EUGENIO MONTALE
Appartiene a famiglia numerosa della liguria, nasce a fine 800. Tutte le estati
andavano a Monterosso, una delle 5 terre che sarà il paesaggio di Ossi di Seppia. La
sua “biografia inutile” ha 3 punti, le lezioni di canto, il paesaggio e le frequentazioni
intellettuali. Nel ‘17 va in guerra, come poeta lo era già prima della guerra.
Prediligeva autori pessimisti e scettici. Frequenta Sbarbaro, 1925 pubblica Ossi di
Seppia e firma il manifesto degli intellettuali antifascisti perchè aveva conosciuto
Gobetti nel ‘24. L'interesse per Svevo parte dal suo articolo sulla coscienza di Zeno.
Lui apprezzava anche Senilità e era amico di Saba. A Firenze conosce Drusilla Danzi
che in alcune poesie di Xenia chiamerà “mosca”. Direttore del gabinetto Viesseux ma
destituito in quanto antifascista. Ospita Carlo Levi e Saba a casa sua (ebrei) e sta con i
partigiani. Dopo la guerra scrive sul Corriere della Sera e fa viaggi per il giornale. Nel
‘67 è senatore a vita. ‘75 Nobel per la letteratura. Muore a Milano nell’81. Con la
Prima guerra mondiale tutte le esperienze futuriste e D’annunziane scompaiono. Nel
primo dopoguerra c’è “ritorno all’ordine”. Una sorta di senso di colpa degli intellettuali
prima interventisti. Non ci sono movimenti di massa ma esperienze isolate di autori
che denunciano il male di vivere. Dopo che fa i conti con Gabri e lo attraversa grazie
all’ironia di Gozzano e minimalismo dei crepuscolari + espressionismo del
vocianesimo. Fa tesoro delle avanguardie. Anche l’immagine del tempo di Berson lo
influenza. Epifania è momento di illuminazione, di verità folgorante nel meriggio,
intuiamo un varco, un anello che non tiene, una dimensione autentica. Figure
femminili sono la moglie, Dora Markus, Irma Brandeis (Clizia) che lo fa interessare a
letteratura anglo-americana (Dickinson, Elliot, Ezra Pound). Ungaretti ha fiducia che lo
stato d’animo possa essere messo in poesia, Montale invece non ha tanta fiducia per
la parola pura perchè non ci sono parole che spiegano la realtà. Raccolte:
-OSSI DI SEPPIA (1925)
-LE OCCASIONI (1939)
-LA BUFERA E ALTRO (1956)
-SATURA (1971, comprende Xenia e Satura)
RACCOLTA “OSSI DI SEPPIA”: Pubblicata da Gobetti, raccolta più famosa e
popolare. Il titolo allude al mare, alla morte, alla scarnificazione dello stile e al
correlativo oggettivo (Elliot). Paesaggio e aridità interiore, titolo allusivo e
programmatico perchè anticipa gli argomenti delle poesie. 4 sezioni diverse. I temi
sono il male di vivere, lo scacco conoscitivo, il tema del varco e del miracolo. Il poeta
è tra i pochi che hanno un privilegio doloroso, la consapevolezza del nulla (Leopardi).
Il tu montaliano rende tutto colloquiale. Rapporto con la tradizione di Pascoli e
D’Annunzio (Alcione), crepuscolarismo e Vocianesimo. Suoni duri e aspri.
I LIMONI (PAG 477): concezione poetica di Montale, carattere programmatico,
contrappone la sua poesia con quella aulica dei “poeti laureati”. Poesia più dimessa,
versi liberi con rime non riconducibili a uno schema che dà sonorità. “Ascoltami” è
colloquiale, tu montaliano. Insistenza su consonanti doppie. “divertite” = che
spingono verso l’alto. Universo poetico antisublime, quasi crepuscolare, paesaggio
simbolico (pozzanghere, città, cimase, l’azzurro). Attenua il registro alto facendolo
interagire con quello basso (rima interna fossi-bossi). Spinta prosastica.
