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Progettare Beni Comuni 1

Caricato da

Tiziano Cattaneo
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Public engagement a Brescia.

LE DOMANDE DEL PROGETTO 21


TRA SFIDE GLOBALI E L’ESSERE “SITUATI” IOANNI DELSANTE

L’esperienza svolta negli ultimi anni di insegnamento a Pavia


è fortemente influenzata dal progetto europeo chiamato SArPe
(Socially Situated Architectural Pedagogies, finanziato attraverso
una KeyAction 2 Cooperation Partnership, 2023-2025) e dall’im-
patto che ha avuto sia da un punto di vista pratico che critico-teo-
rico verso l’insegnamento in corsi curriculari ed extra-curriculari.
In questo contributo si intende dapprima analizzare alcu-
ne nozioni che ritengo siano fondanti rispetto alle premesse e
ai confini in cui opera tale progetto: l’affrontare sfide globali, il
rapporto tra realtà e utopia, la non neutralità del progetto e la
connessione tra didattica (del progetto) e ricerca. A valle di que-
sta lunga ma doverosa premessa, si riflette sul “situarsi” come
atteggiamento anche epistemologico e lo si pone in relazione a
quello di contesto, per concludere riflettendo su alcune recenti
esperienze pedagogiche e alcuni esiti (seppur parziali) del pro-
getto SArPe.
La prima questione, rispetto alla quale la proposta avanzata
(e poi approvata) in sede europea per il progetto SArPe si pone in
maniera inequivocabile, riguarda di che cosa si debba occupare il
progetto di architettura. La posizione espressa, per dirla con un
motto sintetico metabolizzato nella mia esperienza anglosasso-
ne, è tackling global challenges ovvero affrontare le sfide globali (ri-
feribili, per fare un esempio semplice, a quelle nominate nell’A-
genda 2030 per lo “sviluppo sostenibile”). In particolare, come si
evince dal titolo, il progetto ha inteso dedicarsi (in particolare) a
quelle di carattere sociale che possono comprendere, per esem-
pio, le ineguaglianze sociali e i loro effetti in termini di accesso
alla città, all’abitazione e alla loro qualità. Oppure l’impatto delle
discriminazioni sociali sullo sviluppo e l’organizzazione della cit-
tà, per esempio nei termini in cui i servizi o le infrastrutture sono
assenti o dislocate in maniera non uniforme o non accessibile
per intere porzioni urbane. Già Lefebvre (1968) affrontò queste
questioni nel suo concetto di diritto alla città, scrivendo che «il
diritto alla città si manifesta come una forma superiore di diritti:
diritto alla libertà, all’individualizzazione nella socializzazione,
all’habitat e all’abitare» (p. 28).
Questa è una premessa essenziale per comprendere le ragio-
ni, ancor prima degli strumenti o dei risultati, del progetto SArPe
e delle sperimentazioni ad esso legate. Significa avere la consape-
volezza e la determinazione a far sì che il progetto di architettu-
ra non si isoli in esercizi astratti o senza attinenza con la realtà
(Delsante, 2017). Come osserva Sennett (2018), «quando le città
sono immaginate solo come proiezioni di ideali, le loro sfide so-
ciali tangibili vengono spesso ignorate» (p. 12).
In questo senso le sfide globali sono “problemi malvagi” (wi-
cked problems), caratterizzati da una natura complessa e incerta
(Rittel e Webber, 1973). Questo aspetto implica che spesso tali
sfide non possano essere risolte seguendo un approccio sempli-
cistico o convenzionale, ma richiedano di gestirne la complessi-
tà, attraverso processi collaborativi e interdisciplinari. In questo
quadro è importante il ruolo del progetto, infatti Jones e Hsieh
(2017) ne richiamano il ruolo in una logica sistemica nella quale
«il design sistemico integra le conoscenze di più discipline per af-
frontare problemi che non possono essere risolti da un solo cam-
po» (p. 45) e il professionista «deve essere in grado di inquadrare
e riformulare i problemi, di vedere le situazioni come uniche e di
agire in condizioni di incertezza» (Schön, 1983, p. 60).

Tra realismo e utopia


Definirei questo tipo di atteggiamento non una mera forma
di realismo, che significherebbe abbassare le ambizioni del fare
progettuale, bensì una forma di “realismo utopico” (concetto su
cui torno anche più avanti nel presente volume). Questo concet-
to trova radici in quanto espresso da Bloch (1959), che descrive
l’Utopia come un motore fondamentale per il progresso umano:
«L’Utopia non è mera fantasia, ma un’anticipazione concreta,
una spinta verso ciò che potrebbe essere» (p. 10). In un contesto
architettonico, questo atteggiamento si collega alla capacità del
progetto di immaginare soluzioni che, pur ancorate alla realtà,
sfidano le convenzioni e guardano a un cambiamento possibile.
Come afferma Harvey (2000), «il potenziale dell’utopia ri-
siede nel suo potere di stimolare il pensiero critico e immagina-
tivo, sfidando i limiti di ciò che consideriamo possibile» (p. 159).
L’approccio del realismo utopico si inserisce, quindi, in una di-
mensione progettuale che non rinuncia a confrontarsi con i limiti
del presente, ma li utilizza come trampolino per proiettarsi verso
scenari trasformativi. Lefebvre (1968) sottolinea come l’utopia

22 PROGETTARE BENI COMUNI


possa diventare un potente strumento per immaginare città più
giuste: «L’utopia non è una negazione del reale, ma una sua tra-
sformazione immaginativa che mira a rendere possibile ciò che
sembra impossibile» (p. 42).
Dunque il realismo utopico invita a concepire il progetto non
solo come risposta a problemi immediati, ma come una visione
a lungo termine che integra l’innovazione con la consapevolez-
za dei vincoli attuali. Questo è coerente con quanto suggerito da
Wright (2010): «Il realismo utopico non implica il raggiungimen-
to immediato dell’utopia, ma la costruzione di percorsi realistici
verso cambiamenti strutturali significativi» (p. 8).

Il progetto come azione non neutrale


Orientare quindi il progetto di architettura verso sfide globali
e complesse, pur consentendogli di confrontarsi con l’utopia, ha
una conseguenza molto forte: il progetto non è uno strumento
neutrale, bensì è uno strumento finalizzato a raggiungere obiet-
tivi (ambientali, sociali) che vanno oltre il mero fatto costrutti-
vo ma abbiano un impatto sulla società. Come afferma Lefebvre
(1968), «lo spazio non è mai neutrale; è un prodotto sociale, mo-
dellato da interessi e poteri specifici, e il progetto architettonico
deve tener conto di questa complessità» (p. 51).
L’ipotesi contraria, ovvero di un progetto neutrale in quan-
to indipendente dalle pulsioni e dalle esigenze della società, non
solo appare come una semplificazione eccessiva che isola il fare
progettuale da altre discipline ma pone un serio problema di na-
tura etica nel momento in cui tale approccio coincide con quanto
predicato da grandi operatori di sviluppo immobiliare e lobby fi-
nanziarie globali, ad essi collegate. Questo processo, come sotto-
linea Harvey (2012), vede l’architettura trasformarsi in un mezzo
per «legittimare le disuguaglianze sociali e per perpetuare logiche
di accumulazione del capitale» (p. 87). Di conseguenza l’archi-
tettura, se non praticata con costante sguardo critico rispetto ai
mutamenti della società contemporanea, rischia nei fatti di esse-
re svuotata di ogni contenuto etico, divenendo semplicemente
un mezzo (al pari di altri) per raggiungere fini estranei (storica-
mente) alla disciplina e spesso ridotta ad immagine, simulacro di
sé stessa.
In tal senso, è fondamentale porsi domande critiche, come
suggerisce Fraser (2013): «Quale estetica stiamo promuovendo
e a chi appartiene questa visione estetica? L’architettura non do-
vrebbe mai limitarsi a soddisfare gusti elitari o logiche di mercato,
ma deve interrogarsi sulla propria responsabilità sociale» (p. 23).
L’impegno verso una progettazione critica implica, quindi, una

SAGGI TEORICI 23
presa di posizione consapevole che riporti l’architettura anche
alle sue radici disciplinari, recuperandone il ruolo etico e sociale.
Per dirla con Sennett (2008), «il progetto architettonico non può
essere un esercizio tecnico o formale, ma deve essere uno stru-
mento per costruire una società più equa e sostenibile» (p. 112).

