STRADE ROMANE
Gli antichi Romani costruirono lunghe strade per collegare le più lontane province con la
capitale dell’impero. La rete stradale romana copriva oltre 120.000 km e favoriva la libera
circolazione di eserciti, persone e merci.
Per ottimizzare le distanze, i Romani realizzavano ove possibile strade rettilinee e nelle zone
pianeggianti. I resti esistenti di viae publicae, numerosi e ben conservati, offrono un quadro
preciso delle loro modalità costruttive.
Dopo che i progettisti avevano stabilito il luogo di costruzione della strada, i mensores
individuavano il punto esatto collocando dei pali lungo una linea chiamata rigor. Avvalendosi
della groma, uno strumento usato per tracciare angoli retti, definivano con precisione la
griglia del piano stradale.
I libratores scavavano fino a raggiungere uno strato solido e, dopo aver valutato la natura del
terreno, stabilivano la tecnica costruttiva da impiegare.
A questo punto iniziava l’opera di costruzione vera e propria: con un aratro venivano tracciati
due solchi paralleli per delimitare la carreggiata. Si procedeva poi a scavare una trincea, sul
cui fondo erano sistemate grosse pietre legate con cemento e che costituivano la base
(statumen).
Sopra la base era collocato un triplice strato di materiali sovrapposti e compressi: un primo
strato di pietre e frammenti di mattoni (rudus o ruderatio) legati con calce che aveva lo scopo
di drenare le acque; uno strato intermedio breccia compressa (nucleus); infine la
pavimentazione (pavimentum) vera e propria, fatta con pietre, blocchi di basalto o lastre
squadrate, perfettamente incastrate tra loro e collocate in maniera da garantire lo scorrimento
delle acque in canalette di scolo laterali.
La larghezza della carreggiata doveva consentire a due carri di incrociarsi, ed era
normalmente di 4 - 6 metri.
Le strade potevano avere ai lati marciapiedi riservati ai pedoni, in terra battuta (margines) o
lastricati (crepidines).
La Via Appia nei pressi di Roma