Il 0% ha trovato utile questo documento (0 voti)
7 visualizzazioni35 pagine

Tesi

La coca è principalmente coltivata in Colombia, Perù e Bolivia, con aree chiave come Catatumbo e Nariño in Colombia, VRAEM in Perù e Yungas in Bolivia. La coltivazione richiede condizioni climatiche specifiche e tecniche agricole come il debbio, e la raccolta delle foglie avviene manualmente fino a sei volte l'anno. Nonostante gli sforzi di eradicazione, la produzione di coca continua a prosperare, sostenendo molte comunità agricole in un contesto di disuguaglianza nella proprietà terriera.

Caricato da

giuliobisa
Copyright
© All Rights Reserved
Per noi i diritti sui contenuti sono una cosa seria. Se sospetti che questo contenuto sia tuo, rivendicalo qui.
Formati disponibili
Scarica in formato DOCX, PDF, TXT o leggi online su Scribd
Il 0% ha trovato utile questo documento (0 voti)
7 visualizzazioni35 pagine

Tesi

La coca è principalmente coltivata in Colombia, Perù e Bolivia, con aree chiave come Catatumbo e Nariño in Colombia, VRAEM in Perù e Yungas in Bolivia. La coltivazione richiede condizioni climatiche specifiche e tecniche agricole come il debbio, e la raccolta delle foglie avviene manualmente fino a sei volte l'anno. Nonostante gli sforzi di eradicazione, la produzione di coca continua a prosperare, sostenendo molte comunità agricole in un contesto di disuguaglianza nella proprietà terriera.

Caricato da

giuliobisa
Copyright
© All Rights Reserved
Per noi i diritti sui contenuti sono una cosa seria. Se sospetti che questo contenuto sia tuo, rivendicalo qui.
Formati disponibili
Scarica in formato DOCX, PDF, TXT o leggi online su Scribd

Dove la Coca viene coltivata:

La produzione si concentra principalmente nell’area andina del Sud America con i tre
maggiori paesi produttori (Colombia, Perù e Bolivia), in quanto l’arbusto della coca
(Erythroxylon coca) – da cui si estrae il potente principio attivo chiamato cocaina – cresce
spontaneamente nei climi caldi e umidi tropicali dell’America meridionale ad un’altitudine
compresa tra i 700 e i 2000 metri. I paesi limitrofi (Brasile, Venezuela, Argentina ed area
caraibica) viceversa rivestono un ruolo importante quali aree di stoccaggio nonché zone di
transito per l’esportazione verso l’Europa e gli Stati Uniti d’America. (antidroga
governo,govI)+

principali poli di coltivazione-produzione nella Colombia sono: La regione del Catacumbo


nel dipartimento di Norte de Santander e il dipartimento di Narino. La regione del Catatumbo
ha vaste colline attraversate dal fiume Catatumbo, che dà proprio il nome alla regione. Le
ragioni che hanno spinto a coltivare in questa regione sono: la fertilità del terreno, grazie
all’abbondanza di acqua dolce, il clima tropicale, e il confine con il Venezuela. Circa il 28%
degli ettari di terreno occupati in coltivazione di coca nella Colombia sono in questa regione.

Nella regione del Nariño, invece, le piantagioni sono soprattutto nel municipio di Tumaco e
aree limitrofe, La regione è bagnata dal mare e ha fitte foreste che attraversate da numerosi
fiumiciattoli che poi sfociano nell’Oceano Pacifico. L’isolamento geografico, il clima
tropicale e l’accesso diretto al mare per il trasporto sono le ragioni per cui in questa zona si
concentrata circa 25% della produzione nazionale.
Nel Perù le principali zone di produzione e trasformazione sono la Valle de los ríos
Apurímac, Ene y Mantaro (VRAEM) e la provincia de La Convención, situate nel centro-sud
del Perù. Il VRAEM è una valle che viene attraversata da tre fiumi principali: l’Apurímac,
Ene e Mantaro, ed è accerchiata da montagne e colline. La zona concentra ben il 68% della
superficie coltivata in coca del Perù grazie sia all’inacessibilità del luogo che alle perfette
condizioni ambientali. La provincia de La Convención, sta nel dipartimento di Cusco e ha
come capoluogo Quillabamba. La zona è caratterizzata da valli andine circondate da una fitta
selva. I numerosi affluenti del fiume Urubamba e la vicinanza a corridoi verso Puno e Madre
de Dios la rendono una zona strategica per il traffico di stupefacenti. Questa area rappresenta
circa 7% della produzione nazionale.
In Bolivia le colture di coca ,invece, si trovano nel dipartimento di La Paz, in particolare
nella regione dei Yungas, e nel dipartimento di Cochabamba, nella zona del Trópico.
I Yungas di La Paz sono una regione montuosa e valliva che collega l’altopiano andino con
l’Amazzonia. Il terreno terrazzato, le altitudini comprese tra i 1.000 e i 2.100 metri e il clima
caldo-umido favoriscono la coltivazione tradizionale della coca, che costituisce l’attività
agricola predominante. Questa area concentra circa il 61% della superficie nazionale coltivata
a coca.
Il Trópico di Cochabamba, nella regione del Chapare, dove il paesaggio è dominato da
pianure alluvionali, foreste tropicali e piogge abbondanti. Qui la coca è spesso coltivata
insieme ad altre piante come banano, ananas o agrumi, in appezzamenti chiamati catos. La
buona accessibilità e la presenza di vie di comunicazione facilitano la distribuzione della
produzione, che rappresenta circa il 38% del totale boliviano.

Vraem 1
Come la Coca viene coltivata.
Nonostante la guerra alla coca che gli Stati Uniti stanno portando avanti ormai da decenni,
l’industria della cocaina rimane uno dei più grandi mercati e tra i più profittevoli.
[Link]
page=anteprimastampa&id_article=942#:~:text=La%20pianta%20ha%20bisogno%20di,le
%20sue%20foglie%20si%20seccano.
[Link]
hl=it&lr=&id=efqxJ5jhOaEC&oi=fnd&pg=PR11&dq=cocaine+&ots=W_2g42G-
Ih&sig=XjOpDZnP6BgC-QLHaonYuPYu5iY&redir_esc=y#v=onepage&q=cocaine&f=false

Ci sono più di 200 specie diverse di pianta di coca esse vengono chiamate con il nome
botanico di Erytroxilon Coca. Solo due varianti contengono un’elevata quantità di cocaina:
Erythroxylum coca and Erythroxylum novogranatense. Le piantagioni di coca necessitano di
condizioni climatiche e atmosferiche ben precise, come un’elevata umidità e abbondanti
precipitazioni (almeno 2000 mm di pioggia all’anno) e soprattutto la temperatura non deve
mai scendere sotto i 18 gradi. La non corretta predisposizione della pianta in un corretto
ambiente porta alla caduta delle foglie prima del tempo e quindi una completa improduttività
della pianta. Il terreno ideale per la coltivazione è in un terreno leggero, ricco di humus che
non è altro che il risultato della decomposizione della materia organica ad opera dei
lombrichi. Inoltre, è consigliabile coltivare la pianta in un terreno leggermente pendente
affinche l’acqua piovana non anneghi la pianta. Prima di piantare la talea o il seme bisogna
rendere il terreno idoneo; perciò, la tecnica agricola più usata per fertilizzare un terreno
naturale è quella del debbio anche detta taglia e brucia. Tale tecnica consiste nel bruciare
residui colturali o vegetali, ottenendo determininati vantaggi:

1) L’eliminazione della materia organica superflua, che semplicemente ruberebbe energia


alle coltivazioni di Coca, tale materia si ritrasforma in nuovi elementi nutritivi
disponibili per le piante
2) Disinfestazione del terreno dai parassiti delle piante. nel lungo termine ha un effetto
di progressivo impoverimento del suolo che spesso conduce alla desertificazione ).

I semi della pianta di coca vengono raccolti nella stagione estiva sudamericana (da
dicembre a marzo) da piante di coca con 2 o 3 anni di età. Per riconoscere i semi
geneticamente migliori si fa la prova di “ Archimede”: se il seme affonda allora ha le
specificità giuste per essere piantate, senno viene scartato. Il seme viene , inizialmente,
piantato in piccole zolle ombreggiate. La germogliazione avviene di solito alla fine del
primo mese; In questa fase è essenziale mantenere il terreno perfettamente idratatato e
diserbato. Alcune volte il seme viene direttamente piantato all’interno di un piccolo
contenitore di acqua per velocizzarne la germogliazione. In questo secondo caso la
germogliazione avviene di solito intorno al decimo giorno. Il germoglio ormai diventato
“piantina” nel suo secondo mese raggiunge un’altezza di 30 cm. Dopo aver raggiunto
questa fase è necessario travasare la pianta in un nuovo terreno. Un altro metodo molto
diffuso per avviare nuovi campi di Erythroxylum ipadu (una varietà di coca) consiste nel
prendere una talea da un cespuglio di coca già sviluppato e piantarla nel terreno.

Un altro metodo molto diffuso per avviare nuovi campi consiste nel prendere una talea da
un cespuglio di coca già sviluppato e piantarla nel terreno. Questo metodo (consente
all’agricoltore di partire in vantaggio. Esistono due metodi per piantare una talea: uno
consiste nell’infilare nel terreno diversi rami lunghi circa 60 cm; l’altro prevede il taglio di
talee di 7-10 cm da un ramo, ciascuna con rametti sporgenti. La talea prima di essere
piantata viene lasciata in ammollo in acqua per un giorno o due.

