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Arcana Lou Reed 10 RD

Il documento è un'opera di saggistica dedicata a Lou Reed e alla sua musica, con particolare attenzione ai Velvet Underground. Esplora la vita e la carriera di Reed, evidenziando la sua influenza sulla musica rock e la sua capacità di unire letteratura e musica. Attraverso citazioni e analisi, il testo sottolinea come la sua opera abbia sfidato le convenzioni e aperto la strada a nuove forme di espressione artistica.

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Arcana Lou Reed 10 RD

Il documento è un'opera di saggistica dedicata a Lou Reed e alla sua musica, con particolare attenzione ai Velvet Underground. Esplora la vita e la carriera di Reed, evidenziando la sua influenza sulla musica rock e la sua capacità di unire letteratura e musica. Attraverso citazioni e analisi, il testo sottolinea come la sua opera abbia sfidato le convenzioni e aperto la strada a nuove forme di espressione artistica.

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Prima edizione: febbraio 2012

© 2012 Lit Edizioni Srl


Arcana è un marchio di Lit Edizioni
Sede operativa: Via Isonzo 34, 00198 Roma

Tutti i diritti riservati

La presente opera di saggistica è rivolta all’analisi e alla promozione


di autori e opere di ingegno. Si avvale dell’articolo 70, I e III comma,
della Legge 22 aprile 1941 n. 633 circa le utilizzazioni libere,
nonché dell’articolo 10 della Convenzione di Berna.

Copertina: Laura Oliva

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PAOLO BASSOTTI

LOU REED
ROCK AND ROLL
TESTI COMMENTATI

arcana
Ai miei genitori, Franco e Stefania.
E a Carla, cara amata
LOU REED
[New York, 1942]

“Qualunque società permetta a gente come Lou e me di avere successo


è davvero perduta. Siamo entrambi persone perdute e paranoiche – as-
soluti disastri ambulanti”.
– DAVID BOWIE

“1. Ha fatto parte di band di teppisti di Long Island ai tempi delle risse.
2. Ha frequentato molte scuole – è sempre stato in qualche gruppo,
ad esempio Pasha and The Prophets, L.A. and The Eldorados.
3. È stato espulso dall’accademia militare per aver minacciato di spa-
rare a un ufficiale.
4. Respinto dall’esercito – ritenuto mentalmente inadatto.
5. Ha lavorato come autore di canzoni, conoscendo il rifiuto.
6. Ha lavorato con Warhol e i Velvet Underground in diverse forme,
contribuendo a creare “l’ambiente mediatico complesso” anche noto
come “psichedelia” nei felici anni Sessanta.
7. Ha lasciato Warhol, rimesso in sesto la band, e alla fine ha rimesso
in sesto se stesso.
8. Esilio e profonda riflessione.
9. Cause legali e depressione.
10. Album solista con la RCA. Soddisfazione”.
– SCHEMATICA AUTOBIOGRAFIA DI LOU REED, PER IL COMUNICATO STAM-
PA DI PRESENTAZIONE DEL SUO DEBUTTO DA SOLISTA, 1972

“Ho sempre voluto essere uno scrittore e sono andato al college per pre-
pararmi. Ecco da dove vengo. Se conosci i miei interessi e il mio retro-
terra accademico quello che faccio non ti sembra una cosa insolita”.
– LOU REED

“È la musica che mi ha impedito di impazzire. Dovreste avere tutti due


radio, nel caso una si rompa”.
– LOU REED

“Lou ha creato una mitologia della strada”.


– JOHN CALE

7
“Mi sono sempre piaciuti gli accordi molto elementari e semplici del
rock’n’roll. Non ho mai sentito niente che mi sia piaciuto di più. Né
nell’opera, né nella musica classica, nel jazz o nei musical. Niente. Nien-
te mi ha mai colpito quanto il cambio d’accordo più facile del rock’n’roll,
ovvero quello da Mi a La. Ancora oggi, quando sento il cambio fatto
bene – e capita anche che sia fatto male – ne traggo un piacere smoda-
to. Non sarebbe meraviglioso metterci sopra una melodia che ci si ap-
piccichi come colla? E non sarebbe poi grandioso se i versi avessero una
qualche sostanza, e fossero semplici ed eleganti come quella progressio-
ne da un accordo all’altro?”.
– LOU REED

“Con tipi come Reed devi fare molta attenzione”.


– TOM VERLAINE

“Credo che ci voglia moderazione in ogni cosa. Anche nella moderazione”.


– LOU REED

“Sono realista. Ecco perché ascolto Lou Reed. Ed ecco perché lo idola-
tro. Perché le cose che ha scritto e cantato e suonato nei Velvet Under-
ground per me facevano parte dell’inizio di una vera rivoluzione in tut-
to lo schema dei rapporti tra uomini e donne, uomini e uomini, donne
e donne, esseri umani ed esseri umani. E non sto parlando di cloni. Sto
parlando di una diversità che arriva fino alle stelle”.
– LESTER BANGS

8
SOMMARIO.

“Le possibilità sono infinite”. Un’introduzione 11


THE VELVET UNDERGROUND & NICO 17
WHITE LIGHT/WHITE HEAT 53
THE VELVET UNDERGROUND 77
LOADED 113
LOU REED 145
TRANSFORMER 159
BERLIN 195
SALLY CAN’T DANCE 227
METAL MACHINE MUSIC 243
CONEY ISLAND BABY 249
ROCK AND ROLL HEART 261
STREET HASSLE 271
THE BELLS 287
GROWING UP IN PUBLIC 297
THE BLUE MASK 311
LEGENDARY HEARTS 323
NEW SENSATIONS 331
MISTRIAL 337
NEW YORK 345
SONGS FOR DRELLA 369
MAGIC AND LOSS 381
SET THE TWILIGHT REELING 393
ECSTASY 403
THE RAVEN 419
LULU 427

Ghost Track 437


Bibliografia 443
Ringraziamenti 446
Keyword 447
“LE POSSIBILITÀ SONO INFINITE”.
UN’INTRODUZIONE
Ci sono dischi che cambiano tutto. Classici come THE FREEWHEE-
LIN’ BOB DYLAN, PET SOUNDS, ARE YOU EXPERIENCED?, REVOLVER
o NEVER MIND THE BOLLOCKS, album in grado di trasformare
per sempre la musica popolare. Il debutto dei Velvet Under-
ground appartiene a questa ristretta élite, malgrado all’epoca del-
la pubblicazione sia stato ignorato dal pubblico. Nelle sue undi-
ci tracce risuonano le parole d’ordine di infinite rivoluzioni a ve-
nire, innovazioni troppo radicali per essere immediatamente
comprese, ma allo stesso tempo troppo forti per essere cancellate
dall’insuccesso commerciale.
Le mille idee di THE VELVET UNDERGROUND AND NICO avreb-
bero trionfato negli anni seguenti, assumendo innumerevoli for-
me. Dal glam al punk, dalla new wave al dark, dal noise all’alter-
native, i Velvet Underground sono stati, e continuano a essere,
un’irrinunciabile fonte di ispirazione per chiunque abbia mai vi-
sto il rock come una forma d’arte.
Nell’aprile del 1966, Lou Reed aveva poco più di ventiquat-
tro anni quando entrò col resto della band negli Scepter Studios
di New York, per cominciare a registrare quel primo storico al-

