AA
AA
PREMESSA ...................................................................................................................................... 4
2
2.2.7 Evacuatori di fumo e di calore ............................................................................................... 34
3
PREMESSA
Molti degli incendi possono essere prevenuti richiamando l’attenzione del personale sulle cause e
sui pericoli di incendio più comuni e ciò può essere realizzato SOLO attraverso una idonea
Informazione e Formazione antincendio: appare dunque di fondamentale importanza il fatto
che i lavoratori conoscano come prevenire un incendio e le azioni da attuare a seguito di un
incendio.
4
1 L’INCENDIO E LA PREVENZIONE INCENDI
1.1 L’INCENDIO
1.1.1 Principi della combustione
La combustione è una reazione chimica sufficientemente rapida che avviene tra una sostanza combustibile
ed una comburente e dà luogo allo sviluppo di calore, all’emissione di radiazioni luminose (fiamma), alla
formazione di fumi e gas.
Talvolta, in virtù della particolare natura del combustibile, si può avere combustione senza sviluppo di
fiamme superficiali.
5
estinguere un incendio, è sufficiente provvedere all’eliminazione di almeno uno dei tre elementi del
“triangolo”, ricorrendo ai sistemi sottoelencati:
• separazione, ossia allontanamento del combustibile dal comburente, previa adozione di barriere non
infiammabili, getti d’acqua , mezzi meccanici, sabbia, ecc.;
soffocamento, ossia eliminazione del contatto tra comburente e combustibile o riduzione della
concentrazione di comburente in aria;
• raffreddamento, ossia riduzione della temperatura del focolaio al di sotto del valore di accensione,
ottenibile applicando alla zona dell’incendio delle sostanze (p.e. acqua) che, riscaldandosi e/o
trasformandosi, sottraggono grandi quantità di energia alla reazione di combustione;
• inibizione della reazione chimica (catalisi negativa), ossia aggiunta di apposite sostanze in grado di
arrestare le reazioni a catena che avvengono durante la combustione.
Dato che, nella quasi totalità dei casi, la sostanza comburente è rappresentata dall’ossigeno contenuto
nell’aria, gli incendi vengono caratterizzati dal tipo di combustibile e dalla sorgente d’innesco. In particolare
gli incendi vengono distinti in quattro classi, secondo lo stato fisico dei materiali combustibili, con un’ulteriore
categoria che tiene conto delle particolari caratteristiche degli incendi di natura elettrica:
• classe A → incendi di materiali solidi
• classe B → incendi di liquidi infiammabili
• classe C → incendi di gas infiammabili
• classe D → incendi di metalli combustibili
• incendi di natura elettrica
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Temperatura teorica di combustione
È la massima temperatura che può essere raggiunta nei prodotti di combustione di una sostanza.
Potere calorifico
È la quantità di calore che si sviluppa con la combustione completa dell’unità di massa o di volume di un
dato combustibile. A seconda che nel calcolo di tale parametro si comprenda o meno il calore di
condensazione dell’acqua prodotta dalla combustione si parla di “potere calorifico superiore” e di “potere
calorifico inferiore”. Generalmente, nel campo della prevenzione incendi, si considera sempre il potere
calorifico inferiore.
Temperatura di infiammabilità
Per temperatura (o punto) di infiammabilità si intende la temperatura minima alla quale un combustibile,
soggetto ad un qualsiasi tipo di riscaldamento, sviluppa vapori in quantità tale da formare con l’aria una
miscela capace di incendiarsi in presenza di un innesco.
Ogni combustibile ha una propria temperatura di infiammabilità: vi sono combustibili che, già a temperatura
ambiente, sono capaci di accendersi in presenza di una fiamma (es. benzina), altri che richiedono un
riscaldamento più o meno forte prima di iniziare a bruciare in presenza di innesco (es. gasolio).
gasolio 65
acetone -18
benzina -20
alcool metilico 11
alcool etilico 13
toluolo 4
olio lubrificante 149
Limiti di infiammabilità
Tali limiti individuano il campo di infiammabilità, ossia l’intervallo di concentrazioni (espresse in percentuali
volumetriche) all’interno del quale la miscela combustibile-comburente si incendia in presenza di innesco. Il
limite inferiore di infiammabilità rappresenta la minima concentrazione in volume di vapore della miscela al di
sotto della quale non si ha accensione, in presenza di innesco, per carenza di combustibile. Il limite
superiore di infiammabilità individua invece la concentrazione massima al di sopra della quale non si ha
accensione a causa della mancanza di comburente.
Limiti di esplosività
I limiti inferiore e superiore di esplosività rappresentano rispettivamente la più bassa e la più alta
concentrazione in volume di vapore della miscela al di sotto ed al di sopra della quale non si ha esplosione
in presenza d’innesco.
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1.1.3 I combustibili
I combustibili sono tutte quelle sostanze che, in presenza di aria, se fornite di un’opportuna energia, diversa
da sostanza a sostanza, sono in grado di prendere parte al processo di combustione, cioè sono in grado di
bruciare Nella realtà in cui normalmente viviamo, siamo circondati per lo più da materiali combustibili
(plastiche, tessuti, legno, carta, cartone, solventi, ecc.) tant’è che è più immediato individuare le sostanze
non combustibili, cioè quelle sostanze che, anche se sottoposte a un fortissimo riscaldamento, non
prendono parte alla reazione di combustione e pertanto non si decompongono fornendo calore: ad es. ferro,
acciaio, pietra, porcellana, vetro, ecc.
A seconda dello stato fisico in cui si trovano, i combustibili si distinguono in:
• Combustibili solidi
• Combustibili liquidi
• Combustibili gassosi
Lo stato fisico iniziale del combustibile condiziona l’andamento della combustione, in quanto determina il
grado di miscelazione dello stesso con il comburente; infatti, quanto più intimo sarà il contatto tra i reagenti,
tanto più rapida, completa e violenta sarà la combustione. È evidente che i combustibili gassosi bruciano
assai più facilmente, potendo, per loro natura, miscelarsi quasi istantaneamente ed intimamente con l’aria e
risultano, di conseguenza, più pericolosi. Invece i liquidi ed i solidi necessitano di un riscaldamento
preliminare onde promuovere il contatto tra i loro vapori e l’ossigeno dell’aria.
Combustibili solidi
I combustibili solidi sono quelli che presentano pericoli minori in quanto il contatto tra il combustibile, il
comburente e la sorgente d’innesco avviene soltanto in superficie e, almeno inizialmente, non consente lo
sviluppo di grandi quantità di vapori. La combustione si sviluppa, quindi, più lentamente lasciando più tempo
per un intervento iniziale. Tra i fattori che caratterizzano la combustione di materiali solidi riportiamo i
seguenti:
9 pezzatura e forma del materiale
9 grado di porosità del materiale
9 elementi componenti
9 contenuto di umidità del materiale
9 condizioni di ventilazione
Combustibili liquidi
La combustione dei combustibili liquidi avviene quando i vapori da essi sviluppatisi, miscelandosi con
l’ossigeno dell’aria fino a raggiungere concentrazioni comprese nel campo di infiammabilità, vengono
opportunamente innescati. In base alla diversa temperatura di infiammabilità i liquidi vengono distinti in tre
categorie:
• categoria A → liquidi con punto di infiammabilità inferiore a 21°C
• categoria B → liquidi con punto di infiammabilità compreso tra 21°C e 65°C
• categoria C → liquidi con punto di infiammabilità compreso tra 65°C e 125°C
Quanto più è bassa la temperatura di infiammabilità tanto più è alto il rischio d’incendio: ne deriva che i
liquidi appartenenti alla prima categoria (es. benzina, acetone) sono i più pericolosi: essi infatti si distinguono
dagli altri combustibili perché già a temperatura ambiente sono in grado di emettere vapori che,
miscelandosi all’aria, possono essere facilmente innescati. Tali liquidi vengono classificati come infiammabili
ed i recipienti che li contengono devono possedere, obbligatoriamente, opportuna etichettatura.
sostanza infiammabile
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Combustibili gassosi
Come già visto in precedenza, i combustibili gassosi sono quelli che presentano la maggiore pericolosità in
quanto si mescolano rapidamente ed intimamente con il comburente (aria); tuttavia, perché possano
incendiarsi, devono essere presenti in concentrazioni tali da essere comprese nel campo di infiammabilità. A
seconda si tratti di gas leggeri (idrogeno, metano, ecc.) o di gas pesanti (acetilene, GPL, ecc.) tenderanno a
stratificare, rispettivamente, nella parte alta o bassa dell’ambiente. I gas vengono generalmente contenuti in
recipienti atti ad impedirne la dispersione nell’ambiente e possono essere conservati sotto pressione (gas
compressi), liquefatti, refrigerati, o disciolti in opportuni liquidi.
