la ripetizione e l’incalzare ritmico, ma anche l’accumulazione e la continua
ripresa di teneri gesti di un intero gruppo di uomini verso la stessa donna,
assieme all’espressione sempre più sofferente della danzatrice, oggetto e vit-
tima di questo frenetico gioco, producono un senso di disagio che finisce
per diventare insopportabile. Pina Bausch non teme, infatti, di portare ai li-
miti della sopportazione la finzione scenica, che fa sì che lo spettatore giun-
ga ad avvertire la paura di passare ancora una volta di là, e un’altra anco-
ra…e ancora per quanto? Alcuni scaricano la tensione in un riso nervoso,
come se questa reazione potesse interrompere la finzione.
La stessa accelerazione acquista un carattere comico quando un uomo e
una donna si toccano reciprocamente con piccoli gesti sul braccio o alla ca-
viglia e nel ripeterli imperturbabili, sempre nello stesso ordine ma a velocità
crescente, si trovano ad avere appena il tempo di raggiungere i punti previsti
del corpo del partner.
Il procedimento di Pina Bausch può dirsi prossimo a quello di Kantor, dal
momento che viene contestata la realtà dei modelli riprodotti? O si ispira so-
lamente alla tendenza infantile alla ripetizione? (“Danzare è giocare con il
36
G. Delahaye - L. Bentivoglio, Pina Bausch, cit., p. 33.
129
proprio corpo di bimbo”37). O manifesta la volontà di decostruire l’atto e di
intenderlo meglio dall’interno, rifacendolo instancabilmente, o al contrario
di svuotarlo del suo contenuto a forza di moltiplicarlo gratuitamente e di
confondere al tempo stesso visione e comprensione del senso?
C’è qualcosa di masochistico nella ripetizione di Pina Bausch. La coreo-
grafa sottilizza e distrugge la sua creazione nell’estenuarne la stessa sostanza
di cui è composta. Più il ritmo incalza, più il gesto si altera, mancando il
tempo necessario al suo compiersi correttamente. L’assurdità scaturisce al-
lora da questa ostinazione a continuare, a volere a tutti i costi ri-fare, ag-
grapparsi al tempo, trattenerlo follemente per prolungarlo nonostante la
rappresentazione scenica sia, come la vita, per definizione effimera. E così il
gesto si autodistrugge, mentre il disco usato come accompagnamento si in-
canta e il danzatore, esaurite le risorse fisiche, si ferma stremato.
Pina Bausch feconda in questo modo lo spazio-tempo, attira l’occhio del-
lo spettatore verso la zona che si fa primordiale, luogo di un rito ostinata-
mente calpestato, calcato fino alla saturazione al fine di circoscriverlo; verso
il sito della ripresa, della ripetizione culturale, del rifare e del ridire, del “da-
to a vedere” rimarcato, del senso sospinto fino ad esserne annientato, come
se l’ultima ripetizione cancellasse perfino la traccia e la memoria della pri-
ma. Non sussiste che una curva grafica che va dalla creazione di una figura
alla sua distruzione: io ti creo, ti demoltiplico, dichiaro fin dall’inizio la tua
caducità, ed è dalle mie mani che morirai. Che cosa è la danza? Degli spasmi
di un bambino nato-morto. Che cosa è la pittura? Qualche forma e colore, e
una tela che il pittore strapperebbe dopo averla appena mostrata.
Infine, nelle coreografie di Pina Bausch si fa ricorso a processi di moltipli-
cazione e duplicazione. Due danzatrici per una in Café Müller; una dozzina
di coppie per quella di Judith e Barbablù, dove la donna è moltiplicata in fi-
gure rappresentative della femminilità e l’uomo in immagini di virilità; cop-
pie che proliferano in MacBeth per un sommarsi di crimini e di macchie in-
delebili (“Il male si è esteso per tutto il reame”). Così il regista Daniel Me-
sguich, moltiplicando per tre o più un personaggio in una distribuzione di
ruoli, ne raddoppiava la presenza o ne diversificava le sfaccettature. Ma la
ripetizione coreografica non serve né da specchio, né da cassa di risonanza
al personaggio iniziale; piuttosto dà luogo alle variazioni del campionario,
dal momento che la personalità di ciascun uomo e donna è effettivamente
diversa da ogni altra pur nella medesima situazione. Nel rifiuto di organizza-
re un corpo di ballo intorno ad una prima ballerina in qualità di Grand Sujet,
la compagnia di Pina Bausch costituisce un insieme, anche se, di tanto in
tanto, una corifea sembra distaccarsene. Vengono a formarsi dei gruppi più
circoscritti, organizzati in modo informale o rispondenti ad una precisa
numerazione: un duo, un trio, un quartetto, un gruppo di sette, dieci o do-
dici, che assumono così significati provvisori o ambigui. Rapidamente le
formazioni aumentano di un’unita, poi di una seconda, di una terza, ecc.,
37
Citazione da Claude Lorin in J.-P. Klein, Le corps symbole du corps, “Art thérapie”, nn. 24-25,
p. 54.
130
oppure si dissolvono, come nella carola degli uomini/bambini di Nelken,
prima di tre, poi di quattro, poi di cinque fino a sgretolarsi. E non a caso la
terminologia musicale si applica all’organizzazione dello spazio. La coreo-
grafia di Bausch è una composizione musicale, benché sabotata da stacchi e
risultante da un montaggio finale, anziché da una struttura di base.
Collage e montaggio
La musica
38
M. Burkert, Repères. La musique dans le Tanztheater de Pina Bausch, in M. Bataillon, In-
Harmonique 7, Paris, Librairie Séguier/IRCAM/Centre G. Pompidou, 1991, p. 25. Si veda anche
L. Arruga, Pina Bausch e la musica, dalla perdita del mito alla sua auspicata reinvenzione, in E.
Vaccarino, Pina Bausch, cit., p. 132.
39
N. Frize, La musique face à ses responsabilités, in Une esthétique de l’ambigüité, a cura di J.
Pigeon, Lyon, Les Cahiers du Soleil debout, 1993, p. 53.
40
Pina Bausch a F. Arvers in “Liberation”, 24 giugno 1993.
41
Cfr. S. Sommer, Le son du mouvement, in Nouvelles de danse, n. 21, autunno 1994, pp. 4-8.
42
Cfr. foto in O. Aslan, De la chorégraphie aux pièces, in Pina Bausch I, “Théâtre/Publique”, n.
138, novembre-dicembre 1997, p. 58.
131
Kontakthof, alcuni uomini marciano a distanza regolare l’uno dietro l’altro,
seguendo passo passo la danzatrice oggetto del desiderio, che, in testa, guida
il girotondo esibendo la sua sofisticata eleganza. Si ha la sensazione che il
cerchio corrisponda al ritmo lento della musica: l’andamento concede di-
sinvoltura e sicurezza alla donna, che si compiace di piacere; tutto il suo es-
sere è musicale, armonioso, scorrevole, almeno durante il prologo, in que-
sta “corte di contatti”, in questo Eros-Center, dove una melodia sciropposa
comincia a invischiare la clientela. Ma tutte queste corrispondenze tra danza
e musica non sono forse che la risultante di un sapiente collage.
Talora il tempo musicale è difficilmente discernibile, ci si domanda allora
se Pina Bausch lasci andare delle azioni, il cui ritmo in apparenza casuale
viene pertanto demandato all’esecuzione del danzatore, e se la sincronia che
esaurisce in contemporanea sequenza gestuale e frase musicale dipenda
dunque, esclusivamente, dall’interprete. Si verificano degli sfasamenti che
rispecchiano la volontà di sovrapporre alla pulsazione della musica quella
dell’interprete: ogni danzatore cammina alla propria andatura mentre ri-
suona un inno nazionale (Walzer); oppure, in Café Müller, il ragazzo che
scosta le sedie non fa che correre al ritmo necessario per evitare uno scontro,
di modo che i danzatori obbediscano alle strutture musicali. In questo mo-
do si fondono insieme due tempi, due discorsi narrativi e due stili: prosaico
e stilizzato, quotidiano e danzante.
In fase di prova, le improvvisazioni parlate o danzate scaturite dalle do-
mande vengono eseguite sul silenzio; poi Matthias Burkert [responsabile
musicale della compagnia, n.d.t.] propone delle musicassette prese un po’ a
caso dallo stock archiviato. La coreografa sceglie, elimina, stimola la ricerca.
La musica rilancia l’immaginario ma quasi subito è rifiutata per un’altra, on-
de evitare l’assuefazione e affinché i movimenti non la seguano né la inter-
pretino. Prova dopo prova, emerge quella più adatta. Dopo molte prove,
tentativi e sostituzioni, il montaggio delle sequenze di danza fissate verrà so-
vrapposto a quello delle sequenze musicali. Nella misura in cui ogni danza-
tore mantiene il suo proprio timing, un arrangiamento binario potrà essere
accostato ad una danza regolata su un tempo ternario.
Eterogeneità, arrangiamenti
Per Pina Bausch, al pari di Brecht, non esistono generi minori. Essa unisce
a opere classiche, musiche “triviali”, banali, popolari: musica folclorica di
ogni dove, ritornelli da colonne sonore. Cornamuse e percussioni giappo-
nesi si alternano ad una tarantella o al canto di lavoro dei pescatori di tonno
in Palermo Palermo43.
Da anni, al Tanztheater di Wuppertal, stiamo tentando un diverso approccio al-
la musica. Per ogni pezzo, la musica ci procura un arricchimento praticandola.
Cose insospettate ci consentono di aprirci ad una musica altra che vorremmo
43
Cfr. M. Burkert, Repères, cit., p. 33.
132
conoscere meglio, nonostante non siamo ancora in grado di comprendere tutto.
Poi, d’un tratto, riscopriamo l’origine del jazz. L’istituzione scolastica non ci ha
messo in contatto con queste realtà, ci ha tenuto lontano dalla cultura indiana,
africana; non ne avevo mai sentito parlare, le ignoravo. Ora viaggio, vedo la va-
rietà …non sono che agli inizi 44.
“Live” e registrazioni
44
Pina Bausch in un’intervista nel film Bilder aus Stücken der Pina Bausch, regia di Kay Kir-
chmann, 1990, 59’.
133
vocali. I microfoni ad asta indicano provvisoriamente il luogo da cui si par-
la. Il braccio che lo dirige verso un danzatore vuol comunicargli che è il suo
turno, e quest’oggetto, elemento dell’arsenale tecnologico del minore spet-
tacolo di varietà, colloca riconoscibilmente i pezzi di Bausch nell’ambito
della rivista.
Il compositore Nicolas Frize assimila alla musica tutto ciò che rientra nel-
la colonna sonora d’una sceneggiatura cinematografica, di cui lo spettacolo
di Bausch ci fornisce tutti gli elementi. Dopo averli presentati separatamente,
converrebbe riesaminarli contemporaneamente, in quanto l’arte della core-
ografa-regista-montatore (essa stessa si considera compositrice nel momen-
to in cui esegue un montaggio musicale 46) consiste nel farli giocare recipro-
camente e in quanto tenta svariati assemblaggi, smontando e rimontando le
sue cellule vive (i movimenti) e registrate (le musiche).
In che modo una musica pregnante fa guardare quel port-de-bras? Come
avviene che quella vecchia aria d’operetta ci distende dopo minuti di tensio-
ne? Come il silenzio ci spinge a concentrarci di nuovo? E perché il rumore
prodotto da un oggetto ci ha distolto da un’entrata o da un’uscita che Pina
Bausch voleva nasconderci?
La musica non si trova solamente negli elementi della colonna sonora, es-
sa dimora anche nell’immagine, nell’organizzazione spaziale della coreo-
grafia e nei corpi danzanti.
45
N. Frize, La musique face à ses résponsabilités, cit., p. 54.
46
Pina Bausch a Sylvie de Nussac in “Le Monde”, 23 giugno 1989.
134
come con diversi strumenti musicali, come nella vita stessa. È bello anche
quando la sua composizione sfocia in un unisono, si dissolve, si disgrega47.
Montaggio scenico
47
Hans Züllig a S. Schlicher, L’avventura del Tanz Theater, Genova, Costa&Nolan, 1989, p. 122
(ed. or. Tanztheater. Traditionen und Freiheiten, Hamburg, Rowohlt Taschenbuch Verlag
Gmbh, 1987).
48
H. Vormus, Collage e montage dans le théâtre dadaïste de langue allemande, in Collage e
montage au théâtre et dans les autres arts durant les année vingt, a cura di D. Bablet - E. Bille-
ter, Lausanne, La Cité-L’Age d’Homme, 1978, pp. 26-27, dalla tavola rotonda internazionale
del CNRS.
49
G. Scarpetta, L’impurité, Paris, Grasset, 1985, pp. 187-199, trad. it. L’impurità, Milano, Sugarco
Edizioni, 1990, pp. 202-216.
50
M.-C. Pasquier, Le théâtre américain d’aujourdhui, Paris, PUF, 1978, p. 80.
51
G. Scarpetta, L’impurità, cit., p. 204.
135
gure per poterle disfare. Accumula nel disordine, pratica il collage, il mon-
taggio, e smembra tutto ciò che potrebbe maturare la velleità di riuscire in
una continuità ben oliata.
Un suo spettacolo è il risultato di una serie di tentativi. Certe micro-cellule
autonome, abbozzate improvvisando senza direttrici strutturali, sono acco-
state per affinità o per contrasto, senza una precisa logica 52 o nessi di causali-
tà, di fatto associate come nei sogni. La coreografa lascia che tra le compo-
nenti si produca un effetto Kulechov, ben noto tra i cinefili, per poi tentare
modi differenti di riassemblarle, confrontando i risultati con il primo tenta-
tivo. “Ciò che dapprima faceva ridere, ora trasmette un’impressione di tri-
stezza, e momenti seriosi si tingono di spensieratezza”53. La musica che face-
va da introduzione a Bandoneon è per esempio posta nell’intermezzo, ac-
compagnando così il cambiamento a vista della scenografia. L’esito del
montaggio non è che una scelta tra le altre: montando diversamente gli stessi
elementi, la coreografa potrebbe benissimo costruire un altro spettacolo. Si
dà il caso che degli sconvolgimenti intervengano addirittura alla vigilia della
prima. A volte, inoltre, delle sequenze eliminate trovano posto in altri spet-
tacoli.
“All’inizio tutto è staccato. Ad un certo punto abbino qualcosa con qual-
cos’altro, se mi sembra che vada bene. Questo con quello, quello con qual-
cos’altro, una cosa con molte altre. Ogni volta che trovo qualcosa che va be-
ne, ecco che il nucleo diventa qualcosa di più ampio”54. Questa strategia può
essere avvicinata a quella dell’autore-regista Richard Foreman, che passa in
rassegna i suoi fogli dattiloscritti formandone dei gruppi, li compone in pic-
cole unità come fosse un “fisico dell’atomo teatrale”55. Retrospettivamente, i
danzatori di Wuppertal non ricordano le modalità di assemblaggio: ad Hel-
ga Finner quelle unità cucite a mano danno proprio l’impressione “di una
pièce rattoppata con frammenti”56. Suzanne Schlicher vi scorge piuttosto una
progressiva composizione polifonica. La composizione-montaggio di Pina
Bausch si apparenta alla composizione musicale – con i suoi crescendo, de-
crescendo, leitmotive e riprese, controtemi, variazioni – e al montaggio ci-
nematografico. “Al cinema”, sottolinea N. Frize, “si monta, si desincronizza,
si porta avanti, si sposta, si torna indietro […]. Pochi registi [di teatro] vi nu-
trono interesse”57.
Al pari di un cineasta, la coreografa manipola il tempo e agisce sulla dura-
ta. Con le sue riprese, opera a suo modo il flash-back e, con le sue figure
bloccate, crea dei “fermo-immagine”. Con un abbassamento delle luci, può
stingere un finale; cominciando un’azione quando la precedente non è an-
cora terminata, ottiene un effetto di spianatura; stabilisce contrappunti spa-
52
S. Schlicher, L’avventura del Tanz Theater, cit., pp. 202-203.
53
R. Hoghe, Histoire du théâtre dansé, cit., p. 61.
54
S. Schlicher, L’avventura del Tanz Theater, cit., p. 122.
55
Richard Foreman in “Théâtre/Public”, n. 123, maggio/giugno 1995, pp. 37-38.
56
H. Finter, Sur l’herbe, cit., p. 52.
57
N. Frize, La musique face à ses résponsabilités, cit., p. 58.
136
ziali; esplora la profondità di campo e, con i suoi altoparlanti, fa raggiungere
l’“off” di rumori, musiche e canzoni. I suoi danzatori parlano, “doppiando-
si” in diverse lingue, e le capita di “appiccicare” nel mezzo di uno spettacolo
un inserto video che non ha niente a che vedere con la danza (documentario
sulla nascita di un bambino o sulla vita dei canarini).
