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Eschilo

Eschilo, poeta della tragedia greca, celebra i valori di libertà e giustizia emersi dalle guerre persiane, evidenziando il contrasto tra la lotta per la patria dei greci e l'obbedienza dei persiani al sovrano. Le sue opere, tra cui 'I Persiani' e 'I Sette contro Tebe', riflettono un profondo senso di destino e giustizia divina, ponendo l'accento sulla responsabilità collettiva e sul ruolo del coro come voce della comunità. La tragedia di Eschilo non è solo un dramma personale, ma un'esplorazione dei valori civici e religiosi della polis, ammonendo contro l'hybris e celebrando la libertà democratica di Atene.
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Eschilo

Eschilo, poeta della tragedia greca, celebra i valori di libertà e giustizia emersi dalle guerre persiane, evidenziando il contrasto tra la lotta per la patria dei greci e l'obbedienza dei persiani al sovrano. Le sue opere, tra cui 'I Persiani' e 'I Sette contro Tebe', riflettono un profondo senso di destino e giustizia divina, ponendo l'accento sulla responsabilità collettiva e sul ruolo del coro come voce della comunità. La tragedia di Eschilo non è solo un dramma personale, ma un'esplorazione dei valori civici e religiosi della polis, ammonendo contro l'hybris e celebrando la libertà democratica di Atene.
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Eschilo

“Il poeta delle certezze, dei valori antichi”

Celebra i valori che escono dalle guerre persiane che costituiscono il momento più importante
dell’esperienza greca in quel periodo. I greci combattono in virtù di essere liberi e Atene esce con un’identità
profonda, libera e sulla via democratica che ha fatto da cardine per i valori di libertà, uguaglianza e giustizia.

La sua tragedia segna il punto più alto, proprio quando un manipolo di persone a Maratona e a Salamina
vince su un esercito molto più grande, i greci combattono per l’amor di patria e vincono contro i persiani che
invece combattevano perché così li era stato ordinato ordinato dal sovrano.

Eschilo nacque ad Eleusi attorno al 525 a.C., in un periodo in cui Atene stava vivendo una profonda
trasformazione politica e culturale essendo nel suo massimo splendore. Proveniva da una famiglia
aristocratica ma aveva deciso di appoggiare Temistocle che spingeva per un cambiamento democratico ad
Atene, comunque ricevette un’educazione tradizionale e fu introdotto al culto dei Misteri eleusini che lo
avvicinò n da giovane a un senso del sacro e del divino molto profondo. Partecipò come soldato alle grandi
guerre persiane, combattendo a Maratona nel 490 a.C., poi a Salamina e probabilmente a Platea: queste
esperienze segnarono in modo indelebile la sua visione del mondo, alimentando nelle sue tragedie un forte
senso di destino, di giustizia divina e di eroismo civile, di fatti a farci comprendere questo suo senso
patriottico è anche nel suo epitaf o sulla tomba “Eschilo che mise in fuga i persiani dai lunghi capelli a
Maratona”. Dopo il 484 a.C. cominciò a vincere i concorsi tragici ad Atene, diventando il più grande
innovatore del teatro greco arcaico, per Eschilo la tragedia è profondamente civica e religiosa, nasce per
educare la comunità ateniese al senso del limite, della giustizia divina e della responsabilità collettiva; nelle
sue rappresentazioni non c’erano mai più di 2 attori a scena e il coro ha 12 coreuti e quando parla con l’attore
spesso si rivolge a questo col singolare “io” che rappresenta la morale comune. Passò gli ultimi anni della
sua vita in Sicilia, alla corte del tiranno Ierone di Siracusa, dove morì a Gela intorno al 456 a.C.

Eschilo è considerato il vero fondatore della tragedia classica introduce un secondo attore così da far avere
alla scena più dinamicità e in tal modo pone le basi strutturali e concettuali della tragedia attica aprendo la
via a Sofocle ed Euripide, che presero spunto da lui. Nel teatro di Eschilo tuttavia prevale ancora la coralità
sull’individuo, infatti l’eroe non è un personaggio psicologico ma una gura simbolica, rappresentante di un
ordine universale più grande di lui. Il coro, eredità del rito religioso, rimane quindi il protagonista morale
dell’azione: dà voce alla comunità, ri ette, commenta e giudica, incarnando la coscienza collettiva della
polis, invece l’individuo non agisce come essere libero ma come parte di un disegno divino o di una
maledizione ereditaria che coinvolge l’intera stirpe. In Eschilo, dunque, la tragedia non è ancora il dramma
dell’interiorità ma il luogo in cui la comunità, attraverso il mito, si interroga sulle proprie leggi, sulla
giustizia e sul rapporto tra uomo e divinità.

Nell’opera bizantina di catalogazione “Siuda” viene detto che scrisse circa novanta drammi, ma solo sette ci
sono pervenuti integralmente: I Persiani, I Sette contro Tebe, Le Supplici, Prometeo incatenato e la trilogia
dell’Orestea (Agamennone, Le Coefore, Le Eumenidi). Queste opere i cui titoli prendono il nome dal coro,
mostrano la sua capacità di fondere mito, religione e ri essione politica in un linguaggio solenne, poetico e
con una valenza simbolica (solo nei Persiani non si ha come oggetto il mito ma la storia (II guerra persiana)
nelle altre l’oggetto è il mito).

