Progettare Beni Comuni 1
Progettare Beni Comuni 1
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presa di posizione consapevole che riporti l’architettura anche
alle sue radici disciplinari, recuperandone il ruolo etico e sociale.
Per dirla con Sennett (2008), «il progetto architettonico non può
essere un esercizio tecnico o formale, ma deve essere uno stru-
mento per costruire una società più equa e sostenibile» (p. 112).
atto di libertà, che permette agli studenti di diventare agenti criti- Metodologia
utilizzata in
ci del cambiamento sociale» (p. 81), uno degli aspetti più interes- un corso di
santi di un approccio informato dalle pratiche di ricerca, quando progettazione.
Come si deduce
proposto agli studenti, è che stimola proprio una comprensione dallo schema, il
critica della realtà circostante. posizionamento
teorico precede
Un esempio illuminante in tal senso è rappresentato dalla la fase di
Summer School finanziata dal progetto SArPe e tenutasi a Bre- investigazione sul
campo, che precede
scia nel 2023, che ha operato in un contesto di particolare fragilità quella prettamente
sociale, quello della Casa San Vincenzo: una struttura che ospita progettuale.
Metodi pedagogici
persone “non indipendenti” ma con un progetto (di vita e lavora- e partecipativi
tivo) per raggiungere il reinserimento nella società. Lavorare in informano il
processo in maniera
un simile contesto ha significato porre e porsi domande di ricerca trasversale.
fondamentali: quali sono gli obiettivi del progetto? Quali ambi-
zioni sono realistiche e realizzabili nei tempi disponibili? Come
sottolineano Uğur e Can (2021), «i progetti orientati alla ricerca
richiedono una comprensione profonda delle condizioni locali,
ma anche la flessibilità di adattarsi a nuove conoscenze emerse
durante il processo» (p. 32).
Se non è vero che tutte le sfide o le domande siano chiare pri-
ma di iniziare, è importante riconoscere che i tempi del progetto
potrebbero dilatarsi, consentendo una riflessione più approfondita
ed un confronto con gli attori ad esso interessati. Questo approc-
cio è stato ben esemplificato dai colleghi della Istanbul Technical
University durante la seconda edizione della Summer School svol-
tasi ad Istanbul nel 2024, che hanno definito questo metodo come
slow cooking (il cucinare a fuoco lento), suggerendo l’importanza
di una riflessione meditata e graduale, nella quale la progettazione
entra progressivamente a far parte delle azioni con/nel territorio.
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Anche nel caso di Locate, quindi, e compatibilmente con gli
obiettivi formativi del corso, abbiamo inteso approcciare il “pro-
getto” attraverso le lenti prospettiche sopra descritte. Il progetto
di un “parco” ha per noi significato molto di più: è stata la scu-
sa per esplorare e perlustrare Locate alla ricerca di qualcosa che
sorprendesse il nostro sguardo; è stata la l’occasione per com-
prenderne il tessuto sociale e associativo, e la sua potenzialità in
termini di cura del territorio. Il progetto urbano ed architettoni-
co, che pure ha occupato una parte significativa del semestre, si è
inserito organicamente in questa struttura metodologica.
Occuparsi quindi di Locate di Triulzi ha significato confron-
tarsi con un territorio sottoposto a dinamiche globali e pervasive,
che ne discostano la percezione da quella superficialmente per-
cepibile. Basti pensare alla presenza di un mall commerciale che
attrae 3 milioni (!) di visitatori all’anno, al pendolarismo dovuto
alla vicinanza e connessione con Milano (7 minuti di treno da
Rogoredo), al costo delle abitazioni cresciuto significativamente
negli ultimi anni, alla pressione antropica e insediativa su aree
verdi ed edificabili, al delicato equilibrio anche ambientale legato
al Lambro meridionale e alle cascine, fino alle sfide sociali legate
alla composizione multi-etnica, ai nuovi abitanti, al tema del la-
voro, alle sacche di fragilità. Confrontarsi con (alcune di) queste
sfide impone una ricognizione attenta, rigorosa, che vada in pro-
fondità alle cose e non si accontenti di una comprensione super-
ficiale. Significa, con atteggiamento da “ricercatore”, abbandona-
re pre-concetti e aprirsi alla scoperta, all’indagine, alla ricerca di
evidenze e di “pezzi di verità”.