I gas in funzione delle loro caratteristiche fisiche possono essere classificati come segue:
GAS LEGGERO: gas avente densità rispetto all’aria inferiore a 0,8 (idrogeno, metano, etc.). Un gas leggero
quando liberato dal proprio contenitore tende a stratificare verso l’alto.
GAS PESANTE: gas avente densità rispetto all’aria superiore a 0,8 (GPL, acetilene, etc.). Un gas pesante
quando liberato dal proprio contenitore tende a stratificare ed a permanere nella parte bassa dell’ambiente
ovvero a penetrare in cunicoli o aperture praticate a livello del piano di calpestio.
In funzione delle loro modalità di conservazione possono essere classificati come segue:
GAS COMPRESSO: gas che vengono conservati allo stato gassoso ad una pressione superiore a quella
atmosferica in appositi recipienti detti bombole o trasportati attraverso tubazioni. La pressione di
compressione può variare da poche centinaia millimetri di colonna d’acqua (rete di distribuzione gas metano
per utenze civili) a qualche centinaio di atmosfere (bombole di gas metano e di aria compressa).
GAS Pressione di stoccaggio (bar)
valori indicativi
metano 300
idrogeno 250
gas nobili 250
ossigeno 250
aria 250
CO2 (gas) 20
GAS LIQUEFATTO: gas che per le sue caratteristiche chimico-fisiche può essere liquefatto a temperatura
ambiente mediante compressione (butano, propano, ammoniaca, cloro).
Il vantaggio della conservazione di gas allo stato liquido consiste nella possibilità di detenere grossi
quantitativi di prodotto in spazi contenuti, in quanto un litro di gas liquefatto può sviluppare nel passaggio di
fase fino a 800 litri di gas. I contenitori di gas liquefatto debbono garantire una parte del loro volume
geometrico sempre libera dal liquido per consentire allo stesso l’equilibrio con la propria fase vapore;
pertanto è prescritto un limite massimo di riempimento dei contenitori detto grado di riempimento.
GAS REFRIGERATI: gas che possono essere conservati in fase liquida mediante refrigerazione alla temperatura
di equilibrio liquido-vapore con livelli di pressione estremamente modesti, assimilabili alla pressione
atmosferica.
GAS DISCIOLTI:gas che sono conservati in fase gassosa disciolti entro un liquido ad una determinata
pressione (ad es.: acetilene disciolto in acetone, anidride carbonica disciolta in acqua gassata - acqua
minerale).
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1.1.4 Sorgenti d’innesco
Le sorgenti d’innesco sono suddivise in quattro categorie:
• Accensione diretta: quando una fiamma, una scintilla o altro materiale incandescente entra in
contatto con un materiale combustibile in presenza di ossigeno.
Esempi: operazioni di taglio e saldatura, fiammiferi e mozziconi di sigaretta, lampade e resistenze
elettriche, scariche statiche.
• Accensione indiretta : quando il calore d’innesco avviene nelle forme della convezione, conduzione
e irraggiamento termico.
Esempi: correnti di aria calda generate da un incendio e diffuse attraverso un vano scala o altri
collegamenti verticali negli edifici; propagazione di calore attraverso elementi metallici strutturali degli
edifici.
• Attrito: quando il calore è prodotto dallo sfregamento di due materiali.
Esempi: malfunzionamento di parti meccaniche rotanti quali cuscinetti, motori; urti; rottura violenta di
materiali metallici.
• Autocombustione o riscaldamento spontaneo: quando il calore viene prodotto dallo stesso
combustibile come ad esempio lenti processi di ossidazione, reazione chimiche, decomposizioni
esotermiche in assenza d’aria, azione biologica.
Esempi: cumuli di carbone, stracci o segatura imbevuti di olio di lino, polveri di ferro o nichel,
fermentazione di vegetali.
I gas di combustione, definiti come quei prodotti che rimangono allo stato gassoso anche quando
raggiungono la temperatura di riferimento (15°C), costituiscono una fonte di pericolo per la salute umana:
basti pensare che, nella maggior parte dei casi di incendio, sono i responsabili della mortalità. A seconda del
tipo di combustibile, del quantitativo di ossigeno presente, della temperatura raggiunta durante la
combustione, si possono sviluppare gas diversi, quali:
• anidride carbonica (si sviluppa comunque)
• ossido di carbonio (è presente se la combustione non avviene completamente per carenza di ossigeno)
• ossidi d’azoto
• anidride solforosa (in presenza di combustibili contenenti zolfo, come lana, gomma, pelli, carne, con
abbondanza d’aria)
• idrogeno solforato (in presenza di combustibili contenenti zolfo, come lana, gomma, pelli, carne, in
difetto d’aria)
• ammoniaca (si sviluppa quando bruciano materiali contenenti azoto come lana, seta, materiali acrilici e
fenolici, ecc.)
• fosgene
• acido cloridrico (si produce nella combustione di tutti quei materiali che contengono cloro, come la
grande maggioranza delle materie plastiche oggi largamente impiegate)
• acido cianidrico, ecc.
Occorre sottolineare che molti dei gas suddetti si sviluppano negli incendi di materie plastiche, oggi assai
diffuse.
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Durante la combustione si sviluppano “fumi neri”, composti da piccolissime particelle solide costituite da
sostanze incombuste, e “fumi bianchi”, ossia nebbie ed aerosol originati dalla condensazione del vapore
acqueo, al di sotto dei 100°C.
I più comuni pericoli derivanti dai fumi di combustione sono riportati nella tabella seguente:
Diminuzione della visibilità (in certi casi si può annullare completamente)
Le fiamme sono costituite dall’emissione di luce conseguente alla combustione di gas sviluppatisi in un
incendio. In particolare nell’incendio di combustibili gassosi è possibile valutare approssimativamente il
valore raggiunto dalla temperatura di combustione dal colore della fiamma.
Bianco 1300
Il calore è la causa principale della propagazione degli incendi. Realizza l’aumento della temperatura di tutti i
materiali e i corpi esposti, provocandone il danneggiamento fino alla distruzione.
11
1.2 SOSTANZE ESTINGUENTI IN RELAZIONE AL TIPO DI INCENDIO
Come già accennato, l’estinzione di un incendio si ottiene per raffreddamento, sottrazione del combustibile,
soffocamento, azione chimica. Tali azioni possono essere ottenute singolarmente o contemporaneamente
mediante l’uso delle sostanze estinguenti, che vanno scelte in funzione della natura del combustibile e delle
dimensioni del fuoco. Le principali sostanze estinguenti sono le seguenti:
• Acqua
• Schiuma
• Polveri
• Gas inerti
• Idrocarburi alogenati (halons)
• Agenti estinguenti alternativi agli halons
Acqua
L’acqua è la sostanza estinguente più conosciuta in quanto è facilmente reperibile ad un costo limitato. La
sua azione estinguente si esplica con le seguenti modalità:
• Raffreddamento (previa abbassamento della temperatura del combustibile);
• Azione di soffocamento;
• Diluizione di sostanze infiammabili solubili in acqua;
• Imbevimento dei combustibili solidi.