Insegnamento guidato dalla ricerca


Un ulteriore punto di riflessione, strettamente collegato a
quelli precedenti, riguarda l’insegnamento basato su di un ap-
proccio scientifico e metodico, quello che gli inglesi definiscono
research-led teaching. Come afferma Healey (2005), «insegnare
attraverso la ricerca significa considerare lo studente come un
co-ricercatore, coinvolgendolo attivamente nell’indagine e nella
comprensione del contesto» (p. 70).
Questo approccio implica innanzitutto la necessità di porsi
delle domande preliminari al progetto, indagando ad esempio i
bisogni o le esigenze di un certo luogo e di una certa comunità. Il
fare progettuale, in questo senso, non è un atto inevitabile bensì
una risposta mirata a specifiche esigenze. Questo approccio è co-
erente con quanto sostenuto da Schön (1983): «Il processo pro-
gettuale non si basa su risposte predefinite, ma su una costante
riflessione in azione, che permette di adattarsi alle complessità
del contesto» (p. 50).
Ecco che allora l’approccio ad una questione, ad una sfida
progettuale quale che essa sia, presupponga il fatto di enucleare
quali siano le domande (della ricerca) e quale la metodologia che
si ritiene più adatta per rispondere a tali domande. Ancora una
volta, il progettista non è colui che “semplicemente” progetta
un qualcosa di dato su di uno specifico “sito di progetto”, ma al
contrario è qui inteso come qualcuno che inquadri i problemi, li
investighi sistematicamente e poi produca delle risposte anche in
termini di modifica tangibile dello spazio. Il progetto, in sostan-
za, è parte integrante della metodologia generale di ricerca e non
si sostituisce ad essa (Delsante et al., 2025).
Le conseguenze di tale approccio sono molteplici, e di grande
interesse: ad esempio la brief del progetto, ovvero il documen-
to che illustra agli studenti cosa fare e viene consegnato nelle
fasi iniziali del corso, non prescrive solamente la costruzione di
un edificio specifico in un luogo preciso, ma invita a rispondere
in modo organico ad una serie di problemi ed esigenze emerse
sul campo (e alcune ancora da far emergere). Questo approccio
consente di insegnare agli studenti a vedere il progetto non solo
come un prodotto finale, ma come un processo in evoluzione. Se
è stato Freire (1970) a ricordare che «l’educazione deve essere un

24 PROGETTARE BENI COMUNI


Pre-selezione funzioni
Project Methodology (part 1) Project Methodology (part 2)
Stakeholders’ engagement
Part 1 - Secondary data Part 3 - Setting the vision
Stakeholder mapping Documents, projects, planning Precedents
(preliminary data collection) Research by design
What is architecture? P2P discussion and review
Our approach to the In considerazione delle associazioni già
project (key sources) Critical attive sul territorio e del progetto del
positioning/1 Comune di attivare i Comitati di Strategic
Workshop su
quartiere e un regolamento dei Beni thinking
via Moruzzi
Comuni, quali spazi possono essere
attivati e con quali soluzioni progettuali? Theory:
precedents analysis
Part 2 - Primary data collection Additional documents Part 4 - Design
(secondary data collection) Design Challenge:
Precedents the temporary
Psycho-geography derive
Sketches, maps, pictures, dimension
videos, critical, reflections... Participation and
Introduction to the place Participatory planning (role-play)
with a selected stakeholder public engagement
Multimedia video,
a presentation, and an A0 Critical mapping
Project
wide physical map Model making / prototyping proposal
SWOT analysis and mapping
1 day workshop on
Evento mostra dei
self-reflections
progetti
Informal interviews with Critical
activists/stakeholders positioning/2 Self-reflective exercise
on pedagogy
and learning process

atto di libertà, che permette agli studenti di diventare agenti criti- Metodologia
utilizzata in
ci del cambiamento sociale» (p. 81), uno degli aspetti più interes- un corso di
santi di un approccio informato dalle pratiche di ricerca, quando progettazione.
Come si deduce
proposto agli studenti, è che stimola proprio una comprensione dallo schema, il
critica della realtà circostante. posizionamento
teorico precede
Un esempio illuminante in tal senso è rappresentato dalla la fase di
Summer School finanziata dal progetto SArPe e tenutasi a Bre- investigazione sul
campo, che precede
scia nel 2023, che ha operato in un contesto di particolare fragilità quella prettamente
sociale, quello della Casa San Vincenzo: una struttura che ospita progettuale.
Metodi pedagogici
persone “non indipendenti” ma con un progetto (di vita e lavora- e partecipativi
tivo) per raggiungere il reinserimento nella società. Lavorare in informano il
processo in maniera
un simile contesto ha significato porre e porsi domande di ricerca trasversale.
fondamentali: quali sono gli obiettivi del progetto? Quali ambi-
zioni sono realistiche e realizzabili nei tempi disponibili? Come
sottolineano Uğur e Can (2021), «i progetti orientati alla ricerca
richiedono una comprensione profonda delle condizioni locali,
ma anche la flessibilità di adattarsi a nuove conoscenze emerse
durante il processo» (p. 32).
Se non è vero che tutte le sfide o le domande siano chiare pri-
ma di iniziare, è importante riconoscere che i tempi del progetto
potrebbero dilatarsi, consentendo una riflessione più approfondita
ed un confronto con gli attori ad esso interessati. Questo approc-
cio è stato ben esemplificato dai colleghi della Istanbul Technical
University durante la seconda edizione della Summer School svol-
tasi ad Istanbul nel 2024, che hanno definito questo metodo come
slow cooking (il cucinare a fuoco lento), suggerendo l’importanza
di una riflessione meditata e graduale, nella quale la progettazione
entra progressivamente a far parte delle azioni con/nel territorio.

SAGGI TEORICI 25
Anche nel caso di Locate, quindi, e compatibilmente con gli
obiettivi formativi del corso, abbiamo inteso approcciare il “pro-
getto” attraverso le lenti prospettiche sopra descritte. Il progetto
di un “parco” ha per noi significato molto di più: è stata la scu-
sa per esplorare e perlustrare Locate alla ricerca di qualcosa che
sorprendesse il nostro sguardo; è stata la l’occasione per com-
prenderne il tessuto sociale e associativo, e la sua potenzialità in
termini di cura del territorio. Il progetto urbano ed architettoni-
co, che pure ha occupato una parte significativa del semestre, si è
inserito organicamente in questa struttura metodologica.
Occuparsi quindi di Locate di Triulzi ha significato confron-
tarsi con un territorio sottoposto a dinamiche globali e pervasive,
che ne discostano la percezione da quella superficialmente per-
cepibile. Basti pensare alla presenza di un mall commerciale che
attrae 3 milioni (!) di visitatori all’anno, al pendolarismo dovuto
alla vicinanza e connessione con Milano (7 minuti di treno da
Rogoredo), al costo delle abitazioni cresciuto significativamente
negli ultimi anni, alla pressione antropica e insediativa su aree
verdi ed edificabili, al delicato equilibrio anche ambientale legato
al Lambro meridionale e alle cascine, fino alle sfide sociali legate
alla composizione multi-etnica, ai nuovi abitanti, al tema del la-
voro, alle sacche di fragilità. Confrontarsi con (alcune di) queste
sfide impone una ricognizione attenta, rigorosa, che vada in pro-
fondità alle cose e non si accontenti di una comprensione super-
ficiale. Significa, con atteggiamento da “ricercatore”, abbandona-
re pre-concetti e aprirsi alla scoperta, all’indagine, alla ricerca di
evidenze e di “pezzi di verità”.

Evolvere dalla nozione di contesto verso il l’essere “situati”


Con il progetto SArPe, abbiamo stabilito l’importanza
dell’“essere situati” o “collocati” nel contesto di riferimento. In
inglese, con situatedness si intende la «dipendenza di significato
(e/o di identità) sulle specificità socio-storiche, geografiche e dei
contesti culturali, sociali e delle relazioni di potere, filosofiche e
ideologiche» (Oxford University Press, 2025). Come afferma lo
stesso Vygotsky, già negli anni ’20, «l’intelligenza individuale è
dipendente dalla sua contestualizzazione, ossia dall’essere inte-
grata in un contesto sociale e culturale» (Vygotsky, 1929/1978).
Inoltre, «le prospettive multiple degli attori sociali sono costrui-
te, negoziate e contestate in modo dinamico» (Oxford University
Press, 2025).
Già Donna Haraway (1988) afferma che ogni punto di vista o
modo di guardare la realtà sia situato e incarnato: «Sto sostenendo
la politica e le epistemologie della posizione, del posizionamento

26 PROGETTARE BENI COMUNI


e della situazione, dove la parzialità e non l’universalità è la con-
dizione per essere ascoltati per fare affermazioni di conoscenza
razionale. […] Sto sostenendo una visione da un corpo, sempre
un corpo complesso, contraddittorio, strutturante e strutturato,
contro la vista dall’alto, dal nulla, dalla semplicità» (Donna Ha-
raway, 1988, p. 589).
Una forma di architettura “situata” riconosce che l’espe-
rienza dell’architettura è legata alle “situazioni” che essa stessa
articola o produce. Lieberman, in un recente articolo, evidenzia
che un approccio situato implica «la costruzione di siti che han-
no significato attraverso il coinvolgimento diretto con i contesti
sociali e culturali» (Lieberman, 2023, p. 78).
Secondo Lieberman, in architettura non esiste ancora niente
di paragonabile al concetto dell’“essere situato” di Donna Ha-
raway, e forse il termine “contesto” è quello che più offre qualche
elemento di assemblaggio di più dimensioni: il contesto storico,
quello sociale, quello culturale, quello pianificatorio, ecc. Ma la
nozione di “contesto” è spesso affrontata in maniera semplifica-
ta, nella quale le diverse componenti possono essere «atomica-
mente separate e costituenti un sito pre-esistente all’interno del
quale un edificio verrà definito» (Liebermann, 2019, p. 365).
Pur tenendo in considerazione i tentativi e le ricerche di ca-
rattere “contestuale” in architettura, dalle “preesistente ambien-
tali” di Rogers al genius loci di Norberg-Schulz, al regionalismo di
Mumford e quello critico di Frampton prima e Liane Lefaivre e
Alexander Tzonis poi, Lieberman sottolinea come troppo spesso
le variabili considerate siano principalmente quelle fisiche-to-
pografiche, che includono le forme e i materiali che circondano
edifici e paesaggi esistenti, o quelle climatiche, benché invece ci
siano molti architetti che includono aspetti sociali, culturali, pia-
nificatori, demografici e anche «della vita quotidiana» (Ahmed et
al., 2023; Delsante&Zambelli, 2023).
Jane Rendell analizza con precisione la relazione tra sito e
situazione: «così come un “sito” può essere definito in termini
fisici e materiali, una “situazione” può essere sia temporale che
spaziale» (Rendell, 2006, p. 154). Rendell sottolinea che il verbo
“situare” descrive l’azione di posizionare qualcosa in un partico-
lare luogo: l’“essere situato”, quindi, rappresenta un modo di in-
teragire con le qualità dei processi del situarsi o dell’essere situati
(Rendell, 2006).
Per Adele Clarke «[Sono necessari metodi di analisi situa-
zionale] che mirino intenzionalmente a catturare le comples-
sità piuttosto che mirare alle semplificazioni; che chiariscano i
processi di cambiamento nelle situazioni così come chiariscano