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modelli e stabilità; che districhino gli agenti e le posizioni in
modo sufficiente a rendere chiare le contraddizioni, le ambiva-
lenze e le irrilevanze» (2005, p. 365).
Lieberman sottolinea dunque l’esigenza di andare oltre la no-
zione limitante di contesto e abbracciarne un’altra, nella quale il
sito è «costruito, non dato» (p. 367) attraverso quelli che Barad
(2007) descrive come “fenomeni” e include in un framework di
carattere epistemologico-ontologico-etico, nel quale i fenomeni
sono ontologicamente inseparabili dagli agenti e dalle compo-
nenti in essi integrate. «Comprendere i siti come fenomeni, come
relazioni» diviene quindi per Lieberman (p. 3) uno dei compi-
ti che vengono anche assegnati agli studenti, cosicché possano
partecipare alla “costruzione” di siti complessi adatti ad inter-
venti dal di dentro (intraventions). D’altra parte anche Aldo Rossi
(1981) affermò che sono le relazioni tra le cose, più che le cose
stesse a contare, con simile attitudine relazionale.
In sostanza, ritornando anche alle domande del progetto,
secondo Lieberman dobbiamo farci quelle che riflettano sul po-
sizionamento etico e politico: «Cosa stiamo includendo, e cosa
stiamo escludendo? Quali tagli sono abilitanti, e quali limitanti?»
(Lieberman, 2019, p. 372).
Da notare come, a questo approccio del collocarsi e situarsi
accettando la complessità relazionale oltre le possibili limitazio-
ni della pratica convenzionale e del contestualismo fisico-ma-
teriale, Lieberman associ poi i termini del “porre attenzione” e
della “cura” (concern e care), come atteggiamenti attivi verso il
sito nel quale si opera.
Quanto sopra descritto può avere un impatto molto signifi-
cativo sull’insegnamento dell’architettura e sull’organizzazione
di un laboratorio progettuale: se l’obiettivo si sposta progessiva-
mente vicino all’oggetto della nostra ricerca, e se aspiriamo a far-
lo in modo meno “ortogonale” rispetto a quanto si faccia conven-
zionalmente, anche gli strumenti che useremo saranno differenti
(vedi anche Delsante et al., 2024).
Havik & Arlandis (2022) ad esempio ci spiegano che «attra-
verso contatti con altre discipline, lo studio ha indagato per un
certo numero di anni una molteplicità di strumenti come la de-
scrizione letteraria, il montaggio, la narrazione/e, la scrittura di
scenari, l’etnografia visiva, il lavoro sul campo impegnato, la no-
tazione coreografica o la mappatura speculativa» (p. 540).
Gli studenti sono quindi incoraggiati a sviluppare metodi
anche sperimentali di analisi e di progettazione, in modo da po-
tersi impegnare in prima persona con le situazioni del luogo e
gli abitanti. I processi di apprendimento si trasformano, vengono
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è stato un “catalogo” di tecniche, metodi e strumenti utilizzabili
nell’insegnamento dell’architettura. È inteso come uno strumen-
to collettivo e collettaneo di metodi anche molto diversi tra loro.
Al tempo stesso è inteso come uno strumento dinamico: nono-
stante ci fossimo dati un obiettivo anche quantitativo da raggiun-
gere nell’ambito del progetto, questo strumento è in verità inteso
come un qualcosa di aperto e non finito. In questo senso il catalo-
go oltre ad essere Open Access è uno strumento che viene testato
durante il progetto migliorato e aggiornato e chi si offrirà ad altre
sperimentazioni ben oltre la fine del progetto accogliendo a sua
volta esiti e sollecitazioni dall’esterno.