Altri riferimenti possibili: il modello della rivista. Si può dire che Pina
Bausch abbia risentito in qualche modo dell’influenza dello Spezialitätenthe-
ater o teatro delle attrazioni, dell’Amüsiert kabarett (quello del film L’Angelo
Azzurro con Marlene Dietrich), dei numeri al Cabaret Voltaire (poesie,
danze, vendite all’asta…), o delle riviste del dopoguerra (numeri
d’illusionismo, girls, en travesti, gag e parodie)? Questa consuetudine che ha
la coreografa, non solo della sfilata alla chorus line di boys e girls nuova gene-
razione, ma anche di costruire un patchwork di numeri sfilacciati di ogni ge-
nere – danza, music-hall, sketch, prestidigitazione, canti folclorici – prova la
volontà di rompere completamente con la composizione coreografica pura
e di ispirarsi ad altre strutture. Del resto non medita forse da tempo di mon-
tare una commedia musicale o di collaborare con Zingaro? 58
Collage alla Schwitters o suite di numeri, il montaggio in Pina Bausch ri-
sulta da un’acquisita maestria che i più accaniti detrattori non possono non
riconoscerle: non risponde a norma alcuna; non è narrativo, né espressivo,
né ideologico, quanto piuttosto associativo o alternato; è empirico, istintivo,
malleabile; rappresenta forse la parte più personale e più inimitabile del suo
lavoro, ciò che le restituisce genialità e che fa il segreto del suo successo. Il
registro provocatorio, l’eterogeneità e le collusioni che mette in atto, nonché
il disordine scientificamente sistemato, sono in qualche modo corrisposti da
contrassegni: motivi o leitmotive gestuali, riprese di formazioni spaziali, ri-
petizioni musicali, che sono contemporaneamente le caratteristiche origina-
li di ogni sua pièce.
58
Cfr. Colette Godard in “Le Monde”, 11 aprile 1985.
137
Laura Delfini
SEGNI DI PERCORSO.
NOTE SUL LAVORO COREOGRAFICO DI WILLIAM FORSYTHE.
1
Qui ci riferiamo allo stato attuale degli studi della coreologia di origine labaniana. Per una
prospettiva coreologica dell’analisi dello spettacolo di danza, vedi V. Preston-Dunlop – A.
Sanchez-Colberg, Dance and the performative, London, Verve Publishing, 2002. Ulteriori con-
tributi in lingua italiana sono contenuti in L. Delfini Coreologia: principi e metodologie e L. Del-
fini Discussione sull’identità dell’evento danzato. Analisi e documentazione in Incontri con la
danza 1993 a cura di E. Grillo, Roma, Accademia Nazionale di Danza, Centro Documenta-
zione Danza, Opera dell’Accademia Nazionale di Danza, 1994, come anche in L. Delfini Studi
coreologici. Strumenti per osservare in Leggere il pensiero danzato, materiali del convegno omo-
nimo, Tuscania (VT), 27-28 novembre 1998.
139
logia come strands of the medium) che contribuiscono alla formazione del
messaggio. Secondo la coreologia i ‘materiali’ sono: il movimento, il danza-
tore, lo spazio e il suono. È evidente che il danzatore è un ‘materiale’ specia-
le: il suo corpo e la sua modalità espressiva in continua trasformazione in-
fluiscono fortemente sull’identità dell’opera. Qui ci concentreremo princi-
palmente sul movimento e sul danzatore.
Lo spettacolo di danza come atto di comunicazione mette in gioco i punti
di vista del danzatore, del coreografo e dello spettatore. Seguiremo le pro-
spettive del danzare, del creare e dell’osservare in quanto attività che, anche
durante la creazione di un’opera, interagiscono fra loro e offrono informa-
zioni l’una all’altra.
Con questi riferimenti abbiamo individuato alcuni elementi che ci sono
parsi incisivi nel percorso creativo di William Forsythe. Influenzati dalla no-
stra formazione di analisti del movimento, abbiamo cercato le tracce in al-
cuni fatti biografici specialmente relativi al periodo di formazione (anni Ses-
santa e primi anni Settanta a New York). Abbiamo poi voluto trovare altre
tracce nel modo di danzare di Forsythe e dei suoi danzatori. Per quel che ri-
guarda il movimento, abbiamo analizzato parte dei contenuti di un CD-
ROM ideato dal coreografo stesso, concludendo il nostro intervento con un
approfondimento sullo spettacolo You made me a monster.
Il contesto biografico
In un film di Mike Figgis del 1996 William Forsythe ricorda di avere sem-
pre danzato e in particolare racconta un evento, risalente a poco tempo pri-
ma che compisse dieci anni, ch’egli sembra considerare una sorta di ‘prima’:
per i suoi genitori, che amavano vederlo ballare, danzò à la Fred Astaire con
un’immaginaria Ginger Rogers. Su loro richiesta, Billy ripeté più volte la sua
danza che si concluse solamente quando perse l’equilibrio e cadde 2. Il breve
racconto ci porta ad immaginare il bambino piacevolmente e totalmente
coinvolto nell’atto di danzare. In altre occasioni Forsythe racconta della sua
passione per la danza anche da adolescente quando in America impazzava-
no il rock and roll, il twist e il mashed potato3.
All’università di Jacksonville in Florida segue come materie principali let-
tere e teatro. Sebbene abbia sempre ballato e amato farlo, è lì che inizia per
caso a studiare danza. Sulle orme di un suo compagno, partecipa a una le-
zione di danza e si convince che è quello che fa per lui (“I can do that!”). In
2
M. Figgis (regista), William Forsythe, London, serie televisiva “Dancing around”, Channel 4,
1996.
3
Il mashed potato è stata una danza estremamente popolare in America a partire dal 1962
quando uscì la canzone di Dee Dee Sharp Mashed potato time. Ha delle somiglianze con il
twist. In quel periodo andava di moda imparare i passi dei balli che via via venivano inventati;
a volte le istruzioni erano allegate al disco, come in questo esempio riferito al twist: “Immagina
di spegnere una sigaretta con entrambi i piedi nello stesso momento in cui ti stai asciugando la
schiena con un asciugamani”.
140
seguito prende lezioni di balletto da Christa Long e danza in una compagnia
regionale sempre di balletto diretta da Nolan Dingman. Nel 1969 gli viene
offerta una borsa di studio per continuare la sua formazione con il Joffrey
Ballet a New York; lì studia con Jonathan Watts. Studia anche con Finis
Jhung e con Maggie Black, all’epoca una delle più note insegnanti della città.
In questo periodo assiste agli spettacoli del New York City Ballet e quindi a
molti lavori di George Balanchine 4. Dal 1971 al 1973, sempre a New York,
danza nel Joffrey Ballet II. Qui ha l’opportunità di esibirsi in coreografie di
Kurt Jooss e di Léonide Massine e di lavorare con Gerald Arpino e con
Twyla Tharp.
Nel 1970 il Joffrey Ballet è considerato la terza compagnia più importante
degli Stati Uniti. Per quel che riguarda le scelte artistiche, Robert Joffrey, as-
sieme a Gerald Arpino, vuole che vengano messi in scena, oltre che i grandi
balletti, anche le opere di maestri del momento e quelle di artisti
d’avanguardia: si rispetta e si ama il passato e ci si appassiona e si è incuriositi
dal presente. Diversi coreografi contemporanei vengono chiamati a lavorare
per la compagnia, che così diventa un gruppo attento e consapevole anche
per quel che riguarda le tematiche di attualità, sociali e politiche. In riferi-
mento ai danzatori, in compagnia non viene sottolineata la differenza fra so-
listi e corpo di ballo e prevale piuttosto un atteggiamento democratico. Nel
1988 Sasha Anawalt, curando la biografia della compagnia, scrive: “Quando
pensiamo ai danzatori americani come atletici, giovani e versatili, se li rico-
nosciamo anche per le loro differenze di altezza, peso e di origine, ciò è lar-
gamente per merito della visione di Joffrey. Egli ha eliminato totalmente la
linda e stridente uniformità dei danzatori allineati come contadini o cigni.
Joffrey ha dato al balletto americano una definizione che non aveva mai avu-
to”5. Molti di questi aspetti rispecchiano una visione del modo di lavorare
con e nella danza che ritroveremo fortemente nell’approccio di Forsythe,
tanto nella sua arte quanto nel modo di prendersi cura dei danzatori.
Completando in breve il quadro biografico di Forsythe, ricordiamo che
nel 1973, arrivato in Europa, entra a far parte dello Stuttgart Ballet pochi mesi
prima della morte di John Cranko. Dal 1973 al 1980 danza con lo Stuttgart
Ballet e compone la sua prima coreografia, Urlicht, nel 19766. Dal 1980 è co-
reografo free-lance sino al 1984, quando diventa direttore artistico del Fran-
kfurt Ballet; nel 1994 subisce la grave perdita della moglie, la danzatrice
Tracy-Kai Maier; dal 1999 alla fine di agosto del 2004 è direttore generale
4
“Il mio primo linguaggio coreografico è stato imitativo. Imitavo Balanchine. Lavorando a
ritroso è un po’ come far finta di essere malati, di avere una malattia, si fingono i sintomi di
una malattia che non si ha, si impara per imitazione; i danzatori imparano per imitazione, si
impara a mangiare per imitazione e anche nel mio caso era naturale imitare il contesto in cui
crescevo”. Intervista a William Forsythe, in Forsythe. Ieri oggi domani, Atti della masterclass
tenuta a Reggio Emilia il 22 e 23 maggio 2003, a cura di M. Guatterini, Reggio Emilia, Edizioni
del Teatro Municipale Valli di Reggio Emilia, 2005, p. 28.
5
N. Reynolds - M. McCormick, No Fixed Points. Dance in the Twentieth Century, New Haven
- London, Yale University Press, 2003, p. 318.
6
Urlicht, 18 novembre 1976, Noverre Society, Stuttgart. Musica: Des knaben Wunderhorn di
Gustav Mahler. Danzatori: Eileen Brady e William Forsythe.
141
dello stesso Frankfurt Ballet. Crea intanto coreografie per molte compagnie
d’Europa, degli Stati Uniti e del Canada, che gli valgono prestigiosi premi e
onoreficenze, e dal 2005 cura la sua propria compagnia, The Forsythe
Company, con sede sempre nella città di Francoforte.
Attorno al suo lavoro sono stati pubblicati moltissimi contributi da parte
di studiosi (provenienti non solo dal campo della danza) e di giornalisti. So-
no stati realizzati diversi film e documentari.
I danzatori
7
D. Caspersen, Riflessioni di un’interprete e co-autrice, in Forsythe. Ieri oggi domani, cit., p. 102.
Il testo riporta erroneamente la parola ‘eponomia’ al posto di épaulement. Per épaulement si
intende la posizione delle spalle e del busto in relazione alla posizione delle gambe, il più delle
volte organizzata secondo regole di complementarietà e di opposizione.
8
M. Bigonzetti, Riflessioni di un’interprete diventato coreografo, in Forsythe. Ieri oggi domani,
142
Il comportamento del coreografo mette in crisi il sistema relazionale ge-
rarchico radicato nel mondo del balletto.
Il film The Rough Guide to Choreography documenta, a tal proposito, il
primo impegno coreografico dei danzatori inglesi William Trevitt e Michael
Nunn, i quali decidono di andare a trovare Forsythe per chiedergli dei sug-
gerimenti: vogliono sapere come fare ad ottenere il meglio dai danzatori. Il
coreografo risponde che è una questione di equilibrio fra le consegne da da-
re; aggiunge, inoltre, che è indispensabile rendere partecipi i danzatori dei
parametri a cui si sta facendo riferimento. Egli parte dal presupposto che o-
gni danzatore con cui lavora possa essere il migliore, se riceve la giusta indi-
cazione, e che il lavoro del coreografo sia proprio quello di far sì che ogni
danzatore sia il meglio di ciò che può essere 9.
La grande considerazione che il coreografo dimostra nei confronti dei
danzatori fa sì che molti esprimano un sincero rispetto nei suoi confronti e
un particolare piacere nel lavorare con lui. Alcuni lo hanno definito un loro
‘eroe’10. Dai racconti, dalle interviste e dallo spazio creativo che i danzatori
della compagnia hanno, si evince una nuova tipologia di relazione fra core-
ografo e danzatori. Né paternalistica, né gerarchica, è una modalità che
spazza via la tradizionale immagine del coreografo-artista a volte impreve-
dibile, a volte crudele, di colui che detiene la ‘verità’ sull’opera d’arte, che so-
lo può sapere, scegliere, eliminare. Con William Forsythe la relazione fra
danzatore e coreografo è discussa apertamente, è resa evidente, diventando
così un preciso punto di vista di valenza anche politica, oltre che una chiave
di volta per il processo creativo.
“Egli incoraggia lo sviluppo di uno stile personale e include
l’improvvisazione a vari livelli sia nel momento della creazione delle sue o-
pere che nel momento dello spettacolo stesso. Lavora per diminuire il tradi-
zionale ruolo gerarchico del coreografo in quanto autore di un testo defini-
to, e per ‘creare una compagnia di artisti interdipendenti’, tutti attivi come
creatori e come danzatori”11. L’utilizzo dell’improvvisazione non solo in fase
di preparazione di uno spettacolo, ma anche in scena, svela chiaramente un
punto di vista: il contributo artistico di ogni danzatore è costituito non solo
dal suo danzare, ma anche dal suo creare e comporre.
Nel 2003 abbiamo realizzato un’intervista alla danzatrice Giulia Menicuc-
ci12 perché volevamo conoscere la sua esperienza come interprete di due co-
cit., p. 53.
9
The Rough Guide to Choreography, presentato da William Trevitt e Michael Nunn, Channel
4, 2004.
10
I danzatori-coreografi William Trevitt e Michael Nunn nel già citato film The Rough Guide
to Choreography come anche il danzatore Sang Jijia.
11
J. Jackson, Dancing Latin. William Forsythe’s Challenge to the Balletic Text, in Dancing Texts.
Intertextuality and Interpretation a cura di J. Adshead-Lansdale, London, Dance Books, 1999,
p. 106.
12
Giulia Menicucci ha danzato nella compagnia dello Stuttgart Ballet dal 1989 al 1999. In quel
periodo ebbe l’opportunità di danzare le coreografie citate di William Forsythe. Nel 2003
l’autrice ha realizzato con la danzatrice una video-intervista.
143
reografie firmate da Forsythe: Love songs 13 e Approximate sonata (1996). La
danzatrice racconta di aver subito compreso come una tipologia di movi-
mento così diversa dal solito necessitasse di strategie nuove; per esempio,
rilassarsi mentalmente e fisicamente in modo da arrivare alle prove (“prove
così creative”) con la testa e le articolazioni disponibili a lasciarsi andare. La
Menicucci descrive un tipo di danza estrema, che richiede un corpo total-
mente presente. Continua ricordando i duetti di Approximate sonata,
l’intenso ascolto fra i danzatori seguendo l’uno il respiro dell’altro.
In America durante gli anni Sessanta e Settanta, periodo – fra l’altro – di
esplosione prima, e di definizione poi della pratica dell’improvvisazione, ri-
emerge la consapevolezza e la cura di un corpo presente. Utilizzare
l’improvvisazione evitando la ripetizione nel tempo di sequenze di movi-
mento sempre uguali a se stesse, aiuta il danzatore a essere presente nella sua
interezza e ad elaborare immediatamente la propria capacità espressiva. Ci
piace mettere ciò in relazione con le parole dette da Forsythe in un’intervista
del 1993: “Parte del nostro lavoro è che certe aree della danza richiedono la
trance. Non riesci a farle senza trance. Per colui che è attivo, coinvolto, la
condizione di trance contiene particolari qualità estetiche. Questo, credo, è
un privilegio: partecipare a questo stato. È uno stato di estasi, e ciò non ha
niente a che vedere con il bene o il male. È una reazione chimica, sia psico-
logica che biologica, e ti protegge. Quando gli esseri umani raggiungono
questo stato possono fare cose molto pericolose senza farsi male”14. È come
se nel danzare in uno stato di trance, il danzatore dimenticasse cosa sta fa-
cendo, non avesse intenzione ma fosse presenza.
Questa condizione (“di sentirsi liberati dalla consegna e di entrare e stare
in uno state of dancing”15) è ricercata e ritrovata dai danzatori non solo nel
momento dell’improvvisazione.
Creare
13
Love songs, 5 maggio 1979, Monaco con lo Stuttgart Ballet. Musiche cantate da Aretha Fran-
klin e Dionne Warwick.
14
J. Odenthal, A Conversation with William Forsythe, “Ballett International Tanz Aktuell 2”,
febbraio 1994, p. 35.