L’uso dell’acqua come mezzo estinguente è particolarmente indicato per incendi di combustibili solidi,
mentre è assolutamente sconsigliato per incendi di liquidi infiammabili leggeri (per es. benzina, gasolio, ecc.)
al fine di evitare lo spandimento del combustibile e, di conseguenza, l’aumento della superficie interessata
alle fiamme. L’acqua reagisce violentemente se messa in contatto con alcuni elementi e composti quali
carburi (si libera acetilene), potassio e sodio (si libera idrogeno), acido solforico, magnesio ecc. Inoltre,
risultando un buon conduttore elettrico, l’acqua non deve essere assolutamente impiegata su
apparecchiature elettriche in tensione.
Schiuma
La schiuma è un agente estinguente costituito da una soluzione di uno schiumogeno in acqua. È efficace su
fuochi di Classe A e B. Agisce sul fuoco per:
• Soffocamento;
• Raffreddamento.
In base al rapporto tra il volume della schiuma prodotta e la soluzione acqua-schiumogeno d’origine, le
schiume si distinguono in:
• alta espansione 1:500 - 1:1000
• media espansione 1:30 - 1:200
• bassa espansione 1:6 - 1:12
Sono disponibili diversi tipi di liquidi schiumogeni che vanno impiegati in relazione al tipo di combustibile:
liquidi schiumogeni fluoro-proteinici: sono formati da una base proteinica addizionata con composti fluorurati.
Essi sono adatti alla formazione di schiume a bassa espansione, hanno un effetto rapido ed molto efficace
su incendi di prodotti petroliferi.
liquidi schiumogeni sintetici: sono formati da miscele di tensioattivi. Essi sono adatti alla formazione di tutti i
tipi di schiume e sono molto efficaci per azione di soffocamento su grandi superfici e volumi.
liquidi schiumogeni fluoro-sintetici: sono formati da composti fluorurati. Essi sono adatti alla formazione di
schiume a bassa e media espansione che hanno la caratteristica di scorrere rapidamente sulla superficie del
liquido incendiato. L’impiego degli schiumogeni AFFF realizza una più efficace azione estinguente in quanto
consente lo spegnimento in tempi più rapidi con una minore portata di soluzione schiumogena per metro
quadrato di superficie incendiata.
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liquidi schiumogeni per alcoli: sono formati da una base proteinica additivata con metalli organici. Essi sono
adatti alla formazione di schiume a bassa espansione e sono molto efficaci su incendi di alcoli, esteri,
chetoni, eteri, aldeidi, acidi, fenoli, etc.
Per evitare situazioni di pericolo è necessario non adoperare tali sostanze estinguenti su:
• apparecchiature elettriche sotto tensione
• sostanze tossiche (cianuri, cloro, fluoro)
• sostanze che reagiscono violentemente con l'acqua (litio, sodio, magnesio, zinco, alluminio, acido
solforico)
Polveri
Le polveri estinguenti sono costituite da particelle solide finissime, costituite da sali alcalini od organici ed
additivi (che ne migliorano le caratteristiche). Possono essere impiegati per l’estinzione degli incendi di
classe A, B, C e incendi di natura elettrica, mentre per quelli di classe D occorrono polveri speciali. L'azione
estinguente delle polveri si esplica per:
• Soffocamento (viene ridotto il contatto tra combustibile e comburente);
• Inibizione chimica
• Raffreddamento (la decomposizione dei sali assorbe calore)
Gas inerti
I gas più comunemente utilizzati per l’estinzione degli incendi in ambienti chiusi sono l’anidride carbonica
(CO2) e l’azoto (N2).
L’azione estinguente di questi gas si realizza essenzialmente per:
• Soffocamento;
• Raffreddamento (dovuto al passaggio delle suddette sostanze dalla fase liquida alla fase gassosa).
L’uso di anidride carbonica come agente estinguente, peraltro assai diffuso, presenta le seguenti limitazioni:
• l’anidride carbonica reagisce pericolosamente con cianuri alcalini e con sodio, potassio, magnesio, zinco
ed alluminio;
• in locali chiusi, la presenza del 22% di CO2 riduce l'ossigeno al 16%, provocando asfissia, ragion per cui
occorre ventilare energicamente l’ambiente in cui è stato scaricato uno o più estintori a CO2, una volta
che l’incendio è stato estinto;
• bisogna prestare attenzione a non dirigere il getto di CO2 su persone, per evitare ustioni da
congelamento;
• l’anidride carbonica spegne con difficoltà le braci.
L’uso di CO2 è indicato per incendi di classe B, C e incendi di natura elettrica.
Gli Halons
Questi prodotti,costituiti da composti alogenati, cioè da composti contenenti nelle loro molecole il Fluoro (F),
il Bromo (Br) o il cloro (Cl), rappresentano i mezzi estinguenti più sicuri ed efficaci. Agiscono per via chimica
rallentando il processo di combustione fino al suo completo arresto (inibizione della reazione chimica -
“catalisi negativa”). Sono efficaci in ambienti chiusi e poco ventilati, anche se sussiste il rischio che, per
effetto delle alte temperature, si decompongano liberando gas tossici per l’uomo. Sono adatti per tutte le
classi d’incendio. Non danneggiano i materiali con i quali vengono a contatto, ragion per cui sono
13
particolarmente adatti per spegnere incendi su motori di macchinari. L’impiego degli halons nel settore
antincendio è stato vietato a partire dal 1 gennaio 1999 per la protezione della fascia d’ozono.
14
1.3 I RISCHI ALLE PERSONE E ALL’AMBIENTE
15
• forte aumento di emissioni di gas e di particelle incandescenti, che si espandono e vengono trasportate in
senso orizzontale, e soprattutto in senso ascensionale; si formano zone di turbolenze visibili;
• i combustibili vicini al focolaio si autoaccendono, quelli più lontani si riscaldano e raggiungono la loro
temperatura di combustione con produzione di gas di distillazione infiammabili;
Estinzione
Quando l’incendio ha terminato di interessare tutto il materiale combustibile ha inizio la fase di decremento
delle temperature all’interno del locale a causa del progressivo diminuzione dell’apporto termico residuo e
della dissipazione di calore attraverso i fumi e di fenomeni di conduzione termica.
Anossia
La combustione comporta inevitabilmente la riduzione della percentuale di ossigeno nell’ambiente, sia
perché esso viene consumato dalla reazione e potrebbe non essere totalmente rimpiazzato da immissione
nell’ambiente di aria fresca, sia perché i gas prodotti, se non sufficientemente evacuati, si mescolano con
l’aria abbassando il contenuto percentuale dell’ossigeno libero, il tutto con rischio per la sopravvivenza
umana.
Si ricorda che normalmente viviamo in ambienti il cui tenore di ossigeno in aria è circa pari al 21%, ma le
probabilità di sopravvivenza si riducono drasticamente quando la percentuale di ossigeno in aria scende
sotto al 17%. Infatti con percentuali di ossigeno intorno al 15% si possono avere fenomeni di spossatezza e
mancanza di volontà per scarsa ossigenazione del sangue; per percentuali inferiori, 10-14% le persone pur
restando coscienti, perdono le facoltà di controllo ed addirittura i sensi.