Guardando con sguardo molto generale all’elenco degli stru-
menti e dei metodi raccolti, ai quali hanno contribuito più unità
di ricerca, mi sembra di poter assumere e riconoscere almeno tre
categorie di strumenti.
La prima raccoglie quegli elementi che sicuramente appar-
tengono convenzionalmente all’insegnamento del laboratorio di
architettura (o alla riflessione su di esso), ma che qui vengono in-
terpretati e modulati in relazione all’obiettivo del progetto che è
quello di collocarsi di situarsi in prossimità della dimensione so-
ciale del territorio: ecco che concetti quali quello di Live Projects
(i c.d. progetti reali o realistici calati nel territorio) vengono rein-
terpretati e modulati in maniera più specifica.
Oltre a questi, vengono enucleati una serie di strumenti di
natura anche interdisciplinare, atti a studiare, interpretare e ana-
lizzare il contesto di riferimento: appartengono a questa catego-
ria strumenti convenzionali come l’analisi SWOT ed altri più par-
ticolari e aperti alla dimensione critico interpretativa della realtà
del mondo quale la dérive psico-geografica.
Una terza categoria raccoglie infine quegli elementi più spe-
cificatamente pedagogici legati al come organizzare e portare
avanti un laboratorio di progettazione. Ecco che allora il concet-
to per esempio di affordances (che potremmo definirlo un “invito
all’uso”) richiama l’importanza dell’organizzazione spaziale del
laboratorio e del modo in cui docenti e discenti interagiscono,
ma attiene anche alle pratiche di interazione tra studenti (peer to
peer) ma anche tra studenti e stakeholders.
Aver messo insieme un primo repository di metodi e stru-
menti per l’insegnamento dell’architettura con specifico riferi-
mento a pratiche pedagogiche situate è al tempo stesso un risul-
tato ed un punto di partenza.
È un risultato nel senso che ha imposto di fare delle scelte e
di “dare un nome alle cose”: un certo “sapere tacito” che espri-
me in architettura una conoscenza del luogo e del suo potenziale
Conclusioni
In conclusione, quanto sopra descritto corrisponde ad una
riflessione, tuttora in corso e in parte restituita attraverso altri
contributi in questo volume, su come approcciare e quali attività
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organizzare nel momento in cui ci si appresta a svolgere un pro-
getto in un determinato luogo e con gli stakeholders di riferimento.
L’impostazione data ha voluto richiamare l’importanza di
effettuare un dettagliato lavoro sul campo fin dall’inizio per co-
noscere, “toccare con mano” il sito attraverso punti di vista al-
tamente soggettivi. Prevede il fatto di interagire con molteplici
soggetti e ascoltarne le voci, al plurale, in linea con quanto sug-
gerito da Haraway quando afferma: «Ascoltare le voci plurali e
contraddittorie permette di vedere il mondo da prospettive di-
verse e situate» (Haraway, 1988, p. 590). Questo approccio mira
a costruire un processo che faccia emergere anche le criticità e i
conflitti, talvolta latenti. Si confronta con realtà urbane comples-
se e stratificate (quale che sia il “sito” di progetto), richiedendo
la capacità di cogliere la ricchezza e le dinamiche di tali contesti.
È una scelta, molto distante dall’atteggiamento prevalente
nei media e votato all’immediatezza, ma anche da quello presente
su molte riviste di settore dove talvolta sembra prevalere l’aspet-
to visuale. Privilegiare invece la profondità dello sguardo, talvolta
a discapito dei tempi ovvero della velocità di esecuzione, è però
una scelta precisa. Saranno chiaramente i risultati del progetto
nella sua articolazione anche internazionale, così come gli esiti
derivanti dalle sperimentazioni progettuali, a darci un’indicazio-
ne e la prospettiva sul senso e la portata di questa iniziativa.
