Wolfflin
Wolfflin
Vita
- Nasce in Svizzera nel 1864 e muore a Zurigo nel 1945
- La sua formazione avvenne prima a Basilea con Jacob Burckhardt,
poi a Berlino presso Wilhelm Dilthey studia filosofia, ma si
occupa principalmente di filosofia dell’architettura. Si trasferisce per
studiare a Monaco e nel 1886, infatti, scrive una tesi intitolata
“Psicologia della architettura”
- Tra il 1886 e il 1887 fu a Roma dove elaborò la tesi per l’abilitazione,
“Rinascimento e Barocco” (in questa cerca di ricostruire la
trasformazione del linguaggio rinascimentale in quello barocco).
- Nel 1891 scrive invece “L’opera giovanile di Michelangelo”.
- Nel 1893 succedette a Burckhardt nella cattedra di storia dell'arte a Basilea.
- Del 1899 è “L'arte classica”
- Dal 1901 al 1912 insegnò a Berlino e scrisse un’opera su Durer (L’arte di Albrecht Durer), in cui
analizza questo artista per poi passare all'analisi dei rapporti tra il Nord e Sud Europa.
- Dal 1912 al 1923 insegna a Monaco.
- Del 1915 è la sua opera “Principi fondamentali della storia dell’arte”.
- Dal 1924 in poi insegna a Zurigo, dove scrive “La concezione della forma italiana e tedesca” (1931) e
“Pensieri sulla storia dell’arte”
- Rimane a Zurigo fino alla sua morte avvenuta nel 1945
Le sue due opere più importanti furono: “Rinascimento e barocco” e “Concetti fondamentali della storia
dell’arte”
RINASCIMENTO E BAROCCO (1888)
L’oggetto del lavoro è il problema del passaggio dello stile del Rinascimento a quello del Barocco (periodo
della storia dell’arte considerato non classico). Riguarda principalmente l’architettura perché è questo quello di
cui lui si occupa maggiormente.
L'opera è organizzata in tre parti:
Esame dei caratteri stilistici del barocco in contrapposizione a quelli rinascimentali (quindi descrizione
dello stile barocco)
Cause della trasformazione dello stile (individuazione delle cause che hanno determinato lo stile
barocco)
Evoluzione dei tipi (è la parte casistica, ovvero la descrizione delle tipologie architettoniche più diffuse
nel XVI e XVII secolo – 1500/1600)
Nel primo punto Wolfflin elenca i caratteri stilistici che contraddistinguono l'epoca barocca:
- Pittoresco aggettivo riferito ad un’opera pittorica caratterizzata da effetti di chiaroscuro, irregolarità,
disordine, con particolare riferimento alla raffigurazione pittorica di una natura spettacolare o solitaria e
di paesaggi suggestivi e fantastici
- Monumentale senso del grandioso e dell'abnorme
- Massiccio opprimente, grave
- Senso del movimento dissoluzione dinamica delle forme
Sono caratteri che contrastano con quelli specifici dello stile rinascimentale, basati sulla regolarità delle forme,
sulla loro articolazione armonica, sul senso delle proporzioni, sull'assenza di contrasti chiaroscurali.
Wolfflin passa poi al secondo punto, cioè all'individuazione delle cause che hanno dato origine alla
trasformazione dello stile sono cause che non vanno attribuite né ad un mutamento di gusto o cultura di un
determinato periodo storico, né ad un’invenzione individuale del singolo artista.
Vanno invece ricondotte ad una reazione psicofisica individuale di fronte alla realtà.
Sono affermazioni che Wolfflin aveva portato avanti già da prima, nella sua tesi di laurea intitolata “Psicologia
dell'architettura” qui studiava il rapporto tra architettura e reazioni psicofisiche individuali.
Il cambiamento di stile c’è a causa del logorio della forma o stanchezza del senso della forma, cioè l’occhio
dopo un po’ si annoia di ciò che è abituale. Quindi gli artisti e il pubblico si stufano delle forme rinascimentali e
iniziano con quelle barocche. Si tratta in sostanza di una questione psicologica.