Una pianta di coca coltivata da seme in genere raggiunge la piena maturità e consente la
raccolta delle foglie tra i 12 e i 24 mesi dopo il trapianto. Anche se in natura la coca può
raggiungere altezze fino a 9 metri, quella coltivata viene quasi sempre potata per facilitare
la raccolta delle foglie. I campi coltivati vengono mantenuti ad altezze comprese tra 1 e 2
metri circa.

Tutta la raccolta delle foglie di coca viene fatta a mano. I raccoglitori devono essere molto
veloci ma anche attenti a non danneggiare le gemme fogliari durante la rimozione delle
foglie. Le foglie sono considerate pronte per la raccolta quando assumono una tonalità
giallastra e tendono a spezzarsi se piegate.

Le foglie di coca possono essere raccolte da due a sei volte l’anno, a seconda delle
condizioni climatiche. La coca coltivata a quote più basse viene solitamente raccolta più
spesso rispetto a quella coltivata in alta quota. Il raccolto più abbondante, che a volte
rappresenta circa la metà del raccolto annuale totale, avviene dopo le piogge di marzo. Le
raccolte successive si svolgono tra giugno/luglio e novembre, durante la normale stagione
secca in Sud America. Tuttavia, alcune raccolte si effettuano tutto l’anno.

Dopo la raccolta, le foglie vengono messe in sacchi, portate in una stanza chiusa e stese
sul pavimento. Il giorno seguente, vengono trasportate in un’area aperta e piana, dove
sono disposte in strati sottili su un telo esposto direttamente alla luce del sole per
l’essiccazione. Se il tempo è soleggiato e senza nuvole, la fase di essiccazione può essere
completata in sei ore. In caso di maltempo, ci vuole molto più tempo, poiché al primo
segnale di pioggia le foglie devono essere raccolte e messe al riparo.
[Link]

Ci vogliono circa 450-600 kg di foglie di coca per poter produrre un kilo di cocaina in
[Link] un carico di foglie di coca viene colpito da un temporale durante
l’essiccazione, l’intero carico potrebbe andare perso. Questo perché le foglie inizieranno a
fermentare se il contenuto di umidità supera il 14%, causando la degradazione degli
alcaloidi della cocaina.

Dopo l’essiccazione, le foglie di coca vengono accumulate in grandi mucchi e lasciate


riposare per circa tre giorni prima di essere portate al mercato e/o agli impianti di
trasformazione. Il peso dei pacchi di foglie varia: dai 45 kg della “carga” nella regione del
Chapare in Bolivia, ai circa 11 kg della “arroba” nella Valle dell’Alto Huallaga in Perù. In
Colombia, le foglie di coca solitamente non vengono vendute; tuttavia, quando lo sono,
vengono confezionate in pacchi. se ben piantato, un ettaro produce 200 arrobas a ogni
raccolto, equivalenti a circa 12 milioni di dollari di ricavi e, se si è attenti a spendere, circa
8 milioni di dollari di utile netto. Negli anni sono stati molteplici i tentativi di eradicazione
di queste colture, ma cosa succede è quello che viene definito effetto palloncino. I
tentativi di eradicazione da parte delle forze armate sono stati sostanzialmente inefficaci
nella riduzione della produzione di coca, è vero sì che molte zone agricole sono state
eradicate, ma è altresì vero che contemporaneamente sono sorte altre aree agricole, in
zone ancora più sconfinate, per sopperire al danno alla produzione.

Gli agricoltori della coca : Chi sono?, che reddito hanno?


La coca è una forma sostenibile di agricoltura familiare ad alta intensità di manodopera, è
diventata un potente polo di attrazione per le persone che volevano tentare la fortuna e
ottenere un appezzamento di terra. Il coefficiente di Gini per la proprietà terriera in
colombia è ben superiore a 0,[Link] rapporto di Oxfam fornisce una buona visualizzazione
delle implicazioni di questo fenomeno: l'1% delle proprietà detiene l'81% del terreno. un
milione di famiglie contadine vive in appezzamenti più piccoli dello spazio di pascolo di
una mucca nel settore dell'allevamento estensivo di bovini, estremamente inefficiente.
1
dove zero significa che tutti possiedono un appezzamento di terreno della stessa dimensione
e uno che una sola persona possiede tutto.
Le variopinte realtà agricole possono essere analizzate e studiate seguendo tre variabili
chiavi:

1. Il rendimento potenziale del terreno


2. Le capacità imprenditoriali del proprietario del fondo
3. Il capitale disponibile
4. Le pressioni esterne che l’organizzazione riceve.

Le coltivazioni di coca hanno completamente stravolto la paesaggistica di queste zone


trasformando innumerevoli comunità di piccoli agricoltori in produttori di cocaina. I
contadini sudamericani sono disolito organizzati in piccoli gruppi o villaggi indipendenti
tra di loro che coltivano la coca in aree marginalizzate. La relazione tra Narcotrafficanti,
braccianti e proprietari terrieri è sorretta da una pura logica di mercato. La coltivazione
della coca ha permesso a decine di migliaia di contadini colombiani di rimanere sulla terra
e guadagnarsi da vivere con l'agricoltura, in un contesto in cui la tendenza generale è
quella di "un campo sin campesinos", ovvero una campagna senza contadini. Come
indicato da Gutiérrez Danton (Citazione2021 ), ecco perché la coca è conosciuta come "la
coltura della resistenza" in alcune aree. ( Molano BravoCitazione2017 ,Citazione1987 ,
45–47, 130-132; HoughCitazione2010 ; CiroCitazione2016) (
[Link] ). In
Colombia La maggior parte della coca viene coltivata da agricoltori proprietari della
propria terra che si identificano come campesinos. I piccoli coltivatori di coca ( che
possiedono dai 0,5 ai 3 ettari in media e la piantagione dipende principalmente dal loro
lavoro e da quello dei membri della loro famiglia, compresi i figli. Invece i medi e grandi
proprietari terrieri , si affidano anche della manodopera salariata per la raccolta delle
foglie. La raccolta di 1 ettaro di coca richiede in genere 4-5 lavoratori nell'arco di 2-3
giorni. Poiché le foglie devono essere lavorate subito dopo la raccolta (in Colombia,
vengono lavorate fresche, anziché essere prima essiccate), la raccolta deve essere
completata in modo intensivo. Nel 2010, la manodopera salariata rappresentava il 77% dei
costi di produzione a Putumayo-Caquetá (UNDOC e Acción Social)Citazione2011

Il lavoro di raccolta è pagato a cottimo, quindi per guadagnarsi da vivere servono agilità e
resistenza. La tariffa a Puerto Asís ( Colombia) nel 2019/2020 era di 8.000 pesos circa
350 euro per arroba (12,5 chili) di foglie. Spesso i braccianti di coca puntano a diventare
essi stessi proprietari terrieri avendo sia un salario maggiore rispetto ai braccianti “legali”,
sia la possibilità di accedere a credito sia bancario che criminale per acquistare un terreno.
In media in Colombia bastano 2 ettari di Coca per mantenere una famiglia.
Nel 2010, la manodopera salariata rappresentava il 77% dei costi di produzione a
Putumayo-Caquetá (UNDOC e Acción Social)Citazione2011 .

Una componente significativa del costo del lavoro nell'economia della coca è il cibo, poiché i
proprietari delle piantagioni sono tenuti a fornire i pasti ai lavoratori. I coltivatori possono
cercare di risparmiare su questo, ma lo fanno a loro rischio e pericolo poiché, la fonte più
comune di conflitto tra proprietari delle piantagioni e lavoratori è il cibo insufficiente o di
scarsa qualità.

la seconda spesa più grande è rappresentata dagli agrofarmaci che rappresentano il 21%
dei costi di produzione prima della lavorazione.

le coltivazioni di coca sono redditizie. Però, come hanno affermato diversi osservatori,
contrariamente a quanto si pensa comunemente, nessun piccolo coltivatore di coca ha una
probabilità molto alta di diventare ricco ( Osorio, 2020 ). In realtà, solo una manciata di
intervistati dichiara di "non ricavare nulla" dalla coca. Tuttavia, i coltivatori di coca
sembrano avere risultati leggermente migliori rispetto ai loro colleghi nei settori legali
( Marín, Machuca e Acero, 2020 ). Le persone che possiedono mezzo o addirittura un
quarto di ettaro hanno riferito di essere in grado di guadagnarsi da vivere. Il numero molto
limitato di coltivatori con più di 5 ettari coltivati a coca non sta sicuramente diventando
ricco, ma sembra piuttosto avvicinarsi al livello di reddito della classe media urbana
( Gutiérrez, 2019 ).

