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Leopardi

Leopardi, figura centrale della letteratura moderna, si distacca dal romanticismo e dal classicismo, esprimendo un profondo sradicamento e una critica alla società del suo tempo. Attraverso le sue opere e lettere, esplora temi di patriottismo, infelicità e la ricerca della verità, evidenziando il passaggio dall'erudizione alla poesia. La sua corrispondenza con figure come Pietro Giordani e il suo Zibaldone riflettono la sua evoluzione intellettuale e il confronto con la propria condizione esistenziale.

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Leopardi

Leopardi, figura centrale della letteratura moderna, si distacca dal romanticismo e dal classicismo, esprimendo un profondo sradicamento e una critica alla società del suo tempo. Attraverso le sue opere e lettere, esplora temi di patriottismo, infelicità e la ricerca della verità, evidenziando il passaggio dall'erudizione alla poesia. La sua corrispondenza con figure come Pietro Giordani e il suo Zibaldone riflettono la sua evoluzione intellettuale e il confronto con la propria condizione esistenziale.

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LEOPARDI

Primo dei moderni (età moderna è fine ‘800 inizio ‘900), si prende piena consapevolezza degli effetti della
rivoluzione industriale anche se muore nel 1837. Scelte politiche e filosofiche fuori dal romanticismo
(prende le distanze, lettera sulla poesia romantica, soprattutto è molto distaccato da romanticismo
italiano), ancora più distante dal classicismo. È uno sradicato che rifiuta ed è rifiutato dal proprio tempo, lo
sradicamento lo rende affascinante. Contrappone antichità e modernità dimostrando che non si può
tornare indietro. I classici sono “belle favole, non si possono riprodurre. Anticipa polemica contro il
mercato editoriale, critica antropocentrismo e si fa latore di verità scomode. 3 testimonianze:
-Antonio Ranieri: statura mediocre, esile, pallido, lineamenti delicati, parola fioca
-Pietro Giordani: 1819 scrive lettera a editore bolognese Brighenti per parlare di Leopardi e dice grandezza
smisurata, genio vivente, si stupisce del suo sapere a 21 anni (Monti e Angelo Mai sono il dito del piede di
Leopardi)
-Lettera di Giacomo a Pietro Giordani: 1817 scrive che il pensiero di chi pensa diverso dagli altri martorizza
chi pensa diverso, lui ha solo lo studio come distrazione che però lo fa pensare sempre di più e quindi gli fa
del male. È in balia del pensiero, morirà a causa di esso.

Monaldo cerca di preservare i figli dai pericoli fuori dal palazzo. I Gesuiti nel palazzo istruivano in due
semestri con esami ogni due mesi, è come una casa prigione. Cerca di scappare a Roma ma il padre lo
blocca. Era un figlio prodigio, a 14 anni sapeva più cose del precettore, diventa filologo sui libri e quindi non
nasce poeta ma erudito/filologo. 1813 scrive “storia dell’astronomia” per cui lesse 238 autori. 1815 scrive
“saggio sopra gli errori popolari degli antichi” dove si sofferma sulle superstizioni e le smonta.

Nel 1816 c’è la svolta, lui parla di passaggio da erudizione a “bello”. Si avvicina a Omero non con interesse
filologico ma poetico (ne parla nello Zibaldone nel 1821). Il cambiamento comporta nuove letture: Vita di
Alfieri, Ortis di Foscolo, e Werther di Goethe che lo portano ad autoaffermarsi e cercare la gloria. Grazie a
questi sentimenti scrive (1818) “All’Italia” e “Sopra il monumento di Dante”, prima opposizione al
razionalismo paterno (leggere All’Italia e cercare temi risorgimentali). Contengono patriottismo derivante
dalla lettura dell’Ortis.

ALL’ITALIA: Antitesi tra triste presente della patria e passato glorioso. L'italia è immaginata come una
bellissima donna nel passato, ora con la testa tra le ginocchia, legata con delle catene e ferita (immagine in
Italia Mia, Petrarca), abbandonata dai suoi stessi figli che combattono per altri. Leopardi è pronto a morire
da solo per la patria (titanismo romantico). Nella seconda parte Simonide, lirico greco latore della poesia
spontanea, ricorda con la lira l’impresa dei greci alle Termopili. Gli uomini sono diventati eroi, le tombe
luoghi di culto, non c’è pianto ma glorioso ricordo

Passaggio alla poesia per tre motivi:


-letture nuove e diverso approccio a Omero
-epistolario con Pietro Giordani
-sguardo interiore con Epistolario e Zibaldone

La prima infatuazione è verso la cugina di 26 anni, Gertrude Cassi, per la quale scrive un’elegia, “Il primo
amore”. Sensazione di non corrispondenza, parole del dolore e del desiderio. V15 compare per la prima
volta la noia. Sente gli zoccoli della carrozza che porta via la cugina dal soggiorno di 2 giorni. Ci dà l’idea
fisica di quello che prova (vv55-56 orbo, sospiri, cuore in mano). V86 “fuggitivo e vago”, una delle dittologie
tipiche di Leopardi ripresa da Petrarca. Pentimento di non aver goduto appieno della cugina. Scrive anche
“diario del primo amore”, ovvero la sua esperienza in prosa.