SAGGI TEORICI 27
modelli e stabilità; che districhino gli agenti e le posizioni in
modo sufficiente a rendere chiare le contraddizioni, le ambiva-
lenze e le irrilevanze» (2005, p. 365).
Lieberman sottolinea dunque l’esigenza di andare oltre la no-
zione limitante di contesto e abbracciarne un’altra, nella quale il
sito è «costruito, non dato» (p. 367) attraverso quelli che Barad
(2007) descrive come “fenomeni” e include in un framework di
carattere epistemologico-ontologico-etico, nel quale i fenomeni
sono ontologicamente inseparabili dagli agenti e dalle compo-
nenti in essi integrate. «Comprendere i siti come fenomeni, come
relazioni» diviene quindi per Lieberman (p. 3) uno dei compi-
ti che vengono anche assegnati agli studenti, cosicché possano
partecipare alla “costruzione” di siti complessi adatti ad inter-
venti dal di dentro (intraventions). D’altra parte anche Aldo Rossi
(1981) affermò che sono le relazioni tra le cose, più che le cose
stesse a contare, con simile attitudine relazionale.
In sostanza, ritornando anche alle domande del progetto,
secondo Lieberman dobbiamo farci quelle che riflettano sul po-
sizionamento etico e politico: «Cosa stiamo includendo, e cosa
stiamo escludendo? Quali tagli sono abilitanti, e quali limitanti?»
(Lieberman, 2019, p. 372).
Da notare come, a questo approccio del collocarsi e situarsi
accettando la complessità relazionale oltre le possibili limitazio-
ni della pratica convenzionale e del contestualismo fisico-ma-
teriale, Lieberman associ poi i termini del “porre attenzione” e
della “cura” (concern e care), come atteggiamenti attivi verso il
sito nel quale si opera.
Quanto sopra descritto può avere un impatto molto signifi-
cativo sull’insegnamento dell’architettura e sull’organizzazione
di un laboratorio progettuale: se l’obiettivo si sposta progessiva-
mente vicino all’oggetto della nostra ricerca, e se aspiriamo a far-
lo in modo meno “ortogonale” rispetto a quanto si faccia conven-
zionalmente, anche gli strumenti che useremo saranno differenti
(vedi anche Delsante et al., 2024).
Havik & Arlandis (2022) ad esempio ci spiegano che «attra-
verso contatti con altre discipline, lo studio ha indagato per un
certo numero di anni una molteplicità di strumenti come la de-
scrizione letteraria, il montaggio, la narrazione/e, la scrittura di
scenari, l’etnografia visiva, il lavoro sul campo impegnato, la no-
tazione coreografica o la mappatura speculativa» (p. 540).
Gli studenti sono quindi incoraggiati a sviluppare metodi
anche sperimentali di analisi e di progettazione, in modo da po-
tersi impegnare in prima persona con le situazioni del luogo e
gli abitanti. I processi di apprendimento si trasformano, vengono

28 PROGETTARE BENI COMUNI


Un manifesto
pedagogico prodotto
all’inizio del corso
di composizione
architettonica.
Riflette la posizione
degli educatori, e
viene comunicata
e discussa con i
discenti. Include
assunti teorici ma
anche strumenti e
potenziali metodi di
lavoro.

plasmati dai luoghi e dall’incontro con le persone: «per noi, es-


sere situati significa quindi rispondere alle particolari condizioni
locali e alle voci; Così, qualsiasi architettura che possiamo pro-
porre deve nascere dall’incontro con queste condizioni: fare-con,
pensare-con, sentire-con» (p. 541).

Esiti del progetto SArPe: un catalogo di strumenti e


metodi a supporto del progetto
Uno dei primi risultati tangibili del progetto SArPe, ottenuto
attraverso la collaborazione con altre tre istituzioni universitarie
(Istanbul Technical University, University of Malaga e TU Delft)

SAGGI TEORICI 29
è stato un “catalogo” di tecniche, metodi e strumenti utilizzabili
nell’insegnamento dell’architettura. È inteso come uno strumen-
to collettivo e collettaneo di metodi anche molto diversi tra loro.
Al tempo stesso è inteso come uno strumento dinamico: nono-
stante ci fossimo dati un obiettivo anche quantitativo da raggiun-
gere nell’ambito del progetto, questo strumento è in verità inteso
come un qualcosa di aperto e non finito. In questo senso il catalo-
go oltre ad essere Open Access è uno strumento che viene testato
durante il progetto migliorato e aggiornato e chi si offrirà ad altre
sperimentazioni ben oltre la fine del progetto accogliendo a sua
volta esiti e sollecitazioni dall’esterno.
Guardando con sguardo molto generale all’elenco degli stru-
menti e dei metodi raccolti, ai quali hanno contribuito più unità
di ricerca, mi sembra di poter assumere e riconoscere almeno tre
categorie di strumenti.
La prima raccoglie quegli elementi che sicuramente appar-
tengono convenzionalmente all’insegnamento del laboratorio di
architettura (o alla riflessione su di esso), ma che qui vengono in-
terpretati e modulati in relazione all’obiettivo del progetto che è
quello di collocarsi di situarsi in prossimità della dimensione so-
ciale del territorio: ecco che concetti quali quello di Live Projects
(i c.d. progetti reali o realistici calati nel territorio) vengono rein-
terpretati e modulati in maniera più specifica.
Oltre a questi, vengono enucleati una serie di strumenti di
natura anche interdisciplinare, atti a studiare, interpretare e ana-
lizzare il contesto di riferimento: appartengono a questa catego-
ria strumenti convenzionali come l’analisi SWOT ed altri più par-
ticolari e aperti alla dimensione critico interpretativa della realtà
del mondo quale la dérive psico-geografica.
Una terza categoria raccoglie infine quegli elementi più spe-
cificatamente pedagogici legati al come organizzare e portare
avanti un laboratorio di progettazione. Ecco che allora il concet-
to per esempio di affordances (che potremmo definirlo un “invito
all’uso”) richiama l’importanza dell’organizzazione spaziale del
laboratorio e del modo in cui docenti e discenti interagiscono,
ma attiene anche alle pratiche di interazione tra studenti (peer to
peer) ma anche tra studenti e stakeholders.
Aver messo insieme un primo repository di metodi e stru-
menti per l’insegnamento dell’architettura con specifico riferi-
mento a pratiche pedagogiche situate è al tempo stesso un risul-
tato ed un punto di partenza.
È un risultato nel senso che ha imposto di fare delle scelte e
di “dare un nome alle cose”: un certo “sapere tacito” che espri-
me in architettura una conoscenza del luogo e del suo potenziale

30 PROGETTARE BENI COMUNI


immaginifico (genius loci) viene qui esplicitato. Significa affermare
che nella propria cassetta degli attrezzi vi sono alcuni strumenti.
Questi strumenti, con fare metodologico affine alla ricerca, sono
quelli che possono servire per rispondere a certe domande.
Ed è un punto di partenza nel senso che rappresenta uno
strumento utile anche per investigare processi e fenomeni an-
che complessi e stratificati. Molti degli strumenti che sono stati
catalogati consentono di fornire delle risposte più articolate di
investigare più nel profondo anche in termini spaziali il contesto
di riferimento nel quale il progetto si colloca.
Peraltro offre un ampio panorama di metodi creativi e visuali:
specialmente nel nostro caso, come architetti, rappresenta chia-
ramente una presa di posizione nella quale strumenti conoscitivi
di natura specificamente artistica (schizzi, fotografia, disegni)
possono essere altrettanto utili quanto quelli utilizzati da altre
discipline.
Il progetto SArPe ha ottenuto un duplice effetto: da un lato ci
ha consentito di riflettere su quegli strumenti metodologici che
utilizzavamo già da tempo, consentendo quindi una riflessione
anche critica sul loro utilizzo. In secondo luogo, ha consentito di
ampliare lo sguardo e ipotizzare uno sviluppo delle analisi e del
progetto in tempi e modi diversi, anche in relazione agli obiettivi
formativi e alle risposte degli studenti. Questo è particolarmente
interessante perché dimostra che in verità l’insieme degli stru-
menti che vengono utilizzati in un ciclo didattico sia di fatto un
insieme dinamico che viene tarato in base alle esigenze specifiche
di quel luogo e del progetto.
Una delle attività previste dal progetto SArPe è proprio quella
di confrontarsi tutti gli anni con i partners di progetto in merito
alla revisione dei syllabi dei corsi coinvolti attivamente nel pro-
getto. In questo senso il fine di questo catalogo non è un mero
elenco fine a se stesso bensì uno strumento da mettere in azione
e sfruttare per migliorare in definitiva la qualità della didattica
dei laboratori progettuali. Questo, sia chiaro, avviene in maniera
non impositiva e su base volontaria, ma anche in parallelo e indi-
pendentemente nelle diverse sedi. Rappresenta però l’occasione
per il monitoraggio e l’autovalutazione della propria attività di-
dattica nell’ipotesi di avere riscontri positivi dalle attività poste
in essere.

