Tesi
Tesi
La produzione si concentra principalmente nell’area andina del Sud America con i tre
maggiori paesi produttori (Colombia, Perù e Bolivia), in quanto l’arbusto della coca
(Erythroxylon coca) – da cui si estrae il potente principio attivo chiamato cocaina – cresce
spontaneamente nei climi caldi e umidi tropicali dell’America meridionale ad un’altitudine
compresa tra i 700 e i 2000 metri. I paesi limitrofi (Brasile, Venezuela, Argentina ed area
caraibica) viceversa rivestono un ruolo importante quali aree di stoccaggio nonché zone di
transito per l’esportazione verso l’Europa e gli Stati Uniti d’America. (antidroga
governo,govI)+
Nella regione del Nariño, invece, le piantagioni sono soprattutto nel municipio di Tumaco e
aree limitrofe, La regione è bagnata dal mare e ha fitte foreste che attraversate da numerosi
fiumiciattoli che poi sfociano nell’Oceano Pacifico. L’isolamento geografico, il clima
tropicale e l’accesso diretto al mare per il trasporto sono le ragioni per cui in questa zona si
concentrata circa 25% della produzione nazionale.
Nel Perù le principali zone di produzione e trasformazione sono la Valle de los ríos
Apurímac, Ene y Mantaro (VRAEM) e la provincia de La Convención, situate nel centro-sud
del Perù. Il VRAEM è una valle che viene attraversata da tre fiumi principali: l’Apurímac,
Ene e Mantaro, ed è accerchiata da montagne e colline. La zona concentra ben il 68% della
superficie coltivata in coca del Perù grazie sia all’inacessibilità del luogo che alle perfette
condizioni ambientali. La provincia de La Convención, sta nel dipartimento di Cusco e ha
come capoluogo Quillabamba. La zona è caratterizzata da valli andine circondate da una fitta
selva. I numerosi affluenti del fiume Urubamba e la vicinanza a corridoi verso Puno e Madre
de Dios la rendono una zona strategica per il traffico di stupefacenti. Questa area rappresenta
circa 7% della produzione nazionale.
In Bolivia le colture di coca ,invece, si trovano nel dipartimento di La Paz, in particolare
nella regione dei Yungas, e nel dipartimento di Cochabamba, nella zona del Trópico.
I Yungas di La Paz sono una regione montuosa e valliva che collega l’altopiano andino con
l’Amazzonia. Il terreno terrazzato, le altitudini comprese tra i 1.000 e i 2.100 metri e il clima
caldo-umido favoriscono la coltivazione tradizionale della coca, che costituisce l’attività
agricola predominante. Questa area concentra circa il 61% della superficie nazionale coltivata
a coca.
Il Trópico di Cochabamba, nella regione del Chapare, dove il paesaggio è dominato da
pianure alluvionali, foreste tropicali e piogge abbondanti. Qui la coca è spesso coltivata
insieme ad altre piante come banano, ananas o agrumi, in appezzamenti chiamati catos. La
buona accessibilità e la presenza di vie di comunicazione facilitano la distribuzione della
produzione, che rappresenta circa il 38% del totale boliviano.
Vraem 1
Come la Coca viene coltivata.
Nonostante la guerra alla coca che gli Stati Uniti stanno portando avanti ormai da decenni,
l’industria della cocaina rimane uno dei più grandi mercati e tra i più profittevoli.
[Link]
page=anteprimastampa&id_article=942#:~:text=La%20pianta%20ha%20bisogno%20di,le
%20sue%20foglie%20si%20seccano.
[Link]
hl=it&lr=&id=efqxJ5jhOaEC&oi=fnd&pg=PR11&dq=cocaine+&ots=W_2g42G-
Ih&sig=XjOpDZnP6BgC-QLHaonYuPYu5iY&redir_esc=y#v=onepage&q=cocaine&f=false
Ci sono più di 200 specie diverse di pianta di coca esse vengono chiamate con il nome
botanico di Erytroxilon Coca. Solo due varianti contengono un’elevata quantità di cocaina:
Erythroxylum coca and Erythroxylum novogranatense. Le piantagioni di coca necessitano di
condizioni climatiche e atmosferiche ben precise, come un’elevata umidità e abbondanti
precipitazioni (almeno 2000 mm di pioggia all’anno) e soprattutto la temperatura non deve
mai scendere sotto i 18 gradi. La non corretta predisposizione della pianta in un corretto
ambiente porta alla caduta delle foglie prima del tempo e quindi una completa improduttività
della pianta. Il terreno ideale per la coltivazione è in un terreno leggero, ricco di humus che
non è altro che il risultato della decomposizione della materia organica ad opera dei
lombrichi. Inoltre, è consigliabile coltivare la pianta in un terreno leggermente pendente
affinche l’acqua piovana non anneghi la pianta. Prima di piantare la talea o il seme bisogna
rendere il terreno idoneo; perciò, la tecnica agricola più usata per fertilizzare un terreno
naturale è quella del debbio anche detta taglia e brucia. Tale tecnica consiste nel bruciare
residui colturali o vegetali, ottenendo determininati vantaggi:
I semi della pianta di coca vengono raccolti nella stagione estiva sudamericana (da
dicembre a marzo) da piante di coca con 2 o 3 anni di età. Per riconoscere i semi
geneticamente migliori si fa la prova di “ Archimede”: se il seme affonda allora ha le
specificità giuste per essere piantate, senno viene scartato. Il seme viene , inizialmente,
piantato in piccole zolle ombreggiate. La germogliazione avviene di solito alla fine del
primo mese; In questa fase è essenziale mantenere il terreno perfettamente idratatato e
diserbato. Alcune volte il seme viene direttamente piantato all’interno di un piccolo
contenitore di acqua per velocizzarne la germogliazione. In questo secondo caso la
germogliazione avviene di solito intorno al decimo giorno. Il germoglio ormai diventato
“piantina” nel suo secondo mese raggiunge un’altezza di 30 cm. Dopo aver raggiunto
questa fase è necessario travasare la pianta in un nuovo terreno. Un altro metodo molto
diffuso per avviare nuovi campi di Erythroxylum ipadu (una varietà di coca) consiste nel
prendere una talea da un cespuglio di coca già sviluppato e piantarla nel terreno.