Costanza Geddes da FIlicaia: parla di epistolario, va interpretato come una “guida all’Italia”. Demonizza
tutti i posti in cui è stato, solo per Pisa mantiene parole buone. Non è un grande epistolario, ha solo 1000
lettere. La prima del 16 ottobre 1807, l’ultima del 1837, entrambe scritte al padre. La prima la scrive in
latino chiedendo scusa per le sue mancanze e nell’ultima si scusa perché non torna a Recanati. Non ha mai
sistematizzato l’epistolario, non c’è un progetto sebbene alcune lettere abbiano cura formale e retorica
elevata. Epistolografia è una scrittura eterodiretta, cioè il destinatario influenza la forma.
-Lettere a Monaldo (“mio signor padre”). Lo chiama “caro papà” solo quando il fratello Luigi muore
-Lettere a Paolina: non è troppo sincero
-Lettere a Carlo: è la persona con cui è più sincero
-Lettere alla madre: poche e brevi
-Lettere a Pietro Giordani (1817-1820)
-Lettere a editore Stella
-Lettere ad Antonio Ranieri con cui passa gli ultimi 7 anni.
Temi: difficoltà economiche e di spostamento, condizioni fisiche, nostalgia, no lettere d’amore, pochissimi
cenni a ciò che scrive in quel momento.

30 Aprile 1817: Leggere lettera. Indirizzata a Pietro Giordani, si sente circondato da “insensataggine” e
“stupidità”. Nessuno che non vuole essere ignorante, nessuno con cui prendere libri o con cui parlare di
letteratura, disprezza la società recanatese.

17 Dicembre 1819: A Pietro Giordani “Io tengo afferrati con ambe le mani questi ultimi avanzi e queste
ombre di quel benedetto e beato tempo, dov’io sperava e sognava la felicità, e sperando e sognando la
godeva, ed è passato, né tornerà mai più, certo mai più; vedendo con eccessivo terrore che insieme colla
fanciullezza è finito il mondo e la vita per me e per tutti quelli che pensano e sentono; sicché non vivono
fino alla morte se non quei molti che restano fanciulli tutta la vita.”

1823: di ritorno da Roma scrive a Pietro Giordani perché riconosce di non saper vivere. Definisce Recanati
un “sepolcro”. Non sa godere della vita nemmeno a Roma e si sentiva “decrepito” a 25 anni.

1816: lettera non pubblicata di Leopardi alla Biblioteca Italiana in risposta a quella di Madame de Stael.
Dice che l’oggetto dell’opera deve essere comune e condiviso con le altre letterature e c’è bisogno di una
sua conoscenza per poter scrivere (filosofia, metafisica, ecc...) ma nega assolutamente che bisogni, nel
momento in cui si scrive, prendere in considerazione l’uso che di quell’oggetto fa la letteratura straniera e i
gusti stranieri. Un sommo poeta è fatto da “scintilla celeste” e “impulso sovrumano” non lo studio di autori
antichi o la lettura di autori stranieri. Il più grande dei poeti (Omero) è il più antico e non ha avuto modelli
così come gli antichi in generale che osservavano la natura e immaginavano i sentimenti, non leggevano
altre opere. Dice che nel loro tempo per scrivere bisogna aver letto e il leggere presuppone quasi in tutti i
casi l’imitazione di ciò che è letto.

1818: Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica. Leopardi risponde alle posizioni romantiche di
Ludovico di Breme. Dice che i romantici sviano la poesia da rapporto con i sensi verso l’intelletto e la
strascinano dal concreto al metafisico. La poesia però secondo Leopardi è finzione e non verità, poichè
mentre i moderni hanno “intuizione logica” gli antichi avevano “prestigio favoloso”. La poesia quindi deve
essere un inganno, un’illusione. Ci sono due tipi di illusioni, il falso intellettuale e il falso fantastico. Quello
intellettuale si basa sul persuadere del falso l’intelletto e quello fantastico, proprio dei moderni, nasce
dall’immaginazione dell’autore e inganna quella del lettore. Leopardi dice però che nel fingere il poeta non
inganna l’intelletto, ma solamente le fantasie e quindi la poesia può permettersi di essere finzione. Il
lettore iniziando un’opera si aspetta e spera di essere ingannato a livello immaginativo perché ciò
determina illusione e distaccamento dalla realtà del mondo. Nella conclusione il poeta afferma che l’autore
può scegliere il modo in cui ingannare l’immaginazione a patto che nel fare ciò si imiti la natura, e non gli
autori classici, e il fine della poesia sia il diletto (“dee scegliere le illusioni meglio conducenti al diletto
derivato dalla imitazione della natura”)

1818: Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica. Leopardi ribadisce alcune tesi che costituiscono
il filo conduttore dell’intero testo: in particolare, la concezione del poeta come artefice di illusioni, che
deve creare inganni per l’immaginazione allo scopo di suscitare diletto nel lettore. Egli sostiene che la
poesia spontanea che permise agli antichi di parlare con la natura è impossibile nel mondo moderno
dominato dalla tecnica e dalla ragione se non disseppellendo dal fango dell’incivilimento la natura. Ciò
richiede lo studio profondo degli antichi, evitando al contempo l’imitazione. Non è detto che un poeta con
il proprio ingegno e la propria indole non possa riscoprire da solo la natura, ma ciò è tanto divino quanto
improbabile e quindi bisogna ricorrere all’aiuto dei classici. Il giovane critica sia l’abuso sia l’uso della
materia classica.

RAPPORTO CON IL PADRE

Zibaldone (4229-4230): descrizione dell’atteggiamento di sottomissione al padre e di perdita quando il


padre è lontano. Il suo comportamento è guardarlo sempre nelle situazioni difficili, affidarsi
completamente a lui, fingere di essere quello che non si è e prendere decisioni a seconda di ciò che dice
l’autorità. Si comporta come se fosse incapace di valutare sé stesso, si fa valutare dal padre. Prova conforto
quando il padre è felice, ha fiducia nella sua saggezza. Quando è lontano dal padre prova sconforto
inconscio, quasi come una dipendenza.