15
Intervista a William Forsythe in Applying Space Harmony to Choreography, in Laban’s Legacy,
DVD prodotto e diretto da Megan Reisel, The Laban Project, 2006.
16
The Rough Guide to Choreography, cit.
144
anche in seguito, dato che il coreografo con le sue parole ci conferma che “la
prima è l’inizio di un processo, non la fine”17.
Forsythe cambia spesso l’ordine delle sequenze di movimento come an-
che le consegne che dà ai danzatori. Ciò può accadere poco prima di andare
in scena, o – specialmente negli spettacoli degli anni Ottanta – addirittura
durante lo spettacolo: “Io ho un microfono durante lo spettacolo. Parlo con
i danzatori in scena.[...]. Parlo con loro. [...]. Li faccio entrare, dico loro di
rallentare, o di fermarsi, o di uscire di scena”18. Same old story, Die Befra-
gung des Robert Scott, Artifact sono solamente alcuni degli spettacoli in cui il
coreografo utilizza questo strumento per trasformare l’impianto compositi-
vo e per sollecitare l’attenzione dei danzatori, creando così uno stato di al-
lerta che mantiene ancor più viva la loro presenza durante lo spettacolo 19.
Durante la creazione, a questa piacevole incertezza si associa una cura e
una passione per il costruire. Per il coreografo essere all’interno di un evento
è importante per comprenderne il funzionamento20. Coreografare significa
organizzare il corpo, i corpi con altri corpi e i corpi nello spazio, costruire
curando anche i dettagli. In periodi in cui il suo lavoro veniva recepito come
complicato, amava ripetere che il risultato deriva sempre dall’esattezza, dal-
la cura del dettaglio.
Come già detto prima, nella creazione i danzatori svolgono un ruolo im-
portante. Forsythe spesso li definisce suoi agents, coloro che “trasformano le
frasi abbozzate in materiale danzato sciogliendo difficoltà tecniche, identifi-
cando il tempo e il flusso del materiale e investendolo di tecnica e di inten-
zione”21.
La libertà di trovare dei collegamenti e delle transizioni all’interno di un
canovaccio può aiutare il danzatore a dare organicità al movimento22. Spes-
so al danzatore viene dato uno scheletro da riempire. Forsythe lascia il pez-
17
Forsythe parla di se stesso, in Forsythe. Balletto della Scala, Ballett Frankfurt, Programma di
sala a cura di M. Guatterini, Milano, Edizioni Teatro alla Scala, 1998, p. 8.
18
B. Supree, The Apotheosis of the Present: an Interview with William Forsythe, in On the Edge:
Challenges to American Dance. An International Dance Conference, Atti del convegno della
Dance Critics Association, 1989, p. 77.
19
Same old story, 5 giugno 1987, Amburgo. Musica: Thom Willems. Testo: Nicholas Cham-
pion, Kathleen Fitzgerald, William Forsythe; Die Befragung des Robert Scott, 29 ottobre 1986.
Musica: Thom Willems. Testo: William Forsythe. “All’inizio di Die Befragung des Robert Scott
l’intera compagnia improvvisa sulla base di una sequenza che noi chiamiamo ‘tonno’, e Bill
dirige il corso degli eventi attraverso direttive brevi e sussurrate che hanno a che fare princi-
palmente con il tempo” (D. Caspersen, The Company at Work. How They Train, Rehearse,
and Invent. The Methodologies of William Forsythe, in Forsythe. Bill’s Universe, Ballettanz, Das
Jahrbuch, 2004, p. 32); Artifact, 5 dicembre 1984, Francoforte. Balletto in cinque movimenti.
Musica: Johann Sebastian Bach con libere variazioni al pianoforte di Eva Crossman-Hecht.
Testo: William Forsythe. È il primo spettacolo dalla nomina a direttore del Frankfurt Ballet di
Forsythe. Artifact significa prodotto artificiale. Durante lo spettacolo ci sono interruzioni
continue: il sipario viene chiuso e ri-aperto, le luci passano da una forte intensità al buio. Vie-
ne scomposto l’idioma classico; emergono frammenti. Viene definito “una piéce sul balletto”:
è subito scandalo.
20
In William Forsythe, per la regia di M Figgis, cit.
21
V. Preston-Dunlop - A. Sanchez-Colberg, Dance and the Performative, cit., p. 41.
22
Intervista dell’autrice a Giulia Menicucci, 2003.
145
zo nelle mani (nel corpo) del danzatore che da quel momento se ne impos-
sessa e finisce di costruirlo, così il danzatore-creatore si allontana dal solo
eseguire nella speranza di rispondere giustamente ad un modo ipotetica-
mente esatto di interpretare il disegno del coreografo.
Il ruolo del coreografo “cambia di volta in volta, ma quasi sempre la sua
funzione è quella di catalizzatore e di curatore dell’editing”23.
23
D. Caspersen, It Starts from any Point, in William Forsythe. Choreography and the Dance, vol.
5, part 3, a cura di S. Driver, Harwood Academic Publishers, 2000, p. 26.
24
W. Forsythe William Forsythe. Improvisation Technologies. A Tool for the Analytical Dance
Eye, Karlsruhe, Germania, Zentrum für Kunst und Medientechnologie, 1999.
25
Per maggiori informazioni anche sull’evoluzione del progetto che ha portato alla realizza-
zione del CD-ROM Improvisation Technologies, si veda anche il breve libro allegato al CD-
ROM.
26
D. Caspersen, It Starts from any Point, cit., pp. 25-39.
146
nuovo modo di far muovere il corpo nello spazio allontanandosi dalla tradi-
zionale stabilità data dalla predominanza assoluta del senso di verticalità;
allo stesso tempo, rincorre l’armonia, l’equilibrata relazione fra gli opposti e
fra cosmo e natura.
Per Forsythe gli studi labaniani sullo spazio rappresentano un punto di
partenza. Realizzando il CD-ROM, il suo obiettivo primario è, invece, orga-
nizzare un suo personale linguaggio di movimento perché i suoi danzatori –
anche autonomamente da lui – possano curare la propria formazione. Egli
identifica alcuni modi per trovare materiale di movimento e definisce para-
metri per elaborare delle variazioni.
Mentre per Laban la coreologia – che comprende la cinetografia – nasce
anche per poter creare “dance literacy”27, una cultura specifica di danza con
un proprio linguaggio adatto a ogni forma danzata e di movimento in gene-
re, per Forsythe il lessico nasce per rispondere a proprie personali esigenze
di espressione artistica e per creare, di fatto, un senso di condivisione e di
appartenenza all’interno del gruppo-compagnia.
Per il suo essere uno strumento di formazione delle qualità tecniche e del-
le capacità improvvisative dei danzatori, questo CD-ROM influenza forte-
mente il lavoro creativo. L’avere reso pubblico questo materiale offre a chi
osserva e scrive uno strumento in più per conoscere dall’interno un modo di
sistematizzare il movimento e la sua costruzione.
Analizziamo delle clip. Alcune danno informazioni generali, come in
back approach, dove si viene sollecitati a non dimenticare la parte posteriore
del corpo, a curare il senso del dietro, ossia a sviluppare azioni esplorando
anche lo spazio dietro al nostro corpo; in lower limbs si richiama la parte in-
feriore del corpo e si ricorda di usare, oltre allo spazio circostante, anche il
suolo; in complex movements Forsythe ribadisce l’importanza di tenere viva
la sensazione di creare linee e piani spaziali.
Altre clip sono suggerimenti per creare delle variazioni. Fra queste, alcune
offrono spunti compositivi e tecniche molto radicati nella tradizione classi-
ca; per esempio: time compression, che suggerisce una variante danzata il più
velocemente possibile, è un’operazione utile per costruire delle variazioni.
Così come reverse temporal order, operazione per cui il movimento viene
danzato a ritroso rispetto al suo originale. E ancora adjectival modification,
che serve a trasformare la dinamica di una frase di movimento a seconda
dell’‘aggettivo’, della nuova qualità proposta.
A queste operazioni più note se ne alternano altre più inattese.
In ciò che segue abbiamo scelto degli esempi con chiari riferimenti laba-
niani: room orientation, in cui Forsythe fa emergere le due possibili maniere
di orientarsi spazialmente già chiare in Laban: l’orientamento a partire dal
fronte dello spazio di azione e quello a partire dal corpo del danzatore28. In
room re-orientation si suggerisce di spostare il proprio centro di riferimento
27
R. von Laban, Basic Principles of Movement Notation, in Schrifttanz a cura di V. Preston-
Dunlop - S. Lahusen, London, Dance books, 1990, p. 34.
28
L’orientamento definito a partire dal constant cross e quello dal body’s cross of axis.
147
dal centro del corpo in un’altra parte del corpo stesso. Come è noto, questa è
un’evoluzione dagli studi coreutici labaniani che avevano individuato il cen-
tro proprio al centro del corpo del danzatore, piuttosto che al centro dello
spazio scenico. Forsythe va oltre, proponendo una moltiplicazione inesau-
ribile di centri, arrivando sino ad immaginarne uno e poi tanti fuori di noi,
cosicchè il corpo può diventare periferia dello spazio. Questo modo di or-
ganizzare il movimento e di costruirlo attorno ad un centro mobile e varia-
bile diventa, per chi osserva, movimento vertiginoso o anche arioso. In mol-
ti passi a due del repertorio forsythiano si percepisce lo spazio aperto fra i
due danzatori e sono resi evidenti i vuoti fra i due; il centro fuori dal corpo
diventa un evidente punto di condivisione del peso e i danzatori sembrano
diventare dei giganti, per l’estremo estendersi della cinesfera 29.
Andando oltre Laban e prendendo in considerazione gli studi di Valerie
Preston-Dunlop sullo spazio si possono rintracciare delle altre assonanze 30.
Una delle novità di questi studi fu quella di sistematizzare le tracce spaziali
lasciate dal corpo del danzatore in movimento, ossia le linee e le curve con-
crete e virtuali create da chi danza.
Nel CD-ROM uno dei primi punti riguarda l’idea di ‘immaginare linee’
come a sottintendere che per iniziare a danzare-improvvisare è necessario
saper immaginare linee (e curve). Il danzatore, muovendosi, lascia tracce
del suo percorso sia in aria sia a terra. Le tracce spaziali, terrestri o aeree, che
precedentemente venivano disegnate su un foglio (in stasi), sono ora rese vi-
sibili in movimento attraverso l’uso della tecnologia digitale. Nella proposta
di Forsythe le linee immaginate sono nello spazio fuori dal corpo, nel corpo,
e nel corpo e nello spazio insieme. Cosicché lo spazio non è solo percepito,
ma anche immaginato, e, danzando, non solo lo si può percorrere, ma an-
che evitare31.
In extrusion immaginiamo di tirare fuori una linea da un punto del corpo
29
Un’altra operazione che presenta delle assonanze con la coreutica (o armonia dello spazio)
labaniana è arc and axis, un’evoluzione della forma armonica dell’asse e dell’equatore (realiz-
zabile attraverso il movimento di due danzatori, ma anche da soli).
30
Il CD-ROM presenta delle unità che vogliamo mettere in relazione con gli studi sullo spazio
di derivazione labaniana, in particolare quelli sul Ch.U./M.m. (choreutic units and manner of
materialisation). Nel 1981 Preston-Dunlop elabora uno studio sullo spazio creato dal corpo.
Dopo aver richiamato l’idea di cinesfera labaniana – lo spazio immaginario attorno al nostro
corpo in cui agiamo/danziamo – e dopo aver chiarito che le unità spaziali di base (unità co-
reutiche) sono due, ossia linee e curve, identifica quattro modi in cui esse si materializzano.
Linee e curve disegnate (disegno del corpo), proiettate verso l’infinito (proiezione spaziale) o
invece materializzate fra due punti identificabili (tensione spaziale) e infine linee e curve colte
in progressione, in motion (progressione spaziale) rappresentano i diversi modi di materializzare
le unità coreutiche. Pur appartenendo a studi relativi allo spazio evidentemente i Ch.U./M.m.
emergono, appaiono e scompaiono anche in relazione all’uso del tempo e del ritmo. Nel CD-
ROM possiamo trovare assonanze con la tensione spaziale e la progressione spaziale. (V. Pre-
ston-Dunlop, The Nature of the Embodiment of Choreutic Units in Contemporary Choreo-
graphy, tesi di Ph. D., Laban Centre, London, 1981).
In spettacoli più recenti di William Forsythe si è notata una profonda trasformazione dell’uso
dello spazio.
31
Intervista a William Forsythe in Applying Space Harmony to Choreography, cit.
148
o dello spazio (per esempio, masticare un chewing-gum ed estenderlo fuori
dalla bocca con le dita). Questo tipo di azione o atteggiamento nei confronti
dello spazio – immaginare di estrarre una linea dal corpo o dal suolo – viene
considerata come una operazione utile per inventare movimenti; serve a chi
crea per comporre. Chi osserva non individua necessariamente l’idea anche
perché delle alterazioni (come la velocità) possono farla sfuggire; il modo in
cui questa, come anche altre operazioni, influisce sul movimento risulta e-
vidente allo spettatore perché il movimento stesso diventa esatto, preciso,
chiaro. Ciò ricorda la sopra citata risposta di Forsythe che, a chi sottolinea
l’astrusa complessità del suo movimento, ribadisce il valore dell’esattezza
nella sua composizione.
Sempre in riferimento agli stessi studi, Preston-Dunlop definisce clusters
un insieme, un raggruppamento di qualcosa che si appartiene. Un cluster si
raggruppa tanto nella sua successione temporale (come, per esempio, una
frase), quanto nel suo appartenersi simultaneamente (per esempio, un ac-
cordo). Questa ultima idea è chiara in complex movements, in cui Forsythe
ricorda di mantenere vivo il senso dell’insieme del movimento che non è co-
struito da operazioni messe solo in sequenza, ma che emerge anche per via
di operazioni simultanee 32.
In dropping points si suggerisce l’azione del cadere. In genere, cadere, la-
sciare vincere la forza di gravità è un’azione piuttosto straordinaria nella
danza classica. Il lasciarsi cadere per recuperare l’energia, visibile in tante
coreografie, come ad esempio in Solo33, può diventare drammatico quando
la stessa azione ritorna incessantemente (per esempio From a classical
position34).
Solo è un video in cui sono visibili e chiare molte delle ‘operazioni’ citate;
infatti la coreografia è sapientemente inserita fra i contenuti del CD-ROM. In
alcuni momenti di From a classical position la videocamera si avvicina molto
ai due danzatori, sottolineando così la qualità della pelle (rendendo evidenti
le vene, i peli, le rughe, i segni sulle mani); i due a volte sono incastrati fra lo-
ro, a volte danzano autonomamente, facendo emergere assonanze spaziali
e/o dinamiche. Si ha la sensazione di assistere ad un incontro amoroso fra
due ragni: lo spettatore si avvicina, chiamato in alcuni istanti a vedere cose
intime e in altri, invece, a guardare da lontano, come se osservasse una scul-
tura.
Molte delle operazioni proposte sono potenti strumenti di creazione di
una modalità di movimento fortemente caratterizzata. Un esempio chiaro è
32
Ivi. Forsythe, intervistato, ritorna sul tema della simultaneità di azioni che vedono coinvolte
parti del corpo differenti come anche della politemporalità del movimento.
33
Solo è un video di 7 minuti diretto da Thomas Lowell Balogh, con la musica di Thom Wil-
lems. Protagonista è William Forsythe. RD-Studio Productions, France 2, BBC TV, 1995.
34
From a Classical Position, (Channel 4, 1997) è un video che vede come protagonisti William
Forsythe e Dana Caspersen. La musica è di Thom Willems. Il suono è alternato, registrato dal
vivo e non. Dei colpi cadenzati interferiscono e si alternano ad una musica per pianoforte. Il
ritmo è ulteriormente sostenuto dal montaggio filmico. A volte il movimento è dato dalla vi-
deocamera, mentre i danzatori restano fermi.
149
rappresentato dall’operazione internal motivated movement che suggerisce
un movimento motivato dall’interno, mosso da una parte del corpo piutto-
sto centrale e non periferica, come, ad esempio, il busto 35. Le già citate core-
ografie Solo e From a classical position sono pezzi molto caratterizzati da un
tipo di movimento ‘mosso dall’interno’; questo, associato ad un uso del cor-
po frammentato e dello spazio diminuito – non ancora presente nel CD-
ROM, ma derivante da una ricerca successiva, come in (N.N.N.N.) in cui il
corpo proiettato nello spazio esterno sparisce per far ‘parlare’ lo spazio inti-
mo vicino al corpo – porta con sé e di per sé un’intensa drammaticità36.