La prima strofa: valenza allegorica delle pozzanghere mezze seccate e delle sparute
anguille che rimandano ad atmosfera di aridità simile alla condizione esistenziale.
Nessuna sacralità al poeta, i limoni si oppongono alle piante dei poeti laureati per la
loro natura più dimessa.
La seconda strofa: dalla dimensione visiva si passa a una prevalentemante olfattiva, il
profumo dei limoni dà una dolcezza inquieta e stimola la sensibilità del poeta
trasformandosi nel correlativo oggettivo della speranza del miracolo e in un preludio
al disvelamento della verità e all’epifania.
La terza strofa: è la dinamica di una ricerca che non è una vera e propria fuga dalla
realtà ma il tentativo, nella realtà, di scoprire uno “sbaglio di Natura”, “il punto morto
del mondo”, “l’anello che non tiene”, “il filo da disbrogliare”. E così l’animo umando
“indaga accorda disunisce” in un processo che con il tentativo fallito di sintetizzare gli
elementi incrina la fiducia nel trovare una verità.
La quarta strofa: illusorietà della speranza. Questa consapevolezza però non
impedisce il riaccendersi dell’attesa di un miracolo alla vista dei limoni. La poesia
quindi non dà certezze, ma è un tentativo di penetrazione della realtà.
NON CHIEDERCI LA PAROLA... (PAG 480): impossilità gnoseologica, è possibile solo
conoscenza al negativo. Muro è parola chiave montaliana. “storta sillaba e secca” è
molto allitterante. Rigorosa costruzione del testo poetico con l’anafora del “non” +
verbo all’infinito, trama di rime interne, sonorità aspre e allitterazioni. Paesaggio con 2
sole note di colore, il rosso delle lettere e il giallo del croco, il fiore che attecchisce in
un “polveroso prato”. Non esiste più l’uomo sicuro che con la parola “squadra da ogni
lato l’animo nostro informe”, e non vede l’ombra delle cose e di sé stesso. Il polveroso
prato e lo scalcinato muro sono correlativi oggettivi della desolazione intorno
all’uomo. La realtà può essere recepita solo in negativo, non esistono percezioni che
possano darle una regola o una legge che la governi. Possiamo sapere solo ciò che
non siamo (gnoseologia) e non vogliamo (etica). Dalla propria disseccata interiorità si
può estrarre a stento solo qualche sillaba in negativo.
MERIGGIARE PALLIDO E ASSORTO (PAG 483): le prime tre strofe sono puramente
descrittive, e il paesaggio non è idillico ma le parole che lo descrivono comunicano un
forte senso di calore fastidioso, disagio e disarmonia. Paesaggio secco e brullo
correlativo oggettivo del disseccamento dell’esistenza. Linguaggio “petroso” dantesco
che rende bene il paesaggio roccioso ligure, allitterazioni della r che sottolineano
l’ambiente del muro e dell’orto. Mare a scaglie lontano e solo parzialmente
osservabile e tremolante. La muraglia indica l’invalicabilità della realtà fenomenica. La
triste meraviglia implica la condanna dell’esistere e la perseveranza nel resistere e
percorrere il muro. Anche qui l’infinito è funzionale a delimitare un io che è uno
spettatore estraneo della natura.
SPESSO IL MALE DI VIVERE HO INCONTRATO (PAG 486): l’Indifferenza è una divinità
che vive non con freddezza o cinismo, ma con severo distacco dalla realtà. Alla triade
del basso (rivo, foglia, cavallo) si oppone quella dell’alto (statua, nuvola, falco). Questi
elementi, poichè sono in alto, godono di una particolare insensibilità o lontananza che
rapppresenta una soluzione al male di vivere. Suoni aspri e esseri viventi simboli di
vitalità che diventano invece correlativi del male di vivere.
FORSE UN MATTINO ANDANDO (PAG 487): il poeta, voltandosi durante un’epifania, si
rende conto che c’è il nulla ed è tralunato come un ubriaco quando si accorge di aver
perso la lucidità. Nel mentre guarda gli altri, immersi nell’inganno consueto e
consolatorio che evitano di girarsi.