16
anche le loro cariche venefiche, tossiche e/o asfissianti e poiché il fumo invade i locali prima che questi
siano raggiunti dalle fiamme, è evidente che il fumo è il primo ostacolo che si deve evitare se si vuole
consentire l’esodo delle persone e l’ingresso delle squadre di soccorso nei locali dove si sviluppa un
incendio. A tale scopo devono essere chiuse le porte dei locali, dopo averne accertato la completa
evacuazione degli occupanti, in modo da ridurre la propagazione del fumo, calore e fiamme alle altre parti
dell’edificio e soprattutto ai percorsi di esodo. In presenza di fumo è opportuno camminare chinati o
muoversi lungo il pavimento e respirare tramite un fazzoletto preferibilmente bagnato.
17
1.4 PREVENZIONE INCENDI
La sicurezza antincendio è orientata alla salvaguardia dell’incolumità delle persone ed alla tutela dei beni e
dell’ambiente, mediante il conseguimento dei seguenti obiettivi primari:
NUMERO O B IE T T IV O
0 R id u r r e le o c c a s io n i d i in c e n d io ( p r e v e n ir e l’in c e n d io )
G a r a n t ir e la c a p a c ità p o r t a n t e d e ll’e d if ic io p e r u n p e r io d o d i t e m p o d e -
1
t e r m in a t o
2 L im it a r e la p r o p a g a z io n e d e l f u o c o e d e i f u m i a ll’in t e r n o d e ll’e d if ic io
3 L im it a r e la p r o p a g a z io n e d e l f u o c o a d e d if ic i v ic in i
4 C o n s e n t ir e a g li o c c u p a n t i d i la s c ia r e l’e d if ic io in d e n n i o d i e s s e r e s o c c o r s i
5 C o n s e n t ir e la s ic u r e z z a d e lle s q u a d r e d i s o c c o r s o
Il rischio di ogni evento incidentale (l'incendio nel nostro caso) risulta definito da due fattori:
Æ la frequenza, cioè la probabilità che l'evento si verifichi in un determinato intervallo di tempo,
Æ la magnitudo, cioè l'entità delle possibili perdite e dei danni conseguenti al verificarsi dell'evento,
da cui ne deriva la definizione di
Rischio = Frequenza x Magnitudo.
Dalla formula del rischio (d'incendio) appare evidente che quanto più si riducono la frequenza o la
magnitudo, o entrambe, tanto più si ridurrà il rischio.
L'attuazione di tutte le misure per ridurre il rischio mediante la riduzione della sola frequenza viene
comunemente chiamata "prevenzione", mentre l'attuazione di tutte le misure tese alla riduzione della sola
magnitudo viene, invece, chiamata"protezione". In particolare le misure di Protezione Antincendio possono
essere di tipo ATTIVO o PASSIVO, a seconda che richiedano o meno un intervento di un operatore o di un
impianto per essere attivate .
Ovviamente le misure Preventive e Protettive non devono essere considerate alternative ma complementari
tra loro nel senso che, concorrendo esse al medesimo fine, devono essere intraprese entrambe proprio al
fine di ottenere risultati ottimali.
Il miglior PROGETTO di sicurezza, comunque, può essere vanificato da chi lavora nell’ambiente, se non
vengono applicate e tenute nella giusta considerazione le MISURE PRECAUZIONALI d’ESERCIZIO.
18
1.4.1 Le specifiche misure di prevenzione incendi
Le principali misure di prevenzione incendi, finalizzate alla riduzione della probabilità di accadimento di un
incendio, possono essere individuate in:
• Realizzazione di impianti elettrici a regola d'arte.
• Collegamento elettrico a terra di impianti, strutture, serbatoi etc.
• Installazione di impianti parafulmine.
• Dispositivi di sicurezza degli impianti di distribuzione e di utilizzazione delle sostanze
infiammabili.
• Ventilazione dei locali.
• Utilizzazione di materiali incombustibili.
• Adozione di pavimenti ed attrezzi antiscintilla.
• Segnaletica di Sicurezza, riferita in particolare ai rischi presenti nell’ambiente di lavoro.
19
prodotto viene introdotta dal fondo del serbatoio e fatta gorgogliare attraverso il liquido così da saturarsi di
vapori di benzina.
Il sistema di inertizzazione consiste, invece, nell'introdurre al di sopra del pelo libero del liquido infiammabile,
anziché aria, un gas inerte (ad es. azoto) così da impedire del tutto la formazione di miscele infiammabili
vapori-aria.
È necessario che il personale venga a conoscenza delle cause e dei pericoli d’incendio più comuni presenti
nel proprio ambiente di lavoro e rispetti tutte le misure precauzionali previste, ponendo particolare attenzione
ai punti sotto riportati:
1. Deposito ed utilizzo di materiali infiammabili e facilmente combustibili
2. Utilizzo di fonti di calore
3. Impianti ed apparecchi elettrici
4. Fumo
5. Rifiuti e scarti di lavorazioni combustibili
6. Aree non frequentate
7. Rischi legati a incendi dolosi
20
Il personale che manipola sostanze infiammabili o combustibili deve essere adeguatamente informato sulle
circostanze che possono incrementare il rischio di incendio.
21
1.4.3 Le principali cause di incendio in relazione allo specifico ambiente di lavoro
Le cause e pericoli di incendio più comuni sono:
Æ deposito o manipolazione non idonea di sostanze infiammabili o combustibili;
Æ accumulo di rifiuti, carta o altro materiale combustibile che può essere facilmente incendiato
(accidentalmente o deliberatamente);
Æ negligenza nell'uso di fiamme libere e di apparecchi generatori di calore;
Æ inadeguata pulizia delle aree di lavoro e scarsa manutenzione delle apparecchiature;
Æ impianti elettrici o utilizzatori difettosi, sovraccaricati e non adeguatamente protetti;
Æ riparazioni o modifiche di impianti elettrici effettuate da persone non qualificate;
Æ apparecchiature elettriche lasciate sotto tensione anche quando inutilizzate;
Æ utilizzo non corretto di impianti di riscaldamento portatili;
Æ ostruire la ventilazione di apparecchi di riscaldamento, macchinari, apparecchiature elettriche e di
ufficio;
Æ fumare in aree ove è proibito, o non usare il posacenere;
Æ negligenze di appaltatori o di addetti alla manutenzione;
Æ ecc.
E' obbligo del datore di lavoro fornire al personale una adeguata informazione e formazione al riguardo di:
a) rischi di incendio legati all'attività svolta nell'impresa ed alle specifiche mansioni svolte;
b) misure di prevenzione e di protezione incendi adottate in azienda con particolare riferimento a :
• ubicazione dei presidi antincendi ;
• ubicazione delle vie di uscita;
• modalità di apertura delle porte delle uscite;
• l'importanza di tenere chiuse le porte resistenti al fuoco;
• i motivi per cui non devono essere utilizzati gli ascensori per l'evacuazione in caso di incendio;
• ecc.
c) procedure da adottare in caso di incendio ed in particolare:
• azioni da attuare quando si scopre un incendio;
• come azionare un allarme;
• azione da attuare quando si sente un allarme;
• procedure di evacuazione fino al punto di raccolta in luogo sicuro;
• modalità di chiamata dei vigili del fuoco.
d) i nominativi dei lavoratori incaricati di applicare le misure di prevenzione incendi, lotta antincendio
e gestione delle emergenze e pronto soccorso (Addetti Antincendio e Addetti al Primo Soccorso);
e) il nominativo del Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione dell'azienda.
Adeguate informazioni devono essere fornite agli addetti alla manutenzione e agli appaltatori per garantire
che essi siano a conoscenza delle misure generali di sicurezza antincendio nel luogo di lavoro, delle azioni
da adottare in caso di incendio e le procedure di evacuazione.
22
1.4.5 Controllo degli ambienti di lavoro
Sebbene il personale sia tenuto a conoscere i principi fondamentali di prevenzione incendi, è opportuno che
vengano effettuate regolari verifiche (con cadenza predeterminata), nei luoghi di lavoro finalizzati ad
accertare il mantenimento delle misure di sicurezza antincendio.