Nell'indagine dell'Observatorio PNIS del 2019, 106 (ex) coltivatori hanno dichiarato di
ricavare il 50% o più dei loro guadagni dalla vendita di foglie o pasta; all'interno di questo
gruppo. In ultimo, sono i gruppi armati e le organizzazioni del narcotraffico a determinare
il prezzo che i contadini ricevono per le loro foglie e pasta di coca. I contadini sono
l'anello più debole, ricevendo solo l'1-2% di quello che i consumatori pagano. In questo
senso, i contadini sono chiaramente sfruttati. È solo grazie alle politiche proibizioniste
sulla sostanza che, anche i produttori meno dotati riescono a sopravvivere, nonostante
l'estrema disuguaglianza

Come spendono i loro guadagni coloro che superano i costi di sussistenza familiare?
Investire nell'istruzione dei figli è la priorità; 76 dei 107 intervistati del sondaggio PNIS
hanno dichiarato di spendere i loro guadagni derivanti dalla coltivazione della coca in
questo ambito (Gutiérrez-Sanín).Citazione2019 ,Citazione2021 ;
OsservatorioCitazione2019 ).
La lavorazione di coca

Raccolte le foglie bisogna estrarre il principio attivo della coca. Di solito sono i gruppi
paramilitari a fornire i materiali per la trasformazione. La pasta de coca si ottiene dalla
lavorazione delle foglie di coca ed è il punto di partenza da cui si produce la cocaina. La pasta
è una sostanza giallastra, con una consistenza pastosa o farinosa ed è caratterizzata da un
odore intenso dovuto ai solventi utilizzati. La sua produzione avviene di solito direttamente
nelle zone rurali di coltivazione della coca, all’interno di laboratori artigianali noti come
cocinas rústicas. Questi laboratori sono localizzati vicino alle zone di coltivazione data la
difficolta nel trasportare enormi quantità di fogliame. Attualmente esistono due metodi
generali per la trasformazione delle foglie di coca in pasta di coca, denominati tecnica di
estrazione con solvente e tecnica di estrazione con acido. La tecnica con solvente deriva
direttamente da uno dei processi commerciali originali sviluppati all'inizio del XX secolo e
rimane il metodo più comunemente utilizzato in Perù e Colombia. La tecnica con acido (una
metodologia sviluppata recentemente) è una procedura considerevolmente più laboriosa.
Richiede relativamente poco solvente organico (che è controllato in alcune aree del Sud
America) ed è attualmente il metodo più comunemente utilizzato in Bolivia.

Estrazione con solvente:

Questa tecnica permette di produrre la pasta di coca attraverso procedure rudimentali, che
possono essere già realizzate nelle zone di coltivazione della foglia di coca. Il processo separa
e concentra il principio attivo della cocaina presente nelle foglie fino a raggiungere un
materiale giallastro ancora gommoso e grezzo non destinato al consumo finale, che poi verrà
confezionato e trasferito in altri laboratori, dove sarà nuovamente rilavorato per ottenere la
cocaina in polvere.

Le foglie raccolte vengono prima macerate poi inserite in un grande recipiente dove vengono
inumidite e mescolate con calce o sale carbonato, che facilita l’estrazione della parte attiva
della pianta. Successivamente viene aggiunto un solvente (cherosene, gasolio o benzina) che,
agitato a lungo insieme alle foglie, assorbe il principio attivo. La miscela ottenuta viene
separata dai residui vegetali e trattata ulteriormente con acidi e basi, in una sequenza di
reazioni che permette alla fine di estrarre la pasta di coca.

Per i contadini, la trasformazione della pasta di coca rappresenta un’attività fattibile sia
tecnicamente che economicamente e da un valore aggiunto immediato alle foglie raccolte.
Estrazione con acido:

Le foglie di coca vengono poste in una fossa rivestita di plastica resistente comunemente
chiamata "pozo” contenente una quantità di acido solforico diluito sufficiente a ricoprire le
foglie. La miscela di foglie e acido diluito viene vigorosamente calpestata per 1 o 2 ore da
operai che entrano nella fossa. L'acido converte il principio attivo della cocaina presente nelle
foglie in solfato di cocaina2, che si dissolve nella soluzione acquosa. Come per la tecnica di
estrazione con solvente, l'efficienza dell'estrazione dipende dal tempo di contatto delle foglie
con la soluzione di acido solforico diluito e dall'impegno profuso dagli operai nel calpestare le
foglie. Una volta finito il calpestamento, il succo acido di coca formatosi viene rimosso
(solitamente tramite secchi) e versato attraverso un filtro grossolano (per rimuovere eventuali
residui vegetali) in una fossa separata per decantare3. A questo punto, calce o carbonato viene
aggiunto alla soluzione di acido solforico diluito e agitato energicamente ottenendo così nel
fondo della fossa una pasta di coca molto grezza che viene estratta ,con più cicli, dal
composto aggiungendo prima cherosene o benzina e poi calce o sale carbonato.

Il vantaggio della tecnica dell'acido rispetto a quella del solvente è l'utilizzo di un volume
minimo di solvente organico; tuttavia, richiede un lavoro considerevolmente più intenso.
Questa variante è ampiamente utilizzata in tutta la Bolivia, dove il possesso personale di
grandi volumi (oltre 50 litri) di solventi organici (ad esempio, cherosene) nelle regioni di
coltivazione della coca è illegale.

La pasta di coca, ottenuta da entrambe le procedure di estrazione, ha una durata di


conservazione limitata. Se esposta continuamente a calore e umidità eccessivi, si dissolve
lentamente, trasformandosi in un liquido oleoso dall'odore pungente e sgradevole. Questo
inconveniente è ben noto agli operatori clandestini; per questo motivo, la pasta di coca viene
solitamente trasformata immediatamente in base di coca.

I cartelli sud americani.

Le organizzazioni criminali in Sud America seguono un modello organizzativo a rete a livello


sia regionale che internazionale. I cartelli sudamericani della Bolivia, Colombia,Perù
collaborano quotidianamente con la mafia russa,l’andrangheta, Cartelli messicani e brasiliani
per poter compiere i successivi step della catena del valore. tali connessioni però risultano
spesso instabili e caotiche, però dall’altro fronte hanno come vantaggio il fatto di essere meno
visibili e ingombranti rispetto ai grandi cartelli con una governance verticale come il cartello
2
il solfato di cocaina non è che un sale cocainico che si forma dalla reazione tra le foglie e
l’acido.
3
Decantazione: metodo che usa la gravità per far precipitare e separare i liquidi a
seconda della densità
di Medellin o Cali. Quando una forte organizzazione criminale viene smantellata avviene
quello che si dice effetto scarafaggio, Tante piccole realtà criminali crescono o si solidificano
per occupare il posto del cartello smantellato. Queste piccole realtà controllano territori e
organizzano i contadini chiedendo loro un pizzo per la protezione secondo uno studio di urbe
79 millioni di sud americani vivono a stretto contatto con attività criminali organizzate. La
relazione che si instaura tra realtà agricole e organizzazioni criminali è quello di sicurezza e
protezione creando un sistema parastatale , infatti queste “gang” offrono servizi, lavoro,
assistenza, garantiscono che le “proprie leggi” vengono rispettate. La Colombia non è l’unico
fornitore che sta inondando di cocaina i mercati globali. Il Perù ha incrementato la produzione
del 62 per cento, passando dai 49.800 ettari del 2017 agli 80.700 ettari del 2021. Nello stesso
periodo la produzione boliviana è aumentata del 24 per cento, da 24.500 a 30.500 ettari. Un
fenomeno analogo si è verificato anche in Venezuela, Honduras e Guatemala.

Rueda evidenzia anche il ruolo che hanno avuto le fortune altalenanti delle diverse
organizzazioni criminali. Il mercato colombiano in passato era dominato da individui come
Pablo Escobar, che comandava il cartello di Medellín, contrastato da quello di Cali. All’inizio
degli anni Novanta queste organizzazioni sono state sciolte dopo la cattura o la morte violenta
dei loro leader. A quel punto sono subentrate due organizzazioni guerrigliere: le Forze armate
rivoluzionarie della Colombia (Farc) e l’Esercito di liberazione nazionale (Eln). I miliziani
hanno “regolamentato” il mercato della cocaina, controllando l’intera catena produttiva come
avevano fatto in precedenza i cartelli di Medellín e Cali, dal raccolto alla lavorazione fino
all’esportazione. Ma nel 2016 il governo colombiano ha siglato un accordo di pace con le
Farc. Oltre a mettere fine a un conflitto armato durato quasi un secolo, l’accordo ha creato una
frammentazione nel mercato della droga. Questo ha frammentato l’industria della cocaina in
Colombia. Oggi in Colombia sono attive circa 500 organizzazioni criminali. Le bande che
comprano la cocaina all’ingrosso, hanno la libertà di scegliere da qualeregione fare
rifornimento, e tali decisioni

(detto “Otoniel”) del clan del golfo. Inoltre, l’Eln ha limitato le proprie attività nel campo
della droga in vista di un cessate il fuoco concordato con l’attuale governo e firmato il 2
agosto.

Secondo McDermott, a causa della frammentazione delle reti criminali colombiane le


organizzazioni che acquistano il prodotto finito all’ingrosso – soprattutto messicane, ma
sempre più spesso anche europee –oggi viaggiano fino in Colombia per organizzare
personalmente i grandi carichi, laddove in passato erano i colombiani che si occupavano delle
spedizioni. Un esempio di questa tendenza è la regione di Nariño, al confine con l’Ecuador,
dove si registra una forte presenza di bande messicane, spiega McDermott. A Nariño non c’è
stato il crollo dei prezzi che ha invece colpito altre zone del paese. Il fenomeno lascia
intravedere un potenziale cambiamento nelle dinamiche del mercato della droga. In
precedenza, il potere era in mano alle organizzazioni che producevano la cocaina, mentre oggi
a comandare sono quelle che hanno accesso alle reti di distribuzione.

Le Relazioni criminali internazionali.