CIGOLA LA CARRUCOLA NEL POZZO: Stride la carrucola del pozzo, mentre l’acqua
portata in superficie dal secchio sembra fondersi con la luce che la colpisce. Su di
essa affiora un ricordo, si delinea l’immagine tremula e sorridente di una persona
amata. Quando il poeta accosta il volto a quelle labbra femminili che crede di vedere,
muove la superficie dell’acqua e fa svanire l’immagine; il cigolio della carrucola
riconduce la visione al fondo oscuro del pozzo. La lirica presenta l’andamento di un
racconto all’apparenza molto semplice ma dal significato simbolico complesso. Tutto è
effimero, vuole dirci Montale, non riusciamo a trattenere nella memoria neppure i volti
amati e gli istanti di gioia: essi sono solo un barlume, un’illusione che si spegne,
rifluendo nella profondità dell’inconscio. Il concetto astratto dell’irrecuperabilità del
ricordo è espresso dal poeta attraverso immagini concrete: il volto femminile che si
deforma e invecchia allude al fatto che il passato si modifica nella nostra memoria, si
diventa più vecchi; il ritorno della visione in fondo al pozzo indica che quel ricordo si
allontana definitivamente. Il verso 5 divide la lirica in due parti e segna il momento
dello «scacco», in quanto contrappone al volto che si avvicina (la speranza) le labbra
che svaniscono (il tentativo vano). La circolarità della lirica è scandita dal movimento
di risalita (Cigola la carrucola) e di ricaduta (Ah che già stride), corrispondente a
illusione e delusione.
RACCOLTA “OCCASIONI”: composta mentre prendono piede le dittature, lui si trova
a Firenze, collabora con rivista “Solaria”. Divisa in 4 sezioni, il titolo (ripreso da
Goethe) riprende le fulminee occasioni dell’epifania. Clizia (Irma Brandeis) compare
solo nella raccolta della bufera, ma molte poesie qui sono dedicate a lei. Poesia più
oscura, lessico più alto, ritorno ai metri tradizionali. Poesia di oggetti (correlativi
oggettivi). I temi sono tempo, memoria, figura della “donna angelo” che ha potere
salvifico. Si insiste su assenza e lontananza della donna. A Clizia è attribuita una sorta
di chiaroveggenza. Come Beatrice, anche Clizia è un angelo visitatore.
TI LIBERO LA FRONTE DEI GHIACCIOLI (PAG 505): Il regno di Clizia è quello del
sovrannaturale, essa è trasfigurata in un angelo come fosse una donna stilnovistica. Il
volo le ha lacerato le ali e l’ha scossa. Il ghiaccio e il gielo sono i segni della presenza
di Clizia come l’aura e il lauro per Laura. I vasti spazi percorsi nel viaggio sacrificale di
Clizia si oppongono all’ombra proiettata nella stanza chiusa dal sole freddoloso
attraverso la finestra. La ripetizione di ombra denota negativamente il paesaggio
esterno a quello confortevole della casa. Quelli che “non sanno che sei qui” sono gli
altri uomini inconsapevoli della possibilità di avere la donna come foriera di un
messaggio salvifico. Antitesi e ossimori che creano contrasto.
NON RECIDERE, FORBICE, QUEL VOLTO (PAG 509): azione recisiva del tempo che fa
svanire il volto evanescente del secchio d’acqua, l’immagine del pozzo inghiottisce i
ricordi. Usa “sempre” perché è il destino di tutti i ricordi. Supplica del poeta affiché il
tempo non distrugga nulla. La memoria è l’acacia, il volto è il ramo tagliato e il guscio
di cicala e la nebbia è la belletta di novembre.