E' altresì consigliabile che i lavoratori ricevano adeguate istruzioni in merito alle operazioni da attuare prima
che il luogo di lavoro sia abbandonato, al termine dell'orario di lavoro, affinché lo stesso sia lasciato in
condizioni di sicurezza.
Le operazioni di cui sopra, in via esemplificativa, possono essere quelle riportate nella seguente tabella.
• Tutte quelle parti del luogo di lavoro destinate a vie di uscita quali passaggi, corridoi, scale, devono
essere controllate periodicamente per assicurare che siano libere da ostruzioni e da pericoli;
• tutte le porte sulle vie di uscita devono essere regolarmente controllate per assicurare che si aprano
facilmente;
• tutte le porte resistenti al fuoco devono essere regolarmente controllate per assicurarsi che non
sussistano danneggiamenti e che chiudano regolarmente;
• le apparecchiature elettriche che non devono restare in servizio vanno messe fuori tensione;
• tutte le fiamme libere devono essere spente o lasciate in condizioni di sicurezza;
• tutti i rifiuti e gli scarti combustibili devono essere rimossi;
• tutti i materiali infiammabili devono essere depositati in luoghi sicuri;
• il luogo di lavoro deve essere assicurato contro gli accessi incontrollati;
• ecc.
Scopo dell’attività di controllo e manutenzione deve essere quello di rilevare e rimuovere qualunque causa,
deficienza, danno od impedimento che possa pregiudicare il corretto funzionamento ed uso di
apparecchiature o dei presidi antincendio. L'attività di controllo periodica e la manutenzione deve essere
eseguita da personale competente e qualificato.
23
2 PROTEZIONE ANTINCENDIO
La protezione antincendio consiste nell’insieme delle misure finalizzate alla riduzione dei danni conseguenti
al verificarsi di un incendio, agendo quindi sulla Magnitudo dell’evento incendio.
Gli interventi si suddividono in misure di protezione attiva o passiva in relazione alla necessità o meno
dell’intervento di un operatore o dell’azionamento di un impianto.
Le misure di protezione attiva sono invece finalizzate alla pronta rilevazione dell’incendio, alla segnalazione
ad allo spegnimento dello stesso. Le principali misure di protezione attiva sono:
• estintori;
• rete idrica antincendio;
• impianti di rilevazione automatica d’incendio;
• impianti di spegnimento automatici;
• dispositivi di segnalazione e d’allarme;
• evacuatori di fumo e di calore.
In particolare il dimensionamento delle vie d’uscita dovrà tenere conto del massimo affollamento ipotizzabile
nell’edificio, nonché della capacità d’esodo dell’edificio (numero di uscite, larghezza delle uscite,ecc.).
25
La reazione al fuoco assume particolare rilevanza nelle costruzioni, per la caratterizzazione dei materiali di
rifinitura e rivestimento, delle pannellature, dei controsoffitti, delle decorazioni e simili, e si estende anche
agli articoli di arredamento, ai tendaggi e ai tessuti in genere.
La determinazione della reazione al fuoco di un materiale viene effettuata su basi sperimentali, mediante
prove su campioni in laboratorio.
In relazione a tali prove i materiali sono assegnati alle classi:
0 - 1 - 2 - 3 - 4 - 5 con l’aumentare della loro partecipazione alla combustione, a partire da quelli di
classe 0 che risultano non combustibili. Per esempio un materiale completamente metallico (ferro) è
incombustibile, cioè di classe 0, cioè non prende parte al fuoco.
Specifiche norme di prevenzione incendi prescrivono per alcuni ambienti in funzione della loro destinazione
d’uso e del livello del rischio d’incendio l’uso di materiali aventi una determinata classe di reazione al fuoco.
Per esempio nei corridoi, negli atri, nelle scale, nei passaggi in genere degli edifici scolastici è consentito
l’impiego di materiali di classe 1 in ragione del 50% massimo della loro superficie totale, per le loro restanti
parti debbono essere impiegati solo materiali di classe 0; pertanto non sono idonei i rivestimenti di altra
classe se non opportunamente trattati con vernici ignifughe, che inibiscono alquanto le loro caratteristiche di
combustibilità.
I tipi di estintori di più comune uso sono quelli a polvere e quelli ad anidride carbonica, in quanto sono
indicati per quasi tutti i tipi d’incendio. Come già accennato in precedenza, recentemente è stato vietato l’uso
degli estintori ad idrocarburi alogenati in quanto tali composti sono risultati dannosi per l’ozono
dell’atmosfera; al loro posto sono impiegati agenti sostitutivi che conservano circa le stesse proprietà e sono,
di conseguenza, idonei per le medesime tipologie d’incendio
Su ogni estintore deve essere applicata un’etichetta raffigurante i simboli delle classi d’incendio per cui
l’estintore è predisposto, onde non incorrere nel pericolo di un uso improprio di tale dispositivo. L’etichetta
deve contenere inoltre chiare e semplici istruzioni per l’uso, precisazioni sulle condizioni d’utilizzo, eventuale
contrassegno distintivo a non intervenire su apparecchiature elettriche in tensione, i nomi della ditta
costruttrice e della ditta manutentrice. Per norma gli estintori devono essere rossi; qualora l’agente
estinguente sia un gas compresso, la parte superiore dell’estintore p essere verniciata nel colore distintivo
del gas (es. grigio nel caso di CO2).
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La seguente tabella indica le tipologie di estintori idonei per ciascuna classe d’incendio:
CLASSE
DI MATERIALI PRESENTI ESTINGUENTE
FUOCO
ACQUA
MATERIALE SOLIDO CON FORMAZIONE DI BRACI SCHIUMA
(carta, legno, carboni, gomma, ecc.) POLVERE CHIMICA POLIVALENTE
GAS SOSTITUTIVI DELL’HALON
SCHIUMA
LIQUIDI INFIAMMABILI POLVERE CHIMICA
(benzina , solventi, olii, vernici, ecc.) ANIDRIDE CARBONICA
GAS SOSTITUTIVI DELL’HALON
METALLI LEGGERI
POLVERE SPECIALE
(sodio, potassio, manganese, ecc.)
La scelta dipende da diversi fattori, come le caratteristiche costruttive del fabbricato, la tipologia e il numero
degli occupanti e dal materiale che, presumibilmente, può bruciare; nella tabella sovrastante sono riportati gli
agenti estinguenti ammessi per le varie classi di fuoco, tra cui quelli consigliati evidenziati in neretto.
Attenzione: non utilizzare estintori ad acqua, a schiuma su apparecchiature elettriche e/o elettroniche.
Linee guida per la scelta del numero e del tipo degli estintori da collocarsi all’interno di un edificio.
Superficie coperta
Livello di rischio
Tipo di estintore Rischio basso Rischio medio Rischio elevato
2
13 A 89 B 100 m
21 A 113 B 150 m2 100 m2
34 A 144 B 200 m 150 m 100 m2
55 A 233 B 250 m 200 m 200m2
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• controllo visivo da parte della ditta appaltatrice alla manutenzione degli estintori:
periodicità = ogni 6 mesi;
• revisione da parte della ditta appaltatrice alla manutenzione degli estintori che effettua la
sostituzione del materiale estinguente: la periodicità dipende dalla tipologia dell’estintore.
TIPO DI ESTINTORE INTERVALLO MASSIMO DI REVISIONE IN MESI
polvere 36
acqua o schiuma 18
anidride carbonica 60
Idrocarburi alogenati 72
• Collaudo dell’involucro metallico da parte di Istituto verificatorio, che effettua la verifica
della tenuta del contenitore metallico e delle saldature mediante l’esecuzione di una
prova idraulica eseguita ogni 12 anni se conformi alla direttiva 97/23/CE ([Link]. 93/2000),
altrimenti ogni 6 anni.