Il teatro di Eschilo è dominato da una visione religiosa dell’esistenza. L’uomo vive immerso in un ordine
cosmico retto dagli dèi, e il suo destino è determinato dal rispetto o dalla violazione di tale ordine, chi
oltrepassa il limite imposto dalla misura divina commette ubris, la tracotanza che attira su di sé la punizione
divina. L’eroe tragico però, anche se colpevole, diventa strumento della giustizia divina e attraverso la sua
sofferenza contribuisce a ristabilire l’equilibrio infranto (questo processo è particolarmente evidente
nell’Orestea, dove la vendetta privata che insanguina la casa degli Atridi si trasforma progressivamente in
una giustizia pubblica, amministrata dal tribunale dell’Areopago: è la nascita della legge civile che
sostituisce la violenza e la faida, simbolo del passaggio dalla barbarie alla civiltà della polis). Il personaggio
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è colpito da una divinità che lo acceca (Ate), che gli fa perdere il lume della ragione quando questo accade
l’uomo pecca di ubris superando i suoi limiti. A questo punto interviene Zeus, garante di giustizia, che manda
il dolore (patei, in dativo per usato come mezzo, attraverso il dolore si arriva alla conoscenza) così che
l’uomo riesca a riprendere la ragione e il senso del limite (si riacquista “matos” conoscenza attraverso il
dolore). L’uomo viene quindi reindirizzato, l’individuo prende coscienza di se e diventa misura di tutte le
cose; il meccanismo è sempre questo, l’uomo reindirizzato dalla divinità prende coscienza di se e si prende le
sue colpe (anche se tra Eschilo e Sofocle si ssa il libero arbitrio e la civiltà di colpa, in Eschilo siamo
sempre nella civiltà di vergogna).

Persiani

I Persiani è la più antica tragedia giunta no a noi (472 a.C.) ed è anche l’unica dell’intero teatro greco che
tratti un avvenimento storico contemporaneo: la scon tta dell’esercito persiano nella battaglia di Salamina
(480 a.C.), a cui lo stesso Eschilo aveva partecipato. L’ambientazione è in Persia, nella reggia di Susa, e
l’azione si svolge in assenza del re Serse, impegnato nella campagna militare contro la Grecia.

Trama

La tragedia si apre con l’entrata del coro, formato dagli anziani consiglieri persiani, che attendono con ansia
notizie dal fronte. Essi temono per il destino dell’immenso esercito partito con Serse, e la loro
preoccupazione esprime il timore collettivo di un impero sconvolto dalla hybris del proprio sovrano. Entra
poi Atossa, madre di Serse e vedova di Dario, che racconta un sogno premonitore: ha visto due donne, una
greca e una persiana, che si contendono il carro del glio; la greca riesce a liberarsi e il carro si spezza,
presagio della disfatta. Atossa decide quindi di offrire sacri ci agli dèi per evitare la rovina. Arriva in ne un
messaggero, che porta la notizia tanto temuta: l’esercito persiano è stato distrutto a Salamina. La scena del
messaggero, lunga e drammatica, è uno dei momenti più alti della tragedia: egli descrive con precisione
epica la battaglia navale, il coraggio dei Greci e la disperazione dei Persiani intrappolati nello stretto.
Nonostante la potenza numerica e militare, i Persiani sono stati scon tti a causa dell’hybris, cioè l’eccesso di
ducia e la superbia del loro re, che ha voluto sottomettere la Grecia ignorando il limite umano e la volontà
divina. Dopo il lamento di Atossa e del coro, la regina invoca lo spirito del defunto re Dario, che appare
come ombra (in una delle prime vere scene di evocazione funebre del teatro antico). Dario rimprovera il
glio per la sua tracotanza: l’uomo non può superare i limiti imposti dagli dei, e chi tenta di farlo è destinato
alla rovina. Egli profetizza altre scon tte e invita il popolo persiano a non s dare più la Grecia. In ne entra
Serse, scon tto e umiliato, coperto di stracci: non è più il sovrano trionfante, ma un uomo distrutto dal dolore
e dalla vergogna. Con il coro intona un lungo lamento nale (kommos), in cui riconosce la propria colpa e
piange per i morti e per la ne della gloria persiana. La tragedia si chiude così in un tono di dolore universale
e di ammonimento morale.

Temi principali

- La ubris e la punizione divina

Il tema centrale è la ubris, la tracotanza umana di chi vuole oltrepassare i limiti stabiliti dagli dèi. Serse
incarna questa colpa: il suo desiderio di dominio universale, di sottomettere la Grecia e di “incatenare il
mare” (come racconta il messaggero), rappresenta l’arroganza del potere assoluto. La scon tta non è solo
militare, ma soprattutto morale: è la vendetta della Diké (Giustizia divina) contro chi ha voluto violare
l’ordine cosmico.

- Il confronto tra libertà e tirannide

Eschilo, pur scrivendo un dramma ambientato tra i nemici, celebra implicitamente i valori della Grecia: la
libertà, la partecipazione civica, il coraggio di chi combatte per la propria patria. I Greci vincono perché
lottano “da uomini liberi per uomini liberi”, mentre i Persiani combattono solo per obbedienza al re. Il
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contrasto tra libertà e schiavitù è il nucleo politico della tragedia, in cui Atene emerge come simbolo di un
nuovo modello democratico e collettivo.

Il dolore universale e la pietà per i vinti

Pur celebrando la vittoria greca, Eschilo mostra una straordinaria empatia per il dolore dei nemici. Non c’è
esaltazione della guerra, ma compassione per la sofferenza umana. Serse e Atossa non sono caricature
orientali, ma gure tragiche e dignitose. In questo senso, I Persiani è anche una ri essione sulla fragilità del
potere e sul destino comune di tutti gli uomini davanti alla volontà divina.