Un altro metodo molto diffuso per avviare nuovi campi consiste nel prendere una talea da
un cespuglio di coca già sviluppato e piantarla nel terreno. Questo metodo (consente
all’agricoltore di partire in vantaggio. Esistono due metodi per piantare una talea: uno
consiste nell’infilare nel terreno diversi rami lunghi circa 60 cm; l’altro prevede il taglio di
talee di 7-10 cm da un ramo, ciascuna con rametti sporgenti. La talea prima di essere
piantata viene lasciata in ammollo in acqua per un giorno o due.
Una pianta di coca coltivata da seme in genere raggiunge la piena maturità e consente la
raccolta delle foglie tra i 12 e i 24 mesi dopo il trapianto. Anche se in natura la coca può
raggiungere altezze fino a 9 metri, quella coltivata viene quasi sempre potata per facilitare
la raccolta delle foglie. I campi coltivati vengono mantenuti ad altezze comprese tra 1 e 2
metri circa.
Tutta la raccolta delle foglie di coca viene fatta a mano. I raccoglitori devono essere molto
veloci ma anche attenti a non danneggiare le gemme fogliari durante la rimozione delle
foglie. Le foglie sono considerate pronte per la raccolta quando assumono una tonalità
giallastra e tendono a spezzarsi se piegate.
Le foglie di coca possono essere raccolte da due a sei volte l’anno, a seconda delle
condizioni climatiche. La coca coltivata a quote più basse viene solitamente raccolta più
spesso rispetto a quella coltivata in alta quota. Il raccolto più abbondante, che a volte
rappresenta circa la metà del raccolto annuale totale, avviene dopo le piogge di marzo. Le
raccolte successive si svolgono tra giugno/luglio e novembre, durante la normale stagione
secca in Sud America. Tuttavia, alcune raccolte si effettuano tutto l’anno.
Dopo la raccolta, le foglie vengono messe in sacchi, portate in una stanza chiusa e stese
sul pavimento. Il giorno seguente, vengono trasportate in un’area aperta e piana, dove
sono disposte in strati sottili su un telo esposto direttamente alla luce del sole per
l’essiccazione. Se il tempo è soleggiato e senza nuvole, la fase di essiccazione può essere
completata in sei ore. In caso di maltempo, ci vuole molto più tempo, poiché al primo
segnale di pioggia le foglie devono essere raccolte e messe al riparo.
[Link]
Ci vogliono circa 450-600 kg di foglie di coca per poter produrre un kilo di cocaina in
[Link] un carico di foglie di coca viene colpito da un temporale durante
l’essiccazione, l’intero carico potrebbe andare perso. Questo perché le foglie inizieranno a
fermentare se il contenuto di umidità supera il 14%, causando la degradazione degli
alcaloidi della cocaina.
Il lavoro di raccolta è pagato a cottimo, quindi per guadagnarsi da vivere servono agilità e
resistenza. La tariffa a Puerto Asís ( Colombia) nel 2019/2020 era di 8.000 pesos circa
350 euro per arroba (12,5 chili) di foglie. Spesso i braccianti di coca puntano a diventare
essi stessi proprietari terrieri avendo sia un salario maggiore rispetto ai braccianti “legali”,
sia la possibilità di accedere a credito sia bancario che criminale per acquistare un terreno.
In media in Colombia bastano 2 ettari di Coca per mantenere una famiglia.
Nel 2010, la manodopera salariata rappresentava il 77% dei costi di produzione a
Putumayo-Caquetá (UNDOC e Acción Social)Citazione2011 .
Una componente significativa del costo del lavoro nell'economia della coca è il cibo, poiché i
proprietari delle piantagioni sono tenuti a fornire i pasti ai lavoratori. I coltivatori possono
cercare di risparmiare su questo, ma lo fanno a loro rischio e pericolo poiché, la fonte più
comune di conflitto tra proprietari delle piantagioni e lavoratori è il cibo insufficiente o di
scarsa qualità.
la seconda spesa più grande è rappresentata dagli agrofarmaci che rappresentano il 21%
dei costi di produzione prima della lavorazione.
le coltivazioni di coca sono redditizie. Però, come hanno affermato diversi osservatori,
contrariamente a quanto si pensa comunemente, nessun piccolo coltivatore di coca ha una
probabilità molto alta di diventare ricco ( Osorio, 2020 ). In realtà, solo una manciata di
intervistati dichiara di "non ricavare nulla" dalla coca. Tuttavia, i coltivatori di coca
sembrano avere risultati leggermente migliori rispetto ai loro colleghi nei settori legali
( Marín, Machuca e Acero, 2020 ). Le persone che possiedono mezzo o addirittura un
quarto di ettaro hanno riferito di essere in grado di guadagnarsi da vivere. Il numero molto
limitato di coltivatori con più di 5 ettari coltivati a coca non sta sicuramente diventando
ricco, ma sembra piuttosto avvicinarsi al livello di reddito della classe media urbana
( Gutiérrez, 2019 ).
Nell'indagine dell'Observatorio PNIS del 2019, 106 (ex) coltivatori hanno dichiarato di
ricavare il 50% o più dei loro guadagni dalla vendita di foglie o pasta; all'interno di questo
gruppo. In ultimo, sono i gruppi armati e le organizzazioni del narcotraffico a determinare
il prezzo che i contadini ricevono per le loro foglie e pasta di coca. I contadini sono
l'anello più debole, ricevendo solo l'1-2% di quello che i consumatori pagano. In questo
senso, i contadini sono chiaramente sfruttati. È solo grazie alle politiche proibizioniste
sulla sostanza che, anche i produttori meno dotati riescono a sopravvivere, nonostante
l'estrema disuguaglianza
Come spendono i loro guadagni coloro che superano i costi di sussistenza familiare?