LA CASA DEI DOGANIERI (PAG 510): Esiste davvero, avamposto della finanza a
Monterosso, Anna degli Uberti, “Annetta” o “Arletta”. V19 discorso dell’epifania. 4
strofe, 5/6 versi, rime senza schema. “tu” riferito a Anna. Non è lei che entra a casa
dei doganieri, ma i suoi pensieri. Bussola e dadi sono correlativi oggettivi del senso di
smarrimento (col pensiero del passato) e di imprevedibilità. Montale dice a proposito
della poesia e dell’ultimo verso che ha voluto restringere il significato della chiusa,
non sa se ha fatto bene lei a morire o lui a restare, ma in realtà non ci fu scelta. De
Rogatis dice che è una clausola gnomica, non c’entra con Annetta ma si ribadisce che
i destini sono incerti. Magari chi va ha trovato il varco e chi resta no, non si può
sapere. La casa era uno dei posti di guardia della dogana e diventa il correlativo
oggettivo di una condizione passata. La casa, inoltre, ha simbologia mortuaria perchè
separa il mondo del vivo da quello di Arletta, morta ma legata a un passato carico di
vita. Egli ravvisa un senso nella sua condizione passata e si rivolge verso essa con un
ricordo, che però si rende conto che sta svanendo. Bussola perché è difficile
recuperare il senso del passato e dadi perché il futuro è incerto. Il passato non è un
momento, ma è una condizione dello spirito diversa da quella a lui attuale. La poesia è
un tentativo fallito di mettere una mano sull’ignoto, scandagliare (Contini). È il
tentativo di trovare un varco sempre sperato. Opposizione tra immagini dello scorrere
(vento) e del restare (casa).
RACCOLTA “LA BUFERA”: è del ‘56-’57, la considerava la migliore raccolta poetica,
la parola bufera evoca la guerra. Una sezione è Finisterre (15 poesie, nucleo iniziale),
punta della Britannia, allude alla fine del mondo con la guerra. Riflette su eventi dei
15 anni precedenti, parla del rapporto matrimoniale con Clizia. La bufera è il male in
generale, “la primavera Hitleriana” descrive l’incontro Hitler-Mussolini, evento
apocalittico. Donna salvifica ma è sempre meno umana, caratteri religiosi, “figura di
Cristo”. Prima di Satura c’è Montale prosatore, raccolta di racconti (farfalla di Dinard)
e Auto da Fè (raccolta di articoli).
RACCOLTA “SATURA”: Montale inedito, abbassamento delle tematiche, “libro scritto
in pigiama” e “con abito da passeggio”. Pessimismo, società di massa, isolamento del
poeta, stile più colloquiale.
LA STORIA (PAG 532): 1969, versi liberi, è esempio di ironia/satira della raccolta.
Catena di anelli è immagine importante, c’è anche quando parla dell’epifania. V 2-3
enj+iperbato. “la storia non è magistra di niente che ci riguardi”. V 39 felicità come
ignoranza della verità, concetto presente negli ossi di seppia. Segue l’idea portante
della Satura come strumento dissacratorio e sarcastico. La prima parte della lirica
sono definizioni in negativo della storia con l’anafora che è rafforzata da altre
negazioni. Discorso rapido, sintassi semplice e diretta. Il finale attenua la portata
negativa delle constatazioni precedenti. La storia non è così cattiva, è anche benevola
perché distrugge quanto può e quindi non compie tutte le sue vendette e quindi ogni
tanto qualcuno scappa dalla rete della storia e non sa di essere scampato, ma
ugualmente non è felice e non sa di esserne fuori.
Xenon è il singolare di Xenia. È una sezione di Satura dedicata alla moglie Drusilla
Tanzi che scompare nel ‘63. Xenon è un dono ospitale. Montale lo riprende come
omaggio alla sua compagna. “Mosca” perché era miope, no donna angelo, ha ruolo
etico e morale, ha superpoteri perché smaschera il bla bla della società sapienza
superiore alla media.