- Il ruolo del coro e la coralità della tragedia

Il coro, formato dagli anziani persiani, è la vera voce protagonista del dramma: commenta, piange, ri ette,
rappresenta la coscienza collettiva dell’impero scon tto. È attraverso di esso che il dolore diventa universale
e religioso. Eschilo mostra così la funzione educativa e rituale della tragedia, che serve non solo a
intrattenere, ma a ricordare i limiti umani e a puri care la comunità attraverso la catarsi.

- Il signi cato politico e morale

Scritta in un momento in cui Atene stava consolidando la sua identità dopo le guerre persiane, la tragedia è
un inno ai valori civici e religiosi della polis. Eschilo celebra la libertà conquistata, ma allo stesso tempo
ammonisce contro l’eccesso: anche i vincitori, se cedessero alla superbia, potrebbero incorrere nello stesso
destino dei vinti. È dunque un testo che unisce la fede religiosa, il patriottismo e la ri essione morale in
un’unica visione universale dell’uomo.

È una guerra aggressiva dettata dalla ubris di serse che voleva andare con o senza gli dei a vendicarsi di un
popolo che si era solo difeso; questo lascia a Dario(defunto padre di Serse, uomo che ha fatto una guerra
giusta contro i greci ) il compito di sgridare il glio. Infondo infatti Serse viene rappresentato devastato
simbolo della scon tta di una guerra nata dal suo egoismo e della sua ubris. Giusta è la guerra per difesa,
ingiusta è quella che nasce da un impulso personale guidata dalla ubris. 472 ac Temistocle sta formando la
lega Delio-Attica, una lega difensiva e Atene chiedeva a chi entrava un tributo in navi. La lega poi cambiò i
suoi connotati e divenne strumento di imperialismo , il tributo venne chiesto in soldi e il denaro spostato
nell’acropoli di Atene che colse l’occasione per diventare una potenza imperialistica. Eschilo ci propone tutto
questo ambientandolo in Persia e fa si che l’atto di serse sia giudicato dai suoi stessi sudditi; non critica i
persiani da ateniese ma fa si che lo facciano i persiani stessi.

(Anche quì abbiamo il meccanismo classico del personaggio accecato da Ate che lo porta a peccare di ubris
ma poi arriva Zeus che facendogli provare dolore lo riporta sulla retta via).

Sette contro Tebe


I Sette contro Tebe, rappresentata nel 467 a.C., è una delle tragedie più potenti e compatte di Eschilo, nonché
la più drammatica rappresentazione del mito dei Labdacidi, la stirpe maledetta di Edipo. L’opera apparteneva
a una trilogia oggi perduta, di cui costituiva l’ultimo episodio, e mette in scena la distruzione di una famiglia
e la caduta di una città per mano del destino e della colpa ereditaria.

Trama

L’azione si svolge a Tebe, minacciata dall’esercito argivo guidato da Polinice, figlio di Edipo, che ha deciso
di muovere guerra contro la propria patria per rivendicare il trono. Dopo la morte di Edipo, i due fratelli,
Eteocle e Polinice, avevano stabilito di alternarsi al potere anno per anno; ma Eteocle, dopo il primo anno di
regno, si rifiuta di cedere il trono, violando così il patto e spingendo Polinice a cercare alleati ad Argo. Da
questa contesa nasce la spedizione dei sette capi contro Tebe. La tragedia si apre con il coro delle donne
tebane, che invoca gli dèi e manifesta il terrore per l’assedio imminente. Eteocle, che rappresenta l’autorità
politica e militare della città, cerca di rassicurarle ma anche di imporre loro il silenzio, mostrando un
carattere energico e autoritario. Quando arriva il messaggero, annuncia che ciascuno dei sette capi argivi si è
posto davanti a una delle sette porte della città. Eteocle, allora, risponde assegnando a ogni porta un guerriero
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tebano per la difesa, in un crescendo di tensione simbolica che culmina con la rivelazione che Polinice è di
fronte alla settima porta. A questo punto, il destino si compie: nonostante il coro lo scongiuri di non
affrontare il fratello, Eteocle sceglie di sfidarlo in duello, accettando il compimento della maledizione
paterna. Il conflitto fratricida, che si svolge fuori scena, viene poi annunciato dal messaggero: i due fratelli si
sono uccisi a vicenda, mentre Tebe è salva. Sul palco vengono portati i loro corpi, e il coro intona un lungo
lamento funebre (kommos) che unisce il dolore privato a quello collettivo della città. Nella versione originale
di Eschilo la tragedia si chiudeva con questo lamento, simbolo della distruzione totale e della purificazione
attraverso il dolore. In seguito, la tradizione teatrale aggiunse una scena finale in cui compaiono Antigone e
Ismene: le due sorelle piangono i fratelli e Antigone annuncia che disobbedirà al decreto che vieta la
sepoltura di Polinice, anticipando così il dramma sofocleo.

Temi principali

- La maledizione e il destino

Il tema dominante è quello della maledizione ereditaria che pesa sulla casa dei Labdacidi. I figli di Edipo
sono vittime di una colpa originaria che non hanno commesso ma che li perseguita in modo inesorabile: la
miasma, la contaminazione del sangue, si trasmette di generazione in generazione. Eteocle e Polinice non
possono sottrarsi alla volontà degli dèi, che li spinge al fratricidio come atto finale della maledizione. In
Eschilo il destino (moira) ha un carattere terribile ma giusto: rappresenta la forza morale dell’ordine cosmico
che punisce la hybris degli uomini e ristabilisce la dike, la giustizia divina.

