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Il Raggio Verde

Il Raggio Verde è un fenomeno ottico che si manifesta al tramonto e simboleggia la speranza e la connessione con l'essenza interiore. La leggenda attribuisce a chi lo osserva la capacità di comprendere profondamente se stesso e gli altri. Attraverso riferimenti a opere letterarie e spirituali, il documento esplora il significato esoterico del Raggio Verde, collegandolo a esperienze mistiche e alchemiche.
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Il Raggio Verde

Il Raggio Verde è un fenomeno ottico che si manifesta al tramonto e simboleggia la speranza e la connessione con l'essenza interiore. La leggenda attribuisce a chi lo osserva la capacità di comprendere profondamente se stesso e gli altri. Attraverso riferimenti a opere letterarie e spirituali, il documento esplora il significato esoterico del Raggio Verde, collegandolo a esperienze mistiche e alchemiche.
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Il Raggio Verde

Molti ricorderanno la scena del film Pirati dei


Caraibi - Ai confini del mondo, in cui per
recuperare il capitano Jack Sparrow dallo
scrigno fatato di Davy Jones, Barbossa, Elizabeth
e Will Turner, con il resto della ciurma, sono
costretti a ribaltare la nave, così da essere
sott’acqua nel momento del «Raggio Verde». «Il
vostro sguardo si è mai posato su un verde
baleno, mastro Gibbs?» chiede Barbossa «Ho
visto anche questo, lo devo ammettere. Avviene
in rare occasioni: nell’ultimo spasmo di tramonto
un verde baleno si impenna su nel cielo. C’è chi
tutta una vita non lo vedrà mai e c’è chi afferma
che sì, era presente, e c’è chi dice che è il
segnale di quando un’anima rimette piede in
questo mondo da quello dei morti!».
Altri, invece, andranno con la memoria al film
omonimo del 1986 diretto da Éric Rohmer in cui
una depressa segretaria parigina, scaricata sia
dal ragazzo sia dall’amica per le vacanze, si
aggira inquieta tra le strade della città ed
improbabili amicizie di provincia. Troverà infine
l’amore vedendo il Raggio Verde al tramonto del
sole su un promontorio di Biarritz.
Tutte queste sono, in realtà, citazioni del
romanzo di J. Verne che porta lo stesso nome,
storia di una ragazza che cerca il suo Raggio
Verde e, dopo infinite avventure, rischiando la
morte, non lo vede direttamente, ma lo
percepisce intimamente assieme al suo amore.
L’autore lo descrive in questi termini: «Un
raggio verde, ma di un verde meraviglioso, di un
verde che nessun pittore può ottenere sulla sua
tavolozza, un verde di cui la natura né nella
varietà dei vegetali, né nel colore del mare più
limpido, ha mai riprodotto la sfumatura! Se c'è
del verde in paradiso, non può essere che quel
verde, il vero colore della speranza».