Conclusioni
In conclusione, quanto sopra descritto corrisponde ad una
riflessione, tuttora in corso e in parte restituita attraverso altri
contributi in questo volume, su come approcciare e quali attività

SAGGI TEORICI 31
organizzare nel momento in cui ci si appresta a svolgere un pro-
getto in un determinato luogo e con gli stakeholders di riferimento.
L’impostazione data ha voluto richiamare l’importanza di
effettuare un dettagliato lavoro sul campo fin dall’inizio per co-
noscere, “toccare con mano” il sito attraverso punti di vista al-
tamente soggettivi. Prevede il fatto di interagire con molteplici
soggetti e ascoltarne le voci, al plurale, in linea con quanto sug-
gerito da Haraway quando afferma: «Ascoltare le voci plurali e
contraddittorie permette di vedere il mondo da prospettive di-
verse e situate» (Haraway, 1988, p. 590). Questo approccio mira
a costruire un processo che faccia emergere anche le criticità e i
conflitti, talvolta latenti. Si confronta con realtà urbane comples-
se e stratificate (quale che sia il “sito” di progetto), richiedendo
la capacità di cogliere la ricchezza e le dinamiche di tali contesti.
È una scelta, molto distante dall’atteggiamento prevalente
nei media e votato all’immediatezza, ma anche da quello presente
su molte riviste di settore dove talvolta sembra prevalere l’aspet-
to visuale. Privilegiare invece la profondità dello sguardo, talvolta
a discapito dei tempi ovvero della velocità di esecuzione, è però
una scelta precisa. Saranno chiaramente i risultati del progetto
nella sua articolazione anche internazionale, così come gli esiti
derivanti dalle sperimentazioni progettuali, a darci un’indicazio-
ne e la prospettiva sul senso e la portata di questa iniziativa.

32 PROGETTARE BENI COMUNI


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SAGGI TEORICI 33
Patto di sussidiarietà Murales (Montorio). e artista. Il processo partecipativo ha
Il secondo caso studio si concentra su un incluso passaparola, mentre il finanziamento
doppio Patto di Sussidiarietà nel quartiere è stato ottenuto tramite crowdfunding e
di Montorio, frazione di Verona, legato alla donazioni da parte dei residenti. Il Comune
realizzazione di un murales sulla parete ha svolto un ruolo di supporto nella gestione
vuota della biblioteca locale. La creazione organizzativa, dimostrando come la cooperazione
di un murales è stato un intervento di tra istituzioni e cittadini possa favorire la
riqualificazione visiva del murales, espressione rigenerazione degli spazi urbani.
di una progettualità condivisa tra cittadini
VERSO UN’AMMINISTRAZIONE CONDIVISA 35
STRUMENTI E PROCESSI PER I BENI COMUNI LINDA MIGLIAVACCA

Questo saggio illustra i primi passi percorsi per la ricerca di


dottorato dal titolo “Cittadinanza attiva, beni comuni e archi-
tettura”, supportata dal PNRR ex art. 118 in collaborazione con
una Pubblica Amministrazione. Nel periodo tra ottobre 2023 e
settembre 2024 è stata avviata una fase di ricerca preliminare
volta a individuare, nel contesto dei Comuni italiani, esempi di
Pubbliche Amministrazioni virtuose nel supporto a progetti sui
beni comuni, alla partecipazione dei cittadini e ai processi di tra-
sformazione e cura della città dal punto di vista architettonico.
La ricerca nasce dall’esigenza di investigare lo stato dell’arte delle
Amministrazioni nella gestione dei rapporti collaborativi con la
cittadinanza e avviare una mappatura degli strumenti attivi per
supportare processi di “comunanza urbana” (Belingardi, 2015).
Nello stesso periodo, è stato anche individuato il caso studio di
Locate di Triulzi come Pubblica Amministrazione di riferimento
per sviluppare il progetto di tesi.
La piccola cittadina del sud-Milano è stata scelta come caso
studio per due motivazioni: da un lato, per la natura del progetto
di Dottorato e la forte collaborazione già avviata in passato tra
l’Amministrazione di Locate e l’Università attraverso numero-
si progetti; mentre da un punto di vista più operativo, lo stato
dell’arte della città presentava sviluppi interessanti sulle temati-
che della partecipazione e dei beni comuni. In particolare, l’Am-
ministrazione ha manifestato l’esigenza di avviare un percorso
di consolidamento dei comitati di quartiere come strumento per
incentivare e rafforzare la partecipazione dei cittadini. Il termine
“consolidare” è significativo, poiché i comitati erano stati istituiti
con una delibera di giunta nel dicembre 2019 come organismi di
“Partecipazione e Cittadinanza Attiva”, introducendo solamen-
te delle linee guida. Tuttavia, l’epidemia da COVID-19 dell’anno
successivo ha interrotto il processo, impedendo il coinvolgi-
mento effettivo della cittadinanza e la sperimentazione concre-
ta di questo strumento. Si tratta, quindi, di uno slancio volto ad
aumentare la partecipazione attiva e a fornire un vero e proprio
supporto attraverso strumenti validi sia per i cittadini attivi che
per l’Amministrazione.
Proprio da queste richieste e considerazioni, è stato svilup-
pato un approccio metodologico con l’obiettivo di approfondire
lo stato attuale del rapporto tra amministrazione, cittadini e beni
comuni, per poter proporre una soluzione più consapevole e stu-
diata, capace di affrontare al meglio i rischi legati a questo tipo di
processi, soprattutto quando vengono attivati dall’“alto” verso il
“basso”.
Perciò, in questo testo viene riassunto il processo di studio
e analisi dello stato dell’arte delle Amministrazioni italiane ri-
guardo il tema dei beni comuni a livello di strumenti, modalità
e progettualità della cittadinanza a partire da Bologna 2014 fino
ad arrivare a Bologna 2024. Prendendo in considerazione i rife-
rimenti legislativi, che si sono evoluti negli ultimi dieci anni, ma
soprattutto dei nuovi strumenti che introducono ancora di più
il tema della sussidiarietà orizzontale (Allegretti, 2008), come
ad esempio il tema dell’Amministrazione Condivisa associata a
processi di co-programmazione e co-progettazione, derivanti dal
Nuovo Codice del Terzo Settore/CTS (Decreto legislativo 3 luglio
2017, n. 117, artt. 55, 56 e 71).
Il caso più virtuoso, illustrato successivamente, è rappresen-
tato dal nuovo regolamento di Bologna, che, a seguito di una scel-
ta politica volta a “forzare” l’interpretazione del CTS e ad amplia-
re la platea di soggetti coinvolti nella fase di co-programmazione
e co-progettazione, ha rafforzato la collaborazione tra cittadini e
Comune, favorendo lo sviluppo di progetti innovativi capaci di
stimolare il senso di cura, appartenenza e radicamento nella città.
L’analisi è stata sviluppata tenendo conto anche dell’impatto dei
processi sulla comunità, sulla città e sugli spazi con focus l’indivi-
duazione di una proposta metodologica sia dal punto di vista re-
golamentare, ma soprattutto culturale, sociale e dell’architettura.
L’idea è di poter sviluppare anche, in futuro, una metodologia di
co-valutazione dell’impatto dei processi nei precedent sia dal pun-
to di vista architettonico che di impatto sociale e in relazione alla
produzione di capitale sociale.

A Locate: necessità e sfide emerse dall’analisi preliminare


Ad oggi, analizzando lo stato dell’arte, il Comune si trova in un
contesto molto vivace dal punto di vista dell’associazionismo dei
cittadini nel territorio. Le associazioni totali mappate sono circa
quaranta ed è possibile affermare che la maggior parte di esse
partecipano alle numerose iniziative organizzate dal Comune e

36 PROGETTARE BENI COMUNI


che ne organizzino altrettante per stimolare la comunità locale.
Per l’individuazione degli stakeholder, ci si è inizialmente affidati
al parere dell’Amministrazione in quanto più consapevole delle
associazioni che sono effettivamente più presenti sul territorio
rispetto ad altre. Per poi proseguire con un esercizio di mappa-
tura delle realtà attive, anche mettendole in relazione e visualiz-
zando il tessuto sociale esistente. L’obiettivo principale è stato
quello di individuare cittadini attivi e organizzazioni non ancora
mappate, per favorire un processo partecipativo più inclusivo e
ampio, puntando sul creare un progetto che rispecchi le diversità
attraverso un coinvolgimento multi-attoriale.
Il primo passo avviato a Locate è stato un’analisi preliminare
del territorio attraverso un’attività di fieldwork, seguita dalla rac-
colta di dati secondari per mappare i processi di partecipazione
pregressi. Per poi optare per una fase di raccolta dati primari con
l’intenzione di verificare e integrare le informazioni attraverso il
coinvolgimento attivo degli attori locali, sia dell’Amministrazio-
ne che dei cittadini.
È emerso che, precedentemente all’introduzione dei comita-
ti di quartiere, vi sono stati processi partecipativi nella storia di
Locate Triulzi. Infatti, seguendo l’onda dei processi di Bilancio
Partecipativo, anche a Locate nel 2005 è stato avviato il progetto
“[Link]” (Partecipa Locate), ovvero un processo decisionale di
bilancio con la consultazione della cittadinanza per un interven-
to della viabilità stradale e di modifica del servizio di trasporto
pubblico. Un tentativo, più recente, che poi è lo stesso per cui
l’Amministrazione ha cominciato a preoccuparsi di questi temi,
è quello di soddisfare un’esigenza nata da un’associazione, ovve-
ro quello di responsabilizzarsi rispetto alla cura del territorio e
occuparsi di uno spazio aperto. La soluzione proposta dall’Am-
ministrazione è stata l’attivazione di un contratto di sponsoriz-
zazione, simile a quelli utilizzati dalle aziende, per la cura di una
nuova rotatoria a Locate (la rotonda di via Piave). Un tipo di con-
tratto molto impegnativo dal punto di vista burocratico, ma che
anche non rispecchiava la natura vera della volontà dell’associa-
zione, ovvero di cura e di responsabilizzazione nel rispetto della
città e della collettività. In questo caso, la soluzione più semplice
sarebbe stato attivare un patto di collaborazione, ma ciò non è
stato fatto per l’assenza, ma anche poca conoscenza all’interno
dell’amministrazione, degli strumenti di Amministrazione Con-
divisa esistenti in Italia. Nonostante tutto, però, questo progetto
di cura è stato accordato e sta avendo successo sia a livello di
visibilità, sia come “buon esempio” per le altre associazioni del
territorio.