Un’altra cosa da analizzare è il rapporto con le condizioni storiche lui è un formalista (infatti quando dice che
ci si stanca è l’occhio nello specifico a stancarsi. C’è l’idea che l’occhio sia autonomo rispetto alla psiche e che
non ci sia un modo di vedere culturale, ma che dipende esclusivamente dalla visione molto forte è l’influenza
del purovisibilismo), ma, in questo libro, accetta anche l’idea che lo stile sia in qualche modo anche
l’espressione di un periodo storico (nonostante questo, critica le associazioni facili che sono state fatte come
filosofia scolastica=architettura gotica). In che senso? c’è un modo di vedere del ‘600 (epoca), ma che poi
varia a seconda del luogo. Inoltre, c’è una sorta di gerarchia del luogo (ES: tutto lo stile degli italiani che si
distingue da quello spagnolo, poi a scendere lo stile dei fiorentini che si distingue da quello senese e poi quello
dei singoli artisti).
Per farci capire come funziona il rapporto tra questo cambiamento del modo di vedere (e quindi di stile) e le
condizioni storiche di un determinato luogo e periodo ci dice che il modo di vedere contiene in sé anche l’idea
del corpo, ovvero noi giudichiamo un oggetto in rapporto ad un nostro corpo. Questo c’era anche già in Vasari
quando critica le figure di Pontormo perché sembra che facciano quasi impazzire per la stranezza delle loro
forme che sono lontane dalla realtà (sono spiacevoli a vedersi).
Per fare qualche esempio:
Com’era l’uomo gotico? Scrive: “Possiamo…immaginare benissimo il portamento di un uomo gotico:
movimenti determinati e precisi, esattamente compassati, nessuna trascuratezza, nulla di molle, ovunque
tensione, ovunque l’esatta espressione di una volontà. Tutto quel che è massa scompare, il corpo è un fascio di
nervi, e quelle figure alte e slanciate sembrano appena sfiorare il suolo”
Com’era l’uomo rinascimentale? Scrive: “L’uomo del Rinascimento, al contrario,
esprime un’esistenza calma, serena; la rigidità si libera, si scioglie, subentra una calma
forzata nei movimenti, una calma forzata
nell’immobilità” Tutto ciò che è prodotto nel
rinascimento esprime queste idee del corpo. Fa,
per capire ancora meglio, un esempio, che è
quello delle scarpe:“Tutto questo è espresso
innanzitutto dalla foggia degli abbigliamenti. Si
confronti, ad esempio, la scarpa del periodo
gotico con quella del Rinascimento: quella gotica è stretta e a punta, con un lungo
becco; la rinascimentale è larga e comoda, e poggia al suolo con calma decisa”
Nel terzo punto affronta le varie tipologie impiegate dagli artisti dell’età barocca nelle opere architettoniche (sia
ecclesiastiche sia civili) e la loro evoluzione.
CONCETTI FONDAMENTALI DELLA STORIA DELL’ARTE (1915)
Si tratta dell’opera più importante di Wolfflin insieme a “Rinascimento e Barocco”. Comparve nella sua prima
edizione nel 1915, ma venne ripubblicato più volte. La lettura nelle dispense riguarda la 6° edizione e, nella sua
prefazione, ci dice che, l’opera, per la 6° volta, ricompare senza mutazioni.
Opera in sé:
La prima parte è dedicata, in generale, allo stile. L’idea principale è che ci sia uno stile, che esprime
delle forme, diverso per ogni epoca. All’interno dell’epoca poi c’è uno stile diverso per ogni luogo e,
infine, all’interno di ogni luogo, ci sono gli stili individuali (ancor più differenti se si considerano
diversi modelli) (“La duplice fonte dello stile”)
La seconda parte è dedicata all’analisi delle categorie (“Le forme più ampie della rappresentazione”),
Paesaggio Querce in un
boscoso con lago con
un mulino ninfee di
ad acqua di Ruysdael
Hobbema
Essendo pensieri sistematici si possono creare delle contraddizioni es: Rembrandt è un artista pittorico e
non lineare, ma è forse più di tutti quello che esprime valori tattili, tangibili macchie.
Esempio di questo passaggio “Cristo tra i dottori” di Durer. C’è una particolare attenzione alla resa delle
mani (tra ‘400 e ‘500 diventa una cosa quasi ossessiva tra Venezia e la
Germania. I campioni di questo sono: Durer e Bellini). Notiamo che le mani
sono il cuore di questo dipinto e sono molto lineari (vediamo che parlando
delle mani Wolfflin ci spiega cosa vuol dire quando ci dice che lo stile
lineare si vede non solo nel
contorno ma anche negli
elementi interni).