HO SCESO, DANTOTI IL BRACCIO, ALMENO UN MILIONE DI SCALE (PAG 535): Si
trasforma, dopo il “tu”, in un soliloquio, tema della realtà che non si vede. Nessuna
forma strofica. V 3, tempo relativo, il viaggio lo percepisce come breve. Da V5 lessico
ferroviario. La lirica è un dono votivo alla moglie morta, Drusilla Tanzi. La lunga vita
coniugale è indicata dalle scale e il viaggio e ora ogni passo gli sembra vuoto senza la
moglie. Ora vive la vita in modo distaccato, non gli interessa più delle coincidenze,
delle prenotazioni con le quali si cerca di controllare la realtà. La moglie, a
compensazione della miopia sa andare oltre l’apparenza e cogliere il vero senso del
reale. Il tono è familiare e ironico, il linguaggio discorsivo e pacato.
NON HO MAI CAPITO SE IO FOSSI (PAG 543): Xenia 4 (“Avevamo studiato per l’Aldilà
un fischio, un segno di riconoscimento. Mi provo a modularlo nella speranza che tutti
siamo già morti senza saperlo.”). 4 versi liberi, “noi” invece che “tu”, lui che non la
vuole lasciar andare. Xenia 5 lessico più quotidiano, abbassato nel tono. La vista è
superflua, tanto la realtà non si vede, non è quello il senso che serve.
LA LEZIONE DI DANTE: Figure femminili salvifiche con funzione percepibile nella
proliferazione di oggetti e animali che rinviano a un sovrasenso enigmatico e dai
significati incerti. Tutta la bufera parte dal dato storico reale e lo trascende in senso
metafisico e universalizzante. Dimensione pluristilistica che in questo caso associa un
livello alto a uno basso, e ne è la riflessione la varietà metrica che accosta forme più
elevate (canzone) a forme più basse (epigramma e madrigale)
LA DONNA IN MONTALE E IL TU MONTALIANO: In una poesia di Satura, Il tu, lui
scrive che “I tanti sono uno” e successivamente chiarisce in un commento che lui,
soffrendo e vivendo negli altri, li considera come sé stesso. Quindi si rivolge al tu
come ad un altro sé stesso. Alcune donne come Liuba Blumenthal o Dora Markus sono
citate velocemente nei versi di Montale, mentre ci sono altre come Annetta o Arletta
che è citata in Ossi di seppia e implicitamente presente nelle Occasioni (la casa dei
doganieri). Figura associata ad ombra e inquietudine, quasi crepuscolare, evocata
come il fantasma di una donna giovane. A Drusilla Tanzi è dedicata Xenia in Satura,
ma già nella bufera c’era la sua figura soffrente per la malattia alle ossa. Amico di
Maria Luisa Spaziani, una poetessa, della quale cerca di recuperare la memoria e le
fattezze, con un’immagine sempre connessa al concetto della perdita e dell’assenza.
Clizia è l’americana Irma Brandeis con la quale Montale voleva andare in America ma
che poi fu costretta a fuggire a causa delle leggi razziali. Montale le dedica Le
occasioni. Presenza salvifica, ispirazione stilnovistica, visiting angel contrapposta
all’inferno quotidiano. La donna angelicata di Montale ha però anche caratteristiche di
divina lontananza: assenza, freddezza, durezza. A differenza della donna stilnovistica,
però, essa non dispensa salvezza ma è salvezza oltremondana, che gli uomini
possono solo intravedere e inseguire.