SAGGI TEORICI 37
Proprio in risposta alle caratteristiche di questo contesto,
contraddistinto da un vivace associazionismo da un lato e da una
scarsa conoscenza degli strumenti per il supporto della parteci-
pazione attiva della cittadinanza dall’altro, si è deciso di avviare
un percorso più completo. Infatti, le necessità emerse a livello
locale si sono rivelate più profonde di quelle inizialmente indi-
viduate dall’Amministrazione, che riguardavano principalmente
il consolidamento dei comitati di quartiere. L’evidente volontà,
sia dell’Amministrazione che dei cittadini, di prendersi cura degli
spazi della propria città ha portato ad un ampliamento del focus
del processo di ricerca, dai comitati di quartiere ai beni comuni e
alla partecipazione attiva della cittadinanza.
Di conseguenza, si è deciso di anticipare l’analisi delle best
practice e di affiancarla allo studio del caso specifico, con l’obiet-
tivo di definire un approccio metodologico adeguato al contesto
locale. La fase preliminare di ricerca esplora modelli italiani di
co-governance dei beni comuni urbani (Foster & Iaione, 2022),
ponendo particolare attenzione al ruolo della cittadinanza attiva
e alla collaborazione con l’Amministrazione. L’obiettivo è indi-
viduare strategie e modelli efficaci per adattare gli strumenti di
democrazia partecipativa alla realtà locale di Locate di Triulzi,
affrontando le sfide legate alla sostenibilità nel tempo e alla dif-
fusione della cultura partecipativa tra amministratori e cittadini.

Beni Comuni e Amministrazione Condivisa:


lo stato dell’arte delle Amministrazioni italiane
La ricerca ha avuto inizio con l’individuazione di esperien-
ze rilevanti in ambito nazionale, selezionando una serie di casi
studio che potessero rappresentare esempi virtuosi nei processi
di gestione partecipata e valorizzazione dei beni comuni urbani.
I casi sono stati individuati considerando sia la dimensione urba-
na, suddividendo le città in piccole, medio-piccole e medio-gran-
di per cogliere l’impatto della scala sul processo di gestione e
partecipazione, sia la presenza di strumenti normativi e ammi-
nistrativi a supporto della co-governance dei beni comuni. Tra
questi, particolare attenzione è stata rivolta al Regolamento dei
Beni Comuni e ai relativi patti di collaborazione, al Bilancio par-
tecipativo e ad altri strumenti di co-progettazione e co-program-
mazione, oltre alla presenza di Comitati di Quartiere o organismi
equivalenti. Un ulteriore elemento di valutazione ha riguardato
la qualità di questi strumenti e processi, con particolare attenzio-
ne all’effettivo ascolto e alla co-progettazione con la cittadinanza
nella realizzazione di trasformazioni tangibili nel contesto urba-
no e sociale.

38 PROGETTARE BENI COMUNI


In questa fase di ricerca ad ampio contesto, è possibile affer-
mare che alcuni Comuni individuati hanno sviluppato strumenti
paralleli, come la mappatura degli stakeholder, albi delle associa-
zioni, dichiarazioni di uso civico e collettivo, che sono stati an-
ch’essi presi in considerazione. Le differenze incontrate e i “casi
singoli” sono frutto della grande sperimentazione che esiste nel
territorio italiano dovuto alla recente storia di queste tematiche e
alla sua ampiezza. Questa analisi preliminare ha permesso di in-
dividuare una prima coorte di Comuni da esaminare in modo più
approfondito attraverso un’analisi comparativa e una successiva
fase di osservazione diretta.
Una volta selezionati i precedenti più significativi, si è pas-
sati a una fase di approfondimento metodologico, combinando
analisi critica, comparazione e lavoro sul campo. Dapprima, si è
proceduto alla raccolta di dati secondari utili per comprendere le
dinamiche amministrative, sociali e spaziali. A seguito, la ricerca
preliminare è culminata nella scelta di visitare un totale di otto
Comuni (tra cui Pieve Emanuele, Cremona, Verona, Brescia, Pa-
dova, Bologna, Reggio Emilia e Napoli) per la raccolta di dati pri-
mari. La selezione è avvenuta in base a diversi criteri, consideran-
do anche eventuali limitazioni spaziali e la comparabilità con il
caso studio. Le attività di ricerca condotte hanno incluso sopral-
luoghi e osservazioni dirette per comprendere l’impatto urbano
e sociale dei processi partecipativi, interviste semi-strutturate
con tecnici comunali, assessori, stakeholder e portavoce dei patti
di collaborazione, oltre a etnografie architettoniche finalizzate a
comprendere il ruolo dello spazio fisico nella costruzione di pra-
tiche collaborative. Sono state, inoltre, svolte analisi documentali
e ricerche d’archivio per ricostruire i processi amministrativi e le
trasformazioni nel tempo. Questa metodologia ha consentito di
esplorare non solo gli strumenti adottati, ma anche le modalità
con cui sono stati applicati, individuando ostacoli, buone prati-
che e fattori critici di successo.
Successivamente, si è passati a un’analisi critica per eviden-
ziare le specificità di ogni contesto e verificare le limitazioni im-
poste dalla metodologia, fino ad arrivare alla scelta definitiva del-
le best practice. L’indagine sui precedenti italiani ha permesso di
raccogliere numerosi insegnamenti, infatti, emerge la necessità
di responsabilizzare cittadini e tecnici comunali per garantire
un’efficace attuazione degli strumenti partecipativi, l’importanza
di adottare regolamenti progressivi e adattabili alle esigenze lo-
cali e la facilitazione della partecipazione tramite strumenti sem-
plici e inclusivi. Pur essendo più di 300 i Comuni italiani ad aver
adottato regolamenti sui beni comuni, solo una minoranza ha

SAGGI TEORICI 39
Tabella riassuntiva sviluppato processi realmente partecipativi e istruito adeguata-
dell’analisi
comparativa tra mente la cittadinanza. Parallelamente, l’evoluzione normativa ha
le best practice aperto nuove prospettive per la gestione partecipata degli spazi
individuate
nel contesto urbani. Con il Testo Unico sugli Enti del Terzo Settore, si assiste
delle Pubbliche a una crescente tendenza ad affidare la gestione di beni comuni
Amministrazioni
italiane. alle comunità locali, con l’obiettivo di promuovere la produzione
di capitale sociale e la cura del territorio. Gli strumenti di co-pro-
gettazione e co-programmazione stanno assumendo un ruolo
centrale nelle politiche urbane, ma la loro implementazione ri-
chiede un’attenta valutazione e un supporto strutturato da parte
delle amministrazioni.
Di seguito verranno illustrate le best practice (Bologna, Verona
e Padova) con particolare attenzione alla scelta degli strumenti
e agli step affrontati per portare a termine l’adozione “riuscita”
di strumenti partecipativi. Processi da cui si è preso spunto per
trarre conclusioni più specifiche e adattabili al caso studio.
Il risultato di questa prima fase, è stato la modifica del pun-
to di vista della Pubblica Amministrazione di Locate di Triulzi,
la quale ha scelto di orientarsi maggiormente verso il concetto
di “Amministrazione Condivisa” piuttosto che sui Comitati di
Quartiere, esplicitando così un processo di condivisione e ap-
prendimento di nuove conoscenze.

40 PROGETTARE BENI COMUNI


Bologna e l’Amministrazione Condivisa come metodo
Il Comune di Bologna ha introdotto un cambiamento signifi-
cativo nella gestione dei beni comuni urbani, diventando il primo
in Italia ad approvare il “Regolamento sulla Collaborazione tra
Cittadini e Amministrazione per la Cura e la Rigenerazione dei
Beni Comuni Urbani” nel 2014. Questo regolamento, innovativo,
ha rappresentato un passo avanti fondamentale nella promozio-
ne del principio di sussidiarietà, favorendo una gestione condivi-
sa del patrimonio urbano. In questo contesto, il regolamento di
Bologna ha permesso di declinare operativamente questo princi-
pio, coinvolgendo attivamente i cittadini nella cura e nella rige-
nerazione dei beni comuni.
Uno degli aspetti più innovativi del regolamento è stato quel-
lo di formalizzare un’alleanza tra il Comune e i cittadini. Questa
collaborazione ha comportato una condivisione di responsabilità
nella gestione del territorio urbano, con l’obiettivo di migliorare
la qualità della vita e la sostenibilità della città. Attraverso questa
alleanza, i cittadini hanno potuto proporre interventi di cura e
rigenerazione, che sono stati poi co-progettati insieme all’Am-
ministrazione comunale e sono stati disciplinati da appositi patti
di collaborazione. I Patti di Collaborazione rappresentano uno
strumento essenziale per colmare il divario tra cittadini e am-
ministrazione. Permettono di instaurare una relazione di fiducia
e cooperazione, facilitando la partecipazione attiva dei cittadini
nella gestione del territorio e nella cura dei beni comuni. L’obiet-
tivo principale è quello di valorizzare il capitale umano e sociale,
coinvolgendo i cittadini in un processo di co-creazione che arric-
chisce la comunità e migliora la qualità della vita urbana. Colla-
borare con la cittadinanza permette di produrre capitale sociale,
creando reti di solidarietà e cooperazione che rafforzano il tes-
suto sociale. I cittadini, attraverso il loro impegno e la loro par-
tecipazione, contribuiscono a costruire una comunità più coesa
e resiliente, capace di affrontare le sfide collettive con maggiore
efficacia.
Nel 2023, il Comune di Bologna ha introdotto un nuovo “Re-
golamento sulle forme di collaborazione tra soggetti civici e am-
ministrazione per lo svolgimento di attività di interesse generale
e per la cura e la rigenerazione dei beni comuni urbani”. Questo
aggiornamento rappresenta un ulteriore passo avanti nell’evolu-
zione della governance urbana partecipativa e nella promozione
di un’Amministrazione Condivisa. A livello statutario, il nuovo
regolamento recepisce e formalizza il modello dell’Amministra-
zione Condivisa, integrando principi innovativi e ampliando le
opportunità di collaborazione tra cittadini e amministrazione.