12
“LE POSSIBILITÀ SONO INFINITE”

bum. Malgrado la giovane età, non era né un principiante del


mondo della musica né un ragazzino spaventato. La sua vita era
stata molto intensa, contraddistinta da atteggiamenti di costante
ribellione verso qualunque forma di controllo.
A diciassette anni la sua esistenza venne sconvolta dalle deva-
stanti sedute di elettroshock che i suoi perbenisti genitori gli ave-
vano imposto per provare a curare le sue tendenze omosessuali.
Nel periodo del college, a Syracuse, provò droghe di ogni tipo e
fece di tutto per staccarsi dalla massa conformista degli altri stu-
denti, che lo consideravano un tipo poco raccomandabile, un
solitario coi capelli lunghi e i vestiti trasandati. Mentre studiava
per laurearsi in arte, coltivò le sue due grandi passioni. La prima
era la musica: fece il dj della radio del campus (facendosi caccia-
re per eccesso di free jazz) e suonò in molti gruppi surf e rock’n’roll
di poco conto. La seconda era la letteratura, che approfondì gra-
zie all’amicizia con uno degli insegnanti, Delmore Schwartz, scrit-
tore dall’enorme talento e dalla mente fragile.
Dopo l’università, trovò lavoro come autore e musicista alla
Pickwick, un’etichetta che produceva album dozzinali con imita-
zioni degli hit del momento, accreditati a gruppi fittizi come i Rou-
ghnecks o i Beachnuts. Lou si abituò così a scrivere canzoni in mo-
do rapido e intuitivo, e a mettere in musica qualunque cosa gli ve-
nisse richiesta o gli passasse per la mente. Il più folle dei brani rea-
lizzati per la Pickwick, un comico ballo chiamato The Ostrich, di-
ventò anche un piccolo successo locale, al punto da richiedere un
gruppo di musicisti in carne e ossa per promuoverlo: i Primitives.
Grazie a questa band improvvisata, Lou entrò in contatto con John
Cale, un carismatico e colto musicista gallese, che suonava la viola
e frequentava i migliori compositori d’avanguardia.
Reed si proponeva – e avrebbe continuato a farlo per tutta la vi-
ta – di scrivere musica rock profonda e intransigente come la miglio-
re letteratura, capace di toccare e sconvolgere il pubblico. Non gli in-
teressava assecondare i ragazzini distratti, voleva rivolgersi a un pub-
blico adulto, o ai giovani svegli come lui. Teach The Gifted Chil-
dren, avrebbe detto qualche anno dopo. Cale, curioso, iconoclasta,
e desideroso di portare nel pop le più ardite sperimentazioni delle ac-
cademie, si rivelò per Lou il complice perfetto. La formazione dei
Velvet Underground venne completata dal valido chitarrista Sterling

13
ROCK AND ROLL

Morrison, un ex compagno di Reed a Syracuse, e dalla batterista


Maureen Tucker, regina dei ritmi spartani e martellanti.
La proposta anticonvenzionale dei quattro conquistò Andy
Warhol, che si propose come loro manager e li inserì nell’Explo-
ding Plastic Inevitable, lo spettacolo della comunità di artisti che
ruotava attorno alla sua Factory. Quell’ambiente era l’ideale per
alimentare ulteriormente la creatività di Reed: un mondo frene-
tico dominato da sesso e droga, dove sogni e follia si trasforma-
vano in arte e cultura pop. Warhol coinvolse il gruppo – nel be-
ne e nel male – nelle imprese visionarie e sconclusionate della Fac-
tory, concedendogli sempre la totale libertà creativa, a parte le
pressioni per fare cantare la sua superstar favorita del momento,
la tedesca Nico. Disegnò per loro anche l’iconica copertina con
la banana (“sbuccia piano e vedrai”) di THE VELVET UNDER-
GROUND AND NICO. Quel che contava di più erano però le can-
zoni custodite da quell’inconfondibile immagine.
La musica dell’album stupisce senza sosta, in un’alternanza inau-
dita di melodie dolcissime e assalti sonori a testa bassa, tra bordoni
di viola e sfuriate di chitarra. Ogni traccia suggerisce nuovi mondi di
possibilità. E insieme alla musica, le parole. Lou Reed racconta di
tossici e spacciatori, di paranoia e sadomasochismo, di sesso da po-
co e amore spietato. All’uscita del disco – marzo 1967, un minuto
prima dell’Estate dell’Amore – dev’essere sembrato un pazzo nichi-
lista proveniente da un altro pianeta. Vuole raccontare ciò che lo
circonda davvero, le cose che vive e che prova, la realtà in bianco e
nero nascosta dal coloratissimo trip degli anni Sessanta. In un’in-
tervista del 1989 rilasciata a David Fricke di «Rolling Stone», ha di-
chiarato a tale proposito: “Tossicodipendenza e deviazioni sessuali
erano tabù solo nella musica, tienilo bene presente. Nel cinema,
nel teatro, nei libri c’era già tutto. Quando leggi Ginsberg, leggi
Burroughs, leggi Hubert Selby Jr, decidi di elevare la tua roba a un
livello degno di considerazione, non puoi più paragonarti agli altri
dischi. Incominci a osservare Brecht e Weill”.
Reed innesta le sue ambizioni letterarie sulle proprie passioni
musicali. Con lo sguardo si rivolge alla grande narrativa, da Poe
a Chandler, passando per Genet e T.S. Eliot, ma col cuore rima-
ne comunque legato al doo-wop, al rhythm and blues, e soprat-
tutto al potere primordiale del rock’n’roll, eternamente devoto
14
“LE POSSIBILITÀ SONO INFINITE”

all’imbattibile combinazione di due chitarre, basso e batteria.