Diversi attori stabiliscono relazioni lungo e attraverso “la via della coca” e sono interessati a
mantenerne la continuità (Idler e Forest 2015). Data la natura illecita del commercio di
cocaina, tali catene operano al di fuori della legge e fanno rispettare la conformità al sistema
con la violenza. Nei contesti in cui le reti di approvvigionamento sono radicate in scenari di
violenza organizzata, gli attori coinvolti sono tipicamente gruppi armati non statali,
comprendenti da un lato attori di conflitto come ribelli e paramilitari, e dall’altro
organizzazioni criminali come i cartelli della droga.

Nelle relazioni transazionali delle catene di approvvigionamento della cocaina, nelle prime
fasi di produzione, i gruppi armati non statali operano a “distanza di sicurezza”. Sono
indipendenti e su un piano di parità. Di solito rispettano i limiti territoriali di influenza,
all’interno dei quali ciascun gruppo esercita controllo economico, sociale e/o politico (Idler
2019). Questa segmentazione territoriale deriva dalla divisione del lavoro nella catena di un
prodotto o servizio (illegale), in cui ciascuno di questi gruppi assume una o più funzioni
(Deville 2013: 65). La specializzazione garantisce la massimizzazione dei profitti delle
diverse fasi. Sebbene I gruppi parmilitari abbiano un impegno limitato nella produzione, essi
restano indirettamente connessi tramite transazioni finanziarie o materiali (Idler 2020). La
relativa stabilità di tali relazioni di catena di approvvigionamento suggerisce che le parti
coinvolte accettano un certo grado di interdipendenza. Essere influenzati dalle azioni altrui, e
sapere che le proprie azioni hanno implicazioni per l’altro, facilita l’istituzionalizzazione della
relazione, che ne consente la continuità, anche se sono necessarie modifiche o se certi gruppi
vengono sostituiti da altri. Le “basi” degli accordi — ad esempio, chi controlla il territorio in
cui si svolgono — restano immutate; le regole del gioco non devono essere continuamente
rinegoziate.(Annette Idler 2021).

L'ambiente criminale è connotato da un generale senso di sfiducia anche tra gli stessi
gruppi crimali. I gruppi devono ridurre questa sfiducia a un livello sufficiente per poter
interagire (Idler 2019). In assenza di fiducia, le transazioni nelle catene di
approvvigionamento necessitano di forme di regolazione ed enforcement (Gambetta 1993: 17;
Felbab-Brown 2010: 179). Per esempio, Gruppi che si percepiscono come nemici, ad esempio
per ideologie opposte, non riducono direttamente la sfiducia ma preferiscono affidarsi ad una
terza parte, un intermediario (broker), per facilitare la relazione e stabilizzarla. «La
cooperazione con il broker è stabilizzata da un dovere di lealtà di entrambe le parti: egli
costruisce una reputazione di affidabilità, o almeno di essere di parola, quando si tratta di
affari illeciti. I gruppi lo considerano un partner credibile e affidabile, e in cambio rispettano
la loro parte dell’accordo» (Idler 2019: 45–46).

Il broker colma quindi il “gap di fiducia” tra i diversi gruppi armati non statali coinvolti nelle
catene della cocaina. Tuttavia, la diffidenza generale tra i gruppi persiste. Lo stesso accade
nelle transazioni tra varie forme di criminalità organizzata transnazionale. La convergenza di
interessi economici — ad esempio, in accordi di baratto come scambi armi-droga — può
essere sufficiente a ridurre la sfiducia in un affare specifico, ma la diffidenza permane nelle
interazioni più ampie che includono dispute violente (Idler 2019).
Struttura criminale Bolivia
La struttura criminale della Bolivia: il traffico di coca come fulcro del sistema illegale

La Bolivia è un paese che fornisce molte opportunità e poca resistenza, trovandosi così “al
cuore di una nuova dinamica criminale” Il paese confina con il Brasile, “secondo maggiore
consumatore di droghe illegali al mondo”, e con il Perù, “grande produttore di cocaina”. A
questo si aggiunge il fatto che “la Bolivia produce anche la sua propria cocaina”,
moltiplicando così le opportunità per il crimine organizzato.

Negli anni Settanta e Ottanta il narcotraffico in Bolivia era dominato da figure di spicco
come Roberto Suárez, detto “il re della cocaina”. Pablo Escobar e il cartello di Medellín ne
erano soci in affari. Oggi però “il crimine è strutturato come un ‘insieme di clan criminali
indipendenti finalizzato alla produzione della pasta di coca, che viene poi consegnato alle
organizzazioni criminali brasiliane o colombiane. Questi clan informalità si basano su legami
familiari o comunitari. A differenza degli altri paesi operano in modo più o meno cooperativo
e cercano di evitare misure estreme di violenza. Si pensa che la cultura indigena abbia
influenzato questa anomala tendenza pacifica dei conflitti. Tuttavia, negli ultimi anni, si gli
episodi di violenza sono aumentati, soprattutto nella regione di Santa Cruz, dove l’influenza
delle organizzazioni transnazionali ha innalzato il livello di competizione e di rischio. Il cuore
dell’attività criminale boliviana è la produzione di pasta base di coca. I clan locali non sempre
possiedono le competenze tecniche o le risorse per raffinare il prodotto fino allo stadio di
cocaina cloridrato, ma sono in grado di fornire enormi quantità di base intermedia. Secondo
fonti di polizia, «i clan più sofisticati possono mettere insieme fino a una tonnellata di pasta di
coca, e consegnarli alle organizzazioni criminali brasiliane o colombiane» (McDermott
(2014)).

Uno dei principali fattori che consentono al narcotraffico di prosperare è la corruzione


endemica delle istituzioni boliviane. Un caso emblematico è quello del generale René
Sanabria, ex “zar antidroga” arrestato nel 2011 e condannato negli Stati Uniti per traffico di
cocaina. ( (Maria silva Trigo infobae 2025) .La corruzione si estende anche al sistema
penitenziario. Il carcere di Palmasola, il più pericoloso del paese, è descritto come «una vera e
propria università del crimine», (insight 2014) dove i detenuti gestiscono attività economiche,
commerciano droga e organizzano traffici con la complicità delle guardie.

La Bolivia è diventata un’hub del narcotraffico e ciò non si spiega solo con la domanda
esterna o la presenza di criminalità transazionale, ma anche con una serie di fragilità interne
che favoriscono il radicamento del crimine organizzato come:

La cultura dell’informalità e dell’illegalità: la maggior parte dell’economia boliviana si


muove in circuiti illegali. Le persone ignorano la legalità perché non l’hanno mai conosciuta.
L’unica possibile via di sopravvivenza è il crimine organizzato che, per paesi come la bolivia
è quasi routine

Un secondo fattore è la debolezza nel controllo aereo e dei confini. Nel 2014 fu approvata
una legge che consentiva di abbattere velivoli sospetti. Tale legge è rimasta unicamente
pubblicata in “gazzetta” ma mai applicata veramente data l’insufficienza di radar e caccia. Si
stima che ogni anno fino a 200 tonnellate di droga lascino il Perù in direzione Bolivia per via
aerea.

Infine, la debolezza delle istituzioni rurali: La Bolivia è ricca di vastissime aree


praticamente spopolatate e senza un vero controllo statale, questo permette alle organizzazioni
di costruire laboratori piste di atterraggio e rifugi per criminali stranieri. (Mc Dermott 2014).

Cartelli Perù:
in Perù ,come del resto negli altri paesi precedentemente descritti, la criminalità è composta
da più attori come i gruppi armati rivoluzionari del Sendero Luminoso e la sua branca
militarizzata (MPCP) ,i clan-familiari locali; che si occupano della coltivazione e lavorazione
della coca, ed organizzazioni transnazionali.(Rotberg 2019).La catena del valore, dalla foglia
di coca alla cocaina raffinata, è frammentata ma interconnessa, tali connessioni però sono
deboli e spesso connotate da violenza e corruzione. Il centro della produzione si trova nel
VRAEM che risulta essere così protetta da interventi statali e attacchi dei nemici proprio
perché Sendero Luminoso ,dopo la cattura del “Compagno Artemio” nel 2012, si è ritirato in
queste zone presidiandole. Oggi, Sendero Luminoso ,con una presenza armata stabile, tassa
produttori e trafficanti garantendo loro protezione.

I clan familiari e le reti locali gestiscono i raccolti, i laboratori artigianali e i trasporti verso i
confini. Questi attori locali non sono soli ma sono inseriti in una rete globale di scambi e
alleanze. Un esempio è la logistica del traffico di cocaina peruviana e la frontiera con la
Bolivia, in particolare nell’area del Lago Titicaca. Qui si sviluppa un vivace commercio
illegale in entrambe le direzioni: «la coca e la sua base vengono contrabbandate in Bolivia,
dove sono vendute a un prezzo più alto, mentre il carburante viene contrabbandato in
Perù».Questa dinamica crea una sorta di simbiosi criminale: la Bolivia, già hub di produzione
e transito, diventa un mercato secondario per la pasta base peruviana, che viene raffinata e poi
reintrodotta nelle rotte internazionali. Parallelamente, la benzina peruviana, più economica, è
fondamentale per alimentare i laboratori clandestini boliviani. Il sistema penitenziario
peruviano gioca un ruolo fondamentale nell’organizzazione del traffico (Ellis 2016) The
Evolving Transnational [Link] prigioni peruviane, invece, sono in sostanza
centri di coordinamento criminale. Clan e bande riescono a mantenere il controllo dei
traffici dall’interno, gestendo contatti con cartelli stranieri e supervisionando i carichi. La
mancanza di trasparenza e di monitoraggio favorisce la diffusione di telefoni cellulari,
mazzette e persino laboratori [Link] relazione tra droga e sistema carcerario è
bidirezionale: da un lato le condanne per reati di droga rappresentano una parte significativa
della popolazione carceraria; dall’altro, le stesse prigioni alimentano la professionalizzazione
criminale, divenendo spazi di apprendimento e networking tra diversi attori. (Dammert 2025)
Drugs and the Prison crisis in Perù.