6 Ottobre 1825: lettera di Monaldo. Leopardi è gia andato via, sta a Bologna. Monaldo lo rivuole a casa
dopo un po’ che non lo ha sentito. C'è stima, dice che suo figlio comprende i concetti prima del normale,
dice che è normale che non gli piace Bologna perché cose che sembrano belle da lontano spesso da vicino
deludono. Scrive la lettera rispondendo a un’altra lettera di Giacomo dove diceva di star male e di avere
nostalgia di casa.

Dopo la fuga fallita cominciano i problemi agli occhi, lacrimazione continua che gli impedisce di leggere e lo
porta alla disperazione

19 novembre 1819: a Pietro Giordani. Non teme nemmeno più la morte perché non la vede come diversa
dalla vita, non c’è nemmeno più dolore, solo una noia totalizzante.

CONFRONTO LETTERE AL PADRE DI LEOPARDI/KAFKA


-lettera non recapitata/lettera non recapitata
-usa 3 persona singolare/usa 2 persona singolare
-scusa il padre/giustifica i propri comportamenti
-rapporto travagliato/rapporto travagliato
-condanna lo stile di vita imposto a lui e ai fratelli/descrive il sentimento di inferiorità fisico e morale nei
confronti del padre
-spiega le ragioni della fuga (voglia di libertà e di mettersi in campo al di fuori di Recanati)/risponde alle
accuse del padre di anaffettività sostenendo che deriva dal dolore maturato in anni a causa del padre
stesso
-biasima il padre di non aver mai fatto sacrifici per lui e di avergli negato la libertà di espressione/rigira
contro il padre l’accusa di mancanza di affetto
-Problemi di comunicazione col padre/ =
-1819/1919
-formale/meno formale
-più razionale e analitica / più sentimentale e caratteristiche di uno sfogo
-limitazione psicologica e fisica / limitazione solo psicologica

Questa condizione lo porterà a scoprire il vero e diventare filosofo (dall’erudizione alla bellezza al vero). Lo
dice nello Zibaldone di cui scrive 1300 pagine tra il 1820 e il 1821 (teoria del piacere, poesia del vago e
dell’infinito, ecc...). Nel 1822 Monaldo lo fa andare a Roma dallo zio Carlo Antici ma è deluso perché è
spaesato dalla città e trova un ambiente letterario ancora molto arretrato (sopravvive letteratura Arcadica.
La sua disperazione è embrione della noia. Nello Zibaldone dice di diventare filosofo, conversione da bello
a vero. Lo zibaldone è un'autobiografia intellettuale che scrive dall'estate 1817. All'inizio sono appunti che
scrive per 15 anni e alla fine saranno 4500 pagine. Zibaldone indicava scartafaccio/appunti vari nel 700. si
va da annotazioni brevi a pensieri lunghi pagine. non era neanche sicuro di pubblicarlo perché in alcuni
passi c'è la natura dell’abbozzo (forme ellittiche), vi è riportata l’evoluzione del suo pensiero. Nel 1827
redige l'indice tematico e intorno agli anni 30 lo zibaldone si arena e viene pubblicato da Ranieri nel
1898/1900 con curatore principale Giosuè Carducci, edito da Lemonier. l'importante contributo di Luporini
in “Leopardi progressivo” enfatizza l'importanza dello zibaldone letto sia come un'auto commento della
sua poesia che come serbatoio di idee

Zibaldone (143-144): pagine del 1820. Conversione alla filosofia, all'inizio il suo forte era la fantasia e
l'immaginazione, sensibilissimo sui sentimenti ma non in grado di metterli in poesia. La mutazione avviene
un anno, il 1819, il punto in cui abbandona speranza e felicità e si rende conto della sua infelicità. È lucido
nell'analisi, inizia a pensare sulla natura dell'uomo inizia a “divenir filosofo di professione dopo poeta che
io era”. Parte dall'infelicità personale e dice che è costante dell'uomo anche a causa di problemi fisici che lo
allontanano dagli antichi e lo avvicinano ai moderni. O poesie sentimentali o prosa, fantasia distaccata, i
versi traboccano di sentimento, i veri poeti sono gli antichi o i fanciulli perché usano l'immaginazione. I
poeti moderni sono solo filosofi ovvero poeti sentimentali che parlano di ciò su cui riflettono, non di che
cosa immaginano.

Zibaldone (1025-1026): pagine del 1821 (libro pag. 627). Teoria del piacere, ovvero l’uomo desidera
piacere infinito ma materiale e sensibile, anche se siccome il piacere è infinito abbiamo la sensazione che
sia spirituale o astratto. Non andiamo mai oltre la materia, la felicità è sempre materiale. L'unico piacere è
sempre quello materiale.

POETICA DEL VAGO E DELL’INDEFINITO

Zibaldone (1744-1745, 1927-1929): scritti a breve distanza temporale. Primo passo sono le sensazioni
visive, il secondo quelle uditive. Gli oggetti visti per metà o incompleti suscitano pensieri indefiniti. La
visione degli oggetti può essere incerta e questa incertezza fa provare piacere. Oggetti che per il loro
materiale o circostanza (per esempio la luminosità) ci arrivano indefiniti e fuori dal normale. Il secondo
passo parla del canto lontano che si allontana, un suono confuso qualunque, un canto in una stanza senza
noi dentro. È piacevole qualunque suono anche vilissimo che si diffonda, soprattutto quando non se ne
vede l’origine. Tuoni, stormire del vento. Oltre la confusione e l’incertezza del suono non si vede la fonte.