L’esempio più estremo di questa duplice natura è The Gift, dal
secondo album dei Velvet, dove in uno dei due canali stereo si sen-
te la lettura di un racconto scritto all’università, mentre nell’al-
tro imperversa il grandioso rumore della band.
Se Reed si fosse limitato a tenere separate le due cose, inci-
dendo dei dischi di spoken word con un accompagnamento rock,
non avrebbe di certo avuto un simile impatto. Negli anni il suo
ego sconfinato l’ha portato a provare un po’ di tutto, senza mai
preoccuparsi del responso del pubblico. Ha esposto le proprie
foto, ha recitato, è stato testimonial pubblicitario, e si è persino
messo nei panni della figura che più odia al mondo: l’intervista-
tore. Non ha però mai pubblicato un romanzo o una raccolta di
racconti, e non è un caso. Si è sempre visto come un grande scrit-
tore, ma solo a patto che ci fosse una chitarra elettrica nei parag-
gi. L’ha chiarito lui stesso ai tempi di THE BLUE MASK: “I miei
versi sono piacevoli da leggere, se proprio mi devo sbilanciare. Ma
di certo non sono poesia. Le mie parole funzionano molto meglio
quando vengono cantate con un accompagnamento musicale”.
Grazie al suo modo assolutamente unico di combinare lette-
ratura e musica, l’approccio di Lou Reed alla scrittura dei testi
ha segnato la storia del rock. Di fatto si è rivolto a chiunque sa-
rebbe venuto dopo, dicendo: “Vediamo che sai fare?”. Bella sfi-
da, visto che album dopo album ha dimostrato che con una can-
zone si può parlare veramente di tutto.
Per quanto sia riuscito da subito a essere all’altezza delle pro-
prie ambizioni, nel corso degli anni non ha mai smesso di essere
interessante e di sorprendere, in una carriera la cui unica costan-
te è stata il cambiamento. Ha presentato alla stampa praticamen-
te ogni suo nuovo lavoro dicendo: “Questo è il mio disco mi-
gliore. Stavolta sono io al cento per cento”. E ogni volta in cuor
suo era sincero, ogni volta era davvero se stesso al cento per cen-
to, tanto nei trionfi – imprevisti, cercati, rifiutati – quanto nelle
rovinose cadute. Incurante delle aspettative di chiunque, è riu-
scito nell’impresa di pubblicare il disco più controverso dell’an-
no sia nel 1973, con BERLIN, sia nel 1975, con METAL MACHINE
MUSIC. E nel 2011, quando tutti se lo immaginavano tranquillo
a casa a godersi la pensione, l’ha fatto ancora, con LULU. Ha lascia-

15
ROCK AND ROLL

to che i successi commerciali, come Walk On The Wild Side, NEW


YORK o Perfect Day, gli scivolassero addosso, curiosi effetti colla-
terali del suo mestiere di osservatore.
Raccontare i testi più importanti di Lou Reed significa rico-
struire la storia di uno sguardo. I suoi occhi hanno catturato la fan-
tasmagoria della Factory e il fascino pericoloso dei bassifondi, han-
no osato guardare la faccia più spaventosa dell’amore e del deside-
rio, hanno smascherato la violenza della famiglia e dell’America ben-
pensante, per arrivare poi, ormai carichi di esperienza, a contem-
plare le ingiustizie sociali e gli impenetrabili misteri della morte. Nel-
le sue canzoni ha saputo essere tanto crudele quanto compassione-
vole, scegliendo sempre il registro ideale per esporre le proprie emo-
zioni o per ricorrere al suo inconfondibile umorismo nero.
Instancabile narratore, Reed ha raccontato le vite di tantissimi
personaggi, reali o verosimili: Teenage Mary, Waldo Jeffers, Miss
Rayon, Lady Godiva, Pearly Mae, Lorraine, Waltzing Matilda,
Andy Warhol... Entrando nel suo universo incontrerete Candy
Darling e Holly Woodlawn, che vi invitano a fare un giro nel la-
to selvaggio, Harry, che si è fatto a pezzi la faccia per non asso-
migliare ai suoi genitori, o il piccolo Pedro, che sfogliando un li-
bro di magia sogna di scappare dalla povertà. Avete mai sentito
parlare di Caroline, quella ragazza che tutti chiamano Alaska? Na-
turalmente farete anche la conoscenza dei due protagonisti sem-
pre presenti in queste canzoni. Si tratta della città di New York –
maestosa, inesauribile, impossibile da non amare anche mentre
sprofonda nell’orrore – e dell’autore stesso, che inserisce in ogni
quadro il proprio ritratto, anche a costo di “crescere in pubblico
coi pantaloni calati”. Reed ha definito la sequenza dei suoi al-
bum a volte come un tentativo di scrivere il Grande Romanzo
Americano, e in altre occasioni come una sorta di autobiografia.
Sono vere entrambe le affermazioni. Nel suo songbook ritrovia-
mo la vita di un artista unico, insieme a un’indagine acuta e
profonda dell’animo umano e della società americana. Ma c’è di
più. Che si tratti di fiction o di memorie personali, il segreto di
una grande opera è sapere raccontare anche la storia dei suoi let-
tori. Queste canzoni sono una continua rivelazione perché den-
tro ci sono anche le nostre stesse facce, incessantemente sma-
scherate e poste davanti al più spietato degli specchi.

16
THE VELVET UNDERGROUND
& NICO .
[1967]
SUNDAY MORNING

Il brano che apre il primo album dei Velvet Underground ci dà


la possibilità di chiarire subito che l’analisi del testo di una can-
zone non può prescindere dalla canzone stessa: dalla musica e dal-
la performance di chi canta quelle parole. Sunday Morning è vo-
lutamente ambigua e contraddittoria negli elementi che la com-
pongono. Da un lato c’è il suono, con la caratteristica celesta di
John Cale e una dolcezza facile da fraintendere, al punto che il
brano è stato utilizzato – conservando ad arte solo i versi non
compromettenti – anche per la luminosa pubblicità dell’Enel.
Dall’altro lato ci sono le parole, pensate in un primo momento
per la voce di Nico, e reclamate poi dall’interpretazione di un
Reed sorprendentemente femmineo (di una femminilità agli an-
tipodi di quella della cantante/modella/superstar tedesca), anche
grazie a un leggero cambiamento del pitch della voce. I versi, che
inizialmente sembrano sfiorare l’ascoltatore, come il primo sole
della domenica, lo indirizzano poi verso un’inquietudine (restless
feeling) e un’indefinibile quanto inconfondibile paranoia, che
pare accumularsi progressivamente, verso dopo verso.

18
THE VELVET UNDERGROUND & NICO

Stando a Lynne Tillmann, all’epoca ragazza di Cale, la canzo-


ne venne composta all’alba da John e Lou, al pianoforte di un
loro amico, dopo un sabato notte passato in giro:

Sunday morning, brings the dawn in


It’s just a restless feeling by my side.

Domenica mattina, porta dentro l’alba


È solo una sensazione d’inquietudine al mio fianco.