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SAGGI TEORICI 33
Patto di sussidiarietà Murales (Montorio). e artista. Il processo partecipativo ha
Il secondo caso studio si concentra su un incluso passaparola, mentre il finanziamento
doppio Patto di Sussidiarietà nel quartiere è stato ottenuto tramite crowdfunding e
di Montorio, frazione di Verona, legato alla donazioni da parte dei residenti. Il Comune
realizzazione di un murales sulla parete ha svolto un ruolo di supporto nella gestione
vuota della biblioteca locale. La creazione organizzativa, dimostrando come la cooperazione
di un murales è stato un intervento di tra istituzioni e cittadini possa favorire la
riqualificazione visiva del murales, espressione rigenerazione degli spazi urbani.
di una progettualità condivisa tra cittadini
VERSO UN’AMMINISTRAZIONE CONDIVISA 35
STRUMENTI E PROCESSI PER I BENI COMUNI LINDA MIGLIAVACCA
SAGGI TEORICI 37
Proprio in risposta alle caratteristiche di questo contesto,
contraddistinto da un vivace associazionismo da un lato e da una
scarsa conoscenza degli strumenti per il supporto della parteci-
pazione attiva della cittadinanza dall’altro, si è deciso di avviare
un percorso più completo. Infatti, le necessità emerse a livello
locale si sono rivelate più profonde di quelle inizialmente indi-
viduate dall’Amministrazione, che riguardavano principalmente
il consolidamento dei comitati di quartiere. L’evidente volontà,
sia dell’Amministrazione che dei cittadini, di prendersi cura degli
spazi della propria città ha portato ad un ampliamento del focus
del processo di ricerca, dai comitati di quartiere ai beni comuni e
alla partecipazione attiva della cittadinanza.
Di conseguenza, si è deciso di anticipare l’analisi delle best
practice e di affiancarla allo studio del caso specifico, con l’obiet-
tivo di definire un approccio metodologico adeguato al contesto
locale. La fase preliminare di ricerca esplora modelli italiani di
co-governance dei beni comuni urbani (Foster & Iaione, 2022),
ponendo particolare attenzione al ruolo della cittadinanza attiva
e alla collaborazione con l’Amministrazione. L’obiettivo è indi-
viduare strategie e modelli efficaci per adattare gli strumenti di
democrazia partecipativa alla realtà locale di Locate di Triulzi,
affrontando le sfide legate alla sostenibilità nel tempo e alla dif-
fusione della cultura partecipativa tra amministratori e cittadini.
SAGGI TEORICI 39
Tabella riassuntiva sviluppato processi realmente partecipativi e istruito adeguata-
dell’analisi
comparativa tra mente la cittadinanza. Parallelamente, l’evoluzione normativa ha
le best practice aperto nuove prospettive per la gestione partecipata degli spazi
individuate
nel contesto urbani. Con il Testo Unico sugli Enti del Terzo Settore, si assiste
delle Pubbliche a una crescente tendenza ad affidare la gestione di beni comuni
Amministrazioni
italiane. alle comunità locali, con l’obiettivo di promuovere la produzione
di capitale sociale e la cura del territorio. Gli strumenti di co-pro-
gettazione e co-programmazione stanno assumendo un ruolo
centrale nelle politiche urbane, ma la loro implementazione ri-
chiede un’attenta valutazione e un supporto strutturato da parte
delle amministrazioni.
Di seguito verranno illustrate le best practice (Bologna, Verona
e Padova) con particolare attenzione alla scelta degli strumenti
e agli step affrontati per portare a termine l’adozione “riuscita”
di strumenti partecipativi. Processi da cui si è preso spunto per
trarre conclusioni più specifiche e adattabili al caso studio.
Il risultato di questa prima fase, è stato la modifica del pun-
to di vista della Pubblica Amministrazione di Locate di Triulzi,
la quale ha scelto di orientarsi maggiormente verso il concetto
di “Amministrazione Condivisa” piuttosto che sui Comitati di
Quartiere, esplicitando così un processo di condivisione e ap-
prendimento di nuove conoscenze.