Zibaldone (514-516): Parla di sensazioni indefinite dalle quali possono nascere immagini poetiche, soltanto
nell’infanzia proviamo queste sensazioni, da adulti non si generano più ma riaffiorano come ricordi. Se
qualcosa diletta da fanciulli, il dieltto è “vago e indefinito” e senza limiti. Ci soddisfa e riempie l’anima. Da
grandi o gli oggetti sono maggiori o il diletto non sarà lo stesso. La sensazione adulta non viene dagli
oggetti, ma dal loro ricordo. Se non fossimo stati fanciulli saremmo stati privi della gran parte delle
sensazioni indefinite.

Zibaldone (4418): persona con sensibilità particolare, parla di doppia vista acuta che va al di là della realtà.
Queste persone (“sensibile” e “immaginoso”) vedono e odono per esempio una campagna, e con
l’immaginazione un’altra campagna. “trista la vita” di chi non è così.
Leggi pag. 629 e 457.

Zibaldone (1226-1227): Allo scienziato convengono i termini, al poeta le parole. Non dobbiamo imitare gli
stranieri, soprattutto i francesi che hanno “voci di nudo e secco significato” (termini).

1822--> va da Carlo Antici


1823--> scrive al fratello che l’unica sua gioia è aver visitato la tomba di Tasso. Torna a Recanati e assume
distacco nei confronti della famiglia che diventa sempre più un carcere. Tronca dialogo con il padre. Si
chiude nel pensiero filosofico, per cui dal 1824 scrive Operette Morali che rappresentano la “filosofia del
disinganno”. Opera accolta freddamente.

OPERETTE MORALI

24 prose (20 nel 1824 e poi ne aggiunge 4) soprattutto dialogiche in cui torna il
pensiero dello Zibaldone. Queste riflessioni sono alla base dei canti del 1828-1830
(Pisano-recanatesi). Riferimento a Moralia di Plutarco. Operette perchè sono ironiche e
leggere. Nel 1829 dice di voler scrivere dei dialoghi come Luciano di Samosata ma li
realizza solo nel ‘24.
1 edizione: 1827, Milano, editore Stella (20 opere)
2 edizione: Firenze
3 edizione: 1836, Napoli (24 opere)

Operette scritte dopo la riflessione filosofica che porta gelo nel cuore, delusione per il
viaggio. Antici non riesce a trovargli una sistemazione a Roma, rifiuta l’offerta del
padre di fare il precettore ecclesiastico per levargli il tormento. Dal ‘25 al ‘28 si muove
sempre, 1825 va a Milano e collabora con l’editore Stella che gli chiede un commento
delle rime di Petrarca. Per lui Milano è rumorosa e indifferente e quindi preferisce
Bologna dove frequenta Carlo Pepoli.
1827 invitato da Viesseux a Firenze che cerca di farlo collaborare con l’Antologia, ma
alla fine si isola.
1828 va a Pisa e gli piace, scrive canti pisano-recanatesi. Finisce i soldi e quando
torna a Recanati passa “16 mesi di notte orribile”, male fisico e psicologico.
1830 riparte e non torna più a Recanati. Amici lo richiamano a Firenze e lo sostentano
ma si isola, scrive testi satirici (dando fastidio al gruppo fiorentino che lo aveva
accolto. Conosce Antonio Ranieri che aveva successo con le donne, Leo si innamora di
Fanny Targioni Tozzetti (Aspasia).
1833 va a Napoli, vive con Ranieri, degrado economico, salute precaria.
14 giugno 1837 muore l’anno dopo della stesura del suo congedo alla vita, ovvero la
Ginestra.

POESIA
La vera poesia nasce tra ‘18 e ‘23 e non è più sperimentale. Scrive 10 canzoni e Idilli
(1819-1821). Sia canzoni che Idilli saranno inseriti nell’edizione fiorentina dei Canti del
1831. Canzoni (1818-1823): tema civile (All’Italia, Sopra il Monumento..., Ad Angelo
Mai), confronto tra passato e presente. I modelli sono Foscolo e Pietro Giordani.