Nell’installazione-performance You made me a monster lo spazio dise-
gnato dal corpo è ancora diverso 37. In precedenza, Forsythe aveva largamen-
te composto movimenti vertiginosi, urgenti e rapidi, in modo pericoloso,
virtuoso, intrigante. Anche qui il movimento si allontana dall’asse centrale;
la sua lentezza, però, fa sì che la distorsione e l’inclinarsi estremo, si ripre-
sentino con la loro valenza simbolica originaria: l’andare fuori centro è inte-
so come perdita del sé. A metà del percorso circa, al pubblico viene conse-
gnato un foglio in cui Forsythe si racconta; ci informa che sta indagando a
partire da alcuni eventi della propria vita, ci fa sapere quali sono e ce li rac-
conta dettagliatamente, così svelando agli spettatori i pensieri e i fatti che
hanno motivato il percorso artistico di You made me a monster.
Questa installazione–performance esprime, nella sua forma, la libertà
raggiunta dall’artista circa il concetto di prodotto coreutico. Esiste un ‘cano-
vaccio formale’ predefinito rappresentato da una serie di elementi che,
combinati, scandiscono il tempo di un viaggio dalle emozioni forti. Tutto è
strutturato attorno alla creazione di situazioni gruppali (attraverso atti non
del tutto predefiniti), reazioni e improvvisazioni di movimento. Il pubblico
e le sue risposte partecipano della performance che, però, procede comun-
que lungo una linea formale prestabilita.
Recuperando tutte le componenti che ci sono apparse rilevanti, e non più
solamente il movimento e il danzatore, ma inglobando anche ciò che dello
spazio scenico, del video e del suono ci ha raggiunto come contenuto, ab-
biamo scelto di riferire una cronaca dello spettacolo.
35
Una possibilità è che, dato un asse di riferimento, ‘internamente mossi’ si immagini di dise-
gnare una ‘u’, dalla clip dal titolo u-ing.
36
(N.N.N.N.), 21 novembre 2002, Francoforte. Musica: Thom Willems. Si tratta di un quartetto
maschile. L’andamento del movimento pare organizzato secondo un ritmo dato dal respiro (il
suono è quasi inudibile); è un flusso continuo di movimenti diversi e simultanei; lo spazio
tracciato dal corpo è diminuito, è vicino al corpo di chi danza. Anche lo spazio scenico è ri-
dotto al solo proscenio. L’impressione che se ne riceve è quella di persone che cercano invano
di dare un’organizzazione al proprio corpo. Facendo riferimento alla modalità di analisi già
citata (Ch.U./M.m.), possiamo affermare che svanisce il corpo nello spazio ed emerge lo spa-
zio del corpo; in particolare la tensione diminuisce e la progressione e il disegno diventano evi-
denti.
37
You made me a monster, 28 maggio 2005, Venezia. Video Phillip Bussmann. Sonorità Dietrich
Krüger.
150
You made me a monster
151
Partecipazione e condivisione: Mentre la performance continua,
l’attenzione si sposta, si mette a fuoco la nuova esperienza. Piano piano ci si
accorge di assistere e di condividere una tragedia.
Nello spazio lungo si alternano tre danzatori, due uomini e una donna, a
volte soli, a volte insieme in differenti combinazioni. Nella danza tutte le
parti del corpo sono coinvolte, anche la bocca che può e non può parlare: si
sentono suoni distorti. Il tempo della danza è particolarmente lento. I tre
danzatori prediligono movimenti fuori asse e tracciano nell’aria i segni della
partitura macabra (ossia i foglietti disegnati prima ricalcando il cartoncino-
osso).
Pensieri e emozioni: Quando la danza inizia, molti spettatori si ritrovano
in mano un pezzo di cartone: una tibia, una vertebra. Si rimane sospesi. Sul
retro un video proietta il testo e immagini in bianco e nero che fanno pensa-
re a ossa evanescenti. Il movimento sembra esprimere il senso di pericolo di
quando si incontra la morte. La persona si trasforma in una somma di organi
fuori controllo. I danzatori agiscono in un territorio liminale, una terra di
nessuno, il luogo dei quasi-morti. Gli spettatori guardano.
38
D. Caspersen, Riflessioni di un’interprete, cit., pp. 99-100.
152
Carlo Cuppini
VIRGILIO SIENI, VISITAZIONE:
ITINERARIO NEL VENTRE DI UN’OPERA.
153
visionaria del contemporaneo – mondo violento, violentato e incomprensi-
bile da cui è impossibile sottrarsi, ma anche struggente e affascinante. Si trat-
ta di una contemporaneità che preme brutalmente per imporsi, ma che allo
stesso tempo nega la possibilità di una sua rappresentazione diretta che non
sia banale e inefficace. Nel periodo della guerra in Irak nasce Empty Space-
Requiem (2003), lavoro stupito, attonito, dove schegge di tragedie attuali ir-
rompono, attraverso la piccola finestra costituita da un televisore, in una
scena enorme e silenziosa, attraversata prima da frenetiche figurine da fu-
metto, poi da una donna sola, che offre il suo corpo a una miriade di assorti
travestimenti-vestizioni. In Cado (2004) “le cose” del mondo attuale conqui-
stano la scena violentemente, “cadendoci” dentro, attraverso una serie di og-
getti quotidiani, lanciati nello spazio, esibiti come ready-made di ducham-
piana memoria, scagliati da danzatrici su altre. Cado, eseguito da sole don-
ne, è un’intensa immersione nella dimensione del femminile, messa in stri-
dente contrasto con una percezione della contemporaneità isterica, fram-
mentata e devastante. Più sotterraneamente, questa visione lacerata è con-
trappuntata e sovrapposta a una riflessione “inattuale” -puramente coreogra-
fica- condotta sulle considerazioni filosofiche e morali di Spinoza nell’Etica,
riguardanti soprattutto la ricchezza dei contatti umani, la potenza e sanità
dell’agire, il male come depotenziamento corporeo dell’individuo.
Conclusa l’esperienza di Cado, con apparente scarto, Sieni avvia il proget-
to Visitazione: l’attenzione viene inizialmente rivolta lontano dalle visioni e
dai suoni del mondo attuale, a favore della creazione di un luogo appartato e
protetto, di grande intimità e concentrazione, dove possa realizzarsi un in-
tenso incontro con la pittura del Pontormo. Sembrerebbe trattarsi della scel-
ta di un confronto puro dell’arte con l’arte, ma anche in questo progetto fini-
sce per prevalere una tendenza all’apertura e all’osmosi, che colloca l’opera
nel solco già tracciato dai precedenti lavori. La scelta iniziale di estrema “sot-
trazione” ha portato a un percorso di tappe spettacolari in cui gli elementi
della creazione si presentano in uno stato straordinariamente puro ed essen-
ziale. L’intenso confronto con il dipinto, realizzato in condizioni di silenzio,
dilatazione temporale e concentrazione, ha provocato l’emersione di aspetti
cruciali del lavoro coreografico: il rapporto tra corpo coreografia ed ener-
gia; quello di un corpo danzante con una fonte pittorica; le questioni legate
all’agire uno spazio astratto che tende a farsi luogo e dimensione soggettiva;
la natura archetipica dei valori numerici e le loro implicazioni geometriche
e simboliche nell’opera; la riconsiderazione della vocalità come fatto inalie-
nabile al corpo danzante e, allo stesso tempo, come messa in pratica di una
precisa idea di spiritualità; il problema della convergenza, essenziale e non
illustrativa, tra la costruzione dell’opera e il tema o la “dimensione” prescelti
come obiettivo del progetto.
154
Il progetto Visitazione.
Sieni torna a guardare al prediletto Pontormo [...] per “dire” di una femminilità
in attesa dell’incarnazione, di una verginità che collima con la sterilità, di un de-
siderio materno che, disatteso, si stempera nel gioco infantile, nell’imitazione e
nel travestimento animale2.
A questo punto il progetto Visitazione, che fino allo “studio” aveva man-
tenuto una chiusura quasi ermetica su se stesso, si è aperto decisamente a
una preoccupazione per il mondo, a una ricezione delle sue immagini e del-
la sua invadenza. In questa contaminazione del luogo protetto della Visita-
zione con le desolanti macerie del mondo attuale, comparivano in scena,
accanto alle citazioni pittoriche, sedie da ufficio, neon, carrelli della spesa,
brani di musica jazz, rumori di elicotteri.
1
Si tratta di Ramona Caia, Erika Faccini, Marina Giovannini, Mara Smaldone.
2
M. Guatterini, Pontormo danza al supermercato, “Sole 24 Ore”, 23 gennaio 2005.
155
Dopo il debutto e qualche replica, lo spettacolo ha continuato a mutare,
attraverso un articolato processo di de-costruzione per tappe: a luglio è stato
presentato a Bologna, con lo stesso titolo, uno spettacolo itinerante compo-
sto per lo più dagli stessi materiali scenici, ma distribuiti in vari ambienti di
un palazzo storico, e con l’aggiunta di alcune parti eterogenee volte ad arric-
chire e a “disgregare” la solidità della struttura dell’opera: si svolgeva una
performance di “affettamento” di verdure su un tavolo, con risvolti simbolici
di tipo auto-sacrificale, e diverse azioni sceniche che, mescolando il quoti-
diano all’onirico, dilatavano l’ultima parte dello spettacolo e le assegnavano
un valore più inquietante e ambiguo. In agosto, la compagnia ha presentato
al festival Drodesera Visitazione>Mother Rhythm diviso in tre serate diverse,
segno che le tre parti dell’opera erano state elaborate nel senso di una reci-
proca autonomia. Nella presentazione del lavoro il coreografo dichiarava:
A questa scissione delle tre parti corrispondeva una loro ulteriore apertu-
ra e contaminazione con la realtà esterna: il rapporto col pubblico era infatti
molto più stretto nell’intimità di uno spazio non-teatrale; inoltre, nelle tre
serate venivano coinvolti quattro vigili del fuoco e quattro donne anziane,
che introducevano o concludevano i pezzi, affiancandosi alle danzatrici con
vere a proprie azioni sceniche. Con questo epilogo il progetto Visitazione si
contaminava definitivamente con “brani” di realtà esterna all’opera e con
presenze altre, volgendosi verso nuovi sensi e predisponendosi a offrire ma-
teriale inedito per i successivi lavori della compagnia.
Ci caleremo adesso dentro il processo di creazione relativo al progetto Vi-
sitazione, focalizzandoci, in particolare, su una tappa del progetto, Visita-
zione>primo studio4.
3
V. Sieni, presentazione di Visitazione>Mother Rhythm, dal sito [Link].
4
Le informazioni che utilizzo sono tratte dalla mia tesi di laurea Cronaca dal bordo del mistero.
Uno sguardo nel lavoro e nella bottega di Virgilio Sieni, Storia della danza e del mimo, Universi-
tà di Bologna, a.a. 2004-2005, relatrice [Link] Eugenia Casini Ropa. La ricerca è stata condot-
ta attraverso la mia partecipazione in sala per tutto il periodo di prove dello spettacolo e un
confronto continuo con il coreografo.
156
Visitazione del Pontormo, naturalmente, e un recente saggio del filosofo J.-
L. Nancy, dedicato a sua volta all’opera del pittore manierista5.
Il dipinto, del 1538 circa, rappresenta un topos dell’iconografia cristiana:
l’incontro tra Maria e sua cugina Elisabetta, entrambe rimaste gravide in
modo miracoloso (una è vergine, l’altra sterile) ed entrambe madri di “qual-
cosa” di sacro (Gesù, il divino tout cour, e Giovanni, futuro profeta e santo).
La rappresentazione del Pontormo è inconsueta e perturbante, non riprende
nessun canone iconografico precedente e sembra contravvenire le stesse
leggi della logica e della verosimiglianza: le due donne protagoniste, che si
guardano e che vanno verso un abbraccio, sono raddoppiate in altre due mi-
steriose figure identiche, poste frontalmente dietro di loro. I colori sono aci-
di, sovrastati da un cupo cielo verde bottiglia che ricorda alcuni cieli di De
Chirico. Tutte le linee di forza e le dinamiche formali nell’opera tendono a
creare una ritmica oscillante tra i valori del 3 e del 4, a partire dal movimento
degli occhi delle donne: 3 paia di occhi per 4 donne, i cui sguardi rimbalza-
no da una all’altra e infine fuori dal quadro.
A partire dall’analisi del dipinto, il filosofo francese svolge una serie di
considerazioni sui rapporti sostanziali tra arte e sacro, dichiarando che
l’atto della pittura non commemora una scena delle Sacre Scritture, ma mette in
opera la posta in gioco di una presenza che non è niente che si possa richiamare
e che al contrario è ciò che chiama “nel” quadro [...] nell’intimità della sua su-
perficie folgorante6.
5
J.-[Link], Visitazione (della pittura cristiana), Milano, Abscondita, 2002 (ed. or. Visitation
(de la peinture chrétienne), Paris, Galilée, 2001).
6
Ivi, p. 14.
7
Ivi, p. 28.
157
precisi sul piano e la partizione dell’opera. Tutti questi materiali sono asso-
ciati e giustapposti su grandi fogli di carta, con un criterio di montaggio visi-
vo analogico e intuitivo, affinché aprano a un ampio ventaglio di suggestioni
al momento delle prove, senza nessi di significazione preordinati.
Nonostante l’estrema circoscrizione dell’oggetto al centro del lavoro, la
realtà “esterna”, come si accennava, non è rimasta fuori dal processo, e già in
questa fase preliminare è possibile vedere come alcuni materiali premano
“da fuori” per conquistarsi un posto nelle tavole, creando ponti verso
l’attualità e la contemporaneità: come le immagini tratte dalla video-
installazione di Bill Viola dedicata alla Visitazione del Pontormo, ma traspo-
sta in chiave attuale; o le fotografie di donne dell’oggi e di oggetti d’uso co-
mune, richiamati per qualche ragione non evidente accanto all’immagine
pittorica o ai disegni del coreografo.
Il piano dell’opera, come prefigurato nelle tavole, concepiva una suddivi-
sione in quattro parti, coerentemente alla “mistica quaternaria” che informa
l’intero progetto: la prima parte doveva essere una coreografia esatta e lenta
che incorporasse, attraversandole, una miriade di citazioni pittoriche, con
continui ritorni alla figura della Visitazione; la seconda, definita “pezzo poli-
fonico”, doveva mettere in atto “un’idea di concerto” attraverso una netta e
ritmica gestualità delle braccia; la terza (non realizzata) sarebbe dovuta esse-
re una visione smaterializzata, sospesa, che immergesse la scena nel buio e
sostituisse alla visione dei corpi delle danzatrici la video-proiezione di
un’ipotetica “coreografia degli occhi”; la quarta e ultima (poi divenuta la ter-
za), più dinamica e più strettamente coreografica delle precedenti, doveva
realizzare una “dolce lotta”, riprendendo una danza di contatti e pressioni
già praticata in Cado.
Al di là della precisione millimetrica delle tavole (come di consueto com-
poste su carta millimetrata), i materiali preliminari hanno il senso, più che di
prefigurare in modo perentorio le caratteristiche concrete dell’opera, di de-
lineare le coordinate geografico-immaginifiche, l’orizzonte creativo e spiri-
tuale entro cui il lavoro si va poi a svolgere come un’esplorazione: mappatu-
ra empirica di un territorio circoscritto ma incessantemente mutevole, zona
di smarrimenti e ritrovamenti, enigmi e illuminazioni; cartografia necessa-
riamente immateriale e “impermanente”, perché dell’immateriale e
dell’impermanente, realizzata attraverso il corpo effimero della danza.
Tutto comincia con il corpo; tutto o quasi si risolve in esso. La danza, per
Virgilio Sieni, è disciplina e cura del corpo, prima di qualunque problema-
tica estetica o stilistica. E la danza, intesa come specifica arte teatrale, è la
possibilità per il corpo di progettare e compiere itinerari nella cultura e nello
spirito, elevandosi allo stesso livello del pensiero e realizzando opere che
“parlano” al corpo del corpo, alla cultura della cultura, allo spirito dello spi-
158
rito, con vocazione pionieristica e insaziabile desiderio di innovare e cono-
scere.
Nel campo del movimento, della danza siamo proprio all’inizio. [...] Il corpo –
mi rendo conto attraverso la pratica e la disciplina – ha delle possibilità infinite
dentro di sé, sia motorie che di associazione, che ancora sono tutte da mostrare8.