SAGGI TEORICI 41
Esso si allinea con il CTS, introducendo riferimenti espliciti alla
co-progettazione e co-programmazione. Questo approccio fa-
vorisce un dialogo continuo e costruttivo tra l’amministrazione
comunale e i cittadini, consentendo una pianificazione condivisa
delle iniziative di cura e rigenerazione urbana. La co-progettazio-
ne permette di integrare le competenze e le risorse dei cittadini
con quelle del Comune, creando sinergie positive per lo sviluppo
sostenibile del territorio.
Un’altra innovazione significativa del nuovo regolamento è
l’ampliamento dell’ambito soggettivo di applicazione. Non solo
gli enti del Terzo Settore (ETS), ma anche associazioni non ETS,
gruppi informali, cittadini singoli e altre tipologie di soggetti civi-
ci possono partecipare attivamente alle fasi ci co-programmazio-
ne e co-progettazione. Questa inclusività consente di instaurare
differenti tipologie di relazioni tra l’amministrazione e una vasta
gamma di attori civici, valorizzando la diversità delle competen-
ze e delle esperienze presenti nella comunità. I soggetti civici,
nell’ambito del nuovo regolamento, svolgono attività di interesse
generale complementari e sussidiarie rispetto a quelle del Co-
mune. Le pratiche di cura e rigenerazione dei beni comuni sono
caratterizzate come manifestazioni di intraprendenza civica, ri-
conoscendo il ruolo fondamentale dei cittadini nell’arricchire il
tessuto sociale e migliorare la qualità della vita urbana. Questo
riconoscimento formale delle iniziative civiche come parte inte-
grante della gestione urbana rafforza il senso di appartenenza e
responsabilità condivisa tra cittadini e amministrazione.
Il Comune di Bologna, con l’introduzione del nuovo regola-
mento, ha rafforzato il suo impegno verso una gestione parteci-
pativa e inclusiva dei beni comuni urbani. Questo regolamento
non solo formalizza il modello dell’Amministrazione Condivisa,
ma amplia le possibilità di collaborazione tra cittadini e Ammi-
nistrazione, riconoscendo il valore delle iniziative civiche e pro-
muovendo un approccio integrato alla rigenerazione urbana. L’e-
sperienza di Bologna continua a essere un punto di riferimento
per altre città interessate a sviluppare pratiche di governance par-
tecipativa, offrendo un modello dinamico e inclusivo di gestione
urbana sostenibile.
Una delle sfide principali che il Comune di Bologna sta af-
frontando riguarda la necessità di dotarsi di un sistema efficace
per monitorare, valutare e correggere l’impatto dei progetti rea-
lizzati attraverso i patti di collaborazione. Un sistema di monito-
raggio è essenziale per assicurare che i progetti raggiungano gli
obiettivi prefissati e per apportare eventuali correzioni in corso
d’opera.
SAGGI TEORICI 43
Patto di sussidiarietà per la creazione di
relazione per il quartiere di Veronetta presso
l’ex edicola.
Il primo caso studio analizzato riguarda il
Patto di Sussidiarietà per la riattivazione
di un’ex edicola storica nel quartiere di
Veronetta a Verona. Questo spazio, un tempo
dedicato alla vendita di giornali e riviste, ha
cessato la sua funzione ed è stato recuperato
attraverso un accordo tra il Comune e alcune
associazioni locali. Il primo passo per la sua
riattivazione è stato l’implementazione di un
servizio di book sharing, una pratica semplice
e replicabile che ha permesso di coinvolgere
i cittadini e rendere il luogo un punto di
scambio culturale.