- Il conflitto tra famiglia e città

La tragedia mette in scena la frattura tra oikos e polis: Eteocle, pur consapevole della rovina familiare,
sceglie di sacrificarsi per la salvezza della città. La sua decisione è eroica ma anche tragica, perché lo porta a
compiere l’atto più innaturale — uccidere il fratello — in nome di un dovere superiore. Eschilo mostra così il
conflitto tra il vincolo di sangue e la responsabilità politica, tra l’amore familiare e la ragione di stato, un
tema centrale nella cultura greca del V secolo.

- L’eroismo tragico e la consapevolezza del limite

Eteocle è un eroe complesso: determinato, razionale, fedele alla patria, ma anche arrogante e segnato dalla
hybris. Egli rappresenta la grandezza e il limite dell’uomo che vuole opporsi al destino, ma che finisce per
realizzarlo proprio attraverso le sue scelte. Come in altre tragedie eschilee, l’eroe non è un semplice
colpevole, bensì colui che, attraverso la sofferenza e la morte, diventa strumento della giustizia divina.

- La coralità e la funzione religiosa della tragedia

Il coro, composto da donne tebane, ha un ruolo centrale: non partecipa all’azione ma la accompagna con
canti di paura, invocazioni e riflessioni morali. Rappresenta la voce della comunità e la pietà collettiva di
fronte alla colpa e al destino. Eschilo trasforma così la tragedia in un rito di purificazione, in cui il dolore dei
personaggi diventa strumento di catarsi per lo spettatore e di riflessione sui limiti dell’uomo.

- Dicotomia

Grossa dicotomia nella scena del cavaliere che appare alla porta con una scudo senza nome e che il
messaggero non sa come descrivere, affermando che questo aveva detto che non voleva apparire ma essere.
C’è una grossa differenza tra come appari agli altri e come sei, gli altri ti danno l’identità oppure tu sei i
valori che hai e che a primo impatto con altre persone solo tu sai di avere.

Il significato politico e morale

Sullo sfondo della tragedia si legge una forte lezione civica: Tebe, pur scossa dal fratricidio, sopravvive
grazie al sacrificio del suo re. Eschilo celebra il valore della polis e la necessità di anteporre l’ordine
collettivo agli interessi individuali. Ma allo stesso tempo ammonisce contro l’eccesso di orgoglio, che porta
inevitabilmente alla distruzione. In questa tensione tra colpa, giustizia e necessità, i Sette contro Tebe diventa
una riflessione universale sulla condizione umana e sulla legge morale che regola il mondo, mostrando come
l’uomo, pur nella tragedia, possa raggiungere una forma di conoscenza e di purificazione attraverso la
sofferenza.
Laio a cui era stato detto dall’oracolo di non generare figli lo fa ugualmente e con la nascita di Edipo si ha
l’inizio della disobbedienza verso le divinità. Edipo maledice i suoi figli incestuosi con la madre e il tutto si
conclude con la morte del genos (stirpe solo dalla parte maschile) si estingue finalmente il miasma (colpa).

Vige il principio dell’iniuria(offesa), sangue chiama sangue e non c’è nessun codice condiviso, concetto
diverso dall’Orestea dove ci fa vedere un cambiamento di prospettiva che celebra Atene come elogio alla
democrazia.

Supplici
Le Supplici è una tragedia di Eschilo rappresentata probabilmente intorno al 463 a.C., ed è una delle più
antiche tragedie conservate. Fa parte di una trilogia che comprendeva anche I Figli di Egitto e Le Danaidi,
entrambe perdute, e si basa sul mito delle cinquanta figlie di Danao, le Danaidi. Quest’opera è
particolarmente significativa perché intreccia mito, religione e politica, offrendo una profonda riflessione
sulla giustizia, sulla libertà e sul ruolo della città come luogo di protezione e decisione collettiva.

Trama

La tragedia si apre con l’arrivo delle cinquanta figlie di Danao, fuggite dall’Egitto e approdate ad Argo, nella
speranza di trovare asilo e protezione. Le donne, vestite di bianco e portando rami d’ulivo avvolti in bende di
lana, si prostrano davanti agli altari degli dèi invocando protezione. Vogliono sfuggire ai loro cugini, i figli di
Egitto, che vogliono costringerle a nozze contro la loro volontà. Il loro padre Danao le accompagna e chiede
aiuto al re di Argo, Pelasgo. Pelasgo si trova di fronte a un grave dilemma: accogliere le supplici
significherebbe mostrare pietà e rispetto per gli dèi, ma allo stesso tempo rischiare una guerra con gli Egizi.
In una lunga scena di grande tensione, il re riflette sul senso della responsabilità politica e sul ruolo del
potere. Non può decidere da solo, perché in una polis libera la volontà del popolo è sovrana: perciò convoca
l’assemblea degli Argivi, che dopo un acceso dibattito decide di accogliere le supplici, riconoscendo così il
dovere sacro dell’ospitalità e della difesa degli innocenti. Quando la decisione è comunicata, le Danaidi
esprimono gratitudine e gioia, ma la pace è di breve durata: poco dopo arriva un araldo egizio per rivendicare
le fuggitive e minacciare la guerra se non saranno consegnate. Pelasgo rifiuta con fermezza, ribadendo che
nessuno potrà violare il diritto d’asilo garantito dagli dèi. La tragedia si conclude con il coro che ringrazia
Zeus e gli dèi protettori degli stranieri, ma il finale resta aperto e sospeso, lasciando intuire i futuri sviluppi
drammatici della trilogia, in cui le Danaidi saranno costrette a nozze e finiranno per uccidere i loro sposi
nella notte nuziale, salvo una sola, Ipermestra, che rispetterà la legge divina risparmiando il marito Linceo.