Investire nell'istruzione dei figli è la priorità; 76 dei 107 intervistati del sondaggio PNIS
hanno dichiarato di spendere i loro guadagni derivanti dalla coltivazione della coca in
questo ambito (Gutiérrez-Sanín).Citazione2019 ,Citazione2021 ;
OsservatorioCitazione2019 ).
La lavorazione di coca
Raccolte le foglie bisogna estrarre il principio attivo della coca. Di solito sono i gruppi
paramilitari a fornire i materiali per la trasformazione. La pasta de coca si ottiene dalla
lavorazione delle foglie di coca ed è il punto di partenza da cui si produce la cocaina. La pasta
è una sostanza giallastra, con una consistenza pastosa o farinosa ed è caratterizzata da un
odore intenso dovuto ai solventi utilizzati. La sua produzione avviene di solito direttamente
nelle zone rurali di coltivazione della coca, all’interno di laboratori artigianali noti come
cocinas rústicas. Questi laboratori sono localizzati vicino alle zone di coltivazione data la
difficolta nel trasportare enormi quantità di fogliame. Attualmente esistono due metodi
generali per la trasformazione delle foglie di coca in pasta di coca, denominati tecnica di
estrazione con solvente e tecnica di estrazione con acido. La tecnica con solvente deriva
direttamente da uno dei processi commerciali originali sviluppati all'inizio del XX secolo e
rimane il metodo più comunemente utilizzato in Perù e Colombia. La tecnica con acido (una
metodologia sviluppata recentemente) è una procedura considerevolmente più laboriosa.
Richiede relativamente poco solvente organico (che è controllato in alcune aree del Sud
America) ed è attualmente il metodo più comunemente utilizzato in Bolivia.
Questa tecnica permette di produrre la pasta di coca attraverso procedure rudimentali, che
possono essere già realizzate nelle zone di coltivazione della foglia di coca. Il processo separa
e concentra il principio attivo della cocaina presente nelle foglie fino a raggiungere un
materiale giallastro ancora gommoso e grezzo non destinato al consumo finale, che poi verrà
confezionato e trasferito in altri laboratori, dove sarà nuovamente rilavorato per ottenere la
cocaina in polvere.
Le foglie raccolte vengono prima macerate poi inserite in un grande recipiente dove vengono
inumidite e mescolate con calce o sale carbonato, che facilita l’estrazione della parte attiva
della pianta. Successivamente viene aggiunto un solvente (cherosene, gasolio o benzina) che,
agitato a lungo insieme alle foglie, assorbe il principio attivo. La miscela ottenuta viene
separata dai residui vegetali e trattata ulteriormente con acidi e basi, in una sequenza di
reazioni che permette alla fine di estrarre la pasta di coca.
Per i contadini, la trasformazione della pasta di coca rappresenta un’attività fattibile sia
tecnicamente che economicamente e da un valore aggiunto immediato alle foglie raccolte.
Estrazione con acido:
Le foglie di coca vengono poste in una fossa rivestita di plastica resistente comunemente
chiamata "pozo” contenente una quantità di acido solforico diluito sufficiente a ricoprire le
foglie. La miscela di foglie e acido diluito viene vigorosamente calpestata per 1 o 2 ore da
operai che entrano nella fossa. L'acido converte il principio attivo della cocaina presente nelle
foglie in solfato di cocaina2, che si dissolve nella soluzione acquosa. Come per la tecnica di
estrazione con solvente, l'efficienza dell'estrazione dipende dal tempo di contatto delle foglie
con la soluzione di acido solforico diluito e dall'impegno profuso dagli operai nel calpestare le
foglie. Una volta finito il calpestamento, il succo acido di coca formatosi viene rimosso
(solitamente tramite secchi) e versato attraverso un filtro grossolano (per rimuovere eventuali
residui vegetali) in una fossa separata per decantare3. A questo punto, calce o carbonato viene
aggiunto alla soluzione di acido solforico diluito e agitato energicamente ottenendo così nel
fondo della fossa una pasta di coca molto grezza che viene estratta ,con più cicli, dal
composto aggiungendo prima cherosene o benzina e poi calce o sale carbonato.
Il vantaggio della tecnica dell'acido rispetto a quella del solvente è l'utilizzo di un volume
minimo di solvente organico; tuttavia, richiede un lavoro considerevolmente più intenso.
Questa variante è ampiamente utilizzata in tutta la Bolivia, dove il possesso personale di
grandi volumi (oltre 50 litri) di solventi organici (ad esempio, cherosene) nelle regioni di
coltivazione della coca è illegale.
Rueda evidenzia anche il ruolo che hanno avuto le fortune altalenanti delle diverse
organizzazioni criminali. Il mercato colombiano in passato era dominato da individui come
Pablo Escobar, che comandava il cartello di Medellín, contrastato da quello di Cali. All’inizio
degli anni Novanta queste organizzazioni sono state sciolte dopo la cattura o la morte violenta
dei loro leader. A quel punto sono subentrate due organizzazioni guerrigliere: le Forze armate
rivoluzionarie della Colombia (Farc) e l’Esercito di liberazione nazionale (Eln). I miliziani
hanno “regolamentato” il mercato della cocaina, controllando l’intera catena produttiva come
avevano fatto in precedenza i cartelli di Medellín e Cali, dal raccolto alla lavorazione fino
all’esportazione. Ma nel 2016 il governo colombiano ha siglato un accordo di pace con le
Farc. Oltre a mettere fine a un conflitto armato durato quasi un secolo, l’accordo ha creato una
frammentazione nel mercato della droga. Questo ha frammentato l’industria della cocaina in
Colombia. Oggi in Colombia sono attive circa 500 organizzazioni criminali. Le bande che
comprano la cocaina all’ingrosso, hanno la libertà di scegliere da qualeregione fare
rifornimento, e tali decisioni
(detto “Otoniel”) del clan del golfo. Inoltre, l’Eln ha limitato le proprie attività nel campo
della droga in vista di un cessate il fuoco concordato con l’attuale governo e firmato il 2
agosto.