Passaggio dalla forma chiusa alla forma aperta ogni opera d’arte deve costituire un insieme conchiuso
e trovare in sé i suoi limiti. Questo è quello che troviamo nel Rinascimento, mentre nel Barocco c’è un
rilassamento delle regole, la distensione del rigore architettonico. La forma da chiusa diventa aperta
Passaggio dalla molteplicità all’unità nel Rinascimento, le singole parti, sebbene siano legate insieme,
conservano sempre una loro autonomia (es: nella battaglia dei nudi di Pollaiolo ogni figura sembrava una
figurina). L’unità è raggiunta tramite l’armonia di parti indipendenti.
Nel Barocco l’armonia si raggiunge tramite una riduzione di tutte la parti ad un solo motivo o con la
subordinazione di tutti gli altri elementi a uno dominante.
L’idea è che nel Rinascimento l’artista tenta di mantenere la molteplicità della realtà che l’occhio vede, ma
nell’arte del Barocco tutto è ridotto all’unica visione dello sguardo.
Passaggio dalla chiarezza assoluta alla chiarezza relativa Nel Rinascimento si ha la rappresentazione
delle cose come sono, prese una per una e rese percepibili tattilmente e plasticamente. Nel Barocco c’è la
rappresentazione delle cose come appaiono, viste nella loro totalità e secondo le loro qualità non plastiche
composizione, luce, colore non hanno più come funzione principale quella di chiarire la forma, ma vivono
di vita autonoma. Cioè?
Secondo il punto di vista rinascimentale, se proviamo a disegnare in chiaroscuro scopriamo che attraverso la
luce e l’ombra si forma un corpo. La luce da sé è funzionale alla realizzazione di una forma.
Nel Barocco invece sono autonome: non servono più all’artista a definire le forme, ma sono esse stesse delle
forme, indipendentemente dai corpi su cui cadono. Acquistano una loro autonomia.
Critica alla critica di Wolfflin:
Il primo problema è la metaforica che unisce il lineare al tattile e il pittorico all’ottico. Questo
soprattutto se si applica a Rembrandt, uno dei pittori che più esprime i valori tattili
in pittura. Il problema nasce quindi quando associamo automaticamente la pittura
tonale di Rembrandt ai valori ottici (e non tattili).
Con la pittura di R. siamo oltre all’idea di Alberti che l’oro debba essere dipinto e
non usato come materia, siamo qui di fronte ad una ricreazione materica dell’oro
dipinto, una pittura che ricrea proprio la plasticità del gioiello (effettivamente
l’opera è olio su tela).
In sostanza possiamo dire che non ci sia dubbio che lo stile di R. sia pittorico e non
lineare, ma se consideriamo la maestria nel dipingere i gioielli che sembrano
materia effettivamente non possiamo non parlare di valori tattili
Il secondo problema è nella definizione del rapporto tra la forma e luce/ombra.
Per Wolfflin è caratteristico del Rinascimento, come abbiamo già detto, che luci e
ombre siano funzionali alla forma. Nel Barocco luce/ombra sono invece esse
stesse forme che non disegnano altre forme. Facciamo un esempio:
questo è un disegno di Giovan Battista Naldini (allievo di Vasari, quindi siamo nel ‘500). E’ un
esempio di come il contrasto luce/ombra definisce la forma.
Se prendiamo però il disegno “Banchetto di Erode” di Alessandro Maganza (un altro artista non fiorentino nato
solo 20 anni dopo) notiamo un uso diverso della luce/ombra, non creano
solamente le figure. Un’altra cosa che notiamo è che la differenza del rapporto
tra luce/ombra e primo piano/sfondo. Solitamente nel ‘500 il primo piano è
illuminato e lo sfondo no. Qui, per aumentare la drammaticità, fa il contrario.
Questo disegno fa parte di una cultura figurativa diversa? Si, ma sono
caratteristiche che ritroviamo anche nella pittura di Rembrandt (usa l’ombra
per il primo piano, ad esempio, nella “cecità di
Sansone”). Quindi non occorre andare avanti
fino al ‘600 maturo per vedere queste differenze.
Ci accorgiamo quindi che le categorie di
Wolfflin possono essere usate anche all’interno di uno stesso periodo.
A proposito vediamo
un’altra opera di
Rembrandt: “Ronda di notte”. Quale è l’oggetto più
vicino allo spettatore? E’ la lancia. E come la dipinge?
Nera (la cosa che sta più avanti è scura) Questa è una cifra
stilistica di Rembrandt.