AD ANGELO MAI:La canzone più importante è Ad Angelo Mai dove c'è la decadenza
dell'Italia e si parla di rapporto passato e presente, del progresso come responsabile
della perdita delle illusioni e dell'immaginazione. Angelo Mai riscoprì il De Republica di
Cicerone nella biblioteca vaticana. Nelle prime tre strofe c'è la contrapposizione tra
l'opera principale di Angelo detto “Italo ardito” che si contrappone al “secol morto”.
nel proseguo si augura che l'esempio di Angelo risollevi l'Italia ignava. Dice che
dell'Italia importa quasi solo a lui, agli altri non importa degli antichi progenitori ma lui
sì perché grazie alla sua opera tornano vivi gli antichi che hanno vicinanza con la
natura. durante l'umanesimo rifiutavano l'“ozio turpe” mentre l'uomo di adesso si
sogna quella vicinanza con gli antichi. “ahi dal dolor comincia e nasce l'italo canto” fa
riferimento a Dante e Petrarca e dice che dal dolore nasce la poesia italiana. tedio
noia e fastidio ricorrono nella canzone. Richiamato anche Cristoforo Colombo e
richiamato il suo viaggio oltre le colonne d'Ercole. Rievocato il suo coraggio perché va
in terra ignote ed è definito “novello Ulisse”. Ma in realtà conoscere il mondo vuol dire
impoverirlo la terra più la si conosce e più diventa piccola e si impoverisce
(“Discoprendo solo il nulla s’accresce). Appello al “caro immaginar” che non si può più
recuperare una volta cresciuti, e così muore l’unico conforto dagli affanni. Poi entra
Ariosto, “cantor vago delle armi e degli amori”, che riempirono la vita di “felici errori”
(quasi ossimoro). “tutto è vano altre che il duolo”. La vita umana è fatta di pensieri
strani, favole, ma tutto quello che è concreto è solo il dolore che arriva dall’”arido
vero”. Entra in scena Tasso. Non è bastato il dolce canto a consolarlo e sciogliere
l'odio che i tiranni avevano creato attorno a lui al punto tale che la morte fu una
grazia per lui. “chi ha conosciuto il nostro male” fa riferimento al fatto di cercare la
morte. L'amore è l’ultima illusione ma Tasso non è soddisfatto nemmeno di quello.
Culto della poesia al tempo di Tasso, materialismo al tempo di Leopardi. “sventurato
ingegno”. Poi si parla di Alfieri, animo indomito, titanismo, allobrogo perchè era del
Piemonte (ci si era definito anche Alfieri nella “Vita”). La sua virtù viene dal cielo,
cittadino degno di essere ricordato. La poesia non è così forte da abbattere tiranni ma
può fare da sfogo contro i tiranni. “Vittorio mio”, ha passato la vita “disdegnando e
fremendo”, non è nato nel momento giusto, polemica nei confronti del suo periodo.
Visione aristocratica della cultura, dice che c’è massificazione di quest’ultima.
Definisce Angelo uno “scopritor famoso” e gli dice di continuare a scoprire gli antichi
nel “secol di fango”. Si parla del tedio esistenziale, manifestazione del “pessimismo
storico”.

ULTIMO CANTO DI SAFFO: Secondo la leggenda scritta da Ovidio nelle Heroides, Saffo
si sarebbe suicidata per amore del giovane Faone (in realtà era lesbica). Leopardi si
identifica con Saffo, parla della propria infelicità. Saffo è brutta e soffre, lo percepisce
come motivo di esclusione sociale. Il tema non è suicidio ma l’esclusione dalla
bellezza della natura. Endecasillabi sciolti, ultimo verso delle 4 strofe è settenario.
vv 46-47 (a memoria) “negletta prole nascemmo al pianto”
“spettacol molle” è sinestesia, sembra spettacolo sublime pre-romantico
“Intendo” v 27 l’attenzione si sposta su Leopardi
v 28 margo = campagna, latinismo
“la ragione in grembo de’ celesti si posa” è espressione omerica
“velo” è metafora per indicare il corpo perché è ciò che copre l’anima, indegno della
vera bellezza, quella dell’anima
“vano furore” come quello di Didone
Zeus che ha due vasi, uno del bene e uno del male e li distribuisce a caso è l’ultima
immagine dell’Iliade
“tenaria” negli inferi si entra attraverso Capo Tenaro nel peloponneso
1 strofa Saffo parla alla serenità della notte contrapposta a paesaggi sublimi
2 strofa Saffo come esclusa, respinta dalla natura perchè è brutta
3 strofa si chiede quali sono state le sue colpe ma non può sapere il suo destino, tutto
è incerto tranne il dolore
4 strofa tema del suicidio, augurio a Faone di poter essere felice se la felicità sarà mai
possibile per un terrestre

IDILLI
Inizialmente pubblicati da soli, poi insieme alle canzoni nel 1831. Poesie in
endecasillabi sciolti scritte tra 19 e 21, il nucleo sono 5 idilli (l’infinito 1819, Alla Luna
1819, La sera del dì di festa 1820, Il sogno 1821, La vita solitaria 1821). “Idilli”
rimanda alla poesia ellenistica, diminutivo di eidon (immagine), eidilliòn (quadretti di
vita campestre). Il massimo esponente è Teocrito, per esempio L’infinito inizia con una
tradizione quasi bucolica (radicata in Italia) ma la natura è in realtà uno specchio
dell’animo (paesaggio stato d’animo). Con gli Idilli è stata fondata la poesia moderna
in Italia. Poesia campestre + soggettività, paesaggio + io lirico (Leopardi stesso).
Endecasillabo sciolto fondato su enjambement, linguaggio evocativo e
dell’indeterminatezza.

L’INFINITO: al verso 7 c'è l'io dall'inizio, centralità dell'io lirico messo in posizione
enfatica o davanti a pronome dimostrativo. al verso 1 2 questo e questa indicano
vicinanza all'io lirico. sovrumani al verso 5 significa non umani. spaura significa
perdere punti di riferimento, quasi una vertigine. Naufragare richiama l'annegarsi del
verso precedente. Importanza di questo e quello, dei verbi di modo indefinito non
legati a dimensione temporale e validi per tutti, importanza di immaginazione come
fuga. Quello-infinito / queste-immensità sono evidenziati da enjambements.

Zibaldone (472): Impossibile per l'uomo accedere all'infinito neanche con


l'immaginazione con lei si può arrivare all'indefinito (capacità conoscitiva, di amare e
immaginativa). l'anima percepisce una specie di infinità non vedendo i limiti. Si può
concepire amare immaginare l'indefinito ma non l'infinito. l'indefinito però suggerisce
l'infinito.