Nelle relazioni transazionali delle catene di approvvigionamento della cocaina, nelle prime
fasi di produzione, i gruppi armati non statali operano a “distanza di sicurezza”. Sono
indipendenti e su un piano di parità. Di solito rispettano i limiti territoriali di influenza,
all’interno dei quali ciascun gruppo esercita controllo economico, sociale e/o politico (Idler
2019). Questa segmentazione territoriale deriva dalla divisione del lavoro nella catena di un
prodotto o servizio (illegale), in cui ciascuno di questi gruppi assume una o più funzioni
(Deville 2013: 65). La specializzazione garantisce la massimizzazione dei profitti delle
diverse fasi. Sebbene I gruppi parmilitari abbiano un impegno limitato nella produzione, essi
restano indirettamente connessi tramite transazioni finanziarie o materiali (Idler 2020). La
relativa stabilità di tali relazioni di catena di approvvigionamento suggerisce che le parti
coinvolte accettano un certo grado di interdipendenza. Essere influenzati dalle azioni altrui, e
sapere che le proprie azioni hanno implicazioni per l’altro, facilita l’istituzionalizzazione della
relazione, che ne consente la continuità, anche se sono necessarie modifiche o se certi gruppi
vengono sostituiti da altri. Le “basi” degli accordi — ad esempio, chi controlla il territorio in
cui si svolgono — restano immutate; le regole del gioco non devono essere continuamente
rinegoziate.(Annette Idler 2021).
L'ambiente criminale è connotato da un generale senso di sfiducia anche tra gli stessi
gruppi crimali. I gruppi devono ridurre questa sfiducia a un livello sufficiente per poter
interagire (Idler 2019). In assenza di fiducia, le transazioni nelle catene di
approvvigionamento necessitano di forme di regolazione ed enforcement (Gambetta 1993: 17;
Felbab-Brown 2010: 179). Per esempio, Gruppi che si percepiscono come nemici, ad esempio
per ideologie opposte, non riducono direttamente la sfiducia ma preferiscono affidarsi ad una
terza parte, un intermediario (broker), per facilitare la relazione e stabilizzarla. «La
cooperazione con il broker è stabilizzata da un dovere di lealtà di entrambe le parti: egli
costruisce una reputazione di affidabilità, o almeno di essere di parola, quando si tratta di
affari illeciti. I gruppi lo considerano un partner credibile e affidabile, e in cambio rispettano
la loro parte dell’accordo» (Idler 2019: 45–46).
Il broker colma quindi il “gap di fiducia” tra i diversi gruppi armati non statali coinvolti nelle
catene della cocaina. Tuttavia, la diffidenza generale tra i gruppi persiste. Lo stesso accade
nelle transazioni tra varie forme di criminalità organizzata transnazionale. La convergenza di
interessi economici — ad esempio, in accordi di baratto come scambi armi-droga — può
essere sufficiente a ridurre la sfiducia in un affare specifico, ma la diffidenza permane nelle
interazioni più ampie che includono dispute violente (Idler 2019).
Struttura criminale Bolivia
La struttura criminale della Bolivia: il traffico di coca come fulcro del sistema illegale
La Bolivia è un paese che fornisce molte opportunità e poca resistenza, trovandosi così “al
cuore di una nuova dinamica criminale” Il paese confina con il Brasile, “secondo maggiore
consumatore di droghe illegali al mondo”, e con il Perù, “grande produttore di cocaina”. A
questo si aggiunge il fatto che “la Bolivia produce anche la sua propria cocaina”,
moltiplicando così le opportunità per il crimine organizzato.
Negli anni Settanta e Ottanta il narcotraffico in Bolivia era dominato da figure di spicco
come Roberto Suárez, detto “il re della cocaina”. Pablo Escobar e il cartello di Medellín ne
erano soci in affari. Oggi però “il crimine è strutturato come un ‘insieme di clan criminali
indipendenti finalizzato alla produzione della pasta di coca, che viene poi consegnato alle
organizzazioni criminali brasiliane o colombiane. Questi clan informalità si basano su legami
familiari o comunitari. A differenza degli altri paesi operano in modo più o meno cooperativo
e cercano di evitare misure estreme di violenza. Si pensa che la cultura indigena abbia
influenzato questa anomala tendenza pacifica dei conflitti. Tuttavia, negli ultimi anni, si gli
episodi di violenza sono aumentati, soprattutto nella regione di Santa Cruz, dove l’influenza
delle organizzazioni transnazionali ha innalzato il livello di competizione e di rischio. Il cuore
dell’attività criminale boliviana è la produzione di pasta base di coca. I clan locali non sempre
possiedono le competenze tecniche o le risorse per raffinare il prodotto fino allo stadio di
cocaina cloridrato, ma sono in grado di fornire enormi quantità di base intermedia. Secondo
fonti di polizia, «i clan più sofisticati possono mettere insieme fino a una tonnellata di pasta di
coca, e consegnarli alle organizzazioni criminali brasiliane o colombiane» (McDermott
(2014)).
La Bolivia è diventata un’hub del narcotraffico e ciò non si spiega solo con la domanda
esterna o la presenza di criminalità transazionale, ma anche con una serie di fragilità interne
che favoriscono il radicamento del crimine organizzato come:
Un secondo fattore è la debolezza nel controllo aereo e dei confini. Nel 2014 fu approvata
una legge che consentiva di abbattere velivoli sospetti. Tale legge è rimasta unicamente
pubblicata in “gazzetta” ma mai applicata veramente data l’insufficienza di radar e caccia. Si
stima che ogni anno fino a 200 tonnellate di droga lascino il Perù in direzione Bolivia per via
aerea.