Temi principali

- Il diritto d’asilo e la giustizia divina

Il tema centrale della tragedia è il diritto d’asilo e la sacralità della xenía, l’ospitalità verso chi è in cerca di
protezione. Le Danaidi invocano Zeus, protettore dei supplici, e la loro condizione diventa simbolo
universale della fragilità dell’essere umano che chiede aiuto. Accoglierle non è solo un atto politico, ma un
dovere morale e religioso: la giustizia divina si manifesta nella compassione e nella protezione dei deboli.

- La libertà e il rifiuto della schiavitù

Le Danaidi incarnano la libertà femminile e morale contro la violenza maschile e la schiavitù del potere.
Rifiutando un matrimonio imposto, esse difendono la propria autonomia e la propria dignità, ponendo la
questione del consenso e della libertà personale, temi straordinariamente moderni. La loro fuga è anche un
gesto di ribellione contro un ordine patriarcale e tirannico, e per questo Eschilo le presenta con grande
rispetto e pietà.

- La responsabilità politica e la democrazia

La figura di Pelasgo è una delle più importanti della tragedia: egli rappresenta il governante giusto e
prudente, che non decide arbitrariamente ma consulta il popolo. In questo Eschilo riflette le nuove idee
democratiche dell’Atene del V secolo, in cui la sovranità non appartiene più al re ma alla comunità dei
cittadini. La decisione collettiva di Argo di accogliere le supplici è un atto di civiltà politica e religiosa: la
polis si afferma come luogo di giustizia e solidarietà.

- Il ruolo del coro e la dimensione rituale

In Le Supplici, il coro è protagonista assoluto: le Danaidi non sono solo commentatrici dell’azione, ma ne
sono il centro vitale e morale. Attraverso i loro canti, Eschilo dà voce alla paura, alla speranza e alla fede
nell’intervento divino. Il ritmo corale e la lingua solenne conferiscono alla tragedia un tono sacro e rituale,
che trasforma il dramma politico in un atto religioso di purificazione e di riconoscimento dei limiti umani.

- Il significato politico e universale

Pur ambientata nel mito, Le Supplici riflette le tensioni politiche dell’Atene contemporanea: il rispetto per la
legge, il ruolo del popolo nelle decisioni pubbliche, la pietà verso gli stranieri e i perseguitati. Eschilo offre
una visione alta e umanistica della civiltà greca, in cui la pietà (eusebeia) e la giustizia (dike) sono le basi
della convivenza civile. Allo stesso tempo, la tragedia è un monito contro la violenza e l’arroganza del
potere, mostrando che solo il rispetto degli dèi e dell’uomo può garantire equilibrio e pace.

Prometeo
Di questa trilogia abbiamo solo il Prometeo incatenato e degli altri due (liberato e portatore di fuoco)
abbiamo solo dei frammenti. Abbiamo detto che lo Zeus di Eschilo porta sempre giustizia ed è colui con il
quale l’uomo riacquisisce il senso del limite attraverso il dolore portato da Zeus stesso. Quì però Zeus non è
visto così ma è lontano dalla classica visione di Eschilo perché viene visto più come cronos (tempo) e quindi
come cattivo; dio che per affermare se stesso e la propria deità deve fare male all’uomo. Alcuni sostengono
addirittura che quest’opera non sia di Eschilo mentre altri dicono che cambiando l’ordine delle opere si può
capire il perché di questo cambio di visione: Prometeo infatti nell’Incatenato appare come un eroe ribelle,
nemico di Zeus, punito per aver donato il fuoco e la conoscenza agli uomini, tuttavia se si considera l’ordine
originario dell’intera trilogia, si capisce che Eschilo non voleva presentare un Prometeo semplicemente
“contro” gli dèi, ma intendeva mostrare un’evoluzione nel rapporto tra l’uomo, la divinità e la giustizia
divina. Nel primo dramma (Prometeo incatenato) Zeus appare come un tiranno giovane e violento, simbolo
del potere assoluto che punisce chi lo sfida ma nei drammi successivi (che non possediamo) avveniva una
riconciliazione: Prometeo veniva liberato e tornava in armonia con Zeus. Questo cambiamento di prospettiva
rivela la visione teologica di Eschilo, secondo cui anche la divinità evolve verso una forma più giusta e
razionale.

Cambiando l’ordine e leggendo Prometeo incatenato non come tragedia isolata ma come parte di un percorso
si comprende che Eschilo non voleva opporre l’uomo a Zeus, bensì mostrare il passaggio da un potere divino
arbitrario a una giustizia superiore e condivisa, in cui il conflitto tra ribellione e autorità trova una sintesi. In
questo senso, l’opera riflette la stessa fiducia nella giustizia e nel progresso morale che anima tutta la sua
visione del mondo.