Il Raggio Verde
E infatti la leggenda del Raggio Verde, forse di
origine irlandese, forse inventata da Verne
stesso, dice che chi lo ha visto può leggere
nell’intimo cuore di se stesso e delle altre
persone capendone l’essenza. Ma esiste davvero
il Raggio Verde e da dove vengono queste storie
legate alla sua visione? Il nostro Raggio è in
natura un fenomeno ottico visibile quando il
Sole, all’alba o al tramonto, crea una sottile
striatura luminosa dal colore verde che dura
pochi istanti. Questo è dovuto alla rifrazione
della luce solare da parte dell’atmosfera: in
certe condizioni i raggi solari vengono scomposti
come in un prisma tra le varie componenti
colorate, e quella verde si distingue per
contrasto con la tonalità generale giallo-
arancione del cielo. Il colore del raggio è il verde
veronese, così chiamato in onore di Paolo
Veronese, il pittore scopritore del pigmento.
Occasionalmente può sfumare nel blu-indaco,
dando vita al «Raggio Blu». Questo avviene
perché, notoriamente, il verde precede, nello
spettro luminoso, questo colore.
La storia del Raggio è antica: varie popolazioni,
tra cui i caldei i babilonesi e gli egizi, notarono il
fenomeno senza riuscire però a spiegarne
l’origine. Gli Egizi in particolare ritenevano che
il disco solare una volta sparito al di sotto
dell’orizzonte si tingesse di verde smeraldo, per
poi riprendere la colorazione usuale all’alba
successiva.
La tavola smeraldina
Tornando per un momento alla scena dei Pirati
che rivoltano la nave per ritrovare la realtà
perduta, è interessante notare che la formula
rivelatrice «così sopra come sotto», viene
interpretata da Jack Sparrow, l’unico in grado di
leggere la mappa misteriosa che indica qualsiasi
terra ignota, esattamente come l’incipit del più
famoso testo ermetico, la Tavola di Smeraldo
che recita: «È vero senza menzogna, certo e
verissimo, che ciò che è in basso è come ciò che
è in alto e ciò che è in alto è come ciò che è in
basso per fare il miracolo della cosa unica. E
poiché tutte le cose sono e provengono da una
sola, per la mediazione di una, così tutte le cose
sono nate da questa cosa unica mediante
adattamento».
Lo smeraldo sul quale Ermete Trismegisto, il
«tre volte grande», incise queste parole, era
forse quello caduto dalla fronte di Lucifero
durante la sua dannazione per avere peccato di
superbia nei confronti di Dio portando, come
Prometeo, la luce agli uomini, ma anche la
stessa pietra preziosa nella quale fu scavata la
coppa per la raccolta del sangue di Cristo: il
Santo Graal. Ecco che, allora, la scena
apparentemente fantasiosa del film, si colora, è
il caso di dirlo, di una tonalità molto più
profonda, esoterica, che in fondo rende ragione
della magica attrazione di tutti i film che
mantengono la tradizione principiata da Walt
Disney, cultore dell’esoterismo, iniziato
all’Ordine De Molay, l’anticamera della Libera
muratoria, già nel 1920.
La visio smaragdina
A questo punto, per completare il quadro,
dobbiamo introdurre il fenomeno dei «fotismi»
colorati che i mistici sufi percepiscono
nell’attraversamento dei loro stati spirituali, e
che li porteranno alla visione della Luce Verde
come manifestazione massima del divino. Prima
di tutto, in coerenza con l’impianto immaginale,
va chiarito che non si tratta assolutamente di
percezioni fisiche; N. Kobrâ si riferisce ad essi
come a qualcosa che si vede «chiudendo gli
occhi». Certo esistono delle corrispondenze tra i
colori fisici e questi «colori auratici» come
possiamo definirli, ma ciò che fa la differenza tra
le due categorie è l’organo della percezione: nel
caso dei colori fisici l’occhio anatomico, in quelli
auratici il senso della visione sovrasensibile, che
appartiene alla complessa fisiologia simbolica
dell’«Uomo di Luce».
E dunque il mistico sufi, e non solo, si immagina
come scintilla divina: egli deve tornare a
congiungersi con la fonte luminosa che lo ha
generato; e cosi vede realmente ed
effettivamente tenebre e luce, e le percepisce
alternativamente come stati da cui aspira a
separarsi, le prime, poiché lo attirano verso il
basso, verso il «pozzo nero» dell’ignoranza, o cui
tendere, la Luce, che percepisce misticamente in
tutti i segni premonitori della Liberazione:
«durante il tuo cammino infatti Egli ti verrà
incontro ovunque» si dice nel Corpus
Hermeticum (XI, 21).
Ora, per collegare pienamente la natura del
mistico sufi all’appercezione dei «fotismi»
colorati, possiamo citare una frase tratta dal
Fawā’ih al-jamāl wa l-fawātih al-jalāl (Gli
schiudimenti della Bellezza e i profumi della
Maestà), di N. Kobrâ: «Apprendi, amico mio, che