Zibaldone (1430-1431): sulle sensazioni gradite per la percezione dell'indefinito che


procurano. Immaginare una campagna che degrada bruscamente ma degrada molto
lontano quindi non si vede la valle o un filare di alberi di cui non si vede la fine o
perché è lontana o perché il filare scende da un declivio, oppure una torre tanto alta
che non se ne vede la fine. il diletto è intuire l'infinito anche se non lo posso
concepire. quindi leggendo l'infinito bisognerebbe parlare di indefinito (“io nel pensier
mi fingo”). La siepe impedisce di vedere quindi bisogna immaginare quello che c'è
dopo.

Zibaldone (4178): 1826. Infinito diventa sinonimo del nulla, l'infinito è idea, sogno,
non realtà perché non ne abbiamo nessuna prova, siamo a infinita distanza dalla sua
dimostrazione. Secondo le leggi conoscibili dell’esistenza, dedotte dall’esperienza,
l’infinito non può esistere.

“Ma” al v 3 apre la strada a una seconda visione innescata dal ”sedendo e mirando”
(contemplazione). Questo determina una bipartizione dell’idillio. dimensione spaziale
fino al verso 7 e dimensione temporale dal verso 8. Riflessioni innescate da elementi
naturali, la siepe all'inizio e il vento poi (“stormire”). “il core si spaura” e nella prima
parte c’è spavento, ma nella seconda parte c’è diletto (“m’è dolce”). 4 periodi come 4
tappe dell’esperienza personale. Contrapposizione tra questo (vicino) e quello
(lontano). Inaugura poetica del vicino-lontano.

Blasucci: nell'infinito ci sono i segnali dell'infinito, la poesia è una sorta di archetipo


che presenta questi segnali:
-parole plurisillabiche come “quiete” (trisillabica per dieresi), “interminati”,
“sovrumani”, “profondissima”, potenziato da polisindeto e enjambement
-plurali (“spazi”, “silenzi”)
-timbri aperti, parole con E e A

Zibaldone (171): l’anima immagina ciò che non vede ed erra nello spazio
immaginario, l’immaginazione è possibile perché c’è un ostacolo, se la vista si
estendesse dappertutto non ci sarebbe immaginazione.

Lezioni Americane (Calvino): l'ignoto è più attraente del noto, di fronte ai dolori le
uniche consolazioni sono la speranza e l'immaginazione, si proietta il piacere
all'infinito. ma la mente umana ha anche paura dell'infinito, quindi le sensazioni si
mischiano e danno un indefinito. nell'ultimo verso la dolcezza è maggiore dello
spavento perché c'è una musicalità dei versi che danno dolcezza (vocali aperte, L e R)

Cataldi: il moderno sostituisce la natura, più ragione e meno illusioni. Accusa i


romantici di essere spirituali e metafisici invece che sensibili. Cerca una poesia che
desti l'immaginazione. 1818-1822 Ricerca in due direzioni, canzoni civili e idilli. testo
breve ma variato, tutte le varietà ritmiche e accentuative dell’endecasillabo. Sviluppo
ragionativo + coinvolgimento emotivo. Fare attenzione agli enjambements. Il primo e
l’ultimo verso non li hanno, la poesia è blindata dai due sentimenti che vi vengono
espressi. Riflessioni e emozioni sono basate sulle sensazioni (area semantica del
senso della vista e dell’udito). Confronto tra limite concreto (siepe e rumore delle
foglie) e rovesciamento del limite nell’illimitatezza del desiderio. Infinito come
negazione dell’infinito e spazio infinito del desiderio e del conoscere è rappresentato
dal limite fisico.
Blasucci: questo idillio è la scoperta dell’equivalenza infinito-indefinito. L'infinito lo si
ritrova in tutte le forme nelle opere di Leopardi, anche quando non c’è esplicitamente.

Zanzotto: congiunzione di limite e illimitato, più parla di limiti più parla di infinito.
Pendolarità tra spazi senza limite e limiti che però non chiudono. Lieve percezione
della solitudine che però non uccide.

Giacomo Magrini: il passivo in Leopardi

ALLA LUNA: il colle al v 2 è probabilmente quello dell’infinito. Importanza di pronomi e


aggettivi dimostrativi. La giovinezza è tanta speranza e poca memoria. Il ricordo è
fondamentale, è diverso ricordare quando si è giovani e quando si è vecchi e si hanno
tanti anni ancora di fronte. Il titolo allude a una specie di dialogo con la luna. All'inizio
si chiamava “la ricordanza”. Divisa in due parti, fino a “diletta luna” e poi alla fine.
Prima parte aperta e chiusa apostrofi, luna umanizzata, poeta si confessa con lei. 2
parte “eppur”, ruolo consolatorio del ricordo, ricordare fa bene. “questo colle”, “quella
selva” sono pronomi dimostrativi.