SAGGI TEORICI 41
Esso si allinea con il CTS, introducendo riferimenti espliciti alla
co-progettazione e co-programmazione. Questo approccio fa-
vorisce un dialogo continuo e costruttivo tra l’amministrazione
comunale e i cittadini, consentendo una pianificazione condivisa
delle iniziative di cura e rigenerazione urbana. La co-progettazio-
ne permette di integrare le competenze e le risorse dei cittadini
con quelle del Comune, creando sinergie positive per lo sviluppo
sostenibile del territorio.
Un’altra innovazione significativa del nuovo regolamento è
l’ampliamento dell’ambito soggettivo di applicazione. Non solo
gli enti del Terzo Settore (ETS), ma anche associazioni non ETS,
gruppi informali, cittadini singoli e altre tipologie di soggetti civi-
ci possono partecipare attivamente alle fasi ci co-programmazio-
ne e co-progettazione. Questa inclusività consente di instaurare
differenti tipologie di relazioni tra l’amministrazione e una vasta
gamma di attori civici, valorizzando la diversità delle competen-
ze e delle esperienze presenti nella comunità. I soggetti civici,
nell’ambito del nuovo regolamento, svolgono attività di interesse
generale complementari e sussidiarie rispetto a quelle del Co-
mune. Le pratiche di cura e rigenerazione dei beni comuni sono
caratterizzate come manifestazioni di intraprendenza civica, ri-
conoscendo il ruolo fondamentale dei cittadini nell’arricchire il
tessuto sociale e migliorare la qualità della vita urbana. Questo
riconoscimento formale delle iniziative civiche come parte inte-
grante della gestione urbana rafforza il senso di appartenenza e
responsabilità condivisa tra cittadini e amministrazione.
Il Comune di Bologna, con l’introduzione del nuovo regola-
mento, ha rafforzato il suo impegno verso una gestione parteci-
pativa e inclusiva dei beni comuni urbani. Questo regolamento
non solo formalizza il modello dell’Amministrazione Condivisa,
ma amplia le possibilità di collaborazione tra cittadini e Ammi-
nistrazione, riconoscendo il valore delle iniziative civiche e pro-
muovendo un approccio integrato alla rigenerazione urbana. L’e-
sperienza di Bologna continua a essere un punto di riferimento
per altre città interessate a sviluppare pratiche di governance par-
tecipativa, offrendo un modello dinamico e inclusivo di gestione
urbana sostenibile.
Una delle sfide principali che il Comune di Bologna sta af-
frontando riguarda la necessità di dotarsi di un sistema efficace
per monitorare, valutare e correggere l’impatto dei progetti rea-
lizzati attraverso i patti di collaborazione. Un sistema di monito-
raggio è essenziale per assicurare che i progetti raggiungano gli
obiettivi prefissati e per apportare eventuali correzioni in corso
d’opera.

42 PROGETTARE BENI COMUNI


Verona come esempio di sussidiarietà
L’amministrazione di Verona ha messo in atto vari strumenti
partecipativi per coinvolgere i cittadini nella gestione del terri-
torio. Tra questi, il “Regolamento per l’Attuazione della Sus-
sidiarietà Orizzontale”, i Patti di Sussidiarietà, il “Laboratorio
per la Sussidiarietà e l’Innovazione Amministrativa”, il Bilancio
Partecipativo 2022 e le Circoscrizioni. Il regolamento è stato re-
datto attraverso un processo partecipativo, il “Laboratorio”, che
ha coinvolto attivamente i cittadini nella sua stesura. Questo ha
permesso di adattare le norme alle specifiche esigenze della co-
munità locale, rendendo il regolamento più vicino alle realtà e ai
bisogni dei cittadini.
Nel 2017, il Comune di Verona ha adottato il primo “Regola-
mento per l’Attuazione della Sussidiarietà Orizzontale mediante
Interventi di Cittadinanza Attiva” che ha segnato un’importante
svolta nel coinvolgimento dei cittadini nella gestione del territo-
rio, mentre nel 2021 ha avviato un processo per l’approvazione
di un nuovo regolamento ancora più aggiornato. Quest’ultimo
rappresenta un passo significativo verso un’amministrazione
più inclusiva e partecipativa, che vede i cittadini non solo come
destinatari di servizi, ma come attori protagonisti nella cura e
nella gestione dei beni comuni. Inoltre, adattandosi anch’esso al
CTS è stato introdotto come processo fondamentale quello della
co-progettazione dei processi di intervento sui beni comuni.
Per garantire l’efficacia e l’efficienza dei patti di sussidiarietà,
Verona ha creato una struttura di supporto ben articolata. Questa
comprende un ufficio dedicato, un referente per i patti in ciascun
ufficio dell’amministrazione e il “Laboratorio per la Sussidiarietà
e l’Innovazione Amministrativa”, sostenuto da un comitato di ge-
stione paritetico e da tavoli settoriali. L’ufficio dedicato è il pun-
to di riferimento centrale per tutte le attività relative ai patti di
sussidiarietà. Esso coordina le diverse iniziative e assicura che le
pratiche siano gestite in maniera efficiente e trasparente. Il refe-
rente per i patti in ciascun ufficio dell’amministrazione garanti-
sce un collegamento diretto e continuo tra i cittadini e l’ammini-
strazione, facilitando la comunicazione e la risoluzione delle pro-
blematiche. Il “Laboratorio per la Sussidiarietà e l’Innovazione
Amministrativa” rappresenta uno strumento fondamentale per
promuovere l’innovazione amministrativa e sociale. Questo labo-
ratorio funge da spazio fisico e virtuale dove cittadini e ammini-
strazione possono dialogare e collaborare per la gestione dei beni
comuni. Le attività del laboratorio includono incontri, workshop
e altre iniziative volte a favorire la partecipazione e a promuo-
vere forme innovative di gestione del territorio. Il “Laboratorio”

SAGGI TEORICI 43
Patto di sussidiarietà per la creazione di
relazione per il quartiere di Veronetta presso
l’ex edicola.
Il primo caso studio analizzato riguarda il
Patto di Sussidiarietà per la riattivazione
di un’ex edicola storica nel quartiere di
Veronetta a Verona. Questo spazio, un tempo
dedicato alla vendita di giornali e riviste, ha
cessato la sua funzione ed è stato recuperato
attraverso un accordo tra il Comune e alcune
associazioni locali. Il primo passo per la sua
riattivazione è stato l’implementazione di un
servizio di book sharing, una pratica semplice
e replicabile che ha permesso di coinvolgere
i cittadini e rendere il luogo un punto di
scambio culturale.

Villa Are - Patto di sussidiarietà con ospita al suo interno una scuola materna
Comitato NO Alla Vendita di Villa Are. tuttora frequentata. L’accordo ha permesso
Il terzo caso studio riguarda Villa Are, un di preservare il compendio architettonico
complesso storico e agricolo di Verona, la e il fondo agricolo, trasformandolo in un
cui valorizzazione è stata resa possibile agri-parco aperto alla cittadinanza. Villa
da un Patto di Sussidiarietà siglato tra Are rappresenta un esempio virtuoso di
il Comune, il comitato spontaneo “No alla gestione condivisa di un bene comune, in
vendita di Villa Are” e l’Azienda Agricola cui l’integrazione tra pubblico, privato
2 Mori. Il patto è nato in risposta al e cittadinanza attiva ha reso possibile
tentativo di vendita della villa, opponendosi un modello di cura e riuso sostenibile del
alla dismissione di un bene comune che patrimonio urbano e agricolo.

44 PROGETTARE BENI COMUNI


rappresenta uno spazio dove si facilitano i processi di parteci-
pazione e si promuove l’innovazione. I processi di comunanza
urbana riguardano vari ambiti, tra cui ambiente, gestione di spazi
pubblici, mobilità sostenibile, qualità della vita, attività sociali e
culturali, cura del patrimonio pubblico e promozione dello svi-
luppo sostenibile. Il comitato di gestione paritetico è composto
da sei membri con esperienza in materia di beni comuni, mentre
i tavoli settoriali sono organizzati per aree di interesse e sono
supportati da funzionari competenti dell’amministrazione.
Attraverso una struttura di supporto articolata, processi par-
tecipativi e strumenti innovativi, l’Amministrazione di Verona ha
creato un ambiente favorevole alla partecipazione attiva dei cit-
tadini, promuovendo la cura e la valorizzazione dei beni comuni
urbani. Questo approccio non solo migliora la qualità della vita,
ma rafforza anche il senso di comunità e la coesione sociale, ren-
dendo Verona un modello di riferimento per altre città.