l’oggetto della ricerca è Dio, e che il soggetto
che cerca è una luce che proviene da Lui (una
particella della sua luce)». Qui appare chiaro
come il cercatore, il saggio, l’iniziato, sia una
scintilla della Luce creatrice prigioniera che
aspira a ricongiungersi con la sua Origine, ove
questa gli apparirà come la sua «Natura
Perfetta».
«Ogni volta che sale da te una luce, scende
verso di te una luce», ci ricorda ancora N.
Kobrâ. Naturalmente, per giungere a questo, c’è
bisogno di una inesausta lotta spirituale: il
«saper conoscere il divino, averne avuto la
volontà e la ferma speranza», che il sufi compie
con l’aiuto dei suoi Maestri, della preghiera e
dei suoi simboli. La scelta data è dunque tra il
ricongiungimento dell’«Uomo di luce» con la sua
Guida celeste, e «l’ignoranza del divino» che
segna così la dannazione dell’anima nelle
tenebre.
Come abbiamo accennato, sono gli esercizi
spirituali ad «accendere» i «fotismi» colorati che
porteranno, di colore in colore, sino alla Visione
di Smeraldo. Nel caso del sufismo, l’esercizio
(dhikr), insieme a posture e studio simbolico, è
imperniato sulla ripetizione della prima parte
della shada, la professione di fede: la ilaha
illa’llah (nullus deus nisi deus), meditata
secondo le regole della Confraternita.
Perseguendo con la «volontà e la ferma
speranza» ecco che ad un certo punto si accende
un «fuoco interiore» che «brucia» le tenebre
dell’anima.
Il fuoco alchemico
È interessante notare come questa del «fuoco»
sia l’immagine percepita da quasi tutti i mistici,
indipendentemente dalla loro base religiosa. Ad
esempio ecco la descrizione dell’estasi tratta
dall’autobiografia di Teresa d’Avila, composta
tra il 1562 e il 1565: «Vedevo un angelo vicino a
me, a sinistra, in sembianze carnali, come non
ne avevo mai visti tranne che nelle mie visioni.
[...] Non era alto, era piccolo, e molto bello,
aveva il volto così illuminato che mi sembrava
uno degli angeli delle schiere più alte, quelli che
sembrano bruciare. [...] Gli vedevo in mano un
lungo dardo dorato, e alla fine del ferro mi
sembrava ci fosse un po’ di fuoco. Mi sembrava
che col dardo mi trafiggesse il cuore alcune
volte, e che mi arrivasse fino alle viscere.
Quando toglieva il dardo, mi sembrava quasi che
se le portasse via con sé, e che mi lasciasse tutta
bruciare di un grande amore per Dio. Il dolore
era così forte che mi faceva emettere alcuni
gemiti, ma era così grande la dolcezza che
questo fortissimo dolore mi dava, che non
riuscivo a desiderare che smettesse, né che la
mia anima si contentasse con altro che non fosse
Dio. Non era un dolore fisico, ma spirituale,
anche se in qualche misura lo stesso corpo ne
era partecipe, anzi lo era davvero molto. Era una
carezza così dolce tra l’anima e Dio, che prego la
sua bontà affinché la possano provare anche
coloro che pensano che io menta».
Ora, al di là della sensualità erotica, il tema del
fuoco che brucia ed illumina è lo stesso che
troviamo nelle testimonianze dei sufi. E, a
motivo dell’impostazione alchemica del sufismo,
attraverso questo fuoco spirituale si tratta di
«estrarre dall’organismo sottile la luce dalle
montagne sotto cui giace prigioniero», dice N.
Kobrâ. È a questo punto che cominciano
progressivamente a manifestarsi, come nelle fasi
dell’Opera Alchemica, diversi colori: nero,
bianco, rosso, intramezzato dalla viriditas, il
verde, «fotismo» della purezza della visione
spirituale.
Le corrispondenze alchemiche sono assolute
tanto che, continua N. Kobrâ: «Tu provi
interiormente in te ciò che visualizzi attraverso
la tua vista interiore e, viceversa, visualizzi
attraverso la tua vista interiore ciò che provi in
te». Anche il concetto stesso di fuoco spirituale
va riportato a quello acceso sotto il crogiolo
alchemico: non esiste la possibilità di
comprendere il giusto regime del fuoco fisico
senza la comprensione, cioè la presenza in se
stessi di quello spirituale. Per questo le «opere
buone», che E. Canseliet attribuisce al Fulcanelli
nell’introduzione del Il Mistero delle cattedrali,
hanno un ruolo imprescindibile, anzi, non
devono essere considerate un mezzo ma un fine,
il compimento dell’Opera stessa. E ancora: «Non
ho conosciuto alchimisti che non cercassero
rifugio nel XII Imâm, quello nascosto, l’Imâm
dell’ultimo giorno», confessa da parte sua un
alchimista persiano.
E dunque, il Raggio Verde di Jack Sparrow e dei
suoi sodali Pirati dei Caraibi, è il simbolo di una
vita forse lontana dalla legge degli uomini, ma
certo molto vicina, per purezza di intenti, a
quella divina.

Raffaele K. Salinari

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