Sebbene Sieni sia stato definito fautore di un “ritorno ai valori propri della
coreografia”9, per lui la coreografia non è un repertorio cumulativo di mo-
vimenti, né un codice linguistico da cui partire: essa si ri-origina sempre dal-
le proprie macerie, a partire da un grado zero del sapere corporeo (del cor-
po e sul corpo), che viene continuamente e volontariamente perseguito at-
traverso il rinnovamento nella pratica. Le qualità del movimento di ogni
spettacolo (evitando di parlare di stile) si determinano di volta in volta in-
sieme al delinearsi dell’orizzonte e del senso artistico dell’opera, né prima né
dopo: infatti non c’è alcun processo di traduzione di contenuti dati in movi-
mento né, viceversa, di assegnazione di contenuti al movimento dato -come
in molti esempi di teatro-danza. La coreografia è invece qualcosa di imma-
nente e impermanente, perciò non può che nascere ed estinguersi ogni volta
che si manifesta nell’atto di danzare.
Quel “quasi codice” (secondo una definizione di Sieni) che è il “movi-
mento articolare” – riconoscibile a partire dai lavori fiabeschi come fisicità
paradossale, spezzata ma circolare, cedevole ma energica, discontinua ma
fluida- fa apparentemente eccezione a queste considerazioni: in realtà non si
tratta tanto di uno stile o di un codice, quanto di una concezione di corpo
risultante dall’incessante studio sui rapporti tra corpo ed energia. Questa, se-
condo la concezione orientale di cui Sieni è debitore per formazione e voca-
zione, è sfuggente e difficilmente definibile; è qualcosa che circola là dove
esistono dei canali atti a riceverla, che non si estingue, che agisce concreta-
mente mostrando i suoi effetti, pur essendo inafferrabile tanto dal corpo
quanto dalla mente. Uno degli obiettivi del tenace studio tecnico a cui Sieni
sottopone i suoi danzatori – e della rigorosa messa in forma del corpo e della
messa in coreografia del movimento – è proprio l’acquisizione di familiarità
con l’energia. La cesellatura estrema delle frasi coreografiche e l’avversione
per ogni tipo di abbozzo, non derivano tanto da un perfezionismo estetico,
quanto dall’esigenza di individuare le forme ottimali perché avvenga la cir-
colazione dell’energia attraverso il corpo in movimento – forme analoghe ai
kata nelle discipline orientali. Le pratiche di arti marziali come l’aikido han-
no portato Sieni a mettere a punto un’idea e una pratica di corpo e di movi-
mento – il “movimento articolare” – che consentono al danzatore di “essere
circolato” dall’energia, facendo di ciò la base tecnica e concettuale della
propria danza. Questo avviene soprattutto grazie all’attenzione ai vuoti del
8
S. Fanti (a cura di), Il corpo orale. Intervista a Virgilio Sieni, “Art’ò”, n. 4, 2000, p. 19.
9
Cfr. A. Pontremoli, Storia della danza dal Medioevo ai giorni nostri, Firenze, Le Lettere, 2002,
pp. 206-208.
159
corpo, cioè, al di là delle teorie e delle suggestioni possibili, ai punti articola-
ri, alla loro fragilità e mobilità, in opposizione all’idea di tenuta muscolare.
Nel vuoto, nel fare spazio all’interno del corpo, il danzatore fa di sé un cana-
le aperto, un tramite per il passaggio dell’energia che entra ad esce dal suo
corpo mettendolo in relazione con le altre presenza, e con il tutto presente.
Come ho detto, non bisogna credere che questa idea di corpo implichi la
sedimentazione di uno stile: il movimento nasce in ogni caso dalle esigenze
dell’opera che si va facendo e il lavoro a Visitazione ne è un perfetto esempio;
infatti, le tre “azioni coreografiche” dello studio mostrano tre tipi di fisicità
completamente diverse, nessuna esteriormente simile alla tecnica del “mo-
vimento articolare”. La prima azione si costruisce su un’idea di lentezza e-
strema, muscolarmente tenuta, che evochi e crei una dimensione temporale
sospesa, una bolla che avvolga ogni movimento in una lucida nebulosità ip-
notica: una fisicità plastica, non gestuale, che unifica le danzatrici in un uni-
co, denso corpo scultoreo. La seconda parte si fonda su principi opposti: il
movimento è rapido e leggero, concentrato nei gesti delle braccia lanciati da
una danzatrice all’altra in dialogo vertiginoso ed esatto. La terza parte, inve-
ce, dispiega una coreografia dinamica e spazialmente ampia, costruita inte-
ramente sull’idea di “pressioni di un corpo su un altro corpo”, sorta di rein-
ventata contact-improvisation, incrociata con qualche tecnica immaginaria di
lotta rituale. In questo caso il discorso dell’energia non è legato tanto alle
specifiche tecniche di movimento e si sposta su un piano più interiore, con-
nesso all’atteggiamento e alla disposizione psicofisica del danzatore: è ne-
cessaria una grande apertura e una presenza integrale, l’estrema consapevo-
lezza della vitalità che si dà o si prende dall’ensemble, la sicurezza di sé nel
rischio dell’azione, affinché l’energia circoli in qualunque tipo di situazione
fisica e coreografica. Il rapporto tra corpo, coreografia ed energia resta co-
munque una questione aperta e problematica: ogni progetto intrapreso è
anche l’occasione per tornare a interrogare, attraverso la pratica, ognuno di
questi elementi e le loro sfuggenti relazioni.
A partire dai lavori sulla fiaba l’uso della voce e delle sonorità corporee è
stato praticato sistematicamente da Sieni, in un susseguirsi di sperimenta-
zioni e di diverse soluzioni spettacolari. L’esplorazione della vocalità è an-
data di pari passo con la definizione del concetto di “oralità”, divenuto un
nucleo essenziale della sua poetica, che per analogia richiama subito quello
di impermanenza o non conservabilità, fondante nelle filosofie orientali.
Oralità, impermanenza-non conservabilità sono espressioni riferibili tanto
al movimento corporeo quanto alla parola detta: sia l’uno che l’altra infatti
160
esistono soltanto per il tempo in cui si sviluppano, poi vengono riassorbiti
nel nulla da cui sono derivati.
Il termine “orale” può apparire paradossale se associato alla danza. Ma bi-
sogna ricordare che il fare coreografico di Sieni ha perso progressivamente il
carattere di scrittura, astratta e trascendente, a favore di un’organicità e di
un’immanenza che rendono indistinguibile il danzatore dalla sua danza,
l’atto di esecuzione dall’atto di improvvisazione. Collocando in modo radi-
cale la danza su un piano di presenza, immanenza, impermanenza, essa ap-
pare infatti meno simile a una scrittura o a un testo, che non al manifestarsi
del suono e, in particolare, di quel suono che è la voce: come la voce, il mo-
vimento si origina dentro il corpo, nel suo incavo, e ne porta fuori l’intimo,
l’organico, il fragile.
La pratica della voce e la riflessione sull’oralità della danza, continuando
oltre i lavori sulla fiaba, hanno raggiunto un’importanza essenziale nel pro-
getto Visitazione:
10
Conversazione dell’autore con Virgilio Sieni, 10 ottobre 2004.
161
scena e produceva una banda sonora densa e ostinata: il senso di voragine
evocato dal suono grave e la forma stessa dello strumento – così simile ai
corpi formosi delle due donne del dipinto – richiamava ulteriormente e po-
tentemente il senso dell’incavo, dello spazio vuoto che accomuna la cassa
armonica, dove nasce il suono, al ventre, dove nasce la vita, e alla scena, do-
ve nasce l’opera.
11
P. Ruffini, Una lingua coreografica, in Anatomia della fiaba: Virgilio Sieni tra teatro e danza, a
cura di A. Nanni, Milano, Ubulibri, 2002, p. 148.
12
Romeo Castellucci, citato da Rodolfo Sacchettini in La tragedia del futuro, foglio di presen-
tazione del ciclo della Tragedia Endogonidia della Sociètas Raffaello Sanzio, s.l., s.d.
13
Anche attraverso le riflessioni di P. Florenskij nel suo saggio Le porte regali. Saggio sull’icona,
citato indirettamente nel titolo di uno spettacolo di Sieni, L’entrare nella porta senza nome
(1999).
162
toria, come verificando la propria possibilità di entrare in un rapporto di
sintonia e somiglianza con l’altro; la copia è la mimesi, è il diventare per un
attimo uguali ed è anche, come imitazione, il metodo pedagogico e di tra-
smissione messo in atto dalle varie discipline orientali e da tutte le tradizioni
orali. Sia la citazione che la copia non sono quindi fatti formalistici o estetici,
ma derivano da – e implicano – profondi moti emotivi e affettivi in relazione
alla forma.
Il progetto Visitazione ha come punto di partenza e come centro gravita-
zionale il rapporto della danza con la visione di un’opera pittorica. Nello
studio, in particolare, la relazione con il dipinto era centrale ed è stata svi-
luppata in modo esclusivo e radicale, senza aggiunta di elementi diversivi. In
ognuna delle tre “azioni coreografiche” era attuato un particolare approccio
all’immagine ispiratrice, come avvicinandosi da direzioni diverse allo stesso
punto, privilegiando prospettive molteplici. La prima parte prendeva le
mosse dalla citazione esatta dell’immagine di riferimento, per poi attraversa-
re 80 figure, variazioni o ritorni sulla stessa immagine, oltre a citazioni di al-
tre opere pittoriche, da Dürer a Pontormo a Piero della Francesca a Becca-
fumi. La dimensione indagata, facendo uso di citazione e copia, era soprat-
tutto quella dell’abbraccio, colto in una sospensione temporale e nei suoi
valori plastici, densamente corporei.
La seconda azione coreografica era descritta in questi termini nella pre-
sentazione: “nel rombo spaziale le donne agiscono polifonicamente”14. Qui
la visione era quasi un negativo rispetto alla parte precedente: al posto del
pieno corporeo-scultoreo dominava il vuoto di una forma spaziale ossessi-
va, il quadrato, che le danzatrici determinavano con le loro posizioni stati-
che, dalle quali si lanciavano messaggi attraverso una frenetica gesticolazio-
ne delle braccia e una complessa partitura vocale astratta. Il confronto con la
pittura portava la danza a nutrirsi di ciò che in essa allude al gesto e alla so-
norità: le mani tese nell’abbraccio e in uno spontaneo sforzo comunicativo, i
volti assorti e come in ascolto di un sussurro reciproco o di un sussulto dei
bambini nei due ventri.
La terza parte, detta “dolce lotta”, coglieva del dipinto il dinamismo for-
male e cromatico e l’aspetto ritmico: si trattava di una pura coreografia alta-
mente dinamica e dispiegata, fatta di ampi attraversamenti dello spazio, in-
contri e contatti e repentini allontanamenti, improvvisi cambiamenti di li-
vello spaziale. La complessa ritmica e oscillazione numerica che emerge a
un’attenta visione del dipinto – binaria, ternaria, quaternaria – era ripresa
nella coreografia anche attraverso le improvvise “espulsioni dallo spazio”,
che portavano alcune danzatrici a uscire dalla dinamica, restando al margi-
ne dello spazio, mentre in scena le linee di forza della coreografia si ricom-
ponevano secondo modelli formali e ritmici diversi.
14
V. Sieni, foglio di sala di Visitazione>primo studio, debuttato nel Complesso Museale di San-
ta Maria della Scala a Siena, 31 ottobre 2004.
163
Spazio, luogo, dimensione.
Il progetto nasce dalla necessità di indagare una dimensione rivolta alla dilata-
zione del tempo e dello spazio e sorprendersi del nulla, instaurando un forte
rapporto col luogo dell’evento15.
un luogo è una porzione di spazio sempre connessa a qualcuno che l’ha definita
come ‘posto’, la quale deve la sua configurazione a ‘tempi’ determinati, in parte,
da eventi naturali e, in parte, da vicende umane16.
Il mio spazio ideale è privo di ingombri [...]: è vuoto – afferma Sieni. Ciò che mi
interessa è prendermi cura del vuoto, non riempirlo, ma individuarne le coor-
dinate, scoprirne le energie, concentrarmi sulla sua ombra, un po’ come avviene
nella cerimonia del tè18.
15
V. Sieni, presentazione provvisoria di Visitazione (allora intitolata Visitazione>the present).
16
G. Pasqualotto, East&West, Venezia, Marsilio Editore, 2003, p. 203.
17
Così, ad esempio, nella concezione cinese tradizionale il Tao corrisponde al vuoto e, allo
stesso tempo, alla natura; da una prospettiva ulteriore il Tao definisce l’energia che circola nel
vuoto e nella natura insieme, e li agisce. Cfr. Lao Tzu, Tao Te Ching, Milano, Adelphi, 1973.
18
Virgilio Sieni in Anatomia della fiaba, a cura di A. Nanni, cit., p. 65.
164
Il concetto di luogo contiene, infatti, intrinsecamente, quello di evento,
che risolve il problema della rappresentazione e della finzione: ciò che av-
viene in un luogo, al fondo, è vero: si colloca in ogni caso nel fluire del tem-
po reale e non di quello fittizio della rappresentazione, anche se si tratta di
uno spettacolo. È una questione di prospettive, quindi, di scelta. Se lo spazio
è “vuoto” e richiama l’idea di “fare spazio”, cioè di svuotare, espellere – co-
me evidenziato da Heidegger 19 – il concetto di luogo si muove su una diret-
trice opposta e complementare, portando con sé il senso dell’“aver luogo”,
cioè del comparire, manifestarsi, incarnarsi. L’invisibile allora può avere
luogo nell’evento dell’opera – proprio quell’invisibile che appartiene intrin-
secamente al tema della Visitazione come presenza del sacro, nascosta nel
ventre della madre.
L’inizio del lavoro coreografico riguarda propriamente i corpi nello spa-
zio, finché non interviene l’insorgere del luogo specifico, dato dallo stratifi-
carsi delle esperienze, dalla presa di coscienza della prossimità reale tra i
danzatori, dall’aspirazione a far sì che la dimensione invisibile propria del
progetto abbia luogo. Col termine “dimensione” Sieni intende la profonda e
specifica qualità dell’opera proiettata nella sua compiutezza e autonomia
poetica. Nel percorso del lavoro la riflessione sulla dimensione dell’opera
viene tirata in ballo nel momento in cui è necessario convergere verso un
preciso orizzonte artistico, unitario e multilaterale, che custodisce un suo
preciso sentire e un suo segreto, segreto che l’arte può condividere e s/velare
senza violare.
La “dimensione visitazione” – quell’insieme di suggestioni evidenti ed e-
nigmatiche attive nel dipinto – si è imposta come obiettivo a partire dal mo-
mento in cui il materiale coreografico aveva già una sua consistenza: solo a
quel punto il coreografo ha cercato sempre più frequentemente di farla pre-
sente alle danzatrici, man mano che era necessario staccarsi dalla sicurezza
della precisione di esecuzione e quindi “andare verso la profondità”, rag-
giungere, attraverso l’alchimia di tutti gli elementi, la pregnanza poetica
dell’opera. Raggiungere la dimensione non implica un lavoro intenzionale o
volontaristico sull’emozione o sull’interiorità, come in certo teatro e teatro-
danza: si tratta invece di rendersi disponibili a recepire intimamente quanto
di sottile e ineffabile va insorgendo nell’opera attraverso il lavoro, in modo
in parte imprevedibile e autonomo dalle intenzioni.
19
Cfr. M. Heidegger, L’arte e lo spazio, Genova, Il Melangolo, 2000, pp. 27-29 (ed. or. Die Kunst
und der Raum, St. Gallen, Erker, 1969).
165
a quello dell’enigma20. L’interesse di Virgilio Sieni per i numeri risale ai suoi
primi lavori e non è mai venuto meno. Lo ritroviamo espresso nelle sue pa-
role:
La forma più complessa da gestire è il trio [...] C’è qualcosa che lega il tre
all’indefinito, all’indicibile, all’asimmetrico, alla caduta, a qualcosa che non si
può ricondurre a un insieme pacifico21.
20
Una data melodia, ovvero un sentimento espresso in un seguito temporale di suoni, rispon-
de a una certa proporzione di spazio. [...] Numero ed emozione sono le due facce di una stes-
sa medaglia (E. Zolla, Archetipi, Venezia, Marsilio, 1988, pp. 53-56).
21
Virgilio Sieni in Anatomia della fiaba, a cura di A. Nanni, cit., p. 36.