La rete idrica antincendi deve, a garanzia di affidabilità e funzionalità, rispettare i seguenti criteri progettuali:
- Caratteristiche idrauliche pressione - portata (idranti UNI 45 in fase di erogazione con portata di 120 lt/min
e pressione residua di 2 bar al bocchello).
- Idranti (a muro, a colonna, sottosuolo o naspi) collegati con tubazioni flessibili a lance erogatrici che
consentono, per numero ed ubicazione, la copertura protettiva dell’intera attività.
Un breve cenno va dedicato alla rete antincendio costituita da naspi che rappresenta, per la possibilità di
impiego anche da parte di personale non addestrato, una valida alternativa agli idranti soprattutto per le
attività a rischio lieve.
Le reti idriche con naspi vengono di solito collegate alla normale rete sanitaria, dispongono di tubazioni in
gomma avvolte su tamburi girevoli e sono provviste di lance da 25 mm, con getto regolabile (pieno o
frazionato) con portata di 50 lt/min ad 1,5 bar. I naspi consentono una più immediata fruizione rispetto agli
idranti, per i quali è necessario provvedere prima allo svolgimento della manichetta e poi al collegamento di
quest’ultima all’impianto idrico.
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Tipi d’impianto
- Ad umido: tutto l’impianto è permanentemente riempito di acqua in pressione: è il sistema più
rapido e si può adottare nei locali in cui non esiste rischio di gelo.
- A secco: la parte d’impianto non protetta, o sviluppantesi in ambienti soggetti a gelo, è riempita di
aria in pressione: al momento dell’intervento una valvola provvede al riempimento delle
colonne con acqua.
- Alternativi: funzionano come impianti a secco nei mesi freddi e ad umido nei mesi caldi.
- A pre-allarme: sono dotati di dispositivo che differisce la scarica per dar modo di escludere i falsi -
allarmi.
- A diluvio: impianti con sprinklers aperti alimentati da valvole ad apertura rapida in grado di fornire
rapidamente grosse portate.
Gli impianti a schiuma sono concettualmente simili a quelli ad umido e differiscono per la presenza di un
serbatoio di schiumogeno e di idonei sistemi di produzione e scarico della schiuma (versatori).
Impianti di anidride carbonica, ad halon, a polvere: hanno portata limitata dalla capacità geometrica della
riserva (batteria di bombole, serbatoi).
Gli impianti a polvere, non essendo l’estinguente un fluido, non sono in genere costituiti da condotte, ma da
teste singole autoalimentate da un serbatoio incorporato di modeste capacità.
I rivelatori di incendio possono essere classificati in base al fenomeno chimico - fisico rilevato in:
- di calore
Rilevatori - di fumo (a ionizzazione o ottici)
- di gas
- di fiamme
La suddivisione può essere infine effettuata in base al tipo di configurazione del sistema di controllo
dell’ambiente:
- puntiformi
Rilevatori - a punti multipli (poco diffusi)
- lineari.
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Avvenuta la rilevazione, con il superamento del valore di soglia, si ha la rivelazione quando “la notizia” che si
sta sviluppando l’incendio viene comunicata (rivelata) al “sistema” (uomo o dispositivo automatico)
demandato ad intervenire.
La centrale di controllo e segnalazione garantisce l’alimentazione elettrica (continua e stabilizzata) di tutti gli
elementi dell’impianto ed è di solito collegata anche ad una “sorgente di energia alternativa” (batterie,
gruppo elettrogeno, gruppo statico ecc.) che garantisce il funzionamento anche in caso di “mancanza
ENEL”.
Avvenuto l’incendio, l’allarme può essere “locale” o “trasmesso a distanza”.
L’intervento può essere manuale (azionamento di un estintore o di un idrante, intervento squadre VV.F.)
oppure automatico (movimentazione di elementi di compartimentazione e/o aereazione, azionamento di
impianti di spegnimento automatico, predisposizione di un piano esodo).
[Link] Segnali
Il segnale può essere:
• segnale di divieto, un segnale che vieta un comportamento che potrebbe far correre o causare
un pericolo (disco con contorno rosso sbarrato);
• segnale di avvertimento, un segnale che avverte di un rischio o pericolo (sfondo giallo e forma
triangolare);
• segnale di prescrizione, un segnale che prescrive un determinato comportamento (sfondo
azzurro);
• segnale di salvataggio o di soccorso, un segnale che fornisce indicazioni relative alle uscite
di sicurezza o ai mezzi di soccorso o di salvataggio (colore verde per i segnali di salvataggio e
rosso per i segnali dei mezzi di protezione incendi).
Segnali di Divieto
vietato fumare vietato fumare o vietato ai pedoni divieto di spegnere acqua non potabile
usare fiamme libere con acqua
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Segnali di Avvertimento
Segnali di Prescrizione
Segnali di Salvataggio
direzione uscita uscita d’emergenza freccia di direzione pronto soccorso scala d’emergenza
d’emergenza
Segnaletica antincendio
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[Link] Colorazione delle ogive delle bombole ed etichettatura
In generale la colorazione dell'ogiva della bombola non identifica il gas ma solo il rischio principale associato
al gas:
inerte
verde brillante
infiammabile
rosso
ossidante
blu chiaro
tossico e infiammabile
giallo+rosso
tossico o ossidante
giallo+blu chiaro
acetilene
C2H2 marrone rossiccio
ammoniaca
NH3 giallo
argon
Ar verde scuro
azoto
N2 nero
biossido di carbonio
CO2 grigio
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cloro
Cl2 giallo
elio
He marrone
idrogeno
H2 rosso
ossigeno
O2 bianco
protossido d'azoto
N2O blu
aria respirabile N
bianco+nero
miscela elio-ossigeno N
ad uso respiratorio bianco+marrone
Importanti informazioni circa la natura del gas sono riportate anche nell'etichettatura della bombola.
Riportiamo un esempio di etichetta a titolo indicativo:
33
2.2.6 Illuminazione di sicurezza
L’ impianto di illuminazione di Sicurezza deve fornire, in caso di mancata erogazione della fornitura
principale della energia elettrica e quindi di luce artificiale, una illuminazione sufficiente a permettere di
evacuare in sicurezza i locali (intensità minima di illuminazione 5 lux).
Dovranno pertanto essere illuminate le indicazioni delle porte e delle uscite di sicurezza, i segnali indicanti
le vie di esodo, i corridoi e tutte quelle parti che è necessario percorrere per raggiungere un’uscita verso un
luogo sicuro.
L’Impianto deve essere alimentato da una adeguata fonte di energia quali batterie in tampone o batterie di
accumulatori con dispositivo per la ricarica automatica (con autonomia variabile da 30 minuti a 3 ore, a
secondo del tipo di attività e delle circostanze), oppure da apposito ed idoneo gruppo elettrogeno;
l’intervento dovrà comunque avvenire in automatico, in caso di mancanza della fornitura principale
dell’energia elettrica, entro 5 secondi circa (se si tratta di gruppi elettrogeni il tempo può raggiungere i 15
secondi).
In caso di impianto alimentato da gruppo elettrogeno o da batterie di accumulatori centralizzate sarà
necessario posizionare tali apparati in luogo sicuro, non soggetto allo stesso rischio di incendio della attività
protetta; in questo caso il relativo circuito elettrico deve essere indipendente da qualsiasi altro ed essere
inoltre protetto dai danni causati dal fuoco, da urti, ecc.
34
3 PROCEDURE DA ADOTTARE IN CASO DI INCENDIO
3.1 L’EMERGENZA
L’emergenza può essere definita come il “rischio imminente o di grave di minaccia di pericolo per le persone
ed i beni”, questa è caratterizzata dalla non prevedibilità dell’evento o per la vastità dello stesso, risultando
comune denominatore il fatto di non poter essere gestita dalla singola persona o squadra che operano sulla
macchina, sull’impianto o nell’ambiente in cui si è manifestata l’emergenza.