Padova e gli usi civici e collettivi


Il Comune di Padova è stato scelto per la sua risposta a pro-
cessi di decentramento avviati dopo il 2015 con l’istituzione, dal
2018, delle Consulte di Quartiere come strumenti di partecipa-
zione popolare, con l’obiettivo di coinvolgere maggiormente i
cittadini nelle decisioni locali.
Seguendo questa spinta di partecipazione nel 2021 è stato ap-
provato il “Regolamento dei Beni Comuni”, il quale cita esplicita-
mente le Consulte di Quartiere quali organi consultivi fondamen-
tale per le decisioni riguardanti i beni comuni di loro interesse.
In aggiunta, il regolamento prevede la creazione di un Consiglio
Civico, composto da rappresentanti delle Consulte di Quartiere,
il quale ha il compito di esprimere pareri non vincolanti sull’am-
missibilità dei patti di collaborazione e dichiarazioni di uso civico
e collettivo, nonché di fare osservazioni sulla redditività civica
delle esperienze monitorate.
Infatti, una delle innovazioni più rilevanti del Regolamento
dei beni comuni è l’introduzione della possibilità di una co-gestio-
ne autorganizzata di spazi della città da parte di comunità di rife-
rimento attraverso lo strumento della dichiarazione di uso civico
e collettivo. Questo approccio consente alle comunità di gestire
direttamente i beni comuni, promuovendo una vera attuazione
della collaborazione orizzontale tra cittadini e amministrazione.
Mentre dal 2021, il Bilancio Partecipativo è gestito dalle Con-
sulte di Quartiere, che con una cifra annuale mappano esigenze
raccolte direttamente dai quartieri e co-progettano con le comu-
nità delle soluzioni. Questo strumento ha permesso alle Consulte

SAGGI TEORICI 45
Casa di quartiere.
Tra i progetti di successo
vi è il recupero dell’ex
scuola Marchesi nel
quartiere Arcella a Padova,
trasformata in una Casa di
Quartiere in collaborazione
con Fondazione Innovazione
Urbana. Questo progetto
ha visto la partecipazione
attiva della comunità
locale e ha contribuito
a creare uno spazio di
aggregazione e servizi per i
residenti. Questi progetti
dimostrano l’efficacia della
partecipazione cittadina
nel migliorare la qualità
della vita nei quartieri,
attraverso la valorizzazione
delle risorse locali e il
coinvolgimento diretto dei
cittadini.

Spazio allegro.
Un altro esempio di buona pratica è rappresentato dall’esperienza
legata a una sala comunale, Sala Pinelli, nel rione Crocefisso
di Padova. Dopo un percorso partecipativo e il coinvolgimento
di una rete di associazioni e cittadini attivi, la sala è stata
riconosciuta come spazio ad uso civico e collettivo attraverso
il progetto “Spazio Allegro”. Questo processo ha portato alla
formalizzazione di una dichiarazione di uso civico, che garantisce
una gestione condivisa e auto organizzata dello spazio da parte
delle realtà locali, rafforzando il legame tra amministrazione e
cittadinanza.

46 PROGETTARE BENI COMUNI


di definire progetti co-partecipati di cura e di responsabilizzare
direttamente i cittadini. La stretta collaborazione con il settore e
con l’assessore competente, nonché la comprensione dei mecca-
nismi del bilancio comunale, ha imposto un impegno considere-
vole alle Consulte di Quartiere, ma ha anche offerto l’opportunità
di rendere il processo decisionale più trasparente e partecipativo.
Nonostante le sfide, l’amministrazione di Padova ha dimo-
strato un impegno costante nel promuovere la partecipazione at-
tiva dei cittadini. La recente sperimentazione della dichiarazione
di uso civico e collettivo rappresenta un ulteriore passo avanti
verso una gestione più inclusiva e partecipata dei beni comuni.

Dall’analisi comparativa dei precedenti alle best practice


A seguito delle esperienze dirette, è stato possibile avviare
un’analisi comparativa per individuare quelle più virtuose analiz-
zando in profondità i pro e i contro di ogni strumento, calandosi
nella realtà specifica di ogni Comune, considerando le differenze
tra piccoli e grandi centri e le loro strutture organizzative (Ca-
pone, 2016), e interpretare al meglio le esigenze delle comunità
locali. Questo processo di analisi è avvenuto attraverso un con-
fronto costante tra teoria e realtà, permettendo di individuare
strumenti realmente efficaci per facilitare la partecipazione e la
gestione condivisa dei beni. Le diverse esperienze hanno mostra-
to che il successo di un processo partecipativo dipende da una
combinazione di fattori normativi, sociali e organizzativi. La ri-
lettura critica delle lezioni apprese ha permesso di proporre alla
Pubblica Amministrazione di Locate di Triulzi, le strategie più
efficaci per accompagnare l’amministrazione e i cittadini nel per-
corso di innovazione della partecipazione.
Il riassunto delle analisi dei casi studio introduce diversi
temi, tra cui l’importanza di avviare processi ad ampio spettro,
volti a basare la collaborazione con i cittadini sul principio di sus-
sidiarietà orizzontale e favorire la responsabilizzazione dei citta-
dini, in particolare di quelli attivi.
Le lezioni più significative apprese da questa fase di ricerca
includono la necessità di strutturare un progetto in fasi progres-
sive, tra cui ascolto della cittadinanza e della amministrazione
attraverso la co-programmazione, condivisione dei risultati nel
rispetto della trasparenza dei processi di co-progettazione e an-
che momenti intermedi di co-valutazione dei processi. Si è com-
preso di predisporre la metodologia a fasi anche per l’adozione
dei regolamenti, prevedendo una suddivisione chiara tra le di-
verse tappe di regolamentazione, dalla fase di proposta e bozza
fino all’approvazione definitiva. Questo approccio permette di

SAGGI TEORICI 47
introdurre momenti monitoraggio, consentendo di effettuare
eventuali aggiustamenti in itinere per migliorare l’efficacia delle
azioni intraprese. Rendendo come esempio il processo sia di ado-
zione che di rinnovamento del Regolamento a Verona.
Contestualmente alle fasi preliminari, è emersa la necessità
di condurre un’indagine anche sulla conoscenza dei temi propo-
sti all’interno dell’ambiente comunale e, in particolare, di rac-
cogliere le opinioni dei tecnici che si occuperanno direttamente
della loro applicazione, prevedendo eventualmente una forma-
zione specifica per l’amministrazione. Il coinvolgimento dei tec-
nici si rivela essenziale per assicurare la continuità e la coerenza
delle iniziative, così come per promuovere un cambio di paradig-
ma che veda l’ente pubblico non solo come regolatore, ma anche
come facilitatore dei processi di partecipazione. Questo tipo di
formazione deve includere sia aspetti normativi che operativi,
al fine di rendere il personale amministrativo capace di gestire e
supportare attivamente la co-progettazione. Allo stesso tempo,
è necessario formare i cittadini stessi sulle capacità che posso-
no acquisire grazie ai nuovi strumenti introdotti dal Comune,
compresi gli aspetti legislativi e regolamentari, pur mantenendo
l’obiettivo di processi accessibili e semplificati. Rendere i cittadi-
ni più consapevoli delle loro possibilità di azione del territorio e
dell’Amministrazione Pubblica è un passo fondamentale per ga-
rantire che la partecipazione sia reale e non solo formale.
Dal punto di vista più pratico, normativo e regolamentare,
si è proposto alla Pubblica Amministrazione di Locate di riparti-
re dal concetto di “Amministrazione Condivisa” e introdurre un
regolamento basato sulle “Forme di Collaborazione tra Soggetti
Civici e Amministrazione per lo Svolgimento di Attività di Inte-
resse Generale e per la Cura e la Rigenerazione dei Beni Comuni
Urbani”. Il regolamento proposto si ispira al nuovo modello in-
trodotto a Bologna nel 2023, che esplicita tutte le possibili forme
di collaborazione tra soggetti civici e il Comune e i processi a loro
associati.
È importante sottolineare anche un altro aspetto che potrà
essere ripreso da Bologna, ovvero prevedere una platea di sogget-
ti coinvolti nelle diverse tipologie di collaborazione che sia la più
ampia possibile, in ogni aspetto della Amministrazione Condivi-
sa. Infatti, all’interno del regolamento vengono anche aggiornati
i processi stessi della collaborazione, allineandosi al nuovo CTS,
introducendo processi di co-programmazione e co-progettazio-
ne. La fase di co-programmazione viene intesa come un vero e
proprio un processo di scambio di situated knowledge(s) (Haraway,
1988), che rappresentare un’opportunità strategica per ampliare