Criminalità in colombia:
La fauna criminale colombiana è un ecosistema complesso e veramente mutevole data
l’attenzione che gli Stati Uniti gli hanno riservato. Ci sono una pluralità di attori indipendenti
e spesso in contrasto tra di loro, come paramilitari, organizzazione guerrigliere comuniste,
bande criminali e attori internazionali. Le relazioni tra questi gruppi non sono mai semplici e
sono spesso contornate da violenza. Con la caduta dei grandi cartelli di Medellín e Cali negli
anni ’90, l’organizzazione del narcotraffico sudamericano si è frammentato. Oggi non vi sono
più strutture verticali dominate da figure carismatiche come Pablo Escobar, ma una
molteplicità di gruppi flessibili e reticolari. Questa frammentazione rende il sistema più
resiliente: colpire un singolo nodo non compromette l’intera rete (García Pinzón e Mantilla
2020). In questo scenario, la cocaina costituisce il filo rosso che unisce e alimenta
l’eterogeneità della fauna criminale colombiana.

le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC) e l’Esercito di Liberazione


Nazionale (ELN) sono gruppi rivoluzionari che hanno avuto rivestito un ruolo
fondamentale nell’organizzazione politico-militare della criminalità colombiana. Nel 2016 c’è
stato un accordo di pace con la FARC, da una parte la FARC è stata smantellata, però alcuni
reduci non hanno mai rinunciato al controllo sulle aree chiave di coltivazione e traffico della
coca, trasformandosi così in organizzazioni prettamente criminali (Garzón-Vergara 2015).
l’ELN, dopo la pace firmata dal FARC, ha colto l’opportunità di consolidare la propria
presenza nelle regioni strategiche come il Catatumbo e le aree di confine con il Venezuela,
fondamentali per le rotte del narcotraffico (García Pinzón e Mantilla 2020).

I paramilitari, invece, sono nati inizialmente come forza militare con lo scopo di proteggere
latifondisti e narcotrafficanti ma, nel tempo, si sono trasformati in veri attori criminali. Agli
inizi degli anni 2000 c’è stato un tentativo di smobilitazione che non ha raggiunto i risultati
desiderati. Numerosi miliziani hanno creato nuove bande criminali (note come BACRIM), tra
cui il Clan del Golfo e i Rastrojos, che continuano a dominare segmenti del traffico di
cocaina e delle estorsioni (Garzón-Vergara 2015). A riguardo, a Medellín la smobilitazione
paramilitare ha ridotto gli omicidi, ma le reti criminali sono rimaste attive. Ex-combattenti
hanno mantenuto legami con il sottobosco criminale, consolidando strutture che ancora oggi
regolano la vita nei barrios» (Rozema 2008, 423). Gang giovanili, milizie di quartiere e reti
paramilitari si sono fuse, dando vita a un tessuto criminale che svolge funzioni di controllo
sociale e fornitura di servizi extralegali.

Il narcotraffico di cocaina rappresenta il motore dell’economia illecita colombiana, sia per il


suo valore economico sia perché permea i rapporti di potere tra i diversi attori. Lungo tutta la
filiera la cocaina agisce come collante che unisce gli intenti di guerriglie, paramilitari, cartelli
e attori internazionali. Per esempio, nel Catatumbo, le piantagioni di coca si sono dimostrate
soluzioni illegali per gestire la crisi migratoria venezuelana: «molti migranti costituiscono
fino al 70% della forza lavoro in alcuni villaggi» (García Pinzón e Mantilla 2020, 273). La
seconda fase: la trasformazione in pasta base e cocaina pura è gestita da laboratori clandestini
sotto il controllo delle guerriglie o delle BACRIM, che impongono tasse e regolano la
produzione (Garzón-Vergara 2015).

La cocaina non genera soltanto profitti, ma produce anche ordini sociali paralleli. Nei
territori caratterizzati da debole presenza statale, i proventi del narcotraffico finanziano opere
comunitarie, sistemi di sicurezza e forme rudimentali di welfare, rafforzando la legittimità dei
gruppi criminali. Ciò è stato definito “rebelocracy”: una situazione in cui i gruppi armati
diventano governanti de facto, imponendo regole e organizzando la vita comunitaria (Ana
Arjona 2014). Per esempio, I 2200 chilometri di confine con il Venezuela, rappresentano un
zona strategico dove i gruppi armati controllano i sentieri clandestini imponendo pedaggi e
controllando sia i flussi migratori che il traffico di cocaina. (García Pinzón e Mantilla 2020).

La cocaina è il cardine attorno a cui ruota l’intera fauna criminale colombiana. Essa fornisce
le risorse economiche per mantenere il conflitto, legittima la governance criminale nelle aree
marginali e alimenta le connessioni transnazionali. Le economie criminali non scompaiono
con la firma degli accordi di pace: al contrario, tendono a rafforzarsi nel breve periodo a causa
della competizione per l’appropriazione delle rendite illegali abbandonate dagli attori che
hanno scelto la via della pace. (Garzón-Vergara )(2015).

Bibliografia

 Arjona, Ana. 2014. “Wartime Institutions: A Research Agenda.” Journal of


Conflict Resolution 58(8): 1360–1389.

 García Pinzón, Viviana, e Jorge Mantilla. 2020. “Contested Borders:


Organized Crime, Governance, and Bordering Practices in Colombia-
Venezuela Borderlands.” Trends in Organized Crime 24: 265–281.

 Garzón-Vergara, Juan Carlos. 2015. “Avoiding the Perfect Storm: Criminal


Economies, Spoilers, and the Post-Conflict Phase in Colombia.” Stability:
International Journal of Security & Development 4(1): 36, 1–15.

 Rozema, Ralph. 2008. “Urban DDR-Processes: Paramilitaries and Criminal


Networks in Medellín, Colombia.” Journal of Latin American Studies 40:
423–452.

La base di Coca e la raffinazione: (Coca Cultivation and


Cocaine Processing: ,., " An Overview)1991
dipartimento giustizia americana
La base di coca rappresenta il prodotto intermedio dai cui alternativamente si
ricavano il crack o il sale di cocaina. La conversione della pasta di coca in base di
cocaina è una procedura di purificazione. La produzione della base e la
successiva raffinazione è più complessa rispetto alla pasta e necessita di
laboratori più sofisticati e lavoratori più qualificati spesso localizzati nella foresta
amazzonica. Di solito saranno degli intermediari terzi che compreranno la pasta e
che si incaricheranno del trasporto della pasta. Gli intermediari indipendenti
facilitano il flusso di cocaina evitando inutili conflitti tra i vari gruppi criminali che
spesso non godono di reciproca simpatia. Gli intermediari organizzeranno
spedizioni aeree o via mare/fiume per inviare la pasta nella giungla vendendola
ad altre organizzazioni che penseranno a trasformare la pasta di coca prima in
base e poi raffinandola per poi esportarla.

Per prima cosa la pasta viene sciolta in un composto di acqua e acido solforico.
Poi viene aggiunto il permanganato di potassio un ossidante molto energetico
che permette di separare le ultime impurità rimaste nella pasta di coca.
Successivamente bisogna mescolare continuamente il composto per circa sei ore,
ed infine il liquido viene drenato attraverso un sifone e la restante parte rimasta
nel fondo è la base di cocaina che ha una consistenza salina. Questa base però è
ancora umida e deve essere asciugata con una lampada riscaldante. Le tecniche
di produzione della base di coca si sono evolute nel tempo. Mentre per la
raffinazione della coca il processo risulta più semplice, la cocaina viene
trasformata in sale proprio per la proprietà degli Idrocloruri di disciogliersi in
acque e quindi può essere consumato via mucose (sniffate).La base può essere
trasformata in polvere di coca anche domesticamente ( Coca in the jungle) nelle
successive fasi della filiera, comunque, tale trasformazione viene fatta anche
direttamente nella giungla per aumentare i margini di guadagno e migliorare
l’efficienza per trasportare il prodotto.

La base viene sciolta in acetone per rimuovere gli ultimi residui indesiderati e poi
viene aggiunta una soluzione diluita di acido idrocloruro che fa precipitare la
polvere di cocaina. Infine il sale di cocaina viene lasciato asciugare in dei forni.
( Cocaine Processing 1991).

Il crack invece si ottiene direttamente dalla polvere di coca ed è estremamente


difficile mapparne la produzione data la semplicità del processo. La cocaina in
polvere ha un punto di fusione più alto data la sua natura salina circa 180 gradi,
questo lo rende impossibile da fumare. Per ottenere il crack dobbiamo invertire il
processo precedentemente decritto e quindi ri trasformare la polvere in una
base4. Bisogna sciogliere la polvere di coca in un recipiente di acqua bollente con

4
La differenza tra bazuko e crack è che il crack risulta una sostanza più raffinata dato il
processo di ossidificazione che ha eliminato le impurità quando quando la base è stata
trasformata in polvere
ammoniaca o bicarbonato di sodio, così eliminando i Sali e rendendo di nuovo la
sostanza fumabile.