Prometeo incatenato

Prometeo incatenato, rappresentata probabilmente intorno al 460 a.C., è una delle tragedie più complesse e
affascinanti di Eschilo e la prima parte di una trilogia oggi quasi del tutto perduta. Le altre due tragedie erano
Prometeo liberato e Prometeo portatore del fuoco. Insieme, formavano un ciclo che narrava la ribellione, la
sofferenza e infine la riconciliazione di Prometeo con Zeus.

Trama

La tragedia si apre con la punizione del Titano Prometeo, incatenato su ordine di Zeus su una rupe deserta
della Scizia. Efesto, obbedendo controvoglia agli ordini divini, lo lega con catene di bronzo, mentre il coro
delle Oceanine assiste con pietà. La colpa di Prometeo è aver donato il fuoco agli uomini, consentendo loro
di sopravvivere, costruire, conoscere e dominare la natura. Con questo atto, ha sfidato la volontà di Zeus, che
voleva sterminare l’umanità per fondare un nuovo ordine. Prometeo non si pente: rivendica con fierezza il
suo gesto e accusa Zeus di ingiustizia e tirannide. Egli sa, tuttavia, che Zeus non regnerà per sempre: conosce
un segreto che può causarne la caduta, e rifiuta di rivelarlo. Arrivano vari personaggi che lo ammoniscono o
lo compatiscono: prima Oceano, che lo invita alla prudenza; poi il coro, che piange con lui; infine Io, la
fanciulla amata da Zeus e perseguitata da Era, trasformata in giovenca. Prometeo le predice il suo lungo
pellegrinaggio fino all’Egitto, dove ritroverà pace e darà origine a una stirpe da cui nascerà Eracle, il futuro
liberatore del Titano. Alla fine giunge Hermes, messaggero di Zeus, che intima a Prometeo di rivelare il
segreto. Il Titano rifiuta con fermezza, preferendo il silenzio alla sottomissione. Zeus scatena allora una
tempesta e fa sprofondare Prometeo nella voragine, tra fulmini e tuoni: la tragedia si chiude in un clima di
sublimità e sfida eroica.

Prometeo liberato

Il secondo dramma della trilogia, Prometeo liberato, è andato perduto, ma alcuni frammenti e testimonianze
antiche (soprattutto in Eschilo e in autori come Pausania e Clemente Alessandrino) permettono di
ricostruirne il contenuto. Dopo molti secoli di tormento, Eracle giunge finalmente sulla rupe della Scizia e
libera Prometeo spezzando le sue catene, come Prometeo aveva predetto in Prometeo incatenato. Tuttavia, la
liberazione non è immediata né totale: Zeus impone che Prometeo porti per sempre al dito un anello di ferro
con un frammento della rupe, come simbolo eterno della sua pena e della sua colpa. In questo modo, l’ordine
divino viene rispettato, ma la giustizia si apre al perdono. È probabile che in questa tragedia si compisse
anche la riconciliazione tra Zeus e Prometeo: il Titano rivela al dio il segreto che minacciava il suo trono,
ossia che se avesse sposato la ninfa Teti, questa avrebbe generato un figlio destinato a essere più potente del
padre. Zeus, grazie all’avvertimento, evita il matrimonio e dà Teti in sposa al mortale Peleo, da cui nascerà
Achille. La liberazione di Prometeo rappresenta così non solo il suo riscatto personale, ma anche
l’instaurazione di un nuovo ordine cosmico, fondato non più sulla forza ma sulla saggezza e sulla
collaborazione tra divino e umano.

Prometeo portatore del fuoco

L’ultima tragedia della trilogia, Prometeo portatore del fuoco, chiudeva il ciclo in senso simbolico e
religioso. L’opera narrava probabilmente la fondazione dei riti in onore di Prometeo e la trasmissione agli
uomini delle arti e delle tecniche derivate dal dono del fuoco. Secondo i frammenti e i commentatori antichi,
Prometeo, ormai riconciliato con Zeus, tornava tra gli uomini come benefattore e maestro. Egli insegnava
agli uomini le scienze, la medicina, la scrittura, l’agricoltura, e fondava riti di purificazione per ricordare la
sua colpa e il suo perdono. Il significato della trilogia si conclude così in una dimensione di armonia
universale: Prometeo non è più solo il ribelle, ma diventa il mediatore tra gli dèi e l’umanità, colui che,
attraverso la sofferenza, ha portato la conoscenza, la civiltà e la libertà. Zeus stesso, da tiranno, si trasforma
in sovrano giusto e saggio, capace di apprendere dal dolore e dalla compassione.

Temi principali di tutto il Prometeo

- La ribellione e la giustizia divina

Nel Prometeo incatenato, Eschilo rappresenta la ribellione dell’intelligenza contro il potere assoluto. Ma nei
drammi successivi la ribellione trova un esito armonico: il conflitto tra Zeus e Prometeo non è distruttivo,
bensì pedagogico. Il Titano, simbolo della ragione e della libertà, educa anche il dio al senso della giustizia.

- Il progresso umano e il dono del fuoco

Il fuoco, simbolo di tecnica e conoscenza, segna il passaggio dell’umanità dall’ignoranza alla civiltà. Grazie
a Prometeo, l’uomo diventa consapevole, ma anche responsabile. Il mito racconta dunque la nascita della
cultura e la dignità dell’uomo come creatura capace di creare, soffrire e migliorare.

- Il dolore come strumento di redenzione

Tutta la trilogia ruota attorno al valore del dolore: Prometeo soffre non per punizione sterile, ma come atto di
amore e sacrificio. La sua sofferenza redime l’umanità e trasforma la giustizia divina in compassione. È una
concezione etica e religiosa che prefigura la catarsi tragica e la visione cristiana del sacrificio redentore.