Nel chorus la narrazione passa dalla prima (“al mio fianco”)


alla terza persona: scarto fondamentale, perché il ruolo di Lou
Reed in queste prime canzoni è soprattutto quello di cantastorie
di un mondo nel quale vive, ma dal quale sa all’evenienza stac-
carsi con impeccabile freddezza:

Watch out, the world’s behind you


There’s always someone around you who will call
It’s nothing at all.

Occhio, hai il mondo alle tue spalle


Ci sarà sempre qualcuno intorno che ti chiama
Ma non è niente.

Ma di chi è quest’ansia, che sembra cercare conforto e pace nel-


la dolcezza assonnata di Sunday Morning? Il brano viene scritto
alla fine del 1966, su invito del produttore Tom Wilson, alla ri-
cerca di un singolo per lanciare l’album; sono passati solo pochi
mesi dalla morte – sconvolgente per Lou Reed – di Delmore
Shwartz, avvenuta l’11 luglio. Schwartz, maestro di vita e di lette-
ratura di Reed, era notoriamente vittima di varie ossessioni, co-
me l’idea che Nelson Rockfeller lo spiasse, e che anche le persone
amiche facessero parte del complotto. Una condizione aggravata-
si dopo l’omicidio Kennedy. Non a caso, per commentare il bra-
no, Reed ha tirato in ballo proprio il suo anomalo mentore: “È
[una canzone] parecchio paranoica. Una volta il mio amico Del-
more Schwartz ha detto: ‘Anche i paranoici hanno dei nemici’.
La canzone parla più o meno di questo: ‘Occhio, hai il mondo al-

19
ROCK AND ROLL

le tue spalle’. E forse ce l’hai davvero”. Sembra di sentire già Kurt


Cobain che in Territorial Pissing rielabora il vecchio adagio, in ge-
nere attribuito a Stalin: “Solo perché sei paranoico, non vuol dire
che non ti stiano dando la caccia”.
Per quanto possano esserci echi dei problemi di Schwartz, il
disagio descritto in Sunday Morning è presumibilmente quello
che si doveva avvertire nella cerchia di Warhol, che a quanto pare
consigliò direttamente a Reed di “scrivere una canzone sulla para-
noia”. Warhol, che quasi senza sforzo manovrava persone e perso-
naggi come fossero i colori di un enorme opera d’arte, era parte
attiva nel clima di rivalità e sospetti che serpeggiava in quel grup-
po di star sbandate, allo stesso tempo coeso ed esplosivo. Non è dif-
ficile immaginare lo stesso Lou in fuga dal giorno e dalla luce che
possono mettere in mostra tutti i veleni, in cerca di un riparo co-
me un vampiro. Nelle parole di Sterling Morrison: “È il blues pa-
ranoico del mattino dopo. Una canzone su come ti senti dopo es-
sere stato sveglio tutto il sabato notte, e ti trascini a casa mentre la
gente se ne va in chiesa. C’è il sole, e tu, come Dracula, nascondi
gli occhi”. Si può trovare via di scampo solo in una negazione:
non è niente, it’s nothing at all. Ancora più probabilmente, tutta
la canzone è in primo luogo un monito e una consolazione per le
figure più fragili dell’entourage di Andy che, per quanto indaffa-
rate in una quotidiana reinvenzione, non potranno mai scrollarsi
di dosso il peso della propria individualità, del proprio passato di
wasted years, anni sprecati e ancora tanto vicini:

Early dawning, Sunday morning


It’s all the streets you crossed, not so long ago.

Albeggia presto di domenica mattina


Sono tutte le strade che hai attraversato, non molto tempo
[fa.

20
I’M WAITING FOR THE MAN

I’m waiting for my man


Twentysix dollars in my hand

Sto aspettando il mio uomo


Ventisei dollari nella mia mano

L’incipit di I’m Waiting For The Man è uno dei più potenti e me-
morabili della storia del rock. I ventisei dollari sono il dettaglio
che fa la differenza. Non è una cifra tonda, sono evidentemente
soldi raccattati con fatica, stando attenti anche all’ultimo cente-
simo, chiedendoli in “prestito”, magari rubando, o inventandosi
persino un qualche tipo di lavoretto veloce per potere stringere tra
le dita delle banconote. Il massimo possibile prima di poter ve-
dere “l’Uomo”, lo spacciatore. Ventisei dollari, soldi per bucarsi.
La canzone è una storia cruda e diretta, costellata di vividi detta-
gli. Un ragazzo bianco si avventura al centro di Harlem per com-
prare dell’eroina. Come accade che un tema simile, con un tale
linguaggio, faccia il suo ingresso nella storia del rock? Lou Reed
non ha mai nascosto l’intenzione di realizzare una pop music

21
ROCK AND ROLL

adulta, in grado di affrontare qualunque argomento, proprio co-


me potrebbe fare la letteratura. Ha inoltre sempre ammesso il
suo debito dei confronti di William Burroughs: “L’ho letto per
la prima volta al college. Gli argomenti, il senso dell’umorismo e
la sovrapposizione di immagini di Burroughs hanno spalancato
una porta enorme nella letteratura americana. [...] Di certo mi so-
no appropriato di alcune delle sue idee, come i cut-up. E natu-
ralmente ci sono le sue tematiche. Ecco perché è stato facile scri-
vere Walk On The Wild Side e Heroin”. Alcuni versi – e il titolo –
di I’m Waiting For The Man rimandano direttamente a un passo
dal primo capitolo della Morbida macchina:
Andai al banco per bere un’altra tazza di caffè... al bar di Joe bere
caffè con un tovagliolino sotto la tazzina dicono sia il segno di
riconoscimento di chi passa un sacco di tempo seduto nei caffè e
nei bar... Ad aspettare l’Uomo... “Cosa possiamo fare?” mi disse
una volta Nick con il suo bisbiglio da drogato morto. “Loro
sanno già che aspetteremo...”. Già, loro Sanno che aspetteremo.

Nel testo di Reed abbiamo invece:

He’s never early, he’s always late


First thing you learn is you always gotta wait
I’m waiting for my man.

Lui non è mai in anticipo, è sempre in ritardo


La prima cosa che impari è che devi sempre aspettare
Sto aspettando il mio uomo.