PARENTESI: Una cosa che dobbiamo aggiungere su Wolfflin è che per lui l’occhio vede come intendevano i
purovisibilisti (in realtà idea condivisa alla fine dell’800. Anche nella loro diversità, ad accumunarli c’è la
critica all’impressionismo, la critica di Ruskin…). Quindi Wolfflin si sofferma su
dipinti come il “ritratto di Eleonora di Toledo” di Bronzino per farci capire come
l’occhio funziona e come queste considerazioni sulla
fisiologia della visione si riflettono sullo stile da un punto di
vista storico. W., di questo quadro, ci dice che non c’è
occhio umano che possa vedere le cose in questo modo
(determinatezza della linea). Con un solo sguardo l’occhio
non si può catturare ogni aspetto (quindi non si rappresenta
ciò che l’occhio vede).
Un occhio che invece è disposto a cogliere la sola apparenza (a rappresentare ciò che l’occhio vede) è quello di
Velasquez. Non rappresenta un dettaglio in sé, ma l’insieme.
In realtà c’è una contraddizione in questo discorso: la storia dell’arte di Wolfflin consiste nella storicizzazione
del modo di vedere (nel ‘500 si vedeva così e quindi c’era questo stile, nel ‘600 si vedeva così e quindi c’era
questo altro stile), quindi qui non avrebbe dovuto dire che Velasquez si avvicina al reale modo di vedere
dell’occhio, ma che nell’età di Bronzino si credeva che l’occhio vedesse così e nell’età di Velasquez in un altro
modo.
Nella sua opera poi ricordiamo che Wolfflin ha anche fatto un riferimento esplicito ad Hildebrand:
“La scultura dell’arte Barocca non guarda in una sola direzione, ma possiede una più ampia sfera
d’espansione. A questo punto è necessario citare Hildebrand che ha difeso la causa della superficie nella
scultura in nome non di uno stile, ma dell’arte in generale in cui “Problema della forma” è diventato in
Germania il catechismo di una grande scuola. Dice Hildebrand: la rotondità della materia assume un valore
artistico solo quando viene trasferita in una immagine che può essere percepita come superficie”
Idea di Hildebrand: un’immagine ravvicinata implica un movimento dell’occhio, quindi immagine mobile,
tattile, ma per avere un’idea della pura forma bisogna allontanarsi e perdere questa tattilità. Sembra che
Hildebrand abbiamo influenzato Berenson, ma non è così: per Berenson la qualità artistica c’è nel momento in
cui l’opera esprime valori tattili, per H. invece quando esprime valori ottici.
FOTOGRAFARE LA SCULTURA
Saggio di Wolfflin apparso originariamente su numeri di una rivista viennese (“Rivista di arte visiva”) del 1896.
Lo modifica e lo ripubblica nel 1914.
Quando ci si occupa della scultura ci si trova in imbarazzo quando si cercano delle buone illustrazioni.
Pare essersi diffusa l’opinione per cui le opere di scultura possano essere fotografate da qualsiasi lato e che la
scelta sia affidata alla discrezione del fotografo (facendo così egli crede di esprimere la propria indole artistica,
evitando in ogni modo il punto di vista principale).
Non è quindi superfluo per W. accordarsi sul modo in cui si devono fotografare le opere plastiche e, al tempo
stesso, educare l’osservatore a cercare la veduta che corrisponde alla concezione dell’artista. Le opere sono
espressione di un modo di vedere e quindi per interpretarle correttamente bisogna guardare un punto di vista
espresso dalle opere stesse.
Per spiegare questo, si limita ad esaminare alcuni casi più celebri che rappresentano buona parte della storia
dell’evoluzione della scultura:
David di Donatello (1440): in questo caso è impossibile sbagliare punto di vista. La veduta esatta è
quella FRONTALE, poiché rende uguale giustizia alle due metà del corpo, asimmetriche nella posizione
delle braccia e delle gambe, ma non in contrasto tra piano anteriore e piano posteriore. Possiamo
cogliere le linee solo se guardiamo l’opera dal centro esatto.
David del Verrocchio: la figura è costruita tramite il contrasto. Notiamo qui maggiormente la differente
altezza tra la spalla destra e sinistra, tra l’anca destra e quella sinistra, nonostante il piede non sia
rialzato. Una fotografia deve quindi rendere evidente prima di tutto questo contrasto.