- Il nuovo ordine del mondo

Nel Prometeo liberato, la riconciliazione tra Zeus e Prometeo segna il passaggio da un ordine dominato dalla
forza (kratos) a un ordine fondato sulla saggezza (sophrosyne). Eschilo rappresenta così l’evoluzione della
giustizia cosmica: il potere divino non è più tirannide, ma governo giusto e razionale dell’universo.
- La figura di Prometeo come simbolo universale

Prometeo è il primo grande eroe morale del pensiero occidentale: un dio che si fa uomo per amore degli
uomini. È il simbolo della libertà, della conoscenza e del sacrificio, e rappresenta la fiducia nella possibilità
che anche il dolore e la ribellione conducano alla verità e alla giustizia.

Sintesi finale

La trilogia prometeica di Eschilo è una delle più alte creazioni della tragedia greca: un percorso che
va dalla ribellione alla riconciliazione, dal dolore alla conoscenza, dal conflitto tra potere e giustizia
alla nascita di un equilibrio universale tra divino e umano. In Prometeo incatenato, il Titano è l’eroe
della libertà che sfida la tirannide; in Prometeo liberato, è il martire che ottiene la redenzione; in
Prometeo portatore del fuoco, diventa il simbolo della civiltà e della sapienza. Attraverso di lui,
Eschilo celebra la dignità dell’uomo e la forza della ragione, mostrando che solo la conoscenza e la
giustizia possono rendere il mondo davvero divino.

Orestea
L’Orestea è l’unica trilogia completa di Eschilo che ci sia giunta integralmente. Fu rappresentata nel 458 a.C.
e comprende tre tragedie:

1. Agamennone,

2. Le Coefore,

3. Le Eumenidi.

A queste seguiva originariamente un dramma satiresco, Proteo, oggi perduto. L’intera trilogia racconta la
vicenda della casa degli Atridi, segnata da una lunga catena di colpe, vendette e maledizioni, che trova
compimento nella fondazione di un nuovo ordine morale e politico: la giustizia umana e razionale che
sostituisce la vendetta di sangue. Eschilo in 9 anni elabora il suo pensiero, simbolo di grandezza e studia il
problema della giustizia, infatti l’Orestea è un modello moderno nuovo che si rifà al contesto storico-
culturale in cui viene scritta.

467 ac reduci dalle guerre persiane, prima del 460ac i democratici spingevano per il potere ma era molto
forte la parte nobiliare; comunque in questi anni i democratici vanno al potere. Eschilo aveva origini nobiliari
ma sposò la parte dei populares (democratici) e con l’Orestea comunica che tra le riforme dei democratici
avevano tolto la giurisdizione degli areopaghi agli aristocratici che dalla notte dei tempi hanno sempre
giudicato tutti, lasciandoli solo il giudizio per i reati inerenti alla famiglia.

Agamennone

Trama

La prima tragedia si apre davanti al palazzo di Argo. Un sentinella, in una scena notturna di grande potenza
poetica, attende il segnale che annunci la caduta di Troia. Quando la città viene distrutta, il fuoco corre di
montagna in montagna fino ad Argo, portando la notizia tanto attesa. Il coro degli anziani argivi rievoca il
sacrificio di Ifigenia, la figlia di Agamennone, uccisa dal padre per placare la dea Artemide e permettere alla
flotta greca di salpare. Quell’atto sacrilego pesa ora come una maledizione sul re. Intanto Clitemnestra,
moglie di Agamennone, attende il ritorno del marito con rancore e sete di vendetta: non ha mai perdonato il
sacrificio della figlia e nel frattempo ha intrecciato una relazione con Egisto, cugino di Agamennone e
anch’egli assetato di vendetta per l’antica strage della sua famiglia da parte degli Atridi. Agamennone arriva
trionfante con la schiava troiana Cassandra, figlia di Priamo, profetessa maledetta da Apollo: condannata a
dire il vero senza essere mai creduta. Clitemnestra lo accoglie con parole ingannevoli e lo induce a
camminare su tappeti di porpora, gesto di ubris perché riservato solo agli dèi. Cassandra predice la propria
morte e quella del re, poi entra nella reggia. Dietro le quinte si consuma il duplice omicidio: Clitemnestra
uccide Agamennone nella vasca da bagno e poi finisce Cassandra. Uscita in scena, esibisce i cadaveri e
rivendica con fierezza il suo gesto, sostenendo di aver agito per giustizia e non per vendetta. La tragedia si
chiude con l’apparizione di Egisto, che proclama la fine della stirpe degli Atridi, mentre il coro invoca gli dèi
perché pongano fine al ciclo di sangue.

Significato

In Agamennone Eschilo mostra la prima fase della giustizia arcaica, quella della vendetta (tisis): il male
genera male, la colpa chiama altra colpa. La tragedia è dominata dalla miasma, la contaminazione del
sangue, e dalla maledizione familiare. Clitemnestra è figura ambigua: assassina eppure, in parte, strumento
del destino.