48 PROGETTARE BENI COMUNI


la partecipazione civica e costruire reti di collaborazione solide
all’interno della comunità locale.
Bologna, però rispetto a questi processi fa una vera e propria
“forzatura” del CTS con il fine di introdurre aspetti più informali
e quindi amplia la platea di soggetti anche nelle fasi di mappa-
tura delle necessità (la co-programmazione). Il coinvolgimento
di una pluralità di attori permette di amplificare l’efficacia dei
processi partecipativi, dando spazio a una maggiore diversità di
bisogni e punti di vista, con un impatto positivo sulla costruzione
di politiche pubbliche più inclusive ed efficaci. Inoltre, l’analisi di
esperienze ha evidenziato come il coinvolgimento non solo della
componente “attiva” della collettività, ma cercando di ascoltare
anche la componente silenziosa e non rappresentata, sia fonda-
mentale. La struttura, gli strumenti e il loro coordinamento nel
Regolamento di Bologna nascono dalla scelta di creare un pro-
cesso di continuità e coerenza, andando a progettare delle vere
e proprie sinergie. Anche se a livello nazionale non è scontato,
Bologna punta a lavorare in maniera trasversale e non settoriale
nell’organizzazione dei workflow di messa a terra degli strumenti.
Questo porta ad aumentare la complessità, che però, da quanto
riportato dalle interviste con i tecnici, cerca di essere meno bu-
rocratizzata e adattarsi a ciascuna situazione. Soprattutto perché
sia il patto che la convenzione si sviluppano da un’idea o neces-
sità iniziale per poi essere il frutto di un processo di co-progetta-
zione, infatti, lavorando in modo collaborativo a cittadini e am-
ministrazione è possibile definire progetti sostenibili nel tempo.
L’integrazione delle esperienze di Padova e Verona ha portato
alla proposta di un articolo dedicato all’individuazione dei beni
comuni, con l’obiettivo di sviluppare una mappa interattiva capa-
ce di rappresentare luoghi, spazi e usi. Il Regolamento di Padova
prevede che l’individuazione dei beni comuni avvenga principal-
mente su iniziativa dell’Amministrazione. Nella bozza locatese, si
intende ribaltare questa logica, attribuendo ai cittadini un ruolo
primario nella segnalazione dei beni comuni, che verranno poi in-
seriti all’interno di una piattaforma di monitoraggio e visualizza-
zione territoriale dei patti di collaborazione. In questo contesto,
l’esperienza della città di Verona rappresenta un modello di par-
ticolare rilevanza. La piattaforma veronese si configura non solo
come uno strumento di trasparenza amministrativa, ma anche
come un dispositivo metodologico essenziale, in quanto consen-
te di rappresentare spazialmente le dinamiche d’uso, le relazioni
e le trasformazioni urbane.
Seguendo questa impostazione, si propone di introdur-
re a Locate di Triulzi uno spazio dedicato ai beni comuni e alla

SAGGI TEORICI 49
gestione dei patti di collaborazione, articolato su due livelli: fisico
e digitale. Lo spazio fisico avrebbe la funzione di coordinamento,
favorendo una maggiore trasversalità tra gli uffici comunali e age-
volando il coinvolgimento dei cittadini nell’uso degli strumenti
di Amministrazione Condivisa. Parallelamente, l’implementazio-
ne di uno spazio digitale consentirebbe di rafforzare la trasparen-
za dei processi e di attivare un sistema di monitoraggio collettivo,
funzionale alla co-valutazione dell’impatto sociale, urbano e ar-
chitettonico delle iniziative intraprese.
Per quanto riguarda le tipologie di strumenti di collaborazio-
ne tra amministrazione e cittadini, come dal template di Bologna,
essa può avvenire tramite i patti di collaborazione e la conven-
zione. Ma, a seguito della ricerca a scala nazionale, si è deciso di
proporre un ulteriore strumento di collaborazione. Valorizzando
i processi avviati a Napoli dal 2012, si è introdotto nella bozza
la dichiarazione di uso civico e collettivo. La filosofia con cui è
stato aggiunto, però, segue meno quella informale (Micciarelli,
2014) di Napoli, ma segue più lo strumento introdotto a Padova.
Per l’amministrazione, non è sembrato fondamentale aggiungere
da subito la dichiarazione, ma al tempo stesso potrebbe rappre-
sentare una grande opportunità in alcuni luoghi già presenti sul
territorio dove coesistono alcune associazioni. Perciò, esiste una
volontà di includere la dichiarazione di uso civico e collettivo
come strumento di appropriazione degli spazi al fine di suppor-
tare i cittadini ad essere “comunità abitanti” per prendersi cura e
responsabilizzarsi (Capone, 2016).
Un altro elemento chiave è la fase di sperimentazione del
regolamento attraverso la co-progettazione di casi pilota, per
testare gli strumenti innovativi prima di una loro definitiva ap-
provazione. Essa consente di testare concretamente l’applicabili-
tà dei nuovi strumenti, valutando la risposta della cittadinanza e
l’efficacia delle pratiche proposte, per poi ottimizzare il processo
prima della sua definitiva adozione.
Se in passato i movimenti spontanei si concentrano princi-
palmente sull’occupazione di grandi immobili, oggi l’attenzione
si sposta verso micro-interventi diffusi, capaci di innescare tra-
sformazioni più strutturali e radicate nel territorio. In questo
contesto, il nuovo Codice del Terzo Settore (CTS), e in partico-
lare l’articolo 71, promuove l’utilizzo di spazi chiusi e immobi-
li all’interno delle città, incentivando forme di riuso e gestione
condivisa. Il regolamento di Bologna dedica un intero capo alla
gestione degli immobili, evidenziando la necessità di strumenti
normativi specifici per garantire la sostenibilità di tali pratiche.
Diventa quindi essenziale interrogarsi sulle modalità attraverso

50 PROGETTARE BENI COMUNI


le quali il Comune accoglie le progettualità, tenendo conto degli
impatti e delle trasformazioni a lungo termine, per evitare che
questi interventi rimangano episodici e non strutturali. In questa
prospettiva, l’analisi architettonica di tali fenomeni assume un
ruolo chiave, permettendo di comprendere come la co-governan-
ce possa contribuire alla rigenerazione urbana e al rafforzamento
del tessuto sociale.
Infine, una sfida significativa è rappresentata dalla difficoltà
di stabilire una grammatica comune in Italia per quanto riguarda
i regolamenti di collaborazione. Le diversità territoriali e ammi-
nistrative rendono complesso creare un modello uniforme che
possa essere applicato in modo omogeneo su tutto il territorio
nazionale. Tuttavia, questa sfida può essere vista anche come
un’opportunità per sviluppare soluzioni innovative e adattabili
alle specificità locali.

Conclusioni
Il confronto diretto con le amministrazioni e con i rappre-
sentanti dei patti di collaborazione si è rivelato fondamentale
non solo per sviluppare relazioni, ma anche per instaurare rap-
porti concreti basati su uno scambio autentico di conoscenze.
L’attività di fieldwork ha generato un’inaspettata fiducia nella
collaborazione costante con alcuni stakeholder chiave, come le
amministrazioni di Bologna, Padova, Verona e i ricercatori di
Napoli, contribuendo a consolidare una rete di confronto e ap-
prendimento reciproco. Le relazioni costruite rappresentano un
risultato tutt’altro che scontato, offrendo spunti di riflessione
preziosi per il contesto di Locate di Triulzi. Questo tipo di dina-
miche conferma l’importanza della dimensione relazionale e del
ruolo delle istituzioni nel facilitare processi di cura collettiva dei
beni comuni urbani (Ostrom, 1990).
Questa ricerca preliminare ha permesso di sviluppare un
approccio più consapevole e strutturato all’implementazione di
un’Amministrazione Condivisa nel Comune di Locate di Triul-
zi. Se inizialmente il percorso metodologico su come introdurre
nuovi modelli di collaborazione era ancora in fase embrionale,
ora si basa su esperienze concrete, adattabili al contesto locale.
L’obiettivo è promuovere una governance più inclusiva, parteci-
pativa e sostenibile, capace di rispondere in modo efficace alle
sfide emergenti e di valorizzare il capitale sociale già esistente.
Il concetto di città come “bene comune” (Foster & Iaione, 2016)
trova qui una declinazione operativa, dove la co-progettazione di
spazi e servizi assume un valore trasformativo, in grado di ridefi-
nire i ruoli tra amministrazione e cittadinanza. Tuttavia, affinché

SAGGI TEORICI 51
questi processi siano realmente efficaci, è necessario garantirne
la sostenibilità a lungo termine, sia dal punto di vista ammini-
strativo che da quello della partecipazione civica. Il rischio di
istituzionalizzazione degli strumenti partecipativi (Petrescu et.
Al., 2016; Iaione, 2013), la necessità di adattare continuamente
le pratiche alle esigenze emergenti e la sfida di mantenere alta
la motivazione dei cittadini rappresentano elementi cruciali da
affrontare. Il punto di vista emerso per rispondere a queste sfide
è proprio quello di implementare la collaborazione tra ammini-
strazione e cittadini attraverso un processo dinamico di recipro-
co ascolto.
Uno degli elementi centrali di questo approccio è il radica-
mento locale delle pratiche partecipative, un aspetto spesso tra-
scurato nei processi di governance urbana. L’esperienza di altre
città analizzate dimostra che la partecipazione attiva non è solo
un mezzo per migliorare la gestione dei beni comuni, ma rappre-
senta anche un’opportunità per rafforzare la coesione sociale e
il senso di appartenenza alla comunità. Tuttavia, sebbene le best
practice di altre realtà abbiano fornito un quadro metodologico
solido, la costruzione del modello per Locate di Triulzi non potrà
che partire dalle specificità del territorio e dalle necessità espres-
se dalla comunità locale (oltre che dall’Amministrazione). Il pro-
cesso non sarà una semplice applicazione di esperienze altrui, ma
un percorso negoziato, in cui cittadini e amministrazione co-pro-
getteranno strumenti e strategie, integrando le competenze mul-
tiattoriali presenti sul territorio.
I prossimi passi prevedono una sperimentazione dei patti più
strutturata, volta a migliorare gli strumenti partecipativi e raf-
forzare una co-governance adattabile alle necessità che potrebbe-
ro emergere. In questo senso, la ricerca non si conclude qui, ma
rappresenta l’inizio di un processo in continua evoluzione, in cui
il coinvolgimento attivo della cittadinanza e il dialogo tra ammi-
nistrazione e attori locali saranno elementi centrali per garantire
un’amministrazione realmente partecipativa e innovativa.

52 PROGETTARE BENI COMUNI


RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

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SAGGI TEORICI 53
Riconnotazione formale e fisica del territorio
urbano di Locate di Triulzi. Nuove figure di
spazi pubblici nei sistemi della memoria,
dell’ecologia e del benessere.

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