La forza della canzone sta in primo luogo nell’accumulo di ni-


tidi elementi descrittivi, come i ventisei dollari, che amplificano la
veridicità del testo, e l’impressione che sia il frutto di esperienze di
prima mano. Ad esempio abbiamo anche l’indirizzo del luogo do-
ve si svolge l’azione, tra Lexington Avenue e la 125esima, in piena
Harlem (e in effetti Shelley Albin, storica ragazza di Lou, ricorda
di averlo accompagnato una volta a comprare della droga da uno
spacciatore musicista, proprio sulla 125esima). Va sottolineato che
il termine Lexington compare anche nella Morbida macchina, a po-
che righe dal passo citato, sebbene nel lavoro di Burroughs il rife-

22
THE VELVET UNDERGROUND & NICO

rimento sia alla città del Kentucky e al suo centro sperimentale


per la cura dei tossicodipendenti, il più grande d’America fino ai
primi anni Ottanta. Tra le strade di Harlem, Reed non avrebbe
potuto trovarne un’altra dal nome più evocativo.
Lou scende nel dettaglio per raccontare l’abbigliamento del-
l’Uomo, “vestito tutto di nero, scarpe da portoricano, cappello-
ne di paglia” e, prima ancora del suo arrivo, il dialogo tra il tossi-
co, nervoso e ossessionato, e uno dei neri del quartiere, che ov-
viamente lo guardano con diffidenza:

Hey, white boy, what you doin’ uptown?


Hey, white boy, you chasin’ our women around?
Oh pardon me sir, it’s the furthest from my mind
I’m just lookin’ for a dear, dear friend of mine.

Ehi, ragazzino bianco, che ci fai qui nel quartiere?


Ehi, ragazzino bianco, vai dietro alle nostre donne?
Oh scusi signore, non ci penso proprio
Sto solo cercando un carissimo amico mio.

I particolari servono a Reed per essere verosimile, per evoca-


re, non per raccontare tutto per filo e per segno. Come in
Burroughs, magari quello che succede nei suoi testi può non es-
sere sempre tutto chiaro, ma mai l’ascoltatore si trova in condizio-
ne di dubitare che sia tutto vero.
Sono veri i tre piani di scale fatti di corsa per andarsi a buca-
re, sono veri gli sguardi delle persone: tutti ti fissano, ma non
importa a nessuno, nobody cares. Tra il drogato e il mondo ester-
no il rapporto è di indifferenza totale, la stessa che vibrerà nel we
don’t care della generazione punk. E quanto è punk prima del
punk anche la conclusione della canzone, con il protagonista an-
corato a un eterno presente dal ciclo infinito astinenza-soldi-bu-
co. Un presente immobile che non ha nulla di zen o della spen-
sieratezza degli anni Sessanta, ma è solo no future.

Baby don’t you holler, darlin’ don’t you ball and shout
I’m feeling good, you know I’m gonna work it on out
I’m feeling good, I’m feeling oh so fine
23
ROCK AND ROLL

Until tomorrow, but that’s just some other time.


I’m waiting for my man.

Non strillare, cara, non fare casino, non urlare


Mi sento bene, lo sai che un sistema lo trovo
Mi sento bene, proprio una favola,
Fino a domani, ma domani è un altro giorno.
Sto aspettando il mio uomo.

Si finisce come si era iniziato, con la stessa frase, perché forse


la liberazione della dose, del poter dimenticare il domani fino al
giorno dopo, è solo una fantasia, un miraggio mentre si aspetta.
O più probabilmente perché è inevitabile ricominciare da capo,
ritrovarsi nella stessa condizione. Waiting For The Man è tanto più
forte perché non racconta una storia, con un finale o un senso, ma
solo una situazione. Ciò che è e che continuerà a essere.

24
FEMME FATALE

Femme Fatale è una delle canzoni simbolo della Factory di


Warhol, che era costituita come una sorta di grande famiglia di-
sfunzionale, fatta di intellettuali pop, esploratori dell’arte alter-
nativa, freak metropolitani e aspiranti star. Un ambiente crucia-
le nella storia dei Velvet Underground, reclutati per i sabotaggi
rock dell’Exploding Plastic Inevitable.
Mentre i Velvet mettevano a fuoco la propria ispirazione, su-
bivano, talora di buon grado, talora come una forzatura, l’influen-
za dell’inevitabile esplosione di plastica che li circondava. Se era
accettabile vestirsi di nero e diventare uno schermo per le proie-
zioni dei film di Andy, o persino essere utilizzati come una pro-
vocazione sonora per épater le bourgeois, al pari delle domande
shock di Jonas Mekas e Barbara Rubin, molto meno sopportabi-
le era il tentativo – a opera di Warhol e soprattutto di Paul
Morrissey – di ridurli a band d’accompagnamento della stella
nascente della Factory, la tedesca Nico. Femme Fatale, una delle
tre canzoni che a malincuore Reed le concesse infine di cantare
nel primo album dei Velvet, fu scritta per descrivere la ragazza
che l’aveva preceduta nel ruolo di superstar favorita di Andy: Edie

25
ROCK AND ROLL

Sedgwick. “Andy mi ha detto che era il caso che scrivessi una


canzone su Edie Sedgwick. E io: ‘Del tipo?’, e lui: ‘Oh, non pen-
si che sia una femme fatale, Lou?’. Così ho scritto Femme Fatale,
e l’abbiamo data a Nico”.
Edie può essere considerata un simbolo di quei ragazzi che si
ribellavano al benessere e al prestigio della tradizione di famiglia,
per buttarsi a capofitto nelle mille possibilità – affascinanti e in-
quietanti – della seconda metà degli anni Sessanta. Ricorda
Warhol: “Mi ha sempre affascinato la presunzione dei ragazzi ric-
chi. Molti di loro pensano che il loro modo di vivere sia normale,
perché non ne conoscono un altro. [...] Non era strano che Edie
avesse vagamente deciso di fare la modella. Di lì a poco avrebbe in-
ventato il look che «Vogue», «Life», «Time» e tutte le altre riviste
avrebbero fotografato: orecchini lunghissimi, magliette da pochi
soldi, calzamaglie da ballerina, e a coprire il tutto una pelliccia di
visone bianco”. Quella che Warhol descrive come una “povera ra-
gazzina ricca” inevitabilmente finì col ritrovarsi invischiata, in qua-
lità talora di vittima e talora di carnefice, in innumerevoli flirt
più o meno volatili, tra volti anonimi e celebrità come Brian Jones,
Bob Dylan e Bob Neuwirth. Nella cinica definizione di Reed:
“Scrivemmo Femme Fatale pensando a una persona che era dav-
vero ‘donna fatale’ e che per esserlo è stata poi mandata in mani-
comio. Un giorno aprirà una scuola per addestrarne altre”.
Ecco quindi un quadro che, come i migliori ritratti, descriven-
do una persona riesce a cogliere i tratti di un carattere universale:

Here she comes, you better watch your step


She’s going to break your heart in two, it’s true
It’s not hard to realize
Just look into her false colored eyes
She builds you up to just put you down, what a clown
’Cause everybody knows (She’s a femme fatale)
The things she does to please (She’s a femme fatale)
She’s just a little tease (She’s a femme fatale)
See the way she walks
Hear the way she talks.