Gli stati di emergenza sono classificati in tre categorie a gravità crescente:
1. Emergenze minori (di tipo 1) controllabili dalla persona che individua l’emergenza stessa o dalle
persone presenti sul luogo (es. principio lieve d’incendio, sversamento di quantità non significative di liquidi
contenenti sostanze pericolose, ecc.)
2. Emergenze di media gravità (di tipo 2) controllabili soltanto mediante intervento degli incaricati per
l’emergenza come nel seguito definiti e senza ricorso agli enti di soccorso esterni (es. principio d’incendio di
una certa entità, sversamento di quantità significative di liquidi contenenti sostanze pericolose, black-out
elettrico, danni significativi da eventi naturali, ecc.)
3. Emergenze di grave entità (di tipo 3) controllabili solamente mediante intervento degli enti di soccorso
esterni (VVF, PS, ecc.) con l’aiuto della squadra di pronto intervento (es. incendio di vaste proporzioni,
eventi naturali, catastrofici, ecc.)
In funzione dell’entità e della gravità dell’emergenza creatasi, oltre a valutare il possibile danno a persone e
beni determinato dallo svilupparsi della ragione del pericolo, dobbiamo considerare anche il fattore emotivo-
uomo che, in situazioni di forte paura o alto stress, spesso può determinare danni maggiori o comunque
gravissimi a se stessi o ad altri.
Lo stato confusionale che si raggiunge quando si è in situazione di pericolo unito dall’incapacità di riuscire in
breve tempo a dare un’immediata risoluzione al problema insorto, è comunemente denominato e
riconosciuto dalla scienza come stato di panico.
Il panico produce varie reazioni, il timore, la paura, l’oppressione, l’ansia, inoltre è facilmente trasmettibile ad
altri: quindi, anche per questo motivo, è bene farsi trovare preparati a possibili situazioni di emergenza, al
fine di diminuire al massimo i livelli di ansia, riuscire in tempi brevissimi a dare una risposta attiva alla
risoluzione del problema, sia essa l’intervento attivato singolarmente o mediante squadra, come lo
spegnimento localizzato di un piccolo incendio o l’evacuazione dei vari ambienti.
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Il piano di emergenza è l’unione delle planimetrie di emergenza e di un documento scritto che raccoglie le
informazioni sia generali che dettagliate (procedure) atte a scandire i diversi momenti della gestione della
situazione di emergenza, e capaci di descrivere tutte le azioni da intraprendere e quelle da non fare: in
mancanza di appropriate procedure un incidente diventa caotico, causando confusione e
incomprensione, quindi aumentando il rischio di infortuni.
In primo luogo il piano di emergenza ha come scopo quello di salvaguardare la vita delle persone, siano
esse dipendenti dall’azienda, clienti, visitatori o, addirittura, abitanti delle aree circostanti. Tutte le azione
definite in tale piano devono essere assolutamente correlate alla effettiva capacità delle persone di svolgere
determinate operazioni, durante la sua stesura ed eventuale applicazione, occorre ricordarsi che, in
condizioni di stress o di panico, le persone tendono a perdere la lucidità.
36
(*) nel seguire le vie di esodo, è importante percorrere i percorsi segnalati da apposita cartellonistica: corridoi e scale. Ad oggi l’Ateneo
pisano, in similitudine a quanto accade anche per quasi tutte le strutture in funzione sia di carattere privato, che pubblico, non è
provvisto di ascensori antincendio, pertanto il loro utilizzo in caso di emergenza è VIETATO, in quanto l’uso di un ascensore
“normale” potrebbe, oltre che non consentire l’esodo per interruzione dell’energia elettrica, causare un maggior danno alle persone per
diversi motivi, come il soffocamento degli occupanti a causa del fumo, la morte dovuta alla trasmissione delle fiamme, ecc..
A questo punto, occorre sottolineare che la conoscenza dell’ambiente è il presupposto fondamentale per
mettere in atto correttamente il piano di evacuazione. Alla luce di ciò è necessario che il personale tenga
bene a mente:
• le caratteristiche spaziali e distributive dell’edificio (utilizzando per esempio le planimetrie);
• i luoghi in cui si possono verificare situazioni di pericolo;
• le strutture e gli impianti di sicurezza (scale, uscite di sicurezza, estintori, idranti, ecc.);
• i luoghi sicuri in cui è possibile trovare rifugio (cortili interni o esterni, ecc.).
37
4 MATERIALE DI SUPPORTO ALL’ESERCITAZIONE PRATICA
4.1.1 L’estintore
è un contenitore in pressione, contenente un agente estinguente che può essere diretto o proiettato su un
fuoco. Il suo utilizzo è consentito soltanto a personale opportunamente addestrato, in generale l’estintore
deve essere conservato esattamente al suo posto e in ottime condizioni di manutenzione.
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È importante ricordare che il focolaio appena estinto non va mai abbandonato se non dopo un periodo di
tempo tale che il suo riaccendersi sia impossibile.
Va verificata sempre l’intera zona incendiata, smassando le ceneri e tutte le parti parzialmente combuste per
verificare con assoluta certezza che il fuoco è spento.
È essenziale vigilare ed attendere l’evolversi di ogni situazione perché la nostra sensibilità si esercita solo
sulle apparenze, mentre il calore potrebbe rimanere conservato a lungo all’interno della massa
apparentemente spenta.
Gli estintori se lasciati fuori dal loro posto possono costituire un pericolo perché fonte di intralcio e/o di
ingombro, oltre che non essere disponibili al momento del bisogno.
Gli estintori, in quanto validi strumenti di protezione antincendio, devono essere mantenuti sempre nella
stessa ubicazione appositamente segnalata da idoneo cartello e conosciuta da tutto il personale lavoratore e
soprattutto dagli addetti alle emergenze.
Attenzione: nello spengere l’incendio con estintore, indirizzare il getto sempre alla base del focolaio
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4.1.2 Il naspo
È un dispositivo di primo intervento che sostituisce vantaggiosamente gli estintori idrici. È costituito da una
tubazione semirigida alimentata mediante pompe idriche antincendio collegate ad una riserva idrica di
capacità adeguata. Tale manichetta è installata su una bobina e, generalmente, è lunga 25/30 metri e ha un
diametro interno di 20/25 mm, riesce ad assicurare una portata di 35 l/min alla pressione minima di 1,5 bar.
Ciascuna manichetta è provvista di una lancia, quest’ultima è di tipo commutabile: getto pieno o getto
frazionato.
4.1.3 L’idrante
È un dispositivo d’intervento installato nei casi in cui è necessaria una maggiore portata d’acqua estinguente
e, a secondo del tipo, può erogare da 500 a 4000 l/min con pressione fino a un massimo di 7 bar. L’idrante
maggiormente diffuso all’interno delle strutture dell’Ateneo Pisano è l’UNI 45, che garantisce una portata di
120l/min alla pressione di minima di 2 bar.
In generale, gli idranti sono costituiti in una tubazione “manichetta flessibile”, agganciata a una bocca
antincendio valvolata e collegata ad una rete idrica antincendio, in genere interna al fabbricato, e terminante
con una “lancia”: quest’ultima è di tipo commutabile: getto pieno o getto frazionato.
Gli idranti si suddividono in:
¾ idranti sottosuolo;
¾ idranti a colonna soprasuolo;
¾ idranti a parete.
Possono ulteriormente suddividersi in ulteriori due gruppi a seconda che la tubazione venga mantenuta o no
costantemente in pressione con acqua:
¾ Idranti a umido;
¾ Idranti a secco.
La scelta progettuale, che definisce l’installazione dell’uno o dell’altro tipo, dipende da diversi fattori, come il
clima dell’area geografica, la collocazione all’aperto o all’interno dei fabbricati, ecc. In generale, dove la
temperatura ambiente può scendere e rimanere sotto 0° C, nella stagione invernale, vengono installati gli
idranti di tipo a secco, denominati anche “autodrenanti”.