LA SERA DEL DI DI FESTA: Nell’edizione conclusiva del 31 figura prima l’infinito e poi
questo idillio. Parla di infelicità, accostabile alla luna perché si apre con un notturno e
c’è anche una figura femminile che è il pretesto per parlare di infelicità. L'incipit:
Omero (citato tra i classici nella disputa con i romanzi, citato come esempio di poeta
sentimentale "Come quando in cielo, intorno alla luna splendente, le stelle brillano in
pieno fulgore, mentre l'aria è senza vento; ed ecco appaiono tutte le rupi e le cime dei
colli e delle valli; uno spazio immenso si apre sotto la volta del cielo"); il paesaggio
non è totalmente rurale. cura: latinismo. tu dormi: anafora. Contrasto tra tu e io.
Contrapposizione della facilità di dormire di lei rispetto a lui che guarda dalla finestra
infelice. Natura personificata che gli nega anche la speranza (Saffo). rimembra: parola
chiave della poetica Leopardiana. mi getto, e grido e tremo: polisindeto. "Oh giorni
orrendi in cosi verde etate!": antitesi. il suono dei popoli antichi: il rumore delle loro
imprese. pace e silenzio/ fragorio: antitesi. Mancanza di unità delle tematiche, per
alcuni indebolisce il valore poetico di questo idillio. Il poeta si sente escluso da tutto,
persino dai ricordi di lei. Questo senso di esclusione è presente anche nell'ultimo
canto di Saffo che però deve essere ancora scritta. Un'altra tematica è il tempo che
passa: il giorno di festa, tanto aspettato, passa velocemente. caducità della gloria
passata + indifferenza rispetto alle grandi imprese. anche alla fine, attraverso il
ricordo da bambino, c'è la caducità del tempo. Fa un'autocitazione: "Già similmente
mi stringeva il core." e "E fieramente mi si stringe il core".

IL POST-POESIA
si propone di denunciare l'arido vero e le condizioni della società. Nel 1824, inedito
fino al 1906, scrive un trattatello. Crisi dei valori tradizionali, mancanza della “società
stretta” in Italia (Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani).
Zibaldone (2709-2710): 1823 scrive. Filosofia antica contro quella moderna. Quella
antica è superiore alla moderna perché voleva insegnare e fabbricare, quella moderna
vuole ingannare e atterrare. “la cognizione del vero non è altro che lo spogliarsi degli
errori, e sapientissimo è quello che sa vedere le cose che gli stanno davanti agli occhi,
senza prestar loro le qualità ch’esse non hanno. La natura ci sta tutta spiegata
davanti, nuda ed aperta. Per ben conoscerla non è bisogno alzare alcun velo che la
cuopra: è bisogno rimuovere gl’impedimenti e le alterazioni che sono nei nostri occhi
e nel nostro intelletto; e queste fabbricateci e cagionateci da noi col nostro raziocinio.
Quindi è che i piú semplici piú sanno”

Pessimismo storico: discorso di antitesi tra natura e civiltà, bello e vero, antico e
moderno. L'infelicità è l'esito della storia e del progresso perché c'è più
consapevolezza
Pessimismo cosmico: l'infelicità non è il risultato del progresso ma è connaturata con
l'uomo. c'è una crisi dell'antropocentrismo perché la natura è indifferente

Oggi si tende a non ridurre Leopardi a un pessimista ma è un'anima sensibile a sé


stesso e agli altri. Questo gli consente di analizzare a fondo la sua vita, chi non è
innamorato della vita non cerca di capirla in questo modo, è infelice perché non
riusciva a viverla come avrebbe voluto.

RISVEGLIO DELL’ISPIRAZIONE POETICA


Zibaldone, 1825: la natura non ha come finalità la felicità degli esseri viventi, ma
ognuno ha di sua natura come suo fine il proprio piacere e la felicità. La sofferenza è
nell'ordine delle cose ma scaturisce da questa contraddizione e coinvolge ogni essere
vivente

Leggere “un giardino di sofferenza”

Zibaldone (41-74): “tutto è male”, “ogni cosa esiste per fin di male”

Assestamento definitivo della visione materialistica e meccanicistica. Di fronte alla


riflessione 41-74 sembra impossibile un ritorno alla poesia ma tra il 1828 e 1830
scrive i canti pisano-recanatesi. La poesia lo può salvare perché è l’unico genere
(poesia lirica) consono alla condizione sentimentale dell’uomo moderno. Alla sorella
Paolina dice che sta bene a Pisa. Nuova fase inaugurata dalla poesia “Il
Risorgimento”.

CANTI PISANO-RECANATESI

Irrompere dell'immaginazione, consapevolezza come risultato delle operette morali,


bipolarità tra arido vero e immaginazione. Cerca di far coesistere le due cose.
centralità dell'io lirico e paesaggio naturale (sia piccoli sia grandi idilli). componente
riflessiva più marcata che erode la sola immaginazione che stava negli idilli. negli idilli
lirico era autobiografico, ora è universale e testimone e poi nel canto notturno
scompare. “rimembranza” (C'era anche in alla luna). inaugura poetica della
rimembranza: basta una sola parola per portarti indietro nel tempo. parole vaghe,
poesia di parole e non di termini. Forma: Canzone libera e libera alternanza di
settenari ed endecasillabi.

Zibaldone (1807): del 1821. Patina arcaicizzante del lessico poetico, dice che è
possibile mettere insieme parole colloquiali con quelle elevate. In una lingua elegante
come l'italiano si può creare un amalgama di queste parole. “parole peregrine” Sono
parole non di uso comune, sono spesso anche parole arcaiche o antiche.