Eccola qua, occhio a come ti muovi

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THE VELVET UNDERGROUND & NICO

Ti spezzerà il cuore in due, proprio così


Non ci vuole molto a capirlo
Guarda anche solo i suoi occhi, con quel colore falso,
Ti esalterà solo per farti crollare, che pagliaccio
Perché lo sanno tutti (è una femme fatale)
Le cose che fa per compiacerti (è una femme fatale)
È solo una civetta (è una femme fatale)
Guarda come cammina
Senti come parla.

A proposito di questi ultimi due versi, in un’intervista del


2006 John Cale mi parlò dei suoi nuovi arrangiamenti di Femme
Fatale e Venus In Furs, presenti nell’album CIRCUS LIVE, che all’e-
poca stava promuovendo: “Le versioni originali erano molto di-
rette, molto sicure. È come il tipo di sguardo che puoi rivolgere
a qualcuno. La distanza tra l’osservatore e il soggetto è molto mag-
giore in queste mie nuove versioni. Non è che io non sia più
coinvolto emotivamente, semplicemente non interferisco col sen-
timento delle canzoni. Mi limito a inserire un nuovo osservatore
nel quadro. Le canzoni parlano di qualcuno che osserva qualcun
altro. Gli arrangiamenti sono finalizzati ad aggiungere ulteriore
distanza, o un’ulteriore persona nell’immagine”.
Tali considerazioni chiariscono la posizione di Lou Reed men-
tre scrive questa canzone e le altre che riguardano l’ambiente del-
la Factory, nel quale sta crescendo: al tempo stesso è personaggio
e osservatore, e si mantiene in equilibrio tra emozioni “calde”
(disprezzo, rabbia, desiderio) e “fredde” (ironia, cinismo, fatali-
smo). Riesce a farlo puntando ancora una volta sulla precisione,
con la quale dà vita al testo, cogliendo pienamente la meccanica
crudele della seduzione:

You’re put down in her book


You’re number 37, have a look
She’s going to smile to make you frown, what a clown

Ha segnato il tuo nome sul diario


Sei il numero 37, dà un’occhiata
Ti sorriderà per farti imbronciare, che pagliaccio!

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VENUS IN FURS

Con Venus In Furs, Lou Reed unisce sesso e pop con impressio-
nante maturità, fedele al suo credo artistico, secondo il quale la
canzone rock non deve soffrire di complessi di inferiorità verso
le altre forme d’arte, e pertanto può affrontare qualunque tema,
in modo adulto, profondo ed esplicito.
Lou fa agevolmente a meno degli ammiccamenti classici del-
le canzoni piccanti o sensuali: in questo brano non gli interessa l’i-
ronia infantile dei doppi sensi; si addentra invece, con gli occhi
bene aperti – ancora una volta nel ruolo di un osservatore trop-
po ben informato per essere solo esterno – nel mondo delle per-
versioni erotiche, mettendo in scena un rapporto di sottomissio-
ne. Per farlo, si ispira a Venere in pelliccia di Leopold Von Sa-
cher-Masoch, chiedendo in prestito all’uomo dal quale il maso-
chismo prende il nome non solo il titolo, ma anche il nome del
protagonista, Severin.
Nel romanzo del 1870 di Von Sacher-Masoch, Severin bra-
ma le umiliazioni di Wanda Von Dunajev, che dopo un lungo cor-
teggiamento accetta di fargli da padrona, e da padrona detta le
regole: “D’ora in poi tu devi considerare i miei favori come una

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THE VELVET UNDERGROUND & NICO

grazia: diritti, non ne hai più nessuno, e non ti è lecito più farne
valere nessuno. Il mio potere su di te non può avere limiti. Met-
titi in testa che non sei niente più di un cane, qualcosa di inani-
mato; sei una cosa mia, il mio giocattolo, che mi è consentito
anche di rompere, se appena non mi ci diverto più. Tu non sei
niente, e io sono tutto”.
Tanto per unire immediatamente feticismo e sadomasochi-
smo, Reed apre la scena con un dettaglio che da solo è simbolico
della scena.

Shiny, shiny, shiny boots of leather


Whiplash girl-child in the dark
Comes in bells, your servant, don’t forsake him
Strike, dear mistress, and cure his heart.

Stivali di pelle, lucidi, lucidi, lucidi


La ragazzina che nel buio schiocca la frusta
Ecco che accorre il tuo servo, non lo abbandonare
Colpisci, cara padrona, e curagli il cuore.

Nel corso del brano, il narratore cambia costantemente in-


terlocutore: prima è l’ascoltatore, poi la giovane signora, poi an-
cora Severin. Questi passaggi avvengono con grazia repentina,
senza confondere lo spettatore, ma conducendolo invece in una
sorta di montaggio frenetico di una ripresa diretta. Con altret-
tanta naturalezza, Reed dà voce allo stesso succube, svelando la
reale natura del suo desiderio:

I am tired, I am weary
I could sleep for a thousand years
A thousand dreams that would awake me
Different colors made of tears.

Sono stanco, sono sfinito


Potrei dormire mille anni
Mille sogni che potrebbero svegliarmi
Colori diversi, fatti di lacrime.

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ROCK AND ROLL

Gli risponde la dominatrice, e l’implacabile Reed sembra con-


dividere il suo potere, nel modo in cui dà ordini perentori, e pro-
nuncia la parola “bleed” con l’imperiosa sicurezza di chi gusta il
sapore del sangue e del comando.

Severin, Severin, speak so slightly


Severin, down on your bended knee
Taste the whip, in love not given lightly
Taste the whip, now bleed for me.

Severin, Severin, parla piano piano


Severin, giù, in ginocchio
Assaggia la frusta, in amore non ci si va leggeri
Assaggia la frusta, e ora sanguina per me.