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idrante a muro lance
in doppio in semplice
Avvolti in doppio prima dell'uso Avvolti in semplice dopo l'uso
La distesa di un tubo, se non avviene con tubazione avvolta in doppio, può creare una serie di spirali che
strozzando il tubo non permettono il passaggio dell'acqua.
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4.1.5 Coperta antifiamma
È realizzata in fibra di vetro, trova la sua maggior efficacia in tutti quei casi in cui l’utilizzo dell’estintore
potrebbe risultare di difficile applicazione o potrebbe arrecare maggior danni. Ad esempio nel caso in cui
una persona venga investita dalle fiamme, l’uso dell’estintore, rivolto verso l’infortunato, potrebbe comportare
anche danni maggiori o assimilabili a quelli di una ustione, oppure nel caso in cui si inneschi un incendio di
carattere cartaceo in un piccolo locale privo di aerazione, l’uso di un estintore ad esempio a polvere,
potrebbe comportare il soffocamento degli occupanti.
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4.2 ATTREZZATURE DI PROTEZIONE INDIVIDUALE
Filtri antigas
l filtri antigas servono a trattenere, per azione fisica o chimica, i gas nocivi o vapori nocivi dell'aria inalata.
Essi possono agire per:
a) assorbimento;
b) reazione chimica:
c) catalisi.
• L’azione assorbente dei filtri antigas è normalmente compiuta da materiali che hanno la capacità di
trattenere le sostanze nocive, assorbendole. L'assorbente più comunemente usato è il carbone attivo,
che presenta una porosità elevatissima, ottenuto mediante la carbonizzazione di sostanze vegetali e la
loro successiva attivazione.
• La reazione chimica: nei casi in cui il carbone attivo si dimostra insufficiente, si ricorre all'impiego di
composti chimici in grado di reagire in condizioni dinamiche con il tossico da filtrare, neutralizzandolo o
trasformandolo in prodotti di reazione gassosi non tossici o almeno tollerabili all'organismo umano. Si
tratta di veri e propri prodotti chimici in forma granulare (alcali, ossidi metallici, ecc.) o di composti chimici
supportati da materiali vari come carboni attivi. pomice e gel di silice o carboni attivi impregnati.
• L’azione catalitica: un particolare sistema di filtrazione è quello attuato a mezzo di catalizzatori.- Esso
viene riservato normalmente ai filtri destinati alla protezione da ossido di carbonio.
I filtri individuali antigas possono essere raggruppati nei seguenti tre tipi:
- monovalenti, quando proteggono da un solo gas nocivo;
- polivalenti, quando proteggono da più gas nocivi;
- universali, quando proteggono da qualsiasi gas nocivo.
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Esistono anche filtri con avvisatore olfattivo che produce un odore caratteristico poco prima dell'esaurimento
del filtro stesso ([Link]. filtro AUER CO 64 e DRAEGER CO 112 per la protezione da ossido di carbonio)
I diversi tipi di filtri, a seconda dei tossici alla cui protezione sono destinati, sono suddivisi in serie
contraddistinte da una lettera (A, B, ecc.) e da una determinata colorazione dell'involucro, per consentirne la
immediata identificazione.
Qualora, oltre alla protezione da gas o vapori, occorra assicurare simultaneamente quella da polveri ed
aerosol in genere, il filtro viene contrassegnato da due lettere, quella relativa al gas o vapore (A,B, ecc..) e
una f minuscola (Af,. Bf, ecc.), e la colorazione dell'involucro è attraversata da una fascia o anello bianco.
Bisogna tener presente, però, che non esistendo una unificazione in materia, le predette lettere e colorazioni
non sono sempre le stesse per tutte le ditte fornitrici; per la qual cosa è opportuno, al fine di evitare
pericolosi errori, individuare il filtro anche dalla scritta figurante sull'involucro ed indicante l'agente o la classe
di agenti per cui il filtro stesso è efficace.
I maggiori produttori italiani, comunque, hanno da anni adottato volontariamente le lettere e le colorazioni
proposte dalla Norma DIN 3181 riportata nella tabella seguente:
A
VAPORI ORGANICI Marrone
Giallo
ANIDRIDE SOLFOROSA E
Azzurro
ACIDO CIANIDRICO G
VAPORI DI MERCURIO
Hf Nero con fascia bianca
44
Verde
AMMONIACA K
45
Æ tendere i tiranti superiori, facendoli passare sopra il capo, e sistemarli sulla nuca;
Æ agire immediatamente su tutti i cinghiaggi;
Æ chiudere ermeticamente col palmo della mano la sede di avvitamento per il filtro;
Æ aspirare profondamente: non si dovrà avvertire nessuna infiltrazione d'aria.
Una volta tolto il filtro dalla borsa-custodia, controllare che il tappo di gomma al fondello ed il coperchio
metallico al bocchello siano impegnati nella loro sede.
Togliere i tappi ed applicare il filtro al bocchettone, avvitando a fondo. Dopo tale operazione l'operatore è
pronto per intervenire sul sinistro, tenendo conto delle limitazioni precedentemente illustrate.
4.2.2 Autorespiratori
Sono apparecchi di respirazione costituiti da unità funzionale autonoma,
portata dall’operatore che può quindi muoversi con completa libertà di
movimenti. Il loro utilizzo è condizionato dalla loro autonomia, che non è
illimitata, ma varia a seconda del tipo di apparecchio, della quantità d’aria
contenuta nella bombola e dal genere di lavoro svolto (durante i lavori
pesanti l’organismo consuma più ossigeno).
Tipi di autoprotettori:
- a ciclo chiuso;
- a ciclo aperto.
46
Negli autoprotettori a ciclo aperto l’aria espirata, anziché tornare in circolo viene dispersa all’esterno
attraverso la valvola di scarico presente nella maschera: in particolare l’aria proveniente dalla bombola
passa attraverso un primo dispositivo di riduzione di pressione, poi attraversa un secondo riduttore posto
all’esterno della maschera facciale in prossimità del sistema erogatore, a richiesta dell’operatore in fase
inspiratoria l’aria entra nel facciale. L’aria espirata defluisce verso l’esterno durante la fase di espirazione
attraverso due valvole a membrana apposite.
Si precisa che esistono autorespiratori funzionanti a domanda e pertanto l'afflusso d'aria sarà proporzionale
alla richiesta, e funzionanti in sovrapressione, nei quali l'aria affluirà in quantità maggiore, creando nel vano
maschera una sovrapressione di circa 2,5 mbar che provvede ad una ulteriore protezione da eventuali
infiltrazioni di tossico dalla maschera, possibili per una non perfetta aderenza al viso della stessa.
Gli attuali autorespiratori hanno la possibilità di funzionare a domanda o in sovrapressione, con manovra
manuale o automatica. In entrambi i casi la massima portata di aria è di 300÷400 lt/min.
Autonomia
L'autonomia è proporzionale al volume della riserva d'aria, e quindi alle dimensioni della bombola. Tenendo
conto che per un lavoro medio un operatore addestrato consuma circa 30 litri d'aria al minuto, conoscendo il
volume delle bombole è possibili valutarne l'autonomia dell’apparecchio.
É utile sapere che quando la pressione all’interno della bombola scende sotto le 50 atm. circa, un sistema
d'allarme acustico (fischio) avverte che la bombola è prossima all'esaurimento dell'aria e quindi l'operatore
dovrà abbandonare l’intervento. Se la bombola sarà di dimensioni ridotte, dovendo dare all'operatore un
tempo minimo di circa 5 minuti per abbandonare l'intervento, il sistema d'allarme sarà tarato in modo da
intervenire prima.
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