Cartelli Perù:
in Perù ,come del resto negli altri paesi precedentemente descritti, la criminalità è composta
da più attori come i gruppi armati rivoluzionari del Sendero Luminoso e la sua branca
militarizzata (MPCP) ,i clan-familiari locali; che si occupano della coltivazione e lavorazione
della coca, ed organizzazioni transnazionali.(Rotberg 2019).La catena del valore, dalla foglia
di coca alla cocaina raffinata, è frammentata ma interconnessa, tali connessioni però sono
deboli e spesso connotate da violenza e corruzione. Il centro della produzione si trova nel
VRAEM che risulta essere così protetta da interventi statali e attacchi dei nemici proprio
perché Sendero Luminoso ,dopo la cattura del “Compagno Artemio” nel 2012, si è ritirato in
queste zone presidiandole. Oggi, Sendero Luminoso ,con una presenza armata stabile, tassa
produttori e trafficanti garantendo loro protezione.
I clan familiari e le reti locali gestiscono i raccolti, i laboratori artigianali e i trasporti verso i
confini. Questi attori locali non sono soli ma sono inseriti in una rete globale di scambi e
alleanze. Un esempio è la logistica del traffico di cocaina peruviana e la frontiera con la
Bolivia, in particolare nell’area del Lago Titicaca. Qui si sviluppa un vivace commercio
illegale in entrambe le direzioni: «la coca e la sua base vengono contrabbandate in Bolivia,
dove sono vendute a un prezzo più alto, mentre il carburante viene contrabbandato in
Perù».Questa dinamica crea una sorta di simbiosi criminale: la Bolivia, già hub di produzione
e transito, diventa un mercato secondario per la pasta base peruviana, che viene raffinata e poi
reintrodotta nelle rotte internazionali. Parallelamente, la benzina peruviana, più economica, è
fondamentale per alimentare i laboratori clandestini boliviani. Il sistema penitenziario
peruviano gioca un ruolo fondamentale nell’organizzazione del traffico (Ellis 2016) The
Evolving Transnational [Link] prigioni peruviane, invece, sono in sostanza
centri di coordinamento criminale. Clan e bande riescono a mantenere il controllo dei
traffici dall’interno, gestendo contatti con cartelli stranieri e supervisionando i carichi. La
mancanza di trasparenza e di monitoraggio favorisce la diffusione di telefoni cellulari,
mazzette e persino laboratori [Link] relazione tra droga e sistema carcerario è
bidirezionale: da un lato le condanne per reati di droga rappresentano una parte significativa
della popolazione carceraria; dall’altro, le stesse prigioni alimentano la professionalizzazione
criminale, divenendo spazi di apprendimento e networking tra diversi attori. (Dammert 2025)
Drugs and the Prison crisis in Perù.
Criminalità in colombia:
La fauna criminale colombiana è un ecosistema complesso e veramente mutevole data
l’attenzione che gli Stati Uniti gli hanno riservato. Ci sono una pluralità di attori indipendenti
e spesso in contrasto tra di loro, come paramilitari, organizzazione guerrigliere comuniste,
bande criminali e attori internazionali. Le relazioni tra questi gruppi non sono mai semplici e
sono spesso contornate da violenza. Con la caduta dei grandi cartelli di Medellín e Cali negli
anni ’90, l’organizzazione del narcotraffico sudamericano si è frammentato. Oggi non vi sono
più strutture verticali dominate da figure carismatiche come Pablo Escobar, ma una
molteplicità di gruppi flessibili e reticolari. Questa frammentazione rende il sistema più
resiliente: colpire un singolo nodo non compromette l’intera rete (García Pinzón e Mantilla
2020). In questo scenario, la cocaina costituisce il filo rosso che unisce e alimenta
l’eterogeneità della fauna criminale colombiana.
I paramilitari, invece, sono nati inizialmente come forza militare con lo scopo di proteggere
latifondisti e narcotrafficanti ma, nel tempo, si sono trasformati in veri attori criminali. Agli
inizi degli anni 2000 c’è stato un tentativo di smobilitazione che non ha raggiunto i risultati
desiderati. Numerosi miliziani hanno creato nuove bande criminali (note come BACRIM), tra
cui il Clan del Golfo e i Rastrojos, che continuano a dominare segmenti del traffico di
cocaina e delle estorsioni (Garzón-Vergara 2015). A riguardo, a Medellín la smobilitazione
paramilitare ha ridotto gli omicidi, ma le reti criminali sono rimaste attive. Ex-combattenti
hanno mantenuto legami con il sottobosco criminale, consolidando strutture che ancora oggi
regolano la vita nei barrios» (Rozema 2008, 423). Gang giovanili, milizie di quartiere e reti
paramilitari si sono fuse, dando vita a un tessuto criminale che svolge funzioni di controllo
sociale e fornitura di servizi extralegali.
La cocaina non genera soltanto profitti, ma produce anche ordini sociali paralleli. Nei
territori caratterizzati da debole presenza statale, i proventi del narcotraffico finanziano opere
comunitarie, sistemi di sicurezza e forme rudimentali di welfare, rafforzando la legittimità dei
gruppi criminali. Ciò è stato definito “rebelocracy”: una situazione in cui i gruppi armati
diventano governanti de facto, imponendo regole e organizzando la vita comunitaria (Ana
Arjona 2014). Per esempio, I 2200 chilometri di confine con il Venezuela, rappresentano un
zona strategico dove i gruppi armati controllano i sentieri clandestini imponendo pedaggi e
controllando sia i flussi migratori che il traffico di cocaina. (García Pinzón e Mantilla 2020).
La cocaina è il cardine attorno a cui ruota l’intera fauna criminale colombiana. Essa fornisce
le risorse economiche per mantenere il conflitto, legittima la governance criminale nelle aree
marginali e alimenta le connessioni transnazionali. Le economie criminali non scompaiono
con la firma degli accordi di pace: al contrario, tendono a rafforzarsi nel breve periodo a causa
della competizione per l’appropriazione delle rendite illegali abbandonate dagli attori che
hanno scelto la via della pace. (Garzón-Vergara )(2015).