Parte della popolazione locale latina più povera non consuma la cocaina in
polvere o il crack ma bensì questa base di coca che può essere consumata
fumandola. La base è ancora impura e assai più dannosa per la salute della
cocaina o il crack. La popolazione locale chiama questa sostanza “Bazuko” (make
cocaine in the jungle)

Drug shippment toward USA:


Il traffico internazionale di cocaina rappresenta uno dei fenomeni criminali transnazionali più
redditizi e strutturati del mondo contemporaneo. Sebbene la produzione sia concentrata quasi
esclusivamente nei paesi andini — Colombia, Perù e Bolivia — il mercato più remunerativo
rimane quello degli Stati Uniti, che da decenni assorbono volumi significativi della sostanza
(UNODC, 2023; DEA, 2024). Per comprendere come la cocaina raggiunga il territorio
statunitense, è necessario analizzare le rotte iniziali, ossia quelle traiettorie che portano il
prodotto dalle aree di coltivazione e raffinazione fino ai principali corridoi messicani e
centroamericani, veri snodi di accesso al Nord America.

Origine geografica e dinamiche produttive

La Colombia ha un ruolo chiave per il traffico della cocaina verso gli Stati Uniti. I porti delle
regioni del Nariño e Putumayo sono i punti di partenza da cui parte la merce diretta verso il
Pacifico. (UNODC, 2023). L’oceano Pacifico è la via principale per il traffico verso gli Stati
Uniti. Le imbarcazioni, che trasportano cocaina verso l’America Centrale e il Messico partono
principalmente dai porti colombiani di Tumaco e Buenaventura e dal porto peruviano di
Callao, (UNODC, 2023). Questa rotta costituisce una vera e propria “autostrada del
narcotraffico” che grazie alle brevi distanze e alla difficoltà degli stati nel pattugliare il mare
garantiscono ai traghettatori di poter optare per la migliore soluzione logistica. Le
organizzazioni criminali sudamericane hanno svariate modalità di trasporto alternative.
Secondo UNODC (2024), i principali sono:

 Container commerciali, nascosti tra merci legittime e spediti da porti come


Buenaventura e Guayaquil. Questa modalità garantisce grandi volumi e integrazione
nei flussi globali (Sampó & Troncoso, 2022).

 Motoscafi, adatte a piccoli lotti e a tratte brevi.

 Semi-sommergibili, con capacità fino a diverse tonnellate, difficili da individuare dai


radar (DEA, 2024).

 Velivoli leggeri, che partono da piste clandestine in Colombia e Venezuela per


raggiungere Honduras, Guatemala e Messico meridionale (Magliocca, 2022).

La diversificazione dei mezzi consente di ridurre i rischi e di distribuire i carichi lungo


percorsi paralleli, aumentando la resilienza della rete logistica (Magliocca, 2021).

I motoscafi e i semi-sommergibili artigianali (narco-sub) sono mezzi frequentemente


utilizzati per raggiungere le coste di Panama, Costa Rica, Nicaragua e Honduras (DEA,
2024). Questi carichi, una volta sbarcati, vengono stoccati temporaneamente in aree remote e
successivamente trasferiti via terra o via mare verso il Messico meridionale, in particolare gli
stati di Chiapas e Oaxaca. Il controllo su questi segmenti è condiviso tra gruppi sudamericani
e i cartelli messicani, Gli ultimi progressivamente assumono il monopolio delle spedizioni
verso il confine nord (UNODC, 2023). Esistono anche rotte dirette dal Pacifico colombiano al
Messico occidentale, soprattutto verso lo stato di Sinaloa e la regione di Guerrero.
La produzione di Perù e Bolivia, invece, tende a muoversi verso il Brasile e successivamente
verso hub che riforniscono sia Europa che l’Asia. Tuttavia, una parte consistente dei carichi
provenienti da Perù e Bolivia segue la tratta pacifica attraverso Ecuador e Colombia, entrando
alla fine nel mercato statunitense (UNODC, 2024; Lien, 2025).

La direttrice caraibica

Un secondo asse, meno rilevante ma comunque significativo, è quello dei Caraibi. Dalla
costa settentrionale della Colombia — in particolare da porti come Cartagena e Barranquilla
— partono imbarcazioni dirette verso Repubblica Dominicana, Porto Rico, Giamaica e
Bahamas (UNODC, 2023). Da qui, la cocaina prosegue verso la Florida, costituendo un
corridoio di importanza storica già negli anni Ottanta e oggi riattivato in forma più ridotta.

Il vantaggio di questa rotta consiste nella relativa vicinanza geografica e nella possibilità di
sfruttare le isole caraibiche come basi di stoccaggio.

Una caratteristica fondamentale delle rotte iniziali è la loro connessione organica con le
organizzazioni messicane. I gruppi colombiani — storicamente protagonisti del narcotraffico
— hanno progressivamente ceduto il controllo della distribuzione internazionale ai cartelli
messicani, che oggi gestiscono la quasi totalità delle spedizioni verso gli Stati Uniti (DEA,
2024; Lien, 2025).I produttori sudamericani forniscono cocaina all’ingrosso che viene
trasferita attraverso rotte pacifiche o caraibiche fino al Messico o all’America Centrale. Da
qui, i cartelli come Sinaloa e CJNG coordinano il passaggio attraverso il confine sud-
occidentale statunitense, sfruttando sia i porti di ingresso terrestri sia corridoi clandestini
(UNODC, 2023).

Adattabilità e innovazione criminale

Un elemento ricorrente nelle rotte iniziali è l’adattabilità. Come dimostrato da Magliocca et


al. (2021), le catene di fornitura illecite sono estremamente mutevoli, esse si riorganizzano per
eludere le pressioni statali e agguantare opportunità logistiche. Ad esempio, quando in certi
porti vengono intensificati i controlli, i traffici vengono dirottati verso scali secondari o verso
corridoi alternativi attraverso piccoli arcipelaghi caraibici (Sampó & Troncoso, 2022).

L’innovazione riguarda anche le tecnologie: l’impiego di semi-sommergibili, di droni e, più


recentemente, di container refrigerati testimonia una sofisticazione crescente (DEA, 2024).
Questi strumenti rafforzano la capacità delle reti criminali di mantenere un flusso costante
verso il mercato statunitense, riducendo le perdite da sequestri.

La cocaina, lasciata la regione andina, percorre un intrecciato sistema di corridoi che


attraversa l’America Centrale e il Messico, tappe obbligatorie per ragioni geografiche e
criminali. Questo tratto costituisce il cuore della cosiddetta supply chain illecita della cocaina,
caratterizzata da violenza, corruzione e sofisticazione logistica. I cartelli messicani hanno
un ruolo dominante nell’esportazione verso gli Stati Uniti integrando reti centroamericane in
una struttura di distribuzione transnazionale altamente efficiente (DEA, 2024; UNODC,
2023). I paesi dell’America Centrale — Honduras, Guatemala, El Salvador, Nicaragua,
Costa Rica e Panama — sono passaggi quasi obbligati per le spedizioni. La posizione
geografica, unita alla debolezza istituzionale e a livelli elevati di corruzione, rende le regioni
facilmente accessibili.(Pearson, 2022). Honduras e Guatemala sono le tappe preferite per i
voli clandestini e per le imbarcazioni provenienti dalle coste colombiane, mentre Panama,
grazie al suo canale, rappresenta un nodo logistico di primaria importanza per il
narcotraffico.(UNODC, 2023).

Negli anni Ottanta e Novanta, i cartelli colombiani erano i principali attori del narcotraffico
verso gli Stati Uniti, con i messicani relegati a semplici intermediari. Tuttavia, a partire dagli
anni Duemila, i cartelli messicani hanno acquisito un ruolo di leadership, imponendosi come
i veri monopolisti della distribuzione (DEA, 2024). Oggi, la quasi totalità della cocaina
destinata al mercato statunitense transita per il Messico, rendendo il paese un hub
imprescindibile (UNODC, 2023).

Due organizzazioni dominano lo scenario:

 Il Cartello di Sinaloa, storicamente radicato nello stato omonimo, con ramificazioni


che coprono l’intera frontiera nord-occidentale.

 Il CJNG (Cártel de Jalisco Nueva Generación), formatosi nel 20120, ha


rapidamente scalato la gerarchia criminale messicana conquistando territori strategici e
ed ad oggi si contende oggi il primato con Sinaloa.

Entrambi i cartelli gestiscono corridoi logistici che collegano il sud del Messico agli stati di
confine messicano come Baja California, Sonora, Chihuahua e Tamaulipas, assicurando
l’ingresso della cocaina negli Stati Uniti (DEA, 2024).

Il controllo messicano si basa su una struttura multilivello. In America Centrale, i cartelli si


appoggiano a reti locali che fungono da subappaltatori, incaricati di ricevere i carichi,
stoccarli e trasferirli verso il confine. la catena del traffico è segmentata e gestita da nodi
specializzati con diversi gradi di autonomia. Magliocca 2021

I corridoi messicani

Corridoio pacifico

Il più importante è il corridoio pacifico, che dalla costa meridionale del Messico (Chiapas,
Oaxaca e Guerrero) si estende fino agli stati di Sinaloa e Baja California. Da qui, i carichi
attraversano il confine in direzione di California e Arizona, i principali punti di ingresso
negli Stati Uniti (DEA, 2024).