Villa Are - Patto di sussidiarietà con ospita al suo interno una scuola materna
Comitato NO Alla Vendita di Villa Are. tuttora frequentata. L’accordo ha permesso
Il terzo caso studio riguarda Villa Are, un di preservare il compendio architettonico
complesso storico e agricolo di Verona, la e il fondo agricolo, trasformandolo in un
cui valorizzazione è stata resa possibile agri-parco aperto alla cittadinanza. Villa
da un Patto di Sussidiarietà siglato tra Are rappresenta un esempio virtuoso di
il Comune, il comitato spontaneo “No alla gestione condivisa di un bene comune, in
vendita di Villa Are” e l’Azienda Agricola cui l’integrazione tra pubblico, privato
2 Mori. Il patto è nato in risposta al e cittadinanza attiva ha reso possibile
tentativo di vendita della villa, opponendosi un modello di cura e riuso sostenibile del
alla dismissione di un bene comune che patrimonio urbano e agricolo.
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Casa di quartiere.
Tra i progetti di successo
vi è il recupero dell’ex
scuola Marchesi nel
quartiere Arcella a Padova,
trasformata in una Casa di
Quartiere in collaborazione
con Fondazione Innovazione
Urbana. Questo progetto
ha visto la partecipazione
attiva della comunità
locale e ha contribuito
a creare uno spazio di
aggregazione e servizi per i
residenti. Questi progetti
dimostrano l’efficacia della
partecipazione cittadina
nel migliorare la qualità
della vita nei quartieri,
attraverso la valorizzazione
delle risorse locali e il
coinvolgimento diretto dei
cittadini.
Spazio allegro.
Un altro esempio di buona pratica è rappresentato dall’esperienza
legata a una sala comunale, Sala Pinelli, nel rione Crocefisso
di Padova. Dopo un percorso partecipativo e il coinvolgimento
di una rete di associazioni e cittadini attivi, la sala è stata
riconosciuta come spazio ad uso civico e collettivo attraverso
il progetto “Spazio Allegro”. Questo processo ha portato alla
formalizzazione di una dichiarazione di uso civico, che garantisce
una gestione condivisa e auto organizzata dello spazio da parte
delle realtà locali, rafforzando il legame tra amministrazione e
cittadinanza.
SAGGI TEORICI 47
introdurre momenti monitoraggio, consentendo di effettuare
eventuali aggiustamenti in itinere per migliorare l’efficacia delle
azioni intraprese. Rendendo come esempio il processo sia di ado-
zione che di rinnovamento del Regolamento a Verona.
Contestualmente alle fasi preliminari, è emersa la necessità
di condurre un’indagine anche sulla conoscenza dei temi propo-
sti all’interno dell’ambiente comunale e, in particolare, di rac-
cogliere le opinioni dei tecnici che si occuperanno direttamente
della loro applicazione, prevedendo eventualmente una forma-
zione specifica per l’amministrazione. Il coinvolgimento dei tec-
nici si rivela essenziale per assicurare la continuità e la coerenza
delle iniziative, così come per promuovere un cambio di paradig-
ma che veda l’ente pubblico non solo come regolatore, ma anche
come facilitatore dei processi di partecipazione. Questo tipo di
formazione deve includere sia aspetti normativi che operativi,
al fine di rendere il personale amministrativo capace di gestire e
supportare attivamente la co-progettazione. Allo stesso tempo,
è necessario formare i cittadini stessi sulle capacità che posso-
no acquisire grazie ai nuovi strumenti introdotti dal Comune,
compresi gli aspetti legislativi e regolamentari, pur mantenendo
l’obiettivo di processi accessibili e semplificati. Rendere i cittadi-
ni più consapevoli delle loro possibilità di azione del territorio e
dell’Amministrazione Pubblica è un passo fondamentale per ga-
rantire che la partecipazione sia reale e non solo formale.
Dal punto di vista più pratico, normativo e regolamentare,
si è proposto alla Pubblica Amministrazione di Locate di riparti-
re dal concetto di “Amministrazione Condivisa” e introdurre un
regolamento basato sulle “Forme di Collaborazione tra Soggetti
Civici e Amministrazione per lo Svolgimento di Attività di Inte-
resse Generale e per la Cura e la Rigenerazione dei Beni Comuni
Urbani”. Il regolamento proposto si ispira al nuovo modello in-
trodotto a Bologna nel 2023, che esplicita tutte le possibili forme
di collaborazione tra soggetti civici e il Comune e i processi a loro
associati.