22
C. G. Jung, La sincronicità, Torino, Bollati Boringhieri, 2000, p. 55 (ed. or. Synchronizitat als
ein Prinzip akausaler Zusammenhänge, in Naturerklarung und Psyche, a cura di C. G. Jung –
W. Pauli, Zurich, Rascher, 1952).
166
trale nella poetica di Virgilio Sieni. Con questi termini non si intende la vo-
lontà di criptare determinati significati per renderli poco accessibili, quanto
di proteggere l’opera dai rischi di una significazione unilaterale; l’enigma è
evocato e incorporato nell’opera, durante il suo farsi, grazie al riconosci-
mento della prossimità della pratica artistica con zone liminari
dell’esperienza umana – zone al confine con l’impronunciabile, l’incom-
prensibile, l’irriducibile. La dimensione dell’enigma è già sempre presente
nell’opera, essendo intrinseca agli stessi elementi e strumenti di cui essa si
compone: “dobbiamo conoscere il nostro strumento artistico, il nostro cor-
po: è qualcosa che nasce invecchia muore. Questo mistero non possiamo
ignorarlo quando danziamo”23. Non è necessario introdurre l’enigma
nell’opera con trucchi intellettuali; esso è già lì, dove la presenza del danza-
tore non solo “afferma” ma anche interroga tutto ciò che ha, che è, che c’è
nell’evento dell’opera.
23
Appunti dal workshop coreografico tenuto da Virgilio Sieni presso lo Spazio Ring, Settigna-
no, Firenze, 26-5-2004.
167
riflessioni su luogo ed evento, possiamo anche dire con Heidegger che “le
cose stesse sono i luoghi e non solo appartengono a un luogo”24.
Da questo breve itinerario nel lavoro di Virgilio Sieni risulta evidente che
l’attività di costruzione e composizione dell’opera è un complesso e impre-
vedibile percorso tra orientamento e disorientamento lungo il crinale che
separa (e collega) l’intuizione improvvisa e il progetto meditato, il ricono-
scimento di ipotesi già formulate e l’abbandono del già noto in favore
dell’inaudito – il quale, mentre viene accolto, trasforma chi lo accoglie. La
struttura dell’opera attraversa varie fasi di costruzione e decostruzione,
nell’intento di superare la solidità delle intenzioni autoriali iniziali e destina-
re l’opera a una coerenza ulteriore e altra, all’insegna della fragilità e
dell’assoluta necessità artistica insieme. L’ispirazione, appena iniziato il la-
voro, è come sdoppiata in due luci o visioni: illuminazione iniziale da rea-
lizzare – e immancabilmente tradire – e bagliore lontano che, dal futuro ap-
prodo del compimento dell’opera, indica la direzione da seguire. Le vie per
svolgere questo percorso non sono semplici né lineari; ma per contro, ogni
deviazione o smarrimento arricchisce il tracciato di un cammino umano e
artistico. Si tratta di viandare e girovagare, con spirito pionieristico, in tutte
le direzioni possibili racchiuse nell’orizzonte dell’opera. Una cartografia di
questo territorio viene disegnata e ridisegnata attraverso il lavoro, nell’errare
della comunità degli artisti coinvolti e tutto questo si stratifica nello spessore
– in definitiva insondabile – dell’opera.
Qui vediamo riuniti in un’unica “formula” tutti gli elementi che abbiamo
indicato come fondamenti del processo artistico: danza, alchimia, energia
(forze), spazio, composizione, movimento, oralità. Questa specie di equa-
zione del processo coreografico mostra l’interdipendenza di tutti gli elemen-
ti in una prospettiva artistica, ma anche oltre-artistica, che potremmo defini-
re, con Sieni, alchemica e olistica, tesa indefinitamente verso la profondità
dell’esperienza, ma anche verso l’ampiezza nei riguardi dell’umano e delle
sue manifestazioni.
24
M. Heidegger, L’arte e lo spazio, cit., p. 33.
25
Virgilio Sieni in Anatomia della fiaba, a cura di A. Nanni, cit., pp. 35-36.
168
1. Pontormo, Visitazione, 1528-30.
3
4. Immagine tratta dal libretto Visitazione>Mother rhythm.
Katy Knoll
I DIALOGHI DI SASHA WALTZ.
UN CAMMINO DALLA PROSPETTIVA DEI DIALOGE.
1
Sasha Waltz in Y. Hardts, Sasha Waltz, L’Epos, Palermo, 2007, p. 30.
2
Formazione iniziata con le prime lezioni di danza nella città natale presso il laboratorio di
un’ex-allieva della danzatrice espressionista Mary Wigman, Waltraut Kornhaas, e proseguita
171
dall’inizio, visioni sulla danza e influssi stilistici differenti. Inoltre, la colla-
borazione nel 1986 e ’87 a New York con coreografi quali Lisa Kraus, Yoshi-
ko Chuma, Pooh Kaye, David Zambrano e Donald Fleming e la successiva
partecipazione al progetto La Plaque Tournante (1988-1992) di Mark Tom-
pkins e Jean Louis Badet pongono un ulteriore accento, nella prassi di lavo-
ro, sull’interazione tra generi espressivi e tecniche di danza eterogenei,
sull’uso dell’improvvisazione e sulla multiculturalità, che caratterizza le
compagnie di danza soprattutto a partire dagli anni Ottanta3 e il suo stesso
stile, segnato anche in seguito dall’interdisciplinarietà.
Arrivata a Berlino agli inizi degli anni Novanta, appena dopo la Riunifica-
zione, Sasha Waltz scopre nella città un luogo d’incontro e di dialogo tra
culture e discipline disomogenee, nonché un laboratorio aperto, caratteriz-
zato da un’atmosfera dinamica e di cambiamento. Con il suo bagaglio arti-
stico, fatto già di esperienze coreografiche 4, avvia a Berlino un percorso affi-
ne alla sperimentazione allora emergente nell’ambito della danza indipen-
dente: il movimento della Freie Tanzszene. Frutto, espressione e impulso di
una “scena di danza libera”, la prima serie d’incontri interdisciplinari Dialo-
ge, presentata nel 1993 al Künstlerhaus Bethanien Berlin, riceve immediata-
mente il riconoscimento del pubblico e della critica berlinesi.
La Freie Tanzszene, ormai affermata e altamente professionale, si è svilup-
pata tra la fine degli anni Settanta e gli inizi degli anni Novanta, dopo il teatro
indipendente5 e sulla scia dello storico Tanztheater, consolidatosi a partire
dagli anni Settanta. In particolare, all’avvento del Tanztheater corrisponde in
Germania un risveglio dell’interesse per la danza, e la sua “provocazione”
stimola una progressiva evoluzione e rinnovazione anche in ambito istitu-
zionale, all’interno dei teatri stabili tedeschi.
Più di trent’anni fa, a piedi nudi, prendevano posto alla direzione dei teatri co-
munali i protagonisti del Tanztheater tedesco, Hans Kresnik, Pina Bausch,
Gerhard Bohner, Susanne Linke e Reinhild Hoffmann. Conquistarono queste
istituzioni come spazi di rappresentazione per la loro arte e si formarono un
pubblico di danza proprio. Questa generazione di coreografi ha preparato il ter-
reno della danza per gli sviluppi successivi, che vide l’affermarsi, nei teatri te-
deschi comunali e statali, della scena pluralistica della danza contemporanea e
ad Amsterdam alla School of New Dance Development di Pauline de Groot, influenzata dalla
postmodern dance americana.
3
Sugli sviluppi della danza e della performance art statunitense degli anni Ottanta vedi S. Ba-
nes, Subversive Expectations. Performance Art and Paratheater in New York, 1976-85, Ann Ar-
bor, The University of Michigan Press, 1998; M. B. Siegel, The Tail of the Dragon. New Dance,
1976-1982, Durham-London, Duke University Press, 1991; S. Banes, Terpsichore in sneakers.
Post-Modern Dance, New England-Hanover-London, Wesleyan University Press, 1987, [Link].
Tersicore in scarpe da tennis. La postmodern dance, Macerata, Ephemeria, 1993.
4
Al suo arrivo a Berlino ha già coreografato Das Meer in mir (1985), Goldstaub (1986), How
come we go (1987), Schwarze Sirene (1988), Mon Amur O Chato (1989), Anna hat kein Heim-
weh mehr (1990), Morgen war sie sprachlos (1991), False Trap (1991).
5
Sul teatro indipendente in Germania, vedi R. Harjes, Handbuch zur Praxis des Freien Thea-
ters. Lebensraum durch Lebenstraum, Köln, DuMont, 1983.
172
addirittura il suo rinnovo estetico all’interno di queste istituzioni6.
6
B. Trouwborst, Spielräume in den Istituzionen, catalogo Tanzplattform Deutschland 2004,
pubblicato da tanzhaus nrw Düsseldorf, 2004, pp. 17-20. Sul Tanztheater vedi anche S. Schli-
cher, TanzTheater. Traditionen und Freiheiten, Hamburg, Rowohlt Taschenbuch Verlag
GmbH, 1987, trad. it. di P. Severi, L’avventura del Tanz Theater: storia, spettacoli, protagonisti,
Genova, Costa & Nolan, 1989; J. Schmidt, Tanztheater in Deutschland, Frankfurt am Main-
Berlin, Propyläen Verlag, 1992. Salvo dove diversamente indicato, le traduzioni dal tedesco e
dall’inglese sono di chi scrive.
7
La città vanta una subcultura fiorente: negli anni Novanta, vi si trovano circa 330 gruppi arti-
stici, tra cui una cinquantina tra compagnie e solisti di danza.
8
C. Feest - E. M. Hoerster - B. D. Schlüter - I. Pflug, Tanz made in Berlin. Choreografen und
Kompanien, Berlin, catalogo pubblicato da Tanzfabrik Berlin, Theater am Halleschen Ufer
Berlin e Akademie der Künste Berlin, 2002, p. 8.
173
performer e la provenienza dei danzatori da culture ed esperienze formative
e artistiche diverse sono fonte d’ispirazione. Spiega la Waltz:
Il mio lavoro è una messa in questione, una ricerca che nasce in una dimensione
di laboratorio. […] Il collegamento con altre culture è un aspetto importante
del mio lavoro, già presente nella composizione della compagnia, formata da
diverse etnie. Diverse culture significano prima di tutto diverse danze e questo
è già di per sé una ricchezza9.
Non esistono protagonisti da noi. Gli spettacoli vengono creati insieme. […]
Credo che nel mio gruppo si trovino caratteri molto forti. Quando qualcuno ha
un’ambizione artistica forte può anche realizzarla. Può creare il suo proprio
spettacolo, trovare il suo proprio linguaggio e definirlo. Questo è lo spazio che
voglio dare. Non è importante se faccio io lo spettacolo o uno dei miei danzato-
ri, perché quello che conta è il collettivo che trova aspetti e soluzioni estetiche
differenti. Non ho quindi niente contro i danzatori con una forte potenzialità ar-
tistica. Al contrario, loro mi sfidano, mi danno motivazione e mi stimolano ad
affrontare i problemi che nascono dal confronto10.
Questi scambi sono molto importanti e richiedono molto tempo, libertà opera-
tiva e decisionale. È essenziale sentire cosa succede tra i singoli danzatori, indi-
9
Sasha Waltz in A. d’Adamo, Il corpo che scrive il presente, in Etinforma, catalogo del Festival
d’autunno. Percorsi internazionali, Roma, ottobre 2001 p. 88.
10
Sasha Waltz in [Link]., Kulturverschwörung– Kulturinstitutionen auf dem Prüfstand für die
Zukunft, Frankfurt am Main, Suhrkamp Verlag, 2002, pp.176-177.
11
Sasha Waltz in Y. Hardts, Sasha Waltz, cit., p. 13.
174
pendentemente da un tema particolare. È proprio la mia compagnia il fulcro
della creatività12.
12
Sasha Waltz in M. Schlagenwerth, Zusammen kochen und im Garten essen. Vom neuen Le-
ben der Tanzcompagnie Sasha Waltz & Guests, “Berliner Zeitung”, 27 novembre 2004, p. 35.
13
M. De Marinis, Il nuovo teatro, 1947-1970 (1987), Milano, R.C.S. Libri & Grandi Opere S.p.A.,
1995, p. 55.
14
Vedi S. Banes, Democracy’s Body. Judson Dance Theater, 1962-1964, Durham-London, Duke
University Press, 1993 e M. Hupp Ramsay, The Grand Union (1970-1976). An Improvisational
Performance Group, New York-San Francisco-Bern-Frankfurt am Main-Paris-London, Peter
Lang, 1991.
15
S. Banes, Tersicore in scarpe da tennis, cit., p. 208.
16
M. Haerdter, Geschichten vom alltäglichen Körper, in Sasha Waltz. Dialoge, programma dal
Künstlerhaus Bethanien Berlin, 1993, in occasione del progetto Dialoge (compresivo di 5 esibi-
zioni: 30 gennaio, 27 febbraio, 06/13/27 marzo 1993), 1993.
175
nella libertà e nella logica interna del momento”17. I performer sono liberi di
provare e di rischiare, ma anche di fallire, e si trovano dinnanzi una moltitu-
dine di scelte specifiche che spingono, ognuna, la forma della rappresenta-
zione in una determinata direzione. Al tempo stesso, l’azione collettiva è
controllata da una propria legge, che prevede principalmente tre livelli di
organizzazione: il codice del movimento, presupposto dell’improvvisazione
di gruppo, decodificabile solamente dai partecipanti che ne sono a cono-
scenza; le strutture coreografiche, che si attualizzano permanentemente du-
rante l’improvvisazione e che di volta in volta ridefiniscono i margini della
scena; il quadro complessivo della performance, percepito nel suo insieme
dallo spettatore. Questi piani strutturali sono difficilmente differenziabili
singolarmente e s’intrecciano, passando l’uno nell’altro 18; i punti chiave che
li attraversano complessivamente sono la contaminazione culturale ed arti-
stica, il dialogo tra danza ed architettura e il rapporto tra performer e pub-
blico.
Creare con la coscienza e la consapevolezza della propria storia e tradi-
zione artistica, senza ripeterle, è più problematico per la danza, che rara-
mente tramanda opere-manifesto rispetto ad altre forme d’arte. Sasha Waltz,
come annota la critica tedesca Katrin Bettina Müller, con la serie Dialoge
trova una risposta a questo dilemma proprio a partire dall’incontro di dan-
zatori e coreografi dagli stili, concetti e orizzonti temporali differenti19. In
Dialoge 04 – St. Elisabeth I-IV (2004), ad esempio, partecipano oltre Sasha
Waltz e i danzatori della sua compagnia, giovani danzatori-coreografi della
Freie Tanzszene locale e ospiti internazionali20. Nella chiesa di St. Elisabeth
di Berlino, Sasha Waltz si confronta, in particolare, con la coreografa Susan-
ne Linke, esponente di spicco del Tanztheater. In Dialoge I
l’improvvisazione sembra faticare ad acquisire scioltezza e i diversi stili e-
spressivi rendono l’impatto piuttosto problematico, tanto da non produrre
esiti convincenti. Alcuni danzatori interagiscono attraverso la contact impro-
visation, mentre Susanne Linke, con i suoi movimenti e le sue linee chiare e
geometriche, rimane per lo più isolata. Con l’incontro successivo, Dialoge
II, la situazione cambia. Non si percepisce più la frenesia e il peso
17
G. Wittmann, verbale della trasmissione radio DLF Kultur Heute, NDR Hamburg, 24 agosto
2004, conservato presso l’Archivio della Schaubühne am Lehniner Platz, Berlin.
18
Cfr. F. Lampert, Kommunikation in der Gruppenimprovisation, in [Link].
[Link]. Jahrbuch Tanzforschung 13, a cura di A. Klinge e M. Leeker, Mün-
ster, LIT Verlag, 2003.
19
K. B. Müller, Götter aus Schlamm, “Die Tageszeitung”, 24 agosto 2004, p. 26.
20
Tra gli ospiti ci sono i danzatori-coreografi Simone Forti (USA), Susanne Linke (Germania),
John Jasperse (USA), David Zambrano (Venezuela), Frans Poelstra (Paesi Bassi), Meg Stuart
(USA), Benoît Lachambre (Canada), Christopher Roman (Germania), Andréya Ouamba (Se-
negal), Yasmeen Godder (Germania), Takako Suzuki (Giappone, Germania); i musicisti Rein-
hold Friedl (pianoforte), Anton Lukoszevieze (violoncello), Maurice de Martin (percussioni)
e Melvyn Poore (tuba) dell’ensemble berlinese zeitkratzer, Franz Hautzinger (tromba) da
Vienna, Jonathan Bepler (elettronics) e Hahn Rowe (DJ) da New York, la cantante giappone-
se Hanayo e gli artisti visivi Sung-Uk Bradden Hwang (Berlino), Thora Sólveig Bergsteinsdóttir
(Reykjavik/Amsterdam) ed Erwin van der Werve (Amsterdam).
176
dell’importanza individuale come nel primo incontro. C’è più disponibilità
al dialogo, più sensibilità verso il gruppo e la creazione collettiva, cosicchè
l’agire contiguo, addensandosi, diviene azione condivisa.