Corridoio del Golfo

Un secondo corridoio si sviluppa lungo il Golfo del Messico, passando per Veracruz e
Tamaulipas. Questa direttrice porta i carichi verso i valichi di confine con il Texas, in
particolare Laredo e Brownsville. Anche se meno rilevante del corridoio pacifico, questa rotta
rappresenta una via alternativa per diversificare i flussi (UNODC, 2023).

Corridoio centro-settentrionale

Infine, esiste un corridoio che attraversa il Messico centrale per raggiungere Chihuahua e
Sonora, aree che confinano direttamente con gli Stati Uniti. Questa direttrice consente di
distribuire i carichi su più punti di ingresso, evitando il sovraccarico delle rotte tradizionali
(DEA, 2024).

Modalità di trasporto in Messico

In Messico, la cocaina viene trasportata principalmente via terra, nascosta in camion e veicoli
commerciali. Tuttavia, restano attive modalità marittime e aeree:

 Container commerciali, che entrano nei porti di Manzanillo e Veracruz e vengono


poi inoltrati via terra.

 Velivoli leggeri che, decollando dall’America Centrale, atterrano in piste clandestine


del Messico meridionale.

 Imbarcazioni costiere che completano la tratta dal Centro America a stati come
Oaxaca e Guerrero (Sampó & Troncoso, 2022).

La scelta della modalità dipende dal volume del carico, dal livello di corruzione locale e dalla
pressione esercitata dalle autorità.

Corruzione, violenza e governance criminale


La centralità del Messico nel narcotraffico è indissolubilmente legata a corruzione e
violenza. I cartelli esercitano un controllo territoriale che va oltre la dimensione criminale,
costituendo forme di governance parallela in molte regioni (Lien, 2025). Le istituzioni locali
vengono spesso cooptate, mentre le comunità si trovano intrappolate in dinamiche di
dipendenza economica e minaccia armata.

L’elevato livello di violenza è anche il risultato della competizione tra i cartelli. La lotta per il
controllo dei corridoi — in particolare tra Sinaloa e CJNG — ha generato ondate di conflitti
che hanno trasformato diverse aree del Messico in veri teatri di guerra (DEA, 2024).

Tendenze recenti nel transito

Le rotte centroamericane e messicane non sono statiche. Secondo l’UNODC (2024), negli
ultimi anni si osserva una crescente diversificazione:

 È sempre più difficile tracciare porti usati dal narcotraffico dato l’elevato turnover
delle tratte marittime (Sampó & Troncoso, 2022).

 Uso di semi-sommergibili che arrivano fino alle coste messicane.

 Le spedizioni sono sempre più frammentate, con carichi suddivisi in lotti più piccoli
proprio per ridurre il rischio di perdite totali in caso di sequestro (Magliocca, 2021).

Queste strategie confermano la natura adattiva delle reti criminali, capaci di ristrutturarsi
rapidamente in risposta alla pressione delle autorità statali.

Conclusioni parziali

Il transito attraverso America Centrale e Messico costituisce la fase più complessa e delicata
del traffico di cocaina verso gli Stati Uniti. L’America Centrale svolge la funzione di zona di
passaggio, approdo per le spedizioni via mare e via aerea, mentre il Messico rappresenta il
vero hub di redistribuzione e gestione logistica.

Il predominio dei cartelli messicani — in particolare Sinaloa e CJNG — riflette la loro


capacità di integrare le reti centroamericane in un sistema transnazionale, consolidando il
Messico come snodo imprescindibile della catena globale della cocaina. La violenza e la
corruzione che caratterizzano questo passaggio ne evidenziano la natura non solo criminale,
ma anche politica e sociale.

Comprendere il funzionamento di questi corridoi è essenziale per analizzare l’ultima fase


della catena: l’ingresso negli Stati Uniti, il mercato finale più redditizio, che sarà oggetto del
blocco successivo.
📌 Fonti utilizzate in Blocco 2

 UNODC (2023). Global Report on Cocaine.

 UNODC (2024). World Drug Report.

 DEA (2024). National Drug Threat Assessment.

 Magliocca, N. (2021). Journal of Illicit Economies & Development.

 Magliocca, N. (2022). Applied Geography.

 Pearson, N. (2022). Journal of Illicit Economies & Development.

 Sampó, C., & Troncoso, V. (2022). Trends in Organized Crime.

 Lien, J. (2025). Journal of Illicit Economies & Development.

Dopo aver attraversato superato questa odissea, la cocaina è destinata ad entrare negli Stati
Uniti dove la merce affronta l’ultima e più delicata fase del suo viaggio: il superamento del
confine e la sua distribuzione nel mercato interno degli U.S.A. Questa fase è la più redditizia
permettendo di guadagnare profitti miliardari, ma rappresenta anche il punto più controllato
dalle autorità statunitensi, che concentrano qui la maggior parte delle risorse antidroga.
Secondo il National Drug Threat Assessment della DEA (2024), quasi tutta la cocaina passa
per il confine sud-occidentale del Messico. Il confine USA-Messico è lungo oltre 3.000
chilometri e comprende numerosi valichi ufficiali. I più rilevanti per il traffico di cocaina
sono:

 California (San Ysidro, Otay Mesa), collegati direttamente ai corridoi pacifici.

 Arizona (Nogales, Douglas) confinante con il Messico.

 Texas (Laredo, Brownsville, El Paso), connessi al corridoio del Golfo (DEA, 2024).

La maggior parte della cocaina entra attraverso i porti di ingresso ufficiali, nascosta in
veicoli privati, camion commerciali e container. Nonostante l’immaginario popolare enfatizzi
i tunnel sotterranei e le spedizioni clandestine, i dati della DEA (2024) mostrano che oltre il
90% dei sequestri avviene nei valichi legali, a testimonianza della capacità dei cartelli di
infiltrarsi nei flussi commerciali ordinari. I cartelli utilizzano camion e container che
attraversano i valichi doganali caricati di prodotti legali (frutta, materiali industriali, beni di
largo consumo), all’interno dei quali vengono occultati carichi di cocaina. Questa tecnica
sfrutta l’enorme volume di traffico commerciale: ogni anno, milioni di camion attraversano i
valichi USA-Messico, rendendo impossibile un controllo esaustivo (Sampó & Troncoso,
2022).

La rotta caraibica

Sebbene secondaria rispetto al confine terrestre, la rotta caraibica mantiene una funzione di
complemento. Piccole imbarcazioni e, in alcuni casi, container commerciali trasportano
cocaina verso la Florida, soprattutto attraverso Porto Rico e Repubblica Dominicana
(UNODC, 2023). Questa direttrice, storicamente importante negli anni Ottanta, è oggi
utilizzata in modo selettivo per ridurre la pressione sul confine messicano.

In California e Arizona, sono stati scoperti complessi tunnel sotterranei che collegano
magazzini messicane a strutture statunitense I tunnel permettono di trasportare carichi
significativi evitando i controlli di frontiera (DEA, 2024).Una quota minore della cocaina
entra attraverso corrieri umani (muli), che trasportano piccole quantità occultate sul corpo o
nei bagagli. Questa modalità, pur meno redditizia, rimane diffusa perché consente ai cartelli di
diversificare i rischi (UNODC, 2024).

Centri di stoccaggio e hub regionali

Una volta oltrepassato il confine, la cocaina viene trasferita a centri di stoccaggio situati nelle
città di confine, come Tijuana-San Diego, Ciudad Juárez-El Paso e Nuevo Laredo-
Laredo. Da qui, reti logistiche interne ne assicurano la distribuzione verso i principali hub
nazionali (DEA, 2024).

Le città che svolgono il ruolo di hub regionali sono:

 Los Angeles e Phoenix per la costa occidentale.

 Houston e Dallas per il sud e il Midwest.

 Chicago come centro di smistamento per il nord-est.

 Atlanta e Miami per la costa orientale (UNODC, 2023).

Queste metropoli funzionano come nodi intermedi da cui la cocaina viene redistribuita a
mercati urbani e regionali minori. La distribuzione al dettaglio negli Stati Uniti è gestita da un
mosaico di gruppi criminali locali, gang urbane e reti etniche. I cartelli messicani
mantengono un controllo sull’ingrosso, ma delegano la fase di vendita al dettaglio a
organizzazioni statunitensi. Questa divisione del lavoro riduce i rischi per i cartelli e
garantisce un’efficiente penetrazione dei mercati locali (DEA, 2024).

Danni ambientali cocaina

L’impatto ambientale della cocaina deve essere compreso lungo l’intera catena del valore
della cocaina (CVC), che comprende quattro fasi principali: coltivazione della coca, attività
agricole di mantenimento, trasformazione chimica in cocaina e traffico verso i mercati finali.
Le ricerche scientifiche più recenti mostrano come ogni fase generi danni specifici, con effetti
cumulativi su foreste, suolo, acqua, biodiversità e comunità locali (Manrique López, 2025).

1.1. Coca coltivation e deforestazione

La coltivazione della coca rappresenta il primo momento in cui il narcotraffico esercita


pressioni dirette sugli ecosistemi tropicali. Colombia, Perù e Bolivia sono i principali centri di
produzione, con oltre 300.000 ettari destinati a coca nel 2022, soprattutto nelle zone di alta
biodiversità dell’Amazzonia e delle Ande (UNODC, 2023, citato in Manrique López, 2025).