È importante sottolineare anche un altro aspetto che potrà
essere ripreso da Bologna, ovvero prevedere una platea di sogget-
ti coinvolti nelle diverse tipologie di collaborazione che sia la più
ampia possibile, in ogni aspetto della Amministrazione Condivi-
sa. Infatti, all’interno del regolamento vengono anche aggiornati
i processi stessi della collaborazione, allineandosi al nuovo CTS,
introducendo processi di co-programmazione e co-progettazio-
ne. La fase di co-programmazione viene intesa come un vero e
proprio un processo di scambio di situated knowledge(s) (Haraway,
1988), che rappresentare un’opportunità strategica per ampliare
SAGGI TEORICI 49
gestione dei patti di collaborazione, articolato su due livelli: fisico
e digitale. Lo spazio fisico avrebbe la funzione di coordinamento,
favorendo una maggiore trasversalità tra gli uffici comunali e age-
volando il coinvolgimento dei cittadini nell’uso degli strumenti
di Amministrazione Condivisa. Parallelamente, l’implementazio-
ne di uno spazio digitale consentirebbe di rafforzare la trasparen-
za dei processi e di attivare un sistema di monitoraggio collettivo,
funzionale alla co-valutazione dell’impatto sociale, urbano e ar-
chitettonico delle iniziative intraprese.
Per quanto riguarda le tipologie di strumenti di collaborazio-
ne tra amministrazione e cittadini, come dal template di Bologna,
essa può avvenire tramite i patti di collaborazione e la conven-
zione. Ma, a seguito della ricerca a scala nazionale, si è deciso di
proporre un ulteriore strumento di collaborazione. Valorizzando
i processi avviati a Napoli dal 2012, si è introdotto nella bozza
la dichiarazione di uso civico e collettivo. La filosofia con cui è
stato aggiunto, però, segue meno quella informale (Micciarelli,
2014) di Napoli, ma segue più lo strumento introdotto a Padova.
Per l’amministrazione, non è sembrato fondamentale aggiungere
da subito la dichiarazione, ma al tempo stesso potrebbe rappre-
sentare una grande opportunità in alcuni luoghi già presenti sul
territorio dove coesistono alcune associazioni. Perciò, esiste una
volontà di includere la dichiarazione di uso civico e collettivo
come strumento di appropriazione degli spazi al fine di suppor-
tare i cittadini ad essere “comunità abitanti” per prendersi cura e
responsabilizzarsi (Capone, 2016).
Un altro elemento chiave è la fase di sperimentazione del
regolamento attraverso la co-progettazione di casi pilota, per
testare gli strumenti innovativi prima di una loro definitiva ap-
provazione. Essa consente di testare concretamente l’applicabili-
tà dei nuovi strumenti, valutando la risposta della cittadinanza e
l’efficacia delle pratiche proposte, per poi ottimizzare il processo
prima della sua definitiva adozione.
Se in passato i movimenti spontanei si concentrano princi-
palmente sull’occupazione di grandi immobili, oggi l’attenzione
si sposta verso micro-interventi diffusi, capaci di innescare tra-
sformazioni più strutturali e radicate nel territorio. In questo
contesto, il nuovo Codice del Terzo Settore (CTS), e in partico-
lare l’articolo 71, promuove l’utilizzo di spazi chiusi e immobi-
li all’interno delle città, incentivando forme di riuso e gestione
condivisa. Il regolamento di Bologna dedica un intero capo alla
gestione degli immobili, evidenziando la necessità di strumenti
normativi specifici per garantire la sostenibilità di tali pratiche.
Diventa quindi essenziale interrogarsi sulle modalità attraverso
Conclusioni
Il confronto diretto con le amministrazioni e con i rappre-
sentanti dei patti di collaborazione si è rivelato fondamentale
non solo per sviluppare relazioni, ma anche per instaurare rap-
porti concreti basati su uno scambio autentico di conoscenze.