Coefore

Trama

La seconda tragedia si apre molti anni dopo. Elettra, figlia di Agamennone e Clitemnestra, si reca con un
gruppo di schiave (le “coefore”, cioè portatrici di libagioni) alla tomba del padre per compiere un rito
funebre. Qui incontra il fratello Oreste, tornato dall’esilio con l’amico Pilade per vendicare il padre, come gli
ha ordinato Apollo. Dopo un commovente riconoscimento tra i due fratelli, Elettra e Oreste invocano gli dèi
inferi perché li aiutino a compiere la vendetta. Oreste, travestito da straniero, entra nel palazzo fingendo di
recare la notizia della propria morte. Clitemnestra lo accoglie, ma l’inganno si rivela quando Oreste uccide
prima Egisto e poi la madre stessa, nonostante le sue suppliche. Dopo il delitto, Oreste è assalito dal rimorso:
vede apparire le Erinni, divinità vendicatrici del sangue materno, che lo inseguono come incarnazioni della
colpa. Fuggendo da Argo, invoca l’aiuto di Apollo, e la tragedia si chiude con il suo grido disperato.

Significato

Nelle Coefore si compie la seconda fase del ciclo di giustizia: la vendetta continua, ma comincia ad apparire
la coscienza del male. Oreste non agisce per odio, ma per obbedienza divina, eppure il suo gesto lo
contamina: anche chi punisce un delitto diventa colpevole. È il passaggio cruciale dal mondo arcaico della
tisis alla ricerca di una giustizia più alta, non più privata ma regolata da una legge comune.

Eumenidi

Trama

La terza tragedia inizia nel tempio di Apollo a Delfi, dove Oreste si è rifugiato. Apollo promette di
difenderlo, ma non può cancellare la colpa del matricidio. Le Erinni, antiche dee del sangue, lo inseguono
senza tregua: rappresentano le forze oscure e vendicatrici della natura e della tradizione arcaica. Apollo
manda Oreste ad Atene, dove la dea Atena istituirà un tribunale per giudicare il suo caso: è l’Areopago,
simbolo della giustizia umana e razionale. Il processo si svolge davanti agli dèi e ai cittadini ateniesi. Le
Erinni accusano Oreste di aver ucciso la madre; Apollo lo difende sostenendo che il vincolo paterno è più
sacro di quello materno e che l’omicidio di Clitemnestra è stato un atto di giustizia voluto da Zeus. Atena
ascolta le argomentazioni e, di fronte al pareggio dei voti, emette il suo verdetto decisivo: Oreste è assolto.
Le Erinni, dapprima furiose, vengono placate e trasformate in Eumenidi (“le Benevole”), nuove divinità
protettrici della città e della fecondità. La tragedia si chiude con una processione solenne che celebra la
nascita di un nuovo ordine: non più la vendetta del sangue, ma la giustizia della legge.

Significato

Le Eumenidi rappresentano la trasformazione della giustizia divina in giustizia civile. Con l’assoluzione di
Oreste, l’uomo passa da un sistema fondato sulla punizione e sulla colpa ereditaria a uno basato sulla
responsabilità e sul diritto. È il momento in cui il mito diventa metafora della nascita della polis democratica
e del diritto ateniese.

Temi principali nelle tre opere dell’Orestea


- La maledizione e il destino

La trilogia si apre nel segno della maledizione che grava sulla casa degli Atridi: la colpa non appartiene solo
ai singoli, ma a un’intera stirpe. Tuttavia, Eschilo mostra un’evoluzione: il destino non è più solo cieco e
crudele, ma diventa una forza morale che educa gli uomini alla consapevolezza.

- La giustizia (Diké)

La Diké attraversa tutta la trilogia trasformandosi: da vendetta a giustizia divina e infine a legge umana.
L’Orestea è la rappresentazione poetica della fondazione del diritto: l’uomo impara a sostituire la vendetta
privata con la giustizia pubblica, a riconoscere che solo il giudizio collettivo può spezzare la catena del
sangue.

- Il ruolo della donna

Clitemnestra è una figura centrale: donna potente, razionale, vendicatrice, che rovescia l’ordine maschile ma
ne paga il prezzo. Elettra rappresenta la continuità familiare e religiosa, mentre Atena incarna la razionalità e
l’equilibrio che riconciliano i due mondi. L’intera trilogia è anche una riflessione sul rapporto tra maschile e
femminile, tra violenza e saggezza.

- Il significato politico e religioso

L’Orestea celebra il valore della polis e della giustizia ateniese. Il processo di Oreste nelle Eumenidi è una
trasposizione mitica della nascita dell’Areopago, tribunale supremo di Atene, e quindi una celebrazione della
democrazia. Ma Eschilo non scrive un testo celebrativo: ammonisce che solo il rispetto degli dèi e della
legge può garantire l’equilibrio della città.

- La catarsi e il superamento del male

Attraverso la sofferenza e la colpa, l’uomo conquista la conoscenza: il dolore è il prezzo della saggezza
(pathei mathos). L’Orestea è dunque una grande parabola spirituale che mostra la possibilità di redenzione e
di armonia dopo il caos.

Sintesi finale

L’Orestea è il più alto esempio di trilogia tragica unitaria: dalla violenza arcaica di Agamennone alla
purificazione finale delle Eumenidi, Eschilo compie un percorso di civilizzazione morale. La giustizia divina
si umanizza, la vendetta diventa legge, il dolore si trasforma in conoscenza. Con quest’opera, Eschilo non
racconta solo la fine della maledizione degli Atridi, ma celebra la nascita della giustizia e della civiltà stessa,
in un equilibrio perfetto tra religione, mito e politica. È, in senso profondo, la tragedia della nascita
dell’uomo moderno: capace di dominare il proprio destino non con la forza, ma con la ragione.

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