Inoltre, se il David di Donatello era articolato solo su un piano, quello del Verrocchio è articolato nel
contrasto tra piano anteriore e piano posteriore: il braccio destro è flesso all’indietro, mentre quello
sinistro in avanti. Le fotografie di Brogi e Alinari (riportate nel saggio non mostrano questo aspetto e
quindi sono errate). La veduta frontale (in riferimento alla testa) è quindi quella corretta perché rende sia
il dislivello di spalle e anche, che quello anteriore/posteriore.
La testa è il punto più singolare: se facciamo un confronto tra le due foto, quella errata e quella corretta,
vediamo che la testa una volta sembra reclinata e una volta sollevata, poiché essendo leggermente
inclinata in avanti, una veduta laterale farebbe apparire la testa reclinata. Anche qui, quindi, è
necessario assumere una veduta frontale
La situazione cambia con il David Michelangelo, poiché non sappiamo in che modo volesse che il suo
David fosse visto. Per questo analizzeremo altre sue sculture: Bacco, Cupido e il Giovannino di Berlino.
Il Bacco andrebbe guardato da una veduta leggermente laterale, in particolare quella sinistra, e così
spesso è stato fotografato (rappresenta al meglio il movimento). Cupido andrebbe guardato di spalle.
Infine, il Giovannino di Berlino, fa parte del periodo della composizione pittorica plurilaterale. Qualora
si intenda pubblicarla, è necessario realizzare molte fotografie (da più lati), poiché la sua composizione
è così straordinaria che, da ogni veduta, risultano immagini chiare e armoniose. Le tre vedute esposte
nel libro mettono in risalto elementi diversi: la prima (fig.5) mette in risalto il motivo della gamba
protratta all’indietro. Se ci si sposta davanti (fig.6) si distingue la trama delle contrastanti direzioni del
corpo. La veduta da sinistra (fig.7) è la più semplice e la più rilassata, dove il distaccarsi del braccio
sinistro assume un effetto molto particolare.
Breve parentesi: notiamo la particolare attenzione che W. mette nel descrivere il San Giovannino. Ci dice che
rispetto al David di Donatello è fatta proprio per essere vista da punti diversi (anche se non parla di una visione
a tutto tondo, ma di una visione multipla a tre lati).
Quando leggiamo l’inizio saggio di Panofsky su Michelangelo è necessario tenere a mente questo discorso di
Wolfflin perché l’inizio è dedicato proprio ad una descrizione esclusivamente formale della scultura di
Michelangelo. Panofsky ci insegna a vedere la scultura di M. riprendendo il discorso di Wolfflin, cioè come
dobbiamo guardare la scultura di Michelangelo?
Prima di tutto distingue tre modi diversi di vedere:
- quello rinascimentale: un singolo punto di vista
- quello manierista: implica un girare intorno alla statua
- quello barocco: si torna all’unico punto di vista frontale. La differenza con quello rinascimentale è che
quello era necessario per apprezzare la chiarezza assoluta della forma, mentre per la scultura barocca è
necessario per apprezzare la sua pittoricità.
Per dirci poi alla fine che l’opera di Michelangelo non può essere visto in nessuno di questi 3 modi, ma
attraverso questi P. ci dà una lettura dell’originalità della sua opera.
Una scultura antica non può essere guardata da qualsiasi lato; il più delle volte si evita la normale veduta
frontale credendo, così, di fare il più grande favore alla scultura, volendole conferire un “fascino”, che si
traduce nello scattare le fotografie leggermente di lato. Sono pochi a sapere che, così facendo, va perduto il suo
valore migliore; si distrugge il contorno creato dall’artista. Con questo non si vuole dire che una scultura non
può avere vedute laterali, ma una veduta principale deve essere sempre presente, solo così, davanti all’opera
originale, si proverà un particolare piacere.
ESEMPI:
1. APOLLO DEL BELVEDERE (fig.8-9), è esposto in Vaticano in modo tale che per cogliere la veduta
originaria ci si deve comprimere contro la parete, e tutte le fotografie moderne riproducono la scultura in
maniera sbagliata, quasi intollerabile (fig.8). Posizione corretta (fig.9, incisione di Marcantonio Raimondi,
unica ripresa corretta): il braccio disteso col mantello va posizionato contro la parete, parallelo all’osservatore;
così facendo la testa ci appare di profilo e i piedi sembrano chiudersi, la scultura acquista sicurezza e quiete. Da
qualsiasi altro punto di vista, la figura appare insicura, fragile e inquietante.