UMBERTO SABA
Umberto Poli, Trieste (1883), padre cattolico, madre ebrea. Abbandona la madre
prima della nascita del figlio, Umberto lo conosce a 20 anni. La moglie affida Saba a
una balia slovena, “Peppa”. Sta con lei fino a 4 anni, poi la madre, presa dal senso di
colpa, lo strappa via dalla balia e questo gli causa un trauma. “Saba” forse viene dal
cognome di Peppa (o simile), o forse è il termine ebraico per “nonno” (esalta la sua
origine). Cresce nel ghetto, ambiente soffocante. Nel 1903 va a Pisa poi Firenze e
entra in contatto con i Vociani, inizia a scrivere. Malinconico, “dalle sterminate
letture”. Esperienza scolastica negativa al ginnasio. Impiego in azienda, legge e suona
violino. Influenzato da Petrarca, Tasso, Parini, Foscolo, Manzoni, Shakespeare,
Leopardi. Conosce Pascoli, gli piace il D’Annunzio di Poema Paradiso. Lo sappiamo da
“Ernesto”, un romanzo scritto a fine vita. 1909 a Trieste si sposa. 1911 scrive prima
raccolta e compra una libreria antiquaria. Il Canzoniere è del 1921, la critica non se lo
caga, continua a pubblicare e con le poesie del 1923 attira l’attenzione. Spesse crisi
nervose, nel 1929 psicoanalisi presso Edoardo Weiss. Nel ‘38 cede gli averi e scappa
dall’Italia. Da Parigi a Roma a Trieste (fuori dalla comunità ebraica). Nel ‘43 torna a
Firenze e vive nascosto da amici. Nel ‘45 seconda edizione del Canzoniere. Accademia
dei Lincei lo premia. Laurea Honoris Causa all’università di Roma. La moglie si chiama
Carolina (detta Lina), la figlia si chiama Lina (detta Linuccia).
Poesia intimistica, riflesso della vita, Saba se ne frega della letteratura
contemporanea, no influenza, estraneità, cultura mitteleuropea. 1911 “quello che
resta da fare ai poeti”, poesia onesta. Parola “cose” frequente nelle poesie. Polato
dice “irruenza del quotidiano”. Il linguaggio non allude, nomina direttamente,
strutture metriche tradizionali. Ricerca innovazione in continuità con la tradizione.
Pesantezza = madre (amore oppressivo, donna pesante, ambiente del ghetto)
Leggerezza = padre e Peppa, associati al cristianesimo
QUELLO CHE RESTA DA FARE AI POETI (PAG 550): Prende due esempi di scrittori,
Manzoni e D’Annunzio. Manzoni non dice una parola che non corrisponda
perfettamente alla sua visione, mentre l’artificio di D’Annunzio non è solo formale, ma
anche sostanziale perché si esagera e finge passioni o ammirazioni che non ha mai
provato solo per ottenere una strofa più appariscente e clamorosa. L'austerità innata
di Manzoni era accresciuta da motivi religiosi perchè credeva che dio gli avrebbe
chiesto conto delle cose che aveva scritto. Essere originali e ritrovare sé stessi sono
sinonimi, ma c’è qualcuno che pensa che il primo è l’effetto e il secondo la causa. E
quindi c’è chi per uno sfrenato bisogno di originalità non si sa rassegnare a quello che
gli altri hanno già detto e quindi inventa. Per Saba la poesia è onestà, adesione al
vero, non essere schiavi della forma. La poesia non deve viaggiare a pelo d’acqua, ma
toccare il fondo.
CANZONIERE: Petrarca, opera unitaria, “antologia poetica”, dice PPP che il male vi
illumina il bene e viceversa, “storia e cronistoria del Canzoniere”. La scrive per
spiegare il proprio canzoniere che per lui è un romanzo psicologico, più moti interni
che esterni. “Moti e risonanze interne”. Infanzia, amore, vicende storiche (Seconda
guerra mondiale). Prospettiva con cui guarda le tematiche è psicologica, tanto amore
per la vita e umanità, mondo del quotidiano e la città è sempre Trieste. Nei
sonetti/canzoni uso dell’endecasillabo in modo prosastico. Abbassamento del tono,
parole auliche + quotidiane. Tre volumi del canzoniere:
1900-1920 (A mia moglie, Città vecchia)
1921-1932 (Mio padre è stato...)
1933-1954 (Amai, Ulisse)
COMMENTO DI SABA SU A MIA MOGLIE (PAG 561):
La poesia provocò, appena conosciuta, allegre risate. Pareva strano che un uomo
scrivesse una poesia per paragonare sua moglie a tutti gli animali della creazione. È la
sola del Nostro che abbia suscitato un po' di scandalo; è forse a questo che si deve la
sua notorietà: una notorietà di "contenuto". Ma nessuna intenzione di scandalizzare, e
nemmeno di sorprendere, c'era, quando la compose, in Saba. La poesia ricorda
piuttosto una poesia "religiosa"; fu scritta come altri reciterebbe una preghiera. Ed
oggi infatti la si può nominare o leggere in qualunque ambiente, senza la
preoccupazione di suscitare il riso. Un giornale comunista disse, recentemente, che "A
mia moglie" è una poesia proletaria. Noi pensiamo invece che sia una poesia
“infantile”; se un bambino potesse sposare e scrivere una poesia per sua moglie,
scriverebbe questa.