Bibliografia
Per prima cosa la pasta viene sciolta in un composto di acqua e acido solforico.
Poi viene aggiunto il permanganato di potassio un ossidante molto energetico
che permette di separare le ultime impurità rimaste nella pasta di coca.
Successivamente bisogna mescolare continuamente il composto per circa sei ore,
ed infine il liquido viene drenato attraverso un sifone e la restante parte rimasta
nel fondo è la base di cocaina che ha una consistenza salina. Questa base però è
ancora umida e deve essere asciugata con una lampada riscaldante. Le tecniche
di produzione della base di coca si sono evolute nel tempo. Mentre per la
raffinazione della coca il processo risulta più semplice, la cocaina viene
trasformata in sale proprio per la proprietà degli Idrocloruri di disciogliersi in
acque e quindi può essere consumato via mucose (sniffate).La base può essere
trasformata in polvere di coca anche domesticamente ( Coca in the jungle) nelle
successive fasi della filiera, comunque, tale trasformazione viene fatta anche
direttamente nella giungla per aumentare i margini di guadagno e migliorare
l’efficienza per trasportare il prodotto.
La base viene sciolta in acetone per rimuovere gli ultimi residui indesiderati e poi
viene aggiunta una soluzione diluita di acido idrocloruro che fa precipitare la
polvere di cocaina. Infine il sale di cocaina viene lasciato asciugare in dei forni.
( Cocaine Processing 1991).
4
La differenza tra bazuko e crack è che il crack risulta una sostanza più raffinata dato il
processo di ossidificazione che ha eliminato le impurità quando quando la base è stata
trasformata in polvere
ammoniaca o bicarbonato di sodio, così eliminando i Sali e rendendo di nuovo la
sostanza fumabile.
Parte della popolazione locale latina più povera non consuma la cocaina in
polvere o il crack ma bensì questa base di coca che può essere consumata
fumandola. La base è ancora impura e assai più dannosa per la salute della
cocaina o il crack. La popolazione locale chiama questa sostanza “Bazuko” (make
cocaine in the jungle)
La Colombia ha un ruolo chiave per il traffico della cocaina verso gli Stati Uniti. I porti delle
regioni del Nariño e Putumayo sono i punti di partenza da cui parte la merce diretta verso il
Pacifico. (UNODC, 2023). L’oceano Pacifico è la via principale per il traffico verso gli Stati
Uniti. Le imbarcazioni, che trasportano cocaina verso l’America Centrale e il Messico partono
principalmente dai porti colombiani di Tumaco e Buenaventura e dal porto peruviano di
Callao, (UNODC, 2023). Questa rotta costituisce una vera e propria “autostrada del
narcotraffico” che grazie alle brevi distanze e alla difficoltà degli stati nel pattugliare il mare
garantiscono ai traghettatori di poter optare per la migliore soluzione logistica. Le
organizzazioni criminali sudamericane hanno svariate modalità di trasporto alternative.
Secondo UNODC (2024), i principali sono:
La direttrice caraibica
Un secondo asse, meno rilevante ma comunque significativo, è quello dei Caraibi. Dalla
costa settentrionale della Colombia — in particolare da porti come Cartagena e Barranquilla
— partono imbarcazioni dirette verso Repubblica Dominicana, Porto Rico, Giamaica e
Bahamas (UNODC, 2023). Da qui, la cocaina prosegue verso la Florida, costituendo un
corridoio di importanza storica già negli anni Ottanta e oggi riattivato in forma più ridotta.
Il vantaggio di questa rotta consiste nella relativa vicinanza geografica e nella possibilità di
sfruttare le isole caraibiche come basi di stoccaggio.
Una caratteristica fondamentale delle rotte iniziali è la loro connessione organica con le
organizzazioni messicane. I gruppi colombiani — storicamente protagonisti del narcotraffico
— hanno progressivamente ceduto il controllo della distribuzione internazionale ai cartelli
messicani, che oggi gestiscono la quasi totalità delle spedizioni verso gli Stati Uniti (DEA,
2024; Lien, 2025).I produttori sudamericani forniscono cocaina all’ingrosso che viene
trasferita attraverso rotte pacifiche o caraibiche fino al Messico o all’America Centrale. Da
qui, i cartelli come Sinaloa e CJNG coordinano il passaggio attraverso il confine sud-
occidentale statunitense, sfruttando sia i porti di ingresso terrestri sia corridoi clandestini
(UNODC, 2023).
Negli anni Ottanta e Novanta, i cartelli colombiani erano i principali attori del narcotraffico
verso gli Stati Uniti, con i messicani relegati a semplici intermediari. Tuttavia, a partire dagli
anni Duemila, i cartelli messicani hanno acquisito un ruolo di leadership, imponendosi come
i veri monopolisti della distribuzione (DEA, 2024). Oggi, la quasi totalità della cocaina
destinata al mercato statunitense transita per il Messico, rendendo il paese un hub
imprescindibile (UNODC, 2023).
Entrambi i cartelli gestiscono corridoi logistici che collegano il sud del Messico agli stati di
confine messicano come Baja California, Sonora, Chihuahua e Tamaulipas, assicurando
l’ingresso della cocaina negli Stati Uniti (DEA, 2024).
I corridoi messicani
Corridoio pacifico
Il più importante è il corridoio pacifico, che dalla costa meridionale del Messico (Chiapas,
Oaxaca e Guerrero) si estende fino agli stati di Sinaloa e Baja California. Da qui, i carichi
attraversano il confine in direzione di California e Arizona, i principali punti di ingresso
negli Stati Uniti (DEA, 2024).
Un secondo corridoio si sviluppa lungo il Golfo del Messico, passando per Veracruz e
Tamaulipas. Questa direttrice porta i carichi verso i valichi di confine con il Texas, in
particolare Laredo e Brownsville. Anche se meno rilevante del corridoio pacifico, questa rotta
rappresenta una via alternativa per diversificare i flussi (UNODC, 2023).