Durante il terzo dialogo, Dialoge III, lo statunitense John Jasperse, forma-
tosi alla danza post-moderna newyorchese, incontra Andréya Ouamba, e-
sponenente della danza contemporanea senegalese e africana. Si nota im-
mediatamente il contrasto tra le personalità, le origini e i percorsi individua-
li, ma la tensione stimola i due artisti, la loro curiosità di sperimentare e di
scoprire l’altro, lo sconosciuto. I due danzatori si avvicinano in confronti fi-
sici diretti attraverso la contact improvisation, oppure creano assoli paralleli
dai quali emerge la loro cifra artistica: Jasperse con movimenti lenti e geo-
metrici, tendenzialmente contratti e minimalisti, Ouamba con movimenti
rapidi più ampi e morbidi. Jasperse e Ouamba si espongono e rischiano, a-
scoltandosi sempre senza sopraffarsi, creando un vocabolario coreografico
e linguistico originale, marcato da un inaspettato equilibrio tra forze contra-
stanti. La loro performance trasmette allo spettatore, in modo trasparente e
sincero, l’essenza e il senso del progetto Dialoge ricercati da Sasha Waltz:
Per quanto riguarda i Dialoge, la cosa più importante è quella di sperimentare
forme coreografiche e mondi musicali tra loro differenti. Non miro ad
un’estetica o a un contenuto circoscritti, ma alla maggior libertà artistica possi-
bile. Azioni contrastanti devono poter esistere l’una accanto all’altra e artisti
che non s’incontrano normalmente devono potersi confrontare. Più distanti so-
no le idee artistiche, più facilitato è il dialogo tra gli artisti e più si allarga lo
sguardo dello spettatore21.
Sin dagli esordi della serie Dialoge (1993) al Künstlerhaus Bethanien Ber-
lin, Sasha Waltz sperimenta il confronto e lo scontro con la materialità di
oggetti quotidiani, con le azioni dei musicisti e con opere di artisti visivi pre-
senti in scena assieme ai danzatori22. Nel primo dei cinque Showings succes-
sivi, Sasha Waltz, Frans Poelstra (danza), Tristan Honsinger (violoncello) e
Barbara Steppe (scenografia) cercano reciproche resistenze, piuttosto che
sostegno o appoggio. Motore dell’azione è la frizione; il fulcro è l’impulso:
lo stimolo all’azione deriva a volte dal violoncellista Honsinger, a volte dalla
danza provocante e impulsiva della Waltz, a volte da Poelstra, che contrap-
pone alle eruzioni virtuose della Waltz movimenti che rifiutano ogni stile di
danza e che trattano invece il lessico coreografico come un linguaggio stra-
niero. Contemporaneamente, c’è il confronto con gli oggetti presenti in sce-
na. Su una tavola appesa a delle carrucole e che dondola lentamente nello
spazio, Sasha Waltz posa e sposta sempre più velocemente alcune bottiglie,
21
Sasha Waltz, dal foglio di sala di Dialoge 04 – St. Elisabeth I-IV, 21/22 e 28/29 agosto 2004,
Berlino.
22
A Dialoge (1993) partecipano i danzatori Frans Poelstra (Paesi Bassi), Nasser Martin-Gousset
(Francia), Takako Suzuki (Giappone), Kitt Johnson (Danimarca), Carme Renalias (Spagna) e
David Zambrano (Venezuela); i musicisti Tristan Honsinger (USA), Sibylle Pomorin (Germa-
nia), David Moss (USA), Sven Åke Johansson (Svezia), Dietmar Diesner (Germania), Peter
Hollinger Germania e l’artista visiva Barbara Steppe (Germania).
177
finché diventa impossibile distinguere azioni che accelerano da azioni che
frenano il movimento pendolare, dove l’energia parte o viene interrotta. Nel
secondo Showing, Sasha Waltz, Nasser Martin-Gousset e Takako Suzuki, as-
sieme ad un coro di bambini diretto da Sibylle Pomorin, s’incontrano e si
scontrano in uno spazio della vita di ogni giorno come la cucina, luogo della
comunicazione, del lavoro e della ricreazione quotidiana. Quando il coro
dei bambini entra in scena si offre un ulteriore contributo all’immagi-
nazione:
23
K. B. Müller, Die Küche als kreativer Ort, in Sasha Waltz. Dialoge, cit.
24
All’evento partecipa inoltre il batterista Peter Hollinger.
25
K. B. Müller, Zweikampf, in Sasha Waltz. Dialoge, cit.
26
S. Banes, Writing Dancing in the Age of Postmodernism, New England-Hanover-London,
Wesleyan University Press, 1994, p. 297.
27
S. Schlicher, L’avventura del TanzTheater, cit., p. 197.
178
Nel lavoro di Sasha Waltz, la danza del corpo non perde, tuttavia, la sua
centralità ed è anzi il medium per “mettere in coreografia una visione del
mondo, opera di un corpo pensante, memore, desiderante, combattivo, o-
pera autonoma da sudditanza ad altre discipline, ma sensibile e contigua a
tutte”28. Dal punto di vista della metodologia e del lavoro creativo con la sua
compagnia, Sasha Waltz riprende i principi e le tecniche della new dance,
che rappresenta soprattutto una nuova direzione dell’insegnamento, grazie
al connubio con metodi che riguardano il lavoro sulla coscienza del corpo,
privilegiando l’apprendimento attraverso la percezione e l’immaginazione,
piuttosto che l’imitazione29. La danza, più che orientarsi a norme esterne e
stilizzate di tecniche prestabilite o di ideali corporei, vuole compiere
un’esplorazione e un’elaborazione soggettivo-creativa del potenziale e del
materiale del movimento. Le stesse coreografie trovano in tal modo la loro
“origine organica”30, data dall’energia dei corpi, dalle forze reali che li sup-
portano e guidano, dal loro peso e dalla loro esperienza nella relazione degli
uni con gli altri, che si manifesta maggiormente nel corso dell’improv-
visazione 31.
All’origine del processo creativo, di fatti, il campo sperimentale è soprat-
tutto il corpo umano con il suo potenziale cinetico ed espressivo, la sua af-
fermazione nello spazio e in rapporto all’ambiente sociale in cui l’individuo
si trova ad agire 32. Il movimento guida anche l’esplorazione degli spazi sce-
28
E. Vaccarino, citata in Drammaturgia della danza. Percorsi coreografici del secondo Novecento,
a cura di A. Pontremoli, Milano, Euresis Edizioni, 1997, p. 27.
29
La new dance è considerata come l’evoluzione e la sintesi di varie tecniche e
dell’improvvisazione, dove trovano ampio spazio altri elementi, tra i quali il teatrodanza e te-
rapie del corpo come la tecnica Alexander, la tecnica Feldenkrais, il Release e tecniche diverse
che possono essere ricondotte al Body-Awareness-Work. A differenza della danza post-
modern, dove gli spettacoli spesso non avevano un contenuto e dove il linguaggio stesso della
danza costituiva l’oggetto di una ricerca astratta sul movimento, nella new dance ritorna la
possibilità di usare del materiale personale connesso al mondo reale. Vedi T. Kaltenbrunner,
Contact-Improvisation: Moving, Dancing, Interaction, Oxford, Meyer & Meyer Sport, 20042, p.
19.
30
Cfr. F. Pedroni (a cura di), Identità e memoria. La generazione di mezzo, Reggio Emilia, I Te-
atri di Reggio Emilia, 2007, p. 39.
31
“L’improvvisazione, praticata come metodo esplorativo durante il training e come creazione
istantanea sul palcoscenico, punta sull’ampliamento del potenziale creativo, tenendo conto e
riflettendo sui processi individuali e cercando di rompere abitudini e schemi di movimento
preesistenti. […] Con lo scambio di percezioni, che avviene con un’attenzione rispettosa ver-
so se stessi e gli altri, si sollecita la formazione di riferimenti sociali all’interno del gruppo. Di
conseguenza si trasforma anche il ruolo dell’insegnante, dell’allievo, del coreografo, e
l’interazione tra insegnante e allievo. Si arriva ad un ampliamento e soprattutto ad una visione
soggettiva delle possibilità espressive e artistiche, attraverso l’accettazione delle differenze e la
trasgressione di confini e generi artistici, la ricerca di un linguaggio della danza individuale e
personale, l’integrazione di tipi elementari del movimento e della cinetica quotidiana” (C.
Fleischle-Braun, Der moderne Tanz. Geschichte und Vermittlungskonzepte, Butzbach, AFRA
Verlag, 2001, pp. 143-144).
32
La danza va infatti interpretata come “essenzialmente arte del corpo […].Un corpo da in-
tendersi nella duplice valenza del tedesco ‘Leib’, corporeità vissuta dall’espressività intrinseca,
e ‘Körper’, il corpo-oggetto, corpo fra i corpi, cosa fra le cose”. V. Melchiorre, citato in Dram-
maturgia della danza, a cura di A. Pontremoli, cit., p. 34.
179
nici, tradizionali e non, sfidando una ridefinizione di luoghi fisici e rappre-
sentativi.
“L’architettura si rivela […] una matrice che costituisce la cornice per la
comprensione del corpo”33. Il dialogo con l’architettura dello spazio è infatti
una costante nel percorso artistico di Sasha Waltz e collega tra loro i diversi
filoni di ricerca e le fasi creative, rappresentando spesso anche il punto di
partenza del processo coreografico e un elemento determinante per la co-
struzione drammaturgica. L’architettura dello spazio è considerata un lin-
guaggio in sé, con un proprio valore immaginario, che interagisce con il
movimento dei danzatori, in quanto “evento già essa stessa, vuoto configura-
to e mutevolmente intessuto di relazioni fra le parti, che aspetta di essere a-
nimato di presenze e assenze”34. I rapporti interpersonali sono pertanto
strettamente legati ai luoghi dove avvengono e gli spazi possono condiziona-
re i movimenti in un’esperienza di reciprocità che mostra il legame intriseco
tra l’espressione umana e la forma architettonica.
In quanto parte costitutiva della ‘scena’, gli edifici presentano dinamiche inte-
rattive comparabili con quelle degli individui in carne ed ossa: come questi
possono mostrare discrezione o invadenza, trasmettere un senso di ospitalità o
di fastidio, di partecipazione o di indifferenza, rispondere a un ordine astratto o
alle regole del dialogo, essere muti o affabulanti, scostanti o cortesi, costituire
un’insieme di entità inconciliate o dar vita a sintesi armoniche, a espressioni
corali, ad associazioni con apertura di senso e così via, in un campionario di at-
teggiamenti e di possibilità espressive che non è meno ampio e variegato di
quello che ognuno di noi si costruisce frequentando l’umano consesso35.
non c’è creazione […] che non riflette la realtà architettonica; ovvero,
l’interprete porta con sé nell’atto creativo, anche al livello della cinesfera laba-
niana, i germi di una spazialità quotidiana che, consciamente o no, ne segnano
l’azione artistica. Influenzata dallo spazio, la danza però reagisce, intervenendo
materialmente e simbolicamente su di esso, ricongiungendo quindi, dal punto
di vista della percezione, spazio creato dall’artista e spazio dato in un’unica vi-
sione36.
Tra i lavori di Sasha Waltz che nascono dal dialogo con uno spazio archi-
tettonico sono emblematici Dialoge ‘99/I (nelle Sophiensæle di Berlino) e
Dialoge ‘99/II (nello Jüdisches Museum Berlin), che rappresentano due tap-
pe preparatorie (e tuttavia autonome) del processo creativo dello spettacolo
33
K. B. Müller, Die Lesarten des Körpers. Die Choreografin Sasha Waltz, in 40 Jahre Schaubühne
am Lehniner Platz, a cura di H. Müller – J. Schitthelm, Berlin, Theater der Zeit, 2002, p. 15.
34
G. Consonni, Teatro corpo architettura, Roma-Bari, Laterza, 1998, p. 83.
35
Ivi, p. 21.
36
R. Mazzaglia, Danza e Architettura: lo spazio come luogo di danza. Note a margine del conve-
gno, “Scena<e>”, anno IV, nn. 7-8, 2002, p. 138.
180
Körper. Le Sophiensæle, inaugurate nel 1905, godono soprattutto di un fasci-
no derivante dal loro ambiente storico e fatiscente e dalla suggestiva atmo-
sfera decadente.
Qui, in Dialoge 99/I, i danzatori, pressoché nudi con addosso solo degli
slip color pelle, sondano allo stesso modo lo spazio e il corpo umano. Fon-
damentale è il contatto fisico. I corpi dei danzatori, disposti a strati come le-
gno da ardere o annodati e intrecciati come delle corde, creano delle scultu-
re viventi, si trasformano in un unico corpo dando l’impressione di una “fisi-
cità compatta”38, una massa di corpi dove l’individuo svanisce e si riduce alla
sua essenza: un corpo, esaminato nella sua materialità, fin quasi al marto-
riamento; un corpo, trascinato, strofinato, contorto, appeso e infine esposto
dietro i vetri illuminati della sala come un oggetto di consumo. La Waltz
spinge la sperimentazione in questo laboratorio fino allo scontro diretto e
fisico tra danzatori e struttura architettonica, esponendo la fragilità e la de-
costruttività umana.
Con Dialoge 99/II è inaugurato il museo ebraico di Berlino, progettato
dall’architetto decostruttivista Daniel Libeskind. L’edificio è caratterizzato
da una struttura nuda e lineare, con poche finestre che si aprono come ferite
sui muri di cemento, tagli simbolici che denotano le rotture nella storia e la
perdita di ciò che non è più restituibile, ovvero le vite umane. Piuttosto che
rappresentare o raffigurare l’“assenza”, Libeskind ha infatti cercato di mate-
rializzarla, di renderla percepibile attraverso un’architettura spigolosa e di-
scontinua, espressiva e irrequieta, uno spazio vuoto ma denso di messaggi in
pietra. Nella danza, il luogo e la sua atmosfera ispirano ai singoli interpreti
movimenti ed azioni e guidano l’itinerario e l’energia dell’intero gruppo. Tra
i corpi dei danzatori e il corpo che avvolge tutti e tutto, ovvero la struttura
architettonica, si sviluppa una sorta di conversazione: “I corpi umani in mo-
vimento si mettono intensamente in dialogo con l’edificio, ricalcando in
questo modo la dinamica dell’architettura”39.
Il lavoro creativo nel museo ebraico, della durata di sei settimane, è stato
un’esperienza estrema per la coreografa e i suoi collaboratori che, indagan-
do questo spazio attraverso il corpo, si sono confrontati inevitabilmente con
le immagini dell’olocausto: corpi che escono dalle profondità oscure dello
spazio silenziosamente come ombre, come fantasmi; corpi che cercano so-
stegno, oscillano, cadono pesanti a terra; mani e spalle che misurano degli
interstizi vuoti come strette fessure e passaggi.
37
Sasha Waltz, dal foglio di sala di Dialoge ’99, sophiensæle Berlin, 21-24 maggio 1999.
38
S. Luzina, Komm und spiel mit mir. Trip in Seelenwelten: ‘Dialoge ’99’, Sasha Waltz’ Abschie-
dsarbeit in den Berliner Sophiensælen, “Der Tagesspiegel”, 16672, 23 aprile 1999, p. 24.
39
Sasha Waltz, dal foglio di sala di Dialoge ’99/II, Jüdisches Museum Berlin, 11-13 giugno 1999.
181
I due progetti Dialoge 99/I e 99/II si sono successivamente riversati nello
spettacolo Körper, realizzato nell’abside svuotata e spoglia della Schaubühne
am Lehniner Platz Berlin. In quest’occasione, Sasha Waltz ha esplicitato la
sua ricerca rispetto al luogo di rappresentazione:
Volevo rendere visibile lo spazio e misurarlo attraverso il corpo. Volevo mo-
strarlo nella sua purezza, spogliato fino alla sua essenza materiale, cemento, ac-
ciaio, legno, e metterlo in contrasto con i corpi nudi. È molto simile al mio
progetto nel museo ebraico, là ho seguito lo stesso andamento, dal contesto
spaziale ho ricavato i contenuti40.