2. Nella rotonda del Vaticano si trova l’HERA BARBERINI, di fronte la quale c’è un’altra HERA, più antica,
attribuita a ALKAMENES. Entrambe le sculture hanno una gamba di sostegno e l’altra libera; la più antica non
lascia il minimo dubbio su come debba essere collocata, infatti, è chiaro che la veduta principale, nel suo caso,
è la veduta frontale; la scultura più recente, invece, con la sua marcata rotazione, non dà pace allo spettatore.
Questo è un errore dovuto alla sua esposizione. L’osservatore è costretto a seguire la gamba libera
abbandonando il piano frontale indicato dal piedistallo.
3. La VENERE CAPITOLINA (fig.10. Scultura in marmo alta 193 cm, copia romana di un originale greco del
II secolo a.C., conservata ai Musei Capitolini. Come le altre varianti si ispira alla Venere Cnidia di Prassitele),
esposta su un dispositivo girevole, permette allo spettatore di godere di tutte le singole vedute. Tuttavia, bisogna
conoscere anche il punto fisso dal quale guardarla e fotografarla. Qui i fotografi si mostrano incerti: alcuni
pensano che sia corretto il punto di vista sia destro, altri il sinistro, quando in realtà il piedistallo mostra in
maniera categorica come debba essere visto il corpo (fig.10).
Rispetto alla Capitolina, la VENERE MEDICEA è più raffinata nei movimenti, ma l’intera peculiarità della
postura delle gambe, la magnifica delicatezza del movimento vanno subito perse se ci si sposto dalla pura
veduta frontale.
Infine, la VENERE CALLIPIGIA, a Napoli (fig. 12), caso molto complesso perchè possiede un forte
movimento rotatorio, rivolge lo sguardo alla propria schiena. Non è concepita né per una veduta anteriore, né
per una posteriore, ma per una laterale; il suo lato sinistro richiede una parete o, meglio, una nicchia.
Oltre a questi, esistono alcuni casi in cui non è possibile trovare una veduta unica come Il TORO FARNESE del
museo di Napoli, l’APOXYOMENOS di Lisippo (non si lascia comprendere chiaramente in quanto è composto
da due vedute: se scegliamo una veduta frontale esaltiamo ad esempio le gambe ma non il braccio, se scegliamo
una veduta laterale succede il contrario). Infine, lo SPINARIO, inquadrato (secondo la concezione artistica di
Marcantonio che gli dedica un’incisione) dal suo lato destro, perché si veda bene l’operazione che sta
compiendo, perdendo però parti importanti, come il volto.
Questi prodotti sono dell’arte peloponnesiaca, mentre nell’arte attica non si trovano affatto queste
sconvenienze.
Tuttavia, nella museografia prevale l’idea ottocentesca molto distante dalle idee di Wolfflin. Prescinde dal
punto di vista dell’opera stessa a favore di criteri differenti come quello dell’isolare il capolavoro e addirittura
porlo su un piedistallo (punto molto importante per W).
Grazie al piedistallo cambia molto il punto di vista: la Pietà di Michelangelo oggi è esposta su un piedistallo
all’interno della basilica di San Pietro. Essendo su un piedistallo la prima cosa che vediamo è il volto della
Madonna e non quello di Cristo.
Prima era sposta nella cappella di un cardinale francese nella vecchia San Pietro. Non aveva un piedistallo ed
era a livello del pavimento. La cosa che esaltava non era il volto della Madonna, ma il volto del Cristo.
DIFFERENZE TRA WARBURG E WOLFFLIN:
-Warburg vede il Rinascimento come una combinazione tra apollineo e dionisiaco, sottolineando l’aspetto
dionisiaco (in contrasto con la dominanza dell’apollineo della tradizione di Winckelmann), mentre Wolfflin è
un winckelmaniano
- Warburg è interessato ad elementi di continuità (una continua trasformazione di forme che derivano dal
passato e in continuità con il passato), mentre Wolfflin è interessato ad elementi di discontinuità e contrasto
(rispetto a ciò che non ci piace più facciamo il contrario)
-per Warburg la forma è strumentale all’espressione della vitalità, mentre per Wolfflin è importante la forma in
sé
-Wolfflin vuole costruire una grande teoria della storia dell’arte, mentre Warburg ha intuizioni sì geniali, ma
non crea un vero e proprio grande libro per esempio
- Warburg è un vessillo dello studio interdisciplinare, mentre Wolfflin in generale, e soprattutto in
“Rinascimento e Barocco”, non lo è (ancora influenza del purovisibilismo)