La risposta a tanta crudeltà è il ritorno al punto di vista di Se-


verin, al suo essere sfinito, e alla disperata ricerca di un sonno mil-
lenario. Il protagonista cerca pace nel dolore e nell’umiliazione:
è un’urgenza superiore all’eccitazione sessuale. Vuole l’annulla-
mento di se stesso. Si tratta di quello stato mentale che Iggy Pop,
in Down In The Street degli Stooges, avrebbe ben definito di lì a
poco con il termine “real O mind”. Una mente vuota e pulita
come un tondo, libera dai pensieri e dai desideri. Naturalmente
la via per raggiungere un tale Nirvana non è figlia dell’ascesi, ma
di un’estasi votata alla sacra triade sesso-droga-rock’n’roll, che è
l’unica via d’uscita al conformismo, per quanto anch’essa vada su-
perata. Per non sentire più niente e non morire di noia.
Venus In Furs è una delle primissime canzoni scritte da Lou per
i Velvet Underground, presente anche nelle registrazioni di John
Cale a Ludlow Stret con Sterling Morrison, contenute nel primo
disco del cofanetto PEEL SLOWLY AND SEE. Era il luglio del 1965,
l’America era ben lieta di trovarsi nel bel mezzo della British In-
vasion, ma se a Reed potevano andare a genio le chitarre di Beatles
e Stones, per le parole si rivolgeva altrove: non gli interessava di-
re “I feel fine”, ma nemmeno “I can’t get no satisfaction”. Prefe-
riva parlare di frustate e sangue. E i suoi riferimenti non erano
solo letterari: c’è un precedente da non sottovalutare nella tradi-
zione del Brill Building, He Hit Me (It Felt Like A Kiss), scritta

30
THE VELVET UNDERGROUND & NICO

nel 1962 da Gerry Goffin e Carole King per le Crystals. In que-


sto brano, una ragazza si sottomette al proprio boyfriend, in mo-
do tanto disperato da perdonare, quasi desiderare, la sua violen-
za: “Mi ha colpito, e gli sono stata grata. Mi ha colpito, e mi è
sembrato un bacio”. Uno scioccante atto di auto-umiliazione,
ulteriormente enfatizzato dalla drammatica produzione di Phil
Spector. In questa canzone abbiamo però a che fare con l’amore
adolescenziale, e per la protagonista ancora si può parlare di in-
genuità, di inesperienza, si può leggere il suo autolesionismo co-
me un’esasperazione dell’amore cieco e assoluto tanto caro alla
tradizione della canzone pop.
In Reed c’è invece una consapevolezza totale. I suoi perso-
naggi sono adulti, conoscono bene il proprio ruolo, la propria sor-
te, le proprie pulsioni. Non hanno bisogno di rivolgersi a un im-
maginario uditorio di giudici della morale e del buon senso. Met-
tono in scena lo spettacolo di sé a beneficio di se stessi. Nell’in-
carnazione originale di Venus In Furs, c’è John Cale alla voce, e
l’arrangiamento si rifà al folk inglese, quasi a sottolineare che ci
si sta riferendo a un libro di tanti anni fa, e che la scena è am-
bientata nel passato. Nella registrazione definitiva del primo al-
bum dei Velvet, il bordone inesausto della viola di Cale fa in mo-
do che la musica sia la perfetta controparte del testo, in grado di
evocare l’ossessione di entrambi i personaggi; l’affascinante ano-
malia del nuovo scenario sonoro annulla ogni connotazione tem-
porale della scena descritta, e d’improvviso la pelliccia d’ermelli-
no può essere quella di Edie o di un’altra fatale superstar della Fac-
tory, e accanto agli stivali di pelle non è difficile immaginare l’in-
tero arsenale del moderno feticista da pornoshop.
Alla fine del romanzo di Von Sacher-Masoch, Severin chiosa:
“Ecco dunque la morale della storia: chi si lascia frustare, merita
di essere frustato”. Nel testo di Reed non c’è morale né conclu-
sione: ancora una volta si finisce col verso iniziale, la scena è ci-
clica, la cintura della whiplash girl-child continua a sferrare i suoi
colpi, e il servo subisce il proprio supplizio di Tantalo, perenne-
mente al limite dell’agognato e irraggiungibile nulla. Venus In Furs
apre una nuova porta nel mondo del rock. Tra i brani disposti a
seguirla da subito nella stanza delle torture, va citato senza dub-
bio I Wanna Be Your Dog degli Stooges, tra l’altro prodotta da

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ROCK AND ROLL

John Cale, che per stordire di ripetitività gli ascoltatori invece del-
la viola utilizzò un campanello. Iggy Pop ha provato a smitizzare
I Wanna Be Your Dog, spiegando che non c’era niente di sessuale,
e che voleva solo raccontare il suo desiderio di addormentarsi al
cospetto dell’amata, come un cagnolino che si accuccia ai piedi
della padrona. Difficile credergli: di sicuro resta il tema del desi-
derio tanto impellente da richiedere di essere non esaudito, ma
soppresso.
Con gli anni, certe pratiche hanno smesso di essere tabù, e si
potrebbe tracciare una lunga storia del sadomaso nella cultura
pop, scovando nelle classifiche musicali i tormenti mistici e sen-
suali di Martin Gore dei Depeche Mode, e delle sue Master And
Servant e Strangelove, passando per Erotica di Madonna, fino al-
l’esplicita Rihanna di S&M. In quest’ambito è però più rilevante
citare una strana canzone mai pubblicata ufficialmente, che di-
mostra l’incredibile impatto dei Velvet Underground sui pochi di-
sposti ad ascoltarli. Nell’aprile del 1967, solo un mese dopo l’u-
scita del loro primo album, David Bowie incorporò infatti alcu-
ni versi di Venus In Furs nella sua Little Toy Soldier (nota anche
come Sadie), un brano allo stesso tempo inquietante e ridicolo,
sulla piccola Sadie che ogni sera si fa frustare dal suo soldatino
meccanico, fino a quando non gli carica troppo la molla e fini-
sce uccisa dai colpi del giocattolo impazzito. Bowie non utilizzò
questa canzone nel suo disco di debutto, e finora ha impedito di
pubblicarla in qualunque ristampa. Il semplice fatto che l’abbia
registrata, cantando “assaggia la frusta, e ora sanguina per me”, di-
mostra che qualcuno era pronto a recepire quello che aveva da
dire Lou Reed. E qualche anno dopo gli avrebbe dato l’opportu-
nità di arrivare al grande pubblico.

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RUN RUN RUN

Uno dei posti dove comprare la droga a Manhattan era Union


Square. Run Run Run parla della frenesia dei tossici e della varia
umanità perennemente costretta a rincorrere i soldi o una dose.
Bisogna “correre, correre, correre”.
La canzone venne composta in gran fretta da Lou Reed sulla
strada verso il Café Bizarre, nel Greenwich Village. I Velvet Un-
derground avevano un ingaggio di due settimane, ma il materia-
le scarseggiava, rendendo necessarie nuove composizioni. All’epo-
ca Reed era in un tale stato di anfetaminica grazia creativa da
poter buttare giù grandi pezzi in pochi istanti, o persino di im-
provvisarli.
Un paio di versi suggeriscono Highway 61 Revisited di Bob
Dylan come fonte di ispirazione per la struttura del testo. Nel bra-
no di Dylan due strofe si aprono rispettivamente con “Mack The
Finger said to Louie The King” e “Georgia Sam he had a bloody
nose”; in quello di Reed abbiamo invece “Teenage Mary said to Un-
cle Dave” e “Seasick Sara had a golden nose”. In generale, tutte le
strofe di Run Run Run si possono cantare sulla musica di Highway
61 Revisited. L’influenza di Dylan su Lou Reed è evidente già