Nel progetto 17-25/4 [Dialoge 2001], lavoro che fa parte del processo crea-
tivo dello spettacolo noBody (2002), la coreografa si confronta oltre che con
l’architettura interna dell’edificio della Schaubühne anche con i suoi spazi
esterni, un complesso progettato nel 1928 dall’architetto del Bauhaus Erich
Mendelssohn e registrato appunto con il codice 17-25/4 negli archivi catasta-
li della città di Berlino. Per la prima volta, la Waltz esce con i suoi danzatori
dai luoghi di rappresentazione chiusi e cerca il dialogo con uno spazio pub-
blico. I danzatori si esibiscono sui tetti degli edifici, sui parcheggi, in mezzo
alla strada, compaiano e scompaiano dietro muri e vetrate, si arrampicano
sugli alberi. Fuori, nello spazio urbano, le frontiere tra realtà e finzione sva-
niscono: danzatori, spettatori e passanti si confondono, diventando un uni-
co corpo in movimento. Gli spazi metropolitani, spesso semplici luoghi di
passaggio di gente frettolosa, ritornano a essere abitati, diventano luoghi di
incontro, riacquistando la loro poesia intrinseca41. Riportare alla luce la bel-
lezza delle cose e dei luoghi dimenticati nella quotidianità è sempre stato,
d’altro canto, un obiettivo primario di Sasha Waltz:
Nel dialogo con l’architettura degli spazi, inoltre, Sasha Waltz mette spes-
so in discussione il rapporto tra performer e pubblico, opponendosi a quel-
lo tradizionale e cercando modi di fruizione originali. Nelle improvvisazio-
ni collettive della serie Dialoge, il pubblico è spesso sistemato in cerchio at-
40
Sasha Waltz, citata in S. Luzina - R. Schaper, Tauen Sie auf, Sasha Waltz?, “Der Tagesspie-
gel”, 17047, 10 maggio 2000, p. 26.
41
Già a partire dagli anni Sessanta il teatro si era spostato in cerca di spazi di rappresentazione
non convenzionali e di un contatto diverso con lo spettatore, nelle strade e piazze delle città
e dei villaggi. Lo stesso avviene in danza e fa parte di un fenomeno diffuso e noto, in partico-
lare, sotto il nome di danza urbana. Cfr. R. Mazzaglia, Danza e Architettura, cit.
42
Sasha Waltz in P. Stöckemann, Für mich kann alles schön sein. Ein Gespräch mit Sasha Waltz,
“Tanzdrama”, n. 26, 1994, p. 7.
182
torno allo spazio performativo e la fruizione risulta pertanto più democrati-
ca, personale e liberamente creativa. Quando i danzatori e gli attori non so-
no in scena, si siedono accanto agli spettatori, cosicché tutta l’atmosfera è al-
quanto informale e familiare, favorendo la sensazione degli spettatori di es-
sere partecipi dell’evento e di condividere l’esperienza dell’atto creativo. At-
traverso i performer, che dimostrano come ogni decisione individuale con-
tribuisca alla forza collettiva del gruppo e come ogni iniziativa del singolo
possa essere contrastata o trasformata, lo spettatore è stimolato a collaborare
alla performance, leggendola e interpretandola individualmente, come era
già stato tentato dai primi happening e poi a più riprese riproposto dalla spe-
rimentazione teatrale e di danza 43. E come negli originari happening, oltre
all’immersione dello spettatore nello spettacolo che elimina l’esistenza di un
punto di vista unico, la coreografa adotta nei Dialoge “il montaggio alogico
di più elementi (eventi, suoni, oggetti), eterogenei fra loro, nella successione
e nella simultaneità”44. In Dialoge si ripresentano, dunque, la ricezione diffe-
renziata e parziale, la iperstimolazione sensoriale, l’indicazione al pubblico
di spostarsi seguendo itinerari prestabiliti, arrivando in alcuni casi al rove-
sciamento delle parti tra performer e spettatori, perseguito persino con mag-
gior evidenza nella sua installazione coreografica insideout (2003)45.
I Dialoge, infine, non rappresentano solo dei momenti performativi e di
sperimentazione in sé, ma – come già accennato – sono parte del sottotesto
creativo che ha alimentato delle coreografie, sono l’espressione evidente di
una maniera di fare arte che prescinde i confini del singolo prodotto spetta-
colare. Il contributo dei Dialoge si innesta, inoltre, in un modo di concepire
e di elaborare concretamente gli spettacoli che è rimasto, negli anni, sostan-
zialmente invariato nel corso del percorso coreografico di Sasha Waltz. In
generale, il processo creativo si svolge durante un lungo arco di tempo e, pur
nelle evidenti differenze da lavoro a lavoro, segue solitamente tre fasi distin-
te: la research o ricerca sul campo, il periodo delle improvvisazioni con i
danzatori e il montaggio dello spettacolo. A queste si aggiunge
l’elaborazione successiva alla prima rappresentazione, prassi consueta della
coreografa, che ama vedere maturare lo spettacolo rappresentandolo 46.
43
“In effetti, la simultaneità degli eventi, combinata con la divisione degli spazi, metteva il
pubblico in una situazione completamente nuova: non davanti a uno spettacolo ma dentro
di esso; di più: non davanti a un solo spettacolo (a cui assistere), ma dentro a più spettacoli o,
meglio, a più eventi, ai quali partecipare (parzialmente).” M. De Marinis, Il nuovo teatro, cit., p.
53.
44
Ivi, p. 54.
45
Concepito esplicitamente come dialogo tra danza e spazio architettonico, insideout si pre-
senta come sistema aperto e interattivo, labirinto di luoghi diversi, di spazi interni (stanze, ve-
trine, scatole) ed esterni (scale, piazze e terrazze), che gli spettatori perlustrano liberamente,
muovendosi tra azioni fisiche, suoni e immagini simultanee. Moduli di danza autonomi, creati
precedentemente dalla coreografa, vengono così a congiungersi solamente nella fruizione,
cioè nei movimenti di contemplazione individuali e incontrollabili degli spettatori.
46
“Sasha Waltz ama i tempi lunghi e quando si parla del suo lavoro, il termine ‘ricerca’ è da
intendere in senso letterale. Osservando il suo cammino, infatti, ci si trova di fronte a
un’artista che dedica moltissimo tempo alla creazione e che attraverso gli spettacoli mostra al
pubblico gli esiti, sempre compiuti e rigorosi anche quando temporanei, di percorsi di ricerca
183
Nella fase della research la coreografa si prepara mentalmente, raccoglie il
materiale (interviste, immagini, testi, fotografie, schizzi) cercando di essere
più aperta possibile rispetto alla forma e allo stile. Per 17-25/4 [Dialoge
2001], progetto che precede e prepara lo spettacolo noBody (2002), Sasha
Waltz studia per varie settimane il terreno che circonda l’edificio della
Schaubühne am Lehniner Platz Berlin, realizza delle foto e disegni e infine
elabora una mappa dei luoghi d’azione che le avevano ispirato delle idee per
il movimento. La ricerca di materiale empirico e autentico, ricavato diretta-
mente sul luogo della futura messa in scena, oppure dai soggetti coinvolti
nella creazione, è importantissimo per la Waltz e ricorre in tutta la sua pro-
duzione artistica. Anche un azzardato connubio tra tesi scientifica e crea-
zione artistica è, per lei, estremamente stimolante: “Questo dialogo è utile
sia per la teoria, sia per il teatro o la danza, viste le nuove forme che riesce a
produrre”47. La fase successiva del processo creativo ha una durata variabile
di diversi mesi e prevede il lavoro collettivo delle improvvisazioni con i dan-
zatori, durante il quale viene elaborato e modellato il materiale coreografi-
co. Spesso è preceduto da periodi di ricerca che durano dalle 3 alle 8 setti-
mane, dove le improvvisazioni possono prendere la forma di progetti con-
creti o di work-in-progress, che seguono sempre strutture specifiche definite,
riprese in parte nello spettacolo vero e proprio 48. La terza fase del processo
consiste nel montaggio dello spettacolo e avviene solitamente nelle ultime
due settimane prima della messa in scena. L’assemblaggio dei singoli quadri,
preparato idealmente dalla coreografa, acquisisce la sua forma concreta so-
lamente nel lavoro insieme all’ensemble. L’organizzazione del materiale co-
reografico, ottenuto dalle improvvisazioni, attraversa numerose trasforma-
zioni – mantenendo e inseguendo, come unica costante, l’umore o la sensa-
zione di base – e si modifica dopo la prima messa in scena al susseguirsi del-
le rappresentazioni.
Voglio una compagnia che possa crescere in comune. […] Gli spettacoli non
sono mai uguali alla prima e dopo dieci rappresentazioni. È come avere un
bambino che nasce e poi cresce. Sono convinta che noi tutti comprendiamo il
lavoro soltanto rappresentandolo49.
che spesso debordano oltre la costrizione temporale della singola performance” (A. d’Adamo,
Il corpo che scrive il presente, cit., p. 84).
47
Sasha Waltz, citata in [Link]., Kulturverschwörung, cit., pp.173.
48
Intervista telefonica dell’autrice con Bärbel Hielscher, Sasha Waltz & Guests, 19 dicembre
2005.
49
Sasha Waltz, citata in H. G. Bögner, Tanzgespräche. Zeitgenössischer Tanz im Dialog, a cura di
Deutsches Tanzarchiv Köln - SK Stiftung Kultur, Köln, M7 Verlag KBE Kiosk-Buch-Event
GmbH, 2000, p. 145.
184
dell’esperienza dei Dialoge, individuiamo nella sperimentazione e nel dialo-
go gli ingredienti fondamentali del suo processo creativo, che non si ancora
a temi specifici, muovendosi lontano da pregiudizi estetici in una ricerca
pluridirezionale, contrassegnata dalla sperimentazione di stili e forme rap-
presentative differenti. In ogni sua creazione, Sasha Waltz esplora infatti
nuove questioni e trasgredisce le soluzioni precedenti con l’intenzione di
generare, ad ogni singolo spettacolo, una trasformazione estetica e formale
specifica:
Confrontandomi con una tematica nel suo complesso cerco ogni volta di creare
situazioni originali, cosicché devo trovare permanentemente soluzioni innova-
tive. Questo è lo spirito di base del mio lavoro: il tentativo di costringermi a
prendere ogni volta decisioni inedite, trovando in questo modo un linguaggio
nuovo50.
50
Sasha Waltz, citata in H. Ploebst, Über Treppen durch Türen in Tanzräume, “Bühne”, n. 9,
2003, p.V.
51
Per esempio, nell’opinione di Janine Schulze: “Sasha Waltz fa parte di una nuova genera-
zione di coreografi che si può definire come Post-Tanztheater e nella quale troviamo sia la
continuazione di caratteristiche del teatrodanza già esistenti, sia sviluppi e sperimentazioni
originali. Evidente è il legame con il Tanztheater nell’assunzione delle sue pratiche della messa
in scena, come, per esempio, il montaggio di singole scene in un unicum, rinunciando alla se-
quenza narrativa. Inoltre si ripresentano l’integrazione di linguaggi e di tecniche espressive
diverse; la dominanza della tecnica espressiva della “Verfremdung” (“straniamento”), caratte-
ristiche del vocabolario coreografico come l’uso di una gestualità quotidiana che imita la vita
sociale; la corrispondenza nella scelta dei temi” (J. Schulze, Dancing Bodies/Dancing Gender.
Tanz im [Link] aus der Perspektive der Gender-Theorie, Dortmund, Edition Eber-
sbach, 1999, p. 111).
52
Cfr. Y. Hardt, Sasha Waltz, cit., p. 30.
185
Mi sono sempre orientata alla danza postmoderna cercando di sperimentare il
corpo in modo astratto. Questo è stato il mio studio, quello che mi affascinava,
il motivo per il quale ho iniziato a danzare. Tutto il mio percorso era princi-
palmente indirizzato verso la riscoperta, la ridefinizione del corpo e non verso
il teatro. […] All’inizio non c’è un tema psicologico, una trama narrativa tra-
dotta in movimento, ma si elabora una storia attraverso il corpo53.
53
Sasha Waltz in J. Fiebach, Theater der Welt. Theater der Zeit. Theater der Welt 1999 in Ber-
lin, Berlin, ITI - Internationales Theaterinstitut - Theater der Zeit, 1999, p. 87.
54
Sasha Waltz, dal foglio di sala di Dialoge 04 – [Link] I-IV, cit.
55
M. Haerdter, Geschichten vom alltäglichen Körper, in Sasha Waltz Dialoge, cit.
186
1. Dialoge 99/II al museo ebraico (foto di Bernd Uhlig).
1, autunno 1999
PADRI, FIGLI E NIPOTI
Su Decroux, il rapporto maestro-allievo e la trasmissione dell’esperienza a teatro
G. Guccini, Teatri verso il terzo millennio: il problema della rimozione storiografica | G. Scabia,
Avvicinamento a Dioniso | L. de Berardinis, Scritti d’intervento | R. Anedda, Il teatro come una
composizione: la drammaturgia musicale nel lavoro di Leo de Berardinis | D. Paternoster (a cura
di), I teatri anomali della Raffaello Sanzio | E. Dallagiovanna (a cura di), La Valdoca e il viaggio
verso Parsifal | Contro la rappresentazione: Marcido Marcidoris e Famosa Mimosa | Le Albe alla
prova di Jarry | F. Acca, Rino Sudano: un teatro “fuori scena” | M. Porzio, L’arte silenziosa di An-
tonio Neiwiller | C. Infante, L’ultima avanguardia, tra memoria e oblio
INTERVENTI: A. Picchi, Della “Bella Addormentata” di Rosso di San Secondo e la faccenda dei
due finali | G. Ottaviani, Il passo che risveglia: transculturalismo e identità nel Butō
4, primavera 2001
FIGURE E PERCORSI DEL TEATRO FRANCESE DEL NOVECENTO
a cura di Marco Consolini
5, autunno 2001
ARTI DELLA SCENA, ARTI DELLA VITA
a cura di Marco De Marinis
M. De Marinis, Grotowski e il segreto del Novecento teatrale | M. Cristini, Il respiro del corpo.
Consapevolezza e rilassamento nel metodo Gindler a teatro | C. Durazzini, Feldenkrais e il tea-
tro | N. Marchiori, Tra arte rituale e pedagogia dell’attore: il canto tradizionale haitiano nella
pratica di Maud Robart | L. Masgrau, La relazione dell’Odin Teatret con l’America Latina (1976-
2001) | M. Cavallo-G. Ottaviani, Drammaterapia | S. Guerra Lisi-G. Stefani, Stili espressivi prena-
tali nella globalità dei linguaggi
INTERVENTI: J. Varley, La drammaturgia secondo Dedalo | M. Porzio, Il teatro che (in)segna.
Parole, idee e domande sul teatro in lingua dei segni
SCRITTURE: P. Puppa, Miti teatrali: Abramo e Filottete
6, primavera 2002
LA FEBBRE DEL TEATRO
Pagine sconosciute dell’avanguardia russa
a cura di Ornella Calvarese
N. Foregger, Manifesti teatrali (1917-1926) | N. Evreinov, Teatro e patibolo. Della nascita del tea-
tro come istituzione pubblica (1918) | J. Annenkov, Teatro fino in fondo (1921) | B. Ferdinandov,
Il teatro oggi (1922) | S. Radlov, La vera natura dell’arte attorica (1923) | I. Erenburg, Il teatro
russo durante la rivoluzione (1921 ca.) | M. Bulgakov, Capitolo biomeccanico (1923) | O. Man-
del’štam, Lo stato e il ritmo (1920) | S. Volkonskij, Dell’attore (1914) | I. Sokolov, Per un teatro
taylorizzato (1922) | M. Knebel’, Il metodo dell’analisi attiva di K. Stanislavskij (1978) | A. Rup-
pe, La formazione ritmico-musicale dell’attore (1974)
INTERVENTI: C. Gallotti-R. Gandolfi, Emozioni narrate. La drammaturgia del corpo in He-
xentanz di Mary Wigman | L. Perissinotto, Giuliano Scabia e il teatro “nascente e veggente” dei
giovani | S. Naglia, Canto lirico e antropologia teatrale. Primi tentativi di accostamento
M. De Marinis, Dopo l’età d’oro: l’attore post-novecentesco tra crisi e trasmutazione | F. Acca,
L’attore e il suo dopo | L. Amara, L’energia dell’errore | F. Bortoloetti, L’attore post-novecentesco
come segno di contraddizione | A. Cacciagrano, Frammenti d’attore | P. Di Matteo, Un attore
con diversi gradi di realtà | F. Gasparini, L’attore senza teatro. Appunti per un miraggio
d’attorialità dilatata e visionaria | T. Maravić, Accenni sull’idea dell’actor fusor in relazione al la-
voro di Masque Teatro e in particolare allo spettacolo Davai | E. Pitozzi, La “figura” oltre l’attore:
verso un’estetica digitale | A. Sacchi, La prospettiva stereoscopica dell’attore ovvero due passi in
casa Gorkij
SCRITTURE: M. Martinelli – E. Montanari, Chi sei, nero pilota. Un dittico sul Male | E. Barba,
La danza dell’algebra e del fuoco | J. Varley, Il tappeto volante
STUDI: M.P. Pagani, Arlecchino sul set. Konstantin Miklaševskij e il cinema sonoro | L. Mango,
La nascita della regìa: una questione di storiografia teatrale
ELENCO DELLE PRINCIPALI LIBRERIE IN CUI È REPERIBILE
“CULTURE TEATRALI”
S. Benedetto
del Tronto (AP): La Bibliofila - Via U. Bassi, 38