L’attività di fieldwork ha generato un’inaspettata fiducia nella
collaborazione costante con alcuni stakeholder chiave, come le
amministrazioni di Bologna, Padova, Verona e i ricercatori di
Napoli, contribuendo a consolidare una rete di confronto e ap-
prendimento reciproco. Le relazioni costruite rappresentano un
risultato tutt’altro che scontato, offrendo spunti di riflessione
preziosi per il contesto di Locate di Triulzi. Questo tipo di dina-
miche conferma l’importanza della dimensione relazionale e del
ruolo delle istituzioni nel facilitare processi di cura collettiva dei
beni comuni urbani (Ostrom, 1990).
Questa ricerca preliminare ha permesso di sviluppare un
approccio più consapevole e strutturato all’implementazione di
un’Amministrazione Condivisa nel Comune di Locate di Triul-
zi. Se inizialmente il percorso metodologico su come introdurre
nuovi modelli di collaborazione era ancora in fase embrionale,
ora si basa su esperienze concrete, adattabili al contesto locale.
L’obiettivo è promuovere una governance più inclusiva, parteci-
pativa e sostenibile, capace di rispondere in modo efficace alle
sfide emergenti e di valorizzare il capitale sociale già esistente.
Il concetto di città come “bene comune” (Foster & Iaione, 2016)
trova qui una declinazione operativa, dove la co-progettazione di
spazi e servizi assume un valore trasformativo, in grado di ridefi-
nire i ruoli tra amministrazione e cittadinanza. Tuttavia, affinché
SAGGI TEORICI 51
questi processi siano realmente efficaci, è necessario garantirne
la sostenibilità a lungo termine, sia dal punto di vista ammini-
strativo che da quello della partecipazione civica. Il rischio di
istituzionalizzazione degli strumenti partecipativi (Petrescu et.
Al., 2016; Iaione, 2013), la necessità di adattare continuamente
le pratiche alle esigenze emergenti e la sfida di mantenere alta
la motivazione dei cittadini rappresentano elementi cruciali da
affrontare. Il punto di vista emerso per rispondere a queste sfide
è proprio quello di implementare la collaborazione tra ammini-
strazione e cittadini attraverso un processo dinamico di recipro-
co ascolto.
Uno degli elementi centrali di questo approccio è il radica-
mento locale delle pratiche partecipative, un aspetto spesso tra-
scurato nei processi di governance urbana. L’esperienza di altre
città analizzate dimostra che la partecipazione attiva non è solo
un mezzo per migliorare la gestione dei beni comuni, ma rappre-
senta anche un’opportunità per rafforzare la coesione sociale e
il senso di appartenenza alla comunità. Tuttavia, sebbene le best
practice di altre realtà abbiano fornito un quadro metodologico
solido, la costruzione del modello per Locate di Triulzi non potrà
che partire dalle specificità del territorio e dalle necessità espres-
se dalla comunità locale (oltre che dall’Amministrazione). Il pro-
cesso non sarà una semplice applicazione di esperienze altrui, ma
un percorso negoziato, in cui cittadini e amministrazione co-pro-
getteranno strumenti e strategie, integrando le competenze mul-
tiattoriali presenti sul territorio.
I prossimi passi prevedono una sperimentazione dei patti più
strutturata, volta a migliorare gli strumenti partecipativi e raf-
forzare una co-governance adattabile alle necessità che potrebbe-
ro emergere. In questo senso, la ricerca non si conclude qui, ma
rappresenta l’inizio di un processo in continua evoluzione, in cui
il coinvolgimento attivo della cittadinanza e il dialogo tra ammi-
nistrazione e attori locali saranno elementi centrali per garantire
un’amministrazione realmente partecipativa e innovativa.
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SAGGI TEORICI 53
Riconnotazione formale e fisica del territorio
urbano di Locate di Triulzi. Nuove figure di
spazi pubblici nei sistemi della memoria,
dell’ecologia e del benessere.