33
ROCK AND ROLL

dalle registrazioni di Ludlow Street del luglio ’65, nell’acerbo


brano Prominent Man, un vero e proprio calco del cantautore
del Minnesota, nel suo periodo da beniamino del folk: lo è in ogni
dettaglio, dalle scelte metriche e lessicali, al piglio da sarcastico ca-
stigatore dell’ipocrisia, fino all’uso dell’armonica.
In Run Run Run la presenza di Bob è più indiretta, ma comun-
que rilevante, visto che dà a Reed lo spunto per allestire un tea-
tro di strada sullo stile di frenetiche parate di caratteri bizzarri,
quali Desolation Row o Tombstone Blues. Nel brano dei Velvet, la
natura dei personaggi non è in primo luogo evocativa e metafo-
rica come in Dylan, bensì realistica. Dove uno ti fa accedere alla
sua immaginazione, in un’allucinazione che finisce inevitabil-
mente per dire tutto del mondo reale, l’altro spalanca la finestra
sulla strada sottostante, per mostrarti quello che succede davve-
ro – a dispetto dei nomi evidentemente fantasiosi – e poi even-
tualmente elevarlo a simbolo. Dylan funge inoltre da ponte ver-
so il mondo del blues. Per quanto i Velvet si proponessero di sta-
re alla larga dai luoghi comuni del blues, che tendevano a essere
il massimo comune denominatore di tutte le band rock dell’e-
poca, l’impostazione del testo di Run Run Run è inconfondibil-
mente riconducibile a certi meccanismi consolidati della musica
del diavolo.
Ecco dunque le storie di questi quattro personaggi che corro-
no incontro alla “morte zingara”, credendo ingenuamente di
starle sfuggendo. Si inizia con quattro versi asciutti come una
minaccia, che descrivono come la giovane Mary, non potendo
contare più nemmeno sulla propria anima, si sia affidata alla sor-
te e al poco raccomandabile zio Dave:

Teenage Mary said to Uncle Dave


I sold my soul, must be saved
Gonna take a walk down to Union Square
You never know who you’re gonna find there.

Teenage Mary disse a zio Dave


Ho venduto l’anima, qualcuno mi salvi
Mi farò un giro a Union Square
Non sai mai chi ci puoi trovare.

34
THE VELVET UNDERGROUND & NICO

Marguerita Passion invece l’anima la voleva proprio vendere,


perché “doveva rimediare un buco, non stava mica bene”. Sulla brut-
ta fine di Seasick Sarah (Sarah Mal-di-mare) non ci sono dubbi:

Seasick Sarah had a golden nose


Hobnail boots wrapped around her toes
When she turned blue, all the angels screamed
They didn’t know, they couldn’t make the scene

Seasick Sarah aveva il naso d’oro


I piedi avvolti in stivali chiodati
Quando c’è rimasta blu, tutti gli angeli hanno urlato
Non capivano, non si raccapezzavano

Beardless Harry (Harry lo Sbarbato) chiude questa immorality


play di figurine dannate. Non gli riusciva di rimediarne neanche
un grammo, e gli è toccato andare in tram fino alla 47esima per
mettere le mani su un po’ di Paradiso. Anche lui in una fatale e
inesauribile corsa, naturalmente.

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ALL TOMORROW’S PARTIES

All Tomorrow’s Parties è un altro viaggio nel mondo della Factory,


tra la desolazione e le illusioni spezzate che erano la faccia nasco-
sta delle mille inaugurazioni e del presenzialismo ossessivo. Quan-
do si vive per apparire, ogni mattina è in agguato la disperazione
della realtà che viene sospesa durante ogni festa. E le feste erano
parte integrante dello stile di vita della cerchia di Warhol. Viene
in mente un gustoso aneddoto riportato proprio da lui: “Un cro-
nista una volta chiese a Paul [Morrissey] se pagavamo i Velvet Un-
derground, e quando Paul rispose di no gli chiese di cosa vives-
sero. Paul dovette pensarci su un attimo, poi fornì questa rispo-
sta: ‘Beh, mangiano molto ai party’”. Fosse anche solo per ragio-
ni alimentari, Reed era dunque perfettamente inserito in quel
ciclo infinito di eventi e vernissage: “Osservavo Andy. Osservavo
Andy che osservava tutti. Sentivo la gente dire le cose più stupe-
facenti, più folli, più buffe, più tristi”. Non è un caso che All To-
morrow’s Parties sia sempre stata la canzone dei Velvet preferita
da Warhol (il quale, in un’intervista di qualche anno dopo, con
presumibile malizia finse di non ricordare che l’aveva scritta Reed,
e l’attribuì a Nico).

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THE VELVET UNDERGROUND & NICO

And what costume shall the poor girl wear


To all tomorrow’s parties?
A hand-me-down dress from who knows where
To all tomorrow’s parties
And where will she go and what shall she do
When midnight comes around?
She’ll turn once more to Sunday’s clown and cry behind the door.

E quale costume indosserà quella povera ragazza


A tutte le feste di domani?
Un vestito di seconda mano, preso chissà dove
A tutte le feste di domani
E dove andrà e che cosa farà,
All’arrivo della mezzanotte?
Si trasformerà ancora nel pagliaccio della domenica, e piangerà
[da dietro alla porta.

La voce di Nico e l’accompagnamento lento e ossessivo, con


Moe Tucker che segna il ritmo punitivo di una galera di schiavi,
rendono ancora più funerea la vicenda di questa Cenerentola
newyorkese. Come in Sunday Morning, la luce della domenica in-
combe, e inonda allo stesso tempo di ridicolo e di pietà la figura
della protagonista, esposta allo sguardo dell’ascoltatore. Nel fi-
nale della canzone, la vestizione della ragazza assume connotati
funebri quanto la musica, e i suoi abiti diventano allo stesso tem-
po un costume, per essere un personaggio e non se stessi, e un
sudario, perché le lacrime alla festa sono scandalo e negazione del-
la vita, come l’apparizione della Morte Rossa:

And what costume shall the poor girl wear


To all tomorrow’s parties?
For Thursday’s child is Sunday’s clown
For whom none will go mourning
A blackened shroud, a hand-me-down gown of rags and silks –
[a costume
Fit for one who sits and cries
For all tomorrow’s parties.

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ROCK AND ROLL

E che costume indosserà la poveretta


A tutte le feste di domani?
Perché la ragazzina del giovedì alla domenica è un pagliaccio
Che nessuno compiangerà
Un sudario annerito, un abito di seconda mano di stracci e sete
[– un costume
Adatto a chi siede e piange
Per tutte le feste di domani.

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