Il processo di apertura di nuovi campi implica deforestazione massiccia, spesso all’interno o


nelle immediate vicinanze di aree protette. Studi di land use/land cover change (LULCC)
hanno dimostrato una relazione diretta tra espansione delle coltivazioni e riduzione della
copertura forestale (Armenteras et al., 2013; Bagan et al., 2020, citati in Manrique López,
2025). Questo tipo di deforestazione viene definita “anomale” poiché non risponde ai cicli
agricoli locali, ma a dinamiche globali connesse al mercato della cocaina.

La perdita di foresta tropicale non implica solo riduzione di habitat, ma compromette la


capacità degli ecosistemi di assorbire CO₂, aggravando i cambiamenti climatici globali
(Gatti et al., 2021). In paesi come Colombia e Perù, primi al mondo per diversità di specie
aviarie (Maldonado et al., 2018; Ugarte et al., 2023), questo fenomeno assume un rilievo
critico.

1.2. Degrado del suolo e uso di agrochimici

Oltre alla deforestazione, la fase agricola si caratterizza per l’uso intensivo di fertilizzanti,
erbicidi e pesticidi. La letteratura grigia e scientifica concorda sul fatto che questa pratica
abbia effetti devastanti: perdita di fertilità dei suoli, erosione accelerata e contaminazione
delle falde acquifere (Copa, 2018; Tarazona et al., 2020).
Gli agrochimici impiegati non solo degradano la qualità del terreno, ma hanno anche effetti
tossici sugli insetti impollinatori e sulla microfauna, compromettendo la rigenerazione
forestale. Inoltre, sostanze come il glifosato – spesso spruzzato anche dalle autorità per
distruggere le coltivazioni – amplificano i rischi per la biodiversità e per la salute umana
(Lynch & Arroyo, 2009).

1.3. Produzione della cocaina e inquinamento chimico

Per trasformare le foglie in sale di cocaina bisogna usare ingenti quantità di solventi e
reagenti: benzina, acetone, acido solforico, acido cloridrico. Questi rifiuti vengono
generalmente smaltiti direttamente nei corsi d’acqua e nei suoli. Gli studi dell’UNODC
(2023a) riportati da Manrique López (2025) sottolineano che l’impatto è duplice:
contaminazione chimica delle acque con effetti sulla biodiversità acquatica e danni alla salute
delle comunità locali. Le analisi in loco hanno documentato fenomeni di mortalità ittica,
degrado del suolo e rischi per gli ecosistemi ripariali (Domingo-Echaburu et al., 2021).

La fase di produzione, spesso nascosta in aree remote, non è dunque meno dannosa della
coltivazione: il rilascio incontrollato di sostanze tossiche compromette interi bacini idrici, con
conseguenze che possono estendersi anche a valle, coinvolgendo comunità non direttamente
legate al narcotraffico.

1.4. Effetti cumulativi e criticità di governance

L’insieme di questi processi mette in evidenza come il narcotraffico non agisca in maniera
isolata, ma vada a sovrapporsi a debolezze strutturali nella governance ambientale. Le
aree rurali coinvolte sono spesso caratterizzate da scarsa presenza statale, conflitti armati o
economie di sussistenza. Questo contesto favorisce l’espansione delle coltivazioni illecite,
ostacolando al tempo stesso gli sforzi di conservazione e di sviluppo sostenibile (Rincón-Ruiz
et al., 2013).

Gli impatti ambientali delle prime fasi della catena della cocaina sono quindi già di per sé
gravi: deforestazione, degrado del suolo, contaminazione chimica e perdita di biodiversità.
Tuttavia, la successiva fase del traffico introduce nuove dinamiche, capaci di ampliare e
moltiplicare i danni, come si vedrà nel secondo blocco.

Se la produzione di coca e cocaina colpisce principalmente i Paesi andini, la fase di traffico ha


effetti particolarmente intensi sull’America Centrale, che negli ultimi vent’anni è diventata
uno dei principali corridoi per il trasporto verso gli Stati Uniti. Qui, il fenomeno della narco-
deforestazione e i processi di land grabbing hanno trasformato radicalmente aree protette e
comunità locali.

2.1. Narco-deforestazione nelle aree protette

Studi comparativi condotti nella Riserva della Biosfera Maya (Guatemala), nella Moskitia
(Honduras) e nell’Área de Conservación Osa (Costa Rica) documentano come il traffico di
cocaina generi deforestazione accelerata e conversione dei suoli all’interno di aree
formalmente protette (Devine et al., 2021).

I traffici si traducono in pratiche concrete:

 costruzione di piste di atterraggio clandestine;

 creazione di pascoli illegali per il riciclaggio di capitali (“narco-cattle ranching”);

 distruzione di mangrovie e zone umide;

 incremento di attività collaterali come il taglio illegale di legname e la pesca illegale.

Queste dinamiche non solo erodono la biodiversità, ma minano la credibilità delle politiche di
conservazione, mostrando come i parchi e le riserve possano diventare epicentri di degrado
ambientale quando sono catturati da capitali illeciti.

2.2. Il caso della Moskitia in Honduras

Il caso della Moskitia è emblematico. Tra il 2008 e il 2012, questa regione indigena è
diventata il principale punto di transito della cocaina diretta verso gli Stati Uniti. Secondo
McSweeney et al. (2018), il traffico ha innescato un processo di land grabbing su larga scala,
in cui capitali narco hanno favorito la concentrazione fondiaria a scapito di comunità indigene
e afro-discendenti.

Le conseguenze sono state molteplici:

 privatizzazione e concentrazione delle terre;

 conversione dei suoli a pascoli per bovini, funzionali sia all’economia nazionale sia al
riciclaggio;

 aumento dell’insicurezza alimentare e dei conflitti sociali;

 militarizzazione del territorio, con episodi di violenza contro civili (McSweeney et al.,
2018).
Questo esempio illustra come il traffico di cocaina non sia solo un problema di trasporto, ma
anche un motore di trasformazioni agrarie ed ecologiche, con implicazioni sociali di lungo
periodo.

2.3. Il concetto di narco-degradazione

Gli studiosi hanno introdotto il concetto di narco-degradazione per descrivere l’insieme di


impatti ambientali e sociali legati al traffico (Devine et al., 2021). Non si tratta solo di
deforestazione, ma di una combinazione di:

 incendi dolosi per liberare terre;

 miniere clandestine;

 traffico di flora e fauna;

 costruzione di infrastrutture illegali.

Questo quadro complesso mostra come la cocaina sia una forza che trasforma radicalmente i
paesaggi, intrecciando degrado ecologico, violenza e speculazione economica.

2.4. Impatti globali: biodiversità e cambiamento climatico

Gli effetti non si limitano all’America Latina. La perdita di foreste tropicali, che fungono da
serbatoi di carbonio, contribuisce al cambiamento climatico globale. Inoltre, la distruzione di
habitat unici mette a rischio la sopravvivenza di specie endemiche, riducendo la resilienza
complessiva degli ecosistemi (Manrique López, 2025).

In questo senso, la cocaina lascia un’impronta ecologica globale: il consumo concentrato nel
Nord del mondo produce conseguenze ambientali devastanti nel Sud globale, rafforzando le
disuguaglianze ecologiche e sociali.

2.5. Governance e fallimento della guerra alla droga

La letteratura concorda nel sottolineare il fallimento delle politiche proibizioniste. Il


cosiddetto “effetto palloncino” ha spostato le rotte senza ridurre la produzione complessiva,
amplificando i danni ambientali (McSweeney & Pearson, 2013; Sesnie et al., 2017).

Le proposte avanzate dagli studiosi includono:

 integrazione delle dimensioni ambientali nelle politiche antidroga;

 programmi di sviluppo alternativo sostenibile per i coltivatori;

 rafforzamento delle istituzioni locali e dei diritti delle comunità indigene;


 maggiore coordinamento internazionale tra politiche ambientali e di sicurezza
(Brombacher et al., 2021; Manrique López, 2025).

2.6. Conclusione

La cocaina non è solo una droga illegale: è un fattore di trasformazione ecologica e sociale
globale. La sua catena del valore produce deforestazione, degrado del suolo, contaminazione
chimica, perdita di biodiversità, cambiamenti climatici e violazioni dei diritti umani.
Comprendere questa interconnessione è il primo passo per costruire politiche realmente
efficaci, capaci di affrontare insieme crimine, sviluppo e sostenibilità.

📚 Riferimenti (selezione)

 Devine, J. A., Wrathall, D., Aguilar-González, B., Benessaiah, K., Tellman, B.,
Ghaffari, Z., & Ponstingel, D. (2021). Narco-degradation: Cocaine trafficking’s
environmental impacts in Central America’s protected areas. World Development,
144, 105474.

 Manrique López, H. (2025). Footprints of cocaine: a bibliometric analysis and


systematic review of the environmental impacts of the cocaine value chain in Latin
America. Environmental Research Letters, 20(3), 033002.

 McSweeney, K., Wrathall, D., Nielsen, E., & Pearson, Z. (2018). Grounding traffic:
The cocaine commodity chain and land grabbing in eastern Honduras. Geoforum, 95,
122–132.

Potrebbero piacerti anche