Corridoio centro-settentrionale
Infine, esiste un corridoio che attraversa il Messico centrale per raggiungere Chihuahua e
Sonora, aree che confinano direttamente con gli Stati Uniti. Questa direttrice consente di
distribuire i carichi su più punti di ingresso, evitando il sovraccarico delle rotte tradizionali
(DEA, 2024).
In Messico, la cocaina viene trasportata principalmente via terra, nascosta in camion e veicoli
commerciali. Tuttavia, restano attive modalità marittime e aeree:
Imbarcazioni costiere che completano la tratta dal Centro America a stati come
Oaxaca e Guerrero (Sampó & Troncoso, 2022).
La scelta della modalità dipende dal volume del carico, dal livello di corruzione locale e dalla
pressione esercitata dalle autorità.
L’elevato livello di violenza è anche il risultato della competizione tra i cartelli. La lotta per il
controllo dei corridoi — in particolare tra Sinaloa e CJNG — ha generato ondate di conflitti
che hanno trasformato diverse aree del Messico in veri teatri di guerra (DEA, 2024).
Le rotte centroamericane e messicane non sono statiche. Secondo l’UNODC (2024), negli
ultimi anni si osserva una crescente diversificazione:
È sempre più difficile tracciare porti usati dal narcotraffico dato l’elevato turnover
delle tratte marittime (Sampó & Troncoso, 2022).
Le spedizioni sono sempre più frammentate, con carichi suddivisi in lotti più piccoli
proprio per ridurre il rischio di perdite totali in caso di sequestro (Magliocca, 2021).
Queste strategie confermano la natura adattiva delle reti criminali, capaci di ristrutturarsi
rapidamente in risposta alla pressione delle autorità statali.
Conclusioni parziali
Il transito attraverso America Centrale e Messico costituisce la fase più complessa e delicata
del traffico di cocaina verso gli Stati Uniti. L’America Centrale svolge la funzione di zona di
passaggio, approdo per le spedizioni via mare e via aerea, mentre il Messico rappresenta il
vero hub di redistribuzione e gestione logistica.
Dopo aver attraversato superato questa odissea, la cocaina è destinata ad entrare negli Stati
Uniti dove la merce affronta l’ultima e più delicata fase del suo viaggio: il superamento del
confine e la sua distribuzione nel mercato interno degli U.S.A. Questa fase è la più redditizia
permettendo di guadagnare profitti miliardari, ma rappresenta anche il punto più controllato
dalle autorità statunitensi, che concentrano qui la maggior parte delle risorse antidroga.
Secondo il National Drug Threat Assessment della DEA (2024), quasi tutta la cocaina passa
per il confine sud-occidentale del Messico. Il confine USA-Messico è lungo oltre 3.000
chilometri e comprende numerosi valichi ufficiali. I più rilevanti per il traffico di cocaina
sono:
Texas (Laredo, Brownsville, El Paso), connessi al corridoio del Golfo (DEA, 2024).
La maggior parte della cocaina entra attraverso i porti di ingresso ufficiali, nascosta in
veicoli privati, camion commerciali e container. Nonostante l’immaginario popolare enfatizzi
i tunnel sotterranei e le spedizioni clandestine, i dati della DEA (2024) mostrano che oltre il
90% dei sequestri avviene nei valichi legali, a testimonianza della capacità dei cartelli di
infiltrarsi nei flussi commerciali ordinari. I cartelli utilizzano camion e container che
attraversano i valichi doganali caricati di prodotti legali (frutta, materiali industriali, beni di
largo consumo), all’interno dei quali vengono occultati carichi di cocaina. Questa tecnica
sfrutta l’enorme volume di traffico commerciale: ogni anno, milioni di camion attraversano i
valichi USA-Messico, rendendo impossibile un controllo esaustivo (Sampó & Troncoso,
2022).
La rotta caraibica
Sebbene secondaria rispetto al confine terrestre, la rotta caraibica mantiene una funzione di
complemento. Piccole imbarcazioni e, in alcuni casi, container commerciali trasportano
cocaina verso la Florida, soprattutto attraverso Porto Rico e Repubblica Dominicana
(UNODC, 2023). Questa direttrice, storicamente importante negli anni Ottanta, è oggi
utilizzata in modo selettivo per ridurre la pressione sul confine messicano.
In California e Arizona, sono stati scoperti complessi tunnel sotterranei che collegano
magazzini messicane a strutture statunitense I tunnel permettono di trasportare carichi
significativi evitando i controlli di frontiera (DEA, 2024).Una quota minore della cocaina
entra attraverso corrieri umani (muli), che trasportano piccole quantità occultate sul corpo o
nei bagagli. Questa modalità, pur meno redditizia, rimane diffusa perché consente ai cartelli di
diversificare i rischi (UNODC, 2024).
Una volta oltrepassato il confine, la cocaina viene trasferita a centri di stoccaggio situati nelle
città di confine, come Tijuana-San Diego, Ciudad Juárez-El Paso e Nuevo Laredo-
Laredo. Da qui, reti logistiche interne ne assicurano la distribuzione verso i principali hub
nazionali (DEA, 2024).
Queste metropoli funzionano come nodi intermedi da cui la cocaina viene redistribuita a
mercati urbani e regionali minori. La distribuzione al dettaglio negli Stati Uniti è gestita da un
mosaico di gruppi criminali locali, gang urbane e reti etniche. I cartelli messicani
mantengono un controllo sull’ingrosso, ma delegano la fase di vendita al dettaglio a
organizzazioni statunitensi. Questa divisione del lavoro riduce i rischi per i cartelli e
garantisce un’efficiente penetrazione dei mercati locali (DEA, 2024).
L’impatto ambientale della cocaina deve essere compreso lungo l’intera catena del valore
della cocaina (CVC), che comprende quattro fasi principali: coltivazione della coca, attività
agricole di mantenimento, trasformazione chimica in cocaina e traffico verso i mercati finali.