«Un pomeriggio d'estate» racconta Saba «mia moglie era uscita per recarsi in città.
Rimasto solo, sedetti, per attenderne il ritornò, sui gradini del solaio. Non avevo voglia
di leggere, a tutto pensavo fuori che a scrivere una poesia. Ma una cagna, la "lunga
cagna" della terza strofa, mi si fece vicino, e mi pose il muso sulle ginocchia,
guardandomi con occhi nei quali si leggeva tanta dolcezza e tanta ferocia. Quando,
poche ore dopo, mia moglie ritornò a casa, la poesia era fatta: completa, prima
ancora di essere scritta, nella mia memoria. Devo averla composta in uno stato di
quasi incoscienza, perché io, che quasi tutto ricordo delle mie poesie, nulla ricordo
della sua gestazione. Ricordo solo che, di quando in quando, avevo come dei brividi.
Né la poesia ebbe mai bisogno di ritocchi o varianti. S'intende che, appena ritornata la
Lina, stanca della lunga salita (si abitava a Montebello, una collina sopra Trieste) e
carica di pacchi e dì pacchetti, io pretesi subito da lei che, senza nemmeno riposarsi,
ascoltasse la poesia che avevo composta durante la sua assenza. Mi aspettavo un
ringraziamento ed un elogio; con mia grande meraviglia, non ricevetti né una cosa né
l'altra. Era invece rimasta male, molto male; mancò poco litigasse con me. Ma è
anche vero che poca fatica durai a persuaderla che nessuna offesa ne veniva alla sua
persona, che era "la mia più bella poesia", e che la dovevo a lei.» (...) Altre più belle
poesie egli scrisse, più complesse, più seducenti, forse anche più perfette; ma in
nessuna - crediamo - la nativa spontaneità della sua vena zampillò da una sorgente
più profonda. Giacomo Debenedetti1 parla della «sensualità quasi animalesca» colla
quale sono portati i paragoni. Non si tratta di sensualità animalesca, forse nemmeno
di sensualità, in nessun caso di sola sensualità (ma quando il Debenedetti scrisse il
suo primo saggio sul Nostro era vergognosamente giovane: aveva 22 o 23 anni). La
poesia fa pensare piuttosto - come abbiamo detto - ad un improvviso ritorno
all'infanzia; un ritorno però che non esclude la contemporanea presenza dell'uomo.
(Se questa fosse mancata, Saba non sarebbe stato Saba, ma Pascoli.) Il poeta, come il
fanciullo, ama gli animali, che, per la semplicità e nudità della loro vita, ben più degli
uomini, obbligati da necessità sociali a continui infingimenti, «avvicinano a Dio», alle
verità cioè che si possono leggere nel libro aperto della creazione. Un giorno - e fu un
bel giorno - Saba deve aver sentito con acuta gioia e tenera commozione, le identità
che correvano fra la giovane donna che gli viveva accanto e gli animali della
campagna dove allora abitava. La poesia, nata da questa "scoperta", porge, in sei
lunghe strofe, altrettanti e più paragoni. Il poeta ritrova la sua donna nella giovane e
bianca pollastra, nella gravida giovenca, nella lunga cagna, nella pavida coniglia, nella
rondine, nella provvida formica, nella pecchia, e – dice il verso finale, che può
sembrare, ed è invece altra cosa – un complimento da madrigale: «in nessun’altra
donna». Ad ogni animale sono attribuite (come nelle favole) qualità essenziali; i versi
suonano, in così antica materia, con gravità e dolcezza.
Storia, ricordare incidente di Marcinelle