A SILVIA
Riprende il nome da tasso, Silvia è Teresa fattorini. primo esempio di canzone libera
leopardiana. In questo canto è centrale la rimembranza. “salivi” è anagramma di
Silvia. “vita mortale” è quasi pleonastico. “lieta e pensosa” è dittologia petrarchesca.
“avvenire vago” provoca piacere a pensarci. “Io” contrapposto con “tu solevi”.
“Sudate carte” è metonimia (causa-effetto). “io” sto a “tu” come le “sudate carte”
stanno alla “faticosa tela”. Quinci-quindi sono contrapposti. Nella prima stanza si
alternano il “tu” (Silvia) e l’Io. Nel verso 28 si fa una considerazione generale. “Soave”
significa dolce, leggero. “quale allor ci apparia” spiega nostalgia per sensazione
passata. Il “ci” è o normale o maiestatis (+ probabile). “Mi sovviene” = mi ricordo
(rimambranza). Lo sconforto è la conseguenza del ricordo delle speranze del passato.
“O natura” natura madre che in realtà è cattiva. “Molcea” = inteneriva. Non è morta
solo Silvia ma sarebbe morta poco dopo anche la speranza di Leopardi. Insistenza di
“dolce” quando si parla del ricordo. Parallelismo tra i tristi destini dei due, tema della
speranza che un lusso dei giovani e tema del vero e della morte. Vittime della morte
sono Silvia e la speranza. Imperfetto come tempo della poetica della rimembranza.
Vista e udito quando si parla di ricordo, poetica del vago (odoroso maggio, canto di
Silvia, ecc...). Ricordo non di eventi ma di sensazioni. Blasucci parla di segnali
dell'infinito (predominio delle vocali aperte). alla dimensione idillica aggiunge la parte
più razionale e filosofica (con il tempo presente).

A SÉ STESSO
Scritto Recanati, molta tematica della memoria. Tra il 31 e il 33 sta di nuovo a Firenze
e scrive il ciclo di Aspasia (amante di Pericle, cortigiana). Il termine è stato dato dalla
critica Walter Pinni la definisce Leopardi eroico e nuova poetica leopardiana dopo
l'amore con Fanny Targioni Tozzetti. Poesia antidillica in cui la dimensione è quella del
presente.
composta nel 1833 poco prima di Napoli. Versi liberi divisi in tre parti. Primo gruppo
(sett, 2 end, sett, end), secondo gruppo (come il primo), terzo gruppo (come il primo
+ settenario). Gruppi marcati da 3 verbi, “poserai”, “posa”, “t’acqueta” (come una
sorta di climax). Tutte e tre iniziano con l'invocazione al cuore, poi c'è la causa
dell'invocazione, poi la constatazione della negatività. Ritmo spezzato, 12 periodi, 8
pause a fine verso e 17 pause in mezzo al verso con 8 enjambement. la sintassi è al
servizio del contenuto. “poserai” futuro, ma sembra essere un ordine. “perì”
personifica l’inganno. “posa” stesso verbo ma più forte e più freddo del primo.
“fango” invece di essere un aggettivo astratto è un predicativo concreto. “dispera,
disprezza, posa” tutti imperativi e comandi. Totale ripiegamento di Leopardi su sé
stesso.

LA GINESTRA, O IL FIORE DEL DESERTO

Nel 33 va a Napoli testi polemici come “Palinodia a Gino Capponi” e “Paralipomeni


della Batracomiomachia”. I Palinodia sono 300 versi di testo satirico/polemico. Lui era
un pedagogista toscano fondatore dell’Antologia, attacca Gino sull’ottimismo nei
confronti del progresso. I Paralipomeni sono un poemetto pseudo omerico che aveva
tradotto quando era giovane. Paralipomeni significa cose tralasciate e ci aggiunge
anche i granchi. I topi sono liberal-progressisti, i granchi sono reazionari, le rane sono i
legittimisti (status quo).
Scrive la Ginestra a Torre del Greco alle falde del Vesuvio, stava con Ranieri. Si trova
alla fine dei canti perché ce l’ha messa lui. I caratteri del periodo napoletano sono:
critica all’antropocentrismo, rivendicazione del materialismo, piglio polemico.
Riproposto l’aspetto del tipo di intellettuale dell’ultima operetta (Dialogo di
Tristano...). “Sterminator Vesevo” (a memoria). Nell’epigrafe “to skotos” = le tenebre
che rappresentano il progresso. “muggito d’armenti” ricorda “le ricordanze”. All’inizio
c’è paesaggio antidillico. “fortune afflitte e sparte” ricorda Italia Mia di Petrarca. Verso
31 fa riferimento a Pompei. Verso 51 cita Lorenzo Mamiani (suo cugino) che aveva
scritto degli Inni Sacri
Zibaldone (4428 del 1829): la filosofia di Leopardi esclude la misantropia perché la
natura è colpevole di ogni cosa. Verso 146 “palesi” al popolo come lo furono
nell’antichità. V191 “granel di sabbia” come Pirandello. 317 versi.
Strofa 1: deserto contro ginestra, aridità contro profumo. 3 quadri: il Vesuvio, le
solitarie strade di Roma e le ceneri infeconde e l’impietrata lava. La ginestra
nonostante tutto resiste e vive, rappresenta la pietà nei confronti della razza umana.
La pietà si combatte con la poesia che è l’unica consolazione.
In una lettera a Giordani dice che la salvezza è lo studio del bello e della poesia, non
le scienze tecniche.
Corrispondenze Leopardi-Ginestra: fiore che resiste, coraggioso, sfidante verso la
natura, è solitario. Sarcasmo con l’ultimo verso
3 strofa: la nobiltà spirituale è di chi dice le cose come stanno e guarda in faccia la
realtà. Il pessimismo di Leopardi non è remissivo, ma combattivo perchè l’uomo ha la
social catena dalla sua parte, è quello il vero progresso. La soluzione è avere rapporti
empatici tra noi, humanitas, pessimismo + progresso.

Cose in più: Guide all’analisi, pag 457, pag 629, operette morali, leopardi e la scienza,
Leopardi pessimista, pag 532-533.

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