Le ricerche scientifiche più recenti mostrano come ogni fase generi danni specifici, con effetti
cumulativi su foreste, suolo, acqua, biodiversità e comunità locali (Manrique López, 2025).
Oltre alla deforestazione, la fase agricola si caratterizza per l’uso intensivo di fertilizzanti,
erbicidi e pesticidi. La letteratura grigia e scientifica concorda sul fatto che questa pratica
abbia effetti devastanti: perdita di fertilità dei suoli, erosione accelerata e contaminazione
delle falde acquifere (Copa, 2018; Tarazona et al., 2020).
Gli agrochimici impiegati non solo degradano la qualità del terreno, ma hanno anche effetti
tossici sugli insetti impollinatori e sulla microfauna, compromettendo la rigenerazione
forestale. Inoltre, sostanze come il glifosato – spesso spruzzato anche dalle autorità per
distruggere le coltivazioni – amplificano i rischi per la biodiversità e per la salute umana
(Lynch & Arroyo, 2009).
Per trasformare le foglie in sale di cocaina bisogna usare ingenti quantità di solventi e
reagenti: benzina, acetone, acido solforico, acido cloridrico. Questi rifiuti vengono
generalmente smaltiti direttamente nei corsi d’acqua e nei suoli. Gli studi dell’UNODC
(2023a) riportati da Manrique López (2025) sottolineano che l’impatto è duplice:
contaminazione chimica delle acque con effetti sulla biodiversità acquatica e danni alla salute
delle comunità locali. Le analisi in loco hanno documentato fenomeni di mortalità ittica,
degrado del suolo e rischi per gli ecosistemi ripariali (Domingo-Echaburu et al., 2021).
La fase di produzione, spesso nascosta in aree remote, non è dunque meno dannosa della
coltivazione: il rilascio incontrollato di sostanze tossiche compromette interi bacini idrici, con
conseguenze che possono estendersi anche a valle, coinvolgendo comunità non direttamente
legate al narcotraffico.
L’insieme di questi processi mette in evidenza come il narcotraffico non agisca in maniera
isolata, ma vada a sovrapporsi a debolezze strutturali nella governance ambientale. Le
aree rurali coinvolte sono spesso caratterizzate da scarsa presenza statale, conflitti armati o
economie di sussistenza. Questo contesto favorisce l’espansione delle coltivazioni illecite,
ostacolando al tempo stesso gli sforzi di conservazione e di sviluppo sostenibile (Rincón-Ruiz
et al., 2013).
Gli impatti ambientali delle prime fasi della catena della cocaina sono quindi già di per sé
gravi: deforestazione, degrado del suolo, contaminazione chimica e perdita di biodiversità.
Tuttavia, la successiva fase del traffico introduce nuove dinamiche, capaci di ampliare e
moltiplicare i danni, come si vedrà nel secondo blocco.
Studi comparativi condotti nella Riserva della Biosfera Maya (Guatemala), nella Moskitia
(Honduras) e nell’Área de Conservación Osa (Costa Rica) documentano come il traffico di
cocaina generi deforestazione accelerata e conversione dei suoli all’interno di aree
formalmente protette (Devine et al., 2021).
Queste dinamiche non solo erodono la biodiversità, ma minano la credibilità delle politiche di
conservazione, mostrando come i parchi e le riserve possano diventare epicentri di degrado
ambientale quando sono catturati da capitali illeciti.
Il caso della Moskitia è emblematico. Tra il 2008 e il 2012, questa regione indigena è
diventata il principale punto di transito della cocaina diretta verso gli Stati Uniti. Secondo
McSweeney et al. (2018), il traffico ha innescato un processo di land grabbing su larga scala,
in cui capitali narco hanno favorito la concentrazione fondiaria a scapito di comunità indigene
e afro-discendenti.
conversione dei suoli a pascoli per bovini, funzionali sia all’economia nazionale sia al
riciclaggio;
militarizzazione del territorio, con episodi di violenza contro civili (McSweeney et al.,
2018).
Questo esempio illustra come il traffico di cocaina non sia solo un problema di trasporto, ma
anche un motore di trasformazioni agrarie ed ecologiche, con implicazioni sociali di lungo
periodo.
miniere clandestine;
Questo quadro complesso mostra come la cocaina sia una forza che trasforma radicalmente i
paesaggi, intrecciando degrado ecologico, violenza e speculazione economica.
Gli effetti non si limitano all’America Latina. La perdita di foreste tropicali, che fungono da
serbatoi di carbonio, contribuisce al cambiamento climatico globale. Inoltre, la distruzione di
habitat unici mette a rischio la sopravvivenza di specie endemiche, riducendo la resilienza
complessiva degli ecosistemi (Manrique López, 2025).
In questo senso, la cocaina lascia un’impronta ecologica globale: il consumo concentrato nel
Nord del mondo produce conseguenze ambientali devastanti nel Sud globale, rafforzando le
disuguaglianze ecologiche e sociali.
2.6. Conclusione
La cocaina non è solo una droga illegale: è un fattore di trasformazione ecologica e sociale
globale. La sua catena del valore produce deforestazione, degrado del suolo, contaminazione
chimica, perdita di biodiversità, cambiamenti climatici e violazioni dei diritti umani.
Comprendere questa interconnessione è il primo passo per costruire politiche realmente
efficaci, capaci di affrontare insieme crimine, sviluppo e sostenibilità.
📚 Riferimenti (selezione)
Devine, J. A., Wrathall, D., Aguilar-González, B., Benessaiah, K., Tellman, B.,
Ghaffari, Z., & Ponstingel, D. (2021). Narco-degradation: Cocaine trafficking’s
environmental impacts in Central America’s protected areas. World Development,
144, 105474.
McSweeney, K., Wrathall, D., Nielsen, E., & Pearson, Z. (2018). Grounding traffic:
The cocaine commodity chain and land grabbing in eastern Honduras. Geoforum, 95,
122–132.